AFFERRATO DA CRISTO – 8

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

5ª Meditazione
Per un cammino di fede

Preghiera:

[2] Mi rendo conto, Signore, che non devo conformarmi a questo mondo ma trasformarmi con un completo mutamento di mentalità per arrivare a desiderare quello che vuoi tu: ciò che è buono, gradito e perfetto.

(…)

[5] Per molti che siamo, siamo un solo corpo in te, Cristo; e tu hai assegnato a ciascuno di noi una funzione diversa nel tuo organismo. singolarmente siamo parte l’uno dell’altro,

[6] ciascuno con doni diversi, secondo la grazia che ci hai data. Chiediamo la saggezza di conoscere i nostri doni, e di usarli quando uno è in servizio

[7] mostragli come essere generoso nel servire; quando insegna, aiutalo ad insegnare;

[8] se deve incoraggiare altri, sei tu che devi ispirargli le parole opportune. Quando do qualcosa ad un altro che la mia mano sia lieta e lesta.

[9] Che sia sincero il mio amore.

[10] Signore, aiutaci ad amarci gli uni gli altri con l’affetto di fratelli, gareggiando nello stimarci a vicenda,

[11] mai cedendo alla pigrizia, nello zelo, ardenti sempre invece, del tuo Spirito, per servire te, Signore.

[12] Insegnami ad essere allegro nella speranza, paziente nella tribolazione, costante nella preghiera,

[13] pronto alle necessità dei fratelli, accogliente per gli ospiti;

[14] a benedire chi mi perseguita, a dirne comunque bene e non male! Sintonizzami i palpiti dell’anima

[15] per essere felice con chi è felice, piangere con chi piange,

[16] e imparare ad armonizzarmi con gli altri. Signore, ti Chiedo la capacità

[17] di non scambiare mai male per male

[18] e, per quanto dipende da me, di vivere in pace con tutti. Che mai io mi vendichi,

(…)

[20] ma se il mio nemico ha fame, gli dia da mangiare; se ha sete, da bere,

[21] senza lasciarmi vincere dal male, ma vincendo il male col bene.

da “NEL SIGNORE GESÙ” – Hilsdale – EP

(dalla lettera ai Romani cap. 12)

E con la grazia del Signore proviamo a concludere il nostro cammino di riflessione sul tema dell’esistenza cristiana, cosi come scaturisce dall’annuncio del Vangelo di Paolo, dalla sua esperienza e dall’annuncio del Vangelo.

Abbiamo ricordato ieri sera alcuni ostacoli che si oppongono al cammino della fede, abbiamo detto: la fede è un itinerario, è una vita che deve crescere, e in questo crescere la fede deve superare ostacoli come l’egocentrismo, lo scoraggiamento ecc.; ne abbiamo numerati alcuni.

Ne abbiamo tralasciato uno, che ora brevemente richiamo.

L’abitudine: l’ultimo ostacolo che rende difficile il cammino di fede è l’abitudine. Abitudine vuol dire quella routine della ripetizione stanca dei gesti quotidiani che tende a banalizzare ogni cosa.

La vita dell’uomo normalmente è fatta di cose semplici e, sotto certi aspetti, anche banali. Ci sono naturalmente gli eroi, ci sono quelli che hanno grandi responsabilità o autorità nel mondo, ma normalmente la vita è fatta di cose semplici. È fatta di famiglia, di lavoro, di televisione e di giornali, è fatta di amicizie e di piccole cose. Ora, siccome queste cose si ripetono giorno per giorno fondamentalmente uguali, il rischio è che non ne percepiamo più pienamente il valore.

Ora la fede chiede di vedere le cose con occhio vivo e, in qualche modo, di trasfigurarle. Un atteggiamento fondamentale della fede è lo stupore di ritrovare la presenza di Dio, dell’Onnipotente, dell’Eterno, dell’invisibile e di colui che è tre volte santo dentro la nostra povera vita. Forse che Dio si degna di prendere atto e di avere interesse ad una vita così povera come la nostra?

Proprio questo è l’annuncio fondamentale del Vangelo.

C’è un messaggio dell’imperatore, che lui ha mandato, che arriva fino a te che sei un povero frammento, ma prezioso per lui. Allora, ritrovare questo, cioè lo stupore della vita, la gioia delle piccole cose che riusciamo a fare, l’impegno nel quotidiano, è elemento importante per la vita di fede. Vivere non distratti, cioè non da addormentati, sapendo riconoscere il valore delle cose anche quotidiane della vita.

  1. Paolo scrive ai Corinzi (1 Cor 10, 31).

[31] Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio.

Potete misurare la differenza fra queste due cose: mangiare e bere da una parte e la gloria di Dio dall’altra.

Mangiare e bere è banale. Per Platone era una necessità indegna del filosofo; è costretto, ma in fondo non è quello che importa. Invece no, “sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto a gloria di Dio”.

