L’ANNUNZIO A MARIA

  • 228. Per il nuovo episodio la scena è portata lontano da Gerusa­lemme e dal suo Tempio, e collocata nella Palestina settentrionale, in Galilea. Ivi, a 140 chilometri da Gerusalemme per la strada odierna, sorge Nazareth, oggi amena cittadina che conta circa 25.000 abitan­ti, ma che ai tempi di Gesù doveva essere tutt’altro che amena e niente più che trascurabile villaggio. Di Nazareth non si trova alcuna menzione né nell’Antico Testamento, né in Flavio Giuseppe, né nel Talmud; i vangeli, che soli ne parlano, riportano anche il giudizio sprezzante dato da un uomo di quei dintorni:Da Nazareth ci può esser qualcosa di buono?(Giovanni1, 46). Tuttavia l’insediamento umano vi doveva essere molto antico; re­centi investigazioni archeologiche, fatte attorno al santuario locale dell’Annunciazione, hanno riportato in luce numerose grotte aperte artificialmente nel pendio della collina; le quali, se più rozze e spo­glie, servivano da depositi di vettovaglie, se invece erano più comode e vi era stata aggiunta sul davanti qualche elementare costruzione servivano anche da abitazioni. La Nazareth dei tempi di Gesù do­veva restringersi alla parte orientale dell’odierna cittadina, quella che guarda dall’alto verso la vallata di Esdrelon. Siccome poi nella Pa­lestina antica un insediamento umano appare provocato sempre da una sorgente d’acqua, anche a Nazareth non mancava una fonte; è quella chiamata oggi “Fontana della Madonna” attorno a cui gli Apocrifi lavorano parecchio di fantasia, ma che ai tempi di Gesù doveva essere forse il solo richiamo verso il villaggio per le as­setate carovane che passavano lungo i dintorni. Forse la sua posizio­ne alta rispetto alla pianura orientale aveva procurato a quell’accol­ta di stamberghe semi-trogloditiche il nome di Nasrath, Nasrah col significato originario di “guardiana”, “custodiente” (più che di “fiore” o “germoglio”). Ora, in uno degli abituri di Nazareth viveva una vergine fidanzata ad un uomo di nome Giuseppe, del casato di David, e il nome della vergine (era) Maria (Luca1, 27). Al casato di David apparteneva, oltre a Giuseppe, anche Maria: né deve far meraviglia di trovare di­scendenti di un casato anticamente così glorioso confinati in un vil­laggio così meschino e anche così lontano dalla culla del casato, che era Beth-lehem; già da secoli la stirpe di David viveva una vita oscu­ra ed appartata, e neppure al tempo del risorgimento nazionale sot­to i Maccabei essa si era segnalata per benemerenze speciali; questa vita da semplici privati aveva favorito anche l’allontanamento dei discendenti del casato dal centro originario, molti dei quali erano andati a stabilirsi nei vari luoghi della Palestina ove i loro interessi li chiamavano, senza però dimenticare i propri legami col luogo d’origine.

  • 229. Il nomeMaria,in ebraico Mirjam, era assai frequente ai tempi di Gesù, mentre nell’antica storia ebraica appare portato sol­tanto dalla sorella di Mosè: il suo significato è del tutto incerto, no­nostante le moltissime interpretazioni (più d’una sessantina) che se ne sono proposte; del resto sembra che ai tempi di Gesù la pronun­zia ebraica originaria fosse stata mutata in quella di Marjam, con introduzione d’un nuovo significato. Della famiglia di Maria nulla dicono i vangeli canonici, mentre gli Apocrifi dicono anche troppe cose: solo incidentalmente è ricordata una sua “sorella” (Giovanni, 19, 25). D’altra parte ci vien detto che Elisabetta era parente di Maria (Luca1, 36); ma questa parentela, di cui non si può precisare il grado, era certamen­te il risultato di un precedente matrimonio fra estranei, perché Eli­sabetta era di stirpe sacerdotale (§ 226) e quindi apparteneva alla tribù di Levi, mentre Maria essendo del casato di David apparteneva alla tribù di Giuda: forse Elisabetta discendeva da padre Levita e da madre del casato di David. 

  • 230. Ora, il sesto rrse della gravidanza di Elisabetta (Luca, 1, 26), lo stesso angelo Gabriele che aveva preannunziato quel concepi­mento, fu da Dio inviato a Nazareth da Maria,ed entrato da lei disse: Salve, piena di grazia! il Signore (e’) con te! Ma ella a quel discorso si turbò, e andava ragionando seco che genere di saluto fosse questo(Luca, 1, 28~29). Come nel precedente episodio di Zacharia, abbiamo anche qui l’apparizione inaspettata e il turbamento di chi la contempla; ma questa volta il turbamento è prodotto, non dalla visione in sè, bensì dalle grandiose parole udite ch’erano stimate sproporzionate alla destinataria. Era dunque il turbamento dello spi­rito ch’è umile ed ha coscienza della propria bassezza ( Luca, 1, 48): non era il turbamento che raggiungesse lo spavento, perché anche in presenza dell’apparizione Maria andava ragionando seco. Secondo l’apocrifo Protovangelo di Giacomo (§ 97) l’apparizione sarebbe avvenuta presso la fontana di Nazareth, mentre Maria si preparava ad attinger acqua; è infatti inclinazione degli Apocrifi far accadere i fatti in palese, ma la narrazione evange­lica mostra che il nuovo episodio accadde in segreto, perché l’an­gelo parlò a Maria entrato da lei, cioè in sua casa, ch’era certamente una delle umilissime del villaggio. E l’angelo le disse: Non temere, Maria! Trovasti infatti grazia presso iddio. Ed ecco concepirai in seno e partorirai un figlio, e lo chia­merai col nome di Gesu’. Costui sarò grande, e figlio dell’Altissimo sarà chiamato; e il Signore Iddio darò a lui il trono di David padre suo, e regnerà sul casato di Giacobbe per i secoli e il suo regno non avrò fine (Luca1, 30-33). Questo annunzio, sebbene solennissimo, è stato in qualche maniera preparato dal grandioso saluto dell’angelo stesso; chi è piena di grazia ed ha il Signore con sé trova la spiega­zione di queste sue prerogative nei fatti presentati dall’annunzio: il quale poi si riferisce direttamente al Messia, e usa concetti messianici dell’Antico Testamento (cfr. II Samuele, 7, 16; Salmo ebr. 89, 30.37; Isaia, 9, 6; Michea, 4, 7; Daniele, 7, 14; ecc;). Lo stesso nome da imporsi al nascituro è preannunziato, come il nome del figlio di Za­charia: infatti Gesù, in ebraico Jeshu (forma abbreviata di Jehoshu ossia “Giosuè”), significa Jahve’ salvò, quindi l’ufficio del nascituro sarà quello di operare una salvezza da parte del Dio Jahvè. In con­clusione, l’angelo ha annunziato a Maria che diverrà madre del fu­turo Messia. L’annunziata non discute il messaggio, nè imita Zacharia nel chiedere una prova dimostrativa: prende benì a considerare la maniera meno onorifica per lei in cui poteva avvenire quella sua maternità, ch’era la maniera del concepimento naturale comune a tutti gli uomini, non escluso il figlio di Zacharia tuttora in gestazione. Contro questa ma­niera Maria ha una sua obiezione, ch’ella presenta come domanda di schiarimento: Disse però Maria all’angelo: Come sarò ciò, poiché non conosco uomo? E’ la frase eufemistica, usuale in ebraico, per alludere alla causa del concepimento avvenuto in una donna secondo le leggi na­turali. Per valutare il significato di questa frase in quanto pronunzia­ta da Maria bisogna aver presente ciò che Luca poco prima ha detto di lei, cioè che era una vergine fidanzata ad un uomo di nome Giuseppe (§ 228). 

  • 231. Presso i Giudei il matrimonio legale si compiva, dopo alcune trattative preparatorie, con due procedimenti successivi, che erano il fidanzamento e le nozze. Il fidanzamento non era, come presso di noi oggi, la semplice promessa di futuro matrimonio, bensì era il perfetto contratto legale di matrimonio, os­sia il veromatrimonium ratum:quindi la donna fidanzata era già moglie, poteva ricevere la scritta di divorzio dal suo fidanzato-ma­rito, alla morte di costui diventava regolarmente vedova, e in caso d’infedeltà era punita come vera adultera conforme alla norma del Deuteronomio, 22, 23-24; questo stato giuridico è riassunto con esattezza da Filone quando afferma che presso i Giudei, contemporanei di lui e di Gesù, il fidanzamento vale quanto il matrimonio (De special. leg., III, 12). Compiuto questo fidanzamento-matrimonio, i due fidanzati-coniugi restavano nelle rispettive famiglie ancora per qualche tempo, che di solito si protraeva fino a un anno se la fidan­zata era una vergine e fino a un mese se era una vedova: questo tempo era impiegato nei preparativi per la nuova casa e per l’arre­do familiare. Fra i due fidanzati-coniugi non avrebbero dovuto av­venire, a rigore, relazioni matrimoniali; ma in realtà queste avveni­vano comunemente, come attesta la tradizione rabbinica (Ketuboth, 1, 5; Jebamòth, iv, 10; babri Ketubàth, 12 a; ecc.), la quale infor­ma anche che tale disordine si riscontrava nella Giudea ma non nella Galilea. Le nozze avvenivano quand’era trascorso il tempo sud­detto, e consistevano nell’introduzione solenne della sposa in casa dello sposo: cominciava allora la coabitazione pubblica, e con ciò le formalità legali del matrimonio erano compiute. Generalmente il fidanzamento di una vergine avveniva quando essa era in età fra i 12 e i 13 anni, ma talvolta anche alquanto prima: quindi le nozze, in conseguenza di quanto si è visto sopra, cadevano di solito fra i 13 e i 14 anni. Tale era probabilmente l’età di Maria all’apparizione dell’angelo. L’uomo si fidanzava fra i 18 e i 24, e perciò questa doveva essere l’età di Giuseppe. Concludendo, sappiamo da Luca che Maria era una vergine in que­sta condizione di fidanzata; inoltre, da Matteo, 1, 18, apprendiamo che ella divenne gravida prima che andasse a coabitare con Giuseppe, cioè prima delle nozze giudaiche. Alla luce di queste notizie, quale significato hanno le sue parole rivolte all’an­gelo: Come sarò ciò, poiché non conosco uomo.

  • 232. Prese isolatamente in se stesse, non possono avere che uno di questi due sensi: o richiamare alta memoria la nota legge di natura per cui ogni figlio presuppone un padre; oppure esprimere per il futuro il proposito di non sottoporsi a questa legge e quindi di rinun­ziare alla figliolanza. Un terzo senso, per quanto ci si pensi, non è dato scoprirlo. Ora, in bocca a Maria, fidanzata giudea, le parole in questione non possono avere il primo di questi due sensi, perché sarebbero state di una puerilità sconcertante, tale da costituire un vero non-senso; a chi avesse espresso un pensiero di tal genere, se era una fidanzata giudea, era facile replicare: “Ciò che non è avvenuto fino ad oggi, può avvenire regolarmente domani”. E’ quindi inevitabile il secon­do senso, nel quale il verbonon conosconon si riferisce soltanto alle condizioni presenti ma si estende anche alle future, esprimendo cioè un proposito per l’avvenire: tutte le lingue, infatti, conoscono questo impiego del presente esteso al futuro, tanto più se tra presente e fu­turo non cade interruzione e se si tratta di uno stato sociale (non mi sposo; non mi fo prete, avvocato, ecc.). Se Maria non fosse stata una fidanzata-coniuge le sue parole, un po’ forzatamente, avrebbero po­tuto interpretarsi come un implicito desiderio di avere un compagno nella propria vita: ma nel caso effettivo di Maria il compagno già c’era, legittimo e regolare; quindi, se l’annunzio dell’angelo avesse dovuto avverarsi in maniera naturale, non esisteva alcun ostacolo. E invece l’ostacolo esisteva: era rappresentato da quel non conosco, che valeva come un proposito per il futuro, e che giustificava pienamente la domanda come sarò ciò? L’unanime tradizione cristiana, che ha interpretato in tal senso il non conosco, ha battuto una stra­da che è certamente la più agevole e facile ma anche l’unica ragio­nevole e logica. Se però Maria aveva fatto il proposito di rimaner vergine, perché aveva in precedenza acconsentito a contrarre il giudaico fidanza­mento-matrimonio? Su questo punto i vangeli non offrono spiegazioni, ma se ne possono trovare riportandosi alle usanze giudaiche contemporanee. Certamen­te nell’antico ebraismo lo stato celibe o nubile non era affatto apprez­zato, e la principale preoccupazione familiare era la figliolanza e più numerosa possibile: la mancanza di figli era reputata una ma­ledizione di Dio (Deuteronomio, 7, 14). Si conoscono soltanto, fra gli uomini, l’antico caso del profeta Geremia rimasto celibe per de­dicarsi totalmente alla sua missione di profeta (Geremia, 16, 2 segg.), e ai tempi di Gesù il caso degli Esseni che contraevano matrimonio o eccezionalmente o forse mai (§ 44). Quanto alle donne, non si sa­prebbe che caso citare; la donna senza marito e senza figli era per gli Ebrei un essere lugubre. Allorché S. Paolo incidentalmente ci fa sapere che c’erano padri i quali reputavano indecoroso d’avere in casa figlie da marito tuttora nubili (I Corinti, 7, 36) non fa che con­fermare quanto già aveva detto il Siracida, secondo cui un padre non riesce a prender sonno la notte perché ripensa a sua figlia che si fa anziana senza trovar marito (Ecclesiastico, 42, 9), e quanto più tardi diranno le fonti rabbiniche, secondo cui bisogna sposare la propria figlia appena in età da marito. La donna senza marito era per gli Ebrei come una persona umana senza testa, perché l’uomo e la testa della donna (Efesi, 5, 23): e come pensavano in questa ma­niera gli Ebrei e in genere gli altri Semiti antichi, così pensano an­cora oggi gli Arabi, fra cui vige il proverbio che per una ragazza non c’è che un solo corteo, o quello nuziale o quello funebre.

  • 233. Cedendo dunque a questa tirannica usanza comune, Maria si era fidanzata; ma il suo stesso proposito, così fiduciosamentte obiet­tato all’angelo, illumina di riflesso anche la disposizione del suo fi­danzato Giuseppe, il quale non sarebbe mai stato accettato come fidanzato se non avesse deciso di rispettare il proposito di Maria: la disposizione di Giuseppe, poi, trova un bel parallelo storico nel ce­libato degli Esseni testé ricordato. Più in là di questo i vangeli non dicono; ma come il proposito di Maria risulta nitidamente dalle sue parole, cosi le altre conseguenze risultano da una conoscenza anche superficiale delle usanze contem­poranee. E’ quanto già aveva scorto S. Agostino, con la sua abituale perspicacia, quando scriveva:Ciò indicano le parole con cui Maria rispose all’angelo che le annunziava un figlio: “Come” disse “sarà ciò, poiché non conosco uomo?”. Il che certamente non avrebbe detto, se già dapprima non avesse fatto voto di sé come vergine a Dio. Ma poiché le costumanze degli Israeliti ancora non ammette­vano ciò, ella si sposò con un uomo giusto, il quale avrebbe, non già tolto via con violenza, bensì custodito contro i violenti, ciò di cui el­la già aveva fatto voto (De sancta virginitate,4). Alla segreta intenzione delle parole di Maria si riferisce l’angelo nella sua replica. E rispondendo l’angelo le disse: Spirito santo sopravverrà su te, potenza d’Altissimo adombrerà su te; perciò anche il nato (sarà) santo, sarà chiamato figlio di Dio (Luca, 1, 35). La questio­ne proposta da Maria Come sarà ciò…? è risolta, e insieme il suo proposito è salvadaguardato: la potenza di Dio scenderà diretta­mente su Maria, e come anticamente nel deserto la gloria di Jahvè si posava a guisa di nuvola sul tabernacolo ebraico adombrandolo (Esodo, 40, 34-35), cosi adombrerà questo tabernacolo vivente di ver­gine, e il figlio che da lei nascerà non avrà altro padre che Dio. Que­sto figlio avvererà in sé l’appellativo di figlio di Dio in maniera per­fetta, mentre ad altri personaggi dell’Antico Testamento lo stesso appellativo era stato applicato in maniera incompiuta. Il Messia non avrebbe potuto esser chiamato “figlio” se non da Dio che gli dava dall’eternità la natura divina, e dalla vergine sua madre che gli dava natura umana: nessun’altra creatura umana l’avrebbe chia­mato, a rigore di termine, con quel nome. Oramai la proposta dell’angelo è pienamente presentata; Maria che, pur non dubitando, ha chiesto uno schiarimento, lo ha ottenuto. Non manca che l’assenso di lei, perché tutto si compia. Ma il paral­lelismo, e anche l’intreccio, di questo episodio con quello precedente di Zacharia continua ancora: come l’annunzio, così una prova del nuovo annunzio è data egualmente a Maria che non l’aveva richie­sta. Perciò l’angelo continuò: Ed ecco Elisabetta, la parente tua, anch’essa ha concepito un figlio nella sua vecchiaia, e questo e’ il sesto mese (di gravidanza) per lei ch’e’ chiamata sterile; poiché non é impossibile presso Iddio qualunque cosa (Luca1, 36-37).

§ 234. Alla non richiesta prova Maria non replica, ma risponde sol­tanto: Ecco la schiava del Signore: avvenga a me secondo la tua parola! (Luca, 1, 38). L’abitatrice del tugurio di Nazareth, benché eletta ad esser madre del Messia, ha tuttora perfetta coscienza della sua bassezza (§ 230) e perciò si chiama, non già ministra o coopera­trice di Dio, bensì una schiava, cioè una di quelle miserabili creature ch’erano al livello più basso della società umana; solo dopo ciò ella dà il suo assenso alla proposta dell’angelo. E allora il Verbo diventò carne (Giovanni, 1, 14), ossia l’umanità numerò tra i suoi figli il Messia. Già sette secoli prima, il profeta Isaia aveva preannunziato uno stra­ordinario segno divino con queste parole: Ecco, la vergine e’ gravida partoriente un figlio, ed ella lo chiamerà col nome di “Immanu ‘EI” (“Con-noi-Dio”) (Isaia7, I 4) Matteo, premuroso di far ri­levare l’avveramento delle antiche profezie messianiche (§ 125), cita questa profezia di Isaia come adempiutasi in Gesù e nella sua madre (MatteoI, 22-23). Al contrario per la tradizione giudaica la profezia di Isaia rimase un libro chiuso con sette sigilli, e negli scritti rabbinici non esiste il più lontano accenno alla partenogenesi del Messia.

