LA PURIFICAZIONE DI MARIA

  • 249. La dimora dei tre nella grotta dovette esser breve, forse di pochi giorni soltanto. Man mano che il censimento progrediva, la gente ripartiva e le case si sfollavano: una di esse fu occupata da Giuseppe che vi si trasferì con gli altri due, e fu lacasaove si pre­sentarono alcune settimane dopo i Magi (Matteo, 2, 11). Forse già in questa casa avvenne la circoncisione del neonato, praticata secon­do la prescrizione otto giorni dopo la nascita (§ 69), e in tale occasio­ne gli fu imposto il nome di Gesù notificato dall’angelo sia a Maria sia a Giuseppe (§§ 230, 239). L’angelo infatti aveva detto che il na­scituro sarebbe stato chiamato figlio dell’Altissimo; ma di fatto era comparso nel mondo come discendente d’Israele per il casato di Da­vid, né dall’angelo era stata comunicata alcuna istruzione che esi­messe questo nuovo Israelita dagli obblighi comuni a tutti gli Israe­liti: perciò Giuseppe e Maria compirono tali obblighi a suo riguardo. E li compirono anche riguardo a se stessi. La Legge ebraica prescri­veva che la donna dopo il parto fosse considerata impura, e rimanesse segregata 40 giorni se aveva fatto maschio, e 80 se femmina dopo di che doveva presentarsi al Tempio per purificarsi legalmen­te, e farvi un’offerta che per i poveri era limitata a due tortore o due piccioni. Se poi il bambino era primogenito, esso di legge ap­parteneva al Dio Jahvè, come tutti i primogeniti degli animali do­mestici e le primizie dei campi; perciò i suoi genitori dovevano ri­scattarlo pagando al Tempio, in cambio del primogenito, cinque si­cli. Non era obbligo portare materialmente il neonato primogenito al Tempio per presentarlo a Dio, ma di solito le giovani madri lo portavano per invocare su lui le benedizioni celesti. Ambedue queste usanze furono seguite riguardo a Gesù: dopo 40 giorni Maria si recò al Tempio per la propria purificazione, offren­do ciò ch’era prescritto per i poveri, e portò con sé Gesù per pre­sentarlo a Dio, pagando i cinque sicli. Se i due piccioni o tortore per la purificazione valevano ben poco, i cinque Sicli per il riscatto del primogenito furono assai gravi per la povertà dei due coniugi; infatti cinque sicli d’argento, che equivalevano a un po’ più di 20 lire nostre in oro, era quanto un artigiano come Giuseppe avrebbe guada­gnato a mala pena con una ventina di giornate di lavoro, mentre poi in quei giorni a Bethlehem egli avrà potuto poco o nulla lavorare: tuttavia alla spesa straordinaria ma prevista si sarà fatto fronte con qualche risparmiuccio che i due si saranno portati appresso da Nazareth come scorta. Quel gruppetto di tre persone che entravano nel Tempio di Gerusalemme non era fatto per attirare su di sé gli sguardi della gente, che stava là a oziare o a sentire le dissertazioni dei maestri farisei o a commerciare nell’”atrio dei gentili” (§ 48): erano tante le madri le quali ogni giorno venivano là a purificarsi dopo il parto e a presentare i loro primogeniti, che quel gruppetto di tre persone non meritava davvero uno sguardo particolare. Ma proprio quel giorno c’era qualcuno, là nell’atrio, che aveva uno sguardo differente dagli altri e poteva scorgere ciò che gli altri non scorgevano; era un uomo di Gerusalemme, di nome Simeone, quest’uomo (era) giusto e ti­morato, aspettava la consolazione d’Israele e Spirito santo era su lui; e gli era stato rivelato dallo Spirito santo che non avrebbe visto morte prima che avesse visto il Cristo del Signore (Luca, 2, 25-26).

  • 250. Il nome Simeone era comunissimo fra i Giudei di quel tem­po: e qui si dice di lui soltanto ch’erauomo giusto e timorato,e tutt’al più dalle parole ch’egli pronunzierà si può argomentare che era ben avanti negli anni; nulla però induce a credere che egli fosse sacerdote, e tanto meno il sommo sacerdote come vorrebbe un Apo­crifo. L’uguaglianza poi del nome non basta per identificario, come taluni hanno suggerito, con Rabban Simeon figlio del grande Hillel e padre del Gamaliel maestro di S. Paolo, mentre contro questa iden­tificazione stanno gravi difficoltà cronologiche. Questo laico era dun­que un privato qualunque che si teneva a parte dai grandi avveni­menti dei politicanti di Gerusalemme, viveva tra le sue opere di giustizia e di timor di Dio come i pecorai di Eeth-lehem vivevano tra le loro pecore, e come quelli aspettava la consolazione d’Israele, cioè il promesso Messia: e nella stessa guisa che i pecorai furono av­visati dall’angelo, cosi Simeone era stato preavvisato dallo Spirito santo che la sua amorosa aspettativa sarebbe stata appagata. Cosic­ché quel giorno egli venne nello Spirito al tempio; e mentre i genitori introducevano il bambino Gesu’ per far con lui secondo il consueto della legge, egli lo ricevette sulle braccia, e benedisse Iddio e disse: Ora dimetti lo schiavo tuo, o Padrone, – secondo la tua parola – in pace! Perché videro gli occhi miei la tua salvezza, che preparasti al cospetto di tutti i popoli: luce a rivelazione di genti, e gloria del tuo popolo d’Israele Luca, 2, 27-32. La salvezza che appagava l’aspettativa di costui era rappresentata da quell’infante di quaranta giorni, che esteriormente non aveva niente di straordinario: e fin qui si poteva lasciar correre. Ma se lì presso ci fosse stato un Fariseo, di quelli più genuini e piu tipici, non avrebbe potuto reprimere il suo sdegno a udir quelle parole, secondo cui il Messia (chiunque fosse) avrebbe operato la salvezza per tutti i popoli e sarebbe stato una rivelazione di genti, cioè di quelle genti pagane che non facevano parte dell’eletta nazione d’Israele. Siffatte affermazioni erano scandalose e sovversive! E’ vero che in fondo si aggiungeva che lo stesso Messia sarebbe stato la gloria del popolo d’Israele; ma questa aggiunta finale rappresentava un compenso trop­po scarso, era un misero piatto di lenticchie con cui si pretendeva compensare una spirituale primogenitura – o meglio unigenitura – perduta. Il futuro Messia, invece, doveva apparire in Israele e per Israele soltanto, e le altre genti, tutt’al più sarebbero stati ammessi come umili sudditi e discepoli d’Israele nei trionfali tempi del Messia; equiparare Israele e le genti agli effetti della salvezza messianica era un’eresia e una rivoluzione! Il genuino e tipico Fariseo avrebbe avuto ragione, come Fariseo: in­fatti il vaticinante Simeone non avrebbe potuto appoggiare la sua affermazione su nessuna sentenza dei grandi maestri farisei. Tut­tavia, risalendo più su di costoro, l’avrebbe appoggiata su sentenze di Dio stesso, il quale nella Scrittura sara aveva proclamato al futuro Messia Metterò te qual patto di popolo, quale luce di genti Isaia, 42, 6, e aveva confermato poco appresso metterò te quale luce di genti, per esser la mia salvezza fino all’estremità della terra Isaia, 49, 6. Il nazionalismo escludente aveva fatto dimenticare la parola di Dio, ma Simeone passava sopra al particolarismo geloso dei Farisei e rie­vocava il decreto universalistico di Dio. Fatto ciò e contemplato il Messia, il vecchio non desiderava altro, e poteva partire per il viaggio senza ritorno. Tuttavia alle sue pa­role perfino il padre di lui (del bambino) e la madre erano mera­vigliati (Luca2, 33); onde il contemplativo si rivolse anche ad essi. Ma essi erano in realtà la sola Maria, alla quale perciò egli soggiun­se: Ecco, costui é posto a caduta e resurrezione di molti in Israele e a segno contraddetto – e a te stessa trapasserà l’anima una spada – affinché siano rivelati i pensieri da molti cuori (2, 34-35). Dunque, il contemplativo scorge bensì la luce del Messia brillare su tutti i popoli, ma non già fugare tutte le tenebre; in Israele stesso molti procomberanno a causa di quella luce, la quale sarà un segno di contraddizione, un “segno d’immensa invidia – e di pietà profon­da, – d’inestinguibile odio – e d’indomato amor”. E i colpi vibrati contro quel segno non raggiungeranno solo esso, ma anche la madre di lui, la cui anima sarà trafitta da acuta spada. Forseché, nella salvezza operata da quel bambino, la madre sarebbe stata unita col figlio, e non si sarebbe potuto colpire il figlio senza trapastare insieme la madre?

§ 251. Amante dei quadretti abbinati, Luca soggiunge immediata­mente all’episodio di Simeone quello di Anna (2, 36-38). Egli la chiama profetessa, com’erano state altre donne nell’antico Israele. Ancora un settantennio più tardi Flavio Giuseppe presenterà se stesso come conoscitore di eventi futuri (Guerra giud., su, 351-353, 400 segg.), e a Roma Svetonio lo prenderà sul serio e gli darà ra­gione (Vespasian., 5): ma Giuseppe era tutt’altro che il “profeta”, “uomo di Dio” il quale viveva e moriva per la sua fede. La profetessa Anna invece era veramente donna di Dio: rimasta vedova dopo sette anni di matrimonio, aveva passato la sua vita negli atrii del Tempio fra digiuni e preghiere, raggiungendo l’età di 84 anni. Anch’ella, sopravvenuta in quella stessa ora, rendeva a sua volta lode a Dio, e parlava di lui (del bambino Gesù) a tutti quei che aspettavano la liberazione di Gerusalem­me (2, 38). Di questi aspettanti Luca ha presentato i soli Simeone ed Anna; ma appresso a quei due dovevano stare molti altri, e verso ognuno di loro si sarebbe potuto esclamare: Guarda! Uno davvero Israelita, in cui non e’ inganno! (Giovanni, 1, 47): tutta gente ignota agli alti ceti sacerdotali, aliena da beghe politiche, ignara di sottigliezze ca­suistiche, ma che aveva concentrato la sua esistenza in una ansiosis­sima attesa, quella del Messia promesso da secoli ad Israele. Tuttavia in quei giorni a Gerusalemme erano certamente piu’ nume­rosi coloro la cui ansiosissima attesa era di conoscere le decisioni dei sommi dottori Hillel e Shammai su una formidabile questione che al­lora si discuteva, quella di sapere se era lecito o no mangiare un uo­vo fatto dalla gallina durante il sacro riposo del sabbato (Besah, I, 1; Eddujjòth, iv, 1).

CREDO LA SANTA CHIESA CATTOLICA

Articolo 9: “CREDO LA SANTA CHIESA CATTOLICA”

748

“Cristo è la luce delle genti, e questo sacro Concilio, adunato nello Spirito Santo, ardentemente desidera che la luce di Cristo, riflessa sul volto della Chiesa, illumini tutti gli uomini, annunziando il Vangelo a ogni creatura”. Con queste parole si apre la “Costituzione dogmatica sulla Chiesa” del Concilio Vaticano II. Con ciò il Concilio indica che l’articolo di fede sulla Chiesa dipende interamente dagli articoli concernenti Gesù Cristo. La Chiesa non ha altra luce che quella di Cristo. Secondo un’immagine cara ai Padri della Chiesa, essa è simile alla luna, la cui luce è tutta riflesso del sole.

749

L’articolo sulla Chiesa dipende anche interamente da quello sullo Spirito Santo, che lo precede. “In quello, infatti, lo Spirito Santo ci appare come la fonte totale di ogni santità; in questo, il divino Spirito ci appare come la sorgente della santità della Chiesa” [Catechismo Romano, 1, 10, 1]. Secondo l’espressione dei Padri, la Chiesa è il luogo “dove fiorisce lo Spirito” [Sant’Ippolito di Roma, Traditio apostolica, 35].

750

Credere che la Chiesa è “Santa” e “Cattolica” e che è “Una” e “Apostolica” (come aggiunge il Simbolo di Nicea-Costantinopoli) è inseparabile dalla fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Nel Simbolo degli Apostoli professiamo di credere una Chiesa Santa (Credo. . . Ecclesiam”), e non nella Chiesa, per non confondere Dio e le sue opere e per attribuire chiaramente alla bontà di Dio tutti i doni che egli ha riversato nella sua Chiesa [Cf Catechismo Romano, 1, 10, 22].

Paragrafo 1: LA CHIESA NEL DISEGNO DI DIO

I. I nomi e le immagini della Chiesa

751

La parola “Chiesa” [“ekklèsia”, dal greco “ek-kalein”-“chiamare fuori”] significa “convocazione”. Designa assemblee del popolo, [Cf At 19,39 ] generalmente di carattere religioso. E’ il termine frequentemente usato nell’Antico Testamento greco per indicare l’assemblea del popolo eletto riunita davanti a Dio, soprattutto l’assemblea del Sinai, dove Israele ricevette la Legge e fu costituito da Dio come suo popolo santo [Cf Es 19 ]. Definendosi “Chiesa”, la prima comunità di coloro che credevano in Cristo si riconosce erede di quell’assemblea. In essa, Dio “convoca” il suo Popolo da tutti i confini della terra. Il termine “Kyriakè”, da cui sono derivati “Church”, “Kirche”, significa “colei che appartiene al Signore”.

752

Nel linguaggio cristiano, il termine “Chiesa” designa l’assemblea liturgica, [Cf 1Cor 11,18; 1Cor 14,19; 1Cor 14,28; 1Cor 14,34; 1Cor 14,35 ] ma anche la comunità locale [Cf 1Cor 1,2; 1Cor 16,1 ] o tutta la comunità universale dei credenti [Cf 1Cor 15,9 Gal 1,13; Fil 3,6 ]. Di fatto questi tre significati sono inseparabili. La “Chiesa” è il popolo che Dio raduna nel mondo intero. Essa esiste nelle comunità locali e si realizza come assemblea liturgica, soprattutto eucaristica. Essa vive della Parola e del Corpo di Cristo, divenendo così essa stessa Corpo di Cristo.

I simboli della Chiesa

753

Nella Sacra Scrittura troviamo moltissime immagini e figure tra loro connesse mediante le quali la Rivelazione parla del mistero insondabile della Chiesa. Le immagini dell’Antico Testamento sono variazioni di un’idea di fondo, quella del “Popolo di Dio”. Nel Nuovo Testamento [Cf Ef 1,22; Col 1,18 ] tutte queste immagini trovano un nuovo centro, per il fatto che Cristo diventa il “Capo” di questo Popolo, [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 9] che è quindi il suo Corpo. Attorno a questo centro si sono raggruppate immagini “desunte sia dalla vita pastorale o agricola, sia dalla costruzione di edifici o anche dalla famiglia e dagli sponsali” [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 9].

