LA DIMORA IN EGITTO

§ 258. Frattanto i tre fuggiaschi di Beth-lehem s’erano inoltrati nel deserto. Passo passo col loro asinello, studiandosi di seguire le piste carovaniere meno battute, guardandosi ogni tanto addietro per ve­dere se arrivava gente armata, s’allontanarono sempre più da ogni consorzio umano e ne rimasero separati almeno per una settimana, quanto dovette durare il viaggio. Scendendo giù da Beth-lehem, essi per far più presto seguirono cer­tamente la comoda strada che passava per Hebron e Beersheva; ma ad un certo punto dovettero piegare a destra per ricongiungersi con l’antica strada carovaniera che rasentando il Mediterraneo congiun­geva la Palestina con l’Egitto. A Beersheva comincia, oggi come al­lora, la steppa vuota e squallida, ma con suolo ancora compatto; più in giù invece, avvicinandosi ancora al delta del Nilo, s’estende il classico deserto, il “mare di sabbia”, ove non si trova né un cespu­glio nè un filo d’erba nè un sasso: nulla, se non sabbia. A sentire i vangeli apocrifi la traversata di questa regione sarebbe stata per i tre fuggiaschi un viaggio trionfale, perché le bestie feroci sarebbero corse ad accucciarsi mansuete ai piedi di Gesù e i palmizi avrebbero abbassato spontanei i loro rami per far cogliere i datteri; ma in realtà il viaggio dovette essere durissimo ed estenuante, soprattutto per la mancanza d’acqua. Nel 55 av. Cr. la stessa traversata era stata fatta dagli ufficiali romani di Gabinio che di viaggi faticosi s’intendevano, e che tuttavia temevano quella traversata più della stessa guerra che li aspettava in Egitto (Plutarco, Antonio, 3); nel 70 dopo Cr. fu fatta in senso inverso dall’esercito di Tito, che saliva dall’Egitto per espugnare Gerusalemme, ma con tutta l’assistenza degli accurati servizi militari romani (cfr. Guerra giud., Iv, 658-663); un esercito che, in tempi re­centi, ha compiuto la traversata è stato quello degli Inglesi che du­rante la prima guerra mondiale sono risaliti dall’Egitto in Palestina, ma essi oltre al resto stabilivano una permanente conduttura d’acqua man mano che s’avanzavano, portando così l’acqua del Nilo per ol­tre 150 chilometri fino a el-Arish, l’antica Rhinocolura. I tre profughi, invece, dovettero trascinarsi faticosamente di giorno sulle sabbie mobili e nell’arsura spossante, passar la notte stesi a terra, e fare assegnamento solo su quel poco d’acqua e di cibo che si portavano appresso: ciò per una buona settimana. Per farsi un’idea di tali traversate l’europeo odierno deve aver passato notti insonni allo scoperto nella desolata Idumea (il Negeb della Bibbia), e di giorno deve aver intravisto attraverso la nebulosità sabbiosa sospesa sul deserto di el-Arish passarsi dappresso un gruppetto di pochi uo­mini, accompagnati da un asinello carico di provviste o anche di una donna con un bambino al petto, e tutti pensosi e taciturni come per fatale rassegnazione allontanarsi nella solitudine verso un’ignota mèta; chi ha fatto tali esperienze e tali incontri in quel deserto ha visto, più che scene di colore locale, documenti storici riguardanti il viaggio dei tre profughi di Beth-lehem. A Rhinocolura la minac­cia di Erode svanì, perché là erano i confini fra il regno di Erode e l’Egitto romano. Da Rhinocolura a Pelusio il viaggio fu, se non meno faticoso, più calmo. A Pelusio, passaggio abituale per chi en­trava in Egitto, si ritrovarono esseri umani e comodità di vita, e più che mai in questa occasione l’oro offerto dai Magi dovette apparire provvidenziale e rendere eccellenti servizi. Né del luogo nè del tempo della permanenza in Egitto ci sono date notizie da Matteo (molte, come al solito, dagli Apocrifi e da tardive leggende); tuttavia riguardo al tempo possiamo ritenere con sicurez­za che fu breve. Se Gesù è nato sullo scorcio dell’anno 748 di Roma (§173), la fuga in Egitto non poté avvenire che dopo qualche mese, cioè dopo i 40 giorni della purificazione di Maria aumentati dell’in­terstizio fra la purificazione e l’arrivo dei Magi; poiché questo inter­stizio poté essere sia di qualche settimana sia di qualche mese, con­venzionalmente si potrà assegnare la fuga alla primavera o all’estate dell’anno 749. I fuggiaschi pertanto stavano da alcuni mesi in Egitto, quando vi giunse la notizia della morte di Erode avvenuta nel marzo-aprile del 750 (§ 12); e allora nuovamente un angelo apparve in sogno a Giu­seppe, ordinandogli di far ritorno col bambino e la madre nella terra d’Israele (Matteo, 2, 20). Il comando fu eseguito subito, e i profughi tornarono in patria.

LA COMUNIONE DEI SANTI

Paragrafo 5: LA COMUNIONE DEI SANTI

946

Dopo aver confessato “la santa Chiesa cattolica”, il Simbolo degli Apostoli aggiunge “la comunione dei santi”. Questo articolo è, per certi aspetti, una esplicitazione del precedente: “Che cosa è la Chiesa se non l’assemblea di tutti i santi?” [Niceta, Explanatio symboli, 10: PL 52, 871B]. La comunione dei santi è precisamente la Chiesa.

947

“Poiché tutti i credenti formano un solo corpo, il bene degli uni è comunicato agli altri. . . Allo stesso modo bisogna credere che esista una comunione di beni nella Chiesa. Ma il membro più importante è Cristo, poiché è il Capo. . . Pertanto, il bene di Cristo è comunicato a tutte le membra; ciò avviene mediante i sacramenti della Chiesa” [San Tommaso d’Aquino, Expositio in symbolum apostolicum, 10]. “L’unità dello Spirito, da cui la Chiesa è animata e retta, fa sì che tutto quanto essa possiede sia comune a tutti coloro che vi appartengono” [Catechismo Romano, 1, 10, 24].

948

Il termine “comunione dei santi” ha pertanto due significati, strettamente legati: “comunione alle cose sante [“sancta”]” e “comunione tra le persone sante [“sancti”]”.

“Sancta sanctis!” – le cose sante ai santi – viene proclamato dal celebrante nella maggior parte delle liturgie orientali, al momento dell’elevazione dei santi Doni, prima della distribuzione della Comunione. I fedeli [“sancti”] vengono nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo [“sancta”] per crescere nella comunione dello Spirito Santo [“koinonia”] e comunicarla al mondo.

I. La comunione dei beni spirituali

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Nella prima comunità di Gerusalemme, i discepoli “erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” ( At 2,42 ).

La comunione nella fede. La fede dei fedeli è la fede della Chiesa ricevuta dagli Apostoli, tesoro di vita che si accresce mentre viene condiviso.

950

La comunione dei sacramenti. “Il frutto di tutti i sacramenti appartiene così a tutti i fedeli, i quali per mezzo dei sacramenti stessi, come altrettante arterie misteriose, sono uniti e incorporati in Cristo. Soprattutto il Battesimo è al tempo stesso porta per cui si entra nella Chiesa e vincolo dell’unione a Cristo. . . La comunione dei santi significa questa unione operata dai sacramenti. . . Il nome di “comunione” conviene a tutti i sacramenti in quanto ci uniscono a Dio. . . ; più propriamente però esso si addice all’Eucaristia che in modo affatto speciale attua questa intima e vitale comunione soprannaturale” [Catechismo Romano, 1, 10, 24].

951

La comunione dei carismi. Nella comunione della Chiesa, lo Spirito Santo “dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali” per l’edificazione della Chiesa [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 12]. Ora “a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune” ( 1Cor 12,7 ).

952

” Ogni cosa era fra loro comune ” ( At 4,32 ). “Il cristiano veramente tale nulla possiede di così strettamente suo che non lo debba ritenere in comune con gli altri, pronto quindi a sollevare la miseria dei fratelli più poveri” [Catechismo Romano, 1, 10, 27]. Il cristiano è un amministratore dei beni del Signore [Cf Lc 16,1-3 ].

953

La comunione della carità. Nella “comunione dei santi” “nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso” ( Rm 14,7 ). “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte” ( 1Cor 12,26-27 ). “La carità non cerca il suo interesse” ( 1Cor 13,5 ) [Cf 1Cor 10,24 ]. Il più piccolo dei nostri atti compiuto nella carità ha ripercussioni benefiche per tutti, in forza di questa solidarietà con tutti gli uomini, vivi o morti, solidarietà che si fonda sulla comunione dei santi. Ogni peccato nuoce a questa comunione.

II. La comunione della Chiesa del cielo e della terra

954

I tre stati della Chiesa. ” Fino a che il Signore non verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui e, distrutta la morte, non gli saranno sottomesse tutte le cose, alcuni dei suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri che sono passati da questa vita stanno purificandosi, altri infine godono della gloria contemplando “chiaramente Dio uno e trino, qual è””: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49]

Tutti però, sebbene in grado e modo diverso, comunichiamo nella stessa carità di Dio e del prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria. Tutti quelli che sono di Cristo, infatti, avendo il suo Spirito formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in lui [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49].

