CAMMINA DAVANTI A ME – 9

Bocca di Magra: 31 ottobre – 1-2 novembre 1992

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Cammina davanti a me

5ª Meditazione
Salmi 130-131-139

In questa ultima meditazione volevo richiamare alcuni atteggiamenti fondamentali della vita spirituale, così come sono presentati nei salmi.

Abbiamo già percorso un piccolo itinerario, partendo dal desiderio di Dio, dal riconoscimento del nostro peccato e quindi l’esperienza del perdono; della lode e la supplica. Quindi un percorso spirituale di questo genere.

Ecco, adesso ci rimane da richiamare degli atteggiamenti del cuore, in modo di stare davanti al Signore e di camminare sotto il suo sguardo.

Prendiamo quindi tre Salmi, il primo dei quali è il 139 (138), che dice così:

[1] Al maestro del coro. Di Davide. Salmo.

Signore, tu mi scruti e mi conosci,

[2] tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri,

[3] Mi scruti quando cammino e quando riposo. Ti sono note tutte le mie vie;

[4] la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta.

[5] Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano.

[6] Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, e io non la comprendo.

[7] Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza?

[8] Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti.

[9] Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare

[10] anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra.

[11] Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra e intorno a me sia la notte»;

[12] nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno; per te le tenebre sono come luce.

[13] Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre.

[14] Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo.

[15] Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra.

[16] Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno

[17] Quanto profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro numero, o Dio;

[18] se li conto sono più della sabbia, se li credo finiti, con te sono ancora.

[19] Se Dio sopprimesse i peccatori! Allontanatevi da me, uomini sanguinari.

[20] Essi parlano contro di te con inganno: contro di te insorgono con frode.

[21] Non odio, forse, Signore, quelli che ti odiano e non detesto i tuoi nemici?

[22] Li detesto con odio implacabile come se fossero miei nemici.

[23] Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri:

[24] vedi se percorro una via di menzogna e guidami sulla via della vita.

Come vedete, è una meditazione sulla presenza di Dio nella vita dell’uomo: una presenza penetrante, avvolgente, intensa.

Non è tanto una riflessione teologica sull’onnipotenza, ma sull’esperienza di fede; il mio stare davanti a Dio in perfetta trasparenza, senza veli e senza di fese, facendo un’esperienza di fede che per certi aspetti potrebbe apparire oppressiva. Il fatto di avere sempre attorno a me, accanto a me questa presenza del Signore, di non potermene liberare, potrebbe anche essere sentito come oppressivo, e invece per il nostro salmista è una esperienza liberante.

Comincia la preghiera dicendo: «Signore, tu mi scruti e mi conosci» e termina dicendo: «Scrutami, Dio, conosci il mio cuore» ed è come se accettasse volentieri di essere scrutato, radiografato dallo sguardo del Signore dentro al suo profondo, al suo intimo. E credo che questa sia una delle esperienze fondamentali della vita religiosa.

La vita di fede è un conoscere Dio. Senza dubbio.

Ma la vita di fede è, prima di tutto, un essere conosciuti da Dio.

Ricordate, forse, un versetto della lettera agli Ebrei, dove l’autore richiama un’esperienza simile di fronte alla parola di Dio, e dice (Eb 4, 12-13):

[12] Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore.

[13] Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto.

«Viva è la parola di Dio». Non è semplicemente una parola di suono o un’idea; è una presenza: è efficace, tagliente, capace di discernere dentro al nostro cuore i sentimenti e i movimenti del cuore, di distinguere quello che è autentico da quello che è falso, quello che è giusto da quello che è sbagliato, perché, molte volte, noi le cose le confondiamo.

Abbiamo una tendenza irresistibile all’autodifesa, all’autogiustificazione, quindi abbiamo sempre una serie di scuse per giustificare i nostri comportamento o le nostre scelte.

Davanti alla Parola di Dio, quando c’è un atteggiamento di disponibilità, tutte queste difese scompaiono e non c’è niente, non c’è creatura che possa nascondersi davanti a Lui, ma tutto è nudo e scoperto ai suoi occhi.

È proprio questo a cui fa riferimento il Salmo 139: prendere coscienza della presenza di Dio, e di una presenza che entra dentro a tutta la nostra esistenza, anche nel profondo, dove nemmeno riusciamo a vedere e a conoscere; dove nemmeno una psicanalisi potrebbe sondare del tutto quelli che sono i movimenti del cuore.

E di fatto, il Salmo incomincia descrivendo le dimensioni di questa conoscenza divina e vuole dire: Dio conosce anzitutto le nostre azioni.

«Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino e quando riposo».

«Quando seggo e quando mi alzo», e più avanti «quando cammino e quando riposo», vuole dire «tutte le azioni»: le chiamano espressioni popolari che prendono gli estremi dall’esperienza dell’uomo per indicare tutto: mi siedo, mi alzo, cammino, riposo.

