CAMMINA DAVANTI A ME – 1

Bocca di Magra: 31 ottobre – 1-2 novembre 1992

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Cammina davanti a me

1ª Meditazione
Salmo 42

Un pellegrinaggio, un cammino che ci vuole condurre ad una comunione più intensa e più autentica con il Signore e che, come tutti i cammini, deve partire da lì dove noi siamo, dalla nostra condizione attuale.

Questo cammino lo faremo lasciandoci guidare da alcuni salmi. I salmi sono: preghiere che la Chiesa usa regolarmente, sono preghiere che Gesù ha usato nella sua vita, sono un nutrimento solido per la nostra fede e per la nostra speranza.

È vero che per certi aspetti, forse, non sono così facili perché non li abbiamo abbastanza familiari, non li frequentiamo con molta assiduità e, quindi, può darsi vi si richieda un po’ di sforzo; credo che alla fine il risultato, il premio dovrebbe esserci.

Il punto di partenza lo prediamo dai Salmi 42-43. È un unico Salmo che la Bibbia intitola: «Lamento del levita esiliato».

Dice così:

SALMO 42 (41)

[1] Al maestro del coro. Maskil. Dei figli di Core.

[2] Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio.

[3] L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?

[4] Le lacrime sono mio pane giorno e notte, mentre mi dicono sempre: «Dov’è il tuo Dio?».

[5] Questo io ricordo, e il mio cuore si strugge: attraverso la folla avanzavo i tra i primi fino alla casa di Dio. in mezzo ai canti di gioia di una moltitudine in festa.

[6] Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio.

[7] In me si abbatte l’anima mia; perciò di te mi ricordo del paese del Giordano e dell’Ermon, dal monte Mizar

[8] Un abisso chiama. l’abisso al fragore delle tue cascate; tutti I tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati.

[9] Di giorno il Signore mi dona la sua grazia, di notte per lui innalzo Il mio canto: la mia preghiera al Dio vivente.

[10] Dirò a Dio, mia difesa: «Perché mi hai dimenticato? Perché triste me ne vado, oppresso dal nemico?».

[11] Per l’insulto dei miei avversari sono infrante le mie ossa; essi dicono a me tutto il giorno: «Dov’è il tuo Dio?»

[12] Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto mio Dio.

SALMO 43 (42)

[1] Fammi giustizia, o Dio, difendi la mia causa contro gente spietata; liberami dall’uomo iniquo e fallace.

[2] Tu sei il Dio della mia difesa; Perché mi respingi, perché triste me ne vado, oppresso dal nemico?

[3] Manda la tua verità e la tua luce; siano esse a guidarmi, mi portino al tuo monte santo e alle tue dimore.

[4] Verrò all’altare di Dio, al Dio della mia gioia, del mio giubilo. A te canterò con la cetra, Dio, Dio mio.

[5] Perché ti rattristi, anima mia, Perché su di me gemi? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio.

Questo è il Salmo, il lamento del levita esiliato.

«Levita» vuol dire un funzionario del culto, uno che viveva nel tempio di Gerusalemme e che faceva servizio nel tempio.

Per qualche motivo che non conosciamo, questo tizio è stato cacciato lontano; è in esilio, lontano da Gerusalemme, 250/300 Km a nord verso le sorgenti del Giordano.

E qui, naturalmente, esprime la sua nostalgia, il desiderio di ritornare nella sua casa, ma soprattutto di ritornare nella casa del Signore.

Perché siamo partiti da questo Salmo?

Perché rappresenta la condizione dell’uomo!

L’uomo non è forse lontano da Dio, in qualche modo in esilio?

Secondo il libro della Genesi quando Dio ha creato l’uomo, l’ha fatto a sua immagine e somiglianza; lo ha quindi messo vicino a se in un rapporto di familiarità con lui; è quasi capace di parlare faccia a faccia con Dio.

Poi c’è stata l’esperienza del peccato, ed il peccato ha allontanato l’uomo da Dio.

In qualche modo l’uomo è un esiliato: ha desiderio di vita ma è lontano dalla vita; ha desiderio di bene però conosce la realtà del male, dell’inganno e della cattiveria. È in qualche modo, appunto, un esiliato che desidera nel suo cuore il ritorno in patria o, se volete, «il figliol prodigo» che ha abbandonato la casa di suo padre perché la presenza del papà gli dava fastidio, gli impediva la libertà che lui cercava.

