NAZARETH

  • 259. Rientrato che fu in Palestina, Giuseppe apprese che Archelao figlio di Erode era al governo della Giudea, e perciò di Gerusa­lemme e di Beth-lehem: ciò l’indusse a non far più ritorno alla pre­cedente dimora, per la pessima fama che aveva il nuovo monarca (§ 14), rinunziando così al progetto – se realmente era stato fatto (§ 241) – di stabilirsi a Beth-lehem, luogo originario del casato di David. Nella sua perplessità egli ricevette un’altra rivelazione oni­rica, in conseguenza della quale ritornò a Nazareth, ove non gover­nava Archelao ma Antipa (§§ 13, 15). Matteo chiude la narrazione dicendo che l’insediamento a Nazareth avvenneaffinché s’adempisse il detto per mezzo dei profeti “Nazoreo sarà chiamato”(2, 23). Queste precise parole non si ritrovano in nessuno scritto profetico della Bibbia odierna: supporre che ne riportino qualche tratto che sia andato perduto più tardi, è un’ipotesi arbitraria, come sarebbe contro ogni verosimiglianza supporre che provengano da qualche sconosciuto Apocrifo. Molto più fondata è l’opinione di S. Girola­mo, benché soltanto negativa, il quale fa notare che Matteo citando i “profeti” al plurale, mostra d’aver preso dalle Scritture non le parole ma il senso; Matteo, cioè, non intenderebbe allegare un deter­minato passo bensì un concetto, né si riferisce a precise parole bensì ad un pensiero. Troviamo di fatti che simili citazioni concettuali erano già state impiegate nell’Antico Testamento, come saranno an­cora usate dai rabbini successivi. Ma qual è il senso o concetto a cui si riferisce Matteo? La que­stione non ha ancora ricevuto una risposta sicura, e si riconnette in parte con la questione filologica della doppia forma Nazoreo e Nazareno. Ma, comunque si risolva la questione filologica, nel no­stro caso si poté alludere a un determinato concetto anche soltanto mediante una somiglianza o assonanza verbale, come egualmente si era già fatto nell’Antico Testamento soprattutto per nomi di per­sona o di luogo. Ammessa questa elasticità di relazione, si presenta come possibile più d’una allusione. In primo luogo quella a Isaia, 11, 1, ove del futuro Messia si dice: Uscirà un virgulto dal tronco di Isai (Jesse, padre di David) e un germoglio dalle sue radici fiorirà; poiché germoglio è in ebraico neser, Matteo vi può aver visto un richiamo verbale al nome di Nazareth (§ 228), tanto più che anche la tradizione rabbinica ri­feriva al futuro Messia il passo di Isaia. Può darsi anche, almeno in maniera concomitante e secondaria, si sia pensato allo stato del nazir, cioè di colui che era “nazireo” per consacrazione della sua persona a Dio; è vero che in ebraico nazir è scritto con una lettera differente (N Z R) da quelle del nome di Nazareth (N S R), ma per questi riavvicinamenti onomastico-simbolici bastava una certa corrispondenza empirica o assonanza, come era bastata in casi simili dell’Antico Testamento (Genesi, 11, 9; 17, 5; Esodo, 2, 10): e forse più distintamente si è visto un simbolo prefigurativo del Messia in Sansone, salvatore del suo popolo e chiamato « nazir » di Dio fin dalla sua fanciullezza, come si legge nel libro dei Giudici, 13, 5, che appartiene appunto ai « profeti anteriori » della Bibbia ebraica. Qua­le di queste possibilità, e di molte altre proposte dagli studiosi an­tichi e moderni, corrisponda alla realtà non è dato di sapere.

  • 260. Quando Giuseppe venne di nuovo a stabilirsi a Nazareth, cioè nell’anno 750 di Roma inoltrato, il bambino Gesù aveva circa due anni di età (§ 173). Da questo tempo fino all’inizio della sua vita pubblica (§ 175) corrono più di 30 anni, che costituiscono la sua vita nascosta. Di cosi’ lungo periodo non ci sono comunicate notizie, salvo due, di cui una riguarda un fatto permanente e l’altra un episodio solitario. Ambedue le notizie, com’era da aspettarsi, so­no comunicate da Luca, lo storico che attinge le sue informazioni dai ricordi personali della madre di Gesù. In primo luogo l’evangelista medico, dimostrando quasi un occhio clinico spirituale, afferma una prima volta che, giunti i tre a Naza­reth,il bambino cresceva e s’afforzava pieno di sapienza, e grazia di Dio era su lui (Luca,2, 40); poco dopo, come per far notare che questo era un fatto permanente, ripete una seconda volta che, all’età di 12 anni, Gesù progrediva nella sapienza e statura e gra­zia presso Dio ed uomini (2, 52). C’era dunque in Gesù uno sviluppo ed un accrescimento, e non soltanto esteriore davanti agli uomini, ma anche interiore davanti a Dio. Come egli cresceva fisicamente e si sviluppavano le sue fa­coltà sensitive e intellettive, così crescevano le sue cognizioni spe­rimentali, ed egli man mano diventava fanciullo, ragazzo, giovane, uomo maturo, fisicamente ed intellettualmente. Gli antichi Doceti negarono la realtà di questo sviluppo e lo con­siderarono solo apparente e fittizio, perché sembrava loro incompatibile con la divinità del Cristo; ma appunto Cirillo d’Alessandria, l’implacabile avversario di Nestorio e strenuo assertore dell’unità di Cristo (Quod unus sit Ghristus, in Migne, Patr. Gr., 75′ 1332), sostiene che in Gesù le leggi della natura umana conservarono tutto il loro valore compresa quella dello sviluppo progressivo fisico ed intellettuale.

  • 261. L’altra notizia comunicata da Luca è l’episodio dello smar­rimento e ritrovamento di Gesù a Gerusalemme. I genitori di Gesù – così li chiama semplicemente Luca (2, 41), –  si recavano ogni anno a Gerusalemme in occasione della Pasqua, come faceva ogni buon Israelita per questa principale tra le “feste di pellegrinaggio” (§ 74). Secondo le prescrizioni legali Maria, come donna, non era obbligata a questo viaggio, e neppure Gesù prima del suoi 30 anni; tuttavia molte donne accompagnavano spontaneamente i loro mariti, e quanto ai figli i padri più osservanti li conducevano seco anche prima dei 13 anni: i rabbini della scuola di Shamrnai esigevano che si portasse al Tempio il bambino che potesse reggersi a cavalcioni sulla spalla del padre, mentre quelli della scuola di Hillel restringevano l’obbligo al bam­bino che potesse salire i gradini del Tempio sorretto dalla mano del padre. Ad ogni modo, a cavalcioni o a piedi, molti bambini e moltissimi ragazzi facevano il pellegrinaggio della Pasqua, accre­scendo sempre più la fiumana di gente che vi accorreva (§ 74). Certamente Gesù vi fu condotto anche nella sua fanciullezza, ma quando vi andò che aveva 12 anni avvenne l’episodio narrato da Luca. Il pellegrinaggio, se moveva da luoghi piuttosto lontani come Na­zareth, si compieva a gruppi di parenti e amici, formando piccole carovane che viaggiavano e pernottavano insieme nelle soste lungo il cammino. Da Nazareth a Gerusalemme le soste di pernottamento dovevano essere tre (o quattro), perché la strada s’aggirava sui 120 chilometri (oggi 140); a Gerusalemme si giungeva uno o due gior­ni prima del 14 Nisan (§ 74) e si rimaneva o fino a tutto il 15 o anche per l’intera ottava, cioè fino a tutto il 21 con cui terminavano le solennità pasquali. Quell’anno, quando si fu alla partenza di ritorno, il ragazzo Gesù rimase a Gerusalemme senza che i suoi genitori se ne accorgessero. Non vedendolo presso di sé, i due non avevano motivo di sospettare che fosse rimasto in città. La carovana in Oriente ha una disciplina singolare, non militaresca, non rigida, per cui ognuno s’attiene genericamente ai tempi di partenza e d’arrivo, e per il resto rimane libero di sé; lungo il cammino la comitiva si divide e suddivide in tanti gruppi che procedono a una certa distanza fra loro, che si accrescono od assot­tigliano a beneplacito dei viandanti, e solo alla sera giunti alla sosta di pernottamento tutti si ritrovano insieme. Un qualsiasi ra­gazzo di 12 anni, ch’era quasisui iurispresso i Giudei, partecipava a siffatta elasticità di disciplina carovaniera al pari e anche più d’un uomo maturo, perché mentre sapeva benissimo come rego­larsi aveva anche in suo favore la vivacità dell’età sua. Cosicché, lungo la prima giornata di cammino, i genitori credettero che Gesù si fosse unito a qualche gruppo della carovana diverso dal loro; ma quando si giunse alla prima sosta di pernottamento, cercatolo in­vano nei vari gruppi riuniti insieme, s’avvidero che mancava.

  • 262. Affannati, i due fecero ritorno a Gerusalemme, e la gior­nata seguente allo smarrimento fu da essi consumata parte nel viaggio e parte nelle prime ricerche in città. Ma le ricerche rima­sero vane, e perciò furono proseguite nel terzo giorno; alloralo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori e ascoltandoli e interrogandoli; stupefatti erano tutti che l’ascoltavano, per l’intel­ligenza e le risposte di lui. E vedendolo (i genitori) furono colpiti, e gli disse sua madre: “Figlio, perché facesti a noi così? Ecco, tuo padre ed io addolorati ti cercavamo!”. E disse loro: “Perché mi cercavate? Non sapevate che nella (casa) del Padre mio e’ necessario ch’io sia?”. Ed essi non capirono la parola che pronunziò loro (Luca,2, 46-50). Alla fine di quello stesso secolo Flavio Giuseppe, scrivendo la sua biografia (Vita, 9), racconterà che quando egli aveva 14 anni, cioè verso il 52 dopo Cr., era già famoso in Gerusalemme per la sua perizia nella Legge, e che i sommi sacerdoti e altre insigni persone della città si radunavano abitualmente in casa sua per consuitarlo su questioni difficili. Chi narra questo fatto risulta un millantatore e un blagueur da molti luoghi dei suoi scritti, e quindi con pieno diritto si potrà negar fede a ciò che egli qui racconta: tuttavia un piccolo nocciolo di verità ci può essere, in quanto cioè, essendo egli d’ingegno svegliato, avrà per caso sostenuto una volta tanto una specie di disputa con alcuni Dottori della Legge riunitisi per altre ragioni a casa sua. I rabbini infatti accettavano nelle loro scuole fanciulletti già di sei anni: “e da sei anni in su noi accettiamo (il bambino, e per mezzo della Legge) lo ingrassiamo come’ un bove” (Baba bathra, 21 a); e naturalmente con i bambini o ragazzi che apparivano più perspicaci e intelligenti essi erano più premurosi, non disdegnando d’entrare in discussioni con loro come da pari a pari. Ma la scena di Luca è tutta diversa da quella di Flavio Giu­seppe. Gesù è nel Tempio, in uno dei suoi atrii dove abitualmente s’adunavano i Dottori a discutere (§ 48); egli non detta sentenze come il futuro liberto di Vespasiano, bensì si uniforma al metodo accademico dei rabbini che consisteva in ascoltare, rivolgere do­mande di schiarimento e procedere per ordine, in modo da far progredire il risolvimento della questione mediante il contributo di tutti i partecipanti. Ma il contributo di quello sconosciuto ragazzo era così straordinario, per aggiustatezza di domande e perspicacia d’osservazioni, che primi ne stupivano i sottili giuristi di Gerusa­lemme. Ne stupirono anche Maria e Giuseppe, che certamente assistettero a parte di una disputa aspettandone la fine: tuttavia lo stupore di questi due fu diverso da quello dei Dottori, essendo la meraviglia di chi sa molte cose ma non ne ha ancora previste tutte le conse­guenze e specialmente non ha ancora riscontrato tali conseguenze tradotte in atto. La madre, nella sua addolorata esclamazione, parla giustamente da madre. Il figlio, nella sua risposta, le risponde più da figlio di un Padre celeste che di una madre terrestre: se egli ha abbandonato momentaneamente la sua famiglia umana, è stato per l’unica ragione capace di indurlo a tale abbandono, quella di essere nella spirituale casa del Padre celeste. La risposta di Gesù riassume tutta la sua vita futura. Luca, che scrive post eventum, interpreta bene in questo senso la risposta di Gesù, e non la riferisce già al materiale Tempio di Ge­rusalemme come sonava la parola. Ma il sottile storico aggiunge subito che i genitori, a cui Gesù rispondeva, non capirono la parola che pronunziò loro. Non la capirono, benché già sapessero tante cose di Gesù, per la stessa ragione per cui stupirono al ritrovarlo fra i Dottori: non prevedevano cioè tutte le conseguenze delle cose che già sapevano. E chi poté mai confessare questa antica incomprensione della risposta di Gesù se non Maria stessa, quando ne parlava post eventum allorché suo figlio era morto e risorto? Perciò Luca anche qui ripete la sua preziosa allusione: La madre di lui serbava tutte le parole nel suo cuore (2, 51). Che è quanto indicare, con riguardosa discrezione, la fonte delle notizie (§§ 142, 248).

