AFFERRATO DA CRISTO – 2

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

2ª Meditazione
Non mi vergogno del Vangelo

Preghiera:

Io sono chiamato a portare il messaggio della tua vita e della tua morte,

[4] e della tua risurrezione dal morti, Gesù Cristo nostro Signore.

[5] È tramite tuo. che io ho ricevuto grazia e apostolato.

[6] Io sono stato chiamato ad appartenerti. Che possa ora ricevere un aumento

[7] di grazia e pace da tuo Padre, da nostro Padre, e da te, Signore Gesù.

[8] Prima di tutto, ringrazio il Padre celeste per mezzo tuo, Gesù Cristo.

[9] Voglio servire con tutta l’anima il tuo Vangelo.

 (…)

[11] Ch’io possa partecipare agli altri i doni dello Spirito, per fortificarli.

[12] Che noi possiamo essere reciprocamente incoraggiati, l’uno nella fede dell’altro.

(…)

[16] Questo Vangelo è potenza di Dio per la salvezza

[17] e si rivela in esso la giustizia di tuo Padre.

da «NEL SIGNORE GESÙ» – Hilsdale – EP

(dalla lettera ai Romani cap. 1)

È una preghiera che riprende l’inizio della lettera ai Romani, quello che ci interessa come schema e guida di questa seconda meditazione.

In particolare ci interessano i vers. 16 e 17 del cap. 1, che costituiscono il programma di tutta la lettera ai Romani, di questo grande testamento che contiene il succo di tutta la predicazione di Paolo. Dicono i due versetti (Rm 1, 16-17):

[16] lo infatti non mi vergogno del Vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco.

[17] È in esso che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: il giusto vivrà mediante la fede.

(…) versetti da imparare a memoria e che tentiamo di spiegare.

Questi due versetti parlano del «Vangelo». Questo termine, che di per se vuol dire una buona notizia, nell’antichità indicava, per esempio, tutte le notizie che riguardavano l’imperatore: se all’imperatore nasce un figlio destinato a succedergli sul trono, questa notizia veniva considerata un Vangelo; se l’imperatore veniva in visita alla nostra città, questo era considerato un Vangelo, e se l’imperatore combatteva e vinceva i nemici e tornava in trionfo, questo era ancora un Vangelo.

Adesso no, la parola Vangelo riguarda unicamente Gesù Cristo. Questa parola è diventata specificatamente cristiana, tutte le altre belle notizie sono in qualche modo cancellate da questa notizia: che in Gesù Cristo, Dio si è fatto vicino agli uomini come Salvatore. «Il tempo è compiuto e il regno di Dio si è fatto vicino», «Convertitevi e credete al Vangelo», così predicava Gesù. «Il tempo è compiuto» s’intende il tempo della salvezza, cioè Dio si è fatto vicino come Salvatore e potete quindi fin da ora sperimentare la gioia e la consolazione della presenza di Dio accanto a voi come sostegno di speranza e di gioia.

Il «Vangelo» secondo Isaia si presenta come un evangelizzatore perché annunciava a Israele in esilio il ritorno in patria. Forse ricordate il testo più famoso che parla proprio di Vangelo nel cap. 52 di Isaia, dove il Profeta dice:

[7] Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi (di vangeli) che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio».

Questo è l’evangelizzatore, che va a Gerusalemme e porta la notizia: «Dio sta per tornare», e vuole dire che stanno per tornare gli esiliati accompagnati e preceduti dal Signore stesso.

Ma questo Vangelo, il Vangelo del ritorno, diventa per noi il Vangelo di quella novità, di quella conversione che ci viene offerta in Gesù Cristo. In Gesù Cristo Dio si è fatto vicino, uomo, e l’uomo ritorna dal suo esilio, da quell’esilio che è il peccato e la lontananza da Dio; può ritornare alla comunione piena con il Signore.