Ma lontano dalla casa di suo padre ha trovato la fame e l’umiliazione, e allora dice: «Mi alzerò e tornerò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te».

Il figliol prodigo incomincia quel cammino che è un camino di ritorno.

Bene, siamo anche noi in questo atteggiamento: la nostra vita conosce la distanza da Dio, la distanza dal bene, e proprio questa, suscita il desiderio.

Se avete notato, il Salmo è diviso in tre strofe e lo si vede perché c’è il ritornello alla fine di ogni strofa, sempre uguale.

La prima è la strofa della nostalgia: questo levita pensa al passato e alla sua contentezza quando era presente sempre davanti al Signore nel tempio.

La seconda strofa è quella del presente, dell’angoscia: adesso si trova in una condizione di miseria, di paura.

La terza è la strofa della speranza: spera di poter andare, di poter ritornare al Signore.

Naturalmente il Salmista tutto questo Salmo lo vive come desiderio interiore; non si muove da dove sì trova, però nel suo cuore, nel suo spirito fa’ un pellegrinaggio, fa un cammino verso il tempio di Gerusalemme, che vuole dire per lui un cammino verso Dio.

E allora ci richiama a quello da cui siamo partiti: la vita spirituale vista come un cammino, un pellegrinaggio, una salita (diceva S. Giovanni della Croce: «salita al monte Carmelo») come un ritorno a casa.

E perché è un ritorno a casa?

Perché Dio non è un estraneo per noi, da raggiungere attraverso un cammino misterioso e faticoso; Dio è la sorgente della nostra vita da ritrovare.

Il Signore ci ha fatti per Lui, portiamo dentro al nostro cuore l’immagine di Dio, l’impronta di Dio.

Si tratta quindi di ritrovare questa impronta, di ritornare alla profondità, alla nostra origine. Quando S. Teresa d’Avila immagina il cammino di santificazione, lo immagina come un ritorno dell’anima dentro a se stessa.

Dice: molte volte l’uomo è lontano da se stesso, non è con il suo cuore; è disperso, è in mezzo alle cose, ai problemi, alle difficoltà, alle paure. Vuoi fare un cammino di santificazione? Devi ritrovare dentro al tuo cuore la presenza divina, devi fare un pellegrinaggio verso Dio che vuole dire anche verso il centro di te stesso.

Bene, così dice allora il salmista e vediamo come procede.

Riprendiamo la prima strofa.

«Come una cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. La mia anima ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrà e vedrà il volto di Dio?».

La prima immagine è dura: alle volte noi la rappresentiamo come una cerva tranquilla e serena che beve ad un torrentello. Ma il Salmo non vuole dire questo. Vuole dire: la delusione, l’angoscia della cerva che è corsa al torrente per dissetarsi e l’ha trovato secco e che, quindi, non riesce a soddisfare il suo bisogno di acqua, di vita; bramisce quindi ai corsi d’acqua senza potersi dissetare:

«Come una cerva anela ai corsi d’acqua, così la mia anima anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente…».

E prende l’immagine della sete, l’immagine della fame. Sono immagini di un bisogno immediato dell’uomo: non c’è bisogno di ragionare tanto; quando abbiamo fame e sete lo sentiamo, e questo ci condiziona, ci spinge e ci obbliga a cercare il cibo e la bevanda.

Il bisogno di Dio è più difficile da percepire. Non lo sentiamo sempre così vivo. Però ci sono momenti della nostra vita in cui non se ne può fare a meno, in cui il bisogno di Dio diventa prepotente, forte.

Abbiamo bisogno di vita, abbiamo bisogno di consolazione e di speranza, di cose che solo il Signore è in grado di darci.

E così è stato per il salmista: «La mia anima ha sete di Dio, del Dio vivente».

Vuole dire: il mio desiderio si apre non solo a delle cose materiali; anche a quelle (c’è bisogno anche di quelle per vivere), ma il mio desiderio è aperto alla ricerca di Dio: «quando verrò e vedrò il volto di Dio?».

Notate allora una prima cosa strana, ma tipica: il paradosso di questo Salmo. Il salmista è lontano da Dio, quindi per lui Dio è l’assente. E cosa fa’? Gli parla, si rivolge a lui:

«(…) la mia anima anela a te, o Dio».

Ma se Dio è assente, perché ti rivolgi a Lui?

