CAMMINA DAVANTI A ME – 3

Bocca di Magra: 31 ottobre – 1-2 novembre 1992

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Cammina davanti a me

2ª Omelia – Sabato XXX settimana

Parola di Dio: Fil 1,18b-26 – Lc 14, 1.7-11)

Fa un po’ invidia e dà un po’ di vergogna quello che Paolo scrive nella lettera ai Filippesi. Fa invidia per la libertà con cui Paolo si pone davanti alle cose; una libertà che per noi è molto lontana e che si esprime, per esempio, nel fatto che Paolo al successo personale non c’è attaccato.

Nella prima frase che abbiamo ascoltato, Paolo fa riferimento ad alcuni apostoli che gli vogliono fare concorrenza. Paolo è in galera a motivo del Vangelo, e c’è qualcuno fuori che si affanna ad annunciare il Vangelo per dire a Paolo: «Vedi, non sei poi indispensabile. Siamo bravi anche noi; riusciamo anche noi a f are le cose, anche se tu non ci sei».

E questo atteggiamento che avrebbe dovuto dare fastidio a Paolo, in realtà lo lascia del tutto tranquillo e dice: «purché in ogni maniera Cristo venga annunziato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmi».

Vuole dire: «Mi interessa che venga annunciato Gesù Cristo; non mi interessa che io riesca ad annunciare Gesù Cristo. Non mi interessa il mio successo, che io abbia molta gente che mi venga dietro, mi interessa che ci sia molta gente che va dietro a Gesù Cristo».

Questo vuol dire avere raggiunto una libertà profonda nei confronti del successo personale.

E questa libertà Paolo ce l’ha anche nei confronti della morte, perché dice a un certo punto. «Sono messo alle strette infatti da queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne».

Vuole dire: in concreto, nemmeno la morte fa una paura così grande a Paolo. È convinto che anche nella morte Cristo sarà glorificato nel suo corpo, quindi, che con il sacrificio e il dono della sua vita darà gloria a Cristo.

Bene. A questo punto vivere o morire è per Paolo una questione secondaria. E questo è certamente sorprendente, anche perché, quando dice queste cose, Paolo non è la persona giovane che sta in buona salute e parla della morte, ma ne parla come di una cosa strana e lontana che può dire anche delle cose azzardate.

Quando Paolo scrive queste cose è in galera; non si sa come andrà a finire. La morte è concretamente una possibilità che gli sta davanti non a lunga scadenza. Eppure Paolo, di fronte alla morte, mantiene la sua libertà interiore. Avrà anche avuto paura: è naturale, ce l’abbiamo tutti e l’avrà avuta anche lui, però l’ha superata. «Non so che cosa scegliere; Una cosa o l’altra, per quanto riguarda il senso della mia vita, mi sono indifferenti».

Allora viene una domanda: Qual è il segreto di questa libertà? Come ha fatto Paolo a raggiungere uno stadio in cui il successo personale non gli interessa più di tanto, e per cui anche la vita fisica non gli interessa più di tanto? Come ha raggiunto questa libertà e superiorità spirituale?

L’ha forse raggiunta disprezzando la vita? Questo è un modo; almeno alcuni filosofi hanno tentato di fare vedere tutte le cose negative che ci sono nella vita, per cui è stolto attaccarcisi, per cui anche la morte viene vista non come una sconfitta, ma come una liberazione.

Paolo non traccia questa strada; non perde la paura nella morte perché ha perso l’amore per la vita, perché la vita non gli dice più niente e non è per lui più positiva, ma piuttosto ha preso un’altra strada: quella di riconoscere che c’è qualche cosa più importante ancora della vita.

Se si può rinunciare con libertà interiore alla vita è, non perché la si disprezza, ma perché ho trovato qualche cosa che vale ancora di più.

Vivere vuol dire: mangiare, bere, dormire, amare, studiare, lottare… «Per me vivere è Cristo, dice Paolo, e il morire un guadagno».

«Per me vivere è Cristo» vuol dire: “da quando ho imparato a conoscerlo, in qualche modo mi ha affascinato. Non riesco più a costruire un progetto di vita dove Lui non sia al centro. So di essere debitore di tutto quello che sono al suo amore, e vivo tutto quello che scelgo come risposta al suo amore”.