La vita dell’uomo è fatta di ritmi diversi, contrapposti, ma tutti questi ritmi rimangono sotto la conoscenza di Dio. Niente delle nostre azioni gli sfugge; ma non solo delle nostre azioni, anche dei nostri pensieri. Dice: «Penetri da lontano i miei pensieri», quindi quando ancora si stanno formando nel profondo della coscienza, quando non sono ancora chiari nemmeno davanti, a noi, sono però conosciuti da Dio.

Non solo. I nostri progetti di vita:

«Ti sono note tutte le mie vie: la mia parola non e ancora sulla lingua e tu, signore, già la conosci tutta. Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano. Stupenda per me la tua saggezza,, troppo alta, e io non la comprendo».

«Ti sono note tutte le mie vie». Non solo: «Le mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta». Prima ancora che la parola sia pronunciata è conosciuta da Dio.

E il salmista ha la percezione di essere circondato dalla presenza di Dio: alle spalle e di fronte e di sopra. Allora viene quell’interrogativo che dicevamo: questa presenza di Dio suscita, genera consolazione o fa sentire asfissia, mancanza di libertà?

È una presenza che paralizza l’uomo, impedendogli di muoversi perché c’è sempre accanto questa presenza scomoda o è una presenza che libera l’uomo, che gli toglie le paure e gli permette un movimento più sciolto e più autentico?

Beh, il salmista riconosce di non potere capire e di non poter produrre questo tipo di esperienza. Dice: «Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, e io non la comprendo».

Ma la meditazione deve continuare.

C’è una presenza costante di Dio attorno alla nostra vita. Potrebbe anche essere possibile all’uomo sfuggire, sottrarsi a questa conoscenza.

Quando gli altri mi danno fastidio, mi nascondo, posso creare delle cortine fumogene, posso creare delle distanze: è possibile lo stesso anche davanti a Dio?

È possibile andare lontano e fuggire da Dio?

«Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra. Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra e intorno a me sia la notte»; nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è più chiara del giorno; per te le tenebre sono come luce».

Non è possibile nemmeno questo. Non serve andare in cielo; non serve nascondersi negli inferi, nelle profondità della terra; non serve andare lontano alle estremità del mare; non serve nemmeno circondarsi con l’oscurità.

Tutti questi ambiti rimangono dentro alla sovranità di Dio. La presenza di Dio sull’uomo, la visione di Dio sono ovunque.

Ma perché questo?

Da dove viene questa conoscenza penetrante del Signore? Dice il salmista:

«Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo. Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visti i tuoi occhi e tutto era scritto nel libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno».

Dunque, Dio è creatore, noi siamo sue creature.

Le viscere… Letteralmente il riferimento è «i reni».

Nell’antropologia biblica i reni sono l’organo che rappresenta il pensiero, quel luogo dove si formano le immagini e i pensieri e i sentimenti dell’uomo. Sono quindi il segno della profondità delle viscere che sono impenetrabili per noi stessi. Nemmeno noi riusciamo a capirci bene dentro ai nostri sentimenti: alle volte vengono a galla e vengono inattesi e imprevisti. Vengono da questa sede nascosta che sono le viscere dell’uomo. Ma anche queste non sono nascoste a Dio: è Dio che le ha fatte e lui le conosce, così come un artefice conosce la sua opera.

Così anche quell’organismo complesso che sembra un tessuto di nervi e di muscoli, Dio lo ha fatto, lo conosce; lo ha fatto in modo stupendo e lo conosce in modo stupendo, perfettamente.

Anche le ossa, che sono il nucleo invisibile del corpo umano, bene, anche queste sono scrutate da Dio fin dall’inizio: Dio le ha tessute nel seno della terra, quando l’uomo è stato formato.

Rimane un’ultima cosa da esaminare: il futuro.

Il futuro per l’uomo è la realtà più misteriosa, quella che sfugge a ogni desiderio di sicurezza. L’uomo vorrebbe poter controllare il futuro, ma il futuro è al di là delle sue capacità di visione e di gestione, ma non è al di là della conoscenza e del dominio di Dio.

«Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno. Quanto profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro amore, o Dio».

Vuole dire non che ogni cosa è determinata prima della scelta dell’uomo, non vuole dire che non ci sia libertà nell’uomo, ma vuole dire che la conoscenza di Dio non ha niente che le si possa sottrarre, nemmeno il futuro, e che il futuro è davanti a Dio certo e stabile e sicuro come il passato. Proprio perché, direbbero i filosofi, per Dio non esiste il tempo; il futuro ha la stessa solidità del presente e del passato. La conclusione, quindi, non può altro che essere una esclamazione: Quanto profondi, quanto grandi!

