GIUSEPPE SPOSO DI MARIA

  • 238. Finora il nostro informatore è stato Luca, ma a questo punto è necessario anche ascoltare Matteo, che narra lo stesso fatto del concepimento di Gesù molto più stringatamente, non senza però aggiungervi qualche elemento nuovo. Nella narrazione di Matteo figura in primo piano Giuseppe, che invece nella narrazione di Luca era stato appena nominato: ora, come riguardo a Luca argomen­tiamo a buon diritto che la principale informatrice sia stata Maria stessa o immediatamente o per il tramite di Giovanni (§ 142), così riguardo a Matteo possiamo ragionevolmente supporre che per questo argomento egli sia ricorso a informatori della Galilea, già in relazioni particolari con Giuseppe, quale poteva essere ad esempio Giacomo il “fratello” di Gesù. Per Matteo, Maria è fidanzata di Giuseppe e prima che coabitino (§ 231) diviene gravida; circa la soprannatura­lità del concepimento Giuseppe non è preavvisato, ma solo s’avvede del fatto già compiuto(Matteo,1, 18). Questa scoperta non poté avvenire se non dopo il ritorno di Maria dalla visita a Elisabetta, cioè fra il quarto e il quinto mese di gravidanza; tornata ella a Na­zareth, da cui era partita subito dopo l’annunciazione, le sue condi­zioni fisiche furono ben presto rilevate da Giuseppe che ne ignorava i precedenti. Ora Giuseppe, suo marito, essendo giusto e non volendo esporla, deliberò di dimetterla segretamente (Matteo1,19). Dopo ciò che già sappiamo circa le condizioni giu­ridiche dei fidanzati-coniugi presso i Giudei (§ 231), i termini sono chiari: Giuseppe, come legittimo marito, avrebbe potuto dimettere Maria consegnandole la scritta di divorzio, il quale provvedimento avrebbe avuto per conseguenza di esporre la ripudiata alla pubblica disistima; ma, per evitare ciò, Giuseppe pensa di dimetterla segreta­mente, e prende questa deliberazione essendo (egli) giusto. Di tutto il periodo, quest’ultima frase è la più importante e la vera chiave di spiegazione. In un caso di quel genere un Giudeo retto e onesto, che fosse stato convinto della colpevolezza della donna, le avrebbe consegnato senz’altro la scritta di divorzio, stimandosi non solo in diritto, ma forse anche in dovere, di agire così, poiché una silenziosa e inerte tolle­ranza poteva sembrare approvazione e complicità. Giuseppe invece, appunto essendo giusto, non agisce così; dunque, egli era convinto dell’innocenza di Maria, e per conseguenza giudicò procedimento iniquo sottoporla al disonore di un divorzio pubblico. D’altra parte come poteva Giuseppe spiegare lo stato attuale di Maria? Avrà egli pensato ad una violenza patita da lei incolpevol­mente durante i tre mesi d’assenza? Il silenzio programmatico di Maria su quel punto – silenzio spontaneo presso una riservata fan­ciulla in quelle condizioni – poteva ben suscitare un sospetto di que­sto genere. Oppure, avvicinandosi anche più alla realtà, Giuseppe intravide nell’accaduto alcunché di soprannaturale, di divino? Noi non sappiamo, perché Matteo non dice nulla al riguardo: solo che dalla deliberazione di Giuseppe, di rompere il suo legame con Ma­ria segretamente cioè senza danneggiare la fama di lei, concludiamo che agì sia da persona convinta dell’innocenza di Maria, sia da giusto.

§ 239. La perplessità di Giuseppe non fu lunga. Quando però egli ebbe preso questa deliberazione, ecco che un angelo del Signore gli comparve in sogno, dicendo: Giuseppe figlio di David, non temere di prendere con te Maria, tua moglie, poiché il generato in lei e’ da Spirito santo; partorirà poi un figlio, e lo chiamerai col nome di Gesu’, egli infatti salverà il suo popolo dai loro peccati (Matteo1, 20-21). Il sogno era stato un mezzo non infrequente nell’Antico Te­stamento con cui Dio aveva comunicato i suoi voleri agli uomini; Matteo, l’evangelista più interessato per l’Antico Testamento (§§ 125, 234), ricorda varie comunicazioni divine per mezzo di sogni (oltre questa, cfr. Matteo, 2, 12. 13. 19.22; 27, 19) che non sono ricordate dagli altri evangelisti. Il nome di Gesù da imporsi al na­scituro era già stato comunicato alla madre (§ 230): qui si aggiun­ge il motivo di questa imposizione, salverà, ecc., fondata sul significato etimologico del nome stesso. Dopo questa dichiarazione imperativa dell’angelo, Giuseppe prese in casa sua Maria. Si saranno celebrate le cerimonie solite in simili nozze; parenti ed amici saranno accorsi per la meschina festicciuola esteriore, ma rimasero certamente ignari dell’arcano segreto che si celava in seno a quella nuova famiglia. E Giuseppe, l’uomo della tribù di Giuda e del casato di David, il carpentiere di mestiere, fu capo legale di quella famiglia.

GESU’ SIEDE ALLA DESTRA DEL PADRE

Articolo 6: “GESU’ SALI’ AL CIELO, SIEDE ALLA DESTRA DI DIO PADRE ONNIPOTENTE”

659

“Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio” ( Mc 16,19 ). Il Corpo di Cristo è stato glorificato fin dall’istante della sua Risurrezione, come lo provano le proprietà nuove e soprannaturali di cui ormai gode in permanenza [Cf Lc 24,31; Gv 20,19; 659 Gv 20,26 ]. Ma durante i quaranta giorni nei quali egli mangia e beve familiarmente con i suoi discepoli [Cf At 10,41 ] e li istruisce sul Regno, [Cf At 1,3 ] la sua gloria resta ancora velata sotto i tratti di una umanità ordinaria [Cf Mc 16,12; Lc 24,15; Gv 20,14-15; Gv 21,4 ]. L’ultima apparizione di Gesù termina con l’entrata irreversibile della sua umanità nella gloria divina simbolizzata dalla nube [Cf At 1,9; cf anche Lc 9,34-35; Es 13,22 ] e dal cielo [Cf Lc 24,51 ] ove egli siede ormai alla destra di Dio [Cf Mc 16,19; 659 At 2,33; At 7,56; cf anche Sal 110,1 ]. In un modo del tutto eccezionale ed unico egli si mostrerà a Paolo “come a un aborto” ( 1Cor 15,8 ) in un’ultima apparizione che costituirà apostolo Paolo stesso [Cf 1Cor 9,1; Gal 1,16 ].

660

Il carattere velato della gloria del Risorto durante questo tempo traspare nelle sue misteriose parole a Maria Maddalena: “Non sono ancora salito al Padre: ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” ( Gv 20,17 ). Questo indica una differenza di manifestazione tra la gloria di Cristo risorto e quella di Cristo esaltato alla destra del Padre. L’avvenimento ad un tempo storico e trascendente dell’Ascensione segna il passaggio dall’una all’altra.

661

Quest’ultima tappa rimane strettamente unita alla prima, cioè alla discesa dal cielo realizzata nell’Incarnazione. Solo colui che è “uscito dal Padre” può far ritorno al Padre: Cristo [Cf Gv 16,28 ]. “Nessuno è mai salito al cielo fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo” ( Gv 3,13 ) [Cf Ef 4,8-10 ]. Lasciata alle sue forze naturali, l’umanità non ha accesso alla “Casa del Padre” ( Gv 14,2 ), alla vita e alla felicità di Dio. Soltanto Cristo ha potuto aprire all’uomo questo accesso “per darci la serena fiducia che dove è lui, Capo e Primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria” [Messale Romano, Prefazio dell’Ascensione I].

662

“Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” ( Gv 12,32 ). L’elevazione sulla croce significa e annunzia l’elevazione dell’Ascensione al cielo. Essa ne è l’inizio. Gesù Cristo, l’unico Sacerdote della nuova ed eterna Alleanza, “non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo. . ., ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore” ( Eb 9,24 ). In cielo Cristo esercita il suo sacerdozio in permanenza, “essendo egli sempre vivo per intercedere” a favore di “quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio” ( Eb 7,25 ). Come “sommo sacerdote dei beni futuri” ( Eb 9,11 ) egli è il centro e l’attore principale della Liturgia che onora il Padre nei cieli [Cf Ap 4,6-11 ].

663

Cristo, ormai, siede alla destra del Padre. “Per destra del Padre intendiamo la gloria e l’onore della divinità, ove colui che esisteva come Figlio di Dio prima di tutti i secoli come Dio e consustanziale al Padre, s’è assiso corporalmente dopo che si è incarnato e la sua carne è stata glorificata” [San Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, 4, 2, 2: PG 94, 1104D].

664

L’essere assiso alla destra del Padre significa l’inaugurazione del regno del Messia, compimento della visione del profeta Daniele riguardante il Figlio dell’uomo: ” [Il Vegliardo] gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto” ( Dn 7,14 ). A partire da questo momento, gli Apostoli sono divenuti i testimoni del “Regno che non avrà fine” [Simbolo di Nicea-Costantinopoli].

In sintesi

665

L’Ascensione di Cristo segna l’entrata definitiva dell’umanità di Gesù nel dominio celeste di Dio da dove ritornerà , [Cf At 1,11 ] ma che nel frattempo lo cela agli occhi degli uomini [Cf Col 3,3 ].

666

Gesù Cristo, Capo della Chiesa, ci precede nel Regno glorioso del Padre perché noi, membra del suo Corpo, viviamo nella speranza di essere un giorno eternamente con lui.

667

Gesù Cristo, essendo entrato una volta per tutte nel santuario del cielo, intercede incessantemente per noi come il mediatore che ci assicura la perenne effusione dello Spirito Santo.

Articolo 7: “DI LA’ VERRA’ A GIUDICARE I VIVI E I MORTI”

I. Egli ritornerà nella gloria

Cristo regna già attraverso la Chiesa. . .

668

“Per questo Cristo è morto e ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi” ( Rm 14,9 ). L’Ascensione di Cristo al cielo significa la sua partecipazione, nella sua umanità, alla potenza e all’autorità di Dio stesso. Gesù Cristo è Signore: egli detiene tutto il potere nei cieli e sulla terra. Egli è “al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione” perché il Padre “tutto ha sottomesso ai suoi piedi” ( Ef 1,21-22 ). Cristo è il Signore del cosmo [Cf Ef 4,10; 1Cor 15,24; 668 1Cor 15,27-28 ] e della storia. In lui la storia dell’uomo come pure tutta la creazione trovano la loro “ricapitolazione”, [Cf Ef 1,10 ] il loro compimento trascendente.

669

Come Signore, Cristo è anche il Capo della Chiesa che è il suo Corpo [Cf Ef 1,22 ]. Elevato al cielo e glorificato, avendo così compiuto pienamente la sua missione, egli permane sulla terra, nella sua Chiesa. La Redenzione è la sorgente dell’autorità che Cristo, in virtù dello Spirito Santo, esercita sulla Chiesa, [Cf Ef 4,11-13 ] la quale è “il Regno di Cristo già presente in mistero”. La Chiesa “di questo Regno costituisce in terra il germe e l’inizio” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 3; 5].

670

Dopo l’Ascensione, il disegno di Dio è entrato nel suo compimento. Noi siamo già nell'”ultima ora” ( 1Gv 2,18 ) [Cf 1Pt 4,7 ]. “Già dunque è arrivata a noi l’ultima fase dei tempi e la rinnovazione del mondo è stata irrevocabilmente fissata e in un certo modo è realmente anticipata in questo mondo; difatti la Chiesa già sulla terra è adornata di una santità vera, anche se imperfetta” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48]. Il Regno di Cristo manifesta già la sua presenza attraverso i segni miracolosi [Cf Mc 16,17-18 ] che ne accompagnano l’annunzio da parte della Chiesa [Cf Mc 16,20 ].

… nell’attesa che tutto sia a lui sottomesso

671

Già presente nella sua Chiesa, il Regno di Cristo non è tuttavia ancora compiuto “con potenza e gloria grande” ( Lc 21,27 ) [Cf Mt 25,31 ] mediante la venuta del Re sulla terra. Questo Regno è ancora insidiato dalle potenze inique, [Cf 2Ts 2,7 ] anche se esse sono già state vinte radicalmente dalla Pasqua di Cristo. Fino al momento in cui tutto sarà a lui sottomesso, [Cf 1Cor 15,28 ] “fino a che non vi saranno i nuovi cieli e la terra nuova, nei quali la giustizia ha la sua dimora, la Chiesa pellegrinante, nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all’età presente, porta la figura fugace di questo mondo, e vive tra le creature, le quali sono in gemito e nel travaglio del parto sino ad ora e attendono la manifestazione dei figli di Dio” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48]. Per questa ragione i cristiani pregano, soprattutto nell’Eucaristia [Cf 1Cor 11,26 ] per affrettare il ritorno di Cristo [Cf 2Pt 3,11-12 ] dicendogli: “Vieni, Signore” ( 1Cor 16,22; Ap 22,17; Ap 22,20 ).

672

Prima dell’Ascensione Cristo ha affermato che non era ancora il momento del costituirsi glorioso del Regno messianico atteso da Israele, [Cf At 1,6-7 ] Regno che doveva portare a tutti gli uomini, secondo i profeti, [Cf Is 11,1-9 ] l’ordine definitivo della giustizia, dell’amore e della pace. Il tempo presente è, secondo il Signore, il tempo dello Spirito e della testimonianza, [Cf At 1,8 ] ma anche un tempo ancora segnato dalla “necessità” ( 1Cor 7,26 ) e dalla prova del male, [Cf Ef 5,16 ] che non risparmia la Chiesa [Cf 1Pt 4,17 ] e inaugura i combattimenti degli ultimi tempi [Cf 1Gv 2,18; 1Gv 4,3; 1Tm 4,1 ]. E’ un tempo di attesa e di vigilanza [Cf Mt 25,1-13; 672 Mc 13,33-37 ].

