NASCITA DI GIOVANNI IL BATTISTA

  • 235. Narrati i due episodi paralleli, Luca subito appresso mette in contatto fra loro le due protagoniste. Maria, a cui era stato addotto come prova ciò ch’era avvenuto ad Elisabetta, andò a visitare la sua parente, sia per felicitarsi con lei, sia perché le parole dell’an­gelo avevano lasciato chiaramente intravedere che particolari legami avrebbero congiunto i due nascituri come già avevano congiunto le due madri. Per recarsi da Nazareth alla « regione montagnosa » della Giudea (§ 226) il viaggio non era breve: supponendo che la città di Zacharia fosse realmente Ain-Karim, vi s’impiegavano circa tre giorni di carovana. Forse Maria già aveva fatto quel viaggio re­candosi a Gerusalemme per le « feste di pellegrinaggio » (§ 74), e in qualche occasione aveva anche visitato la sua parente soggiornando alquanto presso di lei. Ma subito dopo l’annunciazione vi si recòcon sollecitudine,entrò inaspettata in casa di Zacharia e salutò Eli­sabetta. A quell’incontro le due madri furono oggetto di particolari illumina­zioni divine. A Zacharia l’angelo aveva preannunziato che il suo figlio nascituro sarebbe stato ripieno di Spirito santo ancor nel seno di sua madre; costei a sua volta, racchiusasi nel suo riserbo equi­valente alla mutolezza di Zacharia, credeva forse che il suo stato di gestante non fosse noto ad alcuno, come a lei non era certamente noto lo stato di gestante di Maria. Ma l’arrivo di Maria fece im­provvisa luce su tutto. E avvenne che, appena Elisabetta udì il saluto di Maria, sobbalzò l’infante nel seno di lei: ed Elisabetta fu ripiena di Spirito santo, e gridando ad alta voce disse: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del seno tuo! E donde a me questo, che venisse la madre del mio Signore a me? Ecco infatti, appena la voce del tuo saluto fu nelle mie orecchie, sobbalzò in esultanza l’infante nel seno mio! E beata colei la quale credette che vi sarà adempimen­to alle cose dette a lei da parte del Signore! (Luca1, 41-45). Prima di quell’incontro molte delle cose avvenute erano chiare alle due donne in misura diversa fra loro, ma non poche altre cose rimane­vano ancora velate in una misteriosa penombra: quell’incontro fu come una subitanea aurora che getti la sua vivida luce tutt’intorno e faccia riconoscere nitidamente il paesaggio. Era il paesaggio dei disegni di Dio. Elisabetta si trovava conosciuta dentro al suo riserho, conosceva a sua volta il segreto di Maria, e riconosceva in lei la madre del suo Signore.

  • 236. In Oriente la gioia porta facilmente al canto e all’improvvisazione poetica. Avevano improvvisato anticamente, in occasioni so­lenni, Maria sorella di Mosè, Debora la profetessa, Anna madre di Samuele, i cui carmi erano conservati nelle Scritture sacre e noti certamente a Maria; e anche fra i Semiti odierni non di rado la donna diventa declamatrice davanti a gioie o a dolori grandi, ed esprime i propri sentimenti in accenni brevi ma incisivi, retti da un vago ritmo più che da rigoroso metro, ispirantisi ordinariamente a temi tradizionali con un’impronta più o meno personale. E in quell’ora di giubilo pure Maria si mostrò poetessa; ispirandosi frà altre Scritture soprattutto al carme di Anna (tiSamuele,2, i segg.), ella declamò il suo Magnificat (Luca1, 46-55): Magnifica l’anima mia il Signore, ed esulta lo spirito mio sul Dio salvatore mio, poiché rimirò sulla bassezza della schiava sua. Ecco, invero, da ora mi chiameranno beata tutte le generazioni, poiché fece a me cose grandi il Possente, e santo (e’) il nome suo. E la misericordia di lui di età in età per quei che lo temono. Operò potenza col braccio suo, disperse orgogliosi nel pensamento del cuor loro. Tirò giu’ potenti dai troni, e in alto mise bassi; affamati riempì di beni, e ricchi rimandò vuoti. Soccorse Israele servo suo, rammentandosi di misericordia: conforme parlò ai padri nostri, ad Abramo ed alla sua stirpe in eterno. L’originale di questo carme fu certamente in semitico, e in realtà sono state proposte varie ritraduzioni (molto facili del resto) dall’odierno testo greco in ebraico. Le reminiscenze letterarie bibliche vi sono insistenti. Ma più insistente ancora è, nel campo psicologico, il contrasto tra bassezza e grandezza, tra tapinità esaltata e orgoglio depresso, tra fame saziata e sazietà affamata: Maria scorge in sè stessa soltanto bassezza da schiava, ma trova anche che il braccio potente di Dio ha sollevato la piccolezza di lei collocandola sul tro­no, compiendo in lei cose grandi, tanto ch’ella prevede che la chia­meranno beata in tutte le generazioni. Si poteva immaginare una predizione più « inverosimile » di questa? Era circa l’anno 6 av. Cr., e una fanciulla di neppur 15 anni, sprovvista di beni di fortuna e d’ogni altro titolo sociale, sconosciuta ai suoi connazionali e dimorante in un villaggio egualmente ad essi sconosciuto, proclamava fiduciosamente che la chiameranno beata tutt’ le generazioni. C’era da prenderla in parola quella fanciulla vatici­nante, con la sicurezza assoluta di vederla smentita fin dalla prima generazione! Oggi sono passati venti secoli, e il confronto fra la predizione e la realtà si può fare. Ormai la storia ha tutto l’agio di riscontrare se Maria ha previsto giusto, e se realmente l’umanità oggi esalti lei più che Erode il Grande allora arbitro della Palestina, e più che Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto allora arbitro del mondo.

  • 237. Presso Elisabetta Maria rimase tre mesi, cioè fino al tempo del parto della ospitante, e poi tornò a Nazareth: non risulta con cer­tezza se era ancora in casa di Zacharia al tempo del parto, essendo­vi ragioni pro e contro. A suo tempo Elisabetta partorì un figlio, e sparsasi la notizia del caso straordinario parenti e vicini vennero a congratularsi con lei. L’ottavo giorno dalla nascita, come era prescrizione (§ 69), si doveva circoncidere il neonato e imporgli il nome; ma, su quest’ultimo pun­to, sorse dissenso. Di solito s’imponeva il nome del nonno, per con­tinuare l’onomastica di famiglia e nello stesso tempo evitare confu­sioni col padre; ma in quel caso straordinario, con un padre muto e vecchio quanto un nonno, si poteva ben fare un’eccezione all’usan­za e continuare l’onomastica di famiglia imponendo al figlio il no­me del padre. Tutti infatti sostenevano che il bambino doveva chia­marsi Zacharia; la madre, invece, sosteneva che doveva chiamarsi Giovanni, ed ella ne sapeva ben la ragione (§ 226).

Ma gli zelanti amici non si spiegavano quella stranezza, tanto più che nessuno nel casato di Zacharia si chiamava Giovanni. Sulla decisione della madre poteva prevalere solo quella del padre: quindi gli zelanti si rivolsero al padre. Ma egli era muto, e forse anche sordo, e perciò solo a mezzo di gesti gli fecero comprendere la loro domanda. Il muto allora chiese una tavoletta cerata, di quelle usate per brevi scritture, e vi scrisse sopra: Giovanni è il suo nome. Il nome era fissato, e tutti rimasero meravigliati. Ma, ormai, anche il seguo di prova e di purificazione dato dall’an­gelo a Zacharia, cioè la sua mutolezza, non aveva più ragione di essere, perché tutto si era adempiuto, e la futura sorte del neonato era stata delineata bastevolmente dalle varie circostanze della sua nascita. Quindi, subito dopo fissato il nome del figlio (LucaI, 64), Zacharia riacquistò la favella e parlò benedicendo Dio. Tutti gli astanti, stupiti, previdero grandi cose riguardo al bambino, e Zacha­ria fu riempito di Spirito santo e profetò dicendo: Benedetto il Si­gnore, Iddio d’israele, ecc. E’ il cantico Benedictus (Luca, 1, 68-79), usitatissimo nella liturgia cristiana, che esalta l’adempimento delle promesse di salvezza fatte da Dio ad Israele, e vede nel neonato il precursore di questo adempimento, essendo egli colui che andrà innanzi al Signore a preparare le vie di lui. Il salvatore dunque era imminente, essendo già comparso il suo bat­tistrada. Se il mondo potente d’allora, in Israele e fuori d’israele, non sapeva ancora nulla né dell’uno né dell’altro, ciò non aveva im­portanza, perché le vie del salvatore e del suo battistrada non erano le vie del mondo, e non già i potenti andava Dio scegliendo per attuare il suo piano dì salvezza, bensì gli ignoti, gli appartati, gli umili, quali erano Zacharia, Elisabetta, Maria. Una sola cosa aveva accettato Dio dal mondo dei potenti d’allora, quasi condizione indispensabile al piano di salvezza, cioè la pace: e allora nel mondo regnava la pace, sotto l’autorità di Roma. Prima di lasciare la narrazione del neonato Giovanni per riprendere quella di Maria, Luca fa un anticipo cronologico comunicando som­mariamente che il bambino cresceva e s’afforzava di spirito e stava nei deserti fino al giorno della sua manifestazione ad Israele (Luca1, 80). I deserti a cui qui si allude, e in cui Giovanni si sarà trasferito quand’era giovanetto già maturo, erano probabilmente le regioni a sud-est di Gerusalemme note come il deserto della Giudea (cfr. Matteo, 3, 1).

DISCESA AGLI INFERI E RISURREZIONE DI CRISTO

Articolo 5: “GESU’ CRISTO DISCESE AGLI INFERI, RISUSCITO’ DAI MORTI IL TERZO GIORNO”

631

Gesù era disceso nelle regioni inferiori della terra: “Colui che discese è lo stesso che anche ascese”( Ef 4,10 ). Il Simbolo degli Apostoli professa in uno stesso articolo di fede la discesa di Cristo agli inferi e la sua Risurrezione dai morti il terzo giorno, perché nella sua Pasqua egli dall’abisso della morte ha fatto scaturire la vita:

Cristo, tuo Figlio,
che, risuscitato dai morti,
fa risplendere sugli uomini la sua luce serena,
e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen [Messale Romano, Veglia Pasquale, Exultet].

Paragrafo 1: CRISTO DISCESE AGLI INFERI

632

Le frequenti affermazioni del Nuovo Testamento secondo le quali Gesù “è risuscitato dai morti” ( At 3,15; Rm 8,11; 1Cor 15,20 ) presuppongono che, preliminarmente alla Risurrezione, egli abbia dimorato nel soggiorno dei morti [Cf Eb 13,20 ]. E’ il senso primo che la predicazione apostolica ha dato alla discesa di Gesù agli inferi: Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti. Ma egli vi è disceso come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri [Cf 1Pt 3,18-19 ].

633

La Scrittura chiama inferi, shéol o ade [Cf Fil 2,10; At 2,24; Ap 1,18; Ef 4,9 ] il soggiorno dei morti dove Cristo morto è disceso, perché quelli che vi si trovano sono privati della visione di Dio [Cf Sal 6,6; Sal 88,11-13 ]. Tale infatti è, nell’attesa del Redentore, la sorte di tutti i morti, cattivi o giusti; [Cf Sal 89,49; 633 1Sam 28,19; Ez 32,17-32 ] il che non vuol dire che la loro sorte sia identica, come dimostra Gesù nella parabola del povero Lazzaro accolto nel “seno di Abramo” [Cf Lc 16,22-26 ]. “Furono appunto le anime di questi giusti in attesa del Cristo a essere liberate da Gesù disceso all’inferno” [Catechismo Romano, 1, 6, 3]. Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati [Cf Concilio di Roma (745): Denz. -Schönm., 587] né per distruggere l’inferno della dannazione, [Cf Benedetto XII, Opuscolo Cum dudum: Denz. -Schönm., 1011; Clemente VI, Lettera Super quibusdam: ibid., 1077] ma per liberare i giusti che l’avevano preceduto [Cf Concilio di Toledo IV (625): Denz. -Schönm., 485; cf anche Mt 27,52-53 ].

634

“La Buona Novella è stata annunciata anche ai morti. . . ” ( 1Pt 4,6 ). La discesa agli inferi è il pieno compimento dell’annunzio evangelico della salvezza. E’ la fase ultima della missione messianica di Gesù, fase condensata nel tempo ma immensamente ampia nel suo reale significato di estensione dell’opera redentrice a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, perché tutti coloro i quali sono salvati sono stati resi partecipi della Redenzione.

635

Cristo, dunque, è disceso nella profondità della morte [Cf Mt 12,40; Rm 10,7; Ef 4,9 ] affinché i morti udissero la voce del Figlio di Dio e, ascoltandola, vivessero [Cf Gv 5,25 ]. Gesù “l’Autore della vita” ( At 3,15 ) ha ridotto “all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo” liberando “così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” ( Eb 2,14-15 ). Ormai Cristo risuscitato ha “potere sopra la morte e sopra gli inferi” ( Ap 1,18 ) e “nel nome di Gesù ogni ginocchio” si piega “nei cieli, sulla terra e sotto terra” ( Fil 2,10 ).

Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato ed ha svegliato coloro che da secoli dormivano. . . Egli va a cercare il primo padre, come la pecora smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva, che si trovano in prigione. . . “Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio. Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la Vita dei morti” [Da un’antica “Omelia sul Sabato Santo”: PG 43, 440A. 452C, cf Liturgia delle Ore, II, Ufficio delle letture del Sabato Santo].

In sintesi

636

Con l’espressione “Gesù discese agli inferi”, il Simbolo professa che Gesù è morto realmente e che, mediante la sua morte per noi, egli ha vinto la morte e il diavolo “che della morte ha il potere” ( Eb 2,14 ).

637

Cristo morto, con l’anima unita alla sua Persona divina è disceso alla dimora dei morti. Egli ha aperto le porte del cielo ai giusti che l’avevano preceduto.

Paragrafo 2: IL TERZO GIORNO RISUSCITO’ DAI MORTI

638

“Noi vi annunziamo la Buona Novella che la promessa fatta ai padri si è compiuta, poiché Dio l’ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù” ( At 13,32-33 ). La Risurrezione di Gesù è la verità culminante della nostra fede in Cristo, creduta e vissuta come verità centrale dalla prima comunità cristiana, trasmessa come fondamentale dalla Tradizione, stabilita dai documenti del Nuovo Testamento, predicata come parte essenziale del Mistero pasquale insieme con la croce:

Cristo è risuscitato dai morti.
Con la sua morte ha vinto la morte,
Ai morti ha dato la vita [Liturgia bizantina, Tropario di Pasqua].

I. L’avvenimento storico e trascendente

639

Il mistero della Risurrezione di Cristo è un avvenimento reale che ha avuto manifestazioni storicamente constatate, come attesta il Nuovo Testamento. Già verso l’anno 56 san Paolo può scrivere ai cristiani di Corinto: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici” ( 1Cor 15,3-4 ). L’Apostolo parla qui della tradizione viva della Risurrezione che egli aveva appreso dopo la sua conversione alle porte di Damasco [Cf At 9,3-18 ].