Per questo, dice Paolo: «Io non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede». E «Potenza di Dio» vuole dire che, quando S. Paolo va a predicare il Vangelo, non fa semplicemente la comunicazione di una notizia, come può fare uno speaker del telegiornale che ci dice le ultime tasse che si debbono pagare; questa è una notizia che viene semplicemente trasmessa, comunicata dallo speaker. L’evangelizzatore non fa una semplice comunicazione di notizia, ma la parola che dice è Parola di Dio, quindi efficace, una parola che fa quello che dice nel momento stesso in cui è pronunciata.

La Parola di Dio è parola creatrice; quando Dio disse: «Sia la luce», la luce fu. La Parola di Dio è come la pioggia e la neve che scendono dal cielo e che non vi ritornano senza prima avere irrigato la terra perché diventi feconda e porti frutto. La Parola di Dio è così.

La Parola di Cristo è una parola efficace; quando dice: «Ti sono rimessi i tuoi peccati» o quando dice: «Alzati e cammina», con quelle parole Gesù opera il perdono e la guarigione della persona che ha davanti. Parola efficace.

E lo stesso, pari pari, vale per la parola del predicatore.

Quando un predicatore annuncia quello che pare a lui, non vuole dire niente, la sua parola ha la forza che viene dalla sua intelligenza e basta; quando Paolo o quando un predicatore annuncia il Vangelo, annuncia quindi una parola che non ha inventato lui, ma che è la Parola di Dio, in quel caso la parola dell’evangelizzatore diventa parola efficace.

  1. Paolo scrive ai cristiani di Tessalonica (1 Ts 2, 13):

[13] Noi ringraziamo Dio continuamente perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete.

«Avete ricevuto la parola della predicazione da noi» s’intende da Paolo e non di Paolo, quella parola veniva da Dio, era la Parola di Dio, per questo era efficace. Per questo Paolo può dire:

«lo non mi vergogno del Vangelo».

Per quanto il Vangelo sia una piccola parola dal punto di vista esterno, una piccola parola che si presenta con molti limiti, di solito il predicatore non è un gran filosofo, capace di portare delle stupende motivazioni metafisiche per indicare la verità di quello che dice; il predicatore, il prete è una povera persona e il Vangelo l’annuncia così come può, con molti limiti, ma nonostante questo, dice Paolo, «non mi vergogno del Vangelo».

Il Vangelo non fa brutta figura né davanti alla filosofia, né davanti alle potenze del mondo. Perché? Perché, per quanto il Vangelo sia povero nel predicatore, è forte in quel «IO» da cui proviene.

Voglio dire: il Vangelo ha la forza di cambiare il mondo, ha la forza di salvare il mondo; dice Paolo, per questo «non mi vergogno», non rimarrò deluso dall’annuncio del Vangelo; so che porta dentro di se l’energia stessa di Dio.

Per fare che cosa? «È potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco».

Il Vangelo ha come unico scopo la salvezza dell’uomo; non ha due scopi: la salvezza o la dannazione, ma lo scopo del Vangelo è solo la salvezza. Quello che Dio vuole, e desidera è solo la salvezza dell’uomo, e quello che Dio offre nel Vangelo è unicamente la salvezza.

Forse ricordate quell’episodio che abbiamo richiamato altre volte, all’inizio del Vangelo di Luca si parla di una predica, che Gesù tiene nella sinagoga di Nazaret. È la sua prima predica nel Vangelo secondo Luca. Entra nella sinagoga, legge il capitolo 61 di Isaia e poi lo spiega.

Il cap. 61 di Isaia dice (Lc 4, 18-19):

[18] Lo spirito del Signore Dio è sopra di me per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri il Vangelo, per proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi

[19] e predicare un anno di grazia del Signore.

Qui Gesù ferma la sua lettura. Ha letto Isaia 61 e si è fermato lì e si è fermato a metà di un versetto, non ha letto la seconda metà la quale diceva: «per proclamare l’anno di grazia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio».

