AFFERRATO DA CRISTO – 5

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

3ª Meditazione
Rinnovati dal Dono dello Spirito

Preghiera:

Aiutami, Dio, dal momento che

[7,15] non capisco neppure ciò che faccio. Perché quello che non voglio faccio, faccio appunto ciò che detesto.

(…)

[18] Posso:anche volere quel che è giusto, e non farlo.

[19] Perché non realizzo il bene che voglio; è il male che non voglio quel che realizzo.

[20] Ora se produco ciò che non voglio, non sono più io a produrlo ma il peccato che mi abita dentro.

[21] Dio mio, sembra quasi una legge: quando voglio far il bene, il male mi è a portata di mano.

[22] Mi diletto, infatti, della legge divina nel mio uomo interno,

[23] ma nelle mie membra, scorgo un’altra legge, in guerra con quella della mia mente che mi fa prigioniero delle regole del peccato che abitano nelle mie membra.

[24] Disgraziato che sono! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Nessuno, all’infuori di te, Padre mio celeste, mediante Gesù Cristo, nostro Signore.

da «NEL SIGNORE GESÙ» – Hilsdale – EP

(dalla lettera ai Romani cap. 7)

La preghiera è presa dalla seconda, parte del cap. 7 della lettera ai Romani e ci introduce nel nostro tema.

Ieri sera abbiamo tentato di meditare, come potevamo, sulla giustificazione come dono; la possibilità per l’uomo di essere giusto davanti a Dio viene essenzialmente dal dono della grazia di Dio, e l’uomo deve collocarsi di fronte a questo dono con l’atteggiamento del pubblicano che si presenta, davanti al Signore e dice: «O Dio, abbi pietà di me che sono pescatore».

Quindi con la consapevolezza del proprio peccato, della propria indegnità, senza grandi pretese da porre davanti al Signore, senza diritti possibili da rivendicare, me solo con la gioia di essere cercati e amati e perdonati dal Signore.

Questa dimensione è, secondo S. Paolo, fondamentale. Il Vangelo consiste essenzialmente in questo: all’uomo, che di fatto è peccatore, viene annunciata la grazia di Dio, cioè il perdono gratuito da parte di Dio. Questa grazia è naturalmente contenuta in Gesù Cristo.

Ma allora, per riuscire a cogliere la ricchezza e la grandezza di questo dono del Signore, è importante anche riuscire a cogliere la nostra condizione di peccato; è necessario che ci sentiamo, di fronte a Dio, nella condizione di perdutezza per riuscire a cogliere il valore della grazia.

Siamo effettivamente graziati da parte del Signore, e S. Paolo insiste frequentemente sulla riflessione di questo genere, sul tentativo di far comprendere la condizione di peccato in cui ogni uomo si trova.

Scriverà, per esempio, nel cap. 3 della lettera ai Romani, ver. 23:

«Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio».

«Privi della gloria di Dio» vuole dire: privi di quella bellezza che Dio aveva messo nell’uomo al momento della creazione, in modo che l’uomo potesse essere davvero immagine di Dio e che Dio potesse compiacersi dell’uomo. Aveva posto nell’uomo la sua stessa gloria, ma adesso tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio. Il ché non deve condurre alla disperazione o all’avvilimento, perché S. Paolo continua:

Ma sono giustificati gratuitamente per sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù.

Allora la consapevolezza di fronte al nostro peccato e lo stupore davanti al dono di Dio, alla grazia di Dio, devono sempre essere tenuti insieme.

Riprendiamo questa riflessione sulla condizione del peccato dell’uomo; Paolo la sviluppa in più capitoli della lettera, ai Romani (capp. 1, 2, 7). Leggiamo per ora quello che scrive nel cap. 1, 18 (Rm 1, 18-28):

[18] In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia,

[19] poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato.

[20] Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità;

[21] essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa.

[22] Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti

[23] e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili.

[24] Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi,

[25] poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del Creatore che è benedetto nei secoli. Amen.

[26] Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura.

[27] Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che si addiceva al loro traviamento.

[28] E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno.

Nella seconda parte di questo capitolo troviamo tutta una serie di peccati, cioè di comportamenti falsi e depravati che l’uomo sperimenta nella sua storia.

