CAMMINA DAVANTI A ME – 2

Bocca di Magra: 31 ottobre – 1-2 novembre 1992

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Cammina davanti a me

2ª Meditazione
Salmo 50 e 51

Continuiamo il cammino meditando il Salmo 50 (49).

Siamo partiti rinnovando il desiderio dell’incontro con il Signore e questo incontro lo viviamo con il Signore nella gioia, però anche come incontro che ci purifica, che ci conforta.

Quello che ricordavamo nella celebrazione della penitenza e la meditazione che facciamo questa sera, può essere un prolungamento della celebrazione penitenziale che abbiamo fatto oggi pomeriggio. Il Salmo 50 dice così:

SALMO 50 (49)

[1] Salmo. Di Asaf. Parla il Signore, Dio degli dei, convoca la terra da oriente a occidente.

[2] Da Sion, splendore di bellezza, Dio rifulge.

[3] Viene il nostro Dio e non sta in silenzio; davanti a lui un fuoco divorante, intorno a lui si scatena la tempesta.

[4] Convoca il cielo dall’alto e la terra al giudizio del suo popolo:

[5] «Davanti a me riunite i miei fedeli, che hanno sancito con me l’alleanza offrendo un sacrificio».

[6] Il cielo annunzi la sua giustizia, Dio è il giudice.

[7] «Ascolta, popolo mio, voglio parlare, testimonierò contro di te, Israele: Io sono Dio, il tuo Dio.

[8] Non ti rimprovero per i tuoi sacrifici; i tuoi olocausti mi stanno sempre dinanzi.

[9] Non prenderò giovenchi dalla tua casa, né capri dai tuoi recinti.

[10] Sono mie tutte le bestie della foresta, animali a migliaia sui monti.

[11] Conosco tutti gli uccelli del cielo, è mio ciò che si muove nella campagna.

[12] Se avessi fame, a te non lo direi: mio è il mondo e quanto contiene.

[13] Mangerò forse la carne dei tori, berrò forse il sangue dei capri?

[14]  Offri a Dio un sacrificio di lode e sciogli all’Altissimo i tuoi voti;

[15] invocami nel giorno della sventura: ti salverò e tu mi darai gloria».

[16] All’empio dice Dio: «Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza,

[17] tu che detesti la disciplina e le mie parole, te le getti alle spalle?

[18] Se vedi un ladro, corri con lui; e degli adulteri ti fai compagno.

[19] Abbandoni la tua bocca al male e la tua lingua ordisce inganni.

[20] Ti siedi, parli contro il tuo fratello, getti fango contro il figlio di tua madre.

[21] Hai fatto questo e dovrei tacere? Forse credevi ch’io fossi come te! Ti rimprovero: ti pongo innanzi i tuoi peccati».

[22] Capite questo voi che dimenticate Dio, perché non mi adiri e nessuno vi salvi.

[23] Chi offre il sacrificio di lode, questi mi onora, a chi cammina per la retta via mostrerò la salvezza di Dio.

Questo è il Salmo.

Parla di Dio: dice che Dio viene, poi Dio rifulge, poi parla, poi giudica.

Parla del popolo: e il popolo ascolta, confessa il peccato, loda e supplica.

Quindi il Salmo è l’incontro di due volontà: da una parte c’è la volontà pura e fedele di Dio, che ha degli occhi così puri che non possono vedere il male; dall’altra c’è la volontà zoppicante e incoerente dell’uomo, di Israele.

Israele vuole essere il popolo di Dio; moltiplica i sacrifici, ma smentisce questo desiderio con una vita ingiusta, e allora l’incontro ha anche il carattere dello scontro. Dio dice: Testimonierò contro di te; ti rimprovero; ti pongo innanzi i tuoi peccati».

In qualche modo il Salmo è una convocazione in giudizio. Dio ha stipulato un patto con Israele; adesso chiama Israele a rendere conto del suo comportamento, in modo che alla fine Dio si manifesti innocente e il popolo, l’uomo, peccatore.

E vedremo che è un Salmo aperto; aperto vuol dire che parla solo Dio. In questo Salmo la risposta dell’uomo non c’è; la risposta dell’uomo la dobbiamo aggiungere noi, come una risposta che nasce però dall’ascolto del Signore.

