GIOVANNI PAOLO II UDIENZA GENERALE Mercoledì, 6 dicembre 1978

Sorelle e Fratelli carissimi!

Mi riporto al tema di mercoledì scorso.

1. Per penetrare nella pienezza biblica e liturgica del significato dell’Avvento, occorre seguire due direzioni. Bisogna “risalire” agli inizi, e nello stesso tempo “scendere” in profondità. Lo abbiamo già fatto, per la prima volta, mercoledì scorso, scegliendo per temi della nostra meditazione le prime parole del libro della Genesi: “In principio Dio creò” (“Beresit bara Elohim”). Verso la fine del tema svolto l’altra settimana, abbiamo, fra l’altro, rilevato che, per intendere l’Avvento nel suo pieno significato, bisogna anche introdurci nel tema dell’“uomo”. Il pieno significato dell’Avvento sorge dalla riflessione sulla Realtà di Dio che crea, e creando rivela Se stesso (questa è la prima e fondamentale rivelazione, e anche la prima e fondamentale verità del nostro “Credo”). Il pieno significato dell’Avvento emerge in pari tempo dalla profonda riflessione sulla realtà dell’uomo. A questa seconda realtà che è l’uomo ci avvicineremo un po’ di più durante l’odierna meditazione.

2. Una settimana fa ci siamo intrattenuti sulle parole del libro della Genesi, in cui l’uomo viene definito “immagine e somiglianza di Dio”. È necessario riflettere con maggiore intensità sui testi che ne parlano. Essi fanno parte del primo capitolo del libro della Genesi, in cui la descrizione della creazione del mondo è presentata nella successione di sette giorni. La descrizione della creazione dell’uomo, il sesto giorno, si differenzia un po’ dalle descrizioni precedenti. In queste descrizioni siamo testimoni solo dell’atto di creazione, espresso con le parole: “Dio disse: sia…”; qui invece l’autore ispirato vuole mettere in evidenza prima l’intenzione e il disegno del Creatore (di Dio-Elohim); vi leggiamo infatti: “E Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza” (Gen 1,26). Come se il Creatore entrasse in Se stesso, come se, creando, non soltanto chiamasse dal nulla all’esistenza con la parola: “sia”, ma come se, in modo particolare, traesse l’uomo dal mistero del suo proprio Essere. Ciò è comprensibile, perché non si tratta solamente dell’Essere, ma dell’Immagine. L’immagine deve “rispecchiare”, deve, in un certo modo, quasi riprodurre “la sostanza” del suo Prototipo. Il Creatore dice, inoltre, “a nostra somiglianza”. E ovvio che non si deve intenderlo come un “ritratto”, ma come un essere vivo, che viva la vita simile a quella di Dio.

Solamente dopo queste parole, che testimoniano, per così dire, il disegno di Dio-Creatore, la Bibbia parla dell’atto stesso della creazione dell’uomo: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gen 1,27).

Questa descrizione è resa completa dalla benedizione. Vi sono quindi: il disegno, l’atto stesso della creazione e la benedizione: “Dio li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra” (Gen 1,28).

Le ultime parole della descrizione: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,31), sembrano esser l’eco di questa benedizione.

3. Certamente il testo della Genesi è tra i più antichi: secondo gli studiosi della Bibbia, è stato scritto verso il secolo IX prima di Cristo. Quel testo contiene la verità fondamentale della nostra fede, il primo articolo del “Credo” apostolico. La parte del testo, che presenta la creazione dell’uomo, è stupenda nella sua semplicità e insieme nella sua profondità. Le affermazioni che essa contiene corrispondono alla nostra esperienza e alla nostra conoscenza dell’uomo. È chiaro per tutti, senza distinzione di ideologia sulla concezione del mondo, che l’uomo, pur appartenendo al mondo visibile, alla natura, si differenzia in qualche modo da questa stessa natura. Infatti, il mondo visibile esiste “per lui” e lui ne “esercita il dominio”; per quanto, in vari modi, sia “condizionato” dalla natura, egli la “domina”. La domina, forte di ciò che lui è, delle sue capacità e facoltà di ordine spirituale, che lo differenziano dal mondo naturale. Sono proprio queste facoltà che costituiscono l’uomo. Su tale punto il libro della Genesi è straordinariamente preciso. Definendo l’uomo “immagine di Dio”, mette in evidenza ciò per cui l’uomo è uomo; ciò per cui è un essere distinto da tutte le altre creature del mondo visibile.

Sono noti i numerosi tentativi che la scienza ha fatto – e continua a fare – nei vari campi, per dimostrare i legami dell’uomo con il mondo naturale e la sua dipendenza da esso, al fine di inserirlo nella storia della evoluzione delle diverse specie. Pur nel rispetto di tali ricerche, non possiamo limitarci ad esse. Se analizziamo l’uomo nel più profondo del suo essere, vediamo che egli si differenzia più di quanto somiglia al mondo della natura. In questo senso procedono anche l’antropologia e la filosofia, quando cercano di analizzare e comprendere l’intelligenza, la libertà, la coscienza e la spiritualità dell’uomo. Il libro della Genesi sembra andare incontro a tutte queste esperienze della scienza, e, parlando dell’uomo come l’“immagine di Dio”, fa intendere che la risposta al mistero della sua umanità non si trova sulla strada della somiglianza col mondo della natura. L’uomo somiglia più a Dio che alla natura. In questo senso dice il Salmo 82, 6: “Voi siete dei”, le parole che poi riprenderà Gesù (cf. Gv 10,34).

4. Questa affermazione è audace. Bisogna aver fede per accettarla. Tuttavia la ragione, senza pregiudizi, non si oppone a tale verità sull’uomo, al contrario, vede in essa un complemento a ciò che emerge dall’analisi della realtà umana e soprattutto dello spirito umano.

È cosa molto significativa che già lo stesso libro della Genesi, nella lunga descrizione della creazione dell’uomo, obbliga l’uomo – il primo uomo creato (Adamo) –a fare una simile analisi. Ciò che vi leggiamo può “scandalizzare” qualcuno, a causa dell’arcaico modo di espressione, ma in pari tempo è impossibile non meravigliarsi dell’attualità di quel racconto, quando si prende in considerazione il nocciolo del problema.

Ed ecco il testo: “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di li si divideva e formava quattro corsi…

Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse…

Poi il Signore disse: Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio dare un aiuto che gli sia simile. Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile” (Gen 2,7-20).

Di che cosa siamo testimoni? Ecco, il primo “uomo” compie il primo e fondamentale atto di conoscenza del mondo. Nello stesso tempo questo atto gli permette di conoscere e di distinguere se stesso, “l’uomo”, da tutte le altre creature, e soprattutto da coloro che come “esseri vivi” – dotati di vita vegetativa e sensitiva – dimostrano proporzionalmente la più grande somiglianza con lui, “con l’uomo”, anche lui dotato di vita vegetativa e sensitiva.

Si potrebbe dire che questo primo uomo fa ciò che di solito compie ogni uomo di qualunque tempo; vale a dire: riflette sul proprio essere e si domanda chi è lui.

Risultato di tale processo conoscitivo è la constatazione della fondamentale ed essenziale differenza: sono diverso. Sono più “diverso” che “simile”.

La descrizione biblica conclude: “l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile” (Gen 2,20).

5. Perché oggi parliamo di tutto questo? Lo facciamo per comprendere meglio il mistero dell’Avvento – per comprenderlo dalle stesse fondamenta – e così penetrare con maggiore profondità nel nostro cristianesimo.

L’Avvento significa “la Venuta”.

Se Dio “viene” all’uomo, lo fa perché nel suo essere umano ha preparato una “dimensione di attesa” attraverso la quale l’uomo può “accogliere” Dio, è capace di farlo.

Già il libro della Genesi, e soprattutto questo capitolo, lo spiega quando, parlando dell’uomo, afferma che Dio lo “creò… a sua immagine” (Gen 1,27).

Catechesi sul “Padre nostro”: 4. Bussate e vi sarà aperto

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La catechesi di oggi fa riferimento al Vangelo di Luca. Infatti, è soprattutto questo Vangelo, fin dai racconti dell’infanzia, a descrivere la figura del Cristo in un’atmosfera densa di preghiera. In esso sono contenuti i tre inni che scandiscono ogni giorno la preghiera della Chiesa: il Benedictus, il Magnificat e il Nunc dimittis.