La venuta gloriosa di Cristo, speranza di Israele

673

Dopo l’Ascensione, la venuta di Cristo nella gloria è imminente, [Cf Ap 22,20 ] anche se non spetta a noi “conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta” ( At 1,7 ) [Cf Mc 13,32 ]. Questa venuta escatologica può compiersi in qualsiasi momento [Cf Mt 24,44; 1Ts 5,2 ] anche se essa e la prova finale che la precederà sono “impedite” [Cf 2Ts 2,3-12 ].

674

La venuta del Messia glorioso è sospesa in ogni momento della storia [Cf Rm 11,31 ] al riconoscimento di lui da parte di “tutto Israele” ( Rm 11,26; 674 Mt 23,39 ) a causa dell'”indurimento di una parte” ( Rm 11,25 ) nell’incredulità [Cf Rm 11,20 ] verso Gesù. San Pietro dice agli Ebrei di Gerusalemme dopo la Pentecoste: “Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi quello che vi aveva destinato come Messia, cioè Gesù. Egli dev’esser accolto in cielo fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose, come ha detto Dio fin dall’antichità, per bocca dei suoi santi profeti” ( At 3,19-21 ). E san Paolo gli fa eco: “Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione se non una risurrezione dai morti?” ( Rm 11,15 ). “La partecipazione totale” degli Ebrei ( Rm 11,12 ) alla salvezza messianica a seguito della partecipazione totale dei pagani [Cf Rm 11,25; Lc 21,24 ] permetterà al Popolo di Dio di arrivare “alla piena maturità di Cristo” ( Ef 4,13 ) nella quale “Dio sarà tutto in tutti” ( 1Cor 15,28 ).

L’ultima prova della Chiesa

675

Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti [Cf Lc 18,8; Mt 24,12 ]. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra [Cf Lc 21,12; Gv 15,19-20 ] svelerà il “Mistero di iniquità” sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne [Cf 2Ts 2,4-12; 675 1Ts 5,2-3; 2Gv 1,7; 1Gv 2,18; 1Gv 2,22 ].

676

Questa impostura anti-cristica si delinea già nel mondo ogniqualvolta si pretende di realizzare nella storia la speranza messianica che non può esser portata a compimento che al di là di essa, attraverso il giudizio escatologico; anche sotto la sua forma mitigata, la Chiesa ha rigettato questa falsificazione del Regno futuro sotto il nome di “millenarismo”, [Cf Congregazione per la Dottrina della Fede, Decreto del 19 luglio 1944, De Millenarismo: Denz. -Schönm. , 3839] soprattutto sotto la forma politica di un messianismo secolarizzato “intrinsecamente perverso” [Cf Pio XI, Lett. enc. Divini Redemptoris, che condanna il “falso misticismo” di questa “con- traffazione della redenzione degli umili”; Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 20-21. [Cf Ap 19,1-9 ] Cf Ap 19, 1-9].

677

La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest’ultima Pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e Risurrezione [Cf Ap 13,8 ]. Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa [Cf Ap 20,7-10 ] secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male [Cf Ap 21,2-4 ] che farà discendere dal cielo la sua Sposa [ Cf Ap 20,12 ]. Il trionfo di Dio sulla rivolta del male prenderà la forma dell’ultimo Giudizio [Cf 2Pt 3,12-13 ] dopo l’ultimo sommovimento cosmico di questo mondo che passa [Cf Dn 7,10; Gl 3-4; 677 Ml 3,19 ].

II. Per giudicare i vivi e i morti

678

In linea con i profeti [Cf Mt 3,7-12 ] e Giovanni Battista [Cf Mc 12,38-40 ] Gesù ha annunziato nella sua predicazione il Giudizio dell’ultimo Giorno. Allora saranno messi in luce la condotta di ciascuno [Cf Lc 12,1-3; Gv 3,20-21; Rm 2,16; 678 1Cor 4,5 ] e il segreto dei cuori [Cf Mt 11,20-24; 678 Mt 12,41-42 ]. Allora verrà condannata l’incredulità colpevole che non ha tenuto in alcun conto la grazia offerta da Dio. L’atteggiamento verso il prossimo rivelerà l’accoglienza o il rifiuto della grazia e dell’amore divino [Cf Mt 5,22; Mt 7,1-5 ]. Gesù dirà nell’ultimo giorno: “Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” ( Mt 25,40 ).

679

Cristo è Signore della vita eterna. Il pieno diritto di giudicare definitivamente le opere e i cuori degli uomini appartiene a lui in quanto Redentore del mondo. Egli ha “acquisito” questo diritto con la sua croce. Anche il Padre “ha rimesso ogni giudizio al Figlio” ( Gv 5,22 ) [Cf Gv 5,27; 679 Mt 25,31; At 10,42; At 17,31; 2Tm 4,1 ]. Ora, il Figlio non è venuto per giudicare, ma per salvare [Cf Gv 3,17 ] e per donare la vita che è in lui [Cf Gv 5,26 ]. E’ per il rifiuto della grazia nella vita presente che ognuno si giudica già da se stesso, [Cf Gv 3,18; Gv 12,48 ] riceve secondo le sue opere [Cf 1Cor 3,12-15 ] e può anche condannarsi per l’eternità rifiutando lo Spirito d’amore [Cf Mt 12,32; Eb 6,4-6; Eb 10,26-31 ].

In sintesi

680

Cristo Signore regna già attraverso la Chiesa, ma tutte le cose di questo mondo non gli sono ancora sottomesse. Il trionfo del Regno di Cristo non avverrà senza un ultimo assalto delle potenze del male.

681

Nel Giorno del Giudizio, alla fine del mondo, Cristo verrà nella gloria per dare compimento al trionfo definitivo del bene sul male che, come il grano e la zizzania, saranno cresciuti insieme nel corso della storia.

682

Cristo glorioso, venendo alla fine dei tempi a giudicare i vivi e i morti, rivelerà la disposizione segreta dei cuori e renderà a ciascun uomo secondo le sue opere e secondo l’accoglienza o il rifiuto della grazia.

LETTURE DALL’UFFICIO DELLE LETTURE

Versetto:
V. Cristo risorto dai morti non muore più, alleluia,
R. su di lui la morte non ha più potere, alleluia.

Prima Lettura
Dalla prima lettera di san Giovanni, apostolo 4, 11-21

Dio è amore
Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito. E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. Chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio. Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.
Per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio; perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo. Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore.
Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo. Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello.

Responsorio   Cfr. 1 Gv 4, 10. 16; Is 63, 8. 9.
R. Dio ci ha amati per primo, e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. * Abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi, alleluia.

V. Dio fu per noi un salvatore; con amore e compassione ci ha riscattati.
R. Abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi, alleluia.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 171, 1-3. 5; PL 38, 933-935)

Rallegratevi nel Signore, sempre
L’Apostolo ci comanda di rallegrarci, ma nel Signore, non nel mondo. «Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio» (Gc 4, 4), come ci assicura la Scrittura. Come un uomo non può servire a due padroni, così nessuno può rallegrarsi contemporaneamente nel mondo e nel Signore.
Quindi abbia il sopravvento la gioia nel Signore, finché non sia finita la gioia nel mondo. Cresca sempre più la gioia nel Signore, mentre la gioia nel mondo diminuisca sempre finché sia finita. E noi affermiamo questo, non perché non dobbiamo rallegrarci mentre siamo nel mondo, ma perché, pur vivendo in questo mondo, ci rallegriamo già nel Signore.
Ma qualcuno potrebbe obiettare: Sono nel mondo, allora, se debbo gioire, gioisco là dove mi trovo. Ma che dici? Perché sei nel mondo, non sei forse nel Signore? Ascolta il medesimo Apostolo che parla agli Ateniesi e negli Atti degli Apostoli dice del Dio e Signore nostro creatore: «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17, 28).
Colui che è dappertutto, dove non è? Forse che non ci esortava a questo quando insegnava: «Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla»? (Fil 4, 5-6).
E’ una ineffabile realtà questa: ascese sopra tutti i cieli ed è vicinissimo a coloro che si trovano ancora sulla terra. Chi è costui, lontano e vicino al tempo stesso, se non colui che si è fatto prossimo a noi per la sua misericordia?
Tutto il genere umano è quell’uomo che giaceva lungo la strada semivivo, abbandonato dai ladri. Il sacerdote e il levita, passando, lo disprezzarono, ma un samaritano di passaggio gli si accostò per curarlo e prestargli soccorso. Lontano da noi, immortale e giusto, egli discese fino a noi, che siamo mortali e peccatori, per diventare prossimo a noi.
«Non ci tratta secondo i nostri peccati» (Sal 102, 10). Siamo infatti figli. E come proviamo questo? Morì per noi l’Unico, per non rimanere solo. Non volle essere solo, egli che è morto solo. L’unico Figlio di Dio generò molti figli di Dio. Si acquistò dei fratelli con il suo sangue. Rese giusti i reprobi. Donandosi, ci ha redenti; disonorato, ci onorò; ucciso, ci procurò la vita.
Perciò, fratelli, rallegratevi nel Signore, non nel mondo; cioè rallegratevi nella verità, non nel peccato; rallegratevi nella speranza dell’eternità, non nei fiori della vanità. Così rallegratevi: e dovunque e per tutto il tempo che starete in questo mondo, «il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla» (Fil 4, 5-6).

Responsorio    2 Cor 13, 11; Rm 15, 13
R. Fratelli, state lieti, cercate ciò che è perfetto, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace: * il Dio dell’amore e della pace sia con voi.
V. Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e serenità nella fede:
R. il Dio dell’amore e della pace sia con voi.

ANALOGIA DEL MATRIMONIO O DELL’AMORE SPONSALE

ES  – IT  – PT ]

 

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 29 settembre 1982

1. Nella lettera agli Efesini (Ef 5, 22-33) – come nei profeti dell’Antico Testamento (ad esempio in Isaia) – troviamo la grande analogia del matrimonio o dell’amore sponsale tra Cristo e la Chiesa.

Quale funzione compie questa analogia nei riguardi del mistero rivelato nell’Antica e nella Nuova Alleanza? A questa domanda bisogna rispondere gradualmente. Prima di tutto, l’analogia dell’amore coniugale o sponsale aiuta a penetrare nell’essenza stessa del mistero. Aiuta a comprenderlo fino ad un certo punto, s’intende, in modo analogico. È ovvio che l’analogia dell’amore terrestre, umano, del marito verso la moglie, dell’umano amore sponsale, non può offrire una comprensione adeguata e completa di quella Realtà assolutamente trascendente, che è il mistero divino, sia nel suo celarsi da secoli in Dio, sia nella sua realizzazione “storica” nel tempo, quando “Cristo ha amato la Chiesa ed ha dato se stesso per lei” (Ef 5, 25). Il mistero rimane trascendente riguardo a questa analogia come riguardo a qualunque altra analogia, con cui cerchiamo di esprimerlo in linguaggio umano. Contemporaneamente, tuttavia, tale analogia offre la possibilità di una certa “penetrazione” conoscitiva nell’essenza stessa del mistero.

2. L’analogia dell’amore sponsale ci consente di comprendere in certo modo il mistero che da secoli è nascosto in Dio, e che nel tempo viene realizzato da Cristo, come l’amore proprio di un totale e irrevocabile dono di sé da parte di Dio all’uomo in Cristo. Si tratta dell’“uomo” nella dimensione personale e insieme comunitaria (questa dimensione comunitaria viene espressa nel libro di Isaia e nei profeti come “Israele”, nella lettera agli Efesini come “Chiesa”; si può dire: Popolo di Dio dell’Antica e della Nuova Alleanza). Aggiungiamo che in ambedue le concezioni, la dimensione comunitaria è posta, in certo senso, in primo piano, ma non tanto da velare totalmente la dimensione personale, che d’altronde appartiene semplicemente all’essenza stessa dell’amore sponsale. In ambedue i casi abbiamo piuttosto a che fare con una significativa “riduzione della comunità alla persona” (Non si tratta soltanto della personificazione della società umana, che costituisce un fenomeno abbastanza comune nella letteratura mondiale, ma di una “corporate personality” specifica della Bibbia, contrassegnata da un continuo reciproco rapporto dell’individuo con il gruppo [cf. H. Wheeler Robinson, The Hebrew Conception of Corporate PersonalityBZAW 66 [1936] 49-62; cf. anche J. L. McKenzie, Aspects of Old Testament Thought, in “The Jerome Biblical Commentary”, vol. 2, London 1970, p. 748]): Israele e la Chiesa sono considerati come sposa-persona da parte dello sposo-persona (“Jahvè” e “Cristo”). Ogni “io” concreto deve ritrovare se stesso in quel biblico “noi”.

3. Così dunque l’analogia di cui trattiamo consente di comprendere, in un certo grado, il mistero rivelato del Dio vivo, che è Creatore e Redentore (e in quanto tale è, al tempo stesso, Dio dell’alleanza); ci consente di comprendere tale mistero al modo di un amore sponsale, così come consente di comprenderlo anche al modo di un amore “misericordioso” (secondo il testo del libro di Isaia), oppure al modo di un amore “paterno” (secondo la lettera agli Efesini, principalmente nel capitolo 1). I modi suddetti di comprendere il mistero sono anch’essi senz’altro analogici. L’analogia dell’amore sponsale contiene in sé una caratteristica del mistero, che non viene direttamente messa in risalto né dall’analogia dell’amore misericordioso né dall’analogia dell’amore paterno (o da qualunque altra analogia usata nella Bibbia, a cui avremmo potuto riferirci).

