BEATITUDINI IN MARIA

Veglia di preghiera in Cattedrale
Beata Vergine della Piazza
12 novembre 1989

Beatitudini in Maria

Vangelo secondo Luca. 1, 39-56.

È a prima vista il racconto molto semplice di una visita di amicizia di affetto tra parenti. Maria va a trovare Elisabetta in un momento delicato della sua vita, come è il momento della gravidanza e del parto.

Ma, dice il Vangelo di Luca, questa visita, questo incontro contiene in se una ricchezza più grande di quella che ci si potrebbe aspettare perché appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo; Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «benedetta tu fra le donne e Benedetto il frutto del tuo grembo». Vuole dire: Maria entra nella casa della sua parente e dà il saluto come si dà normalmente, e, siccome gli Ebrei sono abituati a dare come saluto quella parola «Pace», Maria ha annunciato la pace alla casa di Elisabetta.

Ma quello che è grande e che è bello, è che il saluto di Maria non è semplicemente un augurio, ma produce la pace perché introduce quella casa dentro alla salvezza di Dio.

Il bambino che sussulta nel grembo di sua madre vuole dire questo: è una esperienza di gioia! Ma non è semplicemente la gioia per la presenza di una persona cara, è quella che si chiamerebbe la gioia messianica; quella che è stata annunciate a Zaccaria quando gli veniva dato l’annuncio della nascita di un bambino che avrebbe preparato la strada del Messia. Sarà ancora quella gioia che annunceranno gli angeli al momento del Natale: «vi annuncio una grande gioia che è per tutto il popolo perché nella città di Davide vi è nato (è nato proprio per voi), un Salvatore».

Bene, è questa gioia che viene comunicata e di fronte alla quale, il bambino, dice il Vangelo di Luca, esulta di gioia nel grembo di sua madre; il verbo che S. Luca usa in questo testo fa pensare a una danza, a una specie di salto di gioia, di esultanza per la presenza della salvezza.

Questo si esprime ancora nell’esperienza di Elisabetta che, piena di Spirito Santo, diventa in qualche modo profetessa, capace c di interpretare gli avvenimenti alla luce della volontà di Dio, del progetto di Dio.

Dunque un incontro che è un saluto normale ma che ha una efficacia, una forza unica.

Domanda: perché?

Perché il saluto di Maria è capace non solo di augurare qualcosa come i nostri saluti, ma di trasmettere la pace e la salvezza e la gioia e lo Spirito?

Il motivo, secondo il Vangelo è molto chiaro: perché Maria non è sola nel pellegrinaggio che compie. Maria è la madre del Signore e così la saluta Elisabetta: «a che debbo che la madre del mio Signore venga a me»; e ancora. «Benedetto il frutto del tuo grembo».

Se dunque la parola di Maria è una parola efficace, è perché essa porta dentro di se il Messia, porta dentro di se il figlio di Dio in modo tale che, dove entra Maria, si compiono le promesse dei profeti; c’è l’Emanuele! Era stata annunciata la nascita di quel bambino che sarebbe stato chiamato Emanuele, cioè Dio con noi. Bene! Dove c’è Maria c’è l’Emanuele, c’è la presenza di Dio in mezzo agli uomini. È paradossale ma è molto significativo: ci sono dei momenti nella vita del figlio di Dio in mezzo agii uomini, in cui Egli è totalmente dipendente da una donna. In quei nove mesi che sono i nove mesi della gravidanza, Gesù che è figlio di Dio, che è il creatore del mondo, che è il padrone dell’universo, ha bisogno di una madre che lo porti e che lo nutra, che gli dia vita.

Dicevo, questo è paradossale! Ma questo è esattamente il grande mistero dell’incarnazione! Il fatto che il figlio di Dio diventi uomo comporta questo: che il figlio di Dio assume tutte quelle dimensioni di povertà, di debolezza della condizione umana, di dipendenza.

Non c’è nessun uomo che possa vivere totalmente l’indipendenza, l’autosufficienza. Tutti noi siamo debitori della nostra vita a qualcun altro. Siamo debitori ai nostri genitori, siamo debitori a nostra madre che ci ha portato dentro di sé per dei mesi, siamo debitori a dell’altra gente.