L’uomo si perde dentro al labirinto complesso e vario dei pensieri divini; e se le cose stanno così, non c’è possibilità di sfuggire alla conoscenza e al giudizio di Dio.

Il salmista non tenta di sfuggire, anzi chiede esplicitamente: «Scrutami, conoscimi, provami»; e questo atteggiamento esprime il desiderio del salmista di una pulizia e di una trasparenza interiore che solo il Signore è in grado di operare.

«Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri: vedi se percorro una via di menzogna e guidami sulla via della vita

Dicevamo che essere conosciuto da Dio è una delle esperienze fondamentali, iniziali, della vita religiosa, perché vuole dire imparare, davanti a Dio, a essere senza difesa, a rimanere trasparenti, sinceri; è imparare ad arrenderci, a non giustificarci.

Davanti agli altri c’è sempre qualche cosa che ci porta a difenderci, a proteggere il nostro cuore, i nostri sentimenti. Dal giudizio degli altri abbiamo bisogno di difenderci, dal giudizio di Dio no.

Bisognerebbe imparare a rimanere sotto il suo sguardo senza paura, nella convinzione che lo sguardo del Signore è certamente scomodo, ma è uno sguardo d’amore. Ed è scomodo proprio perché ci vuole bene, perché Dio non si rassegna alla nostra mediocrità o al nostro egoismo. Ce lo mette davanti non con il gusto sadico di farci soffrire perché vediamo i nostri limiti, ma con il desiderio paterno di chi vuole la nostra vita e il nostro bene.

Quando Gesù pone davanti alla «samaritana» la sua esperienza: «Hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito», non vuole svergognarla, perché questa donna, in qualche modo, perda la faccia davanti a lui; vuole, al contrario, liberarla da questo passato, vuole renderla cosciente della sua inquietudine, perché la samaritana possa finalmente trovare una via di speranza, di serenità e di pace. Ha condotto una vita sempre trascinata tra il desiderio e la insoddisfazione: il desiderio che la portava da una scelta all’altra senza trovare in nessuna una pace definitiva, una tranquillità vera.

Bene, deve diventare cosciente di questo ma non per avvilirsi, non per deprimersi, ma, al contrario, nel rapporto con il Signore, una sicurezza e una libertà più grande.

Perché quello che il Signore vuole per noi è la libertà, una libertà del cuore per cui le nostre scelte non siano determinate dalla paura o dal bisogno di fare bella figura o da queste cose; ma siano determinate, prima di tutto, dal riconoscimento di quello che è bello e di quello che è buono.

Quando il Signore incontra Abramo e fa’ alleanza con lui (l’alleanza della circoncisione), si presenta così: «Io sono El-Shaddai: cammina alla mia presenza e sii integro».

Vuol dire: non camminare alla presenza degli altri, quindi le tue scelte non siano determinate da quello che gli altri desiderano e aspettano. «Cammina alla mia presenza». Dovrai fare, certamente, quello di cui gli altri hanno bisogno, andrai incontro agli altri ma non per ottenere favori, ma con una libertà profonda, con la libertà di chi appartiene al Signore e cammina davanti a lui.

È, in fondo, il modo in cui si presenta Elia.

Il profeta Elia, quando si presenta davanti al re Acab gli dice: «Vive il Signore alla cui presenza io sto»; e poi gli mette davanti il giudizio dopo aver detto: «Io non sto mica davanti a te: la mia vita non è mica determinata dalla tua presenza. Non è la paura di te che mi fa parlare o l’odio per te che mi fa ribellare. Vive il Signore alla cui presenza io sto. Io sono sotto lo sguardo del Signore e di nessun altro e di nient’altro».

Nessun altro e nient’altro è un modo radicale di esprimerlo.

È chiaro che, evidentemente, davanti agli altri ci siamo e dei giudizi degli altri, poco o tanto, dobbiamo tenerne conto. Però l’essenziale è che il riferimento centrale della vita sia il Signore, per cui il riferimento agli altri non sia quello determinante, e la nostra vita non sia un cercare consensi, ma solo cercare la verità e il bene.

Certamente con l’attenzione anche al consenso, questo ci sta bene se uno fa politica o cose di questo genere, però con l’ottica fondamentale rivolta verso il Signore e la sua volontà.

Che è quello che dice il Vangelo in molti brani: il Vangelo di Giovanni quando parla della conoscenza che Gesù ha del cuore dell’uomo.

Gli uomini che incontrano Gesù, nel Vangelo secondo Giovanni, si sentono, prima di tutto, conosciuti. Pensate a Natanaele la prima volta che vede il Signore e si sente dire: «Ecco un vero Israelita in cui non c’è inganno!»; lui rimane stupito e dice: «Non mi hai mai visto. Ma da dove mi conosci?». Ma è proprio questa l’esperienza della fede.