E in questa catechesi sul Padre Nostro andiamo avanti, vediamo Gesù come orante. Gesù prega. Nel racconto di Luca, ad esempio, l’episodio della trasfigurazione scaturisce da un momento di preghiera. Dice così: «Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante» (9,29). Ma ogni passo della vita di Gesù è come sospinto dal soffio dello Spirito che lo guida in tutte le azioni. Gesù prega nel battesimo al Giordano, dialoga con il Padre prima di prendere le decisioni più importanti, si ritira spesso nella solitudine a pregare, intercede per Pietro che di lì a poco lo rinnegherà. Dice così: «Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno» (Lc 22,31-32). Questo consola: sapere che Gesù prega per noi, prega per me, per ognuno di noi perché la nostra fede non venga meno. E questo è vero. “Ma padre, ancora lo fa?” Ancora lo fa, davanti al Padre. Gesù prega per me. Ognuno di noi può dirlo. E anche possiamo dire a Gesù: “Tu stai pregando per me, continua a pregare che ne ho bisogno”. Così: coraggiosi.

Perfino la morte del Messia è immersa in un clima di preghiera, tanto che le ore della passione appaiono segnate da una calma sorprendente: Gesù consola le donne, prega per i suoi crocifissori, promette il paradiso al buon ladrone, e spira dicendo: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). La preghiera di Gesù pare attutire le emozioni più violente, i desideri di vendetta e di rivalsa, riconcilia l’uomo con la sua nemica acerrima, riconcilia l’uomo con questa nemica, che è la morte.

È sempre nel Vangelo di Luca che troviamo la richiesta, espressa da uno dei discepoli, di poter essere educati da Gesù stesso alla preghiera. E dice così: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Vedevano lui che pregava. “Insegnaci – anche noi possiamo dire al Signore – Signore tu stai pregando per me, lo so, ma insegna a me a pregare, perché anche io possa pregare”.

Da questa richiesta – «Signore, insegnaci a pregare» – nasce un insegnamento abbastanza esteso, attraverso il quale Gesù spiega ai suoi con quali parole e con quali sentimenti si devono rivolgere a Dio.

La prima parte di questo insegnamento è proprio il Padre Nostro. Pregate così: “Padre, che sei nei cieli”. “Padre”: quella parola tanto bella da dire. Noi possiamo stare tutto il tempo della preghiera con quella parola soltanto: “Padre”. E sentire che abbiamo un padre: non un padrone né un patrigno. No: un padre. Il cristiano si rivolge a Dio chiamandolo anzitutto “Padre”.

In questo insegnamento che Gesù dà ai suoi discepoli è interessante soffermarsi su alcune istruzioni che fanno da corona al testo della preghiera. Per darci fiducia, Gesù spiega alcune cose. Esse insistono sugli atteggiamenti del credente che prega. Per esempio, c’è la parabola dell’amico importuno, che va a disturbare un’intera famiglia che dorme perché all’improvviso è arrivata una persona da un viaggio e non ha pani da offrirgli. Cosa dice Gesù a questo che bussa alla porta, e sveglia l’amico?: «Vi dico – spiega Gesù – che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono» (Lc 11,9). Con questo vuole insegnarci a pregare e a insistere nella preghiera. E subito dopo fa l’esempio di un padre che ha un figlio affamato. Tutti voi, padri e nonni, che siete qui, quando il figlio o il nipotino chiede qualcosa, ha fame, e chiede e chiede, poi piange, grida, ha fame: «Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce?» (v. 11). E tutti voi avete l’esperienza quando il figlio chiede, voi date da mangiare quello che chiede, per il bene di lui.

Con queste parole Gesù fa capire che Dio risponde sempre, che nessuna preghiera resterà inascoltata, perché? Perché Lui è Padre, e non dimentica i suoi figli che soffrono.

Certo, queste affermazioni ci mettono in crisi, perché tante nostre preghiere sembra che non ottengano alcun risultato. Quante volte abbiamo chiesto e non ottenuto – ne abbiamo l’esperienza tutti – quante volte abbiamo bussato e trovato una porta chiusa? Gesù ci raccomanda, in quei momenti, di insistere e di non darci per vinti. La preghiera trasforma sempre la realtà, sempre. Se non cambiano le cose attorno a noi, almeno cambiamo noi, cambia il nostro cuore. Gesù ha promesso il dono dello Spirito Santo ad ogni uomo e a ogni donna che prega.

Possiamo essere certi che Dio risponderà. L’unica incertezza è dovuta ai tempi, ma non dubitiamo che Lui risponderà. Magari ci toccherà insistere per tutta la vita, ma Lui risponderà. Ce lo ha promesso: Lui non è come un padre che dà una serpe al posto di un pesce. Non c’è nulla di più certo: il desiderio di felicità che tutti portiamo nel cuore un giorno si compirà. Dice Gesù: «Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui?» (Lc 18,7). Sì, farà giustizia, ci ascolterà. Che giorno di gloria e di risurrezione sarà mai quello! Pregare è fin da ora la vittoria sulla solitudine e sulla disperazione. Pregare. La preghiera cambia la realtà, non dimentichiamolo. O cambia le cose o cambia il nostro cuore, ma sempre cambia. Pregare è fin da ora la vittoria sulla solitudine e sulla disperazione. È come vedere ogni frammento del creato che brulica nel torpore di una storia di cui a volte non afferriamo il perché. Ma è in movimento, è in cammino, e alla fine di ogni strada, cosa c’è alla fine della nostra strada? Alla fine della preghiera, alla fine di un tempo in cui stiamo pregando, alla fine della vita: cosa c’è? C’è un Padre che aspetta tutto e aspetta tutti con le braccia spalancate. Guardiamo questo Padre.

GIOVANNI PAOLO II UDIENZA GENERALE Mercoledì, 29 novembre 1978

1. Anche se il tempo liturgico dell’Avvento inizia solo domenica prossima, desidero fin da oggi parlare di questo ciclo.

Siamo ormai abituati al termine “avvento”; sappiamo che cosa esso significa, ma proprio per il fatto che ci siamo così familiarizzati con esso, non arriviamo forse a comprendere tutta la ricchezza che tale concetto racchiude.

Avvento significa “venuta”.

Dobbiamo quindi domandarci: chi è che viene? e per chi viene? A questa domanda troviamo subito la risposta. Anche i bambini sanno che è Gesù che viene, per loro e per tutti gli uomini. Viene una notte a Betlemme, nasce in una grotta, che serviva da stalla per il bestiame.

Questo sanno i bambini, lo sanno pure gli adulti che partecipano alla gioia dei bambini, e che la notte di Natale sembrano diventare bambini anch’essi. Tuttavia molte sono le domande che vengono fatte. L’uomo ha il diritto, e perfino il dovere, di interrogare per sapere. Vi sono anche coloro che dubitano e, benché partecipino alla gioia del Natale, sembrano estranei alla verità che esso contiene.

Proprio per questo abbiamo il tempo dell’Avvento, in modo che ogni anno di nuovo possiamo penetrare in questa verità essenziale del cristianesimo.

2. La verità del cristianesimo corrisponde a due realtà fondamentali che non possiamo mai perdere di vista. Tutte e due sono fra loro strettamente connesse. È proprio questo legame, così intimo che una realtà sembra spiegare l’altra, è la nota caratteristica del cristianesimo. La prima realtà si chiama “Dio”, la seconda “l’uomo”. Il cristianesimo sorge da una particolare relazione reciproca fra Dio e l’uomo. Negli ultimi tempi – specialmente durante il Concilio Vaticano II – si discuteva a lungo, se tale relazione fosse teocentrica oppure antropocentrica. Non si avrà mai una risposta soddisfacente a questa domanda, se continueremo a considerare separatamente i due termini della questione. Infatti il cristianesimo è antropocentrico proprio perché è pienamente teocentrico; e contemporaneamente è teocentrico grazie al suo singolare antropocentrismo.

Ma è proprio il mistero dell’Incarnazione che, da se stesso, spiega questa relazione.

Ed è per questo che il cristianesimo non è soltanto una “religione di avvento”, ma l’Avvento stesso.

Il cristianesimo vive il mistero della venuta reale di Dio verso l’uomo, e di questa realtà palpita e pulsa costantemente. Essa è semplicemente la vita stessa del cristianesimo. Si tratta di una realtà profonda e semplice insieme, che è vicina alla comprensione e alla sensibilità di ogni uomo e soprattutto di chi, in occasione della notte di Natale, sa farsi bambino.

Non invano disse Gesù una volta: “Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3).

3. Per comprendere fino in fondo questa duplice realtà di cui ogni giorno palpita e pulsa il cristianesimo, occorre risalire fino agli inizi stessi della Rivelazione, anzi quasi agli inizi del pensare umano.

