Catechesi sul “Padre nostro”: 4. Bussate e vi sarà aperto

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La catechesi di oggi fa riferimento al Vangelo di Luca. Infatti, è soprattutto questo Vangelo, fin dai racconti dell’infanzia, a descrivere la figura del Cristo in un’atmosfera densa di preghiera. In esso sono contenuti i tre inni che scandiscono ogni giorno la preghiera della Chiesa: il Benedictus, il Magnificat e il Nunc dimittis.

E in questa catechesi sul Padre Nostro andiamo avanti, vediamo Gesù come orante. Gesù prega. Nel racconto di Luca, ad esempio, l’episodio della trasfigurazione scaturisce da un momento di preghiera. Dice così: «Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante» (9,29). Ma ogni passo della vita di Gesù è come sospinto dal soffio dello Spirito che lo guida in tutte le azioni. Gesù prega nel battesimo al Giordano, dialoga con il Padre prima di prendere le decisioni più importanti, si ritira spesso nella solitudine a pregare, intercede per Pietro che di lì a poco lo rinnegherà. Dice così: «Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno» (Lc 22,31-32). Questo consola: sapere che Gesù prega per noi, prega per me, per ognuno di noi perché la nostra fede non venga meno. E questo è vero. “Ma padre, ancora lo fa?” Ancora lo fa, davanti al Padre. Gesù prega per me. Ognuno di noi può dirlo. E anche possiamo dire a Gesù: “Tu stai pregando per me, continua a pregare che ne ho bisogno”. Così: coraggiosi.

Perfino la morte del Messia è immersa in un clima di preghiera, tanto che le ore della passione appaiono segnate da una calma sorprendente: Gesù consola le donne, prega per i suoi crocifissori, promette il paradiso al buon ladrone, e spira dicendo: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). La preghiera di Gesù pare attutire le emozioni più violente, i desideri di vendetta e di rivalsa, riconcilia l’uomo con la sua nemica acerrima, riconcilia l’uomo con questa nemica, che è la morte.

È sempre nel Vangelo di Luca che troviamo la richiesta, espressa da uno dei discepoli, di poter essere educati da Gesù stesso alla preghiera. E dice così: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Vedevano lui che pregava. “Insegnaci – anche noi possiamo dire al Signore – Signore tu stai pregando per me, lo so, ma insegna a me a pregare, perché anche io possa pregare”.

Da questa richiesta – «Signore, insegnaci a pregare» – nasce un insegnamento abbastanza esteso, attraverso il quale Gesù spiega ai suoi con quali parole e con quali sentimenti si devono rivolgere a Dio.

La prima parte di questo insegnamento è proprio il Padre Nostro. Pregate così: “Padre, che sei nei cieli”. “Padre”: quella parola tanto bella da dire. Noi possiamo stare tutto il tempo della preghiera con quella parola soltanto: “Padre”. E sentire che abbiamo un padre: non un padrone né un patrigno. No: un padre. Il cristiano si rivolge a Dio chiamandolo anzitutto “Padre”.

In questo insegnamento che Gesù dà ai suoi discepoli è interessante soffermarsi su alcune istruzioni che fanno da corona al testo della preghiera. Per darci fiducia, Gesù spiega alcune cose. Esse insistono sugli atteggiamenti del credente che prega. Per esempio, c’è la parabola dell’amico importuno, che va a disturbare un’intera famiglia che dorme perché all’improvviso è arrivata una persona da un viaggio e non ha pani da offrirgli. Cosa dice Gesù a questo che bussa alla porta, e sveglia l’amico?: «Vi dico – spiega Gesù – che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono» (Lc 11,9). Con questo vuole insegnarci a pregare e a insistere nella preghiera. E subito dopo fa l’esempio di un padre che ha un figlio affamato. Tutti voi, padri e nonni, che siete qui, quando il figlio o il nipotino chiede qualcosa, ha fame, e chiede e chiede, poi piange, grida, ha fame: «Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce?» (v. 11). E tutti voi avete l’esperienza quando il figlio chiede, voi date da mangiare quello che chiede, per il bene di lui.

Con queste parole Gesù fa capire che Dio risponde sempre, che nessuna preghiera resterà inascoltata, perché? Perché Lui è Padre, e non dimentica i suoi figli che soffrono.

Certo, queste affermazioni ci mettono in crisi, perché tante nostre preghiere sembra che non ottengano alcun risultato. Quante volte abbiamo chiesto e non ottenuto – ne abbiamo l’esperienza tutti – quante volte abbiamo bussato e trovato una porta chiusa? Gesù ci raccomanda, in quei momenti, di insistere e di non darci per vinti. La preghiera trasforma sempre la realtà, sempre. Se non cambiano le cose attorno a noi, almeno cambiamo noi, cambia il nostro cuore. Gesù ha promesso il dono dello Spirito Santo ad ogni uomo e a ogni donna che prega.

Possiamo essere certi che Dio risponderà. L’unica incertezza è dovuta ai tempi, ma non dubitiamo che Lui risponderà. Magari ci toccherà insistere per tutta la vita, ma Lui risponderà. Ce lo ha promesso: Lui non è come un padre che dà una serpe al posto di un pesce. Non c’è nulla di più certo: il desiderio di felicità che tutti portiamo nel cuore un giorno si compirà. Dice Gesù: «Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui?» (Lc 18,7). Sì, farà giustizia, ci ascolterà. Che giorno di gloria e di risurrezione sarà mai quello! Pregare è fin da ora la vittoria sulla solitudine e sulla disperazione. Pregare. La preghiera cambia la realtà, non dimentichiamolo. O cambia le cose o cambia il nostro cuore, ma sempre cambia. Pregare è fin da ora la vittoria sulla solitudine e sulla disperazione. È come vedere ogni frammento del creato che brulica nel torpore di una storia di cui a volte non afferriamo il perché. Ma è in movimento, è in cammino, e alla fine di ogni strada, cosa c’è alla fine della nostra strada? Alla fine della preghiera, alla fine di un tempo in cui stiamo pregando, alla fine della vita: cosa c’è? C’è un Padre che aspetta tutto e aspetta tutti con le braccia spalancate. Guardiamo questo Padre.

