27 – La ragione può raggiungere Dio

  Il libro della Sapienza biasima quanti non giungono a riconoscere il Dio vivente.

I più stolti sono quelli che adorano come divinità gli oggetti senza vita costruiti dalle mani stesse dell’uomo, immagini d’oro, d’argento, di legno; ma falliscono anche coloro che rivolgono l’attenzione alle grandi opere di Dio, alle forze della natura, quali il fuoco, l’aria, l’acqua, le stelle. Questi ultimi si muovono nella giusta direzione, ma neppure loro arrivano alla meta. Conquistati dalla bellezza e dalla potenza delle creature, «si lasciano sedurre dall’apparenza» (Sap 13,7) e le divinizzano, senza risalire al loro Creatore: «Dai beni visibili non riconobbero colui che è, non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere» (Sap 13,1). Avrebbero invece dovuto capire quanto più bello e più potente è colui che le ha create, perché «dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’autore» (Sap 13,5).

La Lettera ai Romani rimprovera duramente gli uomini «che soffocano la verità nell’ingiustizia» (Rm 1,18), in quanto rifiutano di riconoscere e adorare il vero Dio, pur avendone un’iniziale conoscenza intellettuale. «Ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto… Dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute» (Rm 1,1920). Per chi è ben disposto, l’eterna Potenza invisibile si lascia quasi intravedere attraverso il panorama della creazione. Purtroppo gli uomini, nella loro superbia, si chiudono davanti al mistero di Dio, si lasciano trascinare da passioni vergognose, precipitano nella corruzione morale.