NASCITA DI GESU’

  • 240. L’appartenenza di Giuseppe e della sua famiglia al casato di David, che era originario di Beth-lehem, ebbe ben presto una con­seguenza nel campo civile in occasione del censimento ordinato da Roma ed eseguito sotto Quirinio. Di questo famoso censimento ab­biamo trattato a parte (§ 183 segg.), e perciò qui supponiamo già note le osservazioni fatte. In Oriente l’attaccamento al proprio luogo d’origine era, ed è tutt’ora, tenace. Presso gli Ebrei una tribù si divideva in grandi “famiglie”,le famiglie si suddividevano in casati “pater­ni” e i casati paterni si frazionavano man mano in nuovi casati che potevano sciamare dall’alveare umano di loro ongine e trasferirsi altrove; ma, ovunque andassero, i nuovi raggruppamenti familiari conservavano tenacemente il ricordo dell’alveare originario, sia demograficamente sia geograficamente. Si sapeva, cioè, che il decimo o il ventesimo antenato della propria famiglia era il Tale figlio del Tale, il quale aveva dimorato nella tale borgata, ivi aveva impiantato il suo casato e di là altre discendenze avevano sciamato. La storia degli Arabi è intessuta di nomi qualiBanu X, Banu Y, cioè figli di X, figli di Y, come i Banu Quraish a cui appartenne Maometto; e anche oggi non è affatto difficile trovare un arabo, musulmano o cristiano, emigrato in Europa od America che sappia dire appuntino a quale grande casato egli appartenga e quale regione o borgata sia il centro geografico originario del suo casato. Questo attaccamento al proprio luogo d’origine formava presso i Giudei la base di un censimento, e i Romani nel primo censimento di Quirinio seguirono questa norma locale, sia per le ragioni poli­tiche che già sappiamo (§ 188), sia per frenare in qualche maniera lo spopolamento delle campagne causato dall’inurbanesimo. Per­ciò, bandito che fu il censimento, su Giuseppe incombé l’obbligo di presentarsi agli ufficiali dell’anagrafe in Beth-lehem, giacché egli era del “casato” e della “famiglia” di David (Luca, 2, 4) la quale era originaria di Beth-lehem.

  • 241. Beth-lehem è oggi una cittadina di circa 20.000 abitanti, si­tuata 9 chilometri a sud di Gerusalemme all’altezza di 770 metri sul mare. Il suo nome era originariamenteBeth-Lahamu “casa del (dio) Lahamu”, divinità dei Babilonesi venerata anche dai Cananei del posto; sottentrati poi gli Ebrei ai Cananei, il nome finì per es­sere interpretato nel senso dell’ebraicobeth-lehem, ”casa del pane”. Con l’avvento degli Ebrei in Palestina, s’insediò ivi il casato di Efra­ta (I Cronache, 2, 50-54; 4, 4), quindi il luogo fu chiamato sia Efrata sia Beth-lehem (Genesi, 35, 19; Ruth, 1, 2; 4, 11). Ivi, discendendo dal ramo di Isai (Jesse), era nato David (Ruth, 4, 22; I Cron., 2, 13-15). Se Nazareth era d’importanza così scarsa da non essere menzionata da nessun documento antico (§ 228), Beth-Iehem a sua volta era un villaggio assai meschino ai tempi di Gesù. Già nel secolo VIII av. Cr. il profeta Michea (5, I ebr.) aveva chiamato Beth-lehem piccola fra le ripartizioni della tribù di Giuda; il villaggio col territorio circo­stante doveva albergare poco più di 1000 abitanti, in massima parte pastori o poveri contadini. Era però un luogo di passaggio per le carovane che da Gerusalemme scendevano in Egitto: difatti una so­sta per carovane, ossia un caravanserraglio vi fu costruita da Chamaam, ch’era forse figlio d’un amico di David (II Samuele, 19, 37 segg.), e perciò fu chiamata “foreste­ria di Chamaam” (Geremia, 41, 17). Da Nazareth a Beth-lehem sono per la strada odierna 150 chilome­tri, e ai tempi di Gesù poteva esservi una piccola differenza in meno: era dunque un viaggio di tre o quattro giorni per le carovane d’al­lora. Non consta con certezza se a presentarsi personalmente in Beth-lehem fosse obbligato soltanto Giuseppe, ovvero pure Maria; ma anche se Maria non era inclusa nella legge, sta di fatto che Giuseppe vi si recò insieme con Maria, la fidanzata di lui, ch’era gravida (Luca, 2, 5). Queste parole possono benissimo valere come delicato accenno ad una almeno delle ragioni per cui venne anche Maria, cioè la vicinanza del parto in cui essa non doveva essere lasciata sola. Ma un’altra ragione – oltre al possibile obbligo di legge – poté essere che i due coniugi pensassero di trasferirsi stabilmente nel luogo originario del casato di David: poiché l’angelo aveva an­nunziato che Dio avrebbe dato al nascituro il trono di David padre suo (§ 230), quale pensiero più naturale che far ritorno alla patria di David per aspettare ivi l’attuazione dei misteriosi disegni divini? Già da vari secoli il profeta Michea aveva additato appunto la piccola Beth-lehem come luogo di provenienza di colui che avrebbe dominato su Israele (§ 254).

  • 242. Il viaggio dovette essere spossante per Maria, ch’era al nono mese di gravidanza. Le strade della regione, non ancora tracciate e mantenute dai Romani maestri in materia, erano cattive e appena adatte per carovane di cammelli e asini; in quei giorni poi, col sub­buglio del censimento, saranno state più frequentate del solito e quindi anche più scomode. I due coniugi, nella migliore delle ipo­tesi, avranno avuto a loro disposizione un asino, che sarà stato ca­ricato anche delle cibarie e degli oggetti più necessari, uno di quegli asini che ancora oggi in Palestina si vedono precedere una fila di cammelli o seguire un gruppetto di pedoni i tre o quattro pernotta­menti del viaggio saranno stati fatti o in qualche casa amica, o più probabilmente nei luoghi pubblici di sosta sdraiandosi a terra fra gli altri viandanti in mezzo a un cammello ed un asino. Giunti a Bethlehem, le condizioni furono peggiori. Il piccolo villaggio rigurgitava di gente, che si era allogata un po’ dappertutto a cominciare dal caravanserraglio. Questo era forse la vecchia costruzione di Cha­maam (§ 241) riattata lungo i secoli; Luca la chiamal’albergo, ma la parola italiana non deve trarre in errore facendo pensare a un’azienda che rassomigli anche lon­tanamente a una modestissima locanda dei nostri villaggi. Il caravanserraglio d’allora era in sostanza l’odiernokhan palestinese (§ 439), cioè un mediocre spazio a cielo scoperto recinto da un muro piuttosto alto e fornito di un’unica porta; internamente, lungo uno o più lati del muro, correva un portico di riparo che per un certo tratto poteva esser chiuso da muretti, e così formava uno stanzone con a fianco qualche altra cameretta più piccola. L’”albergo” era tutto qui; le bestie erano radunate in mezzo, nel cortile a cielo sco­perto, e i viandanti si ricoveravano sotto il portico o dentro lo stan­zone finché c’era posto, altrimenti s’accampavano fra le bestie: le camerette più piccole, se esistevano, erano riservate a chi poteva permettersi quella comodità pagando. E là, fra quell’ammasso di uomini e di bestie, tutto alla rinfusa si questionava d’affari e si pre­gava Dio, si cantava e si dormiva, si mangiava e si defecava, si po­teva nascere e si poteva morire, tutto fra quel sudiciume e quel lezzo che appestano ancora oggi gli accampamenti di beduini palestinesi in viaggio.

  • 243. Luca ci fa sapere che, quando Giuseppe e Maria giunsero a Bethlehem,non c’era posto per essi nell’albergo(2,7). Questa frase è più studiata di quanto sembri all’apparenza. Se Luca avesse voluto dire soltanto che il caravanserraglio non poteva contenere più al­cuno, gli sarebbe bastato dire che ivi non c’era posto; egli invece aggiunge per essi, non senza riferirsi implicitamente alle loro par­ticolari condizioni, cioè a quelle di Maria nell’imminenza del parto. Potrà sembrare una sottigliezza, ma non è. In Bethlehem Giuseppe avrà avuto senza dubbio conoscenti o anche parenti a cui doman­dare ospitalità; sia pure che il villaggio era gremito, ma un angoletto per due persone cosi semplici e dimesse si poteva sempre tro­vare in Oriente: quando a Gerusalemme affluivano centinaia di mi­gliaia di pellegrini in occasione della Pasqua (§ 74), la capitale ri­gurgitava non meno che la Bethlehem del censimento, eppure tutti trovavano posto adattandosi. Ma naturalmente, in circostanze di quel genere, diventavano simili a caravanserragli anche le squallide case private, che consistevano di solito in un unico stanzone a pian­terreno: tutto vi era in comune, tutto si faceva in pubblico, non c’era riserbo o segretezza di sorta. Perciò si comprende perché Luca specifichi che “non c’era posto per essi”: nell’imminenza del parto, ciò che Maria ricercava era soltanto riserbo e segretezza. E avvenne che, mentre essi erano colà, si compirono i giorni per il parto di lei, e partorì il suo figlio primogenito, e lo infasciò e lo pose a giacere in una mangiatoia (Luca, 2, 6-7). Qui si parla solo di mangiatoia, ma questo è un indizio ben sicuro alla luce delle co­stumanze contemporanee. La mangiatoia svela una stalla, e la stalla esige secondo le costumanze d’allora una grotta, una piccola ca­verna, scavata sul fianco di qualche collinetta nei pressi del villaggio: grotte di questo genere e destinate a questo uso si trovano tuttora in Palestina nei dintorni di gruppi di case. Quella stalla su cui misero gli occhi i due coniugi sarà stata forse occupata parzialmente da bestie, sarà stata tetra e sudicia di letame, ma era alquanto disco­sta dal villaggio e quindi solitaria e tranquilla; ciò bastava alla fu­tura madre. Perciò, giunti i due a Beth-lehem e vista quell’affluenza di gente, si alloggiarono alla meglio in quella grotta solitaria, in attesa sia di com­piere le formalità del censimento, sia del parto che la gestante sen­tiva imminente. Giuseppe avrà predisposto alla meglio un angolo meno disadatto e meno sudicio, vi avrà preparato un giaciglio di pa­glia pulita, avrà estratto dalla bisaccia di viaggio le provviste e qualche altra cosa più necessaria disponendole sulla mangiatoia fissa­ta al muro, e tutto fu lì: altre comodità non potevano esigere allora in Palestina quei due viandanti di quel grado sociale, i quali per di più si erano segregati spontaneamente in una grotta da bestie. In conclusione, povertà e purità furono le cause storiche per cui Gesù nacque in una grotta da bestie: la povertà del suo padre legale, che non aveva denaro per affittarsi fra tanti concorrenti una stanza appartata; la purità della sua madre naturale, che volle circondare il suo parto di riverente riserbo.

  • 244. La grotta, fra i luoghi archeologici della vita di Gesù, è quel­lo che ha in suo favore testimonianze più antiche e autorevoli, fuor dei vangeli. Anche astraendo da vari Apocrifi che ci ricamano attor­no molto, nel secolo II Giustino martire ch’era palestinese di nascita offre questa preziosa testimonianza: Essendo nato allora il bambino in Bethlehem, poiché Giuseppe non aveva in quel villaggio dove albergare, albergò in una certa grotta dappresso al villaggio e allora, essendo essi colà, Maria partorì il Cristo e lo pose in una mangiatoia, ecc. Nei primi decenni del secolo III Origene attesta egualmente la grotta e la mangiatoia, e si appella alla tradizione notissima in quei posti e anche presso gli alieni dalla fede (Contra Celsum, 1, 51). Sulla base di questa tradizione Costantino nel 325 ordina che si costruisca sulla grotta la grandiosa basilica (cfr. Eusebio, Vita Constantini, m, 41-43), che nel 333 è ammirata dal pellegrino di Ilordeaux e che rispettata nel 614 dai Persiani invasori è tuttora su­perstite.

  • 245. Venuto alla luce Gesù in questa grotta, Maria l’infasciò e lo pose a giacere in una mangiatoia. Queste parole del delicato evan­gelista medico fanno intendere abbastanza chiaramente che il par­to avvenne senza l’usuale assistenza d’altre persone: la madre da se stessa accudisce al neonato, l’infascia e lo ripone sulla mangiatoia. Neppure Giuseppe è nominato. Soltanto le successive narrazioni apo­crife s’affanneranno a far venire la levatrice, inviando in giro Giu­seppe a cercarla (Protovangelo di Giacomo, 19-20); ma nel raccon­to di Luca non c’è posto per essa. Non per nulla la futura madre aveva cercato con cura si premurosa un luogo solitario e tranquillo. Così dunque Maria partorì il suo figlio primogenito,che l’angelo le aveva preannunziato come erede del trono di David padre suo 230). Senonché il futuro regno del neonato – stando almeno a quelle prime manifestazioni – si prevedeva ben diverso dai regni d’allora, giacché questo erede dinastico aveva per aula regia una stalla, per trono una mangiatoia, per baldacchino le ragnatele pendenti dal soffitto, per nubi d’incenso le esalazioni del letame, per cortigiani due creature umane senza casa. Tuttavia il regno di quell’erede dinastico si annunziava fin d’allora con talune note caratteristiche davvero nuove e del tutto ignote ai regni contemporanei: delle tre persone componenti quella corte stalliera, una rappresentava la verginità, una l’indigenza, tutte e tre l’u­miltà e l’innocenza. Esattamente 9 chilometri più a settentrione sfolgoreggiava la corte indorata di Erode il Grande, in cui la verginità era parola affatto sconosciuta, l’indigenza era aborrita, l’umiltà e l’innocenza si manifestavano nell’attentare alla vita del proprio pa­dre, nel mettere a morte i propri figli, nell’adulterio, nell’incesto e nella sodomia.Il vero contrasto storico fra le due corti non era tanto fra il letame dell’una e gli ori dell’altra, quanto fra le loro caratteristiche morali.

  • 246. Ad ogni modo al neonato discendente di David spettava be­ne un omaggio di cortigiani, i quali fossero in condizione sociale non troppo differente da quella di David, già pastore di pecore, e da quella dei due cortigiani fissi che stavano presso al suo trono-mangiatoia; inoltre, poiché l’angelo aveva detto che il neonato sa­rebbe stato chiamatofiglio dell’Altissimo,gli spettava anche più un omaggio di cortigiani dell’Altissimo che si accomunassero in quell’ossequio con i cortigiani bassissimi della terra. Ora, Bethlehem era ed è ancora oggi sui limiti della steppa, ossia di quell’estensione abbandonata e incolta che può essere sfruttata solo a pascolo di greggi. I pochi ovini posseduti dagli abitanti del villag­gio erano fatti rientrare durante la notte nelle stalle circostanti, ma i greggi numerosi rimanevano continuamente all’aperto là nella step­pa con qualche uomo di guardia: fosse giorno o notte, estate o in­verno (§ 174), quelle molte bestie e quei pochi uomini formavano tutta una collettività che viveva della steppa e nella steppa. Pecorai di tal genere riscotevano pessima reputazione presso i Farisei e gli Scribi: in primo luogo la loro stessa vita nomade nella steppa scar­seggiante d’acqua li rendeva lerci, fetenti, ignari di tutte le fondamentalissime leggi sulla lavanda delle mani, sulla purità delle sto­viglie, sulla scelta dei cibi, e quindi: essi più di chiunque altro co­stituivano quel “popolo della terra” ch’era degno per i Farisei del più cordiale disprezzo (§ 40); inoltre, passavano per ladri tutti quan­ti, e si consigliava di non comperar da loro né lana né latte che po­tevano essere cose refurtive. D’altra parte non si poteva insistere troppo con loro per ricondurli alle osservanze della “tradizione”, persuadendoli a lavarsi bene le mani e a sciacquar bene le stoviglie prima di mangiare; erano infat­ti uomini di nerbo e di fegato, e come non temevano di spaccare col loro bastone la testa al lupo che infastidiva il gregge, così non avreb­bero esitato a spaccarla al Fariseo od allo Scriba che avesse infasti­dito la loro coscienza. Perciò questi esseri abietti e maneschi erano esclusi dai tribunali, e la loro testimonianza – al pari di quella dei ladri e dei rei d’estorsione – non era accettata in giudizio.

