AFFERRATO DA CRISTO – 7

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

3ª – Commemorazione dei Defunti

Parola di Dio: Ez 37, 1-14 – 1 Cor 15, 20-28 – Gv. 11, 17-27

«Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti», cosa dicono gli Ebrei in esilio esprimendo così la loro disperazione interiore. Venuta meno la speranza, sembra che sia venuto meno il senso stesso della vita, perché per l’uomo vivere e sperare vanno necessariamente insieme e, per quelli che vivono in una condizione di disagio invincibile, come quella degli Israeliti in Babilonia, sembra che la vita non possa più riservare niente che valga la pena, niente che dia un poco di gioia e di consolazione, un poco di fiducia.

E allora, a questo popolo, ormai rassegnato alla morte, viene portato un annuncio con quella visione impressionante che abbiamo ascoltato.

Ezechiele, il profeta, viene portato dal Signore in una di quelle grandi pianure della Mesopotamia e la vede piena di ossa. Gira intorno a queste ossa e verifica che sono ormai inaridite, secche, non c’è rimasto più niente di vitale, di quell’umore di vita che può dare, almeno, il segno e il ricordo di una esistenza. E quindi è veramente una esistenza inaridita, rinsecchita: fine dell’uomo!

«Potranno queste ossa rivivere?». Sono, naturalmente, il simbolo di Israele, dell’Israele in esilio che, ormai, è senza speranza. Potrà questo popolo rinascere, rivivere?

«Signore Dio, tu lo sai»: la risposta del profeta è una risposta che abbandona nelle mani del Signore la risposta vera, perché Dio solo è in grado di confrontarsi con la potenza della morte.

L’uomo, di fronte alla morte, non può altro che riconoscere la propria impotenza e incapacità. «Egli mi replicò: Profetizza su queste ossa e annunzia loro: Ossa inaridite, ascoltate la Parola del Signore. Dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete. Saprete che io sono il Signore».

Ed è proprio quello che accade. Notate come la risurrezione di queste ossa avviene in due fasi: prima il profeta proclama la parola di Dio e la parola di Dio ridà una forma umana a quei resti: le ossa si accostano una all’altra, poi i nervi, poi la carne e poi la pelle. Rinasce, in qualche modo, la forma umana, ma non c’era lo spirito in loro. C’è bisogno di una seconda parola del profeta, che chiama lo spirito dai quattro venti perché venga su questi morti e ridia loro lo spirito vitale.

E, allora, con il secondo intervento, quelle ossa, che sono diventate prima dei cadaveri, diventano un esercito grande, sterminato: «si alzarono in piedi; erano un esercito grande, sterminato».

La Parola di Dio e lo Spirito sono le due forze che, insieme, cooperano alla rinascita di Israele, che, insieme, cooperano alla rinascita dell’uomo.

La Parola di Dio anzitutto. Perché la Parola di Dio è quella che dà forma all’uomo, che lo plasma secondo il progetto originario di Dio. È necessario che la vita dell’uomo sia organizzata interiormente, non secondo i nostri puri desideri o capricci, ma secondo la Parola di Dio.

È la Parola che dà forma, che decide il progetto di vita e che orienta verso un traguardo autentico la vita dell’uomo.

Ma poi, insieme con la Parola, lo Spirito. E lo Spirito vuole dire la forza vitale di Dio, quella forza che davvero vince la morte e mette una energia di vita e di speranza. La Parola e lo Spirito insieme. In questo modo, dice il Signore, «io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, vi riconduco nel paese d’Israele».

E notate quello che viene dopo. «Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò. Oracolo del Signore Dio».

E vuole dire che la risurrezione dei morti è la manifestazione autentica della divinità di Dio: Dio solo è capace di combattere la morte e, nel momento in cui un popolo, ormai rassegnato alla morte, rivive, in quel momento si può capire che c’è di mezzo il dito di Dio, c’è di mezzo la mano di Dio e la potenza di Dio è all’opera.