754

“Così la Chiesa è l’ ovile, la cui porta unica e necessaria è Cristo [Cf Gv 10,1-10 ]. E’ pure il gregge, di cui Dio stesso ha preannunziato che sarebbe il pastore [Cf Is 40,11; Ez 34,11 ss] e le cui pecore, anche se governate da pastori umani, sono però incessantemente condotte al pascolo e nutrite dallo stesso Cristo, il Pastore buono e il Principe dei pastori, [Cf Gv 10,11; 1Pt 5,4 ] il quale ha dato la sua vita per le pecore [Cf Gv 10,11-15 ].

755

La Chiesa è il podere o campo di Dio [Cf 1Cor 3,9 ]. In quel campo cresce l’antico olivo, la cui santa radice sono stati i patriarchi e nel quale è avvenuta e avverrà la riconciliazione dei Giudei e delle genti [Cf Rm 11,13-26 ]. Essa è stata piantata dal celeste Agricoltore come vigna scelta [Cf Mt 21,33-43 par.; Is 5,1 ss]. Cristo è la vera Vite, che dà vita e fecondità ai tralci, cioè a noi, che per mezzo della Chiesa rimaniamo in lui e senza di lui nulla possiamo fare [Cf Gv 15,1-5 ].

756

Più spesso ancora la Chiesa è detta l’ edificio di Dio [Cf 1Cor 3,9 ]. Il Signore stesso si è paragonato alla pietra che i costruttori hanno rigettata, ma che è divenuta la pietra angolare [Cf Mt 21,42 par.; At 4,11; 1Pt 2,7; Sal 118,22 ]. Sopra quel fondamento la Chiesa è stata costruita dagli Apostoli [Cf 1Cor 3,11 ] e da esso riceve stabilità e coesione. Questa costruzione viene chiamata in varie maniere: casa di Dio, [Cf 1Tm 3,15 ] nella quale abita la sua famiglia , la dimora di Dio nello Spirito, [Cf Ef 2,19-22 ] “la dimora di Dio con gli uomini” ( Ap 21,3 ), e soprattutto tempio santo, rappresentato da santuari di pietra, che è lodato dai santi Padri e che la Liturgia giustamente paragona alla Città santa, la nuova Gerusalemme. In essa, infatti, quali pietre viventi, veniamo a formare su questa terra un tempio spirituale [Cf 1Pt 2,5 ]. E questa Città santa Giovanni la contempla mentre nel finale rinnovamento del mondo essa scende dal cielo, da presso Dio, “preparata come una sposa che si è ornata per il suo sposo” ( Ap 21,1-2 ).

757

La Chiesa che è chiamata “Gerusalemme che è in alto” e “madre nostra” ( Gal 4,26 ), [Cf Ap 12,17 ] viene pure descritta come l’immacolata sposa dell’Agnello immacolato, [Cf Ap 19,7; Ap 21,2; 757 Ap 19,9; Ap 22,17 ] sposa che Cristo “ha amato. . . e per la quale ha dato se stesso, al fine di renderla santa” ( Ef 5,25-26 ), che si è associata con patto indissolubile e che incessantemente “nutre e. . . cura”( Ef 5,29 )” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 6].

II. Origine, fondazione e missione della Chiesa

758

Per scrutare il mistero della Chiesa, è bene considerare innanzitutto la sua origine nel disegno della Santissima Trinità e la sua progressiva realizzazione nella storia.

Un disegno nato nel cuore del Padre

759

“L’eterno Padre, con liberissimo e arcano disegno di sapienza e di bontà, ha creato l’universo, ha decretato di elevare gli uomini alla partecipazione della sua vita divina”, alla quale chiama tutti gli uomini nel suo Figlio: “I credenti in Cristo li ha voluti convocare nella santa Chiesa”. Questa “famiglia di Dio” si costituisce e si realizza gradualmente lungo le tappe della storia umana, secondo le disposizioni del Padre: la Chiesa, infatti, “prefigurata sino dal principio del mondo, mirabilmente preparata nella storia del popolo d’Israele e nell’Antica Alleanza, e istituita “negli ultimi tempi”, è stata manifestata dall’effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 2].

La Chiesa – prefigurata fin dall’origine del mondo

760

“Il mondo fu creato in vista della Chiesa”, dicevano i cristiani dei primi tempi [Cf Erma, Visiones pastoris, 2, 4, 1; cf Aristide, Apologia, 16, 6; San Giustino, Apolo- giae, 2, 7]. Dio ha creato il mondo in vista della comunione alla sua vita divina, comunione che si realizza mediante la “convocazione” degli uomini in Cristo, e questa “convocazione” è la Chiesa. La Chiesa è il fine di tutte le cose [Cf Sant’Epifanio, Panarion seu adversus LXXX haereses, 1, 1, 5: PG 41, 181C] e le stesse vicissitudini dolorose, come la caduta degli Angeli e il peccato dell’uomo, furono permesse da Dio solo in quanto occasione e mezzo per dispiegare tutta la potenza del suo braccio, tutta l’immensità d’amore che voleva donare al mondo:

Come la volontà di Dio è un atto, e questo atto si chiama mondo, così la sua intenzione è la salvezza dell’uomo, ed essa si chiama Chiesa [Clemente d’Alessandria, Paedagogus, 1, 6].

La Chiesa – preparata nell’Antica Alleanza

761

La convocazione del Popolo di Dio ha inizio nel momento in cui il peccato distrugge la comunione degli uomini con Dio e quella degli uomini tra di loro. La convocazione della Chiesa è, per così dire, la reazione di Dio di fronte al caos provocato dal peccato. Questa riunificazione si realizza segretamente in seno a tutti i popoli: “Chi teme” Dio “e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto” ( At 10,35 ) [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 9; 13; 16].

762

La preparazione remota della riunione del Popolo di Dio comincia con la vocazione di Abramo, al quale Dio promette che diverrà padre di “un grande popolo” ( Gen 12,2 ) [Cf Gen 15,5-6 ]. La preparazione immediata comincia con l’elezione di Israele come Popolo di Dio [Cf Es 19,5-6; Dt 7,6 ]. Con la sua elezione, Israele deve essere il segno della riunione futura di tutte le nazioni [Cf Is 2,2-5; 762 Mi 4,1-4 ]. Ma già i profeti accusano Israele di aver rotto l’Alleanza e di essersi comportato come una prostituta [Cf Os 1; Is 1,2-4; Ger 2; ecc]. Essi annunziano un’Alleanza Nuova ed Eterna [Cf Ger 31,31-34; Is 55,3 ]. “Cristo istituì questo Nuovo Patto” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 9].

La Chiesa – istituita da Gesù Cristo

763

E’ compito del Figlio realizzare, nella pienezza dei tempi, il piano di salvezza del Padre; è questo il motivo della sua “missione” [Cf ibid., 3; Id. , Ad gentes, 3]. “Il Signore Gesù diede inizio alla sua Chiesa predicando la Buona Novella, cioè la venuta del Regno di Dio da secoli promesso nelle Scritture” [Conc. Ecum. Vat. II., Lumen gentium, 5]. Per compiere la volontà del Padre, Cristo inaugurò il Regno dei cieli sulla terra. La Chiesa è “il Regno di Cristo già presente in mistero” [Conc. Ecum. Vat. II., Lumen gentium, 5].

764

“Questo Regno si manifesta chiaramente agli uomini nelle parole, nelle opere e nella presenza di Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II., Lumen gentium, 5]. Accogliere la parola di Gesù significa accogliere “il Regno stesso di Dio” [Conc. Ecum. Vat. II., Lumen gentium, 5]. Il germe e l’inizio del Regno sono il “piccolo gregge” ( Lc 12,32 ) di coloro che Gesù è venuto a convocare attorno a sé e di cui egli stesso è il pastore [Cf Mt 10,16; Mt 26,31; Gv 10,1-21 ]. Essi costituiscono la vera famiglia di Gesù [Cf Mt 12,49 ]. A coloro che ha così radunati attorno a sé, ha insegnato un modo nuovo di comportarsi, ma anche una preghiera loro propria [Cf Mt 5-6 ].

765

Il Signore Gesù ha dotato la sua comunità di una struttura che rimarrà fino al pieno compimento del Regno. Innanzitutto vi è la scelta dei Dodici con Pietro come loro capo [Cf Mc 3,14-15 ]. Rappresentando le dodici tribù d’Israele, [Cf Mt 19,28; Lc 22,30 ] essi sono i basamenti della nuova Gerusalemme [Cf Ap 21,12-14 ]. I Dodici[Cf Mc 6,7 ] e gli altri discepoli [Cf Lc 10,1-2 ] partecipano alla missione di Cristo, al suo potere, ma anche alla sua sorte [Cf Mt 10,25; Gv 15,20 ]. Attraverso tutte queste azioni Cristo prepara ed edifica la sua Chiesa.

766

Ma la Chiesa è nata principalmente dal dono totale di Cristo per la nostra salvezza, anticipato nell’istituzione dell’Eucaristia e realizzato sulla croce. L’inizio e la crescita della Chiesa “sono simboleggiati dal sangue e dall’acqua che uscirono dal costato aperto di Gesù crocifisso” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 3]. “Infatti dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa” [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 5]. Come Eva è stata formata dal costato di Adamo addormentato, così la Chiesa è nata dal cuore trafitto di Cristo morto sulla croce [Cf Sant’Ambrogio, Expositio Evangelii secundum Lucam, 2, 85-89: PL 15, 1583-1586].

La Chiesa – manifestata dallo Spirito Santo

767

“Compiuta l’opera che il Padre aveva affidato al Figlio sulla terra, il giorno di Pentecoste fu inviato lo Spirito Santo per santificare continuamente la Chiesa” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 4]. Allora “la Chiesa fu manifestata pubblicamente alla moltitudine” ed “ebbe inizio attraverso la predicazione la diffusione del Vangelo” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 4]. Essendo “convocazione” di tutti gli uomini alla salvezza, la Chiesa è missionaria per sua natura, inviata da Cristo a tutti i popoli, per farli discepoli [Cf Mt 28,19-20; Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 2; 5-6].

768

Perché la Chiesa possa realizzare la sua missione, lo Spirito Santo “la provvede di diversi doni gerarchici e carismatici, con i quali la dirige” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 4]. “La Chiesa perciò, fornita dei doni del suo fondatore e osservando fedelmente i suoi precetti di carità, di umiltà e di abnegazione, riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il Regno di Cristo e di Dio, e di questo Regno costituisce in terra il germe e l’inizio” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 4].

La Chiesa – pienamente compiuta nella gloria

769

“La Chiesa. . . non avrà il suo compimento se non nella gloria del cielo”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48] al momento del ritorno glorioso di Cristo. Fino a quel giorno, “la Chiesa prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio” [Sant’Agostino, De civitate Dei, 18, 51; cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8]. Quaggiù si sente in esilio, lontana dal Signore; [Cf 2Cor 5,6; Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 6] “anela al Regno perfetto e con tutte le sue forze spera e brama di unirsi al suo Re nella gloria” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 5]. Il compimento della Chiesa – e per suo mezzo del mondo – nella gloria non avverrà se non attraverso molte prove. Allora soltanto, “tutti i giusti, a partire da Adamo, “dal giusto Abele fino all’ultimo eletto”, saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 5].

III. Il mistero della Chiesa

770

La Chiesa è nella storia, ma nello stesso tempo la trascende. E’ unicamente “con gli occhi della fede” [Catechismo Romano, 1, 10, 20] che si può scorgere nella sua realtà visibile una realtà contemporaneamente spirituale, portatrice di vita divina.

La Chiesa – insieme visibile e spirituale

771

“Cristo, unico mediatore, ha costituito sulla terra la sua Chiesa santa, comunità di fede, di speranza e di carità, come un organismo visibile; incessantemente la sostenta e per essa diffonde su tutti la verità e la grazia”. La Chiesa è ad un tempo:

– “la società costituita di organi gerarchici e il Corpo mistico di Cristo;

– l’assemblea visibile e la comunità spirituale;

– la Chiesa della terra e la Chiesa ormai in possesso dei beni celesti”.

Queste dimensioni “formano una sola complessa realtà risultante di un elemento umano e di un elemento divino” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8].

La Chiesa ha la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell’azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e, tuttavia, pellegrina; tutto questo in modo che quanto in lei è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all’invisibile, l’azione alla contemplazione, la realtà presente alla città futura verso la quale siamo incamminati [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 2].

O umiltà! O sublimità! Tabernacolo di Cedar, santuario di Dio; abitazione terrena, celeste reggia; dimora di fango, sala regale; corpo di morte, tempio di luce; infine, rifiuto per i superbi, ma sposa di Cristo! Bruna sei, ma bella, o figlia di Gerusalemme: se anche la fatica e il dolore del lungo esilio ti sfigura, ti adorna tuttavia la bellezza celeste [San Bernardo di Chiaravalle, In Canticum sermones, 27, 14: PL 183, 920D].

La Chiesa – mistero dell’unione degli uomini con Dio

772

E’ nella Chiesa che Cristo compie e rivela il suo proprio Mistero come il fine del disegno di Dio: “ricapitolare in Cristo tutte le cose” ( Ef 1,10 ). San Paolo chiama “mistero grande” ( Ef 5,32 ) l’unione sponsale di Cristo con la Chiesa. Poiché essa è unita a Cristo come al suo Sposo, [Cf Ef 5,25-27 ] la Chiesa diventa essa stessa a sua volta Mistero [Cf Ef 3,9-11 ]. Contemplando in essa il Mistero, san Paolo scrive: “Cristo in voi, speranza della gloria” ( Col 1,27 ).

773

Nella Chiesa tale comunione degli uomini con Dio mediante la carità che “non avrà mai fine” ( 1Cor 13,8 ) è lo scopo cui tende tutto ciò che in essa è mezzo sacramentale, legato a questo mondo destinato a passare [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48]. “La sua struttura è completamente ordinata alla santità delle membra di Cristo. E la santità si misura secondo il “grande Mistero”, nel quale la Sposa risponde col dono dell’amore al dono dello Sposo” [Giovanni Paolo II, Lett. ap. Mulieris dignitatem, 27]. Maria precede tutti noi “sulla via verso la santità” che è il mistero della Chiesa come “la Sposa senza macchia né ruga” ( Ef 5,27 ). Per questo motivo “la dimensione mariana della Chiesa precede la sua dimensione petrina” [Giovanni Paolo II, Lett. ap. Mulieris dignitatem, 27].