Quello che è immensamente grande e degno come la gloria di Dio, si esprime in gesti banali e piccoli come il quotidiano, come è il mangiare e il bere.

In fondo quando il Vangelo promette il dono dello Spirito e dice che “Lo Spirito vi farà ricordare tutto quello che io vi ho detto”, credo voglia dire anche questo: che lo Spirito è capace di ridare luce, ridare bellezza a tutto quello che ricordiamo del Signore e a tutto quello che nel ricordo del Signore possiamo vivere, per cui ci sta dentro una capacità di stupore, di attenzione e di gioia, di gustare le cose, di gustare quello che c’è di bello e di buono e di santo dentro alla nostra vita.

Questo ci aiuta a mantenere una fede vivace, non spenta, affaticata e annoiata.

Ma facciamo adesso il cammino inverso. Abbiamo visto alcuni ostacoli all’itinerario della fede, dobbiamo vedere ora quali sono alcune delle dimensioni invece positive e fondamentali: come si arriva, come si cresce.

La prima, affermazione è molto semplice e ben nota:

il cammino della fede nasce e cresce dall’ascolto della Parola di Dio.

Il cammino della fede non parte da noi: non siamo noi ad avere l’iniziativa, a fare un progetto e a volerlo realizzare. Il cammino della fede nasce dall’iniziativa di Dio. È Dio che ha un progetto che rivolge a noi, che sollecita e stimola, e chiama noi a rispondervi. Quindi all’inizio ci sta la sua Parola. “Il Signore disse ad Abramo: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre verso la terra che io ti mostrerò» …E Abramo parti come gli aveva detto il Signore”.

C’è una parola e c’è una vita che risponde alla parola. In questo naturalmente il modello fondamentale della vita di fede è Maria santissima. Tutto il senso della presenza di Maria nel culto della Chiesa è proprio lì. Maria è la persona di fede che vive di ascolto e che si lascia guidare dalla parola del Signore.

Tutto il senso della sua vita nasce dall’annunciazione, dove nel nome del Signore l’angelo le annuncia la volontà di Dio:

“Non temere, Maria, hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo…”.

con tutto quello che segue. Al termine c’è quell’espressione:

“Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.

Quindi atteggiamento di ascolto, che diventa ascolto con la vita. Si ascolta con gli orecchi o con gli occhi, quando si legge, si ascolta con l’intelligenza, poi bisogna ascoltare con il cuore, e anche con le mani. L’ascolto deve diventare comportamento, deve diventare obbedienza.

Il verbo obbedire viene dal verbo ascoltare, l’obbedienza è un prodotto dell’ascolto, e la vita di fede è chiaramente una vita di obbedienza.

Notate una piccola cosa, anche se non decisiva, fra quella proposta dell’angelo e il sì di Maria c’è anche una domanda di Maria:

Maria disse all’angelo: Come è possibile? Non conosco uomo”. E vuole dire che Maria chiede delle spiegazioni su quello che dovrà essere il suo comportamento e la sua obbedienza.

Ed è significativo perché Maria non chiude gli occhi, ma li apre. Di fronte all’annuncio dell’angelo incomincia a porsi una serie di interrogativi e li propone al Signore, li propone all’angelo.

Non è proibito farsi delle domande, purché queste diventino preghiera e siano rivolte al Signore. Purché queste domande appoggino sulla Parola di Dio e siano il tentativo di comprenderla meglio e di obbedire meglio. Quindi ascolta.

È per questo che nel cap. 10 di S. Luca c’è quell’episodio di Marta e Maria, dove Marta s’affanna, presa dai molti servizi, e Maria, sedutasi ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. E non c’è dubbio, nel contesto del Vangelo di Luca, Maria non è il modello della vita contemplativa e non vuole dire che non è importante il fare, ma il contemplare.

Subito prima di questo episodio c’è la parabola del buon samaritano, che termina con quelle parole: “Va e fa’ anche tu lo stesso”. Fa quello che ha fatto il buon samaritano. Quindi non è la contrapposizione tra il fare e il contemplare. È la contrapposizione di una vita che si lascia prendere da molti affanni e una vita che nasce dall’ascolto, che si mette ai piedi del Signore, e che ai piedi del Signore impara quello che deve essere, quello che deve anche fare, quello che deve pensare, realizzare e progettare.

Da questo punto di vista la Parola di Dio è davvero quella forza che plasma i pensieri interni del cristiano, che da una forma alla sua vita.

Ogni uomo è l’artista della sua vita: ogni uomo ha un certo materiale da gestire, che sono gli anni di vita che il Signore gli ha dato, con le doti e i limiti che il Signore gli ha conferito. Ciascuno di noi ha questa specie, di materiale grezzo in mano, e tocca a noi dare una forma al materiale che è la nostra vita.