955

“L’unione. . . di coloro che sono in cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo non è minimamente spezzata, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dalla comunicazione dei beni spirituali” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49].

956

L’intercessione dei santi. “A causa infatti della loro più intima unione con Cristo i beati rinsaldano tutta la Chiesa nella santità. . . non cessano di intercedere per noi presso il Padre, offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico Mediatore tra Dio e gli uomini. . . La nostra debolezza quindi è molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 49]

Non piangete. Io vi sarò più utile dopo la mia morte e vi aiuterò più efficacemente di quando ero in vita [San Domenico morente ai suoi frati, cf Giordano di Sassonia, Libellus de principiis Ordinis praedicatorum, 93].

Passerò il mio cielo a fare del bene sulla terra [Santa Teresa di Gesù Bambino, Novissima verba].

957

La comunione con i santi. “Non veneriamo la memoria dei santi solo a titolo d’esempio, ma più ancora perché l’unione di tutta la Chiesa nello Spirito sia consolidata dall’esercizio della fraterna carità. Poiché come la cristiana comunione tra coloro che sono in cammino ci porta più vicino a Cristo, così la comunione con i santi ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla fonte e dal capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso Popolo di Dio”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 50]

Noi adoriamo Cristo quale Figlio di Dio, mentre ai martiri siamo giustamente devoti in quanto discepoli e imitatori del Signore e per la loro suprema fedeltà verso il loro re e maestro; e sia dato anche a noi di farci loro compagni e condiscepoli [San Policarpo di Smirne, in Martyrium Polycarpi, 17].

958

La comunione con i defunti. “La Chiesa di quelli che sono in cammino, riconoscendo benissimo questa comunione di tutto il corpo mistico di Gesù Cristo, fino dai primi tempi della religione cristiana ha coltivato con una grande pietà la memoria dei defunti e, poiché “santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati” ( 2Mac 12,45 ), ha offerto per loro anche i suoi suffragi” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 50]. La nostra preghiera per loro può non solo aiutarli, ma anche rendere efficace la loro intercessione in nostro favore.

959

Nell’unica famiglia di Dio. Tutti noi che “siamo figli di Dio e costituiamo in Cristo una sola famiglia, mentre comunichiamo tra di noi nella mutua carità e nell’unica lode della Trinità santissima, corrispondiamo all’intima vocazione della Chiesa” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 50].

In sintesi

960

La Chiesa è “comunione dei santi”: questa espressione designa primariamente le “cose sante” [“sancta”], e innanzi tutto l’Eucaristia con la quale “viene rappresentata e prodotta l’unità dei fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 50].

961

Questo termine designa anche la comunione delle “persone sante” [“sancti”] nel Cristo che è “morto per tutti”, in modo che quanto ognuno fa o soffre in e per Cristo porta frutto per tutti.

962

“Noi crediamo alla comunione di tutti i fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo; tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l’amore misericordioso di Dio e dei suoi santi ascolta costantemente le nostre preghiere” [Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 30].

LETTURE DALL’UFFICIO DELLE LETTURE

Versetto
V. Fammi capire, e osserverò la tua legge,
R. la custodirò con tutto il cuore.

Prima Lettura
Dal libro di Giobbe 29, 1-10; 30, 1. 9-23

Giobbe lamenta la propria condizione
Giobbe continuò a pronunziare le sue sentenze e disse:
«Oh, potessi tornare com’ero ai mesi di un tempo,
ai giorni in cui Dio mi proteggeva,
quando brillava la sua lucerna sopra il mio capo
e alla sua luce camminavo in mezzo alle tenebre;
com’ero ai giorni del mio autunno,
quando Dio proteggeva la mia tenda,
quando l’Onnipotente era ancora con me
e i giovani mi stavano attorno;
quando mi lavavo in piedi nel latte
e la roccia mi versava ruscelli d’olio!
Quando uscivo verso la porta della città
e sulla piazza ponevo il mio seggio:
vedendomi, i giovani si ritiravano
e i vecchi si alzavano in piedi;
i notabili sospendevano i discorsi
e si mettevano la mano sulla bocca;
la voce dei capi si smorzava
e la loro lingua restava fissa al palato.
Ora invece si ridono di me
i più giovani di me in età,
i cui padri non avrei degnato
di mettere tra i cani del mio gregge.
Ora io sono la loro canzone,
sono diventato la loro favola!
Hanno orrore di me e mi schivano
e non si astengono dallo sputarmi in faccia!
Poiché egli ha allentato il mio arco e mi ha abbattuto,
essi han rigettato davanti a me ogni freno.
A destra insorge la ragazzaglia;
smuovono i miei passi
e appianano la strada contro di me per perdermi.
Hanno demolito il mio sentiero,
cospirando per la mia disfatta
e nessuno si oppone a loro.
Avanzano come attraverso una larga breccia,
sbucano in mezzo alle macerie.
I terrori si sono volti contro di me;
si è dileguata, come vento, la mia grandezza
e come nube è passata la mia felicità.
Ora mi consumo
e mi colgono giorni d’afflizione.
Di notte mi sento trafiggere le ossa
e i dolori che mi rodono non mi danno riposo.
A gran forza egli mi afferra per la veste,
mi stringe per l’accollatura della mia tunica.
Mi ha gettato nel fango:
son diventato polvere e cenere.
Io grido a te, ma tu non mi rispondi,
insisto, ma tu non mi dai retta.
Tu sei un duro avversario verso di me
e con la forza delle tue mani mi perseguiti;
mi sollevi e mi poni a cavallo del vento
e mi fai sballottare dalla bufera.
So bene che mi conduci alla morte,
alla casa dove si riunisce ogni vivente».

Responsorio   Gb 30, 17. 19; 7, 16
R. Di notte mi sento trafiggere le ossa e i dolori che mi rodono non mi danno riposo. Mi ha gettato nel fango: * sono diventato polvere e cenere.
R. Lasciami, Signore, perché un soffio sono i miei giorni;
V. sono diventato polvere e cenere.

Seconda Lettura
Dall’allocuzione del beato Paolo VI, papa, a conclusione della terza sessione del Concilio Vaticano II (21 novembre 1964: AAS 56 [1964], 1015-1016)

Maria Madre della Chiesa
Considerando gli stretti rapporti con cui sono collegati tra loro Maria e la Chiesa, a gloria della Beata Vergine e a nostra consolazione dichiariamo Maria Santissima Madre della Chiesa, cioè di tutto il popolo cristiano, sia dei fedeli che dei Pastori, che la chiamano Madre amatissima; e stabiliamo che con questo titolo tutto il popolo cristiano d’ora in poi tributi ancor più onore alla Madre di Dio e le rivolga suppliche.

Si tratta di un titolo, Venerabili Fratelli, non certo sconosciuto alla pietà dei cristiani; anzi i fedeli e tutta la Chiesa amano invocare Maria soprattutto con questo appellativo di Madre. Questo nome rientra certamente nel solco della vera devozione a Maria, perché si fonda saldamente sulla dignità di cui Maria è stata insignita in quanto Madre del Verbo di Dio Incarnato.
Come infatti la divina Maternità è la causa per cui Maria ha una relazione assolutamente unica con Cristo ed è presente nell’opera dell’umana salvezza realizzata da Cristo, così pure soprattutto dalla divina Maternità fluiscono i rapporti che intercorrono tra Maria e la Chiesa; giacché Maria è la Madre di Cristo, che non appena assunse la natura umana nel suo grembo verginale unì a sé come Capo il suo Corpo mistico, ossia la Chiesa. Dunque Maria, come Madre di Cristo, è da ritenere anche Madre di tutti i fedeli e i Pastori, vale a dire della Chiesa.
È questo il motivo per cui noi, benché indegni, benché deboli, alziamo tuttavia gli occhi a lei con animo fiducioso ed accesi dell’amore di figli. Lei che ci ha dato un giorno Gesù, fonte della grazia soprannaturale, non può non rivolgere la sua funzione materna alla Chiesa, specialmente in questo tempo in cui la Sposa di Cristo si avvia a compiere con più alacre zelo la sua missione salutifera.
Ad alimentare e confermare ulteriormente questa fiducia Ci inducono quegli strettissimi vincoli che esistono tra questa nostra Madre celeste e l’umanità. Pur essendo stata arricchita da Dio di doni generosissimi e meravigliosi perché fosse Madre degna del Verbo Incarnato, nondimeno Maria ci è vicina. Come noi, anche lei è figlia di Adamo, e perciò nostra sorella per la comune natura umana; per i meriti futuri di Cristo essa fu immune dal peccato originale, ma ai doni divinamente ricevuti aggiunse personalmente l’esempio della sua fede perfetta, tanto da meritare l’elogio evangelico: “Beata te che hai creduto”.
In questa vita mortale incarnò la forma perfetta del discepolo di Cristo, fu uno specchio di tutte le virtù, e nel suo atteggiamento rispecchiò pienamente quelle beatitudini che furono proclamate da Cristo Gesù. Ne deriva che nell’esplicare la sua vita multiforme e la sua operosa attività tutta la Chiesa prenda dalla Vergine Madre di Dio l’esempio secondo il quale si deve imitare perfettamente Cristo.

