CAMMINA DAVANTI A ME – 4

Bocca di Magra: 31 ottobre – 1-2 novembre 1992

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Cammina davanti a me

3ª Meditazione
Salmo 103 e 118

Il Salmo 42-43 ci è servito perché sentissimo un tantino quel bisogno di Dio, quella sete di Dio che sta al centro della vita dell’uomo.

Poi, guidati dal desiderio del Signore, lo abbiamo incontrato, e lo abbiamo incontrato con quei Salmi 50-51 che ci hanno fatto riconoscere il nostro peccato, ma ci hanno anche aperta al perdono di Dio. E la proclamazione fondamentale era questa: l’incontro con il Signore è un incontro di perdono, nel quale la nostra vita viene rinnovata, rigenerata, creata veramente come vita nuova attraverso il dono dello Spirito del Signore, attraverso quello spirito generoso e costante che è suo e di cui noi abbiamo bisogno.

Proprio per questo l’incontro con il Signore deve trasformarsi in ringraziamento. Abbiamo ricevuto il dono gratuito della grazia del Signore, il perdono, quindi un dono eminente e grande: è giusto ringraziare.

Lo facciamo con le parole di un Salmo, il Salmo 103 (102), che si presenta come una meditazione sull’amore di Dio, sulla bontà e misericordia di Dio verso di noi. Dice così:

SALMO 103 (102)

[1] Di Davide

 Benedici il Signore, anima mia quanto è in me benedica il suo santo nome.

[2] Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici.

[3] Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie;

[4] salva dalla fossa la tua vita, ti corona di grazia e di misericordia;

[5] egli sazia di beni i tuoi giorni e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza.

[6] Il Signore agisce con giustizia e con diritto verso tutti gli oppressi.

[7] Ha rivelato a Mosè le sue vie, ai figli d’Israele le sue opere.

[8] Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.

[9] Egli non continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno.

[10] Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe.

[11] Come il cielo è alto sulla terra, così è grande la sua misericordia su quanti lo temono;

[12] come dista l’oriente dall’occidente, così allontana da noi le nostre colpe.

[13] Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono.

[14] Perché egli sa di che siamo plasmati ricorda che noi siamo polvere.

[15] Come l’erba sono i giorni dell’uomo, come il fiore del campo, così egli fiorisce.

[16] Lo investe il vento e più non esiste, e il suo posto non lo riconosce.

[17] La grazia del Signore è da sempre, dura in eterno per quanti lo temono; la sua giustizia per i figli dei figli,

[18] per quanti custodiscono la sua alleanza e ricordano di osservare i suoi precetti.

[19] Il Signore ha stabilito nel cielo il suo trono e il suo regno abbraccia l’universo.

[20] Benedite il Signore, voi tutti suoi angeli, potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola.

[21] Benedite il Signore, voi tutte, sue schiere, suoi ministri, che fate il suo volere.

[22] Benedite il Signore, voi tutte opere sue, in ogni luogo del suo dominio.

 Benedici il Signore, anima mia.

Come vedete, il Salmo inizia e si conclude con l’invito alla benedizione: “Benedici il Signore, anima mia”. Ora, questa benedizione è una forma caratteristica di preghiera che è presente in tutta la Bibbia, in tutta la spiritualità ebraica e cristiana.

La benedizione è la preghiera che deve scaturire necessariamente dal cuore dell’uomo quando si incontra con i benefici di Dio.

Voglio dire: all’inizio di tutto ci stanno le benedizioni di Dio. Dio ci benedice con la vita, ci benedice con la salute, ci benedice con i frutti della terra, ci benedice con la tranquillità e la pace sociale.

Ci sono tutta una serie di motivi, di benedizioni, di gioie che vengono dal dono del Signore, che vengono dalla sua misericordia, dalla sua generosità.

Bene, quando un uomo incontra queste cose non può tacere, deve rispondere a Dio e rispondere benedicendo.

Quando andiamo a tavola e mangiamo i frutti della terra, è un dovere del cuore religioso benedire Dio.

“Benedetto sei tu Signore, Dio dell’universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del nostro lavoro”.

È una benedizione che usiamo nella Messa, ma è una formula di benedizione tipica di tutta la tradizione ebraico-cristiana.