Un avaro, che vive per i soldi, da’ alla sua vita una forma molto precisa, la forma dell’avarizia, che ha le sue caratteristiche e i suoi atteggiamenti fondamentali. E lo stesso vale per qualsiasi altro tipo di persona.

Il cristiano dà alla sua vita una forma specifica, che è Gesù Cristo. E questa forma gliela dà la Parola di Dio.

È la Parola del Signore che ci costruisce secondo la volontà di Dio, che ci fa assomigliare a Gesù Cristo.

È per questo che molte volte il Nuovo Testamento presenta la Parola di Dio come un segno. “Un segno” vuol dire una potenza di vita, non una potenza generica, ma una potenza ben organizzata.

Il seme ha al suo interno una struttura precisa, per cui quel seme diventerà un melo o un pero o un susino. Non è un seme generico che può diventare qualunque cosa; può diventare quel tipo di pianta che è lui, che c’è scritto dentro. La Parola di Dio è così: un seme. Dentro non c’è scritto qualunque cosa, dentro c’è scritto la vita di Gesù Cristo.

Naturalmente la vita di Gesù Cristo può assumere forme ed espressioni molto diverse, perché un S. Francesco è certamente diverso da un S. Domenico, ma l’uno e l’altro portano questa medesima Parola di Dio come forma essenziale della loro vita.

Allora, se uno vuole fare un cammino di fede, bisogna che dia importanza centrale alla Parola di Dio, che quello che lui pensa e compie nasca dall’ascolto, e che all’ascolto dia un primato.

Naturalmente “ascolto della Parola” non vuol dire studiare un libro, vuol dire amare Gesù Cristo. Quando leggete il Vangelo secondo Luca, potete interessarvi al posto che questo Vangelo occupa nella letteratura greca o in quella cristiana antica, ma questo è ancora poco. Dovete arrivare ad innamorarvi di Gesù Cristo.

Forse ‘innamorarsi’ non è la parola giusta, perché uno può avere l’impressione di grandi emozioni o cose di questo genere, dove l’importante non è l’emozione, ma la decisione chiara di porre il Signore al centro della propria vita, il dire che il Signore è davvero quello per cui vale la pena di vivere e, al limite, vale la pena morire.

Questa decisione può andare assieme con delle consolazioni grandi, e se il Signore vi da’ queste consolazioni, ringraziatelo. Può andare insieme anche con momenti di aridità, di poca emozione, di poca commozione interiore, perché il cammino della fede è diverso da persona a persona, da momento a momento e assume qualunque tipo di esperienza sia in momenti in cui siamo scoppiettanti di gioia, sia in momenti in cui siamo depressi e avviliti.

L’uno e l’altro entrano dentro al cammino di fede, a condizione che il rapporto con il Signore sia un rapporto scelto una volta per sempre. Però luna volta per sempre non vuole dire che uno possa vivere di rendita, è invece da rinnovare con questa fedeltà continua al Signore.

Naturalmente l’ascolto della Parola di Dio deve diventare anche ascolto della vita, perché anche la vita in se ci fa capire quello che Dio si aspetta da noi. La vita, da questo punto di vista, è una maestra, è molto esigente, ma anche molto ricca.

Le esperienze che si fanno debbono, anche queste, essere ascoltate. Non voglio dire, naturalmente, che la vita è di per se Parola di Dio. Nella vita c’è il bello e c’è il brutto, buono e il cattivo. Non posso ingoiare la vita e prenderla così com’è e dire che va tutto bene, come se questo fosse il migliore dei mondi possibile. Questo è purtroppo un mondo dove anche il peccato e la cattiveria e l’ingiustizia ci sono, e ne debbo fare i conti, però non c’è niente di quello che noi viviamo, non c’è nessuna situazione nella quale noi non possiamo rispondere al Signore.

Voglio dire: la vita mi può mettere nelle situazioni più strampalate o difficili o ambigue, ma in ogni situazione in cui mi trovo c’è sempre un sì che io posso dare al Signore. Le situazioni non mi condizionano mai così tanto da impedirmi di fare la volontà di Dio.

Una volontà di Dio c’è anche nei momenti più duri, più difficili, più pesanti o noiosi della vita. Allora in ogni momento della vita e in ogni situazione debbo imparare a trovare il sì giusto, quello che il Signore si aspetta da me.

E come faccio? Imparando, naturalmente la Parola di Dio e, attraverso questa Parola, imparando a conoscere il Signore e quindi imparando, in qualche modo, per un atteggiamento interiore, il tipo di risposta che posso dare al Signore.

Voglio dire: quando due sono sposati da un pezzo e si vogliono veramente bene e hanno imparato a conoscersi, sanno bene che cosa pensi o di che cosa abbia bisogno l’altro; è lo stesso per il Signore. Non ci sono regole rigide per sapere che cosa vuole il Signore adesso, però se tu impari a conoscere il Signore, quanto più lo conosci, tanto più capisci che cosa gli puoi donare in questo momento e in questa situazione.