Responsorio   Cfr. Lc 1, 35
R. Lo Spirito Santo scese su Maria: * la potenza dell’Altissimo
la coprì con la sua ombra.
V. L’associò alla passione del suo Figlio, la rese madre dei redenti.
R. la potenza dell’Altissimo la coprì con la sua ombra.

LA FAMIGLIA – L’EDUCAZIONE – 15

AR  – DE  – EN  – ES  – FR  – HR  – IT  – PL  – PT ]

 

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 20 maggio 2015

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La Famiglia – 15. Educazione

Oggi, cari fratelli e sorelle, voglio darvi il benvenuto perché ho visto fra di voi tante famiglie, buongiorno a tutte le famiglie! Continuiamo a riflettere sulla famiglia. Oggi ci soffermeremo a riflettere su una caratteristica essenziale della famiglia, ossia la sua naturale vocazione a educare i figli perché crescano nella responsabilità di sé e degli altri. Quello che abbiamo sentito dall’apostolo Paolo, all’inizio, è tanto bello: «Voi figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino” (Col 3, 20-21) . Questa è una regola sapiente: il figlio che è educato ad ascoltare i genitori e a obbedire ai genitori i quali non devono comandare in una maniera brutta, per non scoraggiare i figli. I figli, infatti, devono crescere senza scoraggiarsi, passo a passo. Se voi genitori dite ai figli: “Saliamo su quella scaletta” e prendete loro la mano e passo dopo passo li fate salire, le cose andranno bene. Ma se voi dite: “Vai su!” – “Ma non posso” – “Vai!”, questo si chiama esasperare i figli, chiedere ai figli le cose che non sono capaci di fare. Per questo, il rapporto tra genitori e figli deve essere di una saggezza, di un equilibrio tanto grande. Figli, obbedite ai genitori, ciò piace a Dio. E voi genitori, non esasperate i figli, chiedendogli cose che non possono fare. E questo bisogna fare perché i figli crescano nella responsabilità di sé e degli altri.

Sembrerebbe una constatazione ovvia, eppure anche ai nostri tempi non mancano le difficoltà. E’ difficile educare per i genitori che vedono i figli solo la sera, quando ritornano a casa stanchi dal lavoro. Quelli che hanno la fortuna di avere lavoro! E’ ancora più difficile per i genitori separati, che sono appesantiti da questa loro condizione:  poverini, hanno avuto difficoltà, si sono separati e tante volte il figlio è preso come ostaggio e il papà gli parla male della mamma e la mamma gli parla male del papà, e si fa tanto male. Ma io dico ai genitori separati: mai, mai, mai prendere il figlio come ostaggio! Vi siete separati per tante difficoltà e motivi, la vita vi ha dato questa prova, ma i figli non siano quelli che portano il peso di questa separazione, non siano usati come ostaggi contro l’altro coniuge, crescano sentendo che la mamma parla bene del papà, benché non siano insieme, e che il papà parla bene della mamma. Per i genitori separati questo è molto importante e molto difficile, ma possono farlo.

Ma, soprattutto, la domanda: come educare? Quale tradizione abbiamo oggi da trasmettere ai nostri figli?

Intellettuali “critici” di ogni genere hanno zittito i genitori in mille modi, per difendere le giovani generazioni dai danni – veri o presunti – dell’educazione familiare. La famiglia è stata accusata, tra l’altro, di autoritarismo, di favoritismo, di conformismo, di repressione affettiva che genera conflitti.

Di fatto, si è aperta una frattura tra famiglia e società, tra famiglia e scuola, il patto educativo oggi si è rotto; e così, l’alleanza educativa della società con la famiglia è entrata in crisi perché è stata minata la fiducia reciproca. I sintomi sono molti. Per esempio, nella scuola si sono intaccati i rapporti tra i genitori e gli insegnanti. A volte ci sono tensioni e sfiducia reciproca; e le conseguenze naturalmente ricadono sui figli. D’altro canto, si sono moltiplicati i cosiddetti “esperti”, che hanno occupato il ruolo dei genitori anche negli aspetti più intimi dell’educazione. Sulla vita affettiva, sulla personalità e lo sviluppo, sui diritti e sui doveri, gli “esperti” sanno tutto: obiettivi, motivazioni, tecniche. E i genitori devono solo ascoltare, imparare e adeguarsi. Privati del loro ruolo, essi diventano spesso eccessivamente apprensivi e possessivi nei confronti dei loro figli, fino a non correggerli mai: “Tu non puoi correggere il figlio”. Tendono ad affidarli sempre più agli “esperti”, anche per gli aspetti più delicati e personali della loro vita, mettendosi nell’angolo da soli; e così i genitori oggi corrono il rischio di autoescludersi dalla vita dei loro figli. E questo è gravissimo! Oggi ci sono casi di questo tipo. Non dico che accada sempre, ma ci sono. La maestra a scuola rimprovera il bambino e fa una nota ai genitori. Io ricordo un aneddoto personale. Una volta, quando ero in quarta elementare ho detto una brutta parola alla maestra e la maestra, una brava donna, ha fatto chiamare mia mamma. Lei è venuta il giorno dopo, hanno parlato fra loro e poi sono stato chiamato. E mia mamma davanti alla maestra mi ha spiegato che quello che io ho fatto era una cosa brutta, che non si doveva fare; ma la mamma lo ha fatto con tanta dolcezza e mi ha chiesto di chiedere perdono davanti a lei alla maestra. Io l’ho fatto e poi sono rimasto contento perché ho detto: è finita bene la storia. Ma quello era il primo capitolo! Quando sono tornato a casa, incominciò il secondo capitolo… Immaginatevi voi, oggi, se la maestra fa una cosa del genere, il giorno dopo si trova i due genitori o uno dei due a rimproverarla, perché gli “esperti” dicono che i bambini non si devono rimproverare così. Sono cambiate le cose! Pertanto i genitori non devono autoescludersi dall’educazione dei figli.

E’ evidente che questa impostazione non è buona: non è armonica, non è dialogica, e invece di favorire la collaborazione tra la famiglia e le altre agenzie educative, le scuole, le palestre… le contrappone.

Come siamo arrivati a questo punto? Non c’è dubbio che i genitori, o meglio, certi modelli educativi del passato avevano alcuni limiti, non c’è dubbio. Ma è anche vero che ci sono sbagli che solo i genitori sono autorizzati a fare, perché possono compensarli in un modo che è impossibile a chiunque altro. D’altra parte, lo sappiamo bene, la vita è diventata avara di tempo per parlare, riflettere, confrontarsi. Molti genitori sono “sequestrati” dal lavoro – papà e mamma devono lavorare – e da altre preoccupazioni, imbarazzati dalle nuove esigenze dei figli e dalla complessità della vita attuale, – che è così, dobbiamo accettarla com’è – e si trovano come paralizzati dal timore di sbagliare. Il problema, però, non è solo parlare. Anzi, un “dialoghismo” superficiale non porta a un vero incontro della mente e del cuore. Chiediamoci piuttosto: cerchiamo di capire “dove” i figli veramente sono nel loro cammino? Dov’è realmente la loro anima, lo sappiamo? E soprattutto: lo vogliamo sapere? Siamo convinti che essi, in realtà, non aspettano altro?

Le comunità cristiane sono chiamate ad offrire sostegno alla missione educativa delle famiglie, e lo fanno anzitutto con la luce della Parola di Dio. L’apostolo Paolo ricorda la reciprocità dei doveri tra genitori e figli: «Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino» (Col 3,20-21). Alla base di tutto c’è l’amore, quello che Dio ci dona, che «non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, … tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1 Cor 13,5-6). Anche nelle migliori famiglie bisogna sopportarsi, e ci vuole tanta pazienza per sopportarsi! Ma è così la vita. La vita non si fa in laboratorio, si fa nella realtà. Lo stesso Gesù è passato attraverso l’educazione familiare.

Anche in questo caso, la grazia dell’amore di Cristo porta a compimento ciò che è inscritto nella natura umana. Quanti esempi stupendi abbiamo di genitori cristiani pieni di saggezza umana! Essi mostrano che la buona educazione familiare è la colonna vertebrale dell’umanesimo. La sua irradiazione sociale è la risorsa che consente di compensare le lacune, le ferite, i vuoti di paternità e maternità che toccano i figli meno fortunati. Questa irradiazione può fare autentici miracoli. E nella Chiesa succedono ogni giorno questi miracoli!

Mi auguro che il Signore doni alle famiglie cristiane la fede, la libertà e il coraggio necessari per la loro missione. Se l’educazione familiare ritrova la fierezza del suo protagonismo, molte cose cambieranno in meglio, per i genitori incerti e per i figli delusi. E’ ora che i padri e le madri ritornino dal loro esilio – perché si sono autoesiliati dall’educazione dei figli -, e riassumano pienamente il loro ruolo educativo. Speriamo che il Signore dia ai genitori questa grazia: di non autoesiliarsi nell’educazione dei figli. E questo soltanto lo può fare l’amore, la tenerezza e la pazienza.