Anche Matteo, al cap. 6 del suo Vangelo nel Discorso della montagna, scrive (Mt. 6, 1-4):

[1] Guardatevi dal praticare le vostre opere buone davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli.

[2] Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.

[3] Quando invece fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra,

[4] perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

Quindi «guardatevi dal praticare le vostre opere buone davanti agli uomini per essere ammirati da loro», dove l’essenziale è naturalmente questo: per essere ammirati da loro.

Questo non vuol dire che l’elemosina la dovete sempre fare di nascosto: dicevamo, quando abbiamo commentato questo brano, che l’elemosina la potete fare anche nella piazza del Duomo, purché non la facciate per essere ammirati, purché il vostro cuore sia, davanti a Dio, per piacere a Dio, perché questo è bello e giusto davanti a Lui.

Questo libera.

Se noi riuscissimo a stare di più sotto lo sguardo del Signore, avremmo meno paure e saremmo meno condizionati dallo sguardo degli altri e verrebbe la libertà del cuore.

E questo è il primo elemento che mi interessava richiamare.

Il secondo Salmo, brevemente.

SALMO 130

[1] Canto delle ascensioni.

Dal profondo a te grido, o Signore a;

[2] Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera.

[3] Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi potrà sussistere?

[4] Ma presso di te è il perdono; perciò avremo il tuo timore.

[5] lo spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola.

[6] L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora.

[7] Israele attenda il Signore, perché presso il Signore è la misericordia e grande presso di lui la redenzione.

[8] Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.

È quel Salmo famoso che ha preso il titolo dalla sua prima parola: «Dal profondo» («De profundis»). Ma questo ha oscurato un pochino il significato del Salmo perché il suo centro è la fiducia, è la speranza, l’attesa. Per due volte viene ripetuto il verbo «sperare» e per due volte il verbo sinonimo «attendere». Di fatto al centro di questo Salmo ci sta la speranza nel perdono di Dio, che prevale radicalmente sul senso intenso del peccato. Il riferimento al peccato c’è, ma c’è come di traverso: «Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono».

Questo Salmo 130, assieme ai Salmi, 120 e 134, appartiene ai canti delle ascensioni. Ascensioni perché dovevano accompagnare il pellegrinaggio, e siccome il pellegrinaggio per Israele è andare in alto, verso Gerusalemme, allora si chiamano «salmi delle ascensioni». E forse, non c’è una interpretazione più bella, perché il Salmo inizia con l’espressione «Dal profondo» e termina con la sicurezza: «Egli redimerà Israele da tutte le sue. colpe». Quindi è il passaggio dalla condizione iniziale di angoscia alla condizione finale di sicurezza.

Allora il secondo atteggiamento che mi interessava (il primo è quello di stare sotto lo sguardo di Dio) è quello della fiducia, della speranza; è quello del saper guardare verso l’alto, del non stare a inaridire il nostro cuore guardando troppo noi stessi e troppo i nostri difetti.

È chiaro che i nostri difetti e i nostri limiti li dobbiamo guardare, ce ne dobbiamo rendere conto, li dobbiamo confessare davanti al Signore, ecc., ma l’essenziale è: una volta che hai guardato un attimo i tuoi difetti, che tu sappia alzare lo sguardo verso il Signore.

«Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce».

«Dal profondo» è una espressione generale, è la situazione di chi si sente sprofondare nel fango e non ha la possibilità di sollevarsi; oppure di chi è circondato dalle tenebre e non riesce a intravedere la luce.

È la condizione di chi è privo della libertà e, della vita, quindi fa riferimento a una esperienza di soffocamento, di annegamento. Pensate al figliol prodigo lontano dalla casa di suo padre, quando da ricco era sceso in miseria e da sazio provava la fame, da figlio era diventato un servo e uno schiavo.

Questo è il punto di partenza.

Scopriremo che il salmista si sente oppresso dalla colpa, ma in questa condizione riesce ancora a gridare. Non gli rimane altro che questo: gridare e urlare, anzi, pregare e supplicare.

Vuol dire: il grido potrebbe anche essere rivolto all’universo o al vuoto, ma la preghiera ha una direzione precisa: «Dal profondo a te grido, o Signore», che è una richiesta di grazia che è rivolta a chi solo è in grado di liberare dalla condizione di pericolo.

E al grido del salmista risponde l’ascolto di Dio: «Ascolta la mia voce».

«Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera».

Notate questa strana, però bella, immagine per indicare l’ascolto di Dio: «Siano i tuoi orecchi attenti», gli orecchi tesi ad ascoltare: vuol dire orecchi non distratti, non indifferenti.

Quando Salomone aveva consacrato il Tempio di Gerusalemme, aveva chiesto qualche cosa di questo genere: «Ora, mio Dio, i tuoi occhi siano aperti, le tue orecchie siano attente alla preghiera innalzata in questo luogo».