Bene. Allora:

“Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me (cioè tutto il mio intimo) benedica il suo santo nome. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici”.

“Non dimenticare” è l’altro precetto. L’unico modo per non dimenticare il dono di Dio è la benedizione, è la lode, il ringraziamento. Altrimenti succede che questi benefici non cambiano la nostra vita.

È vero che se io mangio i frutti della terra, i grassi e le proteine di cui ho bisogno li ricevo in tutti i modi, ma questo non è sufficiente per vivere, ma per vegetare. Per vivere devo riconoscere che quel cibo mi viene dall’amore del Signore.

Riconosco allora, dentro alla mia vita, tutto quel dramma di amore, di benevolenza, di riconoscenza, di fede, di speranza che dà un senso alla vita: ma devo aprire gli occhi a questo.

Nella spiritualità biblica, forse, il peccato fondamentale è dimenticare.

Quando gli Ebrei stanno per entrare nella Terra Promessa dopo i quaranta anni che hanno passato nel deserto, Mosè fa loro un discorso che è fondamentalmente questo:

“Bada; sono passati quarant’anni. In questi anni chi ti ha dato da mangiare è stato il Signore: hai mangiato la manna che ti veniva giorno per giorno dalla mano del Signore. Chi ti ha dato da bere è stato il Signore: ha fatto scaturire l’acqua dalla roccia in mezzo al deserto. Quindi, in questi quaranta anni il Signore ti ha guidato, ti ha preso per mano, ti ha permesso di sopravvivere in una condizione difficile, come è la condizione del deserto.

Adesso entriamo nella Terra promessa. Non ci sarà più bisogno di far scaturire l’acqua dalla roccia, perché di acqua ce n’è in abbondanza: ci saranno sorgenti, torrenti e fiumi.

Non ci sarà più bisogno della manna, perché la terra ti darà i frutti necessari per la tua vita, cioè lavorerai e mangerai, diventerai ricco, potrai costruirti della case, scavare i minerali dalle rocce, rendere la tua vita autosufficiente. Guardati dal dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha condotto per tutti questi quarant’anni. Sta’ attento che non ti succeda di dire: «Ma è perché io sono bravo a coltivare la terra che io posso mangiare i frutti di questo suolo». «È perché io sono intelligente a costruire le case che riesco a fare case che stanno in piedi e mi proteggono».

Guardati dal pensare che tutto questo venga dalla tua mano.

Ricordati dei quarant’anni che hai fatto e dei benefici del Signore, perché se dimentichi questo, perdi il legame con Lui, sorgente autentica della tua vita”.

Allora è un comando: dove Dio opera, l’uomo deve benedire; dove l’uomo riceve un beneficio del Signore, deve ricordarsene attraverso la lode e la benedizione. Per questo, nel trattato delle benedizioni del Talmud c’è scritto che: “tutte le volte che uno mangia, qualche cosa di più grande di una oliva, deve benedire il Signore”. È un dovere, e in più è un beneficio, quindi benedica.

Benedici il Signore, anima mia”: e questo potreste impararlo, perché la benedizione è una preghiera semplicissima ed è una preghiera che si può fare mentre si lavora, mentre si cammina, si studia, subito prima e subito dopo; non è difficile. “Benedetto sei tu Signore: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane”. Benediciamo allora il Signore perché:

“Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie; salva dalla fossa la tua vita, ti corona di grazia e di misericordia; egli sazia di beni i tuoi giorni e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza”.

I benefici che ricordiamo sono quelli che abbiamo narrato ieri sera: il perdono come guarigione dell’uomo, come ricostruzione dell’uomo integro e sano, liberato dalla fossa (cioè dalla morte) e coronato di grazia e di misericordia, cioè ricondotto a quello che era sogno di Dio: l’uomo fatto a sua immagine e somiglianza, quindi circondato dalla bellezza, dallo splendore che sono propri di Dio. Ma non solo.

“Egli sazia di beni i tuoi giorni” (i beni che ci accompagnano quotidianamente) e tu rinnovi coma aquila la tua giovinezza”.