“An angel of the Lord appeared in a dream to Joseph in Egypt”

The Gospel of Matthew: a commentary & meditation 


“An angel of the Lord appeared in a dream to Joseph in Egypt”

Scripture: Matthew 2:19-23

19 But when Herod died, behold, an angel of the Lord appeared in a dream to Joseph in Egypt, saying, 20 “Rise, take the child and his mother, and go to the land of Israel, for those who sought the child’s life are dead.”  21 And he rose and took the child and his mother, and went to the land of Israel.  22 But when he heard that Archelaus reigned over Judea in Place of his father Herod, he was afraid to go there, and being warned in a dream he withdrew to the district of Galilee.  23 And he went and dwelt in a city called Nazareth, that what was spoken by the prophets might be fulfilled, “He shall be called a Nazarene.”

Meditation:  Like all godly parents, Joseph and Mary raised the child Jesus in the fear and wisdom of the Lord.  Joseph was given a unique task as the guardian and protector of Mary and of Jesus.  What can we learn from the example and witness of Joseph?  Joseph is a man of God, a man of  unquestioning obedience and willing service. He is a man of prayer and a man of God’s word.  Through faith he recognized the hand of God in the mystery of the Incarnation— the Son of God taking flesh as the son of Mary.  Joseph is a man of action, diligent in the care of his family and ready to do the Lord’s bidding.  Joseph fearlessly set aside his own plans when God called him to “take to the road” and to leave his familiar surroundings— his home, friends and relatives, and the security of his livelihood in order to pursue a hidden mission God entrusted to him as the guardian of the newborn King.  God has a plan for each of us. With the plan God gives grace and the assurance of his guiding hand and care.  Do you trust Him for his plan for your life?  Are you willing to sacrifice your own plans for God’s plan?  Are you willing to give God unquestioning service and to pursue whatever mission he gives you?

“Lord, make me a faithful servant and guardian of your truth and your word. Help me to obey you willingly, like Joseph, with unquestioning trust and with joyful hope.”

Memoria e speranza

I tanti cristiani che oggi sono perseguitati, attaccati e soffrono per la fede, riescono a perseverare sostenuti dalla «memoria dei momenti felici», come quello del primo incontro con Gesù, e dalla speranza. Un atteggiamento — ha affermato Papa Francesco nella messa celebrata venerdì 1° febbraio a Santa Marta — che vale anche per la quotidianità di ogni cristiano: proprio su «memoria e speranza» deve puntare infatti il credente quando è alle prese con «un momento di tepore» se non addirittura di vera e propria «desolazione».

«Oggi la Chiesa ci propone, nella prima lettura, una catechesi sulla perseveranza: perseverare nel cammino di fede, perseverare nel servizio del Signore» ha spiegato il Pontefice facendo riferimento al passo della lettera agli Ebrei (10, 32-39). Infatti «l’autore della lettera agli Ebrei parla ai cristiani che stanno passando un momento buio, un momento brutto perché sono perseguitati o perché non sono capiti, soffrono beffe, o momenti bui personali, nella propria vita, quando — anche noi tante volte abbiamo passato momenti così — non si sente niente, l’illusione del servizio del Signore non ci sostiene, il fare del bene ci risulta arduo, è un tempo di tepore, di distacco nella nostra anima, un tempo di desolazione».

Ma questo tempo di desolazione, ha fatto presente il Papa, «anche Gesù lo ha sofferto: pensiamo alla tristezza di Gesù quando pianse davanti al sepolcro di Lazzaro, quando pianse sopra a Gerusalemme: il cuore era triste». E, ancora, «la tristezza di Gesù quando dice agli apostoli il Giovedì: “Triste è la mia anima fino alla morte”». In quel momento «è buio il cuore di Gesù: anche lui ha passato questo, a tal punto che chiede al Padre che questo non si faccia, che passi questa ora».

«La vita cristiana — ha riconosciuto Francesco — non è un carnevale, non è festa e gioia spensierata continua». È vero, «la vita cristiana ha dei momenti bellissimi e dei momenti brutti, dei momenti di tepore, di distacco, come ho detto, dove tutto non ha senso: il momento della desolazione».

E proprio «in questo momento, sia per le persecuzioni interne sia per lo stato interiore dell’anima, l’autore della lettera agli Ebrei dice: “Avete solo bisogno di perseveranza”». Occorre «perseveranza perché, fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso» si legge nel testo. «Perseveranza per arrivare alla promessa», dunque. E «il cammino della promessa, come ho detto, ha dei momenti belli, dei momenti luminosi, dei momenti oscuri» ha insitito il Pontefice, suggerendo di «perseverare sempre» seguendo le «due indicazioni» proposte dall’apostolo: «memoria e speranza».

È alla «memoria» che si può ricorrere «nei momenti bui». Si legge nella lettera agli Ebrei: «Fratelli, richiamate alla memoria quei primi giorni». E cioè, ha spiegato Francesco, «i giorni felici dell’incontro con il Signore, per esempio, quando ho fatto un’opera buona e ho sentito il Signore vicino, quando in una preghiera ho sentito che il Signore mi si avvicinava o quando ho scelto di entrare in seminario, nella vita consacrata». Ecco, «momenti belli, belli». Perciò, suggerisce l’autore della lettera, «richiamate alla memoria quei momenti, i primi giorni, dove tutto era luminoso; adesso sono giù, sì, ma penso a quello».

Ecco, allora, la «prima ricetta contro la desolazione: richiamare la memoria, richiamare alla memoria la consolazione dei primi giorni». È ancora l’autore della lettera a far presente «cosa i cristiani avevano fatto i primi giorni: “Dopo aver ricevuto la luce di Cristo, avete dovuto sopportare una lotta grande e penosa, ora esposti pubblicamente a insulti, persecuzioni, ora facendovi solidali con tutti coloro che venivano trattati in questo modo”». Eppure «non importava: eravate felici, in quel momento» ha rilanciato il Papa. Invece, ha proseguito, «oggi voi siete in desolazione: richiamate alla memoria il momento della felicità nei primi giorni della consolazione». Nel libro del profeta Geremia, ha ricordato Francesco, «c’è una cosa bella che dice: “Signore” — guardando lui questi primi momenti — “da te ricordo i primi giorni, i giorni della tua giovinezza” — la giovinezza spirituale — “quel seguirmi come innamorato nel deserto”: il tempo dell’amore. Poi viene il tempo brutto ma noi ricordiamo quello bello».

