CAMMINA DAVANTI A ME – 5

Bocca di Magra: 31 ottobre – 1-2 novembre 1992

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Cammina davanti a me

4ª Meditazione
Salmo 22

Abbiamo meditato alcuni salmi di rendimento di grazie e di lode. Sono Salmi che ci aiutano a trasformare in preghiera, quindi in esperienza di fede, tutto quello che di bello, di buono, di positivo c’è nella nostra vita. il problema è che nella nostra vita ci sono anche delle cose non belle, non molto positive: c’è l’esperienza della sofferenza e dell’angoscia, dell’avvilimento e della depressione e bisogna tentare di trasformare anche questo materiale in fede e in dialogo con il Signore.

A questo ci aiuta l’altra grande categoria di salmi: i Salmi di supplica.

Le due categorie fondamentali dei salmi sono proprio la lode e la supplica. Tentiamo di vederne uno che ci introduca in questo modo di vedere le cose: il Salmo 22, che dice:

 [1] Al maestro del coro. Sull’aria «Cerva dell’aurora». Salmo. Di Davide.

[2] «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza»: sono le parole del mio lamento.

[3] Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo.

[4] Eppure tu abiti la santa dimora, tu, lode di Israele.

[5] In te hanno sperato i nostri padri, hanno sperato e tu li hai liberati;

[6] a te gridarono e furono salvati, sperando in te non rimasero delusi.

[7] Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.

[8] Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo:

[9] «Si è affidato al Signore, lui lo scampi; lo liberi, se è suo amico».

10] Sei tu che mi hai tratto dal grembo, mi hai fatto riposare sul petto di mia madre.

[11] Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.

[12] Da me non stare lontano, poiché l’angoscia è vicina e nessuno mi aiuta.

[13] Mi circondano tori numerosi, mi assediano tori di Basan.

[14] Spalancano contro di me la loro bocca come leone che sbrana e ruggisce.

[15] Come acqua sono versato, sono slogate tutte le mie ossa. Il mio cuore è come cera, si fonde in mezzo alle mie viscere.

[16] È arido come un coccio il mio palato, la mia lingua si è incollata alla gola, su polvere di morte mi hai deposto.

[17] Un branco di cani mi circonda, mi assedia una banda di malvagi; hanno forato i le mie mani e i miei piedi,

[18] posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano, mi osservano:

[19] si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte.

[20] Ma tu, Signore, non stare lontano, mia forza, accorri in mio aiuto.

[21] Scampami dalla spada, dalle unghie dei cane la mia vita.

[22] Salvami dalla bocca dei leone e dalle corna dei bufali.

[23] Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea.

[24] Lodate il Signore, voi che lo temete, gli dia gloria la stirpe di Giacobbe, lo tema tutta la stirpe di Israele;

[25] perché egli non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del misero, non gli ha nascosto il suo volto, ma, al suo grido d’aiuto, lo ha esaudito.

[26] Sei tu la mia lode nella grande assemblea, scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli.

[27] I poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo cercano: «Viva il loro cuore per sempre».

[28] Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a lui tutte le famiglie dei popoli.

[29] Poiché il regno è del Signore, egli domina su tutte le nazioni.

[30] A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere. E io vivrò per lui,

[31] lo servirà la mia discendenza Si parlerà del Signore alla generazione che viene;

[32] annunzieranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: «Ecco l’opera dei Signore!».

Questo è il Salmo che per noi ha qualcosa di sacro, proprio perché Gesù l’ha usato nel momento supremo della sua esistenza: nell’angoscia della croce. Ed è un Salmo completo, per tanti aspetti, perché da una parte ci conduce nelle profondità della sofferenza, sull’orlo della fossa della morte, della disperazione; parte proprio nella condizione della disperazione, e poi si innalza, invece, all’altezza dell’inno di lode, di ringraziamento, perché la conclusione del Salmo è un rendimento di grazie.

Quindi: la sofferenza, l’angoscia, lo stupore e la lode per la salvezza di Dio.

