AFFERRATO DA CRISTO – 6

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

4ª Meditazione
Ostacoli alla vita di fede

Preghiera:

Padre eterno, ti ringrazio con tutto il cuore

[2] adesso che la legge dello Spirito di vita, in Cristo Gesù, mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte.

[3] Perché sei stato capace di fare quanto non era possibile, a semplici consigli, regole o disposizioni inviando il tuo stesso Figlio in una condizione simile a quella di noi peccatori, e distruggendo così la colpa nel colpevole.

Tu mi bai dato il potere

[4] di camminare non seguendo la carne, ma lo Spirito.

[5] Quelli che vivono materialisticamente alla materia riferiscono tutto; ma quelli che vivono seguendo lo Spirito pensano a cose dello Spirito.

[6] Pensare solo a se stessi è la morte, ma immedesimarsi nei desideri dello Spirito è vita e pace.

[7] So solo troppo bene che l’egoismo ti è ostile, Dio mio; non si piega alla tua legge. Ma se vivo nella tua amicizia, allora

[9] non sono un egoista, sono spirituale, dal momento che il tuo Spirito Dio, realmente mi abita. Tu mi hai risuscitato l’anima e credo che quando il tempo finirà mi farai vivere intero per sempre.

(…)

[11] Tu che hai risuscitato Cristo Gesù dai morti, darai la vita anche al mio corpo mortale per mezzo del tuo Spirito che abita in me.

(…)

[13] Se sto vivendo d’accordo con l’egoismo sto morendo, se invece, mediante lo Spirito, farò morire le opere dell’egoismo, io vivrò.

(…)

[15] Non ho ricevuto un’anima di schiavo per ricadere nella paura, ma lo spirito del figlio. Quando grido. “Abba! Padre!”

[16] è lo Spirito in persona che intimamente mi assicura che sono il tuo bambino, Dio,

[17] e se figlio, sono ben anche erede, coerede di Cristo, se soffro con lui, perché possa essere con lui. anche glorificato.

da “NEL SIGNORE GESÙ” – Hilsdale – EP

(dalla lettera ai Romani cap. 8)

È l’inizio del cap. 8 della lettera ai Romani dove Paolo, dopo aver descritto la condizione tragica di colui che è schiavo del peccato e che, quindi, vive trascinato dal peccato verso la morte: morte spirituale, morte integrale dell’uomo, dopo aver descritto questo uomo, presenta invece gli effetti della grazia di Dio.

Abbiamo detto: Dio giustifica l’uomo gratuitamente per la sua misericordia.

E “giustificazione” vuol dire non che Dio scusa l’uomo (Dio non scusa nessuno), ma che Dio perdona, che è tutt’altra cosa. E “perdonare”, dicevamo, significa ricreare il cuore dell’uomo, in modo che questo cuore umano diventi capace di accogliere la presenza di Dio dentro di se.

E mi spiego.

Nel capitolo 31 di Geremia c’è un brano, il più famoso del libro, in cui viene annunciata la Nuova Alleanza. Dice così il Profeta (Ger 31, 31-34):

[31] “Ecco, verranno giorni – dice il Signore – nel quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò un’alleanza nuova.

[32] Non come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, un’alleanza che essi hanno violato, benché lo fossi loro Signore. Parola del Signore.

[33] Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo.

[34] Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato”.

Quello che viene annunciato è la nuova alleanza; la vecchia alleanza non funziona più perché l’uomo l’ha violata, non l’ha rispettata: e siccome la fedeltà all’alleanza richiede un impegno reciproco, l’infedeltà dell’uomo ha fatto fallire il rapporto di alleanza con Dio. Così dice il profeta Geremia.

Ma il Signore non si lascia vincere neanche dall’infedeltà di Israele e allora, spezzata una alleanza ne fa una nuova. Ma bisogna che sia proprio nuova, che non sia una ripetizione della prima perché, andata male la prima, andrebbe male anche la seconda, e così all’infinito senza risolvere il problema. E il Signore l’ha fatta davvero nuova.

E la novità consiste nel fatto che la legge, invece di essere scritta, su tavole di pietra, viene scritta sul cuore di carne: «Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò (inciderò) sul loro cuore», in modo che l’uomo impari a conoscere il Signore, cioè che il cuore dell’uomo diventi sensibile alla volontà di Dio: incominci a desiderare ciò che Dio desidera, ad accogliere con gioia la Parola di Dio, il suo comandamento, come una parola di amicizia, cosa come si accoglie volentieri la parola di un amico o di una persona di fiducia.