4. L’analogia dell’amore degli sposi (o amore sponsale) sembra porre in risalto soprattutto il momento del dono di se stesso da parte di Dio all’uomo, “da secoli” scelto in Cristo (letteralmente: ad “Israele”, alla “Chiesa”); dono totale (o piuttosto “radicale”) e irrevocabile nel suo carattere essenziale, ossia come dono. Questo dono è certamente “radicale” e perciò “totale”. Non si può parlare qui della “totalità” in senso metafisico. L’uomo, infatti, come creatura non è capace di “accogliere” il dono di Dio nella pienezza trascendentale della sua divinità. Un tale “dono totale” (non creato) viene soltanto partecipato da Dio stesso nella “trinitaria comunione delle Persone”. Invece, il dono di se stesso da parte di Dio all’uomo, di cui parla l’analogia dell’amore sponsale, può avere soltanto la forma della partecipazione alla natura divina (cf. 2 Pt 1, 4), come è stato chiarito con grande precisione dalla teologia. Nondimeno, secondo tale misura, il dono fatto all’uomo da parte di Dio in Cristo è un dono “totale” ossia “radicale”, come indica appunto l’analogia dell’amore sponsale: è, in certo senso, “tutto” ciò che Dio “ha potuto” dare di se stesso all’uomo, considerate le facoltà limitate dell’uomo-creatura. In tal modo, l’analogia dell’amore sponsale indica il carattere “radicale” della grazia: di tutto l’ordine della grazia creata.

5. Quanto sopra sembra che si possa dire in riferimento alla prima funzione della nostra grande analogia, che è passata dagli scritti dei profeti dell’Antico Testamento alla lettera agli Efesini, dove, come è stato già notato, ha subìto una significativa trasformazione. L’analogia del matrimonio, come realtà umana, in cui viene incarnato l’amore sponsale, aiuta in certo grado e in certo modo a comprendere il mistero della grazia come realtà eterna in Dio e come frutto “storico” della redenzione dell’umanità in Cristo. Tuttavia, abbiamo detto in precedenza che questa analogia biblica non solo “spiega” il mistero, ma che, d’altra parte, il mistero definisce e determina il modo adeguato di comprendere l’analogia, e precisamente questa sua componente, in cui gli autori biblici vedono “l’immagine e somiglianza” del mistero divino. Così, dunque, la comparazione del matrimonio (a motivo dell’amore sponsale) al rapporto di “Jahvè-Israele” nell’Antica Alleanza e di “Cristo-Chiesa” nella Nuova Alleanza decide in pari tempo circa il modo di comprendere il matrimonio stesso e determina questo modo.

6. Questa è la seconda funzione della nostra grande analogia. E, nella prospettiva di questa funzione, ci avviciniamo di fatto al problema “sacramento e mistero”, ossia, in senso generale e fondamentale, al problema della sacramentalità del matrimonio. Ciò pare particolarmente motivato alla luce dell’analisi della lettera agli Efesini (Ef 5, 22-33). Presentando infatti il rapporto di Cristo con la Chiesa a immagine dell’unione sponsale del marito e della moglie, l’Autore di questa lettera parla nel modo più generale ed insieme fondamentale non solo del realizzarsi dell’eterno mistero divino, ma anche del modo in cui quel mistero si è espresso nell’ordine visibile, del modo in cui è divenuto visibile, e per questo è entrato nella sfera del Segno.

7. Con il termine “segno” intendiamo qui semplicemente la “visibilità dell’Invisibile”. Il mistero da secoli nascosto in Dio – ossia invisibile – è divenuto visibile prima di tutto nello stesso evento storico di Cristo. E il rapporto di Cristo con la Chiesa, che nella lettera agli Efesini viene definito “mysterium magnum”, costituisce l’adempimento e la concretizzazione della visibilità dello stesso mistero. Peraltro, il fatto che l’Autore della lettera agli Efesini paragoni l’indissolubile rapporto di Cristo con la Chiesa al rapporto tra il marito e la moglie, cioè al matrimonio – facendo al tempo stesso riferimento alle parole della Genesi (Gen 2, 24), che con l’atto creatore di Dio istituiscono originariamente il matrimonio -, volge la nostra riflessione verso ciò che è stato presentato già in precedenza – nel contesto del mistero stesso della creazione – come “visibilità dell’Invisibile”, verso l’“origine” stessa della storia teologica dell’uomo.

Si può dire che il segno visibile del matrimonio “in principio”, in quanto collegato al segno visibile di Cristo e della Chiesa al vertice dell’economia salvifica di Dio, traspone l’eterno piano di amore nella dimensione “storica” e ne fa il fondamento di tutto l’ordine sacramentale. Un particolare merito dell’Autore della lettera agli Efesini sta nell’aver accostato questi due segni, facendone l’unico grande segno, cioè un grande sacramento (“sacramentum magnum”).

CAMMINA DAVANTI A ME – 5

Bocca di Magra: 31 ottobre – 1-2 novembre 1992

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Cammina davanti a me

4ª Meditazione
Salmo 22

Abbiamo meditato alcuni salmi di rendimento di grazie e di lode. Sono Salmi che ci aiutano a trasformare in preghiera, quindi in esperienza di fede, tutto quello che di bello, di buono, di positivo c’è nella nostra vita. il problema è che nella nostra vita ci sono anche delle cose non belle, non molto positive: c’è l’esperienza della sofferenza e dell’angoscia, dell’avvilimento e della depressione e bisogna tentare di trasformare anche questo materiale in fede e in dialogo con il Signore.

A questo ci aiuta l’altra grande categoria di salmi: i Salmi di supplica.

Le due categorie fondamentali dei salmi sono proprio la lode e la supplica. Tentiamo di vederne uno che ci introduca in questo modo di vedere le cose: il Salmo 22, che dice:

 [1] Al maestro del coro. Sull’aria «Cerva dell’aurora». Salmo. Di Davide.

[2] «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza»: sono le parole del mio lamento.

[3] Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo.

[4] Eppure tu abiti la santa dimora, tu, lode di Israele.

[5] In te hanno sperato i nostri padri, hanno sperato e tu li hai liberati;

[6] a te gridarono e furono salvati, sperando in te non rimasero delusi.

[7] Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.

[8] Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo:

[9] «Si è affidato al Signore, lui lo scampi; lo liberi, se è suo amico».

10] Sei tu che mi hai tratto dal grembo, mi hai fatto riposare sul petto di mia madre.

[11] Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.

[12] Da me non stare lontano, poiché l’angoscia è vicina e nessuno mi aiuta.

[13] Mi circondano tori numerosi, mi assediano tori di Basan.

[14] Spalancano contro di me la loro bocca come leone che sbrana e ruggisce.

[15] Come acqua sono versato, sono slogate tutte le mie ossa. Il mio cuore è come cera, si fonde in mezzo alle mie viscere.

[16] È arido come un coccio il mio palato, la mia lingua si è incollata alla gola, su polvere di morte mi hai deposto.

[17] Un branco di cani mi circonda, mi assedia una banda di malvagi; hanno forato i le mie mani e i miei piedi,

[18] posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano, mi osservano:

[19] si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte.

[20] Ma tu, Signore, non stare lontano, mia forza, accorri in mio aiuto.

[21] Scampami dalla spada, dalle unghie dei cane la mia vita.

[22] Salvami dalla bocca dei leone e dalle corna dei bufali.

[23] Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea.

[24] Lodate il Signore, voi che lo temete, gli dia gloria la stirpe di Giacobbe, lo tema tutta la stirpe di Israele;

[25] perché egli non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del misero, non gli ha nascosto il suo volto, ma, al suo grido d’aiuto, lo ha esaudito.

[26] Sei tu la mia lode nella grande assemblea, scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli.

[27] I poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo cercano: «Viva il loro cuore per sempre».

[28] Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a lui tutte le famiglie dei popoli.

[29] Poiché il regno è del Signore, egli domina su tutte le nazioni.

[30] A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere. E io vivrò per lui,

[31] lo servirà la mia discendenza Si parlerà del Signore alla generazione che viene;

[32] annunzieranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: «Ecco l’opera dei Signore!».

Questo è il Salmo che per noi ha qualcosa di sacro, proprio perché Gesù l’ha usato nel momento supremo della sua esistenza: nell’angoscia della croce. Ed è un Salmo completo, per tanti aspetti, perché da una parte ci conduce nelle profondità della sofferenza, sull’orlo della fossa della morte, della disperazione; parte proprio nella condizione della disperazione, e poi si innalza, invece, all’altezza dell’inno di lode, di ringraziamento, perché la conclusione del Salmo è un rendimento di grazie.

Quindi: la sofferenza, l’angoscia, lo stupore e la lode per la salvezza di Dio.

Ma non solo: è il Salmo, chiaramente, di un individuo, di un singolo, che ha fatto questa esperienza, ma è anche il Salmo di tutta la comunità; termina proprio con la convocazione della comunità intera perché partecipi al rendimento di grazie.

Quindi, praticamente, ci sono dentro tutte le categorie dei salmi: supplica e ringraziamento individuale e collettivo.

Tentiamo di vedere quali sono gli elementi fondamentali di questo modo di vivere e di pregare.

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza»:sono le parole del mio lamento. Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo».

Il Salmo inizia in modo brusco, con un lamento e con una accusa rivolta a Dio, appassionata: «Dio mi ha abbandonato. Perché?». E questo discorso suppone che il salmista abbia ripetuto. una preghiera intensa per molte volte.

L’interpretazione ebraica l’intende proprio così: «Il primo,giorno, ho pregato il Dio mio, il secondo giorno ho pregato di nuovo e il terzo, giorno dico: “Perché mi hai abbandonato?”. Ho tentato in tutti modi di ottenere l’intervento di Dio e Dio potrebbe intervenire. Perché non lo fa?

Ma notate il paradosso di questa preghiera. Qualche cosa del genere l’abbiamo già visto ieri, ma qui è ancora più evidente. «Dio mio», ripetuto due volte, è un appello urgente. Mi rivolgo a Dio perché voglio, ho bisogno che Dio intervenga. Come mettere insieme questo appello urgente con il rimprovero: «mi hai abbandonato?».

Vuole dire che il rapporto con Dio continua, nonostante tutto. Il salmista rimprovera Dio, l’accusa, ma non può rompere del tutto con lui.

Non dice: «Il Signore mi ha abbandonato», ma: «Tu mi hai abbandonato». Quindi ha davanti quello che è l’interlocutore della sua vita, ha davanti Dio, sta parlando a Dio.

Non è una constatazione di fatto, è un’accusa lanciata verso il Signore, a cui vengono rimproverate alcune cose. Primo, il fatto «mi hai abbandonato»; secondo «sei lontano da me»; terzo: «taci quando io t’invoco e non hai parole per rispondermi, non presti orecchio alla mia angoscia e alla mia paura».

Naturalmente questa è l’esperienza che pesa di più nella vita dell’uomo: per l’uomo esistere è sempre e solo un’esperienza di rapporto, di relazione.

Noi, dicevamo ieri, abbiamo bisogno degli altri e abbiamo bisogno di Dio per esistere.

L’assenza di Dio è esperienza di desolazione, ma è anche qualche cosa di più, perché quel Dio al quale mi rivolgo non è semplicemente Dio, ma è «Dio mio».

«Mio» vuoi dire un Dio che si è preso un impegno nei miei confronti. Dietro questa espressione (l’abbiamo già detto) sta l’esperienza dell’alleanza.

Israele è un popolo con cui Dio ha fatto alleanza, e alleanza vuol dire appartenenza reciproca, vuol dire che Israele appartiene a Dio, ma vuol dire anche che Dio si prende cura di Israele.

E questo Dio al quale mi rivolgo è il mio Dio, che ha degli obblighi nei miei confronti, è impegnato, è il Dio dell’alleanza, dunque il suo silenzio è la violazione di un patto, di una promessa, ed è questo che me lo rende ancora più angosciante, per cui «giorno e notte» grido.

«Giorno e notte» vuol dire, naturalmente, sempre, continuamente: la mia vita è diventata un grido, eppure a questo grido Dio non risponde. Può dire il salmista, addirittura: «Tu sei lontano dalla mia salvezza».

Anche qui notate il paradosso dell’espressione, perché «mia salvezza», nei salmi e nella Bibbia, è la qualifica di Dio: quando mi rivolgo a Dio lo posso chiamare «mia salvezza», «Tu sei la mia salvezza».

E come si fa, allora, a dire: «Tu sei lontano dalla mia salvezza» Vuol dire che Dio è lontano da Dio?

È proprio questo il mistero della sofferenza, ed è proprio questa l’angoscia del salmista: che Dio non appare più Dio. Dio è Salvatore, ma adesso non sta salvando. Dio è il Dio della vita, ma adesso non protegge la vita. Dio è il Dio dell’alleanza, ma adesso non interviene a motivo dell’alleanza. Insomma, sembra che Dio sia incoerente con se stesso.

È la prova radicale della fede: la fede viene messa alla prova proprio in questi momenti.

E non solo viene messa alla prova perché la sofferenza pesa, ma perché Dio dà l’impressione di non essere più quello che ha detto e rivelato di essere.

Se ricordate, questa è la prova di Giobbe.

Giobbe per molti anni serve il Signore, ha fatto tutto quello che è necessario, è un uomo giusto, integro davanti al Signore.

