GIOVANNI BATTISTA E IL BATTESIMO DI GESU’

ALL’INIZIO DELLA VITA PUBBLICA FINO ALLA PRIMA PASQUA

Giovanni il Battista e il battesimo di Gesù

  • 265. La narrazione di Luca è stata fin qui ripartita parallela­mente fra Giovanni il Battista e Gesù; l’evangelista ha terminato lasciandoli ambedue ragazzi, l’uno nel deserto e l’altro a Nazareth, e si è congedato da loro col dire sia dell’uno che dell’altro che cre­scevano e s’afforzavano (§ § 237, 260). Trascorso questo trentennio di penombra, Giovanni compare in pub­blico e poco dopo gli tiene dietro Gesù, quasi per riprodurre la breve distanza di tempo che ha separato le loro nascite; precur­sore o battistrada è stato preannunziato Giovanni, e tale deve egli essere molto più per l’operosità pubblica che per la silenziosa na­scita. Con la comparsa di Giovanni cominciava l’argomento ordinario del­la primitiva catechesi cristiana (§ 113); perciò in questo nuovo periodo della narrazione s’affiancano a Luca tutti gli altri evangelisti, compresi il brevissimo Marco e il non sinottico Giovanni. Nella sua lunga permanenza in luoghi deserti Giovanni aveva menato vita solitaria ed austera; se egli comparve in pubblicovestito di peli di camello con una cintura di pelle intorno ai suoi fianchi, e mangiando locuste e miele selvatico (Marco, 1,6), questo tenore di vita era certamente quello da lui già seguito nei suoi lunghi anni di solitudine. Del resto, cibo e vestito di quel genere erano abituali a chi menava allora vita eremitica per un principio ascetico, come ancora oggi i beduini palestinesi intessono ordinariamente i loro mantelli di peli di cammello e in mancanza di meglio mangiano lo­custe, mettendole talvolta anche in serbo dopo averle seccate. Circa 25 anni dopo la comparsa di Giovanni, Flavio Giuseppe per un ideale ascetico rimase tre anni presso un solitario di nome Bano o Banno, il quale viveva nel deserto, servendosi di vestimento (for­nito) da alberi e nutrendosi di cibarie nate spontaneamente (Vita, 11). Eremiti di questo genere non dovevano essere molto rari, spe­cialmente nella solitudine ad oriente di Gerusalemme e lungo il Giordano; nulla tuttavia c’induce a ritenere che fossero affiliati agli Esseni, ché anzi la vita cenobitica ch’era di prescrizione per gli Es­seni (§ 44) escluderebbe di per se stessa la vita eremitica di questi solitari. Quando giunse l’anno decimoquinto di Tiberio (§175), la parola di Dio fu su Giovanni figlio di Zacharia nel deserto (Luca, 3, 2). Comincia la sua missione di preparare la strada all’imminente Mes­sia, ed egli inizia questa missione proclamando: Pentitevi, poiché si e’ avvicinato il regno dei cieli! (Marco, 3, 2). Dopo questo an­nunzio generico, egli scende al particolare: in primo luogo esige da coloro che accorrono a lui due riti, cioè una lavanda materiale e inoltre l’aperta confessione dei peccati commessi; in secondo luo­go, scorgendo fra coloro che accorrono molti Farisei e Sadducei, li accoglie con queste parole: Razza di vipere! Chi vi ha insegnato a sfuggire all’ira imminente? Fate, dunque, frutto degno della penitenza! E non crediate di dire dentro di voi:”Per padre abbiamo Abramo”; giacché vi dico che iddio può da queste pietre suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi: dun­que, ogni albero che non fa frutto e’ tagliato via e gettato nel fuoco (Matteo, 3, 7-10). 

  • 266. Predicatori di tipo messianico ce ne furono molti, prima e dopo Giovanni, ma tutti d’altra indole. Subito dopo la morte di Erode il Grande si erano fatti avanti dap­prima in Perea un Simone, che aveva dato fuoco alla reggia di Gerico e si era proclamato re; poi in Giudea un pastore di nome Athronges, che aveva impiantato un regolare governo; quindi in Galilea un Giuda figlio d’Ezechia, che si era impadronito per prima cosa del deposito d’armi a Sefforis; in seguito venne Giuda il Ga­lileo, che iniziò la corrente degli Zeloti (§ 43); più tardi ancora vennero Teuda, e il predicatore egiziano, e gli altri accennati da Flavio Giuseppe, e certamente anche altri più numerosi sebbene non menzionati distintamente. Ma costoro seguivano altri metodi: tutti indistintamente afferma­vano che i figli d’Abramo erano il primo popolo della terra, e per assicurar loro l’effettiva supremazia politica mettevano mano alle armi; molti si presentavano come re effettivi; altri asserivano di far miracoli, o almeno li promettevano; qualcuno faceva man bassa sulle proprietà altrui ed esponeva la vita altrui, ben di rado la propria: assolutamente nessuno pensava a rendere i suoi seguaci moralmente migliori. Giovanni batteva la strada precisamente opposta. Affermava che figli d’Abramo potevano saltar su anche dalle pietre; non promet­teva dominii e supremazie; non toccava né invocava armi; non s’occupava di politica; non faceva miracoli; era povero e nudo: ma in compenso tutta la sua predicazione si riassumeva in un ammonimento morale: E’ imminente il regno di Dio, perciò cambiate maniera di pensare! Infatti, la prima parola del suo proclama,Pentitevi!…significava appunto questo: Cambiate maniera di pensare! In greco è cambiate di mente; in ebraico si usava il verbo shub, che si­gnifica ritornare addietro da una falsa strada per rimettersi su quel­la buona: ma in ambedue le lingue il significato concettuale è il medesimo, quello di operare una trasformazione totale nell’interno dell’uomo. Ora, poiché un profondo sentimento interno si manifesta sponta­neamente anche all’esterno, e un atto materiale esterno può essere una raffigurazione dimostrativa dell’atto spirituale interno: perciò Giovanni, a coloro che “cambiavano maniera di pensare”, richiedeva come manifestazione esterna di questo cambiamento che confessassero i peccati commessi, e come raffigurazione dimostrativa che ricevessero una lavanda materiale.

  • 267. Già in altre religioni antiche il pubblico riconoscimento del­le proprie colpe e l’abluzione corporale facevano parte di riti spe­ciali, per la semplice ragione che il primo corrisponde ad una na­turale inclinazione dell’animo umano allorché comprenda d’aver agi­to male, e la seconda è il simbolo più spontaneo e più facile della mondezza spirituale. Lo stesso giudaismo praticava i due riti in varie occasioni: ad esempio, nel giorno dell’Espiazione o Kippur (§77), il sommo sa­cerdote li praticava ambedue insieme, giacché confessava le colpe di tutto il popolo (Levitico,16, 21) e compiva su di sé una par­ticolare abluzione (IVI, 16, 24). Giovanni, dunque, non usciva dal gran quadro del giudaismo; ma la sua novità consisteva in questo, che i suoi due riti erano chiesti come preparazione al regno di Dio da lui annunziato ormai come imminente. Era dunque un regno che mirava soprattutto allo spirito come ap­punto vi miravano quei due riti, e un regno che differiva total­mente da quelli annunziati dagli altri predicatori messianici. Co­storo badavano soltanto a denaro, ad armi, ad angeli che calassero dal cielo con le spade in pugno a sbaragliare i Romani, a dominio politico d’Israele sui pagani, e a simili cose molto facili e molto vecchie; al contrario, il regno annunziato da Giovanni era molto difficile e molto nuovo. Se non era del tutto nuovo l’insegnamento di Giovanni, ciò avveniva perché esso si ricollegava direttamente con l’antico insegnamento degli autentici profeti d’Israele; già essi avevano insistito molto più sulle opere di giustizia che sulle cerimonie liturgiche (Isaia,1, e segg.), molto più sulla circoncisione del cuore e dell’udito che su quella della carne (Geremia, 4, 4; 6, 10), inoltrandosi molto più sulla strada dello spirito che su quella delle formalità rituali: e precisamente su quella strada dello spirito, troppo abbandonata dal giudaismo contemporaneo, adesso s’inoltrava nuovamente Giovanni. Gli antichi vessilli d’Israele, i profeti, erano scomparsi da molto tempo; già da qualche secolo era risonato il lamento: I nostri vessilli più non vediamo; non c’è piu’ profeta, non c’è fra noi chi sappia alcunché Salmo 74 ebr., 9 Adesso si levava su Giovanni, come ultimo e conclusivo profeta. Dirà infatti più tardi Gesù: La legge e i Profeti, fino a Giovanni; da allora del regno d’iddio si dà la buona novella (Luca, 16, 16).

  • 268. Alla predicazione di Giovanni accorsero moltissimi dalla Giu­dea e da Gerusalemme; anche Flavio Giuseppe conferma la grande autorità ch’egli acquistò sulle folle(Antichità giud., XVIII,116-119). I suoi discepoli diretti e stabili menavano vita assai austera (Luca, 5, 33), ma verso l’altra gente che accorreva egli si mostrava molto condiscendente e remissivo: né ai pubblicani né ai soldati impo­neva d’abbandonare il loro mestiere, ma si limitava a comandare ai primi di non commettere estorsioni e ai secondi di non commet­tere violenze. Questo atteggiamento cosi mite d’un uomo così austero spiacque a quei Farisei e Sadducei che accorsero insieme con la folla, e che perciò s’attirarono da Giovanni la non mite invettiva riportata sopra (§ 265); ma alla loro volta essi, specialmente i Fa­risei e gli Scribi, si vendicarono più tardi richiamando in dubbio o negando apertamente la legittimità della missione di Giovanni (Luca, 7, 29-30; cfr. 20, 1-8). Nonostante questi ostacoli, la corrente iniziata da Giovanni fu lentissima. Molti discepoli di Giovanni seguirono più tardi Gesù, e di costoro conosciamo nominatamente Andrea e Pietro, Giacomo e Giovanni; altri invece rimasero attaccati alla persona del precur­sore, più che allo spirito del suo insegnamento, e si mantennero appartati sulla soglia del cristianesimo anche dopo la morte di Gio­vanni e di Gesù (cfr. Atti, 18, 25; 19, 34): non mancarono poi ma­nifestazioni di gelosia da parte di taluni discepoli di Giovanni verso Gesù, mentre ambedue erano ancora in vita (Giovanni, 3, 26).

  • 269. Giovanni s’intratteneva per lo più lungo il Giordano, in quel tratto di fiume ch’è più accessibile a chi venga da Gerusalem­me, cioè poco sopra al suo sbocco nel Mar Morto ivi era comodità di praticare la cerimonia dell’abluzione nell’acqua del fiume. Tut­tavia alcune volte si trasferiva altrove5probabilmente quando per abbondanti piogge le rive del fiume erano sdriicciolevoli e fangose o la corrente era pericolosa; sceglieva allora altri luoghi forniti d’ac­qua, di cui sono nominati occasionalmente due, Bethania di là dal Giordano che era appunto un’ampia e tranquilla insenatura fatta dal fiume (§ 162), e Amon presso Salim che è stato riconosciuto in un luogo 12 chilometri a sud di Beisan (Scitopoli) fin dal IV se­colo (Eusebio,Onomasticon, pag. 40). Frattanto le folle che accorrevano a Giovanni crescevano, e tra loro aveva anche cominciato a circolar la domanda se non fosse proprio egli il Messia tanto atteso: la profonda differenza morale tra lui e gli altri banditori del regno messianico aveva impressionato tutti. Ma Giovanni tagliò corto a quella dubbiosa speranza con una dichiarazione ben netta e precisa. No, egli non era il grande ven­turo; egli praticava l’immersione – il greco “battesimo” – soltanto in acqua, ma dietro a lui sarebbe venuto uno ben più potente di lui che avrebbe praticato l’immersione in Spirito santo e fuoco. Que­sto venturo sarebbe stato anche un vagliatore: col ventilabro alla mano avrebbe egli mondato la sua aia, separando e raccogliendo il grano nel suo granaio, e gettando invece la pula nel fuoco. Parole rivoluzionarie, queste, all’orecchio degli Scribi e dei Farisei. L’aia, evidentemente, era l’eletta nazione d’Israele; ma chi era il grano e chi la pula? Se il buon grano erano i discepoli dei rab­bini osservanti delle “tradizioni” e la pula erano tutti gli altri, s’andava d’accordo con Giovanni; ma quel singolare predicatore dava ben poche garanzie di pensare così, non foss’altro per la be­nignità stessa con cui trattava i pubblicani e i soldati, che invece dovevano essere respinti come appartenenti al sozzo e impuro “popolo della terra” (§ 40). Basta: non rimaneva che aspettare quel grande venturo preannun­ziato da Giovanni, e frattanto vigilare su questo suo precursore.

§ 270. Un giorno, insieme con la folla, si presentò anche Gesù; veniva da Nazareth, certamente insieme con altri Galilei perché an­che in Galilea si doveva esser diffusa la fama di Giovanni e l’en­tusiasmo per lui. Era mescolato fra gli altri penitenti, uno fra i tanti: nessuno lo conosceva, neppure Giovanni suo parente. Più tardi, riferendosi a questo giorno del primo incontro, Giovanni atte­stò di Gesù: Io non lo conoscevo; ma Chi m’inviò a battezzare in acqua, Colui mi disse:”Su chi tu veda lo Spirito discendente e fermantesi su lui, egli è il battezzante in Spirito santo” (Giovanni, 1, 33). Questa ignoranza per la persona di Gesù non sorprenderà chi abbia presenti le vicende di Giovanni: già da ragazzo egli si era allon­tanato dalla casa paterna per darsi al deserto (§ 237), e nulla ci dice ch’egli sia rientrato talvolta tra i suoi familiari nel ventennio circa di sua solitudine. Nel frattempo i suoi già vecchi genitori do­vevano esser morti ambedue, ma ambedue e specialmente la ma­dre gli erano spiritualrnente presenti anche nella solitudine. Per qual ragione, del resto, si era egli ritirato nel deserto, se non per le straordinarie cose che gli avevano narrate della sua nascita i geni­tori e specialmente la madre? Egli era un uomo che aveva avuto fede, e viveva totalmente della sua fede. Perciò anche non si era curato di conoscere materialmente quel mi­sterioso figlio di Maria nato sei mesi dopo di lui; lo conosceva frat­tanto spiritualmente, e per il resto aveva fede che a suo tempo Iddio glielo avrebbe fatto conoscere anche materialmente. Ma un certo presentimento l’aveva; quando scorse Gesù tra la folla che si pre­parava al battesimo, la voce dello Spirito e anche quella del sangue gli fecero divinare, in quell’uno fra i tanti, il Messia e il suo pa­rente, sebbene ancora non avesse visto su lui il segno prestabilito (Matteo3, 14-15). Vinta la prudente riluttanza di Giovanni, Gesù fu da lui battezzato, e allora la divinazione si tramutò in certezza. Avvenne infatti il segno di riconoscimento. Gesù in apparenza di penitente, ma senza confessare alcun peccato, era sceso in acqua: ed ecco che quando ne risalì, s’aprì’ il cielo al di sopra, lo Spirito in forma di colomba discese su lui e si udì dall’alto una voce: Tu sei il figlio mio diletto; in te mi compiae qui (Marco1, 11). La manifestazione celeste fa ripensare all’altra sulla grotta di Beth­lehem (§ 247): il Messia là iniziava la sua vita fisica, qua il suo ministero; là è dato un annunzio a pecorai, qua è dato un segno al precursore innocente e un annunzio a peccatori pentiti. Ma, come avvenne per l’annunzio di Beth-lehem, anche questo delle rive del Giordano ebbe un’efficacia assai limitata quanto al tempo e quan­to al numero dei destinatari. Pochi mesi appresso, due discepoli di Giovanni verranno inviati dal loro stesso maestro a domandare a Gesù se egli era proprio l’atteso Messia (§ 339).

CREDO LA REMISSIONE DEI PECCATI

Articolo 10: “CREDO LA REMISSIONE DEI PECCATI”

976

Il Simbolo degli Apostoli lega la fede nel perdono dei peccati alla fede nello Spirito Santo, ma anche alla fede nella Chiesa e nella comunione dei santi. Proprio donando ai suoi Apostoli lo Spirito Santo, Cristo risorto ha loro conferito il suo potere divino di perdonare i peccati: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv. 20,22-23).