Questa strana immagine è spiegata molto bene in un brano di Isaia. Al cap. 40, 27 recita così: (Is 40,27-31)

[27] Perché dici, Giacobbe, e tu, Israele, ripeti: «La mia sorte è nascosta al Signore e il mio diritto è trascurato dal mio Dio»

Ti viene da dire: il Signore mi ha dimenticato, il Signore non si prende cura della mia vita?

[28] Non lo sai forse? Non lo hai udito? Dio eterno è il Signore, creatore di tutta la terra. Egli non si affatica né si stanca, la sua intelligenza è inscrutabile.

[29] Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato.

[30] Anche i giovani si affaticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono;

[31] ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi”.

La speranza è esattamente questo. Quando il Signore ci dona speranza vuole dire che dà forza a chi è stanco e moltiplica il vigore a chi è spossato. C’è, naturalmente, una stanchezza che è puramente fisica, ma la stanchezza vera dell’uomo è quella fatica di andare avanti, per cui diventa faticoso e pesante qualunque movimento, qualunque comportamento e qualunque scelta. Questi sono i momenti in cui abbiamo bisogno di speranza.

Il Signore è così il Signore è perennemente giovane e perennemente vivo, l’antico di giorni ma che non è invecchiato nella sua forza; ha quella capacità di rigenerazione che- è il sogno di ogni vivente: “dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile”.

L’aquila, naturalmente, è il simbolo della leggerezza e del vigore che non viene meno, quindi immagine di una vita che ha in se una energia che si rinnova.

“Corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi”:

e questo sarebbe un piccolo poema da spiegare. “Corrono senza affannarsi”, vuole dire che non sono pigri, che fanno molte cose, ma senza affanno, senza ansie; non sono così preoccupati di dover arrivare a chissà chi…, a dover salvare il mondo. Il mondo l’ha già salvato qualcun altro. Quindi sono liberi di fare le cose così come vanno fatte, con il loro tempo e con il loro impegno: “corrono senza affannarsi”.

Forse ricordate quell’altro versetto di Isaia:

“Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza”.

Quindi una calma che deve accompagnare il cammino, le scelte dell’uomo.

Questo, dunque, fa il Signore nella nostra vita. Poi continua:

“Il Signore agisce con giustizia e con diritto verso gli oppressi. Ha rivelato a Mosè le sue vie, ai figli d’Israele le sue opere”.

Notate che quelle cose che abbiamo letto: perdona, guarisce, salva, sazia, agisce con giustizia, sono cose che il Signore non ha fatto semplicemente una volta, ma le fa’ costantemente e le rinnova ogni volta, ogni giorno. I benefici del Signore si rinnovano.

Ripensate a tutte le volte che ci accostiamo al sacramento della Penitenza e torniamo a ricevere il beneficio del perdono del Signore. Quante volte? Settanta volte sette, cioè all’infinito. Il perdono di Dio è senza limiti: non si stanca, non si lascia prendere dall’avvilimento.

Allora possiamo dire:

“Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Egli non continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno. Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe”.

La caratteristica del Signore è la bontà e la misericordia.

C’è anche l’ira, perché dice: “lento all’ira e grande nell’amore”, bisogna che spieghiamo perché.

C’è anche l’ira, perché l’ira è semplicemente la reazione necessaria di fronte a quello che minaccia la vita, a quello che minaccia il bene. C’è un’ira che si chiama così perché è una emozione incontrollata (il “perdere i cavalli”): questo tipo d’ira in Dio non c’è.

Ma c’è un’altra ira che è una reazione di lotta contro tutto quello che di male, di negativo, di ingiusto, di cattivo, di falso, c’è in noi e attorno a noi.

Voglio dire: quando vi incontrate con l’ingiustizia, sarà bene che non rimaniate indifferenti; sarà bene che l’ingiustizia susciti dentro al vostro cuore una reazione, una ribellione. Non solo nel vostro cuore, ma, se potete fare qualche cosa per togliere l’ingiustizia, è giusto che lo facciate. Se potete fare qualche cosa per raddrizzare ciò che è storto, è giusto che vi ci impegniate.

Se a voi sta a cuore il bene, la vita, quando trovate delle realtà che sono mortificanti per la vita, che la distruggono, dovete naturalmente impegnarvi a combatterle.

Bene, questa è l’ira di Dio.