  • 263. Per tutti i 30 anni passati da Gesù a Nazareth non sappia­mo altro: tornato lassù dopo l’episodio del Tempio, egliera sottoposto ad essi(2, 15), a Giuseppe e a Maria. Penetrare nell’arcano di quei 30 anni sarebbe certamente vivo desiderio di ogni mente eletta, ma chi s’introdurrà in quel santuario senza un’autorevole guida? Le nostre guide ufficiali si sono fermate al di fuori, limi­tandosi a dirci che là dentro Gesù era sottoposto ad essi. Quel re messianico ch’era nato in una reggia le cui caratteristiche erano state la purità e la povertà, seguitava le tradizioni di quella sua prima corte. Adesso la stalla era stata sostituita parte da una bottega da carpentiere e parte da una casettaccia mezzo scavata nella collina; la purità si era conservata nelle stesse forme e per­sone di prima; la povertà aveva preso l’aspetto di necessità di la­vorare, e a suo fianco e a sua conferma era apparsa la soggezione volontaria. In quei 30 anni, in giro per il mondo, avvenivano cose grosse. A Roma si riapriva il tempio di Giano, essendo finito il pe­riodo del toto orbe in pace composz’to (§ 225); in Giudea Archelao partiva per l’esilio, e i procuratori romani prendevano il suo posto; Augusto in età di 76 anni cessava di essere il padrone di questo mondo, e subito dopo per decreto del Senato diventava un dio dell’altro mondo; Germanico dopo le vittorie sui Barbari del Setten­trione moriva in Oriente; a Roma spadroneggiava Seiano, mentre da Capri vigilava su lui Tiberio pronto a spacciarlo. Nel frattempo, a Nazareth, Gesù era come se non esistesse. Simile esteriormente in tutto ai suoi coetanei, prima bambini, poi ragazzi, infine giovani, egli dapprima saltellò sulle ginocchia della madre, poi le prestò i suoi piccoli servigi, quindi assistette Giuseppe nella bottega, più tardi cominciò a leggere e a scrivere, recitò lo Shema (§ 66) e le altre preghiere abituali, frequentò la sinagoga; da giovane maturo si sarà interessato di campi e vigne, di lavori che Giuseppe man mano eseguiva dentro Nazareth e nei suoi ameni dintorni, di que­stioni sulla Legge giudaica, di Farisei e di Sadducei, di avvenimenti politici della Palestina e dell’estero. All’apparenza, i suoi giorni pas­savano semplicemente così. Il suo idioma usuale era l’aramaico, pronunziato con quell’accento particolare ai Galilei che li faceva riconoscere appena cominciavano a parlare. Ma la Galilea, periferica qual era ed in continue rela­zioni con circostanti popolazioni ellenistiche, esigeva quasi necessariamente un certo impiego del greco; è probabile che Gesù si servisse talvolta anche del greco, e anche più probabile che facesse altrettanto dell’ebraico.

§ 264. Gesù aveva anche dei parenti come sua madre aveva una “sorella” (Giovanni, 19, 25), così egli aveva “fratelli” e “so­relle” più volte ricordati dagli evangelisti (e anche da Paolo, I Cor., 9, 5). Di quattro di questi “fratelli” ci è trasmesso anche il nome, e si chiamavano Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda (Matteo, 13, 55; Marco, 6, 3); le sue “sorelle” non sono nominate, ma dove­vano esser parecchie giacché si parla di “tutte… le sorelle di lui” (Matteo, 13, 56). La designazione di questo ampio stuolo parentale corrisponde bene ai costumi d’Oriente, ove i legami di sangue sono perseguiti anche nelle loro lontane e tenui ramificazioni, cosicché i collaterali più vicini sono designati genericamente come “fratelli” e “sorelle”, pur essendo soltanto cugini di vario grado; già nella Bibbia ebraica i nomi “fratello”, “sorella”, designano spesso parenti di grado molto più lontano che il fratello o la so­rella carnali, tanto più che nell’ebraico antico non si ritrova un preciso vocabolo per indicare esclusivamente il cugino. Cugini, dun­que, erano i “fratelli” e le “sorelle” di Gesù. Ora, questa numerosa parentela non era tutta favorevole a lui. Nel pieno della sua operosità pubblica ci viene comunicato che nep­pure i fratelli di lui credevano in lui (Giovanni, 7, 5); né si può credere che questa avversione, o alienazione che fosse, si formasse per la prima volta quando Gesù iniziò la sua operosità pubblica. Doveva essere piuttosto la manifestazione aperta di un vecchio sen­timento, che nel cuore di cotesti consanguinei covava già al tempo della vita nascosta di Nazareth. Di questo rancore domestico è co­municata da Gesù stesso una ragione, ma è generica: Non è profeta inonorato se non nella patria di lui e nei parenti di lui e nella casa di lui (Marco, 6, 4). Ad ogni modo, a fianco a cotesti astiosi pa­renti ve ne furono di fedelissimi che gli si mantennero uniti usque ad mortem et ultra, e che certamente lo avevano circondato della loro benevolenza fin da quand’era oscuro ragazzo e giovane a Na­zareth. Primi fra tutti Maria e Giuseppe; quindi Giacomo, il fra­tello del Signore (Galati, 1, 19), cioè Giacomo il Minore, e poi anche altri (Atti, 1, 14), di cui forse taluni ripulitisi con l’andar del tempo dalla loro antica ruggine. Dope i fatti dell’infanzia di Gesù non si trova più alcuna menzione di Giuseppe, né la figura di lui s’intravede minimamente durante la vita pubblica. Tanto induce a credere che il padre legale di Gesù morisse durante i 30 anni di vita nascosta del figlio; se egli fosse stato superstite a quei 30 anni, come Maria, qualche accenno se ne sarebbe facilmente conservato nell’antica catechesi e quindi anche nei vangeli che da essa dipendono. Di lui rimase ufficialmen­te soltanto l’appellativo paterno, ch’egli lasciò insieme col mestiere al suo figlio legale: Non e’ costui il figlio del carpentiere? (Matteo, 13, 55); Non e’ costui il carpentiere, il figlio di Maria…? (Marco, 6, 3).

MARIA MADRE DI CRISTO E DELLA CHIESA

Paragrafo 6: MARIA – MADRE DI CRISTO, MADRE DELLA CHIESA

963

Dopo aver parlato del ruolo della Vergine Maria nel Mistero di Cristo e dello Spirito, è ora opportuno considerare il suo posto nel Mistero della chiesa. «Infatti la Vergine Maria… è riconosciuta e onorata come la vera Madre di Dio e del Redentore… insieme però… è veramente “Madre della membra” [di Cristo]… perché ha cooperato con la sua carità alla nascita dei fedeli nella Chiesa, i quali di quel Capo sono le membra». «… Maria Madre di Cristo, Madre della Chiesa».

I. La maternità di Maria verso la Chiesa

Interamente unita al figlio suo

964

Il ruolo di Maria verso la Chiesa è inseparabile dalla sua unione a Cristo e da essa direttamente deriva. «Questa unione della Madre col Figlio nell’opera della Redenzione si manifesta dal momento della concezione verginale di Cristo fino alla morte di lui» [Sant’Agostino, De sancta virginitate, 6: PL 40, 399, cit. in Conc. Ecum. Vat. II, Lumen Gentium, 53]. Essa viene particolarmente manifestata nell’ora della sua Passione:

La beata Vergine ha avanzato nel cammino della fede e ha conservato fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette ritta, soffrì profondamente col suo Figlio unigenito e si associò con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata; e finalmente, dallo stesso Cristo Gesù morente in croce fu data come madre al discepolo con queste parole: «Donna, ecco il tuo figlio» (Gv 19, 26). [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 57].

965

Dopo l’Ascensione del suo Figlio, Maria «con le sue preghiere aiutò le primizie della Chiesa» [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 58]. Riunita con gli Apostoli e alcune donne, «anche Maria implorava con le sue preghiere il dono dello Spirito, che l’aveva già presa sotto la sua ombra nell’Annunciazione». [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 69].

…. anche nella sua Assunzione

966

«Infine, l’immacolata Vergine, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria col uso corpo e con la sua anima e dal Signore esaltata come la Regina dell’universo, perché fosse più pienamente conformata al Figlio suo, Il Signore dei dominanti, il vincitore del peccato e della morte» [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 59; cf. la proclamazione del dogma dell’Assunzione della Beata Vergine Maria da parte del Papa Pio XII nel 1950; Denz-Schonm., 3904] . L’Assunzione della Santa Vergine è una singolare partecipazione alla Risurrezione del suo Figlio e un’anticipazione della risurrezione degli altri cristiani:

Nella tua maternità hai conservato la verginità, nella tua dormizione non hai abbandonato il mondo, o Madre di Dio; hai raggiunto la sorgente della Vita, tu che hai concepito il Dio vivente e che con le tue preghiere libererai le nostre anime dalla morte [Liturgia bizantina, Tropario della festa della Dormizione (15 agosto)].