MEDITAZIONI SUL VANGELO DI LUCA – 21

Diocesi Reggio Emilia
Esercizi spirituali alle Religiose
Clarisse cappuccine di Correggio
(dal 27 Agosto al 1° Settembre 1993)

Meditazioni sul Vangelo di Luca 3.1

“Vi annunzio una grande gioia” (Lc 2, 10)

Fonte Sussidi Biblici n. 44 – 45. Edizione San Lorenzo, Reggio Emilia Agosto 1994

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio

Terzo Giorno

29 Agosto 1993

Prima Meditazione

“In viaggio verso Gerusalemme”

La parte centrale del vangelo di s. Luca è di solito intitolata, dagli esegeti, “Il viaggio di Gesù verso Gerusalemme”. Infatti, in una decina di capitoli Luca presenta Gesù in viaggio, verso una meta e uno scopo preciso, Gerusalemme, che è il traguardo della vita di Gesù: non semplicemente l’ultima tappa, ma lo scopo di tutta la sua vita; in tutte le sue azioni e le sue scelte, Gesù pare si senta attirato proprio verso Gerusalemme. Di fatto, nel cap. 9° dove comincia questa lunga sezione, s. Luca scrive:

«[51]Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme» (Lc 9, 51).

Questa decisione profonda e senza rimpianti domina tutto il viaggio di Gesù e gli dà un contenuto preciso: è il viaggio di Gesù verso la passione. Ma non solo questo: è anche il viaggio dei suoi discepoli, i quali vanno con lui e durante questo lungo cammino sono da lui istruiti. Gesù fa il maestro dei novizi”, ha bisogno di introdurre i suoi discepoli in una comprensione più profonda della loro vocazione e del loro impegno, e lo fa con una serie di istruzioni che riguardano praticamente tutti gli uomini, tutta la vita cristiana.

Una di queste sta verso la fine del cap. 10°, riguarda l’amore di Dio e, in particolare, l’amore del prossimo. A questa istruzione, che commenteremo, segue il brano di Marta e Maria, e il capitolo 11, che inizia col Padre nostro.

Messe insieme, queste tre sezioni sono una specie di piccolo catechismo ad uso della comunità cristiana, a uso dei discepoli.

Il catechismo presenta loro quello che devono fare (vedremo la parabola del buon samaritano Lc 10, 25-37) e quello che devono ascoltare: come devono ascoltare e come devono pregare. Fare, ascoltare e pregare costituiscono le dimensioni fondamentali dell’esistenza cristiana.

Vediamo allora il primo brano:

«[25]Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». [26]Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». [27]Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». [28]E Gesù: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». [29]Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». [30]Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappo’ nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. [31]Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. [32]Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. [33]Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. [34]Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. [35]Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. [36]Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». [37]Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10, 25-37).

Le cose fondamentali: anzitutto i due comandamenti dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo; nell’Antico Testamento erano presenti, ma lontani: il comandamento dell’amore di Dio si trova nel libro del Deuteronomio; il comandamento dell’amore del prossimo nel libro del Levitico. Nel vangelo invece vengono accostati per costituire un comandamento unico, e diventano l’espressione di tutta la legge ebraica.

Di fatto, Gesù sta rispondendo, alla domanda: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». La domanda è tipicamente ebraica: che cosa devo “fare”? È nel fare che si definisce il comportamento religioso, e il fare riguarda, evidentemente, la legge di Dio: questo è il contenuto; ma che cosa domanda la legge di Dio? Fondamentalmente un’unica cosa: l’amore, l’amore verso Dio e l’amore verso il prossimo con una radicalità e un’assolutezza particolare.

I dottori della Legge, studiando l’Antico Testamento, in particolare il Pentateuco, avevano raccolto una numerosa e lunga serie di comandamenti: avevano raccolto 365 comandamenti negativi, proibizioni: ce n’era uno per ogni giorno dell’anno; e 248 comandamenti positivi, ordini del Signore, e ce n’era uno per ogni membro del corpo.

L’idea che stava dietro questa lunga lista, di complessivi 613 comandamenti, era che non c’è un giorno dell’anno e non c’è un’azione del corpo o atteggiamento dell’uomo che non debba e non possa essere sottomesso alla legge, alla volontà di Dio. Ogni aspetto della vita deve essere sintonizzato su questa volontà grande; era come mettere una rete dalla quale non poteva scappare niente, nemmeno un istante, nemmeno un pensiero o una scelta.

Ma, evidentemente, contare 613 comandamenti pone tutta una serie di problemi: sono difficili da imparare a memoria, da ricordare; allora il problema che era vivo nell’esperienza di Israele era di trovare all’interno dei 613 comandamenti un ordine, un’armonia, un culmine. In Mt 22, 36 (cfr. Mc 12, 28) la domanda viene posta in modo più diretto:

«Qual è il comandamento più grande della legge?»;

affinché si sappia verso dove orientare la propria attenzione per trovare il centro, il cuore della Legge. E Gesù riconduce questo centro all’unità dell’amore.

Per noi vale quello che spiegava S. Agostino in un altro contesto: «Ama e poi fai quello che vuoi»: dal cuore che ama cioè, escono solo comportamenti di generosità, di giustizia, di verità e di amore.

In questo comandamento ci sono due parti: l’amore di Dio e l’amore del prossimo.

L’amore di Dio ha evidentemente un valore assoluto:

«[5]Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6, 5).

Dove evidentemente l’essenziale è la parola ‘tutto’. Ora se Dio è Dio, l’unica misura di sottomissione a Lui è quella totale. Non si può dare a Dio solo qualcosa della propria vita, perché non gli si può sottrarre niente; tutto quello che l’uomo fa, i suoi pensieri, le sue parole e le sue azioni, devono essere sottomesse alla volontà, alla legge del regno di Dio.

Nel vangelo di s. Matteo, nel discorso della montagna, Gesù dice ai suoi discepoli:

«[24]Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6, 24).

Non potete servire Dio e qualcosa d’altro accanto a Lui; bisogna che Dio sia servito in tutto, sempre, radicalmente. Ma cosa vuole dire amare Dio? Vuole dire pregare? Certamente. Vuole dire offrire sacrifici nel tempio? Certamente. Ma non solo. Se fosse così, si darebbe a Dio solo una parte della vita, perché non si prega sempre, non si sta sempre nel Tempio a fare sacrifici: si ha bisogno di lavorare, di mangiare, di dormire, di fare altre cose: questo è inevitabile.

Ora, la concezione biblica e del Nuovo Testamento dice che amare Dio non consiste tanto o solo in un desiderio di salire verso Dio, ma essenzialmente nell’accettare di fare la sua volontà, qualunque sia questa volontà.

Nella volontà di Dio ci sta anche il fatto che tu lavori, che tu riposi, che tu viva la vita di famiglia, che tu viva il rapporto di amicizia, che tu viva un impegno politico o culturale secondo le vocazioni che il Signore dà a ciascuno: è li che si gioca l’amore verso Dio. Non è solo nei sentimenti che si gioca l’obbedienza a Dio, nemmeno solo nell’ascolto della Parola con la falsa idea di essere religiosi perché abbiamo ascoltato o perché ci siamo commossi, mentre l’essenziale è ancora il fare la volontà di Dio.

Questo sì riguarda tutta la vita; la direzione fondamentale dell’amore di Dio, dell’obbedienza alla volontà di Dio, è l’amore verso gli altri, verso il prossimo. Quindi, se «amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore», allora devi anche amare il prossimo tuo come te stesso: cioè il rapporto con Dio e la fede in lui, l’abbandono in Dio e l’accogliere il suo amore ci pone in un atteggiamento di rinuncia al proprio interesse. È vero, è difficile che uno riesca a dimenticare il proprio interesse del tutto, però è vero che quanto più una persona ama il Signore e ha fiducia nel Signore, tanto più diventa libero dal suo interesse: uno che si sente amato da Dio ha meno preoccupazioni per difendersi, per affermarsi, diventa più libero e disponibile per l’amore del prossimo: l’amore di Dio libera temo dal suo egoismo, dalle sue paure e, quindi, gli rende più possibile l’amore del prossimo, il quale diventa la prova, la dimostrazione concreta dell’amore di Dio.

Ora le due dimensioni devono essere tenute insieme: amore i Dio e amore del prossimo. Sono come le due lame di una forbice, e non c’è nessuna concorrenza fra loro: nè il prossimo fa concorrenza a Dio; né Dio fa concorrenza al prossimo, per cui quello che diamo al Signore non è mai rubato agli altri; anzi, quanto più si ama il Signore, tanto più il Signore ci porta ad amare il prossimo, e quanto più amiamo il prossimo, tanto più siamo sottomessi alla volontà di Dio e quindi amiamo Dio.

Quali sono le caratteristiche dell’amore cristiano che ci viene proposto dal vangelo e di cui la parabola del buon samaritano sarà, in qualche modo, la dimostrazione?

