BEATA VERGINE MADONNA DELLA PIAZZA

Veglia di preghiera in Cattedrale

Beata Vergine Madonna della Piazza

10 novembre 1991

Parola di Dio: Is 61, 10 – 62, 5

Vogliamo celebrare questa festa della Madonna della Piazza.

Il titolo è bello anche se è sorprendente, perché di solito la piazza è associata ad altre realtà profane. È il luogo dove la gente si incontra e parla e fa gli affari; è il luogo del Municipio, quindi della sede della politica; è il luogo della banca, simbolo dell’economia. Ci sono i negozi che sono il segno dell’attività sociale.

E no, nella Piazza c’è anche la Madonna.

E che cosa ha che fare la Madonna con la vita politica ed economica, con la vita sociale della città? Non sarebbe meglio che fosse chiusa semplicemente in Duomo dove la gente deve andare, vuole andare quando prega?

No! I Modenesi hanno voluto che la Madonna fosse anche nella piazza in mezzo al mondo profano del lavoro e delle attività sociali.

E allora viene la domanda. Ha un senso questo? Ha ancora un senso? E che cosa vuole dire questo per la vita della città e per la convivenza sociale?

Per rispondere a queste domande ci lasciamo guidare dalle letture che abbiamo ascoltato.

La prima, che è presa da Isaia, è un poema che celebra la bellezza e la gloria della città di Gerusalemme. È la città di Dio, dove il Signore ha fatto abitare il suo nome, e tuttavia quella città, Gerusalemme, ha dovuto conoscere l’umiliazione e la sconfitta, la desolazione e l’abbandono.

La Gerusalemme del tempo dell’esilio, quella a cui fa riferimento il testo che abbiamo ascoltato, è una città rimasta con pochi abitanti, senza autonomia politica, senza vita culturale, senza prospettive di progresso, umiliata.

Ma, dice Isaia, non per sempre.

Le infedeltà dell’uomo, gli egoismi e i peccati dell’uomo hanno demolito la città, le hanno procurato un destino di miseria, ma la fedeltà di Dio, la generosità incomparabile di Dio, assicurano, nonostante tutto, a Gerusalemme un destino di onore e di bellezza. E questo il profeta lo esprime con una serie di immagini.

La prima: il cambiamento del nome. Dice: «Nessuno ti chiamerà più abbandonata, né la tua terra sarà più detta devastata, ma tu sarai chiamata «Mio compiacimento» e la tua terra ‘sposata’».

Il nome esprime l’identità di qualcuno, e cambiare nome vuol dire ricevere una identità nuova, una vocazione nuova, una missione nuova. Gerusalemme adesso conosce la tristezza dell’abbandono. Ha abbandonato Dio e si trova abbandonata da tutti. Aveva sognato la sicurezza fondata sul potere e sulla forza, e adesso si trova devastata dal potere e dalla forza dei nemici.

Eppure «tu sarai chiamata ‘mio compiacimento». Vuol dire che Dio guarda con benevolenza la sua città, e questo sguardo innamorato di Dio rifà splendida Gerusalemme, la fa’ desiderabile, piena di bellezza e di gloria.

E per questo Isaia moltiplica le immagini: veste, diadema, manto, gioielli, corona regale vogliono esprimere la ricchezza, non solo economica, della Gerusalemme rinnovata.

Ricchezza che è fatta soprattutto di giustizia.

Questa è la prima ricchezza della Gerusalemme nuova: la giustizia. Poi la salvezza, poi la gioia, poi la lode, poi la gloria. Una città così bella e così giusta che i popoli e i re sono costretti ad ammirare e a lodare. Davvero il Signore ha fatto in lei cose grandi.

Abbiamo visto qualcosa come un miracolo: una città di uomini, ma illuminata dalla verità e dalla giustizia di Dio. Di uomini e di Dio nello stesso tempo.

E la città dell’uomo è fatta di strade e di case dove la gente abita e si muove; è fatta dalle botteghe degli artigiani, dove si impara la disciplina del lavoro.

È fatta di mura possenti che creano la protezione e la libertà dalla paura. È fatta di piazze, dove la gente si raduna per discutere e fare affari. È l’uomo che ha fatto tutto questo: l’abilità degli architetti e dei muratori, l’impegno dei politici e degli operai, ma non solo.