Il sepolcro vuoto

640

“Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato” ( Lc 24,5-6 ). Nel quadro degli avvenimenti di Pasqua, il primo elemento che si incontra è il sepolcro vuoto. Non è in sé una prova diretta. L’assenza del corpo di Cristo nella tomba potrebbe spiegarsi altrimenti [Cf Gv 20,13; 640 Mt 28,11-15 ]. Malgrado ciò, il sepolcro vuoto ha costituito per tutti un segno essenziale. La sua scoperta da parte dei discepoli è stato il primo passo verso il riconoscimento dell’evento della Risurrezione. Dapprima è il caso delle pie donne, [Cf Lc 24,3; Lc 24,22-23 ] poi di Pietro [Cf Lc 24,12 ]. “Il discepolo. . . che Gesù amava” ( Gv 20,2 ) afferma che, entrando nella tomba vuota e scorgendo “le bende per terra” ( Gv 20,6 ), “vide e credette” ( Gv 20,8 ). Ciò suppone che egli abbia constatato, dallo stato in cui si trovava il sepolcro vuoto, [Cf Gv 20,5-7 ] che l’assenza del corpo di Gesù non poteva essere opera umana e che Gesù non era semplicemente ritornato ad una vita terrena come era avvenuto per Lazzaro [Cf Gv 11,44 ].

Le apparizioni del Risorto

641

Maria di Magdala e le pie donne che andavano a completare l’imbalsamazione del Corpo di Gesù, [Cf Mc 16,1; Lc 24,1 ] sepolto in fretta la sera del Venerdì Santo a causa del sopraggiungere del Sabato, [Cf Gv 19,31; Gv 19,42 ] sono state le prime ad incontrare il Risorto [Cf Mt 28,9-10; 641 Gv 20,11-18 ]. Le donne furono così le prime messaggere della Risurrezione di Cristo per gli stessi Apostoli [Cf Lc 24,9-10 ]. A loro Gesù appare in seguito: prima a Pietro, poi ai Dodici [Cf 1Cor 15,5 ]. Pietro, chiamato a confermare la fede dei suoi fratelli, [Cf Lc 22,31-32 ] vede dunque il Risorto prima di loro ed è sulla sua testimonianza che la comunità esclama: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone” ( Lc 24,34 ).

642

Tutto ciò che è accaduto in quelle giornate pasquali impegna ciascuno degli Apostoli – e Pietro in modo del tutto particolare – nella costruzione dell’era nuova che ha inizio con il mattino di Pasqua. Come testimoni del Risorto essi rimangono le pietre di fondazione della sua Chiesa. La fede della prima comunità dei credenti è fondata sulla testimonianza di uomini concreti, conosciuti dai cristiani e, nella maggior parte, ancora vivi in mezzo a loro. Questi testimoni della Risurrezione di Cristo [Cf At 1,22 ] sono prima di tutto Pietro e i Dodici, ma non solamente loro: Paolo parla chiaramente di più di cinquecento persone alle quali Gesù è apparso in una sola volta, oltre che a Giacomo e a tutti gli Apostoli [Cf 1Cor 15,4-8 ].

643

Davanti a queste testimonianze è impossibile interpretare la Risurrezione di Cristo al di fuori dell’ordine fisico e non riconoscerla come un avvenimento storico. Risulta dai fatti che la fede dei discepoli è stata sottoposta alla prova radicale della passione e della morte in croce del loro Maestro da lui stesso preannunziata [Cf Lc 22,31-32 ]. Lo sbigottimento provocato dalla passione fu così grande che i discepoli (almeno alcuni di loro) non credettero subito alla notizia della Risurrezione. Lungi dal presentarci una comunità presa da una esaltazione mistica, i Vangeli ci presentano i discepoli smarriti [Avevano il “volto triste”: Lc 24,17 ] e spaventati, [Cf Gv 20,19 ] perché non hanno creduto alle pie donne che tornavano dal sepolcro e “quelle parole parvero loro come un vaneggiamento” ( Lc 24,11 ) [ Cf Mc 16,11; Mc 16,13 ]. Quando Gesù si manifesta agli Undici la sera di Pasqua, li rimprovera “per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato” ( Mc 16,14 ).

644

Anche messi davanti alla realtà di Gesù risuscitato, i discepoli dubitano ancora, [Cf Lc 24,38 ] tanto la cosa appare loro impossibile: credono di vedere un fantasma [Cf Lc 24,39 ]. “Per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti” ( Lc 24,41 ). Tommaso conobbe la medesima prova del dubbio [Cf Gv 20,24-27 ] e, quando vi fu l’ultima apparizione in Galilea riferita da Matteo, “alcuni. . . dubitavano” ( Mt 28,17 ). Per questo l’ipotesi secondo cui la Risurrezione sarebbe stata un “prodotto” della fede (o della credulità) degli Apostoli, non ha fondamento. Al contrario, la loro fede nella Risurrezione è nata – sotto l’azione della grazia divina – dall’esperienza diretta della realtà di Gesù Risorto.

Lo stato dell’umanità di Cristo risuscitata

645

Gesù risorto stabilisce con i suoi discepoli rapporti diretti, attraverso il contatto [Cf Lc 24,39; 645 Gv 20,27 ] e la condivisione del pasto [Cf Lc 24,30; 645 Lc 24,41-43; Gv 21,9; Gv 21,13-15 ]. Li invita a riconoscere da ciò che egli non è un fantasma, [Cf Lc 24,39 ] ma soprattutto a constatare che il corpo risuscitato con il quale si presenta a loro è il medesimo che è stato martoriato e crocifisso, poiché porta ancora i segni della passione [Cf Lc 24,40; 645 Gv 20,20; Gv 20,27 ]. Questo corpo autentico e reale possiede però al tempo stesso le proprietà nuove di un corpo glorioso; esso non è più situato nello spazio e nel tempo, ma può rendersi presente a suo modo dove e quando vuole, [Cf Mt 28,9; Mt 28,16-17; Lc 24,15; 645 Lc 24,36; Gv 20,14; Gv 20,19; Gv 20,26; Gv 21,4 ] poiché la sua umanità non può più essere trattenuta sulla terra e ormai non appartiene che al dominio divino del Padre [Cf Gv 20,17 ]. Anche per questa ragione Gesù risorto è sovranamente libero di apparire come vuole: sotto l’aspetto di un giardiniere [Cf Gv 20,14-15 ] o sotto altre sembianze, [Cf Mc 16,12 ] che erano familiari ai discepoli, e ciò per suscitare la loro fede [Cf Gv 20,14; Gv 20,16; 645 Gv 21,4; Gv 20,7 ].

646

La Risurrezione di Cristo non fu un ritorno alla vita terrena, come lo fu per le risurrezioni che egli aveva compiute prime della Pasqua: quelle della figlia di Giairo, del giovane di Naim, di Lazzaro. Questi fatti erano avvenimenti miracolosi, ma le persone miracolate ritrovavano, per il potere di Gesù, una vita terrena “ordinaria”. Ad un certo momento esse sarebbero morte di nuovo. La Risurrezione di Cristo è essenzialmente diversa. Nel suo Corpo risuscitato egli passa dallo stato di morte ad un’altra vita al di là del tempo e dello spazio. Il Corpo di Gesù è, nella Risurrezione, colmato della potenza dello Spirito Santo; partecipa alla vita divina nello stato della sua gloria, sì che san Paolo può dire di Cristo che egli è “l’uomo celeste” [Cf 1Cor 15,35-50 ].

La Risurrezione come evento trascendente

647

“O notte – canta l'”Exultet” di Pasqua – tu solo hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dagli inferi”. Infatti, nessuno è stato testimone oculare dell’avvenimento stesso della Risurrezione e nessun evangelista lo descrive. Nessuno ha potuto dire come essa sia avvenuta fisicamente. Ancor meno fu percettibile ai sensi la sua essenza più intima, il passaggio ad un’altra vita. Avvenimento storico constatabile attraverso il segno del sepolcro vuoto e la realtà degli incontri degli Apostoli con Cristo risorto, la Risurrezione resta non di meno, in ciò in cui trascende e supera la storia, al cuore del Mistero della fede. Per questo motivo Cristo risorto non si manifesta al mondo, ma ai suoi discepoli, [Cf Gv 14,22 ] “a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme”, i quali “ora sono i suoi testimoni davanti al popolo” ( At 13,31 ).

II. La Risurrezione – opera della Santissima Trinità

648

La Risurrezione di Cristo è oggetto di fede in quanto è un intervento trascendente di Dio stesso nella creazione e nella storia. In essa, le tre Persone divine agiscono insieme e al tempo stesso manifestano la loro propria originalità. Essa si è compiuta per la potenza del Padre che “ha risuscitato” ( At 2,24 ) Cristo, suo Figlio, e in questo modo ha introdotto in maniera perfetta la sua umanità con il suo Corpo nella Trinità. Gesù viene definitivamente “costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la Risurrezione dai morti” ( Rm 1,3-4 ). San Paolo insiste sulla manifestazione della potenza di Dio [Cf Rm 6,4; 2Cor 13,4; Fil 3,10; Ef 1,19-22; 648 Eb 7,16 ] per l’opera dello Spirito che ha vivificato l’umanità morta di Gesù e l’ha chiamata allo stato glorioso di Signore.

649

Quanto al Figlio, egli opera la sua propria Risurrezione in virtù della sua potenza divina. Gesù annunzia che il Figlio dell’uomo dovrà molto soffrire, morire ed in seguito risuscitare (senso attivo della parola) [Cf Mc 8,31; Mc 9,9-31; 649 Mc 10,34 ]. Altrove afferma esplicitamente: “Io offro la mia vita, per poi riprenderla. . . ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla” ( Gv 10,17-18 ). “Noi crediamo. . . che Gesù è morto e risuscitato” ( 1Ts 4,14 ).

650

I Padri contemplano la Risurrezione a partire dalla Persona divina di Cristo che è rimasta unita alla sua anima e al suo corpo separati tra loro dalla morte: “Per l’unità della natura divina che permane presente in ciascuna delle due parti dell’uomo, queste si riuniscono di nuovo. Così la morte si è prodotta per la separazione del composto umano e la Risurrezione per l’unione delle due parti separate” [San Gregorio di Nissa, In Christi resurrectionem, 1: PG 46, 617B; cf anche “Statuta Ecclesiae Antiqua”: Denz. -Schönm., 325; Anastasio II, Lettera In prolixitate epistolae: ibid. , 359; Ormisda, Lettera Inter ea quae: ibid. , 369; Concilio di Toledo XI: ibid., 539].

III. Senso e portata salvifica della Risurrezione

651

“Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione e vana anche la vostra fede” ( 1Cor 15,14 ). La Risurrezione costituisce anzitutto la conferma di tutto ciò che Cristo stesso ha fatto e insegnato. Tutte le verità, anche le più inaccessibili allo spirito umano, trovano la loro giustificazione se, risorgendo, Cristo ha dato la prova definitiva, che aveva promesso, della sua autorità divina.

652

La Risurrezione di Cristo è compimento delle promesse dell’Antico Testamento [Cf Lc 24,26-27; Lc 24,44-48 ] e di Gesù stesso durante la sua vita terrena [Cf Mt 28,6; Mc 16,7; Lc 24,6-7 ]. L’espressione “secondo le Scritture” ( 1Cor 15,3-4 e Simbolo di Nicea-Costantinopoli) indica che la Risurrezione di Cristo realizzò queste predizioni.

653

La verità della divinità di Gesù è confermata dalla sua Risurrezione. Egli aveva detto: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono” ( Gv 8,28 ). La Risurrezione del Crocifisso dimostrò che egli era veramente “Io Sono”, il Figlio di Dio e Dio egli stesso. San Paolo ha potuto dichiarare ai Giudei: “La promessa fatta ai nostri padri si è compiuta, poiché Dio l’ha attuata per noi. . . risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel Salmo secondo: “Mio Figlio sei tu, oggi ti ho generato”” ( At 13,32-33 ) [Cf Sal 2,7 ]. La Risurrezione di Cristo è strettamente legata al Mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Ne è il compimento secondo il disegno eterno di Dio.

654

Vi è un duplice aspetto nel Mistero pasquale: con la sua morte Cristo ci libera dal peccato, con la sua Risurrezione ci dà accesso ad una nuova vita. Questa è dapprima la giustificazione che ci mette nuovamente nella grazia di Dio [Cf Rm 4,25 ] “perché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” ( Rm 6,4 ). Essa consiste nella vittoria sulla morte del peccato e nella nuova partecipazione alla grazia [Cf Ef 2,4-5; 1Pt 1,3 ]. Essa compie l’adozione filiale poiché gli uomini diventano fratelli di Cristo, come Gesù stesso chiama i suoi discepoli dopo la sua Risurrezione: “Andate ad annunziare ai miei fratelli” ( Mt 28,10; Gv 20,17 ). Fratelli non per natura, ma per dono della grazia, perché questa filiazione adottiva procura una reale partecipazione alla vita del Figlio unico, la quale si è pienamente rivelata nella sua Risurrezione.

655

Infine, la Risurrezione di Cristo – e lo stesso Cristo risorto – è principio e sorgente della nostra risurrezione futura: “Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. . . ; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” ( 1Cor 15,20-22 ). Nell’attesa di questo compimento, Cristo risuscitato vive nel cuore dei suoi fedeli. In lui i cristiani gustano “le meraviglie del mondo futuro” ( Eb 6,5 ) e la loro vita è trasportata da Cristo nel seno della vita divina: [Cf Col 3,1-3 ] “Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” ( 2Cor 5,15 ).

In sintesi

656

La fede nella Risurrezione ha per oggetto un avvenimento storicamente attestato dai discepoli che hanno realmente incontrato il Risorto, ed insieme misteriosamente trascendente in quanto entrata dell’umanità di Cristo nella gloria di Dio.

657

La tomba vuota e le bende per terra significano già per se stesse che il Corpo di Cristo è sfuggito ai legami della morte e della corruzione, per la potenza di Dio. Esse preparano i discepoli all’incontro con il Risorto.

658

Cristo, “il primogenito di coloro che risuscitano dai morti” ( Col 1,18 ), è il principio della nostra Risurrezione, fin d’ora per la giustificazione della nostra anima , [Cf Rm 6,4 ] più tardi per la vivificazione del nostro corpo [Cf Rm 8,11 ].

LETTURE DALL’UFFICIO DELLE LETTURE

Versetto
V. Esultano il mio cuore e la mia carne, alleluia,
R. nel Dio vivente, alleluia.

Prima Lettura
Dalla prima lettera di san Giovanni, apostolo 4, 1-10

Dio ci ha amati per primo
Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo. Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo. Voi siete da Dio, figlioli, e avete vinto questi falsi profeti, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo. Costoro sono del mondo, perciò insegnano cose del mondo e il mondo li ascolta. Noi siamo da Dio. Chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta. Da ciò noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore.
Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.

Responsorio   Cfr. 1 Gv 4, 9; Gv 3, 16
R. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unico Figlio nel mondo, * perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna, alleluia.
V. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito,
R. perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna, alleluia.