…Ella è nostra Madre nell’ordine della grazia

967

Per la sua piena adesione alla volontà del Padre, all’opera redentrice del suo Figlio, ad ogni mozione dello Spirito Santo, la Vergine Maria è il modello della fede e della carità per la Chiesa. «Per questo è riconosciuta quale sovreminenze e del tutto singolare membro della Chiesa»[Conc. Ecum. Vat II, Lumen Gentium, 53] «ed è la figura [“typus”] della Chiesa» [Ibid., 63].

968

Ma il suo ruolo in rapporto alla Chiesa e a tutta l’umanità va ancora più lontano. «Ella ha cooperato in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo è stata per noi la Madre nell’ordine della grazia» [Ibid., 61].

969

«Questa maternità di Maria nell’economia della grazia perdura senza soste dal momento del consenso prestato nella fede al tempo dell’Annunciazione, e mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti. Difatti, assunta in cielo ella non ha deposto questa missione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua ad ottenerci i doni della salvezza eterna… Per questo la beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di avvocata, ausiliatrice, soccorritrice, mediatrice»[Ibid., 62].

970

«La funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce» l’«unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia. Infatti ogni salutare influsso della beata Vergine… sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo, si fonda sulla mediazione di lui, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia»[Ibid., 60]. «Nessuna creatura infatti può mai essere paragonata col Verbo incarnato e Redentore; ma come il sacerdozio di Cristo è in vari modi partecipato dai sacri ministri e dal Popolo fedele, e come l’unica bontà di Dio è realmente diffusa in vari modi nelle creature, così anche l’unica mediazione del Redentore non esclude ma suscita nelle creature una varia cooperazione partecipata dall’unica fonte» [Ibid., 62].

II.Il culto della Santa Vergine

971

« Tutte le generazioni mi chiameranno beata » (Lc. 1,48). « La pietà della Chiesa verso la Santa Vergine è elemento intrinseco del culto cristiano» [Paolo VI, Esort. Ap. Marialis cultus, 56]. La Santa Vergine «viene dalla Chiesa giustamente onorata con un culto speciale. In verità dai tempi più antichi la beata Vergine è venerata col titolo di “Madre di Dio”, sotto il cui presidio i fedeli, pregandola, si rifugiano in tutti i loro pericoli e le loro necessità… Questo culto…, sebbene del tutto singolare, differisce essenzialmente dal culto di adorazione, prestato al Verbo incarnato come al Padre e allo Spirito Santo, e particolarmente lo promuove» [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 66]; esso trova la sua espressione nelle feste liturgiche dedicate alla Madre di Dio [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosantum Concilium, 103] e nella preghiera mariana come il santo Rosario, «compendio di tutto quanto il Vangelo» [Cf Paolo VI, Esort. Ap. Marialis cultus, 42].

III. Maria – Icona escatologica della Chiesa

972

Dopo aver parlato della Chiesa, della sua origine, della sua missione e del suo destino, non sapremmo concludere meglio che volgendo lo sguardo verso Maria per contemplare in lei ciò che la Chiesa è nel suo Mistero, nel suo «pellegrinaggio della fede», e quello che sarà nella patria al termine del suo cammino, dove l’attende, nella «gloria della Santissima e indivisibile Trinità», «nella comunione di tutti i santi» [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 69] colei che la Chiesa venera come la Madre del suo Signore e come sua propria Madre:

La Madre di Gesù, come in cielo, glorificata ormai nel corpo e nell’anima, è l’immagine e la primizia della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla terra brilla come un segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio in cammino [Ibid., 68].

In sintesi

973

Pronunziando il « fiat » dell’Annunciazione e dando il suo consenso al Mistero dell’Incarnazione, Maria già collaborava a tutta l’opera che il Figlio suo deve compiere. Ella è Madre dovunque egli è Salvatore e Capo del Corpo Mistico.

974

La Santissima Vergine Maria, dopo aver terminato il corso della sua vita terrena, fu elevata , corpo e anima, alla gloria del cielo, dove già partecipa alla gloria della Risurrezione del suo Figlio, anticipando la risurrezione di tutte le membra del suo Corpo.

975

«Noi crediamo che la Santissima Madre di Dio, nuova Eva, Madre della Chiesa, continua in cielo il suo ruolo materno verso le membra di Cristo» [Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 15]

LETTURE DALL’UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dal libro di Qoèlet 3, 1-22

C’è un tempo per ogni cosa
Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare
e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare
e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?
Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini, perché si occupino in essa. Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine. Ho concluso che non c’è nulla di meglio per essi, che godere e agire bene nella loro vita; ma che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro è un dono di Dio. Riconosco che qualunque cosa Dio fa è immutabile; non c’è nulla da aggiungere, nulla da togliere. Dio agisce così perché si abbia timore di lui. Ciò che è, già è stato; ciò che sarà, già è; Dio ricerca ciò che è già passato.
Ma ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c’è l’iniquità e al posto della giustizia c’è l’empietà. Ho pensato: Dio giudicherà il giusto e l’empio, perché c’è un tempo per ogni cosa e per ogni azione. Poi riguardo ai figli dell’uomo mi son detto: Dio vuol provarli e mostrare che essi di per sé sono come bestie. Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. Tutti sono diretti verso la medesima dimora:
tutto è venuto dalla polvere
e tutto ritorna nella polvere.
Chi sa se il soffio vitale dell’uomo salga in alto e se quello della bestia scenda in basso nella terra? Mi sono accorto che nulla c’è di meglio per l’uomo che godere delle sue opere, perché questa è la sua sorte. Chi potrà infatti condurlo a vedere ciò che avverrà dopo di lui?

Responsorio   Cfr. 1 Cor 7, 29. 31; Qo 3, 1
R. Il tempo ormai si è fatto breve: d’ora innanzi chi vive in questo mondo, se ne serva con discrezione, * perché passa la scena di questo mondo.
V. Ogni cosa ha il suo momento, il suo tempo per ogni impresa sotto il cielo:
R. perché passa la scena di questo mondo.

Seconda Lettura
Dalle «Omelie sull’Ecclesiaste» di san Gregorio di Nissa, vescovo
(Om 6; PG 44, 702-705)

Tempo di nascere e tempo di morire
«Vi è un tempo per nascere», dice «e un tempo per morire» (Qo 3, 2). Voglia il cielo che sia concesso anche a me di nascere al tempo giusto e di morire al momento più opportuno.
Noi infatti siamo in certo modo padri di noi stessi, quando per mezzo delle buone disposizioni di animo e del libero arbitrio, formiamo, generiamo, diamo alla luce noi stessi.
Questo poi lo realizziamo quando accogliamo Dio in noi stessi e diveniamo figli suoi, figli della virtù e figli dell’Altissimo. Mentre invece rimaniamo imperfetti e immaturi, finché non si è formata in noi, come dice l’Apostolo, «l’immagine di Cristo». E’ necessario però che l’uomo di Dio sia integro e perfetto. Ecco la vera nascita nostra.
 
«C’è un tempo per morire». Per san Paolo ogni tempo era adatto per una buona morte. Grida infatti nei suoi scritti: «Ogni giorno io affronto la morte» (1 Cor 15, 31) e ancora: «Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno» (Rm 8, 36). E proprio in noi stessi portiamo la sentenza di morte. E’ chiaro poi in che modo Paolo muoia ogni giorno, egli che non vive per il peccato, ma mortifica il suo corpo e porta sempre in se stesso la mortificazione del corpo di Cristo, ed è sempre crocifisso con Cristo, lui che non vive mai per se stesso, ma porta in sé il Cristo vivente. Questa, secondo me, è stata la morte opportuna che ha dato la vera vita. Infatti dice: Io farò morire e darò la vita (cfr. Dt 32, 39) perché ci si persuada veramente che è un dono di Dio esser morti al peccato e vivificati nello spirito. La parola di Dio, infatti, promette la vita proprio come effetto della morte.

Responsorio   Dt 32, 39; Ap 1, 18
R. Sono io che do la morte e faccio vivere; io percuoto e guarisco * e nessuno può liberare dalla mia mano.
V. Io ho potere sopra la morte e sopra gli inferi
R. e nessuno può liberare dalla mia mano.

IL MATRIMONIO NELLA LETTERA AGLI EFESINI

ES  – IT  – PT ]

 

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 13 ottobre 1982

1. Nella nostra precedente considerazione abbiamo cercato di approfondire – alla luce della lettera agli Efesini – il “principio” sacramentale dell’uomo e del matrimonio nello stato della giustizia (o innocenza) originaria.

È noto, tuttavia, che l’eredità della grazia è stata respinta dal cuore umano al momento della rottura della prima alleanza con il Creatore. La prospettiva della procreazione, invece di essere illuminata dall’eredità della grazia originaria, donata da Dio non appena infusa l’anima razionale, è stata offuscata dalla eredità del peccato originale. Si può dire che il matrimonio, come sacramento primordiale, è stato privato di quella efficacia soprannaturale, che, al momento della istituzione, attingeva al sacramento della creazione nella sua globalità. Nondimeno, anche in questo stato, cioè nello stato della peccaminosità ereditaria dell’uomo, il matrimonio non cessò mai di essere la figura di quel sacramento, di cui leggiamo nella lettera agli Efesini (Ef 5, 22-33) e che l’Autore della medesima lettera non esita a definire “grande mistero”. Non possiamo forse desumere che il matrimonio sia rimasto quale piattaforma dell’attuazione degli eterni disegni di Dio, secondo i quali il sacramento della creazione aveva avvicinato gli uomini e li aveva preparati al sacramento della Redenzione, introducendoli nella dimensione dell’opera della salvezza? L’analisi della lettera agli Efesini, e in particolare del “classico” testo del capo 5, versetti 22-33, sembra propendere per una tale conclusione.

2. Quando l’Autore, al versetto 31, fa riferimento alle parole dell’istituzione del matrimonio, contenute nella Genesi (2, 24: “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne”), e subito dopo dichiara: “Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Ef 5, 32), sembra indicare non soltanto l’identità del Mistero nascosto in Dio dall’eternità, ma anche quella continuità della sua attuazione che esiste tra il sacramento primordiale connesso alla gratificazione soprannaturale dell’uomo nella creazione stessa e la nuova gratificazione – avvenuta quando “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa . . .” (Ef 5, 25-26) – gratificazione che può essere definita nel suo insieme quale Sacramento della Redenzione. In questo dono redentore di se stesso “per” la Chiesa, è anche racchiuso – secondo il pensiero paolino – il dono di sé da parte di Cristo alla Chiesa, ad immagine del rapporto sponsale che unisce marito e moglie nel matrimonio. In tal modo il Sacramento della Redenzione riveste, in certo senso, la figura e la forma del sacramento primordiale. Al matrimonio del primo marito e della prima moglie, quale segno della gratificazione soprannaturale dell’uomo nel sacramento della creazione, corrisponde lo sposalizio, o piuttosto l’analogia dello sposalizio, di Cristo con la Chiesa, quale fondamentale “grande” segno della gratificazione soprannaturale dell’uomo nel Sacramento della Redenzione, della gratificazione, in cui si rinnova, in modo definitivo, l’alleanza della grazia di elezione, infranta al “principio” con il peccato.