Poi, all’improvviso, si ritrova il Signore dall’altra parte; fino a quel momento l’aveva sentito vicino, l’aveva sentito protettore, poi, all’improvviso, vede Dio come un nemico, un avversario, come quello che gli porta via i beni, quello che gli porta via i figli, quello che gli porta via la salute.

Non rimane più niente a Giobbe, se non la voce per accusare Dio, per dirgli che è diventato il suo nemico, il suo avversario, per chiedergli un tantino di tregua, per poter almeno riposare di notte, perché neanche di notte lo lascia tranquillo: con gli incubi gli impedisce anche di riposare.

È una condizione misteriosa davanti a Dio: Dio prende un volto diverso da quello che conosceva, da quello in cui sperava.

Eppure anche Giobbe fa esattamente la stessa esperienza del nostro Salmista: si lamenta, e con chi? Con Dio. Accusa; accusa chi? Dio! Ma a chi faccio appello io, per ottenere giustizia da Dio?

Debbo, appellarmi a Dio. Non c’è altro.

Il libro di Giobbe vede questo uomo che si appella a Dio contro Dio, che chiede a Dio che faccia giustizia nei confronti di Dio, che gli faccia giustizia di ciò che gli sta facendo, che intervenga e rimetta le cose a posto.

Bene, è proprio questo il discorso del Salmo; «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza: sono le parole del mio lamento. Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo».

Fate riferimento al Salmo che leggevamo stamattina: «Quando ho gridato, il Signore mi ha ascoltato».

Qui invece no, qui «invoco di giorno e di notte e non rispondi». C’è il silenzio assoluto di Dio.

Però sottolineo la logica del modo di pensare biblico: questo, autore si trova davanti un Dio che sembra averlo abbandonato, ma non può rompere con Dio. Può accusarlo, può contestare Dio (e i salmi contestano Dio senza molto pudore, non si censurano nel modo di rivolgersi al Signore, dicono bello aperto quello che esce dal cuore, senza problemi) ma non può rompere con Dio. Non può guardare da un’altra parte, deve rivolgersi a Lui. «Dio mio, tu mi hai abbandonato».

Questo è l’atteggiamento proprio della fede.

La fede può vivere un momento di crisi nel rapporto con Dio (così come nel rapporto di coppia ci sono dei momenti di crisi: si può litigare, ma litigo davanti a te, e litigo per ottenere da te quello che mi sembra giusto in questo momento).

«Eppure tu abiti la santa dimora, tu, lode di Israele. In te hanno sperato i nostri padri, hanno sperato e tu li hai liberati; a te gridarono e furono salvati, sperando in te non rimasero delusi».

La presenza di Dio rimane, nonostante tutto.

Il salmista sente Dio infinitamente lontano, tanto da non provare consolazione con la presenza di Dio, però sa, lo sa per fede, che Dio abita in mezzo ad Israele nella santa dimora, il Tempio.

Sa che Dio abita le «lodi di Israele», cioè la liturgia di Israele. Sa per fede che i padri hanno sperato in Dio e che Dio li ha liberati, che hanno gridato e furono salvati, non sono rimasti delusi.

Questa è tutta l’esperienza di fede di Israele che il salmista richiama, naturalmente, perché c’è in essa uno spiraglio di speranza. E, in fondo, il ricordo del passato, il ricordo dei momenti belli, dei momenti di consolazione fonda la fiducia nel presente. «Ho esperimentato tante volte, e i miei padri hanno sperimentato tante volte la salvezza di Dio».

È vero, adesso questa salvezza sembra lontana, ma si può sperare che il Signore si manifesti ancora una volta, come ha fatto un tempo.

Anzi, non solo questo discorso riguarda il padre, ma riguarda anche il salmista, il quale ha (come dire) una strana coscienza di se. Dice:

«Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo. Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo: «Si è affidato al Signore, lui lo scampi; lo liberi, se è suo amico»».

Ed esprime la sua condizione di avvilimento, di vergogna, di abbattimento. È il lamento di uno che si sente indegno della salvezza di Dio. È vero, Dio ha salvato i nostri padri, ma io sono un verme, non un uomo e davanti a Dio non c’è niente che possa pretendere, ottenere un intervento salvatore per quanto riguarda me, le mie doti, le mie qualità.

Il salmista si sente addirittura «infamia degli uomini» e, notate, «rifiuto del mio popolo».

Vuole dire che è escluso, emarginato, ma non solo dai nemici; è emarginato da quel popolo che è il suo, il popolo di Israele. È rifiutato, è messo lontano, ai margini della vita del popolo: è una persona che ha perso ogni dignità e rispetto da parte degli altri.

Se volete un parallelo, lo dovete andare a trovare nel quarto canto del «Servo di Jahve» in Isaia al cap. 53, 2-3, dove si parla di un personaggio misterioso, il quale «non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per trovare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo del dolore, che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima».

Ricordate che questo «Servo di Jahve» nel Nuovo Testamento è applicato a Gesù Cristo. È la fotografia di Gesù Cristo: disprezzato, respinto, l’uomo dei dolori che conosce per esperienza il patire, «come uno davanti al quale ci si copre la faccia»: come un lebbroso dal quale si allontana lo sguardo, disprezzato, senza alcuna stima.

Così è il nostro salmista. Di fatto «mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo».

Così il Vangelo racconta della Passione del Signore, e dice (sono parole di scherno): «Si è affidato al Signore, lui lo scampi, lo liberi se è suo amico».

Sono parole che verranno riprese nel cap. 2 del libro della Sapienza, dove vengono messi in scena gli empi, i quali scherniscono il giusto, e lo scherniscono così, proprio con queste parole: «Se Dio è suo padre, se Dio è il suo protettore lo salverà».

Adesso noi proviamo a perseguitarlo, a metterlo alla prova; proviamo a umiliarlo, a pestarlo, a schiacciarlo, tanto lui è convinto di avere Dio come protettore. Si è affidato al Signore? Lui lo scampi, lo liberi Lui, se è suo amico.

Ma, naturalmente, questo corrisponde a quella domanda cinica che leggevamo nel Salmo 42-43: «Dov’è il tuo Dio?». Fallo vedere! Fammi vedere la salvezza di Dio nella tua vita!

Quindi, da una parte il salmista si sente schiacciato e dall’altra, però, può di re:

«Sei tu che mi hai tratto dal grembo, mi hai fatto riposare sul petto di mia madre. Al mio nascere mi hai raccolto, dal grembo di mia madre tu sei il mio Dio. Da me non stare lontano, poiché l’angoscia è vicina e nessuno mi aiutato».

Vuole dire: anch’io, però, nella mia vita ho fatto alcune esperienze belle della presenza, dello provvidenza e dell’amore di Dio. Dio è stato, la mia levatrice: «Sei tu che mi hai tratto dal grembo». Questo gesto che introduce nella vita, il gesto della levatrice, lo ha fatto il Signore.

Non solo: «mi hai fatto riposare sul petto di mia madre», quindi questo gesto della fiducia del bimbo che riposa sul petto della madre che è per lui la sorgente della vita, anche questo l’ha fatto il Signore per lui.

«Al mio nascere tu mi hai raccolto» vuol dire: c’è stato un ambiente favorevole che mi ha voluto bene, che mi ha sorriso, e questo, ambiente favorevole è stato Dio stesso. C’è stato un sorriso di Dio all’inizio della vita.

«Dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio» vuol dire: non c’è mai stato un momento privo della presenza di Dio. Se io vado anche indietro, alle origini, agli inizi, al momento della mia nascita, lì trovo la presenza e la mano amorosa di Dio.

Allora, in fondo, c’è una fiducia grande: «mi hai sempre voluto bene, mi hai sempre accolto e hai voluto la mia vita, hai dato il tuo assenso. alla mia esistenza, quindi sei tu il mio Dio. Da me non stare lontano, perché, l’angoscia è vicina e nessuno mi aiuta».

E questa condizione: «nessuno mi aiuta», viene descritta soprattutto con dei simboli. È difficile riuscire a capire quali fossero davvero le situazioni di angoscia del salmista, però se ne capisce tutta l’amarezza, l’oppressione e il peso, perché i simboli ci sono e molto chiari.

«Mi circondano tori numerosi, mi assediano tori di Basan. Spalancano contro di me la loro bocca come leone che sbrana e ruggisce».

I tori di Basan sono il simbolo di una forza inarrestabile, di una potenza di oppressione grande; il leone è, naturalmente, un animale da preda: tutte queste cose non possono che suscitare paura. Non solo.

Secondo simbolo:

«Come acqua sono versato, sono slogate tutte le mie ossa. il mio cuore è come cera, si fonde in mezzo alle mie viscere».

È un tentativo di descrivere la vita che sta perdendo la solidità e la robustezza, sta diventando acqua, si scioglie; il corpo solido perde compattezza e vigore. Il cuore perde energia e forza. Un altro dal punto di vista esterno, contrapposto, ma che dice la stessa cosa – è:

«È arido come un coccio il mio palato, la mia lingua si è incollata alla gola, su polvere di morte mi hai deposto».

Viene meno l’umore vitale, il corpo umano si secca.

E ancora:

«Un branco di cani mi circonda, mi assedia una banda di malvagi; hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e mi osservano: si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte».

Quindi, ancora la minaccia delle forze ostili presentate con l’immagine degli animali. Poi vengono presentati gli uomini. Che cosa fanno: guardano, osservano la scena come fosse uno spettacolo, poi spartiscono le vesti. Vuol dire che ormai la morte è certa e lo considerano ormai spacciato. È la morte di un fuori casta, nudo, trattato come fosse già morto, come se non avesse più niente da dire e da fare. Di lui e per lui si può fare qualsiasi cosa. Ormai è senza dignità alcuna. È questo, naturalmente, il senso della spartizione delle vesti nei Vangeli.

Ancora:

«ma tu, Signore, non stare lontano, mia forza, accorri in mio aiuto. Scampami dalla spada, dalle unghie del cane la mia vita. Salvami dalla bocca del leone e dalle corna del bufali. Annunzierà il tuo nome ai miei fratelli, ti loderà in mezzo all’assemblea».

Ancora il grido, la supplica. Prima il salmista chiedeva la liberazione dall’angoscia, ora chiede la liberazione dai nemici.

E in tutti i casi quello che io voglio è che Dio si faccia vicino, che Dio intervenga e agisca, che Dio non taccia. È Dio che mi ha condotto in questa situazione di angoscia; poiché sono e rimango nelle sue mani, è Dio che mi può salvare da questa condizione.

Qui comincia la seconda parte del Salmo, che cambia come dalla notte al giorno, perché c’è il ringraziamento.

Uno deve supporre che in mezzo ci sia stato qualche cosa che ha cambiato la condizione del salmista, che ci sia stato un intervento di Dio, o, quanto meno, una promessa di Dio, una parola di Dio che invitava alla speranza. Allora:

«Lodate il Signore, voi che lo temete, gli dia gloria la stirpe di Giacobbe, lo tema tutta la stirpe di Israele; perché egli non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del misero, non gli ha nascosto il suo volto, ma, al suo grido di aiuto, lo ha esaudito».

Viene fuori quello che ricordavo prima.

La preghiera è quella di un singolo, ma non è un singolo isolato; è un singolo che è stato emarginato dal popolo, questo è vero, ma adesso, dopo che ha sperimentato la salvezza di Dio, questa persona convoca il popolo intero perché venga a lodare Dio insieme con lui.

«Lodate il Signore, voi che lo temete».

Quelli che temono Dio sono, naturalmente, quelli che credono in Lui, quelli che danno peso a Dio, quelli che riconoscono la sua esistenza e l’accolgono con gioia, quelli che obbediscono alla sua volontà.

Bene. «Voi che temete Dio, lodate il Signore». La stirpe di Giacobbe, la stirpe di Israele gli dia gloria e lo tema.

Perché?

Perché non ha sdegnato, né disprezzato l’afflizione del misero, non gli ha nascosto il suo volto, ma ha esaudito il suo grido di aiuto. Il che vuol dire: Dio si è manifestato davvero come Dio. Queste sono cose che fanno parte della definizione di Dio. Dio è colui che si prende cura del povero, dell’orfano e della vedova. Questo sta scritto a chiare lettere nella legge dell’Alleanza.

Quando Dio ha fatto alleanza con il suo popolo si è impegnato a proteggere i poveri (i poveri s’intende, perché i ricchi si proteggono da soli); in ogni modo vuol dire: a proteggere quelli che sono senza protezione e senza difesa, in modo che in mezzo al popolo di Israele non ci sia nessuno abbandonato o emarginato o umiliato.

Dio si prende cura di loro, dunque; adesso che ha manifestato il suo amore e la sua benevolenza, Dio si è fatto vedere davvero come Dio, come Dio d’Israele, e tutto il popolo deve riconoscerlo e deve rispondere con la sua lode è il suo ringraziamento.

«Sei tu la mia lode nella grande assemblea, scioglierò í miei voti davanti ai suoi fedeli.

Il motivo della mia lode è Dio. Ormai la mia vita può diventare un inno, può diventare espressione di gioia a motivo, del Signore «nella grande assemblea, davanti a tutti».

L’inno deve essere necessariamente pubblico, deve coinvolgere tutta la Chiesa, tutto il popolo di Dio: «Scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli», perché sappiano tutti quanto Dio si è mostrato fedele. Per cui:

«I poveri mangeranno e saranno saziati».

Probabilmente si fa riferimento a quei sacrifici di rendimento di grazie, dove una parte delle carni veniva mangiata in un banchetto al quale erano invitati tutti i poveri, quelli che non hanno da mangiare per conto proprio e mangiano di quel banchetto che è lode di Dio, che è ringraziamento a Lui.

