AFFERRATO DA CRISTO – 9

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

4ª – XXXI Domenica – anno B

Parola di Dio: Dt 6, 2-6 – dal Salmo 17 – Eb 7, 23 – Mc 12, 28-34

Le letture di oggi possono essere come un piccolo patrimonio, un piccolo tesoro che il Signore ci dona al termine degli esercizi, perché il Vangelo che riguarda il comandamento fondamentale della legge è una guida essenziale per la nostra vita.

La prima lettura, dal libro del Deuteronomio, è probabilmente il brano più famoso di tutto l’Antico Testamento.

Gli Ebrei lo usano come professione di fede, per cui tutti i giorni un ebreo religioso lo recita due volte e per cui l’ebreo, al termine della sua vita vuole poter ripetere questa parola: è la sua ultima parola nel mondo. «Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo». Siamo quindi nel cuore della Rivelazione, della Rivelazione della Bibbia.

Può darsi, però, che un pochino di disagio e di difficoltà venga fuori, perché il brano inizia: «Temi il Signore, tuo Dio, osservando per tutti i giorni della tua vita, tu e il tuo figlio e il figlio di tuo figlio, tutte le leggi e i comandi che io ti do». E parlare di leggi e di comandamenti può suscitare quasi istintivamente una specie di ribellione, perché a noi, le leggi non piacciono mica tanto: si sopportano perché non se ne può fare a meno, ma non è che si amino proprio così tanto.

E, invece, quello che il libro del Deuteronomio vuole ottenere è proprio questo: che la legge di Dio non solo la sopportiate, ma che la desideriate, l’amiate, l’accogliate, spalancando la bocca e il cuore perché ci entri dentro, perché, in fondo, secondo il libro del Deuteronomio, questo è il modo concreto di accettare il Signore.

E voglio dire: se si vuole costruire un rapporto di amicizia, bisogna imparare a conoscersi e ad accettarsi. Due amici sono persone diverse, con mentalità e abitudini diverse, però se si costruisce un’amicizia vera, ciascuno impara ad accettare l’altro.

Bene, il rapporto con Dio è un rapporto di amicizia, un rapporto di comunione, in cui Dio ci prende così come siamo e, nonostante Dio sia infinitamente santo, sopporta della gente limitata e povera e, a volte, egoista come siamo noi. Cioè il Signore ci accetta e dobbiamo imparare anche noi ad accettarlo, a prenderlo così come è fatto.

E siccome il Signore è santo, dobbiamo imparare ad accettare volentieri la santità di Dio. E siccome Dio è misericordioso, dobbiamo accogliere volentieri la misericordia di Dio, dobbiamo accettare che il Signore entri nella nostra vita con le sue esigenze. La legge di Dio non fa altro che esprimere questo.

Si potrebbe dire che la legge di Dio ci aiuta a capire il temperamento di Dio, com’è fatto, quali sono le cose che gli piacciono e quali sono le cose che Dio non sopporta per niente.

Se vogliamo vivere con Lui, non possiamo mettergli sempre davanti le cose che Lui non sopporta. Dobbiamo imparare a presentargli quello che è gradevole, quello che è desiderabile ai suoi occhi.

E la legge ci aiuta in questo, ci aiuta a capire com’è fatto il nostro Dio, come possiamo presentarci davanti a Lui in modo, dice il libro del Deuteronomio, che il rapporto con il Signore ci doni vita e gioia.

Ha alcune espressioni anche un tantino strane: «Osserva le leggi e comandi che io ti do e così sia lunga la tua vita», e più avanti: «perché tu sia felice e possiate crescere molto di numero nel paese dove scorre latte e miele come il Signore ha detto».

Vuole dire che il progetto di Dio è una esistenza ricca di vita e di gioia, non una esistenza spenta. Questo piace al Signore e i comandamenti vogliono ottenere questo: non sono mortificazioni nel senso di una morte che ci viene messa addosso, una cappa che ci impedisca di vivere. Vogliono essere, al contrario, una strada di gioia e di realizzazione di noi stessi.

Ma questo è possibile, se di fronte ai comandamenti abbiamo un atteggiamento non da schiavi, ma da amici del Signore, per cui dice: «Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo: amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze».

Amerai! Amerai, e prima di tutto bisogna imparare ad ascoltare questa affermazione di fondo: «Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo».

Portate pazienza se spiego una piccola cosetta.