(La seconda parte del Catechismo tratterà esplicitamente del perdono dei peccati per mezzo del Battesimo, del sacramento della Penitenza e degli altri sacramenti , specialmente dell’Eucaristia. Pertanto qui è sufficiente richiamare brevemente qualche dato fondamentale)

I. Un solo Battesimo per la remissione dei peccati

977

Nostro Signore ha legato il perdono dei peccati alla fede e al Battesimo: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo” (Mc. 16, 15-16). Il Battesimo è il primo e principale sacramento per il perdono dei peccati perché ci unisce a Cristo “messo a morte per i nostri peccati… e risuscitato per la nostra giustificazione” (Rm 4,25), affinché “anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4).

978

“La remissione dei peccati nella Chiesa avviene innanzitutto quando l’anima professa per la prima volta la fede. Con l’acqua battesimale, infatti, viene concesso un perdono talmente ampio che non rimane più alcuna colpa – né originale né ogni altra contratta posteriormente – e viene rimessa ogni pena da scontare. La grazia del Battesimo, peraltro, non libera la nostra natura dalla sua debolezza; anzi non vi è quasi nessuno” che non debba lottare “contro la concupiscenza, fomite continuo del peccato”.[Catechismo Romano, 1,11,3]

979

In tale combattimento contro l’inclinazione al male, chi potrebbe “resistere con tanta energia e con tanta vigilanza da riuscire ad evitare ogni ferita” del peccato? “Fu quindi necessario che nella Chiesa vi fosse la potestà di rimettere i peccati anche in modo diverso dal sacramento del Battesimo. Per questa ragione Cristo consegnò alla Chiesa le chiavi del Regno dei cieli, in virtù delle quali potesse perdonare a qualsiasi peccatore pentito i peccati commessi dopo il Battesimo, fino all’ultimo giorno della vita”. [Catechismo Romano, 1,11,4]

980

E’ per mezzo del sacramento della Penitenza che il battezzato può essere riconciliato con Dio e con la Chiesa:

I padri hanno giustamente chiamato la Penitenza “un battesimo laborioso” [San Gregorio Nazianzeno, Orationes, 39, 17: PG 36, 356 A.]. Per coloro che sono caduti dopo il Battesimo questo sacramento della Penitenza è necessario alla salvezza come lo stesso Battesimo per quelli che non sono stati ancora rigenerati. [Concilio di Trento: Denz.-Schonm., 1672]

II. Il potere delle chiavi.

981

Cristo dopo la sua Risurrezione ha inviato i suoi Apostoli a predicare “nel suo nome… a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati” (Lc 24,47). Tale “ministero della riconciliazione” (2 Cor 5,18) non viene compiuto dagli Apostoli e dai loro successori solamente annunziando agli uomini il perdono di dio meritato per noi da Cristo e chiamandoli alla conversione e alla fede, ma anche comunicando loro la remissione dei peccati per mezzo del Battesimo e riconciliandoli con Dio e con la Chiesa grazie al potere delle chiavi ricevuto da Cristo:

La Chiesa ha ricevuto le chiavi del Regno dei cieli, affinché in essa si compia la remissione dei peccati per mezzo del sangue di Cristo e dell’azione dello Spirito Santo. In questa Chiesa l’anima, che era morta a causa dei peccati, rinasce per vivere con Cristo, la cui grazia ci ha salvati. [Sant’Agostino, Sermones, 214, 11: PL 38, 1071-1072]

982

Non c’è nessuna colpa, per grave che sia, che non possa essere perdonata dalla santa Chiesa. “Non si può ammettere che ci sia un uomo, per quanto infame e scellerato, che non possa avere con il pentimento la certezza del perdono” [Catechismo Romano, 1,11,5]. Cristo, che è morto per tutti gli uomini, vuole che, nella sua Chiesa, le porte del perdono siano sempre aperte a chiunque si allontana dal peccato.[Cf. Mt 18,21-22]

983

La catechesi si sforzerà di risvegliare e coltivare nei fedeli la fede incomparabile grandezza del dono che Cristo risorto ha fatto alla sua Chiesa: la missione il potere di perdonare veramente ei peccati, mediante il ministero degli Apostoli e dei loro successori.

Il Signore vuole che i suoi discepoli abbiano i più ampi poteri; vuole che i suoi servi facciano in suo nome ciò che faceva egli stesso, quando era sulla terra [Sant’Ambrogio, De poenitentia, 1,34:PL 16, 477 A].

I sacerdoti hanno ricevuto un potere che Dio non ha concesso né agli angeli né agli arcangeli… Quello che i sacerdoti compiono quaggiù, Dio lo conferma lassù. [San Giovanni Crisostomo, De sacerdotio, 3, 5: PG 48 643 A].

Se nella Chiesa non ci fosse la remissione dei peccati, non ci sarebbe nessuna speranza, nessuna speranza di una vita eterna e di una liberazione eterna. Rendiamo grazie a Dio che ha fatto alla sua Chiesa un tale dono. [Sant’Agostino, Sermones, 213, 8: PL 38, 1064.]

In sintesi

984

Il Credo mette in relazione “la remissione dei peccati” con la professione di fede nello Spirito Santo. Infatti, Cristo risorto ha affidato agli Apostoli il potere di perdonare i peccati quando ha loro donato lo Spirito Santo.

985

Il Battesimo è il primo e principale sacramento per il perdono dei peccati: ci unisce a Cristo morto e risorto e ci dona lo Spirito Santo.

986

Secondo la volontà di Cristo, la Chiesa possiede il potere di perdonare i peccati dei battezzati e lo esercita per mezzo dei vescovi e dei sacerdoti normalmente nel sacramento della Penitenza.

987

“I sacerdoti e i sacramenti sono gli strumenti per il perdono dei peccati: strumenti per mezzo dei quali Gesù Cristo, autore e dispensatore della salvezza, opera in noi la remissione dei peccati e genera la grazia” [Catechismo Romano, 1,11,6]

LETTURE DALL’UFFICIO DELLE LETTURE

Versetto
V. Tutti erano ammirati delle parole di grazia
R. che uscivano dalla bocca di Cristo.

Prima Lettura
Dal libro di Giobbe 32, 1-6; 33, 1-22

Eliu parla del mistero di Dio
Quando Giobbe ebbe finito di parlare, quei tre uomini cessarono di rispondere a Giobbe, perché egli si riteneva giusto. Allora si accese lo sdegno di Eliu, figlio di Barachele il Buzita, della tribù di Ram. Si accese di sdegno contro Giobbe, perché pretendeva d’aver ragione di fronte a Dio; si accese di sdegno anche contro i suoi tre amici, perché non avevano trovato di che rispondere, sebbene avessero dichiarato Giobbe colpevole. Però Eliu aveva aspettato, mentre essi parlavano con Giobbe, perché erano più vecchi di lui in età. Quando dunque vide che sulla bocca di questi tre uomini non vi era più alcuna risposta, Eliu si accese di sdegno.
Presa dunque la parola, Eliu, figlio di Barachele il Buzita, disse:
Giovane io sono di anni
e voi siete già canuti;
per questo ho esitato per rispetto
a manifestare a voi il mio pensiero.
Ascolta dunque, Giobbe, i miei discorsi,
ad ogni mia parola porgi l’orecchio.
Ecco, io apro la bocca,
parla la mia lingua entro il mio palato.
Il mio cuore dirà sagge parole
e le mie labbra parleranno chiaramente.
Lo spirito di Dio mi ha creato
e il soffio dell’Onnipotente mi dà vita.
Se puoi, rispondimi,
preparati davanti a me, sta’ pronto.
Ecco, io sono come te di fronte a Dio
e anch’io sono stato tratto dal fango:
ecco, nulla hai da temere da me,
né graverò su di te la mano.
Non hai fatto che dire ai miei orecchi
e ho ben udito il suono dei tuoi detti:
«Puro son io, senza peccato,
io sono mondo, non ho colpa;
ma egli contro di me trova pretesti
e mi stima suo nemico;
pone in ceppi i miei piedi
e spia tutti i miei passi!».
Ecco, in questo ti rispondo: non hai ragione.
Dio è infatti più grande dell’uomo.
Perché ti lamenti di lui,
se non risponde ad ogni tua parola?
Dio parla in un modo
o in un altro, ma non si fa attenzione.
Parla nel sogno, visione notturna,
quando cade il sopore sugli uomini
e si addormentano sul loro giaciglio;
apre allora l’orecchio degli uomini
e con apparizioni li spaventa,
per distogliere l’uomo dal male
e tenerlo lontano dall’orgoglio,
per preservarne l’anima dalla fossa
e la sua vita dalla morte violenta.
Lo corregge con il dolore nel suo letto
e con la tortura continua delle ossa;
quando il suo senso ha nausea del pane,
il suo appetito del cibo squisito;
quando la sua carne si consuma a vista d’occhio
e le ossa, che non si vedevano prima, spuntano fuori,
quando egli si avvicina alla fossa
e la sua vita alla dimora dei morti.

Responsorio   Cfr. Rm 11, 33-34
R. O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! * Impenetrabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!
V. Chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere?
R. Impenetrabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!

Seconda Lettura
Dall’«Omelia per la canonizzazione dei martiri dell’Uganda» di Paolo VI, papa   (AAS 56, 1964, 905-906)

La gloria dei martiri, segno di rinascita

Questi Martiri Africani aggiungono all’albo dei vittoriosi, qual è il Martirologio, una pagina tragica e magnifica, veramente degna di aggiungersi a quelle meravigliose dell’Africa antica, che noi moderni, uomini di poca fede, pensavamo non potessero avere degno seguito mai più. Chi poteva supporre, ad esempio, che alle commoventissime storie dei Martiri Scillitani, dei Martiri Cartaginesi, dei Martiri della «Massa candida» uticense, di cui sant’Agostino e Prudenzio ci hanno lasciato memoria, dei Martiri dell’Egitto, dei quali conserviamo l’elogio di san Giovanni Crisostomo, dei Martiri della persecuzione vandalica, si sarebbero aggiunte nuove storie non meno eroiche, non meno fulgenti, nei tempi nostri? Chi poteva prevedere che alle grandi figure storiche dei Santi Martiri e Confessori Africani, quali Cipriano, Felicita e Perpetua e il sommo Agostino, avremmo un giorno associati i cari nomi di Carlo Lwanga, e di Mattia Mulumba Kalemba, con i loro venti compagni? E non vogliamo dimenticare altresì gli altri che, appartenendo alla confessione anglicana, hanno affrontato la morte per il nome di Cristo.
Questi Martiri Africani aprono una nuova epoca; oh! non vogliamo pensare di persecuzioni e di contrasti religiosi, ma di rigenerazione cristiana e civile. L’Africa, bagnata dal sangue di questi Martiri, primi dell’era nuova (oh, Dio voglia che siano gli ultimi, tanto il loro olocausto è grande e prezioso!), risorge libera e redenta. La tragedia, che li ha divorati, è talmente inaudita ed espressiva, da offrire elementi rappresentativi sufficienti per la formazione morale d’un popolo nuovo, per la fondazione d’una nuova tradizione spirituale, per simboleggiare e per promuovere il trapasso da una civiltà primitiva, non priva di ottimi valori umani, ma inquinata ed inferma e quasi schiava di se stessa, ad una civiltà aperta alle espressioni superiori dello spirito e alle forme superiori della socialità.

Responsorio
R. Mentre combattiamo per la fede, Dio ci guarda, Cristo e i suoi angeli assistono: * è onore e gioia per noi lottare sotto lo sguardo di Dio, ricevere il premio da Cristo giudice.
V. Raccogliamo le forze, prepariamoci alla lotta con spirito puro, con fede e coraggio, con dedizione totale:
R. è onore e gioia per noi lottare sotto lo sguardo di Dio, ricevere il premio da Cristo giudice.

SAN GREGORIO DI NAZIANZO – LA DOTTRINA – 2

DE  – EN  – ES  – FR  – HR  – IT  – PT ]

 

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 22 agosto 2007

San Gregorio di Nazianzo

II: La dottrina

Cari fratelli e sorelle,

nella serie di ritratti di grandi Padri e Dottori della Chiesa che cerco di offrire in queste catechesi, ho parlato la scorsa volta di san Gregorio Nazianzeno, Vescovo del IV secolo; vorrei ora completare questo ritratto. Cercheremo oggi di raccogliere alcuni suoi insegnamenti. Riflettendo sulla missione che Dio gli aveva affidato, san Gregorio Nazianzeno concludeva: «Sono stato creato per ascendere fino a Dio con le mie azioni» (Discorso 14,6 sull’amore per i poveri). Di fatto, egli mise al servizio di Dio e della Chiesa il suo talento di scrittore e di oratore. Compose numerosi discorsi, varie omelie e panegirici, molte lettere e opere poetiche (quasi 18.000 versi!): un’attività veramente prodigiosa. Aveva compreso che questa era la missione che Dio gli aveva affidato: «Servo della Parola, io aderisco al ministero della Parola; che io non acconsenta mai di trascurare questo bene. Questa vocazione io l’apprezzo e la gradisco, ne traggo più gioia che da tutte le altre cose messe insieme» (Discorso 6,5; cfr anche Discorso 4,10).

Il Nazianzeno era un uomo mite, e nella sua vita cercò sempre di fare opera di pace nella Chiesa del suo tempo, lacerata da discordie e da eresie. Con audacia evangelica si sforzò di superare la propria timidezza per proclamare la verità della fede. Sentiva profondamente l’anelito di avvicinarsi a Dio, di unirsi a Lui. È quanto esprime egli stesso in una sua poesia, dove scrive: tra i «grandi flutti del mare della vita, / di qua e di là da impetuosi venti agitato, /… / una cosa sola m’era cara, sola mia ricchezza, / conforto e oblio delle fatiche, / la luce della Santa Trinità» (Poesie [storiche] 2,1,15).

Gregorio fece risplendere la luce della Trinità, difendendo la fede proclamata nel Concilio di Nicea: un solo Dio in tre Persone uguali e distinte – Padre, Figlio e Spirito Santo –, «tri­plice luce che in unico / splendor s’aduna» (ibid. 2,1,32). Quindi, afferma sempre Gregorio sulla scorta di san Paolo (1 Cor 8,6), «per noi vi è un Dio, il Padre, da cui è tutto; un Signore, Gesù Cristo, per mezzo di cui è tutto; e uno Spirito Santo, in cui è tutto» (Discorso 39,12).

Gregorio ha messo in grande rilievo la piena umanità di Cristo: per redimere l’uomo nella sua totalità di corpo, anima e spirito, Cristo assunse tutte le componenti della natura umana, altrimenti l’uomo non sarebbe stato salvato. Contro l’eresia di Apollinare, il quale sosteneva che Gesù Cristo non aveva assunto un’anima razionale, Gregorio affronta il problema alla luce del mistero della salvezza: «Ciò che non è stato assunto, non è stato guarito» (Ep. 101,32), e se Cristo non fosse stato «dotato di intelletto razionale, come avrebbe potuto essere uomo?» (Ep. 101,34). Era proprio il nostro intelletto, la nostra ragione che aveva e ha bisogno della relazione, dell’incontro con Dio in Cristo. Diventando uomo, Cristo ci ha dato la possibilità di diventare a nostra volta come Lui. Il Nazianzeno esorta: «Cerchiamo di essere come Cristo, poiché anche Cristo è divenuto come noi: di diventare dèi per mezzo di Lui, dal mo­mento che Lui stesso, per il nostro tramite, è divenuto uomo. Prese il peggio su di sé, per farci dono del meglio» (Discorso 1,5).

Maria, che ha dato la natura umana a Cristo, è vera Madre di Dio (Theotókos: cfr Ep. 101,16), e in vista della sua altissima missione è stata «pre-purificata» (Discorso 38,13; quasi un lontano preludio del dogma dell’Immacolata Concezione). Maria è proposta come modello ai cristiani, soprattutto alle vergini, e come soccorritrice da invocare nelle necessità (cfr Discorso 24,11).