Impari: è ancora il cammino di una esperienza di fede, che il Nuovo Testamento direbbe “profezia”, e impari a interpretare le cose alla luce del rapporto con il Signore.

Ho delle doti, delle qualità: come le interpreti le tue doti e le tue qualità? Le interpreti come un tuo possesso privato o riconosci che le hai ricevute dal Signore? Riconosci che le tue doti sono lo strumento per metterti al servizio dei fratelli? Ben diverso è se le doti vengono interpretate come una mia ricchezza per superare gli altri o, invece, il dono che il Signore mi ha dato per mettermi al servizio degli altri. Questo cambia il quadro.

Così è per l’esperienza dei limiti. Uno può anche intristire per i suoi limiti, ma uno può anche trovare nei limiti il motivo, lo stimolo per fidarsi del Signore e della sua grazia. Ricordatevi che questa è stata l’esperienza di Paolo.

  1. Paolo racconta di una spina nella carne, che gli era stata messa, di un limite diremmo noi, e racconta di una sua preghiera insistente al Signore perché lo liberasse. li Signore gli rispose: “Ti basta la mia grazia, perché la mia potenza si manifesta nella debolezza dell’uomo”.

E allora Paolo è arrivato a dire: Bene, sono contento di avere dei limiti, perché alla fine della mia vita posso dire che non io ho fatto, ma, nonostante i miei limiti, il Signore ha fatto.

Allora, in questo modo, il limite non diventa motivo di tristezza perché vorrei essere come questo o quell’altro, ma diventa un’occasione di fede, di abbandono.

E lo stesso vale per il cammino delle sofferenze.

C’è un cammino di fede attraverso cui la sofferenza può essere interpretata in positivo, come purificazione della propria. fede.

“Purificazione della fede” vuole dire che, fino a quando tutte le cose vanno diritte, vanno troppo bene e sono baciato dalla fortuna, non so mai se la mia fede è davvero fede in Dio o se invece è attaccamento al successo della vita; se mi interessa Dio o mi interessano i doni di Dio.

La prova, la sofferenza, è invece quel momento in cui Dio è staccato dai suoi doni, i doni non ci sono più. Allora pianti lì anche Dio o ti attacchi, a Lui.

E se nel momento in cui i doni vengono meno rimane la tua fede, la tua fede diventa una fede più pulita.

Con questo non voglio dire che la sofferenza sia gradevole; non lo è mai stata e non lo sarà mai. Voglio dire che c’è la possibilità di ricavare dalla sofferenza, in positivo, l’occasione di crescita, una occasione di maturità.

Così come S. Paolo può dire di avere imparato nella sofferenza a vivere della consolazione del Signore, per consolare quelli che si trovano in qualsiasi tipo di sofferenza, con la stessa consolazione con cui è stato consolato dal Signore.

E cioè nella sofferenza Paolo ha imparato a capire meglio gli altri, a stare più vicino agli altri, a sapere condividere con loro la consolazione che ha ricevuto dal Signore.

Quindi il problema è ancora questo. Non credo che ci sia una interpretazione della sofferenza che va bene per tutti e per sempre, ma in quella sofferenza che è la tua, tu sei chiamato a dare una risposta al Signore, e il Signore ti chiede qualche cosa anche in quel momento lì.

Sarà un atteggiamento di umiltà, un atteggiamento di fiducia, di abbandono, di solidarietà verso gli altri, di apertura o …non lo so, lo devi trovare tu, ma il senso della vita di fede è lì.

È lo stesso anche per l’esperienza del peccato. Il peccato è negatività e mi arrendo. Anche l’esperienza di avere peccato può diventare un momento del cammino della fede, perché l’esperienza del peccato mi dà la consapevolezza del bisogno infinito di Dio e della sua misericordia, mi aiuta a non essere duro e aspro verso gli altri, perché so di essere rivestito delle medesime debolezze degli altri.

Non dico che uno debba accettare tranquillamente il peccato che è negatività ed è una forza di rovina anche dal punto di vista sociale, ma voglio dire che il fatto di avere peccato può diventare esso stesso un momento del cammino di fede verso il Signore; può diventare l’occasione per una conversione, per una umiltà più grande.

Lo stesso vale anche per l’interpretazione del lavoro. Il lavoro è una cosa grande nella vostra vita, perché un buon terzo della vostra vita lo passate al lavoro; interpretare quindi il lavoro in un’ottica di fede è importante per viverlo come servizio. “Portate i pesi gli uni degli altri e così obbedirete alla legge di Cristo”.

E lo stesso l’abbiamo già detto tante volte per quanto riguarda la sessualità.

Insomma tutto quello che è materiale della vita, umana è occasione di risposta al Signore, a condizione che noi diamo a questo materiale il significato che viene dalla Parola di Dio, da quelle che il Signore ci ha detto di se stesso e del suo progetto di salvezza.