Agli inizi del pensare umano possono stare concezioni diverse; il pensare di ciascun individuo ha la propria storia nella sua vita, sin dall’infanzia. Tuttavia parlando dell’“inizio” non intendiamo tanto trattare della storia del pensiero. Vogliamo invece costatare che alle basi stesse del pensare, cioè alle sue sorgenti, si trova il concetto di “Dio” e il concetto di “uomo”. Talvolta essi sono ricoperti da uno strato di molti altri concetti diversi (in particolare nell’odierna civiltà di “cosificazione materialista” e anche “tecnocratica”), ma ciò non significa che quei concetti non esistano o che non stiano alle basi del nostro pensare. Anche il più elaborato sistema ateo ha un senso solo se si presuppone che esso conosca il significato dell’idea di “Theos”, cioè Dio. A questo proposito giustamente c’insegna la Costituzione pastorale del Vaticano II, che molte forme di ateismo derivano dalla mancanza di un adeguato rapporto con questo concetto di Dio. Esse sono dunque, o almeno possono essere, negazioni di qualche cosa o piuttosto di Qualcun altro che non corrisponde al Dio vero.

4. L’Avvento – come tempo liturgico dell’anno ecclesiale – ci riporta agli inizi della Rivelazione. E proprio agli inizi c’incontriamo subito col legame fondamentale di queste due realtà: Dio e l’uomo.

Prendendo in mano il primo libro della Sacra Scrittura, cioè la Genesi, cominciamo la lettura delle parole: “Beresit bara!: In principio creò…”. Segue poi il nome di Dio, che in questo testo biblico suona “Elohim”. In principio creò, e colui che creò è Dio. Queste tre parole costituiscono quasi la soglia della Rivelazione. Dio all’inizio del libro della Genesi non è definito soltanto col nome “Elohim”; altre parti di questo libro adopereranno anche il nome “Jahvè”. Più chiaramente ancora parla di lui il verbo “creò”. Questo verbo di fatto rivela Dio, chi è Dio. Esprime la sua sostanza non tanto in se stessa, quanto in rapporto con il mondo, cioè con l’insieme delle creature soggette alle leggi del tempo e dello spazio. Il complemento circostanziale “in principio” indica Dio come Colui che è prima di questo principio, che non è limitato né dal tempo né dallo spazio, e che “crea”, cioè che “dà inizio” a tutto ciò che non è Dio, ciò che costituisce il mondo visibile e invisibile (secondo la Genesi: il cielo e la terra). In questo contesto il verbo “creò” dice di Dio anzitutto che lui stesso esiste, che è, che lui è la pienezza dell’essere, che tale pienezza si manifesta come Onnipotenza, e che questa Onnipotenza è insieme Sapienza e Amore. Tanto ci dice su Dio la prima frase della Sacra Scrittura. In tale modo si forma nel nostro intelletto il concetto di “Dio”, se ci riferiamo agli inizi della Rivelazione.

Sarebbe significativo esaminare in quale rapporto sta il concetto di “Dio”, così come lo troviamo agli inizi della Rivelazione, con quello che troviamo alle basi del pensare umano (perfino nel caso della negazione di Dio, cioè dell’ateismo). Oggi però non intendiamo sviluppare questo argomento.

5. Vogliamo invece costatare che agli inizi della Rivelazione – nello stesso libro della Genesi – e questo già nel primo capitolo, troviamo la fondamentale verità sull’uomo, che Dio (“Elohim”) crea a sua “immagine e somiglianza”. Vi leggiamo infatti: “Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza” (Gen 1,26), e in seguito: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gen 1,27).

Sul problema dell’uomo ritorneremo mercoledì prossimo. Ma già oggi dobbiamo segnalare questa relazione particolare tra Dio e la sua immagine, cioè l’uomo.

Questa relazione ci illumina sulle basi stesse del cristianesimo. Ci permette pure di dare una risposta fondamentale a due domande: prima, che cosa significa l’“Avvento”, seconda, perché proprio l’“Avvento” fa parte della sostanza stessa del cristianesimo?

Queste domande le lascio alla vostra riflessione. Torneremo su di esse nelle nostre future meditazioni e più di una volta. La realtà dell’Avvento è piena della più profonda verità su Dio e sull’uomo.

Catechesi sul “Padre nostro”: 3. Al centro del discorso della montagna

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e anche buon anno!

Proseguiamo le nostre catechesi sul “Padre nostro”, illuminati dal mistero del Natale che abbiamo da poco celebrato.

Il Vangelo di Matteo colloca il testo del “Padre nostro” in un punto strategico, al centro del discorso della montagna (cfr 6,9-13). Intanto osserviamo la scena: Gesù sale sulla collina presso il lago, si mette a sedere; intorno a sé ha la cerchia dei suoi discepoli più intimi, e poi una grande folla di volti anonimi. È questa assemblea eterogenea che riceve per prima la consegna del “Padre nostro”.

La collocazione, come detto, è molto significativa; perché in questo lungo insegnamento, che va sotto il nome di “discorso della montagna” (cfr Mt 5,1-7,27), Gesù condensa gli aspetti fondamentali del suo messaggio. L’esordio è come un arco decorato a festa: le Beatitudini. Gesù incorona di felicità una serie di categorie di persone che nel suo tempo – ma anche nel nostro! – non erano molto considerate. Beati i poveri, i miti, i misericordiosi, le persone umili di cuore… Questa è la rivoluzione del Vangelo. Dove c’è il Vangelo, c’è rivoluzione. Il Vangelo non lascia quieto, ci spinge: è rivoluzionario. Tutte le persone capaci di amore, gli operatori di pace che fino ad allora erano finiti ai margini della storia, sono invece i costruttori del Regno di Dio. È come se Gesù dicesse: avanti voi che portate nel cuore il mistero di un Dio che ha rivelato la sua onnipotenza nell’amore e nel perdono!

Da questo portale d’ingresso, che capovolge i valori della storia, fuoriesce la novità del Vangelo. La Legge non deve essere abolita ma ha bisogno di una nuova interpretazione, che la riconduca al suo senso originario. Se una persona ha il cuore buono, predisposto all’amore, allora comprende che ogni parola di Dio deve essere incarnata fino alle sue ultime conseguenze. L’amore non ha confini: si può amare il proprio coniuge, il proprio amico e perfino il proprio nemico con una prospettiva del tutto nuova. Dice Gesù: «Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,44-45).

Ecco il grande segreto che sta alla base di tutto il discorso della montagna: siate figli del Padre vostro che è nei cieli. Apparentemente questi capitoli del Vangelo di Matteo sembrano essere un discorso morale, sembrano evocare un’etica così esigente da apparire impraticabile, e invece scopriamo che sono soprattutto un discorso teologico. Il cristiano non è uno che si impegna ad essere più buono degli altri: sa di essere peccatore come tutti. Il cristiano semplicemente è l’uomo che sosta davanti al nuovo Roveto Ardente, alla rivelazione di un Dio che non porta l’enigma di un nome impronunciabile, ma che chiede ai suoi figli di invocarlo con il nome di “Padre”, di lasciarsi rinnovare dalla sua potenza e di riflettere un raggio della sua bontà per questo mondo così assetato di bene, così in attesa di belle notizie.

Ecco dunque come Gesù introduce l’insegnamento della preghiera del “Padre nostro”. Lo fa prendendo le distanze da due gruppi del suo tempo. Anzitutto gli ipocriti: «Non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente» (Mt 6,5). C’è gente che è capace di tessere preghiere atee, senza Dio e lo fanno per essere ammirati dagli uomini. E quante volte noi vediamo lo scandalo di quelle persone che vanno in chiesa e stanno lì tutta la giornata o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri o parlando male della gente. Questo è uno scandalo! Meglio non andare in chiesa: vivi così, come fossi ateo. Ma se tu vai in chiesa, vivi come figlio, come fratello e dà una vera testimonianza, non una contro-testimonianza. La preghiera cristiana, invece, non ha altro testimone credibile che la propria coscienza, dove si intreccia intensissimo un continuo dialogo con il Padre: «Quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto» (Mt 6,6).

Poi Gesù prende le distanze dalla preghiera dei pagani: «Non sprecate parole […]: essi credono di venire ascoltati a forza di parole» (Mt 6,7). Qui forse Gesù allude a quella “captatio benevolentiae” che era la necessaria premessa di tante preghiere antiche: la divinità doveva essere in qualche modo ammansita da una lunga serie di lodi, anche di preghiere. Pensiamo a quella scena del Monte Carmelo, quando il profeta Elia sfidò i sacerdoti di Baal. Loro gridavano, ballavano, chiedevano tante cose perché il loro dio li ascoltasse. E invece Elia, stava zitto e il Signore si rivelò a Elia. I pagani pensano che parlando, parlando, parlando, parlando si prega. E anche io penso a tanti cristiani che credono che pregare è – scusatemi – “parlare a Dio come un pappagallo”. No! Pregare si fa dal cuore, da dentro. Tu invece – dice Gesù –, quando preghi, rivolgiti a Dio come un figlio a suo padre, il quale sa di quali cose ha bisogno prima ancora che gliele chieda (cfr Mt 6,8). Potrebbe essere anche una preghiera silenziosa, il “Padre nostro”: basta in fondo mettersi sotto lo sguardo di Dio, ricordarsi del suo amore di Padre, e questo è sufficiente per essere esauditi.

