CAMMINA DAVANTI A ME – 8

Bocca di Magra: 31 ottobre – 1-2 novembre 1992

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Cammina davanti a me

4ª Omelia –- Commemorazione dei Fedeli Defunti

Parola di Dio: Is 25, 6-9 – Rm 8, 14-23 – Mt 25, 31-46

I profeti ci hanno insegnato a sperare nella salvezza.

Abbiamo richiamato nel salmo responsoriale che «chi spera nel Signore non resta deluso». E la prima lettura ci aiuta ad entrare in questa prospettiva, perché ci presenta in significato della venuta di Dio: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza».

Ma che cosa vuole dire questa venuta del Signore? Che effetto ha nella storia del mondo e della nostra vita?

E il profeta risponde con una serie di immagini, credo molto belle.

La prima è l’immagine del banchetto: «In quel giorno, il Signore degli eserciti preparerà su questo monte un banchetto per tutti i popoli».

Il testo originale dice anche che il banchetto viene fatto con delle carni grasse e con dei vini raffinati, viene fatto con dei cibi succulenti; riprende tutta una serie di immagini per indicare la ricchezza della vita. Il Signore prepara per tutti gli uomini il banchetto della vita con una abbondanza incredibile perché nessuno rimanga senza, perché tutti possano davvero saziarsi.

E si tratta di un banchetto. Un «banchetto» vuole dire non solo un posto dove si mangia, ma dove si mangia insieme, dove si ha il gusto dell’amicizia e della condivisione.

Una prima immagine.

Poi la seconda immagine: «Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti». Ed è l’immagine della luce: della tenebra che viene squarciata, di quella ignoranza che accompagna immancabilmente la nostra vita, perché quello che sappiamo della realtà e della vita è pochissimo e, un giorno, il senso vero delle cose ci sarà svelato, e il mondo diventerà luminoso, e il nostro cuore diventerà capace di gioirne per la bellezza delle cose.

Il Signore rivela il senso delle cose.

Terza immagine: «Eliminerà la morte per sempre».

Anche se uno traducesse letteralmente, dovrebbe dire. «Ingoierà la morte per sempre». E l’immagine si capisce se voi ricordate che la morte era immaginata come una gola vorace, che ingoia gli uomini e che non è mai sazia di uccidere e di annientare.

Bene, la morte verrà ingoiata a sua volta. Morirà la morte. Ci sarà la vittoria, e questa volta definitiva, della vita di Dio sugli uomini.

Anzi, questa vittoria della morte sulla morte, sarà anche l’eliminazione di ogni sofferenza: «Asciugherà ogni lacrima dal loro volto». E sarà l’eliminazione di ogni vergogna, di ogni umiliazione: «La condizione disonorevole del suo popolo farà scomparire da tutto il paese».

Dicevo: una serie di immagini. E a che cosa ci servono queste immagini? Solo per sognare, solo per riuscire ad andare un po’ fuori da questo mondo che è brutto?

No. Queste immagini ci debbono servire a vivere. Ci vogliono dare qualche cosa per cui valga davvero la pena di vivere. Perché, se viene meno la speranza in qualche cosa che conta, la nostra vita diventa, solo un arraffare il massimo che si può dalle cose. Diventa una vita di disonestà e, in fondo, una vita di superficialità. Uno vive per i soldi, vive per le cose e uno vive per queste realtà se non ha una speranza più grande. Quindi queste immagini ci vogliono aiutare a vivere. E non solo; ci vogliono aiutare a cambiare.

Ricordate la seconda lettura che abbiamo ascoltato ieri. Diceva: «Se qualcuno ha questa speranza in lui, purifica se stesso come egli è puro».

E vuol dire: se voi sperate queste cose, allora incominciate a viverle. Queste cose dicono la vittoria della vita sulla morte. Bene, allora voi incominciate a servire la vita; incominciate a fare delle scelte, dei gesti, che siano veramente delle scelte di vita, che proteggano l’uomo, che custodiscano la sua esistenza.

Quelle, per esempio, che abbiamo ascoltato nel Vangelo; più chiare di così non potrebbero essere.

Il giudizio finale è:

«Il Figlio dell’uomo, cioè l’uomo, uno di noi che si piazza sul trono e davanti al quale vengono misurate tutte le genti. Tutti gli uomini vengono misurati con una misura di uomo, con la misura dì Gesù Cristo. E come vengono misurati?».

«Quello che avete fatto al più piccolo di questi miei fratelli, l’avete fatto al me». Quindi la misura è, per certi aspetti, abbastanza semplice. Vuole dire che il rapporto con Gesù noi lo giochiamo nel nostro rapporto con gli altri: con il vicino di casa, con il familiare, con il compagno di banco o di lavoro, con queste persone concrete che noi abbiamo vicino, che alle volte sono antipatiche, alle volte sono ricche o povere o hanno bisogno.

Allora nel momento in cui ti trovi di fronte ad un bisogno e cioè, ti trovi di fronte ad una diminuzione di vita, a un qualsiasi bisogno, tu sentiti interpellato, chiamato.

Se tu passi accanto al ferito, lungo la strada che va da Gerusalemme a Gerico, e vedi che c’è un ferito al lato della strada, c’è quindi un bisogno di vita, uno che la vita la sta perdendo, se tu puoi fare qualcosa, quello che puoi fare sei chiamato a farlo. Sei chiamato a proteggere la vita, a sperare nella vita.