  • 247. Senonché, esclusi dalla corte giudiziaria dei Farisei, questi bassissimi pecorai entrano nella corte regale del neonato figlio di David, e vi sono invitati dai celestiali cortigiani dell’Altissimo.C’erano pastori in quella stessa contrada, che dimoravano sul cam­po e facevano la guardia nella notte sul loro gregge. E un angelo del Signore s’appressò a loro, e la gloria del Signore ri­fulse attorno a loro, e temettero di gran timore; e l’angelo disse lo­ro: Non temete! Ecco, infatti, vi do la buona novella d’una grande gioia la quale sarà per tutto il popolo, perché fu partorito per voi oggi un salvatore, che e’ Cristo signore, nel(la) città di David; e segno per voi sia questo: troverete un bambino in fasciato e giacente in una mangiatoia. E ad un tratto fu insieme con l’an­gelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodavano Dio e dice­vano: Gloria negli altissimi a Dio, e sulla terra pace negli uomini di beneplacito!2 Luca, 2, 8-14. Questa scena segue immediatamente il racconto della nascita, e senza dubbio è intenzione del narratore far intendere che tra i due fatti non intercorse se non qualche ora. Dunque Gesù nacque di notte, come notturna è l’apparizione ai pastori.

§ 248. A costoro, dopo la dovuta lode a Dio nei cieli altissimi, si annunzia soltanto una cosa, la pace sulla terra. Veramente la pace allora c’era (§ 225); ma era una pace transitoria, di pochi anni, che equivalgono a pochi secondi sul grande orologio dell’umanità. Di quei pochi secondi aveva approfittato, come di un’istantanea tregua nella procella, per nascere tra gli uomini il salvatore cioè il Cristo (Messia) signore, e cominciava col fare an­nunziare dai suoi cortigiani celestiali la pace. Ma la sua era una pace di nuovo conio, sottoposta a una nuova condizione. La pace di quei pochi anni era sottoposta alla condizione dell’impero di Roma; era la pax Romana, garantita da 25 legioni, le quali tuttavia qualche anno dopo si mostrarono insufficienti a Teutoburgo amareggiando gli ultimi anni di Augusto. La nuova pace del Cristo signore era sotto­posta alla condizione del beneplacito di Dio: coloro che con le loro opere si rendono degni di quel beneplacito e sui quali esso viene a posarsi (i due fatti si richiamano l’un l’altro) otterranno la nuova pace. Costoro sono gli operanti pace e saranno proclamati beati perché ad essi spetta l’appellativo di figli d’Iddio (§ 321). Dalla mirabile apparizione dell’angelo e dalle sue parole i pastori compresero ch’era nato il Messia. Erano uomini rozzi, si, che non sapevano nulla dell’immensa dottrina dei Farisei; ma, da Israeliti semplici e d’antico stampo, sapevano del Messia promesso dai pro­feti al loro popolo, e ne avranno spesso parlato durante le lunghe veglie di guardia al gregge. L’angelo, adesso, ne aveva dato anche il segno, un bambino infasciato e giacente su una mangiatoia; forse avrà anche indicato la direzione da prendere per giungere alla grot­ta. Quei pecorai continuarono cosi a ritrovarsi nel loro ambiente: nelle grotte, se potevano, si rifugiavano anch’essi quand’era gran pioggia o gran freddo; forse più d’uno aveva ricoverato la propria moglie sopra parto egualmente in una grotta, e aveva deposto il suo neonato egualmente dentro una mangiatoia. E adesso sentivano, da chi non poteva ingannare, che pure il Messia si trovava nelle stesse loro condizioni. Andarono quindi verso di lui frettolosi, dice Luca (2, 16), di quella fretta cioè ch’è mossa da familiarità gioiosa: men­tre forse con la lentezza appesantita da perplessità ritrosa si sarebbero avviati verso la corte di Erode, se là fosse nato il Messia. Giunsero alla grotta. Trovarono Maria, Giuseppe e il neonato. Am­mirarono. Essendo poveri di denaro ma signori di spirito non chiesero nulla, e ritornarono senz’altro alle loro pecore: soltanto sentirono un gran bisogno di lodare Dio e di far sapere ad altri del po­sto quanto era accaduto. Prima di terminare, l’accorto Luca ammonisce: Maria però conservava tutte queste parole convolgendole nel suo cuore. Già sappiamo che ciò è una delicata allusione alla fonte delle notizie (§142).

CREDO NELLO SPIRITO SANTO

CAPITOLO TERZO – CREDO NELLO SPIRITO SANTO

683

“Nessuno può dire “Gesù è Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo” ( 1Cor 12,3 ). “Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!” ( Gal 4,6 ). Questa conoscenza di fede è possibile solo nello Spirito Santo. Per essere in contatto con Cristo, bisogna dapprima essere stati toccati dallo Spirito Santo. E’ lui che ci precede e suscita in noi la fede. In forza del nostro Battesimo, primo sacramento della fede, la Vita, che ha la sua sorgente nel Padre e ci è offerta nel Figlio, ci viene comunicata intimamente e personalmente dallo Spirito Santo nella Chiesa:

Il Battesimo ci accorda la grazia della nuova nascita in Dio Padre per mezzo del Figlio suo nello Spirito Santo. Infatti coloro che hanno lo Spirito di Dio sono condotti al Verbo, ossia al Figlio; ma il Figlio li presenta al Padre, e il Padre procura loro l’incorruttibilità. Dunque, senza lo Spirito, non è possibile vedere il Figlio di Dio, e, senza il Figlio, nessuno può avvicinarsi al Padre, perché la conoscenza del Padre è il Figlio, e la conoscenza del Figlio di Dio avviene per mezzo dello Spirito Santo [Sant’Ireneo di Lione, Demonstratio apostolica, 7].

684

Lo Spirito Santo con la sua grazia è il primo nel destare la nostra fede e nel suscitare la vita nuova che consiste nel conoscere il Padre e colui che ha mandato, Gesù Cristo [Cf Gv 17,3 ]. Tuttavia è l’ultimo nella rivelazione delle Persone della Santa Trinità. San Gregorio Nazianzeno, “il Teologo”, spiega questa progressione con la pedagogia della “condiscendenza” divina:

L’Antico Testamento proclamava chiaramente il Padre, più oscuramente il Figlio. Il Nuovo ha manifestato il Figlio, ha fatto intravvedere la divinità dello Spirito. Ora lo Spirito ha diritto di cittadinanza in mezzo a noi e ci accorda una visione più chiara di se stesso. Infatti non era prudente, quando non si professava ancora la divinità del Padre, proclamare apertamente il Figlio e, quando non era ancora ammessa la divinità del Figlio, aggiungere lo Spirito Santo come un fardello supplementare, per usare un’espressione un po’ ardita. . . Solo attraverso un cammino di avanzamento e di progressso “di gloria in gloria”, la luce della Trinità sfolgorerà in più brillante trasparenza [San Gregorio Nazianzeno, Orationes theologicae, 5, 26: PG 36, 161C].

685

Credere nello Spirito Santo significa dunque professare che lo Spirito Santo è una delle Persone della Santa Trinità, consustanziale al Padre e al Figlio, “con il Padre e il Figlio adorato e glorificato” (Simbolo di Nicea-Costantinopoli). Per questo motivo si è trattato del mistero divino dello Spirito Santo nella “teologia” trinitaria. Qui, dunque, si considererà lo Spirito Santo solo nell’ “Economia” divina.

686

Lo Spirito Santo è all’opera con il Padre e il Figlio dall’inizio al compimento del disegno della nostra salvezza. Tuttavia è solo negli “ultimi tempi”, inaugurati con l’Incarnazione redentrice del Figlio, che egli viene rivelato e donato, riconosciuto e accolto come Persona. Allora questo disegno divino, compiuto in Cristo, “Primogenito” e Capo della nuova creazione, potrà realizzarsi nell’umanità con l’effusione dello Spirito: la Chiesa, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna.

Articolo 8: “CREDO NELLO SPIRITO SANTO”

687

“I segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio” ( 1Cor 2,11 ). Ora, il suo Spirito, che lo rivela, ci fa conoscere Cristo, suo Verbo, sua Parola vivente, ma non dice se stesso. Colui che “ha parlato per mezzo dei profeti” ci fa udire la Parola del Padre. Lui, però, non lo sentiamo. Non lo conosciamo che nel movimento in cui ci rivela il Verbo e ci dispone ad accoglierlo nella fede. Lo Spirito di Verità che ci svela Cristo non parla da sé [Cf Gv 16,13 ]. Un tale annientamento, propriamente divino, spiega il motivo per cui “il mondo non può ricevere” lo Spirito, “perché non lo vede e non lo conosce”, mentre coloro che credono in Cristo lo conoscono perché “dimora” presso di loro [Cf Gv 14,17 ].

688

La Chiesa, comunione vivente nella fede degli Apostoli che essa trasmette, è il luogo della nostra conoscenza dello Spirito Santo:

– nelle Scritture, che egli ha ispirato;

– nella Tradizione di cui i Padri della Chiesa sono sono i testimoni sempre attuali;

– nel Magistero della Chiesa che egli assiste;

– nella Liturgia sacramentale, attraverso le sue parole e i suoi simboli, in cui lo Spirito Santo ci mette in comunione con Cristo;

– nella preghiera, nella quale intercede per noi;

– nei carismi e nei ministeri che edificano la Chiesa;

– nei segni di vita apostolica e missionaria;

– nella testimonianza dei santi, in cui egli manifesta la sua santità e continua l’opera della salvezza.

I. La missione congiunta del Figlio e dello Spirito

689

Colui che il Padre “ha mandato nei nostri cuori, lo Spirito del suo Figlio” ( Gal 4,6 ) è realmente Dio. Consustanziale al Padre e al Figlio, ne è inseparabile, tanto nella vita intima della Trinità quanto nel suo dono d’amore per il mondo. Ma adorando la Trinità Santa, vivificante, consustanziale e indivisibile, la fede della Chiesa professa anche la distinzione delle Persone. Quando il Padre invia il suo Verbo, invia sempre il suo Soffio: missione congiunta in cui il Figlio e lo Spirito Santo sono distinti ma inseparabili. Certo, è Cristo che appare, egli, l’Immagine visibile del Dio invisibile, ma è lo Spirito Santo che lo rivela.

690

Gesù è Cristo, “unto”, perché lo Spirito ne è l’Unzione e tutto ciò che avviene a partire dall’Incarnazione sgorga da questa pienezza [Cf Gv 3,34 ]. Infine, quando Cristo è glorificato, [Cf Gv 7,39 ] può, a sua volta, dal Padre, inviare lo Spirito a coloro che credono in lui: comunica loro la sua Gloria, [Cf Gv 17,22 ] cioè lo Spirito Santo che lo glorifica [Cf Gv 16,14 ]. La missione congiunta si dispiegherà da allora in poi nei figli adottati dal Padre nel Corpo del suo Figlio: la missione dello Spirito di adozione sarà di unirli a Cristo e di farli vivere in lui:

La nozione di unzione suggerisce. . . che non c’è alcuna distanza tra il Figlio e lo Spirito. Infatti, come tra la superficie del corpo e l’unzione dell’olio né la ragione né la sensazione conoscono intermediari, così è immediato il contatto del Figlio con lo Spirito; di conseguenza colui che sta per entrare in contatto con il Figlio mediante la fede, deve necessariamente dapprima entrare in contatto con l’olio. Nessuna parte infatti è priva dello Spirito Santo. Ecco perché la confessione della Signoria del Figlio avviene nello Spirito Santo per coloro che la ricevono, dato che lo Spirito Santo viene da ogni parte incontro a coloro che si approssimano per la fede [San Gregorio di Nissa, De Spiritu Sancto, 3, 1: PG 45, 1321A-B].

II. Il nome, gli appellativi e i simboli dello Spirito Santo

Il nome, proprio dello Spirito Santo

691

“Spirito Santo”, tale è il nome proprio di colui che noi adoriamo e glorifichiamo con il Padre e il Figlio. La Chiesa lo ha ricevuto dal Signore e lo professa nel Battesimo dei suoi nuovi figli [Cf Mt 28,19 ].

Il termine “Spirito” traduce il termine ebraico “Ruah”, che nel suo senso primario significa soffio, aria, vento. Gesù utilizza proprio l’immagine sensibile del vento per suggerire a Nicodemo la novità trascendente di colui che è il Soffio di Dio, lo Spirito divino in persona [Cf Gv 3,5-8 ]. D’altra parte, Spirito e Santo sono attributi divini comuni alle Tre Persone divine. Ma, congiungendo i due termini, la Scrittura, la Liturgia e il linguaggio teologico designano la Persona ineffabile dello Spirito Santo, senza possibilità di equivoci con gli altri usi dei termini “spirito” e “santo”.

Gli appellativi dello Spirito Santo

692

Gesù, quando annunzia e promette la venuta dello Spirito Santo, lo chiama “Paraclito”, letteralmente: “Colui che è chiamato vicino”, “ad-vocatus” ( Gv 14,16; 692 Gv 14,26; Gv 15,26; Gv 16,7 ). “Paraclito” viene abitualmente tradotto “Consolatore”, essendo Gesù il primo consolatore [Cf 1Gv 2,1 ]. Il Signore stesso chiama lo Spirito Santo “Spirito di verità” ( Gv 16,13 ).

693

Oltre al suo nome proprio, che è il più usato negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere, in san Paolo troviamo gli appellativi: lo Spirito della promessa, [Cf Gal 3,14; Ef 1,13 ] lo Spirito di adozione, [Cf Rm 8,15; Gal 4,6 ] lo “Spirito di Cristo” ( Rm 8,9 ), “lo Spirito del Signore” ( 2Cor 3,17 ), “lo Spirito di Dio” ( Rm 8,9; Rm 8,14; Rm 15,19; 1Cor 6,11; 693 1Cor 7,40 ), e in san Pietro, “lo Spirito della gloria” ( 1Pt 4,14 ).