«Loderanno il Signore quanti lo cercano: «Viva il loro cuore per sempre». Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a lui tutte le famiglie dei popoli».

Notate come il discorso si allarga. Sono come ondate che vengono una dopo l’altra e che vogliono raggiungere l’umanità intera.

La mia esperienza è piccola, ma deve coinvolgere tutti i popoli, tutto il popolo di Israele e «tutti confini della terra».

«Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra». Questa esperienza di salvezza diventa testimonianza fatta a Dio.

«Poiché il regno è del Signore, egli domina su tutte le nazioni».

Ma non solo. C’è una cosa che credo si trovi solo in questo Salmo.

«A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere».

Anche i morti loderanno Dio. È un caso unico. Di solito, nei salmi, i morti sono quelli che non possono più lodare Dio, anzi, questo è uno dei motivi per cui la morte è negativa, è brutta nei salmi e nell’Antico Testamento, perché dopo, uno non può più lodare Dio con la gioia, con lo stupore,; con la riconoscenza di chi ha la gioia di vivere.

In questo caso (unico, praticamente) la lode diventa cosmica, abbraccia i vivi e anche i morti, abbraccia gli Israeliti ed anche le nazioni.

E poi la conclusione:

«E io vivrò per lui».

Questo sottolineatolo, perché è il punto di arrivo del Salmo, per quanto riguarda il salmista.

Vuole dire: ero in una condizione di angoscia, di una angoscia dalla quale nessuno mi poteva liberare; ero dato per spacciato, ed anch’io avevo considerato la mia vita come ormai senza speranza. Poi ho gridato al Signore e, dopo avermi fatto aspettare e penare, dopo avermi a lungo fatto contestare, finalmente, all’improvviso, il Signore si è manifestato come un salvatore e mi ha ridato la vita.

A questo punto la mia vita non mi appartiene più: me l’ha data il Signore, me l’ha data due volte, non solo nella creazione quando mi ha tratto dal grembo di mia madre, ma anche adesso quando mi ha liberato dall’oppressione e dall’angoscia. Allora «vivrò per lui», la mia vita ormai gli appartiene.

Ma non solo io:

«Lo servirà la mia discendenza»,

cioè i figli, i nipoti, i pronipoti. A tutti io ricorderò quello che mi è accaduto. A tutti racconterò che, se esisto, è per merito della bontà e della misericordia di Dio, e che se loro esistono, è per la bontà e la misericordia di Dio, per cui tutta la mia stirpe, la mia famiglia, diventerà il luogo della lode e della riconoscenza a Dio.

«Si parlerà del Signore alla generazione che viene».

Questa è l’educazione religiosa in famiglia, quell’educazione religiosa in cui si trasmette di padre in figlio, da genitori a figli questa esperienza in cui si racconta, perché insegnare la fede vuol dire insegnare le verità, ma vuole dire anche raccontare, raccontare la propria vita alla luce del rapporto con il Signore.

Noi abbiamo vissuto la vita davanti a Lui: abbiamo sperimentato la gioia del fidanzamento, del matrimonio, della paternità e della maternità e raccontiamo tutto questo, che è il nostro cammino che abbiamo vissuto sotto lo sguardo del Signore.

Abbiamo sperimentato momenti di tristezza, di fatica e abbiamo incontrato la salvezza di Dio.

«Si parlerà del Signore alla generazione che viene». Lo dobbiamo ritrovare questo modo di essere cristiani; raccontare il Signore dentro la nostra vita, dentro i fatti. Come si trasmette ai nostri figli il patrimonio di cultura che abbiamo, trasmettiamo loro il patrimonio di esperienza di fede che abbiamo fatto.

«Annunzieranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: «Ecco l’opera del Signore!»».

«Ecco l’opera del Signore» è la traduzione di una espressione in ebraico che è fatta di due parole sole «ki asa»: «ki» è una particella enfatica; in italiano si tradurrebbe «davvero, veramente, effettivamente», «asa» vuol dire semplicemente «ha agito». Quindi: «davvero ha agito». Era quello che il salmista desiderava.

All’inizio il problema qual era?

Che Dio tace, che Dio non interviene, che Dio lascia che le cose vadano senza metterci la sua presenza e la sua volontà. Le cose vanno indipendentemente da Dio. Alla fine il salmista dice: «Davvero ha agito! Ho visto l’azione di Dio e il suo intervento».

Dio è il vivente. L’ho visto nella storia della mia esperienza, l’ho visto nella liberazione, l’ho visto nei momenti di sostegno, nei momenti di speranza che ho conosciuto. Questo è il Dio della Bibbia. «Davvero ha agito» è una definizione di Dio.

Quando Mosè viene mandato dal Signore per liberare Israele dall’Egitto, egli chiede al Signore: «Dimmi come ti chiami, perché quando andrò dagli Israeliti e mi diranno: «Chi ti manda?» io possa dire il tuo nome». Dio risponde: «Io sono colui che sono».

Questa espressione «io sono» dice veramente nella Bibbia il senso di un Dio che agisce. non solo che «esiste», che «interviene», che «è» nella vita dell’uomo; che non è l’assente, ma il «presente».

Ci sono i momenti di assenza di Dio, ci sono i momenti di silenzio di Dio e sono i momenti dell’angoscia dell’uomo di fede, i momenti in cui deve dire: «Dio, mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». È l’angoscia di Giobbe o l’angoscia del Signore in croce.

Credo che sia un po’ forte dire «angoscia», ma è qualcosa di questo genere. Ci sono questi momenti. Sono i momenti di prova della fede, i momenti in cui la fede deve essere purificata da tutti i sostegni, da tutte le stampelle che la custodiscono e la proteggono, e deve diventare fede pura, attesa dell’intervento e della salvezza di Dio, come e quando Lui vuole.

Dio si manifesta così: come il Dio che «c’è» e il Dio che «agisce».

«Annunzieranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: «Ecco l’opera del Signore»».

Non è rimasto un Dio inerte, un Dio silenzioso: ha agito e salvato. «Davvero ha agito!».

Un Salmo di questo genere è naturalmente, per noi, prima di tutto un Salmo di Gesù Cristo: è Lui che l’ha usato sulla croce («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?») ed è nel racconto della Passione che lo usano gli evangelisti. Quando dice: «mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo», oppure quando dice: «mi guardano, mi osservano, si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte», sono tutti elementi e particolari che rientrano nel racconto. della Passione del Signore.

Ma il Salmo, in origine, non si riferiva direttamente al Messia: parlava dell’uomo sofferente, dell’uomo di fede messo alla prova attraverso l’esperienza dell’angoscia e dell’avvilimento.

Ma questo diventa prezioso, perché vuol dire che Gesù Cristo ha fatto sua la preghiera di ogni uomo sofferente, anzi, ha fatto sua l’esperienza dell’angoscia, dell’oppressione, della paura e l’ha trasformata in obbedienza e abbandono nelle mani del Padre, ha fatto sì che anche questo cammino d’angoscia possa rimanere un cammino di fede.

È vero che è più facile (più facile non lo so, ma comunque certamente più gradevole) il cammino di fede quando le cose vanno bene, quando la fede è fatta di ringraziamento; non è facile neanche questo, perché quando le cose vanno bene ce lo dimentichiamo facilmente. Comunque, di per se, è molto più facile questo cammino.

Ma quello che dice il nostro Salmo è quello che Gesù ci ha insegnato: è che anche i momenti di angoscia, i momenti di contestazione e di ribellione non sono estranei alla fede.

Non è mica proibito ribellarsi a Dio, purché uno parli con Lui, si metta davanti a Lui e lo contesti. Dopo, pian piano, sarà costretto a dare ragione al Signore.

Ci vorrà del tempo, ci vorranno dei cammini faticosi da attraversare, ma l’importante è stare davanti a Lui, non tagliare i ponti e non voltarsi da un’altra parte, ma rimanere lì e dire davanti al Signore quello che stiamo vivendo: la gioia o l’angoscia, in modo che l’una e l’altra possano diventare esperienza di fede.

I salmi vorrebbero insegnarci questo.

È forse per questo motivo che, dal punto di vista statistico, la maggior parte dei salmi sono delle lamentazioni. Non sono delle lamentele (delle gnole) di quando giriamo sempre intorno alla nostra sofferenza, come se fosse l’unica cosa che conta e in cui troviamo una specie di strano, malsano gusto del tormentarci.

Ma sono lamentazioni, dicevo, cioè preghiera che si rivolge al Signore, magari anche una preghiera forte nell’espressione, ma che sta all’interno di un dialogo di fede.

I salmi ci vogliono aiutare a trasformare quel materiale duro che è la sofferenza in esperienza di fede.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

CAMMINA DAVANTI A ME – 4

Bocca di Magra: 31 ottobre – 1-2 novembre 1992

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Cammina davanti a me

3ª Meditazione
Salmo 103 e 118

Il Salmo 42-43 ci è servito perché sentissimo un tantino quel bisogno di Dio, quella sete di Dio che sta al centro della vita dell’uomo.

Poi, guidati dal desiderio del Signore, lo abbiamo incontrato, e lo abbiamo incontrato con quei Salmi 50-51 che ci hanno fatto riconoscere il nostro peccato, ma ci hanno anche aperta al perdono di Dio. E la proclamazione fondamentale era questa: l’incontro con il Signore è un incontro di perdono, nel quale la nostra vita viene rinnovata, rigenerata, creata veramente come vita nuova attraverso il dono dello Spirito del Signore, attraverso quello spirito generoso e costante che è suo e di cui noi abbiamo bisogno.

Proprio per questo l’incontro con il Signore deve trasformarsi in ringraziamento. Abbiamo ricevuto il dono gratuito della grazia del Signore, il perdono, quindi un dono eminente e grande: è giusto ringraziare.

Lo facciamo con le parole di un Salmo, il Salmo 103 (102), che si presenta come una meditazione sull’amore di Dio, sulla bontà e misericordia di Dio verso di noi. Dice così:

SALMO 103 (102)

[1] Di Davide

 Benedici il Signore, anima mia quanto è in me benedica il suo santo nome.

[2] Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici.

[3] Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie;

[4] salva dalla fossa la tua vita, ti corona di grazia e di misericordia;

[5] egli sazia di beni i tuoi giorni e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza.

[6] Il Signore agisce con giustizia e con diritto verso tutti gli oppressi.

[7] Ha rivelato a Mosè le sue vie, ai figli d’Israele le sue opere.

[8] Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.

[9] Egli non continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno.

[10] Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe.

[11] Come il cielo è alto sulla terra, così è grande la sua misericordia su quanti lo temono;

[12] come dista l’oriente dall’occidente, così allontana da noi le nostre colpe.

[13] Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono.

[14] Perché egli sa di che siamo plasmati ricorda che noi siamo polvere.

[15] Come l’erba sono i giorni dell’uomo, come il fiore del campo, così egli fiorisce.

[16] Lo investe il vento e più non esiste, e il suo posto non lo riconosce.

[17] La grazia del Signore è da sempre, dura in eterno per quanti lo temono; la sua giustizia per i figli dei figli,

[18] per quanti custodiscono la sua alleanza e ricordano di osservare i suoi precetti.

[19] Il Signore ha stabilito nel cielo il suo trono e il suo regno abbraccia l’universo.

[20] Benedite il Signore, voi tutti suoi angeli, potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola.

[21] Benedite il Signore, voi tutte, sue schiere, suoi ministri, che fate il suo volere.

[22] Benedite il Signore, voi tutte opere sue, in ogni luogo del suo dominio.

 Benedici il Signore, anima mia.

Come vedete, il Salmo inizia e si conclude con l’invito alla benedizione: “Benedici il Signore, anima mia”. Ora, questa benedizione è una forma caratteristica di preghiera che è presente in tutta la Bibbia, in tutta la spiritualità ebraica e cristiana.

La benedizione è la preghiera che deve scaturire necessariamente dal cuore dell’uomo quando si incontra con i benefici di Dio.

Voglio dire: all’inizio di tutto ci stanno le benedizioni di Dio. Dio ci benedice con la vita, ci benedice con la salute, ci benedice con i frutti della terra, ci benedice con la tranquillità e la pace sociale.

Ci sono tutta una serie di motivi, di benedizioni, di gioie che vengono dal dono del Signore, che vengono dalla sua misericordia, dalla sua generosità.

Bene, quando un uomo incontra queste cose non può tacere, deve rispondere a Dio e rispondere benedicendo.

Quando andiamo a tavola e mangiamo i frutti della terra, è un dovere del cuore religioso benedire Dio.

“Benedetto sei tu Signore, Dio dell’universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del nostro lavoro”.

È una benedizione che usiamo nella Messa, ma è una formula di benedizione tipica di tutta la tradizione ebraico-cristiana.

Bene. Allora:

“Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me (cioè tutto il mio intimo) benedica il suo santo nome. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici”.

“Non dimenticare” è l’altro precetto. L’unico modo per non dimenticare il dono di Dio è la benedizione, è la lode, il ringraziamento. Altrimenti succede che questi benefici non cambiano la nostra vita.

È vero che se io mangio i frutti della terra, i grassi e le proteine di cui ho bisogno li ricevo in tutti i modi, ma questo non è sufficiente per vivere, ma per vegetare. Per vivere devo riconoscere che quel cibo mi viene dall’amore del Signore.

Riconosco allora, dentro alla mia vita, tutto quel dramma di amore, di benevolenza, di riconoscenza, di fede, di speranza che dà un senso alla vita: ma devo aprire gli occhi a questo.