L’ira di Dio, vuol dire che Dio non è connivente con il male, che quando si trova di fronte al male non rimane in silenzio nascondendolo: lo combatte, reagisce, si ribella.

Dio è un Dio che sa ribellarsi e contestare.

Dice così: “Egli non continua a contestare”; vuole dire che contesta, ma che non contesta per sempre. Vuole anche dire che si adira, ma la sua ira non dura per sempre. C’è una misericordia che limita l’ira di Dio: la misericordia dura sempre, l’ira è provvisoria.

L’ira è provvisoria com’è provvisoria l’ira di un papà o di una mamma che si adirano di fronte a un comportamento sbagliato del figlio; si adirano perché non possono far credere al figlio che ha fatto bene a fare quello che ha fatto; debbono mettergli davanti l’errore che ha compiuto in modo che non si ripeta, in modo che ci sia una maturazione, una crescita, e per questo debbono reagire. Ma questa è una reazione provvisoria, terapeutica: non serve per distruggere, ma perché uno si renda conto del male per poterlo combattere e superare.

L’ira di Dio non è un’ira che distrugge, né un’ira che voglia annientare.

Nel cap. 11 di Osea c’è un brano famosissimo, che sarebbe tutto da spiegare (ma io prendo solo alcuni versetti dal 7 in poi), dove il Signore si mette davanti al suo popolo e rimane come deluso del suo atteggiamento, e dice:

[7] Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo”.

Dio che rimane perplesso, come incapace di capire il comportamento del suo popolo, perché lo ha chiamato “Israele”, lo ha chiamato perché guardasse in alto, verso Dio e conoscesse i benefici della sua misericordia e del suo amore. “Nessuno sa sollevare lo sguardo”.

A questo punto viene l’ira di Dio. Notate come viene descritta:

[8] Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? Come potrei trattarti al pari di Adma, ridurti allo stato di Zeboim?

 Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione.

E vuole dire: “Come faccio a distruggerti, ad annientarti? Non ci riesco, perché il mio cuore si commuove dentro di me, le mie viscere fremono di compassione. Allora:

[9] non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira.

E vuole dire: “Se fossi un uomo forse mi lascerei trascinare dall’ira fino a distruggere; ma io sono Dio e non uomo; per questo non vengo nella mia ira”. Per questo l’ira è provvisoria in Dio, non è il senso della sua venuta: quando Dio viene, viene sempre nella misericordia.

L’ira, stranamente, è un sottoprodotto dell’amore: proprio perché Dio ci ama, Dio si adira, perché non sopporta il male che c’è in noi, perché ci vuole vivi e sani, e quando c’è in noi qualche cosa di malato, reagisce, fa qualche cosa per rendercene consapevoli, per farcene uscire. Per questo dice:

“Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore”.

L’amore di Dio non ha confini, l’ira invece sì. Per cui:

“Egli non continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno”.

E ancora:

“Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe”.

E questo atteggiamento di Dio viene spiegato con alcune immagini:

“Come il cielo è alto sulla terra, così è grande la sua misericordia su quanti lo temono”;

Quindi una misericordia senza limiti, la cui grandezza non è misurabile, non si arriva in fondo per comprenderne il limite estremo. C’è sempre una ricchezza di misericordia che va al di là di quello che possiamo pensare o avere bisogno.

Ancora, l’altra immagine:

“come dista l’oriente dall’occidente, così allontana da noi le nostre colpe”.

Quindi non solo ci perdona, ma allontana da noi le nostre colpe, perché non le abbiamo più sotto gli occhi, perché non diventino più motivo di angoscia, perché non ci condizionino più per il futuro. Tutto quello che il Signore ci ha perdonato è gettato lontano da noi, quanto l’oriente dista dall’occidente. Il Signore si è gettato il nostro peccato “dietro le spalle” o, secondo un’altra immagine di Michea, “in fondo al mare”. Quindi vuol dire una libertà autentica dal peccato.

Libertà vuole dire che non è più una palla al piede che ci impedisce di andare avanti, di cogliere la ricchezza della vita che viviamo e di vivere con serenità i rapporti con gli altri. Questi condizionamenti del nostro peccato il Signore li allontana.

Terza immagine:

“Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il signore ha pietà di quanti lo temono”.

Prima ha preso delle immagini spaziali, adesso prende una immagine di affetto, ma che ha lo stesso significato.