Ma non solo: è il Salmo, chiaramente, di un individuo, di un singolo, che ha fatto questa esperienza, ma è anche il Salmo di tutta la comunità; termina proprio con la convocazione della comunità intera perché partecipi al rendimento di grazie.

Quindi, praticamente, ci sono dentro tutte le categorie dei salmi: supplica e ringraziamento individuale e collettivo.

Tentiamo di vedere quali sono gli elementi fondamentali di questo modo di vivere e di pregare.

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza»:sono le parole del mio lamento. Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo».

Il Salmo inizia in modo brusco, con un lamento e con una accusa rivolta a Dio, appassionata: «Dio mi ha abbandonato. Perché?». E questo discorso suppone che il salmista abbia ripetuto. una preghiera intensa per molte volte.

L’interpretazione ebraica l’intende proprio così: «Il primo,giorno, ho pregato il Dio mio, il secondo giorno ho pregato di nuovo e il terzo, giorno dico: “Perché mi hai abbandonato?”. Ho tentato in tutti modi di ottenere l’intervento di Dio e Dio potrebbe intervenire. Perché non lo fa?

Ma notate il paradosso di questa preghiera. Qualche cosa del genere l’abbiamo già visto ieri, ma qui è ancora più evidente. «Dio mio», ripetuto due volte, è un appello urgente. Mi rivolgo a Dio perché voglio, ho bisogno che Dio intervenga. Come mettere insieme questo appello urgente con il rimprovero: «mi hai abbandonato?».

Vuole dire che il rapporto con Dio continua, nonostante tutto. Il salmista rimprovera Dio, l’accusa, ma non può rompere del tutto con lui.

Non dice: «Il Signore mi ha abbandonato», ma: «Tu mi hai abbandonato». Quindi ha davanti quello che è l’interlocutore della sua vita, ha davanti Dio, sta parlando a Dio.

Non è una constatazione di fatto, è un’accusa lanciata verso il Signore, a cui vengono rimproverate alcune cose. Primo, il fatto «mi hai abbandonato»; secondo «sei lontano da me»; terzo: «taci quando io t’invoco e non hai parole per rispondermi, non presti orecchio alla mia angoscia e alla mia paura».

Naturalmente questa è l’esperienza che pesa di più nella vita dell’uomo: per l’uomo esistere è sempre e solo un’esperienza di rapporto, di relazione.

Noi, dicevamo ieri, abbiamo bisogno degli altri e abbiamo bisogno di Dio per esistere.

L’assenza di Dio è esperienza di desolazione, ma è anche qualche cosa di più, perché quel Dio al quale mi rivolgo non è semplicemente Dio, ma è «Dio mio».

«Mio» vuoi dire un Dio che si è preso un impegno nei miei confronti. Dietro questa espressione (l’abbiamo già detto) sta l’esperienza dell’alleanza.

Israele è un popolo con cui Dio ha fatto alleanza, e alleanza vuol dire appartenenza reciproca, vuol dire che Israele appartiene a Dio, ma vuol dire anche che Dio si prende cura di Israele.

E questo Dio al quale mi rivolgo è il mio Dio, che ha degli obblighi nei miei confronti, è impegnato, è il Dio dell’alleanza, dunque il suo silenzio è la violazione di un patto, di una promessa, ed è questo che me lo rende ancora più angosciante, per cui «giorno e notte» grido.

«Giorno e notte» vuol dire, naturalmente, sempre, continuamente: la mia vita è diventata un grido, eppure a questo grido Dio non risponde. Può dire il salmista, addirittura: «Tu sei lontano dalla mia salvezza».

Anche qui notate il paradosso dell’espressione, perché «mia salvezza», nei salmi e nella Bibbia, è la qualifica di Dio: quando mi rivolgo a Dio lo posso chiamare «mia salvezza», «Tu sei la mia salvezza».

E come si fa, allora, a dire: «Tu sei lontano dalla mia salvezza» Vuol dire che Dio è lontano da Dio?