Nella spiritualità biblica, forse, il peccato fondamentale è dimenticare.

Quando gli Ebrei stanno per entrare nella Terra Promessa dopo i quaranta anni che hanno passato nel deserto, Mosè fa loro un discorso che è fondamentalmente questo:

“Bada; sono passati quarant’anni. In questi anni chi ti ha dato da mangiare è stato il Signore: hai mangiato la manna che ti veniva giorno per giorno dalla mano del Signore. Chi ti ha dato da bere è stato il Signore: ha fatto scaturire l’acqua dalla roccia in mezzo al deserto. Quindi, in questi quaranta anni il Signore ti ha guidato, ti ha preso per mano, ti ha permesso di sopravvivere in una condizione difficile, come è la condizione del deserto.

Adesso entriamo nella Terra promessa. Non ci sarà più bisogno di far scaturire l’acqua dalla roccia, perché di acqua ce n’è in abbondanza: ci saranno sorgenti, torrenti e fiumi.

Non ci sarà più bisogno della manna, perché la terra ti darà i frutti necessari per la tua vita, cioè lavorerai e mangerai, diventerai ricco, potrai costruirti della case, scavare i minerali dalle rocce, rendere la tua vita autosufficiente. Guardati dal dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha condotto per tutti questi quarant’anni. Sta’ attento che non ti succeda di dire: «Ma è perché io sono bravo a coltivare la terra che io posso mangiare i frutti di questo suolo». «È perché io sono intelligente a costruire le case che riesco a fare case che stanno in piedi e mi proteggono».

Guardati dal pensare che tutto questo venga dalla tua mano.

Ricordati dei quarant’anni che hai fatto e dei benefici del Signore, perché se dimentichi questo, perdi il legame con Lui, sorgente autentica della tua vita”.

Allora è un comando: dove Dio opera, l’uomo deve benedire; dove l’uomo riceve un beneficio del Signore, deve ricordarsene attraverso la lode e la benedizione. Per questo, nel trattato delle benedizioni del Talmud c’è scritto che: “tutte le volte che uno mangia, qualche cosa di più grande di una oliva, deve benedire il Signore”. È un dovere, e in più è un beneficio, quindi benedica.

Benedici il Signore, anima mia”: e questo potreste impararlo, perché la benedizione è una preghiera semplicissima ed è una preghiera che si può fare mentre si lavora, mentre si cammina, si studia, subito prima e subito dopo; non è difficile. “Benedetto sei tu Signore: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane”. Benediciamo allora il Signore perché:

“Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie; salva dalla fossa la tua vita, ti corona di grazia e di misericordia; egli sazia di beni i tuoi giorni e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza”.

I benefici che ricordiamo sono quelli che abbiamo narrato ieri sera: il perdono come guarigione dell’uomo, come ricostruzione dell’uomo integro e sano, liberato dalla fossa (cioè dalla morte) e coronato di grazia e di misericordia, cioè ricondotto a quello che era sogno di Dio: l’uomo fatto a sua immagine e somiglianza, quindi circondato dalla bellezza, dallo splendore che sono propri di Dio. Ma non solo.

“Egli sazia di beni i tuoi giorni” (i beni che ci accompagnano quotidianamente) e tu rinnovi coma aquila la tua giovinezza”.

Questa strana immagine è spiegata molto bene in un brano di Isaia. Al cap. 40, 27 recita così: (Is 40,27-31)

[27] Perché dici, Giacobbe, e tu, Israele, ripeti: «La mia sorte è nascosta al Signore e il mio diritto è trascurato dal mio Dio»

Ti viene da dire: il Signore mi ha dimenticato, il Signore non si prende cura della mia vita?

[28] Non lo sai forse? Non lo hai udito? Dio eterno è il Signore, creatore di tutta la terra. Egli non si affatica né si stanca, la sua intelligenza è inscrutabile.

[29] Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato.

[30] Anche i giovani si affaticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono;

[31] ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi”.

La speranza è esattamente questo. Quando il Signore ci dona speranza vuole dire che dà forza a chi è stanco e moltiplica il vigore a chi è spossato. C’è, naturalmente, una stanchezza che è puramente fisica, ma la stanchezza vera dell’uomo è quella fatica di andare avanti, per cui diventa faticoso e pesante qualunque movimento, qualunque comportamento e qualunque scelta. Questi sono i momenti in cui abbiamo bisogno di speranza.

Il Signore è così il Signore è perennemente giovane e perennemente vivo, l’antico di giorni ma che non è invecchiato nella sua forza; ha quella capacità di rigenerazione che- è il sogno di ogni vivente: “dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile”.

L’aquila, naturalmente, è il simbolo della leggerezza e del vigore che non viene meno, quindi immagine di una vita che ha in se una energia che si rinnova.

“Corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi”:

e questo sarebbe un piccolo poema da spiegare. “Corrono senza affannarsi”, vuole dire che non sono pigri, che fanno molte cose, ma senza affanno, senza ansie; non sono così preoccupati di dover arrivare a chissà chi…, a dover salvare il mondo. Il mondo l’ha già salvato qualcun altro. Quindi sono liberi di fare le cose così come vanno fatte, con il loro tempo e con il loro impegno: “corrono senza affannarsi”.

Forse ricordate quell’altro versetto di Isaia:

“Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza”.

Quindi una calma che deve accompagnare il cammino, le scelte dell’uomo.

Questo, dunque, fa il Signore nella nostra vita. Poi continua:

“Il Signore agisce con giustizia e con diritto verso gli oppressi. Ha rivelato a Mosè le sue vie, ai figli d’Israele le sue opere”.

Notate che quelle cose che abbiamo letto: perdona, guarisce, salva, sazia, agisce con giustizia, sono cose che il Signore non ha fatto semplicemente una volta, ma le fa’ costantemente e le rinnova ogni volta, ogni giorno. I benefici del Signore si rinnovano.

Ripensate a tutte le volte che ci accostiamo al sacramento della Penitenza e torniamo a ricevere il beneficio del perdono del Signore. Quante volte? Settanta volte sette, cioè all’infinito. Il perdono di Dio è senza limiti: non si stanca, non si lascia prendere dall’avvilimento.

Allora possiamo dire:

“Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Egli non continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno. Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe”.

La caratteristica del Signore è la bontà e la misericordia.

C’è anche l’ira, perché dice: “lento all’ira e grande nell’amore”, bisogna che spieghiamo perché.

C’è anche l’ira, perché l’ira è semplicemente la reazione necessaria di fronte a quello che minaccia la vita, a quello che minaccia il bene. C’è un’ira che si chiama così perché è una emozione incontrollata (il “perdere i cavalli”): questo tipo d’ira in Dio non c’è.

Ma c’è un’altra ira che è una reazione di lotta contro tutto quello che di male, di negativo, di ingiusto, di cattivo, di falso, c’è in noi e attorno a noi.

Voglio dire: quando vi incontrate con l’ingiustizia, sarà bene che non rimaniate indifferenti; sarà bene che l’ingiustizia susciti dentro al vostro cuore una reazione, una ribellione. Non solo nel vostro cuore, ma, se potete fare qualche cosa per togliere l’ingiustizia, è giusto che lo facciate. Se potete fare qualche cosa per raddrizzare ciò che è storto, è giusto che vi ci impegniate.

Se a voi sta a cuore il bene, la vita, quando trovate delle realtà che sono mortificanti per la vita, che la distruggono, dovete naturalmente impegnarvi a combatterle.

Bene, questa è l’ira di Dio.

L’ira di Dio, vuol dire che Dio non è connivente con il male, che quando si trova di fronte al male non rimane in silenzio nascondendolo: lo combatte, reagisce, si ribella.

Dio è un Dio che sa ribellarsi e contestare.

Dice così: “Egli non continua a contestare”; vuole dire che contesta, ma che non contesta per sempre. Vuole anche dire che si adira, ma la sua ira non dura per sempre. C’è una misericordia che limita l’ira di Dio: la misericordia dura sempre, l’ira è provvisoria.

L’ira è provvisoria com’è provvisoria l’ira di un papà o di una mamma che si adirano di fronte a un comportamento sbagliato del figlio; si adirano perché non possono far credere al figlio che ha fatto bene a fare quello che ha fatto; debbono mettergli davanti l’errore che ha compiuto in modo che non si ripeta, in modo che ci sia una maturazione, una crescita, e per questo debbono reagire. Ma questa è una reazione provvisoria, terapeutica: non serve per distruggere, ma perché uno si renda conto del male per poterlo combattere e superare.

L’ira di Dio non è un’ira che distrugge, né un’ira che voglia annientare.

Nel cap. 11 di Osea c’è un brano famosissimo, che sarebbe tutto da spiegare (ma io prendo solo alcuni versetti dal 7 in poi), dove il Signore si mette davanti al suo popolo e rimane come deluso del suo atteggiamento, e dice:

[7] Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo”.

Dio che rimane perplesso, come incapace di capire il comportamento del suo popolo, perché lo ha chiamato “Israele”, lo ha chiamato perché guardasse in alto, verso Dio e conoscesse i benefici della sua misericordia e del suo amore. “Nessuno sa sollevare lo sguardo”.

A questo punto viene l’ira di Dio. Notate come viene descritta:

[8] Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? Come potrei trattarti al pari di Adma, ridurti allo stato di Zeboim?

 Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione.

E vuole dire: “Come faccio a distruggerti, ad annientarti? Non ci riesco, perché il mio cuore si commuove dentro di me, le mie viscere fremono di compassione. Allora:

[9] non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira.

E vuole dire: “Se fossi un uomo forse mi lascerei trascinare dall’ira fino a distruggere; ma io sono Dio e non uomo; per questo non vengo nella mia ira”. Per questo l’ira è provvisoria in Dio, non è il senso della sua venuta: quando Dio viene, viene sempre nella misericordia.

L’ira, stranamente, è un sottoprodotto dell’amore: proprio perché Dio ci ama, Dio si adira, perché non sopporta il male che c’è in noi, perché ci vuole vivi e sani, e quando c’è in noi qualche cosa di malato, reagisce, fa qualche cosa per rendercene consapevoli, per farcene uscire. Per questo dice:

“Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore”.

L’amore di Dio non ha confini, l’ira invece sì. Per cui:

“Egli non continua a contestare e non conserva per sempre il suo sdegno”.

E ancora:

“Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe”.

E questo atteggiamento di Dio viene spiegato con alcune immagini:

“Come il cielo è alto sulla terra, così è grande la sua misericordia su quanti lo temono”;

Quindi una misericordia senza limiti, la cui grandezza non è misurabile, non si arriva in fondo per comprenderne il limite estremo. C’è sempre una ricchezza di misericordia che va al di là di quello che possiamo pensare o avere bisogno.

Ancora, l’altra immagine:

“come dista l’oriente dall’occidente, così allontana da noi le nostre colpe”.

Quindi non solo ci perdona, ma allontana da noi le nostre colpe, perché non le abbiamo più sotto gli occhi, perché non diventino più motivo di angoscia, perché non ci condizionino più per il futuro. Tutto quello che il Signore ci ha perdonato è gettato lontano da noi, quanto l’oriente dista dall’occidente. Il Signore si è gettato il nostro peccato “dietro le spalle” o, secondo un’altra immagine di Michea, “in fondo al mare”. Quindi vuol dire una libertà autentica dal peccato.

Libertà vuole dire che non è più una palla al piede che ci impedisce di andare avanti, di cogliere la ricchezza della vita che viviamo e di vivere con serenità i rapporti con gli altri. Questi condizionamenti del nostro peccato il Signore li allontana.

Terza immagine:

“Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il signore ha pietà di quanti lo temono”.

Prima ha preso delle immagini spaziali, adesso prende una immagine di affetto, ma che ha lo stesso significato.

Come non è misurabile l’universo, così non è misurabile l’amore paterno o materno:

“ha pietà”. E pietà è quella del papà del figliol prodigo, che si getta al collo del figlio quando ritorna: è una amore che non è misurabile e che ha una profondità insondabile. Così è l’amore del Signore.

Poi dice una cosa sorprendente: Dio ha pietà di noi; Dio ci perdona le nostre colpe. Per quale motivo?

Il Salmo 103 porta un motivo che è praticamente unico nella Scrittura. Se ne potrebbero portare molti altri, ma qui dice:

“Perché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere. Come l’erba sono i giorni dell’uomo, come il fiore del campo così egli fiorisce. Lo investe il vento e più non esiste e il suo posto non lo riconosce”.

Vuol dire che la misericordia di Dio verso di noi ha, fra i tanti motivi, questo: la nostra povertà, la nostra fragilità: siamo delle creature effimere, povere e limitate. Questo, da una parte, può spiegare i nostri egoismi: proprio perché ci rendiamo conto di avere poco, è facile che a quel poco ci attacchiamo con le unghie e con i denti, come il povero che si attacca a quel po’ che gli è rimasto non avendo altro.

Alle volte il nostro egoismo nasce proprio da questo senso di paura: la paura di perdere quel pezzettino di vita o di benessere che abbiamo.

È una paura stolta che va al di fuori della fiducia in Dio e nella vita che viene da Dio, ma che si accompagna alla nostra fragilità. In ogni modo la condizione dell’uomo davanti a Dio è e rimane una condizione di miseria.

Per questo Dio non fa fatica, dice il nostro Salmo, a perdonare, ad allargare, le sue braccia perché l’uomo trovi un tantino di sostegno e di protezione dentro al suo amore.

