AFFERRATO DA CRISTO – 10

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

Omelie
1ª Penitenziale

Parola di Dio: (Mic 6, 1-8 – Sal 50 (49) – Lc 7, 36-50)

Proviamo a fare il cammino indicatoci dalla Parola del Signore che abbiamo ascoltato.

E il cammino incomincerà, come avete sentito, con una citazione in tribunale: è il Signore che ci convoca e sporge querela contro di noi. «Ascoltate dunque ciò che dice il Signore: Su, fa’ lite con i monti, i colli ascoltino la tua voce! Ascoltate, o monti, il processo del Signore e porgete l’orecchio, o perenni fondamenta della terra, perché il Signore è in lite con il suo popolo, intenta causa con Israele».

E siccome il popolo del Signore siamo noi, il Signore ha una lite, un processo con noi.

Dobbiamo, dunque, sentire l’accusa del Signore e notate come inizia l’accusa di Dio. «Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondimi. Forse perché ti ho fatto uscire dall’Egitto, ti ho riscattato dalla casa di schiavitù e ho mandato davanti a te Mosè, Aronne e Maria? Popolo mio, ricorda le trame di Balak e di Moab, e quello che gli rispose Balaam, figlio Beor. Ricordati di quello che è avvenuto da Sittim a Galgala, per riconoscere i benefici del Signore».

Allora vuoi confessarti bene? Prima di tutto ricorda quello che il Signore ha fatto per te; devi riconoscere i benefici del Signore, devi riconoscere che il Signore la sua parte di impegno e di fedeltà ce li ha messi, che se tu fai l’elenco delle opere del Signore nella tua vita, trovi semplicemente delle opere di bene.

Che cosa ha fatto il Signore per noi? Ci ha fatto uscire dall’Egitto: è un peccato questo? «Ho mandato davanti a voi Mosè, Aronne e Maria», cioè ci ha dato delle guide, e ha fatto male il Signore a fare questo? Nel deserto ci ha nutrito con la manna e ci ha dato da bere con l’acqua della roccia: è forse una mancanza di fedeltà questa?

No, il Signore la sua parte l’ha fatta proprio bene.

E, in fondo, un sacramento della penitenza potrebbe incominciare proprio così. Uno racconta e riconosce, davanti al Signore, tutto quello che ha ricevuto, tutto quello di cui è debitore verso il Signore, perché capire che siamo debitori ci rende molto più consapevoli del nostro peccato e della nostra infedeltà, perché, se Dio fosse un Dio avversario o nemico, i miei peccati perderebbero tutta la loro maledizione. Ma se Dio è davvero Padre, se è davvero misericordioso, se è davvero fedele nei miei confronti, allora il mio peccato è mancanza di riconoscenza, è mancanza di comunicazione con l’amore e la fedeltà e la misericordia di Dio.

Quindi si parte di lì.

Il Signore, prima di tutto ci fa ricordare quello che ci ha donato e quello che ha fatto per noi. Naturalmente, ciascuno potrebbe fare l’elenco dei benefici del Signore nella sua vita e, se uno fa fatica a trovarne, per lo meno può andare a cercarli nella Bibbia, può andare a scoprire che Dio ha donato per noi il suo Figlio.

Questo lo possiamo dire tutti: «mi ha amato e ha dato se stesso per me». C’è quindi un dono, quale che sia stata la mia vita, fortunata o sfortunata: Gesù Cristo è morto per me. E questo dono del Signore è il fondamento della fedeltà che io riconosco a Lui: primo.

Secondo: allora il popolo risponde così di fronte a questa citazione:

«Con che cosa mi presenterò al Signore, mi presenterò al Dio altissimo? Mi presenterò a lui con olocausti, con vitelli di un anno? Gradirà il Signore le migliaia di montoni e torrenti di olio a miriadi? Gli offrirò forse il mio primogenito per la mia colpa, il frutto delle mie viscere per il mio peccato?»

E vuol dire, si, riconosco di aver ricevuto tutto; allora, cosa debbo fare? Devo andare a regalare al Signore sacrifici, montoni, vitelli, capri? Al limite, il mio primogenito, quello che mi è più caro, devo offrirlo al Signore? È questo che il Signore vuole?

Vuole un cambio per i doni che mi ha dato?

No, il Signore non vuole un cambio e la religione non è un commercio continuo per cui riceviamo qualche cosa e diamo qualche cosa per pareggiare il conto. Ci chiede un’altra cosa:

«Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio».