È proprio questo il mistero della sofferenza, ed è proprio questa l’angoscia del salmista: che Dio non appare più Dio. Dio è Salvatore, ma adesso non sta salvando. Dio è il Dio della vita, ma adesso non protegge la vita. Dio è il Dio dell’alleanza, ma adesso non interviene a motivo dell’alleanza. Insomma, sembra che Dio sia incoerente con se stesso.

È la prova radicale della fede: la fede viene messa alla prova proprio in questi momenti.

E non solo viene messa alla prova perché la sofferenza pesa, ma perché Dio dà l’impressione di non essere più quello che ha detto e rivelato di essere.

Se ricordate, questa è la prova di Giobbe.

Giobbe per molti anni serve il Signore, ha fatto tutto quello che è necessario, è un uomo giusto, integro davanti al Signore.

Poi, all’improvviso, si ritrova il Signore dall’altra parte; fino a quel momento l’aveva sentito vicino, l’aveva sentito protettore, poi, all’improvviso, vede Dio come un nemico, un avversario, come quello che gli porta via i beni, quello che gli porta via i figli, quello che gli porta via la salute.

Non rimane più niente a Giobbe, se non la voce per accusare Dio, per dirgli che è diventato il suo nemico, il suo avversario, per chiedergli un tantino di tregua, per poter almeno riposare di notte, perché neanche di notte lo lascia tranquillo: con gli incubi gli impedisce anche di riposare.

È una condizione misteriosa davanti a Dio: Dio prende un volto diverso da quello che conosceva, da quello in cui sperava.

Eppure anche Giobbe fa esattamente la stessa esperienza del nostro Salmista: si lamenta, e con chi? Con Dio. Accusa; accusa chi? Dio! Ma a chi faccio appello io, per ottenere giustizia da Dio?

Debbo, appellarmi a Dio. Non c’è altro.

Il libro di Giobbe vede questo uomo che si appella a Dio contro Dio, che chiede a Dio che faccia giustizia nei confronti di Dio, che gli faccia giustizia di ciò che gli sta facendo, che intervenga e rimetta le cose a posto.

Bene, è proprio questo il discorso del Salmo; «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza: sono le parole del mio lamento. Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo».

Fate riferimento al Salmo che leggevamo stamattina: «Quando ho gridato, il Signore mi ha ascoltato».

Qui invece no, qui «invoco di giorno e di notte e non rispondi». C’è il silenzio assoluto di Dio.

Però sottolineo la logica del modo di pensare biblico: questo, autore si trova davanti un Dio che sembra averlo abbandonato, ma non può rompere con Dio. Può accusarlo, può contestare Dio (e i salmi contestano Dio senza molto pudore, non si censurano nel modo di rivolgersi al Signore, dicono bello aperto quello che esce dal cuore, senza problemi) ma non può rompere con Dio. Non può guardare da un’altra parte, deve rivolgersi a Lui. «Dio mio, tu mi hai abbandonato».

Questo è l’atteggiamento proprio della fede.

La fede può vivere un momento di crisi nel rapporto con Dio (così come nel rapporto di coppia ci sono dei momenti di crisi: si può litigare, ma litigo davanti a te, e litigo per ottenere da te quello che mi sembra giusto in questo momento).

«Eppure tu abiti la santa dimora, tu, lode di Israele. In te hanno sperato i nostri padri, hanno sperato e tu li hai liberati; a te gridarono e furono salvati, sperando in te non rimasero delusi».

La presenza di Dio rimane, nonostante tutto.

Il salmista sente Dio infinitamente lontano, tanto da non provare consolazione con la presenza di Dio, però sa, lo sa per fede, che Dio abita in mezzo ad Israele nella santa dimora, il Tempio.

Sa che Dio abita le «lodi di Israele», cioè la liturgia di Israele. Sa per fede che i padri hanno sperato in Dio e che Dio li ha liberati, che hanno gridato e furono salvati, non sono rimasti delusi.