La Chiesa – sacramento universale di salvezza

774

La parola greca ” mysterion ” è stata tradotta in latino con due termini: ” mysterium ” e ” sacramentum “. Nell’interpretazione ulteriore, il termine “sacramentum” esprime più precisamente il segno visibile della realtà nascosta della salvezza, indicata dal termine “mysterium”. In questo senso, Cristo stesso è il Mistero della salvezza: “Non est enim aliud Dei mysterium, nisi Christus – Non v’è altro Mistero di Dio, se non Cristo” [Sant’Agostino, Epistulae, 187, 11, 34: PL 33, 845]. L’opera salvifica della sua umanità santa e santificante è il sacramento della salvezza che si manifesta e agisce nei sacramenti della Chiesa (che le Chiese d’Oriente chiamano anche “i santi Misteri”). I sette sacramenti sono i segni e gli strumenti mediante i quali lo Spirito Santo diffonde la grazia di Cristo, che è il Capo, nella Chiesa, che è il suo Corpo. La Chiesa, dunque, contiene e comunica la grazia invisibile che essa significa. E’ in questo senso analogico che viene chiamata “sacramento”.

775

“La Chiesa è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 1]. Essere il sacramento dell’ intima unione degli uomini con Dio: ecco il primo fine della Chiesa. Poiché la comunione tra gli uomini si radica nell’unione con Dio, la Chiesa è anche il sacramento dell’ unità del genere umano. In essa, tale unità è già iniziata poiché essa raduna uomini “di ogni nazione, razza, popolo e lingua” ( Ap 7,9 ); nello stesso tempo, la Chiesa è “segno e strumento” della piena realizzazione di questa unità che deve ancora compiersi.

776

In quanto sacramento, la Chiesa è strumento di Cristo. Nelle sue mani essa è lo “strumento della Redenzione di tutti”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 1] “il sacramento universale della salvezza”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 1] attraverso il quale Cristo “svela e insieme realizza il mistero dell’amore di Dio verso l’uomo” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 45]. Essa “è il progetto visibile dell’amore di Dio per l’umanità”, [Paolo VI, discorso del 22 giugno 1973] progetto che vuole “la costituzione di tutto il genere umano nell’unico Popolo di Dio, la sua riunione nell’unico Corpo di Cristo, la sua edificazione nell’unico tempio dello Spirito Santo” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 7; cf Id., Lumen gentium, 17].

In sintesi

777

La parola “Chiesa” significa “convocazione”. Designa l’assemblea di coloro che la Parola di Dio convoca per formare il Popolo di Dio e che, nutriti dal Corpo di Cristo, diventano essi stessi Corpo di Cristo.

778

La Chiesa è ad un tempo via e fine del disegno di Dio: prefigurata nella creazione, preparata nell’Antica Alleanza, fondata dalle parole e dalle azioni di Gesù Cristo, realizzata mediante la sua croce redentrice e la sua Risurrezione, essa è manifestata come mistero di salvezza con l’effusione dello Spirito Santo. Avrà il suo compimento nella gloria del cielo come assemblea di tutti i redenti della terra [Cf Ap 14,4 ].

779

La Chiesa è ad un tempo visibile e spirituale, società gerarchica e Corpo Mistico di Cristo. E’ “una”, formata di un elemento umano e di un elemento divino. Questo è il suo mistero, che solo la fede può accogliere.

780

La Chiesa è in questo mondo il sacramento della salvezza, il segno e lo strumento della comunione di Dio e degli uomini.

Paragrafo 2: LA CHIESA – POPOLO DI DIO, CORPO DI CRISTO, TEMPIO DELLO SPIRITO SANTO

I. La Chiesa – Popolo di Dio

781

“In ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio chiunque lo teme e opera la sua giustizia. Tuttavia piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un Popolo, che lo riconoscesse nella verità e santamente lo servisse. Si scelse quindi per sé il popolo israelita, stabilì con lui un’alleanza e lo formò progressivamente. . . Tutto questo però avvenne in preparazione e in figura di quella Nuova e perfetta Alleanza che doveva concludersi in Cristo. . . cioè la Nuova Alleanza nel suo sangue, chiamando gente dai Giudei e dalle nazioni, perché si fondesse in unità non secondo la carne, ma nello Spirito” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 9].

Le caratteristiche del Popolo di Dio

782

Il Popolo di Dio presenta caratteristiche che lo distinguono nettamente da tutti i raggruppamenti religiosi, etnici, politici o culturali della storia:

– E’ il Popolo di Dio: Dio non appartiene in proprio ad alcun popolo. Ma egli da coloro che un tempo erano non-popolo ha acquistato un popolo: “la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa” ( 1Pt 2,9 ).

– Si diviene membri di questo Popolo non per la nascita fisica, ma per la “nascita dall’alto”, “dall’acqua e dallo Spirito” ( Gv 3,3-5 ), cioè mediante la fede in Cristo e il Battesimo.

– Questo Popolo ha per Capo [Testa] Gesù Cristo [Unto, Messia]: poiché la medesima Unzione, lo Spirito Santo, scorre dal Capo al Corpo, esso è “il Popolo messianico”.

– “Questo Popolo ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come nel suo tempio”.

– “Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati” [Cf Gv 13,34 ]. E’ la legge “nuova” dello Spirito Santo [Cf Rm 8,2; 782 Gal 5,25 ].

– Ha per missione di essere il sale della terra e la luce del mondo [Cf Mt 5,13-16 ]. “Costituisce per tutta l’umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza”.

– “E, da ultimo, ha per fine il Regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 9].

Un popolo sacerdotale, profetico e regale

783

Gesù Cristo è colui che il Padre ha unto con lo Spirito Santo e ha costituito “Sacerdote, Profeta e Re”. L’intero Popolo di Dio partecipa a queste tre funzioni di Cristo e porta le responsabilità di missione e di servizio che ne derivano [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptor hominis, 18-21].

784

Entrando nel Popolo di Dio mediante la fede e il Battesimo, si è resi partecipi della vocazione unica di questo Popolo, la vocazione sacerdotale : “Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini, fece del nuovo popolo “un regno e dei sacerdoti per Dio, suo Padre”. Infatti, per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 10].

785

“Il Popolo santo di Dio partecipa pure alla funzione profetica di Cristo”. Ciò soprattutto per il senso soprannaturale della fede che è di tutto il Popolo, laici e gerarchia, quando “aderisce indefettibilmente alla fede una volta per tutte trasmessa ai santi” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 10] e ne approfondisce la comprensione e diventa testimone di Cristo in mezzo a questo mondo.

786

Il Popolo di Dio partecipa infine alla funzione regale di Cristo. Cristo esercita la sua regalità attirando a sé tutti gli uomini mediante la sua Morte e la sua Risurrezione [Cf Gv 12,32 ]. Cristo, Re e Signore dell’universo, si è fatto il servo di tutti, non essendo “venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” ( Mt 20,28 ). Per il cristiano “regnare” è “servire” Cristo, [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36] soprattutto “nei poveri e nei sofferenti”, nei quali la Chiesa riconosce “l’immagine del suo Fondatore, povero e sofferente” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8]. Il Popolo di Dio realizza la sua “dignità regale” vivendo conformemente a questa vocazione di servire con Cristo.

Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Con l’unzione dello Spirito Santo sono consacrati sacerdoti. Non c’è quindi solo quel servizio specifico proprio del nostro ministero, perché tutti i cristiani, rivestiti di un carisma spirituale e usando della loro ragione, si riconoscono membra di questa stirpe regale e partecipi della funzione sacerdotale. Non è forse funzione regale il fatto che un’anima governi il suo corpo in sottomissione a Dio? Non è forse funzione sacerdotale consacrare al Signore una coscienza pura e offrirgli sull’altare del proprio cuore i sacrifici immacolati del nostro culto? [San Leone Magno, Sermones, 4, 1: PL 54, 149].

II. La Chiesa – Corpo di Cristo

La Chiesa è comunione con Gesù

787

Fin dall’inizio Gesù ha associato i suoi discepoli alla sua vita; [Cf Mc 1,16-20; Mc 3,13-19 ] ha loro rivelato il Mistero del Regno; [Cf Mt 13,10-17 ] li ha resi partecipi della sua missione, della sua gioia [Cf Lc 10,17-20 ] e delle sue sofferenze [Cf Lc 22,28-30 ]. Gesù parla di una comunione ancora più intima tra sé e coloro che lo seguiranno: “Rimanete in me e io in voi. . . Io sono la vite, voi i tralci” ( Gv 15,4-5 ). Annunzia inoltre una comunione misteriosa e reale tra il suo proprio Corpo e il nostro: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” ( Gv 6,56 ).

788

Quando la sua presenza visibile è stata tolta ai discepoli, Gesù non li ha lasciati orfani [Cf Gv 14,18 ]. Ha promesso di restare con loro sino alla fine dei tempi, [Cf Mt 28,20 ] ha mandato loro il suo Spirito [Cf Gv 20,22; At 2,23 ]. In un certo senso, la comunione con Gesù è diventata più intensa: “Comunicando infatti il suo Spirito, costituisce misticamente come suo Corpo i suoi fratelli, chiamati da tutte le genti” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 7].

789

Il paragone della Chiesa con il corpo illumina l’intimo legame tra la Chiesa e Cristo. Essa non è soltanto radunata attorno a lui; è unificata in lui, nel suo Corpo. Tre aspetti della Chiesa-Corpo di Cristo vanno sottolineati in modo particolare: l’unità di tutte le membra tra di loro in forza della loro unione a Cristo; Cristo Capo del Corpo; la Chiesa, Sposa di Cristo.

“Un solo corpo”

790

I credenti che rispondono alla Parola di Dio e diventano membra del Corpo di Cristo, vengono strettamente uniti a Cristo: “in quel Corpo la vita di Cristo si diffonde nei credenti che attraverso i sacramenti vengono uniti in modo arcano ma reale a Cristo che ha sofferto ed è stato glorificato” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 7]. Ciò è particolarmente vero del Battesimo, in virtù del quale siamo uniti alla Morte e alla Risurrezione di Cristo, [Cf Rm 6,4-5; 1Cor 12,13 ] e dell’Eucaristia, mediante la quale “partecipando realmente al Corpo del Signore” “siamo elevati alla comunione con lui e tra di noi” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 7].

791

L’unità del corpo non elimina la diversità delle membra: “Nell’edificazione del Corpo di Cristo vige la diversità delle membra e delle funzioni. Uno è lo Spirito, il quale per l’utilità della Chiesa distribuisce i suoi vari doni con magnificenza proporzionata alla sua ricchezza e alle necessità dei servizi”. L’unità del Corpo mistico genera e stimola tra i fedeli la carità: “E quindi se un membro soffre, soffrono con esso tutte le altre membra; se un membro è onorato, ne gioiscono con esso tutte le altre membra” [ Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 7]. Infine, l’unità del Corpo mistico vince tutte le divisioni umane: “Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più né giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” ( Gal 3,27-28 ).

“Capo di questo Corpo è Cristo”

792

Cristo “è il Capo del Corpo, cioè della Chiesa” ( Col 1,18 ). E’ il Principio della creazione e della redenzione. Elevato alla gloria del Padre, ha “il primato su tutte le cose” ( Col 1,18 ), principalmente sulla Chiesa, per mezzo della quale estende il suo regno su tutte le cose.

793

Egli ci unisce alla sua Pasqua. Tutte le membra devono sforzarsi di conformarsi a lui finché in esse “non sia formato Cristo” ( Gal 4,19 ). “Per ciò siamo assunti ai misteri della sua vita. . . Come il corpo al Capo veniamo associati alle sue sofferenze e soffriamo con lui per essere con lui glorificati” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 7].

794

Egli provvede alla nostra crescita [Cf Col 2,19 ]. Per farci crescere verso di lui, nostro Capo, [Cf Ef 4,11-16 ] Cristo dispone nel suo Corpo, la Chiesa, i doni e i ministeri attraverso i quali noi ci aiutiamo reciprocamente lungo il cammino della salvezza.

795

Cristo e la Chiesa formano, dunque, il “Cristo totale” [Christus totus”]. La Chiesa è una con Cristo. I santi hanno una coscienza vivissima di tale unità:

Rallegriamoci, rendiamo grazie a Dio, non soltanto perché ci ha fatti diventare cristiani, ma perché ci ha fatto diventare Cristo stesso. Vi rendete conto, fratelli, di quale grazia ci ha fatto Dio, donandoci Cristo come Capo? Esultate, gioite, siamo divenuti Cristo. Se egli è il Capo, noi siamo le membra: siamo un uomo completo, egli e noi. . . Pienezza di Cristo: il Capo e le membra. Qual è la Testa, e quali sono le membra? Cristo e la Chiesa [Sant’Agostino, In Evangelium Johannis tractatus, 21, 8].

Redemptor noster unam se personam cum sancta Ecclesia, quam assumpsit, exhibuit – Il nostro Redentore presentò se stesso come unica persona unita alla santa Chiesa, da lui assunta [San Gregorio Magno, Moralia in Job, praef. , 1, 6, 4: PL 75, 525A].

Caput et membra, quasi una persona mystica – Capo e membra sono, per così dire, una sola persona mistica [San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, 48, 2, ad 1].

Una parola di Santa Giovanna d’Arco ai suoi giudici riassume la fede dei santi Dottori ed esprime il giusto sentire del credente: “A mio avviso, Gesù Cristo e la Chiesa sono un tutt’uno, e non bisogna sollevare difficoltà” [Santa Giovanna d’Arco, in Actes du procès].

La Chiesa è la Sposa di Cristo

796

L’unità di Cristo e della Chiesa, Capo e membra del Corpo, implica anche la distinzione dei due in una relazione personale. Questo aspetto spesso viene espresso con l’immagine dello Sposo e della Sposa. Il tema di Cristo Sposo della Chiesa è stato preparato dai profeti e annunziato da Giovanni Battista [Cf Gv 3,29 ]. Il Signore stesso si è definito come lo “Sposo” ( Mc 2,19 ) [Cf Mt 22,1-14; Mt 25,1-13 ]. L’Apostolo presenta la Chiesa e ogni fedele, membro del suo Corpo, come una Sposa “fidanzata” a Cristo Signore, per formare con lui un solo Spirito [Cf 1Cor 6,15-17; 2Cor 11,2 ]. Essa è la Sposa senza macchia dell’ Agnello immacolato; [Cf Ap 22,17; 796 Ef 1,4; Ef 5,27 ] che Cristo ha amato” e per la quale “ha dato se stesso. . ., per renderla santa” ( Ef 5,25-26 ), che ha unito a sé con una Alleanza eterna e di cui non cessa di prendersi cura come del suo proprio Corpo [Cf Ef 5,29 ].