CRISTO PATI’, MORI’ E FU SEPOLTO

Articolo 4: “GESU’ CRISTO PATI’ SOTTO PONZIO PILATO, FU CROCIFISSO, MORI’ E FU SEPOLTO”

571

Il Mistero pasquale della croce e della Risurrezione di Cristo è al centro della Buona Novella che gli Apostoli, e la Chiesa dopo di loro, devono annunziare al mondo. Il disegno salvifico di Dio si è compiuto una volta per tutte [Cf Eb 9,26 ] con la morte redentrice del Figlio suo Gesù Cristo.

572

La Chiesa resta fedele all'”interpretazione di tutte le Scritture” data da Gesù stesso sia prima, sia dopo la sua Pasqua: “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” ( Lc 24,26-27; Lc 24,44-45 ). Le sofferenze di Gesù hanno preso la loro forma storica concreta dal fatto che egli è stato “riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi” ( Mc 8,31 ), i quali lo hanno consegnato “ai pagani” perché fosse “schernito e flagellato e crocifisso” ( Mt 20,19 ).

573

La fede può dunque cercare di indagare le circostanze della morte di Gesù, fedelmente riferite dai Vangeli [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 19] e illuminate da altre fonti storiche, al fine di una migliore comprensione del senso della Redenzione.

Paragrafo 1: GESU’ E ISRAELE

574

Fin dagli inizi del ministero pubblico di Gesù, alcuni farisei e alcuni sostenitori di Erode, con dei sacerdoti e degli scribi, si sono accordati per farlo morire [Cf Mc 3,6 ]. Per certe sue azioni, [Cacciata di demoni, cf Mt 12,24; perdono dei peccati, cf Mc 2,7; guarigioni in gior- no di sabato, cf Mc 3,1-6; interpretazione originale dei precetti di purità della Legge, cf Mc 7,14-23; familiarità con i pubblicani e i pubblici peccatori, cf Mc 2,14-17 ] Gesù è apparso ad alcuni malintenzionati sospetto di possessione demoniaca [Cf Mc 3,22; Gv 8,48; 574 Gv 10,20 ]. Lo si accusa di bestemmia [Cf Mc 2,7; 574 Gv 5,18; Gv 10,33 ] e di falso profetismo, [Cf Gv 7,12; Gv 7,52 ] crimini religiosi che la Legge puniva con la pena di morte sotto forma di lapidazione [Cf Gv 8,59; Gv 10,31 ].

575

Molte azioni e parole di Gesù sono dunque state un “segno di contraddizione” ( Lc 2,34 ) per le autorità religiose di Gerusalemme, quelle che il Vangelo di san Giovanni spesso chiama “i Giudei”, [Cf Gv 1,19; Gv 2,18; Gv 5,10; Gv 7,13; Gv 9,22; Gv 18,12; 575 Gv 19,38; Gv 20,19 ] ancor più che per il comune popolo di Dio ( Gv 7,48-49 ). Certamente, i suoi rapporti con i farisei non furono esclusivamente polemici. Ci sono dei farisei che lo mettono in guardia in ordine al pericolo che corre [Cf Lc 13,31 ]. Gesù loda alcuni di loro, come lo scriba di Mc 12,34 , e mangia più volte in casa di farisei [Cf Lc 7,36; Lc 14,1 ]. Gesù conferma dottrine condivise da questa élite religiosa del popolo di Dio: la risurrezione dei morti,

[Cf Mt 22,23-34; Lc 20,39 ] le forme di pietà (elemosina, preghiera e digiuno), [Cf Mt 6,2-18 ] e l’abitudine di rivolgersi a Dio come Padre, la centralità del comandamento dell’amore di Dio e del del prossimo [Cf Mc 12,28-34 ].

576

Agli occhi di molti in Israele, Gesù sembra agire contro le istituzioni fondamentali del Popolo eletto:

– L’obbedienza alla Legge nell’integralità dei suoi precetti scritti e, per i farisei, nell’interpretazione della tradizione orale.

– La centralità del Tempio di Gerusalemme come luogo santo dove Dio abita in un modo privilegiato.

– La fede nell’unico Dio del quale nessun uomo può condividere la gloria.

I. Gesù e la Legge

577

Gesù ha fatto una solenne precisazione all’inizio del Discorso della Montagna, quando ha presentato, alla luce della grazia della Nuova Alleanza, la Legge data da Dio sul Sinai al momento della Prima Alleanza:

Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla Legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel Regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel Regno dei cieli ( Mt 5,17-19 ).

578

Gesù, il Messia d’Israele, il più grande quindi nel Regno dei cieli, aveva il dovere di osservare la Legge, praticandola nella sua integralità fin nei minimi precetti, secondo le sue stesse parole. Ed è anche il solo che l’abbia potuto fare perfettamente [Cf Gv 8,46 ]. Gli Ebrei, secondo quanto essi stessi confessano, non hanno mai potuto osservare la Legge nella sua integralità senza trasgredire il più piccolo precetto [Cf Gv 7,19; 578 At 13,38-41; At 15,10 ]. Per questo, ogni anno, alla festa dell’Espiazione, i figli d’Israele chiedono perdono a Dio per le loro trasgressioni della Legge. In realtà, la Legge costituisce un tutto unico e, come ricorda san Giacomo, “chiunque osservi tutta la Legge, ma la trasgredisca in un punto solo, diventa colpevole di tutto” ( Gc 2,10 ) [Cf Gal 3,10; Gal 5,3 ].

579

Il principio dell’integralità dell’osservanza della Legge, non solo nella lettera ma nel suo spirito, era caro ai farisei. Mettendolo in forte risalto per Israele, essi hanno condotto molti Ebrei del tempo di Gesù a uno zelo religioso estremo [Cf Rm 10,2 ]. E questo, se non voleva risolversi in una casistica “ipocrita”, [Cf Mt 15,3-7; Lc 11,39-54 ] non poteva che preparare il Popolo a quell’inaudito intervento di Dio che sarà l’osservanza perfetta della Legge da parte dell’unico Giusto al posto di tutti i peccatori [Cf Is 53,11; Eb 9,15 ].

580

L’adempimento perfetto della Legge poteva essere soltanto l’opera del divino Legislatore nato sotto la Legge nella Persona del Figlio [Cf Gal 4,4 ]. Con Gesù, la Legge non appare più incisa su tavole di pietra ma scritta nel “cuore” ( Ger 31,33 ) del Servo che, proclamando “il diritto con fermezza” ( Is 42,3 ), diventa l'”Alleanza del Popolo” ( Is 42,6 ). Gesù compie la Legge fino a prendere su di sé “la maledizione della Legge” ( Gal 3,13 ), in cui erano incorsi coloro che non erano rimasti fedeli “a tutte le cose scritte nel libro della Legge” ( Gal 3,10 ); infatti la morte di Cristo intervenne “per la redenzione delle colpe commesse sotto la Prima Alleanza” ( Eb 9,15 ).

581

Gesù è apparso agli occhi degli Ebrei e dei loro capi spirituali come un “rabbi” [Cf Gv 11,28; Gv 3,2; 581 Mt 22,23-24; Mt 22,34-36 ]. Spesso egli ha usato argomentazioni che rientravano nel quadro dell’interpretazione rabbinica della Legge [Cf Mt 12,5; Mt 9,12; Mc 2,23-27; Lc 6,6-9; Gv 7,22-23 ]. Ma al tempo stesso, Gesù non poteva che urtare i dottori della Legge; infatti, non si limitava a proporre la sua interpretazione accanto alle loro: “Egli insegnava come uno che ha autorità e non come i loro scribi” ( Mt 7,29 ). In lui, è la Parola stessa di Dio, risuonata sul Sinai per dare a Mosè la Legge scritta, a farsi di nuovo sentire sul Monte delle Beatitudini [Cf Mt 5,1 ]. Essa non abolisce la Legge, ma la porta a compimento dandone in maniera divina l’interpretazione definitiva: “Avete inteso che fu detto agli antichi. . . ma io vi dico” ( Mt 5,33-34 ). Con questa stessa autorità divina, Gesù sconfessa certe “tradizioni degli uomini” ( Mc 7,8 ) care ai farisei i quali annullano ” la Parola di Dio ” ( Mc 7,13 ).

582

Spingendosi oltre, Gesù dà compimento alla Legge sulla purità degli alimenti, tanto importante nella vita quotidiana giudaica, svelandone il senso “pedagogico” [Cf Gal 3,24 ] con una interpretazione divina: “Tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo. . . Dichiarava così mondi tutti gli alimenti. . . Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore dell’uomo, escono le intenzioni cattive” ( Mc 7,18-21 ). Dando con autorità divina l’interpretazione definitiva della Legge, Gesù si è trovato a scontrarsi con certi dottori della Legge, i quali non ne accettavano la sua interpretazione, sebbene fosse garantita dai segni divini che la accompagnavano [Cf Gv 5,36; Gv 10,25; Gv 5,37-38; 582 Gv 12,37 ]. Ciò vale soprattutto per la questione del sabato: Gesù ricorda, ricorrendo spesso ad argomentazioni rabbiniche, [Cf Mc 2,25-27; 582 Gv 7,22-24 ] che il riposo del sabato non viene violato dal servizio di Dio [Cf Mt 12,5; Nm 28,9 ] o del prossimo, [Cf Lc 13,15-16; Lc 14,3-4 ] servizio che le guarigioni da lui operate compiono.

II. Gesù e il Tempio

583

Gesù, come prima di lui i profeti, ha manifestato per il Tempio di Gerusalemme il più profondo rispetto. Vi è stato presentato da Giuseppe e Maria quaranta giorni dopo la nascita ( Lc 2,22-39 ). All’età di dodici anni decide di rimanere nel Tempio, per ricordare ai suoi genitori che egli deve occuparsi delle cose del Padre suo [Cf Lc 2,46-49 ]. Vi è salito ogni anno, almeno per la Pasqua, durante la sua vita nascosta; [Cf Lc 2,41 ] lo stesso suo ministero pubblico è stato ritmato dai suoi pellegrinaggi a Gerusalemme per le grandi feste giudaiche [Cf Gv 2,13-14; Gv 5,1; Gv 2,14; Gv 7,1; Gv 2,10; Gv 2,14; 583 Gv 8,2; Gv 10,22-23 ].

584

Gesù è salito al Tempio come al luogo privilegiato dell’incontro con Dio. Per lui il Tempio è la dimora del Padre suo, una casa di preghiera, e si accende di sdegno per il fatto che il cortile esterno è diventato un luogo di commercio [Cf Mt 21,13 ]. Se scaccia i mercanti dal Tempio, a ciò è spinto dall’amore geloso per il Padre suo: “”Non fate della casa di mio Padre un luogo di mercato”. I discepoli si ricordarono che sta scritto: “Lo zelo per la tua casa mi divora” ( Gv 2,16-17 ). Dopo la sua Risurrezione, gli Apostoli hanno conservato un religioso rispetto per il Tempio [Cf At 2,46; At 3,1; At 5,20; At 2,21; 584 ecc].

585

Alla vigilia della sua passione, Gesù ha però annunziato la distruzione di questo splendido edificio, di cui non sarebbe rimasta pietra su pietra [Cf Mt 24,1-2 ]. In ciò vi è l’annunzio di un segno degli ultimi tempi che stanno per iniziare con la sua Pasqua [Cf Mt 24,3; Lc 13,35 ]. Ma questa profezia ha potuto essere riferita in maniera deformata da falsi testimoni al momento del suo interrogatorio presso il sommo sacerdote [Cf Mc 14,57-58 ] e ripetuta come ingiuria mentre era inchiodato sulla croce [Cf Mt 27,39-40 ].

586

Lungi dall’essere stato ostile al Tempio [Cf Mt 8,4; Mt 23,21; Lc 17,14; Gv 4,22 ] dove ha dato l’essenziale del suo insegnamento, [Cf Gv 18,20 ] Gesù ha voluto pagare la tassa per il Tempio associandosi a Pietro, [Cf Mt 17,24-27 ] che aveva posto come fondamento di quella che sarebbe stata la sua Chiesa [Cf Mt 16,18 ]. Ancor più, egli si è identificato con il Tempio presentandosi come la dimora definitiva di Dio in mezzo agli uomini [Cf Gv 2,21; Mt 12,6 ]. Per questo la sua uccisione nel corpo [Cf Gv 2,18-22 ] annunzia la distruzione del Tempio, distruzione che manifesterà l’entrata in una nuova età della storia della salvezza: “E’ giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre” ( Gv 4,21 ) [Cf Gv 4,23-24; 586 Mt 27,51; Eb 9,11; Ap 21,22 ].

III. Gesù e la fede d’Israele nel Dio unico e Salvatore

587

Se la Legge e il Tempio di Gerusalemme hanno potuto essere occasione di “contraddizione” [Cf Lc 2,34 ] da parte di Gesù per le autorità religiose di Israele, è però il suo ruolo nella redenzione dei peccati, opera divina per eccellenza, a rappresentare per costoro la vera pietra d’inciampo [Cf Lc 20,17-18; Sal 118,22 ].

588

Gesù ha scandalizzato i farisei mangiando con i pubblicani e i peccatori [Cf Lc 5,30 ] con la stessa familiarità con cui pranzava con loro [Cf Lc 7,36; 588 Lc 11,37; Lc 14,1 ]. Contro quelli tra i farisei “che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri” ( Lc 18,9 ), [Cf Gv 7,49; Gv 9,34 ] Gesù ha affermato: “Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi” ( Lc 5,32 ). Si è spinto oltre, proclamando davanti ai farisei che, essendo il peccato universale, [Cf Gv 8,33-36 ] coloro che presumono di non aver bisogno di salvezza, sono ciechi sul proprio conto [Cf Gv 9,40-41 ].

589

Gesù ha suscitato scandalo soprattutto per aver identificato il proprio comportamento misericordioso verso i peccatori con l’atteggiamento di Dio stesso a loro riguardo [Cf Mt 9,13; Os 6,6 ]. E’ arrivato a lasciar intendere che, sedendo a mensa con i peccatori, [ Cf Lc 15,1-2 ] li ammetteva al banchetto messianico [Cf Lc 15,23-32 ]. Ma è soprattutto perdonando i peccati, che Gesù ha messo le autorità religiose di Israele di fronte a un dilemma. Infatti, come costoro, inorriditi, giustamente affermano, solo Dio può rimettere i peccati [Cf Mc 2,7 ]. Perdonando i peccati, Gesù o bestemmia perché è un uomo che si fa uguale a Dio, [Cf Gv 5,18; Gv 10,33 ] oppure dice il vero e la sua Persona rende presente e rivela il Nome di Dio [Cf Gv 17,6; Gv 17,26 ].

590

Soltanto l’identità divina della Persona di Gesù può giustificare un’esigenza assoluta come questa: “Chi non è con me è contro di me” ( Mt 12,30 ); altrettanto quando egli dice che in lui c’è “più di Giona. . . più di Salomone” ( Mt 12,41-42 ), “c’è qualcosa più grande del Tempio” ( Mt 12,6 ); quando ricorda, a proprio riguardo, che Davide ha chiamato il Messia suo Signore, [Cf Mt 12,36; Mt 12,37 ] e quando afferma: “Prima che Abramo fosse, Io Sono” ( Gv 8,58 ); e anche: “Io e il Padre siamo una cosa sola” ( Gv 10,30 ).

591

Gesù ha chiesto alle autorità religiose di Gerusalemme di credere in lui a causa delle opere del Padre che egli compiva [Cf Gv 10,36-38 ]. Un tale atto di fede, però, doveva passare attraverso una misteriosa morte a se stessi per una rinascita “dall’alto” ( Gv 3,7 ), sotto lo stimolo della grazia divina [Cf Gv 6,44 ]. Una simile esigenza di conversione di fronte a un così sorprendente compimento delle promesse [Cf Is 53,1 ] permette di capire il tragico disprezzo del sinedrio che ha stimato Gesù meritevole di morte perché bestemmiatore [Cf Mc 3,6; Mt 26,64-66 ]. I suoi membri agivano così per “ignoranza” [Cf Lc 23,34; At 3,17-18 ] e al tempo stesso per l'”indurimento” ( Mc 3,5; 591 Rm 11,25 ) dell’incredulità [Cf Rm 11,20 ].

In sintesi

592

Gesù non ha abolito la Legge del Sinai, ma l’ha portata a compimento [Cf Mt 5,17-19 ] con una tale perfezione [Cf Gv 8,46 ] da rivelarne il senso ultimo [Cf Mt 5,33 ss] e da riscattarne le trasgressioni [Cf Eb 9,15 ].

593

Gesù ha venerato il Tempio salendovi in occasione delle feste giudaiche di pellegrinaggio e ha amato di un amore geloso questa dimora di Dio in mezzo agli uomini. Il Tempio prefigura il suo Mistero. Se ne predice la distruzione, è per manifestare la sua propria uccisione e l’inizio di una nuova epoca della storia della salvezza, nella quale il suo Corpo sarà il Tempio definitivo.

594

Gesù ha compiuto azioni, quale il perdono dei peccati, che lo hanno rivelato come il Dio Salvatore [Cf Gv 5,16-18 ]. Alcuni Giudei, i quali non riconoscevano il Dio fatto uomo , [Cf Gv 1,14 ] ma vedevano in lui “un uomo” che si faceva “Dio” ( Gv 10,33 ), l’hanno giudicato un bestemmiatore.

Paragrafo 2: GESU’ MORI’ CROCIFISSO

I. Il processo di Gesù

Divisioni delle autorità ebraiche a riguardo di Gesù

595

Tra le autorità religiose di Gerusalemme non ci sono stati solamente il fariseo Nicodemo [Cf Gv 7,50 ] o il notabile Giuseppe di Arimatea ad essere, di nascosto, discepoli di Gesù, [Cf Gv 19,38-39 ] ma a proposito di lui [Cf Gv 9,16-17; Gv 10,19-21 ] sono sorti dissensi per lungo tempo al punto che alla vigilia stessa della sua passione, san Giovanni può dire di essi che “molti credettero in lui” anche se in maniera assai imperfetta ( Gv 12,42 ). La cosa non ha nulla di sorprendente se si tiene presente che all’indomani della Pentecoste “un gran numero di sacerdoti aderiva alla fede” ( At 6,7 ) e che “alcuni della setta dei farisei erano diventati credenti” ( At 15,5 ) al punto che san Giacomo può dire a san Paolo che “parecchie migliaia di Giudei sono venuti alla fede e tutti sono gelosamente attaccati alla Legge” ( At 21,20 ).