Questa è tutta l’esperienza di fede di Israele che il salmista richiama, naturalmente, perché c’è in essa uno spiraglio di speranza. E, in fondo, il ricordo del passato, il ricordo dei momenti belli, dei momenti di consolazione fonda la fiducia nel presente. «Ho esperimentato tante volte, e i miei padri hanno sperimentato tante volte la salvezza di Dio».

È vero, adesso questa salvezza sembra lontana, ma si può sperare che il Signore si manifesti ancora una volta, come ha fatto un tempo.

Anzi, non solo questo discorso riguarda il padre, ma riguarda anche il salmista, il quale ha (come dire) una strana coscienza di se. Dice:

«Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo. Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo: «Si è affidato al Signore, lui lo scampi; lo liberi, se è suo amico»».

Ed esprime la sua condizione di avvilimento, di vergogna, di abbattimento. È il lamento di uno che si sente indegno della salvezza di Dio. È vero, Dio ha salvato i nostri padri, ma io sono un verme, non un uomo e davanti a Dio non c’è niente che possa pretendere, ottenere un intervento salvatore per quanto riguarda me, le mie doti, le mie qualità.

Il salmista si sente addirittura «infamia degli uomini» e, notate, «rifiuto del mio popolo».

Vuole dire che è escluso, emarginato, ma non solo dai nemici; è emarginato da quel popolo che è il suo, il popolo di Israele. È rifiutato, è messo lontano, ai margini della vita del popolo: è una persona che ha perso ogni dignità e rispetto da parte degli altri.

Se volete un parallelo, lo dovete andare a trovare nel quarto canto del «Servo di Jahve» in Isaia al cap. 53, 2-3, dove si parla di un personaggio misterioso, il quale «non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per trovare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo del dolore, che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima».

Ricordate che questo «Servo di Jahve» nel Nuovo Testamento è applicato a Gesù Cristo. È la fotografia di Gesù Cristo: disprezzato, respinto, l’uomo dei dolori che conosce per esperienza il patire, «come uno davanti al quale ci si copre la faccia»: come un lebbroso dal quale si allontana lo sguardo, disprezzato, senza alcuna stima.

Così è il nostro salmista. Di fatto «mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo».

Così il Vangelo racconta della Passione del Signore, e dice (sono parole di scherno): «Si è affidato al Signore, lui lo scampi, lo liberi se è suo amico».

Sono parole che verranno riprese nel cap. 2 del libro della Sapienza, dove vengono messi in scena gli empi, i quali scherniscono il giusto, e lo scherniscono così, proprio con queste parole: «Se Dio è suo padre, se Dio è il suo protettore lo salverà».

Adesso noi proviamo a perseguitarlo, a metterlo alla prova; proviamo a umiliarlo, a pestarlo, a schiacciarlo, tanto lui è convinto di avere Dio come protettore. Si è affidato al Signore? Lui lo scampi, lo liberi Lui, se è suo amico.

Ma, naturalmente, questo corrisponde a quella domanda cinica che leggevamo nel Salmo 42-43: «Dov’è il tuo Dio?». Fallo vedere! Fammi vedere la salvezza di Dio nella tua vita!

Quindi, da una parte il salmista si sente schiacciato e dall’altra, però, può di re:

«Sei tu che mi hai tratto dal grembo, mi hai fatto riposare sul petto di mia madre. Al mio nascere mi hai raccolto, dal grembo di mia madre tu sei il mio Dio. Da me non stare lontano, poiché l’angoscia è vicina e nessuno mi aiutato».

Vuole dire: anch’io, però, nella mia vita ho fatto alcune esperienze belle della presenza, dello provvidenza e dell’amore di Dio. Dio è stato, la mia levatrice: «Sei tu che mi hai tratto dal grembo». Questo gesto che introduce nella vita, il gesto della levatrice, lo ha fatto il Signore.