Ecco il Cristo totale, capo e corpo, uno solo formato da molti. . . Sia il capo a parlare, o siano le membra, è sempre Cristo che parla: parla nella persona del capo [ex persona capitis”], parla nella persona del corpo [ex persona corporis”]. Che cosa, infatti, sta scritto? “Saranno due in una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” ( Ef 5,31-32 ). E Cristo stesso nel Vangelo: “Non sono più due, ma una carne sola” ( Mt 19,6 ). Difatti, come ben sapete, queste persone sono sì due, ma poi diventano una sola nell’unione sponsale… Dice di essere “sposo” in quanto capo, e “sposa” in quanto corpo [Sant’Agostino, Enarratio in in Psalmos, 74, 4].

III. La Chiesa – Tempio dello Spirito Santo

797

“Quod est spiritus noster, id est anima nostra, ad membra nostra, hoc est Spiritus Sanctus ad membra Christi, ad corpus Christi, quod est Ecclesia – Quello che il nostro spirito, ossia la nostra anima, è per le nostre membra, lo stesso è lo Spirito Santo per le membra di Cristo, per il Corpo di Cristo, che è la Chiesa” [Sant’Agostino, Sermones, 267, 4: PL 38, 1231D]. “Bisogna attribuire allo Spirito di Cristo, come ad un principio nascosto, il fatto che tutte le parti del Corpo siano unite tanto fra loro quanto col loro sommo Capo, poiché egli risiede tutto intero nel Capo, tutto intero nel Corpo, tutto intero in ciascuna delle sue membra” [Pio XII, Lett. enc. Mystici Corporis: Denz. -Schönm., 3808]. Lo Spirito Santo fa della Chiesa “il tempio del Dio vivente” ( 2Cor 6,16 ) [Cf 1Cor 3,16-17; Ef 2,21 ].

E’ alla Chiesa che è stato affidato il “Dono di Dio” … In essa è stata posta la comunione con Cristo, cioè lo Spirito Santo, caparra dell’incorruttibilità confermazione della nostra fede, scala per ascendere a Dio… Infatti, dove è la Chiesa, ivi è anche lo Spirito di Dio e dove è lo Spirito di Dio, ivi è la Chiesa e ogni grazia [Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 24, 1].

798

Lo Spirito Santo è “il principio di ogni azione vitale e veramente salvifica in ciascuna delle diverse membra del Corpo” [Pio XII, Lett. enc. Mystici Corporis: Denz. -Schönm., 3808]. Egli opera in molti modi l’edificazione dell’intero Corpo nella carità: [Cf Ef 4,16 ] mediante la Parola di Dio “che ha il potere di edificare” ( At 20,32 ); mediante il Battesimo con il quale forma il Corpo di Cristo; [Cf 1Cor 12,13 ] mediante i sacramenti che fanno crescere e guariscono le membra di Cristo; mediante “la grazia degli Apostoli” che, fra i vari doni, “viene al primo posto”; [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 7] mediante le virtù che fanno agire secondo il bene, e infine mediante le molteplici grazie speciali [chiamate “carismi”], con le quali rende i fedeli “adatti e pronti ad assumersi varie opere o uffici, utili al rinnovamento della Chiesa e allo sviluppo della sua costruzione” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 7].

I carismi

799

Straordinari o semplici e umili, i carismi sono grazie dello Spirito Santo che, direttamente o indirettamente, hanno un’utilità ecclesiale, ordinati come sono all’edificazione della Chiesa, al bene degli uomini e alle necessità del mondo.

800

I carismi devono essere accolti con riconoscenza non soltanto da chi li riceve, ma anche da tutti i membri della Chiesa. Infatti sono una meravigliosa ricchezza di grazia per la vitalità apostolica e per la santità di tutto il Corpo di Cristo, purché si tratti di doni che provengono veramente dallo Spirito Santo e siano esercitati in modo pienamente conforme agli autentici impulsi dello stesso Spirito, cioè secondo la carità, vera misura dei carismi [Cf 1Cor 13 ].

801

E’ in questo senso che si dimostra sempre necessario il discernimento dei carismi. Nessun carisma dispensa dal riferirsi e sottomettersi ai Pastori della Chiesa, “ai quali spetta specialmente, non di estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 12] affinché tutti i carismi, nella loro diversità e complementarità, cooperino all'”utilità comune” ( 1Cor 12,7 ) [Cf ibid., 30; Giovanni Paolo II, Esort. ap. Christifideles laici, 24].

In sintesi

802

Gesù Cristo “ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un Popolo puro che gli appartenga” ( Tt 2,14 ).

803

“Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il Popolo che Dio si è acquistato” ( 1Pt 2,9 ).

804

Si entra nel Popolo di Dio mediante la fede e il Battesimo. “Tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo Popolo di Dio” , [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 13] affinché, in Cristo, “gli uomini costituiscano. . . una sola famiglia e un solo Popolo di Dio” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 1].

805

La Chiesa è il Corpo di Cristo. Per mezzo dello Spirito e della sua azione nei sacramenti, soprattutto l’Eucaristia, Cristo, morto e risorto, costituisce la comunità dei credenti come suo Corpo.

806

Nell’unità di questo Corpo c’è diversità di membra e di funzioni. Tutte le membra sono legate le une alle altre, particolarmente a quelle che soffrono, che sono povere e perseguitate.

807

La Chiesa è questo Corpo, di cui Cristo è il Capo: essa vive di lui, in lui e per lui; egli vive con essa e in essa.

808

La Chiesa è la Sposa di Cristo: egli l’ha amata e ha dato se stesso per lei. L’ha purificata con il suo sangue. Ha fatto di lei la Madre feconda di tutti i figli di Dio.

809

La Chiesa è il Tempio dello Spirito Santo. Lo Spirito è come l’anima del Corpo Mistico, principio della sua vita, dell’unità nella diversità e della ricchezza dei suoi doni e carismi.

810

“Così la Chiesa universale si presenta come “un Popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 4].

LETTURE DALL’UFFICIO DELLE LETTURE

Versetto
V. Dio ha fatto risorgere Cristo Signore, alleluia,
R. con la sua potenza farà risorgere anche noi, alleluia.

Prima Lettura
Dalla prima lettera di san Giovanni, apostolo 5, 13-21

La preghiera per chi ha peccato
Carissimi, questo vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio.
Questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta. E se sappiamo che ci ascolta in quello che gli chiediamo, sappiamo di avere già quello che gli abbiamo chiesto.
Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita; s’intende a coloro che commettono un peccato che non conduce alla morte: c’è infatti un peccato che conduce alla morte; per questo dico di non pregare. Ogni iniquità è peccato, ma c’è il peccato che non conduce alla morte.
Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca: chi è nato da Dio preserva se stesso e il maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del maligno. Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna.
Figlioli, guardatevi dai falsi dèi!

Responsorio    Cfr. 1 Gv 5, 20; Gv 1, 18
R. Sappiamo che il Figlio di Dio è venuto * e ci ha dato intelligenza per conoscere il vero Dio, alleluia.
V. Dio, nessuno l’ha mai visto: il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lo ha rivelato,
R. e ci ha dato intelligenza per conoscere il vero Dio, alleluia.

Seconda Lettura
Dal «Commento sul vangelo di Giovanni» di san Cirillo di Alessandria, vescovo   (Lib. 10; PG 74, 434)

Se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore
Cristo aveva compiuto la sua missione sulla terra, e per noi era ormai venuto il momento di entrare in comunione con la natura del Verbo cioè di passare dalla vita naturale di prima a quella che trascende l’esistenza umana. Ma a ciò non potevamo arrivare se non divenendo partecipi dello Spirito Santo.
Il tempo più adatto alla missione dello Spirito e alla sua venuta su di noi era quello che seguì l’ascensione di Cristo al cielo.
Finché Cristo infatti viveva ancora con il suo corpo insieme ai fedeli, egli stesso, a mio parere, dispensava loro ogni bene. Quando invece giunse il momento stabilito di salire al Padre celeste, era necessario che egli fosse presente ai suoi seguaci per mezzo dello Spirito ed abitasse per mezzo della fede nei nostri cuori, perché, avendolo in noi, potessimo dire con fiducia «Abbà, Padre» e praticassimo con facilità ogni virtù e inoltre fossimo trovati forti e invincibili contro le insidie del diavolo e gli attacchi degli uomini, dal momento che possedevamo lo Spirito Santo onnipotente.
Che lo Spirito infatti trasformi in un’altra natura coloro nei quali abita e li rinnovi nella loro vita è facile dimostrarlo con testimonianze sia dell’Antico che del Nuovo Testamento.
Samuele infatti, ispirato, rivolgendo la parola a Saul, dice: Lo Spirito del Signore ti investirà e sarai trasformato in altro uomo (cfr. 1 Sam 10, 6). San Paolo poi dice: E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore. Il Signore poi è Spirito (cfr. 2 Cor 3, 17-18).
Vedi come lo Spirito trasforma, per così dire, in un’altra immagine coloro nei quali abita? Infatti porta con facilità dal gusto delle cose terrene a quello delle sole cose celesti e da una imbelle timidezza ad una forza d’animo piena di coraggio e di grande generosità.
I discepoli erano così disposti e così rinfrancati nell’animo dallo Spirito Santo, da non essere per nulla vinti dagli assalti dei persecutori, ma fortemente stretti all’amore di Cristo.
E’ vero dunque quello che dice il Salvatore: E’ meglio per voi che io me ne ritorni in cielo (cfr. Gv 16, 7). Quello infatti era il tempo in cui sarebbe disceso lo Spirito Santo.

Responsorio    Cfr. Gv 16, 7. 13
R. Se non vado al Padre, non verrà a voi il Consolatore; ma quando sarò andato, ve lo manderò. * Quando verrà lo Spirito di verità, vi guiderà alla verità tutta intera, alleluia.
V. Non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.
R. Quando verrà lo spirito di verità, vi guiderà alla verità tutta intera, alleluia.

LA FAMIGLIA – LE TRE PAROLE

AR  – DE  – EN  – ES  – FR  – HR  – IT  – PL  – PT ]

 

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 13 maggio 2015

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La Famiglia – 14. Le tre parole

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La catechesi di oggi è come la porta d’ingresso di una serie di riflessioni sulla vita della famiglia, la sua vita reale, con i suoi tempi e i suoi avvenimenti. Su questa porta d’ingresso sono scritte tre parole, che ho già utilizzato diverse volte. E  queste parole sono: “permesso?”, “grazie”, “scusa”. Infatti queste parole aprono la strada per vivere bene nella famiglia, per vivere in pace. Sono parole semplici, ma non così semplici da mettere in pratica! Racchiudono una grande forza: la forza di custodire la casa, anche attraverso mille difficoltà e prove; invece la loro mancanza, a poco a poco apre delle crepe che possono farla persino crollare.

Noi le intendiamo normalmente come le parole della “buona educazione”. Va bene, una persona ben educata chiede permesso, dice grazie o si scusa se sbaglia. Va bene, la buona educazione è molto importante. Un grande vescovo, san Francesco di Sales, soleva dire che “la buona educazione è già mezza santità”. Però, attenzione, nella storia abbiamo conosciuto anche un formalismo delle buone maniere che può diventare maschera che nasconde l’aridità dell’animo e il disinteresse per l’altro. Si usa dire: “Dietro tante buone maniere si nascondono cattive abitudini”. Nemmeno la religione è al riparo da questo rischio, che fa scivolare l’osservanza formale nella mondanità spirituale. Il diavolo che tenta Gesù sfoggia buone maniere e cita le Sacre Scritture, sembra un teologo! Il suo stile appare corretto, ma il suo intento è quello di sviare dalla verità dell’amore di Dio. Noi invece intendiamo la buona educazione nei suoi termini autentici, dove lo stile dei buoni rapporti è saldamente radicato nell’amore del bene e nel rispetto dell’altro. La famiglia vive di questa finezza del voler bene.

La prima parola è “permesso?”. Quando ci preoccupiamo di chiedere gentilmente anche quello che magari pensiamo di poter pretendere, noi poniamo un vero presidio per lo spirito della convivenza matrimoniale e famigliare. Entrare nella vita dell’altro, anche quando fa parte della nostra vita, chiede la delicatezza di un atteggiamento non invasivo, che rinnova la fiducia e il rispetto. La confidenza, insomma, non autorizza a dare tutto per scontato. E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore. A questo proposito ricordiamo quella parola di Gesù nel libro dell’Apocalisse: «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3,20). Anche il Signore chiede il permesso per entrare! Non dimentichiamolo. Prima di fare una cosa in famiglia: “Permesso, posso farlo? Ti piace che io faccia così?”. Quel linguaggio educato e pieno d’amore. E questo fa tanto bene alle famiglie.

La seconda parola è “grazie”. Certe volte viene da pensare che stiamo diventando una civiltà delle cattive maniere e delle cattive parole, come se fossero un segno di emancipazione. Le sentiamo dire tante volte anche pubblicamente. La gentilezza e la capacità di ringraziare vengono viste come un segno di debolezza, a volte suscitano addirittura diffidenza. Questa tendenza va contrastata nel grembo stesso della famiglia. Dobbiamo diventare intransigenti sull’educazione alla gratitudine, alla riconoscenza: la dignità della persona e la giustizia sociale passano entrambe da qui. Se la vita famigliare trascura questo stile, anche la vita sociale lo perderà. La gratitudine, poi, per un credente, è nel cuore stesso della fede: un cristiano che non sa ringraziare è uno che ha dimenticato la lingua di Dio. Sentite bene: un cristiano che non sa ringraziare è uno che ha dimenticato la lingua di Dio. Ricordiamo la domanda di Gesù, quando guarì dieci lebbrosi e solo uno di loro tornò a ringraziare (cfr Lc 17,18). Una volta ho sentito dire da una persona anziana, molto saggia, molto buona, semplice, ma con quella saggezza della pietà, della vita: “La gratitudine è una pianta che cresce soltanto nella terra delle anime nobili”. Quella nobiltà dell’anima, quella grazia di Dio nell’anima ci spinge a dire grazie, alla gratitudine. È il fiore di un’anima nobile. È una bella cosa questa!

La terza parola è “scusa”. Parola difficile, certo, eppure così necessaria. Quando manca, piccole crepe si allargano – anche senza volerlo – fino a diventare fossati profondi. Non per nulla nella preghiera insegnata da Gesù, il “Padre nostro”, che riassume tutte le domande essenziali per la nostra vita, troviamo questa espressione: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). Riconoscere di aver mancato, ed essere desiderosi di restituire ciò che si è tolto – rispetto, sincerità, amore – rende degni del perdono. E così si ferma l’infezione. Se non siamo capaci di scusarci, vuol dire che neppure siamo capaci di perdonare. Nella casa dove non ci si chiede scusa incomincia a mancare l’aria, le acque diventano stagnanti. Tante ferite degli affetti, tante lacerazioni nelle famiglie incominciano con la perdita di questa parola preziosa: “Scusami”. Nella vita matrimoniale si litiga, a volte anche “volano i piatti”, ma vi do un consiglio: mai finire la giornata senza fare la pace! Sentite bene: avete litigato moglie e marito? Figli con i genitori? Avete litigato forte? Non va bene, ma non è il vero problema. Il problema è che questo sentimento sia presente il giorno dopo. Per questo, se avete litigato, mai finire la giornata senza fare la pace in famiglia. E come devo fare la pace? Mettermi in ginocchio? No! Soltanto un piccolo gesto, una cosina così, e l’armonia familiare torna. Basta una carezza! Senza parole. Ma mai finire la giornata in famiglia senza fare la pace! Capito questo? Non è facile, ma si deve fare. E con questo la vita sarà più bella.

