AFFERRATO DA CRISTO – 1

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

1ª Meditazione
Raggiunto da Gesù Cristo
La vocazione di Paolo

Preghiera:

[1,3] Mio Dio, ti ringrazio ogni volta che mi ricordo degli amici tuoi i cui sentieri si incrociano col mio.

[4] Sempre, in ogni mia preghiera per loro avverto un brivido di gioia.

[5] Sono riconoscente per la loro cooperazione alla diffusione del Vangelo.

[6] E sono persuaso che avendo incominciato in loro una buona opera, la completerai.

[7] Uno per uno li porto nel cuore, perché tutti sono partecipi della grazia, insieme a me,’ pronti a difendere e consolidare il tuo Vangelo.

(…)

[9] Ti prego che il !oro amore sempre di più si arricchisca in conoscenza e in ogni esperienza

[10] per saggiare le cose diverse, per essere onesti e irreprensibili nel giorno del giudizio e della ricompensa.

[11] Che tutti noi possiamo essere ricolmi di quei frutti di giustizia, ottenibili mediante te, Cristo Gesù, a lode e gloria di tuo Padre.

da “NEL SIGNORE GESÙ” – Hilsdale – EP

(dalla lettera al Filippesi cap. 1)

Questa preghiera, che corrisponde all’inizio della lettera ai Filippesi, ci serve da ingresso negli esercizi spirituali.

Sono questi esercizi spirituali un cammino che facciamo per crescere nella conoscenza e nell’esperienza delle cose del Signore. E perché quel cammino che il Signore ha iniziato nella nostra vita possa portarlo a compimento, lo affidiamo a Lui e ci affidiamo gli uni agli altri nella grazia del Signore. Cioè S. Paolo prega per i cristiani di Filippi. e sente di essere responsabile nei loro confronti, e credo che questa responsabilità ce l’abbiamo tutti, gli uni nei confronti degli altri. Il Signore ha creato dei legami tra noi, che sono legami di conoscenza, di simpatia, di amicizia, ma che, in ogni modo sono legami di fede.

Bene, questi legami ci fanno sentire sostenuti dalle persone degli altri e ci danno la responsabilità nei loro confronti. Di fatto, se gli esercizi vanno bene, andranno bene per la collaborazione di tutti.

Ci sarà il predicatore che tenterà di fare la sua parte, ma non basta certamente: è importante che ciascuno ci metta il suo desiderio di ricercare e di conoscere il Signore e che ci metta anche il senso di attenzione al cammino degli altri, per aiutarci gli uni gli altri con la preghiera e con la testimonianza.

Il cammino che faremo quest’anno negli esercizi spirituali si lascerà guidare soprattutto dalla persona di Paolo, dal messaggio di Paolo.

Come itinerario di fede, come vedrete, tutto il nucleo del pensiero Paolino gira intorno a questa affermazione di fondo: “che la vita cristiana è grazia di Dio da ricevere nella fede, quindi con una disponibilità del cuore che si lascia cercare e salvare dal Signore”. Su questo tenteremo di meditare seguendo appunto le lettere di S. Paolo. E partiamo (perché credo che non si possa partire in modo diverso) da una meditazione sulla conversione di S. Paolo.

La conversione è il momento decisivo della sua vita, non solo perché da quel momento cambieranno i suoi giudizi, ma perché tutto quello che Paolo dirà in seguito, tutta la sua teologia in riflessione, avrà proprio nell’esperienza della conversione il suo germe, il suo seme. Paolo fondamentalmente, non ha fatto altro che riflettere su quell’incontro che ha avuto con il Signore sulla via di Damasco, e ricavare da quell’incontro tutte le conseguenze possibili.

Forse ricordate che S. Agostino dice che, sulla via di Damasco, Paolo ha scoperto il corpo mistico di Cristo, che la Chiesa è il corpo mistico di Cristo. E uno si chiede: “ma come?”

Eh, dice S. Agostino, quando Paolo ha incontrato il Signore, Lui gli ha detto: “Io sono il Gesù che tu perseguiti”. Ma Paolo mica perseguitava Gesù, non l’aveva neanche conosciuto di persona: perseguitava la comunità di Gesù.