La seconda indicazione è «la speranza». Si legge ancora nella lettera agli Ebrei: «Avete solo bisogno di perseveranza perché, fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso», dunque, ha aggiunto il Pontefice, «per arrivare a quella promessa che mi è stata fatta nei primi giorni». Del resto «la vita è così, noi lo sappiamo, perché tutti passiamo per questi momenti brutti, tutti. È normale. Ma non è buono lasciarsi andare, non è buono dire: “ah, non serve”. Lui dice, è molto chiaro: “Non cedere, non andare indietro”, dice nell’originale; “non andare indietro, non cedere”».

È necessario «fare resistenza nei momenti brutti — è l’invito del Papa — ma una resistenza della memoria e della speranza, una resistenza con il cuore: il cuore, quando pensa ai momenti belli, respira, quando guarda alla speranza, può respirare, pure». Ed è esattamente «la cosa che noi dobbiamo fare nei momenti di desolazione, per trovare la prima consolazione e la consolazione promessa dal Signore».

«Mi viene in mente — ha confidato Francesco — una cosa da cui sono stato colpito, colpito, nel carcere che ho visto in Lituania, dove portavano i condannati a morte. E quella gente sapeva che se avesse perseverato nella fede, nell’amore alla patria, sarebbe finita così. Ma erano coraggiosi. Tanti, tanti cristiani, tanti martiri».

«Anche oggi, tanti, tanti uomini e donne che stanno soffrendo per la fede ma ricordano il primo incontro con Gesù, hanno speranza e vanno avanti» ha affermato il Pontefice. «Questo — ha detto — è un consiglio che dà l’autore della lettera agli Ebrei per i momenti anche di persecuzione, quando i cristiani sono perseguitati, attaccati: “Abbiate perseveranza”». E così «anche noi, quando il diavolo ci attacca con le tentazioni, con i vizi, con le nostre miserie, sempre guardare il Signore, la perseveranza della croce, ricordando i primi momenti belli dell’amore, dell’incontro con il Signore e la speranza che ci spetta».

In conclusione il Papa ha invitato a pregare proprio perché «il Signore ci dia la grazia della memoria e della speranza, per potere andare così con perseveranza nel cammino della nostra vita».

Il prete della gioia

Come si riconosce un prete fedele alla sua vocazione? Dalla «gioia» che sente dentro e che porta al popolo. Un prete che «non è un funzionario», ma che è capace di calarsi nella realtà di ogni giorno guardandola sia «con gli occhi di Dio» sia con «gli occhi dell’uomo». Avendo davanti il modello di san Giovanni Bosco — di cui ricorre la memoria liturgica — nella messa celebrata la mattina di giovedì 31 gennaio a Santa Marta il Papa ha suggerito alcune caratteristiche fondamentali che si dovrebbero ritrovare in ogni sacerdote.

La riflessione del Pontefice è partita proprio da un episodio della vita del santo di Valdocco: «Il giorno della sua ordinazione — ha raccontato — la mamma gli ha detto: “Sarai sacerdote, incomincerai a soffrire”». Una frase forte, quasi enigmatica. «Cosa voleva dire — si è chiesto Francesco — quella signora umile, contadina, che non aveva studiato nella facoltà di teologia?». Certamente l’intento di mamma Margherita era quello di «sottolineare una realtà», ma con l’obbiettivo anche di «attirare l’attenzione del figlio», di metterlo in allerta, perché se nella vita «lui si fosse accorto che non c’era sofferenza» sarebbe stato quello il segnale che «qualcosa non andava bene». Si tratta, ha spiegato il Papa, della «profezia di una mamma», di una donna semplice «e col cuore pieno dello Spirito».

Una domanda che il Pontefice ha riproposto come provocazione attuale. «Io penso: perché un sacerdote deve soffrire? O perché quando incomincia il suo ministero, la sofferenza è un segnale che la cosa va bene?». Certo non significa che il sacerdote sia un «fachiro». La risposta si trova nella scelta di vita operata proprio da don Bosco che, ha ricordato Francesco, «ha avuto il coraggio di guardare la realtà con gli occhi di uomo e con gli occhi di Dio». Si è calato pienamente nella realtà in cui si trovava abbracciandone tutte le difficoltà e vivendo tutte le sofferenze che ne derivavano. Egli, ha spiegato il Papa, si è guardato attorno «in quell’epoca massonica, mangiapreti, di un’aristocrazia chiusa, dove i poveri erano realmente i poveri, lo scarto», e «ha visto sulle strade quei giovani e ha detto: “Non può essere!”». Don Bosco, cioè, «ha guardato con gli occhi di uomo, un uomo che è fratello e papà pure, e ha detto: “Ma no, questo non può andare così! Questi giovani forse finiranno da don Cafasso o sulla forca… no, non può andare così”, e si è commosso come uomo, e come uomo ha incominciato a pensare strade per fare crescere i giovani, per fare maturare i giovani. Strade umane».

Occhi di uomo, ma non solo. Don Bosco ha «avuto il coraggio di guardare con gli occhi di Dio e andare da Dio e dire: “Ma, fammi vedere questo… questo è un’ingiustizia… come si fa davanti a questo… Tu hai creato questa gente per una pienezza e loro sono in una vera tragedia…”». E così, «guardando la realtà con amore di padre — padre e maestro, dice la liturgia di oggi — e guardando Dio con occhi di mendicante che chiede qualcosa di luce, comincia ad andare avanti».

Ecco allora la risposta sull’identità del sacerdote: «il sacerdote deve avere queste due polarità. Guardare la realtà con occhi di uomo, e con occhi di Dio». E ciò significa, ha aggiunto il Papa, «tanto tempo davanti al tabernacolo».

Questa duplice capacità di sguardo, ha continuato il Pontefice ricordando la testimonianza del fondatore dei salesiani, «gli ha fatto vedere la strada». Infatti don Bosco non è semplicemente andato dai giovani con il Catechismo e il Crocifisso dicendo: «fate questo…» e impartendo precetti. Se avesse fatto così, ha commentato il Papa, «i giovani gli avrebbero detto: “Buonanotte, ci vediamo domani”». Invece «lui è andato vicino a loro, con la vivacità loro. Li ha fatti giocare, li ha fatti in gruppo, li ha uniti come fratelli… è andato, ha camminato con loro, ha sentito con loro, ha visto con loro, ha pianto con loro e li ha portati avanti, così». È proprio questo «il sacerdote che guarda umanamente la gente, che sempre è alla mano».