I simboli dello Spirito Santo

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L’acqua. Il simbolismo dell’acqua significa l’azione dello Spirito Santo nel Battesimo, poiché dopo l’invocazione dello Spirito Santo, essa diviene il segno sacramentale efficace della nuova nascita: come la gestazione della nostra prima nascita si è operata nell’acqua, allo stesso modo l’acqua battesimale significa realmente che la nostra nascita alla vita divina ci è donata nello Spirito Santo. Ma “battezzati in un solo Spirito”, noi “ci siamo” anche “abbeverati a un solo Spirito” ( 1Cor 12,13 ): lo Spirito, dunque, è anche personalmente l’acqua viva che scaturisce da Cristo crocifisso come dalla sua sorgente [ Cf Gv 19,34; 1Gv 5,8 ] e che in noi zampilla per la Vita eterna [Cf Gv 4,10-14; Gv 7,38; 694 Es 17,1-6; Is 55,1; Zc 14,8; 1Cor 10,4; Ap 21,6; 694 Ap 22,17 ].

695

L’unzione. Il simbolismo dell’unzione con l’olio è talmente significativa dello Spirito Santo da divenirne il sinonimo [Cf 1Gv 2,20; 1Gv 2,27; 2Cor 1,21 ]. Nell’iniziazione cristiana essa è il segno sacramentale della Confermazione, chiamata giustamente nelle Chiese d’Oriente “Crismazione”. Ma per coglierne tutta la forza, bisogna tornare alla prima unzione compiuta dallo Spirito Santo: quella di Gesù. Cristo [“Messia”, in ebraico] significa “Unto” dallo Spirito di Dio. Nell’Antica Alleanza ci sono stati degli “unti” del Signore, [Cf Es 30,22-32 ] primo fra tutti il re Davide [Cf 1Sam 16,13 ]. Ma Gesù è l’Unto di Dio in una maniera unica: l’umanità che il Figlio assume è totalmente “unta di Spirito Santo”. Gesù è costituito “Cristo” dallo Spirito Santo [Cf Lc 4,18-19; Is 61,1 ]. La Vergine Maria concepisce Cristo per opera dello Spirito Santo, il quale, attraverso l’angelo, lo annunzia come Cristo fin dalla nascita [Cf Lc 2,11 ] e spinge Simeone ad andare al Tempio per vedere il Cristo del Signore; [Cf Lc 2,26-27 ] è lui che ricolma Cristo, [Cf Lc 4,1 ] è sua la forza che esce da Cristo negli atti di guarigione e di risanamento [Cf Lc 6,19; 695 Lc 8,46 ]. E’ lui, infine, che risuscita Cristo dai morti [Cf Rm 1,4; Rm 8,11 ]. Allora, costituito pienamente “Cristo” nella sua Umanità vittoriosa della morte, [Cf At 2,36 ] Gesù effonde a profusione lo Spirito Santo, finché “i santi” costituiranno, nella loro unione all’Umanità del Figlio di Dio, l'”Uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” ( Ef 4,13 ): “il Cristo totale”, secondo l’espressione di sant’Agostino.

696

Il fuoco. Mentre l’acqua significava la nascita e la fecondità della Vita donata nello Spirito Santo, il fuoco simbolizza l’energia trasformante degli atti dello Spirito Santo. Il profeta Elia, che “sorse simile al fuoco” e la cui “parola bruciava come fiaccola” ( Sir 48,1 ), con la sua preghiera attira il fuoco del cielo sul sacrificio del monte Carmelo, [Cf 1Re 18,38-39 ] figura del fuoco dello Spirito Santo che trasforma ciò che tocca. Giovanni Battista, che cammina innanzi al Signore “con lo spirito e la forza di Elia” ( Lc 1,17 ) annunzia Cristo come colui che “battezzerà in Spirito Santo e fuoco” ( Lc 3,16 ), quello Spirito di cui Gesù dirà: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!” ( Lc 12,49 ). E’ sotto la forma di “lingue come di fuoco” che lo Spirito Santo si posa sui discepoli il mattino di Pentecoste e li riempie di sé ( At 2,3-4 ). La tradizione spirituale riterrà il simbolismo del fuoco come uno dei più espressivi dell’azione dello Spirito Santo [Cf San Giovanni della Croce, Fiamma viva d’amore]. “Non spegnete lo Spirito” ( 1Ts 5,19 ).

697

La nube e la luce. Questi due simboli sono inseparabili nelle manifestazioni dello Spirito Santo. Fin dalle teofanie dell’Antico Testamento, la Nube, ora oscura, ora luminosa, rivela il Dio vivente e salvatore, velando la trascendenza della sua Gloria: con Mosè sul monte Sinai, [Cf Es 24,15-18 ] presso la Tenda del Convegno [Cf Es 33,9-10 ] e durante il cammino nel deserto; [Cf Es 40,36-38; 697 1Cor 10,1-2 ] con Salomone al momento della dedicazione del Tempio [Cf 1Re 8,10-12 ]. Ora, queste figure sono portate a compimento da Cristo nello Spirito Santo. E’ questi che scende sulla Vergine Maria e su di lei stende la “sua ombra”, affinché ella concepi sca e dia alla luce Gesù [Cf Lc 1,35 ]. Sulla montagna della Trasfigurazione è lui che viene nella nube che avvolge Gesù, Mosè e Elia, Pietro, Giacomo e Giovanni, e “dalla nube” esce una voce che dice: “Questi è il mio Figlio, l’eletto; ascoltatelo” ( Lc 9,34-35 ). Infine, è la stessa Nube che sottrae Gesù allo sguardo dei discepoli il giorno dell’Ascensione [Cf At 1,9 ] e che lo rivelerà Figlio dell’uomo nella sua gloria il giorno della sua venuta [Cf Lc 21,27 ].

698

Il sigillo è un simbolo vicino a quello dell’Unzione. Infatti su Cristo “Dio ha messo il suo sigillo” ( Gv 6,27 ), e in lui il Padre segna anche noi con il suo sigillo [Cf 2Cor 1,22; Ef 1,13; 698 Ef 4,30 ]. Poiché indica l’effetto indelebile dell’Unzione dello Spirito Santo nei sacramenti del Battesimo, della Confermazione e dell’Ordine, l’immagine del sigillo [sphragis”] è stata utilizzata in certe tradizioni teologiche per esprimere il “carattere” indelebile impresso da questi tre sacramenti che non possono essere ripetuti.

699

La mano. Imponendo le mani Gesù guarisce i malati [Cf Mc 6,5; Mc 8,23 ] e benedice i bambini [Cf Mc 10,16 ]. Nel suo Nome, gli Apostoli compiranno gli stessi gesti [Cf Mc 16,18; At 5,12; At 14,3 ]. Ancor di più, è mediante l’imposizione delle mani da parte degli Apostoli che viene donato lo Spirito Santo [Cf At 8,17-19; At 13,3; At 19,6 ]. La Lettera agli Ebrei mette l’imposizione delle mani tra gli “articoli fondamentali” del suo insegnamento [Cf Eb 6,2 ]. La Chiesa ha conservato questo segno dell’effusione onnipotente dello Spirito Santo nelle epiclesi sacramentali.

700

Il dito. “Con il dito di Dio” Gesù scaccia “i demoni” ( Lc 11,20 ). Se la Legge di Dio è stata scritta su tavole di pietra “dal dito di Dio” ( Es 31,18 ), “la lettera di Cristo”, affidata alle cure degli Apostoli, è “scritta con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei. . . cuori” ( 2Cor 3,3 ). L’inno “Veni, Creator Spiritus” invoca lo Spirito Santo come “digitus paternae dexterae dito della destra del Padre”.

701

La colomba. Alla fine del diluvio (il cui simbolismo riguarda il Battesimo), la colomba fatta uscire da Noè torna, portando nel becco un freschissimo ramoscello d’ulivo, segno che la terra è di nuovo abitabile [Cf Gen 8,8-12 ]. Quando Cristo risale dall’acqua del suo battesimo, lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, scende su di lui e in lui rimane [Cf Mt 3,16 par]. Lo Spirito scende e prende dimora nel cuore purificato dei battezzati. In alcune chiese, la santa Riserva eucaristica è conservata in una custodia metallica a forma di colomba (il columbarium) appeso al di sopra dell’altare. Il simbolo della colomba per indicare lo Spirito Santo è tradizionale nell’iconografia cristiana.

III. Lo Spirito e la Parola di Dio nel tempo delle promesse

702

Dalle origini fino alla “pienezza del tempo” ( Gal 4,4 ), la missione congiunta del Verbo e dello Spirito del Padre rimane nascosta, ma è all’opera. Lo Spirito di Dio va preparando il tempo del Messia, e l’uno e l’altro, pur non essendo ancora pienamente rivelati, vi sono già promessi, affinché siano attesi e accolti al momento della loro manifestazione. Per questo, quando la Chiesa legge l’Antico Testamento, [Cf 2Cor 3,14 ] vi cerca [Cf Gv 5,39; Gv 5,46 ] ciò che lo Spirito, “che ha parlato per mezzo dei profeti”, vuole dirci di Cristo.

Con il termine “profeti”, la fede della Chiesa intende in questo caso tutti coloro che furono ispirati dallo Spirito Santo nel vivo annuncio e nella redazione dei Libri Sacri, sia dell’Antico sia del Nuovo Testamento. La tradizione giudaica distingue la Legge [i primi cinque libri o Pentateuco], i Profeti [corrispondenti ai nostri libri detti storici e profetici] e gli Scritti [soprattutto sapienziali, in particolare i Salmi] [Cf Lc 24,44 ].

Nella creazione

703

La Parola di Dio e il suo Soffio sono all’origine dell’essere e della vita di ogni creatura: [Cf Sal 33,6; Sal 104,30; Gen 1,2; Gen 2,7; Qo 3,20-21; 703 Ez 37,10 ]

E’ proprio dello Spirito Santo governare, santificare e animare la creazione, perché egli è Dio consustanziale al Padre e al Figlio. . . Egli ha potere sulla vita, perché, essendo Dio, custodisce la creazione nel Padre per mezzo del Figlio [Liturgia bizantina, Tropario del mattino delle domeniche del secondo modo].

704

“Quanto all’uomo, Dio l’ha plasmato con le sue proprie mani [cioè il Figlio e lo Spirito Santo]. . . e sulla carne plasmata disegnò la sua propria forma, in modo che anche ciò che era visibile portasse la forma divina [Sant’Ireneo di Lione, Demonstratio apostolica, 11].

Lo Spirito della promessa

705

Sfigurato dal peccato e dalla morte, l’uomo rimane “a immagine di Dio”, a immagine del Figlio, ma è privo “della Gloria di Dio” ( Rm 3,23 ), della “somiglianza”. La Promessa fatta ad Abramo inaugura l’Economia della salvezza, al termine della quale il Figlio stesso assumerà “l’immagine” [Cf Gv 1,14; 705 Fil 2,7 ] e la restaurerà nella “somiglianza” con il Padre, ridonandole la Gloria, lo Spirito “che dà la vita”.

706

Contro ogni speranza umana, Dio promette ad Abramo una discendenza, come frutto della fede e della potenza dello Spirito Santo [Cf Gen 18,1-15; 706 Lc 1,26-38; Lc 1,54-55; Gv 1,12-13; Rm 4,16-21 ]. In essa saranno benedetti tutti i popoli della terra [Cf Gen 12,3 ]. Questa discendenza sarà Cristo, [Cf Gal 3,16 ] nel quale l’effusione dello Spirito Santo riunirà “insieme i figli di Dio che erano dispersi” ( Gv 11,52 ). Impegnandosi con giuramento, [Cf Lc 1,73 ] Dio si impegna già al dono del suo Figlio Prediletto [Cf Gen 22,17-19; Rm 8,32; 706 Gv 3,16 ] e al dono “dello Spirito Santo che era stato promesso. . . in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato” ( Ef 1,13-14 ) [Cf Gal 3,14 ].

Nelle Teofanie e nella Legge

707

Le Teofanie [manifestazioni di Dio] illuminano il cammino della Promessa, dai Patriarchi a Mosè e da Giosuè fino alle visioni che inaugurano la missione dei grandi profeti. La tradizione cristiana ha sempre riconosciuto che in queste Teofanie si lasciava vedere e udire il Verbo di Dio, ad un tempo rivelato e “adombrato” nella nube dello Spirito Santo.

708

Questa pedagogia di Dio appare specialmente nel dono della Legge [Cf Es 19-20; Dt 1-5; Dt 6-11; 708 Dt 29-30 ], la quale è stata donata come un “pedagogo” per condurre il Popolo a Cristo ( Gal 3,24 ). Tuttavia, la sua impotenza a salvare l’uomo, privo della “somiglianza” divina, e l’accresciuta conoscenza del peccato che da essa deriva [Cf Rm 3,20 ] suscitano il desiderio dello Spirito Santo. I gemiti dei Salmi lo testimoniano.

Nel Regno e nell’esilio

709

La Legge, segno della Promessa e dell’Alleanza, avrebbe dovuto reggere il cuore e le istituzioni del Popolo nato dalla fede di Abramo. “Se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” ( Es 19,5-6 ) [Cf 1Pt 2,9 ]. Ma, dopo Davide, Israele cede alla tentazione di divenire un regno come le altre nazioni. Ora il Regno, oggetto della promessa fatta a Davide, [Cf 2Sam 7; Sal 89; Lc 1,32-33 ] sarà l’opera dello Spirito Santo e apparterrà ai poveri secondo lo Spirito.

710

La dimenticanza della Legge e l’infedeltà all’Alleanza conducono alla morte: è l’esilio, apparente smentita delle promesse, di fatto misteriosa fedeltà del Dio salvatore e inizio della restaurazione promessa, ma secondo lo Spirito. Era necessario che il Popolo di Dio subisse questa purificazione; [Cf Lc 24,26 ] l’esilio immette già l’ombra della croce nel disegno di Dio, e il “resto” dei poveri che ritorna dall’esilio è una delle figure più trasparenti della Chiesa.

L’attesa del Messia e del suo Spirito

711

“Ecco, faccio una cosa nuova” ( Is 43,19 ). Cominciano a delinearsi due linee profetiche, fondate l’una sull’attesa del Messia, l’altra sull’annunzio di uno Spirito nuovo; esse convergono sul piccolo “resto”, il popolo dei poveri, [Cf Sof 2,3 ] che attende nella speranza il “conforto d’Israele” e la “redenzione di Gerusalemme” ( Lc 2,25; Lc 2,38 ).

Si è visto precedentemente come Gesù compia le profezie che lo riguardano. Qui ci si limita a quelle in cui è più evidente la relazione fra il Messia e il suo Spirito.

712

I tratti del volto del Messia atteso cominciano a emergere nel Libro dell’Emmanuele [Cf Is 6-12; 712 “Quando Isaia vide la Gloria” di Cristo: Gv 12,41 ], in particolare in Is 11,1-2 :

Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,
un virgulto germoglierà dalle sue radici.
Su di lui si poserà lo spirito del Signore,
spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza,
spirito di conoscenza e di timore del Signore.

713

I tratti del Messia sono rivelati soprattutto nei canti del Servo [ Is 42,1-9; cf Mt 12,18-21; 713 Gv 1,32-34, poi Is 49,1-6; cf Mt 3,17; Lc 2,32 , infine Is 50,4-10 e Is 52,13-53,12 ]. Questi canti annunziano il significato della Passione di Gesù, e indicano così in quale modo egli avrebbe effuso lo Spirito Santo per vivificare la moltitudine: non dall’esterno, ma assumendo la nostra “condizione di servi” [Cf Fil 2,7 ]. Prendendo su di sé la nostra morte, può comunicarci il suo Spirito di vita.