Se, dunque, perseguitando la comunità di Gesù ha perseguitato il Signore, vuole dire che la comunità è il corpo del Signore, il corpo di Cristo: Paolo l’ha capito. Quello che vale per la dottrina Paolina del corpo mistico (che è uno dei suoi grandi temi teologici) vale per molte cose: la giustificazione mediante la fede, su cui torneremo, un tema così importante per S. Paolo: più chiaro di così…!

Sulla via di Damasco che meriti aveva S. Paolo, perché il Signore gli andasse incontro e lo chiamasse a seguirlo: era il persecutore, era esattamente dall’altra parte, non aveva nessun merito, non poteva pretendere niente.

Ma sulla via di Damasco il Signore l’ha chiamato, per grazia, per pura grazia, senza merito alcuno da parte di Paolo, semplicemente perché il Signore è buono ed è ricco di grazia e di misericordia.

Paolo, quindi, ha scoperto che l’esistenza della fede è l’esistenza del dono, della grazia.

Quindi, credo, bisogna partire di lì, e in particolare partiamo dal brano più significativo in cui Paolo parla della sua conversione. Sono quattro o cinque i brani delle lettere di S. Paolo in cui l’apostolo ricorda l’esperienza sulla via di Damasco, a parte, s’intende, il racconto della conversione che negli Atti degli Apostoli è fatto addirittura tre volte: ma quello è S. Luca che racconta.

A noi, invece, interessa quello che dice Paolo di se stesso.

Il primo testo importante, quello che dovete imparare a memoria per questa meditazione, è il capitolo terzo della lettera ai Filippesi, nei versetti dal 3 in poi. Non è facilissimo, ma le cose centrali credo che siano comprensibili e tenteremo anche di spiegarle.

Dice Paolo (Fil 3, 3-14):

[3] Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù, senza avere fiducia nella carne,

[4] sebbene io possa confidare anche nella carne. Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge;

[5] quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge.

[7] Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo della conoscenza di Cristo.

[8] Anzi, tutto ormai lo reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato Perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo

[9] e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede.

[10] E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte,

[11] con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti.

[12] Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo.

[13] Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro,

[14] corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù”.

Così scrive Paolo e racconta la sua esperienza di vita: il punto di partenza è quel capovolgimento che ha sperimentato sulla via di Damasco.

Qual era il punto di partenza?

Le doti di Paolo, le prerogative, i privilegi di cui Paolo gode per nascita e per impegno personale.

Per nascita Paolo è fortunatissimo: è un ebreo e di una delle tribù storiche di Israele, appartiene alla tribù di Beniamino, alla tribù da cui è uscito il primo re, Saul, quindi appartiene al nucleo centrale dell’esperienza di Israele.

“Ebreo da Ebrei”: quindi ebreo per nascita, perché i suoi genitori e i suo nonni erano ebrei, e fin qui sono privilegi che ha ricevuto per nascita, ma poi ci sono quelli che ci ha messo con il suo impegno.

Dice: “Fariseo quanto alla legge”: fariseo vuoi dire “consacrato”, vuoi dire che ha scelto di appartenere a quel gruppo di ebrei che si impegna ad una osservanza più stretta della legge. Il fariseismo è questo: e una parte di Israeliti che liberamente aderiscono ad un impegno legale più forte, per cui, se la legge comanda 27, i farisei fanno 32, per dire: “facciamo la legge e qualcosa di più che non è comandato, qualche cosa di super-erogatorio, per stare nel sicuro, per essere osservanti della legge in modo perfetto”.

Paolo è un fariseo e non solo, è “un persecutore della Chiesa”, tanto zelante per la fede da perseguitare quella che ritiene essere una eresia, uno scisma e, addirittura, “irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge”. Cioè, per quanto riguarda l’obbedienza ai comandamenti di Dio, non ha nessun rimprovero da farsi. Non credo che sia molto facile essere in una condizione religiosa come questa. “Io ho osservato la legge di Dio sempre, fin dalla mia giovinezza”.

Paolo ha ragione e gli dobbiamo riconoscere la coscienza buona, pulita; non sta barando, è veramente quello che ha sempre osservato la legge di Dio, con perseveranza e con impegno. Queste sono le sue prerogative, le sue sicurezze e, dal punto di vista religioso, Paolo può presentarsi davanti a Dio con delle buone credenziali, può andare davanti a Dio e dirgli: “Ho sempre osservato i tuoi comandamenti, non ho mai trasgredito una tua legge”.