Questo diceva Ezechiele e, naturalmente, il messaggio di Ezechiele vale non solo per l’Israele dell’esilio che ritornerà in patria, ma vale per l’uomo, per tutti noi; vale per l’uomo che deve misurare, di fronte alla morte la sua debolezza, ma che può ritrovare nella Parola e nello Spirito di Dio la forza della risurrezione e della vita.

Per questo il brano di Ezechiele fa come da introduzione a quello che abbiamo ascoltato nel Vangelo secondo Giovanni, dove Gesù di Nazaret che si scontra con la potenza della morte nella persona di Lazzaro, anzi con la potenza della morte che ha ormai registrato la sua vittoria perché sono quattro giorni che Lazzaro è morto, e non è morto da poco, e ormai la sentenza della morte è passata ingiudicata. Sembra che non si possa più tornare indietro.

Ma è proprio lì che la forza del Signore, che la presenza della grazia di Dio in mezzo agli uomini si manifesta.

Il significato della risurrezione di Lazzaro, lo ricordate, è in quelle parole di rivelazione che Gesù rivolge a Marta: «lo sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se muore, vivrà. Chiunque vive e crede in me non morrà in eterno».

Dove notate che la vita viene considerata non solo come qualche cosa di futuro: la risurrezione non è solo riservata al dopo morte, a quella che noi chiamiamo la risurrezione dai morti.

No, la risurrezione è già presente nella persona che crede, la vita è già presente nella persona che crede.

Credere vuole dire spalancare la propria esistenza al dono di Dio e, nel momento in cui il dono di Dio arriva a toccare il cuore dell’uomo, la vita dell’uomo è partecipe della risurrezione e della vita, è partecipe di quella immortalità che è propria di Dio.

Questo non vuole dire che sia esonerato dalla morte fisica, ma piuttosto che la morte fisica ha perso, ormai, la sua irrevocabilità. Non è più un assoluto invincibile, è invece, come nel caso del Vangelo viene detto, un sonno.

Di fronte alla morte di Lazzaro Gesù può dire: «Lazzaro si è addormentato, vado a svegliarlo». La morte è diventata un sonno, e vuole dire che ha perso la sua irrevocabilità.

Il sonno assomiglia alla morte perché è una perdita di coscienza, di consapevolezza, ma il sonno è provvisorio, dura per qualche ora o qualche istante. Così è il senso della morte nell’ottica del Vangelo di S. Giovanni.

Ma notate gli elementi propri di questo capitolo, perché interessanti. Il primo elemento: la persona che viene risuscitata è Lazzaro, e Lazzaro viene definito in tutto il corso del capitolo «l’amico di Gesù», anzi letteralmente, «colui che Gesù ama»: «Colui che tu ami è ammalato» gli mandano a dire le sorelle, e Gesù lo riconosce: «il nostro amico Lazzaro è malato».

Allora il rapporto tra Gesù e Lazzaro è, prima di tutto, un rapporto di amicizia. Ma, in questo senso, Lazzaro ci rappresenta; Lazzaro è quella persona concreta dal punto di vista storico, il fratello di Marta e Maria, ma Lazzaro ha un significato simbolico, rappresenta ogni discepolo, rappresenta ogni credente, perché ogni discepolo e credente è oggetto dell’amore del Signore.

Siamo noi quelli che il Signore ama, quelli per cui il Signore ha costruito un rapporto di intimità, di comunione; ci rispecchiamo nella figura di Lazzaro.

E l’opera che Gesù compie è certamente un’opera di potenza, ma è altrettanto certamente un’opera di amore; è l’amore che lo lega a Lazzaro, che lo porta a compiere quest’azione e a mettere la sua potenza a disposizione dell’uomo: l’amore.

La seconda cosa interessante del brano del Vangelo è che, andando a risuscitare Lazzaro, Gesù mette a repentaglio la sua vita. Questo è detto esplicitamente quando Gesù spiega: «Andiamo di nuovo in Giudea». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?»; e quando Gesù, rompendo gli indugi, dice: «Andiamo». «Allora Tommaso, chiamato Didimo, dice ai condiscepoli: “Andiamo anche noi a morire con lui!”», cioè si rende conto che è un cammino rischioso quello che Gesù intraprende.