È bello pensare che il nostro Dio non ha bisogno di sacrifici per conquistare il suo favore! Non ha bisogno di niente, il nostro Dio: nella preghiera chiede solo che noi teniamo aperto un canale di comunicazione con Lui per scoprirci sempre suoi figli amatissimi. E Lui ci ama tanto.

Memoria e speranza

I tanti cristiani che oggi sono perseguitati, attaccati e soffrono per la fede, riescono a perseverare sostenuti dalla «memoria dei momenti felici», come quello del primo incontro con Gesù, e dalla speranza. Un atteggiamento — ha affermato Papa Francesco nella messa celebrata venerdì 1° febbraio a Santa Marta — che vale anche per la quotidianità di ogni cristiano: proprio su «memoria e speranza» deve puntare infatti il credente quando è alle prese con «un momento di tepore» se non addirittura di vera e propria «desolazione».

«Oggi la Chiesa ci propone, nella prima lettura, una catechesi sulla perseveranza: perseverare nel cammino di fede, perseverare nel servizio del Signore» ha spiegato il Pontefice facendo riferimento al passo della lettera agli Ebrei (10, 32-39). Infatti «l’autore della lettera agli Ebrei parla ai cristiani che stanno passando un momento buio, un momento brutto perché sono perseguitati o perché non sono capiti, soffrono beffe, o momenti bui personali, nella propria vita, quando — anche noi tante volte abbiamo passato momenti così — non si sente niente, l’illusione del servizio del Signore non ci sostiene, il fare del bene ci risulta arduo, è un tempo di tepore, di distacco nella nostra anima, un tempo di desolazione».

Ma questo tempo di desolazione, ha fatto presente il Papa, «anche Gesù lo ha sofferto: pensiamo alla tristezza di Gesù quando pianse davanti al sepolcro di Lazzaro, quando pianse sopra a Gerusalemme: il cuore era triste». E, ancora, «la tristezza di Gesù quando dice agli apostoli il Giovedì: “Triste è la mia anima fino alla morte”». In quel momento «è buio il cuore di Gesù: anche lui ha passato questo, a tal punto che chiede al Padre che questo non si faccia, che passi questa ora».

«La vita cristiana — ha riconosciuto Francesco — non è un carnevale, non è festa e gioia spensierata continua». È vero, «la vita cristiana ha dei momenti bellissimi e dei momenti brutti, dei momenti di tepore, di distacco, come ho detto, dove tutto non ha senso: il momento della desolazione».

E proprio «in questo momento, sia per le persecuzioni interne sia per lo stato interiore dell’anima, l’autore della lettera agli Ebrei dice: “Avete solo bisogno di perseveranza”». Occorre «perseveranza perché, fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso» si legge nel testo. «Perseveranza per arrivare alla promessa», dunque. E «il cammino della promessa, come ho detto, ha dei momenti belli, dei momenti luminosi, dei momenti oscuri» ha insitito il Pontefice, suggerendo di «perseverare sempre» seguendo le «due indicazioni» proposte dall’apostolo: «memoria e speranza».

È alla «memoria» che si può ricorrere «nei momenti bui». Si legge nella lettera agli Ebrei: «Fratelli, richiamate alla memoria quei primi giorni». E cioè, ha spiegato Francesco, «i giorni felici dell’incontro con il Signore, per esempio, quando ho fatto un’opera buona e ho sentito il Signore vicino, quando in una preghiera ho sentito che il Signore mi si avvicinava o quando ho scelto di entrare in seminario, nella vita consacrata». Ecco, «momenti belli, belli». Perciò, suggerisce l’autore della lettera, «richiamate alla memoria quei momenti, i primi giorni, dove tutto era luminoso; adesso sono giù, sì, ma penso a quello».

Ecco, allora, la «prima ricetta contro la desolazione: richiamare la memoria, richiamare alla memoria la consolazione dei primi giorni». È ancora l’autore della lettera a far presente «cosa i cristiani avevano fatto i primi giorni: “Dopo aver ricevuto la luce di Cristo, avete dovuto sopportare una lotta grande e penosa, ora esposti pubblicamente a insulti, persecuzioni, ora facendovi solidali con tutti coloro che venivano trattati in questo modo”». Eppure «non importava: eravate felici, in quel momento» ha rilanciato il Papa. Invece, ha proseguito, «oggi voi siete in desolazione: richiamate alla memoria il momento della felicità nei primi giorni della consolazione». Nel libro del profeta Geremia, ha ricordato Francesco, «c’è una cosa bella che dice: “Signore” — guardando lui questi primi momenti — “da te ricordo i primi giorni, i giorni della tua giovinezza” — la giovinezza spirituale — “quel seguirmi come innamorato nel deserto”: il tempo dell’amore. Poi viene il tempo brutto ma noi ricordiamo quello bello».

La seconda indicazione è «la speranza». Si legge ancora nella lettera agli Ebrei: «Avete solo bisogno di perseveranza perché, fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso», dunque, ha aggiunto il Pontefice, «per arrivare a quella promessa che mi è stata fatta nei primi giorni». Del resto «la vita è così, noi lo sappiamo, perché tutti passiamo per questi momenti brutti, tutti. È normale. Ma non è buono lasciarsi andare, non è buono dire: “ah, non serve”. Lui dice, è molto chiaro: “Non cedere, non andare indietro”, dice nell’originale; “non andare indietro, non cedere”».

È necessario «fare resistenza nei momenti brutti — è l’invito del Papa — ma una resistenza della memoria e della speranza, una resistenza con il cuore: il cuore, quando pensa ai momenti belli, respira, quando guarda alla speranza, può respirare, pure». Ed è esattamente «la cosa che noi dobbiamo fare nei momenti di desolazione, per trovare la prima consolazione e la consolazione promessa dal Signore».

«Mi viene in mente — ha confidato Francesco — una cosa da cui sono stato colpito, colpito, nel carcere che ho visto in Lituania, dove portavano i condannati a morte. E quella gente sapeva che se avesse perseverato nella fede, nell’amore alla patria, sarebbe finita così. Ma erano coraggiosi. Tanti, tanti cristiani, tanti martiri».

«Anche oggi, tanti, tanti uomini e donne che stanno soffrendo per la fede ma ricordano il primo incontro con Gesù, hanno speranza e vanno avanti» ha affermato il Pontefice. «Questo — ha detto — è un consiglio che dà l’autore della lettera agli Ebrei per i momenti anche di persecuzione, quando i cristiani sono perseguitati, attaccati: “Abbiate perseveranza”». E così «anche noi, quando il diavolo ci attacca con le tentazioni, con i vizi, con le nostre miserie, sempre guardare il Signore, la perseveranza della croce, ricordando i primi momenti belli dell’amore, dell’incontro con il Signore e la speranza che ci spetta».

In conclusione il Papa ha invitato a pregare proprio perché «il Signore ci dia la grazia della memoria e della speranza, per potere andare così con perseveranza nel cammino della nostra vita».

Il prete della gioia

Come si riconosce un prete fedele alla sua vocazione? Dalla «gioia» che sente dentro e che porta al popolo. Un prete che «non è un funzionario», ma che è capace di calarsi nella realtà di ogni giorno guardandola sia «con gli occhi di Dio» sia con «gli occhi dell’uomo». Avendo davanti il modello di san Giovanni Bosco — di cui ricorre la memoria liturgica — nella messa celebrata la mattina di giovedì 31 gennaio a Santa Marta il Papa ha suggerito alcune caratteristiche fondamentali che si dovrebbero ritrovare in ogni sacerdote.

La riflessione del Pontefice è partita proprio da un episodio della vita del santo di Valdocco: «Il giorno della sua ordinazione — ha raccontato — la mamma gli ha detto: “Sarai sacerdote, incomincerai a soffrire”». Una frase forte, quasi enigmatica. «Cosa voleva dire — si è chiesto Francesco — quella signora umile, contadina, che non aveva studiato nella facoltà di teologia?». Certamente l’intento di mamma Margherita era quello di «sottolineare una realtà», ma con l’obbiettivo anche di «attirare l’attenzione del figlio», di metterlo in allerta, perché se nella vita «lui si fosse accorto che non c’era sofferenza» sarebbe stato quello il segnale che «qualcosa non andava bene». Si tratta, ha spiegato il Papa, della «profezia di una mamma», di una donna semplice «e col cuore pieno dello Spirito».