Paolo può fare questo.

E, torno a dire, non sono molti gli uomini che possono fare e dire questo. Potete fare il confronto con il giovane ricco del Vangelo, quello che va incontro a Gesù. “Che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. “Osserva i comandamenti”. “Li ho osservati fin dalla mia giovinezza”.

Per quanto riguarda la legge ha sempre fatto tutto quello che è raccomandato.

Potete fare il confronto con il fariseo della parabola. Nel cap. 18 di Luca si parla di un fariseo il quale va al Tempio a pregare e si presenta davanti al Signore dicendo: “O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri”.

Ed è vero che gli uomini sono così. “Non sono come gli altri uomini, neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana”.

Poi non era obbligatorio pagare la decima di tutto: le decime si pagavano solo su alcuni prodotti della terra, non su tutto quello che si possedeva. Questo fariseo, quindi, fa più di quanto era comandato. Si presenta davanti al Signore con le sue ricchezze umane e religiose.

Paolo è esattamente in quella condizione. Dice: “Se qualcuno può vantarsi della carne, io più di lui; se qualcuno può vantarsi delle sue capacità umane, io ancora di più” e, naturalmente, ci possiamo mettere nei panni di Paolo e ciascuno di noi può fare il conto delle sue sicurezze.

Per vivere qualche sicurezza bisogna averla. Voi, in che cosa avete messo la vostra sicurezza? Che cos’è che vi permette di vivere con un tantino di fiducia, portando il peso dell’incertezza del futuro o il peso del rapporto con gli altri? La virtù (questa era la sicurezza di Paolo) e ce ne sono delle altre: la posizione sociale è una sicurezza, la ricchezza, l’abilità, la cultura; ce ne sono chissà quante e ciascuno può fare un pochino l’esame delle sue.

“Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo della conoscenza di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù Cristo, mio Signore, per il quale io ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivate dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede”.

Non è forse facilissimo il brano, ma credo che ci si salti fuori.

Paolo, sulla via di Damasco, ha capovolto radicalmente il suo modo di pensare e non perché fosse insoddisfatto di quello che era; della sua fedeltà alla legge Paolo era soddisfattissimo, tanto appunto da diventare persecutore della Chiesa. Non aveva dei sensi di colpa o cose di questo genere e però, sulla via di Damasco la sua vita è stata spezzata in modo inatteso; tutte le sue sicurezze sono andate in frantumi; tutto quello che dal punto di vista umano per lui era un guadagno, cioè una ricchezza, è diventato per lui una perdita. Non solo lo ha considerato un niente, ma lo ha considerato negativo.

Perché?

Perché tutto quello che dal punto di vista umano era un guadagno, era sorgente per lui di autosufficienza.

Io basto a me stesso, io sono così bravo che non ho bisogno di niente e di nessuno, che non ho bisogno neanche di Dio. Se io sono virtuoso, onesto e generoso, se io sono saggio, se io sono… (e metteteci tutti gli aggettivi che volete), che bisogno ho di Dio, che bisogno ho degli altri, che bisogno ho di Gesù Cristo? La sicurezza umana, anche la sicurezza della nostra virtù, cioè dell’uomo che si è dato da fare con una ascesi grande e che è arrivato a controllare il suo respiro, i suoi pensieri e le sue azioni, anche questa sicurezza dell’uomo che si è preso in mano (dal punto di vista spirituale) che cos’è?

Una forma di autosufficienza: non ho bisogno di niente, neanche di Dio.

Sulla via di Damasco è proprio questa autosufficienza che è andata in crisi.

Paolo dice: “Ho buttato via tutto quello che era la mia sicurezza, tutto quello che era il mio patrimonio personale, perché m’interessa qualcos’altro”.

Che cosa?

Non una giustizia derivante dalla legge, cioè dalle mie capacità, ma quella che deriva dalla fede, cioè dal dono della grazia di Dio, o se volete (è esattamente lo stesso) da dono di Gesù Cristo. Mi interessa Gesù Cristo.

Gesù Cristo è il dono di Dio all’uomo, è il perdono di Dio, è la redenzione, la grazia, è la salvezza di Dio. Metteteci tutti i sostantivi che volete: Gesù Cristo è tutto questo.

Bene, a me interessa riceverlo. Per riceverlo io ho bisogno di non essere autosufficiente, perché se io mi presento già come santo e perfetto non c’entra più Gesù Cristo nella mia vita.