Si comincia con il riferimento alla sessualità, i peccati in cui la sessualità viene degradata, per arrivare a quei peccati in cui la mente, l’intelligenza dell’uomo viene degradata, e invece di essere uno strumento per la ricerca del bene, diventa quello strumento di astuzia falsa per la ricerca del male. E c’è un elenco impressionante di comportamenti negativi.

Interessa però la struttura del capitolo.

  1. Paolo non parte presentando i comportamenti negativi dell’uomo, i singoli comportamenti, ma parte ricordando quello che per lui è la radice di tutti i peccati; ci sono le cosiddette trasgressione, e le trasgressioni sono tutti i comportamenti concreti di egoismo e di ingiustizia.

Che nel mondo ce ne siano, non c’è problema, ce ne rendiamo conto tutti i giorni, in noi stessi e negli altri. I peccati sono frequentissimi nel mondo.

Ma S. Paolo fa derivare tutti questi peccati da un’unica radice, da un unico tronco, dal quale si dipartono poi dei rami e dei frutti velenosi; ma è il tronco, è la radice che prima di tutto deve essere riconosciuta ed esaminata.

E che cos’è questa radice secondo Paolo?

Il non riconoscere Dio, o, se vogliamo, il non dare a Dio il posto che gli spetta.

Gli uomini sanno che Dio c’è, e tanto lo sanno che si fanno degli idoli. Se si costruiscono degli idoli, vuol dire che sanno che c’è una divinità, ma, se si costruiscono idoli, con il loro stesso comportamento negano la divinità, perché gli idoli non possono, per definizione, essere Dio.

Quello che l’uomo si fa con le sue stesse mani non può certamente essere Dio. Allora l’uomo vive questa strana contraddizione: da una parte sottomette la sua vita a degli idoli, e con questo lui riconosce di non essere Dio.

Quando l’uomo si mette ad adorare il denaro adora un idolo, e adorando il denaro l’uomo riconosce di non essere Dio, altrimenti sarebbe padrone del denaro, mica schiavo; quando si fa schiavo del denaro, vuol dire che riconosce che c’è qualche cosa, al di sopra di lui e si mette ad adorarlo. E l’uomo il denaro lo adora.

Quando l’uomo accetta di diventare disonesto per i soldi, sta adorando il denaro, sta vendendo la sua dignità umana, al denaro e a lui la sta sacrificando.

Una volta si sacrificavano i tori e i vitelli; l’uomo sacrifica la sua dignità, la sua onestà, la sua sincerità e la sua verità le sacrifica. al denaro, alla posizione sociale, al piacere, le sacrifica a qualche cosa che diventa il padrone della sua vita. In questo modo l’uomo ha degli idoli davanti a se, delle forze, delle ricchezze alle quali sottomette le sue scelte.

Ma, questa, dice S. Paolo, è una contraddizione fragrante, perché l’uomo riconosce di non essere Dio e si fa gli dei con le sue mani, si fa un Dio secondo quello che pare e piace a lui.

Questa, secondo S. Paolo, è la degradazione fondamentale della vita umana, il resto sono i frutti: abbandonato Dio, nel momento in cui a Dio non gli si riconosce quella sovranità che gli appartiene, il resto diventa conseguenza. Per ciò Dio «li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore». Non sono neanche questi i veri peccati, questi sono la conseguenza, la punizione.

È stranissimo, ma le trasgressioni, per Paolo, sono la punizione dei peccati; il peccato vero è l’abbandono di Dio; la degradazione della vita morale è la punizione per questo: quando l’uomo non ama più il bene, la verità, non vive più i rapporti con gli altri nella giustizia, nella correttezza.

Quando l’uomo degrada tutti questi rapporti, questa è la punizione intrinseca alla scelta sbagliata della idolatria; ma torniamo a questa scelta di idolatria, che sta alla base di tutto.

Paolo, nel vers. 18, scrive: «L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia».

Non lasciamoci spaventare da questa espressione: «L’ira di Dio»; dell’ira di Dio ne parla tutto l’Antico Testamento e ne parla anche S. Paolo. L’ira di Dio, per quanto ci faccia paura, è in realtà un atteggiamento positivo, perché l’ira di Dio esprime la reazione di un Dio giusto di fronte all’ingiustizia dell’uomo.

Di fronte alle ingiustizie è giusto e necessario reagire e rispondere: non possiamo, di fronte alle ingiustizie, far finta di niente e dire: «Ma non c’è niente di male». Non possiamo risolvere il problema battendo una pacca sulla spalla e dire: «Ma non è successo niente».