Forse ricordate, nella lettera ai Romani Paolo scrive:

«Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno di noi muore per se stesso. Perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Dunque, sia che sì viva, sia che si muoia noi siamo del Signore».

Ed è l’annuncio di un capovolgimento nel modo di impostare la vita.

Io non sono il centro della mia vita e il resto non gira intorno a me e alla mia autorealizzazione; il centro della mia vita è diventato Gesù Cristo. So che da Gesù Cristo mi viene quella salvezza che dà valore a ogni mia cosa, a ogni mio momento di esistenza.

Allora, se da Cristo mi viene la vita, per Cristo io sono chiamato a viverla. Se mi ha donato il suo amore, e io l’ho ricevuto, debbo donargli il mio amore e rispondergli.

Arriverà a scrivere nella lettera ai Calati:

«Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. Questa vita che io vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me».

Ma questo che cosa vuol dire in concreto?

Vivo per predicare il Vangelo e porto nel mio corpo le stigmate della sofferenza, della persecuzione per il Vangelo per amore del Signore. Cerco di spendere la mia vita per voi, perché voi possiate crescere e diventare la comunità del Signore.

E qui viene l’ultimo aspetto, sorprendente, del brano che abbiamo ascoltato.

Abbiamo detto: c’è qualche cosa di più importante della vita, e questo qualche cosa si chiama Gesù Cristo. Quindi, essere con Gesù Cristo è motivo di gioia maggiore che non semplicemente, essere nella carne.

Ma c’è qualche cosa di più grande ancora che essere con Gesù Cristo. È strano, ma Paolo dice proprio questo: c’è qualcosa di più grande, di più gioioso che essere con Gesù Cristo.

Che cosa?

Annunciare Gesù Cristo, parlare di Gesù Cristo, proclamare Gesù Cristo, per cui dice:

«Da una parte desidererei morire per stare subito con il Signore; d’altra parte è più necessario per voi che io rimanga nella carne. Per conto mio, sono convinto che resterò e continuerò ad essere d’aiuto a voi tutti, per il progresso e la gioia della vostra fede, perché il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo, con la mia nuova venuta tra voi».

Dunque, c’è qualche cosa che gli sta ancora più a cuore, e lo si capisce: Cristo ha donato la sua vita per redimere gli uomini: «Ha tanto amato gli uomini da donare per loro la sua vita».

Allora il massimo che ci sia possibile è entrare nei sentimenti del Signore. E come il Signore ha dato la vita per gli altri, perché gli altri possano vivere, così dare la vita perché gli altri possano vivere; e se questa vita è il Vangelo, vivere perché gli altri possano ricevere il Vangelo. Questo è il massimo che Paolo vede come realizzazione e come gioia della sua vita.

Tiriamo qualche conseguenza.

Io ci vedo dentro la mia gioia di essere prete. Un prete che cosa fa? Semplicemente quello: annuncia il Vangelo, e quindi spende quel pochino di tempo e di fiato che ha perché nasca la comunità cristiana e perché la comunità cristiana si edifichi, cresca, maturi e diventi sempre più cristiana.

Secondo Paolo non c’è una cosa più bella e più importante di questa. Neanche essere con Gesù Cristo è più importante di questo, perché potere fare sì che gli altri siano con Gesù Cristo, diventa per lui la questione ultima, il senso ultimo della sua esistenza.

Detto questo si capisce, che il senso di fare il prete ci sta dentro ed è bello.

Evidentemente questo non riguarda solo i preti, questo riguarda tutti quelli che, in un modo o nell’altro, vivono perché la comunità cristiana sia edificata. Cioè, tutti quelli che annunciano la parola; quindi ci stanno dentro anche i catechisti, i lettori della parola di Dio; ci stanno dentro gli accoliti, che permettono alla celebrazione eucaristica di essere il più ricca possibile; ci stanno dentro i genitori che insegnano il Vangelo ai propri figli e, quindi, li educano in una prospettiva, di fede e di speranza; ci stanno dentro tutte queste esperienze e quindi ci state dentro tranquillamente anche voi.

Ma bisogna che facciamo nostra questa visione, secondo la quale il dono del Vangelo è il regalo più grande che possiamo fare agli altri.

