C’È DOMANDA E DOMANDA

Dio non ci rimprovererà mai di fargli delle domande, ma tutto di­pende dal tono delle domande stesse.

C’è il perché polemico che più che chiedere accusa e c’è il perché intimamente umile della «bestemmia» di Giobbe.

C’è la domanda meravigliata del bambino che chiede perché il sole sorge; questo «perché» fa piacere ai genitori, anche se non sanno ri­spondere. Ed è in fondo il perché dei sapienti, quando sono veramen­te sapienti… cioè dei contemplativi (…).

Il vero sapiente è un bambino che ha pazienza. Egli architetta ipo­tesi, ma se non funzionano, ricomincia daccapo: non critica la realtà, ma la propria ipotesi. Si ritira e dimentica se stesso; le sue domande alla Natura sono domande di un innamorato, non di un geloso.

C’è il perché degli scettici, che non aspettano nemmeno una rispo­sta, come fece Pilato (…).

Ci sono domande che sono bestemmie, e ci sono «bestemmie» che sono adorazione. C’è il perché dei bambini in collera. E c’è la doman­da di Maria: «Come è possibile questo?». C’è il perché di Cristo sulla croce: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?»… e la rispo­sta è la risurrezione.

Con quale tono poniamo le nostre domande a Dio, alla Chiesa e ai preti? (…). Quindi, anzitutto: attenzione al modo con cui poniamo le domande.

Tacere per ascoltare.

Secondo punto: siamo capaci di ascoltare la risposta? Di accoglier­la, di non fabbricarcela?

M.-D. Molinié, Adoration ou désespoiry CLD, 1983, pp. 13-14