Proprio per questo motivo mi rivolgo a Lui, perché l’unico modo di cercare un legame con il Dio che non ho davanti è proprio l’invocazione e la preghiera. E questo è il paradosso di sempre della preghiera.

Pregare vuol dire costruire il rapporto con colui che è lontano. Per questo la preghiera è difficile. Se Dio fosse davanti a noi e lo vedessimo immediatamente, non sarebbe difficile parlare con Lui. E invece Dio è l’assente.

Per cui alle volte, uno, quando prega, ha l’impressione di parlare al muro o di parlare al vuoto, che non ci sia nessun orecchio che l’ascolta o nessuna voce che gli risponde. Per questo la preghiera è difficile. Ma per questo la preghiera è necessaria, perché non c’è altro modo di poterci aggrappare a Dio se non l’invocazione. «La mia anima ha sete di te, o Dio», di quel Dio che non posso farne a meno perché è il Dio vivente. È vero che anch’io sono vivente, ma io la vita ce l’ho in prestito. Io la vita ce l’ho per qualche anno e ce l’ho con tanti limiti perché mi viene la febbre, perché perdo la voce, perché non riesco a fare tutto quello che vorrei e così via. La mia vita è piena di questi limiti che la condizionano.

Eppure ho sete di una vita che sia integrale e piena, che sia senza limiti dal punto di vista del tempo, ma soprattutto dal punto di vista della qualità: che sia una vita bella, ricca di amore e di verità. «La mia anima ha sete del Dio vivente».

E credo che dietro a questo modo di vedere le cose ci stia un atteggiamento molto bello: l’atteggiamento della fiducia in Dio e il sapere che Dio vuole la vita dell’uomo. Questo è importante!

Partite dalla consapevolezza che Dio vive e che Dio vuole la vostra vita.

Dio è glorificato quando voi vivete, quando nella vostra vita c’è una esperienza positiva e ricca di esistenza.

Dio non è glorificato quando l’uomo è mortificato, quando l’uomo muore; Dio è glorificato quando l’uomo vive. «Io sono venuto perché abbiano la vita – dice Gesù – e perché l’abbiano in abbondanza».

E il progetto di Dio è il progetto nel quale, finalmente, verrà asciugata ogni lacrima sull’occhio dell’uomo (Ap 21, 3-4):

[3] Udii allora una voce potente che usciva dal trono: «Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Tra di loro ed essi saranno suo popolo ed Egli sarà il ‘Dio-con-loro’

[4] E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate».

Questo sta all’origine della preghiera del salmista: so che Dio vuole la mia vita e allora mi rivolgo a Lui per poterla ricevere: «quando verrò e vedrò il volto di Dio?».

Il volto di Dio vuole dire un Dio personale, che non è solo una cosa o un potere o una forza, ma una persona che si desidera vedere, come si desidera vedere l’amico.

È il desiderio di Mosè che diceva: «Signore fammi vedere la tua faccia»; o il desiderio di Filippo che dice a Gesù nell’ultima cena: «Facci vedere il Padre e ci basta».

Ed è in fondo il contenuto della speranza cristiana, quello di potere vedere Dio faccia a faccia. Ma proprio questo desiderio di vedere il Signore (e vedere il Signore vuole dire: partecipare della sua gioia e della sua vita), ci fa sentire ancora di più il peso della sua assenza.

E come quando uno sogna, il risveglio gli sembra più amaro; e il salmista lo dice: «Le lacrime sono mio pane giorno e notte, mentre mi dicono sempre: Dov’è il tuo Dio?».

Questo «dov’è il tuo Dio» è lo scherno, la provocazione dei nemici, dei beffardi direbbe la Bibbia.

Vuole dire l’atteggiamento di quelli che ti prendono in giro per la tua fede e che ti dicono: Ma vale la pena credere? Vale ancora la pena sperare? Prova a guardare la tua vita; non vedi che è una vita piena di limiti e dì miserie? Dov’è il tuo Dio? Dov’è quel Dio che ti ha promesso di salvarti? Dov’è che lo senti, che ne percepisci la presenza?

È la tentazione del cinismo, del dire: Niente vale più la pena: non vale la pena credere e non vale la pena sperare. L’unica cosa che conta è vivere sul momento nel modo migliore.

Questo sta dietro a quella espressione ironica, sarcastica:

«mi dicono sempre: “Dov’è il tuo Dio?”. Illuso! Continui a sperare in Dio dopo tutte le delusioni che hai provato, dopo tutta la percezione della sua assenza».