Regalare il Vangelo vuol dire regalare la fede; vuol dire regalare la speranza; vuol dire regalare qualcuno per cui vale la pena vivere e per cui varrà la pena morire. Vuol dire, quindi, dare un fondamento solido all’esistenza dell’uomo. Così dice S. Paolo.

Una cosettina per il Vangelo.

Primo: c’è un insegnamento molto semplice sull’umiltà che, anche nei rapporti umani, è un buon passaporto. Le persone presuntuose non sono mai piaciute a nessuno, e quando si incontra una persona che si pensa chi sa chi, rimaniamo un tantino scostati, perché la superbia e l’orgoglio allontanano e impediscono il dialogo facile, la comunicazione. E allora «quando sei invitato a nozze, non metterti al primo posto», perché può darsi che tu finisca per fare una brutta figura; mettiti all’ultimo posto che, anche dal punto di vista umano, è un inizio buono. Dopo, al massimo puoi solo crescere di grado, puoi solo salire di posto, e questo sarà, certamente per te, un motivo di onore e per gli altri un motivo per accoglierti più facilmente nella loro comunione.

Ma, naturalmente, il Signore non voleva insegnare il galateo a tavola e non voleva semplicemente insegnare l’umiltà nei rapporti di precedenza in un banchetto.

Quello che il Signore voleva insegnare è il rapporto giusto con Dio. E non c’è dubbio che davanti a Dio l’unica possibilità che noi abbiamo è quella di essere umili, di presentarci come dei mendicanti, come dei bisognosi.

Perché se noi facciamo tanto di presentarci davanti al Signore come della gente che ha delle qualità, dei meriti e delle pretese, e ci presentiamo davanti al Signore con il cuore chiuso; tutto quello che il Signore è in grado di darci non lo riceviamo perché sono ricco, sono buono, sono santo. Di che cosa ho bisogno?

Il rapporto con il Signore diventa un rapporto sterile dove non c’è l’umiltà.

Tale è la parabola del fariseo e del pubblicano.

Il pubblicano, che è un peccatore davvero, esce dall’incontro con il Signore giustificato. E lo si capisce: il Signore c’è apposta per giustificare, c’è apposta per perdonare. Quindi, quando uno va davanti al Signore a dirgli: «O Dio, abbi pietà di me, che sono un peccatore», Dio ha il gusto di fare il Dio che perdona; Dio è contento di perdonare.

Ma se ci presentiamo davanti a Dio facendo l’elenco delle nostre opere buone, per dire –»Guarda come sono stato bravo», magari Dio potrà anche ammirare la nostra virtù se è proprio così grande, ma non ci può dare niente perché abbiamo già tutto.

E, invece, abbiamo bisogno di Dio, di quello che viene da Dio e, quindi, dobbiamo presentarci davanti a Lui in atteggiamento di accoglienza, come dei mendicanti.

Un’ultima cosa.

Nella vita spirituale tutto quello che abbiamo lo abbiamo ricevuto. E siccome lo abbiamo ricevuto, bisogna che noi lo trasformiamo in una grandezza umana.

Voglio dire: quello che il Signore ti ha dato, te lo ha dato Lui, è un regalo. Non puoi fartene grande, non puoi, a motivo del regalo, sentirti più grande degli altri; magari sei tre centimetri sopra degli altri, ma i tre centimetri sono il Signore; e quindi non sono la tua statura quei tre centimetri di differenza, sono la grazia di Dio. Quindi sono una grazia che non devi farla diventare una cosa tua, perché, se tu ti servi dei doni del Signore per disprezzare gli altri e guardarli dall’alto in basso, non sono più doni del Signore perché li hai fatti diventare un tuo possesso, viene a mancare quella ricchezza di vita che i doni del Signore portano con se.

Insomma, voglio dire: tutto quello che entra nella vita spirituale: la fede, la speranza, il Vangelo, la conoscenza del Signore, cioè tutte queste cose, sono cose di cui dobbiamo essere riconoscenti al Signore, cose per le quali non ci possiamo sentire neanche un millimetro più alti degli altri, perché sono doni e non li possiamo fare valere come delle nostre capacità o delle nostre abilità.

Allora il Vangelo ci conduce verso un atteggiamento del cuore pulito, che non si attacca a niente, che riceve i doni del Signore, ma che non li fa diventare dei motivi di orgoglio e di autorealizzazione.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.