Gregorio ci ricorda che, come persone umane, dobbiamo essere solidali gli uni verso gli altri. Scrive: «“Noi siamo tutti una sola cosa nel Signore” (cfr Rm 12,5), ricchi e poveri, schiavi e liberi, sani e malati; e unico è il capo da cui tutto deriva: Gesù Cristo. E come fanno le membra di un solo corpo, ciascuno si occupi di ciascuno, e tutti di tutti». Poi, riferendosi ai malati e alle persone in difficoltà, conclude: «Questa è l’unica salvezza per la nostra carne e la nostra anima: la carità verso di loro» (Discorso 14,8 sull’amore per i poveri). Gregorio sottolinea che l’uomo deve imitare la bontà e l’amore di Dio, e quindi raccomanda: «Se sei sano e ricco, allevia il bisogno di chi è malato e povero; se non sei caduto, soccorri chi è caduto e vive nella sofferenza; se sei lieto, consola chi è triste; se sei fortunato, aiuta chi è morso dalla sventura. Da’ a Dio una prova di riconoscenza, perché sei uno di quelli che possono beneficare, e non di quelli che hanno bisogno di essere beneficati … Sii ricco non solo di beni, ma anche di pietà; non solo di oro, ma di virtù, o meglio, di questa sola. Supera la fama del tuo prossimo mostrandoti più buono di tutti; renditi Dio per lo sventurato, imitando la misericordia di Dio» (ibid., 14,26).

Gregorio ci insegna anzitutto l’importanza e la necessità della preghiera. Egli afferma che «è necessario ricordarsi di Dio più spesso di quanto si respiri» (Discorso 27,4), perché la preghiera è l’incontro della sete di Dio con la nostra sete. Dio ha sete che noi abbiamo sete di Lui (cfr Discorso 40, 27). Nella preghiera noi dobbiamo rivolgere il nostro cuore a Dio, per consegnarci a Lui come offerta da purificare e trasformare. Nella preghiera noi vediamo tutto alla luce di Cristo, lasciamo cadere le nostre maschere e ci immergiamo nella verità e nell’ascolto di Dio, alimentando il fuoco dell’amore.

In una poesia, che è allo stesso tempo medita­zione sullo scopo della vita e implicita invocazione a Dio, Gregorio scrive: «Hai un compito, anima mia, / un grande compito, se vuoi. / Scruta seriamente te stessa, / il tuo essere, il tuo destino; / donde vieni e dove dovrai posarti; / cerca di conoscere se è vita quella che vivi / o se c’è qualcosa di più. / Hai un compito, anima mia, / purifica, perciò, la tua vita: / considera, per favore, Dio e i suoi misteri, / indaga cosa c’era prima di questo universo / e che cosa esso è per te, / da dove è venuto, e quale sarà il suo destino. / Ecco il tuo compito, / anima mia, / purifica, perciò, la tua vita» (Poesie [storiche] 2,1,78). Continuamente il santo Vescovo chiede aiuto a Cristo, per essere rialzato e riprendere il cammino: «Sono stato deluso, o mio Cristo, / per il mio troppo presumere: / dalle altezze sono caduto molto in basso. / Ma rialzami di nuovo ora, poiché vedo / che da me stesso mi sono ingannato; / se troppo ancora confiderò in me stesso, / subito cadrò, e la caduta sarà fatale» (ibid., 2,1,67).

Gregorio, dunque, ha sentito il bisogno di avvicinarsi a Dio per superare la stanchezza del proprio io. Ha sperimentato lo slancio dell’anima, la vivacità di uno spirito sensibile e l’instabilità della felicità effimera. Per lui, nel dramma di una vita su cui pesava la coscienza della propria debolezza e della propria miseria, l’esperienza dell’amore di Dio ha sempre avuto il sopravvento. Hai un compito, anima – dice san Gregorio anche a noi –, il compito di trovare la vera luce, di trovare la vera altezza della tua vita. E la tua vita è incontrarti con Dio, che ha sete della nostra sete.

IL CONCILIO DI GERUSALEMME

Diocesi Reggio Emilia-Guastalla
UCIIM – Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi

Atti degli Apostoli

Gennaio 1994

III – Meditazione

Il Concilio di Gerusalemme

Al capitolo 15° degli Atti degli Apostoli è presentato il Concilio di Gerusalemme che dà come il via alla grande evangelizzazione paolina, senza più ostacoli.

E’ vero che Paolo ha già predicato in precedenza, ma la dimensione più piena e completa dell’evangelizzazione del mondo pagano viene proprio resa possibile dal Concilio di Gerusalemme.

Il testo di Luca pone un problema dal punto di vista storico: oltre la relazione lucana presente negli Atti degli Apostoli, parla di questo Concilio anche S. Paolo nel secondo capitolo della Lettera ai Galati.

Il riferimento è allo stesso fatto, ma le due relazioni non coincidono del tutto e l’armonizzazione dei due testi è tutt’altro che facile.

Dal punto di vista storico emerge dunque una serie di problemi: per ora ci interessa l’ottica lucana. Per renderci conto del significato che questo capitolo ha nella trama degli Atti degli Apostoli ripercorriamo i capitoli precedenti.

Nei primi due capitoli Luca ha narrato l’inizio della Chiesa di Gerusalemme, la ricostituzione del gruppo dei Dodici, l’episodio della Pentecoste e la prima conversione, dopo la quale la comunità di Gerusalemme si compone di 3.000 persone.

Nei capitoli 3°, 4°, 5° Luca dà un ritratto della vita della comunità di Gerusalemme, madre di tutta la Chiesa. Tale comunità vive anzitutto annunciando il Vangelo, predicando anche contro gli ostacoli e gli impedimenti e questo comporta come conseguenza il contrasto con le autorità giudaiche che diventa persecuzione.

Nonostante questo, la comunità continua a predicare; ciò che la spinge e la incoraggia è la forza dello Spirito Santo che non solo è stato donato il giorno di Pentecoste, ma che viene continuamente rinnovato. Egli rigenera la forza di questa comunità e non solo la rende capace di affrontare le persecuzioni, ma la organizza in quella comunione fraterna che diventa modello esemplare per tutta la Chiesa.

Nel capitolo sesto cominciano ad emergere difficoltà e differenze all’interno della comunità stessa. L’inizio di questo capitolo reca:

«[1]In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli Ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana. [2]Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense. [3]Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest’incarico. [4]Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola». [5]Piacque questa proposta a tutto il gruppo ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timòne, Parmenàs e Nicola, un proselito di Antiochia. [6]Li presentarono quindi agli apostoli i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani» (At 6, 1-6).

Questo episodio dice che la comunità di Gerusalemme non è del tutto omogenea. In essa ci sono coloro che Luca chiama Ellenisti e coloro che chiama Ebrei.

In realtà, dai punto di vista religioso sono tutti di origine ebraica, ma la differenza si colloca a livello culturale.

Alcuni di costoro hanno fondamentalmente una cultura ellenistica e parlano greco; altri invece hanno una cultura ebraica e parlano aramaico. Sono tutti Ebrei di origine, fanno tutti parte di un’unica comunità cristiana; però le differenze ci sono e vengono a galla e si esprimono in questo malcontento perché alcuni si lamentano che la comunità venga gestita non nella linea della comunione, ma con una preferenza per qualcuno in confronto di altri.

Quando si assistono le vedove c’è un occhio particolare per le vedove degli Ebrei; le altre non sono assistite nello stesso modo. Allora bisogna risolvere il problema e questo compito spetta ai Dodici e alla comunità raccolta attorno a loro. Questa comunità accetta la proposta di istituire alcuni personaggi, che nella nostra tradizione chiamiamo “diaconi”. In realtà essi non sono dei diaconi, ma dei veri ministri, capi della parte ellenistica della comunità; e non sono semplicemente incaricati della carità, ma sono incaricati dell’annuncio del Vangelo.

Stefano infatti è un proclamatore dei Vangelo – e gli sentiremo pronunciare un vero discorso programmatico e Filippo è uno dei grandi evangelizzatori della Palestina.

Se dunque si organizza una struttura gerarchica per la comunità di cultura greca, è chiaro che la comunità cristiana non è omogenea dal punto di vista culturale.

Ci sono esperienze e retroterra culturali diversi e queste diversità incidono sui rapporti. L’istituzione di questi ministri è il primo tentativo di armonizzare le differenze. Questa comunità si delinea meglio alla fine del capitolo sesto e poi nel capitolo settimo dove compare uno dei personaggi centrali: Stefano.

Naturalmente Stefano è un cristiano ellenista, quindi di cultura greca, e questo lo si vede benissimo nel grande discorso che occupa tutto il capitolo settimo degli Atti degli Apostoli. Stefano infatti rilegge tutta la storia della salvezza evidenziando alcuni temi di fondo:

  • la storia della salvezza non è legata a una terra. Per quanto nella tradizione ebraica il riferimento alla terra appaia essenziale, Stefano rilegge la storia di Israele staccandola dalla terra di Palestina; infatti Abramo ha avuto l’incontro con il Signore fuori dalla Palestina e Mosè pure. – Il suo discorso si rivela contro il culto sacrificale, facendo notare che in origine non c’erano i sacrifici del tempio, perché il Signore non aveva bisogno di sacrifici.

  • Il discorso di Stefano è contro il tempio di pietra. Ma il tempio di Gerusalemme non è solo un luogo di cui ogni ebreo va fiero, ma è un dogma teologico, è il luogo della abitazione, della presenza della gloria di Dio.

II discorso di Stefano è dunque rivoluzionario; è un discorso che contesta l’ebraismo chiuso in se stesso: la conclusione del discorso stesso lo esplicita:

«[51]O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. [52]Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; [53]voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli e non l’avete osservata». (At 7, 51-53).

Questo modo di parlare sembra rappresentare non solo l’idea di Stefano ma le idee della comunità cristiana ellenistica. Si capisce come Stefano venga condannato, come sperimenti per primo la persecuzione che lo renderà simile a Gesù di Nazareth – la morte di Stefano è infatti presentata da Luca come un’ imitazione della passione del Signore –; si capisce anche come sorga una persecuzione contro la comunità cristiana che probabilmente è quella sezione della comunità di Gerusalemme composta dagli ellenisti, dai contestatori delle tradizioni giudaiche.

La persecuzione ha poi l’effetto strano e paradossale di diffondere il Vangelo:

«Quelli che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la Parola di Dio» (At 8, 4).

Quindi l’evangelizzazione del territorio intorno a Gerusalemme è storicamente avvenuta, secondo Luca, a causa della persecuzione. Nel capitolo ottavo si trova descritto la evangelizzazione della Samaria, evangelizzazione che poi si diffonde verso la pianura, a Lidda e Giaffa, quindi verso il Mediterraneo.

Nel capitolo decimo l’evangelizzazione va verso il Nord, a Cesarea Marittima, allora capitale politica della Palestina. Proprio a Cesarea Marittima, Pietro annuncia il Vangelo e battezza il centurione Cornelio, simpatizzante dell’ebraismo, ma non circonciso. Si tratta senza dubbio di un episodio chiave che Luca sottolinea fortemente.

Pietro, prima di incontrare Cornelio, si trova a Giaffa. Verso mezzogiorno sale sulla terrazza della casa in cui si trova per pregare e ha una visione:

«[10]Gli venne fame e voleva prendere cibo. Ma mentre glielo preparavano, fu rapito in estasi. [11]Vide il cielo aperto e un oggetto che discendeva come una tovaglia grande, calata a terra per i quattro capi. [12]In essa c’era ogni sorta di quadrupedi e rettili della terra e uccelli del cielo. [13]Allora risuonò una voce che gli diceva: «Alzati, Pietro, uccidi e mangia!». [14]Ma Pietro rispose: «No davvero, Signore, poiché io non ho mai mangiato nulla di profano e di immondo». [15]E la voce di nuovo a lui: «Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano». [16]Questo accadde per tre volte; poi d’un tratto quell’oggetto fu risollevato al cielo» (At 10, 10 – 16).

È una visione enigmatica, perché Pietro non ha chiaro ciò che gli viene annunciato, però è chiaramente una visione che si innesta nella tradizione di Israele e in particolare nella tradizione dei cibi puri e impuri che distingue Israele dagli altri popoli.

Pietro, illuminato dal Signore e accompagnato da alcuni uomini che sono venuti a prenderlo, va a Cesarea Marittima, entra in casa di Cornelio e lì pronuncia un discorso di evangelizzazione: parla di Gesù, del suo ministero, del bene che ha fatto, della sua morte e risurrezione.

[44]Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso. [45]E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliavano che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo; [46]li sentivano infatti parlare lingue e glorificare Dio. [47]Allora Pietro disse: «Forse che si può proibire che siano battezzati con l’acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?». [48]E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Dopo tutto questo lo pregarono di fermarsi alcuni giorni». (At 10, 44-48)

Luca mette in evidenza che, per la prima volta, dei non circoncisi ricevono il battesimo e non per una scelta di Pietro, ma per volontà dello Spirito. Pietro non fa altro che prendere atto di quello che lo Spirito Santo ha compiuto scendendo su Cornelio e sulla sua famiglia. A questo punto non si può più negare il battesimo di acqua che diventa il sigillo dell’appartenenza al nuovo popolo di Dio.

Occorre rendersi conto del peso e del valore di questo episodio per la vita della Chiesa. Nel capitolo immediatamente successivo vediamo che Pietro, proprio per questo fatto, viene sottoposto a inquisizione, cioè gli si chiede perché abbia compiuto questo gesto e con quale diritto abbia ammesso nella comunità cristiana delle persone cui non è stata richiesta la circoncisione e la conseguente accoglienza di tutta la tradizione giudaica.

Pietro risponde raccontando i fatti e sottolineando che la scelta non è stata sua perché egli non ha fatto altro che acconsentire all’opera dello Spirito Santo.

Nei capitoli seguenti si racconta di un primo viaggio missionario di Paolo e quindi si arriva al famoso capitolo 15° che illustra il Concilio degli Apostoli a Gerusalemme e che comincia con queste parole:

«[1]Ora alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: «Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè, non potete esser salvi». [2]Poiché Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Barnaba e alcuni altri di loro andassero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione. [3]Essi dunque, scortati per un tratto dalla comunità, attraversarono la Fenicia e la Samaria raccontando la conversione dei pagani e suscitando grande gioia in tutti i fratelli. [4]Giunti poi a Gerusalemme, furono ricevuti dalla Chiesa, dagli apostoli e dagli anziani e riferirono tutto ciò che Dio aveva compiuto per mezzo loro». (At 15, 1-4).

Siamo ad Antiochia di Siria dove si è formata una comunità cristiana composita: alcuni sono di origine ebraica, altri invece sono di origine pagana, ammessi nella comunità senza richiedere loro la circoncisione, come già aveva fatto Pietro.

Ma giungono alcuni dalla Giudea, i quali si oppongono alla prassi seguita ad Antiochia e dicono:

«Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè non potete essere salvi» (At 15, 1).

Naturalmente bisogna comprendere l’importanza della circoncisione per un ebreo. Essa non è semplicemnte un rito qualunque, ma è il sigillo dell’Alleanza con Dio, è quel segno che il Signore ha dato ad Abramo e che deve manifestare la scelta di benevolenza che Dio ha fatto nei suoi confronti. E’ perciò il rito attraverso cui una persona entra concretamente nel popolo di Dio. Da qui si vede come il problema della circoncisione fosse molto più complicato di come può apparire a noi. Noi diamo per scontato che non c’è bisogno di essere circoncisi per essere cristiani, ma per le prime comunità non era così evidente. E c’era in gioco qualcosa di molto profondo di cui Paolo si renderà conto e cioè il problema della sufficienza o meno della fede in Gesù Cristo al fine della salvezza.

Secondo Paolo, Gesù Cristo si presenta come un sistema salvifico nuovo, in continuità sì con tutte le promesse, ma per certi aspetti anche in alternativa.

Il problema è teologico e nello stesso tempo pratico, ponendo alla prima comunità cristiana seri interrogativi: per essere cristiani è necessario o no rimanere fedeli a tutte le tradizioni giudaiche? Il futuro del cristianesimo è necessariamente legato al mondo giudaico o passa attraverso un’esperienza indipendente da Israele?

Questi difficili interrogativi provocano discussioni nella comunità di Antiochia per cui si decide di mandare una delegazione a Gerusalemme per avere una risposta dagli Apostoli.

La delegazione è composta da Paolo e Barnaba con alcuni altri. Essi partono da Antiochia, attraversano la Fenicia e la Samaria e, lungo il viaggio, raccontano quello che il Signore ha fatto: come dei pagani abbiamo aderito alla fede. Tutti coloro che ascoltano, gioiscono e ringraziano il Signore, cioè riconoscono che ciò che sta avvenendo si compie per volontà del Signore e per la sua grazia.

«Giunti poi a Gerusalemme, furono ricevuti dalla Chiesa, dagli apostoli e dagli anziani e riferirono tutto ciò che Dio aveva compiuto per mezzo loro». (At 15, 4).