3. L’immagine contenuta nel passo citato della lettera agli Efesini sembra parlare soprattutto del Sacramento della Redenzione come della definitiva attuazione del Mistero nascosto dall’eternità in Dio. In questo “mysterium magnum” si realizza appunto definitivamente tutto ciò, di cui la medesima lettera agli Efesini aveva trattato nel capitolo 1. Essa infatti dice, come ricordiamo, non soltanto: “In lui (cioè in Cristo) [Dio] ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto . . .” (Ef 1, 4), ma anche: “Nel quale [Cristo] abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati, secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi . . .” (Ef 1, 7-8). La nuova gratificazione soprannaturale dell’uomo nel “Sacramento della Redenzione” è anche una nuova attuazione del Mistero nascosto dall’eternità in Dio, nuova in rapporto al sacramento della creazione. In questo momento la gratificazione è, in certo senso, una “nuova creazione”. Si differenzia però dal sacramento della creazione in quanto la gratificazione originaria, unita alla creazione dell’uomo, costituiva quell’uomo “dal principio”, mediante la grazia, nello stato della originaria innocenza e giustizia. La nuova gratificazione dell’uomo nel Sacramento della Redenzione gli dona invece soprattutto la “remissione dei peccati”. Tuttavia, anche qui può “sovrabbondare la grazia”, come altrove si esprime san Paolo: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5, 20).

4. Il Sacramento della Redenzione – frutto dell’amore redentore di Cristo – diviene, in base al suo amore sponsale verso la Chiesa, una permanente dimensione della vita della Chiesa stessa, dimensione fondamentale e vivificante. È il “mysterium magnum” di Cristo e della Chiesa: mistero eterno realizzato da Cristo, il quale “ha dato se stesso per lei” (Ef 5, 25); mistero che si attua continuamente nella Chiesa, perché Cristo “ha amato la Chiesa” (Ef 5, 25), unendosi con essa con amore indissolubile, così come si uniscono gli sposi, marito e moglie, nel matrimonio. In questo modo la Chiesa vive del Sacramento della Redenzione, e a sua volta completa questo sacramento come la moglie, in virtù dell’amore sponsale, completa il proprio marito, il che venne in certo modo già posto in rilievo “al principio”, quando il primo uomo trovò nella prima donna “un aiuto che gli era simile” (Gen 2, 20). Sebbene l’analogia della lettera agli Efesini non lo precisi, possiamo tuttavia aggiungere che anche la Chiesa unita con Cristo, come la moglie col proprio marito, attinge dal Sacramento della Redenzione tutta la sua fecondità e maternità spirituale. Ne testimoniano, in qualche modo, le parole della lettera di san Pietro, quando scrive che siamo stati “rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna” (1 Pt 1, 23). Così il Mistero nascosto dall’eternità in Dio – Mistero che al “principio”, nel sacramento della creazione, divenne una realtà visibile attraverso l’unione del primo uomo e della prima donna nella prospettiva del matrimonio – diventa nel Sacramento della Redenzione una realtà visibile nell’unione indissolubile di Cristo con la Chiesa, che l’Autore della lettera agli Efesini presenta come l’unione sponsale dei coniugi, marito e moglie.

5. Il “sacramentum magnum” (il testo greco dice: tò mysterion toûto méga estín) della lettera agli Efesini parla della nuova realizzazione del Mistero nascosto dall’eternità in Dio; realizzazione definitiva dal punto di vista della storia terrena della salvezza. Parla inoltre del “renderlo [il mistero] visibile”: della visibilità dell’Invisibile. Questa visibilità non fa sì che il mistero cessi d’esser mistero. Ciò si riferiva al matrimonio costituito al “principio”, nello stato dell’innocenza originaria, nel contesto del sacramento della creazione. Ciò si riferisce anche all’unione di Cristo con la Chiesa, quale “mistero grande” del Sacramento della Redenzione. La visibilità dell’Invisibile non significa – se così si può dire – una totale chiarezza del mistero. Esso, come oggetto della fede, rimane velato anche attraverso ciò in cui appunto si esprime e si attua. La visibilità dell’Invisibile appartiene quindi all’ordine dei segni, e il “segno” indica soltanto la realtà del mistero, ma non la “svela”. Come il “primo Adamo” – l’uomo, maschio e femmina – creato nello stato dell’innocenza originaria e chiamato in questo stato all’unione coniugale (in questo senso parliamo del sacramento della creazione), fu segno dell’eterno Mistero, così il “secondo Adamo”, Cristo, unito con la Chiesa attraverso il Sacramento della Redenzione con un vincolo indissolubile, analogo all’indissolubile alleanza dei coniugi, è segno definitivo dello stesso Mistero eterno. Parlando dunque del realizzarsi dell’eterno mistero, parliamo anche del fatto che esso diventa visibile con la visibilità del segno. E perciò parliamo pure della “sacramentalità” di tutta l’eredità del Sacramento della Redenzione, in riferimento all’intera opera della Creazione e della Redenzione, e tanto più in riferimento al matrimonio istituito nel contesto del sacramento della creazione, come anche in riferimento alla Chiesa come sposa di Cristo, dotata di un’alleanza quasi coniugale con lui.

MEDITAZIONI SUL VANGELO DI LUCA – 26

Diocesi Reggio Emilia
Esercizi spirituali alle Religiose
Clarisse cappuccine di Correggio
(dal 27 Agosto al 1° Settembre 1993)

Meditazioni sul Vangelo di Luca

Vi annunzio una grande gioia (Lc 2, 10)

Fonte Sussidi Biblici n. 44 – 45. Edizione San Lorenzo, Reggio Emilia Agosto 1994

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio

Primo Giorno

27 Agosto 1993

Commento a Rm 15, 1-3

«[1]Noi che siamo i forti abbiamo il dovere di sopportare l’infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. [2]Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo. [3]Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma come sta scritto: – gli insulti di coloro che ti insultano sono caduti sopra di me (Sal 69, 10)» (Rm 15, 1-3).

C’è qui un problema che si poneva nella comunità cristiana. C’erano alcuni che Paolo chiama ‘forti e altri che chiama ‘deboli’. I forti sono quelli che hanno una visione matura e ricca della fede e quindi hanno imparato a mettere al centro le cose essenziali e a dare invece poca o nessuna importanza alle cose che potremmo chiamare esterne: ai cibi da mangiare o ai cibi da non mangiare, alle carni, alle verdure ecc.

1 deboli, invece, sono persone che hanno una fede autentica, però ancora non completa, non matura, quindi considerano, per esempio, proibito al cristiano mangiare certi tipi di carni in certi momenti.

Di per sé, dal punto di vista teorico, s. Paolo dà ragione ai forti, dice: avete ragione voi! Dal punto di vista cristiano, le proibizioni che riguardano i cibi non hanno più nessun valore, ma – dice ancora s. Paolo – la legge fondamentale non è tanto quella del vivere secondo i propri diritti, ma quella della carità, dell’amore. Allora si deve scegliere quel comportamento che non solo è corretto in teoria, ma che è utile anche per gli altri, che serve per l’edificazione degli altri.

Ecco il ragionamento di s. Paolo: una persona che ritiene in coscienza di dovere rifiutare certi cibi, deve rifiutarli; e tu, da parte tua, anche se puoi mangiare tutto quello che vuoi, cerca di essere attento agli altri e di non scandalizzare, cioè, non spingere una persona a comportarsi contro la sua coscienza. E dà la motivazione: la questione dei cibi per noi è secondaria, ma la motivazione è invece fondamentale.

Infatti: «Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo» (v. 2).

I nostri comportamenti hanno sempre una rilevanza sociale: quello che fai i i guarda non solo te, ma sempre anche gli altri; allora, quando devi scegliere, scegli quei comportamenti che non solo corrispondono ai tuoi diritti, ma che servano agli altri, che li facciano maturare, crescere, che li facciano vivere da cristiani, e li edifichino nei confronti del bene, perché:

Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma come sta scritto: «gli insulti di coloro che ti insultano sono caduti sopra di me» (v. 3).

Se Cristo avesse badato ai suoi diritti, non sarebbe finito in croce; Cristo ha preso come criterio fondamentale della sua vita il nostro bene: ha fatto le cose che servivano a noi, che ci trasmettevano la vita, l’amore, la gioia, lo Spirito; per questo, addirittura, ha preso sopra di sé gli insulti degli uomini. Aveva il dovere di fare questo? Neanche per sogno! Avrebbe avuto il diritto di affermare la sua persona e la sua vita come Figlio di Dio, avrebbe avuto il diritto di farsi servire da tutto e da tutti, ma ai suoi diritti Gesù ha rinunciato per il nostro bene. In conclusione: nei confronti degli altri, noi possiamo anche vantare dei diritti, ma non è questo il criterio ultimo per una scelta cristiana. Il criterio ultimo è il bene, l’edificazione degli altri; devi essere capace di rinunciare a qualche cosa di tuo, a qualche cosa che è di tuo diritto, se serve agli altri.

Tieni in mente – dice s. Paolo in un altro testo (cfr. 1 Cor 8, 11) – che la persona che hai vicino è uno per il quale Cristo è morto, è uno cioè che davanti a Cristo ha un valore infinito, vale il prezzo del suo sangue; perciò tu devi comportarti con un rispetto immenso; quello che può fare del male dal punto di vista spirituale al tuo fratello, devi evitarlo in ogni caso, per il dovere della carità.

Si potrebbe riassumere quindi tutta la lezione di questi versetti con le parole ili s. Paolo nella prima lettera ai Corinzi (cfr. 1 Cor 13) quando spiega che la scienza gonfia, mentre la carità edifica. La “scienza” è il comportamento cristiano determinato unicamente dalla conoscenza e può arrivare a rendere una persona orgogliosa e autosufficiente e orientarla in una direzione sbagliata; invece, un comportamento dettato dalla carità è sempre un comportamento che edifica e che fa crescere. Perciò siamo invitati a rivedere le radici dei nostri comportamenti, delle nostre scelte; a ritrovare la carità come criterio di tutto, e questo perché la carità è il criterio fondamentale delle scelte di Gesù, il quale non ha cercato di piacere a se stesso, ma ha portato sopra di sé anche il nostro peccato, per il nostro bene.

Edizioni San Lorenzo Re 1994

MEDITAZIONI SUL VANGELO DI LUCA – 25

Diocesi Reggio Emilia
Esercizi spirituali alle Religiose
Clarisse cappuccine di Correggio
(dal 27 Agosto al 1° Settembre 1993)

Meditazioni sul Vangelo di Luca

Vi annunzio una grande gioia (Lc 2, 10)

Fonte Sussidi Biblici n. 44 – 45. Edizione San Lorenzo, Reggio Emilia Agosto 1994

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio

Primo Giorno

27 Agosto 1993

Prima Meditazione

Il Vangelo buona notizia per noi

Ci farà da guida in questo corso di Esercizi il Vangelo secondo Luca che sarà il Vangelo del prossimo anno liturgico (a. C). Come meditazione di introduzione, è utile fermarsi proprio su quella parola che noi sentiamo così spesso e che è per un cristiano ricca di significato e di riferimenti, cioè la parola “vangelo”.