Notate, «Praticare la giustizia» vuol dire l’onestà verso gli altri; «vivi in società», l’uomo vive naturalmente in società: bene, che vivendo in società, rispetti attentamente i diritti degli altri.

«Praticare la giustizia»: a Dio un popolo ingiusto e di ladri non gli sta bene; quando si è voluto costruire un popolo, lo ha voluto onesto.

Quindi, questa è la prima cosa che il Signore ti chiede: l’onestà nei confronti degli altri. La seconda è amare la pietà, e con il termine pietà si intende quello che noi, in questi giorni, abbiamo chiamato «la fede», l’atteggiamento di amore e di risposta benevola nei confronti del Signore, cioè stare davanti al Signore, volendo bene al Signore, riconoscendo che è il Signore Dio, dando a Dio quello che gli spetta; così come, debbo riconoscere agli altri i loro diritti, debbo riconoscere a Dio, non tanto i suoi diritti, ma forse non è la parola giusta ma riconoscere a Dio il posto che gli spetta perché è Dio.

Quindi, riconoscerlo come mio Signore e riconoscerlo come mio Padre, con la devozione, con l’amore, con la dedizione che è propria di un figlio.

«Amare la pietà», metterti davanti a Dio con un cuore filiale.

E finalmente, «camminare umilmente con il tuo Dio», e umilmente vuol dire sapendo riconoscere la tua statura, perché sarai anche intelligente e forte e ricco, ma sei piccolo, piccolo ugualmente: sta al tuo posto, senza pretendere di essere il padrone del mondo, riconoscendo che il mondo l’ha già fatto un Altro e che non tocca a te né farlo, né salvarlo. Camminare umilmente con il tuo Dio, quindi riconoscendo il tuo posto.

Allora tre cose vuole il Signore: la prima, che tu rispetti gli altri; la seconda, che tu rispetti Dio; la terza, che tu stia al tuo posto, che tu rispetti te stesso, riconoscendoti per quello che sei.

Questo vuole, non dei sacrifici; questa è la vera offerta, questo è il vero sacrificio che Dio ti comanda.

E, se avete notato, lo stesso discorso è nel salmo che abbiamo ascoltato, il Salmo (49) 50, dove c’è ancora il Signore che convoca il suo popolo in tribunale, convoca la terra, convoca a giudizio il suo popolo: «Davanti a me riunite i miei fedeli, che hanno sancito con me l’alleanza offrendo un sacrifico».

Siamo legati da un contratto, i contratti vogliono onorati; vediamo se Israele ha onorato il suo patto, se Israele è stato fedele a quello a cui si era impegnato: «Io sono Dio, il tuo Dio».

A che cosa si era impegnato Israele e che cosa gli chiede il Signore? Notate: «Non ti rimprovero per i tuoi sacrifici, i tuoi olocausti mi stanno sempre davanti», cioè il Signore dice: non mi lamento perché tu hai fatto pochi sacrifici; ne hai fatti tanti e te lo riconosco, come riconosco che sei tanto religioso.

Ma sta’ attento, primo, al non identificare la religione ad un commercio (come dicevamo prima): tu offri al Signore capri e vitelli e hai il diritto di ricevere dal Signore la benedizione.

Non sono i capri e i vitelli quello di cui Dio ha bisogno, perché Dio non mangia la carne: questa è la concezione della mitologia babilonese.

Nella mitologia babilonese, gli dei avevano creato gli uomini perché gli uomini, facendo sacrifici, dessero da mangiare agli dei. Ma il Dio di Israele non mangia la carne dei sacrifici dell’uomo.

Vuole un’altra cosa: «Offri a Dio un sacrificio di lode, sciogli all’Altissimo i tuoi voti; invocami nel giorno della sventura: ti salverò e tu mi darai gloria».

Che vuol dire: quello che il Signore vuole è quello che stiamo facendo adesso. Celebrando il sacramento della penitenza, noi riconosciamo che Dio è Dio, che è fedele, quindi ci prendiamo le colpe noi.

E nel momento in cui ci prendiamo questa colpa, ci presentiamo davanti al Signore col desiderio di essere perdonati e che il Signore manifesti la sua misericordia. È questo che il Signore vuole: un atteggiamento di umiltà e di fiducia in Lui, di amore verso di Lui.