Come non è misurabile l’universo, così non è misurabile l’amore paterno o materno:

“ha pietà”. E pietà è quella del papà del figliol prodigo, che si getta al collo del figlio quando ritorna: è una amore che non è misurabile e che ha una profondità insondabile. Così è l’amore del Signore.

Poi dice una cosa sorprendente: Dio ha pietà di noi; Dio ci perdona le nostre colpe. Per quale motivo?

Il Salmo 103 porta un motivo che è praticamente unico nella Scrittura. Se ne potrebbero portare molti altri, ma qui dice:

“Perché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere. Come l’erba sono i giorni dell’uomo, come il fiore del campo così egli fiorisce. Lo investe il vento e più non esiste e il suo posto non lo riconosce”.

Vuol dire che la misericordia di Dio verso di noi ha, fra i tanti motivi, questo: la nostra povertà, la nostra fragilità: siamo delle creature effimere, povere e limitate. Questo, da una parte, può spiegare i nostri egoismi: proprio perché ci rendiamo conto di avere poco, è facile che a quel poco ci attacchiamo con le unghie e con i denti, come il povero che si attacca a quel po’ che gli è rimasto non avendo altro.

Alle volte il nostro egoismo nasce proprio da questo senso di paura: la paura di perdere quel pezzettino di vita o di benessere che abbiamo.

È una paura stolta che va al di fuori della fiducia in Dio e nella vita che viene da Dio, ma che si accompagna alla nostra fragilità. In ogni modo la condizione dell’uomo davanti a Dio è e rimane una condizione di miseria.

Per questo Dio non fa fatica, dice il nostro Salmo, a perdonare, ad allargare, le sue braccia perché l’uomo trovi un tantino di sostegno e di protezione dentro al suo amore.

Dunque l’uomo è effimero e la sua bellezza è come quella del fiore del campo, che è molto bello, ma dura poco. Così è l’uomo, bello e sorprendente, ma effimero. “Lo investe il vento e più non esiste e il suo posto non lo riconosce”.

 “La grazia del Signore è da sempre, dura in eterno per quanti lo temono; la Sua giustizia per i figli dei figli, per quanti custodiscono la sua alleanza e ricordano di osservare i suoi precetti”.

E vuol dire: siamo condannati a passare velocemente. Allora non c’è speranza di solidità? No, una speranza c’è, quella che viene dalla grazia del Signore; quella che viene quando possiamo aggrapparci al suo amore, perché quello rimane per sempre. La nostra vita passa velocemente, l’amore di Dio rimane per sempre.

Allora, tu la tua vita aggrappala a Dio, legala al suo amore, appoggiala su di Lui, sulla sua fedeltà, e allora quella solidità che è di Dio, diventerà anche tua e quella eternità che è di Dio, diventerà anche tua:. In fondo il progetto di Dio è proprio questo: rendere l’uomo, creatura fragile, partecipe della sua vita, del suo amore, della sua eternità.

La possibilità ci è data attraverso il cammino della fede.

Allora, se le cose stanno così:

Benedite il Signore, voi tutti suoi angeli, potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola.

Benedite il Signore, voi tutte, sue schiere, suoi ministri, che fate il suo volere.

Benedite il Signore, voi tutte opere sue, in ogni luogo del suo dominio.

Benedici il Signore, anima mia.

Il cosmo deve diventare come il luogo della riconoscenza e della benedizione, quindi una nota fondamentale in tutta la creazione.

In questo il Salmo 103 ci serve da meditazione, per riflettere sulla grandezza dell’amore di Dio e sulla profondità della nostra riconoscenza.

A questo leghiamo un altro Salmo, che è sempre un Salmo di ringraziamento, che ha lo stesso atteggiamento di fondo.

Il Salmo 118, che la Bibbia di Gerusalemme intitola: “Liturgia per la festa delle Capanne”, è il canto di ringraziamento di una persona che ha conosciuto il pericolo, l’angoscia, poi, in modo meraviglioso e sorprendente, è stata liberata dal Signore.

Allora entra nel Tempio insieme con tutto il popolo d’Israele per benedire e ringraziare il Signore. E dice così: SALMO 118 (117)

[1] Alleluia.