E il profeta Isaia aveva detto al suo popolo, come invito alla fiducia: «Ecco, non è troppo corta la mano del Signore da non poter salvare, né tanto duro il suo orecchio da non potere udire».

Sono tutte espressioni che nascono dalla concezione vivissima della personalità di Dio. Dio è un Dio personale e il rapporto con noi è un rapporto interpersonale: avviene attraverso gli occhi, gli orecchi, la mano; avviene in modo tale che si trova la sua analogia solo nei rapporti che si possono sviluppare tra persone, tra amici.

«Se consideri le colpe, Signore, Signore chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono; perciò avremo il tuo timore».

Vuol dire che se il Signore fosse un ragioniere pignolo che sta a controllare il peso e la qualità dei nostri peccati, delle nostre infrazioni, non ci sarebbe speranza: davanti a una visione oggettiva e pignola, nessuno potrebbe stare in piedi davanti a Dio. «Ma presso di te è il perdono e avremo il tuo timore».

Ritorna una cosa che abbiamo già vista nel Salmo 42 (43).

«Perdono» scrivetelo con la P maiuscola e immaginate il Perdono come uno dei servi che stanno attorno al trono di Dio per fare i suoi ordini, per eseguire i suoi comandi.

Dio ha i suoi servitori, lo abbiamo detto nel primo Salmo, il 42 (43), e ne abbiamo trovati alcuni. Bene, uno di questi servitori si chiama Perdono ed è, secondo il libro di Neemia, un servitore molto importante alla corte di Dio e ha un potere grande. E allora «presso di te è il perdono».

Per fortuna la corte di Dio non è una corte di un giudice pignolo, ma è la corte di un Dio che ama, che è capace di perdonare e di rinnovare l’esistenza dell’uomo. Allora per questo «avremo il tuo timore».

Anche questo è sorprendente, perché uno: dice: «Se c’è il perdono, allora non abbiamo più paura», e questo è vero.

Ma qui «timore» vuole dire un’altra cosa: vuole dire che proprio perché Dio ci perdona, impariamo a rispettarlo, impariamo a riconoscere la forza, il valore, la dignità. Lo riconosciamo come degno di essere amato, come degno di essere ubbidito e accolto.

Questo timore di Dio non è affatto la paura, ma è lo stupore e il riconoscimento davanti alla grandezza di Dio, alla sua divinità e alla sua santità.

E vuole dire: il perdono di Dio ha una forza pedagogica grande.

Quando ci scopriamo perdonati, possiamo imparare a convertirci. Questo tenetelo presente. Noi, generalmente, mettiamo la conversione prima del perdono: «Se io mi converto, Dio mi perdona», e questo va bene.

Ma è vero anche il contrario: che io mi converto proprio perché Dio mi perdona, perché scopro l’amore di Dio e la grandezza della sua misericordia. Allora posso imparare a volergli bene e posso davvero convertirmi. Quindi «presso di te è il perdono», e quando incontreremo il tuo perdono, allora avremo il tuo timore, ci convertiremo davvero, di quella conversione che non è la attrizione ma la contrizione, cioè il pentimento proprio per amore di Dio, non per paura di niente e di nessuno.

Allora:

«Io spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola. L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora. Israele attenda il Signore, perché presso di lui è la misericordia e grande presso di lui la redenzione».

C’è un testo di Isaia, misterioso anche per certi aspetti, però suggestivo; dice (Is 21, 11-12):

[11] Oracolo sull’Idumea Mi gridano da Seir: «Sentinella quanto resta della notte?».

[12] La sentinella risponde: «Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!».

È un brano, dicevo, misterioso, ma che vuole indicare e suggerire questa attesa ansiosa del mattino, come la sentinella che vive le ore della notte nell’ansia che le tenebre possano passare, che possa finire finalmente il turno e venire la luce del mattino.

Bene, questa è la nostra condizione, la condizione di chi desidera ansiosamente la venuta del Signore e quella salvezza che il Signore porta con se. «L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora, perché presso il Signore è la misericordia, grande presso di lui la redenzione».

E anche qui Misericordia e Redenzione con la maiuscola.

Ce ne sono tre nel nostro Salmo: Perdono, Misericordia, Redenzione. Sono quelli che esprimono il progetto di Dio e la sua volontà su di noi. Allora possiamo dire con sicurezza: «Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe», per cui vale quello che dice il profeta Isaia:

«Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti, dite agli smarriti di cuore: Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio: egli viene a salvarvi».

Questo, dicevo, è il secondo atteggiamento fondamentale che mi interessa: la speranza.