Queste tre parole-chiave della famiglia sono parole semplici, e forse in un primo momento ci fanno sorridere. Ma quando le dimentichiamo, non c’è più niente da ridere, vero? La nostra educazione, forse, le trascura troppo. Il Signore ci aiuti a rimetterle al giusto posto, nel nostro cuore, nella nostra casa, e anche nella nostra convivenza civile.

E adesso vi invito a ripetere tutti insieme queste tre parole: “permesso”, “grazie”, “scusa”. Tutti insieme: (piazza) “permesso”, “grazie”, “scusa”. Sono le parole per entrare proprio nell’amore della famiglia, perché la famiglia vada rimanga. Poi ripetiamo quel consiglio che ho dato, tutti insieme: Mai finire la giornata senza fare la pace. Tutti: (piazza): Mai finire la giornata senza fare la pace. Grazie.

MEDITAZIONI SUL VANGELO DI LUCA – 5

Diocesi Reggio Emilia
Esercizi spirituali alle Religiose
Clarisse cappuccine di Correggio
(dal 27 Agosto al 1° Settembre 1993)

Meditazioni sul Vangelo di Luca. 2

“Vi annunzio una grande gioia” (Lc 2, 10)

Fonte Sussidi Biblici n. 44 – 45. Edizione San Lorenzo, Reggio Emilia Agosto 1994

Meditazioni predicati da mons. Luciano Monari.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio

Secondo Giorno

28 Agosto 1993

Commento a Rm 12, 1-2

«[1]Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. [2]Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» Rm 12, 1-2).

L’inizio del cap. 12 della Lettera ai Romani è stato scelto come lettura breve del comune delle sante perché contiene in sintesi il significato della vocazione cristiana alla santità.

Questo brano si trova all’inizio della seconda parte della lettera ai Romani; nella prima c’è una lunga trattazione che ha come tema l’opera di redenzione che Dio ha compiuto in Gesù Cristo. S. Paolo poi insiste sul fatto che la condizione dell’uomo in sé è una condizione di miseria e come di condanna a una morte morale e che da questa condanna spirituale alla morte, l’uomo è liberato per il dono gratuito di Dio, per la misericordia di Dio che è donata in Gesù Cristo.

Dopo avere fatto questa lunga dimostrazione, Paolo dice quali conseguenze scaturiscono per il comportamento cristiano dall’azione di Dio, e all’inizio ci sono proprio i due versetti che abbiamo ascoltato.

«Vi esorto per la misericordia di Dio», vuole dire: la misericordia di Dio sta alla base di tutto quello che voi dovete fare; siete oggetto di perdono, di amore, di grazia, di benevolenza da parte di Dio e dovete lasciare che questa misericordia di Dio operi dentro ai vostri cuori e vi rinnovi. Come ricordavamo ieri, l’amore di Dio ci prende così come siamo, ma non ci lascia così come siamo: opera in noi una straordinaria e profonda trasformazione, ci rende figli di Dio e quindi con una possibilità di azione, con un impegno di azione nuovo e grande, quello che s. Paolo descrive con «offrire i nostri corpi come sacrificio vivente santo e gradito a Dio».

Chiaramente “i nostri corpi” indica la totalità della nostra persona; noi dobbiamo offrire tutto quello che siamo, che abbiamo e facciamo; quindi tutte le nostre scelte ed i nostri comportamenti devono diventare «un sacrificio vivente, santo e gradito a Dio». Quello che Dio gradisce ormai non è più un sacrificio di sostituzione, (offro a Dio qualche cosa in sostituzione della mia vita, come per esempio, un capretto o un vitello, che erano la dimensione fondamentale del sacrificio dell’Antico Testamento), ma Dio vuole il sacrificio della nostra vita. È la nostra vita che deve diventare un sacrificio, e naturalmente la parola “sacrificio” va intesa nel suo significato preciso, cioè qualche cosa che viene reso sacro, consacrato, donato a Dio. Sacrificio, prima di tutto, vuole dire non qualche cosa che viene annientato, ma qualche cosa che viene messo nelle mani di Dio, in modo che gli renda gloria.

Trasformare la propria vita, i propri corpi in sacrificio vivente, santo e gradito a Dio vuole dire: la vostra vita è fatta di tante azioni, di tanti comportamenti; fate in modo che queste azioni e questi comportamenti siano graditi a Dio, diventino un soave odore (è un termine tipico del vocabolario sacrificale), in modo che Dio, vedendo ed ascoltando e odorando il vostro comportamento, ne sia contento. Il che significa fondamentalmente, trasformare la propria vita in carità, perché il profumo che Dio gradisce è quello dell’amore, quello della carità, quello del dono. Per fare questo, dice s. Paolo:

«[2]Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto».

«Non conformatevi alla mentalità di questo secolo». Tutto quello che è del mondo, diceva s. Giovanni:

«è concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita» (1 Gv 2, 16).

E quindi egoismo, avidità e orgoglio. Ora, il cammino della vita cristiana è un cammino alternativo rispetto alla mentalità del mondo. Un cammino che cerca di sottrarsi alla presa dell’ambiente, per potere rinnovare il proprio modo di pensare e il proprio modo di agire.

Come? Cercando di discernere la volontà di Dio, di capire che cosa è gradito a Dio, «ciò che è buono, a lui gradito e perfetto».

Allora il cammino della vita cristiana è un cammino di avvicinamento alla volontà di Dio. Fare pienamente la volontà di Dio vorrebbe dire avere già percorso tutto quel lungo cammino che è la salita al monte Carmelo, che è il cammino della perfezione, dell’illuminazione; vorrebbe dire avere lo Spirito Santo così intensamente nei nostri cuori che ogni sentimento è solo un sentimento di bontà, di benevolenza, di amore. Questo per noi è difficile, ma è un cammino da percorrere; ci vorranno degli anni, e forse tutta la nostra vita sarà solo come la premessa alla realizzazione piena della volontà di Dio; ma è quello che il Signore ci dà la forza di fare e ci chiede di fare. Siccome abbiamo ricevuto il dono della misericordia di Dio, la nostra vocazione è trasformare la vita in qualcosa che piaccia a Dio, in un sacrificio gradito a lui.

Allora cominciamo a trasformare il nostro modo di pensare mondano e rendiamolo modo di pensare cristiano, cioè si sintonizzi sulla volontà di Dio, compresa, capita a partire da Gesù Cristo. Quello che a Dio piace ormai lo sappiamo: basta che guardiamo Gesù Cristo, che ascoltiamo le sue parole: sta qui la nostra vocazione.

MEDITAZIONI SUL VANGELO DI LUCA – 4

Diocesi Reggio Emilia
Esercizi spirituali alle Religiose
Clarisse cappuccine di Correggio
(dal 27 Agosto al 1° Settembre 1993)

Meditazioni sul Vangelo di Luca. 2

“Vi annunzio una grande gioia” (Lc 2, 10)

Fonte Sussidi Biblici n. 44 – 45. Edizione San Lorenzo, Reggio Emilia Agosto 1994

Meditazioni predicati da mons. Luciano Monari.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio

Secondo Giorno

28 Agosto 1993

Prima Meditazione

La predicazione di Gesù a Nazareth

Il ministero di Gesù in Galilea comincia con una predicazione a Nazareth, nella sinagoga:

«[14]Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. [15]Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi. [16]Si recò a Nàzaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. [17]Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: [18]Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, [19]e predicare un anno di grazia del Signore. [20]Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. [21]Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi». [22]Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è il figlio di Giuseppe?». [23]Ma egli rispose: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fàllo anche qui, nella tua patria!». [24]Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. [25]Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; [26]ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. [27]C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro. [28]All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; [29]si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. [30]Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò» (Lc 4, 14-30).

Una prima osservazione: anche il vangelo di Matteo e il vangelo di Marco conoscono una visita di Gesù nella sinagoga di Nazareth e una predicazione a Nazareth; ma in Matteo e in Marco questa avviene molto più avanti nel ministero di Gesù: Gesù ritorna a Cafarnao, predica e fa miracoli, poi va nella sua città, a Nazareth. Luca ha spostato volontariamente questo episodio (si capisce infatti che Gesù ha già fatto dei miracoli a Cafarnao).

Per Luca in effetti, questo episodio ha un significato programmatico, è come se nell’esperienza di Nazareth non solo si inaugurasse il ministero di Gesù, ma fosse prefigurato tutto quello che sarebbe accaduto in seguito: per esempio il rifiuto da parte dei suoi; i suoi hanno tentato paradossalmente di ucciderlo, non riescono adesso – non è ancora giunta la sua ora – direbbe s. Giovanni, però comincia un’opposizione radicale, mentre Gesù annuncia l’accoglienza del vangelo da parte dei pagani. C’è il riferimento alla vedova di Zarepta di Sidone nutrita dal dono di Elia e a Naaman il Siro guarito dall’intervento di Eliseo. Sono due pagani che hanno ricevuto la grazia del Signore, e si annuncia quindi che anche nel caso di Gesù succederà che i pagani lo accoglieranno e riceveranno la salvezza di Dio e che invece i suoi, quelli di Nazareth, quelli che gli stanno più vicino, lo rifiuteranno. Per questo, l’episodio ha il significato di programma, perché è in germe il contenuto che sarà svolto nel resto del vangelo.

È un episodio per Luca decisivo, importante. Prima di tutto per il luogo dove avviene: in Galilea. Luca insiste su questo:

«[14]Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo».

Anzi a Nazareth, in una sinagoga. In Galilea ha l’inizio il ministero di Gesù: questo è comune a tutta la tradizione evangelica, infatti ne parlano anche Matteo e Marco. Dal punto di vista religioso, la Galilea era una regione di nessuna importanza: era stata pagana fino a 150 anni prima di Gesù Cristo, poi era stata rievangelizzata e reintrodotta nella vita religiosa di Israele; aveva però conservato molte infiltrazioni di paganesimo; era la “Galilea dei Gentili”, e proprio per questo, a Gerusalemme era considerata con un tantino di disprezzo. Quando nel sinedrio si discuterà su Gesù, se sia veramente uno che viene da Dio o no e Nicodemo avrà il coraggio di dire:

«Non possiamo condannare uno senza prima averlo sentito», e gli diranno: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea» cfr. Gv 7, 51s.).

Ma proprio perché la Galilea dal punto di vista religioso non ha rilevanza, è significativo che Gesù cominci lì! È una logica antica di Dio quella di scegliere le cose che non contano, per vanificare e ridurre al nulla quelle che invece sono forti e potenti. Lo abbiamo ascoltato questa mattina in s. Paolo (1 Cor 1, 27-28): è lo stile di Dio, proprio perché si riveli che solo Dio è Dio e che l’uomo e la realtà umana sono semplicemente strumento della salvezza di Dio, ma non certamente protagonisti. Per questo molto spesso Dio preferisce scegliere degli strumenti da poco, in modo che si riveli con maggior evidenza la sua azione di salvezza. Per questo, probabilmente, Gesù ha scelto la Galilea, la periferia, il paese religiosamente sottosviluppato; vale quel discorso di Isaia: «Le vostre vie non sono le mie vie», dice il Signore (Is 55, 8). Ed è paradossale, ma molto significativo: al tempo di Gesù, la Galilea era disprezzata; passeranno 200 anni e la Galilea diventerà anche per gli Ebrei il centro religioso fondamentale: dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme, i Giudei e i grandi rabbini dovranno abbandonare la Giudea e si ritroveranno in Galilea. Buona parte della tradizione rabbinica è venuta dalla Galilea, dopo Gesù.

Avviene questo capovolgimento: il Signore sceglie le cose piccole, come ci ha insegnato Maria nel Magnificat: abbatte quelli che sono in alto, i forti, i potenti e sceglie i piccoli (cfr. Lc 1, 52). E non perché i Galilei fossero migliori dei Giudei, anzi, anche i Galilei non hanno accolto bene Gesù; semplicemente il Signore sceglie di predicare là perché dal punto di vista religioso, sono disprezzati e rifiutati. È fatta così la scelta di Dio.

Gesù va nella sinagoga e partecipa alla liturgia, così come normalmente si faceva. La liturgia della sinagoga era solo liturgia della parola; non c’era la liturgia del sacrificio che si poteva fare solo nel tempio di Gerusalemme. Quindi si leggeva un brano del Pentateuco, (i primi cinque libri della Bibbia), poi un brano dei profeti che faceva in qualche modo da commento, poi i partecipanti potevano commentare liberamente quello che era stato proclamato; potevano prendere la parola, e quando passava uno che veniva da lontano, lo si invitava a prendere la parola in modo da potere ascoltare una testimonianza di fede che veniva da un’altra esperienza per arricchire la propria.

Così capita a Gesù: va a Nazareth, lo fanno parlare perché ha percorso tutte le regioni circostanti e avrà delle cose da dire. Gesù prende il rotolo, lo apre e legge l’inizio del cap. 61° di Isaia, che è il profeta della speranza, dell’attesa, il profeta messianico per eccellenza. Legge Isaia 61, 1-2 che è una specie di consacrazione profetica: il profeta esprime la consacrazione, la missione che ha ricevuto dal Signore. Una consacrazione che prima di tutto è legata al dono dello Spirito:

«Lo Spirito del Signore è sopra di me» (Is 61, 1a).

Il profeta è come dominato, afferrato dalla presenza dello Spirito di Dio e proprio per questo, se parla, non dice parole sue, ma parole ispirate dallo Spirito, e se opera, non fa azioni sue, ma compie le opere di Dio, opere forti, la cui energia è quella dello Spirito di Dio.

«[1]Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione» (Is 61, 1a).

Per fare che cosa? Per proclamare il vangelo. È significativo: proclamare il vangelo non è una cosa che uno possa fare per volontà sua. Proclamare il vangelo è trasmettere un’energia di salvezza; dicevamo ieri che il vangelo è potenza di Dio che salva, è forza di Dio che salva, allora, per potere annunciare in modo autentico il vangelo, bisogna che ci sia la forza di Dio, altrimenti è solo una parola. La forza di Dio è lo Spirito del Signore che equipaggia il profeta e lo rende capace di proclamare in maniera efficace il vangelo di Dio, un lieto messaggio; anzi, questo lieto messaggio sarà, come vedremo, l’anno di grazia del Signore.