Ancora oggi a volte i fedeli si sentono dire: «Il sacerdote soltanto riceve dalle 15 alle 17.30». Ma, ha sottolineato il Papa, «tu non sei un impiegato, un funzionario. Ne abbiamo tanti di funzionari, bravi, che fanno il loro mestiere, come lo devono fare i funzionari. Ma il prete non è un funzionario, non può esserlo». E, rivolgendosi idealmente a ogni sacerdote, il Pontefice ha esortato: «Guarda con occhi di uomo e arriverà a te quel sentimento, quella saggezza di capire che sono i tuoi figli, i tuoi fratelli. E poi, avere il coraggio di andare a lottare lì: il sacerdote è uno che lotta con Dio».

C’è in effetti, ha aggiunto Francesco, «sempre il rischio di guardare troppo l’umano e niente il divino, o troppo il divino e niente l’umano: ma se non rischiamo, nella vita, non faremo nulla…». Nella vita accade così: «Un papà rischia per il figlio, un fratello rischia per un fratello quando c’è amore…». E a volte questo può portare «sofferenza» perché «incominciano le persecuzioni, incomincia il chiacchiericcio… “Ah, questo prete, lì, sulla strada, con i bambini, con i ragazzi, e questi ragazzi maleducati che con il pallone mi rompono il vetro della finestra…”, tutto il chiacchiericcio».

Ma la strada giusta è quella mostrata da don Bosco. «Oggi — ha detto Francesco — vorrei ringraziare Dio per averci dato quest’uomo, quest’uomo che da bambino incominciò a lavorare: sapeva cosa fosse guadagnarsi il pane ogni giorno; quest’uomo che aveva capito qual era la pietà, qual era la vera verità, quest’uomo che ha avuto da Dio un grande cuore di padre, di maestro».

Un esempio che ha offerto al Pontefice un’altra indicazione preziosa e decisiva: «Qual è — si è chiesto — il segnale che un prete va bene», che sta «guardando la realtà con gli occhi di uomo e con gli occhi di Dio? La gioia». E, ha avvisato Francesco, «quando un prete non trova gioia dentro, si fermi subito e si chieda perché». Proprio don Bosco, del resto, era «il maestro della gioia». Infatti «lui rendeva felici gli altri ed era sempre felice lui stesso. E soffriva lui stesso». Perciò, ha concluso il Papa, «Chiediamo al Signore, per l’intercessione di don Bosco, oggi, la grazia che i nostri preti siano gioiosi: gioiosi perché hanno il vero senso di guardare le cose della pastorale, il popolo di Dio con occhi di uomo e con occhi di Dio».

Lo stile delle beatitudini

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIX, n.17, 22/01/2019)

Si può credere di essere buoni cattolici ma non comportarsi da buoni cristiani: è dallo stile «accusatorio, mondano ed egoistico» che Papa Francesco ha messo in guardia nella messa celebrata a Santa Marta lunedì 21 gennaio, indicando invece lo stile delle Beatitudini per poter davvero «recitare con il cuore il Credo e il Padre Nostro».

«Questo passo del Vangelo incomincia da un conflitto» ha fatto presente il Pontefice, riferendosi al brano evangelico di Marco (2, 18-22). «I discepoli di Giovanni e i farisei — ha fatto notare — digiunavano, invece gli apostoli no». E «i primi sono un po’ scandalizzati: come mai non digiunano?». A questa domanda Gesù risponde dicendo «una cosa che è un po’ confusa, una cosa nuova: c’è lo sposo, c’è festa, c’è una gioia nuova, in questo momento dobbiamo gioire di questa novità, di questa novità, poi verranno giorni nel quale tutti dobbiamo digiunare, quando lo sposo sarà tolto». Ma quelli «non avevano capito».

In realtà, ha spiegato il Papa, «anche noi non capiamo cosa vuol dire il Signore con questo». Tanto che, ha detto rivolgendosi ai presenti, «se io facessi adesso la domanda, tanti di voi sarebbero in difficoltà per rispondere». Francesco ha suggerito che «la parola chiave è alla fine del brano: “Vino nuovo in otri nuovi!”». In sostanza, secondo Gesù «non solo la predica del Vangelo è un vino nuovo, non solo questo, ma anche esige da noi un comportamento nuovo, uno stile nuovo».

A questo proposito è opportuno farsi «la domanda: cosa è lo stile nuovo, cosa è lo stile cristiano?». Del resto, ha affermato il Pontefice, «all’inizio dei tempi degli apostoli ci fu un dibattito: alcuni volevano che i convertiti passassero prima per i riti ebrei, giudei e poi diventassero cristiani». E invece «no: “vino nuovo, otri nuove” è lo stile cristiano».

«Per capire cosa sia lo stile cristiano», ha proseguito il Papa, è «meglio capire forse gli atteggiamenti nostri che sono di uno stile non cristiano e poi potremo vedere». Oltretutto, ha fatto notare Francesco, sono atteggiamenti «non solo nostri», perché «nel tempo di Gesù c’erano già questi atteggiamenti». E, ha aggiunto, «ne dirò tre soltanto: lo stile accusatorio, lo stile mondano e lo stile egoistico».

«Lo stile accusatorio — ha affermato il Pontefice — è lo stile di quei credenti che sempre cercano di accusare gli altri, vivono accusando: “No, ma questo, quello, no quello, no, quello non è giusto, quello era un buon cattolico” e sempre squalificano gli altri».

È «uno stile — io direi — di promotori di giustizia mancati: sempre stanno cercando di accusare gli altri», ha commentato il Papa. Ma così facendo «non si accorgono che è lo stile del diavolo: nella Bibbia il diavolo lo si chiama il “grande accusatore”, che sempre sta accusando gli altri. E questa è una moda fra noi». In realtà, «anche Gesù rimprovera coloro che accusavano: invece di guardare la pagliuzza negli occhi degli altri, guarda la trave nei tuoi, guardati dentro. Anche tu sei o sai». Lo stesso avviene quando al Signore «hanno portato quella donna presa in adulterio e volevano lapidarla: è giusto, possiamo farlo?». E Gesù risponde: «Coloro che non hanno peccato gettino la prima pietra. Il Vangelo dice che se ne sono andati zitti, zitti, zitti, incominciando dai più vecchi».