Nella nostra vita spirituale uno dei pericoli più grossi si chiama avvilimento. Siccome abbiamo tentato tante volte di fare qualche cosa di bene, di vivere secondo il Vangelo, ecc., e siccome ci siamo trovati a fare gli stessi peccati, e siccome tutte le volte che ci andiamo a confessare abbiamo le stesse cose da andare a dire davanti al Signore, capita che ci avviliamo facilmente.

Ora, l’avvilimento, alcune volte (non sempre), è in fondo un sottoprodotto del nostro orgoglio: vorremmo essere cosa belli e buoni e bravi da poter stare su una nicchia come un modello da presentare agli altri. E, invece, ci rendiamo conto che non siamo affatto un modello, e che le miserie che ci portiamo dentro ci rendono del tutto somiglianti agli altri, senza nessun privilegio o superiorità.

E questo, da un punto di vista, ci fa molto bene, perché se c’è qualche cosa di insopportabile è la virtù orgogliosa, e una virtù che si fa forte nei confronti degli altri, è insopportabile davanti a Dio. Facciamo fatica a sopportarla anche noi, nonostante ci siamo dentro un pochino tutti.

Quindi questo discorso dell’avvilimento vuole ripreso in una dimensione un pochino terapeutica: ci rendiamo conto di essere poveri e piccoli davanti al Signore.

Ma poi c’è l’altro aspetto (lo ricordavo prima) che è più importante e vuole dire: guardati un pochino, ma guarda molto il Signore. È più interessante il Signore di te; è più interessante la misericordia di Dio che non la tua miseria o il tuo peccato.

Allora un pochino lo guardi, tanto quanto ti è necessario per gridare al Signore, per dire: «Dal profondo a te grido, o Signore!».

Ma poi siamo già arrivati al Signore: allora guarda Lui, guarda il Suo perdono, la Sua misericordia e la Sua redenzione. Guarda la sua gloria e la sua grandezza. Quanto più riesci a orientare la tua vita in questa direzione di speranza, tanto più il Signore ti prende per mano e ti fa camminare.

Non serve che uno si strappi i capelli per tirarsi su, serve che uno stenda la mano perché il Signore lo tiri su, perché il Signore lo liberi da quella povertà e miseria che è quella del nostro egoismo e delle nostre ipocrisie, senza spaventarci troppo dei nostri peccati, ma invece guardando verso il Signore.

Questo è il secondo elemento. Il primo era: vivere sotto lo sguardo del Signore; il secondo: la speranza.

Il terzo Salmo, molto breve, è il SALMO 131 che dice:

[1] Canto delle ascensioni. Di Davide.

Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mio forze.

[2] lo sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia.

[3] Speri Israele nel Signore, ora e sempre.

Salmo brevissimo ma che ci insegna nel modo più efficace lo spirito di infanzia, come l’atteggiamento giusto da tenere davanti a Dio. Se Dio ha rivelato se stesso come padre che ama, noi davanti a Dio possiamo e dobbiamo stare nell’atteggiamento del bambino che ha fiducia.

Ripensate le parole del Signore: «Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli». Oppure: «Ti rendo grazie, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli, perché così è piaciuto a te, o Padre». Questo atteggiamento di umiltà e di fiducia, il sentirsi piccoli e l’affidarsi serenamente a Dio, sono dimensioni importanti della spiritualità evangelica che il Salmo c’insegna.

Costruito in modo semplicissimo. Il primo versetto descrive l’infanzia sotto forma negativa, cioè gli atteggiamenti che non bisogna avere; poi gli atteggiamenti positivi, il vers. 2; un ampliamento al popolo di Dio, il vers. 3.

«Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva in superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose, grandi, superiori alle mie forze

Il cuore, ormai lo sapete, è, nella Bibbia, la sorgente dei pensieri, dei desideri dell’uomo; è il centro dove si formano pian piano le decisioni.

Non sono tanto ì sentimenti che vengono dal cuore, quanto le decisioni, quelle che dirigono tutta la vita dell’uomo.

Il cuore dovrebbe essere il centro dove si stabilisce il rapporto con Dio, dove s’innesta la fede, dove scaturisce l’amore: il cuore è il centro di tutte queste cose.

Ma il cuore può diventare il luogo dove si muovono scelte di orgoglio, dove l’uomo cerca di affermare se stesso senza e contro Dio.

Forse ricordate quel brano di Ezechiele che descrive l’orgoglio del re di Tiro così:

«Il tuo cuore si è insuperbito e tu hai detto: Io sono un dio. Hai uguagliato la tua mente a quella di Dio». Notate che questa è la vera posta in gioco.

Non si tratta di accarezzare solo delle fantasie di vanità, di uno che pensa di essere chissà chi, ma si tratta di riconoscere o di rifiutare la sovranità di Dio

Ora sono poche le persone cosa pazze da dire pubblicamente: «Io sono Dio». Però, se voi ci pensate, inconsapevolmente noi, a volte, coltiviamo dentro di noi un’autosufficienza che, di fatto, elimina la presenza di Dio: cioè Dio è irrilevante, Dio non conta, è superfluo. Quello che conta siamo noi e le nostre capacità; Dio è al di fuori dalle scelte effettive e quotidiane della nostra vita.