Quello che è perfetto è concluso, non bisogna aggiungerci più niente; invece Paolo si rende conto di essere essenzialmente un bisognoso, un mendicante, un mendicante di vita e di giustizia.

Dice: Non mi interessa la mia giustizia, mi interessa quella che mi regala Gesù Cristo. Non mi interessa la mia santità, mi interessa la santità che mi regala Gesù Cristo. Non mi interessa la mia virtù autonoma, mi interessa la vita nuova che mi regala Gesù Cristo.

Questo è il cambiamento grande, che è il cambiamento della fede: avere fede vuole dire esattamente vivere di grazia, cioè vivere con la consapevolezza che la vita e la santità sono un dono del Signore, che non c’è un’autosufficienza in noi, ma che c’è invece una esperienza del ricevere che sta alla base di tutto quello che noi facciamo.

Se volete, per certi aspetti la questione è addirittura banale, perché dal punto di vista umano è evidente che prima uno riceve, e pare che nessuno sia stato in grado di decidere di nascere: lo ha deciso qualcun altro per lui, mettendolo al mondo. La vita si riceve.

Quello che vale per la vita fisica, vale per la santità, vale per la vita dello spirito. Anche questa l’uomo non se la costruisce. L’uomo la riceve in dono da Dio, poi, quando l’ha ricevuta, su questa base di vita potrà crescere, maturare, purificarsi, salire in alto e tutto quello che volete. Ma prima deve riceverla, deve passare da una vita considerata come possesso ad una vita considerata come grazia. È, dicevo, è il tipico della fede.

Abbiamo commentato qualche anno fa nel cap. 30 di Isaia al versetto 15, il brano famoso e stupendo, dove il Signore si rivolge ad Israele che cerca delle alleanze politiche, umane.

Gli Ebrei sono andati in Egitto per ottenere il suo sostegno militare contro l’Assiria, e questo tipo di comportamento a Dio non va giù, perché sembra al Signore che sia un abbandonarlo per andare a cercare aiuti umani. Dice (Is 30, 15-17):

[15] Poiché dice il Signore Dio, il Santo d’Israele: «Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza». Ma voi non avete voluto,

[16] anzi avete detto: «No, noi fuggiremo su cavalli». – Ebbene, fuggite! – «Cavalcheremo su destrieri veloci». – Ebbene, più veloci saranno i vostri inseguitori. –

[17] Mille si spaventeranno per la minaccia di uno, per la minaccia di cinque vi darete alla fuga, finché resti di voi qualcosa come un palo sulla cima di un monte e come un’asta sopra una collina.»

È il discorso fondamentale di Isaia.

Secondo Isaia l’uomo ha la possibilità di rimanere saldo nella vita solo attraverso l’atto di fede.

Certamente l’uomo può andare a cercare degli altri sostegni umani: i cavalli. Il cavallo è una sicurezza grande quando si combatte per sfuggire al nemico, perciò hanno detto gli Israeliti: “Noi fuggiremo su cavalli, noi vogliamo avere la sicurezza dei cavalli, cioè vogliamo avere la sicurezza degli strumenti umani, per difenderci dai nemici o da quelli che ci minacciano”. “Ebbene, fuggite!”.

Il che vuoi dire: Volete scegliere questa strada? Potete farlo, ma quello che ne verrà fuori sarà una vita che consiste nel fuggire sempre, perché, sfuggiti ad un pericolo ne incontrerete un altro, sfuggiti ad un secondo ne incontrerete un terzo, e all’infinito non farete altro che scappare. Fino a che non vi fermate e non vi appoggiate sul Signore, la vostra vita sarà una paura continua, e basterà una persona per spaventarne mille, cioè basteranno dei piccoli ostacoli per mettervi in ansia e in turbamento interiore. Anche le cose da niente vi spaventeranno.

C’è un’unica possibilità: nella conversione, nell’abbandono confidente, nel sapere, cioè, che c’è un amore di Dio che sostiene e che protegge la vostra vita.

Non potete sfruttare questo amore di Dio a vostro piacimento: dovete convertirvi, e convertirsi vuol dire cambiare davvero il modo di pensare e il modo di agire, e nella conversione potete stare nella confidenza, nell’abbandono, nella fiducia, nella sicurezza che vengono dal Signore.