A chi va proclamato il vangelo? Ai poveri, ai prigionieri, ai ciechi, agli oppressi. Questo dice Isaia:

«[18] (…), e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4, 18b).

Che cita Is 61, 1 e Is 58, 6c).

Il messaggio è annunziato a tutte le categorie di persone; anche se qui ne sono elencate solo quattro, vi si possono includere tutte le categorie di bisognosi, di mendicanti, di quelli che desiderano la salvezza, o il capovolgimento della loro sorte, perché si trovano in una condizione di miseria materiale e spirituale, in cui la vita è pesante e oppressiva.

È da notare che Gesù, prendendo questo testo di Isaia, si ferma a un certo punto nella lettura; è normale fermarsi, però è significativo il “dove” si ferma; ecco il testo originale di Isaia:

«[1]Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, [2]a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio (…)» (Is 61, 1-2a).

Questa ultima frase Gesù non l’ha letta, si è fermato prima, dove si dice “a promulgare l’anno di grazia del Signore”. Significa forse che la vendetta del Signore è annullata? Certamente no: la vendetta di Dio è il giusto giudizio di Dio, e Gesù certamente non lo cancella. Ma si può dire che il giudizio di Dio è differito. Infatti secondo il Battista, quando il Messia sarebbe venuto, avrebbe diviso i buoni dai cattivi, avrebbe introdotto i buoni nel suo regno e sterminato gli empi. Per cui il Battista diceva:

«[9]Anzi, la scure è già posta alla radice degli alberi; ogni albero che non porta buon frutto, sarà tagliato e buttato nel fuoco» (Lc 3, 9).

Questa era l’idea di Giovanni il Battista, ma non quella di Gesù. L’idea di Gesù è che adesso è il tempo del perdono, adesso è il tempo della salvezza, quindi se c’è un albero che non porta frutto, non viene tagliato, viene invece lavorato, concimato in modo che possa portare frutto; gli viene dato il tempo; ora è il tempo della pazienza di Dio, è il tempo del perdono. Poi verrà il giudizio, ma verrà al termine del cammino della nostra storia. Ora la presenza di Gesù, la presenza del Messia ci fa entrare nell’anno di grazia del Signore, nell’anno del perdono, della remissione, nell’anno in cui chiunque, anche i peccatori, vengono accolti e perdonati. Gesù sa e ritiene di essere venuto proprio per i peccatori, come medico per i malati; come salvatore, per i disgraziati, per quelli che hanno bisogno della salvezza. Per questo dice: «Adesso è l’anno di grazia del Signore»; verrà anche il giorno della vendetta e nel vangelo questo viene chiamato “giudizio” (anche nella parabola dei talenti c’è il giorno del rendiconto, quando il padrone ritorna), ma per ora il giudizio è rimandato: questo è l’anno di grazia.

L’anno di grazia del Signore è l’anno della benevolenza, dell’amore di Dio; l’anno di grazia del Signore è un’espressione che fa riferimento al libro del Levitico, dove si parla del famoso anno del giubileo:

«[8]Conterai anche sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. [9]Al decimo giorno del settimo mese, farai squillare la tromba dell’acclamazione; nel giorno dell’espiazione farete squillare la tromba per tutto il paese. [10]Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia» (Lv 25, 8-10).

È una legge stranissima, però molto ricca di significato; molto strana dal punto di vista sociale ed economico. L’idea che ci sta sotto è che la Palestina non è una terra qualsiasi, è una terra speciale, non perché dal punto di vista della composizione chimica del terreno sia diversa dalle altre, ma è speciale perché è dono di Dio. È vero che gli Israeliti hanno dovuto sudare le famose sette camicie per conquistarla, però alla fine debbono dire: non l’abbiamo conquistata noi, ce l’ha donata il Signore. Siccome dunque il Signore ha donato la terra, la distribuzione ne deve essere giusta, equilibrata; così la terra viene divisa fra le tribù, poi secondo le famiglie e ciascuna famiglia ha quel pezzo di terra che le garantisce il mantenimento, la sopravvivenza. Però in realtà le cose sono molto più complesse: un anno può venire bel tempo o brutto tempo, o la carestia da una parte e non da un’altra; può piovere su un campo e non su quell’altro; c’è poi chi è capace di amministrare bene il suo podere e chi invece non è capace; c’è chi per qualche motivo, per una malattia, per esempio, perde il raccolto…, e così via; quindi avvengono delle differenze e succede che uno è costretto a vendere il suo pezzo di terra, addirittura può capitare che uno sia costretto a vendere se stesso come servo di un’altra famiglia, di un’altra casa.

Tuttavia, dice il libro del Levitico, il 50° anno, chi ha venduto o perso il suo terreno lo ritrova, gli viene restituito; chi è andato schiavo o servo di qualcun altro, ritorna alla sua famiglia, libero. Il 50° anno riporta la giustizia originale; l’uomo non riesce a custodire in modo perfetto la giustizia e l’uguaglianza tra le persone e le famiglie, ebbene, questa uguaglianza la rifà Dio, nell’anno del giubileo, anno della remissione. In quell’anno chi ha debiti, gli vengono cancellati; ciascuno è libero da tutte le schiavitù e recupera tutti i suoi beni. Ora, dal punto di vista economico, è una legge strana, e di fatto, dicono gli esperti, non è mai stata messa in pratica veramente. Ma aveva un valore ideale, perché richiamava la fondamentale uguaglianza di tutti gli Israeliti: siccome la terra è dono di Dio, con i doni di Dio non si può cercare di prevalere sugli altri o contro gli altri: ora, questa legge voleva richiamare un cambiamento di mentalità.

Ebbene, Gesù annuncia l’anno di grazia del Signore, l’anno del recupero dell’integrità originaria; naturalmente, non inteso dal punto di vista economico (Gesù infatti non ha mai predicato perché le proprietà venissero riportate agli antichi proprietari: ed era, tra l’altro, ormai impossibile sapere chi fossero, al tempo di Gesù): però a quell’anno di grazia Gesù dà, evidentemente, un grande valore simbolico: quando Dio ha fatto l’uomo, lo ha fatto a sua immagine e somiglianza, bello, integro, buono e sano, sincero e generoso. È proprio così l’uomo adesso?

Ora nell’uomo l’immagine di Dio si è offuscata, la lontananza da Dio è cresciuta; ora è entrato un peso di egoismo, di ipocrisia, di falsità e di avidità; ma adesso è l’anno di grazia del Signore, quello in cui tutti i debiti vengono cancellati, e tutti i peccati perdonati. Dio mette cioè una forza di grazia e di perdono dentro alla storia umana, capace di cancellare ogni miseria.

Ecco il ministero di Gesù. Se Gesù guarisce per esempio i malati, se libera gli indemoniati, se perdona i peccatori, questo vuol dire che l’anno di grazia del Signore è qui, è presente. Quale che sia la tua condizione, adesso Dio ti rifà bello, integro, ti riporta alla sua immagine e somiglianza piena; ti crea un cuore buono:

«Crea in me, o Dio, un cuore buono, rinnova in me uno spirito saldo» (Sal 51, 12).

È questo che il Signore sta facendo adesso.

A chi? Ai poveri, ai prigionieri, agli oppressi, ai ciechi. Evidentemente questo va inteso in senso concreto e nello tempo in senso profondo, simbolico: prigionieri sono quelli che stanno in galera, ma prigionieri siamo alla fine anche noi di tutto quello che ci impedisce di realizzare la vocazione di Dio. C’è chi è prigioniero dei soldi, che non è capace di fare del bene perché i soldi glielo impediscono, per il grande attaccamento.

Così, siamo schiavi della bella figura: spesso facciamo o non facciamo una cosa non perché è giusta o sbagliata, ma per ottenere l’applauso o evitare un rimprovero: allora la bella figura prevale sulla verità e sul bene.

Così, uno è schiavo del successo, ecc.

Quando, dunque, ci sono altri poteri, altre forze al di fuori della volontà di Dio che determinano le nostre scelte e i nostri comportamenti, siamo prigionieri.

  1. Paolo ricorda questo molto bene, quando al cap. 7° della Lettera ai Romani descrive la condizione dell’uomo disgraziato (siamo noi): nel suo cuore egli si rende conto di cosa è il bene, di cosa è la giustizia e vorrebbe farla, ma non ci riesce: quando cerca di fare il bene, si trova accanto una forza che lo piega al male, che chiama il peccato. Il peccato è come una potenza che trascina l’uomo lontano dal suo bene, lontano dalla sua verità (cfr. Rm 7, 14-24).

Prigionieri e ciechi!

“Ciechi” evidentemente ancora nella vita spirituale: quando non riusciamo a vedere la verità delle cose, a vedere quello che conta e quello che non conta, quando diamo più valore a certe realtà perché sono immediatamente sensibili, che non ad altre che non si riconoscono subito. Spesso siamo sensibili solo a certe lunghezze d’onda; siamo sensibili, per esempio, alla lunghezza d’onda del denaro; mentre siamo come ciechi di fronte ad altre: per esempio: la santità, che pare sia passata un tantino di moda.

Così, ancora, si parla di “mettere in libertà gli oppressi”, e l’oppressione è tutto quello che impedisce all’uomo di respirare a pieni polmoni la vita, di gioire per la vita che il Signore gli ha dato. Ci sta dentro la tristezza, e forse per l’uomo di oggi, la noia. l’uomo tende ad essere annoiato perché vive l’esperienza dell’insignificanza, quando cioè non c’è niente che abbia più un valore assoluto. Ora, quando non c’è niente per cui vale la pena morire, non c’è niente per cui vale la pena vivere, allora, la vita diventa annoiata, insignificante, inutile; e c’è chi la riempie con una partita a scacchi o a canasta, per passare il tempo, e non sentirne troppo l’angoscia. Forse dietro a tanti comportamenti, anche moralmente sbagliati, dell’uomo di oggi ci sta, forse, semplicemente questa incapacità di dare valore alla vita, alle cose.

Ecco perché lo Spirito del Signore è su Gesù Cristo: perché annunci il vangelo, un lieto annuncio, perché predichi l’anno di grazia del Signore.

Per quello che riguarda noi, bisogna riaprire la porta alla speranza, risentire il valore di certe espressioni dei Salmi che dicono: «Fino a quando, Signore?». “Fino a quando” vuole dire: Sì, sono in una condizione di miseria e di sofferenza, ma spero, desidero, attendo qualche cosa di altro. «Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi?» (Sal 13, 2-3). La nostra povertà deve diventare desiderio forte della salvezza di Dio, proprio perché siamo consapevoli di essere poveri, poveri spiritualmente.

«[20]Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. [21]Allora cominciò a dire: Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi. [22]Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: Non è il figlio di Giuseppe?» ( Lc 4, 20-22).

La parolina che più interessa è “oggi”.

Una parola importante nella Bibbia. È importante, per esempio, nel libro del Deuteronomio dove ogni tanto viene fuori: «il Signore ha stabilito l’alleanza con noi che siamo qui oggi tutti in vita» – diceva Mosè – (Dt 5, 3). È anche la parola della liturgia. Nella liturgia non si dice mai “ieri è successo questo e quest’altro…” No, oggi! Oggi il Signore parla! Oggi il Signore agisce! Nella liturgia si dice: Parola che il Signore dice oggi. Nella liturgia diventa attuale anche il passato, anche l’esodo dall’Egitto che è di 3000 anni fa.

Oggi” è la parola importante che domina anche il vangelo di s. Luca. Quando nel tap. 2 viene annunciata la nascita di Gesù, l’angelo dice ai pastori:

«[10] (…) Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: [11]oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2, 10-11).

Da notare: non “oggi è nato”, ma “oggi vi è nato”, cioè è nato per voi! Non è una notizia qualunque: è una notizia che ci coinvolge, che ci riguarda. Questo “oggi” è l’oggi di Gesù, ma è anche il nostro: la sua nascita, la sua predicazione riguarda esattamente noi e riguarda la nostra vita.

Così, più avanti, quando Gesù guarisce un paralitico:

«[26]Tutti rimasero stupiti e levavano lode a Dio; pieni di timore dicevano: Oggi abbiamo visto cose prodigiose» (Lc 5, 26).

Ancora, quando Gesù va in casa di Zaccheo, gli dice:

«…Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19, 5b);

e poco dopo:

«[9]Gesù gli rispose: Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo» (Lc 19, 9).

Anche nell’episodio della passione, Gesù dice al buon ladrone:

«(…) In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23, 43).

Questo “oggi” è l’oggi della salvezza.

Sono «[16]beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. [17]In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l’udirono!» (Mt 13, 16-17).

Sono beati i vostri occhi perché hanno visto Gesù Cristo e sono beati i vostri orecchi perché hanno ascoltato la sua parola, perché oggi è entrata dentro alla vostra vita la salvezza di Dio, che è presente in Gesù Cristo.

In realtà una delle cose che rendono fiacca la vita religiosa è l’abitudine. L’abitudine dice “ieri”: faccio una cosa perché l’ho fatta ieri. Invece no! Oggi è una giornata nuova, oggi c’è un intervento nuovo del Signore; ogni Eucaristia è nuova e ogni ascolto della parola di Dio è nuovo. Se uno riuscisse ad avere questo senso dell’oggi, la vita diventerebbe più ricca. Bisogna però che il cristiano non diventi ossessionato, nella paura di perdere il tempo attuale, ma resti aperto all’incontro di oggi con il Signore. Quindi la preghiera di oggi è una preghiera nuova, anche se sono le stesse parole che abbiamo detto ieri, una settimana fa…; le parole si ripetono, ma quello che non si ripete è l’esperienza, la situazione, la comunione con il Signore: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura».

Segue la reazione a questa predicazione del Signore. Dice il vangelo di Luca che c’è, prima di tutto, una reazione positiva:

«[22]Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca» (Lc 4, 22).

“Parole di grazia” cioè parole che portano dentro di sè la bellezza del dono di Dio, parole che risanano, che guariscono le ferite, che tolgono la disperazione, che stimolano la carità, l’amore fraterno, parole “belle”, della bellezza di Dio, che rendono bello l’uomo, e quando arrivano dentro all’uomo lo sottomettono alla grazia di Dio.

Di Maria l’angelo dice: “piena di grazia”, cioè bella per quel dono di grazia che hai ricevuto da Dio.

Ecco, le parole del Signore fanno questo: rendono “bella” la creatura alla quale si rivolgono, bella per la grazia di Dio, per il suo dono.

La prima reazione è evidentemente positiva: dovremmo stupirci anche noi, e gioire per le parole di grazia che escono dal Signore.