È significativo, credo, che la Chiesa, dovendo designare quei libretti che hanno scritto Matteo, Marco, Luca e Giovanni, non li ha chiamati “Vita di Gesù” o nemmeno “Ricordi degli apostoli”, “Ricordi di Giovanni”, o “Quello che Giovanni ricorda della vita di Gesù”; ma li ha chiamati “vangeli”: vangelo secondo Matteo, vangelo secondo Marco, vangelo secondo Giovanni e vangelo secondo Luca.

La parola “vangelo”, vuole dire “buona notizia”, un buon annuncio, e questo è così decisivo per la Chiesa da diventare la designazione fondamentale di queste opere.

Perché?

Premessa. Al tempo del Nuovo Testamento la parola “vangelo” aveva un suo significato anche nell’ambito e generalmente indicava gli avvenimenti che riguardavano l’imperatore; la nascita di un figlio che diventerà poi imperatore, ad esempio, era presentata come un vangelo, come una buona notizia, perché l’imperatore era un salvatore, un re, uno che doveva ottenere e custodire la giustizia e la pace. Così quando l’imperatore saliva al trono questo era un vangelo; quando l’imperatore andava in visita ad una provincia, quello diventava un vangelo.

Ed è significativo che s. Luca annunci la nascita di Gesù con queste parole:

«[10]ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (Lc 2, 10).

“Vi annuncio una grande gioia” è evidentemente un vangelo. Qual è questo vangelo?

«[11]oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2, 11).

Ciò vuole dire per s. Luca che non l’imperatore è il salvatore del mondo e non è la nascita dell’imperatore un vangelo autentico; il vangelo autentico è la nascita di Gesù, di quel bambino che si presenta con debolezza e fragilità: non c’è posto per lui nell’albergo, viene deposto nella mangiatoia, è semplicemente un bambino avvolto in fasce, quindi non ha apparentemente niente di particolare. Proprio in quel bambino sta la salvezza del mondo, ed è proprio questa nascita il “vangelo” vero.

Chiaramente, per la prospettiva biblica, il vangelo autentico è quello che riguarda Dio, perché è Dio il salvatore.

Anche l’imperatore è un salvatore, nel senso che deve governare e mantenere la giustizia e la pace, ma è sempre un salvatore da poco, per quanto sia ricco di forza e di maestà.

Il Vangelo autentico è quello che riguarda Dio; di fatto questa parola nell’Antico Testamento è usata soprattutto nella seconda parte di Isaia, quella che si riferisce al tempo dell’esilio:

«[7]Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio». [8]Senti? Le tue sentinelle alzano la voce, insieme gridano di gioia, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore in Sion. [9]Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme. [10]Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutti i popoli; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio. [11]Fuori, fuori, uscite di là! Non toccate niente d’impuro. Uscite da essa, purificatevi, voi che portate gli arredi del Signore! [12]Voi non dovrete uscire in fretta né andarvene come uno che fugge, perché davanti a voi cammina il Signore, il Dio di Israele chiude la vostra carovana» (Is 52, 7-12).

Questo testo va collocato nel momento dell’esilio, nel momento in cui gli Israeliti sono lontani dalla patria, non hanno più il tempio, né il sacerdozio, né il sacrificio; è venuto meno in qualche modo il rapporto con Dio, almeno in tanti suoi aspetti che erano tradizionali e importanti; in Babilonia gli Israeliti non sono pienamente liberi: hanno una certa libertà di movimento, però stanno ritto il controllo del re di Babilonia e devono sottomettersi alle esigenze dell’Impero.

A questa gente che sta sperimentando l’amarezza della sottomissione e della privazione di tutti i punti di riferimento, viene mandato un messaggero, un evangelizzatore. Questi va a Gerusalemme, ormai rimasta una rovina: non è più una città, non ha più mura, c’è semplicemente un po’ di gente rimasta, la gente da poco; è una città che piange (pensate al libro delle Lamentazioni il quale si colloca in questa prospettiva), e a Gerusalemme il messaggero annuncia il ritorno degli esiliati: allora sono belli sui monti, quelli della Palestina intorno a Gerusalemme, i piedi dell’evangelizzatore che annuncia la pace, “messaggero di bene che annuncia la salvezza”. In che cosa consiste questa pace e questa salvezza che viene annunziata? Nel regno di Dio.

Dice il messaggero: “Regna il tuo Dio!”. Vuole dire: ormai la tua vita non è più sottomessa al re di Babilonia, alla schiavitù e alle catene dell’esilio, non è più una vita dominata e determinata da tutte le debolezze e fragilità o insufficienze; ora viene a regnare il tuo Dio e, se regna il tuo Dio, la tua vita cambia, la tua vita viene riempita di tutti i doni della presenza del Signore, che sono la pace, il bene, la salvezza.

Questo evangelizzatore, questo messaggero annuncia il ritorno del Signore in Sion; ritornano gli esiliati, ma davanti a loro ritorna il Signore. E se un giorno il Signore aveva abbandonato il tempio di Gerusalemme alla distruzione a motivo delle infedeltà di Israele, adesso il Signore ritorna e le sentinelle gridano di gioia nel vedere il miracolo del mondo che rinasce, di una città e di un popolo che ritrovano la speranza; si ripetono i prodigi dell’Esodo, quando gli Israeliti erano usciti dall’Egitto, e questa volta non in fretta:

[12]Voi non dovrete uscire in fretta (come erano usciti in fretta la prima volta all’uscita dall’Egitto) né andarvene come uno che fugge, perché davanti a voi cammina il Signore, il Dio di Israele chiude la vostra carovana».

Allora, che cosa è il Vangelo? È la notizia di un intervento divino e di un intervento di Dio che salva, che libera l’uomo da una condizione di schiavitù, da una condizione di esilio, di lontananza, e riporta l’uomo alla gioia e alla pienezza della sua patria, della comunione, della pace e del bene con Dio.

Nella tradizione ebraica c’era un famosissimo poema che commentava un versetto del libro dell’Esodo e diceva che la storia del mondo è scandita da quattro grandi notti, che sono le notti dell’azione di Dio.

  • La prima è stata la notte della creazione, quando Dio ha fatto il mondo e ha fatto scaturire la luce dal mondo.

  • La seconda è stata la notte in cui il Signore ha chiamato Abramo e gli ha chiesto il sacrificio di Isacco.

  • La terza è stata la notte dell’esodo, quando gli Israeliti sono usciti dall’Egitto a mano alzata.

  • La quarta, dice il poema, sarà la notte in cui si rivelerà il Messia, quella in cui saranno tolte del tutto le catene della schiavitù e Israele potrà sperimentare la gioia della comunione con il Signore.

Quando la Chiesa ha chiamato “vangeli” i libretti di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, voleva dire questo: la quarta famosa notte, quella del Messia, della liberazione, ultima non è una notte lontana, nel futuro, ancora incerta e nebbiosa davanti ai nostri occhi; noi l’abbiamo vista, l’abbiamo sperimentata perché si è manifestata in concreto nella vita, nelle parole, nelle azioni di Gesù di Nazareth. Quindi, parlandovi di Gesù di Nazareth non vi racconto semplicemente una grande e bella storia del passato, o la vita di un grande personaggio; ma vi annuncio il vangelo di Dio, la buona notizia di Dio che introduce nella nostra vita il suo amore e la sua salvezza.

Di fatto, il vangelo di Luca riporta un episodio famoso e importante:

«[18]Anche Giovanni fu informato dai suoi discepoli di tutti questi avvenimenti. Giovanni chiamò due di essi [19]e li mandò a dire al Signore: «Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspettare un altro? [20]Venuti da lui, quegli uomini dissero: «Giovanni il Battista ci ha mandati da te per domandarti: Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare un altro?». [21]In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi. [22]Poi diede loro questa risposta: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella» (Lc 7, 18-22).

Viene fatta a Gesù una domanda decisiva per Giovanni Battista, ma decisiva per ciascuno di noi: gli chiedono:

«Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare un altro?» (v. 19b).

Sei tu il Messia della quarta notte? o sei ancora semplicemente uno degli annunciatori, uno dei profeti? In altre parole: Sei tu la nostra speranza, o sei semplicemente uno di quelli che ci invita a sperare, ma non ci può dare il succo e il contenuto della nostra attesa? Possiamo sperare in te o dobbiamo sperare ancora in qualcosa al di là?

Gesù risponde con dei gesti, che sono i suoi miracoli, e, con delle parole che interpretano questi gesti, secondo un famoso brano di Isaia:

«[1]Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. [2]Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saròn. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. [3]Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. [4]Dite agli smarriti di cuore: Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi. [5]Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. [6]Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa» (Is 35, 1-6).

Il messaggio è presentato fondamentalmente con una serie di immagini che ci permettono di gustare il senso del Vangelo.

L’immagine del deserto e della terra arida è l’immagine della nostra vita, della nostra aridità e della nostra sterilità; se c’è qualcosa di pesante da sopportare nella vita, è proprio che la nostra vita diventi arida, che non abbia motivi di gioia, di consolazione, di fecondità, che non riesca a trasmettere gioia.

Così ancora le mani fiacche, le ginocchia vacillanti, cioè le mani che hanno perso la forza di lavorare, le ginocchia che hanno perso la capacità di portare il peso del corpo e camminare; sta qui la fatica di vivere dell’uomo che ad un certo punto senta la vita così faticosa e pesante, che gli sembra difficile andare avanti e non ha più l’entusiasmo, la gioia, il gusto delle cose che fa.

“Dite agli smarriti di cuore”, a quelli che sono spaventati dentro al loro cuore:

«Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi» (Is 35, 4).

I segni presentati: gli occhi dei ciechi si aprono, si schiudono gli orecchi dei sordi e lo zoppo salta, spiegano che l’uomo recupera la pienezza delle sue capacità umane. Vedere, ascoltare, camminare sono le attività dell’uomo: così l’uomo viene riportato all’integrità della sua esperienza; e questo per la presenza del Signore; dove c’è il Signore si realizza la vita umana in modo integro, in modo pieno: tutti i nostri limiti, tutte le nostre insufficienze sono assorbite dalla potenza e dalla grazia del Signore.

Ora, quando viene il regno di Dio, si realizza esattamente questo: egli viene a salvarci. E i vangeli dicono proprio che la salvezza è di fatto realizzata in Gesù.

In che senso?

Anzitutto è realizzata nelle parole di Gesù; la parola del Signore spalanca davanti agli occhi dell’uomo uno scenario nuovo: lo scenario della fede, della salvezza di Dio.

Se prendiamo sul serio le parole del Signore e le prendiamo per quello che sono, parole di Dio e quindi parole efficaci, creatrici, allora quelle parole cambiano il nostro mondo e la nostra vita.

L’esempio tipico ci è dato dalle Beatitudini (cfr. Mt 5, 3-12): quando Gesù dice: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”, sta annunciando una rivoluzione, sta capovolgendo il modo di pensare e di valutare degli uomini; infatti nel nostro mondo sono beati i ricchi che si possono permettere quello che vogliono, possono comperare, vendere, comperare i favori; i ricchi hanno in qualche modo la vita più facile.