Allora, quello che è tipico della nuova alleanza è un cambiamento interiore. Dio non solo chiama dall’esterno, ma costruisce l’interno dell’uomo in modo che diventi capace di accogliere la chiamata, che diventi capace di accogliere la Parola di Dio e il suo Spirito, in modo che l’uomo sia guidato nei suoi pensieri e sentimenti non dall’egoismo, ma dallo Spirito del Signore, cioè dall’inclinazione dell’amore.

«C’è uno spirito di infedeltà dentro al cuore dell’uomo», diceva il profeta Osea, perché l’uomo è trascinato, inclinato irresistibilmente a delle infedeltà. Bisogna che quello spirito sia sostituito, cambiato, e il Signore nel cuore dell’uomo ci mette il suo Spirito perché l’uomo desideri quello che Dio desidera e senta con il sentimento di Dio.

È un modo di parlare amaro, ma voi mi capite e spero mi scusiate. In pratica è quello che S. Paolo dice all’inizio del capitolo 8 della lettera ai Romani: «Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?», cioè da questa condizione umana, chiusa in se stessa e destinata al fallimento?

(Rm 8, 1-2)

[1] Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù.

[2] Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte.

Allora c’è una inclinazione nuova che Dio, attraverso Gesù Cristo, ha messo nel tuo cuore, ed è una inclinazione dello spirito e quindi una esistenza nuova: l’esistenza dei figli di Dio, di quelli che fanno la volontà di Dio non per paura come gli schiavi e non per interesse come i salariati, ma. per amore come figli.

Il cammino della rivelazione vuole condurre qui.

La religione che Gesù ha insegnato è la religione filiale, fondata non sulla paura, che è religione da schiavi, e neanche sull’interesse.

La religione non è uno strumento per un successo economico e neanche per un benessere psicologico, anche se credo che possa aiutare anche a questo livello, ma non serve per quello non è una religione perfetta. La vera religione nasce dall’amore di Dio, da un amore filiale, di riconoscenza, di gioia e di comunione con il Signore.

Non c’è niente di strano se nella nostra religione ci portiamo dietro dei residui di commerciabilità o addirittura di paura, di spirito da schiavi; purtroppo perfetti non lo siamo e non c’è niente di strano se ci portiamo dietro dei residui adolescenziali, ma la religione deve camminare così.

Volevo, allora, richiamare brevemente alcuni punti fondamentali nel cammino della fede, quello che scaturisce dalla giustificazione che Dio ci ha donato in Gesù Cristo, quello che deve maturare lentamente con tutto l’impegno, che è l’impegno della vita, perché l’atto di fede è un atto immediato e breve (non ci vuole poi tanto a fare un atto di fede), ma la vita di fede è qualche cosa che richiede dei mesi e degli anni, richiede una vita per essere così.

E proprio di questa vita di fede volevo dire qualche cosa, riferendomi soprattutto a S. Paolo e a tutto il Nuovo Testamento.

La prima cosa importante da ricordare, anche se è banale, è che la vita di fede è una vita, e «una vita» vuol dire un cammino di crescita continua.

Quello che è tipico di un essere vivente è proprio la crescita. Quando un essere vivente non cresce più vuol dire che è morto. Vivere vuol dire crescere, e questo vale per la vita di fede. Se la vita di fede non cresce, non si attecchisce nel tempo, vuol dire che è morta, vuol dire che ha perso energia all’interno.

Ogni scelta che l’uomo, il cristiano, compie nella sua vita coinvolge la fede. E quanto più una scelta è impegnativa come il matrimonio o una professione, quelle scelte che sono, dal punto di vista umano, impegnative, tanto più in quelle scelte la fede è coinvolta.

Il modo di esercitare la propria professione o il posto che si occupa nella società o il modo di vivere la sessualità, il modo di vivere i rapporti politici e sociali o il modo di usare il denaro, cioè tutte questo cose sono scelte nelle quali la fede deve entrare profondamente.

Voglio dire: la vita di fede non si identifica con la vita di preghiera: la preghiera, l’Eucaristia sono fondamentali per la vita di fede, ma la vita di fede non è la Messa e la preghiera.

La misura della vita di fede non è il quanto uno prega, ma quanto uno fa la volontà di Dio: come reagisco di fronte alle sofferenze (lì si gioca molto della mia fede), come reagisco agli avvenimenti, come tratto le persone; tutto questo è una esperienza in cui la fede è impegnativa, e come!

E quindi per «vita di fede» si intende tutta la vita del cristiano, vissuta alla luce del Vangelo.