Seconda Lettura
Dalle «Catechesi» di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo
(Catech. 16, sullo Spirito Santo 1, 11-12. 16; PG 33, 931-935. 939-942)

L’acqua viva dello Spirito Santo
«L’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4, 14). Nuova specie di acqua che vive e zampilla, ma zampilla solo per chi ne è degno. Per quale motivo la grazia dello Spirito è chiamata acqua? Certamente perché tutto ha bisogno dell’acqua. L’acqua è generatrice delle erbe e degli animali. L’acqua della pioggia discende dal cielo. Scende sempre allo stesso modo e forma, ma produce effetti multiformi. Altro è l’effetto prodotto nella palma, altro nella vite e così in tutte le cose, pur essendo sempre di un’unica natura e non potendo essere diversa da se stessa. La pioggia infatti non discende diversa, non cambia se stessa, ma si adatta alle esigenze degli esseri che la ricevono e diventa per ognuno di essi quel dono provvidenziale di cui abbisognano.
Allo stesso modo anche lo Spirito Santo, pur essendo unico e di una sola forma e indivisibile, distribuisce ad ognuno la grazia come vuole. E come un albero inaridito, ricevendo l’acqua, torna a germogliare, così l’anima peccatrice, resa degna del dono dello Spirito Santo attraverso la penitenza, porta grappoli di giustizia. Lo Spirito appartiene ad un’unica sostanza, però, per disposizione divina e per i meriti di Cristo, opera effetti molteplici. 
Infatti si serve della lingua di uno per la sapienza. Illumina la mente di un altro con la profezia. A uno conferisce il potere di scacciare i demoni, a un altro largisce il dono di interpretare le divine Scritture. Rafforza la temperanza di questo, mentre a quello insegna la misericordia. Ispira a un fedele la pratica del digiuno, ad altri forme ascetiche differenti. C’è chi da lui apprende la saggezza nelle cose temporali e chi perfino riceve da lui la forza di accettare il martirio. Nell’uno lo Spirito produce un effetto, nell’altro ne produce uno diverso, pur rimanendo sempre uguale a se stesso. Si verifica così quanto sta scritto: «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune» (1 Cor 12, 7).
Mite e lieve il suo avvento, fragrante e soave la sua presenza, leggerissimo il suo giogo. Il suo arrivo è preceduto dai raggi splendenti della luce e della scienza. Giunge come fratello e protettore. Viene infatti a salvare, a sanare, a insegnare, a esortare, a rafforzare e a consolare. Anzitutto illumina la mente di colui che lo riceve e poi, per mezzo di questi, anche degli altri.
E come colui che prima si trovava nelle tenebre, all’apparire improvviso del sole riceve la luce nell’occhio del corpo e ciò che prima non vedeva, vede ora chiaramente, così anche colui che è stato ritenuto degno del dono dello Spirito Santo, viene illuminato nell’anima e, elevato al di sopra dell’uomo, vede cose che prima non conosceva.

Responsorio    1 Cor 12, 6-7. 27
R. Vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. * A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune, alleluia.
V. Voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte.
R. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune, alleluia.

La Famiglia – 13. Matrimonio (II)

AR  – DE  – EN  – ES  – FR  – HR  – IT  – PL  – PT ]

 

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 6 maggio 2015

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La Famiglia – 13. Matrimonio (II)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel nostro cammino di catechesi sulla famiglia tocchiamo oggi direttamente la bellezza del matrimonio cristiano. Esso non è semplicemente una cerimonia che si fa in chiesa, coi fiori, l’abito, le foto…. Il matrimonio cristiano è un sacramento che avviene nella Chiesa, e che anche fa la Chiesa, dando inizio ad una nuova comunità familiare.

E’ quello che l’apostolo Paolo riassume nella sua celebre espressione: «Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa» (Ef 5,32). Ispirato dallo Spirito Santo, Paolo afferma che l’amore tra i coniugi è immagine dell’amore tra Cristo e la Chiesa. Una dignità impensabile! Ma in realtà è inscritta nel disegno creatore di Dio, e con la grazia di Cristo innumerevoli coppie cristiane, pur con i loro limiti, i loro peccati, l’hanno realizzata!

San Paolo, parlando della nuova vita in Cristo, dice che i cristiani – tutti – sono chiamati ad amarsi come Cristo li ha amati, cioè «sottomessi gli uni agli altri» (Ef 5,21), che significa al servizio gli uni degli altri. E qui introduce l’analogia tra la coppia marito-moglie e quella Cristo-Chiesa. E’ chiaro che si tratta di un’analogia imperfetta, ma dobbiamo coglierne il senso spirituale che è altissimo e rivoluzionario, e nello stesso tempo semplice, alla portata di ogni uomo e donna che si affidano alla grazia di Dio.

Il marito – dice Paolo – deve amare la moglie «come il proprio corpo» (Ef 5,28); amarla come Cristo «ha amato la Chiesa e ha dato sé stesso per lei» (v. 25). Ma voi mariti che siete qui presenti capite questo? Amare la vostra moglie come Cristo ama la Chiesa? Questi non sono scherzi, ma cose serie! L’effetto di questo radicalismo della dedizione chiesta all’uomo, per l’amore e la dignità della donna, sull’esempio di Cristo, dev’essere stato enorme, nella stessa comunità cristiana.

Questo seme della novità evangelica, che ristabilisce l’originaria reciprocità della dedizione e del rispetto, è maturato lentamente nella storia, ma alla fine ha prevalso.

Il sacramento del matrimonio è un grande atto di fede e di amore: testimonia il coraggio di credere alla bellezza dell’atto creatore di Dio e di vivere quell’amore che spinge ad andare sempre oltre, oltre sé stessi e anche oltre la stessa famiglia. La vocazione cristiana ad amare senza riserve e senza misura è quanto, con la grazia di Cristo, sta alla base anche del libero consenso che costituisce il matrimonio.

La Chiesa stessa è pienamente coinvolta nella storia di ogni  matrimonio cristiano: si edifica nelle sue riuscite e patisce nei suoi fallimenti. Ma dobbiamo interrogarci con serietà: accettiamo fino in fondo, noi stessi, come credenti e come pastori anche questo legame indissolubile della storia di Cristo e della Chiesa con la storia del matrimonio e della famiglia umana? Siamo disposti ad assumerci seriamente questa responsabilità, cioè che ogni matrimonio va sulla strada dell’amore che Cristo ha con la Chiesa? E’ grande questo!

In questa profondità del mistero creaturale, riconosciuto e ristabilito nella sua purezza, si apre un secondo grande orizzonte che caratterizza il sacramento del matrimonio. La decisione di “sposarsi nel Signore” contiene anche una dimensione missionaria, che significa avere nel cuore la disponibilità a farsi tramite della benedizione di Dio e della grazia del Signore per tutti. Infatti gli sposi cristiani partecipano in quanto sposi alla missione della Chiesa. Ci vuole coraggio per questo! Perciò quando io saluto i novelli sposi, dico: “Ecco i coraggiosi!”, perché ci vuole coraggio per amarsi così come Cristo ama la Chiesa.

La celebrazione del sacramento non può lasciar fuori questa corresponsabilità della vita familiare nei confronti della grande missione di amore della Chiesa. E così la vita della Chiesa si arricchisce ogni volta della bellezza di questa alleanza sponsale, come pure si impoverisce ogni volta che essa viene sfigurata. La Chiesa, per offrire a tutti i doni della fede, dell’amore e della speranza, ha bisogno anche della coraggiosa fedeltà degli sposi alla grazia del loro sacramento! Il popolo di Dio ha bisogno del loro quotidiano cammino nella fede, nell’amore e nella speranza, con tutte le gioie e le fatiche che questo cammino comporta in un matrimonio e in una famiglia.

La rotta è così segnata per sempre, è la rotta dell’amore: si ama come ama Dio, per sempre. Cristo non cessa di prendersi cura della Chiesa: la ama sempre, la custodisce sempre, come se stesso. Cristo non cessa di togliere dal volto umano le macchie e le rughe di ogni genere. E’ commovente e tanto bella questa irradiazione della forza e della tenerezza di Dio che si trasmette da coppia a coppia, da famiglia a famiglia. Ha ragione san Paolo: questo è proprio un “mistero grande”! Uomini e donne, coraggiosi abbastanza per portare questo tesoro nei “vasi di creta” della nostra umanità, sono – questi uomini e queste donne così coraggiosi – sono una risorsa essenziale per la Chiesa, anche per tutto il mondo! Dio li benedica mille volte per questo!

L’ORA DI GESU’ : IL MISTERO DELLA GLORIA

U.C.I.I.M. – Sezione Reggio Emilia
Via Prevostura 4
Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi

Il Vangelo di Giovanni

L’ora di Gesù: il mistero della Gloria

1991

Elaborazione UCIIM Sezione Reggio Emilia.

Testo rilevato dalla registrazione, ma non rivisto dal relatore.

Abbiamo iniziato le nostre riflessioni sul Vangelo di S. Giovanni notando l’importanza particolare che ha in questo Vangelo la dimensione interpretativa. In realtà il discorso vale per tutti i Vangeli, perché anche i Sinottici non presentano semplicemente una cronaca della vita di Gesù, ma una interpretazione.

Sono appunto dei Vangeli.

Senza dubbio però nel Vangelo secondo San Giovanni la dimensione di interpretazione ha un’importanza particolare, tanto che S. Giovanni conclude la sua opera dicendo:

«[30]Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. [31]Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20, 30).

Ciò significa che Giovanni riconosce gli avvenimenti della vita di Gesù come dei segni, cioè delle realtà oggetto di esperienza, che si vedono con gli occhi e si ascoltano con gli orecchi, ma che sono oggetto di conoscenza interpretativa. Il “segno” infatti ha bisogno di una decodificazione e questo vale in particolare per tutte le opere di Gesù. Per questo motivo, quando nel corso del Vangelo si trovano i miracoli di Gesù, molto spesso S. Giovanni li accompagna con discorsi o discussioni che debbono mettere in luce il significato di quegli avvenimenti.

Così al cap. 6 dove Giovanni narra la moltiplicazione dei pani, aggiunge poi un lungo capitolo che contiene il discorso in cui Gesù presenta se stesso come il “pane della vita”.

Anche nel cap. 9, dove si parla della guarigione del cieco nato, il racconto del miracolo è seguito da una lunga serie di discussioni che devono portare a riconoscere in Gesù il “Figlio dell’uomo” e la “luce del mondo”.

Ancora, nel cap. 11, dove si narra la risurrezione di Lazzaro, il segno è preceduto da un lungo discorso e da una discussione attraverso cui si aiuta a capire che è Gesù stesso la “risurrezione e la vita”.

Perciò tutto quello che viene raccontato, nel IV Vangelo deve rivelane il mistero di Gesù e della sua missione; tutto è “segno” in riferimento a questa realtà profonda che è il rapporto tra Gesù e il Padre.

D’altra parte, lo abbiamo accennato ancora, il culmine della rivelazione di Gesù è senza dubbio il mistero Pasquale, cioè la sua morte e risurrezione ed è soprattutto questo mistero che ha bisogno di una attenta interpretazione. Noi a volte la diamo per scontata: ci sembra cioè che la morte di Gesù sia eloquente in se stessa, ma non è del tutto vero. Infatti, anche per coloro che il Venerdì Santo erano presenti al Calvario è stato tremendamente difficile capire; distinguere cioè la morte di quel Crocifisso da tante altre esperienze di crocifissioni alle quali erano abituati, era difficile cogliere il significato salvifico della croce di Gesù. Quindi l’interpretazione è decisiva per comprendere l’avvenimento del Calvario. Ed è così importante che S. Giovanni all’interpretazione della Pasqua di Gesù ha consacrato cinque capitoli del suo Vangelo (13-14-15-16-17) che interpretano la Pasqua del Signore (narrata nei capitoli 18-19-20) e che servono a introdurre il lettore a una sua comprensione piena e autentica.

Ed è proprio a questi capitoli che facciamo riferimento, facendoci guidare nella comprensione dell’“ora di Gesù” da un versetto che già conosciamo:

«[1]Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1).

Tentiamo allora di capire.

“Era giunta la sua ora”. Nel contesto del Vangelo di S. Giovanni il tema dell’ora è chiarissimo. Già nei primi capitoli noi impariamo che c’è un’ora di Gesù non ancora arrivata.

A Cana, ad esempio, Gesù dice a sua Madre: «Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2, 4).

E nei capitoli 7 e 8, nel contesto della “festa delle capanne”, il Vangelo di S. Giovanni ricorda che i tentativi di catturare Gesù vanno a vuoto «perché non era ancora giunta la sua ora».

A questo punto, invece, quell’ora attesa per tutto il Vangelo viene presentata come attuale.

«Era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre». Ma che cosa significa questa strana espressione?

Il termine “ora” nel Vangelo di S. Giovanni può avere diversi significati.

  • Può significare semplicemente un’ora del giorno. Quando i primi discepoli hanno seguito Gesù, era circa l’ora decima (cfr. Gv 1, 35ss); quando la Samaritana incontrò Gesù, era circa l’ora sesta (cfr. Gv 4, 6).

  • Ma può indicare anche qualche cosa di più impegnativo, come un avvenimento che si realizza dopo essere stato promesso e quindi atteso e desiderato.

Nel capitolo IV, parlando con la Samaritana, Gesù dice alla donna:

«[21] (…) è giunta l’ora in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre (…) [23]Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4, 21.23).

In questo brano l’“ora” non è semplicemente un’ora della giornata, ma indica un avvenimento escatologico.

Infatti dai profeti era stato promesso un tempo in cui la conoscenza di Dio sarebbe stata immediata, più viva e intensa che mai. Quel momento tanto atteso si realizza adesso.

  • Ma c’è poi un terzo significato, il più vicino al nostro testo: quello in cui “ora” ha un significato che noi oggi chiameremmo esistenziale. Qui non si tratta di un semplice avvenimento, ma di un avvenimento che rivela in modo particolare l’identità di qualcuno. Un esempio tipico è nel cap. 16 in cui Giovanni parla dell’ora della donna.

«[21]La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (Gv 16, 21)

Il parto è l’ora della donna, cioè quell’avvenimento in cui la donna compie la sua fondamentale vocazione alla maternità, in cui realizza se stessa, cioè manifesta il senso vero della sua esistenza, la sua identità. Così ancora c’è l’ora dei persecutori in cui essi fanno vedere quello che sono. Per un po’ di tempo la loro identità rimane nascosta dietro a comportamenti usuali, ma poi questa identità nascosta si rivela palesemente agli occhi degli uomini perché diventa avvenimento, esperienza e storia.

L’ora di qualcuno indica dunque quel momento, quell’avvenimento in cui la persona fa vedere quello che è, quello che vale, quello che è capace di realizzare.

È significativo che l’ora di Gesù non sia presente a Corna. In quell’occasione Gesù ha certamente manifestato la sua gloria, e S. Giovanni lo dice:

«[11]Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Gv 2, 11)

E “gloria” non dice solo la manifestazione della sua potenza, ma dice un realtà migliore della precedente e una sorgente sovrabbondante di vita. Infatti il vino è migliore di quello precedente ed è sovrabbondante perché, chiunque voglia, possa attingere a questa sorgente di gioia.