Tentiamo allora di vedere.

«Parla il Signore, Dio degli dei, convoca la terra da oriente a occidente».

Qui dovete immaginare la scena più ampia possibile, da oriente a occidente, il cielo e la terra: è il mondo stesso che viene chiamato a testimoniare l’incontro. L’incontro di Dio con il suo popolo.

Del Dio che è infinitamente grande e circondato dal fuoco e dalla tempesta nella sua venuta, che è un Dio glorioso e luminoso.

Il Salmo vuole trasmettere il senso della maestà di Dio: è il Dio degli dei, incomparabile, senza paragone. Eppure, quello che è il Dio degli dei è anche il nostro Dio, il Dio che ha creato con noi un rapporto di amicizia e di alleanza. Il Signore ci convoca, ci mette insieme e dice:

«Davanti a me riunite i miei fedeli che hanno sancito con me l’alleanza offrendo un sacrificio».

Sono il mio popolo, radunatelo! Ho qualche cosa da dire, qualche cosa da testimoniare. E, infatti, l’incontro con il Signore diventa soprattutto l’incontro con la sua parola, perché Dio parla. Dice: «Io voglio parlare».

Non sta in silenzio, e verso la fine dice: «Dovrei tacere?», Vorresti che io tacessi?

No, il nostro Dio è un Dio che parla, e «parla» vuoi dire che non solo ci abbaglia con la sua apparizione; è una apparizione così luminosa che rimaniamo sconvolti. No, è una apparizione che fa appello alla nostra riflessione. La parola di Dio è una parola che si rivolge all’intelligenza; Dio ci invita a non essere abbagliati, ma a riflettere, a pensare, a verificare in concreto la nostra vita davanti a Lui. La presenza di Dio non ci schiaccia; anzi la presenza di Dio ci chiede di essere noi stessi. Dio ci chiama per nome, Dio ci invita ad ascoltare e a rispondere: questo è l’incontro con il Signore.

Bene! E che cosa dice il Signore, che cosa testimonia?

La requisitoria è in due punti: il primo punto riguarda il culto. Dice:

«Ascolta, popolo mio, io sono Dio, il tuo Dio. Non i rimprovero per i tuoi sacrifici».

E vuole dire: di che cosa è che si lamenta Dio? Non si lamenta della scarsità dei sacrifici e dei riti; dei sacrifici e dei riti ce ne sono abbastanza in Israele.

Quello di cui Dio si lamenta è il modo in cui il popolo li vive. Dice che non bisogna interpretarli male come se i sacrifici fossero un nutrimento della divinità. Questa è una concezione un pochino strana, ma siccome era presente nell’antichità, in Mesopotamia. per esempio, i nostri salmi la richiamano. Per la mitologia babilonese gli dei hanno creato l’uomo perché l’uomo, offrendo i sacrifici, nutra gli dei e gli dei non abbiano da faticare, da lavorare. In qualche modo è uno strumento di cui gli dei si servono per il loro sostentamento.

Ma non è così in Israele. Dio non mangia carne e sangue, ma soprattutto Dio è padrone dell’universo, quindi non ha bisogno della prestazione dell’uomo: noi non siamo i mezzadri di Dio.

Non è che Dio; è padrone del mondo e ce lo ha affittato a condizione che metà di quello che noi produciamo venga dato a Lui. Noi non siamo i suoi mezzadri e Dio non ha bisogno di niente di quello che noi abbiamo.

Offrire dei sacrifici non vuole dire pagare le tasse o pagare quella parte che spetta a Dio nella nostra produzione. Il rapporto con Dio non è un rapporto commerciale o salariale; non abbiamo da pagare delle tasse e non abbiamo da ricevere dei salari.

Il sacrificio ha un altro significato: il sacrificio è uno strumento per introdurre la vita dell’uomo nella sfera della benedizione di Dio. Siccome l’uomo è debole, è peccatore ed è effimero, perché dura poco, il sacrificio serve per introdurre questo povero uomo dentro alla vita dì Dio, che è una vita potente, santa ed eterna.