Dicevo, la preghiera è indispensabile, perché attraverso la preghiera entro in comunione con il Signore, imparo a vivere e a lavorare come Dio comanda, ma non è che la vita cristiana è fatta per la preghiera, è la preghiera che è fatta per suscitare la vita cristiana. Dopo ci saranno le vocazioni di quelli che sono chiamati a fare una vita di clausura e allora sarà un altro discorso, ma per una persona che vive una vita laicale in tutto quello che fa’, lì deve giocare la sua fede.

Per fare questo e nel fare questo ci sono degli ostacoli ai quali bisogna essere attenti e tentare di superare.

Egocentrismo: il primo ostacolo per la fede è l’egocentrismo.

La fede è una vita centrata sul Signore, dove il Signore è al centro e noi viviamo in funzione del Signore, e quello che si oppone, prima di tutto, a questo atteggiamento di fede è l’egocentrismo, dove io mi considero al centro del mondo e il mondo mi gira intorno, e poi considero gli altri e le cose secondo il vantaggio che ne posso ricavare.

Una concezione della vita così è agli antipodi della vita di fede.

Forse ricordate il cap. 14, già tante volte citato da quando facciamo gli esercizi, della lettera ai Romani, dove Paolo scrive (Rm 14, 7-9):

[7] Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso,

[8] perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore.

[9] Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore del morti e dei vivi».

Lui è il Signore! Quindi ci comanda Lui nella nostra vita, il centro è Lui. Nel Vangelo secondo Giovanni c’è un versetto, che è un capolavoro, dove Gesù dice (Gv 6, 57):

[57] Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.

Gesù considera la sua vita non come un possesso, ma come un dono; gliel’ha data il Padre. Gesù non ha niente di suo, tutto quello che ha lo ha ricevuto dal Padre e lo vive per il Padre.

Bene, il rapporto che c’è tra Gesù e il Padre, è il rapporto che deve esserci tra il credente e Gesù. Anche noi abbiamo ricevuto tutto dal Signore, dunque dobbiamo vivere tutto per il Signore. Tutto viene da Lui e tutto è per Lui. E questo capovolgimento è il centro della vita, è il cuore dell’atto di fede.

Sempre dalla lettera ai Romani (Rm 15, 2-3):

[2] Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo.

[3] Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma come sta scritto: gli insulti di coloro che ti insultano sono caduti sopra di me.

E vuole dire: Gesù Cristo non ha cercato quello che faceva comodo a Lui, ha cercato la volontà del Padre e il bene degli uomini.

Bene! Nessuno di noi cerchi di vivere per compiacere a se stesso, per fare i suoi comodi, diremmo noi, per cercare puramente il suo interesse: «Non cercate solo il vostro interesse, ma anche quello degli altri» scrive S. Paolo sempre nella lettera ai Romani.

E questo vuole dire che non bisogna assolutizzare la ricerca del piacere o del successo o dell’onore o del benessere; non è proibito cercare il piacere o il successo o l’onore o il benessere, sono cose che possono essere cercate in modo corretto, ma non sono l’assoluto, il criterio assoluto di scelta, per cui queste scelte sono sottomesse a qualche cosa di più importante, che è la volontà di Dio, che è il bene o il male.

Non posso io giustificare il bene con l’utile: ci sono delle cose che sono anche utili dal punto di vista economico (mi riempiono il portafoglio) ma che sono male; e bisogna che non confonda una cosa con l’altra. Bisogna che il criterio supremo non sia l’utile, il vantaggioso dal punto di vista economico, ma sia la volontà del Signore, quello che è bene davanti a Lui.

In Isaia c’è scritto (Is 5, 9):

«Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano il dolce in amaro e l’amaro in dolce…».

E vuole dire: la tentazione che l’uomo ha, è di volere decidere lui quello che è bene. E il bene che cos’è? Il mio interesse, quello che mi è utile, quello che io desidero.

No!

Una cosa è bene perché è bene davanti al Signore, è giusta perché è giusta davanti al Signore, e bisogna che io accolga, prima di tutto, un atteggiamento di oggettività e di rispetto senza deformare le cose, senza voler dire che questa cosa è amara o dolce perché è amara o dolce per me. Quello che è amaro o dolce lo è oggettivamente, non in dipendenza, del mio interesse. Allora si tratta di entrare e di superare la tendenza all’egocentrismo.

Nella concezione cristiana, la vita è dono del Signore ed è vocazione al dono. Non è ricco chi possiede, ma è ricco chi dona. Uno può anche possedere il mondo intero, ma se non lo dona è un pidocchio, è una persona chiusa in se stessa, e quello che è tipico della persona che è ricca è il denaro l’unica prospettiva di vita e non solo dal punto di vista materiale.