Sperare nella vita vuol dire operare perché la vita viva, perché la vita rimanga, maturi e cresca. In fondo amare vuole dire questo qui. Amare non vuole dire commuoversi o avere un bel sentimento, ma amare vuole dire fare vivere.

Noi amiamo una persona quando la facciamo vivere, quando accettiamo la sua esistenza, così com’è; quando proteggiamo la sua esistenza per quello che dipende da noi, quando stimiamo e accogliamo la sua esistenza. Allora facciamo vivere, dilatiamo la vita, facciamo entrare la gloria di Dio dentro all’esistenza dell’uomo. E questo, per fortuna, è una cosa possibile a tutti.

«Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me».

E vuole dire; guardati attorno, guarda la faccia delle persone che hai vicino e dì: qual è quello che vale di meno? Quanto vale quello che vale di meno tra le persone che hai vicino?

Quello che vale di meno, quello che non conta niente, vale Gesù Cristo.

Allora il rapporto che noi viviamo con gli altri diventa una cosa preziosa.

Siamo sempre a contatto di gomito con altre persone da ascoltare, per dialogare, per rispondere e operare. Dobbiamo ricordarci che in questo rapporto con gli altri viviamo e giochiamo il rapporto con il Signore.

Quindi il rapporto con gli altri è immensamente prezioso e grande.

Tanto prezioso e grande – finiamo – che S. Paolo nella lettera ai Romani lega a questo la speranza del cosmo. Non solo la speranza mia, non solo la speranza degli uomini, ma della creazione intera.

Dice: «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità (non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa) e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio».

Il brano è un tantino misterioso e la spiegazione precisa non sarebbe facilissima. Però alcune cose si riescono a capire.

Secondo S. Paolo la creazione non è quello che dovrebbe essere. E perché? Perché nel progetto di Dio la creazione dovrebbe essere così bella da fare vedere la bellezza di Dio; lo specchio di Dio dovrebbe essere la creazione.

Ma non lo è, dice S. Paolo, per colpa dell’uomo, perché l’uomo l’ha sottomessa alla vanità, all’insignificanza (direbbero i filosofi) alla mancanza di valori.

E vuole dire: volete che ci sia una bella creatura, quando un mondo, una creazione diventa strumento delle guerre degli uomini contro gli uomini, diventando strumento di morte, mentre dovrebbe essere strumento di vita? Volete che sia bella una creazione dove al centro dell’esistenza ci sta un uomo che inganna, che odia, che compie cattiverie?

Ma no! Una creazione così è una creazione rovinata, macchiata.

Macchiata perché il peccato è brutto e l’egoismo è brutto; è anche cattivo, ma è anche brutto. Rovina la bellezza dell’uomo, del suo volto e la bellezza del mondo che Dio ha creato.

Però questa schiavitù del mondo, della creazione non è definitiva. Dio la creazione l’ha fatta perché sia bella e non si rassegna al fatto che il peccato dell’uomo l’abbia guastata o la voglia guastare.

Dio è capace di rigenerare e l’uomo e il mondo, per cui «la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto».

È una creazione che soffre; mettete il mondo materiale e l’uomo.

Ci sono delle sofferenze, ma queste sono le sofferenze del parto, e vuole dire le sofferenze che preparano una vita nuova. Sono sofferenze che fanno paura ma che non dovrebbero produrre angoscia, dovrebbero piuttosto rigenerare la speranza.

Abbiamo questa speranza, che l’uomo possa diventare figlio di Dio e che, dì conseguenza, la creazione possa diventare lo specchio della bellezza e della bontà di Dio. Siamo chiamati a vivere questo, perché questa è la nostra speranza. E siccome è la nostra speranza, questo è il nostro impegno.

La dobbiamo vivere la speranza, la dobbiamo introdurre dentro alle nostre azioni quotidiane.

Si tratta di introdurre dentro alla nostra vita quotidiana l’amore per la vita, l’amore per quel mondo così come Dio lo ha sognato e lo desidera, perché in noi e nel mondo Dio sia glorificato, Dio sia manifestato.

Questa è la nostra vita.

Questo, dicevo, è quello che vogliamo commemorare nella celebrazione di oggi. La celebrazione dei defunti non vuole dire solo una meditazione sulla morte, ma vuole dire, a motivo della morte, una meditazione sulla vita, sul modo giusto di vivere, perché la morte sia davvero ingoiata nella vittoria, perché la vita di Dio si possa manifestare come vittoriosa nel mondo e in noi.

E questo potrebbe anche rimanere come eredità degli Esercizi, come impegno per quando torniamo a casa.

Abbiamo una cosa semplice da realizzare ma immensamente difficile e lunga. Abbiamo da metterci al servizio della vita così come Dio la vuole.

Abbiamo da trasformare la nostra vita e l’ambiente in cui viviamo secondo la logica del Signore, secondo: «quello che avete fatto al più piccolo, l’avete fatto a me».

È il cammino che dobbiamo percorrere. Alle volte siamo distratti, non ce ne accorgiamo delle possibilità che il Signore ci mette vicino, ma, alle volte, per fortuna, ce ne accorgiamo.

Dobbiamo allargare la nostra consapevolezza in modo che tutta la nostra vita, le nostre azioni entrino dentro a questo grande e bel progetto del Signore.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.