Non solo: «mi hai fatto riposare sul petto di mia madre», quindi questo gesto della fiducia del bimbo che riposa sul petto della madre che è per lui la sorgente della vita, anche questo l’ha fatto il Signore per lui.

«Al mio nascere tu mi hai raccolto» vuol dire: c’è stato un ambiente favorevole che mi ha voluto bene, che mi ha sorriso, e questo, ambiente favorevole è stato Dio stesso. C’è stato un sorriso di Dio all’inizio della vita.

«Dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio» vuol dire: non c’è mai stato un momento privo della presenza di Dio. Se io vado anche indietro, alle origini, agli inizi, al momento della mia nascita, lì trovo la presenza e la mano amorosa di Dio.

Allora, in fondo, c’è una fiducia grande: «mi hai sempre voluto bene, mi hai sempre accolto e hai voluto la mia vita, hai dato il tuo assenso. alla mia esistenza, quindi sei tu il mio Dio. Da me non stare lontano, perché, l’angoscia è vicina e nessuno mi aiuta».

E questa condizione: «nessuno mi aiuta», viene descritta soprattutto con dei simboli. È difficile riuscire a capire quali fossero davvero le situazioni di angoscia del salmista, però se ne capisce tutta l’amarezza, l’oppressione e il peso, perché i simboli ci sono e molto chiari.

«Mi circondano tori numerosi, mi assediano tori di Basan. Spalancano contro di me la loro bocca come leone che sbrana e ruggisce».

I tori di Basan sono il simbolo di una forza inarrestabile, di una potenza di oppressione grande; il leone è, naturalmente, un animale da preda: tutte queste cose non possono che suscitare paura. Non solo.

Secondo simbolo:

«Come acqua sono versato, sono slogate tutte le mie ossa. il mio cuore è come cera, si fonde in mezzo alle mie viscere».

È un tentativo di descrivere la vita che sta perdendo la solidità e la robustezza, sta diventando acqua, si scioglie; il corpo solido perde compattezza e vigore. Il cuore perde energia e forza. Un altro dal punto di vista esterno, contrapposto, ma che dice la stessa cosa – è:

«È arido come un coccio il mio palato, la mia lingua si è incollata alla gola, su polvere di morte mi hai deposto».

Viene meno l’umore vitale, il corpo umano si secca.

E ancora:

«Un branco di cani mi circonda, mi assedia una banda di malvagi; hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e mi osservano: si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte».

Quindi, ancora la minaccia delle forze ostili presentate con l’immagine degli animali. Poi vengono presentati gli uomini. Che cosa fanno: guardano, osservano la scena come fosse uno spettacolo, poi spartiscono le vesti. Vuol dire che ormai la morte è certa e lo considerano ormai spacciato. È la morte di un fuori casta, nudo, trattato come fosse già morto, come se non avesse più niente da dire e da fare. Di lui e per lui si può fare qualsiasi cosa. Ormai è senza dignità alcuna. È questo, naturalmente, il senso della spartizione delle vesti nei Vangeli.

Ancora:

«ma tu, Signore, non stare lontano, mia forza, accorri in mio aiuto. Scampami dalla spada, dalle unghie del cane la mia vita. Salvami dalla bocca del leone e dalle corna del bufali. Annunzierà il tuo nome ai miei fratelli, ti loderà in mezzo all’assemblea».

Ancora il grido, la supplica. Prima il salmista chiedeva la liberazione dall’angoscia, ora chiede la liberazione dai nemici.

E in tutti i casi quello che io voglio è che Dio si faccia vicino, che Dio intervenga e agisca, che Dio non taccia. È Dio che mi ha condotto in questa situazione di angoscia; poiché sono e rimango nelle sue mani, è Dio che mi può salvare da questa condizione.

Qui comincia la seconda parte del Salmo, che cambia come dalla notte al giorno, perché c’è il ringraziamento.