E anche il figlio di Dio nel momento in cui si fa uomo, si fa dipendente, debitore nei confronti di Maria. E Maria diventa proprio per questo portatrice di gioia di salvezza. Nella tradizione cristiana Maria viene paragonata (l’avete notato, lo abbiamo detto nella preghiera che abbiamo fatto prima insieme) all’Arca dell’alleanza; l’arca è il luogo della presenza di Dio, dove il Signore abita in mezzo al suo popolo; dove c’è questa presenza c’è la presenza stessa di Dio.

Ma andiamo avanti: e perché questo?

Che cos’è che ha reso Maria portatrice della presenza del figlio di Dio in se? E ancora, la risposta del Vangelo è molto precisa: la Fede, la Fede.

«Beata colei, – dice Elisabetta – che ha creduto nell’adempimento delle parola del Signore». Maria è diventata madre fisicamente, biologicamente di Gesù Cristo, ma la sua maternità è prima di tutto una maternità di fede; si esprime la grandezza di Maria nella disponibilità ad accogliere il dono di Dio, non nella autosufficienza, non in un progetto personale di vita, ma nella disponibilità piena, quella che è espressa nel racconto dell’annunciazione: «eccomi, io sono la serva del Signore, si compia di me quello che hai detto». E che cos’è che l’angelo ha detto?

Semplicemente questo: che Dio ha guardato con benevolenza quella ragazza e che l’ha riempita della sua grazia, della ricchezza della sua benedizione e della sua vita. Per cui, siccome il progetto di Dio è quello di arricchire il mondo con la sua vita, Maria rappresenta il mondo che accoglie il dono di Dio, l’umanità che dice di sì totalmente a Dio. È chiaro che la fede non appartiene solo a Maria, dovrebbe essere di tutti; però è altrettanto chiaro che in Maria questa fede è pulita, pulita, pulita senza riserve, senza ostacoli, senza veli, mentre in noi la fede va insieme con dei pesi, dei veli di incredulità, di fragilità; in qualche modo ritroviamo in Maria quello che è il modello e l’ideale della nostra vita.

Dunque così dice il Vangelo; Maria trasmette la gioia, la salvezza, lo Spirito Santo, trasmette queste cose perché porta in se il figlio di Dio; porta in se il figlio di Dio perché ha creduto alla parola di Dio.

Bene, capite molto facilmente che tutto quello che abbiamo detto di Maria, lo dobbiamo dire della Chiesa. È il mistero della Chiesa, ed è la nostra una missione.

Mi spiego: Maria è entrata in casa di Elisabetta e ha salutato; e salutando ha trasmesso la pace perché questo era il saluto, ha trasmesso lo Spirito Santo, ha trasmesso la gioia messianica. E che cosa fa la Chiesa se non ripetere la stessa cosa, annunciare agli uomini la pace, quella pace che viene da Dio, quella pace che è la presenza di Cristo in mezzo agli uomini!

Quando la Chiesa annuncia il Vangelo, che cosa annuncia: la buona notizia della salvezza. E non solo l’annuncio, ma vale davvero per la Chiesa quello che vale per Maria; nel momento in cui la Chiesa annuncia il Vangelo, dona agli uomini la gioia di Cristo, la mette a disposizione di quelli che hanno fede e di quelli che l’accolgono nella docilità. La Chiesa ci sta nel mondo per questo; ci sta per cambiare il mondo così come Maria ha cambiato quella casa nella quale è entrata perché l’ha riempita della gioia della salvezza; così la Chiesa è chiamata a riempire della gioia della salvezza il mondo.

Quando il Signore manda i suoi apostoli in missione, dice loro: «entrando in una casa annunciate la pace a quella casa»; ed è anche in questo caso non un augurio, ma un dono è la presenza della pace che viene da Dio.

Ma, come per Maria, la Chiesa può fare questo sempre e solo se porta Cristo dentro di se. Perché non c’è dubbio! Non è mica la nostra intelligenza quella che può trasmettere gioia o luce agli altri! E neanche la nostra buona volontà!

Arrivano poco lontano l’intelligenza e la buona volontà degli uomini: ma se riusciamo a portare Cristo attraverso le nostre parole e i nostri gesti, allora non c’è dubbio: che il mondo riceve la gioia, che può davvero ricevere la pace.