Dove c’è una vera, ingiustizia l’uomo deve sdegnarsi, ci deve essere una reazione; se uno ha un organismo etico sano, di fronte alla malvagità e alla cattiveria, reagisce interiormente, e delle volte può reagire anche esteriormente. Questo non è un ‘perdere l’orizzonte’, non è quell’ira della passione che non capisce più niente: questa è proprio la reazione corretta. di fronte al male.

Quando un organismo non reagisce di fronte al virus della malattia, vuol dire che è un organismo che sta morendo, che non ha più capacità di reazione, quindi di ricostruzione della sanità fisica; e questo vale anche per la sanità morale.

Quando un organismo non reagisce all’ingiustizia, vuol dire che è un organismo marcio, così è una società quando non reagisce alle ingiustizie.

Dio è sano, e di fronte all’ingiustizia reagisce. L’ira di Dio è la reazione di un organismo sano, e quindi capace di ricostruire la sanità.

Grazie a Dio che c’è questa ira! È un’ira terapeutica, è un’ira pedagogica, è l’ira che ci aiuta a renderci conto dell’errore e quindi a superarlo e a vincerlo in questa ottica, e si rivolge, dice S. Paolo, «contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la, verità nell’ingiustizia».

Secondo S. Paolo, il mondo che Dio ha creato ha un suo significato, un suo scopo, una sua verità, e quando il mondo viene preso e vissuto così come Dio lo ha pensato e voluto, la vita dell’uomo si sviluppa nella verità. Ma quando il mondo e le cose vengono usate al di fuori del progetto di Dio e contro questo progetto, l’uomo usa violenza alla creazione, piega violentemente la creazione contro quello che è il suo significato vero.

Facciamo degli esempi per intenderci meglio.

Il primo, molto semplice, a cui Paolo fa riferimento, è la sessualità.

La sessualità pare che l’abbia inventata il Signore; almeno nel libro della Genesi c’è scritto così: che Dio ha creato l’uomo maschio e femmina. Quindi essa entra dentro al progetto del Signore.

E il Signore ha inventato la sessualità per un motivo ben preciso: l’ha inventata come vocazione all’amore, come impossibilità dell’autarchia.

Ogni persona umana non può essere autarchica, non può quindi realizzarsi pienamente chiudendosi in se stessa, perché è incompleta, perché dell’esperienza umana esprime solo un polo, maschile o femminile; in ogni modo è incompleta. Dio la sessualità l’ha inventata per questo: perché tu ti renda conto che non sei fatto per chiuderti in te stesso, ma perché tu impari ad uscire da te in un gesto di amore; la comunicazione, la comunione dell’amore all’interno della sessualità vuole indicare questo.

Ora, quando la sessualità viene vissuta in una prospettiva egoistica, egocentrica, per cui sfrutto l’altra persona per il mio piacere, la mia sessualità viene deformata nel suo significato: non è più quello che Dio ha voluto che sia, non realizza più quello che è il suo significato, la sua verità, è quindi falsa.

Nel momento in cui non esprime più il rispetto e la stima e la dignità dell’altra persona, ma viene invece ricondotta, a qualche cosa di anonimo, viene deformata la verità.

E quello che vale per la sessualità, vale per le altre cose.

Pensiamo al possesso. «La terra è di Dio» dice il libro del Levitico, e il Signore l’ha donata agli uomini.

E perché l’ha donata? Perché sostenga gli uomini. Allora il possesso, il senso della proprietà, deve servire al sostegno dell’umanità intera. Ma quando ci sono quelli che accaparrano tutto e non lasciano posto per gli altri? Ma quando ci sono quelli che impediscono all’altro di vivere con il loro egoismo e con la loro avidità? Il senso delle cose è deformato.

Forse ricordiamo alcune parole dei profeti, che corrispondono naturalmente a una struttura sociale ed economica diverso dalla nostra, ma interessa l’ottica.

«Guai a voi – scrive Isaia – che aggiungete casa a casa e unite campo a campo finché non vi sia più spazio e così restiate soli ad abitare nel paese».

È l’inizio del latifondo, cioè di un atteggiamento che Isaia vede come rapace, che impedisce agli altri di vivere.