«Noi — ha proseguito Francesco — abbiamo di più: Gesù a questi accusatori rimprovera», ma «ci sono tanti cattolici: “Io sono cattolico” — “Perché?” — “Io recito il credo, credo tutto e sono cattolico”. Ma non hai lo stile cristiano, forse ti credi buon cattolico però sei un cattivo cristiano, perché soltanto il vino e non gli otri, non lo stile». Sicuramente «vivere accusando gli altri, cercando i difetti, non è cristiano».

C’è poi, ha affermato il Pontefice, «lo stile mondano: anche Gesù parla di questo e bastona tanto lo spirito del mondo, lo stile del mondo, e anche prega nell’ultima cena il Padre per i suoi discepoli: non toglierli dal mondo ma difendili dallo spirito del mondo».

Francesco ha ricordato in proposito che «ci sono cattolici mondani, sì sì, possono recitare il credo ma lo stile è lo stile del mondo, non lo stile cristiano: vanità, superbia, attaccati ai soldi, credendosi autosufficienti». Magari, ha insistito, «forse tu credi di essere un buon cattolico perché puoi recitare il credo ma non sei un buon cristiano, sei mondano: il Signore ti ha offerto il vino nuovo ma tu non hai cambiato gli otri, non hai cambiato».

«La mondanità rovina tanta gente, tanta gente» ha ribadito il Papa. Anche «gente buona, ma entra in questo spirito della vanità, della superbia, del farsi vedere: non c’è l’umiltà e l’umiltà è parte dello stile cristiano». Per questo «dobbiamo impararla da Gesù, dalla Madonna, da san Giuseppe: erano umili».

«Infine c’è un terzo stile non cristiano che nelle nostre comunità anche si vede: lo stile egoistico» ha concluso Francesco. E «Giovanni è quello che punta su questo: se qualcuno dice di amare Dio, che non vede, e non ama il suo prossimo, il suo fratello, che vede, è un bugiardo». Ed «è chiaro quello che dice: è lo spirito egoistico, io guardo me, mi credo un buon cattolico, faccio le cose ma non mi preoccupo dei problemi altrui; non mi preoccupo delle guerre, delle malattie, della gente che soffre, anche del mio prossimo. No, no, sono indifferente, cioè lo spirito dell’indifferenza, e questo non è stile cristiano».

«Forse ti consideri un buon cattolico ma sei un cattivo cristiano» ha affermato il Pontefice. Perché «si può credere di essere un buon cattolico e non essere cristiano: sì, Gesù diceva questo ai dottori della legge». E «l’ipocrisia è quella che ci aiuta, aiuta tanta gente, anche a noi a volte, a essere buoni cattolici ma cattivi cristiani: ipocriti, “vino nuovo, otri nuovi”».

«Ma alcuni credono — anche noi tante volte — di essere buoni cattolici perché possiamo recitare il credo», ha rilanciato il Papa. Ma «qual è lo stile cristiano? Lo stile cristiano è quello delle Beatitudini: mitezza, umiltà, pazienza nelle sofferenze, amore per la giustizia, capacità di sopportare le persecuzioni, non giudicare gli altri». Ecco «lo spirito cristiano, lo stile cristiano: se tu vuoi sapere come è lo stile cristiano — per non cadere in questo stile accusatorio, nello stile mondano e nello stile egoistico — leggi le Beatitudini». Quello «è il nostro stile, le Beatitudini sono gli otri nuovi, sono la strada per arrivare: per essere un buon cristiano si deve avere la capacità di recitare col cuore il credo, ma anche di recitare con il cuore il Padre Nostro».

Catechesi sul “Padre nostro”: 10. Sia fatta la tua volontà

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Proseguendo le nostre catechesi sul “Padre nostro”, oggi ci soffermiamo sulla terza invocazione: «Sia fatta la tua volontà». Essa va letta in unità con le prime due – «sia santificato il tuo nome» e «venga il tuo Regno» – così che l’insieme formi un trittico: «sia santificato il tuo nome», «venga il tuo Regno», «sia fatta la tua volontà». Oggi parleremo della terza.

Prima della cura del mondo da parte dell’uomo, vi è la cura instancabile che Dio usa nei confronti dell’uomo e del mondo. Tutto il Vangelo riflette questa inversione di prospettiva. Il peccatore Zaccheo sale su un albero perché vuole vedere Gesù, ma non sa che, molto prima, Dio si era messo in cerca di lui. Gesù, quando arriva, gli dice: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». E alla fine dichiara: «Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (Lc 19,5.10). Ecco la volontà di Dio, quella che noi preghiamo che sia fatta. Qual’è la volontà di Dio incarnata in Gesù? Cercare e salvare quello che è perduto. E noi, nella preghiera, chiediamo che la ricerca di Dio vada a buon fine, che il suo disegno universale di salvezza si compia, primo, in ognuno di noi e poi in tutto il mondo. Avete pensato che cosa significa che Dio sia alla ricerca di me? Ognuno di noi può dire: “Ma, Dio mi cerca?” – “Sì! Cerca te! Cerca me”: cerca ognuno, personalmente. Ma è grande Dio! Quanto amore c’è dietro tutto questo.

Dio non è ambiguo, non si nasconde dietro ad enigmi, non ha pianificato l’avvenire del mondo in maniera indecifrabile. No, Lui è chiaro. Se non comprendiamo questo, rischiamo di non capire il senso della terza espressione del “Padre nostro”. Infatti, la Bibbia è piena di espressioni che ci raccontano la volontà positiva di Dio nei confronti del mondo. E nel Catechismo della Chiesa Cattolicatroviamo una raccolta di citazioni che testimoniano questa fedele e paziente volontà divina (cfr nn. 2821-2827). E San Paolo, nella Prima Lettera a Timoteo, scrive: «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (2,4). Questa, senza ombra di dubbio, è la volontà di Dio: la salvezza dell’uomo, degli uomini, di ognuno di noi. Dio con il suo amore bussa alla porta del nostro cuore. Perché? Per attirarci; per attirarci a Lui e portarci avanti nel cammino della salvezza. Dio è vicino ad ognuno di noi con il suo amore, per portarci per mano alla salvezza. Quanto amore c’è dietro di questo!