596

Le autorità religiose di Gerusalemme non sono state unanimi nella condotta da tenere nei riguardi di Gesù [Cf Gv 9,16; Gv 10,19 ]. I farisei hanno minacciato di scomunica coloro che lo avrebbero seguito [Cf Gv 9,22 ]. A coloro che temevano che tutti avrebbero creduto in lui e i Romani sarebbero venuti e avrebbero distrutto il loro Luogo santo e la loro nazione [Cf Gv 11,48 ] il sommo sacerdote Caifa propose profetizzando: E’ “meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera” ( Gv 11,49-50 ). Il Sinedrio, avendo dichiarato Gesù “reo di morte” ( Mt 26,66 ) in quanto bestemmiatore, ma avendo perduto il diritto di mettere a morte, [Cf Gv 18,31 ] consegna Gesù ai Romani accusandolo di rivolta politica, [Cf Lc 23,2 ] cosa che lo metterà alla pari con Barabba accusato di “sommossa” ( Lc 23,19 ). Sono anche minacce politiche quelle che i sommi sacerdoti esercitano su Pilato perché egli condanni a morte Gesù [Cf Gv 19,12; 596 Gv 19,15; Gv 19,21 ].

Gli Ebrei non sono collettivamente responsabili della morte di Gesù

597

Tenendo conto della complessità storica del processo di Gesù espressa nei racconti evangelici, e quale possa essere il peccato personale dei protagonisti del processo (Giuda, il Sinedrio, Pilato), che Dio solo conosce, non si può attribuirne la responsabilità all’insieme degli Ebrei di Gerusalemme, malgrado le grida di una folla manipolata [Cf Mc 15,11 ] e i rimproveri collettivi contenuti negli appelli alla conversione dopo la Pentecoste [Cf At 2,23; At 2,36; At 3,13-14; At 4,10; 597 At 5,30; At 7,52; At 10,39; At 13,27-28; 1Ts 2,14-15 ]. Gesù stesso perdonando sulla croce [Cf Lc 23,34 ] e Pietro sul suo esempio, hanno riconosciuto l'”ignoranza” ( At 3,17 ) degli Ebrei di Gerusalemme ed anche dei loro capi. Ancor meno si può, a partire dal grido del popolo: “Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli” ( Mt 27,25 ) che è una formula di ratificazione, [Cf At 5,28; 597 At 18,6 ] estendere la responsabilità agli altri Ebrei nel tempo e nello spazio:

Molto bene la Chiesa ha dichiarato nel Concilio Vaticano II: “Quanto è stato commesso durante la Passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo. . . Gli Ebrei non devono essere presentati né come rigettati da Dio, né come maledetti, come se ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura” [Conc. Ecum. Vat. II, Nostra aetate, 4].

Tutti i peccatori furono gli autori della Passione di Cristo

598

La Chiesa, nel magistero della sua fede e nella testimonianza dei suoi santi, non ha mai dimenticato che “ogni singolo peccatore è realmente causa e strumento delle. . . sofferenze” del divino Redentore [Catechismo Romano, 1, 5, 11; cf Eb 12,3 ]. Tenendo conto del fatto che i nostri peccati offendono Cristo stesso, [Cf Mt 25,45; At 9,4-5 ] la Chiesa non esita ad imputare ai cristiani la responsabilità più grave nel supplizio di Gesù, responsabilità che troppo spesso essi hanno fatto ricadere unicamente sugli Ebrei:

E’ chiaro che più gravemente colpevoli sono coloro che più spesso ricadono nel peccato. Se infatti le nostre colpe hanno tratto Cristo al supplizio della croce, coloro che si immergono nell’iniquità crocifiggono nuovamente, per quanto sta in loro, il Figlio di Dio e lo scherniscono [Cf Eb 6,6 ] con un delitto ben più grave in loro che non negli Ebrei. Questi infatti – afferma san Paolo non avrebbero crocifisso Gesù se lo avessero conosciuto come re divino [Cf 1Cor 2,8 ]. Noi cristiani, invece, pur confessando di conoscerlo, di fatto lo rinneghiamo con le nostre opere e leviamo contro di lui le nostre mani violente e peccatrici [Catechismo Romano, 1, 5, 11].

E neppure i demoni lo crocifissero, ma sei stato tu con essi a crocifiggerlo, e ancora lo crocifiggi, quando ti diletti nei vizi e nei peccati [San Francesco d’Assisi, Admonitio, 5, 3].

II. La morte redentrice di Cristo nel disegno divino della salvezza

“Gesù consegnato secondo il disegno prestabilito di Dio”

599

La morte violenta di Gesù non è stata frutto del caso in un concorso sfavorevole di circostanze. Essa appartiene al mistero del disegno di Dio, come spiega san Pietro agli Ebrei di Gerusalemme fin dal suo primo discorso di Pentecoste: “Egli fu consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio” ( At 2,23 ). Questo linguaggio biblico non significa che quelli che hanno “consegnato” Gesù ( At 3,13 ) siano stati solo esecutori passivi di una vicenda scritta in precedenza da Dio.

600

Tutti i momenti del tempo sono presenti a Dio nella loro attualità. Egli stabilì dunque il suo disegno eterno di “predestinazione” includendovi la risposta libera di ogni uomo alla sua grazia: “Davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli d’Israele [Cf Sal 2,1-2 ] per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse” ( At 4,27-28 ). Dio ha permesso gli atti derivati dal loro accecamento [Cf Mt 26,54; Gv 18,36; Gv 19,11 ] al fine di compiere il suo disegno di salvezza [Cf At 3,17-18 ].

“Morto per i nostri peccati secondo le Scritture”

601

Questo disegno divino di salvezza attraverso la messa a morte del Servo, il Giusto, [Cf Is 53,11; 601 At 3,14 ] era stato anticipatamente annunziato nelle Scritture come un mistero di redenzione universale, cioè di riscatto che libera gli uomini dalla schiavitù del peccato [Cf Is 53,11-12; 601 Gv 8,34-36 ]. San Paolo professa, in una confessione di fede che egli dice di avere “ricevuto”, che “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture ” ( 1Cor 15,3 ) [Cf At 3,18; At 7,52; At 13,29; 601 At 26,22-23 ]. La morte redentrice di Gesù compie in particolare la profezia del Servo sofferente [Cf Is 53,7-8 e At 8,32-35 ]. Gesù stesso ha presentato il senso della sua vita e della sua morte alla luce del Servo sofferente [Cf Mt 20,28 ]. Dopo la Risurrezione, egli ha dato questa interpretazione delle Scritture ai discepoli di Emmaus, [Cf Lc 24,25-27 ] poi agli stessi Apostoli [Cf Lc 24,44-45 ].

“Dio l’ha fatto peccato per noi”

602

San Pietro può, di conseguenza, formulare così la fede apostolica nel disegno divino della salvezza: “Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato, già prima della fondazione del mondo, ma si è manifestato negli ultimi tempi per voi” ( 1Pt 1,18-20 ). I peccati degli uomini, conseguenti al peccato originale, sono sanzionati dalla morte [Cf Rm 5,12; 1Cor 15,56 ]. Inviando il suo proprio Figlio nella condizione di servo, [Cf Fil 2,7 ] quella di una umanità decaduta e votata alla morte a causa del peccato, [Cf Rm 8,3 ] “colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio” ( 2Cor 5,21 ).

603

Gesù non ha conosciuto la riprovazione come se egli stesso avesse peccato [Cf Gv 8,46 ]. Ma nell’amore redentore che sempre lo univa al Padre, [Cf Gv 8,29 ] egli ci ha assunto nella nostra separazione da Dio a causa del peccato al punto da poter dire a nome nostro sulla croce: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” ( Mc 15,34; 603 Sal 22,2 ). Avendolo reso così solidale con noi peccatori, “Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi” ( Rm 8,32 ) affinché noi fossimo “riconciliati con lui per mezzo della morte del Figlio suo” ( Rm 5,10 ).

Dio ha l’iniziativa dell’amore redentore universale

604

Nel consegnare suo Figlio per i nostri peccati, Dio manifesta che il suo disegno su di noi è un disegno di amore benevolo che precede ogni merito da parte nostra. “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” ( 1Gv 4,10 ) [Cf 1Gv 4,19 ]. “Dio dimostra il suo amore verso di noi, perché mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” ( Rm 5,8 ).

605

Questo amore è senza esclusioni; Gesù l’ha richiamato a conclusione della parabola della pecorella smarrita: “Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli” ( Mt 18,14 ). Egli afferma di “dare la sua vita in riscatto per molti ” ( Mt 20,28 ); quest’ultimo termine non è restrittivo: oppone l’insieme dell’umanità all’unica persona del Redentore che si consegna per salvarla [Cf Rm 5,18-19 ]. La Chiesa, seguendo gli Apostoli, [Cf 2Cor 5,15; 1Gv 2,2 ] insegna che Cristo è morto per tutti senza eccezioni: “Non vi è, non vi è stato, non vi sarà alcun uomo per il quale Cristo non abbia sofferto” [Concilio di Quierzy (853): Denz. -Schönm.,624].

III. Cristo ha offerto se stesso al Padre per i nostri peccati

Tutta la vita di Cristo è offerta al Padre

606

Il Figlio di Dio “disceso dal cielo non per fare” la sua “volontà ma quella di colui che” l’ha “mandato” ( Gv 6,38 ), “entrando nel mondo dice: . . Ecco, io vengo. . . per fare, o Dio, la tua volontà. . . Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del Corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre” ( Eb 10,5-10 ). Dal primo istante della sua Incarnazione, il Figlio abbraccia nella sua missione redentrice il disegno divino di salvezza: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” ( Gv 4,34 ). Il sacrificio di Gesù “per i peccati di tutto il mondo” ( 1Gv 2,2 ) è l’espressione della sua comunione d’amore con il Padre: “Il Padre mi ama perché io offro la mia vita” ( Gv 10,17 ). “Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato” ( Gv 14,31 ).

607

Questo desiderio di abbracciare il disegno di amore redentore del Padre suo anima tutta la vita di Gesù [Cf Lc 12,50; Lc 22,15; Mt 16,21-23 ] perché la sua Passione redentrice è la ragion d’essere della sua Incarnazione: “Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora!” ( Gv 12,27 ). “Non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?” ( Gv 18,11 ). E ancora sulla croce, prima che tutto sia compiuto, [Cf Gv 19,30 ] egli dice: “Ho sete” ( Gv 19,28 ).

“L’Agnello che toglie il peccato del mondo”

608

Dopo aver accettato di dargli il battesimo tra i peccatori, [Cf Lc 3,21; Mt 3,14-15 ] Giovanni Battista ha visto e mostrato in Gesù “l’Agnello di Dio.. . che toglie il peccato del mondo” ( Gv 1,29 ) [Cf Gv 1,36 ]. Egli manifesta così che Gesù è insieme il Servo sofferente che si lascia condurre in silenzio al macello [Cf Is 53,7; 608 Ger 11,19 ] e porta il peccato delle moltitudini [Cf Is 53,12 ] e l’agnello pasquale simbolo della redenzione di Israele al tempo della prima Pasqua [Cf Es 12,3-14; e anche Gv 19,36; 1Cor 5,7 ]. Tutta la vita di Cristo esprime la sua missione: “servire e dare la propria vita in riscatto per molti”( Mc 10,45 )

Gesù liberamente fa suo l’amore redentore del Padre

609

Accogliendo nel suo cuore umano l’amore del Padre per gli uomini, Gesù “li amò sino alla fine” ( Gv 13,1 ) “perché nessuno ha un amore più grande di questo: dare la propria vita per i propri amici” ( Gv 15,13 ). Così nella sofferenza e nella morte, la sua umanità è diventata lo strumento libero e perfetto del suo amore divino che vuole la salvezza degli uomini [ Cf Eb 2,10; Eb 2,17-18; Eb 4,15; Eb 5,7-9 ]. Infatti, egli ha liberamente accettato la sua passione e la sua morte per amore del Padre suo e degli uomini che il Padre vuole salvare: “Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso” ( Gv 10,18 ). Di qui la sovrana libertà del Figlio di Dio quando va liberamente verso la morte [Cf Gv 18,4-6; 609 Mt 26,53 ].

Alla Cena Gesù ha anticipato l’offerta libera della sua vita

610

La libera offerta che Gesù fa di se stesso ha la sua più alta espressione nella Cena consumata con i Dodici Apostoli [Cf Mt 26,20 ] nella “notte in cui veniva tradito” ( 1Cor 11,23 ). La vigilia della sua passione, Gesù, quand’era ancora libero, ha fatto di quest’ultima Cena con i suoi Apostoli il memoriale della volontaria offerta di sé al Padre [Cf 1Cor 5,7 ] per la salvezza degli uomini: “Questo è il mio Corpo che è dato per voi” ( Lc 22,19 ). “Questo è il mio Sangue dell’Alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati” ( Mt 26,28 ).

611

L’Eucaristia che egli istituisce in questo momento sarà il “memoriale” [Cf 1Cor 11,25 ] del suo sacrificio. Gesù nella sua offerta include gli Apostoli e chiede loro di perpetuarla [Cf Lc 22,19 ]. Con ciò, Gesù istituisce i suoi Apostoli sacerdoti della Nuova Alleanza: “Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” ( Gv 17,19 ) [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm. , 1752; 1764].

L’agonia del Getsemani

612

Il calice della Nuova Alleanza, che Gesù ha anticipato alla Cena offrendo se stesso, [Cf Lc 22,20 ] in seguito egli lo accoglie dalle mani del Padre nell’agonia al Getsemani [Cf Mt 26,42 ] facendosi “obbediente fino alla morte” ( Fil 2,8 ) [Cf Eb 5,7-8 ]. Gesù prega: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!” ( Mt 26,39 ). Egli esprime così l’orrore che la morte rappresenta per la sua natura umana. Questa, infatti, come la nostra, è destinata alla vita eterna; in più, a differenza della nostra, è perfettamente esente dal peccato [Cf Eb 4,15 ] che causa la morte; [Cf Rm 5,12 ] ma soprattutto è assunta dalla Persona divina dell’ “Autore della vita” ( At 3,15 ), del “Vivente” ( Ap 1,17 ) [Cf Gv 1,4; Gv 5,26 ]. Accettando nella sua volontà umana che sia fatta la volontà del Padre, [Cf Mt 26,42 ] Gesù accetta la sua morte in quanto redentrice, per “portare i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce” ( 1Pt 2,24 ).

La morte di Cristo è il sacrificio unico e definitivo

613

La morte di Cristo è contemporaneamente il sacrificio pasquale che compie la redenzione definitiva degli uomini [Cf 1Cor 5,7; Gv 8,34-36 ] per mezzo dell'”Agnello che toglie il peccato del mondo” ( Gv 1,29 ) [Cf 1Pt 1,19 ] e il sacrificio della Nuova Alleanza [Cf 1Cor 11,25 ] che di nuovo mette l’uomo in comunione con Dio [Cf Es 24,8 ] riconciliandolo con lui mediante il sangue “versato per molti in remissione dei peccati” ( Mt 26,28 ) [Cf Lv 16,15-16 ].

614

Questo sacrificio di Cristo è unico: compie e supera tutti i sacrifici [Cf Eb 10,10 ]. Esso è innanzitutto un dono dello stesso Dio Padre che consegna il Figlio suo per riconciliare noi con lui [Cf 1Gv 4,10 ]. Nel medesimo tempo è offerta del Figlio di Dio fatto uomo che, liberamente e per amore, [Cf Gv 15,13 ] offre la propria vita [Cf Gv 10,17-18 ] al Padre suo nello Spirito Santo [Cf Eb 9,14 ] per riparare la nostra disobbedienza.

Gesù sostituisce la sua obbedienza alla nostra disobbedienza

615

“Come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” ( Rm 5,19 ). Con la sua obbedienza fino alla morte, Gesù ha compiuto la sostituzione del Servo sofferente che offre “se stesso in espiazione “, mentre porta “il peccato di molti”, e li giustifica addossandosi “la loro iniquità” [Cf Is 53,10-12 ]. Gesù ha riparato per i nostri errori e dato soddisfazione al Padre per i nostri peccati [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1529].

Sulla croce, Gesù consuma il suo sacrificio

616

E’ l’amore “sino alla fine” ( Gv 13,1 ) che conferisce valore di redenzione e di riparazione, di espiazione e di soddisfazione al sacrificio di Cristo. Egli ci ha tutti conosciuti e amati nell’offerta della sua vita [Cf Gal 2,20; Ef 5,2; Ef 5,25 ]. “L’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti” ( 2Cor 5,14 ). Nessun uomo, fosse pure il più santo, era in grado di prendere su di sé i peccati di tutti gli uomini e di offrirsi in sacrificio per tutti. L’esistenza in Cristo della Persona divina del Figlio, che supera e nel medesimo tempo abbraccia tutte le persone umane e lo costituisce Capo di tutta l’umanità, rende possibile il suo sacrificio redentore per tutti .

617

“Sua sanctissima passione in ligno crucis nobis justificationem meruit – La sua santissima passione sul legno della croce ci meritò la giustificazione” insegna il Concilio di Trento [Denz. -Schönm., 1529] sottolineando il carattere unico del sacrificio di Cristo come “causa di salvezza eterna” ( Eb 5,9 ). E la Chiesa venera la croce cantando: “O crux, ave, spes unica – Ave, o croce, unica speranza” [Inno “Vexilla Regis”].

La nostra partecipazione al sacrificio di Cristo

618

La croce è l’unico sacrificio di Cristo, che è il solo “mediatore tra Dio e gli uomini” ( 1Tm 2,5 ). Ma, poiché nella sua Persona divina incarnata, “si è unito in certo modo ad ogni uomo”, [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 22] egli offre “a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 22]. Egli chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce e a seguirlo, [Cf Mt 16,24 ] poiché patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme [Cf 1Pt 2,21 ]. Infatti egli vuole associare al suo sacrificio redentore quelli stessi che ne sono i primi beneficiari [Cf Mc 10,39; Gv 21,18-19; Col 1,24 ]. Ciò si compie in maniera eminente per sua Madre, associata più intimamente di qualsiasi altro al mistero della sua sofferenza redentrice [Cf Lc 2,35 ].