E ha ragione perché, nel Vangelo secondo Giovanni, subito dopo la risurrezione di Lazzaro, i Giudei prendono la decisione di mettere a morte Gesù.

Vedono questo gesto come troppo forte, troppo grande e rivoluzionario, vedono le possibilità di risurrezione che ne potrebbero scaturire e decidono la morte di Gesù.

Quindi Gesù ha risuscitato Lazzaro ma ha rischiato la sua vita, ha preso su di se la morte, e questo per S. Giovanni non è casuale.

Non casuale vuole dire: Gesù è in grado di dare all’uomo la vita: «Io sono la risurrezione e la vita», ma Gesù dona la risurrezione e la vita rinunciando alla sua vita, donando e sacrificando la sua vita. Non è una potenza che Gesù esercita in modo innocuo e neutrale, esercita questo potere sacrificando se stesso, con il dono della vita.

Nella logica di S. Giovanni le cose stanno così: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore rimane solo, se muore produce molto frutto». «Io quando sarò innalzato da terra (cioè sulla croce), attirerò tutti a me».

Allora è necessario che Gesù accetti il sacrificio della sua vita, perché possa arricchire noi con la risurrezione e la vita.

E questo ci conduce, brevemente, all’ultima lettura che abbiamo ascoltato, della lettera ai Corinzi, dove si dice che la risurrezione di Gesù è la primizia della nostra risurrezione.

Lui è passato attraverso la morte e Lui ha vinto la morte; in questo modo ha imbavagliato, dice S. Paolo, tutte quelle potenze che minacciano l’esistenza dell’uomo: la potenza della morte appunto, ma tutte quelle che ne sono figlie, quali l’angoscia, la tribolazione, la persecuzione, la spada, la malattia; tutte queste cose, che sono il triste corteo della morte e che sono minacce continue e permanenti alla vita dell’uomo, ormai sono resi impotenti.

La risurrezione del Signore ci colloca in una condizione di libertà, perché abbiamo una speranza che va al di là della morte stessa, abbiamo la prospettiva di una esistenza, dice S. Paolo, che termina nella rivelazione di Dio come vita, di Dio come Salvatore e vittorioso.

Se ricordate, dice così S. Paolo: «Bisogna che Cristo regni finche non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte… E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti».

Questo è il traguardo della storia, «che Dio sia tutto in tutti», che Dio quindi riveli la sua divinità nella nostra vita, nella vita di ciascuno e di tutti.

E com’è che Dio rivela la sua divinità?

L’avevamo ascoltato nella prima lettura: «Vi risuscito dalle vostre tombe, … allora saprete che io sono il Signore». Nella potenza che Dio esercita in noi si manifesta quello che Dio è, si manifesta come il Dio della vita, il Dio della gloria, il Dio dell’amore e della speranza.

Allora, celebrare la commemorazione dei defunti, vuol dire per noi questo: fare i conti realisticamente con la morte; entra dentro la nostra eredità e la pagheremo tutti, uno dopo l’altro.

Ma vuole dire, nel momento in cui facciamo i conti con la morte e riconosceremo di essere poveri e deboli, vuole dire fare i conti anche con la risurrezione, fare i conti con la fede.

Quello in cui noi crediamo è un Signore che è morto ed è tornato alla vita; noi crediamo che la potenza di Dio si è manifestata in Gesù, e quella medesima potenza si manifesta anche in noi.

Lo speriamo, e per questo la morte deve perdere per noi quell’aspetto di negatività assoluta che inevitabilmente possiede. Avremo paura della morte, ma non tanto da diventare egoisti, preoccupati solo per noi e per la nostra vita. Abbiamo paura della morte, ma abbiamo anche la speranza che l’amore vada al di là della morte, che il bene che noi facciamo vada al di là della morte, perché questo è nelle mani del Signore, nelle mani di Colui che è la risurrezione e la vita.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.