Non è mica proibita la proprietà, anzi, questo fa parte proprio del dono del Signore, ma la proprietà ha questo significato: quando diventa lo strumento per sostenere l’umanità, la vita degli uomini, allora realizza la verità della creazione. Ma quando diventa lo strumento per impedire agli altri di vivere, di respirare, allora viene deformato il senso delle cose e viene tolta loro la verità, cose e proprietà diventano false.

Questo discorso si può applicare a tutto il resto.

I cosiddetti peccati, tra le tante cose, sono una violenza che l’uomo pone nella creazione, usando la creazione in modo contrario alla volontà e al progetto di Dio, cioè alla verità delle cose; la verità viene falsata, impedita e chiusa dall’uomo.

Che cos’è che permette all’uomo di riconoscere la verità delle cose? Il riconoscimento di Dio.

La radice del peccato sta in questo: «pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa».

È il peccato di quei nove lebbrosi che erano stati guariti dal Signore, ma che non sono tornati indietro per rendere gloria a Dio; è tornato solo uno, un samaritano, a rendere gloria a Dio, a riconoscere che la sua salute era un dono, una grazia, a vivere quindi sulla base della riconoscenza. Questo è il fondamento e il motivo per cui, in un’ottica corretta, sarebbe giusto iniziare tutte le giornate ricordando il Signore che ci ha creati.

È vero che non è esattamente lo stesso, ma quando incominciamo una giornata nuova e iniziamo quindi a vivere in un modo nuovo, bisogna che a Dio gli sia riconosciuto il posto che gli spetta in questa giornata.

La cosiddetta preghiera del mattino è uno strumento per riconoscere a Dio il suo posto, il suo primato. «Io oggi andrò a lavorare, incontrerò molte persone, mi impegnerò da una parte e dall’altra, ma riconosco sin dall’inizio che tutto quello che sono l’ho ricevuto dal Signore».

Non si risolve il problema con la preghiera del mattino, però il significato di questa preghiera è questo: porre il pensiero di Dio al primo posto, sapendo che a Dio spetta il primato nella mia giornata, che le cose che farò, le dovrò fare tenendo presente la loro origine dalla volontà del Signore; questo perché non succeda che il mio cuore diventi ottuso, cioè che le mie scelte diventino insensibili, incapaci di fare riferimento alla realtà vera, perché se io nelle mie scelte mi dimentico del Signore, della sua volontà e del suo progetto sulla mia vita, le scelte diventano ottuse.

Possono anche diventare scelte perfette dal punto di vista degli affari se mi ottengono dei risultati economici positivi, ma se mi allontano dal progetto e dalla volontà di Dio sulla mia vita rimangono ottuse.

Da questa scelta di fondo vengono, come conseguenza, tutte le varie trasgressioni: gli uomini sono pieni di ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia, invidia, omicidio, rivalità, frodi; sono superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia.

Questa è la descrizione degli effetti di questo comportamento di fondo.

Per rendercene conto prendiamo in testo del profeta Osea, che ha esattamente lo stesso tipo di ragionamento e lo stesso modo di affrontare le cose.

All’inizio del cap. 4 il profeta si rivolge al popolo di Israele per rimproverargli tutti i peccati e le ingiustizie e le trasgressioni contro la legge del Signore, e dice (Os 4, 1-4a):

[1] Ascoltate la Parola del Signore, o Israeliti, poiché il Signore ha un processo con gli abitanti del paese. Non c’è infatti sincerità né amore del prossimo, né conoscenza di Dio nel paese.

[2] Si giura, si mentisce, si uccide, si ruba, si commette adulterio, si fa strage e si versa sangue su sangue.

[3] Per questo è in lutto il paese e chiunque vi abita langue insieme con gli animali della terra e con gli uccelli del cielo; perfino i pesci del mare periranno.

[4] Ma nessuno accusi, nessuno contesti;

Se abbiamo notato, nella seconda parte Osea richiama i comandamenti, il decalogo: «si giura (è l’ottavo comandamento), si mentisce (idem), si uccide (il quinto), si ruba (il settimo), si commette adulterio (il sesto), si fa strage, si versa sangue su sangue (ancora il quinto)». Osea ricorda i comandamenti di Dio.