Isaia diceva tutte e due: l’anno di misericordia, il giorno della vendetta; Gesù ha detto solo la prima parte e lì si è fermato, poi si è messo a sedere e ha spiegato a quelli che l’ascoltavano; «Oggi si è compiuta questa parola che voi avete udito con i vostri orecchi».

Il Vangelo annuncia l’anno di misericordia del Signore, l’anno di giubileo, l’anno di remissione dei peccati, l’anno in cui vengono cancellati tutti i debiti, l’anno in cui all’uomo vengono tolte tutte le macchie, tutti i pesi, l’anno in cui l’uomo viene ricreato come il primo giorno della creazione, quindi bello come lo aveva fatto bello Dio. Quell’anno lì si realizza adesso quando Gesù predica, perché Gesù predica.

Questo non vuole dire che non c’è il giudizio: il giudizio verrà, ma il Vangelo è il Vangelo della salvezza. Il giudizio verrà semplicemente perché l’uomo può anche rifiutare il Vangelo; non viene come effetto del Vangelo, viene come rifiuto del Vangelo da parte dell’uomo. L’uomo può anche dire di no, ma Dio lo lascia libero perché vuole un collaboratore, non uno schiavo e si appella alla sua libertà, non gli impone dei pesi. L’uomo può anche rispondere di no e in questo modo c’è la possibilità tragica della dannazione e quindi del fallimento della propria vita.

Ma non è quello che Dio vuole, non è lo scopo del Vangelo e tanto meno una delle intenzioni di Dio, perché Dio ne ha una sola: il Vangelo è per la salvezza di chiunque crede, e «di chiunque crede» vuole dire che, di fronte al Vangelo, per fortuna, gli uomini sono tutti nella medesima condizione, perché il Vangelo è un dono.

Se il Vangelo fosse qualche cosa che l’uomo deve raggiungere con la sua intelligenza, ci sarebbero delle persone più fortunate: tanto più uno è intelligente, tanto più capirebbe il Vangelo. Se il Vangelo fosse qualche cosa da raggiungere con delle pratiche ascetiche, ci sarebbero delle persone più capaci di altre, persone nate in una famiglia dove hanno ricevuto capacità particolari o che hanno nel codice genetico una tendenza particolare all’ascesi, e sarebbero più fortunate.

Ma il Vangelo non è questo. Non viene né dall’intelligenza, né dallo sforzo dell’uomo viene dalla grazia di Dio.

E quello che all’uomo viene chiesto è semplicemente riceverlo, lasciarsi salvare. Quindi abbia poca o molta intelligenza, poca o molta educazione, strutture sociali, economiche ecc., questo non cambia niente, basta che l’uomo sappia dire di sì; in questo gli uomini sono tutti uguali.

Nel fare qualche cosa, s’intende, gli uomini sono diversi, ma nel ricevere tutti sono nella medesima condizione: possono ricevere il dono di Dio. li Vangelo è questo, per tutti, non esclude nessuno perché è pura grazia del Signore.

E Paolo continua: «per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco. È in esso (cioè nel Vangelo) che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: Il giusto vivrà mediante la fede».

Nel Vangelo si rivela la giustizia di Dio, e qui, naturalmente, c’è un piccolo mistero, perché il termine ‘giustizia’, quando viene applicato a Dio, in italiano nel nostro modo di parlare, non è molto gradevole; della giustizia di Dio noi tendiamo ad avere paura. Noi desideriamo la misericordia e la bontà di Dio, ma la giustizia ci fa paura.

Ma non sembra che questa sia la prospettiva di Paolo, perché dice: il Vangelo è per la salvezza, nel Vangelo si rivela la giustizia di Dio. E di fatto, stranamente, la giustizia di cui parla S. Paolo, la giustizia di Dio di cui parla tutta la Bibbia, è quella che si chiama la «giustizia salvifica».

E quello che è tipico della giustizia di Dio è il perdono del peccatore.