Una domanda che il Pontefice ha riproposto come provocazione attuale. «Io penso: perché un sacerdote deve soffrire? O perché quando incomincia il suo ministero, la sofferenza è un segnale che la cosa va bene?». Certo non significa che il sacerdote sia un «fachiro». La risposta si trova nella scelta di vita operata proprio da don Bosco che, ha ricordato Francesco, «ha avuto il coraggio di guardare la realtà con gli occhi di uomo e con gli occhi di Dio». Si è calato pienamente nella realtà in cui si trovava abbracciandone tutte le difficoltà e vivendo tutte le sofferenze che ne derivavano. Egli, ha spiegato il Papa, si è guardato attorno «in quell’epoca massonica, mangiapreti, di un’aristocrazia chiusa, dove i poveri erano realmente i poveri, lo scarto», e «ha visto sulle strade quei giovani e ha detto: “Non può essere!”». Don Bosco, cioè, «ha guardato con gli occhi di uomo, un uomo che è fratello e papà pure, e ha detto: “Ma no, questo non può andare così! Questi giovani forse finiranno da don Cafasso o sulla forca… no, non può andare così”, e si è commosso come uomo, e come uomo ha incominciato a pensare strade per fare crescere i giovani, per fare maturare i giovani. Strade umane».

Occhi di uomo, ma non solo. Don Bosco ha «avuto il coraggio di guardare con gli occhi di Dio e andare da Dio e dire: “Ma, fammi vedere questo… questo è un’ingiustizia… come si fa davanti a questo… Tu hai creato questa gente per una pienezza e loro sono in una vera tragedia…”». E così, «guardando la realtà con amore di padre — padre e maestro, dice la liturgia di oggi — e guardando Dio con occhi di mendicante che chiede qualcosa di luce, comincia ad andare avanti».

Ecco allora la risposta sull’identità del sacerdote: «il sacerdote deve avere queste due polarità. Guardare la realtà con occhi di uomo, e con occhi di Dio». E ciò significa, ha aggiunto il Papa, «tanto tempo davanti al tabernacolo».

Questa duplice capacità di sguardo, ha continuato il Pontefice ricordando la testimonianza del fondatore dei salesiani, «gli ha fatto vedere la strada». Infatti don Bosco non è semplicemente andato dai giovani con il Catechismo e il Crocifisso dicendo: «fate questo…» e impartendo precetti. Se avesse fatto così, ha commentato il Papa, «i giovani gli avrebbero detto: “Buonanotte, ci vediamo domani”». Invece «lui è andato vicino a loro, con la vivacità loro. Li ha fatti giocare, li ha fatti in gruppo, li ha uniti come fratelli… è andato, ha camminato con loro, ha sentito con loro, ha visto con loro, ha pianto con loro e li ha portati avanti, così». È proprio questo «il sacerdote che guarda umanamente la gente, che sempre è alla mano».

Ancora oggi a volte i fedeli si sentono dire: «Il sacerdote soltanto riceve dalle 15 alle 17.30». Ma, ha sottolineato il Papa, «tu non sei un impiegato, un funzionario. Ne abbiamo tanti di funzionari, bravi, che fanno il loro mestiere, come lo devono fare i funzionari. Ma il prete non è un funzionario, non può esserlo». E, rivolgendosi idealmente a ogni sacerdote, il Pontefice ha esortato: «Guarda con occhi di uomo e arriverà a te quel sentimento, quella saggezza di capire che sono i tuoi figli, i tuoi fratelli. E poi, avere il coraggio di andare a lottare lì: il sacerdote è uno che lotta con Dio».

C’è in effetti, ha aggiunto Francesco, «sempre il rischio di guardare troppo l’umano e niente il divino, o troppo il divino e niente l’umano: ma se non rischiamo, nella vita, non faremo nulla…». Nella vita accade così: «Un papà rischia per il figlio, un fratello rischia per un fratello quando c’è amore…». E a volte questo può portare «sofferenza» perché «incominciano le persecuzioni, incomincia il chiacchiericcio… “Ah, questo prete, lì, sulla strada, con i bambini, con i ragazzi, e questi ragazzi maleducati che con il pallone mi rompono il vetro della finestra…”, tutto il chiacchiericcio».

Ma la strada giusta è quella mostrata da don Bosco. «Oggi — ha detto Francesco — vorrei ringraziare Dio per averci dato quest’uomo, quest’uomo che da bambino incominciò a lavorare: sapeva cosa fosse guadagnarsi il pane ogni giorno; quest’uomo che aveva capito qual era la pietà, qual era la vera verità, quest’uomo che ha avuto da Dio un grande cuore di padre, di maestro».

Un esempio che ha offerto al Pontefice un’altra indicazione preziosa e decisiva: «Qual è — si è chiesto — il segnale che un prete va bene», che sta «guardando la realtà con gli occhi di uomo e con gli occhi di Dio? La gioia». E, ha avvisato Francesco, «quando un prete non trova gioia dentro, si fermi subito e si chieda perché». Proprio don Bosco, del resto, era «il maestro della gioia». Infatti «lui rendeva felici gli altri ed era sempre felice lui stesso. E soffriva lui stesso». Perciò, ha concluso il Papa, «Chiediamo al Signore, per l’intercessione di don Bosco, oggi, la grazia che i nostri preti siano gioiosi: gioiosi perché hanno il vero senso di guardare le cose della pastorale, il popolo di Dio con occhi di uomo e con occhi di Dio».

Lo stile delle beatitudini

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIX, n.17, 22/01/2019)

Si può credere di essere buoni cattolici ma non comportarsi da buoni cristiani: è dallo stile «accusatorio, mondano ed egoistico» che Papa Francesco ha messo in guardia nella messa celebrata a Santa Marta lunedì 21 gennaio, indicando invece lo stile delle Beatitudini per poter davvero «recitare con il cuore il Credo e il Padre Nostro».

«Questo passo del Vangelo incomincia da un conflitto» ha fatto presente il Pontefice, riferendosi al brano evangelico di Marco (2, 18-22). «I discepoli di Giovanni e i farisei — ha fatto notare — digiunavano, invece gli apostoli no». E «i primi sono un po’ scandalizzati: come mai non digiunano?». A questa domanda Gesù risponde dicendo «una cosa che è un po’ confusa, una cosa nuova: c’è lo sposo, c’è festa, c’è una gioia nuova, in questo momento dobbiamo gioire di questa novità, di questa novità, poi verranno giorni nel quale tutti dobbiamo digiunare, quando lo sposo sarà tolto». Ma quelli «non avevano capito».

In realtà, ha spiegato il Papa, «anche noi non capiamo cosa vuol dire il Signore con questo». Tanto che, ha detto rivolgendosi ai presenti, «se io facessi adesso la domanda, tanti di voi sarebbero in difficoltà per rispondere». Francesco ha suggerito che «la parola chiave è alla fine del brano: “Vino nuovo in otri nuovi!”». In sostanza, secondo Gesù «non solo la predica del Vangelo è un vino nuovo, non solo questo, ma anche esige da noi un comportamento nuovo, uno stile nuovo».

A questo proposito è opportuno farsi «la domanda: cosa è lo stile nuovo, cosa è lo stile cristiano?». Del resto, ha affermato il Pontefice, «all’inizio dei tempi degli apostoli ci fu un dibattito: alcuni volevano che i convertiti passassero prima per i riti ebrei, giudei e poi diventassero cristiani». E invece «no: “vino nuovo, otri nuove” è lo stile cristiano».

«Per capire cosa sia lo stile cristiano», ha proseguito il Papa, è «meglio capire forse gli atteggiamenti nostri che sono di uno stile non cristiano e poi potremo vedere». Oltretutto, ha fatto notare Francesco, sono atteggiamenti «non solo nostri», perché «nel tempo di Gesù c’erano già questi atteggiamenti». E, ha aggiunto, «ne dirò tre soltanto: lo stile accusatorio, lo stile mondano e lo stile egoistico».

«Lo stile accusatorio — ha affermato il Pontefice — è lo stile di quei credenti che sempre cercano di accusare gli altri, vivono accusando: “No, ma questo, quello, no quello, no, quello non è giusto, quello era un buon cattolico” e sempre squalificano gli altri».