Ci sono in Israele violazioni fragranti dei comandamenti, ma prima di questo Osea ha fatto un altro rimprovero: ha detto che nel paese manca la sincerità, l’amore del prossimo e la conoscenza di Dio. Quello che manca è l’atteggiamento di fondo nei confronti di Dio, il riconoscimento che Dio è sovrano e che a lui spetta obbedienza; che Dio è misericordioso e che in lui possiamo avere fiducia. L’errore sta in questo riconoscimento di fondo, il resto ne è la conseguenza. Siccome è venuto meno il rapporto di fiducia e di abbandono con Dio, allora è venuta meno anche la correttezza dei rapporti sociali: «si giura, si mentisce, si uccide,» e così via.

Si tratta proprio di mettere insieme le due cose: di ritrovare dietro alle nostre trasgressioni il vero peccato.

Le trasgressioni non sono difficili da individuare. Ciascuno di noi, se pensa con sincerità al modo in cui tratta gli altri, al modo in cui vive il lavoro e tutte le dimensioni umane (la cultura, i rapporti umani, la sessualità…), le trasgressioni le individua abbastanza facilmente, e ci sono nella nostra vita.

Ma quello che è importante è che alle radice delle trasgressioni noi ritroviamo il vero peccato.

È strano, ma generalmente S. Polo usa, il termine «peccato» al singolare; anche se qualche volta lo usa al plurale, generalmente lo usa al singolare. Non “i peccati», ma «il peccato», come se questo peccato fosse una, potenza che domina il cuore dell’uomo e che lo tiene schiavo, lo incatena, gli impedisce di essere quello che l’uomo desidererebbe anche essere.

C’è all’interno dell’uomo, secondo S. Paolo, una spaccatura, una lacerazione interna, per cui l’uomo non riesce a realizzare i suoi desideri, i suoi progetti di bene.

Scrive, per esempio, S. Paolo nel cap. 7 della lettere ai Romani (Rm 7, 7-13):

[7] Che diremo dunque? Che la legge è peccato? No certamente Però io non ho conosciuto il peccato se non per la legge, né avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: Non desiderare.

[8] Prendendo pertanto occasione da questo comandamento, il peccato scatenò in me ogni sorta di desideri.

Notiamo: il peccato lo potremmo scrivere con la P maiuscola, come se fosse una persona: «il peccato scatenò in me ogni sorta di desideri».

[8b] Senza la legge infatti il peccato è morto

[9] e io un tempo vivevo senza la legge. Ma, sopraggiunto quel comandamento, il peccato ha preso vita

[10] e io sono morto; la legge, che doveva servire per la vita, è divenuta per me motivo di morte.

[11] Il peccato infatti, prendendo occasione dal comandamento, mi ha sedotto e per mezzo di esso mi ha dato la morte.

[12] Così la legge è santa e santo e giusto e buono è il comandamento.

[13] Ciò che è bene è allora diventato morte per me? No davvero! È invece il peccato: esso per rivelarsi peccato mi ha dato la morte servendosi di ciò che è bene, perché il peccato apparisse oltre misura peccaminoso per mezzo del comandamento.

  1. Paolo in questo brano fa una specie di lettura del racconto del peccato di Adamo, di cui parla il cap. 31 della Genesi, e parla dell’uomo che, dice S. Paolo, un tempo viveva senza la legge.

C’è stato un momento nella vita della comunità che era un momento di consolazione, di gioia senza limiti e senza ombre; prima del peccato l’uomo viveva davvero: era stato creato da Dio, aveva un rapporto di amicizia con Dio, si sentiva protetto da Dio.

È vero che c’era un comandamento, ma non lo sentiva come un comandamento, ma lo sentiva come un segno dell’amore di Dio. Quando il serpente interroga Eva sul comandamento, la donna risponde che il comandamento Dio lo ha dato «perché noi possiamo non morire, per liberarci e proteggerci dalla morte»; quindi la donna considera il comandamento come un segno dell’amore di Dio.

Il fatto che Dio mi dia questa legge è per il mio bene, è per la mia gioia, è per la mia sicurezza, e da questo punto di vista la legge non è sentita come legge, come un limite, come una chiusura, come se impedisse una dilatazione della propria esperienza: è sentita come una protezione. E l’uomo all’inizio vive così. nella fiducia radicale in Dio, in una fiducia anche ingenua e che potrebbe apparire infantile, ma una fiducia positiva, serena, in Dio.

Poi? È venuta fuori la legge. Ricordiamo come. (Gen 3, 4-5):

[4] Il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che, quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male.