Noi siamo abituati a dire che Dio perdona perché è misericordioso, ma che Dio poi condanna perché è giusto. Ora questo non è il modo di parlare di S. Paolo e tanto meno il modo di parlare di tutta la Bibbia.

Nella Bibbia l’uomo, il peccatore, si appella alla giustizia di Dio per ricevere il perdono. La giustizia di Dio non è la giustizia del giudice: il giudice è quello che, avendo davanti a se una persona, valuta se quella è colpevole o innocente; se è colpevole e il giudice è giusto, lo sbatte in galera, se è innocente lo manda assolto. Questa è la giustizia che si chiama distributiva, che distribuisce premi o castighi secondo i meriti delle persone.

Ma Dio, è giusto in un altro modo.

Dio è fatto a modo suo e la sua giustizia è notevolmente diversa dalla nostra.

La giustizia di Dio, dice S. Paolo, è quella giustizia per cui Dio perdona il colpevole.

Nel Salmo (142) 143, Salmo che usiamo generalmente nella liturgia dei defunti, c’è una preghiera di questo genere: «Signore, ascolta la mia preghiera, porgi l’orecchio alla mia supplica, tu che sei fedele, e per la tua giustizia rispondimi».

Uno direbbe: «uno che prega così è una persona che sa di essere innocente e allora si appella alla giustizia di Dio». E invece no. Continua:

«Non chiamare in giudizio il tuo servo: nessun vivente davanti a te è giusto».

Una persona che prega così riconosce di non essere giusto davanti a Dio, però fa appello alla giustizia di Dio, perché la giustizia di Dio è lo stesso che la fedeltà di Dio.

La giustizia di Dio non vuol dire che Dio ha dei doveri nei miei confronti, che ha l’obbligo di salvarmi; nei nostri confronti Dio non ha alcun obbligo, anzi noi ci presentiamo davanti a Lui come dei peccatori che non hanno meriti di nessun genere da accampare.

Ma Dio vuol essere giusto verso se stesso, non verso di noi. Dio, nel momento in cui perdona il peccatore, rivela la profondità, la grandezza, la gratuità del suo amore. Non c’è un momento in cui Dio sia così Dio, sia cosa se stesso, come quando perdona il peccatore, perché in quel momento Dio fa vedere la sua forza che supera ogni peccato o miseria o egoismo dell’uomo. È il momento in cui Dio fa vedere che non è stato vinto, che i nostri peccati non hanno rovinato il suo piano di salvezza e non gli hanno impedito la realizzazione delle sue promesse.

Dio ha fatto delle promesse e le realizza nonostante il nostro peccato. Il senso della giustizia di Dio è quello di una salvezza vittoriosa nei confronti di tutti limiti e di tutte le povertà umane.

«O Dio, che manifesti la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono», diciamo noi, oppure scrive San Luca: «Siate misericordiosi come misericordioso è il Padre vostro celeste».

In che cosa consiste la perfezione di Dio, la sua giustizia?

Nella misericordia.

Quando Dio usa misericordia, fa vedere la grandezza della sua fedeltà, che non si lascia vincere dai nostri limiti e che non risponde con una reazione cattiva e aspra alle nostre infedeltà, ma che le vince con il suo perdono.

Ancora Isaia: «Così dice il Signore: Osservate il diritto e praticate la giustizia, perché prossima a venire è la mia salvezza; la mia giustizia sta per rivelarsi», dove le due parole salvezza e giustizia dicono la stessa cosa.

Questo non vuole dire, e lo ripeto, che non ci sia il giudizio e la possibilità della condanna, ma la condanna la Bibbia l’attribuisce all’ira di Dio, non alla giustizia. Alla giustizia viene attribuito il perdono, la bontà, la fedeltà, la vittoria di Dio sul male dell’uomo e nel Vangelo c’è la giustizia di Dio che è la rivelazione di un amore infinito di Dio che si rivolge all’uomo e che lo salva o, se volete, usando le parole di Paolo, che lo giustifica.