Al di fuori della croce non vi è altra scala per salire al cielo [Santa Rosa da Lima; cf P. Hansen, Vita mirabilis, Louvain 1668].

In sintesi

619

“Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture” ( 1Cor 15,3 ).

620

La nostra salvezza proviene dall’iniziativa d’amore di Dio per noi poiché “è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” ( 1Gv 4,10 ). “E’ stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo” ( 2Cor 5,19 ).

621

Gesù si è liberamente offerto per la nostra salvezza. Questo dono egli lo significa e lo realizza in precedenza durante l’ultima Cena: “Questo è il mio Corpo che è dato per voi” ( Lc 22,19 ).

622

In questo consiste la redenzione di Cristo: egli “è venuto per. . . dare la sua vita in riscatto per molti” ( Mt 20,28 ), cioè ad amare “i suoi sino alla fine” ( Gv 13,1 ) perché essi siano “liberati dalla” loro “vuota condotta ereditata dai” loro “padri” ( 1Pt 1,18 ).

623

Mediante la sua obbedienza di amore al Padre “fino alla morte di croce” ( Fil 2,8 ), Gesù compie la missione espiatrice [Cf Is 53,10 ] del Servo sofferente che giustifica molti addossandosi la loro iniquità [Cf Is 53,11; 623 Rm 5,19 ].

Paragrafo 3: GESU’ CRISTO FU SEPOLTO

624

“Per la grazia di Dio, egli” ha provato “la morte a vantaggio di tutti” ( Eb 2,9 ). Nel suo disegno di salvezza, Dio ha disposto che il Figlio suo non solamente morisse “per i nostri peccati” ( 1Cor 15,3 ) ma anche “provasse la morte”, ossia conoscesse lo stato di morte, lo stato di separazione tra la sua anima e il suo Corpo per il tempo compreso tra il momento in cui egli è spirato sulla croce e il momento in cui è risuscitato. Questo stato di Cristo morto è il Mistero del sepolcro e della discesa agli inferi. E’ il Mistero del Sabato Santo in cui Cristo deposto nel sepolcro [Cf Gv 19,42 ] manifesta il grande riposo sabbatico di Dio [Cf Eb 4,4-9 ] dopo il compimento [Cf Gv 19,30 ] della salvezza degli uomini che mette in pace l’universo intero [Cf Col 1,18-20 ].

Cristo nel sepolcro con il suo Corpo

625

La permanenza di Cristo nella tomba costituisce il legame reale tra lo stato di passibilità di Cristo prima della Pasqua e il suo stato attuale glorioso di risorto. E’ la medesima Persona del “Vivente” che può dire: ” Io ero morto, ma ora vivo per sempre ” ( Ap 1,18 ).

Ed è questo il mistero del disegno di Dio circa la morte e la risurrezione dai morti: se pure non ha impedito che con la morte l’anima fosse separata dal corpo secondo l’ordine necessario della natura, li ha riuniti di nuovo insieme mediante la risurrezione, in modo che egli stesso divenisse punto d’incontro della morte e della vita, arrestando in se stesso la disgregazione della natura causata dalla morte, e insieme divenendo lui stesso principio di riunificazione degli elementi separati [San Gregorio di Nissa, Oratio catechetica, 16: PG 45, 52B].

626

Poiché l'”Autore della vita” che è stato ucciso [Cf At 3,15 ] è anche il Vivente che “è risuscitato”, [Cf Lc 24,5-6 ] necessariamente la Persona divina del Figlio di Dio ha continuato ad assumere la sua anima e il suo corpo separati tra di loro dalla morte:

La Persona unica non si è trovata divisa in due persone dal fatto che alla morte di Cristo l’anima è stata separata dalla carne; poiché il corpo e l’anima di Cristo sono esistiti al medesimo titolo fin da principio nella Persona del Verbo; e nella morte, sebbene separati l’uno dall’altra, sono restati ciascuno con la medesima ed unica Persona del Verbo [San Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, 3, 27: PG 94, 1098A].

“Non lascerai che il tuo Santo veda la corruzione”

627

La morte di Cristo è stata una vera morte in quanto ha messo fine alla sua esistenza umana terrena. Ma a causa dell’unione che la Persona del Figlio ha mantenuto con il suo Corpo, non si è trattato di uno spogliamento mortale come gli altri, perché “non era possibile che” la morte “lo tenesse in suo potere” [At 2,24] e perciò “la virtù divina ha preservato il Corpo di Cristo dalla corruzione” [San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, 51, 3]. Di Cristo si può dire contemporaneamente: “Fu eliminato dalla terra dei viventi” ( Is 53,8 ) e: “Il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione” ( Sal 16,9-10 ) [Cf At 2,26-27 ]. La Risurrezione di Gesù “il terzo giorno” ( 1Cor 15,4; 627 Lc 24,46 ) [Cf Mt 12,40; Gn 2,1; Os 6,2 ] ne era il segno, anche perché si credeva che la corruzione si manifestasse a partire dal quarto giorno [Cf Gv 11,39 ].

“Sepolti con Cristo…”

628

Il Battesimo, il cui segno originale e plenario è l’immersione, significa efficacemente la discesa nella tomba del cristiano che muore al peccato con Cristo in vista di una vita nuova: “Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” ( Rm 6,4 ) [Cf Col 2,12; 628 Ef 5,26 ].

In sintesi

629

A beneficio di ogni uomo Gesù ha provato la morte [ Cf Eb 2,9 ]. Colui che è morto e che è stato sepolto è veramente il Figlio di Dio fatto uomo.

630

Durante la permanenza di Cristo nella tomba, la sua Persona divina ha continuato ad assumere sia la sua anima che il suo corpo, separati però tra di loro dalla morte. E’ per questo che il corpo di Cristo morto non ha conosciuto la corruzione [Cf At 13,37 ].

LETTURE DALL’UFFICIO DELLE LETTURE

Versetto
V. Il Signore aprì gli occhi ai discepoli, alleluia,
R. ed essi compresero le Scritture, alleluia.

Prima Lettura
Dalle lettera agli Efesini di san Paolo, apostolo 4, 1-24

Ascendendo in cielo, Cristo ha distribuito doni agli uomini
Fratelli, vi esorto io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti.
A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo sta scritto:
Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini (Sal 67, 19).
Ma che significa la parola «ascese», se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose.
E’ lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore. Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità.
Vi dico dunque e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani nella vanità della loro mente, accecati nei loro pensieri, estranei alla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro, e per la durezza del loro cuore. Diventati così insensibili, si sono abbandonati alla dissolutezza, commettendo ogni sorta di impurità con avidità insaziabile.
Ma voi non così avete imparato a conoscere Cristo, se proprio gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, per la quale dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera.

Responsorio    Cfr. Ef 4, 8 8Sal 67, 19); Sal 46, 6
R. Cristo, ascendendo in cielo, ha portato con sé i prigionieri, * ha distribuito doni agli uomini, alleluia.
V. Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba:
R. ha distribuito doni agli uomini, alleluia.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. sull’Ascensione del Signore, ed. A. Mai, 98, 1-2; PLS 2, 494-495)

Nessuno è mai salito al cielo,
fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo.
Oggi nostro Signore Gesù Cristo è asceso al cielo. Con lui salga pure il nostro cuore.
Ascoltiamo l’apostolo Paolo che proclama: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio. Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3, 1-2). Come egli è asceso e non si è allontanato da noi, così anche noi già siamo lassù con lui, benché nel nostro corpo non si sia ancora avverato ciò che ci è promesso.
Cristo è ormai esaltato al di sopra dei cieli, ma soffre qui in terra tutte le tribolazioni che noi sopportiamo come sue membra. Di questo diede assicurazione facendo sentire quel grido: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9, 4). E così pure: «Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare»(Mt 25, 35).
Perché allora anche noi non fatichiamo su questa terra, in maniera da riposare già con Cristo in cielo, noi che siamo uniti al nostro Salvatore attraverso la fede, la speranza e la carità? Cristo, infatti, pur trovandosi lassù, resta ancora con noi. E noi, similmente, pur dimorando quaggiù, siamo già con lui. E Cristo può assumere questo comportamento in forza della sua divinità e onnipotenza. A noi, invece, è possibile, non perché siamo esseri divini, ma per l’amore che nutriamo per lui. Egli non abbandonò il cielo, discendendo fino a noi; e nemmeno si è allontanato da noi, quando di nuovo è salito al cielo. Infatti egli stesso dà testimonianza di trovarsi lassù mentre era qui in terra: Nessuno è mai salito al cielo fuorché colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo, che è in cielo (cfr. Gv 3, 13).
Questa affermazione fu pronunciata per sottolineare l’unità tra lui nostro capo e noi suo corpo. Quindi nessuno può compiere un simile atto se non Cristo, perché anche noi siamo lui, per il fatto che egli è il Figlio dell’uomo per noi, e noi siamo figli di Dio per lui.
Così si esprime l’Apostolo parlando di questa realtà: «Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo» (1 Cor 12,12). L’Apostolo non dice: «Così Cristo», ma sottolinea: «Così anche Cristo». Cristo dunque ha molte membra, ma un solo corpo.
Perciò egli è disceso dal cielo per la sua misericordia e non è salito se non lui, mentre noi unicamente per grazia siamo saliti in lui. E così non discese se non Cristo e non è salito se non Cristo. Questo non perché la dignità del capo sia confusa nel corpo, ma perché l’unità del corpo non sia separata dal capo.

Responsorio    Cfr. At 1, 3. 9. 4
R. Gesù si mostrò agli apostoli vivo, dopo la sua passione, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio. * Poi fu elevato in alto e una nube lo sottrasse al loro sguardo, alleluia.
V. Mentre si trovava a tavola con loro, ordinò di non allontanarsi, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre.
R. Poi fu elevato in alto e una nube lo sottrasse al loro sguardo, alleluia.

SAN BASILIO I – VITA E SCRITTI

DE  – EN  – ES  – FR  – HR  – IT  – PT ]

 

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 4 luglio 2007

 

San Basilio

I: Vita e scritti

Cari fratelli e sorelle,

oggi vogliamo ricordare uno dei grandi Padri della Chiesa, san Basilio, definito dai testi liturgici bizantini un «luminare della Chiesa». Fu un grande Vescovo del IV secolo, a cui guarda con ammirazione tanto la Chiesa d’Oriente quanto quella d’Occidente per la santità della vita, per l’eccellenza della dottrina e per la sintesi armonica di doti speculative e pratiche. Egli nacque attorno al 330 in una famiglia di santi, «vera Chiesa domestica», che viveva in un clima di profonda fede. Compì gli studi presso i migliori maestri di Atene e di Costantinopoli. Insoddisfatto dei suoi successi mondani, e accortosi di aver sciupato molto tempo nelle vanità, egli stesso confessa: «Un giorno, come svegliandomi da un sonno profondo, mi rivolsi alla mirabile luce della verità del Vangelo…, e piansi sulla mia miserabile vita» (cfr Ep. 223,2). Attirato da Cristo, cominciò a guardare verso di Lui e ad ascoltare Lui solo (cfr Regole morali 80,1). Con determinazione si dedicò alla vita monastica nella preghiera, nella meditazione delle Sacre Scritture e degli scritti dei Padri della Chiesa, e nell’esercizio della carità (cfr Epp. 2 e 22), seguendo anche l’esempio della sorella, santa Macrina, che già viveva nell’ascetismo monacale. Fu poi ordinato sacerdote e infine, nel 370, Vescovo di Cesarea di Cappadocia, nell’attuale Turchia.

Mediante la predicazione e gli scritti svolse un’intensa attività pastorale, teologica e letteraria. Con saggio equilibrio seppe unire insieme il servizio alle anime e la dedizione alla preghiera e alla meditazione nella solitudine. Avvalendosi della sua personale esperienza, favorì la fondazione di molte «fraternità» o comunità di cristiani consacrati a Dio, che visitava frequentemente (cfr Gregorio Nazianzeno, Discorso 43,29 in lode di Basilio). Con la parola e con gli scritti, molti dei quali sono giunti fino a noi, li esortava a vivere e a progredire nella perfezione (cfr Regole brevi, Proemio). Alle sue opere hanno attinto anche vari legislatori del monachesimo antico, tra cui san Benedetto, che considerava Basilio come il suo maestro (cfr Regola 73,5). In realtà, san Basilio ha creato un monachesimo molto particolare: non chiuso alla comunità della Chiesa locale, ma ad essa aperto. I suoi monaci facevano parte della Chiesa locale, ne erano il nucleo animatore che, precedendo gli altri fedeli nella sequela di Cristo e non solo nella fede, mostrava la ferma adesione a Lui – l’amore per Lui – soprattutto in opere di carità. Questi monaci, che avevano scuole ed ospedali, erano al servizio dei poveri ed hanno così mostrato la vita cristiana nella sua completezza. Il Servo di Dio Giovanni Paolo II, parlando del monachesimo, ha scritto: «Si ritiene da molti che quella struttura capitale della vita della Chiesa che è il monachesimo sia stata posta, per tutti i secoli, principalmente da san Basilio; o che, almeno, non sia stata definita nella sua natura più propria senza il suo decisivo contributo» (Lettera Apostolica Patres Ecclesiae, 2).

Come Vescovo e Pastore della sua vasta Diocesi, Basilio si preoccupò costantemente delle difficili condizioni materiali in cui vivevano i fedeli; denunciò con fermezza i mali; si impegnò a favore dei più poveri ed emarginati; intervenne anche presso i governanti per alleviare le sofferenze della popolazione, soprattutto in momenti di calamità; vigilò per la libertà della Chiesa, contrapponendosi anche ai potenti per difendere il diritto di professare la vera fede (cfr Gregorio Nazianzeno, Discorso 43,48-51). A Dio, che è amore e carità, Basilio rese una valida testimonianza con la costruzione di vari ospizi per i bisognosi (cfr Basilio, Ep. 94), quasi una città della misericordia, che da lui prese il nome di Basiliade (cfr Sozomeno, Storia Eccl. 6,34). Essa sta alle origini delle moderne istituzioni ospedaliere di ricovero e cura dei malati.

Consapevole che «la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa, e insieme la fonte da cui promana tutta la sua virtù» (Sacrosanctum Concilium, 10), Basilio, pur preoccupato di realizzare la carità che è il contrassegno della fede, fu anche un sapiente «riformatore liturgico» (cfr Gregorio Nazianzeno, Discorso 43,34). Ci ha lasciato infatti una grande preghiera eucaristica [o anafora] che da lui prende nome, e ha dato un ordinamento fondamentale alla preghiera e alla salmodia: per suo impulso il popolo amò e conobbe i Salmi, e si recava a pregarli anche nella notte (cfr Basilio, Omelie sui Salmi 1,1-2). E così vediamo come liturgia, adorazione, preghiera vadano insieme con la carità, si condizionino reciprocamente.

Con zelo e coraggio Basilio seppe opporsi agli eretici, i quali negavano che Gesù Cristo fosse Dio come il Padre (cfr Basilio, Ep. 9,3; Ep. 52,1-3; Contro Eunomio 1,20). Similmente, contro coloro che non accettavano la divinità dello Spirito Santo, egli sostenne che anche lo Spirito è Dio, e «deve essere con il Padre e il Figlio connumerato e conglorificato» (cfr Lo Spirito Santo). Per questo Basilio è uno dei grandi Padri che hanno formulato la dottrina sulla Trinità: l’unico Dio, proprio perchè è Amore, è un Dio in tre Persone, le quali formano l’unità più profonda che esista, l’unità divina.

Nel suo amore per Cristo e per il suo Vangelo, il grande Cappadoce si impegnò anche a ricomporre le divisioni all’interno della Chiesa (cfr Epp. 70 e 243), adoperandosi perché tutti si convertissero a Cristo e alla sua Parola (cfr Il giudizio 4), forza unificante, alla quale tutti i credenti devono ubbidire (cfr ibid., 1-3).

In conclusione, Basilio si spese completamente nel fedele servizio alla Chiesa e nel multiforme esercizio del ministero episcopale. Secondo il programma da lui stesso tracciato, egli divenne «apostolo e ministro di Cristo, dispensatore dei misteri di Dio, araldo del regno, modello e regola di pietà, occhio del corpo della Chiesa, pastore delle pecore di Cristo, medico pietoso, padre e nutrice, cooperatore di Dio, agricoltore di Dio, costruttore del tempio di Dio» (cfr Regole morali 80,11-20).

E’ questo il programma che il santo Vescovo consegna agli annunciatori della Parola – ieri come oggi –, un programma che egli stesso si impegnò generosamente a mettere in pratica. Nel 379 Basilio, non ancora cinquantenne, consumato dalle fatiche e dall’ascesi, ritornò a Dio, «nella speranza della vita eterna, attraverso Gesù Cristo Signore nostro» (Il Battesimo 1,2,9). Egli fu un uomo che visse veramente con lo sguardo fisso a Cristo, un uomo dell’amore per il prossimo. Pieno della speranza e della gioia della fede, Basilio ci mostra come essere realmente cristiani.

IL VANGELO DI S. GIOVANNI – 2

U.C.I.I.M.
Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi
Sezione di Reggio Emilia (Via Prevostura 4)

Il Vangelo di S. Giovanni

Un Vangelo originale:
genere letterario e struttura del quarto Vangelo

1991

  1. Giovanni, presentando negli ultimi versetti del cap. 20, lo scopo del suo lavoro, dice di aver fatto una scelta fra tutti i segni che Gesù ha compiuto e di avere scritto alcuni di questi segni:

«perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20, 31).

Perciò lo scopo di tutta l’opera di S. Giovanni è la fede dei lettori, perché attraverso la fede possano raggiungere la vita. E per vita si intende la partecipazione alla vita di Dio e a quella gioia e pienezza di amore che sono legate con la vita di Dio.

È significativo che anche nella sua prima lettera S. Giovanni esprima una intenzione del medesimo tipo:

«[13]Questo vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio» (1 Gv 5, 13).

Sia il Vangelo, dunque, sia la prima lettera di S. Giovanni sono scritti per alimentare la fede, quale via necessaria per raggiungere la vita.

Nel capitolo 17 del Vangelo, nel contesto della grande festa delle Capanne, una delle feste più importanti del calendario ebraico, S. Giovanni riporta una solenne proclamazione di Gesù:

«[37]Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: Chi ha sete venga a me e beva [38]chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. [39]Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato» Gv. 7, 37-39).