Il serpente fa riferimento a un istinto misterioso che c’è nell’uomo: l’istinto di considerare Dio come invidioso di se, di considerare la propria grandezza come una possibile ombra su Dio.

Che gli dei sono invidiosi è una idea che si trova in tutta la mitologia greca, nella mitologia babilonese, è una idea diffusa: gli dei sono invidiosi.

Così come nella società umana le persone che hanno potere sono invidiose, e bisogna stare attenti perché, se qualcuno diventa grande come loro, si sentono minacciati e reagiscono violentemente. Chi ha il potere lo tiene ben stretto e sta bene attento che qualcun altro diventi grande, perché lo tira via e taglia i papaveri quando non sono ancora cresciuti del tutto, cosa l’uomo pensa che anche Dio sia così, ombroso della grandezza dell’uomo, che ha paura dell’uomo libero, dell’uomo realizzato, e quindi tiene l’uomo in una condizione di minorità, come un bambino incapace di scegliere per conto suo.

L’uomo si immagina Dio così e lo vede quindi come un avversario o teme di essere così considerato da Dio stesso. Quando questo succede, dice S. Paolo, allora il comandamento appare insopportabile all’uomo: «Il serpente (il peccato) prendendo occasione dal comandamento, mi ha sedotto».

E così è entrata la morte.

Teniamo presente che il primo peccato dell’uomo non è affatto un peccato di natura sessuale; ogni tanto questa idea torna a girare in mezzo alla gente, per cui la mela o tutte queste cose hanno dei riferimenti sessuali.

A questo a Bibbia. non ci pensa, neanche lontanamente. È un peccato di orgoglio certamente, di autosufficienza, ma alla radice c’è il capovolgimento dell’idea di Dio.

Alla radice del peccato c’è un considerare Dio come un avversario, il non avere fiducia il Lui, il non vedere più il comandamento come un comandamento paterno, espressione dell’amore di un padre.

«Io li traevo con legami di bontà, con vincoli di amore», dice il Signore in Osea. «Con legami di bontà»: a un bambino che non sa camminare gli si mettono le bretelle (almeno così si faceva una volta, lo si teneva su perché potesse camminare senza cadere), così il Signore ha messo le bretelle all’uomo, gli ha dato il comandamento per insegnargli a camminare. Non è un limite, ma un gesto di amore paterno: «con legami di bontà, con vincoli di amore».

Ma Israele non ha capito questo, ha interpretato il comandamento come il segno di un Dio invidioso, tiranno, che vuole abbassare l’uomo.

Allora l’uomo ha trasgredito servendosi del comandamento: «il serpente mi ha sedotta e mi ha dato la morte».

Notiamo che il peccato vero dell’uomo non consiste, secondo il libro della Genesi, nel voler diventare grande e neanche nel voler diventare come Dio. Se volete diventare come Dio, tenetelo questo desiderio, è un desiderio buono.

Cercate di diventarlo? Va bene! Se nel libro del Levitico c’è scritto:

«Siate santi, perché io, il Signore, sono santo»,

vuol dire che se voi volete diventare come Dio ci va proprio bene. E se nel Vangelo c’è scritto:

«Siate perfetti come perfetto è il vostro Padre celeste»,

non è affatto proibito voler essere perfetti come Dio.

Ma il peccato è voler essere come Dio senza Dio, cioè cancellando Dio e mettendo noi al suo posto.

Questo è impossibile: l’uomo per quanto grande voglia farsi non riesce a diventare Dio.

Non ci vuole poi tanto a capirlo. Il senso del limite lo sperimentiamo quotidianamente. Allora puoi desiderare di essere come Dio, a condizione che questo tu lo cerchi in Dio: lo cerchi come un dono, non come un’autorealizzazione, lo cerchi come effetto della comunione dell’amore e della fede, non come effetto della contrapposizione a Dio.

Non è affatto vero che bisogna togliere Dio perché l’uomo viva, anzi, Dio è l’unica condizione perché l’uomo possa vivere, altrimenti è semplicemente un essere per la morte.

L’uomo è un essere per la morte: la vita ce l’abbiamo, ma in prestito, e anche in quegli alcuni anni in cui la godiamo, ce l’abbiamo piena di limiti; i limiti intellettuali ce li abbiamo, come abbiamo ancora di più i limiti morali, mentre infiniti rimangono i limiti delle nostre realizzazioni.