A Cana infatti Gesù si manifesta come novità e come sorgente di vita. Eppure a Cana Gesù non esprime tutto di sé. Dice qualche cosa della sua identità, ma il mistero più profondo rimane ancora nascosto. E rimane nascosto attraverso tutti i segni che Gesù compie, che manifestano il valore della sua persona, ma noi in modo decisivo.

Questa rivelazione decisiva comincia invece a manifestare al cap. 12 quando alcuni greci (cioè pagani) vogliono vedere Gesù. A Filippo e Andrea che glielo riferiscono Gesù risponde:

«[23]È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. [24]In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 23-24).

In questa piccola parabola del chicco di grano possiamo notare che il chicco di grano diventa se stesso, realizza la sua potenzialità di seme solo nel momento della morte. Il chicco di grano è tale solo quando viene messo nel terreno e marcisce, perché solo allora comincia a produrre frutto e vita.

Così anche per Gesù. C’è un mistero che riguarda la sua persona e che si rivela solo nella morte.

La fecondità di Gesù, cioè la capacità di comunicare vita, paradossalmente si esprime solo nell’esperienza della morte, come accade appunto al chicco di grano. L’abbiamo già visto nel cap. 7 quando, nella festa delle capanne, l’ultimo giorno Gesù grida:

«Chi ha sete venga a me e beva [38]chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno» (Gv 7, 37.38).

  1. Giovanni spiega che Gesù si riferisce allo Spirito Santo che i credenti in Lui avrebbero ricevuto. Questo Spirito infatti non c’era ancora perché Gesù non era ancora stato glorificato. Ciò significa che Gesù è sorgente dello Spirito, ma nel momento in cui muore.

E quando viene innalzato in croce e glorificato che Gesù diventa sorgente di acqua viva, capace di comunicare lo Spirito.

Non certamente a caso nel capitolo 19 quando Giovanni descrive la morte di Gesù dice:

«chinato il capo, trasmise lo Spirito» (Gv 19, 30).

In italiano hanno tradotto “spirò” che sembra indicare semplicemente il venir meno dello spirito.

Ma S. Giovanni ha usato questa espressione per dire che Gesù in quel momento ha comunicato lo Spirito.

Infatti la nota della Bibbia di Gerusalemme lo accenna: “L’ultimo sospiro di Gesù è preludio alla effusione dello Spirito”.

Perciò nel momento in cui Gesù perde la vita, in realtà la dona, donando lo Spirito.

E Giovanni dice ancora che dal costato di Cristo in croce escono sangue e acqua, simbolo di vitalità e perciò simbolo dello Spirito che trasforma e rinnova il mondo.

Dunque questa è l’ora di Gesù, l’ora in cui Gesù manifesta quello che è e che vale. Anzi è l’ora della sua glorificazione.

Infatti abbiamo letto proprio così: «[12.23]È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo».

Ora “glorificare” nel linguaggio biblico non vuole dire solo magnificare con le parole, ma manifestare il peso, il valore di qualcuno. E siccome di per sé la gloria appartiene solo Dio, perché Dio solo ha peso, glorificare significa manifestare la divinità di qualcuno.

Allora “è giunta l’ora in cui è glorificato il Figlio dell’uomo” indica esattamente l’ora in cui si manifesta in modo pieno la divinità di Gesù, il fatto che in Lui abita la pienezza della divinità (come dice S. Paolo). Cominciando la preghiera sacerdotale Gesù usa due volte il verbo “glorificare”.

«[1]Così parlò Gesù. Quindi, alzati gli occhi al cielo, disse: Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te» (Gv 17, 1).

Ciò significa che nella croce di Gesù c’è una duplica glorificazione: viene glorificato il Figlio perché viene manifestato come Figlio di Dio. Infatti siccome la croce porta in sé anche la risurrezione e l’ascensione, rivela Gesù molto più di quanto non lo rivelino i miracoli e tutto il resto della sua vita.

Nello stesso tempo è glorificazione del Padre perché la morte di Gesù in croce è un gesto di obbedienza totale.

E’ tanto vero che per Gesù il Padre è Dio che alla volontà del Padre ha sacrificato tutto se stesso, non ha trattenuto nulla per se perché a Dio bisogna dare tutto, essendo degno di essere amato con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.

Ed è quello che esattamente Gesù compie sulla croce e quello che noi invece non siamo capaci di compiere.

Nella croce di Cristo l’obbedienza a Dio è obbedienza senza limiti. Per questo la croce glorifica Dio in quanto rivela quello che il Padre è; e per questo la croce glorifica Gesù in quanto rivela quello che Gesù è. S. Giovanni così unisce indissolubilmente tutti gli aspetti del mistero Pasquale: morte, Risurrezione, Ascensione, Pentecoste.

Il Vangelo di Luca e gli Atti degli apostoli scandiscono cronologicamente questi avvenimenti, in una sequenza precisa:

  • venerdì santo: la morte.

  • tre giorni dopo: la risurrezione.

  • 40 giorni dopo: l’Ascensione.

  • 50 giorni dopo: la Pentecoste.

In S. Giovanni questa articolazione cronologica non c’è.

Questi elementi che costituiscono il mistero pasquale sono per S. Giovanni un’unica realtà: non vengono uno dopo l’altro, ma sono presenti uno nell’altro.

Perciò nella croce è già presente la glorificazione ed è già presente il dono dello Spirito. Naturalmente, dal punto di vista narrativo, dovremo raccontare una cosa dopo l’altra, ma dal punto di vista teologico per S. Giovanni c’è un unico grande mistero che comprende tutti questi elementi.

  1. Paolo, ad esempio, nell’inno famoso della lettera ai Filippesi distingue chiaramente in due strofe la carriera di Gesù.

Prima c’è la carriera discendente:

«[6]il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; [7]ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, [8]umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2, 6-8).

Poi c’è invece una carriera ascendente:

«[9]Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; [10]perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra» (Fil 2, 9-10).

Queste due strofe dell’inno si succedono l’una all’altra contrapponendo la discesa di Gesù e la sua ascesa verso il Padre, come opera e dono del Padre stesso. In S. Giovanni, invece, questa successione non c’è. Nella morte è già presente la risurrezione e i due movimenti in discesa e di ascesa sono presenti uno nell’altro.

Questo fatto è così significativo che il Vangelo di S. Giovanni non contiene in senso stretto le profezie della passione. Se rileggiamo i Vangeli Sinottici, vediamo che, dopo la professione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo, Gesù annuncia per tre volte la sua passione e morte.

In S. Giovanni invece c’è un triplice annuncio della esaltazione di Gesù.

I –

«[14]E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, [15]perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3, 14-15).

Il verbo “bisogna” che abbiamo sottolineato non deve essere inteso come una fatalità, ma come il volere, il progetto del Padre al quale Gesù ha sottomesso tutta la vita.

II –

«[28]Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo» (Gv 8, 28).

“Io sono”, lo abbiamo già detto, è un termine di rivelazione, è un’espressione teofonica, è il nome stesso di Dio.

III –

«[32]Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32).

Quindi per tre volte viene annunciata la passione, ma usando il verbo “innalzare” che S. Giovanni ha preso dall’Antico Testamento e in particolare dal quarto canto del servo di Jahve dove si parla del servo sofferente e si racconta tutta la storia della sua sofferenza.

«[4]Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. [5]Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità (…)era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (Is 53, 4-5.7).

Questo grande poema, che è una specie di anticipo del Vangelo, inizia però così:

«[13]Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato» (Is 52, 13).

Prima dunque presenta l’immagine gloriosa del servo e poi tutto il camino di sofferenza. Perciò parte dalla conclusione e la conclusione è la gloria.

Allora si capisce perché per S. Giovanni è così importante la morte di Gesù in Croce: non una morte qualsiasi, ma una morte per innalzamento. Infatti nel racconto della passione noi troviamo che Gesù non può essere condannato dai Giudei perché la sua pena, in questo caso, sarebbe la lapidazione. Ma Gesù deve morire innalzato. Allora i Giudei consegnano Gesù a Pilato. Ma quando Pilato dice «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge» (Gv 18, 31a) essi rispondono: «a noi non è consentito mettere a morte nessuno» (Gv 18, 31b).

  1. Giovanni scrive che così adempivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire. Per Gesù la morte doveva essere per innalzamento. Naturalmente è un modo simbolico di vedere le cose, ma quel piccolo innalzamento che accompagna la crocifissione diventa per S. Giovanni rivelazione del significato della croce che non è umiliazione, ma intronizzazione.

Su questo tema il Vangelo di S. Giovanni insiste in modo particolare per la regalità di Gesù. Il racconto della Passione insiste particolarmente sul processo davanti a Pilato, tanto che S. Giovanni vi dedica un intero capitolo. E il motivo è che si deve discutere un problema essenziale: se Gesù sia re o no. Il problema è essenzialmente questo. Per cui la domanda che Pilato pone a Gesù è questa:

«Tu sei il Re dei giudei?» (Gv 18, 33).

Segue una lunga discussione in cui Gesù afferma di essere Re, ma non di questo mondo.

Dire che Gesù non è un re di questo mondo non vuol dire che la sua regalità si esercita in un altro mondo.

La sua regalità è in questo mondo perché Gesù è Re sugli uomini, adesso. Ma la regalità di Gesù non è di questo mondo perché non è fondata sulle motivazioni tipiche della regalità mondana. Non è fondata né sulla forza economica, né su quella politica o militare e neppure sulla forza del consenso. È invece fondata sulla rivelazione dell’amore del Padre.

Infatti Gesù dice:

«[37] (…) Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità; e la verità è la rivelazione dell’amore del Padre: «[37] (…) Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (Gv 18, 37).

Chi crede nella sovranità del Padre e nella pienezza del suo amore, questi riconosce in Gesù il “mandato” del Padre e quindi sottomesso la su vita alla parola e alla volontà di Gesù. Riconosce così che sottomettendosi a Gesù si sottomette al Padre in quanto tra l’uno e l’altro c’è una comunione profonda. La regalità di Gesù è una regalità in questo mondo, anche se in una logica tipicamente divina.

Si potrebbe perciò dire che Gesù diventa re amando, cioè rivelando l’amore del Padre, trascinando dietro a sé della gente non con la forza, ma con l’amore.

Il processo davanti a Pilato si conclude con queste parole:

«Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». [15]Ma quelli gridarono: «Via, via, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i sommi sacerdoti: «Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare». [16]Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso» (Gv 19, 14-16).

Il problema della regalità è sempre stato spinoso per Israele.

Quando per la prima volta gli Ebrei hanno conosciuto una regalità umana con Saul e soprattutto con Davide, l’inizio della monarchia è stato tutt’altro che pacifico per Israele. C’è stata anzi una vera opposizione e i motivi erano di carattere teologico.

La convinzione infatti era questa: il Re d’Israele è Dio e quindi non c’è bisogno di altri re.

La monarchia, in realtà, entrerà, ma il re sarà sempre e solo un riferimento alla regalità di Dio.

Ora, nel momento in cui i Giudei rifiutano la regalità di Gesù e affermano di non avere altro re all’infuori di Cesare, essi rifiutano la sovranità di Dio e peccano di idolatria. Per S. Giovanni il discorso è chiarissimo e lo esprime con ironia, come fa spesso. Gli uomini, senza saperlo, dicono una verità infinitamente più grande di loro e questi Giudei che rifiutano la regalità di Gesù in realtà si sottomettono a una regalità umana, rifiutando in questo modo la regalità di Dio stesso. Risulta -perciò evidente che il tema della regalità, in S. Giovanni, è fondamentale.

Torniamo ora al versetto 13, 1:

«[1]Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine».

Abbiamo spiegato cos’è questa ora di Gesù, l’abbiamo messa in rapporto con la sua glorificazione, con il suo innalzamento e con la sua regalità. Ma il versetto dice che questa è l’ora che realizza il passaggio di Gesù da questo mondo al Padre.

Non c’è dubbio: Giovanni gioca sul significato della Pasqua. La pasqua ebraica era infatti interpretata come passaggio: passaggio dall’Egitto alla terra promessa, passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà ecc. Ma S. Giovanni dice che questo passaggio di Israele alla terra promessa era solo un simbolo dell’ultimo e definitivo passaggio dell’uomo, che si esprime nell’andare verso Dio.

Gesù ha compiuto il passaggio non verso una terra libera dal punto di vista politico, ma verso il Padre.

«Era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre…». Abbiamo già ricordato che Gesù ha preso come punto di partenza del suo cammino la condizione umana. Partendo di lì, Gesù ha vissuto la sua vita come un itinerario continuamente rivolto al Padre.

«[34] (…) Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4, 34).

E nella preghiera sacerdotale Gesù dice:

«[4]Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare» (Gv 17, 4).

Si potrebbe quindi dire che Gesù, all’inizio della sua vita, ha orientato il suo sguardo, il suo interesse, la sua volontà verso il Padre e, con lo sguardo fisso a quella meta, ha percorso tutto il cammino della vita umana. Ora questo cammino è giunto al momento definitivo: il passaggio da questo mondo al Padre.

La morte diventa così l’ultima parola che Gesù pronuncia dentro alla storia, e la dice nell’obbedienza e nell’amore verso il Padre fino alla fine.

«[31]bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato. Alzatevi, andiamo via di qui» (Gv 14, 31).

Gesù dunque esce dal Cenacolo con questa decisione: «bisogna che il mondo sappia cha io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato».

Altro elemento importante di Giovanni 13, 1 ci viene dal verbo sapere: «sapendo che era giunta la sua ora…», perché sottolinea la coscienza esplicita che Gesù ha di quello che sta per accadergli. Questo è un tema importante in tutta la tradizione evangelica e non solo nel Vangelo di S. Giovanni.

Abbiamo ricordato che in tutti i Vangeli Sinottici ci sono tre annunci della Passione, quindi la Passione avviene non per caso, non come una sorpresa, ma come un fatto che Gesù aveva previsto e liberamente accettato.

Infatti nel contesto dell’ultima cena Gesù annuncia il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro e Gesù dona la sua vita nel segno del pane e del vino, perché l’Eucaristia è evidentemente l’annuncio della morte.

«[25] (…) non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio» (Mc 14, 25).

“Prendete e mangiate; questo è il mio corpo che viene donato per voi. Questo è il calice del mio sangue che viene versato per voi” (cfr. Mt 26, 26-28).

Nell’“ultima cena” c’è dunque la consapevolezza di quello che sta per succedere. E la cena ha la sua verità solo in riferimento alla morte di Cristo.

E ciò che dà valore alla morte del Signore non è il fatto di essere una sofferenza, ma di essere una sofferenza scelta liberamente per amare. E’ la libertà dell’amore che trasforma la sofferenza in redenzione. Se la croce fosse al di fuori di una dimensione di libertà non porterebbe in sé nessuna speranza; invece Gesù la accoglie con una scelta libera.

Questo per S. Giovanni è così importante che lo ripete più di una volta.

«[11]Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore» (Gv 10, 11).

«[17]Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. [18]Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10, 17-18).

Quindi la libertà di Gesù viene proclamata a chiare lettere. Questo tema c’è anche nel racconto della risurrezione di Lazzaro. Quando Gesù decide di andare in Giudea, i discepoli gli dicono:

«[8] (…) Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?» (Gv 11, 8).

Ma siccome Gesù ha deciso definitivamente dice:

«Orsù, andiamo da lui!» (Gv 11, 15).