Per S. Giovanni la glorificazione di Gesù, cioè la sua morte e risurrezione, produce un effetto fondamentale: il dono dello Spirito. E’ una morte feconda quella di Gesù perché riempie il mondo con la presenza dello Spirito. Ma per accogliere lo Spirito occorre la fede: «Chi ha sete venga a me e beva [38]chi crede in me».

Il Cristo crocifisso è una sorgente di vita; dal suo costato escono sangue e acqua. Ma a questa ricchezza di vita, che scaturisce dalla morte del Signore, si può attingere unicamente con la fede: «[39]Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui».

E il Vangelo di S. Giovanni terminava al capitolo 20, 29 con la beatitudine della fede:

«beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».

In S. Giovanni il tema della fede è dunque essenziale. Quando, dopo la moltiplicazione dei pani, i Giudei vanno da Gesù e gli chiedono:

«che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?» (Gv 6, 28).

Gesù risponde che c’è un’unica opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato.

Nella fede quindi si gioca il senso della vita umana e l’atteggiamento dell’uomo di fronte a Dio.

Detto questo come promessa, può essere strano il fatto che S. Giovanni in realtà non usi quasi mai il termine “fede”. Lo usa una volta sola nella prima Lettera.

«[4]Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede» (1 Gv 5, 4).

In tutti gli altri casi S. Giovanni non usa il sostantivo, ma il verbo credere. Lo si trova 96 volte nel Vangelo e 9 volte nella prima Lettera. È un’osservazione di tipo statistico, però dice che a S. Giovanni non interessa tanto il concetto di fede quanto il dinamismo del credere. La fede per S. Giovanni è fondamentalmente un modo di vivere, una attività che l’uomo deve continuamente arricchire e approfondire.

Infatti, S. Giovanni probabilmente ha scritto il Vangelo non per fare arrivare alla fede quelli che non credono, ma per far giungere a una fede matura quelli che hanno una fede ancora iniziale.

Il Verbo “credere” è poi usato in S. Giovanni con alcune diverse costruzioni che sono significative:

La prima fondamentale è quella con il dativo: “credere a Gesù”, “credere al Padre”, credere ai profeti”, “credere alla Scrittura”, “credere a Mosè”, “credere alle opere”, ecc. e tutte queste espressioni sottolineano l’aspetto fiduciale della fede. Credere a Gesù vuole dire che si ha fiducia in Lui, che si giudica Gesù come degno di essere creduto. Naturalmente il tema della fiducia sta veramente nel cuore dell’atto della fede che non è un atto puramente intellettuale, ma è un rapporto interpersonale, una scelta con cui si riconosce qualcuno a cui si può affidare la propria esistenza.

C’è poi il “credere che”, “credere che Gesù è il Santo di Dio”.

«Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il sorso di Dio» (Gv 6, 68-69)

I due verbi “creduto” e “conosciuto” sono abbastanza vicini nei vocabolario di S. Giovanni.

“credere che Gesù è il Cristo”, “credere che è il Figlio di Dio”, “credere che è il mandato dal Padre”, ecc.

Tutte queste espressioni indicano l’aspetto di scoperta.

Si incontra l’uomo Gesù di Nazaret, ma nell’atto di fede si scopre in quell’uomo la gloria di Dio, la bellezza di Dio, la presenza salvatrice di Dio. Ricordavamo prima che la fede è certamente fiducia ma essa ha anche un contenuto esprimibile. Non è uri fideismo vago, un vago abbandonarsi a qualche cosa difficile da comprendere e da definire; ma è un affidarsi consapevole a qualcuno che si conosce. Per questo “credere” e “conoscere” sono due atteggiamenti legati l’uno all’altro. Attraverso la fede l’uomo arriva a una vera conoscenza di Dio attraverso Gesù Cristo, anche se la nostra conoscenza rimane infinitamente al di sotto di quella che è la ricchezza di Dio, pur non essendo una conoscenza vaga o falsa, ma vera e con un preciso contenuto di fede.

La terza espressione che S. Giovanni usa è “credere in”, che viene usata 36 volte. È forse l’uso più tipico del Vangelo di S. Giovanni. Essa non significa solo che si ritiene vero quello che il Signore dichiara, ma che implica un movimento di adesione personale a Lui, un dono di sé.

La fiducia porta a interpretare e a vivere un vero itinerario di affidamento costante e progressivo a Lui. Insieme a queste espressioni troviamo quella più rara, ma dello stesso genere: “credere nel nome di Gesù”, che vuol dire aderire a Lui accettando pienamente quello che il suo nome esprime (il nome è l’identità, è il volto di un persona, sono i lineamenti che la definiscono).

A tutto ciò che abbiamo detto aggiungiamo il fatto che il verbo “credere” in S. Giovanni viene usato con alcuni paralleli. Il parallelismo, in uso nel modo di esprimersi ebraico e biblico, consiste nel dire la stessa cosa con due espressioni un po’ diverse tra loro, ma che esprimono un’unica affermazione globale.

Perciò “credere” è come dire “venire a Gesù”, “accogliere Gesù”, “seguire Gesù”.

«[35]Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete» (Gv 6, 35).

Evidentemente “fame” e “sete” sono in parallelo e complementari, come lo sono “chì viene a me” e “chi crede in me”.

L’espressione “chi viene a me” dice che l’atto di fede non è un quieto possesso, ma è un cammino progressivo, è un rapporto che deve maturare e approfondirsi, un rapporto di accoglienza nei confronti di Gesù e di accoglienza legata con l’amore.

L’atto di fede non è esattamente lo stesso che l’atto di amore ma è ad esso strettamente collegato, perché la fiducia in qualcuno non è possibile senza un atteggiamento di amore nei suoi confronti.

San Giovanni riprende:

«[43]Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. [44]E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?» (Gv 5, 43-44).

Credere in Gesù significa dunque riceverlo, accoglierlo e anche seguirlo. Possiamo ora tentare di fennarci su alcuni testi più significativi, il primo dei quali è il dialogo fra Gesù e Nicodemo che contiene:

  • La proclamazione di una vita nuova e di una nuova nascita che viene offerta all’uomo;

  • L’invito a credere in Gesù come colui che è disceso dal cielo. È in questo credere sta la nuova nascita, la nuova vita.

Il capitolo si porrebbe leggere nella prospettiva di:

  • una “pars destruens” in cui Gesù sembra distruggere le sicurezze con cui Nicodemo si è avvicinato a Lui;

  • una “pars costruens” in cui il Signore conduce Nicodemo a una pienezza di conoscenza e di vita.

Nicodemo si accosta a Gesù con una sua ricchezza. Di fatto il dialogo comincia così:

«[2]Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui» (Gv 3, 2).

Nicodemo comincia dunque col verbo “sappiamo”.

Se si legge oltre, al versetto 10, si trovano queste parole di Gesù a Nicodemo:

«Tu sei Maestro in Israele e non sai queste cose?».

Gesù ha sgretolato la conoscenza di Nicodemo che si era avvicinato a Gesù nella convinzione di avere una sua scienza, frutto dello studio, delta tradizione, della educazione ricevuta… Il Nicodemo che va da Gesù è infatti una persona che ha alle spalle una notevole esperienza religiosa e di vita. È un maestro, uno che conosce le Scritture, quindi si presenta con una sua sicurezza.

Dall’incontro con Gesù emerge la rivelazione che quella scienza in realtà non esiste. Nicodemo non sa e deve riconoscere di non sapere.

Per due volte Gesù fa una affermazione:

«se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3, 3).

«se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio» (Gv 3, 5).

Presenta perciò una condizione assoluta per l’ingresso nel Regno di Dio. La condizione è una nuova nascita, ma l’uomo non se la può procurare. Infatti il nascere è esperienza radicalmente ricevuta perché si nasce per la volontà di un altro e non per una propria scelta.

Il dare a se stesso la vita è evidentemente una contraddizione in termini e proprio per questo Gesù prende l’immagine del nascere. Quella vita della quale parla il Vangelo di S. Giovanni e che è lo scopo del Vangelo stesso, viene presentata anzitutto come una nascita, quindi come qualche cosa che l’uomo non si può procurare da sé, ma che può solo ricevere, in un atteggiamento di disponibilità. Perciò tutta quella ricchezza con cui Nicodemo pensa di potersi presentare davanti a Gesù, viene riconosciuta inutile. Ciò non significa che tutti i valori umani sono inutili davanti ai Regno di Dio, ma che il Regno di Dio non è un valore creato dall’uomo, ma da Dio, e l’uomo può solo accoglierlo come un dono.

In altri termini si può dire che la struttura propria della vita biologica dell’uomo vale anche per la vita spirituale. Ci si trova con l’esistenza biologica senza averlo voluto, ma per la volontà dei genitori. La stessa cosa succede per la vita dello Spirito: l’uomo se la ritrova come un dono.

E come nella vita biologica ognuno può costruire tutto un edificio secondo i suoi progetti, ma a partire da ciò che ha ricevuto, così nella vita spirituale ognuno è chiamato a costruire tutto il suo progetto di vita, ma sulla base di un dono non meritato bensì accolto nell’atto della fede.

E l’atto di fede consiste nell’accogliere l’atto gratuito di Dio che vuole la vita nel senso più pieno.

Gesù spiega tutto questo con una serie di affermazioni significative:

«[6]Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito» (Gv 3, 6).

C’è quindi una contrapposizione irriducibile tra carne e spirito, cioè tra l’uomo e Dio. Per “carne” non si intende infatti la parte materiale dell’uomo, ma l’uomo in tutta la sua realtà, come debole, come “non Dio”.

Allora tutto ciò che è semplicemente umano e mondano, intelligenza e buona volontà, desiderio e sforzo, tutto questo, per quanto grande sia, è qualitativamente diverso dalla realtà divina, dallo Spirito. L’uomo non può trasformarsi e spiritualizzarsi così tanto da diventare spirito. Egli rimane radicalmente “carne”.

Si tratta invece di accogliere il dono di una “nascita” con docilità e con riconoscenza:

«[8]Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3, 8).

In greco, come in ebraico, il termine “vento” e il termine “spirito” sono identici: c’è un’unica parola che esprime l’uno e l’altro.

Si comprende quindi come Gesù usi la parola “vento” per indicare non tanto la libertà dello spirito che va dove vuole, ma piuttosto per dire che lo Spirito è misterioso (e “misterioso” vuole dire che c’è, che ne vedi gli effetti, ma che non ne conosci né l’origine né la destinazione).

Così l’uomo che nasce dallo Spirito c’è, lo vedi e ne vedi anche gli effetti (perché lo spirito produce degli effetti concreti nella vita dell’uomo come amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà… cfr. Gal 5, 22) ma non sai da dove vengono. Non possono semplicemente venire dal carattere o dall’educazione, come Gesù non viene soltanto da Nazaret. L’uomo che nasce dallo Spirito viene da Dio e le sue parole e i suoi gesti si spiegano a partire da Dio. Dopo aver detto che l’uomo non può entrare nel Regno di Dio se non per un dono, per una nascita che è unicamente opera della grazia di Dio e dello Spirito, ora bisogna fare la parte di edificazione della vita dell’uomo.

Supposta questa nascita, che cosa significa vivere? Fondamentalmente significa credere.

Gesù si presenta come colui che sa, che ha visto e quindi parla e testimonia. Lui è l’unico testimone oculare delle cose del cielo perché:

«[13]Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo» (Gv 3, 13).

E l’atteggiamento dell’uomo di fronte a Gesù in che cosa consiste? Fondamentalmente nella fede.

«[14]E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, [15]perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3, 14-15).

Notate: «bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato».

Egli è sceso da Dio, è entrato nella storia degli uomini per portare ad essi la rivelazione di Dio, la rivelazione dell’amore di Dio. Infatti tutta la rivelazione di Gesù Cristo vuole indicare che Dio è il Padre che ama.

Per questo bisogna che Gesù sia innalzato, per questo bisogna che vada in croce: perché deve portare la rivelazione alla sua pienezza trasformando tutta la sua vita in dono.

Abbiamo già detto che Gesù traduce il volto misterioso di Dio in parole; e in gesti umani, ma quali parole e quali gesti? Quelli di tutta la sua vita, ma soprattutto quelle della sua Passione, perché nel momento in cui Gesù perde la sua vita comunicandola e donandola, in quel momento Gesù rivela pienamente il volto del Padre, rivela che Dio è effettivamente amore.

Allora credere vuole dire “credere in Gesù” ma credere nel Gesù innalzato, credere nell’amore del Padre, in quell’amore del Padre che si è rivelato in Gesù. Alla rivelazione di Dio si risponde essenzialmente nella fede e nell’amore.

«[16]Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16).

Per capire questa frase dobbiamo anzitutto contrapporre “Dio” e “mondo” come realtà che sono agli antipodi. Per “mondo” si intende non tanto la creazione, quanto una umanità che si è allontanata da Dio, una umanità ribelle, peccatrice, quella di cui parla S. Paolo nella lettera ai Romani quando scrive che Cristo “è morto per gli empi nel tempo stabilito”. Non vuol dire che è morto solo per gli empi e non per i giusti, ma che è morto per tutti perché dai giusti non ce n’erano. Gli uomini infatti erano, davanti a Dio, in una condizione di empietà. Ed è per questi uomini che Cristo è morto. «Dio infatti ha tanto amato il mondo»,: non solo quel mondo che è infinitamente lontano come la creatura dal Creatore, ma quel mondo che è infinitamente lontano come il peccatore dall’amore di Dio: quindi non solo lontano, ma in opposizione.

«[16]Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito».

La Bibbia di Gerusalemme in margine a questo, testo cita Genesi 22 dove si parla del sacrificio di Isacco.

«Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco» (Gen 22, 2).

Dio non dice semplicemente “Prendi Isacco e sacrificalo” ma dice “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco». Ci sono quattro espressioni per indicare la persona che deve essere indicata, e queste quattro espressioni vogliono evidentemente indicare il legame profondissimo di affetto che unisce Abramo al figlio.

È a questo testo dell’Antico Testamento che Giovanni allude quando parla del Figlio unico di Dio, quello che è oggetto dell’amore pieno e della piena benevolenza da parte del Padre. Questo Figlio viene dorato agli uomini, al mondo, «perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna», riceva quindi, attraverso il Figlio, la vira e l’amore di Dio.

Questo brano continua:

«[18]Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio» (Gv 3, 18).

Per S. Giovanni ciò significa che nella fede e nella incredulità si gioca fin d’ora il giudizio. Giovanni infatti tende a vedere le realtà escatologiche come già presenti nella vita dell’uomo.

Questo non vuol dire che le realtà escatologiche non ci siano, ma vuol dire che esse non verranno all’improvviso capovolgendo le cose, ma che saranno semplicemente la manifestazione di ciò che fin d’ora è presente e operante nella vita dell’uomo.

Teniamo anche presente il versetto precedente cine dice:

«[17]Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3, 17).

Vediamo così che l’unico scopo di Dio, l’unica sua volontà è la salvezza. Dio non vuole la condanna e non manda il Figlio per condannare, ma per salvare. Rimane però questo fatto: siccome il Figlio è l’unica possibilità di salvezza per l’uomo, il rifiuto del Figlio significa rifiuto della salvezza e quindi significa condanna, significa “rimanere sotto la condanna” come dice S. Giovanni. L’uomo è sotto la condanna a motivo della sua condizione di peccato; gli viene offerta una possibilità di scampare a questa condanna attraverso la fede nell’amore di Dio che è la fede in Gesù Cristo. Da ciò si decide il senso totale, definitivo della sua vita.

Leghiamo questo discorso sulla fede a una piccola riflessione sul cap. 4, 1-42 di Giovanni che parla della Samaritana. Si dovrà leggere questo brano come un vero itinerario di fede.

Il capitolo è costruito come un ingresso sempre più ricco dentro al mistero di Gesù. All’inizio Gesù si presenta alla Samaritana e la donna lo riconosce nel modo più immediato e più semplice come un giudeo, cioè come un non-samaritano.

Poi la Samaritana si pone un interrogativo: siccome Gesù ha parlato di un’acqua viva, si chiede se Egli non sia più grande del padre Giacobbe. Non crede, di fatto, a questo dubbio, ma con una domanda di questo genere fa capire che forse dubita che ci sia qualcosa di più del solo viandante affaticato e assetato.

Quando poi Gesti dice a questa donna: «va a chiamare tuo marito» e le richiama i cinque mariti che ha avuto, la Samaritana risponde: «Signore, vedo che tu sei un profeta». Ed è il primo riconoscimento della identità soprannaturale di Gesù, perché la donna ha fatto l’esperienza tipica della fede che è quella di essere conosciuta. “Fede” infatti, vuol dire conoscere, ma fede vuoi dire, prima di tutto, essere conosciuti/ sapersi conosciuti da Cristo, sapere che non ci sono degli schermi che ci proteggano dal suo sguardo e dalla sua conoscenza.

Gesù poi si presenta alla Samaritana come un Messia e allora questa donna va a parlarne, sia pure in modo interrogativo, ai suoi concittadini:

«[29] Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?» (Gv 4, 29.).

E alla fine del brano i Samaritani fanno una professione di fede completa e piena «… noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4, 42) – non solo salvatore di Israele, ma Salvatore del mondo intero).

Il cammino della fede, come ben si vede, viene messo in movimento da Gesù.

C’è questa donna che va ad attingere acqua al pozzo di Giacobbe; trova Gesù il quale le chiede da bere. La Samaritana si stupisce che un Giudeo chieda da bere a lei Samaritana.

«[4.10]Gesù le rispose: Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva».

Questa è la frase che mette in movimento l’atto della fede. Quando Gesù dice alla donna: «se tu conoscessi il dono di Dio», vuole dire che, se la donna desidera l’acqua del pozzo di Giacobbe perché ha sete, Gesù vuole dilatare questo desiderio per orientarlo verso qualcos’altro. «Se tu conoscessi il dono di Dio»,

Non c’è solo l’acqua del pozzo, come realtà che possa dare vista all’uomo, ma c’è molto di più: c’è un dono di Dio del quale bisogna diventare consapevoli, verso cui bisogna allargare il cuore.

Bisogna cioè che i desideri e i progetti dell’uomo vengano scardinati per lasciare spazio al progetto di Dio. Gesù non si presenta solo come colui che risponde ai desideri dell’uomo, ma prima di tutto come colui che dilata i desideri dell’uomo, partendo dalla condizione in cui l’uomo si trova.