A differenza dei cristiani della Fenicia e della Samaria che si erano rallegrati e avevano fatto festa, a Gerusalemme non accade la stessa cosa, anzi:

«… si alzarono alcuni della setta dei farisei, che erano diventati credenti, affermando: è necessario circonciderli e ordinare loro di osservare la legge di Mosè». (At 15, 5).

Viene affermato quindi che la conversione dal paganesimo non può essere disgiunta dalla circoncisione e dall’osservanza della legge mosaica.

«Allora si riunirono gli apostoli e gli anziani per esaminare questo problema. Dopo lunga discussione, Pietro si alzò e disse…» (At 15, 6.7).

Notiamo che ci sono due interventi fondamentali e uno un po’ periferico. C’è anzitutto un discorso di Pietro, poi c’è un brevissimo intervento di Barnaba e Paolo e quindi c’è l’intervento di Giacomo.

Giacomo in quel momento è capo della comunità di Gerusalemme. Prima lo era stato Pietro ma, come racconta Luca al capitolo 12°, dopo una liberazione miracolosa dalla prigione, Pietro aveva abbandonato Gerusalemme ed era andato in un altro luogo.

Dunque la comunità di Gerusalemme è guidata da Giacomo il quale è un ebreo fedelissimo alla legge mosaica, integro nella sua fedeltà alla tradizione dei padri: così ce lo presenta Giuseppe Flavio nelle sue opere. Quando Pietro interviene, dice:

«Fratelli, voi sapete che già da molto tempo Dio ha fatto una scelta fra voi, perché i pagani ascoltassero per bocca mia la parola del vangelo e venissero alla fede. [8]E Dio, che conosce i cuori, ha reso testimonianza in loro favore concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; [9]e non ha fatto nessuna discriminazione tra noi e loro, purificandone i cuori con la fede». (At 15, 7-9).

Questa è una grossa affermazione: vuol dire che per purificare i cuori non c’è stato bisogno della circoncisione e non c’è stato bisogno della legge, perché è bastata l’esperienza della fede. Siamo vicini a quella teologia che poi diventerà la teologia paolina per eccellenza, quella della giustificazione mediante la fede e non mediante la circoncisione o la legge.

«[10]Or dunque, perché continuate a tentare Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri, né noi siamo stati in grado di portare? [11]Noi crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati e nello stesso modo anche loro» (At 15, 10-11).

Notate l’espressione siamo salvati per la grazia del Signore Gesù, quindi non per la circoncisione, non per le opere della legge, ma per la pura grazia del Signore Gesù. Questo vuol dire che l’avvenimento di Gesù, che il suo mistero, che la sua Pasqua sono sufficienti per la salvezza e non è necessario niente altro. Dopo questo discorso:

«Tutta l’assemblea tacque e stettero ad ascoltare Barnaba e Paolo che riferivano quanti miracoli e prodigi Dio aveva compiuto tra i pagani per mezzo loro». (At 15, 12).

Poi finalmente c’è l’intervento decisivo di Giacomo. 5

«[13]Quand’essi ebbero finito di parlare, Giacomo aggiunse: [14]«Fratelli, ascoltatemi. Simone ha riferito come fin da principio Dio ha voluto scegliere tra i pagani un popolo per consacrarlo al suo nome. [15]Con questo si accordano le parole dei profeti, come sta scritto: [16]Dopo queste cose ritornerò e riedificherò la tenda di Davide che era caduta; ne riparerò le rovine e la rialzerò, [17]perché anche gli altri uomini cerchino il Signore e tutte le genti sulle quali è stato invocato il mio nome, [18]dice il Signore che fa queste cose da lui conosciute dall’eternità. [19]Per questo io ritengo che non si debba importunare quelli che si convertono a Dio tra i pagani, [20]ma solo si ordini loro di astenersi dalle sozzure degli idoli, dalla impudicizia, dagli animali soffocati e dal sangue. [21]Mosè infatti, fin dai tempi antichi, ha chi lo predica in ogni città, poiché viene letto ogni sabato nelle sinagoghe». (At 15, 13-21).

Mentre il discorso di Pietro è fondamentalmente un discorso di esperienza, in quanto racconta ciò che gli è capitato in casa di Cornelio, Giacomo aggiunge a questo discorso quella che noi chiameremmo “la prova delle Scritture”. Il suo ragionamento infatti è tutto fondato sull’Antico Testamento, attraverso cui vuole tentare di interpretare l’esperienza di Pietro, in modo da collocarla dentro al progetto di Dio. E vuol dire: fa parte del cammino di fede della Chiesa sperimentare i doni del Signore, ma anche leggere e interpretare la propria esperienza alla luce della Parola di Dio. Solo quando l’esperienza viene interpretata alla luce della Parola di Dio, solo se può essere compresa come realizzazione di un progetto del Signore, solo allora essa diventa normativa.

Si tratta dunque di cogliere quello che il Signore chiede; e Giacomo fa esattamente questo; rileggendo un testo di Amos (capitolo 9°) e alcuni altri testi in filigrana, e rileggendo in questa prospettiva la volontà di Dio, egli capisce che Dio si vuole prendere un popolo tra i pagani. Notate l’espressione che dice: Dio ha voluto scegliere tra i pagani un popolo per consacrarlo al suo nome.

Questo modo di parlare è tradizionale per la Bibbia. Lo si trova più volte nel Deuteronomio, ma nel Deuteronomio ha un altro significato perché vuol dire: Dio, tra i popoli pagani, ha preso un popolo che è Israele e lo ha separato perché diventasse il suo popolo.

Invece Giacomo in questa occasione rilegge questa espressione come se il popolo fosse composto di pagani. Sono i pagani che il Signore chiama e che consacra sé. Nel testo di Amos c’è addirittura scritto che il Signore vuole ristabilire la tenda di Davide che era caduta e vuole fare in modo che tutte le genti cerchino il Signore.

Il che vuol dire che Giacomo vede la Chiesa composta di due tronconi: quella che poi verrà chiamata “ecclesia ex circumcisione” cioè la Chiesa che è fatta di ebrei, di circoncisi e la “ecclesia ex gentium” cioè la Chiesa che viene dai pagani.

Tutti coloro che cercano Gesti di Nazareth entrano così nella prospettiva della salvezza. Se lo cercano anche i pagani, la salvezza è anche per loro.

Teniamo però presente questa visione ecclesiologica di Giacomo, secondo cui la Chiesa è fatta di due tronconi, di due comunità, solidali tra loro, ma che rimangono diverse. Una cosa è l’Israele che viene dall’Antico Testamento, e un’altra cosa è la comunità che viene dai pagani.

Da tale situazione però nasce il problema di come potranno convivere questi due gruppi così diversi, anche perché gli Ebrei hanno tutta una serie di regole che separano la loro vita concreta da quella dei pagani. Si tratta in particolare delle regole che riguardano i cibi, per cui un ebreo non può mangiare certi cibi. E’ perciò difficile andare a tavola con un ebreo che ha tanti divieti di fronte al cibo.

I casi perciò sono due: o ci si fa ebrei e si mangiano gli stessi cibi degli ebrei, o gli ebrei prendono l’usanza pagana e quindi mangiano i cibi di tutti. Come mettere insieme questi due tronconi della medesima Chiesa? Giacomo trova una soluzione di compromesso: quella specie di adesione ad alcune leggi fondamentali dell’ebraismo che, se assunte da tutti i credenti, dovrebbero rendere possibile la convivenza e la commensalità. Si tratta di quattro regole fondamentali, le uniche che i pagani devono assumere per diventare cristiani.

  1. Astenersi dalle sozzure degli idoli, cioè astenersi dalle carni che sono state immolate agli idoli: gli idolotiti. Nell’ambiente greco capita abbastanza facilmente che le carni immolate agli idoli vengano vendute al mercato e siano poi tranquillamente mangiate dalla gente. Giacomo afferma che questo per un ebreo è un abominio e perciò i cristiani, sia di origine ebraica che di origine pagana, devono stare lontano dagli idolotiti.

  2. Astenersi dall’impudicizia: per impudicizia Giacomo intende quella serie di impedimenti matrimoniali che sono presentati nel capitolo 18 del libro del Levitico.

  3. Astenersi dagli animali soffocati: perché un animale diventi carne mangiabile occorre togliergli il sangue e perciò la macellazione deve avvenire secondo precise regole. Gli animali soffocati sono quelli non macellati secondo le leggi della macellazione giudaica e quindi un ebreo non li può mangiare e neppure gli altri ne mangeranno.

  4. Astenersi dal sangue cioè da tutti i cibi che sono preparati col sangue, perché anche questa per l’ebreo è una delle regole fondamentali della purità.

Sono dunque quattro regole che non riguardano quello che noi chiameremmo l’ambito dell’etica in senso stretto, ma riguardano la purità rituale. Esse servono a far sì che cristiani di origine ebraica e cristiani di origine pagana, là dove ci sono comunità miste come a Gerusalemme, possono andare insieme alla medesima mensa: all’Eucaristia e all’agape fraterna.

Le regole di Giacomo hanno perciò uno scopo di compromesso e di armonizzazione.

A proposito di queste quattro regole, c’è un manoscritto del Nuovo Testamento, molto importante, “il codice D” che riporta le prescrizione in modo leggermente diverso e ad esse aggiunge la regola d’oro: Non fare agli altri quello che non vuoi venga fatto a te. Inoltre toglie la proibizione di mangiare animali soffocati.

In questo modo il “codice D” trasforma prescrizioni rituali riguardanti usanze e tradizioni in prescrizioni etiche. Nel “codice D” astenersi dalle sozzure degli idoli non vuol dunque semplicemente dire non mangiare carne immolata agli idoli ma vuol dire stare lontani dall’idolatria. Inoltre l’impudicizia non è semplicemente riferita alle regole del Levitico, ma è un comportamento sessuale che va contro l’etica cristiana.

Circa l’astenersi dal sangue, il “codice D” intende l’astensione da ogni forma di violenza nei confronti dell’altro (omicidio, ecc.).

Con la regola d’oro poi, il “codice D” trasforma il contenuto della prospettiva di Giacomo in una prospettiva etica. Dietro sta la convinzione che questo decreto diventerà decreto degli Apostoli e, come tale, dovrà mantenere un suo valore per tutte le generazioni cristiane, anche quando non ci sarà più il problema della convivenza con gli Ebrei. Questo discorso di Giacomo, che è il discorso della parte radicale della comunità, risulta convincente. Se Giacomo è d’accordo a non imporre la circoncisione, sono d’accordo anche tutti gli altri. Allora gli Apostoli, gli anziani e tutta la Chiesa aderiscono alla proposta di Giacomo.

«[22]Allora gli apostoli, gli anziani e tutta la Chiesa decisero di eleggere alcuni di loro e di inviarli ad Antiochia insieme a Paolo e Barnaba: Giuda chiamato Barsabba e Sila, uomini tenuti in grande considerazione tra i fratelli. [23]E consegnarono loro la seguente lettera: «Gli apostoli e gli anziani ai fratelli di Antiochia, di Siria e di Cilicia che provengono dai pagani, salute! [24]Abbiamo saputo che alcuni da parte nostra, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con i loro discorsi sconvolgendo i vostri animi. [25]Abbiamo perciò deciso tutti d’accordo di eleggere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Barnaba e Paolo, [26]uomini che hanno votato la loro vita al nome del nostro Signore Gesù Cristo. [27]Abbiamo mandato dunque Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi queste stesse cose a voce. [28]Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: [29]astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia. Farete cosa buona perciò a guardarvi da queste cose. State bene». (At 15, 22-29).

Questo è il famoso decreto presentato sotto forma di lettera, con l’inizio usuale delle lettere ellenistiche, i mittenti, i destinatari e l’augurio. Notate l’espressione ai fratelli di Antiochia, di Siria e di Cilicia: chiamarli fratelli vuol dire riconoscere quella comunione di fede che unisce la Chiesa mista di Antiochia alla Chiesa ebraica di Gerusalemme, quindi vuol dire affermare la Comunione, riconoscere la validità dell’esperienza di fede che è avvenuta ad Antiochia. L’espressione fratelli ha perciò un grande valore perché fa riferimento alla comunione propria della fede e alla appartenenza al popolo del Signore.

Poi viene detto il perché del decreto e vengono ricordate le persone cui è affidato l’incarico di consegnarlo. Questi latori non sono semplicemente dei postini, ma hanno il compito di leggere la lettera, di spiegarla e di raccontare tutto. La comunicazione è dunque fondamentalmente una comunicazione personale. La lettera fa da riferimento, ma è personalmente che Giuda e Sìla dovranno raccontare ciò che è avvenuto a Gerusalemme e ciò che a Gerusalemme si è deciso per quanto riguarda la disciplina della Chiesa.

«Abbiamo deciso lo Spirito Santo e noi…” (At 15, 28).

È naturalmente evidente la convinzione che per quanto a Gerusalemme si sia discusso e litigato dietro a tutta questa discussione e a questa ricerca c’era lo Spirito Santo.

Quindi la decisione è sì una decisione della comunità di Gerusalemme, ma in realtà è una decisione del Signore.

Notate poi la conclusione: Farete cosa buona perciò e guardarvi da queste cose (At 15, 29).

Ciò significa che questa quattro disposizioni non sono la condizione per la salvezza; sono invece esigenze dell’armonia nella comunità, servono per andare d’accordo.

Anche se la salvezza è legata unicamente alla fede, ci sono tuttavia delle esigenze legate alla comunione concreta delle persone e bisogna cogliere le esigenze degli altri in modo da trovare degli atteggiamenti rispettosi sia della libertà dei pagani che diventano cristiani, sia dei giudei che sono cristiani e che hanno i valori della tradizione.

Questa testo degli Atti riporta quindi la conclusione:

[30]Essi allora, congedatisi, discesero ad Antiochia e riunita la comunità consegnarono la lettera. [31]Quando l’ebbero letta, si rallegrarono per l’incoraggiamento che infondeva. [32]Giuda e Sila, essendo anch’essi profeti, parlarono molto per incoraggiare i fratelli e li fortificarono. [33]Dopo un certo tempo furono congedati con auguri di pace dai fratelli, per tornare da quelli che li avevano inviati. [34] [35]Paolo invece e Barnaba rimasero ad Antiochia, insegnando e annunziando, insieme a molti altri, la parola del Signore» (At 15, 30-35).

Da questo punto parte l’evangelizzazione paolina.

Rimane soltanto un problema storico che riguarda soprattutto il decreto, cioè l’ultima parte del capitolo, che, a quanto pare, dovrebbe essere slegato dal Concilio di Gerusalemme in senso stretto. Secondo gli storici il Concilio di Gerusalemme ha deciso una cosa fondamentale: che l’appartenenza alla comunità cristiana non richiede la circoncisione, quindi non richiede l’assunzione di tutta la tradizione legale ebraica.

S. Paolo nel capitolo secondo della Lettera ai Galati ricorda solo questo. Siccome però, dopo questo Concilio, sono emersi dei problemi nella convivenza delle comunità miste, è nato dalla Chiesa di Gerusalemme e in particolare da Giacomo un decreto per la convivenza che Luca ha collegato con il Concilio degli Apostoli in modo da dare una visione complessiva del rapporto tra la comunità cristiana e il giudaismo. Dal punto di vista storico invece bisogna pensare a due avvenimenti diversi.

La decisione del Concilio di Gerusalemme è centrale per la prima comunità cristiana. Se il cristianesimo è diventato ciò che è diventato, è proprio grazie a questa decisione rivoluzionaria, è proprio per il riconoscimento che Gesù Cristo e la sua grazia è una via di salvezza sufficiente e non c’è bisogno di nient’altro.

Il resto appartiene alle tradizioni. Può essere rispettato, può avere un suo valore, ma la questione della salvezza si gioca unicamente sulla fede in Gesù Cristo e sul battesimo in quanto legato con la fede. Questo ha fatto sì che il cristianesimo, invece di rimanere una setta all’interno della sinagoga, potesse slegarsi dal giudaismo e presentarsi con una sua identità. E questo poi ha aperto la porta all’evangelizzazione paolina e alla Chiesa come Chiesa unica che raccoglie tutti gli uomini, ebrei e non, in un unico popolo, in un’unica comunità di fede.