E proprio per ottenere questo, il Signore ci richiama ai nostri comportamenti sbagliati, cioè alle violazioni dei comandamenti, le trasgressioni, come dicevamo questa mattina.

«All’empio dice Dio» e all’empio vuole dire poi a noi, «perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che detesti la disciplina e le mie parole te le getti alla spalle?».

E vuole dire: non serve il parlare tanto di Dio per essere religiosi, perché se tu ne parli tanto e poi, in realtà, le parole di Dio te le getti alle spalle, cioè non le metti in pratica, tutto quello che tu dici non serve a niente.

Se tu parli di religione, ma detesti la disciplina, cioè detesti tutto quel cammino lento e faticoso che è necessario per mettere in pratica la volontà di Dio, la legge di Dio, allora tutta la tua religione è superficiale e insufficiente. Per cui, «se vedi un ladro, corri con lui» (7° comandamento); «degli adulteri ti fai compagno» (6° comandamento); «abbandoni la tua bocca al male e la tua lingua ordisce inganni. i siedi, parli contro tuo fratello, getti fango contro il figlio di tua madre» (8° comandamento), e sembra che all’ottavo comandamento il Salmo dia un’importanza particolare, ci mette infatti quattro righe sul comandamento del non dire falsa testimonianza: non sparlare dell’altro.

«Abbandoni la tua bocca al male», anzi, se uno dovesse tradurre letteralmente (non si può in italiano), sarebbe: «tu getti la tua bocca nel male», cioè ci pigli gusto a sparlare, ad infangare il tuo fratello.

«Hai fatto questo e io dovrei tacere? Forse credevi che io fossi come te?».

Cioè, Dio dice: Non mi lascio comperare dai tuoi sacrifici e non mi tappano la bocca, quando c’è una ingiustizia io te la sbatto in faccia, ti metto di fronte a quello che sei.

Dio non si lascia comperare o ricattare dal comportamento dell’uomo:

«Ti rimprovero, ti pongo innanzi i tuoi peccati. Capite questo voi che dimenticate Dio, perché non mi adiri e nessuno vi salvi. Chi offre il sacrificio di lode, questi mi onora, a chi cammina per la retta via mostrerò la salvezza di Dio».

«Chi offre il sacrificio di lode» è, dicevamo, quello che stiamo facendo, perché il sacramento della Penitenza è l’offerta del sacrificio di lode in cui noi riconosciamo il nostro peccato e riconosciamo l’onestà di Dio, la sua giustizia e fedeltà.

E questo discorso culmina nel Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato, dove si tratta di capire chi è che, davanti al Signore, è nell’atteggiamento religioso più corretto e giusto.

E ci sono, come avete notato, due personaggi davanti a Gesù: il fariseo che lo ha invitato a cena e la donna peccatrice.

La domanda è: chi dei due è il più religioso? E, non c’è dubbio, il più religioso è il fariseo, il religioso per eccellenza, che ha fatto della religione una scelta consapevole, impegnata, diremmo noi.

La donna peccatrice i suoi peccati ce li ha, e quindi dal punto di vista religioso ha violato il sesto comandamento e qualcun altro ancora; in ogni modo il sesto comandamento è al di fuori della sua logica.

Si presentano tutti e due davanti al Signore e, stranamente, capita che, davanti al Signore, la loro posizione viene capovolta. Vediamo come.

La donna, nella casa del fariseo che aveva invitato Gesù, fa’ quei gesti che ricordate:

«Si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, ecc.». In qualche modo si attira il giudizio della gente; è un comportamento che suscita mormorazioni, dato che noi siamo velocissimi a giudicare e a valutare le persone, quindi questa donna si è messa sotto il giudizio di tutti quelli che erano nella casa.

«A quella vista il fariseo che lo aveva invitato pensò tra se: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice”».

Tradotto vuol dire: un profeta, uno che vede davvero nel cuore degli uomini saprebbe che cosa c’è nel cuore di questa donna e non si lascerebbe toccare da lei. Dove si capisce un modo di ragionare che è notevolmente diverso da quello di Gesù Cristo.

Gesù sa che cosa c’è nel cuore della donna e proprio per questo l’accoglie.

Secondo il fariseo, dovrebbe respingerla perché cosa deve comportarsi un profeta, un rappresentante di Dio. Ma, secondo Gesù, no; Secondo Gesù il rappresentante di Dio non è quello che respinge i peccatori, è quello che li accoglie.