«Lo giustifica» vuol dire che lo rende giusto.

Anche questo in italiano non corrisponde bene, perché giustificare, in italiano, significa scusa: se uno sta a casa da scuola, porta la giustificazione, che è una scusa con cui si spiegano i motivi dell’assenza.

Niente di tutto questo.

La giustificazione nella Bibbia non scusa nessuno, ma perdona; vuole dire che un uomo che era peccatore viene reso giusto, gli viene cambiato il cuore. Non è un fatto giuridico, è un fatto reale e profondo che scende nel centro della persona e che cambia l’atteggiamento di fondo dell’uomo. La giustificazione è questo.

L’uomo peccatore Dio lo rende giusto, non perché l’uomo se lo meriti, ma perché Dio è fedele, o se volete, perché Dio è giusto verso le sue promesse: ha fatto una promessa e non se la rimangia, ha annunciato la salvezza e la realizza, per questo Dio è giusto.

E come voi sapete, uno dei temi fondamentali del Vangelo di S. Paolo è proprio quello della giustificazione mediante la fede:

«È in esso che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: «“Il giusto vivrà mediante la fede”».

Ci sarebbero molte cose, un tantino complicate, da dire, però alcune di esse credo sia indispensabile che io tenti di spiegarle.

Che cosa vuol dire S. Paolo? Vuol dire che l’uomo concreto è davanti a Dio nella condizione di peccatore, e questo uomo concreto ha bisogno di giustizia. Questa giustizia l’uomo peccatore non riesce a costruirsela con le sue mani, anche se ci mette tutto l’impegno e tutta la buona volontà. Questa giustizia l’uomo peccatore la deve ricevere come un dono da parte del Signore.

Praticamente, è quello che ricordavamo questa mattina, quando S. Paolo nella lettera ai Filippesi diceva: Non mi interessa più la mia giustizia conquistata attraverso le mie opere, mi interessa invece la giustizia che Dio mi regala attraverso Gesù Cristo; mi interessa il dono della giustizia di Dio.

Ora, se voi ci pensate, questa è una piccolissima cosa, ma che ha delle conseguenze enormi nel modo di pensare la fede e nel modo di pensare la vita cristiana.

Prendiamo il discorso alla larga. Un po’ lo abbiamo già fatto, ma riassumo cose che negli altri anni abbiamo mescolato e messo in situazioni diverse. Partiamo dalla condizione dell’uomo che ha una specie di inclinazione istintiva a giustificarsi. Tutti noi abbiamo dentro al cuore la voglia di apparire giusti, quindi il bisogno di giustificarci, per cui, se è successo qualche cosa, la prima tendenza dell’uomo è dire: «Non è colpa mia!».

Quindi io sono giusto rispetto a questo pasticcio che è capitato, e alzi la mano chi non si giustifica mai.

Chi di fronte ad una accusa o ad una critica, non ha subito venti argomenti per dire che quella critica è sbagliata, perché lui le sue prove ce le ha? Io ho i miei motivi, quindi posso portare tutta una serie di motivazioni, per cui il mio comportamento – credo – era corretto.

Siccome io vivo in mezzo agli altri, e vivendo in mezzo agli altri, obbligo gli altri a sopportare la mia faccia, ad accettare il mio modo di parlare, le mie necessità e i miei bisogni ecc., io, di I fronte agli altri, mi trovo ad avere un atteggiamento di imbarazzo e ho bisogno di giustificare la mia presenza, ho bisogno di trovare qualche motivo per sentirmi utile, importante, simpatico, credibile, desiderabile, e tutte queste cose.

Certamente se io vivo in mezzo agli altri io produco dei rifiuti, inquino il mondo, perché ogni persona che vive inquina un pochino il mondo; bene, io ho bisogno di trovare dei motivi per cui, se è vero che inquino il mondo, sono però così intelligente, simpatico, bravo e bello che ne vale la pena. Un pochino di inquinamento è giustificato da tutto il bene che io porto nel mondo.