Quindi lo sa che è pericoloso andare in Giudea, ma Gesù sceglie liberamente di andare, per dare la vita al suo amico, anche se dare la vita gli costerà il dono di se stesso.

Infatti, nel contesto del Vangelo di S. Giovanni, è la risurrezione di Lazzaro che scatena la decisione di uccidere Gesù. Quindi, andando a risuscitare Lazzaro, Gesù inette a repentaglio la sua vita; sceglie di far vivere l’amico accettando di morire.

Ancora al cap. 12, 27-28 si legge:

«[27]Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! [28]Padre, glorifica il tuo nome».

Il testo è significativo perché in alcuni elementi è abbastanza vicino alla tradizione sinottica del Getsemani. Il Vangelo di S. Giovanni infatti non ricorda l’agonia del Getsemani; quello che c’è della tradizione evangelica della agonia è in questi versetti dove però S. Giovanni pone Gesù di fronte a una duplice scelta.

Da una parte c’è il «Padre, salvami da quest’ora», e dall’altra c’è: «Padre, glorifica il tuo nome»

Gesù però non ha dubbi: «Per questo sono giunto a quest’ora».

Non c’è dunque nessuna perplessità, nessuna lentezza. Gesù abbraccia immediatamente e consapevolmente il dono della sua vita.

E arriviamo finalmente al racconto della Passione.

«[28]Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: «Ho sete». [29]Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. [30]E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, rese lo Spirito» (Gv 19, 28-30).

Notiamo in particolare tre versetti:

  • «… ogni cosa era stata ormai compiuta».

  • «… Per adempiere la Scrittura».

  • «…Tutto è compiuto».

In essi si parla di compimento, di realizzazione perfetta. La morte di Gesù, per S. Giovanni, è il coronamento di tutta la sua obbedienza al Padre, il coronamento del suo amore. Perciò la morte di Gesù non accentua l’aspetto di umiliazione, ma quello di manifestazione gloriosa. E’ compimento, realizzazione della vocazione e della missione di Gesù. La Pasqua è dunque un passaggio: il passaggio da questo mondo al Padre affrontato liberamente e consapevolmente realizza l’ora di Gesù.

Come avviene questo passaggio?

«dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1).

Giovanni usa per la prima volta il tema dell’amore come categoria interpretativa globale della vita di Gesù. Perciò se uno vuole interpretare tutta la vita di Gesù, deve metterla sotto il tema dell’umore.

È perché prima ha amato i suoi che li ama sino alla fine, cioè fino al compimento.

“Amare i suoi” vuol dire fondamentalmente volere la vita dei suoi, perché si ama una persona quando si vuole che quella persona viva.

A Gesù sta tanto a cuore la vita dei suoi che, perché vivano, è disposto a donare tutto se stesso.

«[9]Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore» (Gv 15, 9).

«[12]Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. [13]Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 12-13).

La Passione del Signore è l’amore per i suoi, portato alla realizzazione suprema. Per S.Giovanni è proprio attraverso l’amore che si compie il passaggio da questo mondo al Padre. Gesù perciò pub passare da questo mondo al Padre perché ha trasformato tutta la sua vita in obbedienza a Dio e in amore agli uomini.

E proprio nel fare così Gesù ha rivelato il Padre.

L’amore umano di Gesù è la traduzione in gesti umani dell’amore eterno e divino del Padre.

Gesù è il rivelatore del Padre: guardando il suo amore si impara a conoscere come è fatto l’amore del Padre. Per questo l’amore di Gesù è infinitamente fecondo.

Infine: la morte di Gesù raccoglie insieme i figli di Dio che erano dispersi. Per S. Giovanni questo è il primo e fondamentale frutto della passione: l’unità dei credenti, la comunione. Non è un dono aggiunto, ma il dono centrale perché attraverso la comunione i credenti realizzano nella loro vita lo stesso “mistero trinitario” che è “mistero di comunione”. Per questo il tema è importante. Al capitolo 11 viene ricordata la decisione di Caifa di mettere a morte Gesù e Giovanni spiega che Caifa, essendo Sommo Sacerdote, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione, e non per la nazione soltanto, ma anche per unire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

Al cap. 12, 32 poi si legge:

«[32]Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».

Poi al cap. 17, 21 c’è una lunghissima preghiera di Gesù per l’unità dei credenti:

«(…) [21]perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola» (…).

E finalmente, nel racconto della Passione, l’episodio un po’ misterioso della tunica senza cuciture sembrerebbe alludere a questo:

«[23]I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. [24]Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte. E i soldati fecero proprio così».

Se S. Giovanni dice, “Fecero così”, vuole dire che non è un caso, ma che c’è un progetto di Dio, annunciato nel Salmo. Ma qual è il suo significato? Secondo S. Giovanni sembra che quella tunica senza cuciture indichi l’effetto della morte di Gesù: raccogliere gli uomini da tutte le parti del mondo in un unico popolo, senza lacerazioni, senza divisioni. Questo per S. Giovanni è l’effetto fondamentale della morte di Gesù di cui gli altri sono soltanto realizzazioni parziali. Nella comunione invece c’è il tutto della passione del Signore a motivo della partecipazione alla comunione trinitaria.

In questo modo il versetto 13, 1 che abbiamo letto all’inizio può fare da chiave di interpretazione di tutto purché dentro ci vediamo:

  • il tema dell’ora, della glorificazione;

  • dell’innalzamento, dell’unità dei credenti;

  • dell’amore di Cristo nella sua obbedienza al Padre.

In tutto questo si realizza la Pasqua di Gesù che diventa anche la Pasqua del credente.

U.C.I.I.M. – Sezione di Reggio E. – Via Prevostura 4.

IL VERBO FATTO CARNE: CRISTOLOGIA GIOVANNEA

U.C.I.I.M.
Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi
Sezione di Reggio Emilia (Via Prevostura 4)

Il Vangelo di S. Giovanni

Il Verbo fatto carne: cristologia giovannea

1991

Ci poniamo innanzitutto una semplicissima domanda: chi è Gesù? Cercheremo di far emergere la risposta progressivamente partendo anzitutto dal fatto che Giovanni ci insegna a vedere Gesù come uomo.

Il Vangelo di S. Giovanni, riferendosi a Gesù, usa varie volte il termine “uomo”, a volte senza dargli un peso particolare e tuttavia non si tratta di testi inutili perché presentano Gesù semplicemente come un uomo in mezzo agli altri, inserito nell’anonimato umano. Non è quindi vero quello che qualcuno ha scritto, che Giovanni disumanizzerebbe Gesù, togliendogli quella dimensione profondamente umana, propria dei Vangeli sinottici.

Quando la Samaritana parla di Gesù ai suoi concittadini dice:

[29]Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto» (Gv 4, 29);

mettendo insieme da una parte l’umanità e dall’altra una conoscenza sovrumana.

Così quando le guardie ritornano al Sinedrio, senza aver catturato Gesù, si giustificano dicendo:

«[46] (…) Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!» (Gv 7, 46).

Gesù è dunque un “uomo” ma con una parola sovrumana. Questa tensione tra i due elementi del ritratto di Gesù è caratteristica del quarto Vangelo. Forse i testi più significativi sono nel capitolo 10 e nel capitolo 19.

«[31]I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. [32]Gesù rispose loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?». [33]Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». [34]Rispose loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dei? [35]Ora, se essa ha chiamato dei coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio (e la Scrittura non può essere annullata), [36]a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo, voi dite: Tu bestemmi, perché ho detto: Sono Figlio di Dio? [37]Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; [38]ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre». [39]Cercavano allora di prenderlo di nuovo, ma egli sfuggì dalle loro mani» (Gv 10, 31-38).

Viene dunque fatta un’accusa a Gesù: “Tu sei uomo e ti fai Dio” e naturalmente l’accusa non avrebbe alcun valore se Gesù non fosse veramente uomo.

Nella risposta invece Gesù non nega la sua umanità; al contrario mette insieme i due termini, “uomo” e “Dio”, che sembrerebbero agli antipodi, e mostra che già nell’Antico Testamento il Salmo 82 li ha uniti.

In realtà il Salmo 82 parla dei giudici e da loro un titolo stranissimo, ma significativo: “io ho detto: voi siete dèi”. I giudici vengono chiamati dèi perché è affidato loro un incarico divino. Infatti in Israele il giudice esercita un ministero che nasce dalla conoscenza e dall’esercizio della Parola di Dio, quindi il suo incarico è divino, pur rimanendo uomo.

Gesù allora usa un procedimento “a fortiori” e si attribuisce il titolo di “Figlio di Dio” perché il Padre lo ha consacrato e lo ha mandato nel mondo. Quindi non ha solo un incarico dal Padre, ma è da Lui pienamente consacrato. Non solo deve compiere un ministero legato alla Parola di Dio, ma annuncia pienamente questa medesima parola. Perciò mette insieme i due elementi: “uomo” e “figlio di Dio”. L’ultimo testo che ci può aiutare è il capitolo 19. Dopo averlo fatto flagellare, Pilato presenta Gesù alla folla dicendo: «Ecco l’uomo» (Gv 19, 5).

Non c’è dubbi che il primo significato di questa espressione è derisorio perché Pilato presenta Gesù in tutta la sua umiliazione, come un uomo che ha perso anche la bellezza e l’apparenza dell’uomo, ma altrettanto chiaramente, nell’ottica del Vangelo di S. Giovanni, questa espressione ha un valore regale. Nel momento in cui Gesù viene posto in una condizione di abbassamento. Egli si rivela in tutta la sua forza e in tutta la sua gloria. Gli autori fanno particolare riferimento al capitolo 7 del libro di Daniele, dove si vede un figlio di uomo che viene sulle nubi del cielo e al quale Dio consegna un potere eterno e universale e perciò porta sopra di sé una sovranità regale.

Questo è tanto vero che nel Vangelo di Giovanni Gesù viene presentato così:

«[2]E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: [3]«Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi» (Gv 19, 2-3).

Senza saperlo, i soldati compiono dei gesti di rivelazione in cui si manifesta l’identità messianica di Gesù. Egli è davvero un re, ha i simboli regali, la corona e il manto, e viene esplicitamente riconosciuto come re dei Giudei nel momento della sua umiliazione.

Partiamo dunque dalla realtà umana di Gesù. Aggiungete a questo discorso il tema della carne di Gesù, tanto caro a S. Giovanni. Egli, nel suo Vangelo, usa questo termine 12 volte riferendolo a Gesù, a cominciare dal famoso testo del Prologo.

«[14]E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1, 14).

Per capire esattamente questo versetto, bisogna anzitutto misurare la distanza infinita che esiste tra il “Verbo” cioè là parola di Dio e la “carne”. Dal punto di vista dell’essere, la carne e la Parola di Dio sono esattamente gli antipodi.

Nel libro di Isaia (40, 6-8) è scritto:

«Ogni carne è come l’erba e tutta la sua gloria è come un fiore del campo. [7]Secca l’erba, il fiore appassisce quando il soffio del Signore spira su di essi. [8]Secca l’erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura sempre».

Come vedete, Isaia contrappone i due termini. Ogni carne è come l’erba, quindi è una realtà effimera, debole, sottomessa alla morte, ma la Parola del nostro Dio dura sempre. La Parola di Dio si presenta come eterna, potente, luminosa, quindi agli antipodi della carne. Ma il verbo si fece carne e perciò l’incarnazione unisce i due estremi.

S. Giovanni, nella sua prima Lettera dirà: “la vita si è fatta visibile”. E per Vita si intende la vita di Dio che di per sé è irraggiungibile dall’uomo, che sta al di sopra di tutto quello che l’uomo possa immaginare o pensare.

«[14]E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14).

In questo versetto viene usato il verbo “abitare” assai significativo. Esso verrà usato nel libro della Apocalisse al capitolo 21; quando viene annunciato la manifestazione della Gerusalemme futura dei cieli nuovi e della terra nuova si dice:

«Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. [4]E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21, 3-4).

Dunque il traguardo della storia del mondo si compie attraverso l’abitazione di Dio in mezzo agli uomini. Ma quello che si compirà alla fine dei tempi si è già compiuto inizialmente nell’incarnazione del Verbo. «è venuto ad abitare in mezzo a noi». Può anche darsi che Giovanni abbia usato questo verbo perché richiama un termine tipico con cui la teologia ebraica indica il segno di una presenza divina che accompagna il popolo di Israele come popolo di Dio in tutta la sua storia. Anche l’Incarnazione indica esattamente la dimora di Dio in mezzo agli uomini tanto che noi abbiamo visto la sua gloria.

Anche “gloria” è un termine strettamente divino e appartiene anzitutto al Cristo Risorto: Egli è entrato nella gloria del Padre; partecipe quindi di quella pienezza e ricchezza di vita che è propria di Dio.

Il termine “gloria” in ebraico viene da una radice che indica la pesantezza, perciò indica lo spessore di qualcosa o di qualcuno, la forza con cui qualcosa o qualcuno si impone. Da questo punto chi vista Dio solo è glorioso perché tutto quello che non è Dio ha essenzialmente l’esperienza del limite, perciò non può presentarsi come pesante e forte perché necessariamente destinato prima o poi a scomparire.

Dio invece è glorioso e noi abbiamo visto la sua gloria. La gloria è attribuita prima di tutto al Cristo risorto. Il capitolo 17 di S. Giovanni, che riporta la preghiera sacerdotale di Gesù, inizia così:

«Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te» (Gv 17, 1);

e significa che proprio nella Pasqua di Gesù si rivela la gloria di Dio e la gloria di Gesù. Nei Vangeli sinottici quella gloria è anticipata al momento della trasfigurazione, quando Gesù, otto giorni dopo la professione di fede di Pietro, sale con alcuni dei suoi discepoli su un alto monte e si trasfigura davanti a loro in modo tale che gli uomini possano intravedere lo splendore divino di Gesù e quindi la sua gloria. Il Vangelo di Giovanni non ha il racconto della trasfigurazione probabilmente perché Giovanni vede la gloria di Gesù non solo in un episodio, ma in tutta la sua vita, come dimensione profonda e permanente di tutta la vita di Gesù.

Dopo il primo segno compiuto da Gesù a Cana, il Vangelo di S. Giovanni dice che i discepoli videro la sua gloria. Essi, nell’opera compiuta da Gesù, hanno visto la divinità di Gesù e la sua comunione col Padre.

E questo è il suo mistero.

Comprendere Gesù vuol dire vedere la carne di Gesù, perché solo la carne è visibile, solo la carne è oggetto di esperienza immediata per l’uomo.

Ma si tratta di vedere nella carne di Gesù e attraverso la carne di Gesù la sua gloria, la gloria che, ha come unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità.

Si tratta di fare quella esperienza che Paolo farà di fronte al Cristo Risorto.

Nella seconda Lettera ai Corinti Paolo scrive:

«[6]E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2 Cor 4, 6).

Questa frase vuoi dire che sulla via di Damasco Paolo ha fatto un’esperienza che può essere paragonata solo al primo giorno della creazione quando, in mezzo alle tenebre, Dio ha pronunciato il suo “Fiat lux”.