Quindi nel sacrificio chi ci guadagna non è Dio: chi ci guadagna siamo noi, chi ha da ricevere siamo noi. Si tratta di fare passare la nostra vita dentro alla vita di Dio. Il sacrificio rappresenta l’uomo. L’uomo che deve salire, che desidera salire verso Dio, per salire verso Dio deve donarsi a lui con la sua fede e con la sua disponibilità.

Allora si capisce che un sacrificio ha senso quando viene dal cuore, quando nasce da un amore autentico del Signore.

Non è che il Salmo rifiuta i riti, ma vuole che il rito sia capito bene, come ci aveva insegnato Isaia nel primo brano della celebrazione penitenziale: «Io non sopporto delitto e solennità»; insieme non ci stanno, fanno a pugni.

Questo discorso è prezioso per la Bibbia e andrà a finire fino al Nuovo Testamento, quando nel Nuovo Testamento noi impareremo che il sacrificio fondamentale è la morte di Cristo in croce.

La morte di Cristo in croce non è un rito, ma un atto di obbedienza, è un dono della propria vita. Allora è quello che Dio vuole che la nostra vita diventi obbedienza a Lui e, ed è la stessa cosa, che la nostra vita diventi amore agli altri.

L’obbedienza a Dio è amore agli altri. Gesù Cristo ha fatto la volontà del Padre amandoci fino al dono della vita. Questo è il sacrificio. Ogni altro rito ci vuole condurre qui, ha qui il suo valore.

Allora siamo chiamati a fare un esame di coscienza grosso.

Noi i riti li facciamo; almeno quelli che vengono agli esercizi sono persone che i riti, l’Eucaristia della domenica, i sacramenti, li viviamo: ed è fondamentale. Però dobbiamo sempre interrogarci: li capiamo nel modo giusto? Questa Eucaristia che noi facciamo la domenica, la viviamo perché la nostra vita sia secondo la volontà di Dio? Trasforma la nostra vita: il modo di vivere la famiglia, il lavoro, la politica, il rapporto con gli altri o no? O è un rito così, isolato, come una tassa da pagare al Signore? Allora:

«Offri a Dio un sacrificio di lode e sciogli all’Altissimo i tuoi doni, invocami nel giorno della sventura: ti salverò e tu mi darai gloria».

Devi riconoscere che Dio è santo e ringraziarlo. Devi riconoscere che sei peccatore e chiedere perdono. Allora la tua vita incomincia a entrare nella dimensione della sincerità.

A questo punto viene la seconda parte della requisitoria. La prima riguardava i riti, la seconda dice:

»Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che detesti la disciplina e le mie parole te le getti alle spalle?».

E vuole dire: la religione non è fatta di parole, anche belle; le parole però ci vogliono, e ci stanno le parole anche dentro alla religione, però la religione non è fatta di parole.

«Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me», si lamentava il Signore in Isaia; «Non chi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli», diceva Gesù.

Allora non serve che tu ripeta i miei decreti, cioè che tu parli di religione,

«tu che detesti la disciplina e le mie parole te le getti alle spalle».

La disciplina è quel lungo cammino di educazione, attraverso il quale gli ideali diventano realtà. Gli ideali sono molto belli perché sono pensati con la nostra intelligenza, e siccome non siamo stupidi, sappiamo pensare delle cose grandi e belle: la giustizia è un ideale; l’amore fraterno è un ideale.

Ma, caro mio, trasformare gli ideali in realtà richiede un cammino faticoso, lento e paziente, perché è molto facile dire che l’amore del prossimo è la regola della nostra vita, ma poi bisogna imparare a sopportare il vicino di casa, poi bisogna portare pazienza.

Se l’amore è una parola molto grande, la pazienza, invece, è una parola banale, che non ci attira tanto. È dura da accettare la pazienza nel quotidiano, nel rapporto con gli altri, non ha un vestito da festa, ma piuttosto da lavoro.