Eppure il Dio della Bibbia ha un nome che ricordate bene.

Il Dio della Bibbia è «Colui che è».

«Colui che è» vuol dire il Dio che è vicino e il Dio che opera, il Dio che salva. Viene da dire, a volte, quello che hanno detto gli Ebrei nel deserto, quando hanno sperimentato la fame e, la sete, e si sono chiesti: «Ma il Signore è davvero con noi, si o no?»; ed era come il disorientamento del non riuscire a collocare la presenza del Signore dentro la propria vita: non ce lo vedo, non vedo che agisca, che salvi e che intervenga.

Per il salmista è proprio così: Dio sembra essere piombato nel silenzio.

Il Dio della Bibbia è un Dio che parla frequentemente all’uomo. Ci sono però anche i momenti del silenzio di Dio in cui vorremmo sentire la sua parola di consolazione, e invece c’è il vuoto. A volte la storia, e in particolare la nostra vita, sembra muoversi indipendentemente da Dio e sembra che Dio non intervenga.

Sono i momenti di prova nella fede, quando «mi dicono sempre: Dov’è il tuo Dio?». Ma che fede vuoi avere, in chi vuoi sperare in quella condizione di miseria in cui ti trovi!

Eppure, stranamente, quando vengono questi dubbi, (e non è la cosa più simpatica e più gradevole), in qualche modo ritorna sulla scena la presenza di Dio. Voglio dire: anche il dubbio, che a volte ci accompagna, ci fa sentire il bisogno di Dio, ci fa sentire il bisogno della sua presenza.

Quando ne sento la lontananza, e mi fa paura e mi da’ angoscia, ebbene, proprio questo aumenta il desiderio e aumenta il rapporto con Dio.

Noi viviamo la fede quando gioiamo della presenza del Signore. Ci sono dei momenti in cui lo sentiamo, in cui la vicinanza del Signore ci consola, ci porta alla serenità, alla fiducia, e questa è certamente una esperienza di fede.

Ma noi facciamo esperienza di fede anche quando soffriamo per la lontananza di Dio, quando ci sembra di essere soli e abbandonati, però ne soffriamo e ci viene il dubbio e il desiderio di Lui.

Anche la lontananza fa parte del dinamismo di un rapporto di coppia; almeno nel Cantico dei Cantici è così: il desiderio dello sposo e della sposa cresce proprio perché sono lontani, e allora l’incontro diventa ancor più ricco, più gioioso. E questa è l’esperienza del nostro Salmista. «Le lacrime sono il mio pane giorno e notte, mentre mi dicono: Dov’è il tuo Dio?».

E qui il salmista ricorda con nostalgia il passato:

«Questo io ricordo, e il mio cuore si strugge: attraverso la folla avanzavo, tra i primi fino alla casa di Dio, in mezzo ai canti di gioia di una moltitudine in festa».

E questo è simpatico, è nostalgia del passato, e questo è naturale: quando uno sta male, pensa ai momenti in cui stava bene.

Ma che cosa ricorda il salmista dei momenti in cui stava bene? (E questo non l’avremmo mai pensato). Ricorda la Liturgia.

Cioè, quando vuole pensare a momenti belli del passato, a momenti di gioia e di consolazione, pensa a quando entrava nel tempio, a quelle processioni e liturgie in mezzo a tutto il popolo, «fra i canti di gioia di una moltitudine in festa».

E questo ci sorprende e ci fa pensare.

Noi, molte volte, pensiamo alla liturgia come a un debito da pagare al Signore, come una tassa, e siccome uno le tasse le paga mal volentieri, va a finire che la liturgia uno la vive, ma non sempre volentieri. Bisogna pagare le tasse, e va bene; paghiamo per poterne venire fuori; andiamo alla Messa… per poter venire fuori.

Esagero, ma voglio dire che è importante ritrovare questo senso della liturgia come momento di gioia, momento festivo da vivere con calma e senza fretta: con la gioia di stare in mezzo agli altri, di confondere le voci nel canto assieme a quelli che mi stanno accanto, poter esprimere la lode e lo stupore davanti alla grandezza di Dio e poter sentire, attraverso la liturgia, che il Signore ci circonda e protegge la nostra vita.

Questa è la nostalgia del salmista; e questo diventa un insegnamento per noi.

Allora, «Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio».