Paolo fino a quel momento aveva considerato Gesù secondo la carne, secondo ciò che dall’esterno poteva giudicare con la sua intelligenza umana e l’aveva giudicato un empio, tanto da dover perseguitare la sua Chiesa. Poi all’improvviso, sulla via di Damasco, il Signore Dio ha squarciato le tenebre dell’intelligenza di Paolo il quale ha potuto vedere la gloria di Dio sul volto di Cristo.

Ha visto il volto di Gesù in modo radicalmente nuovo, come glorioso. S. Giovanni ci vuole insegnare che tutta la vita di Gesù deve essere interpretata e compresa come rivelazione gloriosa.

Al termine del prologo S. Giovanni scrive:

«[18]Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1, 18).

“Dio nessuno lo ha mai visto” è da interpretare non solo come un’affermazione di fatto, ma come un’affermazione di diritto. Non significa solo che, di fatto, Dio nessuno lo ha mai visto, ma vuol dire che nessuno lo può vedere e che c’è una radicale sproporzione tra i mezzi di conoscenza dell’uomo e Dio in quanto oggetto di questa conoscenza. L’uomo, con tutta la sua attenzione e con tutto il suo impegno non ci può arrivare. Ma «il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui ce lo ha rivelato».

“Nel seno del Padre” traduce una espressione greca con una preposizione che nel greco classico non indica “stato in luogo” ma “moto a luogo”. Perciò quando S. Giovanni dice che il Figlio unigenito è nel seno del Padre, non vuol dire che è dentro l’amore del Padre (stato in luogo), ma che è rivolto verso l’amore del Padre.

Giovanni dunque vede nell’umanità di Gesù come una direzione perché essa è diretta verso un traguardo. Perciò, guardando quella umanità, si è portati a vedere quel Dio verso cui è diretta.

L’umanità di Gesù è dunque vista non in modo statico (come un’umanità riempita della divinità), ma in modo dinamico (come un’umanità “in cammino verso” “rivolta verso” “orientata verso”).

Essa ci conduce nel movimento della fede che va verso l’umanità di Gesù. Ma proprio perché l’umanità di Gesù è rivolta al Padre, il movimento della fede giunge fino alla conoscenza e all’amore del Padre.

Il versetto conclude: “Abbiamo visto la sua gloria, la gloria che gli compete come Figlio unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità”. Questa espressione “pieno di grazia e di verità” dovrebbe essere tradotto “pieno della grazia della verità”.

Questo significa che Gesù, nella sua umanità, contiene per gli uomini, da parte dì Dio, il dono della verità. Per il Vangelo di S. Giovanni la verità e Gesù stesso (“io sono la via, la verità e la vita”) e questo termine “verità” dovrebbe indicare la rivelazione dell’amore di Dio per gli uomini, la rivelazione del Padre.

Gesù è la verità non solo perché è Figlio di Dio, ma perché è uomo. E’ nella sua umanità infatti che Gesù è verità perché è solo nell’umanità che Gesù è rivelatore.

Infatti la rivelazione avviene attraverso l’incarnazione che ci ha dato la possibilità di vederlo, ascoltarlo, contemplarlo e toccarlo, cioè di entrare in rapporto con Lui. In quanto uomo Gesù è rivelatore perché come tale contiene la grazia e la verità. Si tratta di riconoscerlo nell’atto della fede.

Si può dire dunque che per S. Giovanni la carne di Gesù è il luogo della rivelazione, è la condizione necessaria della rivelazione.

Scrive S. Agostino:

“Perché noi potessimo avere la vita, dovevamo seguire Dio, ma Dio per noi è invisibile e per questo il Verbo di Dio si è fatto Game, perché seguendo quello che è visibile, potessimo raggiungere quel Dio che è invisibile, perché seguendo il cammino umano di Gesù, potessimo conoscere e amare Dio stesso”.

Dunque la carne è luogo teologico della rivelazione e della redenzione. Ma questo comporta delle conseguenze. Siccome Gesù è veramente uomo, egli vive in un tempo umano e in uno spazio umano, cioè vive effettivamente in mezzo agli uomini.

E allora diventa importante il vocabolario spaziale che S. Giovanni usa con molta attenzione.

Naturalmente non possiamo richiamare tutte le indicazioni spaziali citate da S. Giovanni. Egli parla della Galilea con Nazaret, di Cana, Cafarnao, il mare di Tiberiade, la montagna, Betsaida (patria di Filippo), la Samaria con Sicar, il pozzo di Giacobbe, i campi intorno, la valle del Giordano con Betania oltre il fiume, la Giudea, Efraim, l’altra Betania, Gerusalemme….. E di Gerusalemme sono ricordati tantissimi luoghi: prima di tutto il tempio, ma poi la piscina delle pecore, Siloe, il giardino oltre il Cedron ecc.

Tutto questo dice che la narrazione di Giovanni si inscrive in un’area geografica concreta, precisa, di cui l’archeologia conferma spesso l’esattezza.

Ma non è tanto la geografia che ci interessa quanto il fatto che queste localizzazioni non hanno solo un valore storico, ma hanno anche un significato teologico perché costituiscono lo spazio religioso in cui Gesù opera e si manifesta.

Per esempio, quando si parla di Nazaret e della Galilea, che nel Vangelo hanno naturalmente grande importanza, si richiama lo scandalo dell’Incarnazione. Infatti quando la gente viene a sapere che Gesù ha la sua origine proprio a Nazaret ha come una reazione di rigetto perché quella condizione sembra in contrasto con la dignità messianica. Quando Filippo incontra Natanaele gli dice:

«Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret» (Gv 1, 45).

Ma Natanaele gli risponde:

«Da Nazaret può mai venir qualcosa di buono?» (Gv 1, 49).

Dunque la condizione umana di Gesù, il fatto che Egli sia un nazareno lo presenta in una condizione di umiltà, di debolezza.

Essere da Nazaret non vuol dire solo un’origine geografica, ma una condizione culturale di povertà, una condizione che le persone istruite di Gerusalemme tendono a disprezzare.

Vediamo un altro esempio al capitolo 7. Quando nel Sinedrio si discute su Gesù, Nicodemo prende la parola dicendo:

«La nostra legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?» (Gv 7, 51).

Gli rispondono allora:

«Sei forse tu della Galilea, Studia e vedrai che non sorge Profeta dalla Galilea» (Gv 7, 52).

La Galilea, dai punto di vista religioso, è una regione sottosviluppata, senza valore, senza fecondità, per cui c’è una specie di pregiudizio nei confronti di Gesù proprio per il fatto che viene da Nazaret.

Ora, quello che vale per Nazaret, vale anche per le altre localizzazioni. Invece la Giudea e il territorio intorno a Gerusalemme è il paese in cui la vita di Gesù è in pericolo.

In Giudea Gesù salirà proprio quando sarà venuto il “tempo opportuno” per la sua Ora.

Naturalmente, per S. Giovanni, al centro dello spazio c’è Gerusalemme con il tempio che rappresenta il simbolo della scelta religiosa giudaica. Secondo S. Giovanni il tempio deve lasciare il posto al corpo di Gesù perché il vero tempio di Dio non è più quello di pietra in Gerusalemme, ma è invece il corpo glorificato del Signore.

Il vero tempio è quel luogo umano, mondano dove Dio si rivela, dove l’uomo può incontrare la gloria e la bellezza di Dio. È nel tempio di Gerusalemme che si deve compiere la scelta se accettare o rifiutare la rivelazione di Gesù. E Gerusalemme rappresenta entrambe le dimensioni: da una parte è la città dove la gloria di Gesù si rivelerà pienamente; dall’altra è quella che rifiuta la rivelazione.

Nel racconto della Passione troviamo infatti Gesù che, portando la croce, esce da Gerusalemme e questa uscita ha un significato teologico molto preciso. Ma a parte questi luoghi, il discorso più significativo del Vangelo di S. Giovanni riguarda quello che si potrebbe chiamare uno spazio mistico (o misterioso). Gesù è carne, è uomo e abita in mezzo a noi.

Ma da dove viene Gesù?

I Giudei credono di saperlo perché sono informati che Gesù viene da Nazaret, ma in realtà l’origine di Gesù rimane misteriosa.

S. Giovanni usa abbastanza spesso dei verbi come “venire”, “uscire” (“sono uscito dal Padre”) oppure “scendere” (“sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà…”).

Quello che si vuol dire è che la vera origine di Gesù è dunque Dio stesso, anzi, per dire più precisamente, l’origine di Gesù è il Padre.

Gesù è uscito dal Padre ed è venuto verso gli uomini, ma naturalmente questa origine divina è anzitutto oggetto di fede e la si può percepire solo attraverso un legame di amicizia con Gesù che introduce, nello stesso tempo, nella amicizia con il Padre.

«… il Padre stesso via ama, poiché voi mi avete amato, e avete creduto che io sono venuto da Dio. Sono uscito dal Padre e son venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre» (Gv 16, 27-28).

In questo brano si coglie bene il modo di esprimersi di Giovanni. In quello che è il dramma mondano e storico di Gesù che viene dalla Galilea, che va a Gerusalemme, ecc., compie in realtà un dramma che ha dimensioni molto più ampie, perché unisce il cielo e la terra, Dio e la storia. In realtà l’uomo Gesù di Nazaret viene da Dio e il suo cammino non termina al Calvario, ma presso il Padre. Ed è proprio per questo che la presenza di Gesù sulla terra ha delle dimensioni così ampie.

Dal punto di vista geografico la vita di Gesù è ristretta dentro coordinate abbastanza limitate. Eppure in realtà lo spazio vero della missione di Gesù è il mondo.

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16).

Non è quindi semplicemente il dramma di quella regione limitata dell’umanità, ma è l’umanità intera, è il cosmo coinvolto nell’avventura di Gesù, proprio perché Gesù viene dal Padre.

Bisogna saper riconoscere questa sua origine, altrimenti rimaniamo nell’atteggiamento di chi riconosce in Gesù un Maestro, ma non vede il testimone, che parla di ciò che ha visto, comunicando non semplicemente una conoscenza intellettuale, ma una esperienza.

«Nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’Uomo che è disceso dal cielo» (Gv 3, 13).

Credo si possa tradurre questa frase dicendo che nessuno hai mai raggiunto la conoscenza di Dio per portarci i misteri della sua vita se non il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo.

Non c’è una via che dal nostro mondo salga a Dio per raggiungere una conoscenza; c’è invece una via che da Dio scende all’uomo per comunicare una rivelazione.

Questo discorso viene ripetuto varie volte nel corso del Vangelo, soprattutto al capitolo 6 dove, dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù presenta se stesso come il pane della vita.

I Giudei, il giorno dopo la moltiplicazione dei pani, vanno dietro a Gesù per avere ancora il pane che li ha nutriti ed Egli li invita a cercare non il pane, ma il Donatore del pane, non il pane che perisce, ma quello che dura per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo darà. E questo pane è Gesù stesso, il Pane vero.

«[32]Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; [33]il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». [34]Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». [35]Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. [36]Vi ho detto però che voi mi avete visto e non credete. [37]Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, [38]perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 6, 32-38).

Dunque, Gesù non viene da sé, ma dal Padre, come dono capace di comunicare la vita. E il pane è esattamente questo: nutrimento, forza, energia di vita che viene data agli uomini.

Il pane per eccellenza era la manna che Dio aveva fatto scendere dal cielo per nutrire il suo popolo nel deserto. Quella manna, secondo la tradizione ebraica, era il simbolo della legge che è il vero pane in quanto l’uomo non vive solo di pane materiale, ma di tutto quello che esce dalla bocca di Dio. In realtà, il vero nutrimento non è la manna e neppure quella legge di cui la manna è simbolo, ma è Gesù. Sia la manna sia la legge sono figura dell’uomo Gesù di Nazaret che viene dal cielo, ma va verso Dio. Dio è il traguardo della sua vita e Gesù si propone questo traguardo con fermezza e con lucidità.

«[21]Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». [22]Dicevano allora i Giudei: «Forse si ucciderà, dal momento che dice: Dove vado io, voi non potete venire?». [23]E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo» (Gv 8, 21-23)

Dunque, ciò che caratterizza Gesù, nell’ottica di questa espressione giovannea, è l’origine e la destinazione. Se uno vuol capire chi è Gesù deve aver chiaro che Egli viene dal Padre e va verso il Padre.

La venuta e la partenza costituiscono un unico mistero che sorpassa l’intelligenza umana e che solo Gesù è in grado di conoscere.

«Anche se io rendo testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perchéso da dove vengo e dove vado» (Gv 8, 14)

Questa ampia dimensione della vita umana di Gesù è una dimensione di fede, percepibile solo per mezzo di una rivelazione.

Il traguardo del cammino di Gesù supera la capacità dell’uomo di arrivare:

«dove io vado, voi non potete venire» (Gv 8, 21).

E non potete venire perché in mezzo c’è quell’abisso che separa lo Spiriti (cioè la vita di Dio) dalla carne (cioè la vita dell’uomo).

Naturalmente è importante tenere presente che quel traguardo dei cammino di Gesù non è un luogo, ma è una Persona. Il traguardo di Gesù è il Padre stesso. Gesù è attirato dall’amore del Padre, perciò tutto il suo cammino tende con decisione e con chiarezza a quella meta.

Per questo nel Vangelo di Giovanni si nota che quando si parla della Passione e della Croce la prospettiva è di esultanza e di trionfo in quanto Gesù raggiunge la meta della sua vita.

«Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerà a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me» (Gv 14, 28).

Per Gesù la Pasqua è motivo di gioia.

1 discepoli potranno anche ricevere scandalo dalla Passione, ma proprio perché non sono in grado di leggerla come il ritorno di Gesù al Padre.

«Prima della festa di Pasqua, Gesù sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1).

E’ il momento del passaggio (Pasqua significa passaggio), ma il vero passaggio non è quello del Mar Rosso, bensì quello che Gesù ha compiuto da questo mondo al Padre.

«Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava…» (Gv 13, 3).

Gesù compie la lavanda dei piedi che è il simbolo della Croce. E prende la Croce per compiere il suo passaggio al Padre.

Scrive P. Mollat:

“Per il Cristo uscire dal Padre significa assumere un punto di partenza collocato alla distanza infinita che separa la carne dallo Spirito o l’uomo da Dio per superare questa stessa distanza in questo slancio verso il Padre che si compie nel suo passare al Padre; significa darsi una esistenza e uno spazio creati per realizzare nella carne, nell’esistenza umana, il movimento eterno del Figlio verso il Padre.

In altri termini incarnarsi significa per il Cristo muoversi verso il Padre nella condizione di uomo; l’esistenza del Cristo riproduce nell’esistenza umana ciò che il Cristo vive nella sua esistenza eterna, il movimento verso il Padre”.

Proviamo a spiegare questo testo partendo dal rapporto che unisce il Figlio al Padre dall’eternità. È un rapporto d’amore, è un rapporto di orientamento: il Figlio dall’eternità è continuamente rivolto al Padre, riceve tutto dal Padre e dona tutto se stesso al Padre.

Ora, che cosa vuol dire l’Incarnazione?

Vuole dire che il Verbo prende un punto di partenza infinitamente lontano da Dio, lontano quanto è lontana la carne dallo spirito, quanto è lontano Dio dall’uomo. Il Verbo dunque prende come punto di partenza la carne, la condizione umana, e in quella carne vive la sua esperienza eterna, il guardare, il tendere al Padre; per cui l’esistenza umana di Gesù non è statica, ma eminentemente dinamica.