Eppure, se vuoi imparare e voler bene, devi passare dalla pazienza, (non c’è santo che tenga), devi passare dall’incontro e dall’ascolto delle persone, dall’accettazione delle persone con le loro caratteristiche perché, se tutte le volte che uno ti è antipatico tu chiudi i rapporti, te lo sogni tu l’amore del prossimo. L’amore del prossimo, per diventare realtà, ha bisogno di disciplina, e lo stesso vale per le altre cose.

Lo stesso vale per l’amore del Signore. È bellissimo amare il Signore; è un pochino meno bello l’essere perseveranti nella preghiera quotidiana: qualche volta è gradevole, ma tante volte è pesante. Però bisogna passare di lì.

Cioè c’è una disciplina in tutte le cose; se uno ha l’ideale del diventare medico, dopo avrà da fare sei anni di medicina, poi quattro anni di specialità e non so che cosa ancora, prima di fare il medico, cioè c’è una disciplina lunga per ottenere un certo risultato. E quello che vale per le cose di questo mondo, vale anche per la religione.

Allora non stare a ripetere i decreti del Signore se non sei disposto anche ad accettare la disciplina, a verificare la tua adesione ai Signore nel quotidiano, nei rapporti concreti.

Poi il rimprovero fa riferimento ai comandamenti del decalogo. Dice:

  • «Se vedi un ladro, corri con lui». Questo nella enumerazione di quando andavo al catechismo io, è il settimo comandamento: «non rubare».

  • «degli adulteri ti fai compagno». Questo è il sesto comandamento: «non commettere adulterio».

  • «Abbandoni la tua bocca al male e la tua lingua ordisce inganni». Questo era l’ottavo comandamento. Potete però notare che questo ottavo comandamento il nostro Salmo sembra avere una importanza speciale, perché gli altri comandamenti li ricorda con una riga sola, l’ottavo con quattro righe.

«Abbandoni la tua bocca al male e la tua lingua ordisce inganni. Ti siedi, parli contro tuo fratello, getti fango contro il figlio di tua madre».

Vuole dire che per l’autore di questo Salmo il peccato che si fa’ con la parola, con la calunnia, con una parola cattiva nei confronti degli altri, era pericoloso; non dico che fosse più grave degli altri, ma nella sua comunità era particolarmente pericoloso.

Di fatto la parola, la calunnia è capace di ledere quel tessuto di fraternità e di comunione di cui è fatta una comunità. Allora a questo bisogna stare molto attenti.

Potete anche notare che se uno dovesse tradurre alla lettera, dovrebbe tradurre: non «abbandoni la tua bocca al male», ma «getti la tua bocca nel male», e fa’ riferimento a quelle volte in cui uno parla male degli altri e ci piglia gusto e la mette proprio tutta perché si sente bravo, perché si sente capace di giudicare, perché si sente dalla parte di Dio.

Questo è un atteggiamento che Dio non accetta, tanto che dice:

«Hai fatto questo e dovrei tacere? Forse credevi ch’io fossi come te! Ti rimprovero: ti ponga innanzi il tuo peccato».

Vuole dire: Dio non è indifferente di fronte al peccato e Dio non è connivente con il peccatore; non è come l’uomo che si lascia corrompere, che si lascia comperare. Non si compera il silenzio di Dio; il silenzio di Dio non è in vendita, quindi: «Forse credevi ch’io fossi come te», che mi lasciassi comperare. No: «Ti rimprovero: ti pongo innanzi il tuo peccato».

Conclusione: è certamente una conclusione di riflessione, di sofferenza; è stato uno scontro con il Signore. Però finisce:

«Capite questo voi che dimenticate Dio, perché non mi adiri e nessuno vi salvi. Chi offre il sacrificio di lode, questi mi onora, a chi cammina per la retta via mostrerà la salvezza di Dio».

Vuole dire: c’è una possibilità di salvezza: bisogna che questo incontro con il Signore diventi un incontro purificatore, che ci conduce al riconoscimento del peccato e alla trasformazione della nostra vita.

Come dicevamo, è un Salmo aperto: presenta la querela di Dio, il lamento e l’accusa di Dio e attende la risposta del popolo.