 Celebrate il Signore, perché è buono; perché eterna è la sua misericordia.

[2] Dica Israele che egli è buono: eterna è la sua misericordia.

[3] Lo dica la casa di Aronne: eterna è la sua misericordia.

[4] Lo dica chi teme Dio: eterna è la sua misericordia.

[5] Nell’angoscia ho gridato al Signore, mi ha risposto, il Signore, e mi ha tratto in salvo.

[6] Il Signore è con me, non ho timore; che cosa può farmi l’uomo?

[7] Il Signore è con me, é mio aiuto, sfiderò i miei nemici.

[8] È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell’uomo.

[9] È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nei potenti,

[10] Tutti i popoli. mi hanno circondato, ma nel nome del Signore li ho sconfitti.

[11] Mi hanno circondato, mi hanno accerchiato, ma nel nome dei Signore li ho sconfitti.

[12] Mi hanno circondato come api, come fuoco che divampa tra le spine, ma nel nome dei Signore li ho sconfitti.

[13] Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato mio aiuto.

[14] Mia forza e mio canto è il Signore egli è stato la mia salvezza.

[15] Grida di giubilo e di vittoria, nelle. tende dei giusti: la destra del Signore ha fatto meraviglie,

[16] la destra del Signore si è alzata, la destra del Signore ha fatto meraviglie.

[17] Non morirò, resterò, in vita e annunzierò le opere del Signore

[18] Il Signore mi ha provato duramente, ma non mi ha consegnato alla morte.

[19] Apritemi le porte della giustizia: entrerò a rendere grazie al Signore.

[20] È questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti.

[21] Ti rendo grazie, Perché mi hai esaudito, Perché sei stato la mia salvezza.

[22] La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo;

[23] ecco l’opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi.

[24] Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso.

[25] Dona, Signore, la tua salvezza dona, Signore, la tua vittoria.

[26] Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Vi benediciamo dalla casa del Signore;

[27] Dio, il Signore è nostra luce. Ordinate il corteo con rami frondosi fino ai lati dell’altare.

[28] Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, sei il mio Dio e ti esalto.

[29] Celebrate il Signore, perché è buono perché eterna è la sua misericordia.

L’atteggiamento di questo Salmo è lo stesso del Salmo 103, ma mentre il Salmo 103 è una meditazione per riflettere, questo è un inno e serve a cantare. Questo Salmo vuole cantato, gridato e deve essere accompagnato da gioia e stupore.

Varrebbe la pena pregarlo insieme, in modo che la voce abbia degli echi, i più ampi possibili.

“Celebrate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia”.

Eterna” vuole dire: andate indietro nel passato fin che volete, non troverete mai un momento dove sia mancata la misericordia di Dio; e provate ad andare avanti, con la fantasia, nel futuro, tra un giorno, tra un anno, un secolo, provate a vedere quello che è ancora incerto, perché il futuro non lo conosciamo e non sappiamo che cosa ci riserverà, sappiamo però che troveremo la misericordia di Dio.

È una misericordia che abbraccia l’universo dall’inizio alla fine: “è eterna”.

Dica Israele che egli è buono: eterna è la sua misericordia.

Lo dica la casa di Aronne: eterna è la sua misericordia.

Lo dica chi teme Dio: eterna è la sua misericordia.

Deve essere un ritornello ripetuto da tutti, in coro, che la misericordia di Dio è eterna. Di fatto il salmista racconta la sua esperienza:

“Nell’angoscia ho gridato al Signore, mi ha risposto, il Signore, e mi ha tratto in salvo”.

Vuole dire: ci sono degli orecchi attenti per ascoltare la supplica dell’uomo. Quando l’uomo grida, nella sua angoscia, non ha davanti a se solo gli spazi silenziosi dell’universo, ha davanti a se la parola di Dio che risponde: “mi ha risposto il Signore, e mi ha tratto in salvo”.

Cioè, la supplica dell’uomo non è una supplica vuota, senza risposta:

Il Signore è con me, non ho timore, che cosa può farmi l’uomo? il Signore è con me, è mio aiuto, sfiderò i miei nemici”.