Uno deve supporre che in mezzo ci sia stato qualche cosa che ha cambiato la condizione del salmista, che ci sia stato un intervento di Dio, o, quanto meno, una promessa di Dio, una parola di Dio che invitava alla speranza. Allora:

«Lodate il Signore, voi che lo temete, gli dia gloria la stirpe di Giacobbe, lo tema tutta la stirpe di Israele; perché egli non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del misero, non gli ha nascosto il suo volto, ma, al suo grido di aiuto, lo ha esaudito».

Viene fuori quello che ricordavo prima.

La preghiera è quella di un singolo, ma non è un singolo isolato; è un singolo che è stato emarginato dal popolo, questo è vero, ma adesso, dopo che ha sperimentato la salvezza di Dio, questa persona convoca il popolo intero perché venga a lodare Dio insieme con lui.

«Lodate il Signore, voi che lo temete».

Quelli che temono Dio sono, naturalmente, quelli che credono in Lui, quelli che danno peso a Dio, quelli che riconoscono la sua esistenza e l’accolgono con gioia, quelli che obbediscono alla sua volontà.

Bene. «Voi che temete Dio, lodate il Signore». La stirpe di Giacobbe, la stirpe di Israele gli dia gloria e lo tema.

Perché?

Perché non ha sdegnato, né disprezzato l’afflizione del misero, non gli ha nascosto il suo volto, ma ha esaudito il suo grido di aiuto. Il che vuol dire: Dio si è manifestato davvero come Dio. Queste sono cose che fanno parte della definizione di Dio. Dio è colui che si prende cura del povero, dell’orfano e della vedova. Questo sta scritto a chiare lettere nella legge dell’Alleanza.

Quando Dio ha fatto alleanza con il suo popolo si è impegnato a proteggere i poveri (i poveri s’intende, perché i ricchi si proteggono da soli); in ogni modo vuol dire: a proteggere quelli che sono senza protezione e senza difesa, in modo che in mezzo al popolo di Israele non ci sia nessuno abbandonato o emarginato o umiliato.

Dio si prende cura di loro, dunque; adesso che ha manifestato il suo amore e la sua benevolenza, Dio si è fatto vedere davvero come Dio, come Dio d’Israele, e tutto il popolo deve riconoscerlo e deve rispondere con la sua lode è il suo ringraziamento.

«Sei tu la mia lode nella grande assemblea, scioglierò í miei voti davanti ai suoi fedeli.

Il motivo della mia lode è Dio. Ormai la mia vita può diventare un inno, può diventare espressione di gioia a motivo, del Signore «nella grande assemblea, davanti a tutti».

L’inno deve essere necessariamente pubblico, deve coinvolgere tutta la Chiesa, tutto il popolo di Dio: «Scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli», perché sappiano tutti quanto Dio si è mostrato fedele. Per cui:

«I poveri mangeranno e saranno saziati».

Probabilmente si fa riferimento a quei sacrifici di rendimento di grazie, dove una parte delle carni veniva mangiata in un banchetto al quale erano invitati tutti i poveri, quelli che non hanno da mangiare per conto proprio e mangiano di quel banchetto che è lode di Dio, che è ringraziamento a Lui.

«Loderanno il Signore quanti lo cercano: «Viva il loro cuore per sempre». Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a lui tutte le famiglie dei popoli».

Notate come il discorso si allarga. Sono come ondate che vengono una dopo l’altra e che vogliono raggiungere l’umanità intera.

La mia esperienza è piccola, ma deve coinvolgere tutti i popoli, tutto il popolo di Israele e «tutti confini della terra».

«Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra». Questa esperienza di salvezza diventa testimonianza fatta a Dio.

«Poiché il regno è del Signore, egli domina su tutte le nazioni».

Ma non solo. C’è una cosa che credo si trovi solo in questo Salmo.

«A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere».

Anche i morti loderanno Dio. È un caso unico. Di solito, nei salmi, i morti sono quelli che non possono più lodare Dio, anzi, questo è uno dei motivi per cui la morte è negativa, è brutta nei salmi e nell’Antico Testamento, perché dopo, uno non può più lodare Dio con la gioia, con lo stupore,; con la riconoscenza di chi ha la gioia di vivere.