714

Per questo Cristo inaugura l’annunzio della Buona Novella facendo suo questo testo di Isaia ( Lc 4,18-19 ): [Cf Is 61,1-2 ]

Lo Spirito del Signore è sopra di me,
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
per rimettere in libertà gli oppressi,
e predicare un anno di grazia del Signore.

715

I testi profetici concernenti direttamente l’invio dello Spirito Santo sono oracoli in cui Dio parla al cuore del suo Popolo nel linguaggio della Promessa, con gli accenti dell’amore e della fedeltà [Cf Ez 11,19; Ez 36,25-28; Ez 37,1-14; 715 Ger 31,31-34; e Gl 3,1-5, di cui san Pietro proclamerà il compimento il mattino di Pentecoste: cf At 2,17-21 ]. Secondo queste promesse, negli “ultimi tempi”, lo Spirito del Signore rinnoverà il cuore degli uomini scrivendo in essi una Legge nuova; radunerà e riconcilierà i popoli dispersi e divisi; trasformerà la primitiva creazione e Dio vi abiterà con gli uomini nella pace.

716

Il popolo dei “poveri”, [Cf Sof 2,3; Sal 22,27; 716 Sal 34,3; Is 49,13; Is 61,1; ecc] gli umili e i miti, totalmente abbandonati ai disegni misteriosi del loro Dio, coloro che attendono la giustizia, non degli uomini ma del Messia, è alla fine la grande opera della missione nascosta dello Spirito Santo durante il tempo delle promesse per preparare la venuta di Cristo. E’ il loro cuore, purificato e illuminato dallo Spirito, che si esprime nei Salmi. In questi poveri, lo Spirito prepara al Signore “un popolo ben disposto” ( Lc 1,17 ).

IV. Lo Spirito di Cristo nella pienezza del tempo

Giovanni, Precursore, Profeta e Battista

717

“Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni” ( Gv 1,6 ). Giovanni è “pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre” ( Lc 1,15; Lc 1,41 ) per opera dello stesso Cristo che la Vergine Maria aveva da poco concepito per opera dello Spirito Santo. La “visitazione” di Maria ad Elisabetta diventa così visita di Dio al suo popolo [Cf Lc 1,68 ].

718

Giovanni è “quell’Elia che deve venire” ( Mt 17,10-13 ); il fuoco dello Spirito abita in lui e lo fa “correre avanti” [come “precursore”] al Signore che viene. In Giovanni il Precursore, lo Spirito Santo termina di “preparare al Signore un popolo ben disposto” ( Lc 1,17 ).

719

Giovanni è “più che un profeta” ( Lc 7,26 ). In lui lo Spirito Santo termina di “parlare per mezzo dei profeti”. Giovanni chiude il ciclo dei profeti inaugurato da Elia [ Mt 11,13-14 ]. Egli annunzia che la Consolazione di Israele è prossima; è la “voce” del Consolatore che viene ( Gv 1,23 ) [Cf Is 40,1-3 ]. Come farà lo Spirito di verità, egli viene “come testimone per rendere testimonianza alla Luce” ( Gv 1,7 ) [Cf Gv 15,26; Gv 5,33 ]. In Giovanni, lo Spirito compie così le indagini dei profeti e il desiderio degli angeli: [Cf 1Pt 1,10-12 ] “L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio. . . Ecco l’Agnello di Dio” ( Gv 1,33-36 ).

720

Infine, con Giovanni Battista lo Spirito Santo inaugura, prefigurandolo, ciò che realizzerà con Cristo e in Cristo: ridonare all’uomo “la somiglianza” divina. Il battesimo di Giovanni era per la conversione, quello nell’acqua e nello Spirito sarà una nuova nascita [Cf Gv 3,5 ].

“Gioisci, piena di grazia”

721

Maria, la tutta Santa Madre di Dio, sempre Vergine, è il capolavoro della missione del Figlio e dello Spirito nella pienezza del tempo. Per la prima volta nel disegno della salvezza e perché il suo Spirito l’ha preparata, il Padre trova la Dimora dove il suo Figlio e il suo Spirito possono abitare tra gli uomini. In questo senso la Tradizione della Chiesa ha spesso letto riferendoli a Maria i più bei testi sulla Sapienza: [Cf Pr 8,1-9,6 ; Sir 24 ] Maria è cantata e rappresentata nella Liturgia come “Sede della Sapienza”. In lei cominciano a manifestarsi le “meraviglie di Dio”, che lo Spirito compirà in Cristo e nella Chiesa.

722

Lo Spirito Santo ha preparato Maria con la sua grazia. Era conveniente che fosse “piena di grazia” la Madre di Colui nel quale “abita corporalmente tutta la pienezza della Divinità” ( Col 2,9 ). Per pura grazia ella è stata concepita senza peccato come la creatura più umile e più capace di accogliere il Dono ineffabile dell’Onnipotente. A giusto titolo l’angelo Gabriele la saluta come la “Figlia di Sion”: “Gioisci” [Cf Sof 3,14; Zc 2,14 ]. E’ il rendimento di grazie di tutto il Popolo di Dio, e quindi della Chiesa, che Maria eleva al Padre, nello Spirito, nel suo cantico, [Cf Lc 1,46-55 ] quando ella porta in sé il Figlio eterno.

723

In Maria, lo Spirito Santo realizza il disegno misericordioso del Padre. E’ per opera dello Spirito che la Vergine concepisce e dà alla luce il Figlio di Dio. La sua verginità diventa fecondità unica in virtù della potenza dello Spirito e della fede [Cf Lc 1,26-38; Rm 4,18-21; Gal 4,26-28 ].

724

In Maria, lo Spirito Santo manifesta il Figlio del Padre divenuto Figlio della Vergine. Ella è il roveto ardente della Teofania definitiva: ricolma di Spirito Santo, mostra il Verbo nell’umiltà della sua carne ed è ai poveri [Cf Lc 1,15-19 ] e alle primizie dei popoli [Cf Mt 2,11 ] che lo fa conoscere.

725

Infine, per mezzo di Maria, lo Spirito Santo comincia a mettere in comunione con Cristo gli uomini, oggetto dell’amore misericordioso di Dio [Cf Lc 2,14 ]. Gli umili sono sempre i primi a ricerverlo: i pastori, i magi, Simeone e Anna, gli sposi di Cana e i primi discepoli.

726

Al termine di questa missione dello Spirito, Maria diventa la “Donna”, nuova Eva, “madre dei viventi”, Madre del “Cristo totale” [Cf Gv 19,25-27 ]. In quanto tale, ella è presente con i Dodici, “assidui e concordi nella preghiera” ( At 1,14 ), all’alba degli “ultimi tempi” che lo Spirito inaugura il mattino di Pentecoste manifestando la Chiesa.

Gesù Cristo

727

Tutta la missione del Figlio e dello Spirito Santo nella pienezza del tempo è racchiusa nel fatto che il Figlio è l’Unto dello Spirito del Padre dal momento dell’Incarnazione: Gesù è Cristo, il Messia.

Tutto il secondo articolo del Simbolo della fede deve essere letto in questa luce. L’intera opera di Cristo è missione congiunta del Figlio e dello Spirito Santo. Qui si menzionerà soltanto ciò che concerne la promessa dello Spirito Santo da parte di Gesù e il dono dello Spirito da parte del Signore glorificato.

728

Gesù rivela in pienezza lo Spirito Santo solo dopo che è stato egli stesso glorificato con la sua Morte e Risurrezione. Tuttavia, lo lascia gradualmente intravvedere anche nel suo insegnamento alle folle, quando rivela che la sua carne sarà cibo per la vita del mondo [Cf Gv 6,27; Gv 6,51; Gv 6,62-63 ]. Inoltre lo lascia intuire a Nicodemo, [Cf Gv 3,5-8 ] alla Samaritana [Cf Gv 4,10; Gv 4,14; Gv 4,23-24 ] e a coloro che partecipano alla festa delle Capanne [Cf Gv 7,37-39 ]. Ai suoi discepoli ne parla apertamente a proposito della preghiera [Cf Lc 11,13 ] e della testimonianza che dovranno dare [Cf Mt 10,19-20 ].

729

Solo quando giunge l’Ora in cui sarà glorificato, Gesù promette la venuta dello Spirito Santo, poiché la sua Morte e la sua Risurrezione saranno il compimento della Promessa fatta ai Padri: [Cf Gv 14,16-17; Gv 14,26; Gv 15,26; Gv 16,7-15; 729 Gv 17,26 ] lo Spirito di verità, l’altro Paraclito, sarà donato dal Padre per la preghiera di Gesù; sarà mandato dal Padre nel nome di Gesù; Gesù lo invierà quando sarà presso il Padre, perché è uscito dal Padre. Lo Spirito Santo verrà, noi lo conosceremo, sarà con noi per sempre, dimorerà con noi; ci insegnerà ogni cosa e ci ricorderà tutto ciò che Cristo ci ha detto e gli renderà testimonianza; ci condurrà alla verità tutta intera e glorificherà Cristo; convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio.

730

Infine viene l’Ora di Gesù: [Cf Gv 13,1; 730 Gv 17,1 ] Gesù consegna il suo spirito nelle mani del Padre [Cf Lc 23,46; Gv 19,30 ] nel momento in cui con la sua morte vince la morte, in modo che, “risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre” ( Rm 6,4 ), egli dona subito lo Spirito Santo “alitando” sui suoi discepoli [Cf Gv 20,22 ]. A partire da questa Ora, la missione di Cristo e dello Spirito diviene la missione della Chiesa: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” ( Gv 20,21 ) [Cf Mt 28,19; Lc 24,47-48; At 1,8 ].

V. Lo Spirito e la Chiesa negli ultimi tempi

La Pentecoste

731

Il giorno di Pentecoste (al termine delle sette settimane pasquali), la Pasqua di Cristo si compie nell’effusione dello Spirito Santo, che è manifestato, donato e comunicato come Persona divina: dalla sua pienezza, Cristo, Signore, effonde a profusione lo Spirito [Cf At 2,33-36 ].

732

In questo giorno è pienamente rivelata la Trinità Santa. Da questo giorno, il Regno annunziato da Cristo è aperto a coloro che credono in lui: nell’umiltà della carne e nella fede, essi partecipano già alla comunione della Trinità Santa. Con la sua venuta, che non ha fine, lo Spirito Santo introduce il mondo negli “ultimi tempi”, il tempo della Chiesa, il Regno già ereditato, ma non ancora compiuto:

Abbiamo visto la vera Luce, abbiamo ricevuto lo Spirito celeste, abbiamo trovato la vera fede: adoriamo la Trinità indivisibile, perché ci ha salvati [Liturgia bizantina, Tropario dei Vespri di Pentecoste, ripreso nelle Liturgie eucaristiche dopo la Comunione].

Lo Spirito Santo – il Dono di Dio

733

“Dio è Amore” ( 1Gv 4,8; 1Gv 4,16 ) e l’Amore è il primo dono, quello che contiene tutti gli altri. Questo amore, Dio l’ha “riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato” ( Rm 5,5 ).

734

Poiché noi siamo morti, o, almeno, feriti per il peccato, il primo effetto del dono dell’Amore è la remissione dei nostri peccati. E’ “la comunione dello Spirito Santo” ( 2Cor 13,13 ) che nella Chiesa ridona ai battezzati la somiglianza divina perduta a causa del peccato.

735

Egli dona allora la “caparra” o le “primizie” della nostra eredità; [Cf Rm 8,23; 2Cor 1,21 ] la vita stessa della Trinità Santa che consiste nell’amare come egli ci ha amati [Cf 1Gv 4,11-12 ]. Questo amore [La carità di 1Cor 13 ] è il principio della vita nuova in Cristo, resa possibile dal fatto che abbiamo “forza dallo Spirito Santo” ( At 1,8 ).

736

E’ per questa potenza dello Spirito che i figli di Dio possono portare frutto. Colui che ci ha innestati sulla vera Vite, farà sì che portiamo “il frutto dello Spirito [che] è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” ( Gal 5,22-23 ). “Lo Spirito è la nostra vita”: quanto più rinunciamo a noi stessi, [Cf Mt 16,24-26 ] tanto più “camminiamo secondo lo Spirito” ( Gal 5,25 ):

Con lo Spirito Santo, che rende spirituali, c’è la riammissione al Paradiso, il ritorno alla condizione di figlio, il coraggio di chiamare Dio Padre, il diventare partecipe della grazia di Cristo, l’essere chiamato figlio della luce, il condividere la gloria eterna [San Basilio di Cesarea, Liber de Spiritu Sancto, 15, 36: PG 32, 132].

Lo Spirito Santo e la Chiesa

737

La missione di Cristo e dello Spirito Santo si compie nella Chiesa, Corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo. Questa missione congiunta associa ormai i seguaci di Cristo alla sua comunione con il Padre nello Spirito Santo: lo Spirito prepara gli uomini, li previene con la sua grazia per attirarli a Cristo. Manifesta loro il Signore risorto, ricorda loro la sua parola, apre il loro spirito all’intelligenza della sua Morte e Risurrezione. Rende loro presente il Mistero di Cristo, soprattutto nell’Eucaristia, al fine di riconciliarli e di metterli in comunione con Dio perché portino “molto frutto” ( Gv 15,5; Gv 15,8; 737 Gv 15,16 ).

738

In questo modo la missione della Chiesa non si aggiunge a quella di Cristo e dello Spirito Santo, ma ne è il sacramento: con tutto il suo essere e in tutte le sue membra essa è inviata ad annunziare e testimoniare, attualizzare e diffondere il mistero della comunione della Santa Trinità (sarà questo l’argomento del prossimo articolo):

Noi tutti che abbiamo ricevuto l’unico e medesimo spirito, cioè lo Spirito Santo, siamo uniti tra di noi e con Dio. Infatti, sebbene, presi separatamente, siamo in molti e in ciascuno di noi Cristo faccia abitare lo Spirito del Padre e suo, tuttavia unico e indivisibile è lo Spirito. Egli riunisce nell’unità spiriti che tra loro sono distinti. . . e fa di tutti in se stesso un’unica e medesima cosa. Come la potenza della santa umanità di Cristo rende concorporei coloro nei quali si trova, allo stesso modo l’unico e indivisibile Spirito di Dio che abita in tutti, conduce tutti all’unità spirituale [San Cirillo di Alessandria, Commentarius in Joannem, 12: PG 74, 560-561].

739

Poiché lo Spirito Santo è l’Unzione di Cristo, è Cristo, Capo del Corpo, a diffonderlo nelle sue membra per nutrirle, guarirle, organizzarle nelle loro mutue funzioni, vivificarle, inviarle per la testimonianza, associarle alla sua offerta al Padre e alla sua intercessione per il mondo intero. E’ per mezzo dei sacramenti della Chiesa che Cristo comunica alle membra del suo Corpo il suo Spirito Santo e santificatore (questo sarà l’argomento della seconda parte del Catechismo).

740

Queste “meraviglie di Dio”, offerte ai credenti nei sacramenti della Chiesa, portano i loro frutti nella vita nuova, in Cristo, secondo lo Spirito (questo sarà l’argomento della terza parte del Catechismo).

741

“Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede per noi, con gemiti inesprimibili” ( Rm 8,26 ). Lo Spirito Santo, artefice delle opere di Dio, è il Maestro della preghiera (questo sarà l’argomento della quarta parte del Catechismo).

In sintesi

742

“E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre” ( Gal 4,6 ).