Il Signore, in italiano, è una parola che dice poco, è un nome comune di persona, signore si dà a tutti. Ma il Signore, nella Bibbia, è il nome proprio di Dio, il nome di persona di Dio, è quel famoso termine ebraico «Jahvè», il suo nome proprio, per cui, quando si dice «Il Signore è il nostro Dio», quei termine «Signore», richiama il suo nome, e il nome di Dio è per noi prezioso.

Lo sa molto bene una persona quando si innamora, perché quando una persona è innamorata, il nome della persona alla quale vuole bene, gli mette dentro al cuore una gioia, una consolazione grande, perché quando penso al nome, mi viene in mente la persona, la sua faccia, quello che ho conosciuto di lei, il suo modo di parlare, tutte queste cose mi vengono in mente.

Quando un ebreo dice «Il Signore», gli viene in mente tutto, il volto di Dio che è un volto di misericordia e di amore, gli viene in mente tutto quello che il Signore ha fatto per lui, perché il Signore l’ha conosciuto quando lo ha liberato dall’Egitto, lo ha fatto camminare nel deserto e gli ha dato da mangiare e da bere, perché il Signore l’ha conosciuto quando l’ha liberato dai nemici e quando l’ha ricondotto dall’esilio e così via.

Tutto questo sta dentro il nome del Signore.

E questo vuole dire che, se a noi, quella parola lì, «Il Signore», non dice niente, vuole dire che dobbiamo ancora imparare a conoscerlo. Noi dovremmo conoscere e gustare il nome di Dio, dovremmo arrivare ad essere lieti che il nostro Dio sia il Signore e a essere anche fieri, perché abbiamo un Dio che è una meraviglia, che è degno di essere amato, lodato e benedetto, perché è potente, ma non solo potente, è ricco di amore, è misericordioso.

Tutto questo sta dentro a quel termine: l’ebreo lo dice con chiarezza questo nome e noi dobbiamo impararlo.

«Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo». Il nostro Dio vuol dire che nel mondo ce ne possono essere chissà quanti di dei o di signori, che la gente può mettersi ad adorare questo o quell’altro idolo, ma noi abbiamo un Signore solo, un Dio solo, quello che ci ha creato, quello che ci ha liberato, quello che ci considera come dei figli e, siccome è uno solo, non abbiamo da dividere il nostro servizio, quindi il nostro cuore: dobbiamo e possiamo darglielo integralmente, senza riserve e senza diminuzioni.

«Il Signore è il nostro Dio», quindi l’amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, non con metà o tre quarti, ma con tutto «e con tutta l’anima e con tutte le forze», proprio perché è l’unico.

Naturalmente uno potrebbe anche rimanere perplesso, perché se c’è qualche cosa che deve essere libero nella vita umana e che deve essere anche spontaneo, è l’amore; l’amore viene fuori dal cuore, zampilla dal cuore come qualche cosa di assolutamente libero e gioioso e gratuito. E allora, si può comandare l’amore?

«Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo; tu amerai il Signore tuo Dio»: questo è un comando, e si può forse comandare l’amore a qualcuno?

Beh, direttamente no. L’amore non si comanda, l’amore viene fuori libero. Ma qualcuno ha scritto che l’amore, quando viene donato, non permette a chi lo riceve di rimanere freddo, e cioè, nel momento in cui ho sperimentato di essere amato, non sono più stato capace di rimanere indifferente, ho dovuto rispondere all’amore. Sembra che la logica dell’amore nelle cose umane sia così.

Non lo so, in ogni modo, nel rapporto con Dio sì. Nel rapporto con Dio ci capita che, prima di comandarci di amarlo, il Signore ci ha amato e che all’origine della nostra vita e della nostra esistenza cristiana, ci sta l’amore che Dio ci ha donato in Gesù Cristo, donando se stesso in Gesù Cristo.

Puoi rimanere indifferente, freddo e chiuso all’amore di Dio; se tu ti lasci amare, il tuo cuore diventa capace di amare; se ti lasci cercare da Dio, il tuo cuore diventa un cercatore di Dio; se ti lasci perdonare da Dio, il tuo cuore diventerà riconoscenza infinita e continua a Dio.

E questo è possibile, nella Bibbia, che l’amore verso Dio sia comandato. L’amore verso Dio nasce come risposta all’amore che Dio ha avuto nei nostri confronti.

Prima c’è l’amore di Dio: il nostro stesso esistere nasce dall’amore di Dio Creatore; allora: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore», cioè con tutta la libertà, «con tutta l’anima» che vuol dire con tutto il tuo desiderio.