Sfiderò i miei nemici” traduce un’espressione che di per se vuol dire “guarderò in faccia”; vuole dire: non sarò costretto ad abbassare lo sguardo di fronte ai miei nemici; non ci sono delle forze attorno a me che mi facciano così paura da ripiegarmi su me stesso.

Tornate al discorso di prima: è la paura che molte volte ci rende egoisti, è la paura che ci pone in atteggiamento di autodifesa e di aggressività. Quando uno ha paura, aggredisce. Questo è normale, è istintivo, ma è proprio da questo che il Signore ci, libera. “Il Signore è con me, è mio aiuto, sfiderò i miei nemici”.

Quindi senza timore, senza paura, con la sicurezza che viene dalla protezione del Signore. E allora ricaviamo la lezione:

“È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell’uomo. È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nei potenti”.

Gli uomini possono anche essere potenti, ma rimangono uomini e quindi effimeri, con le loro fortune che vanno su e giù. A volte ci sembra che certe persone siano così grandi che nessuno riuscirà a scalzarle. Poi passa un annetto e le cose sono radicalmente diverse. Ne abbiamo viste di fortune che sono andate su e giù in questi anni, tantissime e velocissime. Perché questa è la condizione e la struttura dell’uomo. Quando ci sembra che l’uomo sia solido e invincibile, è una illusione. “È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell’uomo… nei potenti”.

Qui il salmista racconta la sua esperienza:

“Tutti i popoli mi hanno circondato, mi hanno accerchiato”.

Naturalmente il modo di raccontare è un tantino epico; sarà difficile che siano stati davvero tutti i popoli. Sarà stato qualcuno, ma lui si è sentito come circondato dal mondo intero, come se il mondo fosse diventato suo nemico e dovesse combattere non contro un altro alla pari, ma contro il mondo.

“mi hanno circondato come api, come fuoco che divampa tra le spine”.

Circondandomi in modo che mi diventasse impossibile difendermi (è impossibile difendersi dalle api e del fuoco); quindi segno di un assalto che viene da ogni parte e contro il quale non c’è difesa,

“ma nel nome del Signore li ho sconfitti”.

Nel nome del Signore” vuole dire come Davide con Golia:

“Tu vieni a me con la forza, con lo scudo e con la lancia; io vengo a te nel nome del Signore”.

È l’unica forza di Davide contro Golia, ed è l’unica forza del credente.

“Nel nome del Signore li ho sconfitti”.

Dice il libro di Zaccaria:

“Non con la forza né con la violenza, ma con il mio spirito, dice il Signore degli eserciti”.

Quindi si tratta di combattere.

La vita cristiana è una lotta, non con le armi, ma con la forza dello Spirito del Signore, cioè con quelle armi che sono appunto le. armi dello spirito.

“Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza”.

A questo punto c’è il giubilo, la lode, che deve diventare corale, per cui:

“Grida di giubilo e di vittoria nelle tende del giusti”.

Mica solo io, anche il vicino di tenda, anche gli altri: tutto l’accampamento, tutta Israele deve diventare il luogo in cui questo giubilo si esprime.

“La destra del Signore ha fatto meraviglie, la destra del Signore si è alzata, la destra del Signore ha fatto meraviglie. Non morirò, resterà in vita e annunzierà le meraviglie del Signore”.

Vuoi dire lo stupore di chi ormai è stato dato per spacciato: non c’è più speranza per lui e non c’è più nessuno che sia capace di salvarlo. E invece: “Non morirò, resterò in vita”.

Però, restare in vita che cosa vuoi dire?

Annunziare le opere del Signore. Siccome è il Signore che mi ha salvato, ormai la mia vita gli appartiene, e gli appartiene non come quella di uno schiavo, ma gli appartiene per la riconoscenza, lo stupore di chi ha ricevuto l’amore e la misericordia di Dio.

A questo punto c’è una processione che entra nel tempio di Gerusalemme:

“Apritemi le porte della giustizia (sono le porte del Tempio): entrerà a rendere grazie al Signore”.

E c’è una preghiera:

“Ti rendo grazie, perché mi hai esaudito, perché sei stato la mia salvezza”.

Con quel riferimento che sarà prezioso per il Nuovo Testamento.

“La pietra scartata dal costruttori è divenuta testata d’angolo; ecco l’opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi. Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso”.