La prima caratteristica è che questo amore non conosce limiti di intensità o di estensione. Infatti, come diceva Severino Boezio, “l’unica misura dell’amore e quella di non avere misura”. È vero che c’è un modo sbagliato di amare, e questo bisogna evidentemente evitarlo, ma nel modo corretto di amare non c’è una misura oltre alla quale non si possa andare, c’è invece un’apertura all’infinito, c’è un crescere all’infinito fino a dare la propria vita.

L’amore inoltre non deve avere limiti di estensione: cioè non devo dividere le persone da amare da quelle che non debbo amare, o che posso odiare; l’amore deve aprirsi generosamente a tutti. In questo ci può aiutare proprio la parabola del buon samaritano; infatti questo dottore della legge chiede a Gesù: «Chi è il mio prossimo?», e naturalmente il significato della domanda è molto semplice: “Voglio sapere, all’interno dell’umanità, quali sono le persone che io ho l’obbligo di amare, chi è il mio prossimo, quindi, chi è quello che ho l’obbligo di amare”.

Ora, la parola “prossimo”, vuole dire:”vicino”; l’idea è che intono a me ci sono delle persone, alcune vicine, altre lontane; quelle vicine sono da amare, quelle lontane posso anche non amarle. Quali sono le vicine? Fin dove deve arrivare il raggio del mio amore? nella mia disponibilità, fino a quale punto devo giungere?

«[30]Gesù riprese: Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappo’ nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto» Lc 10, 30).

Da Gerusalemme a Gerico ci sono 27 km. di strada, in mezzo ad una zona desertica: è il famoso deserto di Giuda, un deserto di pietra, ed è una strada tutta curve, dietro a colline, collinette, dove gli agguati erano facilissimi; era uno dei luoghi dove i briganti si nascondevano, e dove facevano proprio il loro mestiere di briganti.

Dunque, quest’uomo viene lasciato mezzo morto in questa zona impervia, adatta a rappresentare una scena di oppressione.

«[31]Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. [32]Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre» (Lc 10, 31-32).

“Per caso”, cioè non è programmato nessun incontro: il programma del sacerdote è di andare a Gerico, e, guarda caso, gli capita un ferito a lato della strada. Pensa: “Io non lo avevo messo in conto, ho altri programmi”, e tira diritto.

Alcuni commentatori hanno tentato di spiegare per quale strano motivo il sacerdote e il levita non si sono fermati. Ad esempio, forse hanno pensato che il ferito fosse morto: se lo avessero toccato sarebbero diventati impuri, dal punto di vista rituale, e per poter entrare al Tempio avrebbero dovuto fare tutta una serie di purificazioni. Oppure, potevano pensare che toccare un cadavere era motivo di impurità, e un sacerdote non poteva toccare un cadavere secondo le leggi di purità del Levitico (cfr. Lv 21, 1-2.11).

Però Gesù non dice quale motivo potevano avere per non fermarsi; Gesù vuole dire che se uno non vuole aiutare il ferito, trova tantissime giustificazioni e così il sacerdote e il levita hanno tirato diritto.

«[33]Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. [34]Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. [35]Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno» (Lc 10, 33-35).

Naturalmente, se uno vuole capire bene questa parabola, il lettore, (noi), dovrebbe mettersi dal punto di vista del ferito mezzo morto al lato della strada, che sta ad aspettare che qualcuno si fermi, perché la sua vita dipende proprio da gin gesto di aiuto, di solidarietà. Finalmente uno si ferma, e chi si ferma? Un samaritano, cioè uno sconosciuto, mezzo eretico, un disprezzato, uno stupido (i Giudei consideravano stupidi i Samaritani). Si ferma perché “passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione”: questa compassione è un atteggiamento interiore, è un sentimento pulito. Come sapere che è un sentimento pulito? Perché diventa azione, diventa comportamento. Se si fosse solo commosso avremmo potuto dubitare: la sola commozione non cambia niente. Invece il samaritano, gli si fa vicino, fascia le ferite versandogli olio e vino (il vino serviva per disinfettare e l’olio per lenire le ferite), poi, caricato il malcapitato sopra il suo giumento, lo porta alla locanda, inoltre paga del suo: due denari, cioè la paga di due giornate di lavoro al tempo di Gesù. Quindi, trasforma la commozione in una serie di comportamenti che hanno come unica prospettiva, come unico intento il bene, la salvezza, la vita di quella persona; non ha altre motivazioni, altri interessi, vede solo che c’è un ferito.

È poi interessante notare che mentre si dice che i passanti sono un sacerdote, un levita, un samaritano, dell’uomo ferito non si dice niente, solo “un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico”. Possiamo immaginare che fosse un Giudeo perché siamo nel deserto di Giuda, ma non è detto: che sia bianco o nero, ricco o povero, sincero o ipocrita, questo non ha nessuna importanza, l’unica cosa importante è che è ferito, cioè bisognoso.

La compassione del samaritano scatta solo di fronte al bisogno; non sta a pensare “è amico o nemico, è simpatico o antipatico, è gradevole o sgradevole”, la sola cosa importante è la sua condizione di necessità.

Conclusione della parabola:

«[36]Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». [37]Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10, 36-37).

Stranamente, la domanda iniziale “Chi è il mio prossimo?” è stata capovolta; e alla fine la domanda diventa: “Chi è diventato prossimo del ferito? Chi si è comportato come un prossimo per il ferito?”. Ed è significativo questo spostamento; perché vuole dire: il problema non è che tu divida la gente in vicina o lontana, in un prossimo che tu devi amare ed aiutare, e tutta una serie di gente lontana che tu puoi anche non amare e non aiutare.

Invece l’essenziale, se vuoi fare la volontà di Dio, è che devi diventare prossimo di chiunque ti capita davanti come un bisognoso.

“Per caso” scendeva verso Gèrico: cioè ti è capitato davanti; se quella è una persona bisognosa, il Signore ti chiede di fare un cammino verso di lei, e se tu sei di un’altra razza, perché sei un samaritano e quindi c’è tra te e quella persona un muro robusto da abbattere, il Signore ti chiede di diventare prossimo.

Per il Vangelo non è tanto richiesto l’amore per l’umanità, che è una cosa bella, importante, ma l’umanità non si incontra per la strada; mentre si incontrano gli uomini; e questi sono povera gente come me, con dei limiti, dei peccati, con delle insufficienze: e sono questi che bisogna imparare ad amare.

Secondo il Vangelo, l’amore non è semplicemente un sentimento di simpatia: non si ama la nobiltà dell’uomo, ma l’uomo così com’è, anche con le sue malvagità e le sue debolezze. Il che non vuol dire che vadano bene le malvagità e le debolezze, ma che se uno è debole e malvagio, non per questo lo devo escludere dall’amore, al contrario.

Amare è prendere l’uomo così com’è; non è semplicemente un’inclinazione istintiva, una simpatia; amare è accettare la presenza dell’altro e vivere il rapporto con l’altro in modo oblativo, di dono; è sottomettere la propria vita, quindi, all’esistenza dell’altro.

San Paolo dice nella Lettera agli Efesini:

«Sottomettetevi gli uni agli altri nel timore del Signore» (Ef 5, 21);

e in una delle sue Istituzioni san Francesco esorta i suoi frati a sottomettersi ad ogni creatura per significare che bisogna essere contenti che tutti gli altri ci siano: che ci siano le persone simpatiche (e qui non facciamo fatica), che ci siano anche quelle antipatiche, senza volere cancellare nessuno.

Naturalmente, vuole dire anche donare quello che si può come presenza, come amicizia, come aiuto alle persone, secondo quello di cui uno può avere bisogno.

E inoltre ricordavamo che l’amore di Dio ci prende così come siamo, ma non ci lascia così come siamo; anche noi nei confronti degli altri, dobbiamo prenderli così come sono, desiderando che siano sempre migliori, desiderando la loro santità. Allora il problema sarà riuscire a trovare il modo giusto di amare il prossimo, il che non è sempre facile: a volte si dovrà dare una carezza, una gratificazione, una presenza benevola; ma a volte, amare sarà anche incidere con il bisturi.

In una certa situazione, volere bene sarà prendere uno, metterlo sulla tua cavalcatura e portarlo all’albergo, ma in un’altra situazione sarà dare uno schiaffo, o il resistere ad un ragionamento sbagliato, o mettere di fronte ad una responsabilità.

Quando Gesù diceva ai farisei: «Guai a voi, scribi e farisei, ipocriti…!» (Mt 23, 13), questo era e rientrava in una scelta di amore, era un chiamare alla responsabilità, alla lucidità con se stessi, era quello di cui avevano bisogno. Il modo giusto di amare sarà dunque a volte parlare, a volte tacere; a volte accarezzare, altre resistere o rimproverare. Bisogna saper trovare l’atteggiamento più giusto, più trasparente e libero interiormente: e questo sarà difficile.

L’etica cristiana ce ne dà la chiave: l’etica familiare ci insegnerà come amare nella vita di famiglia; l’etica sociale ed economica dirà cos’è amare per un imprenditore, per un operaio, ecc.; si tratterà di vedere caso per caso, sempre in questo atteggiamento di fondo, di amore e di servizio.

Un’ultima cosa importante per l’amore inteso in senso cristiano è la disponibilità illimitata al perdono, che è non solo rinunciare a vendicarsi, (questo è un primo passo fondamentale, perché rinunciare a vendicarsi è affidare a Dio la propria vita, i propri diritti ecc.), ma ancor più è pregare per il nemico, e ancor di più è accettare la presenza dell’altro con gioia, di cuore.