Accanto all’ascolto, come seconda affermazione ci va la preghiera.

Mi interessa sottolineare alcune cosettine.

La preghiera – è stato scritto – è il caso serio della fede”, e per “caso serio della fede” si vuole dire questo: nella visione cristiana, il Dio nel quale noi crediamo, è un Dio personale, e proprio perché è un Dio personale, il rapporto con Dio è, e deve essere, un rapporto personale. Un rapporto in cui a Dio do del tu, in cui lo riconosco come un interlocutore libero e consapevole della mia vita.

Siccome il Dio nel quale io credo è padre, l’atteggiamento nei suoi confronti è fondamentalmente un atteggiamento filiale. La fede cristiana è chiaramente un rapporto di amicizia, di comunione, e non è possibile avere una amicizia senza dialogo. Se viene meno il dialogo con Dio, Dio diventa il destino; uno può continuare a credere in Dio, ma Dio diventa per lui un essere senza volto, col quale non si può instaurare un rapporto personale. Questo “volto” naturalmente è una immagine, ma è fondamentale per noi, perché Lui può rivolgersi a noi e noi con Lui possiamo entrare in rapporto di comunione.

Se Dio diventa il destino, io chino la testa, mi arrendo, perché il destino è forte e mi schiaccia. Il destino è anonimo; non si può avere fiducia nel destino.

Ci si piega, ci si adatta, ma questo non è il senso della fede. Il senso della fede non è una obbedienza costretta ad una forza che è più grande di me, è una obbedienza libera ad un Dio che ritengo degno di essere amato, che è giusto amare perché vale il mio amore e vale la mia devozione.

Da questo punto di vista la preghiera mantiene la sanità della vita di fede, altrimenti questa diventa un’altra cosa, una fede non cristiana. La fede cristiana è la fede in un Dio personale, e quindi in un rapporto libero, dialogico, di comunicazione e di comunione.

È vero che dentro alla preghiera ci possono stare anche degli equivoci.

C’è un testo famoso di Bertold Brecht in quel dramma intitolato: “Madre Courage”. Parla, questo dramma degli eserciti imperiali che si avvicinano ad una città libera. È di notte, ed evidentemente si avvicinano per prenderla di sorpresa. Arrivano ad un casolare di contadini i quali, di fronte all’esercito imperiale non potendo fare niente, si mettono a pregare per la città. C’è però una ragazza la quale ruba un tamburo di uno dei soldati, sale sul tetto della casa, e incomincia a rullare il tamburo, svegliando naturalmente le guardie della città.

Queste danno l’allarme e la città non può essere presa d’assalto. Naturalmente la preghiera con la vita (questo gesto) ha salvato la città.

Il senso è evidente: chi non fa niente, chi si sente impotente prega. La preghiere è la forza degli impotenti, la forza di chi non s’impegna in quello che potrebbe effettivamente fare. C’è da salvare una città: non serve che tu ti metta a pregare, serve che tu ti metta a battere sul tamburo; questo è quello che conta.

Ora, evidentemente, una critica di questo genere ci deve far pensare, perché nasce da un fraintendimento della preghiera: la preghiera, quando è autentica, non è mai un surrogato della vita: ho paura, di vivere, allora mi rifugio nella preghiera. Questa non è preghiera autentica, assomiglia piuttosto ad una visione magica.

La preghiera, piuttosto, serve a vivere nel modo giusto. Non sostituisce l’azione, ma l’orienta nel modo giusto.

La preghiera deve togliere le paure, per cui uno trovi la forza di agire senza secondi fini o per proprio interesse o per orgoglio, ma con motivazione.

La preghiera deve e vuole togliere i doppi fini, le falsità in modo che l’azione sia corretta, nella direzione giusta e impegnata, tale da produrre la vita. Se io ringrazio il Signore per la mia vita, e il ringraziamento è una dimensione fondamentale della preghiera, questo vuole dire che devo poi vivere la mia vita in un atteggiamento di gratuità. Allora la preghiera diventa autentica, se nel rapporto con gli altri so donare e almeno tento di donare gratuitamente.

Così se al Signore chiedo la pace nel mondo, questo vuole dire che in quello che posso e che entra dentro ai miei limiti di influenza (perché evidentemente non posso fare molto per queste cose), sono impegnato a costruire la pace nel mondo. Se prego che il Signore dia da mangiare agli affamati, evidentemente questo non vuole dire che ho incaricato il Signore di fare quello che a me pesa fare, ma vuole dire: affido al Signore l’azione mia nei confronti del povero o dell’affamato, perché questa azione abbia il sostegno, la forza, lo stimolo che viene dal Signore. Voglio dire, non è mai un esonero all’azione, ma uno stimolo ad una azione che viene nella preghiera, purificata da. tutti i doppi fini, dalle falsità, ritrovando trasparenza davanti al Signore.