Ma poi, paradossalmente, c’è anche una reazione negativa, alla cui origine sta quello che ricordavamo ieri: lo scandalo dell’umanità di Gesù. Dicono «Non è il figlio di Giuseppe?»: questa frase è una incrinatura nella fede in Gesù, perché vuole dire: lo abbiamo sempre conosciuto, è sempre vissuto con noi, ha imparato a camminare in mezzo a noi, ha imparato a parlare, gli abbiamo insegnato noi molte cose, ha imparato a fare il falegname; e adesso si mette a fare il maestro, il liberatore? Che cosa pretende? Perché si mette in questa situazione di superiorità nei nostri confronti? Il che esprime la difficoltà di riuscire ad accettare insieme le due cose: che Gesù sia proprio uno di noi, perfettamente uomo, e che nello stesso tempo Gesù sia salvatore e Figlio di Dio, che sia quindi in grado di salvare la nostra vita; è uno di noi, ma è anche il nostro salvatore e redentore. Mettere insieme queste due cose è tutt’altro che facile, e gli abitanti di Nazareth vorrebbero come garanzia un segno:

«Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!» (Lc 4, 23).

Vorremmo perciò un qualche segno per dimostrare che tu sei il nostro salvatore, che sei il Figlio di Dio, che sei quello che dici.

Ora, è significativo e molto importante: Gesù fa i miracoli, certamente, ma non li fa mai per sè, per raccomandare se stesso, o per affermare il suo potere e tanto meno per salvare se stesso.

Gesù ha un potere immenso, è onnipotente del potere di Dio, ma questo potere lo ha solo a favore degli altri, non lo usa mai per la sua protezione.

Quindi: «medico, cura te stesso» somiglia a: «se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce… noi ti crederemo» (Mt 27, 40-42). Proprio perché è Figlio di Dio non scende dalla croce, e proprio perché è Figlio di Dio non usa il potere a suo vantaggio.

Era quello che il satana gli aveva proposto, in Mt 4, 3-11: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane»; diventa il padrone del mondo; buttati giù dal pinnacolo del Tempio e non morire; serviti del tuo potere.

La caratteristica di Gesù è invece un’altra:

«Tu (Padre) gli hai dato potere sopra ogni essere umano perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato» (Gv 17, 2-3).

Questo è il potere di Gesù: dare la vita eterna. Per questo Gesù ha sempre rifiutato ogni miracolo, quando gli veniva chiesto come segno, come garanzia, come raccomandazione.

Gesù non fa raccomandazioni per se stesso, e i miracoli li fa sempre e solo quando c’è qualcuno che glielo chiede: dove c’è un bisogno, dove c’è qualcuno che stende la mano, Gesù non ha mai detto di no.

È la prospettiva del dono, dell’amore, quella in cui gli abitanti di Nazareth fanno fatica ad entrare. Per loro, il fatto che Gesù non compia miracoli a suo vantaggio è segno che in realtà non è il Figlio di Dio; hanno una loro concezione di Figlio di Dio e Gesù non corrisponde a quella concezione. Il che poi non è strano: che Dio sia diverso da come ce lo immaginiamo noi è anzi comprensibile, infatti Dio non è una proiezione dei nostri desideri e delle nostre attese.

Per questa conclusione paradossale, i Nazaretani tentano di uccidere Gesù. Paradossale, anche se corrisponde a una prescrizione del Deuteronomio, dove si diceva che un falso profeta deve essere messo a morte (cfr Dt 13, 6).

«Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò» (Lc 4, 30).

Se ne va perché non è ancora giunta la sua ora; siamo davanti a un episodio simbolico, che annuncia quanto accadrà più tardi. E c’è la tristezza per un popolo che non ha saputo cogliere il tempo della salvezza e della grazia.

«Oggi si è compiuta questa Scrittura…»: sono parole per voi, per la vostra grazia, per la vostra salvezza; ma gli abitanti di Nazareth non hanno saputo cogliere questo “oggi”.

C’è anche per noi l’invito a recuperare il senso dell’oggi: perché è ancora oggi, in questo giorno di esercizi spirituali, in questo giorno di Eucaristia che il Signore passa.

Che il Signore possa trovare in noi una disponibilità e una attesa grande, aperta. Amen.

MEDITAZIONI SUL VANGELO DI LUCA – 3

Diocesi Reggio Emilia
Esercizi spirituali alle Religiose
Clarisse cappuccine di Correggio
(dal 27 Agosto al 1° Settembre 1993)

Meditazioni sul Vangelo di Luca. 2

Vi annunzio una grande gioia (Lc 2, 10)

Fonte Sussidi Biblici n. 44 – 45. Edizione San Lorenzo, Reggio Emilia Agosto 1994

Primo Giorno

27 Agosto 1993

Seconda Meditazione

La trilogia iniziale

Meditiamo Luca 3, 21 – 4, 12. Sono tre sezioni che costituiscono una specie ili trilogia iniziale: il battesimo di Gesù, la genealogia di Gesù e il racconto delle tentazioni nel deserto. Questi tre episodi fanno come da introduzione al ministero pubblico del Signore e danno un punto di riferimento fondamentale.

«[21]Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì [22]e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (Lc 3, 21-22).

La prima domanda che viene come inevitabile è proprio quella sul significato del battesimo di Gesù: perché Gesù si è fatto battezzare? e perché da Giovanni il Battista? tenendo presente che il battesimo di Giovanni Battista è un battesimo di conversione per la remissione dei peccati.

È comprensibile che Giovanni Battista annunci il tempo nuovo che si inaugura proprio con un rito come il battesimo, ma è più difficile capire perché Gesù si sia sottomesso al battesimo. È una domanda che si sono fatti anche i primi cristiani e alla quale hanno fatto fatica a rispondere. C’è un tentativo di risposta nel vangelo di Matteo quando Gesù va dal Battista il quale dice:

«Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me? [15]Ma Gesù gli disse: Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia» (Mt 3, 14-15a).

In altre parole: c’è una volontà misteriosa di Dio e a questa volontà è giusto che ci sottoponiamo tu ed io. Anche se questo può apparire strano ad uno sguardo superficiale, il discorso si ripropone: qual è allora questo disegno, qual è questa giustizia misteriosa che Gesù adempie proprio sottomettendosi al battesimo?

Credo che lo si possa capire partendo da un altro versetto di Luca, dove Gesù, mentre è in viaggio verso Gerusalemme, cioè verso la sua passione, dice:

«[50]C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!» (Lc 12, 50).

Naturalmente, il riferimento è alla passione. Essa viene considerata da Gesù come un battesimo che egli desidera intensamente perché è il compimento della sua vita, noi diremmo: è il compimento della sua vocazione, della missione che ha ricevuto dal Padre. Il battesimo di Giovanni Battista per Gesù è un anticipo, una prefigurazione della passione. In altre parole, nella sua passione Gesù si sottomette alla pena e alla sofferenza dell’uomo a motivo del peccato; Egli è innocente ma viene trattato come un peccatore, viene condannato e porta sopra di sé il peso del peccato degli uomini. Ora nel battesimo, Gesù inizia questo itinerario di solidarietà. C’è una folla di gente, secondo s. Luca, che va da Giovanni Battista a farsi battezzare; è la folla che rappresenta l’umanità peccatrice. Gesù si mescola con quella folla; non è peccatore, ma si mette insieme con i peccatori e prende sopra di sé la loro condizione, il peso e la sofferenza della loro vita, perché è venuto proprio per questo. Il battesimo di Gesù è dunque una scelta di solidarietà, di condivisione, come tutta la sua vita è una scelta di solidarietà e di condivisione. L’incarnazione ha questo significato: invece di salvare da lontano, come avrebbe anche potuto, Dio salva mescolandosi a noi, solidarizzando con noi.

Con questo si capisce anche che siamo al punto di arrivo di un itinerario ancora più lungo, che inizia non solo con il battesimo di Gesù, ma già dall’Antico Testamento, perché l’idea di diventare solidale con gli uomini è il progetto di Dio, da sempre. Quando il Signore libera Israele dall’Egitto, lo libera non semplicemente con la sua potenza, ma camminando insieme con il suo popolo; la colonna di nube e di fuoco rappresenta la vicinanza e la protezione di Dio; l’arca dell’alleanza dopo l’incontro di Mosè al Sinai, rappresenta ancora la presenza di Dio: l’arca accompagnerà Israele nei suoi quarant’anni di pellegrinaggio nel deserto. L’arca dell’alleanza diventerà il tempio di Gerusalemme dove l’arca verrà insediata; il tempio di Gerusalemme è il luogo dove Dio abita: Dio, 1’immensamente grande, colui che i cieli dei cieli non riescono a contenere, si accosta all’uomo e si mette dentro l’esperienza degli uomini, vive ed è solidale con loro. Tanto è solidale con loro che, secondo l’esperienza del profeta Ezechiele (cfr. Ez 22, 26; 36, 16-38), Dio ha patito il disonore a motivo dell’infedeltà di Israele. Siccome il popolo di Dio non si è comportato bene, ma al contrario è stato un popolo infedele, Dio ha preso su di sé il disonore di avere un popolo così. Siccome però Dio è legato a Israele e non ha rifiutato la solidarietà, Dio porta il peso del disonore. Se il nome del Signore è stato profanato a motivo dei peccati d’Israele, vuol dire che il nome del Signore era così vicino a Israele, così legato a lui che il peccato di Israele è ricaduto sopra il Signore stesso.

Allora, il cammino della solidarietà è il cammino di tutta la storia della salvezza che in Gesù Cristo raggiunge il culmine e la perfezione perché oltre che farsi uomo, egli ha assunto il destino dell’uomo come destino di morte. Il battesimo di Gesù si colloca in questa linea.

Ecco perché, dice Lc 3, 21-22:

«[21]Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì [22]e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba».

“Il cielo si apri”, vuole dire che quel firmamento che sembrava separare il mondo di Dio da quello degli uomini, viene aperto. Il firmamento era immaginato dagli antichi come una specie di calotta di metallo o di bronzo, alla quale erano appese le stelle, e separava il mondo di Dio che era sopra al firmamento, dal mondo degli uomini che stava sotto; tra il mondo di Dio e quello degli uomini non c’è comunicazione, non c’è una via di passaggio.

Ma il profeta Isaia aveva sperato che questo passaggio potesse un giorno aprirsi. Scrive il profeta Isaia:

«[19]Siamo diventati come coloro su cui tu non hai mai dominato, sui quali il tuo nome non è stato mai invocato. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti» (Is 63, 19).

Per capire meglio, si possono leggere i versetti precedenti dove il profeta descrive la condizione di disorientamento, di solitudine e di abbandono del popolo:

«[17]Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema?» (Is 63, 17a).

Abbiamo un cuore indurito, camminiamo lontano dalla volontà del Signore, e questa è la nostra sofferenza, la nostra disperazione. Perché, Signore, ci lasci andare così? Vieni a cercarci, siamo diventati come coloro sui quali tu non hai mai dominato, come se non avessimo mai avuto un padre, come se non avessimo mai avuto un Dio, come se fossimo sempre stati senza un’identità, senza significato. “Oh, se tu squarciassi i cieli e scendessi!”: se finalmente quella distanza che c’è tra Dio e noi fosse colmata e certamente non la possiamo colmare noi. Infatti, non dice Isaia. “Oh, se potessimo salire in alto!”, ma “se tu squarciassi i cieli e scendessi”: indica, dunque, quest’immagine dei cieli aperti, la comunicazione di Dio, l’apertura, il dono della vita di Dio agli uomini, e in Lc, concretamente, indica il dono fondamentale dello Spirito Santo: “e scese su di lui lo Spirito Santo, in apparenza corporea come di colomba”. A questo proposito, bisognerebbe leggere molti testi, ancora nell’Antico Testamento, come Isaia cap. 11°: qui il Messia viene presentato come colui su cui lo Spirito Santo scende e si ferma e che lo Spirito equipaggia con tutte quelle doti che gli permettono di realizzare la sua vocazione di Messia. Occorre notare però che nell’Antico Testamento la colomba era simbolo del popolo di Dio, d’Israele.

Lo Spirito Santo scende su Gesù in apparenza corporea come di colomba: Luca e tutto il Nuovo Testamento vogliono indicare che Gesù rappresenta la sintesi di tutto il popolo di Dio; il vero Israele, l’Israele autentico, fedele, in comunione con Dio è proprio lui: Gesù Cristo.

Siccome è perfettamente uomo, è pienamente solidale con noi, ma nello stesso tempo è perfettamente Dio, perfettamente in sintonia con Dio, è pienamente obbediente al Padre, legato al Padre da quell’amore che si chiama Spirito Santo. Allora lo Spirito Santo scende su di lui e crea tra Gesù e il Padre quel legame che è comunione perfetta, sintonia e armonia piena: “e vi fu una voce dal cielo: Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto”. Anche qui evidentemente l’immagine è la stessa: figlio di Dio, nell’Antico Testamento, è Israele che il Signore ha educato come un figlio, che ha chiamato dall’Egitto, al quale ha insegnato a camminare, al quale ha dato da mangiare, che ha amato con un amore di tenerezza, di misericordia. Questo figlio ora è Gesù Cristo, e proprio in Gesù Cristo l’idea del popolo di Dio fedele si realizza pienamente, come vedremo.

Subito dopo il Battesimo, s. Luca inserisce la genealogia di Gesù:

«[23]Gesù quando incominciò il suo ministero aveva circa trent’anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli, [24]figlio di Mattàt, figlio di Levi, figlio di Melchi, figlio di Innài, figlio di Giuseppe, [25]figlio di Mattatìa, figlio di Amos, figlio di Naum, figlio di Esli, figlio di Naggài, [26]figlio di Maat, figlio di Mattatìa, figlio di Semèin, figlio di Iosek, figlio di Ioda, [27]figlio di Ioanan, figlio di Resa, figlio di Zorobabèle, figlio di Salatiel, figlio di Neri, [28]figlio di Melchi, figlio di Addi, figlio di Cosam, figlio di Elmadàm, figlio di Er, [29]figlio di Gesù, figlio di Elièzer, figlio di Iorim, figlio di Mattàt, figlio di Levi, [30]figlio di Simeone, figlio di Giuda, figlio di Giuseppe, figlio di Ionam, figlio di Eliacim, [31]figlio di Melèa, figlio di Menna, figlio di Mattatà, figlio di Natàm, figlio di Davide, [32]figlio di Iesse, figlio di Obed, figlio di Booz, figlio di Sala, figlio di Naàsson, [33]figlio di Aminadàb, figlio di Admin, figlio di Arni, figlio di Esrom, figlio di Fares, figlio di Giuda, [34]figlio di Giacobbe, figlio di Isacco, figlio di Abramo, figlio di Tare, figlio di Nacor, [35]figlio di Seruk, figlio di Ragau, figlio di Falek, figlio di Eber, figlio di Sala, [36]figlio di Cainam, figlio di Arfàcsad, figlio di Sem, figlio di Noè, figlio di Lamech, [37]figlio di Matusalemme, figlio di Enoch, figlio di Iaret, figlio di Malleèl, figlio di Cainam, [38]figlio di Enos, figlio di Set, figlio di Adamo, figlio di Dio» (Lc 3, 23-38).