Lo dice anche il vangelo di Matteo, cap. 18”, nella parabola del servo spietato:

«Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello» (Mt 18, 35).

“Di cuore”, vuole dire un perdono fatto sì di gesti esterni, ma che scaturisce da una decisione profonda del cuore umano.

Per-dono vuole dire un dono doppio, moltiplicato, cioè io devo gradire e approvare l’esistenza di tutte le persone che ho intorno accettando le loro caratteristiche, le loro qualità, le loro doti e i loro limiti: questo è il primo passo dell’amore.

Il passo ulteriore nasce proprio quando devo confermare la mia approvazione per una persona anche dopo che ho ricevuto un’offesa, un rifiuto; allora è un dono moltiplicato ed è esattamente questo che il Signore ci chiede di fare: andare verso un’accettazione globale e cordiale delle altre persone.

Naturalmente questo è tutt’altro che facile: è una cosa che non viene spontanea e istintiva, ma viene come grazia del Signore. Bisogna stare davanti al Signore e chiedere che ci dia un cuore disponibile; bisogna lasciarci amare da Lui, sapendo che l’amore del Signore ci purifica e, purificandoci, ci rende anche capaci di una disponibilità e generosità nei confronti degli altri, che assomiglia alla sua.

In conclusione, ci viene chiesto di amare il prossimo: il che significa che dobbiamo tentare di avere nei confronti degli altri un atteggiamento simile a quello del Signore: il Signore ama ogni persona, è contento dell’esistenza di tutti anche se non può approvare tutti i nostri comportamenti.

IL VANGELO DI MARCO

Chiesa Vescovile di San Giorgio – Reggio Emilia

Scuola di preghiera per i giovani

Il Vangelo di Marco

5 Ottobre 1993 (1° incontro)

Tema: Mc 1, 14-20: Il Regno di Dio è vicino. Seguitemi

Il Vangelo che abbiamo ascoltato ha due parti:

  • c’è il grande annuncio del Regno di Dio, che Gesù semina in tutti i villaggi della Galilea;

  • poi c’è la chiamata dei primi discepoli a seguire Lui, Gesù.

Il legame tra i due brani è evidente: i discepoli vengono chiamati al servizio del Regno di Dio: Gesù è il grande annunciatore del Regno, i discepoli debbono accompagnarlo, per potere dilatare la sua attività. Dovranno diventare pescatori di uomini, cioè chiamare gli uomini alla conversione e alla fede. Dovranno fare ciò che ha fatto Gesù: donare, annunciare, trasmettere la salvezza agli uomini, proclamando il Vangelo.

Dobbiamo partire dalla riscoperta del significato, della ricchezza, della grandezza di questo Vangelo, perché da questo dipende tutto. Questo è il contenuto della missione di Gesù e di ogni vocazione cristiana.

Quale che sia la vocazione di una persona, è chiamata, come cristiano, al servizio del Regno, ad accogliere ed a vivere il Vangelo del Regno di Dio.

Per noi un brano di questo genere è preziosissimo: ci aiuta a capire il senso della nostra vita e il valore della nostra vocazione.

Qual’è questo annuncio? Dice Gesù: «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al Vangelo»: il tempo ormai è maturato, siamo vicini al momento in cui ci sono i frutti, il raccolto; il tempo della preparazione e dell’attesa sta per terminare, ormai siamo al punto di arrivo del lungo cammino della storia della salvezza.

Avviene come agli Ebrei nella notte di Pasqua: escono dall’Egitto, dove sono rimasti per 400 anni; è il momento dell’intervento di Dio e quel popolo, schiavo, può incominciare il cammino della liberazione.

Il tempo ormai era maturo.

O pensiamo al giorno in cui dagli Ebrei, dopo 50 anni di permanenza in esilio in Babilonia, arriva il profeta a dire: «Consolate il mio popolo, perché è terminata la sua schiavitù». Anche lì il tempo era compiuto. Si poteva ritornare verso la vita e la gioia.

Questo è il senso: la salvezza è vicina alla vostra vita; adesso si realizza, la potete accogliere, vivere, sperimentare; il tempo che state vivendo non è il tempo ordinario, dove le cose continuano a ripetersi sempre uguali; è il tempo di crisi e di cambiamento rivoluzionario perché c’è la venuta di Dio; «Il Regno di Dio è vicino»: è vicino il governo di Dio, efficace sul mondo e sulla terra. Il Regno di Dio è il governo di Dio, la sua sovranità, il suo intervento di salvezza.

Questo non è solo un concetto religioso. Quello che Gesù annuncia è un cambiamento della storia e del modo di vivere; è la nostra vita quotidiana che viene toccata.

Quello che cambia non sono i momenti in cui si sta davanti al Signore in preghiera, ma la vita in famiglia, il lavoro, l’impegno in politica ecc. Dio viene a regnare su tutta la vita, su tutti i pensieri, i progetti e i comportamenti.

C’è un capovolgimento della storia che Gesù vuole annunciare. Come si può descrivere? Forse più con dei simboli che con delle definizioni precise.

Nel libro del profeta Daniele c’è una visione notturna, in cui il profeta vede uscire dal mare delle bestie spaventose: leone, leopardo, orso, addirittura indescrivibili per la loro forza e la loro crudeltà. Queste bestie, per il profeta, rappresentano i poteri che si sono succeduti nella storia degli uomini: da quello dei persiani a quello di Alessandro Magno ecc.

Il profeta vuole dire che nella storia c’è un peso di disumanità. La vita dell’uomo sulla terra è segnata da realtà di oppressione, violenza, inganno, cattiveria, che si presentano come potenti e che hanno un volto bestiale. L’uomo, purtroppo, ha dovuto conoscere, e deve ancora conoscere dei poteri oppressivi e disumanizzanti.

Poi il profeta vede un’altra figura, che non viene fuori dal mare ma dalle nubi del cielo, ed è una figura di uomo. Arriva davanti all’Antico di giorni, cioè davanti a Dio che è eterno e cha ha nelle sue mani il tempo, e Dio dà a quest’uomo un potere universale ed eterno. Dio annienta i poteri bestiali e crea un potere umano.

Questo è il Regno di Dio.

È paradossale perché uno direbbe che questo è il regno del Figlio dell’uomo. Ed è vero: è il Figlio dell’uomo che riceve il regno, ma lo riceve da Dio. Il Regno di Dio è proprio un mondo dove l’uomo è protetto, custodito e salvato nella sua umanità. È il mondo dove l’uomo è condotto alla perfezione della sua vocazione umana.

Quello che Dio vuole è che l’uomo sia uomo; che giunga alla pienezza della sua realtà umana. È questo il Regno di Dio, ed è questo che viene annunciato.

Anche pur rimanendo in mezzo alla storia, con tutte le sue ambiguità, sofferenze e tribolazioni, proprio qui Dio pianta il suo Regno, lo instaura. Lì dove c’è il Regno di Dio, l’uomo è portato alla pienezza della sua vocazione.

Dov’è questo Regno di Dio? Dov’è questo uomo nuovo, liberato dai poteri negativi e dove Dio si riflette?

Per il Nuovo Testamento la risposta non è difficile, questo uomo nuovo è Gesù di Nazaret. Egli è uomo perfettamente uomo, però su di lui Regna Dio: cioè non sono i soldi che lo spingono ad agire, né la voglia di potere, né la paura degli avversari. Ciò che lo spinge ad agire è Dio: egli è sotto la sua sovranità.

Gesù di Nazaret opera in armonia perfetta con Dio. Questo è il Regno di Dio. Gesù è il Regno di Dio perché sopra di Lui comanda Dio. Tutto il senso della missione di Gesù è di allargare questa esperienza, perché il Regno di Dio sia Gesù, ma anche Giacomo, Giovanni, Simone, Andrea… e poi la folla, la comunità cristiana, poi l’umanità intera e infine il cosmo. Per il Nuovo Testamento il cosmo intero, attraverso l’uomo, è chiamato ad entrare dentro alla sovranità di Dio.

In qualche modo Gesù diventa la sorgente di una umanità nuova, che vive secondo la logica dell’amore, della gratuità, della verità.

È vero che questa umanità nuova non è perfetta, però è anche vero che incomincia ad esistere: dove ci sono delle persone che credono, amano, spendono la loro vita gli uni per gli altri, che portano con sincerità il peso della vita e aiutano gli altri a camminare insieme, qui Gesù si è allargato, il Regno di Dio si è dilatato.

Se uno vuole capire la sua vocazione cristiana e appassionarsi per quello che è il progetto di Dio su di lui deve partire da qui, deve avere un desiderio infinito del Regno di Dio e di una umanità nuova, autentica, che vive ad immagine e somiglianza di Dio, nella quale l’amore di Dio si rifletta.

Bisognerebbe che uno avesse fame e sete di questo.