Questi elementi fanno parte della nostra vita, non c’è dubbio, e l’unica possibilità di pienezza di vita e pienezza di libertà è quella che ci viene dalla comunione con Dio, dal riconoscere Dio come amico, come socio in alleanza, come Colui assieme al quale possiamo realizzare la nostra speranza e la nostra libertà.

Quando Gesù racconta la parabola del figliol prodigo, presenta questo ragazzo che, all’inizio, abbandona la casa di suo padre, e dice il Vangelo di Luca che «andò in un paese lontano». Quel «lontano» è per Luca significativo, perché voleva indicare fuori dalla Palestina, quindi all’estero, in mezzo ai pagani, e voleva indicare il luogo dove il padre non arriva.

«Voglio la mia libertà, la mia autonomia, voglio la mia autorealizzazione, e allora dammi la parte dei beni che mi spetta». E raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano. Così dice Luca.

Ma il senso della parabola è che, in realtà, la lontananza da Dio diventa per questo ragazzo sperpero della vita: pian piano il suo patrimonio si assottiglia, si perde. E non solo il patrimonio.

Si perde anche la libertà, perché è costretto a fare il servo, a fare cose che gli fanno ribrezzo, è costretto a fare questo e non per caso. La parabola vuole dire che questa lontananza da Dio è vissuta come perdita di vita e di dignità. L’uomo può sognare di trovare la libertà lontano da Dio, ma lontano da Dio trova solo la degradazione.

Abbiamo ricordato alcune volte quel versetto di Geremia (2,20), dove il profeta ricorda l’atteggiamento di Israele: «Da tempo hai infranto il tuo giogo, hai spezzato i tuoi legami».

Il giogo ed i legami sono i comandamenti, sono secondo Osea un giogo di amore, dei legami di affetto, ma Israele li ha spezzati, perché li ha sentiti come legami di schiavitù.

Hai detto: «Non servirò»; questo era il motivo: «Io non voglio essere servo, ma voglio essere padrone della mia vita».

Infatti, «sopra ogni colle elevato e sotto ogni albero verde ti sei prostituita». Allora l’effetto non è la libertà, ma, la prostituzione che è tutt’altra cosa, è la perdita della dignità e della vera libertà.

Il senso del peccato secondo S. Paolo e secondo il Nuovo Testamento sta proprio in questa tensione; dell’uomo che, con l’illusione di ritrovare una autonomia, taglia quel rapporto che lo unisce alla sorgente della vita, che lo unisce al Signore e si ritrova in una lacerazione interiore.

Quello che ne viene come conseguenza è scritto nei versetti dal 14 in poi del cap. 7, che abbiamo visto nella preghiera iniziale: «lo non riesco neppure a capire ciò che faccio, infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che non voglio».

Una schizofrenia spirituale, per cui il cuore dell’uomo è lacerato tra un desiderio inefficace e una realizzazione negativa.

Tutto questo dovrebbe servirci fondamentalmente come esame di coscienza, ma non come esame ripiegato su noi stessi; tutte queste cose sono possibili da capire se uno si pone davanti all’amore di Dio che, in Gesù Cristo, rende giusto l’uomo.

Allora di fronte alla croce del Signore ci rendiamo conto della nostra condizione di peccatori: non c’è atto di accusa più grande rivolto all’uomo che la croce di Cristo. Allora di fronte a quella croce ci rendiamo conto di quello che è sbagliato nei nostri comportamenti, ma soprattutto di quello che è sbagliato nella radice dei comportamenti: ci sono le trasgressione, ma c’è il peccato da cui le trasgressioni vengono quasi come una punizione. Si tratta di ritornare a quello.

Il peccato è, come dicevamo, il non riconoscimento di Dio, il considerare Dio come avversario, il non avere fiducia in Lui, e il vedere quindi Dio e la sua Parola come un limite insopportabile posto alla nostra libertà.

Invece il cammino da fare è proprio l’altro: quello di un amore del Signore, di una fiducia nel Signore che ci aiuti a prendere con gioia il comandamento, che ci aiuti a desiderare la somiglianza con Dio, ma non una somiglianza con Dio raggiunta senza Dio in una impossibile autosufficienza, ma una somiglianza con Dio raggiunta come dono del Signore, accettando quello che Dio vuole fare di noi, accettando quindi nella fede la sua volontà e il suo dono di salvezza.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.