È «uno stile — io direi — di promotori di giustizia mancati: sempre stanno cercando di accusare gli altri», ha commentato il Papa. Ma così facendo «non si accorgono che è lo stile del diavolo: nella Bibbia il diavolo lo si chiama il “grande accusatore”, che sempre sta accusando gli altri. E questa è una moda fra noi». In realtà, «anche Gesù rimprovera coloro che accusavano: invece di guardare la pagliuzza negli occhi degli altri, guarda la trave nei tuoi, guardati dentro. Anche tu sei o sai». Lo stesso avviene quando al Signore «hanno portato quella donna presa in adulterio e volevano lapidarla: è giusto, possiamo farlo?». E Gesù risponde: «Coloro che non hanno peccato gettino la prima pietra. Il Vangelo dice che se ne sono andati zitti, zitti, zitti, incominciando dai più vecchi».

«Noi — ha proseguito Francesco — abbiamo di più: Gesù a questi accusatori rimprovera», ma «ci sono tanti cattolici: “Io sono cattolico” — “Perché?” — “Io recito il credo, credo tutto e sono cattolico”. Ma non hai lo stile cristiano, forse ti credi buon cattolico però sei un cattivo cristiano, perché soltanto il vino e non gli otri, non lo stile». Sicuramente «vivere accusando gli altri, cercando i difetti, non è cristiano».

C’è poi, ha affermato il Pontefice, «lo stile mondano: anche Gesù parla di questo e bastona tanto lo spirito del mondo, lo stile del mondo, e anche prega nell’ultima cena il Padre per i suoi discepoli: non toglierli dal mondo ma difendili dallo spirito del mondo».

Francesco ha ricordato in proposito che «ci sono cattolici mondani, sì sì, possono recitare il credo ma lo stile è lo stile del mondo, non lo stile cristiano: vanità, superbia, attaccati ai soldi, credendosi autosufficienti». Magari, ha insistito, «forse tu credi di essere un buon cattolico perché puoi recitare il credo ma non sei un buon cristiano, sei mondano: il Signore ti ha offerto il vino nuovo ma tu non hai cambiato gli otri, non hai cambiato».

«La mondanità rovina tanta gente, tanta gente» ha ribadito il Papa. Anche «gente buona, ma entra in questo spirito della vanità, della superbia, del farsi vedere: non c’è l’umiltà e l’umiltà è parte dello stile cristiano». Per questo «dobbiamo impararla da Gesù, dalla Madonna, da san Giuseppe: erano umili».

«Infine c’è un terzo stile non cristiano che nelle nostre comunità anche si vede: lo stile egoistico» ha concluso Francesco. E «Giovanni è quello che punta su questo: se qualcuno dice di amare Dio, che non vede, e non ama il suo prossimo, il suo fratello, che vede, è un bugiardo». Ed «è chiaro quello che dice: è lo spirito egoistico, io guardo me, mi credo un buon cattolico, faccio le cose ma non mi preoccupo dei problemi altrui; non mi preoccupo delle guerre, delle malattie, della gente che soffre, anche del mio prossimo. No, no, sono indifferente, cioè lo spirito dell’indifferenza, e questo non è stile cristiano».

«Forse ti consideri un buon cattolico ma sei un cattivo cristiano» ha affermato il Pontefice. Perché «si può credere di essere un buon cattolico e non essere cristiano: sì, Gesù diceva questo ai dottori della legge». E «l’ipocrisia è quella che ci aiuta, aiuta tanta gente, anche a noi a volte, a essere buoni cattolici ma cattivi cristiani: ipocriti, “vino nuovo, otri nuovi”».

«Ma alcuni credono — anche noi tante volte — di essere buoni cattolici perché possiamo recitare il credo», ha rilanciato il Papa. Ma «qual è lo stile cristiano? Lo stile cristiano è quello delle Beatitudini: mitezza, umiltà, pazienza nelle sofferenze, amore per la giustizia, capacità di sopportare le persecuzioni, non giudicare gli altri». Ecco «lo spirito cristiano, lo stile cristiano: se tu vuoi sapere come è lo stile cristiano — per non cadere in questo stile accusatorio, nello stile mondano e nello stile egoistico — leggi le Beatitudini». Quello «è il nostro stile, le Beatitudini sono gli otri nuovi, sono la strada per arrivare: per essere un buon cristiano si deve avere la capacità di recitare col cuore il credo, ma anche di recitare con il cuore il Padre Nostro».

GIOVANNI PAOLO II UDIENZA GENERALE Mercoledì, 22 novembre 1978

1. Nel corso delle udienze del mio ministero pontificio ho cercato di eseguire il “testamento” del mio prediletto Predecessore Giovanni Paolo I. Come è noto, egli non ha lasciato un testamento scritto, perché la morte lo ha colto inaspettatamente e all’improvviso, ma ha lasciato alcuni appunti, dai quali risulta che si era proposto, nei primi incontri del mercoledì, di parlare dei principi fondamentali della vita cristiana, cioè delle tre virtù teologali – e questo ha avuto il tempo di attuarlo – e poi delle quattro virtù cardinali – e questo lo sta facendo il suo indegno Successore –. Oggi è venuto il turno di parlare della quarta virtù cardinale, la “temperanza”, portando così a compimento, in un certo modo, il programma di Giovanni Paolo I, nel quale possiamo vedere quasi il testamento del Pontefice defunto.

2. Quando parliamo delle virtù – non soltanto di queste cardinali, ma di tutte, di ogni virtù – dobbiamo avere sempre davanti agli occhi l’uomo reale, l’uomo concreto. La virtù non è qualche cosa di astratto, staccato dalla vita, ma, al contrario, ha profonde “radici” nella vita stessa, scaturisce da essa e la forma. La virtù incide sulla vita dell’uomo. Sulle sue azioni e sul suo comportamento. Ne deriva che, in tutte queste nostre riflessioni, non parliamo tanto della virtù quanto dell’uomo che vive e agisce “virtuosamente”; parliamo dell’uomo prudente, giusto, coraggioso, e infine, oggi appunto, parliamo dell’uomo “temperante” (oppure “sobrio”).

Aggiungiamo subito che tutti questi attributi, o piuttosto atteggiamenti dell’uomo, provenienti dalle singole virtù cardinali, sono reciprocamente connessi. Non si può quindi essere uomo veramente prudente né autenticamente giusto né realmente forte, se non si ha anche la virtù della temperanza. Si può dire che questa virtù condiziona indirettamente tutte le altre virtù, ma si deve dire pure che tutte le altre virtù sono indispensabili, affinché l’uomo possa essere “temperante” (o “sobrio”).

3. Il termine stesso di “temperanza” sembra in un certo modo riferirsi a ciò che è “fuori dell’uomo”. Infatti diciamo che temperante è colui che non abusa di cibi, di bevande, di piaceri, chi non beve smodatamente alcolici, chi non si priva della coscienza per l’uso di stupefacenti, ecc. Questo riferimento ad elementi esterni all’uomo ha però la sua base dentro l’uomo. È come se in ciascuno di noi esistesse un “io superiore” e un “io inferiore”. Nel nostro “io inferiore” si esprime il nostro “corpo” e tutto ciò che gli appartiene: i suoi bisogni, i suoi desideri, le sue passioni di natura anzitutto sensuale. La virtù della temperanza garantisce ad ogni uomo il dominio dell’“io superiore” sull’“io inferiore”. È questa forse un’umiliazione del nostro corpo? Oppure una menomazione? Al contrario, questo dominio valorizza il corpo. La virtù della temperanza fa sì che il corpo e i nostri sensi trovino il giusto posto, che spetta loro nel nostro essere umano.

L’uomo temperante è colui che è padrone di se stesso. Colui nel quale le passioni non prendono il sopravvento sulla ragione, sulla volontà, e anche sul “cuore”. L’uomo che sa dominare se stesso! Se è così, ci rendiamo facilmente conto di quale valore fondamentale e radicale abbia la virtù della temperanza. Essa è addirittura indispensabile, perché l’uomo “sia” pienamente uomo. Basta guardare qualcuno che, trascinato dalle sue passioni, ne diventa “vittima”, rinunciando da se stesso all’uso della ragione (come, ad esempio, un alcolizzato, un drogato) e constatiamo con chiarezza che “essere uomo” significa rispettare la propria dignità, e perciò, fra l’altro, farsi guidare dalla virtù della temperanza.