E questo è il senso della preghiera di Gesù. Quando, per esempio, nel cap. 1 di Marco, dopo la giornata che Gesù ha vissuto a Cafarnao cacciando demoni, guarendo ammalati ecc, dice il Vangelo di Marco: (Mc 1, 35-38)

[35] Al mattino si alzò quand’era ancora buio, e uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e lì pregava.

[36] Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce

[37] e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!”

[38] Egli disse loro: “Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”.

Ed è stupendo perché alla fine di una giornata di lavoro Gesù prega.

Quindi la preghiera non sostituisce l’azione, ma da a quello che Gesù ha compiuto il suo significato vero. Non era semplicemente l’azione di Gesù, ma l’azione che Gesù compiva per mandato del Padre, con la forza che gli veniva dal Padre. E proprio perché Gesù prega, alla fine riesce a non lasciarsi intrappolare dalle attese della gente, che lo cerca e vorrebbe monopolizzarlo. No, Gesù va, negli altri villaggi.

Certo il successo non gli ha dato alla testa; è libero di fronte al successo e alla ricerca degli uomini, perché sta davanti al Padre. Lo stare davanti al Padre è quello che permette a Gesù di percorrere il suo cammino in mezzo agli uomini facendo del bene senza diventare schiavo di nessuno, neanche del suo successo. Allora è in questa, logica che la preghiera è per noi importante. È importante per vivere.

Terza affermazione: in una vita di fede è importante il confronto con gli altri.

“‘Confronto con gli altri” vuole dire che, normalmente, nella sua vita l’uomo trova se stesso nel dialogo, nell’amicizia e nel confronto con gli altri. Se poi uno vuole essere se stesso, non serve che si chiuda in una torre e dica: Qui divento più facilmente me stesso perché nessuno mi influenza e mi condiziona.

Questo è falso.

Se uno si isola dagli altri non trova neanche se stesso.

È vero che gli altri possono diventare un condizionamento, ma tocca all’uomo saper riflettere al significato e al peso che gli altri esercitano sulla sua vita e trasformare questo condizionamento secondo la sua volontà e la sua scelta di vita. L’uomo trova se stesso solo confrontandosi con gli altri. Il senso della sua identità lo ha quando conosce delle altre persone, quando fa amicizia. Solo allora capisce cosa vuole dire essere se stesso.

E quello che vale dal punto di vista umano, vale dal punto di vista della fede.

San Paolo così scrive ai cristiani di Roma. (Rm 1, 11-13)

[11] Ho Infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati,

[12] o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io.

[13] Non voglio pertanto che ignoriate, o fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi – ma finora ne sono stato impedito – per raccogliere qualche frutto anche tra voi, come tra gli altri.

  1. Paolo sta esponendo il suo progetto di andare e Roma, vuole andare a Roma. Vuole andarci perché vuole regalare ai cristiani di Roma qualche cosa dei doni che ha ricevuto dal Signore. Ha ricevuto il dono del Vangelo, il dono dell’apostolato, e in particolare dell’apostolato ai pagani. Bene, vuole comunicare qualche cosa di tutto questo ai cristiani di Roma.

Ma poi si corregge e dice: “per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, io e voi”.

E vuole dire: “No, mi correggo. Non voglio arricchire soltanto voi, voglio arricchire anche me stesso. Voglio che, attraverso lo scambio dell’esperienza di fede, attraverso la comunicazione di quello che noi abbiamo imparato a conoscere del Signore, ci rinfranchiamo, ci rafforziamo a vicenda”.

Ora questa. dimensione è fondamentale nella vita di fede. Se uno vuole fare il cammino di fede non serve che si isoli come per diventare un battitore libero, deve piuttosto cercare di mettersi insieme alla comunità cristiana e quindi arricchire e verificare la sua fede nel confronto con gli altri, nel dialogo e nella preghiera comune. Deve imparare a ricevere.

Nella comunità cristiana ci sono dei ministeri, che sono ministeri di servizio, quale l’annuncio della Parola di Dio. Voi, in questi due giorni, vi siete messi in ascolto, quindi vi siete messi in atteggiamento di accoglienza; bene, questo rimarrà sempre fondamentale nella vita cristiana.

Questo però è solo una parte, c’è anche il momento in cui si esprimono le proprie idee. In realtà avete fatto anche questo, perché nel pregare e cantare insieme agli altri, nel presentare alcune intenzioni di preghiera avete espresso la vostra fede, e credo che la testimonianza della fede nel Signore ce la siamo un tantino scambiata a vicenda.

Bene, questo deve continuare. Si vive la propria esperienza di fede dentro alla comunità cristiana con le varietà di esperienze e con la varietà anche di età; il fatto che ci siano bambini, giovani, adulti e anziani, questo è infinitamente più bello.

È vero che ci sono mentalità diverse, ma è proprio per questo che c’è una ricchezza che ci consola e ci rafforza di più, che ci fa vedere la varietà della vita cristiana, per cui ci riconosciamo non inscatolati dentro uno schema rigido, ma invece come in cammino in una esperienza di vita che ha tutto il senso della varietà, della ricchezza, della complementarietà della vita.