«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia»: beati quelli che non si rassegnano ad un mondo falso o malato spiritualmente! Beati quelli che sanno sognare un mondo migliore e gli vanno incontro; che cominciano a camminarci, perché credono in Dio e nel progetto che egli ha sull’uomo; perché sanno che la gloria di Dio è l’uomo che vive. Dio desidera che l’uomo viva, e anche loro sono appassionati dell’uomo e gli vogliono bene: vogliono che l’uomo concreto viva. Quindi spendono quello che hanno per farlo vivere; con l’aiuto materiale, con l’impegno educativo, con un impegno sociale o politico, con tutto quello che volete, perché ogni uomo possa vivere il più pienamente possibile.

Gesù annuncia ed è al servizio di tutto questo.

Ora si capisce quello che viene dopo:

«Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito, lasciate le reti, lo seguirono».

Queste persone hanno le loro abitudini e le loro sicurezze; ormai hanno costruito una vita fondamentalmente equilibrata, fatta di lavoro, di famiglia, di una sicurezza che si apre verso il futuro.

All’improvviso passa Gesù di Nazaret che ha una grande forza di attrazione, così grande che strappa le abitudini o le sicurezze del passato.

Il Vangelo di Marco dice che questo avviene nel contesto della vita quotidiana: Simone e Andrea gettavano le reti in mare, Giacomo e Giovanni riassettavano le reti.

Noi avremmo immaginato più facilmente che dei discepoli del Regno fossero stati chiamati nel tempio, mentre stavano pregando Dio, quindi in un contesto religioso; oppure in un momento in cui non erano soddisfatti della vita, delusi, avviliti nella solitudine, nell’isolamento, con il desiderio della novità.

Invece sono nel contesto quotidiano del lavoro, non stanno rimuginando sulla loro povertà o miseria, e lì, nel lavoro quotidiano li raggiunge il Regno di Dio, ci raggiunge il Regno di Dio.

Così è per noi. Anche noi non dobbiamo aspettarci delle esperienze particolari di estasi, nella preghiera, ma dove siamo nel lavoro o nella scuola o nell’impegno ecc. è lì che entra il Regno di Dio.

Cosa fa questo Regno di Dio?

«Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». Non viene rovinata la loro vita, ma viene dilatata, ingrandita, arricchita di significato. Questo è il significato di una vocazione.

Scoprire la propria vita come vocazione, vuole dire rendersi conto della sua ampiezza: la nostra vita è fatta di piccole cose, non siamo dei grandi eroi, né facciamo cose che sconvolgono il mondo. Eppure quando ci accorgiamo che la vita è una vocazione, quel piccolo frammento, segmento, che è la nostra vita, assume delle dimensioni molto più grandi, perché viene rapportato a Dio e ai nostri fratelli.

«Pescatori di uomini» vuole dire che la vostra vita avrà significato non solo per voi, ma anche per gli altri. Quello che farete, il tempo che impiegherete diventerà motivo di gioia anche per delle altre persone.

Qualcuno ha detto che non è uomo, chi non è padre, e voleva dire che il senso della vita dell’uomo è la fecondità, e l’uomo deve arrivare ad essere fecondo. La vocazione vuole dire questo: vi farò pescatori di uomini, capaci di produrre per gli uomini una speranza e una gioia.

Tutto questo si lega in concreto ad un personaggio, alla sua chiamata: ricordiamo nella vocazione di Abramo che il Signore gli ha detto: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre e va nella terra che io ti mostrerò». C’era quel verbo «VAI!», «PARTI!»

Qui c’è un altro verbo «SEGUIMI!».

Abramo va verso il futuro, quello che il Signore gli preparerà; i discepoli vanno anche loro verso il futuro, ma vanno in concreto dietro a Gesù di Nazaret.

Direbbe San Giovanni: «Il Verbo si è fatto carne», Dio si è fatto uomo, perché seguendo l’uomo che possiamo vedere, possiamo andare dietro a Dio che non riusciamo a vedere. Dio è al di là della nostra percezione e ci rimane misterioso; ma in Gesù Cristo, Dio si è fatto carne, lo possiamo vedere e seguire. Ormai in tutto il nostro cammino e nella nostra vocazione rispondiamo a Dio attraverso Gesù Cristo.

Gesù diventerà, per noi, la legge di Dio, la sapienza di Dio, la rivelazione di Dio, la giustizia di Dio. «SEGUITEMI!»

Per questo la vocazione cristiana ha come un aspetto di innamoramento (che forse non è la parola giusta), cioè porta a vedere la propria vita come legata indissolubilmente alla vita di Gesù e a non poterla più immaginare staccata da Lui, dalla sua parola, dalla sua esperienza.

Continua il Vangelo di S. Marco: «E subito, lasciate le reti, lo seguirono». «SUBITO», in Marco non ha un grande valore perché è un intercalare, lo usa di frequente. Eppure quando c’è da seguire il Signore è proprio l’avverbio giusto.

«Subito» non vuole dire che non ci sia il tempo della scelta, della riflessione, della maturazione. Però nel momento in cui uno parte questo «subito» risuona come il senso vero della sua esperienza: non c’è più tempo da perdere; d’ora in poi il legame con il passato e le abitudini è superato.

«Dimentico del passato…» – direbbe San Paolo – corro, mi proietto verso il futuro per la ricerca del Signore. Il Signore mi ha raggiunto ed io cerco di corrergli dietro, nell’esperienza piena della mia vita.

«(…) lasciate le reti»: bisogna lasciare per andare dietro al Signore; non per il gusto di lasciare, ma per il gusto di andare dietro a Lui. Perché è chiaro che se tu stai attaccato alle reti non puoi andare molto lontano dal lago; ti sposterai 20 o 50 metri, ma non di più e sarai bloccato lì. Le reti ti legano. Se vuoi ritrovare la libertà, ti toccherà lasciare lì le reti.

Naturalmente bisogna che ciascuno di noi rifletta sulle sue reti. Siamo attaccati alla comodità, per esempio; le comodità non sono un peccato, ma se non sei disposto a mollare le tue comodità, andrai poco lontano, le comodità ti tengono fermo, ti legano.

Lo stesso vale per le altre cose. Se le nostre «reti» sono le sicurezze, non ci allontaneremo più dalle nostre abitudini.

«Ormai ho fatto quel sentiero e sono sicuro che non mi gioca dei cattivi scherzi, allo tutti i giorni lo rifaccio. Mi allontano di 2 metri da una parte o dall’altra ma non di tanto, perché mi interessa la sicurezza». In questo modo non parti, sei sempre lì, nel passato.

Abbandonare le reti vuole dire la capacità di rischiare, non sul vuoto, sull’ignoto o per il gusto in sé del rischio, ma sul Vangelo e su Gesù Cristo. Bisogna che uno sia convinto che vale la pena rischiare su Gesù Cristo, che c’è un mistero di vittoria e di sapienza dentro alle parole e alla vita di Gesù.

Allora uno lascia le reti, anzi lascia anche la famiglia: «…essi lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono».

È significativo che anche nel secondo capitolo della Genesi, dopo la creazione dell’uomo e della donna, si dica: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unità alla sua donna, e i due saranno una carne sola». Il senso del matrimonio è anche in questo distacco dal passato, dalla famiglia di origine per costruire l’avventura di una famiglia nuova.

Quello che avviene nel matrimonio avviene, in modo simile, nella sequela del Signore: «lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono». E questo non va visto come il frutto del coraggio e della forza che hanno avuto loro, ma della grande forza del Vangelo, dell’attrazione che scaturisce dalla persona di Gesù, dal suo fascino e dalle sue parole. È la convinzione che, per Lui, vale la pena di fare anche questo distacco, questo abbandono, un taglio con il passato.

Alla fine c’è il gusto di giocare la vita per qualcosa, per qualcuno che vale.

Non è un cammino che si presenti facile e tranquillo, senza crisi. La crisi, la povertà, le tristezze ci sono, ma anche la convinzione che Gesù Cristo vale. Magari non sono sicuro di me stesso, delle mie capacità, ma del valore di Gesù Cristo e del Vangelo sì.

Quando il Signore mette dentro al cuore questa convinzione, allora la possibilità di fare il cammino c’è, dove poi il Signore vuole e vorrà chiamare.

(Testo da registrazione, non rivisto dal relatore).

MEDITAZIONI SUL VANGELO DI LUCA – 20

Diocesi Reggio Emilia
Esercizi spirituali alle Religiose
Clarisse cappuccine di Correggio
(dal 27 Agosto al 1° Settembre 1993)

Meditazioni sul Vangelo di Luca. 6.o

«Vi annunzio una grande gioia» (Lc 2, 10)

Fonte Sussidi Biblici n. 44 – 45. Edizione San Lorenzo, Reggio Emilia Agosto 1994

Meditazioni predicati da mons. Luciano Monari.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio

Sesto Giorno

1 Settembre 1993

Omelia S. Messa

Letture: 1 Cor 3, 1-9; Luca 4, 38-44.

Continuando la riflessione sull’unità della comunità dei Corinzi, Paolo dice a questi cristiani: «sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci».

Ci sono quindi come due fasi dell’esistenza cristiana, che s. Paolo ricorda:

  1. Quando una persona incontra Gesù Cristo e comincia a credere in lui, inizia la vita nuova, ma poiché è una vita, comincia dall’infanzia.