«Signore, non si inorgoglisce il mio cuore».

Poi dal cuore passiamo agli occhi: «non si leva con superbia il mio sguardo». Anzi «Lo sguardo» letteralmente sarebbero «gli occhi».

L’occhio è il luogo di passaggio dall’esterno all’interno. È attraverso gli occhi che noi ci apriamo al mondo circostanze.

D’altra parte gli occhi sono lo specchio dell’anima, cioè lo specchio dell’interno. Per questo Gesù diceva che «l’occhio è la lucerna del corpo», e c’è quel versetto del Vangelo che dice: «Se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso».

Allora non è strano che l’orgoglio del cuore si manifesti immediatamente nell’occhio, cioè nel modo di affacciarsi sul mondo, nel modo di guardare gli altri. L’orgoglio interiore tende a diventare giudizio che disprezza gli altri.

L’affermazione di se diventa condanna del prossimo: pensate alla parabola del fariseo che va davanti a Dio, con la sua presunzione, pensando di essere giusto, e siccome pensa di essere giusto, disprezza gli altri: la presunzione nei confronti di Dio diventa disprezzo del pubblicano peccatore. «Non si leva con superbia il mio sguardo».

Ancora: «Non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze».

San Paolo scrive nella lettera ai Romani:

«Non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi, ma valutatevi in maniera da avere dì voi una giusta valutazione, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato».

E nella lettera ai Filippesi scrive:

«Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso».

Si tratta di non pretendere di compiere opere divine; di sapere che le grandi opere della nostra vita le compie il Signore. Quindi: «non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze».

Questo dice il versetto 1.

Ma notate che questa meditazione sull’umiltà il salmista non l’ha fatta davanti allo specchio: «Mi guardo allo specchio per vedere come sono e misuro la mia piccolezza». Questa meditazione invece l’ha fatta mettendosi sotto lo sguardo di Dio e misurando così la grandezza di Dio.

Per questo il Salmo inizia dicendo: «Signore (sono davanti al Signore), non si inorgoglisce il mio cuore, non si leva con superbia il mio sguardo».

Non è una cosa secondaria: è lo sguardo di Dio che ha quella funzione terapeutica che dicevamo prima, perché davanti a Lui ogni grandezza falsa viene smascherata, perché con Lui e davanti a Lui la nostra piccolezza non diventa motivo di umiliazione, ma possibilità di salvezza.

Voglio dire: l’avvilimento viene quando noi ci confrontiamo con i nostri ideali, con l’idea che abbiamo di noi, e vediamo che l’idea è bella e la realtà è brutta. Ma siamo sempre intorno a noi: noi e le nostre idee, noi e i nostri desideri.

Se facciamo tanto di metterci sotto lo sguardo del Signore, è vero che ci rendiamo conto della nostra debolezza, ma ci rendiamo conto anche della grandezza del Signore e della sua bontà. Allora la nostra piccolezza non diventa motivo di avvilimento: diventa motivo di supplica, motivo di appello, motivo per cui diciamo al Signore:

«Signore, vedi? Io non riesco a stare in piedi con le mie gambe, non riesco a camminare con le mie forze: mi affido alla tua bontà, alla tua fedeltà».

Per cui dice:

«Io sono tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre. Come un bimbo svezzato è l’anima mia».

È significativo che nel testo ebraico ci siano due verbi attivi, cioè, se uno dovesse tradurre letteralmente dovrebbe tradurre: «Io ho reso serena e tranquilla la mia anima». Vuol dire:, non è uno stato inerte, del salmista, il salmista che non ha fatto niente, ma è il risultato di una azione consapevole e impegnativa.

Mi spiego un tantino meglio.

Abbiamo parlato di infanzia spirituale, e ci torneremo sopra. Ma l’infanzia spirituale non è infantilismo. L’infantilismo è la condizione di chi non è mai cresciuto, di chi non conosce ancora le brutture della vita o le difficoltà della fede.

L’infanzia spirituale no: è un atteggiamento consapevole che ha sperimentato il dubbio, che ha conosciuto anche la paura e l’angoscia, e tuttavia vince il dubbio e la paura e l’angoscia abbandonandosi alla fedeltà di Cristo.

«Credo in Dio come padre affidabile e pieno d’amore!», allora compio quel cammino che è quello dell’atto di fede, dell’abbandono, che è un abbandono adulto che nasce dalla lotta, dalla fatica di vincere le paure.

