3 – NDE – Elisabeth Kübler-Ross: a) le NDE confermano che esiste una vita oltre la morte

Elisabeth Kübler-Ross (1926-2004), come risulta da Wikipedia, “è stata una psichiatra svizzera, considerata la fondatrice della psicotanatologia e uno dei più noti esponenti dei death studies”.  La sua notorietà è dovuta soprattutto al suo “modello a 5 fasi” (negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione), che, ” (…) elaborato nel 1970, permette di capire le dinamiche mentali più comuni della persona cui si è diagnosticata una malattia terminale”. Sin dal 1958 la Kübler-Ross si era trasferita dalla Svizzera negli USA, dove per molti anni aveva lavorato in un ospedale di New York. Dalle sue esperienze con i malati terminali aveva tratto il libro La morte e il morire, pubblicato nel 1969, che aveva fatto di lei “(…) una vera autorità sull’argomento”. Chiave del suo lavoro era stata ” (…) la ricerca del modo corretto di affrontare la sofferenza psichica, oltre che quella fisica”.

Non esiste su youtube un video in italiano nel quale la Kübler-Ross parli delle esperienze di premorte. L’unico video in italiano presente è questo,  del 1972, dal quale si può percepire, oltre che la preparazione, l’alto livello di intuizione ed empatia di cui la Ross era dotata:

Orbene in Wikipedia, alla voce “Esperienze ai confini della morte”, voce che espressamente tratta delle NDE, vengono citati Moody, Brune, van Lommel, Schwartz, Socci, Facco (tutti personaggi che si avrà modo di citare, esaminare ed ascoltare in seguito); ma non vi è cenno di Elisabeth Kübler-Ross (e, per inciso, neanche di Jeffrey Long, di cui si avrà modo di parlare diffusamente nel prosieguo).

Eppure, chi si appresti a leggere il libro “La vita oltre la vita” del dr. Raymond A. Moody jr., volume che nell’ormai lontano 1975 portò alla ribalta della pubblica opinione il fenomeno NDE, sin dalle prime righe si troverà a leggere un breve scritto di Elisabeth Kübler-Ross, che del libro curò addirittura la presentazione. Cosa abbastanza ovvia, ove si consideri che la psichiatra era un’autorità nel campo.  La presentazione della psichiatra, però, inizia con queste parole: “Ho potuto leggere prima della pubblicazione La vita oltre la vita di Raymond Moody e sono lieta che questo giovane studioso abbia il coraggio di riunire i frutti delle sue ricerche e di renderli noti al pubblico”; e, ad abundantiam, termina con queste parole: “Raccomando questo libro a chiunque abbia una mente aperta e mi rallegro con il dottor Moody per il coraggio che ha dimostrato pubblicando il frutto delle sue ricerche”.

Coraggio?? Ci vuole forse coraggio, per pubblicare i risultati di una ricerca? La cosa sarebbe da approfondire, ma a chiunque non soffra di ipocrisia allo stadio terminale credo risulti chiaro a cosa alludeva la Kübler-Ross. E viene da pensare ad un certo Subrahmanyan Chandrasekhar, astrofisico di origine indiana, scopritore del famoso “limite” che porta il suo nome, secondo il quale, in base a calcoli quantistici, una stella nana bianca può essere stabile e non collassare in una stella di neutroni solo se ha una massa inferiore a 1,4 masse solari. Nel 1935, allorché Chandraskhar si trovava a Cambridge (dove aveva vinto una borsa di studio), il famoso sir Arthur Eddington, grande vecchio dell’astronomia britannica, ridicolizzò la teoria in un convegno della Royal Astronomical Society; fatto a seguito del quale l’astrofisico indiano si sentì costretto a lasciare Cambridge per l’Università di Chicago (dove – guarda caso! – insegnò poi anche la Kübler-Ross: chissà che non si siano conosciuti), avendo deciso che “non c’era alcun vantaggio a lottare per sostenere che io avevo ragione, e tutti gli altri torto. Avrei scritto un libro, esprimendovi le mie opinioni, e poi avrei messo da parte l’argomento”. La teoria dell’astrofisico indiano trionfò poi nel 1983 col premio Nobel, a scorno dei suoi detrattori (il principale dei quali, Eddington, era passato a miglior vita sin dal 1944). La sua fortuna fu che l’astrofisica, bene o male, era cosa per soli iniziati. Ma un medico che, in un clima culturale (e accademico) secondo il quale gli esseri umani sono solo corpi e basta (e ne sono in massima parte anche convinti), sostenga l’esistenza dello spirito e dell’aldilà…  sarebbe ritenuto un eretico, un apostata, un soggetto pericoloso, nella migliore delle ipotesi un illuso visionario…  Moody rischiava la professione, rischiava il pane, rischiava davvero grosso! Ecco perché era un coraggioso.

Ma torniamo alla presentazione della Kübler-Ross. In essa la psichiatra, dopo aver precisato di occuparsi ormai da 20 anni di pazienti affetti da malattie incurabili e di aver provato un interesse sempre più acuto per il fenomeno della morte, non si perdeva in giri di parole o prudenti equilibrismi, ma in maniera diretta e risoluta, mostrando altrettanto coraggio, dichiarava: “Una ricerca come quella presentata in questo libro dal dottor Moody chiarirà molte cose e confermerà quello che ci hanno insegnato da duemila anni: esiste una vita oltre la morte“. E aggiungeva: “(…) dai frutti delle sue ricerche appare chiaro che il morente resta consapevole di quanto lo circonda anche dopo essere stato dichiarato clinicamente morto. Questo coincide con le mie personali ricerche, con le dichiarazioni di pazienti ritornati alla vita, dopo essere stati dichiarati clinicamente morti, contro ogni nostra attesa o speranza e spesso con profondo stupore di medici assai noti, specialisti indiscutibilmente di vaglia. I pazienti a cui mi riferisco hanno conosciuto una sensazione di abbandono del loro corpo, e un senso profondo di pace e di completezza. Molti avvertivano la presenza di qualcuno che li aiutava nel loro passaggio a un diverso piano di esistenza. Molti venivano accolti da persone care morte prima di loro o da una figura religiosa di particolare importanza nella loro vita (…).  E’ per me illuminante leggere il libro di Raymond Moody nel momento in cui io stessa mi preparo a scrivere i frutti delle mie ricerche”.

Risale però solo al 1983, cioè ben 8 anni dopo la pubblicazione del libro di Moody, il volumetto About death and life after death, in cui la Kübler-Ross espone brevemente la casistica NDE occorsale in anni ed anni di clinica medica al capezzale dei pazienti. Di questo scritto è traduzione italiana (solo nel 1991: altri 8 anni) per i tipi delle edizioni Mediterranee, col titolo “La morte e la vita dopo la morte”: si tratta di un volumetto di sole 87 pagine, di cui esiste succinta anteprima in internet al link https://books.google.it/books?id=e4hNkFNicZAC&printsec=frontcover&hl=it#v=onepage&q&f=false .

A fronte dell’importante affermazione ” (…) abbiamo studiato ventimila casi in tutto il mondo di persone che erano state dichiarate clinicamente morte e che sono poi ritornate alla vita” (affermazione presente a pagina 16 del volumetto citato, pagina presente nell’anteprima), stranamente la psichiatra non fornisce però una dettagliata descrizione caso per caso, ricca di statistiche e percentuali riassuntive (ci si aspetterebbe un corposo volume di centinaia di pagine, come quello di Van Lommel o quello di Facco…). Questa particolarità non è cosa da sottovalutare, ed esige una disamina approfondita, che proveremo a svolgere nel prossimo articolo.