E, naturalmente, in questo confronto con gli altri ci potrebbe stare dentro anche il discorso della direzione spirituale e di un dialogo di fede in cui, nel confronto, una persona impara a vedere più chiaro quello che il Signore, quello che lo Spirito le sta suggerendo.

Fare direzione spirituale non è l’espressione più giusta, perché il direttore spirituale unico dovrebbe essere solo lo Spirito Santo. Però ci può essere un consiglio, un dialogo che permette di cogliere meglio quello che lo Spirito sta chiedendo ad una persona in questo determinato momento. Quindi il confronto con l’altro.

E finalmente un’ultima cosa a cui volevo accennare è una parolaccia, cioè la disciplina. Disciplina che vuole dire un ordine nelle cose che si fanno e una capacità di scelta in quelle cose che si presentano come libere di fronte all’uomo.

La disciplina ha una cattiva fama. È una parolaccia perché sembra dire lo stesso che mancanza di libertà od oppressione. Ma, se ricordate, nel salmo 50 che abbiamo pregato ieri, uno dei rimproveri che Dio fa al suo popolo è che odia la disciplina. “Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che detesti la disciplina e le mie parole te le getti alle spalle?”.

Per disciplina s’intende, come ricordavamo, quel cammino lento e progressivo che è necessario, perché la Parola di Dio possa diventare una vita, un comportamento effettivo.

E mi spiego.

Uno può desiderare la laurea in medicina. “Laurea in medicina” vuol dire fare un lavoro che è servizio degli altri, che è fare quello che faceva il Signore, che era un medico anche lui a suo modo, quindi una cosa molto bella, solo che, se uno vuole la laurea in medicina, deve fare sei anni di università, deve fare esami impegnativi e interminabili. Deve fare questo cammino.

Uno potrebbe desiderare la laurea e odiare gli esami di medicina, perché non so se sono poi molto gradevoli. Solo che le due cose sono legate l’una all’altra e non si raggiunge l’una senza l’altra. Uno non può raggiungere una laurea se non accetta di pagare il prezzo degli esami, e il prezzo degli esami è esattamente quello che si ottiene con la disciplina. Disciplina perché uno gli esami li deve mettere in fila, in ordine, deve accettare di studiare otto ore al giorno per un bel pezzo, deve cioè accettare questa fatica.

Ora lo stesso discorso vale anche per la vita cristiana.

Uno può anche desiderare di essere santo, e di esserlo sul serio, come anche una commozione interiore, solo che questo cammino di santità richiede di essere fatto gradino per gradino e accettando il peso e la fatica e la lentezza del cammino, altrimenti c’è il rischio della frammentarietà. Se io faccio quello che sul momento mi sembra più gradevole o quello che mi viene istintivo, è vero che la vita mi sembra diventare più luminosa, più bella, perché seguo la via di minor resistenza, ma in questo caso non sono io a decidere la mia vita.

Sono le circostanze che la decidono per me. E dove mi trovo, dove spira il vento vado, dove c’è minor difficoltà mi muovo.

Ma questo non vuol dire essere libero, questo vuol dire lasciarsi condizionare sempre. Vuole dire che, se le circostanze mi attirano, io acconsento e, se la via è più facile, io mi lascio attirare, ma in questo modo quello che io mi ero proposto va a rotoli. Se mi ero proposto di arrivare ad un traguardo, in realtà vado dalla parte opposta, perché è la linea di minore resistenza, più facile.

La disciplina vuol dire imparare a tenere in mano la propria vita e quindi a dirigere le scelte, sapendo dove uno vuole arrivare.

Se uno vuole arrivare a quel traguardo, deve percorrere quella strada, se sceglie liberamente il traguardo, sceglie liberamente la strada, anche se il traguardo è gradevole e la strada è faticosa.

Naturalmente quando parlo di disciplina, intendo non una disciplina imposta dall’esterno, per cui vi costringe ad andare in fila per tre, ma piuttosto una disciplina che nasce all’interno, che nasce da scelte libere. Io mi propongo quel traguardo e allora faccio tutto l’allenamento necessario per arrivare a quel traguardo.

Cerco di fare le cose non solo quando sono in vena, e in vena non ci siamo tanto o spesso o sempre, tento di accettare anche quegli aspetti di rinuncia che ogni scelta inevitabilmente comporta. E siccome siamo presso i Carmelitani, finisco con S. Giovanni della Croce che abbiamo già ricordato.

In quella sua opera famosa che è “La salita al monte Carmelo”, S. Giovanni della Croce presenta la vita cristiana come un cammino in salita, quindi un cammino faticoso. E dice che per salire sul monte Carmelo, bisogna rinunciare all’onore, al riposo, al gusto, alla libertà, alla scienza; bisogna rinunciare alla gloria, alla sicurezza, alla gioia, al conforto, al sapere. Bisogna scegliere, dice lui, il nulla.