Quando Gesù annuncia “Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli”, egli inaugura un mondo nuovo. O quelle parole sono false, illusorie, sono solo le parole di un sognatore che non vede la realtà, o, se sono vere, allora sorge un mondo nuovo che si apre davanti ai nostri occhi, alla nostra esperienza; un mondo dove quello che apparentemente sembra sconfitto, si rivela vincitore, vittorioso; quello che, a prima vista, sembra debole e fragile si rivela forte e duraturo.

Ancora: “Beati i miti perché possederanno la terra”. Pare un controsenso: Infatti i miti non possiedono proprio niente. Chi possiede la terra sono tendenzialmente i forti, i prepotenti, quelli che hanno da mettere sul piatto della bilancia il peso dei loro soldi o delle loro amicizie, della loro condizione sociale, del potere, delle armi.

Alessandro Magno ha conquistato il mondo non perché era mite, ma perché era forte.

“Beati i miti perché possederanno la terra”: la terra nuova, la terra di Dio, che è il mondo della comunione con lui, non la guadagneranno i forti e gli armati; la guadagneranno i miti, quelli che sanno essere pacifici, senza asprezze, senza ira, senza cattiveria, come leggevamo nella lettera di s. Paolo agli Efesini (4, 31-32).

Ora, la parola di Gesù è esattamente una forza che inaugura un mondo nuovo. È vero che il mondo vecchio, il mondo dell’egoismo, e della forza bruta continua ad esistere, ma c’è anche un mondo nuovo che comincia a farsi spazio, e lo si vede molto bene nella vita dei santi, e un po’ meno bene nella nostra vita, ma c’è! Nella vita delle nostre comunità si dovrebbe vedere questo mondo nuovo: una misericordia, una pazienza, una dolcezza che nel mondo non ci sono. La parola del Signore inaugura proprio questo: tutte le volte che ascoltate una parola del Signore, rendetevi conto che la sua parola sta creando nei vostri cuori uno spazio nuovo, quello della misericordia, del regno di Dio.

Poi, accanto alla parola, naturalmente, ci sono i miracoli di Gesù. Anche i miracoli “dicono” un mondo nuovo.

Nel cap. 7° di Marco, c’è la guarigione di un sordomuto, e alla fine la folla reagisce a questa guarigione magnificando Dio c dicendo di Gesù:

«[37]Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!» (Mt 7, 37b).

“Ha fatto bene ogni cosa” è, nella Bibbia, il ritornello che accompagna la creazione: quando Dio crea le cose, alla fine di ogni giorno si dice: «E vide Dio che era una cosa buona» (Gen 1, 4.10.12.ss). In realtà quando Dio ha fatto le cose, le ha proprio fatte “da Dio” e quindi le ha fatte bene, integre e ha fatto integro l’uomo. Però, l’uomo concreto è un uomo con dei limiti, delle miserie; i limiti fisici, non sono i più importanti e decisivi; quelli più gravi sono i limiti del cuore: il cuore cattivo, falso, il cuore malvagio che rovina in modo radicale la nostra esperienza, più che non i limiti fisici.

I miracoli di Gesù, dunque, annunciano un mondo nuovo: “Ha fatto bene ogni cosa, fa udire i sordi e fa parlare i muti”: quando l’uomo incontra Gesù, lo incontra nella sua malattia: malato fisicamente, e soprattutto spiritualmente. Ma in questo incontro l’uomo viene rinnovato, rigenerato, ricreato, diventa una creatura nuova, una creatura che corrisponde al progetto di Dio, realizzando la volontà originaria di Dio, quando Dio aveva fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza.

Il vangelo, quindi, è l’annuncio del regno di Dio, e ora aggiungiamo che il vangelo è Gesù Cristo, nelle sue parole e nelle sue azioni. Proprio perché, attraverso le parole di Gesù, Dio rivela il suo amore e proprio perché attraverso le opere di Gesù Dio rivela la sua potenza e la sua misericordia, in Gesù e attraverso Gesù noi arriviamo a contatto con Dio, arriviamo come ad essere toccati dalla presenza e dalla forza di Dio: il che fa di noi delle creature nuove.

Il contenuto del vangelo e della presenza di Dio in noi, è l’amore di Dio; il vangelo è l’annuncio che Dio ama gli uomini. È un annuncio efficace, non solo una parola; è una realtà di amore, una comunicazione di amore e un annuncio che trasforma il cuore dell’uomo con le caratteristiche proprie dell’amore di Dio. Quali sono queste caratteristiche?

Ne prendiamo semplicemente alcune che ci faranno da riferimento in tutto il nostro cammino.

Prima di tutto, secondo la rivelazione biblica, l’amore di Dio è un amore gratuito.

“Gratuito”, vuole dire che non dipende dalla nostra bontà, dalle nostre virtù, dai nostri meriti, dalla nostra gradevolezza. Quando noi vogliamo bene a qualcuno o a qualcosa è perché troviamo quel qualcuno o quel qualcosa gradevoli; il che ci porta istintivamente alla simpatia, se, appunto, lo troviamo gradevole.

Questo invece non vale per l’amore di Dio che è gratuito; Dio vuole bene all’uomo non solo se l’uomo è gradevole, ma semplicemente perché lui, Dio, è buono, e siccome è buono, ama, e siccome ama, accoglie la creatura senza stare a misurarne il grado di bontà e di gradevolezza.

Nel libro del Deuteronomio ci sono due versetti famosi che dicono esattamente questo; ed è una specie di ritornello che il Deuteronomio ripete abbastanza spesso:

«[7] Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli – siete infatti il più piccolo di tutti i popoli –, [8]ma perché il Signore vi ama e perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri» (Dt 7, 7-8a).

Il che significa che se il Signore ha scelto Israele, non è perché era grande.

Anzi Israele è un piccolo popolo, è un popolo insufficiente, e non dà certamente nessun onore al suo Dio. Ma il Signore lo ha scelto. Perché? Perché il Signore “vi ama”. È una motivazione che non ha altre radici se non che Dio ama perché, lui, è buono.

E un po’ più avanti, in Dt 9, 4.6 si dirà in modo esplicito:

«[4] (…) non pensare: A causa della mia giustizia, il Signore mi ha fatto entrare in possesso di questo paese – la Terra Promessa – [6] (…) anzi tu sei un popolo di dura cervice».

Cioè non sei capace di obbedire, non sei capace di sottometterti a Dio. Ma il Signore ti ama.

Questa è per noi l’unica garanzia solida che abbiamo: l’amore di Dio non dipende dai nostri meriti; se dipendesse dai nostri meriti spenderemmo tutta la giornata con l’ansia di dover fare chissà che cosa per guadagnarci l’amore di Dio; e invece no! L’amore di Dio non lo guadagniamo mai, lo prendiamo gratis e non ci vuole niente altro se non la disponibilità a riceverlo, a lasciarci amare. Gratuito vuol dire questo.

La Bibbia dice inoltre che l’amore di Dio è un amore fedele che non si lascia vincere dal tempo, non si lascia cancellare e nemmeno appassire dal tempo. Il che succede molto spesso a noi: si inizia un rapporto di amicizia e di amore con tutta buona volontà, poi subentra un po’ l’abitudine, un po’ di stanchezza, le tentazioni e si tralascia o si va avanti con poca gioia, con poco entusiasmo.

Invece l’amore del Signore è fedele, mantiene cioè la freschezza delle origini, dell’innamoramento, del primo istante, dello stupore, della gioia per la presenza dell’altro: dice la 28 lettera a Timoteo sull’atteggiamento di Dio nei nostri confronti:

«[11]Certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; [12]se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; [13]se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2 Tm 2, 11-13).

«[13]se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele», il Signore rimane fedele perché non può rinnegare se stesso. La fedeltà è troppo importante per Dio; non è come un abito che si può anche cambiare: la fedeltà è l’anima, il cuore di Dio.

Ancora: l’amore di Dio è un amore di tenerezza, secondo la Bibbia; nel cap. 11° di Osea ritroviamo l’amore del papà che insegna al bambino a camminare; ritroviamo l’amore della mamma che dà da mangiare al suo bambino, che lo porta in braccio; è un amore “viscerale”. Osea usa la parola “viscere” che esprime quello che una madre sente nei confronti del proprio bambino. È chiaro che se il figlio ha fatto qualcosa di storto, la madre gli dà uno scappellotto, però è altrettanto chiaro che non può arrabbiarsi per molto tempo, e che di fronte ad una sofferenza di suo figlio, fosse anche una sofferenza meritata, si commuove, le sue viscere si commuovono. Così è il Signore nei nostri confronti: ha un amore di tenerezza, un amore di compassione che sa soffrire insieme con noi, che sa soffrire della nostra debolezza e della nostra fragilità.

Ancora: l’amore di Dio è un amore che perdona, ma su questo ritorneremo molte volte; il vangelo di Luca è un vangelo che insiste moltissimo sul perdono di Dio.

Inoltre l’amore di Dio è un amore esigente. L’amore di Dio ci prende così come siamo, per fortuna non mette nessuna condizione; ma non ci lascia così come siamo. L’amore di Dio si rivolge a noi anche se siamo “ipocriti”, ma non ci. lascia “ipocriti”; ci prende anche egoisti, però non ci lascia egoisti. Cioè l’amore di Dio è un amore efficace, che cambia il nostro cuore, lo prende così com’è, ma lo cambia, lo rende nuovo, diverso, più pulito, lo rende più generoso, più paziente, più mite; fa quello che desidera in noi: desidera che noi siamo santi, l’amore di Dio fa “i santi”. L’amore di Dio è un amore esigente, e proprio perché è un amore così pulito, senza condizionamenti, è un amore forte, che non sopporta i peccati e le cattiverie, e pulisce il cuore dell’uomo.

La dottrina cristiana sul Purgatorio, sta qui: è incontrare l’amore di Dio; il che è bello, ma è anche bruciante, perché l’amore di Dio brucia in noi ogni residuo di egoismo, di cattiveria, di ripiegamento su se stessi. “Brucia”, vuole dire che fa bene e fa male nello stesso tempo: fa bene perché riscalda e dà una gioia e una purezza immensamente grandi. Ma d’altra parte brucia, cioè distrugge quello che di negativo c’è in noi. Quello che l’amore di Dio fa nel Purgatorio, comincia a farlo nella nostra vita fin da adesso, in tutto il cammino di crescita, di purificazione della vita cristiana.

Siamo partiti dal termine “vangelo” come annuncio dell’intervento di Dio che salva; abbiamo visto che quest’intervento si realizza in Gesù Cristo, nelle sue parole e nelle sue opere; abbiamo aggiunto che il contenuto di questo intervento è fondamentalmente la rivelazione dell’amore di Dio, che è gratuito, fedele, tenero e nello stesso tempo esigente, geloso, direbbe l’Antico Testamento. L’amore di Dio è geloso, cioè esige e crea la corrispondenza da parte nostra. Ecco perché s. Paolo nella lettera ai Romani dice:

«[16]Io infatti non mi vergogno del vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco» (Rm 1, 16).