Quindi, pregando “sia fatta la tua volontà”, non siamo invitati a piegare servilmente la testa, come se fossimo schiavi. No! Dio ci vuole liberi; è l’amore di Lui che ci libera. Il “Padre nostro”, infatti, è la preghiera dei figli, non degli schiavi; ma dei figli che conoscono il cuore del loro padre e sono certi del suo disegno di amore. Guai a noi se, pronunciando queste parole, alzassimo le spalle in segno di resa davanti a un destino che ci ripugna e che non riusciamo a cambiare. Al contrario, è una preghiera piena di ardente fiducia in Dio che vuole per noi il bene, la vita, la salvezza. Una preghiera coraggiosa, anche combattiva, perché nel mondo ci sono tante, troppe realtà che non sono secondo il piano di Dio. Tutti le conosciamo. Parafrasando il profeta Isaia, potremmo dire: “Qui, Padre, c’è la guerra, la prevaricazione, lo sfruttamento; ma sappiamo che Tu vuoi il nostro bene, perciò ti supplichiamo: sia fatta la tua volontà! Signore, sovverti i piani del mondo, trasforma le spade in aratri e le lance in falci; che nessuno si eserciti più nell’arte della guerra!” (cfr 2,4). Dio vuole la pace.

Il “Padre nostro” è una preghiera che accende in noi lo stesso amore di Gesù per la volontà del Padre, una fiamma che spinge a trasformare il mondo con l’amore. Il cristiano non crede in un “fato” ineluttabile. Non c’è nulla di aleatorio nella fede dei cristiani: c’è invece una salvezza che attende di manifestarsi nella vita di ogni uomo e donna e di compiersi nell’eternità. Se preghiamo è perché crediamo che Dio può e vuole trasformare la realtà vincendo il male con il bene. A questo Dio ha senso obbedire e abbandonarsi anche nell’ora della prova più dura.

Così è stato per Gesù nel giardino del Getsemani, quando ha sperimentato l’angoscia e ha pregato: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22,42). Gesù è schiacciato dal male del mondo, ma si abbandona fiducioso all’oceano dell’amore della volontà del Padre. Anche i martiri, nella loro prova, non ricercavano la morte, ricercavano il dopo morte, la risurrezione. Dio, per amore, può portarci a camminare su sentieri difficili, a sperimentare ferite e spine dolorose, ma non ci abbandonerà mai. Sempre sarà con noi, accanto a noi, dentro di noi. Per un credente questa, più che una speranza, è una certezza. Dio è con me. La stessa che ritroviamo in quella parabola del Vangelo di Luca dedicata alla necessità di pregare sempre. Dice Gesù: «Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente» (18,7-8). Così è il Signore, così ci ama, così ci vuole bene. Ma, io ho voglia di invitarvi, adesso, tutti insieme a pregare il Padre Nostro. E coloro di voi che non sanno l’italiano, lo preghino nella lingua propria. Preghiamo insieme.

Il cristiano è giovane sempre

«O sei giovane di cuore, di anima, o non sei pienamente cristiano». L’omelia della messa celebrata da Papa Francesco a Santa Marta la mattina di martedì 28 maggio, è stata un vero e proprio inno alla vita, alla vitalità, alla «giovinezza dello Spirito», da contrapporre alla deriva stanca di tante persone “pensionate” nell’animo, abbattute dalle difficoltà e dalla tristezza perché «il peccato invecchia». Una ventata di gioia fondata sul «grande dono che ci ha lasciato Gesù»: lo Spirito Santo.

Punto di partenza della riflessione del Pontefice è stato il brano evangelico del giorno (Giovanni, 16, 5-11) che riportava uno stralcio del discorso di congedo agli apostoli durante l’ultima cena. In quell’occasione Gesù «dice tante cose», ma «il cuore di questo discorso è lo Spirito Santo». Il Signore, infatti, offre ai suoi amici una vera e propria «catechesi sullo Spirito Santo»: comincia col notare il loro stato d’animo — «Perché ho detto questo che me ne vado, la tristezza ha riempito il vostro cuore» — e «li rimprovera soavemente» perché, ha notato il Papa, «la tristezza non è un atteggiamento cristiano».

Il turbamento interiore degli apostoli — che, davanti al dramma di Gesù e all’incertezza sul futuro, «cominciano a capire il dramma della passione» — è accostabile alla realtà di ogni cristiano. A tale riguardo Francesco ha ricordato come nell’orazione colletta del giorno «abbiamo domandato al Signore che mantenga in noi la rinnovata giovinezza dello spirito», elevando così un’invocazione «contro la tristezza nella preghiera». È proprio questo, ha aggiunto, il punto: «Lo Spirito Santo fa che in noi ci sia sempre questa giovinezza, che si rinnova ogni giorno con la sua presenza».

Approfondendo tale concetto, il Pontefice ha ricordato: «Una grande santa ha detto che un santo triste è un triste santo; un cristiano triste è un triste cristiano: non va». Cosa significa? che «la tristezza non entra nel cuore del cristiano», perché egli «è giovane». Una giovinezza che si rinnova e che «gli fa portare sulle spalle tante prove, tante difficoltà». Cosa che — ha spiegato facendo riferimento alla prima lettura tratta dagli Atti degli apostoli (16, 22-34) — è accaduta, ad esempio, a Paolo e Sila che vennero fatti bastonare e incarcerare dai magistrati a Filippi. In quel frangente, ha detto il Papa, «entra lo Spirito Santo e rinnova tutto, fa tutto nuovo; anche fa giovane il carceriere».

Lo Spirito Santo, quindi, è colui «che ci accompagna nella vita, che ci sostiene». Come espresso dal nome che Gesù gli dà: «Paraclito». Un termine insolito, il cui significato spesso sfugge a molti. Su questo il Pontefice ha anche scherzato raccontando un breve aneddoto relativo a una messa da lui celebrata quando era parroco: «C’erano più meno 250-300 bambini, era una domenica di Pentecoste e quindi ho domandato loro: “Chi sa chi è lo Spirito Santo?”. E tutti: “Io, io, io!” – “Tu”: “Il paralitico”, mi ha detto. Lui aveva sentito “Paraclito” e non capiva cosa fosse» e così disse: «paralitico». Una buffa storpiatura che però, ha detto Francesco, rivela una realtà: «Tante volte noi pensiamo che lo Spirito Santo è un paralitico, che non fa nulla… E invece è quello che ci sostiene».