CANTI DEL SERVO – 2

Diocesi Reggio Emilia-Guastalla
Correggio – Monastero Suore Clarisse Cappuccine

Ritiro spirituale di Quaresima per giovani

I Canti del servo di Jahvè

(dal libro del profeta Isaia)

19 Marzo 1994

Celebrazione Eucaristica
Liturgia solennità di San Giuseppe

Referenti del presente Documento: Vittorio Ciani e Marcello Copelli

Mons. Luciano Monari

Premessa

Il tema di questo ritiro sono i canti del servo di Jahvè, cioè quattro canti che sono inseriti nel cosiddetto deutero-Isaia, dal capitolo 40 al 55 del libro del profeta Isaia.

Dentro a questo grande blocco ci sono quattro brani che in qualche modo emergono rispetto al contesto, e sono i quattro canti del servo di Jahvè.

Probabilmente anche questi sono opera del deutero-Isaia, però certamente con un messaggio, con delle prospettive particolari, in quanto tutte quattro queste poesie parlano di un personaggio misterioso, chiamato “il servo”, al quale viene affidata una missione importante e decisiva per la storia di Israele e per tutti gli uomini. Praticamente gli viene affidato il compito di fondare la religione autentica, l’atteggiamento corretto nei confronti di Dio e gli viene affidato l’incarico di rivelare la volontà di Dio.

Questo pone tutta una serie di problemi, per esempio l’identificazione di questo servo. A chi si riferiva l’autore? Le risposte degli esegeti sono diversissime, comunque tenete presente che per alcuni esegeti il servo è Israele stesso. Il popolo in esilio ha da Dio un compito, una vocazione di rinascita, di rigenerazione della vita religiosa, e questo compito fa di Israele il vero servo di Jahvè.

Per altri esegeti il servo è un personaggio simbolo o il deutero-Isaia stesso, o un profeta come Geremia, o un personaggio storico come Zorobabele.

Quello che a noi interessa principalmente è la fisionomia di questa figura, quale tipo di missione gli viene affidato.

Per certi aspetti il servo di Jahvè ha alcune caratteristiche regali: deve esercitare un potere che diventa anche universale; ma le sue caratteristiche sono principalmente profetiche perché deve- annunziare la parola di Dio, e per questo compito subisce derisione e persecuzione cioè paga l’annuncio della Parola di Dio con una serie di sofferenze che il servo accoglie in prospettiva positiva, come strumento di intercessione per i peccatori.

Il servo è uno che intercede, cioè cerca di ottenere la salvezza di tutto il popolo attraverso la sua preghiera, la sua persona e in particolare la sua sofferenza.

Proprio per questo motivo il servo di Jahvè assume delle caratteristiche che lo avvicinano a Gesù Cristo nel Nuovo Testamento, anzi Gesù e il Nuovo Testamento hanno interpretato la missione del Signore alla luce di questi canti, in particolare la passione di Gesù.

Si potrebbe rileggere la passione di Gesù e notare tutta una serie di riferimenti impliciti ai canti del servo, in particolare al quarto canto dove viene descritta la sofferenza del servo di Jahvè.

Proprio per questo motivo i quattro canti vengono usati nella liturgia della settimana santa, e forse per questo don Davide mi ha chiesto di commentarli. Allora li riprendiamo insieme, li rileggiamo e tentiamo di vedere quali sono le cose più preziose.

Primo Canto

Il primo canto è nel capitolo 42 di Isaia, ed è un oracolo di investitura del servo: possiamo immaginare l’investitura di un vassallo da parte del grande re.

Il re vuole costituire un vassallo primo ministro; naturalmente si fa un’assemblea con tutti i vassalli del regno e davanti a tutti i suoi sottomessi l’imperatore presenta la figura che lui ha scelto. E’ questo il contesto immaginario del nostro brano.

“Ecco il mio servo che io sostengo,

il mio eletto di cui mi compiaccio.

Ho posto il mio spirito su di lui;

egli porterà il diritto alle nazioni.

Non griderà né alzerà il tono,

non farà udire in piazza la sua voce,

non spezzerà una canna incrinata,

non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta.

Proclamerà il diritto con fermezza;

non verrà meno e non si abbatterà, finché, non avrà stabilito il diritto sulla terra;

e per la sua dottrina saranno in attesa le isole.

Così dice il Signore Dio

che crea i cieli e li dispiega,

distende la terra con ciò che vi nasce,

dà il respiro alla gente che la abita

e l’alito a quanti camminano su di essa:

Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia

e ti ho preso per mano;

ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo

e luce delle nazioni,

perché, tu apra gli occhi ai ciechi

e faccia uscire dal carcere i prigionieri,

dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”.

Come dicevo è la presentazione del servo: il re, Dio stesso, lo presenta davanti a un’assemblea, all’assemblea del popolo, delle nazioni, dei grandi della terra: “Ecco il mio servo che io sostengo”.

Mio servo intendetelo come una dignità conferita a quest’uomo.

È vero che in italiano ‘servo’ vuole dire subordinato, ma quando si parla del servo di un re si intende il primo ministro, cioè quello che il re pone al di sopra degli altri.

Nell’Antico Testamento “servo di Dio” è per esempio Mosè, o Giosuè, o i profeti, cioè tutte quelle persone che hanno ricevuto da Dio una missione e con questa missione hanno ricevuto una dignità, un potere.

Quindi “mio servo” intendetelo come un titolo di onore.

“Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio”. “Mio eletto” vuole dire che Dio lo ha scelto in mezzo agli altri come unico, Dio dice a questo servo «tu sei per me unico» e non solo ma aggiunge «di te mi compiaccio» e vuole dire che Dio è contento della persona di questo servo, del compito che gli affida. In qualche modo il servo appare davanti a Dio come un sacrificio perfetto.

I sacrifici perfetti erano quelli che Dio guardava con piena benevolenza. Questo servo appare davanti a Dio come perfetto nella sua consacrazione, e Dio se ne compiace, Dio è contento di lui.

Questo compiacimento di Dio diventa l’affidamento di un incarico con equipaggiamento annesso: “Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni”.

L’incarico è “portare il diritto” dove per diritto intendete quello che noi chiamiamo oggi la religione, quindi vuole dire rivelare la volontà di Dio, il progetto di Dio ai popoli, perché questi si sottomettano a questa volontà. Quindi non è il diritto in senso giuridico stretto, ma è il diritto nel senso della volontà globale di salvezza di Dio.

In altre parole: il servo deve condurre tutte le nazioni all’obbedienza a Dio.

Naturalmente questo è un compito molto grande e che supera le energie umane del servo. Per quanto sia intelligente o abile, un compito di questo genere supera ogni possibilità, allora “ho posto il mio spirito su di lui”.

Questo vuole dire che si compie per il servo quello che era stato detto nel capitolo 11 di Isaia a proposito del Messia: “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. Si compiacerà del timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese”.

Il testo continua descrivendo l’attività di questo messia, di questo re, il quale stabilisce la giustizia, difende i poveri, decide le questioni non approssimativamente ma secondo una valutazione corretta.

Come può fare tutto questo? “Su di lui si poserà lo spirito del Signore”. Non solo è sceso lo Spirito, ma si è fermato, si è inserito nell’esistenza di questo servo tanto da riposarsi dentro di lui.

Allora questo spirito gli dona la sapienza e l’intelletto, cioè la capacità di conoscere oggettivamente le cose, come sono davanti a Dio.

Poi gli dona il consiglio e la fortezza cioè la capacità di scegliere, di decidere con coraggio. Dopo avere capito le cose sa prendere delle decisioni forti.

Poi gli dona lo spirito di conoscenza e del timore, cioè nello scegliere si lascia guidare non da interessi particolari, ma dalla volontà di Dio, dalla sottomissione al volere di Dio.

Quindi con lo Spirito quest’uomo è guidato, è orientato nei suoi pensieri e nei suoi desideri non dagli interessi privati, ma dalla rivelazione della volontà di Dio; ha assimilato il suo cuore al cuore di Dio.

“Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni”.

Questa è la missione. Poi si dice qualcosa sul metodo, sul come verrà svolta, come si realizzerà questa missione:

“Non griderà né alzerà il tono,

non farà udire in piazza la sua voce,

non spezzerà una canna incrinata,

non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta.”

Vuole dire che il suo metodo di azione è un metodo discreto, umile, rispettoso, capace di valorizzare quello che di positivo trova, anche se piccolo.

L’immagine della canna incrinata e dello stoppino dalla fiamma smorta, sembrano essere la fotografia dell’Israele dell’esilio.

Quando Israele si trova in Babilonia è un popolo nel quale è venuta meno la voglia di vivere, un popolo avvilito, deluso. schiacciato, che non ha un grande gusto di andare avanti.

Il servo viene mandato a questo popolo.

Come lo tratta? Lo giudicherà e lo eliminerà proprio per i suoi difetti? Spezzerà la canna incrinata? Spegnerà lo stoppino dalla canna smorta?

Al contrario. Questo servo è rispettoso di tutto quello che di positivo, anche piccolo, esiste nel popolo del Signore e lo valorizza. Con il suo intervento invece di umiliare valorizza. Invece di schiacciare, da energia e speranza.

Proprio per questo si presenta come un servo mite, che non grida, che non alza il tono, né fa udire in piazza la sua voce.

Vuole dire allora che è debole? Che non ha la capacità di imporsi?

È mite, ma tutt’altro che debole.

È, in realtà, deciso, costante, ostinato nelle sue scelte, per cui dice:

“Proclamerà il diritto con fermezza;

non verrà meno e non si abbatterà, finché, non avrà stabilito il diritto sulla terra;

e per la sua dottrina saranno in attesa le isole.”

Quindi non si lascia abbattere da nessun ostacolo, non si lascia intimidire dalle minacce, ma una volta che si è proposto il suo compito (quello di stabilire la volontà di Dio) lo esegue senza deviare a destra o a sinistra.

Mite, ma perseverante. Si presenta come rispettoso ma anche deciso nell’esecuzione della volontà di Dio.

Questa presentazione viene completata da alcune parole che vengono rivolte direttamente al servo:

“Così dice il Signore Dio

che crea i cieli e li dispiega,

distende la terra con ciò che vi nasce,

dà il respiro alla gente che la abita”

Chi parla in questo modo è Dio, il creatore del mondo, che sta al di sopra di ogni cosa e la cui voce si afferma come invincibile. E’ quello che crea i cieli, che dispiega i cieli e la terra. L’universo intero è plasmato dalle sue mani, disposto dalla sua volontà.

È Lui che dà il respiro alla gente che vi la abita, quindi anche la vita ha la sua origine nella volontà di Dio.

Che cosa dice questo Signore dell’universo?

“Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia

e ti ho preso per mano;

ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo

e luce delle nazioni,

perché‚ tu apra gli occhi ai ciechi

e faccia uscire dal carcere i prigionieri,

dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”

Richiama la missione che Lui stesso ha consegnato al servo: Io ti ho chiamato per la giustizia.

Questo compito è accompagnato dalla benevolenza di Dio: ti ho preso per mano, cioè il servo in tutta la sua opera è accompagnato dalla presenza premurosa e di difesa del Signore.

Inoltre ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo. Formato e stabilito vogliono dire che il servo è proprio una creazione di Dio, che Dio si è fatta con le sue mani. Così come all’inizio del mondo Dio ha creato l’uomo plasmandolo con la creta, così il Signore ha plasmato il servo.

Plasmato significa che gli ha dato una forma che corrisponde alla sua volontà, tanto che il servo possa diventare uno strumento docile di Dio.

Siccome diventa uno strumento docile di Dio, il servo in qualche modo diventa onnipotente. Cioè riesce ad agire con la stessa potenza misericordiosa di Dio, tanto che apre gli occhi ai ciechitanto che libera i prigionieri, tanto che porta la luce a chi abita nelle tenebre.

Tutte queste cose l’uomo non è capace di farle, solo Dio è capace, ma questo servo è diventato uno strumento docile, perché Dio lo ha formato secondo la sua volontà, e quindi attraverso questo servo passa, come attraverso un vetro trasparente, l’azione di Dio che è potente e misericordioso, che è forte e salvatrice. Quindi il servo diventa strumento di Dio.

Questo è il primo canto del servo.

Quando rileggete queste parole provate a rivederle in riferimento al Nuovo Testamento.

“Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio”, questo è il Battesimo di Gesù.

Ho posto il mio spirito su di lui”, è successo questo all’inizio del ministero di Gesù.

egli porterà il diritto alle nazioni”, questo è il compito che Gesù ha realizzato in tutta la sua vita.

Come lo ha realizzato? Con mitezza: “Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta”.

Non c’è dubbio che l’atteggiamento del Signore sia stato di mitezza, ma è stato altrettanto fermo e deciso tanto da non venire meno finché, non avrà stabilito il diritto sulla terra, quindi tanto che non si è ritirato di fronte a nessun ostacolo nemmeno davanti alla minaccia della morte.

“Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni”, che Gesù sia luce delle nazioni questo era stato già detto da Simeone al momento della presentazione del Signore al tempio, ma lo si rivede in tutta la predicazione del Signore, in tutto quello che Gesù ha detto.

Che Gesù abbia riaperto gli occhi ai ciechi tutto il Nuovo Testamento lo dice.

Che “faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre” questo è tutto il significato della redenzione.

Quindi si può rileggere il canto in riferimento a Gesù.

Non vuole dire che il secondo Isaia abbia necessariamente pensato ad una figura messianica, però vuole dire che nel momento in cui Gesù è venuto per compiere la volontà del Padre, ha reso vere tutte le profezie, tutte le parole dell’Antico Testamento e le attese dei profeti.

Secondo Canto

Il secondo canto è al capitolo 49 del profeta Isaia.

Se il capitolo 42 era la presentazione del servo davanti ai vassalli del re, il capitolo 49 è una specie di racconto autobiografico: il servo racconta la sua esperienza, rilegge il passato:

“Ascoltatemi, o isole,

udite attentamente, nazioni lontane;

il Signore dal seno materno mi ha chiamato,

fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome.

Ha reso la mia bocca come spada affilata,

mi ha nascosto all’ombra della sua mano,

mi ha reso freccia appuntita,

mi ha riposto nella sua faretra.

Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele,

sul quale manifesterò la mia gloria».

Io ho risposto: «Invano ho faticato,

per nulla e invano ho consumato le mie forze.

Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore,

la mia ricompensa presso il mio Dio».

Ora disse il Signore

che mi ha plasmato suo servo dal seno materno

per ricondurre a lui Giacobbe

e a lui riunire Israele,

poiché, ero stato stimato dal Signore

e Dio era stato la mia forza

mi disse: «E’ troppo poco che tu sia mio servo

per restaurare le tribù di Giacobbe

e ricondurre i superstiti di Israele.

Ma io ti renderò luce delle nazioni

perché porti la mia salvezza

fino all’estremità della terra»“.

Il servo sta raccontando la sua esperienza, la sua vocazione, e dice una cosa fondamentale: la sua vocazione, la sua chiamata è avvenuta quando ancora era nel seno materno, prima di nascere.

L’idea è tipica di Geremia.

Quando parla della sua vocazione usa proprio questa espressione: «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni».

Vuole dire: quando Geremia incomincia a fare il profeta ha una certa età della sua vita, però in realtà Geremia era profeta da prima; quella vocazione non fa altro che manifestare, mettere in luce quella che era la struttura genetica spirituale di Geremia. Geremia non è mai esistito se non come profeta; Dio lo ha sempre sognato, voluto e pensato come profeta. La profezia non è un vestito che gli si è aggiunto in un momento della sua vita, ma è un gene che ha accompagnato il profeta fin dall’inizio e che ha dato forma a tutti i suoi pensieri, i suoi progetti, le sue speranze e ideali.

La vocazione nell’ottica di Geremia è così, e così dice anche il servo «il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome».

Pronunciato il mio nome vuole dire che mi ha conosciuto, ma vuole dire anche che mi ha amato, che mi ha dato un compito. Il nome contiene il compito della persona, contiene la sua vocazione.

Ciascuno di noi ha un nome, che Dio conosce, e che è il significato della nostra esistenza, quindi è quella che noi chiamiamo vocazione.

Il servo è stato scelto, amato e voluto fin dall’inizio del suo concepimento con una missione precisa da parte di Dio.

Ricordate che questa immagine verrà ripresa poi da san Paolo. Quando parla della sua vocazione riconosce che è venuta ad un certo punto della sua vita (sulla via di Damasco), è venuta in contrasto con molte cose precedenti, perché prima era un persecutore della chiesa e poi la vocazione ha capovolto la sua prospettiva e il suo modo di pensare, però san Paolo riconosce che Dio lo aveva scelto fin dal seno materno.