Allora: da una vita vissuta come autodifesa (“no, noi fuggiremo su cavalli e correremo su destrieri veloci”) ad una vita dove la difesa fondamentale è affidata al Signore, e uno può vivere con quella fiducia, speranza e sicurezza che gli vengono da Lui.

Dicevo, è il passaggio da una vita considerata come un possesso mio ad una vita considerata come qualcosa che mi viene dal Signore, come un dono.

Lo abbiamo ricordato altre volte, quando il Signore chiama Abramo (Gen. 12) gli dice: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti mostrerò”. Il Signore fa ad Abramo una proposta sorprendente perché gli dice: “Lascia una terra e ti darò una terra”. “Che cosa ci guadagno?” può dire Abramo. “Ci guadagni il Signore”.

La terra che tu lasci è la terra di Abramo, la terra che tu trovi è la terra di Dio. Lasci quello che è un possesso e ricevi quello che è un dono. Quello che c’è di nuovo nel dono e appunto l’amore di Dio.

Su quella terra che io ti do, tutte le volte che tirerai giù un grappolo di uva dalla vite, potrai dire: “Signore, grazie!”. E il dire: “Signore, grazie!” vuoi dire che ci sei tu, che c’è l’uva sulla vite, ma che c’è anche il Signore che la dà, ed è questa presenza del Signore che diventa la tua garanzia e la tua sicurezza. Le piccole cose della vita di tutti i giorni rimangono quelle; non è che in Palestina la frutta sia migliore, semplicemente diventa il dono del Signore. E tutto quello che ricevi, puoi donarlo, e nel momento in cui doni, vinci la tua solitudine e vinci la paura di doverti difendere sempre e comunque da tutto quello che sta intorno a te.

Allora, il cammino che Paolo ha fatto è questo.

Torno a leggere. Dice:

“Ho considerato tutte queste cose come spazzatura al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge”.

Questa mia giustizia, dice Paolo, non mi interessa più, quella che io mi sono procurato con l’osservanza della legge. Mi interessa la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede, cioè quella che è dono, di cui debbo ringraziare, che debbo ricevere nell’atto di fede, come colui che apre il suo cuore e si lascia raggiungere dall’amore e dalla bontà del Signore.

E questo, continua S. Paolo: “perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti”.

E allora, questa esperienza di fede Paolo la prolunga nell’esperienza della conoscenza: il conoscere Gesù.

Conoscere Gesù vuol dire certamente la conoscenza esterna, conoscere quello che Gesù dice e fa; il che vuole poi dire: “Leggete il Vangelo!”, perché è nella lettura del Vangelo che si conosce Gesù, quello che dice e fa. Questo è fondamentale: se non si parte di li non succede niente di profondo. Bisogna partire di lì, dalla conoscenza esterna.

Naturalmente non basta la conoscenza esterna: uno può anche conoscere tutto il Vangelo a memoria e non conoscere Gesù Cristo, perché Gesù è persona, e il rapporto con Gesù Cristo è un rapporto di simpatia, di amicizia. Non basta conoscere quello che Gesù ha detto, bisogna conoscere quello che Gesù Cristo è. E questo richiede una sintonia spirituale, una comunicazione e un dialogo che diventi amicale, che diventi ricco dal punto di vista della condivisione, della compartecipazione.

Ma non basta nemmeno quello: la conoscenza di Gesù deve diventare conoscenza di fede.

Conoscenza di fede vuol dire imparare a vedere, diceva S. Paolo, la gloria di Dio sul volto di Gesù. Imparare a vedere sul volto umano di Gesù la bellezza e lo splendore di Dio stesso, la bellezza del suo amore, della sua santità, della sua misericordia.

Ecco dunque: conoscenza esterna: quello che ha detto e fatto; conoscenza interiore: quello che è come amico e interlocutore della nostra vita, ma quello che è come rivelatore di Dio, come immagine perfetta del Padre, colui che è pieno della pienezza della divinità.

Il volto misterioso di Dio per noi diventa conoscibile attraverso Gesù Cristo, perché: “il Verbo si è fatto carne e… noi abbiamo visto la sua gloria”.

Dall’atto di fede, quindi, inizia un cammino lungo, che è il cammino della conoscenza, che è un cammino che non finisce mai, perché la conoscenza di Gesù Cristo non è mai esaurita, così come non si esaurisce mai la conoscenza degli altri s’intende: una conoscenza personale, profonda delle persone non è mai esaurita.