L’anima nella concezione ebraica è il desiderio di vita che uno ha dentro di se: questo desiderio deve diventare amore di Dio; «con tutte le forze», e vuol dire con quello che possiedi: intelligenza, volontà, sensibilità, affetto, carismi, doni, capacità, cultura; con tutte queste cose «amerai il Signore Dio tuo». Ma poi non ci fermiamo lì.

Quando a Gesù hanno chiesto qual era il primo comandamento, Gesù ha risposto ricordando il libro del Deuteronomio. Ma Gesù non si è fermato lì.

Ha detto che c’è un secondo comandamento che è: «amerai il prossimo tuo come te stesso». È sorprendente che Gesù risponda enumerando non un comandamento ma due. Qual è il motivo? Evidentemente perché, secondo Gesù, non è possibile amare davvero Dio senza amare davvero anche il prossimo.

Non è possibile! E questo viene detto tante volte nel Nuovo Testamento e lo dice S. Giovanni nella sua prima lettera: «Chi dice di amare Dio e non ama il prossimo è un bugiardo, perché non si può amare Dio che non si vede, senza amare il fratello che si vede, Chi ama Colui che ha generato, deve amare anche chi è stato generato da lui».

Quindi, chi ama Dio, deve amare certamente anche i figli di Dio. Cioè sono tutta una serie di affermazioni che nel Nuovo Testamento sono frequenti.

Ma è sorprendente: il prossimo non è mica Dio. Dio è solo Lui, solo il Signore, quindi non si può confondere Dio coi prossimo, però non posso amare Dio senza amare il prossimo.

Solo Dio è onnipotente, è santo, è infinitamente misericordioso e buono, il prossimo non è né onnipotente, né generalmente santo, né del tutto misericordioso; gli altri hanno i difetti che abbiamo anche noi, non sono quindi degni di amore come è degno Dio in modo perfetto. E però non si può amare Dio senza amare il prossimo.

Perché? Il motivo per la Bibbia è uno solo: che Dio ha legato la sua gloria all’uomo. È paradossale, però nella Bibbia è così.

  1. Ireneo ha scritto: «La gloria di Dio è l’uomo vivente»: Dio è glorificato quando l’uomo viene fatto vivere. Se tu fai vivere qualcuno, là dai gloria a Dio; se c’è un malato e tu lo guarisci, dai gloria a Dio; se c’è una persona sola e tu la consoli, dai gloria a Dio; se c’è una persona che vive una condizione di povertà e tu la soccorri, dai gloria a Dio, perché dove l’uomo vive, dove l’uomo viene riempito di gioia e di consolazione, li Dio è glorificato.

Dio ha legato la sua gloria all’uomo perché, stranamente, Dio ha amato quella creatura povera e misera che è l’uomo, anzi c’è una vera e propria passione di Dio per l’uomo.

Nel libro di Isaia c’è scritto: «Tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo»; non c’è nessuna spiegazione di questo «io ti amo»: non è che sei buono e io ti amo, sei ricco e io ti amo, no. L’ «io ti amo» è gratuito, è creativo, è senza alcuna spiegazione, tranne la spiegazione di fondo.

Il Signore è innamorato dell’uomo, per questo, tutte le volte che l’uomo viene rispettato e onorato e servito, Dio viene glorificato. Non è possibile amare Dio con tutto il cuore senza servire, difendere concretamente la persona umana.

Questo ce lo ha insegnato Gesù Cristo: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi; rimanete nel mio amore». E questo «rimanete nel mio amore» vuole dire «amatevi gli uni gli altri, cosa come io vi ho amato». C’è una corrente di amore che da Dio scende verso Gesù Cristo, da Gesù Cristo viene verso di noi, da noi deve andare verso tutti gli uomini.

E Dio non è contento, non è sazio, non è riposato fino a che il suo amore non ha raggiunto tutti gli uomini. Questo è il senso del comandamento di Dio: «Amerai il Signore tuo Dio, amerai il prossimo tuo come te stesso».

E allora, dicevo, lo prendiamo come un regalo del Signore. È un comandamento, ma in realtà è un regalo grande che il Signore ci fa, perché prima di tutto alla base di questo comandamento c’è il suo amore e, secondo, con questo comandamento noi ritroviamo una direzione lucida della nostra vita. È vero che, a volte, ci sarà difficile sapere come dobbiamo fare per amare il prossimo; non è così facile da capire, però una direzione precisa il Signore ce la dà. E questo ci aiuterà a vivere avendo un orientamento, avendo un senso nella nostra vita e avendo un desiderio anche forte di rispondere all’amore di Dio con il nostro amore, un desiderio di dare gloria a Dio con il servizio e l’amore concreto verso i fratelli.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.