Questo è costante in tutto il Vangelo: «non hanno bisogno di medico i sani; sono venuto a chiamare i peccatori a conversione». Per questo motivo Gesù entra facilmente a contatto con i peccatori per annunciare loro e donare a loro il perdono di Dio: è venuto proprio per questo.

Ma lì ci sono due concezioni diverse di Dio; per il fariseo, Dio è quello che respinge il peccatore; per Gesù Cristo, Dio è quello che respinge il male, ma accoglie e perdona il peccatore.

Di fatto, Gesù spiega questo a Simone: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Di’ pure».

«Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta».

Tutti e due sono debitori, ma uno grosso debitore e l’altro piccolo: chi dei due è nella condizione migliore? E naturalmente, quello che è debitore di cinquanta denari: avere un debito piccolo è più vantaggioso che averlo grande.

Questo si, ma qui succede il capovolgimento perché il padrone condona tutti e due i debiti e li cancella, e allora si capovolgono le sorti, perché «non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?».

Prima, il privilegiato dei due era quello dei cinquanta denari, dopo, lo diventa quello dei cinquecento. Forse perché è migliore? Ma no, perché ha ricevuto un perdono più grande e quindi ama con una riconoscenza più grande.

La quantità del perdono suscita una forza corrispondente di amore, e allora si capisce il capovolgimento. «Chi dei due lo amerà di più?» Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». «Ed è proprio così, dice Gesù».

Ma, dicendo questo, Simone si è tirato, diremmo noi, la classica zappa sui piedi, perché si è collocato nella condizione di chi ha un piccolissimo debito verso Dio. Tutti gli uomini hanno dei debiti verso Dio, ma Simone è convinto di avere un debito trascurabile, perché lui è un fariseo, lui è una persona religiosa, lui… (stavo per dire: a Messa ci va sempre) al Tempio ci va sempre, i sacrifici li fa, quindi si sente a posto. Ha un debito da poco, ma proprio perché ha un debito da poco, ama poco.

Il perdono di Dio lo sfiora appena, non ne sente la gioia, non ne sente la profondità, non ne sente il valore, in qualche modo lo trascura, lo disprezza: Cosa volete, sì Lui mi ha perdonato, ma poco, qualche soldo soltanto.

E invece, quando il debito è grande, quando uno ha rischiato di andare in galera per il debito, allora la cancellazione del debito diventa qualche cosa di grande e uno si sente davvero graziato. Il condannato a morte al quale, pochi minuti prima dell’esecuzione, viene concessa la grazia, grandemente esulta; e questa è la condizione della donna: questa donna ha trovato nell’amore del Signore il segno, il sacramento dell’amore di Dio e, proprio per questo, vive di gioia e di riconoscenza.

«Ti sono perdonati i peccati». «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace».

«La tua fede ti ha salvata» non vuole dire: Sei stata brava e allora ti perdono, ma vuole dire: Hai aperto il tuo cuore al perdono di Dio e questo perdono ti ha cambiata, puoi andare in pace.

Chi ha operato il perdono non è stata la donna, è stato Dio nella sua misericordia; ma questa donna, proprio perché aveva una esperienza triste di peccato, riceve un perdono che le porta e le produce gioia, consolazione e riconoscenza.

È quello a cui il Vangelo ci vuole portare: siamo convocati in tribunale da Dio, Dio ci ricorda tutto quello che ha fatto per noi nella nostra vita e nella storia della salvezza; ci mette davanti il nostro peccato.

Siamo quindi chiamati a convertirci.

Come? Dando a Dio qualche cosa? No, Dio non ha bisogno di niente, ma dando a Dio il riconoscimento del suo amore e del nostro peccato. Mettendoci nell’atteggiamento di questa donna che, rannicchiata ai piedi del Signore, esprime tutto il suo pentimento e tutta la gioia di essere accolta dal Signore.

È in questo che il Sacramento della Penitenza fa di noi delle creature nuove, ci introduce dentro a un atteggiamento nuovo.

E lo chiediamo proprio come dono, come miracolo del Signore, miracolo di un cuore che sappia amare, che sappia commuoversi, che sappia riconoscere il proprio peccato, che non si avvilisca affatto, ma che sappia, invece, riconoscere nella misericordia di Dio il motivo e la forza per ricominciare con coraggio e con gioia.

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