Un uomo possiede solo quello che è riuscito a donare nella sua vita, quello che è riuscito a dare, quello che è riuscito a trasformare in dono, in gratuità, in amore.

E questo potrebbe aiutarci a superare la tendenza, che noi ci portiamo dentro tutti o quasi, a dividere le persone in amici e nemici con questa conseguenza che, gli amici possono fare tutto quello che vogliono che per me va proprio bene e li giustifico sempre, i nemici possono anche dire il Padre nostro e il Credo che per me va male e trovo sempre un motivo per dire che hanno sbagliato.

Questo è un atteggiamento egocentrico, cioè io valuto i comportamenti non per quello che sono, ma per il mio vantaggio.

Ora S. Paolo dice che l’amore «non gode dell’ingiustizia», mai, neanche se è una ingiustizia, che mi arricchisce, ma «si compiace della verità», sempre, anche se la verità la sta dicendo un mio nemico personale.

Se noi fossimo capaci di riconoscere la verità quando è detta dal nostro nemico personale, saremmo persone oggettive, distaccate, capaci di riconoscere la verità dovunque è.

  1. Tommaso diceva che la verità, ogni verità, dovunque si trovi, viene dallo Spirito Santo. Si, la verità, dovunque si trovi, viene dallo Spirito Sento, e bisognerebbe quindi imparare a riconoscerla e a gioire della verità, anche se viene da fonte che mi è cordialmente antipatica.

L’amore «non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità».

«Fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene» anche se il bene, delle volte, è faticoso, costa, «attaccatevi al bene».

Quindi uno sforzo di oggettività, in cui non mi considero al centro del mondo e tanto meno mi considero la misura delle cose. Non sono io a misurare il valore delle cose, ma la Parola di Dio e la rivelazione di Gesù Cristo; a me tocca accoglierle con disponibilità e con rispetto.

Il primo ostacolo, l’egocentrismo, forse è quello che ci portiamo più dentro, perché è tipico, si, del bambino, ma ce lo portiamo dentro fino a quando il Signore ci chiama con se.

Però c’è da lavorarci sopra, tentando di costruirci uno spazio di libertà.

Le preoccupazioni: sono queste il secondo ostacolo alla vita di fede.

Il Vangelo secondo Matteo, quando presenta la parabola del seme e del seminatore, fa’ un elenco degli ostacoli che si oppongono al frutto della Parola.

Il seme della Parola viene gettato nel terreno e deve superare degli ostacoli per portare frutto.

Il primo ostacolo è satana: gli uccelli del cielo che vengono e beccano il seme, ancora prima che riesca ad entrare nella terra, dice, è satana, il quale ruba la Parola dal cuore dell’uomo in modo che il Vangelo non possa entrarvi dentro e satana l’ha portato via perché non porti frutto. Il secondo ostacolo è quello della persecuzione, che corrisponde al seme che è entrato in un terreno sassoso e non riesce a mettere le radici, e allora il grano spunta subito, ma appena c’è il sole, brucia perché non ha radici e non può attingere all’umore e all’umidità del terreno.

Corrisponde a una fede effervescente, ma senza radici per cui, quando viene il momento della prova, che viene o prima o poi, se la fede non ha radici, brucia, subito, si dimentica subito.

Poi c’è il terzo ostacolo; riguarda quel seme che è caduto su terreno buono ed è cresciuto, è diventato una pianticella, ma, per sfortuna, è finito in mezzo ai rovi e alle spine, che gli rubano la luce, il sole, l’umore, gli rubano tutto e soffoca, e dice il Vangelo secondo Matteo che questo seme rappresenta quelle persone che ascoltano la Parola, ma la preoccupazione del mondo e l’inganno delle ricchezze soffocano la Parola ed essa non dà frutto.

Ci sono tante preoccupazioni intorno che riempiono la vita e che non permettono all’uomo di dedicare alla crescita di fede un pochino di energie. Siccome le energie fisiche dell’uomo sono limitate, se l’uomo le spende per tutte le altre cose, che cosa gli rimane per crescere nella fede?

Niente! È chiaro che l’uomo è un bisognoso e, quindi, deve occuparsi di molte cose: del cibo, del vestire, della salute, della carriera, del successo, della stima, del lavoro, e metteteci tutto quello che volete.

Ma il problema è quando queste cose diventano una preoccupazione, e allora riempiono il cuore e non pensi ad altro che a questo, per cui, se pensi al lavoro, il lavoro è tutto e pensi unicamente al lavoro. In questo modo uno trascura il resto, trascura la famiglia e trascura evidentemente il Signore.