La pietra che i costruttori hanno scartata” è ripreso nel Nuovo Testamento e applicato a Gesù: quel Gesù che gli uomini hanno ucciso e messo da parte, Dio lo ha collocato come testata d’angolo, come pietra che dal unità e consistenza a tutto l’edificio. Per gli uomini valeva zero, per Dio è lo strumento della salvezza: è il capovolgimento della sorte.

Questa è l’opera del Signore. il Signore fa’ queste cose ed è capace di compiere meraviglie di questo genere.

Allora: “Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso”.

Naturalmente uno può dire che i giorni li ha fatti tutti il Signore. Però ci sono dei giorni speciali, ci sono dei giorni dove l’opera di Dio si vede in un modo più vivo, più forte: il giorno di Pasqua, per esempio, giorno in cui il Signore è risorto dai morti, il giorno in cui l’opera di Dio ha manifestato la sua potenza.

In fondo, ci sono dei giorni nella nostra vita (e ciascuno potrebbe ricordarne qualcuno) dove uno ha percepito, ha sperimentato la protezione e la salvezza di Dio, la consolazione di Dio, la gioia e una speranza più grande. Allora può dire: “Questo è il giorno fatto dal Signore. Dona, Signore, la tua salvezza”.

Poi dovete immaginare la processione che va fino all’altare degli olocausti con la lode al Signore: “Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, sei il mio Dio e ti esalto”.

Come dicevo, questo Salmo, è un Salmo di ringraziamento e ci potrebbe aiutare sia nei momenti belli, per esprimere la nostra gioia, sia nei momenti di avvilimento. Usatelo nei momenti di avvilimento, perché è una buona medicina; ci permette di ritrovare il ricordo della bontà e della misericordia del Signore e ci permette si ritrovare fiducia e speranza.

Potete rileggere questo Salmo alla luce della Pasqua. Oggi è domenica e questo Salmo è un Salmo domenicale. Immaginate che a pregare questo Salmo sia Gesù Cristo, e provate a vedere che cosa ne viene fuori: il Cristo risorto, il quale rende grazie al Padre per il dono della vita, per la risurrezione, per la vittoria sulla morte.

“Nell’angoscia ho gridato al Signore (il Getsemani): mi ha risposto il Signore e mi ha tratto in salvo (la domenica di Pasqua). Non morirò, resterò in vita e annunzierò le opere del Signore. Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato il mio aiuto”.

Applicate tutto questo a Gesù Cristo e poi mettetevi nei panni di Gesù Cristo, perché quello che è accaduto a Gesù è accaduto anche a noi, fa’ parte della nostra speranza, e il Salmo, in questo modo, diventa nostro.

Allora, a che punto siamo del cammino?

Desiderio di Dio, ieri mattina; incontro con il Signore come perdono, ieri sera; ringraziamento al Signore per il suo perdono, adesso.

I Salmi 103 e 118 vogliono insegnarci a ringraziare a riconoscere i benefici del Signore, a renderci conto che viviamo di questi benefici e a diventare riconoscenti. Bisogna che dentro alla nostra vita la preghiera di ringraziamento sia frequente, e per preghiera di ringraziamento intendete la benedizione: benedite! Benedite Dio per ogni cosa bella che avete, benedite Dio quando al mattino aprite gli occhi e cominciate una giornata nuova.

Benedite Dio quando camminate e riuscite a mettere un piede davanti all’altro. Ringraziate il Signore quando incontrate delle persone che vi sono amiche.

Benedite Dio quando potete mangiare a tavola e benedite Dio quando alla sera potete concludere in pace una giornata.

Ci sono nella giornata chissà quanti momenti per poter benedire Dio. E questa non è una preghiera che richieda molto tempo: non si richiede un quarto d’ora di silenzio (questo ci vuole per altre cose), ma solo l’attenzione, solo il rendersi conto, mentre viviamo, che “quello” viene dalla mano del Signore; che il poter lavorare è dono del Signore; che l’avere una famiglia è dono del Signore. Dunque: “Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo, per questo”. Quindi ci vogliono sette secondi per fare una preghiera di questo genere, e non di più. E vuole dire che si può fare continuamente.

Allora questi due salmi dovrebbero aiutarci, stimolarci a questo tipo di preghiera e di benedizione al Signore.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.