Si serve infatti della samaritana, della sua sete, della sua inquietudine e insoddisfazione per allargare di più il suo desiderio, per introdurla nella percezione del dono di Dio.

E insieme bisogna diventare consapevoli della identità di chi dice “Dammi da bere”, perché colui che chiede da bere si presenta come un viandante assetato, come un mendicante. Bisogna invece imparare a vedere in Gesù il dono di Dio, bisogna sapere squarciare il velo della carne per cogliere nella carne di Gesù, nella umanità di Gesù, il dono stesso di Dio.

«(…) tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 10, 10).

Le parti così si capovolgono. Nel momento in cui la Samaritana diventa consapevole del dono di Dio e della identità di Gesù, ella, che è in grado di offrire da bere, diventerà invece la mendicante.

L’uomo deve rendersi conto di essere un mendicante. Si presenta come ricco, come chi ha a sua disposizione l’acqua del pozzo, la ricchezza, il potere e tutto ciò che serve per soddisfare i suoi desideri, ma deve imparare capovolgere la sua prospettiva. In realtà l’uomo possiede tutte queste cose, ma di fronte alla vita l’uomo è un mendicante se riesce a rendersene conto, allora comincia l’itinerario della fede, perché comprende che c’è qualcos’altro da desiderare.

Non riusciamo oggi a ripercorrere tutto il cammino della Samaritana, ma il punto di partenza, per S. Giovanni, deve essere questo.

Ritorniamo, a proposito, su una cosa appena accennata, ma sulla quale è bene insistere.

Gesù viene presentato da S. Giovanni come la risposta al desiderio dell’uomo, ma non al desiderio nativo dell’uomo, bensì al desiderio che Gesù stesso ha suscitato nel cuore dell’uomo. Gesù dunque non è la risposta ai nostri desideri, ma a Lui che sconvolge i nostri desideri e li fa diventare diversi, nuovi, che li arricchisce e li orienta verso un traguardo diverso per poi rispondervi. S. Giovanni nel suo Vangelo riporta spesso la formula “ Io sono” che se è usata in senso assoluto corrisponde al nome di Dio.

Ma questa formula è usata molto spesso anche col predicato (“Io sono” il pane della vita, la luce del mondo, il buon pastore, la porta delle pecore, la risurrezione e la vita, ecc). Queste esperienze si possono leggere in due modi:

  • come risposta alla domanda “Chi è Gesù?” e si risponde: “Gesù è il pane disceso dal cielo”;

  • ma si possono anche leggere a rovescio, anzi alcune debbono essere lette a rovescio. E allora alla domanda “Chi è il pane della vita” Gesù risponde: “Il pane della vita sono io”.

Si tratta dunque di vedere Gesù come colui che risponde alle attese dell’uomo, ai desideri dell’uomo, a quei desideri che la presenza stessa di Gesù suscita nel cuore dell’uomo.     

Dovrebbe ora essere facile cogliere anche n rapporto tra la fede e l’amore. Credere in Gesù Cristo significa non soltanto credere in colui che è stato mandato dal Padre, ma credere nel fatto che la vita di Gesù Cristo esprime l’amore stesso del Padre, per S. Giovanni è molto importante che Gesù Cristo venga riconosciuto come il Figlio, perché se l’unità di Gesù con il Padre viene diminuita anche di poco, la rivelazione perde tutto il suo senso. Infatti o Gesù Cristo è davvero una cosa sola con il Padre (e allora quello che Gesù fa e dice rivela definitivamente il Padre) o Gesù è sì somigliante al Padre, ma resta lo spazio per una ulteriore rivelazione, più perfetta, che va al di là di Gesù Cristo.

Ma questo per S. Giovanni è radicalmente impossibile. Gesù è una cosa sola con il Padre e la fede è radicalmente legata a Lui perché il contenuto della fede è che: «Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito» (Gv 3, 16).

La vita di Gesù è essenzialmente riassumibile nella espressione “Amore” perciò Dio è essenzialmente definibile attraverso la parola “amore”. Questo non c’è nel Vangelo; lo si trova invece nella prima lettera di S Giovanni per ben due volte: “Dio è amore”.

E quella espressione non è una vera e propria definizione di Dio, ma esprime l’esperienza che l’uomo ha avuto di Dio. In altri termini: quello che di Dio noi conosciamo lo abbiamo sperimentato attraverso il rapporto con Gesù. Che cosa abbiamo conosciuto nella rivelazione di Gesù? che Dio è amore. Allora la fede è fede nell’amore del Padre, è una vita fondata sulla fede è una vita che si apre radicalmente all’amore.

La preghiera sacerdotale di Gesù si conclude con queste parole:

«[24]Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo» (Gv 17, 24).

Prima di tutto c’è dunque un amore che, dal Padre, è donato al Figlio.

«[25]Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. [26]E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17, 25-26).

Tutto il senso della preghiera e della vita di Gesù è di coinvolgere l’umanità dentro al mistero di amore che unisce il Padre al Figlio. È un amore che ha delle radici eterne, ma che vuole dilatarsi, che vuole assumere in sé l’esistenza dell’umanità intera.

«[24]Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me (…)perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17, 24.26).

Quindi l’amore del Padre non può terminare nel Figlio, ma deve passare attraverso il Figlio per coinvolgere tutta l’umanità. Questo è lo scopo della missione di Gesù, questo è il progetto del Padre nei confronti di Gesù. La seconda parte del Vangelo di Giovanni inizia così:

«[1]Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1).

La Bibbia di Gerusalemme fa notare che per la prima volta in questo testo S. Giovanni mette esplicitamente la vita la morte di Gesù sotto il segno del suo amore per gli uomini.

È come un segreto la cui piena rivelazione è riservata agli ultimi istanti. Da quel momento in poi il tema dell’amore di Gesù per i suoi è dominante, perché esprime l’interpretazione della Croce. Il Vangelo di Giovanni quando presenta i segni di Gesù li fa seguire spesso dai discorsi che interpretano i segni. Così, ad esempio, dopo la moltiplicazione dei pani c’è un lungo discorso che spiega che il vero pane della vita è Gesù. Nel caso della passione la spiegazione e il segno vengono capovolti: prima c’è la spiegazione e poi c’è il segno.

Il segno, che è la morte di Gesù, non è facile da comprendere: Può apparire come uno scandalo, una sconfitta, il fallimento di una vita.

La parola allora interpreta questo segno: «Prima della festa di Pasqua, sapendo… li arò sino alla fine».

Nella festa di Pasqua Gesù deve passare da questo mondo al Padre. E’ questo il vero passaggio. Ma la forza che permette a Gesù di compiere il suo passaggio è l’amore.

Gesù è passato da questo mondo al Padre amando i suoi amandoli fino al dono della sua vita. Evidentemente questa non è solo la sua strada, ma diventa anche la nostra. Se lui è “la via”, la strada che conduce da questo mondo verso Dio è Lui stesso: «ha amato i suoi sino alla fine».

“Sino alla fine”, non vuol dire fino ai termine, ma fino al “compimento”, fino alla perfezione. Tutto dunque viene riletto atta luce della dimensione fondamentale dell’amore.

Ora, per capire bene, non si dovrebbe partire dall’amore di Gesù per il Padre o per i suoi, ma dall’amore del Padre per Gesù. Infatti l’amore con cui Gesù ci ha amato non è altro che la manifestazione, la dilatazione dell’amore con cui il Padre ha amato Gesù e ha donato a Gesù ogni cosa (per il Padre esistere significa donarsi totalmente al Figlio).

«[35]Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa» (Gv 3, 35).

E “ogni cosa” vuol dire che la conoscenza di Dio viene comunicata pienamente al mondo attraverso Gesù Cristo.

«[20]Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati» (Gv 5, 20).

«[21]Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole» (Gv 5, 21).

Anche in questi versetti si sottolinea che l’amore con cui il Padre ama il Figlio si esprime in un dono totale di se. Il Padre dona al Figlio anche quelle che sono le sue caratteristiche: dare la vita e giudicare.

Questo amore conduce tutta la vita di Gesù e si compie nella sua obbedienza.

«[17]Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. [18]Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10, 17-18.

Ricevere tutto dal Padre vuol dire per Gesù non affermare un suo potere tirannico sul mondo (che lo collocherebbe in direzione opposta a quella dell’amore del Padre), ma vuol dire donare se stesso, quindi trasformare la propria vita in dono. Cosciente e sicuro dell’amore del Padre, Gesù è in grado di trasformare la sua vita umana in dono totale e irrevocabile.

«[9]Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. [10]Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. [11]Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. [12]Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. [13]Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 9-13).

La struttura è evidente: il Padre ama il Figlio e gli dona tutto se stesso. Il Figlio ama i suoi e dona la vita perché non c’è amore più grande che il dare la vita. Ma appunto per questo i suoi debbono amarsi gli uni gli altri. Non possono interrompere quel flusso di amore che, partendo dal Padre, deve giungere a tutti gli uomini. Gesù ha ricevuto dal Padre l’amore, la forza di donare se stesso e questa forza il Figlio la comunica ai suoi. per cui quando si legge “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” il “come” deve essere inteso con valore causale (cioè “perché io v i ho amati”).

In Gv 13 Gesù consegna ai suoi discepoli questo comando come il suo comandamento. Il capitolo termina con queste parole:

«[33]Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire. [34]Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. [35]Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 33-35).

In questi versetti vediamo prima di tutto l’annuncio del distacco: «dove vado io voi non potete venire» e questo è fondamentale per capire il comandamento che deve in qualche modo supplire all’essenza di Gesù. Finora il gruppo dei discepoli era il gruppo unito dall’amore di Gesù, cioè era l’amore del Signore per loro che li faceva essere una cosa sola. Adesso viene meno la presenza fisica e immediata di Gesù.

Perciò l’amore fraterna sostituisce la presenza di Gesù perché non è il surrogato dell’amore di Gesù, ma viene da Gesù. è la presenza del suo amore anche quando Gesù non c’è.

Quello che viene comunicato ai discepoli è quindi una vera e propria presenza del Signore nella sua forza di amore.

«Vi do un comandamento nuovo».

L’aggettivo “nuovo” significa almeno due cose:

  • è nuovo rispetto a tutto quello che c’era prima, perché trae la sua origine dalla morte di Gesù in Croce, quindi è qualche cosa di originale e mai visto prima.

  • ma è nuovo anche nel senso che è il comandamento escatologico, cioè il comandamento definitivo che non appartiene a una storia che passa.

Questo comandamento è nella storia, ma non è il frutto della cultura umana, bensì della rivelazione di Dio: perciò ha la sua radice in Dio stesso. Per questo è definitivo ed escatologico: non invecchierà e non passerà.

«che vi amiate gli uni gli altri».

Dicevamo prima che l’amore del Padre ha reso capace Gesù di fare della sua vita un dono. L’amore di Gesù deve rendere capaci anche i discepoli di fare della loro vita un dono. Gesù non dà una specie di modello esterno, ma suscita la forza dell’amore fraterno.

«[13.35]Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri»

La qualità di questo amore è così tipica, così caratteristica da diventare una testimonianza, una rivelazione di Gesù e dellà sua presenza in mezzo ai discepoli.

Dove c’è questo amore, c’è il Signore.

Fisicamente non sarà visibile, ma c’è effettivamente la continuità del suo amore.

Come la presenza di Gesù rendeva presente il Padre (“chi vede me, vede il Padre”) così dove c’è una comunità cristiana che viva l’amore fraterno, li c’è il Signore.

Si capisce perciò come in “fede” e “Amore” ci sia il succo della vita cristiana.

Nella prima Lettera S. Giovanni darà proprio questo precetto come unico comandamento di Gesù:

«[23]Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato» (1 Gv 3, 23).

È dunque un comandamento solo: che crediamo e che ci amiamo. L’amore che riceviamo attraverso Cristo deve realizzare l’amare fraterno nel quale c’è il traguardo della esistenza cristiana.

Si può dire che dove c’è l’amore fraterno, l’amore di Dio ha raggiunto il suo scopo e perciò è veramente perfetto.

Testo da registrazione – non rivisto dal relatore – U.C.I.I.M – Sezione di Reggio E. – Via Prevostura 4 –

IL VANGELO DI S. GIOVANNI – 1

U.C.I.I.M.
Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi
Sezione di Reggio Emilia (Via Prevostura 4)

Il Vangelo di S. Giovanni

Un Vangelo originale:
genere letterario e struttura del quarto Vangelo

1991

Ci chiediamo anzitutto quale sia il genere letterario del Vangelo secondo Giovanni. Ci chiediamo cioè quali interessi e preoccupazioni abbiano mosso l’autore a scriverlo.

Di Gesù si può scrivere in tanti modi; hanno scritto in un modo i Vangeli sinottici che ci offrono delle narrazioni sulla vita di Gesù, ha scritto S. Paolo in un altro modo dandoci riflessioni teologiche sul mistero di Gesù.

Qual era invece l’intenzione di S. Giovanni?

Qualcuno, come il famoso Loisy, ha scritto che il Vangelo di S. Giovanni è una serie di meditazioni teologiche su Gesù, lasciando capire che il Vangelo di Giovanni non ha molto a che fare con la storia, mentre ha molto a che fare con la teologia e con la spiritualità.

Dice Loisy che S. Giovanni non aveva alcuna intenzione di ricordare i fatti e le effettive parole pronunciate da Gesù, perché il suo interesse era piuttosto quello di manifestare il significato che l’avvenimento di Gesù ha per la vita del credente.

Quindi l’interesse sarebbe stato al di fuori della sua prospettiva, perché la sua intenzione era quella di offrire delle riflessioni spirituali.

Oggi noi ci chiediamo se questo è vero e, per fortuna, lo stesso autore del Vangelo ci offre una piccola chiave che ci serve per capire le sue intenzioni.

La troviamo alla fine del capitolo 20, in quel brano che costituiva la chiusura della prima edizione del Vangelo secondo S. Giovanni:

«[30]Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. [31]Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20, 30-31).

In queste parole di Giovanni ci sono alcune indicazioni molto preziose per noi.

S. Giovanni dice di aver fatto una scelta del materiale che poteva essere usato «molti altri segni fece Gesù….. ma non sono stati scritti in questo libro».

È evidente che S. Giovanni afferma di non aver voluto dire tutto quello che si sarebbe potuto dire sulla vita di Gesù. Non voleva quindi soddisfare la curiosità dello storico perché non aveva la preoccupazione di raccontare tutto quello che pure lui sapeva.

Quello che Giovanni ha raccontato lo esprime con una parola strana, ma tipica del quarto Vangelo: «molti altri segni».

“Segno” è una parola che il Vangelo di S. Giovanni preferisce usare per indicare quelli che nei Vangeli sinottici sono i miracoli.

Ora quello che è caratteristico del “segno” è che mette in movimento non solo l’occhio o l’orecchio per vedere un’immagine o percepire un suono, ma muove l’intelligenza per capire il significato di quello che si vede.

S. Giovanni indica anche lo scopo per cui ha scritto: «perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio». Quindi il suo scopo è quello di suscitare, o meglio dinutrire la fede. Perciò S. Giovanni presenta il suo Vangelo come un’opera a tesi, con cui intende proporre non solo dei fatti, ma un modo di interpretarli secondo la fede. Dopo aver letto il Vangelo di S. Giovanni il lettore è dunque invitato a credere.

Lo stesso evangelista lo dice esplicitamente: «io scrivo perché voi crediate». Perciò è una provocazione, un invito alla fede.

E qual è il contenuto di questa fede? «Crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio».

Gli esperti dicono che in questa affermazione l’accento è posto sulla parola “Gesù”.

Feuillet infatti scrive così:

“Contrariamente a quanto si ritiene, lo scopo dell’evangelista non è solo dimostrare che Gesù è il Messia e il Figlio di Dio, cosa che era già nota da molto tempo, ma piuttosto di sottolineare che non c’è distinzione tra Gesù di Nazaret che viveva e predicava in Galilea e in Giudea e il Cristo della fede, il Figlio di Dio presente nella Chiesa che continua a santificare le anime con i Sacramenti”.

Mi spiego meglio. L’espressione “Gesù è il Cristo” può essere letta e interpretata in due modi diversi.

Può essere letta come risposta alla domanda “Chi è Gesù di Nazaret, la cui risposta è: “Gesù di Nazaret è il Messia”.

Ma può essere anche letta come risposta alla domanda: “Chi è il Cristo”, la cui risposta è: “I1 Cristo è Gesù di Nazaret”.

Da un secolo a questa parte si usa fare distinzione fra le due parole “Gesù” e “Cristo”. Se con la parola “Gesù” si intende un avvenimento storico, cioè l’uomo Gesù di Nazaret, con la parola “Cristo” si intende una esperienza di fede, il mistero della salvezza.

L’ottica di S. Giovanni sembra proprio essere quella di affermare che non c’è distinzione fra quel Gesù di Nazaret di cui conosciamo le parole e i gesti e quel Cristo che nella vita della Chiesa viene celebrato e incontrato attraverso i Sacramenti.

Il Cristo è il Gesù dèlla storia e il Gesù della storia è il Cristo della fede. Se le cose stanno così, comprendiamo anche perché i principali destinatari del nostro libretto siano i credenti.

Sembra infatti che Giovanni non abbia scritto per dei pagani per invitarli alla fede, ma abbia scritto per i cristiani, per nutrire e arricchire la loro fede.

Ai credenti viene proposta una rilettura della vita di Gesù in modo che l’esperienza di fede, che essi quotidianamente vivono nella Chiesa, sia il più possibile fedele in riferimento al Gesù della Storia.

L’intenzione di Giovanni non è dunque quella di scrivere una biografia di Gesù, né quella di scrivere un’opera di pura teologia. Parla invece di Gesù che è il Cristo unendo la dimensione storica con quella della fede.

A questo punto potremmo semplicemente dire che il Vangelo di S. Giovanni è un Vangelo.

È significativo che quando la Chiesa si è trovata fra le mani i libretti di Matteo, Marco, Luca, Giovanni non li abbia chiamati “Vite di Gesù” o “Ricordi dei discepoli”, ma li abbia chiamati “Vangeli”. E “vangelo” vuole dire: “proclamazione di una salvezza, proclamazione di un’opera di Dio che trasforma la vita del mondo e che apre all’uomo un cammino di speranza”.

Siamo quindi arrivati a una conclusione di per sé lapalissiana: il quarto Vangelo è un Vangelo.