La parabola tipica è quella del ricco stolto, il quale dice, dopo aver raccolto il frutto dei suoi campi (Lc 12, 16-21):

[16] Disse poi una parabola: «la campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto.

[17] Ragionava fra se: Che farò poiché non ho dove riporre i miei raccolti?

[18] E disse: farò così: demolirò i miei magazzini, ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni.

[19] Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia.

[20] Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti verrà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?

[21] Così è di accumula tesori per se, e non arricchisce davanti a Dio.

E lo abbiamo già detto tante volte, questo uomo non è un disonesto, è un uomo abile dal punto di vista economico che si è impegnato e ha avuto successo, ma il successo economico non e un criterio assoluto. C’è qualche cosa di più grande. Se le preoccupazioni per il successo economico assorbono tutte le energie, uno sbaglia la vita. Ha imbroccato bene nei suoi investimenti economici, ma ha sbagliato l’investimento della sua vita, e forse non vale la pena.

Naturalmente dietro a questo ci sta un riferimento al brano del Vangelo sul quale ritorniamo adesso (Mt 6, 25-29):

[25] Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?

[26] Guardate gli uccelli del cielo, non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?

[27] E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?

[28] E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano, non filano.

[29] Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.

Dove il significato fondamentale è: liberi con un tantino di fiducia, quello da cui eravamo partiti parlando della fede, cioè: sei di fronte alla vita, al mondo e puoi sentirti anche minacciato. C’è un Dio che ti è Padre, puoi andare avanti con un po’ di fiducia. Devi darti da fare. Certamente!

Avete la vocazione laicale e dovete preoccuparvi di lavorare, di impegnarvi nella società, in politica e in tutte queste cose, questo fa parte della vostra vocazione, ma altro è occuparsi, altro è preoccuparsi troppo. E preoccuparsi troppo vuol dire che tutte queste cose riempiono tutto e non c’è il riferimento al Signore, alla sua volontà, al Vangelo.

Il dubbio: terzo ostacolo nel cammino della fede.

C’è anche il dubbio nella fede che può diventare un problema, quando toglie l’avvenire, la volontà d’impegnarsi, quando crea una specie di fede trascinata e mediocre. Naturalmente il discorso del dubbio sarebbe molto ampio, perché mica ogni dubbio diminuisce la fede.

  1. Teresa di Gesù Bambino racconta di avere passato l’ultimo anno della sua vita in mezzo a dubbi di fede tremendi, dubbi di materialismo grandi e gravi. Dice la Santa, che quello è stato un momento in cui ha fatto più atti di fede di tutta la vita, e che proprio questo ostacolo ha suscitato in lei un cammino di crescita e di maturazione. Da questo punto di vista il dubbio non sarebbe un ostacolo.

A volte il dubbio diminuisce l’impegno, la forza di donarsi e di gettarsi sulla Parola di Dio. Qui però il cammino da farsi è diverso.

C’è un dubbio che viene semplicemente da una catechesi insufficiente. E vuole dire: noi abbiamo coltivato la nostra cultura fino a conseguire una laurea o un diploma di maturità e, per lo studio, possiamo dire di essere persone intellettualmente sofisticate.

Ma se il catechismo che conoscete e ancora quello delle elementari, evidentemente l’idea che vi fate è che la fede e il catechismo siano una questione da bambini; quando poi uno diventa grande, ha altre idee, altri problemi, altre preoccupazioni. Questo è mancanza di catechesi.

La catechesi bisogna che cresca con il crescere del cammino normale della persona e delle esigenze intellettuali, per cui se uno ha delle esigenze intellettuali, perché filosofo, bisognerà che anche la fede riesca ad esprimerlo in modo filosoficamente corretto; rimane fede, ma ha chiaramente le sue vie.

La fede non è per niente avversaria della ragione. Credo che sia scorretto contrapporre la fede e la ragione.

Uno dei verbi felici, nel Nuovo Testamento, per indicare la fede, è il verbo «conoscere». In S. Giovanni la fede è una conoscenza, quindi anche l’aspetto intellettuale è recuperato dentro la fede. Certamente la fede è molto di più di una comprensione intellettuale, ma non nasconde e non mortifica l’intelletto.

Nostro Signore non è lì per impedire di pensare; al contrario, quello che può essere ostacolo alla fede è il non pensare.

Ostacolo alla fede è quando uno smette di chiedersi che senso abbia la vita e cose del genere, perché non vale la pena di pensarci. Allora diventa un problema grosso per la fede perché si toglie la domanda, ma non è affatto un problema il desiderio di conoscenza e anche di correttezza dal punto di vista intellettuale.