La persona ha sempre in se una profondità di mistero che non riusciamo a cancellare, a superare, a vincere del tutto.

E quello che vale per gli altri vale certamente per Gesù Cristo, quindi una conoscenza che è progressiva, anzi, che diventa una conformità a Gesù Cristo, perché quella conoscenza che abbiamo del Signore non ci lascia a livello della conoscenza, ma ci rende partecipi dei suoi lineamenti, della sua fisionomia spirituale, della sua vita, per cui posso conoscere Lui, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti.

Conforme nella morte: quella che una volta si chiamava “formazione” viene proprio da termini come questo di S. Paolo. “Formazione” non vuol dire mettere addosso ad una persona uno stampo, una forma che lo costruisca dal punto di vista esterno; formazione vuol dire fare in modo che in una persona il cuore, l’interiorità, lo spirito si plasmi secondo la forma di Gesù Cristo, assomigli a Gesù Cristo con una conformità che è opera dello Spirito Santo.

La conoscenza del Signore, quindi, tende ad assimilarci a Lui, il che poi non è una cosa strana: pare che questo capiti in tutte le buone famiglie.

Quando un marito e una moglie si vogliono bene c’è una conformità che cresce: conformità non vuol dire che ciascuno perde la sua identità, al contrario! Ciascuno ritrova se stesso proprio nell’accoglienza dell’altro, nella somiglianza con l’altro. I santi assomigliano tutti, stranamente, a Gesù Cristo, ma sono così diversi l’uno dall’altro che è una cosa bellissima. Non hanno perso l’identità, non hanno perso la personalità (diremmo noi): l’hanno in fondo trovata proprio nel dialogo con il Signore, che mi fa essere pienamente me stesso, proprio perché mi pone di fronte alla ricchezza dell’amore, della verità e della santità.

E finalmente, continua S. Paolo; “Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù in Cristo Gesù”.

Dalla fede e dalla scelta di fede viene fuori, quindi, un’esistenza che Paolo paragona alla corsa. L’immagine che Paolo usa è simpatica.

Paolo si ritiene raggiunto da Gesù Cristo. “Raggiunto”, che è il senso proprio del verbo, è tradotto in italiano con “conquistato”. “lo sono stato raggiunto da Gesù Cristo”. E questo vuole dire che Gesù Cristo prima aveva corso lui, e nella sua corsa Gesù Cristo aveva un traguardo, si era proposto una meta, e questa meta era Paolo. Gesù Cristo voleva raggiungere Paolo, gli è corso dietro e lo ha raggiunto sulla via di Damasco. Gesù Cristo è stato più forte di Paolo da quel punto di vista, ha raggiunto quello che si era proposto come una sua meta.

Da quel momento le parti si sono capovolte, ed è Paolo che comincia a correre, e la meta di Paolo, adesso, è Gesù Cristo. È Paolo che corre dietro a Gesù Cristo perché lo vuole raggiungere, perché vuole arrivare a quella meta che è Gesù Cristo stesso.

Paolo è stato raggiunto, e questo è pura grazia; adesso corre, e questo è tutto il cammino della vita cristiana, ed è un cammino lungo e faticoso, è un cammino che chiederà a Paolo immensi sacrifici; dovrà fare dei pellegrinaggi che fanno impressione se uno ci pensa oggi. Dovrà attraversare tutto l’impero romano e lo dovrà attraversare in mezzo a fatiche e persecuzioni.

Se voi leggete nella seconda lettera ai Corinzi, alla fine del cap. 11, vi rendete conto che cosa Paolo abbia sopportato nel correre dietro a Gesù Cristo.

Ma ormai questa è diventata la sua vita. Paolo sa di non essere giunto, quindi non è l’arrogante che dice “ormai ho raggiunto la meta”, ma non è neanche il disperato che dice che “Gesù Cristo è troppo avanti, troppo in là, non lo raggiungerò mai”.

Corre, invece, con la fiducia di poter raggiungere Gesù Cristo.

Questa immagine della corsa la trovate all’inizio del cap. 12 della lettera agli Ebrei e ci fermiamo su questo.