Allora mi trovo in una condizione di tristezza e faccio una specie di preghiera, di autosuggestione. Mi rivolgo a me stesso e mi dico: Su, fatti coraggio, continua a sperare: «Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi? Spera in Dio».

È una preghiera che dovrebbe produrre la serenità e la calma in un momento di tensione. Ma non sembra che la preghiera faccia effetto, o perlomeno non fa effetto subito, perché continua il salmista:

«In me si abbatte l’anima mia; perciò di te mi ricordo dal paese del Giordano e dell’Ermon, dal monte Mizar. Un abisso chiama l’abisso al fragore delle tue cascate; tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati».

Vuole dire: ho tentato di farmi coraggio, ma in realtà, in me si abbatte l’anima mia, sento che ricado in me stesso, nella tristezza di prima, che ricado nell’angoscia e nel senso di abbandono di prima; allora di te mi ricordo, del Giordano, dell’Ermon.

Notate, perché questo è significativo; dice: «In me si abbatte l’anima mia; perciò di te mi ricordo». Che vuole dire spostare l’attenzione dalla mia tristezza alla grandezza di Dio.

Capita quando siamo tristi, a me e a qualcuno di voi, che la tristezza diventa il mondo intero e non vediamo niente altro: abbiamo avuto una delusione, e questa sembra cancellare ogni cosa bella.

Non c’è più il sole, non più gli amici; non ci sono più i fiori e niente di bello; tutto è diventato grigio perché la nostra tristezza tinge di scuro tutte le cose.

Allora bisogna spostare l’attenzione: non stare a fissare la tua tristezza, non è mica l’unica cosa al mondo! Prova a guardarti intorno e prova a guardare verso il Signore. La mia anima si abbatte dentro di me, e allora mi ricordo di te; sposto, cioè, l’attenzione: il Signore rimane grande e bello; il Signore rimane nella gioia.

Charles de Foucauld ha una strana preghiera in cui dice: Anche quando sono triste, mi basta che tu sia nella gioia, mi basta che tu, sia contento; allora la tua gioia diventa anche la mia gioia. Sono contento per te. Sono contento di te anche quando non mi piaccio, anche quando la mia vita mi appare pesante. «Perciò di te mi ricordo dal paese del Giordano e dell’Ermon, dal monte Mizar».

E qui c’è un elemento geografico che dobbiamo richiamare.

Vuole dire: il nostro salmista era in esilio alle sorgenti del Giordano, più o meno nelle alture del Golan, quindi parte nord orientale della Palestina, verso Damasco. Siamo ai piedi del monte Ermon, che è la punta meridionale della catena dello Anti-Libano: monte alto, sempre innevato, un punto di riferimento per la bellezza e dal punto di vista turistico. È certamente una delle zone più belle di tutta la Palestina, tanto che ci si va per turismo e in vacanza.

Bene, per il nostro salmista non c’è niente di questo; il paese del Giordano e dell’Ermon non lo sfiora neanche dal punto di vista turistico e paesaggistico. Per lui è solo la lontananza da Dio. Quindi per lui è solo negatività.

Vuole dire: quello che dal punto di vista esterno sarebbe bellissimo, diventa vuoto nel momento in cui manca la presenza di Dio.

Provate ad applicare questo alla nostra vita, a tutte quelle esperienze a cui noi ci attacchiamo o di apparenza o di bellezza o di vestito o di motociclette e simili, cioè a tutte quelle cose che possono, in qualche modo, fare da anestetico, che ci possono togliere la fatica o l’angoscia o la paura di vivere.

Bene, tutte queste cose il salmista, non le vede.

Anzi, siccome il paese del Giordano e dell’Ermon è un paese ricco di acqua, ricco di torrenti, di sorgenti (ci sono appunto i quattro torrentelli che danno origine al fiume Giordano), tutte queste acque che di per se sono belle da vedere, cascatelle che si godono dal punto di vista del paesaggio, per il nostro autore diventano abissi, diventano acque di morte.

«Un abisso chiama l’abisso al fragore delle tue cascate; tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati».

Ricordate che l’acqua, nella Bibbia, ha un valore simbolico duplice. L’acqua di sorgente normalmente è acqua di vita, acqua che disseta, che permette all’uomo di continuare a vivere.

Poi c’è l’acqua di mare che invece ha una valenza negativa: è l’acqua della morte, degli abissi, dove abitano i mostri marini, dove c’è quindi una situazione di ostilità all’uomo.