Allora voi, adesso, dovete rispondere. Il Signore vi si è fatto incontro, vi ha messo davanti le sue esigenze dal punto di vista della religione e dal punto di vista della vita quotidiana, quindi vi ha detto quello che Lui vuole per quanto riguarda i riti, ma vi ha detto anche quello che Lui vuole per quanto riguarda i rapporti con gli altri, la vita sociale.

Bene, a questo punto che cosa mi dite voi, che tipo di risposta date? Come dicevo, la risposta ciascuno la deve dare per conto suo: si tratta di mettersi davanti al Signore, di ascoltare la sua parola, di accettare che Dio ci rinfacci il nostro peccato, perché siamo convinti che in questo modo ci salva. Ma se volete una risposta che Dio stesso ci insegna, è il Salmo subito seguente, il Miserere, che è proprio la risposta a quello che abbiamo letto finora: «Chi offre il sacrificio di lode, questi mi onora».

Bene, proviamo ad offrire a Dio questo sacrificio di lode con il Salmo 51 (50).

SALMO 51 (50)

[1] Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.

[2] Quando venne da lui il profeta Natan dopo che aveva peccato con Betsabea

[3] Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato.

[4] Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato.

[5] Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi.

[6] Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto, perciò sei giusto quando parli, retto nel tuo giudizio.

[7] Ecco, nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre.

[8] Ma tu vuoi la sincerità del cuore e nell’intimo m’insegni la sapienza.

[9] Purificami con issopo e sarò mondato; lavami e sarò più bianco della neve.

[10] Fammi sentire gioia e letizia, esulteranno le ossa che hai spezzato.

[11] Distogli lo sguardo dai miei peccati, cancella tutte le mie colpe.

[12] Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo.

[13] Non respingermi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito.

[14] Rendimi la gioia di essere salvato, sostieni in me un animo generoso.

[15] Insegnerò agli erranti le tue vie e i peccatori a te ritorneranno.

[16] Liberami dal sangue, Dio, Dio mia salvezza, la mia lingua esalterà la tua giustizia.

[17] Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode;

[18] poiché non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti.

[19] Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, tu, o Dio, non disprezzi.

[20] Nel tuo amore fa’ grazia a Sion, rialza le mura di Gerusalemme.

[21] Allora gradirai i sacrifici prescritti, l’olocausto e l’intera oblazione, allora immoleranno vittime sopra il tuo altare.

E questo credo sia la risposta più bella che dobbiamo tentare di fare nostra perché è semplicemente un appello urgente alla misericordia di Dio. Incomincia con quel:

«Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia».

Nel testo originale questo è il primo di una serie di diciassette imperativi che sostengono la preghiera del Salmo, imperativi che, rivolti a Dio, vogliono spiegare che cosa vuole dire questo «abbi pietà di me».

Questo discorso si lega anzitutto alla designazione del peccato.

Il peccato, così come è presentato nel «Miserere», è prima di tutto un peccato di ribellione. Lo abbiamo visto prima, è all’inizio di quel brano di Isaia (1, 2-3) in cui dice:

[2] Udite, cieli, ascolta, terra, perché il Signore dice: «Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me.

[3] Il bue riconosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende».

Quindi intendete il peccato non solo come la violazione della legge. Ma il peccato è più di questo: il peccato è la spaccatura di un legame, è il rifiuto, la ribellione contro la paternità di Dio, contro un amore e una gratuità di Dio. La legge è importante per questo, perché esprime l’amore del Signore verso di noi ed è questo amore al quale nel peccato noi ci ribelliamo.

La seconda immagine del peccato è quella della perversità, cioè l’allontanarsi dalla via diritta, di non essere più in armonia con il Signore, di essere, diceva S. Bernardo, persone curvate.

«Curvato» vuoi dire: Dio ha creato l’uomo perché sia diritto, sia innalzato verso di Lui in un rapporto di comunione e di fede; con il peccato l’uomo si curva su se stesso, non è più capace di desiderare Dio, il suo amore, la verità e la giustizia, ma si ripiega su se stesso, sul suo interesse egoistico.

Diventa incapace di comunicare, di rispondere, per cui quando Dio parla trova degli orecchi chiusi, insensibili.

E infine, il peccato è un errore, è lo sbagliare il bersaglio.