Dunque l’uomo è effimero e la sua bellezza è come quella del fiore del campo, che è molto bello, ma dura poco. Così è l’uomo, bello e sorprendente, ma effimero. “Lo investe il vento e più non esiste e il suo posto non lo riconosce”.

 “La grazia del Signore è da sempre, dura in eterno per quanti lo temono; la Sua giustizia per i figli dei figli, per quanti custodiscono la sua alleanza e ricordano di osservare i suoi precetti”.

E vuol dire: siamo condannati a passare velocemente. Allora non c’è speranza di solidità? No, una speranza c’è, quella che viene dalla grazia del Signore; quella che viene quando possiamo aggrapparci al suo amore, perché quello rimane per sempre. La nostra vita passa velocemente, l’amore di Dio rimane per sempre.

Allora, tu la tua vita aggrappala a Dio, legala al suo amore, appoggiala su di Lui, sulla sua fedeltà, e allora quella solidità che è di Dio, diventerà anche tua e quella eternità che è di Dio, diventerà anche tua:. In fondo il progetto di Dio è proprio questo: rendere l’uomo, creatura fragile, partecipe della sua vita, del suo amore, della sua eternità.

La possibilità ci è data attraverso il cammino della fede.

Allora, se le cose stanno così:

Benedite il Signore, voi tutti suoi angeli, potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola.

Benedite il Signore, voi tutte, sue schiere, suoi ministri, che fate il suo volere.

Benedite il Signore, voi tutte opere sue, in ogni luogo del suo dominio.

Benedici il Signore, anima mia.

Il cosmo deve diventare come il luogo della riconoscenza e della benedizione, quindi una nota fondamentale in tutta la creazione.

In questo il Salmo 103 ci serve da meditazione, per riflettere sulla grandezza dell’amore di Dio e sulla profondità della nostra riconoscenza.

A questo leghiamo un altro Salmo, che è sempre un Salmo di ringraziamento, che ha lo stesso atteggiamento di fondo.

Il Salmo 118, che la Bibbia di Gerusalemme intitola: “Liturgia per la festa delle Capanne”, è il canto di ringraziamento di una persona che ha conosciuto il pericolo, l’angoscia, poi, in modo meraviglioso e sorprendente, è stata liberata dal Signore.

Allora entra nel Tempio insieme con tutto il popolo d’Israele per benedire e ringraziare il Signore. E dice così: SALMO 118 (117)

[1] Alleluia.

 Celebrate il Signore, perché è buono; perché eterna è la sua misericordia.

[2] Dica Israele che egli è buono: eterna è la sua misericordia.

[3] Lo dica la casa di Aronne: eterna è la sua misericordia.

[4] Lo dica chi teme Dio: eterna è la sua misericordia.

[5] Nell’angoscia ho gridato al Signore, mi ha risposto, il Signore, e mi ha tratto in salvo.

[6] Il Signore è con me, non ho timore; che cosa può farmi l’uomo?

[7] Il Signore è con me, é mio aiuto, sfiderò i miei nemici.

[8] È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell’uomo.

[9] È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nei potenti,

[10] Tutti i popoli. mi hanno circondato, ma nel nome del Signore li ho sconfitti.

[11] Mi hanno circondato, mi hanno accerchiato, ma nel nome dei Signore li ho sconfitti.

[12] Mi hanno circondato come api, come fuoco che divampa tra le spine, ma nel nome dei Signore li ho sconfitti.

[13] Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato mio aiuto.

[14] Mia forza e mio canto è il Signore egli è stato la mia salvezza.

[15] Grida di giubilo e di vittoria, nelle. tende dei giusti: la destra del Signore ha fatto meraviglie,

[16] la destra del Signore si è alzata, la destra del Signore ha fatto meraviglie.

[17] Non morirò, resterò, in vita e annunzierò le opere del Signore

[18] Il Signore mi ha provato duramente, ma non mi ha consegnato alla morte.

[19] Apritemi le porte della giustizia: entrerò a rendere grazie al Signore.

[20] È questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti.

[21] Ti rendo grazie, Perché mi hai esaudito, Perché sei stato la mia salvezza.

[22] La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo;

[23] ecco l’opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi.

[24] Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso.

[25] Dona, Signore, la tua salvezza dona, Signore, la tua vittoria.

[26] Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Vi benediciamo dalla casa del Signore;

[27] Dio, il Signore è nostra luce. Ordinate il corteo con rami frondosi fino ai lati dell’altare.

[28] Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, sei il mio Dio e ti esalto.

[29] Celebrate il Signore, perché è buono perché eterna è la sua misericordia.

L’atteggiamento di questo Salmo è lo stesso del Salmo 103, ma mentre il Salmo 103 è una meditazione per riflettere, questo è un inno e serve a cantare. Questo Salmo vuole cantato, gridato e deve essere accompagnato da gioia e stupore.

Varrebbe la pena pregarlo insieme, in modo che la voce abbia degli echi, i più ampi possibili.

“Celebrate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia”.

Eterna” vuole dire: andate indietro nel passato fin che volete, non troverete mai un momento dove sia mancata la misericordia di Dio; e provate ad andare avanti, con la fantasia, nel futuro, tra un giorno, tra un anno, un secolo, provate a vedere quello che è ancora incerto, perché il futuro non lo conosciamo e non sappiamo che cosa ci riserverà, sappiamo però che troveremo la misericordia di Dio.

È una misericordia che abbraccia l’universo dall’inizio alla fine: “è eterna”.

Dica Israele che egli è buono: eterna è la sua misericordia.

Lo dica la casa di Aronne: eterna è la sua misericordia.

Lo dica chi teme Dio: eterna è la sua misericordia.

Deve essere un ritornello ripetuto da tutti, in coro, che la misericordia di Dio è eterna. Di fatto il salmista racconta la sua esperienza:

“Nell’angoscia ho gridato al Signore, mi ha risposto, il Signore, e mi ha tratto in salvo”.

Vuole dire: ci sono degli orecchi attenti per ascoltare la supplica dell’uomo. Quando l’uomo grida, nella sua angoscia, non ha davanti a se solo gli spazi silenziosi dell’universo, ha davanti a se la parola di Dio che risponde: “mi ha risposto il Signore, e mi ha tratto in salvo”.

Cioè, la supplica dell’uomo non è una supplica vuota, senza risposta:

Il Signore è con me, non ho timore, che cosa può farmi l’uomo? il Signore è con me, è mio aiuto, sfiderò i miei nemici”.

Sfiderò i miei nemici” traduce un’espressione che di per se vuol dire “guarderò in faccia”; vuole dire: non sarò costretto ad abbassare lo sguardo di fronte ai miei nemici; non ci sono delle forze attorno a me che mi facciano così paura da ripiegarmi su me stesso.

Tornate al discorso di prima: è la paura che molte volte ci rende egoisti, è la paura che ci pone in atteggiamento di autodifesa e di aggressività. Quando uno ha paura, aggredisce. Questo è normale, è istintivo, ma è proprio da questo che il Signore ci, libera. “Il Signore è con me, è mio aiuto, sfiderò i miei nemici”.

Quindi senza timore, senza paura, con la sicurezza che viene dalla protezione del Signore. E allora ricaviamo la lezione:

“È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell’uomo. È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nei potenti”.

Gli uomini possono anche essere potenti, ma rimangono uomini e quindi effimeri, con le loro fortune che vanno su e giù. A volte ci sembra che certe persone siano così grandi che nessuno riuscirà a scalzarle. Poi passa un annetto e le cose sono radicalmente diverse. Ne abbiamo viste di fortune che sono andate su e giù in questi anni, tantissime e velocissime. Perché questa è la condizione e la struttura dell’uomo. Quando ci sembra che l’uomo sia solido e invincibile, è una illusione. “È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell’uomo… nei potenti”.

Qui il salmista racconta la sua esperienza:

“Tutti i popoli mi hanno circondato, mi hanno accerchiato”.

Naturalmente il modo di raccontare è un tantino epico; sarà difficile che siano stati davvero tutti i popoli. Sarà stato qualcuno, ma lui si è sentito come circondato dal mondo intero, come se il mondo fosse diventato suo nemico e dovesse combattere non contro un altro alla pari, ma contro il mondo.

“mi hanno circondato come api, come fuoco che divampa tra le spine”.

Circondandomi in modo che mi diventasse impossibile difendermi (è impossibile difendersi dalle api e del fuoco); quindi segno di un assalto che viene da ogni parte e contro il quale non c’è difesa,

“ma nel nome del Signore li ho sconfitti”.

Nel nome del Signore” vuole dire come Davide con Golia:

“Tu vieni a me con la forza, con lo scudo e con la lancia; io vengo a te nel nome del Signore”.

È l’unica forza di Davide contro Golia, ed è l’unica forza del credente.

“Nel nome del Signore li ho sconfitti”.

Dice il libro di Zaccaria:

“Non con la forza né con la violenza, ma con il mio spirito, dice il Signore degli eserciti”.

Quindi si tratta di combattere.

La vita cristiana è una lotta, non con le armi, ma con la forza dello Spirito del Signore, cioè con quelle armi che sono appunto le. armi dello spirito.

“Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza”.

A questo punto c’è il giubilo, la lode, che deve diventare corale, per cui:

“Grida di giubilo e di vittoria nelle tende del giusti”.

Mica solo io, anche il vicino di tenda, anche gli altri: tutto l’accampamento, tutta Israele deve diventare il luogo in cui questo giubilo si esprime.

“La destra del Signore ha fatto meraviglie, la destra del Signore si è alzata, la destra del Signore ha fatto meraviglie. Non morirò, resterà in vita e annunzierà le meraviglie del Signore”.

Vuoi dire lo stupore di chi ormai è stato dato per spacciato: non c’è più speranza per lui e non c’è più nessuno che sia capace di salvarlo. E invece: “Non morirò, resterò in vita”.

Però, restare in vita che cosa vuoi dire?

Annunziare le opere del Signore. Siccome è il Signore che mi ha salvato, ormai la mia vita gli appartiene, e gli appartiene non come quella di uno schiavo, ma gli appartiene per la riconoscenza, lo stupore di chi ha ricevuto l’amore e la misericordia di Dio.

A questo punto c’è una processione che entra nel tempio di Gerusalemme:

“Apritemi le porte della giustizia (sono le porte del Tempio): entrerà a rendere grazie al Signore”.

E c’è una preghiera:

“Ti rendo grazie, perché mi hai esaudito, perché sei stato la mia salvezza”.

Con quel riferimento che sarà prezioso per il Nuovo Testamento.

“La pietra scartata dal costruttori è divenuta testata d’angolo; ecco l’opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi. Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso”.

La pietra che i costruttori hanno scartata” è ripreso nel Nuovo Testamento e applicato a Gesù: quel Gesù che gli uomini hanno ucciso e messo da parte, Dio lo ha collocato come testata d’angolo, come pietra che dal unità e consistenza a tutto l’edificio. Per gli uomini valeva zero, per Dio è lo strumento della salvezza: è il capovolgimento della sorte.

Questa è l’opera del Signore. il Signore fa’ queste cose ed è capace di compiere meraviglie di questo genere.

Allora: “Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso”.

Naturalmente uno può dire che i giorni li ha fatti tutti il Signore. Però ci sono dei giorni speciali, ci sono dei giorni dove l’opera di Dio si vede in un modo più vivo, più forte: il giorno di Pasqua, per esempio, giorno in cui il Signore è risorto dai morti, il giorno in cui l’opera di Dio ha manifestato la sua potenza.

In fondo, ci sono dei giorni nella nostra vita (e ciascuno potrebbe ricordarne qualcuno) dove uno ha percepito, ha sperimentato la protezione e la salvezza di Dio, la consolazione di Dio, la gioia e una speranza più grande. Allora può dire: “Questo è il giorno fatto dal Signore. Dona, Signore, la tua salvezza”.

Poi dovete immaginare la processione che va fino all’altare degli olocausti con la lode al Signore: “Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, sei il mio Dio e ti esalto”.

Come dicevo, questo Salmo, è un Salmo di ringraziamento e ci potrebbe aiutare sia nei momenti belli, per esprimere la nostra gioia, sia nei momenti di avvilimento. Usatelo nei momenti di avvilimento, perché è una buona medicina; ci permette di ritrovare il ricordo della bontà e della misericordia del Signore e ci permette si ritrovare fiducia e speranza.

Potete rileggere questo Salmo alla luce della Pasqua. Oggi è domenica e questo Salmo è un Salmo domenicale. Immaginate che a pregare questo Salmo sia Gesù Cristo, e provate a vedere che cosa ne viene fuori: il Cristo risorto, il quale rende grazie al Padre per il dono della vita, per la risurrezione, per la vittoria sulla morte.

“Nell’angoscia ho gridato al Signore (il Getsemani): mi ha risposto il Signore e mi ha tratto in salvo (la domenica di Pasqua). Non morirò, resterò in vita e annunzierò le opere del Signore. Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato il mio aiuto”.

Applicate tutto questo a Gesù Cristo e poi mettetevi nei panni di Gesù Cristo, perché quello che è accaduto a Gesù è accaduto anche a noi, fa’ parte della nostra speranza, e il Salmo, in questo modo, diventa nostro.

Allora, a che punto siamo del cammino?

Desiderio di Dio, ieri mattina; incontro con il Signore come perdono, ieri sera; ringraziamento al Signore per il suo perdono, adesso.

I Salmi 103 e 118 vogliono insegnarci a ringraziare a riconoscere i benefici del Signore, a renderci conto che viviamo di questi benefici e a diventare riconoscenti. Bisogna che dentro alla nostra vita la preghiera di ringraziamento sia frequente, e per preghiera di ringraziamento intendete la benedizione: benedite! Benedite Dio per ogni cosa bella che avete, benedite Dio quando al mattino aprite gli occhi e cominciate una giornata nuova.