743

Dall’inizio alla fine dei tempi, quando Dio invia suo Figlio, invia sempre il suo Spirito: la loro missione è congiunta e inseparabile.

744

Nella pienezza del tempo, lo Spirito Santo porta a compimento in Maria tutte le preparazioni alla venuta di Cristo nel Popolo di Dio. Mediante l’opera dello Spirito Santo in lei, il Padre dona al mondo l’Emmanuele, “Dio-con-noi” ( Mt 1,23 ).

745

Il Figlio di Dio è consacrato Cristo [Messia] attraverso l’Unzione dello Spirito Santo nell’Incarnazione [Cf Sal 2,6-7 ].

746

Per la sua morte e Risurrezione, Gesù è costituito “Signore e Cristo” nella gloria ( At 2,36 ). Dalla sua pienezza, egli effonde lo Spirito Santo sugli Apostoli e sulla Chiesa.

747

Lo Spirito Santo, che Cristo, Capo, diffonde nelle sue membra, edifica, anima e santifica la Chiesa, sacramento della comunione della Santis sima Trinità e degli uomini.

LETTURE DALL’UFFICIO DELLE LETTURE

Versetto
V. Dio ha fatto risorgere Cristo dai morti, alleluia,
R. perché in Dio sia la nostra fede e la speranza, alleluia.

Prima Lettura
Dalla prima lettera di san Giovanni, apostolo 5, 1-12

Questa è la vittoria sul mondo: la nostra fede
Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. Da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti, perché in questo consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede.
E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Questi è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che rende testimonianza, perché lo Spirito è la verità. Poiché tre sono quelli che rendono testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il sangue, e questi tre sono concordi. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è maggiore; e la testimonianza di Dio è quella che ha dato al suo Figlio. Chi crede nel Figlio di Dio, ha questa testimonianza in sé. Chi non crede a Dio, fa di lui un bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Dio ha reso a suo Figlio. E la testimonianza è questa: Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita.

Responsorio  1 Gv 5, 6; Zc 13, 1
R. Questi è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. * Lo Spirito rende testimonianza, perché egli è la verità, alleluia.
V. In quel giorno vi sarà per gli abitanti di Gerusalemme, una sorgente zampillante per lavare il peccato.
R. Lo Spirito rende testimonianza, perché egli è la verità, alleluia.

Seconda Lettura
Dalla Costituzione dogmatica «Lumen gentium» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa     (Nn. 4. 12)

La missione dello Spirito Santo nella Chiesa
Dio Padre affidò al suo Figlio una missione da compiere sulla terra (cfr. Gv 17, 4). Quando fu espletata, venne il momento della Pentecoste. Allora fu inviato lo Spirito Santo per operare senza posa la santificazione della Chiesa, e i credenti avessero così per Cristo accesso al Padre in un solo Spirito (cfr. Ef 2, 18). Questi è lo Spirito che dà la vita, è la sorgente di acqua zampillante per la vita eterna (cfr. Gv 4, 14; 7, 38-39); per lui il Padre ridà la vita agli uomini, morti per il peccato, e un giorno risusciterà in Cristo i loro corpi mortali (cfr. Rm 8, 10-11). Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio (cfr. 1 Cor 3, 16; 6, 19) e in essi prega e rende testimonianza della adozione filiale (cfr. Gal 4, 6); Rm 8, 15-16 e 26). Egli guida la Chiesa verso tutta intera la verità (cfr. Gv 16, 13), la unifica nella comunione e nel servizio, la provvede di diversi doni gerarchici e carismatici, coi quali la dirige e la abbellisce dei suoi frutti (cfr. Ef 4, 11-12; 1 Cor 12, 4; Gal 5, 22). Con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, la rinnova continuamente e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo. Infatti lo Spirito e la Sposa dicono al Signore Gesù: Vieni! (cfr. Ap 22, 17).
La Chiesa universale si presenta come «un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».
La comunità cattolica dei fedeli, consacrati dall’unzione dello Spirito Santo (cfr. 1 Gv 2, 20.27), non può sbagliare nel credere. Il popolo di Dio gode di questa infallibilità quando nel suo insieme, comprendente gerarchia e laici, esprime il suo consenso universale in materia dottrinale e morale.
Per la coscienza della fede, formata con l’assistenza e il sostegno dello Spirito di verità, il popolo di Dio, sotto la guida del sacro magistero, al quale fedelmente si conforma, accoglie non la parola degli uomini ma, qual è in realtà, la parola di Dio (cfr. 1 Ts 2, 13), aderisce indefettibilmente «alla fede una volta per tutte trasmessa ai santi» (Gd 3), con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l’applica nella vita.
Lo Spirito Santo, per mezzo dei sacramenti e dei ministeri, santifica il popolo di Dio, lo guida e lo adorna di virtù. Inoltre, «distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui» ( 1Cor 12, 11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie incombenze e missioni utili al rinnovamento della Chiesa e al suo sviluppo. E’ ciò che dice la Scrittura: «A ciascuno… la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio» ( 1 Cor 2, 7). Questi carismi, straordinari o anche più semplici e più largamente diffusi, sono appropriati alle necessità della Chiesa e perciò si devono accogliere con gratitudine e gioia.

Responsorio   Cfr. Gv 7, 37. 38. 39
R. Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù diceva: Chi crede in me diventerà fonte di acqua viva.
* Questo egli diceva dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui, alleluia.
V. Chi ha sete venga a me e beva, e fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno.
R. Questo egli diceva dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui, alleluia.

SAN BASILIO – LA DOTTRINA

DE  – EN  – ES  – FR  – HR  – IT  – PT ]

 

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 1° agosto 2007

San Basilio

II: La dottrina

Cari fratelli e sorelle,

dalla vita e dagli scritti di san Basilio – era questo l’argomento della nostra precedente catechesi – possiamo ricavare alcuni messaggi importanti e validi anche per noi oggi.

Anzitutto il richiamo al mistero di Dio, che resta il riferimento più significativo e vitale per l’uomo. Il Padre è «il principio di tutto e la causa dell’essere di ciò che esiste, la radice dei viventi» (Om. 15,2 sulla fede), e soprattutto è «il Padre del nostro Signore Gesù Cristo» (Anafora di san Basilio)Risalendo a Dio attraverso le creature, noi «prendiamo coscienza della sua bontà e della sua saggezza» (Basilio, Contro Eunomio 1,14). Il Figlio è l’«immagine della bontà del Padre e sigillo di forma a Lui uguale» (cfr Anafora di san Basilio). Con la sua obbedienza e la sua passione il Verbo incarnato ha realizzato la missione di Redentore dell’uomo (cfr Basilio, Omelie sui Salmi 48,8; cfr anche Il Battesimo 1,2,17).

Nell’insegnamento di Basilio trova ampio rilievo l’opera dello Spirito Santo. «Da Lui, il Cristo, rifulse lo Spirito Santo: lo Spirito della verità, il dono dell’adozione filiale, il pegno dell’eredità futura, la primizia dei beni eterni, la potenza vivificante, la sorgente della santificazione» (cfr Anafora di san Basilio)Lo Spirito anima la Chiesa, la riempie dei suoi doni, la rende santa. La luce splendida del mistero divino si riverbera sull’uomo, immagine di Dio, e ne innalza la dignità. Guardando a Cristo, si capisce appieno la dignità dell’uomo. Basilio esclama: «[Uomo], renditi conto della tua grandezza considerando il prezzo versato per te: guarda il prezzo del tuo riscatto, e comprendi la tua dignità!» (Omelie sui Salmi 48,8). In particolare il cristiano, vivendo in conformità al Vangelo, riconosce che gli uomini sono tutti fratelli tra di loro; che la vita è un’amministrazione dei beni ricevuti da Dio, per cui ognuno è responsabile di fronte agli altri, e chi è ricco deve essere come un esecutore degli ordini di Dio benefattore (cfr Omelia sull’ elemosina Omelia  6 sull’avarizia)Tutti dobbiamo aiutarci, e cooperare come le membra di un corpo (Ep. 203,3).

Le opere di carità sono necessarie per manifestare la propria fede: per mezzo di esse gli uomini servono Dio stesso (cfr Regole morali 5,2). A questo proposito, alcuni testi delle omelie basiliane restano anche oggi coraggiosi ed esemplari: «“Vendi quello che hai e dallo ai poveri” (Mt 19,22) …: perché, anche se non hai ucciso o commesso adulterio o rubato o detto falsa testimonianza, non ti serve a nulla se non fai anche il resto: solo in tale modo potrai entrare nel regno di Dio» (Omelia contro i ricchi 1). Chi infatti, secondo il comandamento di Dio, vuole amare il prossimo come se stesso, «non deve possedere niente di più di quello che possiede il suo prossimo» (ibid.). «Sei povero?», domandava; «l’altro è più povero di te. Tu hai il pane per dieci giorni, lui per uno soltanto. Ciò che t’avanza ed abbonda, questo tu – come persona buona e benevola – dividilo equamente col bisognoso. Non dubitare di donare del tuo poco; non anteporre il tuo vantaggio all’emergenza pubblica! Se il tuo cibo è ridotto ad un unico pane e davanti alla porta sosta un mendicante, tira fuori dalla tua dispensa quell’unico pane e, postolo sulle mani e guardando al cielo, di’ con voce lamentosa e amorevole: “Ho solo quest’unico pane che vedi, o Signore, e il pericolo della fame evidentemente incombe. Pongo però davanti a me il tuo comandamento e del mio poco offro una parte al fratello affamato. Ora tu stesso vieni in aiuto del tuo servo esposto al rischio. Conosco la tua bontà, confido nella tua potenza”» (Omelia in tempo di fame e di siccità 6).

Ben meritato è dunque l’elogio fatto da Gregorio di Nazianzo: «Basilio ci persuase che noi, essendo uomini, non dobbiamo disprezzare gli uomini, né oltraggiare Cristo, capo comune di tutti, con la nostra disumanità verso gli uomini; piuttosto, nelle disgrazie degli altri, dobbiamo beneficare noi stessi, e fare prestito a Dio della nostra misericordia, perché abbiamo bisogno di misericordia» (Discorso 43,63). Parole, queste, ancora molto attuali. Vediamo come san Basilio è realmente uno dei Padri della Dottrina sociale della Chiesa.

Basilio, inoltre, ci ricorda che per tenere vivo in noi l’amore verso Dio e verso gli uomini è necessaria l’Eucaristia, cibo adeguato per i battezzati, capace di alimentare le nuove energie derivanti dal Battesimo (cfr Il Battesimo 1,3,1). E’ motivo di immensa gioia poter partecipare all’Eucaristia (Regole morali 21,3), istituita «per custodire incessantemente il ricordo di Colui che è morto e risorto per noi» (Regole morali 80,22). L’Eucaristia, immenso dono di Dio, tutela in ciascuno di noi il ricordo del sigillo battesimale e consente di vivere in pienezza e fedeltà la grazia del Battesimo. Per questo il santo Vescovo raccomanda la comunione frequente, anche quotidiana: «Comunicare anche ogni giorno ricevendo il santo corpo e sangue di Cristo è cosa buona e utile; poiché Egli stesso dice chiaramente: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” (Gv 6,54). Chi dunque dubiterà che comunicare continuamente alla vita non sia vivere in pienezza?» (Ep. 93). L’Eucaristia, in una parola, ci è necessaria per accogliere in noi la vera vita, la vita eterna (cfr Regole mortali 21).

Infine, Basilio si interessò naturalmente anche di quella porzione eletta del popolo di Dio che sono i giovani, il futuro della società. A loro indirizzò un Discorso sul modo di trarre profitto dalla cultura pagana del tempo. Con molto equilibrio e apertura, egli riconosce che nella letteratura classica, greca e latina, si trovano esempi di vita retta. Questi esempi possono essere utili per il giovane cristiano alla ricerca della verità, del retto modo di vivere (cfr Discorso ai giovani 3). Pertanto bisogna prendere dai testi degli autori classici quanto è conveniente e conforme alla verità: così con atteggiamento critico e aperto – si tratta infatti di un vero e proprio «discernimento» – i giovani crescono nella libertà. Con la celebre immagine delle api, che colgono dai fiori solo ciò che serve per il miele, Basilio raccomanda: «Come le api sanno trarre dai fiori il miele, a differenza degli altri animali che si limitano al godimento del profumo e del colore dei fiori, così anche da questi scritti … si può ricavare qualche giovamento per lo spirito. Dobbiamo utilizzare quei libri seguendo in tutto l’esempio delle api. Esse non vanno indistintamente su tutti i fiori, e neppure cercano di portar via tutto da quelli sui quali si posano, ma ne traggono solo quanto serve alla lavorazione del miele, e tralasciano il resto. E noi, se siamo saggi, prenderemo da quegli scritti quanto si adatta a noi, ed è conforme alla verità, e lasceremo andare il resto» (Disc. ai giovani 4). Basilio, soprattutto, raccomanda ai giovani di crescere nelle virtù: «Mentre gli altri beni … passano da questo a quello come nel gioco dei dadi, soltanto la virtù è un bene inalienabile e rimane durante la vita e dopo la morte» (Disc. ai giovani 5).

Cari fratelli e sorelle, mi sembra si possa dire che questo Padre di un tempo lontano parla anche a noi e ci dice delle cose importanti. Anzitutto, questa partecipazione attenta, critica e creativa alla cultura contemporanea. Poi, la responsabilità sociale: questo è un tempo nel quale, in un mondo globalizzato, anche i popoli geograficamente distanti sono realmente il nostro prossimo. Quindi, l’amicizia con Cristo, il Dio dal volto umano. E, infine, la conoscenza e la riconoscenza verso il Dio Creatore, Padre di noi tutti: solo aperti a questo Dio, Padre comune, possiamo costruire un mondo giusto e fraterno.

CAMMINA DAVANTI A ME – 9

Bocca di Magra: 31 ottobre – 1-2 novembre 1992

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Cammina davanti a me

5ª Meditazione
Salmi 130-131-139

In questa ultima meditazione volevo richiamare alcuni atteggiamenti fondamentali della vita spirituale, così come sono presentati nei salmi.

Abbiamo già percorso un piccolo itinerario, partendo dal desiderio di Dio, dal riconoscimento del nostro peccato e quindi l’esperienza del perdono; della lode e la supplica. Quindi un percorso spirituale di questo genere.

Ecco, adesso ci rimane da richiamare degli atteggiamenti del cuore, in modo di stare davanti al Signore e di camminare sotto il suo sguardo.

Prendiamo quindi tre Salmi, il primo dei quali è il 139 (138), che dice così:

[1] Al maestro del coro. Di Davide. Salmo.

Signore, tu mi scruti e mi conosci,

[2] tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri,

[3] Mi scruti quando cammino e quando riposo. Ti sono note tutte le mie vie;

[4] la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta.

[5] Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano.

[6] Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, e io non la comprendo.

[7] Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza?

[8] Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti.

[9] Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare

[10] anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra.

[11] Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra e intorno a me sia la notte»;

[12] nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno; per te le tenebre sono come luce.

[13] Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre.

[14] Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo.

[15] Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra.

[16] Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno

[17] Quanto profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro numero, o Dio;

[18] se li conto sono più della sabbia, se li credo finiti, con te sono ancora.

[19] Se Dio sopprimesse i peccatori! Allontanatevi da me, uomini sanguinari.

[20] Essi parlano contro di te con inganno: contro di te insorgono con frode.