4. Questa virtù viene anche chiamata “sobrietà”. È proprio giusto che sia così! Infatti, per poter dominare le nostre passioni, la concupiscenza della carne, le esplosioni della sensualità (ad esempio nelle relazioni con l’altro sesso), ecc., dobbiamo non oltrepassare il giusto limite nei confronti di noi stessi e del nostro “io inferiore”. Se non rispettiamo questo giusto limite, non saremo in grado di dominarci. Questo non vuol dire che l’uomo virtuoso, sobrio, non possa essere “spontaneo”, non possa gioire, non possa piangere, non possa esprimere i propri sentimenti, non significa cioè che egli debba diventare insensibile, “indifferente”, come se fosse di ghiaccio o di pietra. No, in nessun modo! Basta guardare Gesù per convincersene. La morale cristiana non si è mai identificata con quella stoica. Al contrario, considerando tutta la ricchezza degli affetti e delle emotività di cui ogni uomo è dotato – del resto ciascuno in modo diverso: in un modo l’uomo, in altro la donna a motivo della propria sensibilità – bisogna riconoscere che l’uomo non può raggiungere questa spontaneità matura, se non attraverso un lavorio su se stesso e una particolare “vigilanza” su tutto il suo comportamento. In questo difatti consiste la virtù della “temperanza”, della “sobrietà”.

5. Penso che questa virtù esiga da ciascuno di noi una specifica umiltà riguardo ai doni che Dio ha posto nella nostra natura umana. Direi, “l’umiltà del corpo” e quella “del cuore”. Questa umiltà è condizione necessaria per l’“armonia” interiore dell’uomo: per la bellezza “interiore” dell’uomo. Ognuno vi rifletta bene e in particolare i giovani, e ancor più le giovani, nell’età in cui ci si tiene tanto ad essere belli o belle per piacere agli altri! Ricordiamoci che l’uomo deve essere bello soprattutto interiormente. Senza questa bellezza, tutti gli sforzi diretti al solo corpo non faranno – né di lui, né di lei – una persona veramente bella.

Del resto, non è proprio il corpo a subire danni sensibili e spesso anche rilevanti alla salute, se manca all’uomo la virtù della temperanza, della sobrietà? A questo proposito, molto potrebbero dire le statistiche e le cartelle cliniche di tutti gli ospedali del mondo. Ne hanno grande esperienza anche i medici impegnati nei consultori ai quali si rivolgono sposi, fidanzati e giovani. È vero che non possiamo giudicare la virtù basandoci esclusivamente sul criterio della salute psicofisica, tuttavia numerose sono le prove che la mancanza della virtù, della temperanza, della sobrietà porta danno alla salute.

6. Occorre che io finisca qui, benché sia convinto che questo argomento è piuttosto interrotto che esaurito. Forse un giorno si presenterà l’occasione di tornarci sopra. Per ora basta così.

In tale modo ho cercato, come potevo, di eseguire il testamento di Giovanni Paolo I. Gli chiedo di pregare per me, quando dovrò passare ad altri temi durante le udienze del mercoledì.

La vita della comunità primitiva tra l’amore a Dio e l’amore ai fratelli

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il frutto della Pentecoste, la potente effusione dello Spirito di Dio sulla prima comunità cristiana, fu che tante persone si sentirono trafiggere il cuore dal lieto annuncio – il kerygma – della salvezza in Cristo e aderirono a Lui liberamente, convertendosi, ricevendo il battesimo nel suo nome e accogliendo a loro volta il dono dello Spirito Santo. Circa tremila persone entrano a far parte di quella fraternità che è l’habitat dei credenti ed è il fermento ecclesiale dell’opera di evangelizzazione. Il calore della fede di questi fratelli e sorelle in Cristo fa della loro vita lo scenario dell’opera di Dio che si manifesta con prodigi e segni per mezzo degli Apostoli. Lo straordinario si fa ordinario e la quotidianità diventa lo spazio della manifestazione di Cristo vivo.

L’evangelista Luca ce lo racconta mostrandoci la chiesa di Gerusalemme come il paradigma di ogni comunità cristiana, come l’icona di una fraternità che affascina e che non va mitizzata ma nemmeno minimizzata. Il racconto degli Atti ci permette di guardare tra le mura della domus dove i primi cristiani si raccolgono come famiglia di Dio, spazio della koinonia, cioè della comunione d’amore tra fratelli e sorelle in Cristo. Si può vedere che essi vivono in un modo ben preciso: sono «perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (At 2,42). I cristiani ascoltano assiduamente la didaché cioè l’insegnamento apostolico; praticano un’alta qualità di rapporti interpersonali anche attraverso la comunione dei beni spirituali e materiali); fanno memoria del Signore attraverso la “frazione del pane”, cioè l’Eucaristia, e dialogano con Dio nella preghiera. Sono questi gli atteggiamenti del cristiano, le quattro tracce di un buon cristiano.

Diversamente dalla società umana, dove si tende a fare i propri interessi a prescindere o persino a scapito degli altri, la comunità dei credenti bandisce l’individualismo per favorire la condivisione e la solidarietà. Non c’è posto per l’egoismo nell’anima di un cristiano: se il tuo cuore è egoista tu non sei cristiano, sei un mondano, che soltanto cerchi il tuo favore, il tuo profitto. E Luca ci dice che i credenti stanno insieme (cfr At 2,44). La prossimità e l’unità sono lo stile dei credenti: vicini, preoccupati l’uno per l’altro, non per sparlare dell’altro, no, per aiutare, per avvicinarsi.

La grazia del battesimo rivela quindi l’intimo legame tra i fratelli in Cristo che sono chiamati a condividere, a immedesimarsi con gli altri e a dare «secondo il bisogno di ciascuno» (At 2,45), cioè la generosità, l’elemosina, il preoccuparsi dell’altro, visitare gli ammalati, visitare coloro che sono nel bisogno, che hanno necessità di consolazione.

E questa fraternità, proprio perché sceglie la via della comunione e dell’attenzione ai bisognosi questa fraternità che è la Chiesa può vivere una vita liturgica vera e autentica. Dice Luca: «Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo» (At 2,46-47).

Infine, il racconto degli Atti ci ricorda che il Signore garantisce la crescita della comunità (cfr 2,47): il perseverare dei credenti nell’alleanza genuina con Dio e con i fratelli diventa forza attrattiva che affascina e conquista molti (cfr Evangelii gaudium, 14), un principio grazie al quale vive la comunità credente di ogni tempo.

Preghiamo lo Spirito Santo perché faccia delle nostre comunità luoghi in cui accogliere e praticare la vita nuova, le opere di solidarietà e di comunione, luoghi in cui le liturgie siano un incontro con Dio, che diviene comunione con i fratelli e le sorelle, luoghi che siano porte aperte sulla Gerusalemme celeste.

GIOVANNI PAOLO II UDIENZA GENERALE Mercoledì, 15 novembre 1978

Carissimi Fratelli e Sorelle.

Papa Giovanni Paolo I, parlando dalla loggia della Basilica di San Pietro, il giorno dopo la sua elezione, ha ricordato, fra l’altro, che durante il Conclave del 26 agosto, quando tutto già indicava che proprio lui sarebbe stato scelto, i Cardinali che gli erano accanto gli hanno sussurrato all’orecchio: “Coraggio!”. Probabilmente questa parola, in quel momento, era necessaria per lui e si era impressa nel suo cuore, dato che subito l’indomani la ricordò. Giovanni Paolo I mi perdonerà, se ora mi servo di questa sua confidenza. Credo che proprio essa potrà in modo migliore introdurre noi tutti qui presenti nel tema che intendo svolgere. Infatti, desidero parlare oggi della terza virtù cardinale, cioè della fortezza. Proprio a questa virtù ci riferiamo, quando vogliamo esortare qualcuno ad aver coraggio, come fece il Cardinale vicino di Giovanni Paolo I al Conclave, quando gli disse: “coraggio”.

Chi riteniamo noi uomo forte, uomo coraggioso? Questa parola rievoca, di solito, il soldato che difende la Patria, esponendo al pericolo la sua salute e perfino la sua vita in tempo di guerra. Ci rendiamo però conto che anche in tempo di pace abbiamo bisogno di fortezza. E perciò nutriamo grande stima per le persone che si distinguono per il cosiddetto “coraggio civile”. Una testimonianza di fortezza ci è offerta da chi espone la propria vita per salvare qualcuno che sta per annegare, oppure dall’uomo che porta il suo aiuto nelle calamità naturali, come incendi, alluvioni, ecc. Certamente si distingueva per questa virtù San Carlo, il mio Patrono, il quale durante la peste di Milano adempiva il suo ministero pastorale fra gli abitanti di tale città. Ma pensiamo anche con ammirazione a quegli uomini che scalano le vette dell’Everest o ai cosmonauti, per esempio, quelli che per la prima volta mettono il piede sulla luna.