C’è un bersaglio, che è il traguardo della nostra vita, e uno deve pigliarlo giusto, non confonderlo con altri obiettivi. Il peccato è prendere degli altri obiettivi.

Il peccato è come l’arciere che tira con un arco allentato: se l’arco è allentato, la freccia non va diritta, non arriva al traguardo e si ferma prima.

Il peccato è questo, è il fallimento della nostra vita, è il fallimento della nostra direzione, è il non arrivare dove dovevamo arrivare: ci siamo fermati e piegati prima.

A questo fa riferimento il «Miserere»: un peccato come ribellione, come ripiegamento su se stessi, come un fallimento della propria vita.

Però è bello che il «Miserere» dica:

«Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato».

E vuole dire: non avere pietà di me secondo i miei meriti o secondo la profondità della mia conversione. Non dico davanti al Signore che sono così convertito da dovermi ascoltare, e che mi deve perdonare e che deve avere pietà di me.

No, dico davanti al Signore che la sua misericordia è così grande che può avere misericordia di me nonostante quello che sono: la sua misericordia è più grande ancora.

«Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia».

Che poi tradotto vuole anche dire una specie di ricatto a Dio. Ci sono dei ricatti che non si possono fare a Dio; Dio non si lascia ricattare. Nei salmi qualche volta ci sono dei ricatti a Dio, e uno è proprio questo: quando Dio si presenta nel libro dell’Esodo, si presenta come Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore e nella misericordia, e allora uno gli dice: «Ma se tu sei questo, se tu hai detto che sei questo, allora abbi pietà di me secondo la tua misericordia. Devi essere fedele a te stesso; non puoi smentirti, non puoi cancellare le tue parole: se sei misericordioso, abbi pietà di me».

La misericordia è un termine ebraico che deriva dal termine che indica le viscere: la misericordia è l’amore viscerale di Dio, è l’amore materno di Dio, quell’amore che rimane di fronte a qualunque comportamento del figlio; magari si adira, però non dura molto; nell’amore materno c’è una misericordia che prevale, che rimane continua come atteggiamento di fondo.

E così è la misericordia di Dio, secondo il «Miserere». Quindi incominciamo con questo appello alla sua misericordia.

Naturalmente questo deve andare insieme al riconoscimento del peccato.

«Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi».

«Riconosco» va proprio bene, ma capitelo in quel senso in cui lo intende la Bibbia.

«Io conosco la mia colpa» vuol dire non solo che so di avere peccato, ma so tutta l’amarezza del peccato, so tutta la tristezza dell’egoismo e ne ho conosciuto la degradazione. Mi pesa.

Quel «mi sta sempre dinanzi» vuole dire una conoscenza che non è puramente intellettuale del peccato, ma è la conoscenza del suo disvalore: è un valore negativo che mi ha oppresso, mi ha reso triste e mi ha ripiegato su me stesso e allora lo riconosco.

«Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male al tuoi occhi, io l’ho fatto; perciò sei giusto quando parli, retto nel tuo giudizio».

Vuole dire che il salmista non si è lasciato ingannare dal bisogno di giustificarsi, del dire: «Non ho fatto niente di male», che è un inganno, uno strumento di cui ci serviamo per difendere la nostra vita. Il salmista non è caduto in questo tranello. Non è caduto neanche nel desiderio di pensare ad altro, quindi del dire: «Cerco di distrarmi, di non pensarci».

No, ha guardato con sincerità il suo peccato, non si giustifica e non pretende di avere ragione, anzi riconosce che è Dio ad aver ragione, «perciò sei giusto quando parli». E vuole dire: «Quando mi accusi, quando mi rimproveri hai ragione. Mi arrendo, non mi difendo e non mi proteggo più. Anzi riconosco che il mio peccato ha delle radici antiche».

Quando dice che «nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre», non vuole dire che ha peccato mia madre nel mettermi al mondo, ma vuole dire che il mio peccato risale all’origine. Vuole dire che non sono solo peccatore adesso, ma se vado indietro a cercare un qualche momento della mia vita in cui fossi senza peccato, non lo trovo. Io, davanti a Dio, mi riconosco peccatore in profondità, nelle mie stesse radici.