Quindi la vocazione è avvenuta concretamente se non dopo molto tempo, ma quella vocazione non faceva altro che innestarsi su una realtà profonda che Paolo portava sempre con sé.

Questo naturalmente vale per ciascuno di noi. La vocazione la scopriamo ad un certo punto della vita, delle volte la costruiamo pian piano, con fatica, con tensione.

Però in realtà quello che viene a galla è la parola con cui Dio ci ha chiamato fin dall’origine.

Continua il servo: “Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra” e vuole dire che il servo di Jahvè è diventato uno strumento di Dio, uno strumento di cui Dio si serve per compiere la sua volontà, uno strumento soprattutto attraverso la parola, la predicazione. E’ un predicatore, un profeta, deve annunciare il diritto, proclamare la volontà di Dio; per questo Dio ha reso la sua bocca come spada affilata, quindi capace di colpire, capace di discernere, di distinguere, di dividere, di mettere in luce i pensieri del cuore.

Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria”. La parola “Israele” sembra una glossa, cioè un’aggiunta di qualcuno che ha voluto interpretare il canto, per dire che questo servo su cui Dio manifesta la sua gloria è Israele stesso, il popolo stesso.

E ha ragione. Quando il servo di Dio si rivela è probabilmente una persona singola, ma è una persona che riassume in sé il mistero di tutto il popolo di Israele. Di quel popolo che Dio ha chiamato da sempre, che Dio ha plasmato con le sue mani, al quale ha affidato la missione di testimoniarlo in mezzo ai popoli, di essere quindi luce per le nazioni.

Tutte queste cose sono corrette se riferite a Israele, ma nello stesso tempo si riferiscono a qualcuno che incarna e realizza perfettamente il compito di Israele.

Quello che alla fine vale per Israele vale anche per noi. Noi siamo sì la chiesa del Signore ma a volte siamo una chiesa che non realizza la sua vocazione autentica di amore, di fede, di speranza. C’è quindi una specie di scalino tra la chiesa com’è nel progetto di Dio e la chiesa come riusciamo a viverla noi.

C’è uno scalino, una distanza tra Israele così come Dio lo sogna e Israele come storicamente si realizza.

Per questo c’è nella Chiesa una persona nella quale la chiesa viene espressa pienamente nel suo mistero di amore: Gesù Cristo, i santi che riassumono il mistero vero della Chiesa.

Lo stesso vale per Israele e per questo servo che riassume in sé l’esistenza, la vita e la missione del popolo.

“Io ho risposto: «Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio”. Qui entra un altro tema che diventerà poi dominante, ed è la sofferenza, il fallimento, la delusione.

Vuole dire che questo servo ad un certo punto vede la sua missione fallire.

Si è impegnato per annunciare il diritto alle nazione, per portare la volontà di Dio in mezzo al mondo, per trasformare il mondo secondo il progetto di Dio. Che cosa ha ottenuto? Poco, tanto da essere ormai avvilito, privo di energia.

Vuol dire che ha perso la fiducia? No la fiducia gli rimane. Vede che il risultato è quasi nullo ma certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio. Non ha quindi paura del fallimento, dell’insuccesso; sa che siccome la missione gli è stata affidata da Dio è come al sicuro dentro alla volontà, al progetto di Dio. Qualunque sia il risultato che si vede, in realtà la sua missione non è inutile. Dio custodisce lui e i suoi meriti, il significato del suo compito, della sua missione.

“Ora disse il Signore che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele, poiché, ero stato stimato dal Signore e Dio era stato la mia forza mi disse: «è troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. Ma io ti renderò luce delle nazioni perché, porti la mia salvezza fino all’estremità della terra”.

Vuole dire: questo servo che sembra non riuscire a realizzare la sua missione di ricostituzione del popolo di Israele, secondo il volere di Dio, questo servo riceve, stranamente, una missione infinitamente più grande: quella di ricondurre l’umanità intera alla fedeltà al Signore, quello di donare agli uomini la salvezza di Dio.

Questo è tipico del Nuovo Testamento:

Gesù è venuto come salvatore di Israele, e si può che ha fatto fallimento.

Gesù può dire al termine della sua vita: «Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze» perché quelli che hanno creduto non sono stati molti, e quelli che gli si sono opposti, invece, hanno apparentemente vinto.

Non c’è dubbio che le parole “ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio” sono parole che esprimono il mistero di Gesù, che non ha restituito male per male, che non ha oltraggiato gli oltraggiatori, ma ha affidato la sua causa a colui che giudica con giustizia.

Quindi si è consegnato nelle mani del Padre perché fosse Lui a difenderlo. Ma proprio questo è avvenuto, che in questo modo la missione di Gesù è passata da missione per Israele a missione universale, a missione per tutte le nazioni.

Proprio il rifiuto di Israele ha aperto la strada ai pagani, così dice san Paolo più volte. Ed è proprio questo che ha reso l’annuncio del Vangelo un annuncio di salvezza fino alle estremità della terra.

Fino all’estremità della terra, se ricordate, è il progetto che Luca pone alla base degli atti degli Apostoli; il compito della chiesa è fare sì che il Vangelo, partendo da Gerusalemme, arrivi fino agli estremi confini della terra, arrivi cioè ai pagani, a tutti gli uomini.

Entrano quindi due elementi nella vocazione del servo, che sono complementari:

  • da una parte la sofferenza, dall’altra la dilatazione della missione;

  • da una parte il fallimento, dall’altra il compito aperto a tutti e la salvezza offerta.

Terzo Canto

Il terzo canto è al capitolo 50.

“Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati,

perché, io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola.

Ogni mattina fa attento il mio orecchio

Perché, io ascolti come gli iniziati.

Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio

e io non ho opposto resistenza,

non mi sono tirato indietro.

Ho presentato il dorso ai flagellatori,

la guancia a coloro che mi strappavano la barba;

non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.

Il Signore Dio mi assiste,

per questo non resto confuso,

per questo rendo la mia faccia dura come pietra,

sapendo di non restare deluso.

È vicino chi mi rende giustizia;

chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci.

Chi mi accusa?

Si avvicini a me.

Ecco, il Signore Dio mi assiste:

chi mi dichiarerà colpevole?

Ecco, come una veste si logorano tutti,

la tignola li divora.

Chi tra di voi teme il Signore,

ascolti la voce del suo servo!

Colui che cammina nelle tenebre,

senza avere luce,

speri nel nome del Signore,

si appoggi al suo Dio”.

Vedete come il tema della sofferenza incomincia a venire in primo piano.

Questo terzo canto è un salmo di fiducia, di quelli che si trovano a volte nella profezia di Geremia.

Geremia è un profeta che parla al popolo, ma che delle volte esprime semplicemente le sue sofferenze, i suoi lamenti perché la sua missione è una missione che gli costa, gli pesa. Geremia avrebbe voluto potere fare cose diverse da quelle che è stato costretto a fare. Geremia avrebbe amato la vita di comunione con gli altri, di società, di dialogo e invece è costretto ad annunciare la desolazione, il giudizio, la sofferenza; anzi, non riesce ad annunciare altro che questo e proprio questo fa di lui un emarginato, perché nessuno ascolta volentieri profezie di sventura, e Geremia è il profeta di sventure per eccellenza.

Per questo motivo Geremia ha dovuto rinunciare alle amicizie, ha dovuto rinunciare a formare una famiglia, è diventato nella sua logica morto prima ancora di morire e per questo si lamenta, racconta il peso di questa condizione che lui non ha scelto e che non gli piace, che è costretto a sopportare per una specie di violenza del Signore: “mi hai fatto forza e hai prevalso”.

Il servo di Jahvè va collocato in questo contesto dei profeti che soffrono.

I profeti sono persone che annunciano la parola di Dio, e quindi sono dei messaggeri del Signore, ma sono messaggeri come coinvolti da quello che annunciano, sono trafitti dalla parola che dicono agli altri.

È una parola di giudizio? Questa parola di giudizio cade prima su di loro.

Annunciano la sofferenza? Ricade su di loro per primi.

Questo vale anche per il servo di Jahvè che viene trascinato dalla parola di Dio a essere una parola personale, una persona che è diventata parola, che è diventata manifestazione della volontà di Dio. Dio l’ha plasmata come persona tanto da essere la realizzazione di messaggio di giudizio, nel caso di Geremia, o di salvezza come vedremo nel quarto canto del servo di Jahvè.

Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati, perché, io sappia indirizzare allo sfiduciato una parolaAbbiamo detto che il secondo Isaia è un profeta di consolazione, che vuole riportare speranza agli esuli che si sentono abbandonati e avviliti, bene il servo di Jahvè ha una parola di speranza da rivolgere al popolo del Signore e questa parola il servo la può trasmettere perché prima di tutto l’ha ascoltata con perseveranza: “Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché, io ascolti come gli iniziati”.

Parla perché prima ha ascoltato. Trasmette consolazione perché prima ha ricevuto consolazione dal Signore.

Vale per questo servo quello che dice san Paolo nella seconda lettera ai Corinzi: “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché, possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio”, quindi consolati, consoliamo; abbiamo ricevuto dal Signore conforto per non tenerlo come una gioia privata ma per comunicarlo agli altri.

“Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. Però, questo compito positivo di consolazione il servo di Jahvè lo paga; è un consolatore, ma è un consolatore che proprio per potere consolare deve essere passato attraverso la sofferenza.

Se uno è consolato vuole dire che da una condizione di tribolazione viene portato a una condizione di speranza, ma deve partire dalla tribolazione altrimenti non c’è consolazione.

Il servo di Jahvè ha conosciuto la persecuzione, l’oppressione, la sofferenza: “Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. Quindi ha conosciuto la sofferenza e l’umiliazione.

Eppure in mezzo alla sofferenza e all’umiliazione ha mantenuto la sua sicurezza e la sua speranza: “Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso. E’ vicino chi mi rende giustizia; chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci. Chi mi accusa? Si avvicini a me. Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole?”.

Tradotto vuole dire: in tutte le situazioni di tribolazione in cui mi trovo ho un difensore e un protettore: Dio. Mi basta. Non ho bisogno di altro che di questo. Se il Signore Dio mi assiste non resto confuso. L’opposizione degli uomini può fare male, anzi fisicamente fa molto male Ho presentato il dorso ai flagellatori, ma non riesce a spezzare la resistenza interiore di questo servo, anzi la protezione del Signore lo colloca di fronte agli altri come invincibile: “rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso”.

Dura come pietra vuole dire che gli insulti o gli sputi non gli fanno cambiare scelta, non lo ripiegano dentro alla difesa di sé, non lo rendono impaurito e timido. Ha vicino il Signore che gli rende giustizia, ogni oppositore gli appare quindi insignificante: chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci. Chi mi accusa? Si avvicini a me. Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole?

Queste parole le potete rivedere nell’esperienza del Signore, in quel cammino di passione di fronte al quale Gesù non si è tirato indietro, ma è rimasto perseverante, fedele nel compimento della volontà del Padre.

Ma quelle medesime parole sono usate da san Paolo nella lettera ai Romani, in riferimento al credente: “Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi?”. Sono proprio le parole del terzo canto del servo di Jahve: chi condannerà? Chi potrà condannare chi è stato redento e salvato e protetto dall’amore di Dio in Gesù Cristo. Allora ne deve scaturire una sicurezza grande che permette al servo di rimanere fedele alla sua missione e che permette al credente di rimanere fermo nell’obbedienza a Dio, nella fiducia in Dio.

Riassunto.

I capitoli 42 – 49 – 50 sono una specie di piccolo itinerario spirituale del servo di Jahvè che nasce dalla sua istituzione divina:

  • Dio lo stabilisce come suo servo di fronte al mondo intero, assegnandogli una missione e donandogli lo Spirito perché sia in grado di compiere questa missione.

  • Il servo opera la volontà di Dio con mitezza e decisione nello stesso tempo.

  • Il risultato sembra deludente, sembra che debba dire «ho faticano invano», ma in realtà siccome ha compiuto la volontà di Dio questo insuccesso è solo apparente; in realtà la missione di salvezza il servo l’ha ricevuta, anzi il Signore gliela dilata all’infinito in modo che il servo diventi strumento di salvezza per tutti gli uomini.

  • Che cosa vuole dire? Che deve portare una parola di consolazione al mondo intero.

  • Questo però costerà al servo una sofferenza grande: la flagellazione, gli sputi, le umiliazioni… e in tutte queste esperienze il servo dovrà mantenere la sua fermezza che viene dalla protezione del Signore. Gli deve bastare la protezione del Signore contro ogni sofferenza.

In questo si incomincia a intravedere che il servo compie la missione non solo predicando, ma anche soffrendo.

Nell’ultimo canto il servo avrà solo sofferenza. Tutto l’aspetto della predicazione, che era così importante all’inizio, scompare e rimane solo la sofferenza dell’obbedienza e dell’amore.

Quarto Canto

Ecco, il mio servo avrà successo,

sarà onorato, esaltato e molto innalzato.

Come molti si stupirono di lui

tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto

e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo

così si meraviglieranno di lui molte genti;

i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,

poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato

e comprenderanno ciò che mai avevano udito.

Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione?

A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?

E’ cresciuto come un virgulto davanti a lui

e come una radice in terra arida.

Non ha apparenza né bellezza

per attirare i nostri sguardi,

non splendore per provare in lui diletto.

Disprezzato e reietto dagli uomini,

uomo dei dolori che ben conosce il patire,

come uno davanti al quale ci si copre la faccia,

era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,

si è addossato i nostri dolori

e noi lo giudicavamo castigato,

percosso da Dio e umiliato.

Egli è stato trafitto per i nostri delitti,

schiacciato per le nostre iniquità.

Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;

per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,

ognuno di noi seguiva la sua strada;

il Signore fece ricadere su di lui

l’iniquità di noi tutti.

Maltrattato, si lasciò umiliare

e non aprì la sua bocca;

era come agnello condotto al macello,

come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,

e non aprì la sua bocca.

Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;

chi si affligge per la sua sorte?

Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,

per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.

Gli si diede sepoltura con gli empi,

con il ricco fu il suo tumulo,

sebbene non avesse commesso violenza

né vi fosse inganno nella sua bocca.

Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.

Quando offrirà se stesso in espiazione,

vedrà una discendenza, vivrà a lungo,

si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.

Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce

e si sazierà della sua conoscenza;

il giusto mio servo giustificherà molti,

egli si addosserà la loro iniquità.

Perciò io gli darò in premio le moltitudini,

dei potenti egli farà bottino,

perché ha consegnato se stesso alla morte

ed è stato annoverato fra gli empi,

mentre egli portava il peccato di molti

e intercedeva per i peccatori”.

Questo è il quarto e ultimo canto del servo del Signore. E’ il canto culminante perché presenta la sofferenza del servo che viene portata fino al limite: la persecuzione, il processo, l’esecuzione, la morte.

Insieme con questo annuncia la glorificazione del servo.

Quindi poema del servo sofferente e glorificato. Il tema è quello della salvezza attraverso la sofferenza, è quello della gloria attraverso la croce.

Notate che quelli che parlano in questo poema considerano questo messaggio della gloria attraverso la croce, come un messaggio inaudito, incredibile. Siamo davanti a qualcosa di paradossale che l’uomo non si sarebbe mai aspettato.

Notate anche che l’inizio e la conclusione del canto sono parola di Dio. E’ Dio che prende la parola e parla del suo servo.

Al centro invece c’è una narrazione messa sulla bocca di un gruppo di persone, non identificato, che racconta la storia del servo, racconta la sua vita come ha patito, come è morte e come alla fine lo hanno visto trionfante.

Quindi al centro c’è la narrazione; all’inizio e alla fine la proclamazione di Dio che annuncia quello che è avvenuto con il suo significato di salvezza.

Il canto incomincia con una proclamazione divina: “Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato”.

Ricordate il primo canto del servo, quell’istituzione in cui Dio, come re, costituiva il servo come suo rappresentante e lo presentava davanti a tutti gli uomini, a tutti i re della terrà; all’inizio del quarto canto c’è qualcosa di simile: Dio presenta il suo servo e lo presenta glorioso. Fin dall’inizio Dio proclama l’esito finale dell’avventura, ed è un esito di gloria e di esaltazione.

Tutto il resto è indirizzato a questo, va verso questo traguardo. C’è una parola di Dio che annuncia la gloria, il resto è necessario come cammino. La Parola di Dio è infallibile, quindi se annuncia la gloria in un modo o nell’altro la storia dovrà andare a finire lì. Per quanto si veda una storia di sofferenza e di umiliazioni il traguardo è fissato: la gloria.