In questo caso (unico, praticamente) la lode diventa cosmica, abbraccia i vivi e anche i morti, abbraccia gli Israeliti ed anche le nazioni.

E poi la conclusione:

«E io vivrò per lui».

Questo sottolineatolo, perché è il punto di arrivo del Salmo, per quanto riguarda il salmista.

Vuole dire: ero in una condizione di angoscia, di una angoscia dalla quale nessuno mi poteva liberare; ero dato per spacciato, ed anch’io avevo considerato la mia vita come ormai senza speranza. Poi ho gridato al Signore e, dopo avermi fatto aspettare e penare, dopo avermi a lungo fatto contestare, finalmente, all’improvviso, il Signore si è manifestato come un salvatore e mi ha ridato la vita.

A questo punto la mia vita non mi appartiene più: me l’ha data il Signore, me l’ha data due volte, non solo nella creazione quando mi ha tratto dal grembo di mia madre, ma anche adesso quando mi ha liberato dall’oppressione e dall’angoscia. Allora «vivrò per lui», la mia vita ormai gli appartiene.

Ma non solo io:

«Lo servirà la mia discendenza»,

cioè i figli, i nipoti, i pronipoti. A tutti io ricorderò quello che mi è accaduto. A tutti racconterò che, se esisto, è per merito della bontà e della misericordia di Dio, e che se loro esistono, è per la bontà e la misericordia di Dio, per cui tutta la mia stirpe, la mia famiglia, diventerà il luogo della lode e della riconoscenza a Dio.

«Si parlerà del Signore alla generazione che viene».

Questa è l’educazione religiosa in famiglia, quell’educazione religiosa in cui si trasmette di padre in figlio, da genitori a figli questa esperienza in cui si racconta, perché insegnare la fede vuol dire insegnare le verità, ma vuole dire anche raccontare, raccontare la propria vita alla luce del rapporto con il Signore.

Noi abbiamo vissuto la vita davanti a Lui: abbiamo sperimentato la gioia del fidanzamento, del matrimonio, della paternità e della maternità e raccontiamo tutto questo, che è il nostro cammino che abbiamo vissuto sotto lo sguardo del Signore.

Abbiamo sperimentato momenti di tristezza, di fatica e abbiamo incontrato la salvezza di Dio.

«Si parlerà del Signore alla generazione che viene». Lo dobbiamo ritrovare questo modo di essere cristiani; raccontare il Signore dentro la nostra vita, dentro i fatti. Come si trasmette ai nostri figli il patrimonio di cultura che abbiamo, trasmettiamo loro il patrimonio di esperienza di fede che abbiamo fatto.

«Annunzieranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: «Ecco l’opera del Signore!»».

«Ecco l’opera del Signore» è la traduzione di una espressione in ebraico che è fatta di due parole sole «ki asa»: «ki» è una particella enfatica; in italiano si tradurrebbe «davvero, veramente, effettivamente», «asa» vuol dire semplicemente «ha agito». Quindi: «davvero ha agito». Era quello che il salmista desiderava.

All’inizio il problema qual era?

Che Dio tace, che Dio non interviene, che Dio lascia che le cose vadano senza metterci la sua presenza e la sua volontà. Le cose vanno indipendentemente da Dio. Alla fine il salmista dice: «Davvero ha agito! Ho visto l’azione di Dio e il suo intervento».

Dio è il vivente. L’ho visto nella storia della mia esperienza, l’ho visto nella liberazione, l’ho visto nei momenti di sostegno, nei momenti di speranza che ho conosciuto. Questo è il Dio della Bibbia. «Davvero ha agito» è una definizione di Dio.

Quando Mosè viene mandato dal Signore per liberare Israele dall’Egitto, egli chiede al Signore: «Dimmi come ti chiami, perché quando andrò dagli Israeliti e mi diranno: «Chi ti manda?» io possa dire il tuo nome». Dio risponde: «Io sono colui che sono».