[21] Non odio, forse, Signore, quelli che ti odiano e non detesto i tuoi nemici?

[22] Li detesto con odio implacabile come se fossero miei nemici.

[23] Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri:

[24] vedi se percorro una via di menzogna e guidami sulla via della vita.

Come vedete, è una meditazione sulla presenza di Dio nella vita dell’uomo: una presenza penetrante, avvolgente, intensa.

Non è tanto una riflessione teologica sull’onnipotenza, ma sull’esperienza di fede; il mio stare davanti a Dio in perfetta trasparenza, senza veli e senza di fese, facendo un’esperienza di fede che per certi aspetti potrebbe apparire oppressiva. Il fatto di avere sempre attorno a me, accanto a me questa presenza del Signore, di non potermene liberare, potrebbe anche essere sentito come oppressivo, e invece per il nostro salmista è una esperienza liberante.

Comincia la preghiera dicendo: «Signore, tu mi scruti e mi conosci» e termina dicendo: «Scrutami, Dio, conosci il mio cuore» ed è come se accettasse volentieri di essere scrutato, radiografato dallo sguardo del Signore dentro al suo profondo, al suo intimo. E credo che questa sia una delle esperienze fondamentali della vita religiosa.

La vita di fede è un conoscere Dio. Senza dubbio.

Ma la vita di fede è, prima di tutto, un essere conosciuti da Dio.

Ricordate, forse, un versetto della lettera agli Ebrei, dove l’autore richiama un’esperienza simile di fronte alla parola di Dio, e dice (Eb 4, 12-13):

[12] Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore.

[13] Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto.

«Viva è la parola di Dio». Non è semplicemente una parola di suono o un’idea; è una presenza: è efficace, tagliente, capace di discernere dentro al nostro cuore i sentimenti e i movimenti del cuore, di distinguere quello che è autentico da quello che è falso, quello che è giusto da quello che è sbagliato, perché, molte volte, noi le cose le confondiamo.

Abbiamo una tendenza irresistibile all’autodifesa, all’autogiustificazione, quindi abbiamo sempre una serie di scuse per giustificare i nostri comportamento o le nostre scelte.

Davanti alla Parola di Dio, quando c’è un atteggiamento di disponibilità, tutte queste difese scompaiono e non c’è niente, non c’è creatura che possa nascondersi davanti a Lui, ma tutto è nudo e scoperto ai suoi occhi.

È proprio questo a cui fa riferimento il Salmo 139: prendere coscienza della presenza di Dio, e di una presenza che entra dentro a tutta la nostra esistenza, anche nel profondo, dove nemmeno riusciamo a vedere e a conoscere; dove nemmeno una psicanalisi potrebbe sondare del tutto quelli che sono i movimenti del cuore.

E di fatto, il Salmo incomincia descrivendo le dimensioni di questa conoscenza divina e vuole dire: Dio conosce anzitutto le nostre azioni.

«Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino e quando riposo».

«Quando seggo e quando mi alzo», e più avanti «quando cammino e quando riposo», vuole dire «tutte le azioni»: le chiamano espressioni popolari che prendono gli estremi dall’esperienza dell’uomo per indicare tutto: mi siedo, mi alzo, cammino, riposo.

La vita dell’uomo è fatta di ritmi diversi, contrapposti, ma tutti questi ritmi rimangono sotto la conoscenza di Dio. Niente delle nostre azioni gli sfugge; ma non solo delle nostre azioni, anche dei nostri pensieri. Dice: «Penetri da lontano i miei pensieri», quindi quando ancora si stanno formando nel profondo della coscienza, quando non sono ancora chiari nemmeno davanti, a noi, sono però conosciuti da Dio.

Non solo. I nostri progetti di vita:

«Ti sono note tutte le mie vie: la mia parola non e ancora sulla lingua e tu, signore, già la conosci tutta. Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano. Stupenda per me la tua saggezza,, troppo alta, e io non la comprendo».

«Ti sono note tutte le mie vie». Non solo: «Le mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta». Prima ancora che la parola sia pronunciata è conosciuta da Dio.

E il salmista ha la percezione di essere circondato dalla presenza di Dio: alle spalle e di fronte e di sopra. Allora viene quell’interrogativo che dicevamo: questa presenza di Dio suscita, genera consolazione o fa sentire asfissia, mancanza di libertà?

È una presenza che paralizza l’uomo, impedendogli di muoversi perché c’è sempre accanto questa presenza scomoda o è una presenza che libera l’uomo, che gli toglie le paure e gli permette un movimento più sciolto e più autentico?

Beh, il salmista riconosce di non potere capire e di non poter produrre questo tipo di esperienza. Dice: «Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, e io non la comprendo».

Ma la meditazione deve continuare.

C’è una presenza costante di Dio attorno alla nostra vita. Potrebbe anche essere possibile all’uomo sfuggire, sottrarsi a questa conoscenza.

Quando gli altri mi danno fastidio, mi nascondo, posso creare delle cortine fumogene, posso creare delle distanze: è possibile lo stesso anche davanti a Dio?

È possibile andare lontano e fuggire da Dio?

«Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra. Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra e intorno a me sia la notte»; nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è più chiara del giorno; per te le tenebre sono come luce».

Non è possibile nemmeno questo. Non serve andare in cielo; non serve nascondersi negli inferi, nelle profondità della terra; non serve andare lontano alle estremità del mare; non serve nemmeno circondarsi con l’oscurità.

Tutti questi ambiti rimangono dentro alla sovranità di Dio. La presenza di Dio sull’uomo, la visione di Dio sono ovunque.

Ma perché questo?

Da dove viene questa conoscenza penetrante del Signore? Dice il salmista:

«Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo. Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visti i tuoi occhi e tutto era scritto nel libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno».

Dunque, Dio è creatore, noi siamo sue creature.

Le viscere… Letteralmente il riferimento è «i reni».

Nell’antropologia biblica i reni sono l’organo che rappresenta il pensiero, quel luogo dove si formano le immagini e i pensieri e i sentimenti dell’uomo. Sono quindi il segno della profondità delle viscere che sono impenetrabili per noi stessi. Nemmeno noi riusciamo a capirci bene dentro ai nostri sentimenti: alle volte vengono a galla e vengono inattesi e imprevisti. Vengono da questa sede nascosta che sono le viscere dell’uomo. Ma anche queste non sono nascoste a Dio: è Dio che le ha fatte e lui le conosce, così come un artefice conosce la sua opera.

Così anche quell’organismo complesso che sembra un tessuto di nervi e di muscoli, Dio lo ha fatto, lo conosce; lo ha fatto in modo stupendo e lo conosce in modo stupendo, perfettamente.

Anche le ossa, che sono il nucleo invisibile del corpo umano, bene, anche queste sono scrutate da Dio fin dall’inizio: Dio le ha tessute nel seno della terra, quando l’uomo è stato formato.

Rimane un’ultima cosa da esaminare: il futuro.

Il futuro per l’uomo è la realtà più misteriosa, quella che sfugge a ogni desiderio di sicurezza. L’uomo vorrebbe poter controllare il futuro, ma il futuro è al di là delle sue capacità di visione e di gestione, ma non è al di là della conoscenza e del dominio di Dio.

«Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno. Quanto profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro amore, o Dio».

Vuole dire non che ogni cosa è determinata prima della scelta dell’uomo, non vuole dire che non ci sia libertà nell’uomo, ma vuole dire che la conoscenza di Dio non ha niente che le si possa sottrarre, nemmeno il futuro, e che il futuro è davanti a Dio certo e stabile e sicuro come il passato. Proprio perché, direbbero i filosofi, per Dio non esiste il tempo; il futuro ha la stessa solidità del presente e del passato. La conclusione, quindi, non può altro che essere una esclamazione: Quanto profondi, quanto grandi!

L’uomo si perde dentro al labirinto complesso e vario dei pensieri divini; e se le cose stanno così, non c’è possibilità di sfuggire alla conoscenza e al giudizio di Dio.

Il salmista non tenta di sfuggire, anzi chiede esplicitamente: «Scrutami, conoscimi, provami»; e questo atteggiamento esprime il desiderio del salmista di una pulizia e di una trasparenza interiore che solo il Signore è in grado di operare.

«Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri: vedi se percorro una via di menzogna e guidami sulla via della vita

Dicevamo che essere conosciuto da Dio è una delle esperienze fondamentali, iniziali, della vita religiosa, perché vuole dire imparare, davanti a Dio, a essere senza difesa, a rimanere trasparenti, sinceri; è imparare ad arrenderci, a non giustificarci.

Davanti agli altri c’è sempre qualche cosa che ci porta a difenderci, a proteggere il nostro cuore, i nostri sentimenti. Dal giudizio degli altri abbiamo bisogno di difenderci, dal giudizio di Dio no.

Bisognerebbe imparare a rimanere sotto il suo sguardo senza paura, nella convinzione che lo sguardo del Signore è certamente scomodo, ma è uno sguardo d’amore. Ed è scomodo proprio perché ci vuole bene, perché Dio non si rassegna alla nostra mediocrità o al nostro egoismo. Ce lo mette davanti non con il gusto sadico di farci soffrire perché vediamo i nostri limiti, ma con il desiderio paterno di chi vuole la nostra vita e il nostro bene.

Quando Gesù pone davanti alla «samaritana» la sua esperienza: «Hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito», non vuole svergognarla, perché questa donna, in qualche modo, perda la faccia davanti a lui; vuole, al contrario, liberarla da questo passato, vuole renderla cosciente della sua inquietudine, perché la samaritana possa finalmente trovare una via di speranza, di serenità e di pace. Ha condotto una vita sempre trascinata tra il desiderio e la insoddisfazione: il desiderio che la portava da una scelta all’altra senza trovare in nessuna una pace definitiva, una tranquillità vera.

Bene, deve diventare cosciente di questo ma non per avvilirsi, non per deprimersi, ma, al contrario, nel rapporto con il Signore, una sicurezza e una libertà più grande.

Perché quello che il Signore vuole per noi è la libertà, una libertà del cuore per cui le nostre scelte non siano determinate dalla paura o dal bisogno di fare bella figura o da queste cose; ma siano determinate, prima di tutto, dal riconoscimento di quello che è bello e di quello che è buono.

Quando il Signore incontra Abramo e fa’ alleanza con lui (l’alleanza della circoncisione), si presenta così: «Io sono El-Shaddai: cammina alla mia presenza e sii integro».

Vuol dire: non camminare alla presenza degli altri, quindi le tue scelte non siano determinate da quello che gli altri desiderano e aspettano. «Cammina alla mia presenza». Dovrai fare, certamente, quello di cui gli altri hanno bisogno, andrai incontro agli altri ma non per ottenere favori, ma con una libertà profonda, con la libertà di chi appartiene al Signore e cammina davanti a lui.

È, in fondo, il modo in cui si presenta Elia.

Il profeta Elia, quando si presenta davanti al re Acab gli dice: «Vive il Signore alla cui presenza io sto»; e poi gli mette davanti il giudizio dopo aver detto: «Io non sto mica davanti a te: la mia vita non è mica determinata dalla tua presenza. Non è la paura di te che mi fa parlare o l’odio per te che mi fa ribellare. Vive il Signore alla cui presenza io sto. Io sono sotto lo sguardo del Signore e di nessun altro e di nient’altro».

Nessun altro e nient’altro è un modo radicale di esprimerlo.

È chiaro che, evidentemente, davanti agli altri ci siamo e dei giudizi degli altri, poco o tanto, dobbiamo tenerne conto. Però l’essenziale è che il riferimento centrale della vita sia il Signore, per cui il riferimento agli altri non sia quello determinante, e la nostra vita non sia un cercare consensi, ma solo cercare la verità e il bene.

Certamente con l’attenzione anche al consenso, questo ci sta bene se uno fa politica o cose di questo genere, però con l’ottica fondamentale rivolta verso il Signore e la sua volontà.

Che è quello che dice il Vangelo in molti brani: il Vangelo di Giovanni quando parla della conoscenza che Gesù ha del cuore dell’uomo.

Gli uomini che incontrano Gesù, nel Vangelo secondo Giovanni, si sentono, prima di tutto, conosciuti. Pensate a Natanaele la prima volta che vede il Signore e si sente dire: «Ecco un vero Israelita in cui non c’è inganno!»; lui rimane stupito e dice: «Non mi hai mai visto. Ma da dove mi conosci?». Ma è proprio questa l’esperienza della fede.

Anche Matteo, al cap. 6 del suo Vangelo nel Discorso della montagna, scrive (Mt. 6, 1-4):

[1] Guardatevi dal praticare le vostre opere buone davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli.

[2] Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.

[3] Quando invece fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra,

[4] perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

Quindi «guardatevi dal praticare le vostre opere buone davanti agli uomini per essere ammirati da loro», dove l’essenziale è naturalmente questo: per essere ammirati da loro.

Questo non vuol dire che l’elemosina la dovete sempre fare di nascosto: dicevamo, quando abbiamo commentato questo brano, che l’elemosina la potete fare anche nella piazza del Duomo, purché non la facciate per essere ammirati, purché il vostro cuore sia, davanti a Dio, per piacere a Dio, perché questo è bello e giusto davanti a Lui.

Questo libera.

Se noi riuscissimo a stare di più sotto lo sguardo del Signore, avremmo meno paure e saremmo meno condizionati dallo sguardo degli altri e verrebbe la libertà del cuore.

E questo è il primo elemento che mi interessava richiamare.

Il secondo Salmo, brevemente.

SALMO 130

[1] Canto delle ascensioni.

Dal profondo a te grido, o Signore a;

[2] Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera.

[3] Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi potrà sussistere?

[4] Ma presso di te è il perdono; perciò avremo il tuo timore.

[5] lo spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola.

[6] L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora.

[7] Israele attenda il Signore, perché presso il Signore è la misericordia e grande presso di lui la redenzione.

[8] Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.

È quel Salmo famoso che ha preso il titolo dalla sua prima parola: «Dal profondo» («De profundis»). Ma questo ha oscurato un pochino il significato del Salmo perché il suo centro è la fiducia, è la speranza, l’attesa. Per due volte viene ripetuto il verbo «sperare» e per due volte il verbo sinonimo «attendere». Di fatto al centro di questo Salmo ci sta la speranza nel perdono di Dio, che prevale radicalmente sul senso intenso del peccato. Il riferimento al peccato c’è, ma c’è come di traverso: «Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono».

Questo Salmo 130, assieme ai Salmi, 120 e 134, appartiene ai canti delle ascensioni. Ascensioni perché dovevano accompagnare il pellegrinaggio, e siccome il pellegrinaggio per Israele è andare in alto, verso Gerusalemme, allora si chiamano «salmi delle ascensioni». E forse, non c’è una interpretazione più bella, perché il Salmo inizia con l’espressione «Dal profondo» e termina con la sicurezza: «Egli redimerà Israele da tutte le sue. colpe». Quindi è il passaggio dalla condizione iniziale di angoscia alla condizione finale di sicurezza.

Allora il secondo atteggiamento che mi interessava (il primo è quello di stare sotto lo sguardo di Dio) è quello della fiducia, della speranza; è quello del saper guardare verso l’alto, del non stare a inaridire il nostro cuore guardando troppo noi stessi e troppo i nostri difetti.

È chiaro che i nostri difetti e i nostri limiti li dobbiamo guardare, ce ne dobbiamo rendere conto, li dobbiamo confessare davanti al Signore, ecc., ma l’essenziale è: una volta che hai guardato un attimo i tuoi difetti, che tu sappia alzare lo sguardo verso il Signore.

«Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce».

«Dal profondo» è una espressione generale, è la situazione di chi si sente sprofondare nel fango e non ha la possibilità di sollevarsi; oppure di chi è circondato dalle tenebre e non riesce a intravedere la luce.

È la condizione di chi è privo della libertà e, della vita, quindi fa riferimento a una esperienza di soffocamento, di annegamento. Pensate al figliol prodigo lontano dalla casa di suo padre, quando da ricco era sceso in miseria e da sazio provava la fame, da figlio era diventato un servo e uno schiavo.

Questo è il punto di partenza.

Scopriremo che il salmista si sente oppresso dalla colpa, ma in questa condizione riesce ancora a gridare. Non gli rimane altro che questo: gridare e urlare, anzi, pregare e supplicare.

Vuol dire: il grido potrebbe anche essere rivolto all’universo o al vuoto, ma la preghiera ha una direzione precisa: «Dal profondo a te grido, o Signore», che è una richiesta di grazia che è rivolta a chi solo è in grado di liberare dalla condizione di pericolo.

E al grido del salmista risponde l’ascolto di Dio: «Ascolta la mia voce».

«Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera».

Notate questa strana, però bella, immagine per indicare l’ascolto di Dio: «Siano i tuoi orecchi attenti», gli orecchi tesi ad ascoltare: vuol dire orecchi non distratti, non indifferenti.

Quando Salomone aveva consacrato il Tempio di Gerusalemme, aveva chiesto qualche cosa di questo genere: «Ora, mio Dio, i tuoi occhi siano aperti, le tue orecchie siano attente alla preghiera innalzata in questo luogo».

E il profeta Isaia aveva detto al suo popolo, come invito alla fiducia: «Ecco, non è troppo corta la mano del Signore da non poter salvare, né tanto duro il suo orecchio da non potere udire».

Sono tutte espressioni che nascono dalla concezione vivissima della personalità di Dio. Dio è un Dio personale e il rapporto con noi è un rapporto interpersonale: avviene attraverso gli occhi, gli orecchi, la mano; avviene in modo tale che si trova la sua analogia solo nei rapporti che si possono sviluppare tra persone, tra amici.

«Se consideri le colpe, Signore, Signore chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono; perciò avremo il tuo timore».

Vuol dire che se il Signore fosse un ragioniere pignolo che sta a controllare il peso e la qualità dei nostri peccati, delle nostre infrazioni, non ci sarebbe speranza: davanti a una visione oggettiva e pignola, nessuno potrebbe stare in piedi davanti a Dio. «Ma presso di te è il perdono e avremo il tuo timore».

Ritorna una cosa che abbiamo già vista nel Salmo 42 (43).

«Perdono» scrivetelo con la P maiuscola e immaginate il Perdono come uno dei servi che stanno attorno al trono di Dio per fare i suoi ordini, per eseguire i suoi comandi.

Dio ha i suoi servitori, lo abbiamo detto nel primo Salmo, il 42 (43), e ne abbiamo trovati alcuni. Bene, uno di questi servitori si chiama Perdono ed è, secondo il libro di Neemia, un servitore molto importante alla corte di Dio e ha un potere grande. E allora «presso di te è il perdono».

Per fortuna la corte di Dio non è una corte di un giudice pignolo, ma è la corte di un Dio che ama, che è capace di perdonare e di rinnovare l’esistenza dell’uomo. Allora per questo «avremo il tuo timore».

Anche questo è sorprendente, perché uno: dice: «Se c’è il perdono, allora non abbiamo più paura», e questo è vero.

Ma qui «timore» vuole dire un’altra cosa: vuole dire che proprio perché Dio ci perdona, impariamo a rispettarlo, impariamo a riconoscere la forza, il valore, la dignità. Lo riconosciamo come degno di essere amato, come degno di essere ubbidito e accolto.

Questo timore di Dio non è affatto la paura, ma è lo stupore e il riconoscimento davanti alla grandezza di Dio, alla sua divinità e alla sua santità.

E vuole dire: il perdono di Dio ha una forza pedagogica grande.

Quando ci scopriamo perdonati, possiamo imparare a convertirci. Questo tenetelo presente. Noi, generalmente, mettiamo la conversione prima del perdono: «Se io mi converto, Dio mi perdona», e questo va bene.

Ma è vero anche il contrario: che io mi converto proprio perché Dio mi perdona, perché scopro l’amore di Dio e la grandezza della sua misericordia. Allora posso imparare a volergli bene e posso davvero convertirmi. Quindi «presso di te è il perdono», e quando incontreremo il tuo perdono, allora avremo il tuo timore, ci convertiremo davvero, di quella conversione che non è la attrizione ma la contrizione, cioè il pentimento proprio per amore di Dio, non per paura di niente e di nessuno.

Allora:

«Io spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola. L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora. Israele attenda il Signore, perché presso di lui è la misericordia e grande presso di lui la redenzione».

C’è un testo di Isaia, misterioso anche per certi aspetti, però suggestivo; dice (Is 21, 11-12):

[11] Oracolo sull’Idumea Mi gridano da Seir: «Sentinella quanto resta della notte?».

[12] La sentinella risponde: «Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!».

È un brano, dicevo, misterioso, ma che vuole indicare e suggerire questa attesa ansiosa del mattino, come la sentinella che vive le ore della notte nell’ansia che le tenebre possano passare, che possa finire finalmente il turno e venire la luce del mattino.

Bene, questa è la nostra condizione, la condizione di chi desidera ansiosamente la venuta del Signore e quella salvezza che il Signore porta con se. «L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora, perché presso il Signore è la misericordia, grande presso di lui la redenzione».

E anche qui Misericordia e Redenzione con la maiuscola.

Ce ne sono tre nel nostro Salmo: Perdono, Misericordia, Redenzione. Sono quelli che esprimono il progetto di Dio e la sua volontà su di noi. Allora possiamo dire con sicurezza: «Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe», per cui vale quello che dice il profeta Isaia:

«Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti, dite agli smarriti di cuore: Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio: egli viene a salvarvi».

Questo, dicevo, è il secondo atteggiamento fondamentale che mi interessa: la speranza.

Nella nostra vita spirituale uno dei pericoli più grossi si chiama avvilimento. Siccome abbiamo tentato tante volte di fare qualche cosa di bene, di vivere secondo il Vangelo, ecc., e siccome ci siamo trovati a fare gli stessi peccati, e siccome tutte le volte che ci andiamo a confessare abbiamo le stesse cose da andare a dire davanti al Signore, capita che ci avviliamo facilmente.

Ora, l’avvilimento, alcune volte (non sempre), è in fondo un sottoprodotto del nostro orgoglio: vorremmo essere cosa belli e buoni e bravi da poter stare su una nicchia come un modello da presentare agli altri. E, invece, ci rendiamo conto che non siamo affatto un modello, e che le miserie che ci portiamo dentro ci rendono del tutto somiglianti agli altri, senza nessun privilegio o superiorità.

E questo, da un punto di vista, ci fa molto bene, perché se c’è qualche cosa di insopportabile è la virtù orgogliosa, e una virtù che si fa forte nei confronti degli altri, è insopportabile davanti a Dio. Facciamo fatica a sopportarla anche noi, nonostante ci siamo dentro un pochino tutti.

Quindi questo discorso dell’avvilimento vuole ripreso in una dimensione un pochino terapeutica: ci rendiamo conto di essere poveri e piccoli davanti al Signore.

Ma poi c’è l’altro aspetto (lo ricordavo prima) che è più importante e vuole dire: guardati un pochino, ma guarda molto il Signore. È più interessante il Signore di te; è più interessante la misericordia di Dio che non la tua miseria o il tuo peccato.

Allora un pochino lo guardi, tanto quanto ti è necessario per gridare al Signore, per dire: «Dal profondo a te grido, o Signore!».

Ma poi siamo già arrivati al Signore: allora guarda Lui, guarda il Suo perdono, la Sua misericordia e la Sua redenzione. Guarda la sua gloria e la sua grandezza. Quanto più riesci a orientare la tua vita in questa direzione di speranza, tanto più il Signore ti prende per mano e ti fa camminare.

Non serve che uno si strappi i capelli per tirarsi su, serve che uno stenda la mano perché il Signore lo tiri su, perché il Signore lo liberi da quella povertà e miseria che è quella del nostro egoismo e delle nostre ipocrisie, senza spaventarci troppo dei nostri peccati, ma invece guardando verso il Signore.

Questo è il secondo elemento. Il primo era: vivere sotto lo sguardo del Signore; il secondo: la speranza.

Il terzo Salmo, molto breve, è il SALMO 131 che dice:

[1] Canto delle ascensioni. Di Davide.

Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mio forze.

[2] lo sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia.

[3] Speri Israele nel Signore, ora e sempre.

Salmo brevissimo ma che ci insegna nel modo più efficace lo spirito di infanzia, come l’atteggiamento giusto da tenere davanti a Dio. Se Dio ha rivelato se stesso come padre che ama, noi davanti a Dio possiamo e dobbiamo stare nell’atteggiamento del bambino che ha fiducia.

Ripensate le parole del Signore: «Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli». Oppure: «Ti rendo grazie, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli, perché così è piaciuto a te, o Padre». Questo atteggiamento di umiltà e di fiducia, il sentirsi piccoli e l’affidarsi serenamente a Dio, sono dimensioni importanti della spiritualità evangelica che il Salmo c’insegna.

Costruito in modo semplicissimo. Il primo versetto descrive l’infanzia sotto forma negativa, cioè gli atteggiamenti che non bisogna avere; poi gli atteggiamenti positivi, il vers. 2; un ampliamento al popolo di Dio, il vers. 3.

«Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva in superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose, grandi, superiori alle mie forze

Il cuore, ormai lo sapete, è, nella Bibbia, la sorgente dei pensieri, dei desideri dell’uomo; è il centro dove si formano pian piano le decisioni.

Non sono tanto ì sentimenti che vengono dal cuore, quanto le decisioni, quelle che dirigono tutta la vita dell’uomo.

Il cuore dovrebbe essere il centro dove si stabilisce il rapporto con Dio, dove s’innesta la fede, dove scaturisce l’amore: il cuore è il centro di tutte queste cose.

Ma il cuore può diventare il luogo dove si muovono scelte di orgoglio, dove l’uomo cerca di affermare se stesso senza e contro Dio.

Forse ricordate quel brano di Ezechiele che descrive l’orgoglio del re di Tiro così:

«Il tuo cuore si è insuperbito e tu hai detto: Io sono un dio. Hai uguagliato la tua mente a quella di Dio». Notate che questa è la vera posta in gioco.

Non si tratta di accarezzare solo delle fantasie di vanità, di uno che pensa di essere chissà chi, ma si tratta di riconoscere o di rifiutare la sovranità di Dio

Ora sono poche le persone cosa pazze da dire pubblicamente: «Io sono Dio». Però, se voi ci pensate, inconsapevolmente noi, a volte, coltiviamo dentro di noi un’autosufficienza che, di fatto, elimina la presenza di Dio: cioè Dio è irrilevante, Dio non conta, è superfluo. Quello che conta siamo noi e le nostre capacità; Dio è al di fuori dalle scelte effettive e quotidiane della nostra vita.

«Signore, non si inorgoglisce il mio cuore».

Poi dal cuore passiamo agli occhi: «non si leva con superbia il mio sguardo». Anzi «Lo sguardo» letteralmente sarebbero «gli occhi».

L’occhio è il luogo di passaggio dall’esterno all’interno. È attraverso gli occhi che noi ci apriamo al mondo circostanze.

D’altra parte gli occhi sono lo specchio dell’anima, cioè lo specchio dell’interno. Per questo Gesù diceva che «l’occhio è la lucerna del corpo», e c’è quel versetto del Vangelo che dice: «Se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso».

Allora non è strano che l’orgoglio del cuore si manifesti immediatamente nell’occhio, cioè nel modo di affacciarsi sul mondo, nel modo di guardare gli altri. L’orgoglio interiore tende a diventare giudizio che disprezza gli altri.

L’affermazione di se diventa condanna del prossimo: pensate alla parabola del fariseo che va davanti a Dio, con la sua presunzione, pensando di essere giusto, e siccome pensa di essere giusto, disprezza gli altri: la presunzione nei confronti di Dio diventa disprezzo del pubblicano peccatore. «Non si leva con superbia il mio sguardo».

Ancora: «Non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze».

San Paolo scrive nella lettera ai Romani:

«Non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi, ma valutatevi in maniera da avere dì voi una giusta valutazione, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato».

E nella lettera ai Filippesi scrive:

«Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso».

Si tratta di non pretendere di compiere opere divine; di sapere che le grandi opere della nostra vita le compie il Signore. Quindi: «non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze».

Questo dice il versetto 1.

Ma notate che questa meditazione sull’umiltà il salmista non l’ha fatta davanti allo specchio: «Mi guardo allo specchio per vedere come sono e misuro la mia piccolezza». Questa meditazione invece l’ha fatta mettendosi sotto lo sguardo di Dio e misurando così la grandezza di Dio.

Per questo il Salmo inizia dicendo: «Signore (sono davanti al Signore), non si inorgoglisce il mio cuore, non si leva con superbia il mio sguardo».

Non è una cosa secondaria: è lo sguardo di Dio che ha quella funzione terapeutica che dicevamo prima, perché davanti a Lui ogni grandezza falsa viene smascherata, perché con Lui e davanti a Lui la nostra piccolezza non diventa motivo di umiliazione, ma possibilità di salvezza.

Voglio dire: l’avvilimento viene quando noi ci confrontiamo con i nostri ideali, con l’idea che abbiamo di noi, e vediamo che l’idea è bella e la realtà è brutta. Ma siamo sempre intorno a noi: noi e le nostre idee, noi e i nostri desideri.

Se facciamo tanto di metterci sotto lo sguardo del Signore, è vero che ci rendiamo conto della nostra debolezza, ma ci rendiamo conto anche della grandezza del Signore e della sua bontà. Allora la nostra piccolezza non diventa motivo di avvilimento: diventa motivo di supplica, motivo di appello, motivo per cui diciamo al Signore:

«Signore, vedi? Io non riesco a stare in piedi con le mie gambe, non riesco a camminare con le mie forze: mi affido alla tua bontà, alla tua fedeltà».

Per cui dice:

«Io sono tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre. Come un bimbo svezzato è l’anima mia».

È significativo che nel testo ebraico ci siano due verbi attivi, cioè, se uno dovesse tradurre letteralmente dovrebbe tradurre: «Io ho reso serena e tranquilla la mia anima». Vuol dire:, non è uno stato inerte, del salmista, il salmista che non ha fatto niente, ma è il risultato di una azione consapevole e impegnativa.

Mi spiego un tantino meglio.

Abbiamo parlato di infanzia spirituale, e ci torneremo sopra. Ma l’infanzia spirituale non è infantilismo. L’infantilismo è la condizione di chi non è mai cresciuto, di chi non conosce ancora le brutture della vita o le difficoltà della fede.

L’infanzia spirituale no: è un atteggiamento consapevole che ha sperimentato il dubbio, che ha conosciuto anche la paura e l’angoscia, e tuttavia vince il dubbio e la paura e l’angoscia abbandonandosi alla fedeltà di Cristo.