Non sono solo alcuni comportamenti sbagliati della mia vita: sono i sentimenti, i movimenti profondi del mio cuore che sono segnati dall’egoismo.

Allora riconosco.

«Ma tu vuoi la sincerità del cuore e nell’intimo mi insegni la sapienza».

La sapienza è in questo caso il riconoscimento del peccato: mi hai insegnato a vedere e a riconoscere il mio peccato e te lo metto davanti. Allora:

«Purificami con issopo e sarò mondo».

L’issopo è un arbusto che serve come aspersorio per aspergere con l’acqua.

Purificami con issopo e sarò mondo; lavami e sarò più bianco della neve. (Is 1,18 che leggevamo prima) Fammi sentire gioia e letizia, esulteranno le ossa che hai spezzato».

Vuole dire: «Fammi sentire una parola di perdono da parte tua, allora sarà per me motivo di gioia e di letizia, allora quella vita che sento adesso come spezzata, frantumata, potrà tornare all’esultanza e alla gioia».

«Distogli lo sguardo dai miei peccati, cancella tutte le mie colpe».

Dio è capace di fare questo. Noi non siamo capaci di togliere il male dal nostro cuore, ma Dio sì. Dio è capace di pulire davvero. Tanto è capace di pulire che il «Miserere» dice:

«Crea in me, o Dio, un cuore puro».

«Crea», quindi usa quel verbo che la Bibbia attribuisce solo a Dio; nella Bibbia non ci sono degli artisti capaci di creare.

In italiano si dice creare anche dell’artista e dell’artigiano che fa’ qualche cosa di originale; nella Bibbia no: il verbo creare è un verbo che è da Dio, che solo Dio è capace di fare, che solo Dio usa.

«Crea in me, o Dio, un cuore puro» vuole proprio dire: «Fallo, come sei capace di farlo tu; fa’ un cuore che sia un capolavoro; da Dio; che sia una espressione della tua capacità di santità e di amore; crealo, perché quello che ho è meschino, è povero, è egoista».

«Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo».

«Uno spirito saldo» vuole dire che non sia incostante. Sono stanco, dice il salmista, della mia incostanza: incomincio a impegnarmi, vado avanti per qualche giorno e poi ritorno al punto di prima, mi faccio dei propositi e dopo li violo quasi inevitabilmente. E sembra quasi stanco della sua incostanza.

«Signore, rinnovami, dammi un cuore che sia saldo, che quando prende una decisione, non se la rimangi il giorno dopo; che quando inizia un cammino, sappia perseverare, magari cascando, ma senza ritornare indietro, ripartendo, ricominciando». Quindi: uno spirito saldo.

«Non respingermi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito».

E qui c’è, forse, l’espressione più misteriosa del «Miserere», e forse una delle più misteriose dell’Antico Testamento.

Chiedo a Dio uno spirito saldo perché so, per esperienza, che il mio cuore è incostante. Ma dove lo trova Dio questo spirito saldo da potermi dare?

«Non privarmi del tuo santo spirito». Cioè lo spirito stesso di Dio.

C’è in questo una intuizione misteriosa ma grande: l’intuizione secondo cui l’uomo riesce ad essere pienamente uomo solo quando ha dentro di se lo Spirito di Dio.

Questo è paradossale, perché noi diremmo: l’uomo è perfettamente uomo quando ha lo spirito dell’uomo dentro al suo cuore. Invece per la Bibbia no. L’uomo riesce a realizzare se stesso solo quando ha lo spirito di Dio dentro; in qualche modo l’uomo è più grande di se stesso; l’uomo ha dei desideri e una vocazione che vanno al di là delle sue capacità e delle sue forze. Questo, in fondo, in parte si può capire perché ce ne rendiamo conto tutti i giorni che l’uomo, per essere se stesso, ha bisogno degli altri. Non c’è nessuno che diventi se stesso chiudendosi in una torre di avorio e dicendo:

«Non voglio subire le influenze di nessuno; voglio davvero diventare me stesso». Se tu ti chiudi in una torre di avorio non diventi te stesso, non diventi uomo. Il diventare uomo nasce solo dal rapporto con gli altri: io ho bisogno degli altri per essere me stesso.