Gesù è continuamente attratto verso il Padre e, siccome ha assunto una umanità, in quell’andare verso il Padre trascina la sua umanità, evidentemente intrecciata con la nostra.

Il cammino di Gesù porta perciò l’umanità intera verso la comunione piena con Dio.

Così Giovanni interpreta l’avventura umana di Gesù, la storia di Gesù: e questa è la sua cristologia.

Possiamo aggiungere un’ultima cosa che completa il quadro presentato attraverso un tema cristologico particolarmente importante nel Vangelo di S. Giovanni: il tema della missione.

Dicevamo che Gesù è uscito dal Padre.

Bisognerebbe dire ancora più precisamente: è stato mandato dal Padre. Ora, ciò che caratterizza la missione di Gesù nell’ottica di S. Giovanni, è la totalità. E per totalità si intende che la missione di Gesù non è semplicemente qualche cosa che Gesù è chiamato a fare.

Quando Dio manda un profeta, gli affida una parola perché il profeta vada e parli al popolo secondo quello che ha ricevuto. Perciò ha una missione che rappresenta un compito specifico, particolare. Per Gesù invece la missione coincide con la sua venuta nel mondo, coincide con la sua vita. Non è che Gesù prima abbia una vita umana e poi all’uomo Gesù sia affidata una missione.

Vivere per Lui è esattamente lo stesso che essere mandato.

Si può dire perciò che lo scopo della missione è la missione stessa; non deve semplicemente portare una parola o compiere un miracolo.

Il suo compito è quello di essere mandato per cui è importane non solo quello che Gesù fa, ma quello che Gesù è.

Gesù compie la missione stando in mezzo agli uomini perché la sua presenza tra loro è esattamente il compimento della missione. Per questo S. Giovanni usa una espressione che è tipica del Nuovo Testamento e anche dell’Antico. Si tratta del verbo credere usato con una preposizione che indica “moto a luogo”. Quindi non si tratta solo di credere a Gesù e neanche solo di credere Gesù ma di vivere la propria vita come un cammino verso Gesù.

Credere dunque è adesione, è dono, è attaccamento alla persona di Gesù in quanto tale, è “venire a Me”, quindi percorrere un cammino che ha come direzione Gesù nella sua umanità. Per questo se si vuol cercare nell’Antico Testamento qualche testo che spieghi la missione di Gesù, si dovrebbero cercare quei testi in cui si dice che Dio manda la Sapienza (esempio: la famosa preghiera di Salomone – Sap 9).

La Sapienza è certamente qualcosa che Dio manda, ma non è una cosa così separata da Dio. Nella Sapienza è Dio stesso che si fa vicino all’uno e che lo illumina.

Secondo il libro del Siracide la Sapienza è il libro della legge dell’Altissimo, la Torà. Ma la Torà è la volontà stessa di Dio e non qualcosa di staccato da Lui.

Nella Sapienza, dunque, Dio viene in mezzo agli uomini e guida, illumina, dirige e questo è il riferimento più tipico per comprendere la missione di Gesù, presenta nel Vangelo di Giovanni come un dono.

In Gv 3, 16 abbiamo letto:

«Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio…».

C’è in questo versetto un riferimento alla Passione, ma non solo, perché tutto ciò che Gesù ha detto e tutto ciò che Gesù è stato è il Dono.

«[10]Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 4, 10).

Così dice il Signore alla Samaritana. Si tratta di cogliere la sua presenza, con tutto quello che comporta, come un dono di Dio.

La missione di Gesù si identifica perciò con l’incarnazione stessa, con tutta la sua vita, con tutte le sue parole e le sue opere. Gesù ha un’opera da compiere sulla terra ed è la manifestazione di se stesso, perché, manifestando se stesso, manifesta il Padre.

L’opera di Gesù è rivelare se stesso, rivelando nello stesso tempo il Padre; è amare, rivelando quindi l’amore del Padre.

Gesù infatti è amore e ha trasformato tutta la sua vita in amore. In questo modo ha manifestato se stesso e insieme ha manifestato il Padre.

Quando a Pilato che lo interroga sulla sua regalità Gesù dice:

«Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità» (Gv 18, 37).

Il discorso è sempre lo stesso. Chi è la verità? Lui stesso. Rendere testimonianza alla verità non è altro che manifestare quella forza di amore che Lui possiede come dono del Padre. Nel fare questo Gesù ha realizzato perfettamente la sua opera.

Nel capitolo 17, 4 si legge:

«[4]Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare».

E il versetto immediatamente precedente spiega:

«[3]Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3).

Quindi nella conoscenza dell’amore di Dio o (che è lo stesso) nella conoscenza dell’amore di Cristo si compie quella rivelazione che è l’opera che il Padre ha affidato a Gesù. Il fatto che la vita di Gesù si identifichi con la sua missione spiega perché la missione di Gesù è unica: non è una delle tante missioni che possono arricchire la storia della salvezza, ma è unica e l’unicità dipende esattamente dall’unità e unicità del suo rapporto con il Padre. Gesù è una cosa sola con il Padre, tanto che credere a Cristo o credere al Padre è la stessa cosa; venire a Gesù o venire al Padre è la stessa cosa.

I versetti da richiamare sarebbero tantissimi; ne richiameremo solo alcuni:

«[44]Gesù allora gridò a gran voce: «Chi crede in me, non crede in me, ma in colui che mi ha mandato; [45]chi vede me, vede colui che mi ha mandato» (Gv 12, 44-45).

«[44]Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. [45]Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me» (Gv 6, 44-45).

L’andare a Gesù è lo stesso che essere attratti dal Padre.

Non c’è differenza e questo è il motivo per cui Gesù giungerà a fare il suo nome stesso di Dio.

«[24]Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che io sono, morirete nei vostri peccati» (Gv 8, 24).

«[28]Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo» (Gv 8, 28).

«[58]In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono» (Gv 8, 58).

“Io sono” nell’Antico Testamento è il nome di Dio.

Infatti quando Mosè aveva chiesto al Signore di rivelargli il suo nome, Dio gli aveva risposto “Io sono quello che io sono”. E nel libro del secondo Isaia questa espressione viene ripetuta più volte per indicare quello che Dio è nei confronti di Israele.

“Io sono” indica perciò non l’essere metafisico di Dio, ma la rivelazione salvifica di Dio.

Quando in Isaia si dice “io sono” significa che Dio fa- vedere quello che vale.

Nel Vangelo di S. Giovanni Gesù può presentare se stesso come “io sono” nel senso che nella sua umanità Dio è presente accanto agli uomini ed è presente un Dio che ama e che salva.

Riassumendo:

Siamo partiti da Gesù uomo perché è il punto di partenza più immediato. Gesù uomo lo possiamo vedere e ascoltare, abbiamo poi tentato di riconoscere che nell’umanità di Gesù bisogna poter riconoscere, nella fede, la gloria stessa di Dio.

Poi abbiamo ricordato il tema della carne

«Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi…».

Proprio per questo motivo Gesù è in mezzo a noi. Lo si può vedere e incontrare. Si muove in una geografia concreta, in uno spazio concreto. Però quella avventura che, dal punto di vista spaziale, appare limitata, in realtà è trascendente perché l’origine di Gesù non è Nazaret, ma è il Padre; il traguardo della vita di Gesù non è Gerusalemme, ma è ancora il Padre.

Per questo motivo la vita di Gesù è significativa, non semplicemente per quelle alcune persone che l’hanno visto, ma per l’intero cosmo.

Bisogna imparare a riconoscere questo mistero: da dove Gesù viene e dove Gesù va. Questo vuol dire riconoscere in Gesù essenzialmente il mandato, colui che è nel mondo non per sua volontà, ma per la volontà del Padre che lo ha mandato.

La sua sottomissione perfetta al Padre diventa rivelazione altrettanto perfetta.

Questa è la logica del Vangelo di S. Giovanni in cui la persona di Gesù e la sua avventura umana è fondamentalmente presentata come quella del Rivelatore, di colui cioè che introduce nella storia del mondo la stessa presenza salvifica di Dio.

Testo da registrazione – non rivisto dal relatore – U.C.I.I.M. – Sezione di Reggio Emilia – Via Prevostura 4

I FONDAMENTI BIBLICI DELL’ EUCARISTIA

I fondamenti biblici dell’Eucaristia

Parte di un corso di catechesi agli adulti sul tema dell’Eucaristia tenuto durante l’anno pastorale 1991/92 nella parrocchia di Rivalta da più relatori.

Cerchiamo di riflettere sul significato della Pasqua ebraica e questo non semplicemente per un interesse storico o culturale. Ma perché la Pasqua ebraica ha dato alla Pasqua cristiana la sua struttura: la Pasqua cristiana è naturalmente il riferimento alla morte e resurrezione del Signore e quindi un evento nuovo che va al di là di tutta l’esperienza ebraica, ma trova il suo significato strutturale nella Pasqua ebraica. Riflettere sulla Pasqua ebraica ci aiuta a capire meglio quella cristiana ed anche l’Eucaristia.

Che cosa è dunque la Pasqua ebraica? Per capirla occorre ritornare innanzitutto all’origine della storia della salvezza che ne è l’origine e la base. Le feste ebraiche generalmente sono commemorazioni di avvenimenti storici, in qualche modo sono diverse dalle feste religiose pagane; perché sono generalmente celebrazioni dei cicli naturali come la festa dell’inverno, quella della primavera: per esempio quando la natura rinasce c’è la festa del raccolto e così via; questo vale in qualche modo anche per le feste ebraiche, ma non è il centro. Quello che è tipico della festa ebraica è che si ricorda una azione storica, Dio entra nella trama degli avvenimenti umani e ordina la storia verso una direzione ed un traguardo di salvezza. Per capire cos’è la Pasqua si deve partire dalla storia di Israele in Egitto. Dalla schiavitù in Egitto, Israele è stato liberato;, è stato salvato e da questa esperienza di salvezza nasce la Pasqua. Inoltre, proprio in Egitto, Israele ha conosciuto la protezione di Dio. Tutto ciò traspare nello episodio delle dieci piaghe, in cui vi è la morte dei primogeniti egiziani, mentre i primogeniti di Israele sono salvati dal sangue dell’agnello. Dunque Israele è stato preservato dalla morte, è stato custodito, protetto, c’è stato un intervento del Signore a suo favore. Inoltre Israele è stato liberato da una condizione di schiavitù: L’Egitto per Israele è stato una condizione di servilismo, di sottomissione ed anche di sterminio. Ma l’intervento di Dio fa passare Israele da una condizione di schiavitù a una condizione di libertà. Questa esperienza di salvezza si concretizza attraverso il passaggio del Mar Rosso, quando Israele scende in mezzo agli abissi del mare ed in quel mare che di per sé dovrebbe essere una forza di distruzione e di annientamento, diventa per Israele un passaggio verso la libertà e verso la vista. Israele scende verso il mare e ne esce come un popolo libero e vivo. tutti questi avvenimenti dell’Esodo contengono come significato questo: Dio è intervento per liberare il suo popolo e il contenuto della liberazione è fondamentalmente la vita, il passaggio dalla morte alla vita, da una condizione di schiavitù a una condizione di libertà, da uno stato di tristezza ad uno di gioia: questo è il significato fondamentale dell’avvenimento. In realtà avviene sempre così, quando noi diciamo che Dio interviene nella storia dell’uomo, lo scopo dell’intervento di Dio ha sempre uno scopo di salvezza. Tanto che la storia degli interventi di Dio si chiama «storia della salvezza». Questo è l’intento di Dio, lo scopo e questo è ciò che Dio produce, con questi suoi atti di potenza e di misericordia. Questo è il significato dell’Esodo, per esempio: il significato dei 40 anni che Israele ha passato nel deserto guidato dalla presenza di Dio, il significato naturalmente dell’ingresso nella terra promessa, quando Israele entra nella terra di Canaan e ne prende possesso vuol dire che entra in una condizione di gioia, una condizione di pienezza di vita, e così è per tutti gli altri interventi di Dio.

Nella storia di Israele la Pasqua prima di tutto fa riferimento all’Esodo, ossia il riassunto di tutte le opere di salvezza di Dio. C’è un testo famosissimo il [???] in cui si narra di una notte fondamentale che è la notte della Pasqua, in cui Dio ha creato il mondo e l’uomo, cioè la notte della creazione prima delle grandi opere di salvezza di Dio. È la notte dell’alleanza di Dio con Abramo quando il Signore lo ha chiamato e gli ha chiesto il sacrificio di Isacco, la nascita della comunione di Dio con l’uomo cioè di Dio con Abramo, la protezione nei suoi confronti e della salvezza di Isacco. Questa notte nella concezione ebraica sarà anche la notte in cui si manifesterà il Messia e in cui la salvezza sarà quindi portata alla perfezione e al compimento. Tutto ciò sta alla base della Pasqua, se si vuole capire il vero significato si deve partire dalla storia di Israele che è vissuta e interpretata come una storia di salvezza e in particolare si deve partire da quell’avvenimento che è la storia dell’Esodo, quando Israele ha ottenuto la libertà attraversando il Mar Rosso rimanendone illeso. Perciò la notte di Pasqua ricorderà agli Ebrei tutta la storia della salvezza, dal momento dell’evacuazione. Questa storia è divenuta per essi la festa di Pasqua che si celebra nel plenilunio di primavera: un momento particolare dell’anno dove si ricorda il messaggio dell’opera di salvezza di Dio. In realtà gli storici sostengono che all’origine della Pasqua c’erano due diverse feste: una era soprattutto dei pastori e l’altra degli agricoltori. Per festa dei pastori si intende quel momento dell’anno in cui si passa dai pascoli invernali a quelli estivi, avviene una migrazione o transumanza; è un momento critico per la vita del gregge, soprattutto per gli agnelli appena nati e perché si incontravano pericoli e difficoltà. Durante il momento della transumanza si faceva un sacrificio nel quale veniva offerto un agnello come invocazione alla protezione divina e il sangue dell’agnello assumeva un valore apotroporico (?), da tenere lontane le potenze della morte in modo che il gregge potesse compiere il suo passaggio illeso. Più o meno nello stesso periodo c’era la festa degli agricoltori, cioè la festa della primavera che simboleggia la rinascita. Così con la natura rinasce la vita e ciò viene festeggiato dai contadini. Nel rituale pasquale c’è la festa degli azzimi dove tutto il pane fatto con il lievito vecchio viene gettato via e si ricomincia con una pasta nuova che è il simbolo esperienza di novità. Si è parlato di due feste legate al ciclo della natura, l’una tipica dei pastori e l’altra degli agricoltori. Queste due feste sono diventate un’unica grande festa di Pasqua con gli azzimi, ma con un contenuto diverso. Così il sacrificio dell’agnello nel momento della transumanza, ma ricorda la liberazione dell’Egitto.

Quindi la festa della novità, non più la festa della primavera ma il ricordo dell’uscita dall’Egitto. Il ricordo di quella notte in cui gli Ebrei sono dovuti fuggire quando la pasta non era ancora lievitata e dunque hanno mangiato pane azzimo non lievitato. In altri termini nella celebrazione della Pasqua, Israele ha compiuto una storicizzazione di feste agricole o pastorali che in origine erano legate ai cicli della natura. Israele ha dato un contenuto diverso a dei fatti storici, ciò è tipico nella religiosità ebraico-cristiana.