È molto bella questa genealogia e dice alcune cose importanti; è vero che è una serie pesante di nomi che si ripetono; però, proprio perché un nome vale l’altro, la genealogia dice che Gesù è inserito nella trama normale della storia umana. È come se si fosse innestato nelle realtà umane più semplici.

Nella genealogia di Gesù ci sono degli illustri sconosciuti che non hanno Fatto niente e di cui non rimane alcun ricordo se non il nome. Queste persone sono nate, hanno sofferto, hanno amato, sono morte, come tutti; sono persone passate senza lasciare un segno; però questi sono gli antenati di Gesù, e la speranza di Israele è passata anche attraverso di loro, perché Gesù potesse essere pienamente e perfettamente uomo: ed è necessario che Gesù sia perfettamente uomo, se vuole salvare l’umanità. Questa genealogia dà dunque valore alla vita umana, anche alla vita umana nascosta, non gloriosa, luogo però dove la speranza di Dio passa e si realizza.

Se gli antenati di Gesù sono persone sconosciute e oscure, allora la vita anche oscura, anche nascosta è immensamente preziosa, porta la speranza di Gesù.

La seconda osservazione: la genealogia di s. Luca arriva fino ad Adamo. Anche Matteo ha una genealogia ma comincia da Abramo:

«[1]Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. [2]Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, [3]Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esròm, Esròm generò Aram, [4]Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmòn, [5]Salmòn generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, [6]Iesse generò il re Davide. Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, [7]Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asàf, [8]Asàf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, [9]Ozia generò Ioatam, Ioatam generò Acaz, Acaz generò Ezechia, [10]Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, [11]Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia» (Mt 1, 1-10).

La genealogia di Matteo è quindi pienamente ebraica, e fa riferimento alle promesse ad Abramo e a Davide.

Invece la genealogia di Luca risale al progenitore dell’umanità intera, ad Adamo, e questo dà evidentemente alla genealogia un significato universale. S. Luca vuole sottolineare che Gesù è fratello di tutti gli uomini, proprio perché è figlio di Adamo e quindi appartiene alla razza umana in quanto tale; Adamo era stato creato a immagine e somiglianza di Dio, ma aveva perduto questa immagine e somiglianza a motivo del suo peccato. Ora Gesù ricostruisce questa somiglianza, perché Gesù è davvero il Figlio di Dio fatto a sua immagine. Quando il Padre guarda Gesù, rivede la propria immagine, il proprio amore e la propria santità, vede la propria verità. Quindi Gesù realizza quella vocazione umana che l’uomo non è mai stato in grado di realizzare, perché non è mai stato all’altezza della sua vocazione: aveva la vocazione alla somiglianza con Dio, ma l’ha persa per la sua volontà di autosufficienza, di affermazione di sé, per l’incapacità di fidarsi pienamente di Dio. La vocazione umana si compie invece con Gesù, perché l’uomo vero è Lui, l’uomo perfetto, realizzato nella sua dimensione più profonda.

Questo discorso viene ripreso da s. Paolo nelle sue lettere, in particolare nella lettera ai Colossesi:

«[15]Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura» (Col 1, 15),

E ancora:

[9]È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2, 9).

Siccome Dio è in Cristo, Cristo è a immagine e somiglianza di Dio ed è così l’uomo pienamente realizzato. Allora con Gesù, con il suo battesimo, con la sua vita, nasce una umanità nuova. C’è un’umanità che viene da Adamo e che proprio per questo è segnata dalla realtà del peccato. Ma c’è un’umanità che viene da Cristo e che proprio per questo vive una solidarietà di fede e di amore, ed è un’umanità universale aperta a tutti; Cristo è il secondo Adamo e riconduce l’umanità alla pienezza dei suoi compiti, del suo cammino.

Allora, visto che Gesù è il vero Israele, il vero Figlio di Dio e il vero uomo nello stesso tempo, che la vocazione di Israele e la vocazione dell’umanità si realizzano in Cristo, possiamo capire anche il terzo episodio, cioè il racconto delle tentazioni nel deserto.

C’è un legame stretto tra il racconto del battesimo e quello delle tentazioni. Nel Battesimo, la voce di Dio ha detto:

[3]Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane» (Lc 4, 3);

è una verifica di quello che è stato proclamato nel battesimo. Se è Figlio di Dio, deve essere onnipotente, deve avere un potere e un dominio universale, deve avere a sua protezione la mano di Dio, dice il Satana. Quindi verifichiamo so è veramente Figlio di Dio, e verifichiamo anche che cosa vuole dire Figlio di Dio, come lo intende il Satana e come lo intende Gesù.

Inoltre in questo episodio Gesù riprende e rifà l’esperienza che aveva fatto Israele nel deserto. Anche Israele nel deserto aveva patito la tentazione della fame, della sete, dell’idolatria, ma aveva ceduto alle tentazioni, infatti aveva mormorato, aveva fatto il vitello d’oro e quindi aveva abbandonato il Signore, si era unito a popoli idolatri. Nel deserto dunque Israele non aveva saputo realizzare la sua vocazione di figlio di Dio, non si era comportato correttamente da figlio di Dio.

Ma non solo! In questo racconto evangelico si trova anche il richiamo alla tentazione di Adamo. All’inizio della storia dell’umanità Adamo ha dovuto affrontare la prova, e non ha fatto una gran bella figura! Israele e Adamo si ritrovano adesso in Gesù. Dicevamo che Gesù è il nuovo Israele, che Gesù è il novo Adamo; ora lo troviamo nella tentazione e nella prova per vedere come reagisce e quale tipo di risposta dà. Le tre tentazioni sono quelle classiche, si ritrovano anche nel vangelo di Matteo (4, 1-11), se pure con un ordine diverso: la seconda e la terza tentazione sono invertite, rispetto a Luca.

La prima tentazione

«Quando furono terminati (i quaranta giorni del digiuno) Gesù ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane» (Lc 4, 2b-3).

È la tentazione che nasce dal bisogno. L’uomo, per natura sua, è un essere bisognoso, povero. È bisognoso materialmente perché ha bisogno di pane, di acqua, di vestiti, di casa. È povero anche spiritualmente: ha bisogno di amicizia e di gratificazione, di verità e di amore, di rispetto.

È possibile all’uomo vivere, solo se questi bisogni sono almeno in parte saziati.

La tentazione, il rischio sta nel diventare schiavi del bisogno e nel sottomettere tutta la propria vita ai bisogni da soddisfare. In altre parole: siccome per vivere ho bisogno di pane, ho la tentazione di vivere per il pane e allora il pane (e il pane vuol dire i soldi) diventa la realtà più importante della mia vita. In questo modo, il denaro diventa evidentemente il mio salvatore: io metto la mia vita nelle mani del pane, dei soldi, delle cose perché il pane, i soldi, le cose mi danno la salvezza. Questo si chiama idolatria. C’è un’idolatria che è propria del bisogno, quando l’uomo mette il possesso delle cose al di sopra di tutto; quando l’avere gli interessa più dell’onestà, della capacità d’amore, di dono.

La risposta di Gesù:

«[4]Gesù gli rispose: Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo» (Lc 4, 4).

Il pane è certamente un bisogno dell’uomo, ma non è il bisogno assoluto, non è tutto. Quel che libera l’uomo di fronte alle cose è la capacità di non considerarle più come se fossero tutto. L’idolo è pericoloso proprio per questo, perché tiene il posto di Dio, perché si presenta come il salvatore, come il tutto: quando mi comanda l’idolo, mi comandano i soldi e mi dicono cosa debbo o non debbo fare.

Se invece mi rimane la consapevolezza che non di solo pane vivrà l’uomo, che c’è qualche cosa di più al di là del pane materiale, allora mangerò anche il pane materiale, ma non ne sarò schiavo; lo cercherò perché ne avrò bisogno, ma non diventerà il padrone della mia vita. Il padrone della mia vita rimane solo Dio.

L’uomo dunque è bisognoso, ma nessun bisogno dell’uomo è assoluto: al limite, neanche la vita. C’è qualcosa che vale più della vita e per la quale l’uomo deve essere capace anche di sacrificare la vita.

Il martirio è questo: ho bisogno di vita, ho sete di vita, ma ci può essere una situazione, situazioni limite, in cui viene richiesto di mettere anche la vita in secondo piano, di considerare qualche cosa come ancor più importante. Se questa succede, allora rimango una persona libera, e il bisogno non mi ha reso schiavo delle cose e delle potenze che stanno dietro alle cose.

«[5]Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: [6]«Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. [7]Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo» (Lc 4, 5-7).

Cioè: se sei figlio di Dio, sei anche dominatore e signore del mondo. Ma, dice il satana, per esercitare davvero una sovranità sul mondo, bisogna ricevere il potere da lui. E per ricevere il potere da satana uno deve accettare la sua logica, la logica dei suoi comportamenti, il criterio delle sue scelte. Cioè, il satana dice a Gesù Cristo: “Se vuoi essere il padrone del mondo bisogna che tu mi segua, bisogna che tu sia abbastanza violento, capace di ingannare, capace di sedurre, comperando la gente; bisogna cioè che accetti la logica del potere ad ogni costo, del potere come valore assoluto e al di sopra di ogni altra cosa. E se i tu accetti questo, devi venirmi dietro: io solo ho in mano il potere del mondo e lo do a chi voglio”.

È il ragionamento di quella politica realistica, dicono alcuni, che consiste in questo: mi propongo uno scopo, e poi non sto a badare ai mezzi: siano onesti o disonesti, non deve più contare niente; il ragionamento che sta dietro è questo: se vuoi essere onesto, fai poca strada, raggiungi poco successo, poco potere; se sei sempre sincero e non bari mai al gioco, alla fine non guadagni. Se vuoi guadagnare, mi devi seguire, dice il satana a Gesù. Il satana si presenta dunque come principe di questo mondo, direbbe il vangelo di s. Giovanni, come colui che è in grado di donare il potere a chi vuole; la condizione è: seguimi, cioè comportati in modo diabolico, satanico, disonesto, senza attenzione alla giustizia, alla verità e all’amore. Tu, dice il satana a Gesù, ti illudi di guadagnare gli uomini con l’amore: gli uomini non vanno dietro a chi li ama, ma a chi li terrorizza, o a chi li compra. Devi seguire questa strada se vuoi diventare il padrone del mondo.

Risposta di Gesù:

«[8]Gesù gli rispose: Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai» (Lc 4, 8).

La volontà di Dio deve stare al di sopra di tutto, al di sopra anche del successo, della possibilità di potere; devi cioè sottomettere le tue scelte a quello che Dio vuole, forse anche rimettendoci, dal punto di vista del potere, o del denaro; ma Dio deve rimanere l’assoluto. Non si può entrare a patti con l’ingiustizia e con la falsità.

La terza tentazione, l’ultima del Vangelo di s. Luca è, in modo molto significativo, collocata a Gerusalemme:

«[9]Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; [10]sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano; [11]e anche: essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra» (Lc 4, 9-11).

Se cioè tu sei Figlio di Dio, evita la morte, chiama Dio a tua difesa e protezione perché ti liberi dalla morte. “Buttati giù dal pinnacolo del tempio”, vuole dire: di fronte a chi ti ammazzerebbe, fa’ appello a Dio, perché Dio ha garantito che darà ordine ai suoi angeli affinché ti custodiscano, e ti sosterranno con le mani perché tu non debba inciampare. Allora, se hai la garanzia della protezione di Dio, servitene! Se sei figlio di Dio, devi appellarti a lui nel momento della difficoltà, del pericolo. Per evitare la morte, perché la morte non ha senso per un figlio di Dio: essa appartiene a quelli che sono stati abbandonati da Dio.

È la tentazione suprema, perché è la tentazione dell’evitare la croce; è la prova, l’agonia che Gesù affronterà nel Getsemani, quella dell’ “allontana da me questo calice”: Gesù però vincerà ancora: “non la mia, ma la tua volontà”.

È in fondo la tentazione che, in modo inconsapevole, subirà Pietro quando Gesù per la prima volta annuncia la sua passione; Pietro prende in disparte Gesù e comincia a rimproverarlo dicendo: “Non devi andare verso la passione, sei il Messia: devi andare verso la gloria” (cfr. Mt 16, 21-23). Diego questa tentazione sta il senso dato all’espressione “Figlio di Dio”: nella concezione del satana. Figlio di Dio è colui che si serve del potere per il proprioo per evitare la morte. Nella concezione di Gesù, Figlio di Dio è colui che si sottomette alla volontà del Padre con fiducia e abbandono pieno, che accetta anche la morte, se questa rientra nel progetto del Padre, che lascia al Padre la prospettiva della salvezza come e quando vorrà. E salvezza non è esonero dalla morte; il Padre però gli farà vincere la morte in concreto. Gesù deve passare attraverso questo abbandono, che è rinuncia totale, che è l’obbedienza, quella che Adamo aveva rifiutato. Adamo aveva cercato un’autorealizzazione senza Dio. Gesù rifiuta di fare qualche cosa che non sia nella sottomissione piena alla volontà del Padre; proprio in questo Gesù realizza la vocazione umana dell’uomo come figlio di Dio, e come immagine di Dio che né Adamo, né Israele erano stati in grado di realizzare.

«[13]Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato» (Lc 4, 13).

“Ogni specie di tentazione”: le tre tentazioni riassumono tutte le tentazioni hc accompagnano la vita dell’uomo, la tentazione del liberarsi di Dio, dell’affermarsi senza Dio. Ma ritornerà il diavolo al tempo fissato, cioè al tempo della Passione. Al momento della passione, il diavolo riprenderà i suoi assalti contro Gesù proprio con la terza tentazione: “evita la morte, appellati a Dio perché ti liberi dalla morte!”. E anche in quella occasione, Gesù avrà da combattere e da vincere e da mostrare la sua fiducia e il suo abbandono totale nel Padre.

Così, battesimo, genealogia e tentazioni fanno da porta di ingresso al ministero di Gesù e vogliono indicare quanto ricordavamo: Gesù si fa perfettamente solidale con l’uomo, realizza nella sua vita la vocazione del popolo di Israele e la vocazione dell’uomo Adamo, realizza questa vocazione affidando la sua vita alle mani del Padre e sottomettendosi con un’obbedienza perfetta, facendo così quello che l’uomo non era stato in grado di fare.

L’uomo obbediente, pienamente e perfettamente obbediente, è proprio Gesù. Ed è perfettamente obbediente proprio perché è il Figlio di Dio.