L’acqua può indicare l’uno e l’altro.

Bene, nel nostro caso si tratta di acqua di sorgente, eppure il salmista la vede come acqua di morte: la sente passare sopra la sua testa e si sente annegare, sommergere dentro a queste acque caotiche e oscure.

E vuole dire: dove manca la presenza del Signore, ogni cosa perde il suo splendore e la sua bellezza; ogni cosa assume dei lineamenti di morte e di angoscia.

«Di giorno il Signore mi dona la sua grazia, di notte per lui innalzo il mio canto: la mia preghiera al Dio vivente».

E vuole dire che mi sento come in una notte nella quale mi rivolgo al Signore nell’attesa che al mattino mi dia grazia.

La vita dell’uomo è così: momenti notturni e diurni, momenti di tenebra e di luce.

Adesso sono in un momento di tenebra, mi rivolgo al Signore e gli chiedo che giunga finalmente la sua grazia.

«Dirò a Dio, mia difesa: “Perché mi hai dimenticato? Perché triste me ne vado oppresso dal nemico?”… Per l’insulto dei miei avversari sono infrante. le mie ossa; essi dicono a me tutto il giorno: “Dov’è il tuo Dio?”». Quindi riprendono quelle esperienze di tristezza, di oppressione e di scherno: è insultato, schernito, tanto che sente infrante le sue ossa.

«Infrante le mie ossa», vuole dire che la sua vita sta per perdere la solidità e l’armonia si sta ripiegando e rinchiudendo. «Essi dicono a me tutto il giorno: “Dov’è il tuo Dio?”».

«Perché ti rattristi, anima mia. perché su di me gemi? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio».

La prima volta questa preghiera di incantamento, di autosuggestione non aveva avuto efficacia, allora la ripete. E questa volta, pian piano, un po’ di speranza e un po’ di luce sembra esprimersi e manifestarsi nella sua vita.

E viene quel Salmo 43 che e l’ultima strofa ed è chiaramente un Salmo di speranza. Con questo Salmo incominciava la Messa.

Prima della riforma del Concilio la Messa incominciava così: «Salirò all’altare di Dio, al Dio della mia gioia, del mio giubilo.», che era l’antifona e poi, dopo, si recitava il Salmo:

«Fammi giustizia, o Dio, difendi la mia causa contro gente spietata; liberami dall’uomo iniquo e fallace. Tu sei il Dio della mia difesa; perché mi respingi, perché triste me ne vado, oppresso dal nemico?

Manda la tua verità e la tua luce; siano esse a guidarmi, mi portino al tuo monte santo e alle tue dimore.

Verrò all’altare di Dio, al Dio della mia gioia e del mio giubilo. A te canterò con la cetra, Dio, Dio mio.»

Allora chiedo a Dio finalmente di intervenire.

Adesso sono in una condizione di angoscia a causa di nemici e di oppressioni, allora «fammi giustizia contro gente spietata», gente senza pietà, noi diremmo, senza religione, che non ha più dei principi morali di riferimento.

«Liberami dall’uomo iniquo e fallace», liberami dalla calunnia e dall’ingiustizia, perché «tu sei il Dio della mia difesa».

Aveva detto poco prima a Dio: «la mia roccia», e voleva dire quella base su cui posso fondare con sicurezza la mia vita. Se anche sono in mezzo all’oceano, c’è uno scoglio al quale mi posso aggrappare e le acque dell’oceano non possono sommergermi; non possono annientarmi fino a che c’è questo scoglio e questa roccia, questo spezzone forte e robusto a cui posso aggrapparmi: «Tu sei la mia roccia, il Dio della mia difesa».

Allora, «perché mi respingi? Perché triste me ne vado, oppresso dal nemico?».

E vuole dire: perché Dio non si comporta da Dio? Se sei davvero il mio salvatore, e lo sei perché cosa ti sei presentato, così ti sei rivelato, allora perché mi respingi? Se sei davvero la mia roccia di salvezza, allora perché sono costretto a subire l’oppressione dei nemici?

E questo applicatelo alle nostre situazioni, a tutte quelle situazioni di miseria nelle quali la presenza di Dio non è sentita, e che per questo possono diventare situazioni di invocazione.

Voglio dire: Noi viviamo la fede non solo quando sentiamo la presenza di Dio, ma anche quando la invochiamo, quando sentiamo l’assenza, e l’assenza diventa desiderio e invocazione, supplica e preghiera.