Questa affermazione non è così banale come potrebbe sembrare, perché ci aiuta a collocarci nella prospettiva del genere letterario di quest’opera che pretende di mettere insieme le due dimensioni della fede e della storia.

Qualsiasi frattura tra queste due dimensioni si allontana dall’intenzione di S. Giovanni.

A questo punto dobbiamo fare un passo ulteriore citando Clemente di Alessandria che ha scritto una frase diventata poi famosa: “Dopo che il corporeo ci era stato rivelato nei primi tre vangeli, S. Giovanni ha prodotto il Vangelo spirituale”.

Da allora in poi è tradizione indicare il quarto vangelo come Vangelo spirituale.

Per Clemente di Alessandria questa affermazione è un elogio fatto a S. Giovanni, il cui simbolo è l’aquila perché capace di innalzarsi per vedere e giudicare dall’alto la realtà con una capacità di intuizione molto più profonda.

Clemente di Alessandria ha inteso dire questo, ma la sua definizione è stata presa a rovescio dai moderni. Dall’illuminismo in poi un Vangelo spirituale suscita sospetti. L’aggettivo “spirituale” fa pensare a un Vangelo non così rispettoso della storia e siccome quello che interessa è la verità storica, il Vangelo spirituale interessa poco. Quando infatti, dal XIIX secolo in poi, si tenta di ricostruire i dati storici sulla vita di Gesù, il Vangelo di S. Giovanni è normalmente messo da parte.

Gli storici preferiscono concentrarsi sui vangeli sinottici e in particolare sul Vangelo di Marco ritenuto erroneamente il più semplice e ingenuo e il meno teologico.

Ci interessa notare la diversa valutazione: i sinottici ci avrebbero dato il corporeo, quindi l’aspetto esterno della storia di Gesù; S. Giovanni avrebbe dato lo spirituale, quindi il valore interiore, profondo.

Nasce così il problema della distinzione tra i vangeli sinottici e il vangelo di S. Giovanni.

Quando Grisbac alla fine del secolo XIIX inventa quel libro stupendo e utilissimo che è la Sinossi, utilizza i primi tre Vangeli escludendo il quarto perché la sua struttura e il suo contenuto lo rende, per molti aspetti, diverso dagli altri tre Vangeli.

Se i Vangeli secondo Matteo, Marco, Luca sono fondamentalmente costruiti sulla stessa struttura (prima c’è il ministero di Gesù in Galilea, poi c’è il viaggio verso Gerusalemme, poi gli avvenimenti a Gerusalemme), il Vangelo di Giovanni non ha affatto questa struttura.

Nei sinottici Gesù va a Gerusalemme solo una volta, al termine della sua vita (a parte il Vangelo dell’ infanzia).

Nel vangelo di Giovanni Gesù è molte volte a Gerusalemme. Ve lo troviamo già al capitolo 2, poi lo ritroviamo in occasione di tre Pasque, per la festa dei Tabernacoli, per la festa della dedicazione del Tempio e in occasione di un’altra festa di cui non sappiamo il riferimento preciso. Quindi, secondo il 4 Vangelo, si potrebbe dire che Gesù è più a Gerusalemme che non in Galilea, mentre nei sinottici è molto più in Galilea che non a Gerusalemme.

È quindi difficile collocare fianco a fianco i tre Vangeli Sinottici e il Vangelo di S. Giovanni.

In realtà oggi si fanno le sinossi dei quattro vangeli, quindi si tenta di fare questo accostamento, però la differenza effettivamente c’è e vale la pena notarla.

E non è solo differenza di struttura, di ordine con cui i fatti vengono raccontati, ma è anche differenza di ottica.

Prendiamo, ad esempio, alcuni elementi per vedere le differenze tra il Vangelo di S. Giovanni e i Vangeli sinottici.

Vediamo i miracoli che sono naturalmente una parte notevolissima del materiale evangelico.

Il Vangelo di Giovanni ne ricorda solo sette: le nozze di Cana, la guarigione del figlio dell’ufficiale regio, la guarigione del paralitico della piscina di Betzaetà, la moltiplicazione dei pani, Gesù che cammina sulle acque, la guarigione del cieco nato e la risurrezione di Lazzaro.

(Ci sarebbe anche la pesca miracolosa del cap. 21, ma per ora la lasciamo da parte). Quindi fondamentalmente sono sette miracoli e di questi sette praticamente solo due sono comuni con i Vangeli sinottici: la moltiplicazione dei pani e Gesù che cammina sulle acque.

Ce n’è un terzo su cui rimangono alcuni dubbi: la guarigione del figlio dell’ufficiale regio che sembra corrispondere alla guarigione del servo del centurione dei vangeli sinottici. Ci sono sufficienti somiglianze per poter pensare a un rapporto, e ci sono però anche sufficienti differenze per pensare che siano due episodi diversi.

Per quel che riguarda gli altri miracoli, il materiale di S. Giovanni è proprio, non si trova nei vangeli sinottici.

Ma quel che è più importante ancora è che il modo come vengono raccontati i miracoli sembra diverso.

Ad esempio, cosa vuole dire la guarigione del cieco nato? Per S. Giovanni non ci sono dubbi: la guarigione del cieco nato è la rivelazione che Gesù è la luce del mondo.

«[12](…)Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8, 12)

Nel racconto della guarigione del cieco nato (cap. 9), il miracolo è narrato nei primissimi versetti:

«[5]Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo». [6]Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco [7]e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva» (Gv. 9, 5-7).

Già al versetto 7 si conclude il racconto del miracolo, ma il discorso va avanti fino al versetto 41: ci sono ancora 34 versetti nei quali ci si chiede “chi è Gesù”. Se lo chiedono i Giudei, se lo chiedono le folle. C’è tutta una serie di personaggi che devono prendere posizione rispetto a Gesù, fino a quando il cieco nato, alla fine del capitolo, si prostra davanti a Gesù e riconosce che Egli è davvero il Figlio dell’Uomo.

C’è quindi un problema che riguarda non tanto la guarigione del cieco, ma l’identità di Gesù. La guarigione del cieco è una rivelazione su “chi è Gesù”.

E ciò che vale per questo miracolo sembra valere anche per gli altri. Anche nella moltiplicazione dei pani Gesù dice: «Sono io il Pane della vita» (Gv 6, 35). Anche questo miracolo perciò sembra quasi un pretesto per il grande discorso che Gesù tiene nella Sinagoga di Cafarnao per presentare se stesso come nutrimento che viene dal cielo per dare la vita al mondo. Allora i miracoli, nel Vangelo di Giovanni, vanno insieme con un’ampia interpretazione che può essere presentata in un discorso (moltiplicazione dei pani), in una discussine (dopo la guarigione del cieco nato) in una professione di fede esplicita (la professione di fede di Marta dopo la risurrezione di Lazzaro) ecc.

In ogni modo l’attenzione è rivolta all’identità di Gesù, non a quello che fa, ma a quello che Gesù è.

E questa differenza trova riscontro anche nel materiale che riguarda gli insegnamenti di Gesù.

La prima cosa sorprendente è che il Vangelo di S. Giovanni racconta tutte le istruzioni di Gesù ai suoi discepoli in un’unica occasione: quella dell’ultima cena. I capitoli 13-14-15-16 del Vangelo di Giovanni sono discorsi fatti ai discepoli il giorno prima di morire. Nei Vangeli sinottici le istruzioni agli apostoli trovano posto in tutto il Vangelo, invece S. Giovanni le ha raccolte in un’unica occasione. Ma questa sarebbe ancora una differenza esterna.

Quello che sorprende molto di più è che il linguaggio usato da Gesù nel 4 Vangelo è diverso da quello che ritroviamo nei sinottici. In questi ultimi Gesù usa un linguaggio colorito, vivo, adatto alla mentalità popolare: usa le parabole, quindi parla di lievito, di seminatore, di seme, di uccelli ecc. Invece nel 4 Vangelo questo linguaggio sembra scomparire dietro l’emergere di altre parole, di altri termini fondamentali come vita, luce, gloria, verità.

Sembra di passare da una descrizione di immagini della realtà a una riflessione dottrinale certamente profonda.

Il Vangelo di S. Giovanni non ha le grandi parabole dei Vangeli sinottici. Alcune ci sono, ma molto brevi e notevolmente diverse da quei lunghi racconti come “il figlio prodigo”, “il buon samaritano” che sono così importanti nei Vangeli Sinottici.

Perché questa differenza? Un autore scrive così:

“Dobbiamo rivolgere la nostra attenzione al fatto che per lo più in questo gruppo di discorsi riferito da Giovanni, Gesù si rivolge a un uditorio alquanto differente da quello presupposto dai sinottici, dove esso è costituito in genere da contadini della Galilea. Nei capitoli 7-10 di Giovanni invece gli uditori sono rabbi di Gerusalemme o simili ed è giusto sottolineare che non ci si può attendere lo stesso genere di argomentazioni nelle discussioni coi rappresentanti della classe colta e con la semplice gente dei campi.

Al contrario è logico che si cerchi di scendere sullo stesso terreno dei propri critici e dibatterli con le loro stesse armi”.

Questo autore dunque dice che la differenza è probabilmente il frutto della differenza degli uditori.

Nei Vangeli sinottici Gesù viene presentato come il predicatore alle folle; nel Vangelo di S. Giovanni Gesù diventa quello che discute con le autorità religiose.

Si può immaginare perciò che Gesù abbia cambiato il modo di esprimersi secondo gli uditori ai quali si rivolge.

E questo è un ragionamento giusto e corretto, ma non risolve il problema alla radice.

Nei Vangeli sinottici ad esempio, Gesù discute con gli avversari, con le autorità giudaiche (scribi e farisei), ma usa le parabole. Inoltre il linguaggio che Gesù usa nel 4 vangelo è stranamente molto vicino al linguaggio delle lettere di S. Giovanni (soprattutto la prima).

È vero che si può dire che Giovanni ha imparato il suo linguaggio da Gesù, ma qualcuno potrebbe anche dire che Giovanni ha messo sulla bocca di Gesù il suo modo di esprimersi: quello che corrisponde a una sua visione teologica.

Aggiungete che anche il contenuto dei discorsi è diverso.

Infatti il contenuto fondamentale della predicazione di Gesù secondo i Vangeli sinottici è il Regno di Dio.

Si può dire che tutte le parabole di Gesù girano intorno a questo annuncio fondamentale. Gesù si presenta come l’araldo che annuncia la venuta di Dio come Re che prende in mano la Storia e la condizione degli uomini. Se Gesù presenta dei comandamenti è perché questi sono le esigenze del Regno. Le “Beatitudini”, ad esempio, sono le esigenze fondamentali del Regno per cui se uno vuole entrare nel Regno di Dio deve essere povero in spirito, mite, costruttore di pace…, deve compiere cioè quelle condizioni di ingresso che le “Beatitudini” rappresentano.

Perciò le beatitudini sono in prospettiva del Regno. E le parabole pure: «Il Regno dei cieli è come…».

Invece nel Vangelo secondo Giovanni il Regno di Dio sembra scomparire, non se ne parla. In un’unica occasione, nel dialogo con Nicodemo, Gesù dice:

«se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3, 3).

In tutto il resto del Vangelo non si parla di Regno di Dio. Si parla invece della persona di Gesù, della identità di Gesù. Anche nel racconto dei miracoli per S. Giovanni non è tanto importante quello che Gesù fa, quanto ciò che si capisce di Lui, della sua identità.

La preoccupazione di Giovanni è quella di far risaltare l’identità del Signore. Per questo usa sette volte la formula caratteristica «Io sono».

(io sono il pane della vita, io sono il buon pastore, io sono la porta delle pecore, io sono la risurrezione e la vita, io sono la via, la verità, la vita), perché si tratta di identificare Gesù come colui nel quale la vita di Dio è presente.

Anche nelle discussioni sul sabato, mentre nei sinottici discute se di sabato sia lecito fare del bene o del male, guarire una vita o perderla, cioè discute sulla giusta interpretazione della legge del sabato, nel Vangelo di Giovanni, Gesù discute soltanto se lui abbia o no l’autorità di operare in giorno di sabato come fa Dio.

«Il mio Padre opera sempre e anch’io opero» (Gv 5, 17).

Se Gesù guarisce in giorno di sabato è semplicemente perché è il Figlio di Dio, perché è plenipotenziario di Dio perciò quello che fa Dio lo fa anche Lui. Il discorso riguarda ancora l’identità di Gesù. Il problema centrale è dunque Gesù: se Egli sia davvero il Figlio che ha l’autorità di agire come il Padre.

A questo punto possiamo rifarci la domanda: se ci sono queste diversità di prospettiva possiamo ancora dire che il Vangelo secondo Giovanni è un vangelo come sono Vangeli i sinottici?

Possiamo rispondere che anche se ci sono diversità, fondamentalmente il Vangelo di Giovanni riprende l’ottica dei sinottici perché il contenuto del Vangelo di Giovanni è lo stesso di quello dei sinottici: gli eventi che vanno dal Battesimo di Gesù alla sua risurrezione.

Il Vangelo di Giovanni comincia infatti con il Battesimo di Gesù e procede fino alla sua Risurrezione, fedele al contenuto del Vangelo, secondo tutta la tradizione. Ricordiamo infatti che, dopo la Risurrezione di Gesù, quando si vuole sostituire Giuda Iscariota nel collegio dei Dodici per ristabilire quel numero che aveva come tale grande importanza, la condizione per scegliere il sostituto di Giuda la dichiara Pietro:

«[21]Bisogna dunque che tra coloro che ci furono compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi, [22]incominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di tra noi assunto in cielo, uno divenga, insieme a noi, testimone della sua risurrezione» (At 1, 21-22).

E questo perché il Battesimo di Giovanni è esattamente l’inizio del Vangelo. Ci possiamo chiedere: perché Giovanni avrebbe scelto uno schema narrativo tradizionale se la sua intenzione fosse stata puramente teologica?

Certamente gli interessa la teologia, gli interessa il significato spirituale, ma non solo. Gli eventi che costituiscono il Vangelo di Giovanni sono collegati tra loro da un movimento che, dal punto di vista teologico, appare come lo scontro tra la rivelazione e l’incredulità, ma che nello stesso tempo, da punto di vista storico, esprime il dramma dello scontro tra Gesù e i suoi avversari. In altri termini: gli avvenimenti della vita di Gesù, come Giovanni li racconta, non sono solo interpretati dal punto di vista teologico, ma sono anche giustificati dal punto di vista storico.

In particolare Giovanni vuole giustificare dal punto di vista storico la passione e la morte di Gesù, vuole spiegare come mai sia avvenuto ciò e lo spiega appunto con quella tensione e contrasto con le autorità giudaiche che diventa sempre più intenso nel corso del Vangelo.

Il che dimostra che Giovanni aveva la prospettiva storica. A questo si aggiunga il fatto che il 4 Vangelo conosce una serie di indicazioni cronologiche e geografiche che non hanno nessun valore teologico e che sono comprensibili solo per un ricordo storico.

L’esempio che viene sempre portato è quello della famosa piscina dei cinque portici che Lòisy, ad esempio, pensandola pentagonale, aveva considerato come un’immagine tipicamente simbolica e ideale.

E invece la piscina a cinque portici è esistita e l’archeologia l’ha in qualche modo ricostruita. Vuol dire che il simbolo, se c’è, va insieme con la realtà che Giovanni non aveva semplicemente immaginato perché si trattava di una piscina reale.

E quello che vale per la piscina di Betzaetà, vale per numerose altre annotazioni di tipo cronologico e geografico.

Stranamente Giovanni ne ha più dei Vangeli sinottici e, dal punto di vista storico, sono generalmente fondate e precise, nonostante il Vangelo di Giovanni sia stato scritto quando ormai della Gerusalemme di Gesù era rimasto ben poco.

Ciò significa che dietro queste annotazioni c’è un ricordo storico.

Per rispondere dunque alla domanda da cui eravamo partiti, bisogna tenere presenti tutti i dati: sia le differenze che le somiglianze e la risposta non può che essere sfumata.

In fondo, torniamo alla definizione di Clemente di Alessandria: “Il Vangelo secondo Giovanni è il Vangelo spirituale”.

Tutti i Vangeli sono spirituali, perché tutti presentano la vita di Gesù come annuncio di salvezza, quindi tutti la interpretano nell’ottica della fede. Ma quello che vale per tutti i Vangeli, vale in modo ancora più profondo e luminoso per il Vangelo di Giovanni.

Possiamo fare qualche esempio. Nel capitolo 2 del Vangelo di Giovanni c’è l’episodio famoso della purificazione del tempio, episodio che ha un parallelo nei sinottici, anche se la collocazione è diversa.

«[19] Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Gv 2, 19).

In questo brano ci sono chiaramente due livelli di comprensione di Gesù. è una frase testimoniata in qualche modo anche dai sinottici ed è una delle accuse che viene portata contro Gesù al momento del processo.

Ma il Vangelo di Giovanni ha riletto in queste parole l’annuncio del mistero pasquale. Gesù si presenta chiaramente come il “tempio” di Dio e allude alla sua morte e alla sua risurrezione.

Ci sono anche altri testi in cui l’umanità di Gesù è presentata come il tempio di Dio. E siccome il tempio è il luogo dove Dio è presente e si manifesta agli uomini, non c’è un luogo dove Dio sia così presente e si manifesti in modo così luminoso come nella umanità di Gesù.

«[14]E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria» (Gv 1, 14).

Quindi la carne di Gesù rivela la gloria di Dio, il volto di Dio.

«[18]Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui ce lo ha fatto conoscere» (Gv 1, 18).

Quindi siccome l’umanità di Gesù è il luogo terreno e umano dove si rivela la gloria di Dio, allora si può dire che l’umanità di Gesù è il vero tempio di Dio. Però S. Giovanni dice che la comprensione degli apostoli non era stata immediata. Essi avevano capito che Gesù annunciava la costruzione del tempio messianico (cfr. Ez. 40-43) ma dopo la risurrezione hanno capito che questo tempio messianico era l’umanità di Gesù.

Solo dopo la risurrezione infatti:

«[22] (…) si ricordarono – le parole di Gesù e allora – credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù» (Gv 2, 22).

S. Giovanni così ci dà una chiave molto preziosa per capire come è nato il suo Vangelo: è nato sì dal ricordo delle parole e delle opere di Gesù, ma dal ricordo pasquale, cioè da quello che le parole e le opere di Gesù hanno significato dopo la Pasqua per i credenti.