Ora questo atteggiamento entra spesso nella vita religiosa. Era l’atteggiamento dei farisei. Il fariseo come fa’ a vivere la sua vita religiosa? Nel moltiplicare le opere. Io sono un povero uomo, però oggi ho osservato tutti i comandamenti; con questa buona volontà posso fare un elenco di tutte le opere e prestazioni, che io presento davanti al Signore.

Alla fine della giornata mi sento giustificato.

In questo, però, la vita religiosa che cosa diventa?

Un moltiplicare le Opere senza essere mai tranquilli, perché uno non sa mai se ne ha fatte abbastanza: se ne ha fatte 12, forse ne poteva fare 15, e se ne ha fatte 15, forse ne doveva fare 19 e così via; e chi lo sa quante sono le cose che Dio vuole dall’uomo, e se, alla fine della giornata, ha fatto tutte le cose che Dio voleva da lui? L’uomo non arriva mai a questa sicurezza.

La sicurezza di essere giusto davanti a Dio l’uomo non l’avrà mai.

Allora l’uomo religioso che cerca una giustificazione nelle sue opere, vivrà continuamente nell’angoscia, non troverà mai la pace, perché non troverà mai la sicurezza davanti a Dio.

Ma il discorso di Paolo è un altro: Ma tu non hai bisogno di essere giusto davanti a Dio, la giustizia te la regala Lui, prendila come un dono. Non hai bisogno di moltiplicare le opere all’infinito; Dio la giustizia te la dà gratis. Tutte le opere tu falle, ma non farle per sentirti giusto. Fa le opere perché è bello farle per il Signore, perché il Signore le merita, perché è bello farle per gli altri e mettere la propria vita al loro servizio.

Falle per questo.

Non per dire, alla fine, di essere giusto e bravo.

Non sei né giusto né bravo, ma il Signore ti rende giusto per amore.

In questo modo la giustificazione mediante la fede, cioè mediante la grazia, vuol dire che la giustizia è un dono e nulla di altro.

La giustizia è un dono, e questo ci dovrebbe rendere liberi.

Noi abbiamo delle preoccupazioni enormi di essere utili, e questo lo si capisce dal punto di vista psicologico: che uno abbia la preoccupazione di essere utile, che cerchi di esserlo, ma bisognerebbe anche essere liberi da questo bisogno, perché l’essere utile, facendo chissà cosa, non si trasformi in angoscia.

Fai le cose che riesci a fare, e tutto quello che riesci a fare, fallo per amore del Signore e per l’amore per gli altri e poi basta. Lascia tutto nelle mani del Signore; è il Signore che ti ha reso giusto, che ti tiene in mano con il suo amore; la tua vita è circondata dall’amore di Dio e l’amore di Dio è sufficiente a sostenerti.

Un bambino non è ancora capace né di lavorare né di fare grandi opere, ma la sua vita è giustificata perché ci sono dei genitori che gli vogliono bene. Basta quello, basta che ci sia un sorriso di un papà o di una mamma perché un bambino si senta, a suo agio nel mondo e sia libero; non ha bisogno di raccomandazioni: c’è l’amore dei suoi genitori che dà valore alla sua vita.

C’è il sorriso di Dio che dà valore alla vita di ogni persona. Dio, quando ti guarda, sorride, è contento che tu ci sia e prima di quello che fai, semplicemente perché ti chiami Antonio, Luisa, Filippo, cioè per quello che è il tuo nome, per quella che è la tua identità interiore, per questo il Signore ti guarda e sorride ed è contento che tu ci sia.

Allora, lasciati avvolgere da questo sorriso del Signore, non cercare delle giustificazioni, cerca solo di dare quello che puoi per il Signore, perché è bello amarlo per gli altri, perché è giusto servirlo con libertà interiore e libertà anche delle proprie opere.