Notate che questa immagine del servo glorioso è quella che domina il quarto Vangelo: il Vangelo di Giovanni quando presenta la passione del Signore insiste sul fatto che è una realtà di innalzamento e di esaltazione. Giovanni vuole che uno abbia sempre davanti l’immagine della croce dove uno muore per innalzamento. Quella piccola realtà che è l’innalzamento in croce per san Giovanni diventa il simbolo della glorificazione di Cristo, per cui il Cristo del quarto vangelo è certamente il Cristo che muore in croce, ma in realtà è più ancora il Re che sale sulla croce e si insedia nel suo potere sovrano.

Quindi il Cristo di Giovanni è il Cristo in croce come la croce di san Francesco o delle croci bizantine dove di dolore non c’è quasi nulla; c’è piuttosto l’espressione della gloria e della vittoria.

Da qui san Giovanni ha preso l’immagine dell’innalzamento: “Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato”.

Poi il dolore del servo e la sua gloria vengono presentati indirettamente, guardando l’effetto che fanno sulle persone che stanno intorno, sulle persone che guardano: “Come molti si stupirono di lui tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo così si meraviglieranno di lui molte genti; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito”.

La sofferenza, prima di tutto, sfigura l’uomo: l’uomo è fatto a immagine di Dio, vuole dire che dovrebbe portare qualcosa della bellezza di Dio sul suo volto. Ora la sofferenza sfigura il volto dell’uomo, lo rende non guardabile, non oggetto di ammirazione, anzi un volto sfigurato può produrre quasi un terrore sacro.

Ripensato a Giobbe quando viene incontrato per la prima volta dagli amici che lo vedono in mezzo all’immondizia, in una condizione di desolazione e di avvilimento. Di fronte a questa condizione gli amici tacciono terrorizzati, in silenzio per una settimana. Quindi la condizione della sofferenza dell’uomo diventa motivo di paura, di terrore.

Ma non solo. Come crea stupore la sofferenza di quest’uomo, crea stupore anche l’esaltazione, anche la sua gloria. Perché dopo averlo visto in quella condizione di sfiguramento, i re della terra lo vedono nella condizione di gloria.

Se ricordate anche nei salmi succedeva che quando Dio libera un uomo giusto dalle sue angosce, la gente rimaneva a bocca aperta, stupita per quello che era avvenuto. Anche per il servo questa liberazione sarà qualcosa di inaudito, qualcosa di mai visto nella storia della salvezza: “vedranno un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito”

Fino qui la proclamazione di Dio.

Dopo, invece, è un gruppo anonimo che inizia a parlare, un coro, un coro della tragedia greca o un gruppo di re, comunque un coro che comincia a raccontare la storia del servo sottolineando la novità di questa esperienza: “Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?

Il braccio del Signore si è manifestato molte volte nella storia di Israele: quando il Signore ha liberato il suo popolo dall’Egitto “con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall’Egitto“.

Il braccio teso, potente è naturalmente il simbolo di una forza messa in attività: Dio attua, esercita tutto il suo potere. Quindi avevamo già visto il braccio del Signore.

Come pure lo abbiamo visto quando ha fatto entrare il suo popolo nella terra promessa; quando lo ha liberato dai nemici. La storia di Israele è una serie di avvenimenti in cui il braccio di Dio si è manifestato.

Ma adesso siamo davanti ad un’azione nuova e inconcepibile. “Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore”? Siamo davanti a qualcosa di nuovo e inaccettabile. Questo nuovo mistero sembra superare tutte le esperienze che abbiamo avuto in precedenza.

Nonostante questo, nonostante sia incredibile, il coro racconta ugualmente. Per chi? Forse per il futuro perché ci possa essere qualcuno che arrivi a comprendere quello che per i nostri occhi e i nostri orecchi è rimasto troppo misterioso, troppo al di là delle nostre capacità di comprensione.

Il tema del messaggio non è una teoria, non è un contenuto di idee, ma una serie di fatti, una vita, la vita di un personaggio. Di questo personaggio viene raccontata la nascita, la passione, la morte, la sepoltura, la glorificazione. Non solo viene raccontata la vita, ma quelli che raccontano sono coinvolti personalmente, profondamente, sanno che quegli avvenimenti non riguardano altre persone, ma coinvolgono loro stessi.

E’ vero che io racconto la storia di un altro, ma quello che è capitato a questo personaggio ha delle ripercussioni sulla mia vita, mi riguarda da vicino.

Sarà bene che anche voi ascoltiate nello stesso modo.

Vi racconto la storia del servo di Jahvè, ma si parla della vostra vita, della vostra esperienza, del vostro peccato e della vostra salvezza. Quindi non potete ascoltare come se vi raccontassi di Alessandro Magno, con interesse ma con la distanza che c’è tra noi e lui. Questa è storia vostra, è la vostra vita che si rispecchia nell’esperienza di quest’uomo.

“È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza né, bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.”

Così incomincia la storia del servo di Jahvè.

Ma chi è questo servo di Jahvè? Mistero! Anonimo.

E’ un re? E’ un profeta? E’ un sacerdote? Vive nella terra di Israele? Ha un nome nobile?

Non è detto niente. E’ cancellato tutto. Rimane solo la sua pura presenza segnata dal dolore, dall’umiliazione. L’unica immagine che ci viene messa davanti è quella del dolore e dell’umiliazione. Le altre caratteristiche, quelle umane, sono irrilevanti. Gli autori, i raccontatori non le tengono presente.

Quello che ci dicono: è un virgulto, quindi una vita che nasce, che vorrebbe fiorire; ma è un virgulto in una terra arida, quindi che non lo nutre, non gli da alimento; la sua vita è una vita di stenti e di povertà; l’ambiente nel quale vive non lo sostiene.

E’ naturalmente un uomo, ma è un uomo sfigurato: “Non ha apparenza né, bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto. (…) come uno davanti al quale ci si copre la faccia” Sembra fare riferimento, con quest’ultima affermazione, ad un lebbroso.

Il lebbroso è un uomo sfigurato, in cui l’immagine umana è cancellata dalla malattia, e che proprio per questo suscita ribrezzo, rifiuto. Il lebbroso non ha rapporto con la convivenza sociale degli uomini, deve vivere emarginato e rifiutato: è uno davanti al quale ci si copre la faccia.

Quindi quest’uomo vive in una società ma è rifiutato ed emarginato. Ai dolori e alle sofferenze fisiche si unisce quindi l’abbandono degli altri, l’emarginazione sociale. La gente lo abbandona perché interpreta la sua sofferenza come un castigo di Dio, quindi ha paura di avvicinarsi. Guai avvicinarsi a chi è castigato da Dio perché potrebbe contagiarti. Se è sotto una potenza negativa, quella potenza potrebbe attaccarsi alla tua carne. Allora meglio rimanere lontani, meglio interrompere qualunque rapporto, fosse anche il solo rapporto del guardare.

Questo tema, quest’immagine dell’uomo sofferente e rifiutato la trovate in numerosi salmi: il quarto canto del servo di Jahvè è vicino, per molti aspetti, ai salmi di supplica individuale.

Per esempio il salmo 31:

“Sono l’obbrobrio dei miei nemici,

il disgusto dei miei vicini,

l’orrore dei miei conoscenti;

chi mi vede per strada mi sfugge.

Sono caduto in oblio come un morto,

sono divenuto un rifiuto.

Se odo la calunnia di molti, il terrore mi circonda;

quando insieme contro di me congiurano,

tramano di togliermi la vita.”

Oppure il salmo 69:

Per te io sopporto l’insulto

e la vergogna mi copre la faccia;

sono un estraneo per i miei fratelli,

un forestiero per i figli di mia madre”.

Quindi l’esperienza non è nuova, anzi è presente in molti sofferenti dell’antico testamento. Ma c’è una differenza. Nei salmi di supplica è il sofferente che parla e descrive la sua condizione di sofferenza ed umiliazione. In questo testo, quello che viene chiamato da Isaia l’uomo dei dolori non parla, sono gli altri che descrivono la sua condizione, la sua miseria. Lui tace, è l’uomo del silenzio.

“Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti”.

In alcuni salmi di lamento, come quelli appena citati, il salmista confessa il suo peccato, e chiede a Dio perdono e grazia:

“Signore, non castigarmi nel tuo sdegno,

non punirmi nella tua ira.

Le tue frecce mi hanno trafitto,

su di me è scesa la tua mano.

Per il tuo sdegno non c’è in me nulla di sano,

nulla è intatto nelle mie ossa per i miei peccati.

Le mie iniquità hanno superato il mio capo,

come carico pesante mi hanno oppresso.

Putride e fetide sono le mie piaghe

a causa della mia stoltezza”.

Il Salmista confessa il suo peccato e chiede la grazia di Dio. Uguale atteggiamento lo troviamo nel salmo successivo.

Anche nel quarto canto del servo di Jahvè c’è la confessione del peccato, ma non è il servo che confessa il suo peccato, ma sono gli spettatori, il coro degli uomini: egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori.

Ci sono dolori e sofferenze, e questi sono il segno che siamo di fronte ad una realtà di peccato, ma non al peccato di colui che soffre, ma siamo di fronte al peccato di coloro che lo vedono soffrire, al peccato degli altri.

Il peccato c’è, ma viene portato da un’innocente.

All’inizio della storia, quando la gente ha visto quest’uomo sfigurato, disprezzato ed emarginato ha pensato che fosse colpito da Dio, come avevano pensato gli amici di Giobbe quando lo vedono in mezzo alla sofferenza e gli dicono: «Dio ti ha castigato, devi avere compiuto dei peccati, chiedi perdono a Dio».

La sofferenza, tradizionalmente, è vista come la conseguenza di peccato e di crimini.

In realtà il servo accetta sì, nella sofferenza, la conseguenza del peccato, ma del peccato degli altri. Questo è l’unico caso, dell’antico testamento, in cui ci sia l’idea di una sofferenza di carne, di qualcuno che soffre al posto di un altro, soffre per quello che toccherebbe all’altro come conseguenza del peccato commesso. In questo modo, soffrendo innocentemente, il servo apre gli occhi ai peccatori, perché gli uomini vedendo la sua sofferenza si rendano conto del loro peccato; vedendo l’angoscia del servo riconoscano la propria colpa.

Dolore e castigo sono normalmente legati tra loro nell’ottica dell’antico testamento. Adesso, nell’esperienza del servo, sono separati: il castigo è nostro, il dolore è suo; il castigo toccava a noi, ce lo siamo meritati noi, il dolore invece lo sopporta lui. Il dolore che il Servo sopporta è il dolore che porta alla salvezza, perché procura pentimento e perdono. Quindi il testo gioca sul contrasto: “noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità”. C’è il paradosso di un castigo che dovrebbe creare angoscia e che invece procura pace: il castigo che il servo sopporta produce la pace degli uomini, dei peccatori. C’è il paradosso delle cicatrici che curano: le cicatrici delle sofferenze del servo diventano cura, guarigione per noi, “per le sue piaghe noi siamo stati guariti”.

A questo punto il coro confessa ancora più esplicitamente il proprio peccato: “Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti.” Nuova confessione di peccato, quindi, con l’immagine tradizionale del gregge che fa riferimento al popolo di Dio traviato e disperso. E’ l’immagine di una divisione, di un venir meno di quel legame di fraternità e comunione che dovrebbe tenere compatto il popolo del Signore.

Quell’immagine che riprenderà san Pietro nella sua prima lettera:

“Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce,

perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia;

dalle sue piaghe siete stati guariti.

Eravate erranti come pecore,

ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime”.

San Pietro ha praticamente descritto la passione del Signore con le parole del quarto canto del Servo: ha portato i nostri peccati, siamo stati guariti dalle sue piaghe, eravamo erranti come pecore.

Notate ancora quell’espressione significativa con cui termina il versetto: “il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti”. Vuole dire che la sofferenza del servo è opera del Signore, è opera di Dio. Non soffre per caso, per un maleficio di potenze negative; soffre per un disegno di Dio. Misteriosamente il Signore ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti, ed è fondamentale per riuscire a dare, a questa sofferenza, un valore positivo. Fosse per caso, sarebbe senza significato; fosse il segno delle potenze del male, sarebbe negativo: vorrebbe dire che il bene è radicalmente sconfitto. Invece è opera del Signore e questo apre la possibilità di una speranza, di un esito positivo per questo dramma.

“Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca”. Viene ricordato esplicitamente il silenzio del servo che non è per caso. E’ a sua volta, a modo suo, un discorso eloquente. E’ un’azione simbolica: ha scelto il silenzio, e lo ha scelto non perché non abbia niente da dire a sua discolpa, ma proprio perché questo silenzio esprime l’atteggiamento di perdono che il servo ha scelto nei confronti degli uomini.

“(…) Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché, ne seguiate le orme:

egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca,

oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta”.

Cristo non ha risposto al male con il male, ha piuttosto coperto il male con una capacità più grande di perdono.

Quando san Paolo, nell’inno alla carità, dice tra le altre cose che la carità copre tutto, dice esattamente questo, dice del servo che tace di fronte alla sofferenza che sta portando per i peccati degli altri.

In questo siamo davanti a qualcosa di sorprendente.

Potete fare il confronto con Giobbe; Giobbe soffre anche lui e soffre da innocente, ma non tace. E’ diventato eloquente, ha tutta una serie di parole con le quali esprime la sua ribellione alla sofferenza e difende la sua innocenza.

Il servo, invece, tace; la pecora muta si contrappone al gregge traviato. Siamo di fronte a qualcosa che misteriosamente sposta il giudizio di Dio: l’agnello condotto al macello, la pecora muta portano sopra di sé il giudizio e la condanna.

“Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.”

Siamo davanti ad un tema nuovo; fino ad ora si era parlato di sofferenze fisiche, di disprezzo, ora si parla di giudizio e di una condanna ingiusta.

La condanna ingiusta è uno dei grandi temi dei salmi di lamentazione. I salmisti si lamentano molto spesso della degradazione della giustizia, di giudici che si sono lasciati comperare ed hanno emesso sentenze false schiacciando l’innocente. Questo è un tema fondamentale nell’antico testamento.

Il servo ha subito proprio questo: una condanna ingiusta, con l’unica differenza che il servo non si difende, non invoca il castigo di Dio contro i nemici; quello che invece succede frequentemente nei salmi.

Nei Salmi chi è ingiustamente condannato rivendica l’intervento di Dio, ha diritto che Dio intervenga perché Dio è l’ultima istanza della giustizia, nel popolo del Signore, quindi deve intervenire per riportare le cose alla verità, alla giustizia.

Il servo NON chiede nessun intervento di Dio. La sua storia dunque termina con la condanna e l’esecuzione: “Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte?”. Nessuno lo ha difeso, nessuno si è preoccupato di proclamare la giustizia del servo, anzi, “gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza né‚ vi fosse inganno nella sua bocca”. Quindi la sepoltura sigilla tutta la vita del servo come vita di dolore e di disprezzo, ed è una vita che termina in una fossa comune, nella fossa dei giustiziati.

Ora, quelli che raccontano la storia, ne possono dire il significato vero, possono dire che era innocente quell’uomo: “sebbene non avesse commesso violenza né‚ vi fosse inganno nella sua bocca”. Questa è una dicitura che rimane come sigillo della sua sepoltura, è scritta sulla sua lapide; sulla lapide c’è scritto che era innocente nelle parole e nelle opere, non ha commesso violenza, non ha detto inganno o falsità.

Ma non è stato il servo a dire questo, non è stato il servo a proclamare la sua innocenza, come di solito avviene nei salmi di un accusato ingiustamente. Nemmeno questa proclamazione di innocenza è stata fatta durante la sua vita, non c’è nessuno che durante il processo si sia alzato a difenderlo, o che di fronte alla esecuzione abbia protestato. Sono altre persone che invece proclamano il servo innocente, ma dopo la sua morte; quando orami è troppo tardi, quando orami non c’è più niente da fare; a quel punto il servo è proclamato dal coro innocente e giusto.

Non è vero che non c’è più niente da fare, non è vero che è troppo tardi. E’ troppo tardi per gli uomini, per la giustizia degli uomini, ma non è troppo tardi per l’intervento di Dio.

Sembrava che anche Dio lo avesse abbandonato e che non si fosse preso cura della sorte del servo. Quando dice: “chi si affligge per la sua sorte?” sembra che la risposta sia proprio nessuno: né gli uomini, né Dio.

“Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza;” Viene proclamata la glorificazione del servo; la storia finisce adesso nella glorificazione del servo.

Nei salmi di azione di grazie il protagonista racconta, di solito, la sua disgrazia e poi la liberazione ottenuta meravigliosamente dal Signore. Quando proclama questa liberazione invita tutti gli altri a fare festa con lui, a lodare Dio insieme con lui, ed invita tutti ad avere fiducia nel Signore.

Ma in tutti questi salmi la narrazione riguarda un pezzo della vita: «ho sperimentato una malattia grave, una lotta grave e mi sentivo ormai spacciato, ma il Signore è intervenuto e mi ha liberato»; questa è l’esperienza che ho fatto un mese fà, quindi c’è stato un periodo, nella mia vita, in cui ho conosciuto l’angoscia e al termine di questa ho conosciuto la liberazione del Signore.

Ma per quanto riguarda il servo non è solo un pezzo della sua vita che è stato segnato dalla sofferenza. Nel suo caso la disgrazia è stata integra, dalla nascita fino alla sepoltura; fin dall’inizio è cresciuto come un virgulto in terra arida, fin dall’inizio non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, quindi tutta la sua vita è stata di sofferenza, nella quale ha portato il peso dei peccati degli uomini.

Per questo la liberazione non può essere solo la guarigione da una malattia mortale, o la protezione da un nemico ostile; la liberazione deve riscattare tutta l’esistenza, deve superare la morte stessa, perché solo una liberazione totale può salvare da una disgrazia che è stata totale, radicale e piena.

Tutta la vita di dolore di questo servo è stato un piano di Dio nascosto nel mistero, ma già attivo come salvezza. Il Signore aveva voluto questo piano, lo accettava, e per questo la vita del servo ha avuto un valore grande. Ma ci si accorge di questo solo adesso, dopo la morte, nella glorificazione del Signore: “quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo”. Vuol dire che la sua vita e la sua morte sono state feconde; sembrava un germoglio arido, senza vita, senza pienezza, la sua vita era stata segnata da una morte violenta, ma il Signore lo ha salvato e “vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore”. Quindi c’era un progetto positivo, un progetto di salvezza che il servo ha portato a compimento.

“Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità”. La sua passione diventa sorgente di vita e di salvezza per gli uomini. Si è addossato l’iniquità degli uomini e giustificherà molti. “Giustificherà” non vuole dire che scuserà, ma vuole dire che renderà giusti, che trasforma gli uomini, e da egoisti li trasforma in autentici nell’amore, in giusti, in veri, in sinceri. Opera questa trasformazione meravigliosa dell’uomo. “Molti” vuol dire la moltitudine, molta gente, un popolo immenso, che scaturisce, che riceve vita dalla sua passione e dalla sua morte.

“Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché‚ ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori”. Quindi Dio conferma il messaggio con il suo oracolo ed annulla il giudizio umano.

Il giudizio umano ha condannato a morte quest’uomo come colpevole; Dio annulla il giudizio degli uomini dichiarando il servo innocente, anzi l’innocenza del servo renderà innocenti molti uomini. Questi uomini che vengono giustificati, liberati dalla condanna che si sono meritati saranno la preda della sua vittoria, cioè li conquisterà come bottino con il dono della sua vita. Vuole dire che la vita, la passione e la morte di questo servo sono state un intercessione che Dio ha accettato: il suo silenzio è stato in realtà una preghiera accolta da Dio.

Tra i vari compiti del profeta uno dei più significativi è quello di intercedere per il popolo.

E’ il compito che ha esercitato molto bene Mosè: quando il libro dell’Esodo racconta il peccato del vitello d’oro, dell’idolatria al vitello, dice che Dio aveva reagito al peccato di Israele con la volontà di annientare il suo popolo, e rivela questo a Mosè:

“Allora il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché, il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicata! Si son fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: Ecco il tuo Dio, Israele; colui che ti ha fatto uscire dal paese di Egitto». Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo e ho visto che è un popolo dalla dura cervice. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece farò una grande nazione».

Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «perché, Signore, divamperà la tua ira contro il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto con grande forza e con mano potente? Perché, dovranno dire gli Egiziani: Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra? Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo. Ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo e tutto questo paese, di cui ho parlato, lo darò ai tuoi discendenti, che lo possederanno per sempre». Il Signore abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo.”

L’espressione “Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio” è nel testo ebraico tradotta diversamente: Mosè allora accarezzo il Signore suo Dio. E’ un modo un po’ umano di parlare però contiene questa immagine di intimità di Mosè con il Signore, e che lo conduce ad un atteggiamento diverso.

Questa è l’intercessione di Mosè. Proprio perché è amico del Signore si può accostare a Lui, può “accarezzare” il Signore, e può ottenere che Dio cambi il suo atteggiamento.

E’ sempre un modo umano di parlare, però è essenziale per capire come è fatto Dio.

Sempre nel libro dell’Esodo, qualche paragrafo più avanti, c’è una seconda preghiera di Mosè:

“Mosè ritornò dal Signore e disse: «Questo popolo ha commesso un grande peccato: si sono fatti un dio d’oro. Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato… E se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!». Il Signore disse a Mosè: «Io cancellerò dal mio libro colui che ha peccato contro di me. Ora va’, conduci il popolo là dove io ti ho detto. Ecco il mio angelo ti precederà; ma nel giorno della mia visita li punirò per il loro peccato»“.

Vuole dire che Mosè dice al Signore: «E’ vero il popolo ha peccato, ma tu perdonalo; o se non te la senti di perdonarlo annulla, distruggi anche me con il popolo». Allora il Signore si trova davanti a questa scelta: se vuole punire il popolo deve distruggere anche Mosè; se vuole salvare Mosè deve perdonare al popolo. E il Signore scegli di perdonare per amore di Mosè, perché è giusto, perché è un amico docile, obbediente. Questa è l’intercessione.

Il servo di Jahvè intercede. Vuole dire che vive una piena solidarietà con gli uomini e con il loro peccato, e siccome è innocente ottiene la giustificazione di molti, della moltitudine.

Capite che questo quarto canto è importante per l’antico testamento, ma lo è anche per noi perché è una delle chiavi per comprendere la passione del Signore.

Anche la passione del Signore è qualcosa di misterioso e di sorprendente, eppure in questa sofferenza c’è un disegno di grazia, di salvezza.

Ricordate quelle espressioni del Vangelo:

“Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”, oppure le parole dell’ultima cena:

“«Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti»“

vengono proprio dal quarto canto del servo di Jahve e sono essenziali per capire la passione del Signore dove Egli porta sopra di sé il peccato degli altri e lo annulla con il suo silenzio, con la sua non-ribellione, con la capacità di coprire il peccato degli uomini con un amore più grande, con una sopportazione più grande.

I discorsi dell’istituzione dell’Eucaristia vengono rapportati al quarto canto;

l’inno della prima lettera a Pietro al capitolo 2° cita varie volte il quarto canto;

i racconti della passione sono anch’essi intrecciati di espressioni che fanno riferimento alla sofferenza del servo.

Vuol dire che quando la comunità cristiana si è interrogata sulla morte di Gesù e si è chiesta il perché, si è chiesta come fosse possibile che Dio abbandonasse il Suo servo, ha cercato la risposta nel quarto canto del servo di Jahvè.

Naturalmente vuole collegato agli altri tre, ma certamente il quarto canto è il principale.

La sofferenza si era già manifestata nel secondo canto, era diventata ampia nel terzo, ma diventa il tema unico del quarto canto.

Costruito in questo modo:

  • si parte dalla gloria, quindi dalla conclusione;

  • poi c’è una specie di flashback dove si racconta tutta la storia, dalla nascita alla sepoltura, e anche dopo, alla glorificazione;

ma bisogna arrivare lì perché la Parola di Dio fin dall’inizio ha pronunciato la glorificazione del servo: “Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato”, il resto deve condurre a questo punto.

È evidente che il quarto canto del servo di Jahvè sia un’ottima chiave per capire e comprendere il mistero pasquale.

CANTI DEL SERVO – 1

Diocesi Reggio Emilia-Guastalla
Correggio – Monastero Suore Clarisse Cappuccine

Ritiro spirituale di Quaresima per giovani

I Canti del servo di Jahvè

(dal libro del profeta Isaia)

19 Marzo 1994

Celebrazione Eucaristica
Liturgia solennità di San Giuseppe

Referenti del presente Documento: Vittorio Ciani e Marcello Copelli

Colletta

O Dio onnipotente, che hai voluto affidare gli inizi della nostra redenzione alla custodia premurosa di san Giuseppe, per sua intercessione concedi alla tua Chiesa di cooperare fedelmente al compimento dell’opera di salvezza. Per il nostro Signore…

Prima lettura: dal secondo libro di Samuele

“In quei giorni, la parola del Signore fu rivolta a Natan: «Va’ e riferisci al mio servo Davide: Dice il Signore: Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo regno. Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre»“[1].

Seconda Lettura: Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

“Fratelli, non in virtù della legge fu data ad Abramo o alla sua discendenza la promessa di diventare erede del mondo, ma in virtù della giustizia che viene dalla fede. Eredi quindi si diventa per la fede, perché, ciò sia per grazia e così la promessa sia sicura per tutta la discendenza, non soltanto per quella che deriva dalla legge, ma anche per quella che deriva dalla fede di Abramo, il quale è padre di tutti noi. Infatti sta scritto: “Ti ho costituito padre di molti popoli”; è nostro padre davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono. Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: “Così sarà la tua discendenza”. Ecco perché, gli fu accreditato come giustizia.”[2]

Vangelo: secondo Matteo

“Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo.

Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto.

Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché, quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo”[3].

Omelia alla S. Messa

Mons. Luciano Monari

Nella colletta abbiamo chiesto al Signore di concedere alla sua Chiesa di cooperare fedelmente al compimento dell’opera di salvezza. Vuole dire: esiste un’opera di salvezza che Dio ha sognato, che ha promesso e che Dio realizza. Quest’opera è dono gratuito suo, non siamo noi a costruirla a realizzarla, però quest’opera il Signore la realizza in mezzo gli uomini e attraverso gli uomini, e con la cooperazione degli uomini. Allora gli chiediamo che ci renda degli strumenti docili, che ci adoperi bene, che ci prenda così come siamo, con tutte le nostre miserie che ci portiamo dentro ma che non si lasci spaventare da queste miserie, che ci adoperi lo stesso. Siamo contenti di diventare suoi strumenti perché il Signore compia la sua opera che riguarda noi e che riguarda tutti gli uomini.

Le letture che abbiamo ascoltato ci potrebbero aiutare in questo.

Prima di tutto ci dovrebbero aiutare ad avere una fede e una speranza grande perché, se avete notato, la prima lettura è una promessa che Dio ha fatto a Davide, quindi siamo intorno al 1000 avanti Cristo; a Davide il Signore promette una discendenza duratura “io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. (…) La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre”.

La promessa è molto bella e anche molto chiara. Ma la realizzazione non è altrettanto chiara, perché siamo intorno all’anno 1000 a.C. e per 400 anni le cose sono andate bene perché c’è stato sul trono di Israele un discendente di Davide, fino a Ioiachim. Dopo c’è l’elisio in Babilonia e i discendenti di Davide si perdono; ne ritorna uno, Zorobabele, ma che scompare praticamente senza lasciare traccia.

Allora questa promessa del Signore a Davide dove è andata a finire? Si è persa nelle sabbie della storia?

Si è persa perché gli uomini non sono capaci di riconoscere i misteri del Signore e come il Signore li realizza, perché 650-580 anni dopo viene questo Giuseppe, figlio di Giacobbe, che è della stirpe di Davide e a lui viene data una vocazione, un compito che è semplicemente quello di dare il nome al bambino che nascerà da sua moglie: “«Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché, quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati»“.

Finalmente dopo tanti secoli la promessa di Dio si compie, si realizza: veramente c’è un discendente di Davide sul suo trono e veramente il trono, la regalità di questo discendente durerà per sempre. Mentre tutti i troni della terra in un modo o nell’altro sono destinati a scomparire, questo re che siede sul trono di Davide lo sarà per sempre e la sua regalità porterà una salvezza a tutti gli uomini.

Provate a mettervi nei panni di Giuseppe, il quale deve riconoscere l’adempimento delle promesse del Signore a Davide dopo 1000 anni, dopo 600 anni di buio, di non apparenza di questa forza della promessa, attraverso un canale ancora più misterioso e paradossale che è quello della verginità di Maria. Deve accettare tutte queste realtà e credere. Se vuole essere uno strumento del Signore per la realizzazione dell’opera di salvezza Giuseppe deve accettare tutte queste cose: deve saper credere, sperare e accogliere una volontà di Dio che è, dal punto di vista umano, incomprensibile, misteriosa e paradossale.

Eppure, la grandezza di Giuseppe sta proprio in quella fede con cui, dice la seconda lettura, “ebbe fede sperando contro ogni speranza” proprio come Abramo, ha saputo credere al di là del controllo degli avvenimenti, ha saputo mettersi a disposizione del Signore in un compimento che era infinitamente più grande di lui e della sua capacità di comprendere.

Quello di cui Dio ha bisogno è solo questo, è solo la fede. E’ il Signore che fa le cose, che realizza l’opera di salvezza.

Naturalmente voi siete molto bravi e siete capaci di fare molte cose (studiare, lavorare, impegnarvi…) e le fate bene perché siete intelligenti. Ma l’opera di salvezza, per quanto intelligenti siate e per quanto bravi e abili siate, non ci riuscite, non è sulla vostra misura. Voi non riuscite a cooperare a un’opera che è l’opera unicamente di Dio.

Eppure il Signore vuole proprio questo. Il Signore vuole che voi facciate tutte le professioni che avete in testa, e che le facciate bene. Ma il Signore vuole che tutto quello che voi fate, che è quindi la vostra vocazione, sia una cooperazione al disegno della salvezza. Quindi vuole che la vostra vita non sia solo un segmento di vita vissuto decentemente, ma che cooperi, che serva alla salvezza del mondo.

Naturalmente i salvatori del mondo voi non lo siete, eppure dovete essere cooperatori in questo. La condizione è quella che abbiamo trovato in Giuseppe: la FEDE.

Fede vuole dire che dobbiamo saper riconoscere l’opera del Signore a partire dalla sua Parola. Ci sono nella Parola di Dio tutta una serie di promesse che sono sufficienti per dire che il Signore vuole un cammino di gioia, di pace, di giustizia, di amore tra gli uomini. Bene, ci credete in queste promesse?

Se riuscite a credere a queste promesse con il cuore, con l’obbedienza della vita (cioè che le parole di Dio le prendete tanto sul serio da metterle in pratica), il Signore vi rende cooperatori fedeli della sua opera di salvezza. L’opera è la sua ma si serve di noi, e ha bisogno solo della nostra fede e della nostra obbedienza. Cioè non ha bisogno di doti particolari in modo che qualcuno si possa giustificare nel tirarsi indietro perché gli manca una dote particolare. Quello che il Signore ci chiede non è niente, è la fede e vuole dire che lasciamo fare a Lui.

Per fare questo non sono necessarie doti particolari di intelligenza o di esperienza o altro, è necessario solo che siamo disposti a lasciare fare al Signore.

Giuseppe è grande per questo. Di lui si sa poco: il Vangelo non lo fa mai parlare, solo lo fa ascoltare, è uno che ascolta e che lascia fare al Signore e si mette a sua disposizione, si lascia guidare.

In questo senso diventa un modello per la chiesa e per la vita di ciascuno di noi.

Siccome questa Eucaristia vorrebbe essere un momento di riposo, un momento in cui noi facciamo poco, è il Signore che fa, e a noi tocca solo di cantare perché diciamo che siamo contenti di quello che fa il Signore, tocca dire qualche Amen per dire «sì Signore, sono contento e ci sto anch’io!», tocca fare la comunione che vuole dire ricevere il dono del Signore, sarebbe bello che questa Eucaristia diventasse per noi l’esperienza del lasciarsi prendere dal Signore, la gioia del lasciarci afferrare da Lui e usare da Lui, e che da questa Eucaristia venisse fuori una vita con un po’ più di fede, un po’ più di gioia per l’opera di salvezza che il Signore compie, e che compie, paradossalmente, anche attraverso di noi.

È quello che chiediamo insieme al Signore per noi, per la nostra parrocchia, per la Chiesa di Reggio, e per tutta la Chiesa.