CAMMINA DAVANTI A ME – 7

Bocca di Magra: 31 ottobre – 1-2 novembre 1992

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Cammina davanti a me

3ª Omelia –- Solennità di Tutti i Santi

Parola di Dio: Ap 7, 2-4.9-14 – dal Salmo 23 – 1 Gv 3, 1-3 – Mt 5, 1-12

Ci hanno insegnato che il nostro universo ha 17-18 miliardi di anni, che la terra ne ha cinque, e che sulla terra le prime tracce di vita sono comparse 3 miliardi o 3 miliardi e mezzo di anni fa.

Poi, finalmente, circa un milione di anni fa sarebbe venuto l’homo sapiens (supponendo che noi siamo un tantino saggi), cioè l’uomo che è capace di pensare e di riflettere.

E viene da dire: Adesso, dove andiamo? Verso che futuro siamo incamminati? Prima si sono formati. gli elementi chimici, poi sono diventati dei complessi più grandi, è nata la vita, poi è nato il pensiero, e adesso? Che cosa ce ne facciamo di questo pensiero? E che cosa ce ne facciamo di quella libertà che il pensiero ci rende capaci di esercitare?

Insomma, c’è ancora un futuro, c’è ancora qualche cosa da imparare, ed un traguardo da raggiungere! O ci dobbiamo fermare n?

Se avete notato, San Giovanni nella sua prima lettera risponde, perché dice:

«Carissimi noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma, ciò che saremo non è stato ancora rivelato; sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è».

Se capisco bene, allora, secondo S. Giovanni c’è ancora un gradino da fare, e il gradino è quello dell’uomo che diventa figlio di Dio. E diventa figlio di Dio davvero, cioè in modo tale da assomigliare a Dio.

Quindi, non solo il pensiero, ma qualche cosa d’altro; qualche cosa che sa di divino, che sa di somiglianza a Dio. E che cos’è questo qualche cosa che sa di divino e che sa di somigliante a Dio?

Che cosa vuol dire diventare figli di Dio? Vuol forse dire diventare dei superuomini con capacità particolari straordinarie?

Che cosa vuol dire «diventare figli di Dio», noi lo sappiamo bene. Lo sappiamo bene perché il Figlio di Dio è passato in mezzo a noi, l’abbiamo visto, ascoltato, capito; è passato, quindi, come uno di noi.

In fondo, Gesù Cristo è proprio questo: da una parte è il Figlio di Dio, dall’altra è l’umanità portata a realizzazione, portata a perfezione: è il sogno, il traguardo di tutto il cammino della umanità.

Se ha ragione S. Giovanni e il Nuovo Testamento, il progetto di Dio era che gli elementi chimici, quindi ossigeno, idrogeno, carbonio e tutti questi accidenti qui, formassero pian piano una realtà nella quale Lui, Dio, si potesse manifestare. E si è formato l’uomo e, in mezzo a questa umanità è venuto uno, Gesù Cristo, che è fatto degli stessi elementi chimici di cui siamo fatti noi. Non è fatto di elementi straordinari, non viene da un pianeta misterioso e lontano, no, ma fatto degli elementi chimici di cui è fatto il nostro corpo.

E, però in Gesù Cristo Dio si vede. Se uno lo guarda, Gesù Cristo, vede Dio. E perché vede Dio? Vede i miracoli? Anche. Ma soprattutto per un’altra cosa: vede Dio per la capacità di amare, per la capacità di perdonare, per la capacità di donare gratuitamente che Gesù ha avuto.

Una capacità di amore così, grande, che non ha tenuto niente per se. Che ha donato la vita, e non l’ha donata per degli amici simpatici e attraenti, l’ha donata per noi, cioè per della gente che ai suoi occhi doveva pure apparire come un popolo di traditori, quindi che non si meritava tanto. Ma è questa la gratuità ed è questa la forza dell’amore.

Amare quelli che ci vogliono bene, è una cosa molto bella e santa, e vale la pena che la facciamo. Però è una cosa ancora comprensibile a livello umano. È al nostro livello e lo capiamo che è bello e che è giusto amare le persone buone e belle e brave e simpatiche.

Ma amare quelli che sono antipatici e amare quelli che sono ingiusti e cattivi, questo qui è proprio da Dio, non da uomo. Appunto, da Dio, da figlio di Dio, quindi da quello che l’uomo è chiamato a diventare.

Siamo chiamati a diventare figli di Dio, siamo chiamati a vivere l’amore in questa dimensione, in questa direzione di gratuità, di pienezza come l’ha vissuta Gesù Cristo.

Da questo punto di vista Gesù Cristo è il traguardo dell’evoluzione del cammino dell’umanità, perché è una umanità dove Dio si vede, è un pezzo di mondo dove Dio sì rivela e si manifesta. È quindi il cammino che siamo chiamati a percorrere anche noi.

«Sappiamo che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è».

Chi ha questa speranza in lui, chi ha questo sogno che ricordavo adesso, che cosa fa? Sta in attesa di un futuro lontano? No, «purifica se stesso, come egli è puro».

Cioè, incomincia a lavorare la sua vita, a plasmarla, a orientarla secondo la logica di Gesù Cristo, perché assomigli un pochino di più a Gesù Cristo.

Non ci assomiglierà del tutto, ma intanto incominciamo a fargliela assomigliare in parte.

Perché è vero quello che abbiamo detto delle altre volte, che ciascuno di noi è l’artista della sua vita, e ciascuno di noi è come se avesse davanti a se un blocco di legno e dovesse lavorarlo per farei venire fuori qualche cosa di significativo, una statua; un qualche cosa che esprima un pensiero, una intuizione. L’artista è questo qui.