Dopo una lunga presentazione della storia della salvezza come una storia della fede, la lettera agli Ebrei dice: “la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono”. Avere fede, quindi vuol dire camminare nella vita sulla base della Parola di Dio, dando più importanza alla Parola di Dio, che è difficile da verificare, che non alle cose esterne, concrete, che sono immediate e verificabili. Sono vere le cose esterne, ma la Parola di Dio, per chi crede, è ancora più vera, ancora più solida e più sicura. Vivere di fede vuol dire vivere sulla base di questa convinzione, prendere la Parola di Dio come una roccia sulla quale l’uomo può fondare la sua sicurezza. Così hanno fatto in molti, dice il cap. 11 della lettera agli Ebrei, a cominciare dal giusto Abele, ma poi soprattutto Abramo, s’intende.

Il campione della fede è Abramo e con lui Sara, e c’è tutta una serie di personaggi che potete leggere nel cap. 11, che sono quelli che hanno dato buona prova di se, che hanno saputo sopportare anche persecuzioni, ostacoli, difficoltà, senza venire meno. Perché? Perché la Parola di Dio rimaneva, era sicura, solida anche in mezzo alle difficoltà.

Dopo aver fatto questa lunga carrellata di personaggi, l’autore della lettera agli Ebrei tira delle conseguenze.

Scrive questa lettera (che probabilmente doveva essere un’omelia, più che una lettera) perché i cristiani che aveva davanti erano stanchi, sfiduciati. Sentivano la fatica della vita cristiana così pesante da mollare lì, da non impegnarsi più di tanto, da rassegnarsi a quella che chiameremmo una mediocrità, non tanto aurea. Un comportamento poco significativo e, allora, l’autore della lettera agli Ebrei vuole in qualche modo dare un frustata che rimetta in cammino, che rigeneri la forza e la speranza. Per questo ha messo davanti il ritratto dei grandi della fede e di quello che loro hanno patito. Dirà ai cristiani a cui si rivolge:

“Badate che voi non avete ancora patito abbastanza; di fronte a quello che hanno patito gli altri, le vostre difficoltà e le vostre sofferenze sono minime, allora, coraggio, ripartite!”.

Così dice all’inizio del cap. 12 (Eb 12, 1-ss):[1] Anche noi dunque, circondati da un così grande numero di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci intralcia, corriamo con perseveranza nella corsa,

[2] tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli, in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio.

[3] Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di se una cosa grande ostilità da parte dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo.

[4] Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato

[5a] e avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli: Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore.

La prima immagine, dicevo, è quella della corsa: noi dobbiamo correre con perseveranza nella corsa che ci sta davanti. “Ma è un pezzo che corriamo e ci sembra di essere ancora lontani dal traguardo!”. Viene meno la fiducia e la forza.

“Guardati attorno, guarda a tutti quelli che hanno corso prima di te e che prima di te hanno faticato immensamente. Adesso loro sono arrivati al traguardo e aspettano con gioia che anche tu arrivi al traguardo aspettando di completare la loro gioia con la tua”. In qualche modo desiderano che tu continui a correre e che non ti lasci abbattere.

Così Abramo, così Isacco e Giacobbe desiderano la tua corsa, che tu non ti lasci avvilire.

“Circondati da un così grande numero di testimoni corriamo, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatone della fede”. In fondo il grande corridore e proprio Gesù.

E perché? Che cosa ha fatto Gesù?

“In cambio della gioia che gli era posta innanzi (probabilmente un riferimento alla risurrezione) Gesù si è sottoposto alla croce, disprezzando l’ignominia”. “Disprezzando l’ignominia” vuole dire che non ha avuto paura della vergogna, della sofferenza e della umiliazione della croce, che era la sofferenza del malfattore e del criminale: era il capestro. Neanche di questo ha avuto paura. La paura, dal punto di vista psicologico, Gesù Cristo l’ha provata, ma non al punto di tirarsi indietro, da smettere di correre e di obbedire al Padre.

(interruzione del nastro)

Andate avanti! Come? “Deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia”.

Allora, prima dovete buttare via il peccato, non c’è dubbio; “il peccato” vuole dire sbagliare strada: se tu corri, ma vai per la strada sbagliata, la corsa poi non serve tanto, anzi è peggio; quindi la prima cosa fondamentale è che tu trovi la strada giusta e butti via il peccato.

Il peccato è tutto quello che significa egoismo e quindi significa allontanamento dall’amore, dalla misericordia, dal rapporto con Dio, e quindi è quello che ti porta fuori strada.