Questa espressione «io sono» dice veramente nella Bibbia il senso di un Dio che agisce. non solo che «esiste», che «interviene», che «è» nella vita dell’uomo; che non è l’assente, ma il «presente».

Ci sono i momenti di assenza di Dio, ci sono i momenti di silenzio di Dio e sono i momenti dell’angoscia dell’uomo di fede, i momenti in cui deve dire: «Dio, mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». È l’angoscia di Giobbe o l’angoscia del Signore in croce.

Credo che sia un po’ forte dire «angoscia», ma è qualcosa di questo genere. Ci sono questi momenti. Sono i momenti di prova della fede, i momenti in cui la fede deve essere purificata da tutti i sostegni, da tutte le stampelle che la custodiscono e la proteggono, e deve diventare fede pura, attesa dell’intervento e della salvezza di Dio, come e quando Lui vuole.

Dio si manifesta così: come il Dio che «c’è» e il Dio che «agisce».

«Annunzieranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: «Ecco l’opera del Signore»».

Non è rimasto un Dio inerte, un Dio silenzioso: ha agito e salvato. «Davvero ha agito!».

Un Salmo di questo genere è naturalmente, per noi, prima di tutto un Salmo di Gesù Cristo: è Lui che l’ha usato sulla croce («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?») ed è nel racconto della Passione che lo usano gli evangelisti. Quando dice: «mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo», oppure quando dice: «mi guardano, mi osservano, si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte», sono tutti elementi e particolari che rientrano nel racconto. della Passione del Signore.

Ma il Salmo, in origine, non si riferiva direttamente al Messia: parlava dell’uomo sofferente, dell’uomo di fede messo alla prova attraverso l’esperienza dell’angoscia e dell’avvilimento.

Ma questo diventa prezioso, perché vuol dire che Gesù Cristo ha fatto sua la preghiera di ogni uomo sofferente, anzi, ha fatto sua l’esperienza dell’angoscia, dell’oppressione, della paura e l’ha trasformata in obbedienza e abbandono nelle mani del Padre, ha fatto sì che anche questo cammino d’angoscia possa rimanere un cammino di fede.

È vero che è più facile (più facile non lo so, ma comunque certamente più gradevole) il cammino di fede quando le cose vanno bene, quando la fede è fatta di ringraziamento; non è facile neanche questo, perché quando le cose vanno bene ce lo dimentichiamo facilmente. Comunque, di per se, è molto più facile questo cammino.

Ma quello che dice il nostro Salmo è quello che Gesù ci ha insegnato: è che anche i momenti di angoscia, i momenti di contestazione e di ribellione non sono estranei alla fede.

Non è mica proibito ribellarsi a Dio, purché uno parli con Lui, si metta davanti a Lui e lo contesti. Dopo, pian piano, sarà costretto a dare ragione al Signore.

Ci vorrà del tempo, ci vorranno dei cammini faticosi da attraversare, ma l’importante è stare davanti a Lui, non tagliare i ponti e non voltarsi da un’altra parte, ma rimanere lì e dire davanti al Signore quello che stiamo vivendo: la gioia o l’angoscia, in modo che l’una e l’altra possano diventare esperienza di fede.

I salmi vorrebbero insegnarci questo.

È forse per questo motivo che, dal punto di vista statistico, la maggior parte dei salmi sono delle lamentazioni. Non sono delle lamentele (delle gnole) di quando giriamo sempre intorno alla nostra sofferenza, come se fosse l’unica cosa che conta e in cui troviamo una specie di strano, malsano gusto del tormentarci.

Ma sono lamentazioni, dicevo, cioè preghiera che si rivolge al Signore, magari anche una preghiera forte nell’espressione, ma che sta all’interno di un dialogo di fede.

I salmi ci vogliono aiutare a trasformare quel materiale duro che è la sofferenza in esperienza di fede.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.