In fondo è una tendenza paganeggiante quella che trasforma il Natale nella festa dell’inverno e la Pasqua nella festa della primavera, ciò vuol dire ritornare al paganesimo. Non siamo semplicemente figli della natura, siamo figli dell’azione di Dio nella storia, di quello che Dio ha compiuto, questo è proprio dell’ebraismo ed è proprio del cristianesimo. Quelle che erano in origine feste legate al ciclo della natura sono diventate commemorazione di avvenimenti storici in cui Dio è intervenuto come salvatore.

La Pasqua per un ebreo è innanzitutto un memoriale.

Nel libro dell’Esodo cap. 12 v. 14, quando vengono date le leggi sulla celebrazione della Pasqua si dice: «Questo giorno sarà per voi un memoriale, lo celebrerete come festa del Signore di generazione in generazione, come un rito perenne». La parola memoriale è molto importante anche per noi perché esprime pure il significato dell’Eucaristia. Fa parte della liturgia di Pasqua la parola «Alleluia», è un inno che vuol dire lodate il Signore che ha operato nella vita e ha compiuto la salvezza. La lode è sempre una preghiera di risposta; infatti quando il Signore fa qualche cosa di grande l’uomo deve lodarlo, cioè ringraziare, Alleluia. Per un ebreo e per un cristiano il senso del memoriale e la parola Alleluia sono fondamentali perché custodiscono l’identità religiosa. Per ogni persona è fondamentale la memoria che significa vivere portandosi dietro tutto un patrimonio delle proprie esperienze. Ognuno ha un patrimonio genetico che ha ereditato dai suoi genitori e questo fa parte della memoria di ciascuno; poi si ha il patrimonio ricevuto dagli anni di vita che il Signore ci ha donato fino ad oggi, e poiché si ha memoria ognuno è se stesso. Se una persona perde la memoria viene meno il senso della sua identità, non sa più il significato della vita, di quello che sta facendo e quello che vuole costruire. Da un punto di vista psicologico perdere la memoria è un trauma grave, e questo anche per l’esperienza religiosa.

Il nostro essere cristiani è per qualcosa che è accaduto prima di noi e che ha determinato la nostra identità e ciò anche per gli ebrei. Nella religione ebraica un peccato fondamentale è il dimenticare. «Ricorda tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere per quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se osservavi i suoi comandamenti, perché il Signore sta per farti entrare in un paese fertile, di torrenti, di fonti, di acque sotterranee, ecc. Guardati bene dal dimenticare il Signore tuo Dio così dal non osservare i suoi comandi, le sue norme e le sue leggi; guardati dal pensare che la tua forza e la potenza delle tue mani abbiano conquistato queste ricchezze, ricordati invece del Signore tuo Dio perché Egli ti dà la forza». In altre parole si potrebbe dire: stai per entrare in una terra ricca, in una società del benessere, potrai arricchirti; guardati dal dimenticare il Signore tuo Dio, quello che hai vissuto nel deserto per quarant’anni, poiché là ti ha dato da mangiare e da bere, ti ha mantenuto e ti ha protetto dai nemici solo Dio. Questo tu lo devi ricordare perché è la tua identità, popolo di Israele, questo non per motivi razziali e nemmeno per fini economici e politici, soltanto perché il Signore ti ha liberato dall’Egitto, ha fatto alleanza con te sul monte Sinai. Ecco perché il Signore ti ha guidato nel deserto e perché ti ha dato la Terra Promessa.

Il memoriale è la garanzia dell’identità del cristiano. Un cristiano deve partire ricordando Cristo perché è Lui l’identità vera. È la Pasqua di Gesù l’identità della comunità cristiana, così com’è la fuga dall’Egitto l’identità di Israele. Questo memoriale non è solo una memoria psicologica, cioè attraverso la memoria si ritorna ai contenuti del passato, non solo, ma per un ebreo è ricordare la liberazione, vivere e rivivere. Dal punto di vista di un ebreo se oggi egli è un uomo libero è perché il Signore lo ha liberato dalla schiavitù dell’Egitto. È vero che è un liberazione di dieci, cento o mille anni fa, ma gli effetti di quella liberazione ci sono ancora. Ricordare non vuol dire soltanto pensare con la testa a qualcosa di lontano, significa ritrovare l’origine di quello che si sta vivendo adesso, le radici, le sorgenti dell’esperienza attuale, riattualizzare la salvezza.

Quando l’ebreo fa memoria della Pasqua vive la liberazione dall’Egitto. Non la pensa e non la immagina soltanto, la VIVE; nella liturgia ma in modo reale. Un famoso testo della raccolta delle leggi ebraiche dice: «Non soddisfa il suo obbligo chi nella festa di Pasqua, celebrandola, non pronuncia queste tre parole: Pasqua, azzimi, erbe amare».

Pasqua perché la «dimora» cioè Dio ha risparmiato le nostre case in Egitto. Azzimi perché i nostri padri sono stati liberati dall’Egitto. Erbe amare perché gli egiziani resero amara la vita dei nostri padri. Ogni generazione si deve considerare come uscita dall’Egitto; è scritto infatti: «Tu racconterai a tuo figlio di questo giorno così: in vista di tutto ciò il Signore mi ha fatto questo quando uscivo io dall’Egitto!». Ecco perché siamo venuti a ringraziare, cantare, glorificare, onorare, esaltare, lodare, benedire, innalzare, proclamare, colui che ha fatto per noi e per i nostri padri tutti questi segni. Egli ci ha liberato dalla schiavitù, per portarci alla libertà, dalla tristezza per portarci alla gioia, dal lutto a un giorno di festa, dalle tenebre a una grande luce, dalla schiavitù a una grande liberazione, cantiamo allora davanti a Lui «Alleluia».

Quindi un memoriale in senso povero, è a questo che serve il rito della Pasqua. Nel rito della Pasqua per esempio ci si sveglia, viene fatto di sera e dopo cena si continua a vegliare e a pregare. La spiegazione, stranissima ma interessante, del perché la P. si celebri come una veglia, la dà l’Esodo nel cap. 12, 42. Gli ebrei sono partiti dall’Egitto al termine di 430 anni e tutte le schiere del Signore uscirono dal paese: «Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dal paese d’Egitto, questa sarà una notte di veglia in onore del Signore di generazione in generazione». Ciò significa che in quella notte il Signore ha fatto veglia. È stato sveglio perché doveva liberare Israele. Israele starà sveglio per il Signore. Quando Israele fa la veglia pasquale farà quello che ha fatto il Signore, risponde a Lui e quindi rivivrà quell’esperienza.

Nella celebrazione uno deve essere vestito come se stesse partendo per un viaggio, i fianchi cinti, un bastone in mano, i calzari ai piedi, deve mangiare come uno che sta partendo. Per questo nella celebrazione del pasto si mangia l’agnello, erbe amare, per fare l’esperienza dell’amarezza, i nostri padri in Egitto l’hanno conosciuta perché erano schiavi e noi rifacciamo la medesima esperienza nel rito. Le erbe non sono un’oppressione politica come quella che Israele ha sperimentato, ma sono amare quindi ci permettono di fare l’esperienza dell’afflizione e lo stesso vale per tutti gli altri elementi del rito. Il rito serve a rivivere, serve a sperimentare come attuale la liberazione dall’Egitto, la tristezza, la gioia della liberazione.

La Pasqua si presenta dunque anche come pasto sacrificale. L’agnello viene sacrificato, ucciso nel tempio, le parti grasse bruciate, il sangue versato sull’altare e poi si partecipava al banchetto con l’agnello sacrificato e offerto al Signore. La Pasqua è un pasto sacro, benedetto, in cui il cibo è donato da Dio. È il Signore che imbandisce la tavola per i suoi commensali e amici; ciò avveniva in Israele in tutti quelli che erano definiti PAX, i sacrifici pacifici, dove la vittima non veniva tutta bruciata, ma alcune parti venivano consumate in un banchetto. Non è questo un comune banchetto, qui il Signore ci invita alla sua tavola, entriamo in comunione con Lui e ci offre il suo cibo, il segno della vita. Il partecipare al medesimo pasto era sempre un segno di fraternità, di comunione e di amicizia. S. Paolo dice: «Il pane che noi spezziamo non è forse comunione con il Corpo di Cristo e il calice di benedizione che noi benediciamo non è forse comunione con il sangue di Cristo».

Nell’Eucaristia c’è un banchetto che il Signore imbandisce per la sua comunità. È il S. che ci invita alla comunione con Lui e alla Sua amicizia, noi veniamo nutriti del dono del Signore. Anche in questo la Pasqua cristiana riprende la Pasqua ebraica.

Altro elemento importante è la componente ecclesiale della Pasqua ebraica. Ecclesiale significa festa, la salvezza è per ciascuno, tuttavia la celebrazione è sempre comunitaria, del popolo e della famiglia. È nel medesimo giorno in cui gli israeliti celebrano il pasto pasquale che l’agnello viene ucciso nel tempio in un’azione rituale che coinvolge tutto il popolo dal punto di vista ideale, a Gerusalemme addirittura vanno tutti al tempio, poi il banchetto si fa nelle case, in famiglia o fra due famiglie assieme perché l’agnello possa essere mangiato tutto secondo il numero dei membri. Questa dimensione è così importante che un ebreo deve per legge celebrare la Pasqua e se per qualche motivo non può celebrarla quel 12 di nisan la celebrerà il mese dopo, ma la deve celebrare. Perché se un ebreo potendo celebrare la Pasqua non lo fa, si allontana dal popolo, taglia il legale di comunione che lo unisce. È essenziale questo e lo ritrova come esperienza sua personale, io sono stato liberato e nello stesso tempo come esperienza di comunità, faccio parte di un popolo. Anche qui è strano ma c’è un parallelo significativo con l’Eucaristia. Questa è la celebrazione del popolo del Signore, quindi è la natura sua universale, è la chiesa cattolica che la celebra sempre, ma nello stesso tempo è la comunità particolare. L’Eucaristia è universale, ma viene sperimentata in concreto in una piccola comunità dove le persone sono legale da dei vincoli di conoscenza e di comunione di fede. Allora fa parte della dimensione della Pasqua la prospettiva ecclesiale, la Pasqua unisce, costituisce un popolo, mette insieme i salvati e li rende consapevoli di un legale di comunione che li unisce.

Occorre inoltre capire la Pasqua dalla prospettiva escatologica. È la prefigurazione dell’evento definitivo della salvezza che verrà sempre più contemplato come una nuova Pasqua. Il testo famoso del (?): «in questa notte il Signore ha creato… scioglierà definitivamente le catene di ogni schiavitù». Significa che il popolo ebreo celebra la Pasqua libero, ma non del tutto, perché prima di tutto la dimensione politica della salvezza non è completa. Israele conoscerà ancora la sottomissione ai Babilonesi, ai Persiani, ai Siriani, ai Romani, ecc., ma al di là della schiavitù Israele sperimenta nella sua storia la schiavitù del peccato, quella schiavitù che impedisce al popolo del signore di essere realmente, perfettamente, pienamente, il popolo di Dio, allora, aspettiamo una seconda liberazione di Dio, una seconda Pasqua, un secondo esodo.

Quando nel libro di Isaia, si descrive il ritorno all’esilio di Babilonia la descrive come se fosse un secondo esodo, modello di quello di Egitto. Scrive per esempio così Isaia al capitolo 43°: «così dice il Signore: offrì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti. Il Signore che un giorno ha regalato ad Israele una strada in mezzo al mare, colui che fece uscire carri e cavalli, esercito ed eroi insieme; essi giacciono morti e mai più si rialzeranno, si spensero come un lucignolo e sono estinti». In altri termini diciamo: non ricordate più le cose passate, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete, aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa, mi glorificheranno bestie selvatiche, sciacalli, struzzi, perché ho fornito fiumi alla steppa, acqua al deserto per dissetare il Mio popolo eletto che Io ho plasmato, per Me celebrerà le lodi. Viene annunciato il ritorno dall’esilio, pensano a come sono stati fortunati i loro padri che hanno conosciuto la potenza di Dio, la Sua mano forte e il Suo braccio teso. Non pensate più alle cose passate, non perdete tempo, io faccio una cosa nuova, è adesso la salvezza, Dio sta per intervenire nel nuovo esodo. Salvezza per gli ebrei è una nuova e definitiva Pasqua, celebrarla è rinnovare la speranza che il Signore ci ha liberato e però continuano a sperimentare una serie di debolezze, portiamo il peso del peccato, tutte queste realtà rendono la salvezza di Dio incompleta. Attendiamo nella speranza una salvezza futura.

Tutti gli anni quando un ebreo celebra la Pasqua dice che l’anno prossimo la celebrerà a Gerusalemme, la nostra speranza non è la Gerusalemme di pietra, è quella ideale dove il Signore si rivela e manifesta come salvatore del suo popolo. La Pasqua è da porre prima in rapporto con il passato perché è un memoriale, Lui ha compiuto per noi delle opere di salvezza che fondano la nostra esistenza al passato, ma occorre sperimentarla come presente. Tutto quello che si fa nella liturgia avviene oggi, la liturgia non è mai solo qualcosa che pensa al passato. Anzi bisogna legarla con il futuro e con la speranza futura. Passato, presente e futuro, a queste dimensioni aggiungiamo quella ecclesiale, di ciascuno ma sempre del popolo intero. La Pasqua riassume tutto il tempo, la storia di Israele. Nel momento in cui si celebra la Pasqua, tutta la serie dei secoli che scandiscono la storia del mondo si compiono nell’opera di Dio.

La Pasqua è opera del Signore e io la vivo e ne godo. Quella mia breve vita, nella celebrazione della Pasqua assume questa dimensione immensa perché diventa quel piccolo mondo nel quale si concentra la storia dell’umanità intera, anzi il senso del cosmo intero. C’è una famosissima antifona di S. Tommaso che è legata alla celebrazione del Corpus Domini: «O sacro convito in cui viene ricevuto Cristo, si fa memoria della sua passione, l’anima è piena di grazia e ci viene data in pegno della gloria futura». Si fa memoria della passione del Signore cioè questo è il passato, l’anima viene riempita adesso di grazia dal dono del Signore, ci viene data in pegno della gloria futura cioè la speranza si anticipa in questa celebrazione, nell’Eucaristia. Le tre dimensioni di tempo si concentrano nella celebrazione pasquale o meglio in quella Eucaristica-pasquale cristiana.

L’esperienza di fede è sempre personale e nessuno è cristiano per delega, ognuno è chiamato ad una scelta personale di fede e di vita, ma questa scelta si affida sempre in una esperienza di popolo, non esiste il cristiano isolato, è sempre in un legame di comunione profonda nella comunità intera. Celebrare l’Eucaristia o la Pasqua vuol dire recuperare il senso della nostra partecipazione alla vita cristiana, nella storia di salvezza, in un avvenimento di salvezza che riassume il cammino dell’umanità sulla terra e che si esprime nelle grandi opere che il Signore ha compiuto.

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