Come risulta da tutto questo, le manifestazioni della virtù della fortezza sono numerose. Alcune di esse sono largamente note e godono una certa fama. Altre sono meno conosciute, benché spesso esigano una virtù ancor maggiore. La fortezza, infatti, come abbiamo detto all’inizio, è una virtù, una virtù cardinale. Permettete che attiri la vostra attenzione su esempi in genere poco noti, ma che in sé stessi testimoniano una grande virtù, talvolta addirittura eroica. Penso, per esempio, ad una donna, madre di una famiglia già numerosa, alla quale viene “consigliato” da tanti di sopprimere una nuova vita concepita nel suo seno, sottoponendosi “all’intervento” di interruzione della maternità; ed ella risponde con fermezza: “no”. Senz’altro sente tutta la difficoltà che questo “no” porta con sé, difficoltà per lei, per suo marito, per tutta la famiglia, e tuttavia risponde: “no”. La nuova vita umana in lei concepita è un valore troppo grande, troppo “sacro”, perché ella possa cedere a simili pressioni.

Ancora un esempio: un uomo al quale viene promessa la libertà e anche una facile carriera a condizione che egli rinneghi i propri principi, oppure approvi qualche cosa che sia contro la sua onestà verso gli altri. E anche lui risponde “no”, pur di fronte a minacce da una parte, e attrattive dall’altra. Ecco un uomo coraggioso!

Molte, moltissime sono le manifestazioni di fortezza, spesso eroica, di cui non si scrive sui giornali, o di cui si sa poco. Solo la coscienza umana le conosce… e Dio lo sa!

Desidero rendere omaggio a tutti questi coraggiosi sconosciuti. A tutti coloro che hanno il coraggio di dire “no” o “sì”, quando questo costa! Agli uomini che danno una testimonianza singolare di dignità umana e di profonda umanità. Proprio per il fatto che sono ignoti, meritano un omaggio e un particolare riconoscimento.

Secondo la dottrina di San Tommaso, la virtù della fortezza s’incontra nell’uomo,

– che è pronto “aggredi pericula”, cioè ad affrontare il pericolo;
– che è pronto “sustinere mala”, cioè a sopportare le avversità per una giusta causa, per la verità, per la giustizia, ecc.

La virtù della fortezza richiede sempre un certo superamento della debolezza umana e soprattutto della paura. L’uomo infatti, per natura, teme spontaneamente il pericolo, i dispiaceri, le sofferenze. Perciò bisogna cercare gli uomini coraggiosi non soltanto sui campi di battaglia, ma anche nelle corsie di un ospedale o sul letto del dolore. Tali uomini si potevano incontrare spesso nei campi di concentramento e nei luoghi di deportazione. Erano degli autentici eroi.

La paura toglie alle volte il coraggio civile agli uomini che vivono in un clima di minaccia, di oppressione o di persecuzione. Particolare valore hanno allora gli uomini, che sono capaci di varcare la cosiddetta barriera della paura, al fine di rendere testimonianza alla verità e alla giustizia. Per arrivare a tale fortezza, l’uomo deve in un certo modo “oltrepassare” i propri limiti e “superare” se stesso, correndo “il rischio” di una situazione ignota, il rischio di essere malvisto, il rischio di esporsi a spiacevoli conseguenze, ingiurie, degradazioni, perdite materiali, forse la prigionia o le persecuzioni. Per raggiungere tale fortezza, l’uomo deve essere sorretto da un grande amore per la verità e per il bene, a cui si dedica. La virtù della fortezza procede di pari passo con la capacità di sacrificarsi. Questa virtù aveva già presso gli antichi un profilo ben definito. Con Cristo ha acquistato un profilo evangelico, cristiano. Il Vangelo è indirizzato agli uomini deboli, poveri, miti e umili, operatori di pace, misericordiosi e, nello stesso tempo, contiene in sé un costante richiamo alla fortezza. Ripete spesso: “non abbiate paura” (Mt 14,27). Insegna all’uomo che, per una giusta causa, per la verità, per la giustizia, bisogna saper “dare la vita” (Gv 15,13).

Desidero qui riferirmi ancora ad un altro esempio, che ci proviene da 400 anni fa, ma che rimane sempre vivo e attuale. Si tratta della figura di San Stanislao Kostka, patrono dei giovani, la cui tomba si trova nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, a Roma. Qui, infatti, finì la sua vita a 18 anni di età questo santo, per natura molto sensibile e tenero, tuttavia molto coraggioso. La fortezza condusse lui, proveniente da nobile famiglia, a scegliere di essere povero, seguendo l’esempio di Cristo, e a porsi al suo esclusivo servizio. Benché la sua decisione incontrasse una ferma opposizione da parte dell’ambiente egli riuscì con grande amore ma anche con grande fermezza, a realizzare il suo proposito, racchiuso nel motto: “Ad maiora natus sum”: sono nato per cose più grandi. Arrivò al noviziato dei Gesuiti, percorrendo a piedi la strada da Vienna a Roma e cercando di sfuggire ai suoi inseguitori che volevano, per forza, distogliere quest’“ostinato” giovane dai suoi intenti.

So che nel mese di novembre molti giovani di tutta Roma, e specialmente studenti, alunni, novizi, visitano la tomba di San Stanislao nella chiesa di Sant’Andrea. Io sono insieme con loro, perché anche la nostra generazione ha bisogno di uomini che sappiano con santa “ostinazione” ripetere: “Ad maiora natus sum”. Abbiamo bisogno di uomini forti!

Abbiamo bisogno di fortezza per essere uomini. Infatti l’uomo veramente prudente è solo quello che possiede la virtù della fortezza.

Preghiamo per questo dono dello Spirito Santo che si chiama il “dono della fortezza”. Quando all’uomo mancano le forze per “superare” se stesso, in vista di valori superiori, come la verità, la giustizia, la vocazione, la fedeltà matrimoniale, bisogna che questo “dono dall’alto” faccia di ciascuno di noi un uomo forte e, al momento giusto, ci dica “nell’intimo”: coraggio!

Agli sposi novelli

Un saluto e un augurio cordiale agli sposi novelli, presenti all’udienza. Il sacramento del matrimonio porta l’amore umano alla sua perfezione costituendolo simbolo dell’alleanza che v’è tra Cristo e la Chiesa. Vivetelo in questa luce con fedeltà reciproca e con generosa fiducia nell’aiuto di Cristo.

Ai malati

Un’attenzione particolare il Papa vuole riservare ai malati, per recare loro un saluto affettuoso e una parola di conforto e di incoraggiamento. Voi, cari malati, avete un posto importante nella Chiesa, se sapete interpretare la vostra situazione difficile alla luce della fede e se, in questa luce sapete vivere la vostra malattia con cuore generoso e forte. Ognuno di voi può allora affermare con San Paolo: “completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa”.

No alla violenza

Parlando della sofferenza umana, vorrei menzionare il caso della signora Marcella Boroli Balestrini, sequestrata a Milano il 9 ottobre scorso e non restituita ancora all’affetto dei suoi cari, nonostante lo stato di avanzata gravidanza e le precarie condizioni di salute. Il Papa rivolge la sua preghiera accorata al Signore, perché infonda nel cuore dei rapitori, e di tutte le persone implicate nei numerosi episodi di violenza in ogni parte d’Italia e del mondo, pensieri di umana sensibilità, affinché pongano fine a tante, troppe sofferenze atroci e indegne di Paesi civili. Alle vittime e ai loro parenti vada, intanto, il conforto della mia paterna Benedizione

Alle Pontificie Opere Missionarie

Con particolare intensità d’affetto rivolgo ora il mio saluto ai membri del Consiglio Superiore delle Pontificie Opere Missionarie, accompagnati a questa udienza dal Prefetto della Sacra Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, l’Eminentissimo Cardinale Angelo Rossi.

La vostra presenza, figli carissimi, mi offre l’opportunità di esprimere, insieme con la gratitudine per questo vostro gesto di sincera devozione, l’alta considerazione che nutro per l’attività intelligente e solerte, da voi svolta con ammirevole dedizione a servizio della causa missionaria. Per il credente, questa deve essere la causa che primeggia fra tutte, perché riguarda il destino eterno degli uomini, perché risponde al disegno misterioso di Dio sul significato della vita e della storia dell’umanità, perché abilita le diverse culture a perseguire efficacemente la meta di un vero e plenario umanesimo.

Continuate, dunque, con immutato impegno nel vostro lavoro di animazione missionaria, in stretto collegamento, da una parte, con le Conferenze Episcopali dei vostri Paesi e, dall’altra, con la Congregazione di “Propaganda Fide”, a cui spetta il compito di coordinare gli sforzi di tutti verso mete comuni.

Che lo Spirito di Cristo vi illumini e vi sostenga, unitamente a tutti coloro che qui rappresentate, in questa vostra opera delicata e importantissima per la vita della Chiesa. Il Papa vi è vicino con la sua preghiera e con la sua Benedizione.