L’artista, per fare l’artista, ha bisogno di cose materiali (non ci sono gli artisti delle idee); gli artisti fanno gli artisti con del marmo, con del legno, con dei pennelli e dei colori e cose del genere. Però, quello che è tipico di un artista, è che è capace di mettere dentro al legno una intuizione, una emozione, una comprensione, un’idea, e il legno diventa capace di esprimere questo sentire, diventa capace di commuovermi.

Ci sono dei dipinti che sono capaci di commuoverci. Ma sono fatti di materia! Sì, sono fatti di materia, ma c’è dentro lo spirito, l’intuizione dell’artista che e capace di trasmettere.

Bene, la vita dell’uomo è fatta così; è fatta di materiale grezzo (mangiare, bere, dormire e queste cose qui), però tocca a noi metterci dentro il cuore. Gesù Cristo ce lo ha messo. La vita di Gesù Cristo, dal punto di vista esterno. O una vita normale dell’ebreo di duemila anni fa, ma ci ha messo dentro una capacità di amore grande, per cui, quando uno guarda la vita di Gesù Cristo rimane a bocca spalancata ed è costretto a dire: «È bello e giusto così. È vero così! Ha proprio ragione Lui! È una vita realizzata pienamente». Perché ci ha messo dentro, alla vita umana, uno spirito, una capacità di amore grande.

Bene, quello che ha fatto Lui, è la vocazione del cristiano, di ogni uomo.

Ogni uomo è chiamato a diventare l’artista della sua vita e, nell’ottica del Vangelo, è chiamato a mettere dentro alla sua vita la capacità e lo spirito dell’amore.

Quello che abbiamo ascoltato nella lettura del Vangelo, le beatitudini, è una specie di ritratto. Forse il ritratto più bello che è stato fatto di Gesù Cristo, che ha presentato come la logica di vita di Gesù Cristo: i miti, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i puri di cuore, gli operatori di pace, i misericordiosi…; beh, Gesù Cristo è stato così.

Ma questa è ancora come l’immagine dell’uomo, la nostra immagine ideale: quello che dobbiamo essere capaci di mettere dentro al materiale grezzo della vita quotidiana.

Il materiale grezzo della vita quotidiana è fatto di lavoro; bene, tu mettici dentro al lavoro la mitezza, la misericordia, la purezza di cuore, la pace e tutte queste cose. E il lavoro diventerà portatore dello splendore e della bellezza di Dio.

Quello che ha fatto Gesù, siamo chiamati a farlo anche noi.

E siccome questa trasformazione non è una trasformazione da poco, e non è facile, Gesù Cristo è non solo il modello, l’esempio che noi dobbiamo cercare di imitare, ma Gesù Cristo è anche la forza che ci permette di trasformare la nostra vita.

Se voi avete notato, nella prima lettura c’è una visione molto grande e impressionante: Giovanni vede una moltitudine immensa di persone di ogni razza, nazione, popolo e lingua, che stanno davanti al trono di Dio e davanti all’Agnello, che riconoscono la salvezza che viene da Dio, e sono avvolti in vesti candide.

Per quanto sia un pochino strano, la veste, nella simbologia biblica, rappresenta l’interno dell’uomo. Quindi «le vesti candide» vuole dire che sono puliti dentro, che hanno un cuore pulito e generoso e santo; sono belli da guardare interiormente questi.

Bene, e chi sono costoro? Lo chiede uno dei vegliardi a Giovanni, al veggente, che risponde: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti (cioè hanno lavato il loro cuore, i loro sentimenti) rendendole candide pulite, belle, trasparenti col sangue dell’Agnello».

«Col sangue dell’Agnello» vuol dire con la vita di Gesù Cristo, col sacrificio che Gesù ha fatto della sua vita. Gesù Cristo la sua vita non l’ha tenuta per se, ma l’ha regalata per noi. Perché con la vita regalata per noi, anche la nostra vita possa diventare candida, santa e portatrice dei valori di verità e di amore, dì bene e di generosità.

Allora il senso della festa di oggi penso che sia questo: è metterci davanti il traguardo della evoluzione umana. L’evoluzione umana non termina con la capacità di pensare, termina con la capacità di amare, di donare se stessi. Alla capacità di pensare ci siamo arrivati, alla capacità di amare ci dobbiamo arrivare. C’è arrivato Gesù Cristo come capo cordata; ha trasformato un pezzo di vita umana in amore autentico e generoso. E insieme con Lui ci sono andati dietro molti altri, i quali «hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello».

Bene, adesso tocca a noi e abbiamo davanti persone che ci hanno dato l’esempio. Guardando a loro, guardando a Gesù Cristo, stando attaccati, al capo cordata (altrimenti sbagliamo strada) dobbiamo tentare anche noi di rendere candide le nostre vesti, il nostro cuore con l’amore che Cristo ci ha donato, con il suo sangue.

In fondo, se celebriamo la Messa è per questo. La Messa contiene il sangue dell’Agnello, il sangue di Cristo, e lo contiene perché renda candida la nostra vita e il nostro cuore.

Tocca a noi ricevere questo dono del Signore e poi trasformare in amore e verità le cose che facciamo: il lavoro, lo studio, i rapporti umani, gli impegni, la politica, la società, il divertimento e tutte queste cose.

È un lavoro faticoso, tanto quanto è faticoso per un artista fare davvero un capolavoro. Ma è un lavoro che vale la pena, tanto quanto vale la pena un capolavoro, cioè la trasformazione di un pezzo di legno in qualche cosa che dica, che esprima, quindi la trasformazione della nostra vita in qualche cosa che esprima un pochino la bellezza di Dio.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.