Santa Teresa di Gesù Bambino, che è il modello dell’infanzia spirituale, è una ragazza che ha lottato per degli anni contro dei dubbi di fede, dubbi di materialismo, di materialismo crasso.

Era il momento di fioritura del materialismo della fine del secolo scorso e inizio di questo secolo e Santa Teresa ha vissuto sulla sua pelle e nella sua carne questa tensione, e ci è salata fuori con un cammino di fede che è qualche cosa di stupendo: di infanzia, ma combattuta e sofferta.

Quello che diceva Isaia e che ricordavamo ieri:

«Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza. Nell’abbandono confidente sta la vostra forza».

Vuole dire una calma che è il frutto della conversione che viene solo dopo un cammino faticoso; un abbandono in Dio, ma che conosce il rischio e sa che si rischia a credere, ma lo accetta volontariamente.

«Io ho reso tranquilla e serena la mia anima, come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come bimbo svezzato è l’anima mia». Vuole dire ancora una immagine: in braccio alla madre il bimbo non ha più paure né desideri. Non ha più paure perché la presenza di sua madre è la presenza di un amore che lo rassicura, e non ha più desideri perché la madre è già una sorgente sufficiente di sazietà e di pace.

Anche qui gli echi biblici sono tantissimi.

C’è il Salmo 27 che dice: «Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò paura? li Signore è fortezza della mia vita: di chi avrò timore?». O, se ne avete voglia, leggete tutto il Salmo 73 e soprattutto la parte finale di questo Salmo, che è un cammino di crisi di fede che arriva proprio all’infanzia, ma dopo essere passato attraverso la crisi.

E così ripensate al capitolo è di Matteo, versetti dal 25 in poi: «Gli uccelli del cielo e i gigli dei campi…»

Infine, questa meditazione personale sull’umiltà diventa collettiva; è un invito collettivo:

«Speri Israele nel Signore, ora e sempre».

Quindi non è solo una mia esperienza, ma la mia esperienza si salda con tutto il popolo: Israele deve sperare, può sperare.

Ma sperare in che cosa? Nella potenza militare? Nella ricchezza? No.

«Speri Israele nel Signore». Il Signore ha operato cose grandi, garantisce la sua protezione: possiamo e dobbiamo sperare in Lui.

Come dicevo, nessuno ha capito il Salmo 131 come Santa Teresa di Gesù Bambino, che ha proposto (perché lo ha vissuto) quel cammino di vita spirituale che si chiama infanzia spirituale.

Vi leggo una bella descrizione di questa esperienza di Mounier; dice:

«Sai tu cos’è l’infanzia spirituale? È, molto semplicemente, l’avere un’anima toccata dalla grazia, che può non aver fatto nulla nella vita, ma che ha ricevuto da Dio il dono di uno sguardo semplice, rivolto a Lui, e quella freschezza dove a Dio deve essere tanto caro riposarsi, visto che non vi sono più se non uomini preoccupati, tesi, inaspriti dal lavoro e dalla serietà.

Dio non vuole gente che abbia delle virtù, ma fanciulli che egli possa prendere come si solleva un bimbo in un momento, perché è leggero e ha grandi occhi. Poi è un’altra questione che ci sollevi più o meno in basso, più o meno in alto».

Credo che dentro a questo modo di vedere le cose ci sia una sapienza grossa. Naturalmente pigliatelo per quello che vuol dire: questo non vuol dire che non dovete cercare di essere virtuosi, bravi, buoni, ecc., ma vuole dire che quello che dà autenticità a ogni cammino spirituale, a ogni cammino di virtù, è lo sguardo semplice rivolto al Signore, è la freschezza dove Dio vuole riposarsi.

Perché fa fatica Dio a riposarsi quando siamo preoccupati, tesi, inaspriti dal lavoro o dalla seriosità. È un atteggiamento, quindi, dove Dio possa effettivamente manifestarsi come Dio, che ci prende in braccio, che ci guida, che ci corregge e ci pulisce.

Come dicevo, tutto questo è tutt’altro che facile. Non è infantilismo; deve passare e può passare, inevitabilmente, attraverso momenti di angoscia, di paura, di ansietà, perché fanno parte dei nostri limiti, ma si tratta di camminare verso una direzione di abbandono in Dio.

Erano allora queste tre cose: primo, il vivere sotto lo sguardo del Signore; il Salmo 139 ci aiuta a questo; secondo: il vivere di speranza; il Salmo 130 ci aiuta a passare dall’attenzione al nostro peccato all’attenzione a Dio dal quale viene la nostra fiducia e la nostra speranza; terzo: l’atteggiamento di infanzia spirituale e, se volete, di abbandono filiale in Dio che ci insegna il Salmo 131.

Questi non sono naturalmente tutto: ci sarebbero molte altre cose. questi, però, sono atteggiamenti di fondo, importanti per il cammino spirituale.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.