“Non mi vergogno del vangelo”: il Vangelo si presenta come una parola debole, fragile; infatti in confronto alle grandi filosofie greche il vangelo si presenta come una piccola parola: Gesù Cristo è morto per noi sulla croce.. Però, dice s. Paolo, “io non mi vergogno” di questo annuncio perché so che “è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede”. Non è soltanto una parola: fosse solo una parola, per quanto bella, sarebbe certamente limitata e fragile. Ma il vangelo è l’amore con cui Dio ama il mondo e sostiene l’universo. Nel vangelo c’è la forza dell’amore di Dio che si rivolge all’uomo e lo cambia e rinnova.

Tutte le volte che vi arriva la parola del vangelo dovete ricordare che, attraverso quella parola, viene rivelato l’amore e la potenza dell’amore di Dio che salva “chiunque crede”. Chiunque crede è chiunque si lascia amare, chiunque si lascia salvare, sia esso Giudeo o Greco. La condizione di partenza dell’uomo non ha rilevanza; ma l’uomo una volta incontrata la parola di Dio, viene reso oggetto dell’amore di Dio e salvato, chiunque sia, Giudeo o Greco: e in queste categorie ci stiamo dentro anche noi.

Allora, leggeremo il vangelo di s. Luca, ma vorremmo leggerlo come un “Vangelo”, come una comunicazione dell’amore di Dio a noi per liberarci dalle nostre insufficienze, miserie, debolezze e fragilità, e per farci entrare, invece, dentro al progetto di Dio: quello di una creatura integra dal punto di vista umano, e una creatura che abbia un cuore buono e santo.

MEDITAZIONI SUL VANGELO DI LUCA – 23

Diocesi Reggio Emilia
Esercizi spirituali alle Religiose
Clarisse cappuccine di Correggio
(dal 27 Agosto al 1° Settembre 1993)

Meditazioni sul Vangelo di Luca. 4.1

“Vi annunzio una grande gioia” (Lc 2, 10)

Fonte Sussidi Biblici n. 44 – 45. Edizione San Lorenzo, Reggio Emilia Agosto 1994

Meditazioni predicati da mons. Luciano Monari.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio

Quarto Giorno

30 Agosto 1993

Prima Meditazione

 “Misericordia io voglio, non sacrificio”

Siamo anche noi in viaggio verso Gerusalemme con il Signore e ci lasciamo istruire da lui che ci fa da maestro dandoci le indicazioni fondamentali per la nostra vita cristiana.

Tra queste c’è un’istruzione sul volto di Dio, su chi è Dio e su come opera nei nostri confronti: si trova nel capitolo forse più famoso di s. Luca, che è il 15°: alcune parabole con un’introduzione.

«[1]Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. [2]I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». [3]Allora egli disse loro questa parabola: [4]«Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? [5]Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, [6]va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. [7]Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione. [8]O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? [9]E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. [10]Così, vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». [11]Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. [12]Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. [13]Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. [14]Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. [15]Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. [16]Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. [17]Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! [18]Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; [19]non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. [20]Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. [21]Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. [22]Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. [23]Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, [24]perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. [25]Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; [26]chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. [27]Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. [28]Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. [29]Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. [30]Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. [31]Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; [32]ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15, 1-32).

Ci sono due parabole gemelle, quella della pecora perduta e della dramma, costruite nello stesso modo, e una terza, molto più lunga e complessa, quella cosiddetta del “figliol prodigo”. All’inizio di queste parabole, c’è un’introduzione che spiega l’occasione in cui Gesù le ha insegnate, ed è significativa, perché ne dice lo scopo: «Si avvicinarono tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo». I pubblicani si trovavano in una speciale emarginazione religiosa, perché erano peccatori, e lo erano sul serio, perché erano effettivamente persone che avevano scelto il nemico, che avevano abbandonato, svenduto la loro appartenenza all’eredità di Abramo per motivi di avidità e di soldi. Gli altri sono detti esplicitamente “peccatori”.

Ora, pubblicani e peccatori vanno da Gesù; anzi, san Luca dice: “tutti i pubblicani e i peccatori”, forse sarà un’esagerazione, ma esprime la forte attrazione, la speranza che i pubblicani e i peccatori trovano nelle parole di Gesù.

Dall’altra parte “i farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro”. 1 farisei sono le persone più impegnate dal punto di vista religioso, che non solo osservano i comandamenti, ma si impegnano a una vita religiosa super erogatoria – noi diremmo –, a digiuni più numerosi, sono dunque persone di notevole levatura religiosa, e gli scribi sono gli interpreti autorizzati della Bibbia, che spendono il tempo a leggere e a capire, a studiare e ad insegnare con autorità la Bibbia. Farisei e scribi dunque mormoravano “costui riceve i peccatori e mangia con loro”. Nel vangelo questa critica è stata ripetuta molto spesso a Gesù: Gesù è stato giudicato e, in fondo, condannato dalle autorità religiose proprio per questo.

Nel capitolo 5° del vangelo di Luca, Levi, che è un pubblicano, è chiamato dal Signore e fa un grande banchetto nella sua casa.

«[29] (…) C’era una folla di pubblicani e d’altra gente seduta con loro a tavola. [30]I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?» (Lc 5, 29-30).

È la stessa domanda che in 15, 2, ma qui, nell’episodio di Levi:

«[31]Gesù risponde: Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; [32]io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi» (Lc 5, 31-32).

Aveva cioè motivato il suo comportamento come comportamento di salvezza, di redenzione. Gesù è un medico e, naturalmente, va a trovare i malati; va dai pubblicani e dai peccatori, perché hanno bisogno del perdono e della grazia di Dio.

Le tre parabole del cap. 15° di Luca sono un’altra risposta di Gesù a questa critica del v. 2. Gesù va in mezzo ai pubblicani e ai peccatori perché così è fatto Dio, perché così è il volto ili Dio.

Qual è l’immagine che noi dobbiamo farci di Dio? Per immaginare perfettamente Dio dobbiamo fare attenzione a come Dio si rivela, a quello che dice, a quello che fa.

Le tre parabole servono per questo.

«[4]Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova?» (Lc 15, 4).

Novantanove pecore o una pecora; cosa vale di più? Certamente le novantanove. Però c’è il caso in cui uno lascia le novantanove e va a cercare una pecora sola che corre il rischio di perdersi, e per questo diventa immediatamente preziosa, tanto preziosa che uno lascia le novantanove e va a cercare quella, non perché vale di più dal punto di vista economico, ma proprio perché sta per perdersi e il padrone non sopporta di perdere quello che è suo; la va a cercare, e fa ogni sforzo immaginabile per ritrovarla.

«[5]Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, [6]va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta» (Lc 15, 5-6).

Anche questo è comprensibile dal punto di vista psicologico: se uno ritrova quello che aveva perduto il suo cuore è pieno di gioia: è una gioia immensa, alla quale chiede anche agli altri di partecipare:

«[6] (…) Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. [7]Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» Lc 15, 6b-7).

Il che non vuole dire che un peccatore valga più di novantanove giusti, non vuole dire che la pecora smarrita valga più delle novantanove, ma che proprio perché era smarrita è stata cercata, proprio perché è stata cercata e desiderata con tanto impegno e con tanto affetto, il ritrovarla è motivo di esplosione di gioia.

Lo stesso vale per la donna che ha perso una dramma: gliene sono rimaste nove, ma lei spazza tutta la casa e va a cercare nelle fessure tra le pietre del pavimento e quando la ritrova, chiama le amiche, fa festa con loro.

«[10]Così, vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte» (Lc 15, 10).

Gli scribi e i farisei mormoravano “costui riceve i peccatori e mangia con loro” e Gesù dice: “Non mormorate, dovete invece gioire con me, rallegratevi con me, perché ho ritrovato quello che avevo perduto, ci deve essere gioia per un peccatore che si converte: quindi dovete venire anche voi a far festa”; non solo dovete accettare che Gesù stia con i pubblicani e i peccatori, che lo vadano ad ascoltare, ma dovete far festa, essere contenti per questo.

E finalmente, la terza e la più grande parabola, ricchissima di significati:

«[11]Disse ancora: Un uomo aveva due figli. [12]Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze» (Lc 15, 11-12).

Già questo inizio, che di per sè non è ancora abbandono del padre, dice che questo figlio non vuole la comunione piena col padre; finora erano vissuti insieme tanto da essere una cosa sola, tanto che il patrimonio del figlio e quello del padre erano la stessa realtà; adesso il figlio vuole una sua autonomia, perché a quel padre non è in realtà legato del tutto; infatti:

«[13]Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto» (Lc 15, 13).

Luca insiste che si tratta di un paese lontano, dove cioè del padre non c’è nè l’ombra nè il ricordo; il figlio considera suo padre un ostacolo alla sua libertà, alla sua autorealizzazione, e allora va in un paese lontano: il paese dell’emancipazione da Dio. Alla fine, è la descrizione del peccato perché, a cominciare da Adamo, il peccato comincia a scaturire nel momento in cui l’uomo considera Dio un ostacolo alla sua felicità. L’uomo pensava che, liberato da Dio, potesse diventare più grande, così ha mangiato il frutto proibito. Infatti, in quel paese lontano in cui il figlio pensava di ritrovare la gioia e la libertà e quindi di poter affermare se stesso, “sperperò le sue sostanze, vivendo da dissoluto”, cioè ha buttato via la sua ricchezza diventando un povero, un mendicante; anzi, non solo ha buttato via le sostanze, ma ha buttato via se stesso, la sua dignità:

«[14]Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. [15]Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci» (Lc 15, 14-15).

Era figlio e ora diventa servo, anzi, va a pascolare i porci. Ora, questa parabola è detta per gli Ebrei, per i quali pascolare i porci è un mestiere degradante, poiché il porco è un animale impuro: infatti non ci sono porci in Palestina, nella Terra Santa. Qui, dunque, siamo fuori dalla Palestina, a fare un mestiere che un ebreo non avrebbe mai fatto.

Però sta esattamente qui il significato della parabola: l’allontanamento dal padre manifesta una degradazione progressiva fino al punto oltre al quale non è più possibile scendere, perdendo anche la dignità di persona umana.

Questa è la struttura della realtà del peccato, che è l’allontanamento da Dio con l’illusione di diventare grande, ma, in realtà, perdendo la dignità e la libertà.

Il profeta Geremia ha un versetto famoso che dice:

«Poiché già da tempo hai infranto il tuo giogo, hai spezzato i tuoi legami e hai detto: Non ti servirò» (Ger 2, 20a).

Il giogo è l’alleanza, il legame è quello che unisce Israele al Signore come suo popolo; e Israele ha gettato via il giogo, l’alleanza, la legge: Israele non si è accorto che quel giogo era di amore, che quei legami erano di affetto; questi rendono più gioiosa la vita dell’uomo e più libera. Israele non si è accorto che il legame che aveva con Dio era un legame di affetto; l’ha considerato come una catena, perciò ha spezzato il legame; la conclusione:

«Infatti sopra un colle elevato e sotto ogni albero verde ti sei prostituita» (Ger 2, 20b).

Nel momento in cui Israele ha detto: io non voglio servire, è diventata schiava, ha perso la libertà, la dignità e il nome santo, che il Signore aveva messo sopra di lei.

Così il figliol prodigo della parabola:

«Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava» (Lc 15, 16).