«Manda la tua verità e la tua luce; siano esse a guidarmi, mi portino al tuo monte santo e alle tue dimore».

Verità e Luce sono da scrivere con la lettera maiuscola. Dovete immaginare che, siccome Dio è un Re, ha una corte e tutta una serie di servitori che eseguono i suoi ordini.

Quando Dio governa il mondo e decide una cosa, ha dei servitori che realizzano e mettono in atto le decisioni che prende. Bene, di questi servitori, uno si chiama Verità e l’altro si chiama Luce.

La Verità esprime la credibilità di Dio: il fatto che di Dio ci si può fidare perché Dio è fedeltà incrollabile. Quando Dio ha pronunciato una parola, quella parola non cade. Quando Dio ha fatto una promessa, quella promessa si realizza.

Questa è la veridicità di Dio, la fedeltà di Dio.

Quando Paolo dice: «So a chi ho creduto», vuole dire questo: non ho messo la fiducia in cose che periscono, in cose false o incerte, la fiducia l’ho messa su qualcosa di solido, su una roccia, su Dio che è verità e fedeltà incrollabile.

Il secondo è la Luce. Dio è Luce e la luce indica la potenza protettrice di Dio, quella che illumina, che dirige e guida il giusto.

Allora sono in una condizione dalla quale non riesco ad uscire; ho desiderio di trovare la vita, ma non so attraverso quale percorso raggiungerla.

E allora, «Manda la tua Verità e la tua Luce, siano esse a guidarmi».

E vuole dire: Diventa Tu la luce e la guida della mia vita, prendimi per mano e conducimi al tuo monte santo, verso il tuo altare, verso la comunione con Te. E sarà un caso, ma nel Nuovo Testamento, Verità è Gesù Cristo, Luce è Gesù Cristo.

Nel Vangelo secondo Giovanni è detto al cap. 14: «(…) Io sono la Verità e la Vita», e nel cap. 8 c’è scritto: «Io sono la luce del mondo, chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».

E allora: «Manda la tua Verità e la tua Luce». E credo che sia bello per un cristiano leggere questo versetto, ricordandosi che l’ha proprio mandata la sua Verità e la sua Luce.

Quindi il cammino per andare verso Dio adesso lo conosciamo e c’è uno che ci ha preso per mano e che ha percorso tutta la strada che conduce l’uomo fino alla comunione con Dio.

Allora, «siano esse a guidarmi», cioè Gesù Cristo come la Verità e la Luce di Dio;

«… mi portino al tuo monte santo e alle tue dimore. Verrò all’altare di Dio, al Dio della mia gioia, del mio giubilo. A te canterò sulla cetra, Dio, Dio mio».

E mettete insieme tutte queste espressioni belle del Salmo: di Dio è stato detto che è la mia roccia, adesso si dice che è la mia gioia, il mio giubilo, e un pochino prima, la mia vita. Questo dovrebbe aiutarci a ritrovare la visione corretta di Dio, di un Dio che è gioia, la nostra gioia.

Il cammino della fede, della religione, dell’obbedienza non è un cammino di tristezza; al contrario, è il cammino che ci toglie dalla tristezza per condurci verso la gioia.

Questo non vuole dire che sia un cammino facile: il cammino è e rimane faticoso, perché per l’uomo è faticoso vivere; è la vita che è faticosa e non c’è modo di semplificarla se non artificialmente, facendo dei pasticci. La fatica rimane. Ma il cammino è un cammino di gioia, di speranza: è il cammino verso Dio che diventa il mio Dio, non un estraneo.

Ciò non vuol dire che devi adattarti ad una realtà che ti è estranea, e quindi devi in qualche modo rinnegare te stesso. Rinneghi te stesso solo nella dimensione dell’amore e della comunione con quello che è il Dio della tua vita.

È giusto non rinnegare noi stessi, nell’ottica del Vangelo, ma in questo senso: non nel senso di non considerare negativa la nostra vita, ma nel senso di aprirla alla comunione, al dialogo e al rapporto con il Signore.

Allora a questo punto il ritornello può essere ripetuto in un modo diverso:

«Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio».

Ecco, l’accento diventa questo: «salvezza del mio volto e mio Dio».

E si può dire che il cammino del Salmo dovrebbe essere questo: un cammino che parte dalla tristezza e che termina nella speranza e nella gioia della comunione con il Signore. È in fondo il senso degli esercizi.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.