Infatti, ha spiegato il Pontefice, «la parola paraclito vuol dire “quello che è accanto a me per sostenermi” perché io non cada, perché io vada avanti, perché io conservi questa giovinezza dello Spirito». Ecco perché «il cristiano sempre è giovane: sempre. E quando incomincia a invecchiare il cuore del cristiano, incomincia a diminuire la sua vocazione di cristiano. O sei giovane di cuore, di anima o non sei pienamente cristiano».

Qualcuno potrebbe spaventarsi delle difficoltà e dire: «“Ma come posso…?”: c’è lo Spirito. Lo Spirito ti aiuterà in questa rinnovata giovinezza». Ciò non significa che manchino i dolori. Paolo e Sila, ad esempio, soffrirono molto per le bastonate ricevute: «dice il testo che il carceriere quando ha visto quel miracolo ha voluto convertirsi e li ha portati a casa sua e ha curato le loro ferite con olio… ferite brutte, forti…». Ma nonostante il dolore, essi «erano pieni di gioia, cantavano… Questa è la giovinezza. Una giovinezza che ti fa guardare sempre la speranza».

E come si ottiene questa giovinezza? «Ci vuole — ha detto il Papa — un dialogo quotidiano con lo Spirito Santo, che è sempre accanto a noi». È lo Spirito «il grande dono che ci ha lasciato Gesù: questo supporto, che ti fa andare avanti». E così, a chi dice: “Eh sì, Padre, è vero, ma lei sa, io sono un peccatore, ho tante, tante cose brutte nella mia vita e non riesco…», si può rispondere: «Va bene: guarda i tuoi peccati; ma guarda lo Spirito che è accanto a te e parla con lo Spirito: lui ti sarà il sostegno e ti ridarà la giovinezza». Perché, ha aggiunto, «tutti sappiamo che il peccato invecchia: invecchia. Invecchia l’anima, invecchia tutto. Invece lo Spirito ci aiuta a pentirci, a lasciare da parte il peccato e ad andare avanti con quella giovinezza».

Perciò Francesco ha esortato a lasciare da parte quella che ha definito la «tristezza pagana», spiegando: «Non dico che la vita sia un carnevale: no, quello non è vero. Nella vita ci sono delle croci, ci sono dei momenti difficili. Ma in questi momenti difficili si sente che lo Spirito ci aiuta ad andare avanti, come a Paolo e a Sila, e a superare le difficoltà. Anche il martirio. Perché c’è questa rinnovata giovinezza».

La conclusione dell’omelia è stata quindi un invito alla preghiera: «Chiediamo al Signore di non perdere questa rinnovata giovinezza, di non essere cristiani in pensione che hanno perso la gioia e non si lasciano portare avanti… Il cristiano non va mai in pensione; il cristiano vive, vive perché è giovane — quando è vero cristiano».

Daily Reflection

Today in the United States, we celebrate Independence Day, the “Fourth of July.”  This day that marks the midpoint of summer is often spent on vacation, enjoying fireworks, participating in picnics, parades and concerts, gathering with friends, neighbors and family members for cook-outs and of course, swimming.  We know the history of this national, patriotic holiday is one that brought great confidence among the colonies in separating themselves from British rule to enter a new phase of autonomy and independence from an undesirable future under the British empire.

As we look at the following readings today, we notice some similarities and differences between the new society that the young United States was hoping for, what we, as Americans view as shortcomings in these current days in living out this prosperous society and what God is calling us to as we seek to build the Kingdom of God here on earth.

Isaiah 32, we are reminded of the prophet’s words of that time when the “work of justice will be peace” and “the effect of justice, calm and security forever” and people will live in “secure dwelling and quiet resting places” when the Spirit is “poured out on us.”  The ideal of this attractive life and society may not be so far off from what the colonists and their representatives hoped for, too.

In a second reading from Colossians, we hear some specific directives from St. Paul about how to treat ones another, using “heartfelt compassion, kindness, humility, gentleness, and patience, bearing with one another and forgiving one another” and putting “on love, that is, the bond of perfection.”

In the Gospel of John, chapter 14, we hear more direct words from Jesus about how to live and how to bond with each other.  We have the Holy Spirit with us, guiding us and reminding us of everyone that Christ has instructed.

As I reflect on these readings for bringing the Kingdom of God here on earth and on the hopes of the founding members of our nation, I wonder how our American society in 2019 would be viewed.  Would Jesus be disappointed with our immigration policies, our tendency to quickly judge and exclude the marginalized and those whom we define as different than ourselves?  Would our Founding Fathers of the United States be surprised that not everyone lives a life of security, prosperity and enjoyment under our current elected officials?   I admit that these days, these years, I am often frustrated, shocked, disappointment, outraged and even numb at times, to the awful destruction in and degradation of our country and our world in personal and political arenas.  Certainly, there is hope, but there is also a lot of important work to be done.  It’s a good thing we have these ideals and directives to help guide us.

As I pray with these beautiful readings of hope and guidance, I find God reminding me that the ideal of living the Kingdom of God here on earth, with all of it’s joy, forgiveness and thriving, it is not completely out of reach or worth abandoning.  But, there’s more hard work in front of us.  And, so I invite us to take a small step towards that reality today (amidst the summer celebrations), to help our nation, and all people around the world come a bit closer to the reality that God hopes for us.

Servizio e gratuità

«Servizio» e «gratuità»: sono le due parole chiave attorno alle quali Papa Francesco ha costruito la meditazione della messa celebrata a Santa Marta la mattina di martedì 11 giugno. Sono le caratteristiche fondamentali che devono accompagnare il cristiano «strada facendo», ha detto il Pontefice, lungo quel cammino, quell’«andare» che sempre contraddistingue la vita, «perché un cristiano non può rimanere fermo».

L’insegnamento viene direttamente dal Vangelo: è lì che si ritrovano — come evidenziato dal brano di Matteo proposto dalla liturgia del giorno (10, 7-13) — le indicazioni di Gesù per gli apostoli che vengono inviati. Una missione che, ha detto il Papa, è anche quella «dei successori degli apostoli» e di «ognuno dei cristiani, se inviato». Quindi, innanzi tutto, «la vita cristiana è fare strada, sempre. Non rimanere fermo». E in questo andare, cosa raccomanda il Signore ai suoi? «Guarite gli infermi, predicate dicendo che il regno dei cieli è vicino, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni». Cioè: «una vita di servizio».