C’è una cosa che mi interessa di più.

C’è un tipo di dubbio certamente più grave del dubbio che viene dalla riflessione, dallo studio, ecc. È quel dubbio che potremmo chiamare «esistenziale» e che si esprime così:

Ma sarà poi vero? Ma ne vale la pena? Ma, chissà, che non sia tutta una fantasia!

Pensare che sia tutta una fantasia non è una motivazione intellettuale, è paura, è una specie di dubbio che si insinua dentro all’atto stesso della fede.

Credi in Gesù Cristo, Figlio di Dio? Beh, in duemila anni che cosa è cambiato nel mondo e nella vita, degli uomini? Sembra che il mondo vada avanti com’è sempre andato. Quella bontà nella quale speriamo non si vede mica tanto; che la «civiltà dell’amore» sia una bella espressione, certamente, ma praticamente impossibile. E se uno crede nell’amore, crede in fondo nei fantasmi, perché dietro all’amore qualcuno ci ha insegnato che c’è solo la «libido», e che la capacità di donare se stessi è solo una copertura intellettuale del bisogno di piacere che uno ha in se, e allora fa passare per amore quello che amore e donazione non è, ma egoismo camuffato.

Questo discorso diventa il discorso più grave, perché non è una difficoltà intellettuale su l’una o l’altra. verità della fede, ma è il problema se vale la pena rischiare la vita nella fede, rischiare la vita sulla Parola del Signore, se vale la pena combattere davvero il male e l’egoismo o se, invece, non è più realistico accettare il male e cercare di pagare meno dazio che si può nella vita che uno ha, da vivere.

Ci si può opporre al cammino della storia, quando la storia sembra che vada dall’altra parte verso una crescita di egoismo e di egocentrismo o cose del genere.

È lì che deve entrare quel discorso che ascoltavamo da S. Paolo:

«Io non mi vergogno del Vangelo perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, prima, del Giudeo e poi del Greco».

“Vergognarsi”, nella Bibbia, è l’esperienza di una persona che ha messo la sua fiducia in qualche cosa che è falso. Uno ha costruito la sua vita sui soldi e a un certo punto i soldi gli vengono meno, e allora patisce una vergogna immensa, viene svergognato.

Così, nella concezione biblica, viene svergognato ogni uomo che pone la sua vita su qualcosa di falso. Questa è la vergogna.

«Io non mi vergogno del Vangelo». Il Vangelo non diventa per me motivo di vergogna, di rossore perché ho sbagliato tutto, ma se ho puntato sul Vangelo sono convinto che quella è la potenza di Dio che salva, non dovrò mai arrossire di vergogna, né riconoscere di aver fallito e sbagliato tutto. Dentro al Vangelo c’è una forza, capace di sostenere la vita dell’uomo.

Ricordate il discorso che S. Giovanni fa nel cap. 16 del suo Vangelo. Quando Gesù annuncia il dono del Paraclito, dice che il Difensore, quando verrà (Gv 16, 8-11),

[8] E quando sarà venuto egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio.

[9] Quanto al peccato, perché non credono in me,

[10] quanto alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più;

[11] quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato».

Ora questo misterioso discorso vuole dire una cosa molto semplice: che lo Spirito Santo ti è dato perché nel tuo cuore ti dia la sicurezza che Gesù Cristo ha ragione, che il modo di vivere che Gesù ha insegnato con il Vangelo, è il modo di vivere giusto; che vale la pena rischiare la vita sul Vangelo, sulla Parola di Dio; che il mondo che annuncia l’egoismo ha torto marcio; che il mondo dell’interesse è duro e cattivo nei confronti degli altri; un mondo condannato a morte, che non ha futuro.

Il futuro appartiene alla carità di Dio, all’amore di Dio che è messo dentro ai nostri cuori. Quindi il futuro appartiene a chi riesce a trasformare la sua vita in amore, anche se non riuscirà a trasformare tutto. Il senso della vita è lì.

Vale la pena spendere la vita per questo, anche se alla fine ci troveremo con un piccolo patrimonio e i nostri disegni d’amore realizzati saranno minimi.

Lo Spirito Santo da al cuore del cristiano questa sicurezza, ed è il dubbio che non si vince in altro modo.

Il dubbio intellettuale si vince riflettendo, studiando, ma questo dubbio esistenziale si vince solo esercitando concretamente la fede, rischiando la propria vita, sulla Parola di Dio e scoprendo che, in questo modo, vale proprio la pena di vivere secondo quello che Gesù Cristo ha insegnato e soprattutto ha vissuto.