Se Maria per nove mesi ha portato il figlio di Dio nel suo seno, si può dire che la Chiesa continua a portare nella storia il figlio di Dio nel suo seno; perché tutte le volte che la Chiesa celebra i sacramenti, il battesimo, o l’Eucaristia, o la penitenza, e tutte le volte che la comunità cristiana vive l’amore fraterno, genera, produce e porta dentro di se questa presenza del Signore.

Ed è questa, di cui gli uomini hanno bisogno, per potere avere la gioia. Ricordate quando nel Vangelo il Signore si rivolge ai discepoli dicendo: «voi siete la luce del mondo», o, «voi siete il sale della terra!»; e vuole essere non evidentemente un elogio; sarebbe del tutto stupido sentirsi qualche cosa, sentirsi sale della terra, o luce del mondo!

Non vuole dire questo!

Ma vuole dire che al di là di quello che noi siamo, possiamo portare Gesù Cristo, non perché abbiamo dei meriti, ma perché abbiamo ricevuto un dono che è quello della fede; allora possiamo portare il Signore ed è questa presenza del Signore che dona la gioia nel mondo.

Noi possiamo solo fare degli auguri, ma il Signore può fare dei doni, può comunicare la gioia e la speranza. E la Chiesa fa questo!

E come può ancora la Chiesa portare Gesù Cristo?

Come Maria!

Credendo, credendo! Non c’è modo di produrre Cristo in noi attraverso le nostre capacità; non è con una grande cultura che riusciamo a creare, a generare Cristo in noi, nel nostro cuore, nella nostra vita. È invece con la fede e con la fede vuol dire accogliendo con disponibilità il dono di Dio.

Questa è la radice di tutto.

Che non vuol dire che la cultura non sia una cosa importante, che la buona volontà non sia una cosa importante, che l’organizzazione non sia una cosa importante! Sono tutte cose che hanno un loro valore, certamente ma non sono la base, non sono la sorgente.

La base sono i doni del Signore e quindi la sorgente è la nostra fede, il nostro ricevere, spalancare il cuore per accogliere la parola di Cristo come parola di salvezza. In questo modo la Chiesa genera Gesù Cristo, lo vive, lo dà alla luce nel mondo anno dopo anno, secolo dopo secolo.

Se sono passati venti secoli e Cristo è ancora presente, è perché questa generazione della Chiesa si è riprodotta nel tempo sempre attraverso la fede, come quella di Maria. Allora è un saluto che trasmette la gioia! Che trasmette la gioia perché nasce dall’avere Cristo in se, e questo Cristo in se attraverso la fede; questo che vale per Maria, dicevo, vale per noi.

E allora diventa una specie di programma e di impegno. Quando noi guardiamo quello che Dio ha compiuto in Maria, guardiamo le meraviglie della sua grazia e le rendiamo grazie ma quando guardiamo Maria, vediamo anche quella che è la nostra missione e il nostro compito.

Dicevo dell’impegno a fare che cosa? Ad ascoltare e a credere con la docilità di cui ci ha dato l’esempio Maria, per portare dentro al nostro cuore Cristo, perché la nostra presenza in mezzo agli uomini sia portatrice di gioia, portatrice della pace del Vangelo. In qualche modo noi siamo a contatto con tutto il mondo: voi avete ciascuno il proprio ambiente di lavoro e l’ambiente di lavoro molto spesso è un ambiente che ci mette a contatto con esperienze di povertà dal punto di vista spirituale, con esperienze di tristezza e di disperazione.

Si vorrebbe poter togliere un pochino di quella sofferenza e di quella tristezza che c’è nel cuore di molta gente. Bene questo è possibile. Maria ha trasmesso la gioia la chiesa può trasmettere la gioia ma a condizione che viva la stessa esperienza di Maria; che abbiamo la esperienza della fede, della docilità, della custodia della presenza del Signore nei nostri cuori.

Allora basta dire a uno quel saluto «pace» perché il cuore di quella persona possa essere in qualche modo riscaldato e forse qualche ferita possa venire rimarginata. Ed è quello che chiediamo al Signore come un dono per noi, per tutti i nostri fratelli e per la comunità cristiana nella quale viviamo.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.