Ecco il primo dato fondamentale evidenziato dal Pontefice: «La vita cristiana è per servire». Ed è molto triste, ha aggiunto, vedere «cristiani che all’inizio della loro conversione o della loro consapevolezza di essere cristiani, servono, sono aperti per servire, servono il popolo di Dio», e poi, invece, «finiscono per servirsi del popolo di Dio. Questo fa tanto male, tanto male al popolo di Dio». La vocazione del cristiano quindi è «servire» e mai «servirsi di».

Proseguendo nella riflessione, Francesco è quindi passato a un concetto che, ha sottolineato, «va proprio al nocciolo della salvezza: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. La vita cristiana è una vita di gratuità». Dalla raccomandazione di Gesù agli apostoli inviati si comprende chiaramente che «la salvezza non si compra; la salvezza ci è data gratuitamente. Dio ci ha salvato, ci salva gratis. Non ci fa pagare». Si tratta, ha spiegato il Papa, di un principio «che Dio ha usato con noi» e che noi dobbiamo usare «con gli altri». Ed è «una delle cose più belle» sapere «che il Signore è pieno di doni da darci» e che all’uomo è chiesta solo una cosa: «che il nostro cuore si apra». Come nella preghiera del Padre nostro, dove «preghiamo, apriamo il cuore, perché questa gratuità venga. Non c’è rapporto con Dio fuori dalla gratuità».

Considerando questo caposaldo della vita cristiana, il Pontefice ha quindi evidenziato dei possibili e pericolosi fraintendimenti. Così, ha detto, «delle volte, quando abbiamo bisogno di qualcosa di spirituale o di una grazia, diciamo: “Mah, io adesso farò digiuno, farò una penitenza, farò una novena…”». Tutto ciò va bene, ma «stiamo attenti: questo non è per “pagare “la grazia, per “acquistare” la grazia; questo è per allargare il tuo cuore perché la grazia venga». Sia ben chiaro, infatti: «La grazia è gratuita. Tutti i beni di Dio sono gratuiti. Il problema è che il cuore si rimpiccolisce, si chiude e non è capace di ricevere tanto amore, tanto amore gratuito». Perciò «ogni cosa che noi facciamo per ottenere qualcosa, anche una promessa — “Se io avrò questo, farò quell’altro” — questo è allargare il cuore, non è entrare mercanteggiare con Dio… No. Con Dio non si tratta». Con Dio vale «soltanto il linguaggio dell’amore e del Padre e della gratuità».

E se questo vale nel rapporto con Dio, vale anche per i cristiani — «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» — e, ha sottolineato Francesco, specialmente per i «pastori della Chiesa». La grazia «non si vende» ha ribadito, aggiungendo: «Fa tanto male quando si trovano dei pastori che fanno affari con la grazia di Dio: “Io farò questo, ma questo costa tanto, questo tanto…“. E la grazia di Dio rimane là e la salvezza è un affare». Tutto questo, ha ribadito con forza, «non è il Signore. La grazia del Signore è gratuita e tu devi darla gratuitamente». Purtroppo, ha spiegato, nella vita spirituale c’è «sempre il pericolo di scivolare sul pagamento, sempre, anche parlando con il Signore, come se noi volessimo dare una tangente al Signore». Ma il rapporto con il Signore non può percorrere «quella strada».

Quindi, ha ribadito il Pontefice, no alla dinamiche del tipo: «Signore se tu mi fai questo, io ti darò questo»; ma, eventualmente, sì a una promessa affinché con essa si allarghi il proprio cuore «per ricevere» ciò che «è gratuito per noi». E «questo rapporto di gratuità con Dio è quello che ci aiuterà poi ad averlo con gli altri sia nella testimonianza cristiana sia nel servizio cristiano sia nella vita pastorale di coloro che sono pastori del popolo di Dio».

«Strada facendo»: così il Papa, al termine dell’omelia ha riassunto il suo ragionamento». «La vita cristiana — ha detto — è andare. Predicate, servite, non “servirsi di”. Servite e date gratis quello che gratis avete ricevuto». E ha concluso: «La vita nostra di santità sia questo allargare il cuore, perché la gratuità di Dio, le grazie di Dio che sono lì, gratuite, che Lui vuole donare, possano arrivare al nostro cuore».

Feast of the Visitation of the Blessed Virgin Mary

This reflection was written by Maureen Waldron in 2011.

When my daughter, Katy, was born, my best friend was in the hospital. She wasn’t sick but was confined to bed for the last several months of her pregnancy. Her husband and toddler were at home and it was a difficult and discouraging time, but she dealt with it gracefully. One afternoon I brought my newborn Katy to the hospital to see my friend. She was delighted with the visit and marveled, as my husband and I had, at this beautiful girl who was now our daughter. At one point, as Katy laid across her pregnant stomach, we laughed that our children were meeting for the first time. Six weeks later, her miraculous daughter, Anne, was born.

I think of that joyful experience every time I read this gospel. There is something about motherhood that creates a bond among women, especially women who love each other. Elizabeth and Mary, neither one of them expecting to be pregnant, were now carrying their children and were filled with the joy that comes with that.

Was the experience without fears? Probably not. Every pregnancy brings anxieties, every experience of parenthood comes fully equipped with inadequacies and apprehensions. But even in their very human fears, both women trusted in God. Mary, whose pregnancy had begun in fear, had trusted in God and said “Yes.”

So many questions remained unanswered in the two women’s lives and yet they had such delight and trust in God! Why does my own life seem so different at times? It is as if I am reluctant to turn over control of my own life to God. There are times I feel like I am wrestling for control of my own life away from God, proclaiming proudly, “I can handle this God. I’ll call you if I need you.”

Humility is not a valued trait in our culture, but it means simply being nothing more than who I really am. It helps me to move the focus of my life from me to someone else. Today’s gospel invites us to focus on God as the center of our lives, and to live in the joy that comes with surrendering that control.

Show me how, Mary. Somedays I simply have no humility in my life. I don’t want help and I don’t trust that it will be there even if I ask. Your life and words are filled with such joy. You have the fears but have learned to trust in God. It’s what I long for but never ask for.

Dear Lord, give me the grace to surrender to you. Let me trust that you are there for me. Hold me as close to you as a newborn is held by a parent. Teach me how to be humble so that with the same joy as Mary and Elizabeth, I can serve in the way you want me to.