  2. Poi uno deve crescere, deve diventare maturo: si comincia come uomo carnale e pian piano si deve arrivare ad essere spirituale.

Essere “carnale” vuole dire avere ancora i pensieri, i sentimenti e gl’interessi che vengono dall’uomo. Il mondo ha un suo modo di ragionare costituito, secondo 1 Gv 2, 15-17, di avidità, di egoismo e di orgoglio e queste cose non sono cancellate pienamente neanche dal battesimo; hanno quindi bisogno di una purificazione progressiva per essere superate e vinte; diventando così «uomini spirituali», cioè sotto la forza dello Spirito, egli mette nei nostri cuori sentimenti e atteggiamenti diversi, man mano che uno procede nella vita cristiana: lo Spirito Santo diventa così intimo all’uomo, che il cristiano impara i sentimenti, gli atteggiamenti, dallo Spirito, da Gesù Cristo.

Quali sentimenti? per esempio: la mitezza, la dolcezza, l’affabilità, cioè tutte quelle realtà che s. Paolo indica come il frutto dello Spirito: «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22). Ecco, queste cose entrano pian piano nel cuore del cristiano e costituiscono come delle inclinazioni, per cui a una persona “spirituale” vengono fuori facilmente dal cuore delle parole di bontà, di edificazione, di amore. Non che una persona spirituale non sbagli mai, però ha preso dallo Spirito un istinto nuovo, diverso da quello che è del mondo.

Dice s. Paolo ai Corinzi: avete ancora bisogno del latte; non vi posso dare grandi spiegazioni sui contenuti e sulla ricchezza della vita spirituale, perché non riuscireste a capirle, né soprattutto, a realizzarle.

Il motivo: «perché siete ancora carnali; dal momento che c’è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana?». Invidia e discordia sono evidentemente la spia dello spirito del mondo. S. Paolo dirà, nella 1 Cor 6, 4-8, che le liti tra i cristiani sono una sconfitta del cristianesimo, una dichiarazione di fallimento; cioè la forza di Cristo non è entrata così profondamente nella vita cristiana da renderla nuova, diversa; siamo ancora sotto il peso, il condizionamento del mondo.

  1. Giacomo scrive nella sua Lettera (3, 14): «Se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verità»: cioè, riconoscete con sincerità quello che c’è, non cercate di coprire le vostre discordie o la vostra invidia con false motivazioni: sono un fallimento della vita cristiana.

Per certi aspetti, non è strano che ci siano invidie e discordie perché il cuore dell’uomo è fatto così; però bisogna riconoscere queste cose, come atteggiamento non cristiano, come residuo del nostro egoismo e della nostra dipendenza dal mondo.

E di fatto – continua s. Paolo – «quando uno dice: “Io sono di Paolo, io sono di Apollo”, non vi dimostrate semplicemente uomini?»: cioè state ragionando ancora secondo una mentalità istintiva dell’uomo di carne, dell’uomo di mondo.

«Ma che cosa è mai Apollo? Che cosa è Paolo? Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso». Non dovete perciò deformare l’immagine e la realtà dell’apostolo, facendone un capo corrente, un capo di partito, ciascuno dei quali ha i suoi seguaci. Questo non ha niente a che fare con Gesù Cristo, né con l’apostolato. L’apostolo conduce la gente a Gesù Cristo, mai dice: «venite dietro a me». Il Signore è il pastore, è lui l’unico leader della Chiesa, e tutti gli altri sono semplicemente ministri, cioè persone che compiono un servizio e debbono scomparire nel servizio che fanno, come Giovanni il Battista, il quale presenta Gesù Cristo e scompare, conduce i suoi discepoli a Gesù e si mette in secondo ordine.

«Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso»; se uno dicesse: «sono ministri, ma diversi: ce n’è uno bravo e uno un po’ meno, uno sa fare una cosa e un altro la sa fare meno». Questo può anche accadere, ma non vuol dire che un ministro stia al di sopra dell’altro, perché tutto quello che un apostolo è in grado di fare gli è stato concesso dal Signore: non è una questione di doti personali, di affermazione di sé. Quello che uno realizza nel campo dell’apostolato è unicamente dono del Signore. Ogni ministro è strumento del Signore, ci saranno strumenti diversi, qualcuno potrà apparire più efficace e l’altro meno, ma non dipende da lui, dipende unicamente dal Signore.

«Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere», Diceva s. Agostino, predicando ai suoi cristiani di Ippona: «quando io predico, riesco ad arrivare con la mia voce soltanto ai vostri orecchi, ma non riesco a convertire il cuore, io non riesco a muovere i sentimenti, i movimenti interiori del cuore. Questo lo fa il Signore, lo fa lo Spirito che è l’unico vero Maestro». Noi predicatori siamo dei riflettori esterni, degli altoparlanti, ma quello che giunge dentro al cuore è solo ed esclusivamente la forza del Signore.

Evidentemente il Signore si serve dei predicatori, ma non è il predicatore che converte, è lo Spirito. Infatti, dice s. Agostino, «quando io predico, predico per tutti, ma non tutti ascoltano allo stesso modo. C’è chi ascolta e si converte; c’è chi va fuori e non ricorda più quello che ho detto. lo ho parlato per tutti allo stesso modo, ma è lo Spirito che ha parlato diversamente, che nel cuore di ognuno ha soffiato con forza. È il Signore che fa crescere, quindi non c’è differenza tra chi pianta e chi irriga, anche se piantare e irrigare sono due cose diverse».

«Non c’è differenza tra chi pianta e chi irriga, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio». Siamo collaboratori di Dio, cioè dovete considerarci solo come degli strumenti, non come leadersnon fermatevi a noi, non mettete noi come riferimento alla vostra vita. «Voi siete il campo di Dio» vuol dire: guai a me se pensassi di raccogliere tra di voi una messe per il mio seguito; se quindi io mi appropriassi del campo di Dio e lo facessi diventare il mio campo privato, avrei rubato a Dio quello che gli appartiene, avrei rovinato l’edificio che il Signore ha voluto costruire.

Allora, occorre pieno disinteresse da parte dell’apostolo e visione di fede da parte del discepolo, il quale deve imparare a vedere nell’apostolo semplicemente uno strumento e un invito a cercare il Signore.

Prendiamo il vangelo di oggi come un dono che il Signore ci fa alla fine di questi esercizi, per lasciarci un’immagine della sua presenza in mezzo a noi.

Il testo è legato a quella famosa giornata che Gesù ha vissuto a Cafarnao: una giornata di predicazione e di guarigione. Quindi ci viene lasciata l’immagine di Gesù che predica e che guarisce. Guarisce la suocera di Pietro, e tutti gl’infermi che gli vengono portati, guarisce anche gl’indemoniati, liberandoli e rendendoli quindi alla pienezza della loro filiazione di Dio.

Questa immagine vuol dire che quando ritorniamo su noi stessi, ci rendiamo conto che la nostra condizione non è quella di persone integre e perfette, ma quella dei malati: siamo e rimaniamo ancora di malati.

D’altra parte il vangelo di oggi ci dice che il Signore è venuto proprio per i malati, anzi Gesù non ha mai rifiutato un malato che gli chiedesse la guarigione.

C’era in Gesù una straordinaria bontà che lo portava a contatto con tutte le debolezze e le insufficienze dell’uomo e che lo portava a vincere, con la ricchezza di vita che lui possedeva, queste debolezze e fragilità dell’uomo.

Così era il Signore. Ma è proprio giusto dire “era”, o bisogna dire “è”? Forse è diminuita la sua bontà in questi duemila anni, da quando andava per le strade della Galilea a quando giunge in mezzo a noi, in questa Eucaristia?

Non è diminuita la bontà, né il potere; anzi, in un certo senso, il potere di Gesù è cresciuto, è diventato universale, mentre nel vangelo di oggi si dice che le folle vanno a prendere Gesù per trattenerlo. Invece il Signore risorto ha vinto tutti i limiti del tempo e dello spazio; quindi non corriamo più il pericolo di perderlo, non abbiamo più la tristezza di vederlo partire: il Signore c’è, il Signore rimane. Il tabernacolo è il segno che qui il Signore ha piantato la tenda e rimane per sempre come la presenza di colui che guarisce.

Capita anche a noi di essere in preda ad una grande febbre, che c’impedisce di lavorare, di amare, di donare; ma viene il Signore, comanda alla febbre e la suocera di Pietro comincia a servire.

Teniamo davanti a noi questa immagine del Signore che comanda alla febbre, alla malattia, ai limiti, e che ci restituisce la capacità di servire: questo è «essere guariti». Uno è guarito quando è capace di servire, quando è capace di amare e di donare. Ecco la malattia che il Signore ha tolto e che continua a togliere nella nostra vita.

Con questa Eucaristia, gli vogliamo affidare tutte le nostre debolezze, tutta la nostra povertà; gliela affidiamo con gioia, con speranza, perché il Signore è venuto per i malati e, quindi, per noi; e gliela affidiamo perché, attraverso quel povero strumento che siamo, possa continuare a compiere la sua opera di salvezza e il suo servizio in mezzo agli uomini.