Intendete bene questo: non vuol dire che non le dobbiamo fare, le opere nella vita cristiana sono importanti, ma non le dobbiamo fare con l’ossessione di ottenere in questo la nostra giustizia, il nostro passaporto davanti a Dio. Il passaporto Dio ce lo dà gratis, dopo gli diamo tutto quello che possiamo. È chiaro che se davvero crediamo nell’amore del Signore, nella giustizia e fedeltà con cui il Signore ci ama, faremo le cose per Lui, apriremo la nostra vita a Lui, cercheremo di fare quello che gli è gradito, ma, appunto, una volta resi liberi dal Signore.

Naturalmente liberi: liberi è ancora una specie di traguardo. È difficile che una persona raggiunga una perfetta libertà interiore perché è difficile che una persona raggiunga una fede perfetta, una trasparenza così grande da far entrare dentro alla sua vita l’amore del Signore che lo sostiene, lo avvolge lo protegge, per cui non ha più paura di niente e di nessuno, non degli altri né di se stesso, né dei suoi limiti. Raggiungere questo è molto difficile.

Però la via della fede è una via di libertà, una via in cui l’uomo è staccato dal bisogno di realizzare o difendere o proteggere o raccomandare se stesso davanti a Dio, perché davanti a Dio la sua salvezza è già donata, la sua gradevolezza è affermata.

Questo è il motivo per cui il Vangelo è così forte: «Io non mi vergogno del Vangelo (dice Paolo) perché so che il Vangelo è potenza di Dio capace di salvare chiunque crede, prima il Giudeo, poi il Greco».

Vuole dire che il Vangelo è una piccola parola che libera la struttura portante del mondo. Provo a spiegarmi: l’amore di Dio è quello che ha creato il mondo; l’amore di Dio è quello che ha creato ciascuno di noi e l’amore di Dio sta dentro a tutte le realtà, a tutto quello che esiste, solo che dentro a queste realtà non è sempre facile vedercelo.

Io guardo il mare, e non faccio una grande fatica a vedere nel mare di Bocca di Magra un segno dell’amore di Dio. Ma non sempre il mare è gradevole e attraente come il Tirreno, il mar Ligure in questi giorni; a volte il mare è spaventoso, è pericoloso e minaccioso. Il mondo che abbiamo intorno è in alcuni momenti bello, ma in altri spaventoso.

Che cosa mi dice il mondo?

Mi parla di amore o di indifferenza? La natura mi vuole bene o mi è matrigna, quindi indifferente alla mia sorte? Non e poi così facile decidere quale delle due è la visione giusta; se posso fidarmi di un amore che mi sostiene o se debbo mettermi in un atteggiamento di diffidenza davanti alla vita, perché la vita mi può tradire e, a volte, mi ha tradito, perché il mondo mi ha schiacciato o, un giorno o l’altro, mi schiaccerà. Non è così chiaro che debbo scegliere e riconoscere l’amore.

Questo mi dice il Vangelo.

Il Vangelo mi dice che «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito».

Vuol dire che il Creatore del mondo ha nei miei confronti, nei confronti di ciascuno di voi un atteggiamento di amore e di benevolenza, ha un atteggiamento di bontà, di misericordia, di fedeltà.

Il Vangelo mi dice che io posso affidarmi all’amore di Dio in questo mondo, anche se la vita nel mondo passa attraverso tanti distacchi o sofferenze, anche se la vita nel mondo dovrà fare i conti con la morte nell’esperienza umana. Nonostante questo il Vangelo mi dice che posso ritrovare nel mondo un segno dell’amore di Dio.

Posso vivere francescanamente: S. Francesco, da questo punto di vista, è un poeta, è una persona che ha nei confronti del mondo che lo circonda un atteggiamento di fiducia. Dà fiducia alle cose, addirittura al lupo di Gubbio. Sarà esagerato questo, ma se qualcuno riesce (senza essere santi), credo sia qualcosa di estremo e di radicale. Però un atteggiamento iniziale profondo di fiducia è possibile.