È Dio che ha fatto tutto questo, ed è la forza dell’amore di Dio che mette nel cuore degli uomini la capacità di accogliersi e amarsi a vicenda. Per questo la gloria di Gerusalemme è la gloria stessa di Dio che abita in lei. Dove c’è amore autentico che edifica le famiglie, lì c’è la presenza di Dio. Dove c’è l’amore gioioso dello sposo e della sposa, l’amore generoso verso i figli, dove una famiglia vive si rivela l’amore di Dio, e l’amore di Dio è fatto di serietà, di gratuità, di dono di se.

Così come Dio è presente nella solidarietà della vita sociale, quando ciascuno contribuisce al bene di tutti con il suo lavoro, la sua competenza, l’onestà, che permettono di vivere nella fiducia.

Così come Dio è presente quando c’è una ricchezza culturale autentica e quando la cultura è ricerca sincera e appassionata della verità, alla quale sottomettere i propri desideri e i propri interessi.

Così come la presenza di Dio è esplicita nel culto, dove Dio viene riconosciuto come Dio apertamente, lodato come tale, e dove, quindi, l’uomo ritrova il senso pieno della sua vita.

Questa è la città di Gerusalemme così come Isaia la sogna, così come Dio la sogna.

E allora, torniamo all’interrogativo da cui eravamo partiti.

Che cosa ha a che fare con questo progetto di città la presenza di Maria? Che ripercussioni può avere il culto di Maria nella costruzione di un tessuto sociale? E la prima cosa semplice, ma sorprendente, è che il brano di Isaia è la descrizione della Gerusalemme nuova, ma può essere letto tranquillamente come il ritratto della Madonna.

È l’immagine di Maria stessa, creatura di Dio, nella quale Dio ha messo il suo splendore e la sua grazia.

«Ti si chiamerà con un nome nuovo che la bocca del Signore indicherà».

Vuole dire: la tua identità te la dà il Signore, la tua vocazione te la dà il Signore. E allora vengono naturalmente in mente le parole dell’angelo a Maria al momento dell’annunciazione: «Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te». E quel termine «piena di grazia» è il nome nuovo di Maria, la sua identità, quello che Dio ha fatto di lei; l’ha riempita della sua grazia.

E anche tutte le altre immagini si possono applicare a Maria. In fondo ci siamo abituati. Le ricordate nelle litanie lauretane che accompagnano ancora il Rosario; c’è una fila di nomi che cercano di descrivere la bellezza di Maria: Torre di DavideTorre d’avorioCasa d’oroArca dell’alleanzaPorta del cielo…

Immagini che vogliono suscitare stupore, ammirazione e gioia.

Davvero «tutti i popoli vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria», la giustizia e la gloria che Dio ha messo in Lei, in Maria santissima.

Perché Dio ha fatta bella Maria di Nazaret. L’ha resa un segno di salvezza e di sicura speranza. Maria, nella fede della Chiesa, e la creatura umana redenta, la creatura umana in cui Dio ha compiuto alla perfezione l’opera della santificazione e della rigenerazione.

Quindi è la creatura umana che ha recuperato, per grazia di Dio, la somiglianza con Dio. Quella che appartiene al progetto originario del Signore. Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. E questo è il senso di tutta la storia della salvezza: ricondurre l’uomo, rifare l’uomo secondo questo progetto di bellezza. In Maria questo progetto è compiuto.

Se avete notato in quel brano della «Marialis cultus» che abbiamo ascoltato come seconda lettura, c’è un ritratto di Maria con alcuni elementi semplicissimi ma fondamentali.

  • Maria è Vergine in ascolto. L’ascolto della Parola di Dio è l’atteggiamento originario, iniziale, della sua vita.

  • È Vergine in preghiera, che risponde quindi alla Parola di Dio con la sua adorazione e la sua lode.

  • È Vergine Madre che rende feconda la sua vita non solo nella nascita del Figlio, ma anche nella generazione di tutti i credenti come figli di Dio.

  • Così, ancora, è Vergine offerente per quel sacrificio con cui dona a Dio e a noi tutto ciò che le appartiene, il suo stesso Figlio, e diventa in questo modo collaboratrice della redenzione di Dio.

Ecco perché l’uomo, la città, ha da imparare da Maria.

Ecco, allora, perché anche Maria, Madonna della Piazza.