Lo scoraggiamento: è il quarto ostacolo sulla via della fede.

Lo scoraggiamento può venire dall’impatto con la vita e viene con l’esperienza delle ingiustizie, della cattiverie, addirittura dei tradimenti e, a volte, delle ipocrisie.

Allora viene da dire: Ma vale la pena continuare a credere, continuare ad avere fiducia o, invece, vale la pena badare ai propri interessi, e che gli altri si arrangino?

Siamo partiti da questi ideali e ci accorgiamo che questi fanno fatica ad entrare dentro al mondo: il mondo è rigido e le nostre belle idee non lo scalfiscono; il mondo continua ad andare avanti con le sue leggi, e tu hai voglia di dire che l’amore e il dono sono importanti!

Il mondo di queste cose non sa che farsene e tu hai solo l’impressione di trovarti davanti a un muro; è stupido sbattere la testa contro il muro, perché il muro non lo tiri giù e la testa può anche darsi che si rompa.

Allora vale la pena essere realisti e lasciare andare le cose come vanno; difendere il proprio orticello dagli animali selvatici, perché non lo pestino troppo e basta.

Invece della carità è detto che «spera», cioè, che mantiene la speranza di fronte ad ogni situazione.

Nel capitolo 4 della lettera ai Romani è detto di Abramo che (Rm 4, 18-22):

[18] Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza.

[19] Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo – aveva circa cento anni e morto il seno di Sara.

[20] Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio,

[21] pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento.

[22] Ecco perché gli fu accreditato come giustizia.

C’è questo uomo di cento anni che continua a sperare, quando invece il tempo pian piano ci porta via la speranza.

Secondo alcuni, man mano che si va avanti, cresce la memoria e diminuisce la speranza. E invece no. Per Abramo la speranza è rimasta intatta; a cento anni ha continuato a sperare in un figlio, e ha avuto ragione. Ha avuto ragione perché ha sperato sulla Parola di Dio, non basandosi su puri desideri o speranze personali, ma puntando sulla Parola di Dio.

C’è la promessa per chi spera sulla Parola di Dio, la promessa di una rigenerazione interiore. È molto bella la fine del cap. 40 di Isaia, dove il Signore si rivolge a Giacobbe, ad Israele che si lamenta: Israele ha fatto l’esperienza della delusione, è scoraggiato e si lamenta del Signore: Il Signore mi ha abbandonato, non pensa più a me. Risposta (Is 40, 27-31):

[27] Perché dici, Giacobbe, e tu, Israele, ripeti: «La mia sorte è nascosta al Signore e il mio diritto è trascurato dal mio Dio?».

[28] Non lo sai forse? Non lo hai udito? Dio eterno è il Signore, creatore di tutta la terra. Egli non si affatica né si stanca, la sua intelligenza è inscrutabile.

[29] Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato.

[30] Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono,

[31] ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi.

Questo è il miracolo della speranza: «corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi»; questo è un dono che il Signore fa’ a chi spera. «Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali di aquile» e quindi ringiovaniscono.

Qualcuno ha detto che di fronte alle cose che vanno male uno può cominciare a lamentarsi e le lamentazioni sono un genere letterario frequente fra di noi; ma di fronte alle cose che vanno male uno può anche chiedersi perché non possano andare meglio e se non sia possibile fare qualche cosa per farle andare in una direzione più giusta. E questo è quanto il Signore chiede quando ci scontriamo con la durezza della vita.

Ma lo scoraggiamento può venire anche dallo scontro con i nostri limiti.

Questo, per certi aspetti, è anche più difficile: che il mondo sia duro da affrontare, va bene e questo potrebbe anche esaltare il mio coraggio, ma quando sperimento il mio limite, quando mi sono impegnato e non ho ottenuto, quando il cammino che io faccio mi si rivela esperienza di debolezza, allora lo scontro con i limiti può essere disastroso.

Può venire l’avvilimento, la disperazione, la tristezza, un senso di acidità, per cui uno diventa acido nei confronti della vita e degli altri con una specie di risentimento, perché la vita non è stata leale con me, perché mi ha messo addosso un peso, un limite che non volevo e che non riesco a sopportare.

Ma lo scontro coi limiti, dal punto di vista della fede, può anche essere arricchente perché, se io scopro di essere limitato, io sono costretto a mettermi davanti al Signore in un atteggiamento di insufficienza; sono costretto a dire: «Dio, abbi pietà di me che sono peccatore».