Fiducia nella vita, negli altri, in se stessi: ci sta anche questo ed entra dentro alla dimensione della fede.

Il fatto che noi impariamo a voler bene a noi stessi, ad accettarci, ad aver fiducia in noi stessi è tutt’altro che autosufficienza, che non vuol dire affermarsi contro, ma che vuole farci ritrovare questa struttura di amore che sta in fondo alla vita dell’uomo molte volte nascosta e resa oscura dagli avvenimenti. L’amore di Dio non si vede sempre chiaramente negli avvenimenti, però il Vangelo lo libera, lo fa vedere; il Vangelo ti aiuta a ritrovare la presenza dell’amore di Dio che è in tutta la natura, in tutta la storia, in tutta la struttura dell’uomo, in tutto il cammino culturale che l’uomo vive sulla terra.

In questo senso il Vangelo diventa una chiave di interpretazione della realtà, una chiave non fantastica, perché fa riferimento a dei fatti concreti come la vita e la morte di Gesù Cristo, come la realtà del mondo che mi circonda, quindi non illusoria, però certamente una interpretazione che va nella direzione della fiducia, della positività.

Posso avere nei confronti del mondo un atteggiamento vitale di fiducia, che non è una fiducia nelle cose in se, ma fiducia in quel Dio che ha creato le cose, fiducia nelle cose in quanto creature del Signore, e quindi fiducia nella possibilità di rispondere a Dio con la mia vita.

Non so se questo discorso sia stato un pochino complicato. In ogni modo abbiamo due versetti da imparare: (Rm 1, 16-17)

Io non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco. È in esso – cioè del Vangelo – che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto (e questa è una citazione di Abacuc): Il giusto vivrà mediante la fede

E abbiamo detto questo: Ritrovare la gioia del Vangelo come una bella notizia:

c’è una bella notizia per noi, una bella notizia perché produce la salvezza.

Il Vangelo, dicevamo, non è solo una notizia verbale, ma è una forza di Dio che produce la salvezza, e solo la salvezza; la dannazione è possibile, ma solo come rifiuto del Vangelo stesso.

In che cosa consiste questa salvezza? Nella giustizia di Dio che dona gratuitamente a tutti gli uomini, attraverso Gesù Cristo, il perdono, la giustificazione, la giustizia, per cui l’uomo non ha più bisogno di procurarsi la giustizia con le sue opere, deve piuttosto accogliere la giustizia da Dio, quindi con la fede lasciarsi salvare.

Questo non vuole dire che le opere non siano da fare, vuole dire piuttosto che le opere scaturiscono dalla grazia di Dio come risposta a questa grazia stessa.

Proprio perché il Signore mi perdona, posso vivere in modo non egoistico, non pensando a me stesso, perché ci ha già pensato il Signore, e se uno vive in modo non egoistico, fa esattamente le opere dell’amore, perché amore e egoismo sono agli antipodi.

Fino a che mi preoccupo di me stesso, sono egoista e tutte le cose, alla fine, le faccio per me; quando smetto di preoccuparmi per me stesso, allora vengono fuori delle opere che sono libere, sono di amore autentico al Signore e agli altri. Quando questo avviene, il Vangelo ha liberato quella potenza di amore di Dio che sta dentro al mondo e mi ha aiutato a ritrovare la sicurezza della mia vita in un mondo che vedo non solo con gli occhi di chi vede dall’esterno, come gli occhi di uno scienziato o cose del genere, ma con gli occhi di chi vede nel mondo la creazione di Dio, quindi il segno dell’amore di Dio per me.

Ritrovare questo, vuol dire ritrovare il fondamento di una libertà interiore. La fede produce una vita libera, vuole produrre una vita libera.

Vedremo domani quello che viene come conseguenza.

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