Dovresti abbandonare non solo il peccato, ma anche tutto quello che è di peso.

Vuole dire, che se uno deve fare i 100 metri, di solito non si mette sulle spalle uno zaino con 50 chili dentro, altrimenti quella diventa una corsa col rallentatore. Se uno vuole correre veloce, deve avere meno impicci che si può, deve essere libero e sciolto. E questo vale esattamente per la vita cristiana.

Il tuo traguardo è Gesù Cristo: corri!

Ma se vuoi correre davvero, non avere troppe preoccupazioni, perché rallentano la tua corsa. E non è detto quante uno ne debba avere, ma il pasticcio sta proprio qui.

Per esempio, i soldi nella logica del Nuovo Testamento: non è proibito avere dei soldi, se uno li guadagna onestamente. Il pasticcio dei soldi è che, quando uno ne ha, ha tante preoccupazioni, perché li deve investire da una parte, deve controllare ogni giorno l’andamento della borsa, la svalutazione, e così via. Deve preoccuparsi di fare chissà quante dichiarazioni dei redditi o trovare il modo per non farle, o cose di questo genere, cioè si ha tutta una serie di preoccupazioni che di per se possono anche non essere negative, ma ti lasciano poco o niente spazio per il Signore e per i fratelli e per gli altri.

Se tu vuoi correre, nessuno ti dice quale peso puoi portare sulle spalle, però sta attento, perché se ne hai molto non riesci più a correre.

Allora devi avere questa lucidità: il cammino della vita cristiana ti chiede di rinunciare al peccato, ma ti chiede di rinunciare anche a quelle cose che non sono peccato, ma che rendono il cammino difficile o addirittura impossibile bloccandoti.

Ricordate la parabola del ricco stolto, il quale era diventato ricchissimo, ma non era arricchito davanti a Dio; non si dice che fosse diventato disonesto, si dice solo che non aveva pensato ad altro che ai soldi, e questo è un po’ poco per una vita corretta dal punto di vista cristiano.

Allora, tenendo presente questo:

“pensate attentamente a Colui che ha sopportato contro di se una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate fino a perdervi d’animo; non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato”.

Vuole dire: è vero, avete faticato, ma non siete ancora morti martiri, quindi fatevi coraggio. Ci possono essere dei pesi e della sofferenze ancora più grandi, ma non lasciatevi spaventare da quello che avete patito finora: c’è chi ha pagato di più.

Così intende la lettera agli Ebrei, e così, credo, voleva dire S. Paolo quando parlava di questa corsa nella quale, ormai, consiste la sua esistenza.

Riassunto: ci interessava una meditazione sulla conversione di S. Paolo.

Abbiamo trovato questa meditazione nella lettera ai Filippesi, cap. 31 dal 3 al 5. Le cose che Paolo dice in quella lettera sono:

  1. La sua vita, sulla via di Damasco è stata capovolta, nel senso che ha rinunciato a tutte le sicurezze umane che lui possedeva per vivere della sicurezza che gli veniva donata da Gesù Cristo, da Dio attraverso Gesù Cristo, quindi per vivere di grazia, non di possesso.

  2. Abbiamo riflettuto sul fatto che questo è esattamente la struttura dell’atto di fede: avere fede vuol dire vivere sulla base del dono di Dio e abbiamo riflettuto, per questo, Isaia 30,15 e seguenti.

  3. Da questa fede nasce un cammino di conoscenza progressiva del Signore. Questo cammino di progressiva conoscenza del Signore può essere paragonato ad una corsa nella quale, una volta che Cristo ha raggiunto noi (e, se siamo qui;a Bocca di Magra, in qualche modo ci ha raggiunti), noi corriamo per raggiungere Lui, in quella dimensione della fede che ricordavamo, con davanti a noi l’immagine del Signore, di Gesù, come il primo che ha corso l’itinerario in modo perfetto, in modo che ci faccia da modello, da stimolo e mettendo da parte il peccato e tutto quello che, pur non essendo peccato, intralcia e rende il cammino più faticoso e più lento.

Ecco, il tempo che abbiamo adesso è tempo di riflessione e di silenzio.

Non è facilissimo, perché siamo in molti, ma proprio per questo credo che il senso di responsabilità debba diventare ancora più grande.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.