Ora siamo proprio al punto più basso, oltre il quale non si può andare; e allora c’è un piccolo inizio di ritorno:

«Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Parti e si incamminò verso suo padre» (Lc 17-20a).

“Rientrò in se stesso” è uno dei pochi verbi che esprimono in questa parabola un sentimento: è la consapevolezza che quest’uomo ha della propria condizione, si rende conto di dove è andato a finire. E di fatto, fa il confronto tra la sua situazione e quella dei salariati di suo padre.

Era figlio e, quindi, era ben superiore ai salariati: ora è servo, addirittura schiavo, quindi inferiore ai salariati, per cui dice “quanti salariati in casa… per cui mi leverò e andrò da mio padre”.

Si potrebbe dire che questa è la conversione del figliolo, anche se, in realtà, è una piccola e parziale conversione, poiché il ragazzo non torna indietro perché vuole bene a suo padre, ma perché in casa di suo padre si sta meglio di dove è adesso: quindi lo spinge la degradazione a cui è arrivato e la speranza di migliorare la sua situazione.

Non è ancora una grande conversione, però per noi è significativa, perché è quasi sempre la nostra conversione: torniamo, perché stiamo male dove siamo, perché ci rendiamo conto della nostra perdita di dignità, di gioia, di speranza, di luminosità e non perché vogliamo bene al Signore; ci rendiamo conto che la realtà del peccato è scomoda, allora si ritorna: è una piccola conversione.

La frase che il ragazzo progetta di dire:

«Padre ho peccato contro il cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni» (Lc 15, 18.19),

mostra che questo figlio è disposto non a ritornare come figlio, ma semplicemente a essere accolto come un salariato in casa di suo padre.

«Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. [21]Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. [22]Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. [23]Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, [24]perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa» (Lc 20b-24).

A questo punto il personaggio principale non è più il figlio di cui fino ad ora abbiamo seguito l’itinerario, ma il padre, il quale quando il figlio è ancora lontano lo vede e, “commosso”, gli corre incontro.

Ecco l’altra annotazione psicologica: “commosso”; il padre sente dentro di sè, nelle sue viscere, un movimento istintivo. Quando un papà o una mamma vedono il figlio, non riescono a considerarlo con la freddezza con cui, per esempio, un chirurgo vede un malato da operare; un papà e una mamma, quando hanno davanti il loro figlio, le loro viscere si muovono, si commuovono: così è questo papà. Per capire il suo comportamento, bisogna partire da qui. Uno psicologo avrebbe usato un comportamento più distaccato e, forse, anche più efficace; al figlio avrebbe detto: “Perché sei tornato e perché sei andato via? Cosa ti ha spinto ad abbandonare? Vogliamo vedere insieme? Bisogna vedere se sei andato via per qualche motivo e se sei ritornato per qualche motivo e se vuoi strumentalizzare il mio affetto”.

Dal punto di vista psicologico sarebbe comprensibile e anche giusto, perché spingerebbe il figlio a vedere meglio nei suoi sentimenti, nei suoi comportamenti e a trovare un atteggiamento più pulito e più profondo.

Ma per un papà è diverso, egli si commuove. Quel papà aveva provato l’angustia di avere perso un figlio, aveva perso addirittura la speranza di rivederlo e quando lo ritrova, gioisce, perché, all’improvviso, ritrova la felicità di rivederlo. Per cui quando il figlio incomincia la frase che si era preparata:

«Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; [19]non sono più degno di esser chiamato tuo figlio» (Lc 15, 18.19).

Non solo il padre non lo lascia neppure finire (doveva anche dire “trattami come uno dei tuoi garzoni”), ma lascia semplicemente esplodere la sua gioia.

«[22]Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. [23]Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa» (Lc 15, 22-23).

Tutte queste espressioni sono espressioni della gioia, certamente, ma sono anche una riconciliazione con il figlio che viene rimesso nella sua dignità di figlio; infatti il vestito più bello e, soprattutto, l’anello al dito, non è semplicemente un ornamento, ma è il sigillo con il quale il padre o i figli, possono sigillare i documenti – noi diremmo è la firma sugli assegni –; ora, se ti viene data la firma sugli assegni, sei reintrodotto nell’autorità sulla casa. Qui, dunque, il figlio, viene rimesso nel rango di figlio: non semplicemente accolto, ma riportato nella dignità e nel diritto che aveva perduto.

Infatti: “questo mio figlio era morto ed è ritornato in vita” come figlio e io lo riprendo come tale, perché “era perduto ed è stato ritrovato, e cominciarono a fare festa”.

«[25]Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; [26]chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. [27]Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. [28]Egli si arrabbiò, e non voleva entrare» (Lc 15, 25-28a).

Si trova qui il terzo verbo che esprime un sentimento:

  • il figliol prodigo “rientrò in se stesso”,

  • il padre “si commosse”,

  • il figlio maggiore “si arrabbiò”.

Sono tre verbi che danno la fotografia di ciascun personaggio: la fotografia del peccatore che prende coscienza del suo stato di miseria; quella del padre che si commuove, semplicemente; quella del figlio maggiore che si arrabbia e non vuole entrare: non vuole cioè, condividere la gioia del padre e della casa.

«Il padre allora uscì a pregarlo. [29]Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. [30]Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso» (Lc 28b-30).

Anzitutto, questo figlio non ha l’animo del figlio; non si è mai sentito tale in casa di suo padre, si è sempre sentito come un servitore, anzi come un servitore trattato male; non aveva mai abbandonato suo padre, tuttavia non aveva mai sentito affetto nei suoi confronti, ma la sottomissione, e forse un po’ la paura. “Ma ora che questo tuo figlio…”: anche questo è significativo, perché il figlio maggiore non dice “ora che il mio fratello”, ma «ora che questo tuo figlio…»; il padre può considerarlo come figlio, ma lui non lo considera più come fratello, lo considera perduto.

«[30]Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso» (Lc 15, 30).

Cioè il vitello più bello, più grasso, come se quel figlio se lo fosse meritato.

«[31]Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; [32]ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15, 31-32).

Il papà ricorda anzitutto a questo figlio la sua condizione di figlio; gli dice: “Perché ti lamenti di non avere mai avuto un capretto? Sei figlio, puoi fare quello che vuoi; tutto quello che è mio è tuo, puoi prendere quello che vuoi; tu sei sempre con me, ti ho sempre considerato come una parte della mia vita e quindi non ho sottratto nessun patrimonio alla tua disponibilità”.

“Ma bisognava far festa …”. Non dice il papà: “perché questo mio figlio”, ma dice: “Se io gioisco perché mio figlio è tornato, tu devi gioire perché è tornato tuo fratello; ora questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato, allora bisogna fare festa; la faccio io, ma la devi fare anche tu, devi condividere la mia gioia”.

La parabola insiste sulla riconciliazione piena del padre nei confronti del figlio. In altre parole, dal punto di vista diplomatico, ci sarebbe stata una soluzione che avrebbe accontentato tutti, se il padre avesse accettato il figliol prodigo come salariato: il padre, perché riaveva suo figlio; il figlio prodigo, perché poteva finalmente mangiare e fare un lavoro accettabile (mentre prima era a pascolare i porci); il figlio maggiore perché quello che tornava non era più al suo livello.

Però non succede così, perché quel papà è un padre e quindi non riesce a considerare suo figlio come un salariato; si è commosso, perché il suo è un animo di padre, che non può, quindi, diventare un animo di padrone.

Da notare (notano tutti i commentatori) che la parabola è aperta, cioè finisce con le parole del padre; non dice quello che è successo dopo. Si può immaginare che il figlio maggiore, dopo aver sentito le parole del padre, abbia capito finalmente quale doveva essere il suo rapporto e sia entrato anch’egli a far festa; o si può immaginare che il figlio maggiore invece sia rimasto nella sua asprezza, e abbia rifiutato la festa e la comunione con il fratello.

La parabola perciò è aperta, ma a che scopo? perché questa parabola è detta per gli scribi e i farisei, cioè per quelli che mormorano di Gesù: Gesù insegna loro come è il cuore di Dio e perché lui, Gesù, che rappresenta il cuore di Dio (perché Gesù è sulla terra l’immagine dell’amore per gli uomini), tratti così i peccatori e i pubblicani. La parabola è un invito a scribi e farisei perché facciano anche loro festa; se pubblicani e peccatori vanno ad ascoltare Gesù, invece di mormorare, devono essere contenti, cioè anche loro partecipare alla gioia di Dio.

Evidentemente, al centro di questa parabola c’è la presentazione della figura paterna, dell’amore di Dio.

Si parla però anche della conversione, viene toccato questo argomento; viene presentato nell’immagine del figlio minore che rientra in se stesso. La conversione, infatti, incomincia quando una persona si rende conto effettivamente di quello che è, della sua degradazione e ritrova il desiderio della comunione con Dio. Però, almeno all’inizio, questa è solo una piccola conversione, determinata dal peso e dalla tristezza del peccato; veniva presentata come “attrizione”. Ci sono due tipi di pentimento: l’attrizione e la contrizione.

L’attrizione è l’atto di dolore imperfetto, la contrizione quello perfetto. L’atto di dolore perfetto si ha quando uno si pente dei suoi peccati, perché ha offeso Dio, e quindi, gli dispiace di avere offeso l’amore infinito di Dio: vuole così bene a Dio che il peccato gli diventa insopportabile. Invece l’attrizione è molto meno nobile; è il dispiacere perché ho perso la dignità, perché ho meritato l’inferno. Nel figlio prodigo c’è solo l’attrizione, cioè un atto di dolore imperfetto.

Il vero atto di dolore è la contrizione, ma è difficile all’uomo: è difficile che un peccatore riesca a pentirsi perché vuole un bene infinito a Dio; a questo riescono i santi.

Però, diceva s. Tommaso, nel Sacramento della penitenza l’attrizione diventa contrizione, ossia l’atto di dolore imperfetto viene come purificato e trasformato in atto di dolore pieno, completo, perfetto.

Ci si può domandare perché la confessione fa questo: è forse un atto magico che cambia un atto di dolore imperfetto in un atto di dolore perfetto? Certamente no, ma nella confessione l’uomo incontra l’amore di Dio: l’uomo incontra questo Papà, il quale a braccia aperte gli viene incontro e lo introduce ancora una volta nella dignità di figlio. Così l’attrizione diventa contrizione, quando il figlio si rende conto che ha davanti proprio un papà, che gli vuole un bene infinito. Allora cambia la motivazione: non sono tornato semplicemente perché stavo male a pascolare i porci, ma perché a Dio che è Padre voglio bene, so e vedo che mi ha voluto bene.

Il sacramento della Penitenza dunque cambia l’attrizione in contrizione, produce l’atto di dolore perfetto, perché mette a contatto con il cuore paterno di Dio.

Ci sarebbero altre cose da dire su questa parabola, in riferimento a Gesù Cristo, la predicazione e l’azione di Gesù per ottenere il ritorno del figlio alla casa del padre. Ma ora ci basti capire che queste tre parabole trasmettono un’idea giusta del volto di Dio: si passa a considerare Dio da padrone a Padre, quindi a considerare noi stessi da salariati a figli, che servono per amore.