Ma questo pare che sia, dal punto di vista della fede, l’atteggiamento più fruttuoso, quello che permette al Signore di entrare dentro alla nostra vita; in questo modo uno evita l’unica grave tentazione dell’autosufficienza.

L’esperienza del limite credo che il Signore la permetta molte volte proprio per questo, per mantenerci in atteggiamento corretto davanti a Lui di umiltà, e corretto anche nei confronti degli altri.

Una persona che è consapevole dei suoi limiti, se li accetta, riesce ad accettare più volentieri gli altri, ma se non li accetta, diventa critico anche nei confronti degli altri. Se uno impara ad accettare i suoi limiti, gli diventa più facile accettare e aprirsi anche alle persone che ha intorno, senza provare ribrezzo davanti al limite, alla povertà, alla miseria.

Ci sarebbe un ultimo aspetto per lo scoraggiamento. Abbiamo detto: lo scontro con la durezza del mondo, lo scontro con i nostri limiti; c’è inoltre uno scoraggiamento che, alle volte, nasce dallo scontro con i limiti della Chiesa.

Uno si impegna volentieri nella comunità cristiana, ma poi per via si incontrano tanti limiti, tanti difetti: perché il prete…; perché la parrocchia…; perché le persone…; perché la storia della Chiesa…; perché l’inquisizione; perché il diavolo a quattro.

E allora diventa, a volte, possibile l’atteggiamento di uno che «si chiama fuori».

«Chiamarsi fuori» vuol dire che uno va a messa e guarda, sta un po’ dentro e un po’ fuori, conserva un atteggiamento certamente cristiano ma non coinvolto più di tanto, perché, poi, nei confronti della Chiesa vuole mantenere la sua libertà di critica e la sua libertà di assenso.

E dopo tutto, questo ci starebbe anche bene. Però non è detto che uno, per stare nella Chiesa, debba sempre dire che tutto va bene; non è giusto, ma un paio di maniche è l’atteggiamento corretto per conoscere i limiti, per metterli in luce e poterli superare, altro paio di maniche invece è chiamarsi fuori.

Certamente in questo viene a mancare il senso della responsabilità nei confronti della comunità cristiana, e questo non è corretto e non ci aiuta.

  1. Paolo fa una riflessione strana, nella lettera ai Filippesi, quando, in galera per il Vangelo, scrive (Fil 1, 12-14):

[12] Desidero che sappiate, fratelli, che le mie vicende si sono volte a vantaggio del Vangelo,

[13] al punto che in tutto il pretorio e dovunque si sa che sono in catene per Cristo;

[14] in tal modo la maggior parte dei fratelli, incoraggiati nel Signore dalle mie catene, ardiscono annunziare la Parola di Dio con maggior zelo e senza timore alcuno.

Quindi Paolo, che è in galera, è contento perché alcuni cristiani, visto il suo coraggio, predicano anche loro con coraggio e, dal punto di vista della testimonianza cristiana, sono diventati maturi. Paolo ne è fiero. Ma non tutti sono così. Dice:

[15] Alcuni, è vero, predicano Cristo anche per invidia e spirito di contesa, ma altri con buoni sentimenti.

[16] Questi lo fanno per amore, sapendo che sono stato posto per la difesa del Vangelo;

[17] quelli invece predicano Cristo con spirito di rivalità, con intenzioni non pure, pensando di aggiungere dolore alle mie catene.

È strano, ma c’era della gente che predicava il Vangelo per fare dispetto a Paolo, per dirgli:

«Vedi che non c’è bisogno di te? Che noi siamo capaci di fare da soli? Vedi che riusciamo a tirare avanti la comunità cristiana anche quando tu sei in galera e quando tu non puoi fare niente? Pensavi di essere solo tu l’apostolo della comunità?».

Costoro ragionano così e vorrebbero, col loro darsi da fare, appesantire le catene di Paolo e farlo sentire inutile. E Paolo risponde così (Fil 1, 18-19):

[18] Ma questo che importa? Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunziato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene.

[19] So infatti che tutto questo servirà alla mia salvezza, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo.

Che vuol dire: non m’importa se c’è della gente che ce l’ha con me; questa è una questione loro personale. Se sono antipatico a loro, mi dispiace, ma sono contento lo stesso che siano bravi e annuncino il Vangelo. Alla fine mi interessa questo.

Ora, se noi ragionassimo così in una comunità cristiana, faremmo fatica a scandalizzarci per il comportamento degli altri e raramente il loro comportamento ci allontanerebbe.

Se fossimo capaci di mettere al centro il Vangelo e cercare tutto unicamente per questo,

–- (interruzione del nastro) –-

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

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