E scrive: “Quanto più volli cercare tanto meno trovai, quanto più volli avere tanto meno ebbi”.

Poi quando si arriva in cima al monte Carmelo dopo aver fatto questa strada lunga, faticosa, di rinuncia e di ascesi, c’è scritto: “Solo l’onore e la gloria di Dio dimorano in questo monte”.

E ancora, quando si è in cima al monte la strada non si chiude, ma finisce. E scrive S. Giovanni: “Qui non c’è più strada, poiché per l’uomo giusto non vi è più legge, egli è legge a sè stesso”.

L’ascesi di S. Giovanni della Croce è una di quelle tremende che non oso consigliarvi. Se volete, un santo carmelitano più facile è S. Teresa di Gesù (S. Teresa d’Avila), perché più vicina al nostro stile.

Quello che mi interessa è il ragionamento che sta dietro all’espressione di S. Giovanni della Croce. Questa sembra una vita di rinuncia alla propria libertà e quindi di obbedienza, me dove il traguardo è la cima del monte Carmelo (che non è il paradiso), cioè la maturità cristiana.

Se uno arriva in cima al monte Carmelo non ha più legge, perché lui è diventato la legge. Non gli serve più la Parola di Dio, direbbe S. Agostino, perché è diventato lui la Parola di Dio. Ne ha assimilato così profondamente il senso, che la Parola di Dio è diventata la sua carne e il suo sangue. A questo punto c’è la libertà piena.

Per S. Giovanni della Croce la libertà viene raggiunta solo al termine di un cammino di purificazione in cui l’uomo si liberi dai suoi orgogli, perché fino a che abbiamo l’orgoglio come motivazione delle azioni non siamo liberi. Allora superate tutte queste cose, e si superano con fatica, si arriva a raggiungere quella libertà che è, in fondo, lo scopo della nostra vita.

Non ho presentato S. Giovanni come modello di una ascesi laicale, e credo che ci sarebbero molte altre cose da dire su questo, però l’ho presentato perché mi interessa per il problema della disciplina.

Non è un qualcosa di rigido, ma è fondamentale che impariamo anche ad accettare questa dimensione di limite, di fatica, di perseveranza dentro alla nostra vita. Solo così c’è una crescita, una maturazione.

E così il nostro cammino sarebbe terminato, cioè voglio dire: il nostro cammino dovrebbe incominciare, soprattutto con alcune cose che mi interessano.

La prima: quel primato, dato alla giustificazione di Dio, sul quale Paolo ha insistito e che per noi è fondamentale.

Il cammino della fede nasce da Dio: se noi siamo giusti, lo siamo per un dono e non per una nostra affermazione. E questo cammino della fede, dono del Signore, si esprime nella liberazione dalla schiavitù del peccato, sempre dono del Signore. È chiaro che la possibilità del peccato ci rimane per tutta la vita, ma ci viene tolta la necessità di peccare, cioè la schiavitù del peccato. Questa il Signore ce l’ha tolta. È nel dono dello Spirito Santo, è nel cammino della fede che veniamo liberati da questa necessità di egoismo.

A questo punto deve nascere un cammino di fede, che è un cammino progressivo, e quindi progressivo vuol dire lento, e lento vuol dire che è paziente, e paziente vuole dire che uno non deve mai avvilirsi perché non è arrivato ancora in cima al monte Carmelo, e tanto meno deve avvilirsi perché ha l’impressione che dopo un anno di lavoro sia al punto di partenza.

Questa è generalmente più una impressione che una realtà.

È difficile misurare questo per noi, ma non è importante. Non ha importanza che io sappia a che punto sono arrivato, l’importante è che la direzione della mia vita sia verso il Signore, poi è il Signore che sa misurare.

E siccome alla fine quello che conta non è un risultato verificabile, ma è quel cammino di fede che abbiamo costruito col Signore, allora non si tratta di avere la sicurezza della propria virtù, della carità e della santità, si tratta invece di avere la fiducia nel Signore e di cercare umilmente di fare le cose in vista di lui.

Abbiamo detto che ci sono alcuni ostacoli, ai quali dobbiamo cercare di stare attenti senza pretendere di averli già superati tutti, accettando che il cammino sia faticoso, che i limiti e anche il peccato rimangano.

Ci sono alcune dimensioni alle quali bisogna stare attenti perché il cammino della fede maturi, e sono: la Parola di Dio, la preghiera, la comunità cristiana e questo aspetto di disciplina, di autodominio, di correzione di se stessi. Con molta distensione, cioè non fate diventare la vita di fede una tensione muscolare, come se uno dovesse produrre chissà che cosa, perché con la tensione non si ottiene niente. Più uno vive in atteggiamento di fiducia meglio è.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.