Secondo la Bibbia: ho bisogno degli altri e ho bisogno di Dio.

Ho bisogno degli altri e del loro amore: ho bisogno dell’amore dei miei genitori e dei miei amici per diventare me stesso; ho bisogno dell’amore di Dio. Ho bisogno che gli altri mi accettino e mi dicano il loro «sì»; ho bisogno che Dio mi accetti e mi dica il suo «sì»; ho bisogno di avere il consenso di Dio alla mia esistenza, a quello che io sono, così come io sono.

Lo Spirito di Dio è esattamente l’amore con cui. Dio ci ama e che diventa una forza nostra di amore e, di fedeltà.

Essere amati da Dio vuole dire ricevere questa forza, questa sicurezza interiore che è lo Spirito, che ci permette di amare gli altri con un tantino di gratuità. Un tantino, perché non riusciremo ad avere la gratuità che è propria di Dio, però qualche cosa di Dio sì.

Per questo: «Non privarmi del tuo santo spirito».

«Rendimi la gioia di essere salvato, sostieni in me un animo generoso». «Generoso» si può tradurre in tanti modi, ma in ogni modo vuol dire che uno sappia amare gratis.

È vero che noi dentro al nostro amore abbiamo sempre delle radici di interesse, però, proprio per questo, ho voglia di compiere qualche gesto che sia libero e gratuito; piccolo magari, solo un granellino di senape, ma che sia vero, che sia generoso. E allora lo chiedo al Signore: «Sostieni in me un animo generoso», capace di compiere qualche gesto veramente gratuito, veramente libero. Poi, quando avrò fatto questo, quando avrò sperimentato la gioia del perdono di Dio e la novità che nasce da questo perdono, allora:

«Insegnerò agli erranti le tue vie e i peccatori a te ritorneranno. Liberami dal sangue, Dio, Dio mia salvezza, la mia lingua esalterà la tua giustizia. Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode».

Vuole dire: allora potrò insegnare agli altri una via di gioia e di salvezza. Siccome ho fatto con loro l’esperienza del peccato, posso dire a loro l’esperienza della grazia e mi potranno credere, perché non sono una pasta diversa da loro, e poiché anch’io peccatore come loro, ho trovato la gioia del perdono, ho trovato la possibilità di un cammino di amore. Allora insegnerò, diventerò testimone.

«Signore, apri le mie labbra» vuol dire: fino a che sono oppresso dal peccato, non riesco a lodare, non riesco a ringraziare; questa tristezza mi blocca. Apri le mie labbra, perdonami in modo che io possa lodarti e ringraziarti, «e la mia bocca proclamerà la tua lode».

«poiché non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti. Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi».

E vuole dire: di fronte al perdono di Dio io gli do, come segno di riconoscenza, non dei sacrifici, non sono questi che il Signore vuole, ma gli do il mio cuore affranto e umiliato, un cuore capace di stupirsi del perdono di Dio e accoglierlo con riconoscenza e con gioia, come è: un dono di vita non meritata, ma proprio per questo ancora più bella e più luminosa.

E come il salmista passa da una vita bloccata a una vita che ringrazia il Signore, così anche la città di Gerusalemme, il popolo di Israele, farà lo stesso cammino e dice: «nel tuo amore fa’ grazia a Sion».

Gli ultimi due versetti dovrebbero essere una aggiunta, secondo gli autori, perché parlano non più di una persona ma di Gerusalemme che viene perdonata da Dio. E anche Gerusalemme diventa capace di rispondere a Dio con la propria vita religiosa.

Allora in questo i Salmi 49-50 (secondo i numeri 50 e 51) costituiscono un dittico. Nel Salmo 50 Dio ci chiama in giudizio e ci rimprovera, e noi dobbiamo accettare questa convocazione del Signore; nel Salmo 51 noi rispondiamo al Signore riconoscendo il nostro peccato e chiedendo al Signore la sua misericordia.

Da questi due salmi insieme viene il cammino di purificazione, viene la possibilità di ricominciare un itinerario di comunione, di lode, di ringraziamento, di vita, di alleanza, insieme con il Signore.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.