La fisionomia spirituale di questa donna contiene una serie di valori che sono essenziali anche per la crescita umana e civile della città. Il valore della fede, per esempio; quello che spinge una persona alla ricerca sincera, appassionata e obbediente alla verità; quello che fa riconoscere il valore delle cose.

Se c’è qualcosa che distrugge la convivenza umana è lo scetticismo e il cinismo; quegli atteggiamenti che seminano sospetto e indifferenza rispetto ai valori della verità e dell’amore. Per cui sembra che non valga mai la pena impegnarsi e dedicarsi a qualcosa. Scetticismo e cinismo distruggono la vita sociale.

È possibile portare il peso della vita solo se si è convinti che la vita abbia un senso. Vedere tutto come inutile e l’indifferenza beffarda minano la capacità di sacrificio e di dono.

Così a tutti quelli che, con una sapienza falsa, predicano la non esistenza di valori, per cui vale la pena vivere e morire, la Madonna della Piazza propone una esistenza vissuta sulla base della Parola di Dio; una fede che sa credere nella verità e che sa osare l’amore, sa rischiare il gesto di bontà e amore.

Quindi, in questo modo, vengono smascherati tutti quegli atteggiamenti di furbizia che tanto volentieri assumiamo e a volte giustifichiamo. Vivere da furbi, senza pagare dazio, cercando di non portare il peso della vita è nello stile che, molte volte, scegliamo e nemmeno di nascosto. Ma è proprio questo stile che distrugge la solidarietà necessaria al vivere civile. Se vogliamo che il vivere civile sia positivo, sia sopportabile, è necessario che ci sia una solidarietà essenziale.

Il profeta Amos, 2700 anni fa, si scagliava contro chi al mercato alterava i pesi delle bilance, e a queste ingiustizie, in fondo piccole, Amos attribuiva la responsabilità di lutti e catastrofi.

A volte viene da chiedersi: Che cosa direbbe oggi? Che cosa direbbe delle ingiustizie, delle disonestà, delle furbizie nelle quali noi siamo così inventivi e ricchi di estro? Viene da chiederci, (ed è questa la domanda che dobbiamo continuamente rifarci), se ci sono dei motivi per cui vale la pena essere onesti o se, invece, la ricchezza, la comodità sono dei valori assoluti da cercare a qualsiasi prezzo, anche al prezzo della propria sincerità e della propria vita.

La Vergine della fede è per noi un richiamo a quei valori essenziali della verità, della giustizia, dell’onestà, dell’obbedienza ai comandamenti di Dio.

E non basta. La maternità di Maria, la sua fecondità diventa una condanna della sterilità del nostro mondo. Non mi riferisco alla sterilità fisica, ma alla sterilità dello spirito, quella che non genera mai la gioia di vivere, che non trova mai motivi sufficienti per donarsi, che è costretta a puntellare la vita con surrogati di ogni genere per non sentire angoscia e tristezza.

Vale la pena vivere e donare la vita? Vale la pena per i genitori assumersi il rischio di mettere al mondo dei figli e accettare i sacrifici che l’educazione dei figli inevitabilmente comportano, accettare i limiti alla propria libertà che i figli comportano? Vale la pena per gli educatori avere fiducia nelle generazioni nuove e impegnare e spendere le proprie energie per quello, vivere il proprio lavoro come una vocazione, un servizio?

Ancora un richiamo alla trascendenza. La figura di Maria ci richiama a queste riflessioni essenziali della persona umana; l’uomo è più grande di se stesso. E solo quando l’uomo accetta questa sua grandezza, può dare un senso pieno alla vita.

Per questo la religione, che ci apre alla trascendenza, è, nello stesso tempo, la via maestra verso l’uomo, verso l’umanità. La strada più corta, più bella tra l’uomo e suo fratello è quella che passa attraverso Dio. Maria l’ha percorsa e quello che ne è venuto fuori è una esistenza umana piena e significativa, che noi ammiriamo e che glorifichiamo.

«E allora tutti i popoli vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria».

Per questo stasera abbiamo voluto contemplare questa giustizia e questa gloria di Maria. L’abbiamo fatto con la convinzione che questo ci renda responsabili davanti a Dio e davanti ai nostri fratelli, tutti impegnati a cercare, noi stessi, la giustizia, desiderosi di cercare, noi stessi, lo splendore che viene dalla grazia di Dio.

Preghiamo, dunque, per questo: che il Signore benedica i nostri desideri e benedica la nostra città, la città degli uomini.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.