Benedite Dio quando camminate e riuscite a mettere un piede davanti all’altro. Ringraziate il Signore quando incontrate delle persone che vi sono amiche.

Benedite Dio quando potete mangiare a tavola e benedite Dio quando alla sera potete concludere in pace una giornata.

Ci sono nella giornata chissà quanti momenti per poter benedire Dio. E questa non è una preghiera che richieda molto tempo: non si richiede un quarto d’ora di silenzio (questo ci vuole per altre cose), ma solo l’attenzione, solo il rendersi conto, mentre viviamo, che “quello” viene dalla mano del Signore; che il poter lavorare è dono del Signore; che l’avere una famiglia è dono del Signore. Dunque: “Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo, per questo”. Quindi ci vogliono sette secondi per fare una preghiera di questo genere, e non di più. E vuole dire che si può fare continuamente.

Allora questi due salmi dovrebbero aiutarci, stimolarci a questo tipo di preghiera e di benedizione al Signore.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

CAMMINA DAVANTI A ME – 3

Bocca di Magra: 31 ottobre – 1-2 novembre 1992

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Cammina davanti a me

2ª Omelia – Sabato XXX settimana

Parola di Dio: Fil 1,18b-26 – Lc 14, 1.7-11)

Fa un po’ invidia e dà un po’ di vergogna quello che Paolo scrive nella lettera ai Filippesi. Fa invidia per la libertà con cui Paolo si pone davanti alle cose; una libertà che per noi è molto lontana e che si esprime, per esempio, nel fatto che Paolo al successo personale non c’è attaccato.

Nella prima frase che abbiamo ascoltato, Paolo fa riferimento ad alcuni apostoli che gli vogliono fare concorrenza. Paolo è in galera a motivo del Vangelo, e c’è qualcuno fuori che si affanna ad annunciare il Vangelo per dire a Paolo: «Vedi, non sei poi indispensabile. Siamo bravi anche noi; riusciamo anche noi a f are le cose, anche se tu non ci sei».

E questo atteggiamento che avrebbe dovuto dare fastidio a Paolo, in realtà lo lascia del tutto tranquillo e dice: «purché in ogni maniera Cristo venga annunziato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmi».

Vuole dire: «Mi interessa che venga annunciato Gesù Cristo; non mi interessa che io riesca ad annunciare Gesù Cristo. Non mi interessa il mio successo, che io abbia molta gente che mi venga dietro, mi interessa che ci sia molta gente che va dietro a Gesù Cristo».

Questo vuol dire avere raggiunto una libertà profonda nei confronti del successo personale.

E questa libertà Paolo ce l’ha anche nei confronti della morte, perché dice a un certo punto. «Sono messo alle strette infatti da queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne».

Vuole dire: in concreto, nemmeno la morte fa una paura così grande a Paolo. È convinto che anche nella morte Cristo sarà glorificato nel suo corpo, quindi, che con il sacrificio e il dono della sua vita darà gloria a Cristo.

Bene. A questo punto vivere o morire è per Paolo una questione secondaria. E questo è certamente sorprendente, anche perché, quando dice queste cose, Paolo non è la persona giovane che sta in buona salute e parla della morte, ma ne parla come di una cosa strana e lontana che può dire anche delle cose azzardate.

Quando Paolo scrive queste cose è in galera; non si sa come andrà a finire. La morte è concretamente una possibilità che gli sta davanti non a lunga scadenza. Eppure Paolo, di fronte alla morte, mantiene la sua libertà interiore. Avrà anche avuto paura: è naturale, ce l’abbiamo tutti e l’avrà avuta anche lui, però l’ha superata. «Non so che cosa scegliere; Una cosa o l’altra, per quanto riguarda il senso della mia vita, mi sono indifferenti».

Allora viene una domanda: Qual è il segreto di questa libertà? Come ha fatto Paolo a raggiungere uno stadio in cui il successo personale non gli interessa più di tanto, e per cui anche la vita fisica non gli interessa più di tanto? Come ha raggiunto questa libertà e superiorità spirituale?

L’ha forse raggiunta disprezzando la vita? Questo è un modo; almeno alcuni filosofi hanno tentato di fare vedere tutte le cose negative che ci sono nella vita, per cui è stolto attaccarcisi, per cui anche la morte viene vista non come una sconfitta, ma come una liberazione.

Paolo non traccia questa strada; non perde la paura nella morte perché ha perso l’amore per la vita, perché la vita non gli dice più niente e non è per lui più positiva, ma piuttosto ha preso un’altra strada: quella di riconoscere che c’è qualche cosa più importante ancora della vita.

Se si può rinunciare con libertà interiore alla vita è, non perché la si disprezza, ma perché ho trovato qualche cosa che vale ancora di più.

Vivere vuol dire: mangiare, bere, dormire, amare, studiare, lottare… «Per me vivere è Cristo, dice Paolo, e il morire un guadagno».

«Per me vivere è Cristo» vuol dire: “da quando ho imparato a conoscerlo, in qualche modo mi ha affascinato. Non riesco più a costruire un progetto di vita dove Lui non sia al centro. So di essere debitore di tutto quello che sono al suo amore, e vivo tutto quello che scelgo come risposta al suo amore”.

Forse ricordate, nella lettera ai Romani Paolo scrive:

«Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno di noi muore per se stesso. Perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Dunque, sia che sì viva, sia che si muoia noi siamo del Signore».

Ed è l’annuncio di un capovolgimento nel modo di impostare la vita.

Io non sono il centro della mia vita e il resto non gira intorno a me e alla mia autorealizzazione; il centro della mia vita è diventato Gesù Cristo. So che da Gesù Cristo mi viene quella salvezza che dà valore a ogni mia cosa, a ogni mio momento di esistenza.

Allora, se da Cristo mi viene la vita, per Cristo io sono chiamato a viverla. Se mi ha donato il suo amore, e io l’ho ricevuto, debbo donargli il mio amore e rispondergli.

Arriverà a scrivere nella lettera ai Calati:

«Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. Questa vita che io vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me».

Ma questo che cosa vuol dire in concreto?

Vivo per predicare il Vangelo e porto nel mio corpo le stigmate della sofferenza, della persecuzione per il Vangelo per amore del Signore. Cerco di spendere la mia vita per voi, perché voi possiate crescere e diventare la comunità del Signore.

E qui viene l’ultimo aspetto, sorprendente, del brano che abbiamo ascoltato.

Abbiamo detto: c’è qualche cosa di più importante della vita, e questo qualche cosa si chiama Gesù Cristo. Quindi, essere con Gesù Cristo è motivo di gioia maggiore che non semplicemente, essere nella carne.

Ma c’è qualche cosa di più grande ancora che essere con Gesù Cristo. È strano, ma Paolo dice proprio questo: c’è qualcosa di più grande, di più gioioso che essere con Gesù Cristo.

Che cosa?

Annunciare Gesù Cristo, parlare di Gesù Cristo, proclamare Gesù Cristo, per cui dice:

«Da una parte desidererei morire per stare subito con il Signore; d’altra parte è più necessario per voi che io rimanga nella carne. Per conto mio, sono convinto che resterò e continuerò ad essere d’aiuto a voi tutti, per il progresso e la gioia della vostra fede, perché il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo, con la mia nuova venuta tra voi».

Dunque, c’è qualche cosa che gli sta ancora più a cuore, e lo si capisce: Cristo ha donato la sua vita per redimere gli uomini: «Ha tanto amato gli uomini da donare per loro la sua vita».

Allora il massimo che ci sia possibile è entrare nei sentimenti del Signore. E come il Signore ha dato la vita per gli altri, perché gli altri possano vivere, così dare la vita perché gli altri possano vivere; e se questa vita è il Vangelo, vivere perché gli altri possano ricevere il Vangelo. Questo è il massimo che Paolo vede come realizzazione e come gioia della sua vita.

Tiriamo qualche conseguenza.

Io ci vedo dentro la mia gioia di essere prete. Un prete che cosa fa? Semplicemente quello: annuncia il Vangelo, e quindi spende quel pochino di tempo e di fiato che ha perché nasca la comunità cristiana e perché la comunità cristiana si edifichi, cresca, maturi e diventi sempre più cristiana.

Secondo Paolo non c’è una cosa più bella e più importante di questa. Neanche essere con Gesù Cristo è più importante di questo, perché potere fare sì che gli altri siano con Gesù Cristo, diventa per lui la questione ultima, il senso ultimo della sua esistenza.

Detto questo si capisce, che il senso di fare il prete ci sta dentro ed è bello.

Evidentemente questo non riguarda solo i preti, questo riguarda tutti quelli che, in un modo o nell’altro, vivono perché la comunità cristiana sia edificata. Cioè, tutti quelli che annunciano la parola; quindi ci stanno dentro anche i catechisti, i lettori della parola di Dio; ci stanno dentro gli accoliti, che permettono alla celebrazione eucaristica di essere il più ricca possibile; ci stanno dentro i genitori che insegnano il Vangelo ai propri figli e, quindi, li educano in una prospettiva, di fede e di speranza; ci stanno dentro tutte queste esperienze e quindi ci state dentro tranquillamente anche voi.

Ma bisogna che facciamo nostra questa visione, secondo la quale il dono del Vangelo è il regalo più grande che possiamo fare agli altri.

Regalare il Vangelo vuol dire regalare la fede; vuol dire regalare la speranza; vuol dire regalare qualcuno per cui vale la pena vivere e per cui varrà la pena morire. Vuol dire, quindi, dare un fondamento solido all’esistenza dell’uomo. Così dice S. Paolo.

Una cosettina per il Vangelo.

Primo: c’è un insegnamento molto semplice sull’umiltà che, anche nei rapporti umani, è un buon passaporto. Le persone presuntuose non sono mai piaciute a nessuno, e quando si incontra una persona che si pensa chi sa chi, rimaniamo un tantino scostati, perché la superbia e l’orgoglio allontanano e impediscono il dialogo facile, la comunicazione. E allora «quando sei invitato a nozze, non metterti al primo posto», perché può darsi che tu finisca per fare una brutta figura; mettiti all’ultimo posto che, anche dal punto di vista umano, è un inizio buono. Dopo, al massimo puoi solo crescere di grado, puoi solo salire di posto, e questo sarà, certamente per te, un motivo di onore e per gli altri un motivo per accoglierti più facilmente nella loro comunione.

Ma, naturalmente, il Signore non voleva insegnare il galateo a tavola e non voleva semplicemente insegnare l’umiltà nei rapporti di precedenza in un banchetto.

Quello che il Signore voleva insegnare è il rapporto giusto con Dio. E non c’è dubbio che davanti a Dio l’unica possibilità che noi abbiamo è quella di essere umili, di presentarci come dei mendicanti, come dei bisognosi.

Perché se noi facciamo tanto di presentarci davanti al Signore come della gente che ha delle qualità, dei meriti e delle pretese, e ci presentiamo davanti al Signore con il cuore chiuso; tutto quello che il Signore è in grado di darci non lo riceviamo perché sono ricco, sono buono, sono santo. Di che cosa ho bisogno?

Il rapporto con il Signore diventa un rapporto sterile dove non c’è l’umiltà.

Tale è la parabola del fariseo e del pubblicano.

Il pubblicano, che è un peccatore davvero, esce dall’incontro con il Signore giustificato. E lo si capisce: il Signore c’è apposta per giustificare, c’è apposta per perdonare. Quindi, quando uno va davanti al Signore a dirgli: «O Dio, abbi pietà di me, che sono un peccatore», Dio ha il gusto di fare il Dio che perdona; Dio è contento di perdonare.

Ma se ci presentiamo davanti a Dio facendo l’elenco delle nostre opere buone, per dire –»Guarda come sono stato bravo», magari Dio potrà anche ammirare la nostra virtù se è proprio così grande, ma non ci può dare niente perché abbiamo già tutto.

E, invece, abbiamo bisogno di Dio, di quello che viene da Dio e, quindi, dobbiamo presentarci davanti a Lui in atteggiamento di accoglienza, come dei mendicanti.

Un’ultima cosa.

Nella vita spirituale tutto quello che abbiamo lo abbiamo ricevuto. E siccome lo abbiamo ricevuto, bisogna che noi lo trasformiamo in una grandezza umana.

Voglio dire: quello che il Signore ti ha dato, te lo ha dato Lui, è un regalo. Non puoi fartene grande, non puoi, a motivo del regalo, sentirti più grande degli altri; magari sei tre centimetri sopra degli altri, ma i tre centimetri sono il Signore; e quindi non sono la tua statura quei tre centimetri di differenza, sono la grazia di Dio. Quindi sono una grazia che non devi farla diventare una cosa tua, perché, se tu ti servi dei doni del Signore per disprezzare gli altri e guardarli dall’alto in basso, non sono più doni del Signore perché li hai fatti diventare un tuo possesso, viene a mancare quella ricchezza di vita che i doni del Signore portano con se.

Insomma, voglio dire: tutto quello che entra nella vita spirituale: la fede, la speranza, il Vangelo, la conoscenza del Signore, cioè tutte queste cose, sono cose di cui dobbiamo essere riconoscenti al Signore, cose per le quali non ci possiamo sentire neanche un millimetro più alti degli altri, perché sono doni e non li possiamo fare valere come delle nostre capacità o delle nostre abilità.

Allora il Vangelo ci conduce verso un atteggiamento del cuore pulito, che non si attacca a niente, che riceve i doni del Signore, ma che non li fa diventare dei motivi di orgoglio e di autorealizzazione.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.