«Credo in Dio come padre affidabile e pieno d’amore!», allora compio quel cammino che è quello dell’atto di fede, dell’abbandono, che è un abbandono adulto che nasce dalla lotta, dalla fatica di vincere le paure.

Santa Teresa di Gesù Bambino, che è il modello dell’infanzia spirituale, è una ragazza che ha lottato per degli anni contro dei dubbi di fede, dubbi di materialismo, di materialismo crasso.

Era il momento di fioritura del materialismo della fine del secolo scorso e inizio di questo secolo e Santa Teresa ha vissuto sulla sua pelle e nella sua carne questa tensione, e ci è salata fuori con un cammino di fede che è qualche cosa di stupendo: di infanzia, ma combattuta e sofferta.

Quello che diceva Isaia e che ricordavamo ieri:

«Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza. Nell’abbandono confidente sta la vostra forza».

Vuole dire una calma che è il frutto della conversione che viene solo dopo un cammino faticoso; un abbandono in Dio, ma che conosce il rischio e sa che si rischia a credere, ma lo accetta volontariamente.

«Io ho reso tranquilla e serena la mia anima, come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come bimbo svezzato è l’anima mia». Vuole dire ancora una immagine: in braccio alla madre il bimbo non ha più paure né desideri. Non ha più paure perché la presenza di sua madre è la presenza di un amore che lo rassicura, e non ha più desideri perché la madre è già una sorgente sufficiente di sazietà e di pace.

Anche qui gli echi biblici sono tantissimi.

C’è il Salmo 27 che dice: «Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò paura? li Signore è fortezza della mia vita: di chi avrò timore?». O, se ne avete voglia, leggete tutto il Salmo 73 e soprattutto la parte finale di questo Salmo, che è un cammino di crisi di fede che arriva proprio all’infanzia, ma dopo essere passato attraverso la crisi.

E così ripensate al capitolo è di Matteo, versetti dal 25 in poi: «Gli uccelli del cielo e i gigli dei campi…»

Infine, questa meditazione personale sull’umiltà diventa collettiva; è un invito collettivo:

«Speri Israele nel Signore, ora e sempre».

Quindi non è solo una mia esperienza, ma la mia esperienza si salda con tutto il popolo: Israele deve sperare, può sperare.

Ma sperare in che cosa? Nella potenza militare? Nella ricchezza? No.

«Speri Israele nel Signore». Il Signore ha operato cose grandi, garantisce la sua protezione: possiamo e dobbiamo sperare in Lui.

Come dicevo, nessuno ha capito il Salmo 131 come Santa Teresa di Gesù Bambino, che ha proposto (perché lo ha vissuto) quel cammino di vita spirituale che si chiama infanzia spirituale.

Vi leggo una bella descrizione di questa esperienza di Mounier; dice:

«Sai tu cos’è l’infanzia spirituale? È, molto semplicemente, l’avere un’anima toccata dalla grazia, che può non aver fatto nulla nella vita, ma che ha ricevuto da Dio il dono di uno sguardo semplice, rivolto a Lui, e quella freschezza dove a Dio deve essere tanto caro riposarsi, visto che non vi sono più se non uomini preoccupati, tesi, inaspriti dal lavoro e dalla serietà.

Dio non vuole gente che abbia delle virtù, ma fanciulli che egli possa prendere come si solleva un bimbo in un momento, perché è leggero e ha grandi occhi. Poi è un’altra questione che ci sollevi più o meno in basso, più o meno in alto».

Credo che dentro a questo modo di vedere le cose ci sia una sapienza grossa. Naturalmente pigliatelo per quello che vuol dire: questo non vuol dire che non dovete cercare di essere virtuosi, bravi, buoni, ecc., ma vuole dire che quello che dà autenticità a ogni cammino spirituale, a ogni cammino di virtù, è lo sguardo semplice rivolto al Signore, è la freschezza dove Dio vuole riposarsi.

Perché fa fatica Dio a riposarsi quando siamo preoccupati, tesi, inaspriti dal lavoro o dalla seriosità. È un atteggiamento, quindi, dove Dio possa effettivamente manifestarsi come Dio, che ci prende in braccio, che ci guida, che ci corregge e ci pulisce.

Come dicevo, tutto questo è tutt’altro che facile. Non è infantilismo; deve passare e può passare, inevitabilmente, attraverso momenti di angoscia, di paura, di ansietà, perché fanno parte dei nostri limiti, ma si tratta di camminare verso una direzione di abbandono in Dio.

Erano allora queste tre cose: primo, il vivere sotto lo sguardo del Signore; il Salmo 139 ci aiuta a questo; secondo: il vivere di speranza; il Salmo 130 ci aiuta a passare dall’attenzione al nostro peccato all’attenzione a Dio dal quale viene la nostra fiducia e la nostra speranza; terzo: l’atteggiamento di infanzia spirituale e, se volete, di abbandono filiale in Dio che ci insegna il Salmo 131.

Questi non sono naturalmente tutto: ci sarebbero molte altre cose. questi, però, sono atteggiamenti di fondo, importanti per il cammino spirituale.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

CAMMINA DAVANTI A ME – 8

Bocca di Magra: 31 ottobre – 1-2 novembre 1992

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Cammina davanti a me

4ª Omelia –- Commemorazione dei Fedeli Defunti

Parola di Dio: Is 25, 6-9 – Rm 8, 14-23 – Mt 25, 31-46

I profeti ci hanno insegnato a sperare nella salvezza.

Abbiamo richiamato nel salmo responsoriale che «chi spera nel Signore non resta deluso». E la prima lettura ci aiuta ad entrare in questa prospettiva, perché ci presenta in significato della venuta di Dio: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza».

Ma che cosa vuole dire questa venuta del Signore? Che effetto ha nella storia del mondo e della nostra vita?

E il profeta risponde con una serie di immagini, credo molto belle.

La prima è l’immagine del banchetto: «In quel giorno, il Signore degli eserciti preparerà su questo monte un banchetto per tutti i popoli».

Il testo originale dice anche che il banchetto viene fatto con delle carni grasse e con dei vini raffinati, viene fatto con dei cibi succulenti; riprende tutta una serie di immagini per indicare la ricchezza della vita. Il Signore prepara per tutti gli uomini il banchetto della vita con una abbondanza incredibile perché nessuno rimanga senza, perché tutti possano davvero saziarsi.

E si tratta di un banchetto. Un «banchetto» vuole dire non solo un posto dove si mangia, ma dove si mangia insieme, dove si ha il gusto dell’amicizia e della condivisione.

Una prima immagine.

Poi la seconda immagine: «Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti». Ed è l’immagine della luce: della tenebra che viene squarciata, di quella ignoranza che accompagna immancabilmente la nostra vita, perché quello che sappiamo della realtà e della vita è pochissimo e, un giorno, il senso vero delle cose ci sarà svelato, e il mondo diventerà luminoso, e il nostro cuore diventerà capace di gioirne per la bellezza delle cose.

Il Signore rivela il senso delle cose.

Terza immagine: «Eliminerà la morte per sempre».

Anche se uno traducesse letteralmente, dovrebbe dire. «Ingoierà la morte per sempre». E l’immagine si capisce se voi ricordate che la morte era immaginata come una gola vorace, che ingoia gli uomini e che non è mai sazia di uccidere e di annientare.

Bene, la morte verrà ingoiata a sua volta. Morirà la morte. Ci sarà la vittoria, e questa volta definitiva, della vita di Dio sugli uomini.

Anzi, questa vittoria della morte sulla morte, sarà anche l’eliminazione di ogni sofferenza: «Asciugherà ogni lacrima dal loro volto». E sarà l’eliminazione di ogni vergogna, di ogni umiliazione: «La condizione disonorevole del suo popolo farà scomparire da tutto il paese».

Dicevo: una serie di immagini. E a che cosa ci servono queste immagini? Solo per sognare, solo per riuscire ad andare un po’ fuori da questo mondo che è brutto?

No. Queste immagini ci debbono servire a vivere. Ci vogliono dare qualche cosa per cui valga davvero la pena di vivere. Perché, se viene meno la speranza in qualche cosa che conta, la nostra vita diventa, solo un arraffare il massimo che si può dalle cose. Diventa una vita di disonestà e, in fondo, una vita di superficialità. Uno vive per i soldi, vive per le cose e uno vive per queste realtà se non ha una speranza più grande. Quindi queste immagini ci vogliono aiutare a vivere. E non solo; ci vogliono aiutare a cambiare.

Ricordate la seconda lettura che abbiamo ascoltato ieri. Diceva: «Se qualcuno ha questa speranza in lui, purifica se stesso come egli è puro».

E vuol dire: se voi sperate queste cose, allora incominciate a viverle. Queste cose dicono la vittoria della vita sulla morte. Bene, allora voi incominciate a servire la vita; incominciate a fare delle scelte, dei gesti, che siano veramente delle scelte di vita, che proteggano l’uomo, che custodiscano la sua esistenza.

Quelle, per esempio, che abbiamo ascoltato nel Vangelo; più chiare di così non potrebbero essere.

Il giudizio finale è:

«Il Figlio dell’uomo, cioè l’uomo, uno di noi che si piazza sul trono e davanti al quale vengono misurate tutte le genti. Tutti gli uomini vengono misurati con una misura di uomo, con la misura dì Gesù Cristo. E come vengono misurati?».

«Quello che avete fatto al più piccolo di questi miei fratelli, l’avete fatto al me». Quindi la misura è, per certi aspetti, abbastanza semplice. Vuole dire che il rapporto con Gesù noi lo giochiamo nel nostro rapporto con gli altri: con il vicino di casa, con il familiare, con il compagno di banco o di lavoro, con queste persone concrete che noi abbiamo vicino, che alle volte sono antipatiche, alle volte sono ricche o povere o hanno bisogno.

Allora nel momento in cui ti trovi di fronte ad un bisogno e cioè, ti trovi di fronte ad una diminuzione di vita, a un qualsiasi bisogno, tu sentiti interpellato, chiamato.

Se tu passi accanto al ferito, lungo la strada che va da Gerusalemme a Gerico, e vedi che c’è un ferito al lato della strada, c’è quindi un bisogno di vita, uno che la vita la sta perdendo, se tu puoi fare qualcosa, quello che puoi fare sei chiamato a farlo. Sei chiamato a proteggere la vita, a sperare nella vita.

Sperare nella vita vuol dire operare perché la vita viva, perché la vita rimanga, maturi e cresca. In fondo amare vuole dire questo qui. Amare non vuole dire commuoversi o avere un bel sentimento, ma amare vuole dire fare vivere.

Noi amiamo una persona quando la facciamo vivere, quando accettiamo la sua esistenza, così com’è; quando proteggiamo la sua esistenza per quello che dipende da noi, quando stimiamo e accogliamo la sua esistenza. Allora facciamo vivere, dilatiamo la vita, facciamo entrare la gloria di Dio dentro all’esistenza dell’uomo. E questo, per fortuna, è una cosa possibile a tutti.

«Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me».

E vuole dire; guardati attorno, guarda la faccia delle persone che hai vicino e dì: qual è quello che vale di meno? Quanto vale quello che vale di meno tra le persone che hai vicino?

Quello che vale di meno, quello che non conta niente, vale Gesù Cristo.

Allora il rapporto che noi viviamo con gli altri diventa una cosa preziosa.

Siamo sempre a contatto di gomito con altre persone da ascoltare, per dialogare, per rispondere e operare. Dobbiamo ricordarci che in questo rapporto con gli altri viviamo e giochiamo il rapporto con il Signore.

Quindi il rapporto con gli altri è immensamente prezioso e grande.

Tanto prezioso e grande – finiamo – che S. Paolo nella lettera ai Romani lega a questo la speranza del cosmo. Non solo la speranza mia, non solo la speranza degli uomini, ma della creazione intera.

Dice: «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità (non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa) e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio».

Il brano è un tantino misterioso e la spiegazione precisa non sarebbe facilissima. Però alcune cose si riescono a capire.

Secondo S. Paolo la creazione non è quello che dovrebbe essere. E perché? Perché nel progetto di Dio la creazione dovrebbe essere così bella da fare vedere la bellezza di Dio; lo specchio di Dio dovrebbe essere la creazione.

Ma non lo è, dice S. Paolo, per colpa dell’uomo, perché l’uomo l’ha sottomessa alla vanità, all’insignificanza (direbbero i filosofi) alla mancanza di valori.

E vuole dire: volete che ci sia una bella creatura, quando un mondo, una creazione diventa strumento delle guerre degli uomini contro gli uomini, diventando strumento di morte, mentre dovrebbe essere strumento di vita? Volete che sia bella una creazione dove al centro dell’esistenza ci sta un uomo che inganna, che odia, che compie cattiverie?

Ma no! Una creazione così è una creazione rovinata, macchiata.

Macchiata perché il peccato è brutto e l’egoismo è brutto; è anche cattivo, ma è anche brutto. Rovina la bellezza dell’uomo, del suo volto e la bellezza del mondo che Dio ha creato.

Però questa schiavitù del mondo, della creazione non è definitiva. Dio la creazione l’ha fatta perché sia bella e non si rassegna al fatto che il peccato dell’uomo l’abbia guastata o la voglia guastare.

Dio è capace di rigenerare e l’uomo e il mondo, per cui «la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto».

È una creazione che soffre; mettete il mondo materiale e l’uomo.

Ci sono delle sofferenze, ma queste sono le sofferenze del parto, e vuole dire le sofferenze che preparano una vita nuova. Sono sofferenze che fanno paura ma che non dovrebbero produrre angoscia, dovrebbero piuttosto rigenerare la speranza.

Abbiamo questa speranza, che l’uomo possa diventare figlio di Dio e che, dì conseguenza, la creazione possa diventare lo specchio della bellezza e della bontà di Dio. Siamo chiamati a vivere questo, perché questa è la nostra speranza. E siccome è la nostra speranza, questo è il nostro impegno.

La dobbiamo vivere la speranza, la dobbiamo introdurre dentro alle nostre azioni quotidiane.

Si tratta di introdurre dentro alla nostra vita quotidiana l’amore per la vita, l’amore per quel mondo così come Dio lo ha sognato e lo desidera, perché in noi e nel mondo Dio sia glorificato, Dio sia manifestato.

Questa è la nostra vita.

Questo, dicevo, è quello che vogliamo commemorare nella celebrazione di oggi. La celebrazione dei defunti non vuole dire solo una meditazione sulla morte, ma vuole dire, a motivo della morte, una meditazione sulla vita, sul modo giusto di vivere, perché la morte sia davvero ingoiata nella vittoria, perché la vita di Dio si possa manifestare come vittoriosa nel mondo e in noi.

E questo potrebbe anche rimanere come eredità degli Esercizi, come impegno per quando torniamo a casa.

Abbiamo una cosa semplice da realizzare ma immensamente difficile e lunga. Abbiamo da metterci al servizio della vita così come Dio la vuole.

Abbiamo da trasformare la nostra vita e l’ambiente in cui viviamo secondo la logica del Signore, secondo: «quello che avete fatto al più piccolo, l’avete fatto a me».

È il cammino che dobbiamo percorrere. Alle volte siamo distratti, non ce ne accorgiamo delle possibilità che il Signore ci mette vicino, ma, alle volte, per fortuna, ce ne accorgiamo.

Dobbiamo allargare la nostra consapevolezza in modo che tutta la nostra vita, le nostre azioni entrino dentro a questo grande e bel progetto del Signore.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.