Non è quindi un ricordo puramente esterno, ma il ricordo che viene dall’esperienza del Signore Risorto e dall’incontro con Lui.

Incontrando il Signore come “Vivente” si percepisce e si comprende in modo nuovo quello che Gesù ha detto e fatto.

Che questa sia la vera ottica, S. Giovanni ce lo insegna nei discorsi di Gesù dell’Ultima Cena, quando egli annuncia il dono dello Spirito Paraclito il quale viene chiamato “Spirito di verità”.

Ora, la parola “verità” nel Vangelo secondo Giovanni significa fondamentalmente “rivelazione”, quindi lo Spirito di verità è quello che permette di comprendere la rivelazione e di entrare nel mistero di Dio. Dello Spirito Santo Gesù dice:

«[25]Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. [26]Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14, 25-26).

Dunque lo Spirito Santo viene mandato per insegnare.

In realtà il Maestro è stato Gesù che non ha fatto altro che insegnare ai discepoli. Ma viene lo Spirito Santo che farà anche lui il Maestro, sarà un secondo Maestro. Che cosa farà di caratteristico?

«Farà ricordare quello che io vi ho detto».

E questo “ricordare” non è solo un rinfrescare la memoria, ma si tratta di capire in profondità quello che prima era chiaramente incomprensibile. Infatti la Rivelazione è strutturalmente superiore all’intelligenza dell’uomo. Tutte le volte che Gesù nel Vangelo rivela qualche cosa, gli uomini regolarmente non capiscono perché prendono le parole di Gesù e le portano a livello della loro esperienza rendendole equivoche. Ma la parola di Gesù è a livello della rivelazione di Dio, non dell’esperienza dell’uomo.

Questo è evidente nel dialogo tra Gesù e Nicodemo. Quando Gesù parla del “nascere di nuovo”, Nicodemo capisce secondo la logica umana, e dal punto di vista umano è impossibile rinascere.

Perciò le parole di Gesù sono incomprensibili perché non parlano dell’esperienza del rinascere fisico, ma della rivelazione dell’opera di Dio, compiuta per mezzo del dono dello Spirito.

Anche nell’Ultima Cena, quando Gesù si mette a lavare i piedi ai suoi discepoli e Pietro non vuole lasciarsi servire, Gesù gli risponde:

«[7]Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo» (Gv 13, 7).

“Tu ora non lo capisci” non è un giudizio sull’intelligenza di Pietro. È invece un giudizio sulla Rivelazione. Adesso non è ancora comprensibile il senso vero delle sue parole e dei suoi gesti. Dopo la morte e la risurrezione allora si capirà che la lavanda dei piedi era l’annuncio della morte. Adesso Pietro, al massimo, lo può comprendere come un gesto di umiltà di Gesù e questo è vero, ma è insufficiente per capire il gesto che il Signore ha compiuto. “Lo Spirito Santo vi farà ricordare tutto quello che io vi ho detto” (Gv 14, 26).

Questo significa che la comprensione non è data solo da una percezione sensibile, ma è il frutto di una illuminazione spirituale.

Non c’è dubbio che il Vangelo di S. Giovanni è quello che ha la teologia più elevata e ciò significa che Gesù viene presentato come il Figlio di Dio, come la rivelazione eterna del Padre.

Però, leggendo il Vangelo, noterete anche che S. Giovanni insiste più degli altri Vangeli sulla umanità di Gesù. A Gesù viene attribuito il titolo di “uomo” più di frequente che negli altri Vangeli.

Giovanni insiste moltissimo sull’uomo Gesù, sulla carne di Gesù, perché è la carne che diventa rivelatrice.

La teologia di S. Giovanni è costruita sul versetto del prologo “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

Noi abbiamo visto la carne; però nella carne abbiamo visto la gloria, cioè nella umanità abbiamo visto la divinità. Non si possono separare le due cose, perché è solo attraverso la carne che la divinità si rivela ed è certamente solo attraverso una “percezione di fede” della carne che la divinità può essere percepita e creduta. L’ottica del Vangelo di Giovanni è dunque quella di unire indissolubilmente le due dimensioni: quella storica e quella della fede, quella concreta (la carne di Gesù) e quella spirituale (la divinità, la gloria di Gesù).

Il Padre Mollat a proposito scrive:

“Durante la sua vita terrena Gesù ha usato un linguaggio enigmatico, misterioso, incompreso. Doveva seguire un secondo tempo: quello della rivelazione perfetta dopo la Risurrezione. Maestro ne sarà lo Spirito Santo che parlerà in nome del Risorto, ricordando e insegnando ai discepoli quello che Gesù aveva detto loro, conducendoli a tutta la verità. Col Vangelo di Giovanni siamo a questo secondo stadio: quello del Vangelo nella luce piena dello Spirito.

Vero esegeta delle figure di Gesù, egli fa apparire i misteri che esse nascondono: Tempio nuovo – nuova nascita – culto in Spirito e verità. Pane di vita – acqua spirituale, elevazione del Figlio dell’uomo. Sono tutti termini che hanno bisogno di comprensione spirituale. La elevazione può essere riferita all’innalzamento materiale sulla croce, ma deve essere compresa come innalzamento alla gloria del Padre. 11 pane di vita può essere riferito a quel pane che Gesù ha dato, ma deve essere compreso anche in riferimento a quel pane che Gesù è. E così via”.

Quindi il Vangelo di Giovanni si muove in questa linea di interpretazione, A questo punto dovremmo tentare di illustrare la struttura del quarto Vangelo, ma ci resta solo il tempo per dire gli elementi fondamentali.

La Bibbia di Gerusalemme presenta già una struttura: basta essere attenti ai titoli dei singoli brani, a come sono organizzati (naturalmente i titoli non fanno parte del Vangelo, ma sono stati dati dai curatori).

Tutti gli studiosi sono praticamente d’accordo nell’articolare il Vangelo di Giovanni in due grandi sezioni:

  • una comprende i capitoli 1-12;

  • l’altra va dal capitolo 13 al 20.

I capitoli 1 – 12 sono la rivelazione progressiva storica di Gesù e sono la risposta degli uomini a questa rivelazione progressiva. Qualcuno ha intitolato questi 12 capitoli “il libro dei segni” e ciò significa che ci sono eventi della vita di Gesù che rivelano la sua identità.

Di fronte a questa rivelazione gli uomini rispondono, in massima parte, con il rifiuto.

E il capitolo 12 termina con un brano che è una specie di bilancio, ire parte negativo

«[37]Sebbene avesse compiuto tanti segni davanti a loro, non credevano in lui; [38]perché si adempisse la parola detta dal profeta Isaia: Signore, chi ha creduto alla nostra parola?» (Gv 12-37-38).

Il capitolo seguente, cioè il 13, comincia così:

«[1]Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1).

Per questo alcuni autori intitolano la seconda parte del Vangelo “il libro dell’ora di Gesù”.

Prima ci sono i segni come inizio della rivelazione, poi c’è l’Ora come compimento della Rivelazione stessa.

Di fronte ai segni S. Giovanni sottolinea l’incredulità degli uomini; di fronte all’ora sottolinea la presenza dei discepoli come coloro che Gesù ha amato.

Si potrebbe dire che la struttura del Vangelo corrisponde a quel versetto del Prologo che dice:

«[11]Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto.[12]A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1, 11.12).

E la dialettica del Vangelo è esattamente questa: rivelazione – incredulità – fede.

Con l’Ora di Gesù la rivelazione viene portata a compimento e nel momento in cui Gesù viene innalzato sulla Croce comincia ad attirare a se il mondo intero.

I discepoli sono primizie di questo mondo che viene attirato alla Croce del Signore. Questa è la struttura fondamentale. Poi naturalmente bisogna distinguere i singoli brani.

Qualcuno li distingue secondo le feste giudaiche, altri dividono in modo diverso, ma fondamentalmente la divisione degli episodi è abbastanza facile, anche perché il Vangelo di S. Giovanni non ne ha tantissimi e tende piuttosto a raccontare ogni episodio abbastanza diffusamente.

Teniamo presente un’ultima cosa: siccome il Vangelo di Giovanni ha due conclusioni, una al capitolo 20 e una al capitolo 21, pare che il capitolo 21 sia stato aggiunto in una seconda edizione, anche se dal punto di vista dei manoscritti questa differenza di edizioni non è testimoniata.

Poi il Vangelo di S. Giovanni comincia con il prologo (vv. 1-18) che costituisce evidentemente un brano a parte, ponendo molti problemi dal punto di vista critico.

Quello che ci interessa però è che il prologo fa da chiave di lettura di tutto il Vangelo perché praticamente contiene i temi che il Vangelo svilupperà. Nel Vangelo i temi sono inseriti dentro a narrazioni; nel prologo invece i temi sono riflessione teologica pura. E’ la riflessione dell’apostolo Giovanni che ha come colto il succo delle rivelazione del Vangelo e lo ha posto come chiave di interpretazione.

Se si vuole capire il Vangelo di Giovanni, lo si deve leggere alla luce di questo versetto:

«[18]Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1, 18).

Testo da registrazione – non rivisto dal relatore – U.C.I.I.M. – Sezione di Reggio E. – Via Prevostura 4

MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 9

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo (Fil 3, 12)

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio.

Mons. Luciano Monari

Quarto giorno – Lunedì, 02 Settembre 1991

Quinta Meditazione

«[3]Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. [4]In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, [5]predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, [6]secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; [7]nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia. [8]Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, [9]poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito [10]per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra. [11]In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, [12]perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. [13]In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, [14]il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria» (Ef 1, 3-14).

La lettera agli Efesini fa da conclusione al nostro cammino degli esercizi.

Perché questo brano? Quattro aspetti.

Primo aspetto. Anzitutto perché è un inno, e inno vuol dire che è teologia, cioè è riflessione sul progetto di salvezza di Dio, ma è teologia sottoforma di preghiera. Non è la teologia della scuola, ma è la teologia della preghiera e del rapporto personale con il Signore.

Questo, credo che ci possa aiutare perché la conoscenza più autentica del Signore, e anche della sua volontà e della sua opera di salvezza, avviene non tanto nella dimensione dello studio quanto nella dimensione del dialogo. Questo naturalmente non vuole dire che la teologia e lo studio non siano importanti, anzi importantissimi, ma vuole dire che il riconoscimento di Dio come Dio, avviene essenzialmente nel momento in cui ci si rivolge a Lui riconoscendolo come interlocutore della nostra vita.

Questo – si capisce facilmente – vale anche nei nostri rapporti umani. Io posso ben studiare tutte le cartelle cliniche di una persona, ma in realtà il rapporto vero con la persona va dopo le cartelle cliniche, va quando mi metto accanto e ascolto, e parlo e dialogo ed entro in un rapporto personale.

Siccome il Dio della rivelazione è un Dio personale, lo si riconosce non parlando di Lui ma parlando A LUI. Quindi in un atteggiamento che sia di lode e di ringraziamento: quello che qualcuno chiamava la teologia in ginocchio.

Secondo aspetto. E’ un inno Trinitario: inizia con la lode al Padre, si sviluppa in tutta la descrizione dell’opera del Figlio e termina nel richiamo allo Spirito Santo. Un inno Trinitario.

Di per sé Paolo non vuole parlare direttamente della Trinità. Vuole parlare dell’uomo e della salvezza dell’uomo. Ma esattamente la salvezza dell’uomo ha una struttura trinitaria.

Quando noi diciamo che Dio è uno solo e in tre persone, non diciamo qualcosa che è lontano da noi, che riguarda puramente l’essenza divina. No! Riguarda Dio nel suo rapporto verso di noi. In fondo la rivelazione biblica la si può leggere in chiave trinitaria; l’Antico Testamento non c’è dubbio che è tutta la rivelazione del Padre; i Vangeli sono la rivelazione del Figlio; e non c’è dubbio che dopo i Vangeli viene la presenza del Figlio nello Spirito Santo, senza staccare le tre dimensioni. Perché nel momento in cui Gesù Cristo inizia la sua opera di rivelazione non fa altro che rivelare il Padre, e nel momento in cui lo Spirito continua l’opera di Gesù, non fa altro che rendere presente Gesù Cristo. Non sono certamente fasi staccate, però è vero che nell’aspetto di rivelazione l’epoca dello Spirito è l’epoca della Chiesa, quella che stiamo vivendo, quella nella quale la storia di Gesù diventa il mistero della nostra redenzione nell’Eucaristia, nei Sacramenti, nella Parola di Dio.

Quindi struttura Trinitaria.

Questo dovrebbe aiutarci a vedere anche la nostra vita in funzione trinitaria: vivere per il cristiano vuole dire vivere nello Spirito Santo e nello Spirito Santo, attraverso Gesù Cristo, camminare e muoversi verso la Gloria del Padre.

Questo è il terzo aspetto tipico dell’inno della lettera agli Efesini; questa idea della gloria, alla quale abbiamo accennato alcune volte nel corso di questi esercizi.

L’inno termina in questo modo:

«[1.14] il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria».

«A lode della sua gloria» vuole dire che lo scopo ultimo di tutto il piano di salvezza è esattamente la rivelazione della Gloria di Dio. Ma non pensate per questo che Dio sia un Dio egoista, che a Lui stia a cuore semplicemente la sua gloria come se fosse una specie di patrimonio privato.

Quando si dice che tutto il piano della salvezza è a lode della gloria di Dio, vogliamo dire (e vuole dire la lettera agli Efesini, e anche tutto il Nuovo Testamento), che il progetto di Dio è il riempire il mondo della sua Gloria.

Riempire il mondo della sua Gloria. Noi non possiamo certamente aggiungere niente alla gloria divina. Ma il grande del progetto di salvezza è che Dio vuole aggiungere il mondo alla sua Gloria; vuole rendere partecipe l’umanità e il cosmo, addirittura, di quella bellezza, di quella incorruttibilità che è propria di Dio.

La Gloria, lo abbiamo detto, è lo splendore di Dio, la bellezza di Dio, lo spessore di valore di Dio, è la sua santità, la sua integrità, la sua eternità e incorruttibilità per cui il tempo non la scalfisce. La Gloria è tutto questo.

Bene, il progetto di Dio è che quel mondo limitato e povero come è il nostro, quel mondo sottomesso alla corruzione, cioè alla morte come è il nostro mondo, diventi partecipe della sua Gloria. Anche il mondo materiale e anche la materia, trasfigurata, vuole che diventi partecipe della sua Gloria.

Quando noi diciamo di credere nell’Ascensione di Gesù al cielo, vuol dire che noi crediamo che un pezzettino del nostro mondo, della nostra materia, di quelle realtà concrete e materiali di cui è fatto il mondo, ormai è diventato partecipe dell’incorruttibilità e dell’eternità di Dio.

L’umanità di Gesù è eterna. Ma l’umanità di Gesù rimane una vera umanità, rimane la nostra umanità: trasfigurata, d’accordo, resa spirituale, d’accordo; ma la nostra, la nostra. C’è quindi un pezzo di mondo che è diventato partecipe della immortalità di Dio.

A lode della sua gloria.

C’è un pezzo di mondo che riflette perfettamente la Gloria di Dio, la bellezza di Dio, questa umanità di Gesù. E tutto è a lode della sua Gloria.

Questo dobbiamo recuperarlo come atteggiamento di fondo. Era lo slogan di Sant’Ignazio: “Per la maggior gloria di Dio”. Questo è fondamentale.

Non ci rimettiamo niente nel momento in cui viviamo per la Gloria di Dio, al contrario, c’è quella pienezza di comunione per cui la nostra vita diventa portatrice della bellezza stessa di Dio.

“Padre, sia santificato il tuo nome” s’intende in noi, nella nostra vita. Che la nostra vita diventi tale da rendere gloria al nome Santo di Dio.

Il quarto aspetto è che tutto questo grande inno della lettera agli Efesini è chiaramente Cristocentrico. Tutto si raccoglie intorno al mistero di Gesù. Basterebbe che voi provaste a sottolineare nell’inno tutte le volte in cui ritorna l’espressione «in Cristo» o una espressione equivalente (cioè con il pronome personale «in Lui»).

Si può dire che per Paolo, cielo e terra si incontrano in Cristo. Dio è uomo, Dio è mondo materiale, per cui la Gloria di Dio risplende nell’umanità e nel mondo attraverso Gesù Cristo e per cui il mondo vive a Gloria di Dio attraverso Gesù Cristo.

Gesù è da una parte la rivelazione perfetta del Padre (per cui se voi volete avere una qualche idea del volto misterioso del Padre dovete guardare Gesù Cristo), e d’altra parte Gesù Cristo è quel mondo che vive a Gloria del Padre (per cui se volete avere un’idea della vocazione del mondo, di quello a cui il mondo è chiamato, quello a cui noi siamo chiamati, dovete guardare Gesù Cristo).

È paradossale, ma è molto significativo: per conoscere Dio bisogna guardare Gesù; per conoscere l’uomo bisogna guardare ancora Gesù; per conoscere l’uomo in quello che è chiamato a essere, non l’uomo nella sua insufficienza, ma l’uomo nel progetto che sta alla base della sua stessa storia.

Dio e l’uomo si incontrano in Gesù Cristo.

Questo sottolinea anche quello che la Bibbia ha detto tante volte, che l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio e quindi il modo migliore per conoscere l’uomo è proprio guardare Dio, guardare quella bellezza e quella integrità e santità che in Dio si compie.

Questi sono gli elementi più importanti, credo, di premessa all’inno.

Vediamo qualche cosa, brevemente, su come l’inno si sviluppa, iniziando dalla dimensione della benedizione:

«[3]Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. [4]In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, [5]predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, [6]secondo il beneplacito della sua volontà» (Ef 1, 3-6a).

È importante l’inizio del versetto 3°.

Notavano, i commentatori, che la Lettera agli Efesini è una delle lettere della prigionia. Sembra che quando queste parole sono state scritte l’autore fosse in carcere, e quando dice:

«[1]Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto» (Ef 4, 1).

Dovrebbe essere interpretato non semplicemente in senso simbolico, nel senso della persona che ormai appartiene al Signore e che si è legata indissolubilmente a Lui, ma nel senso concreto di chi sta subendo una prigionia a motivo della testimonianza al Signore.

Se questo è vero è interessante che uno in prigione incominci una lettera dicendo: «Benedetto sia Dio…». Che non cominci con il peso della sua sofferenza (che pure vi ha da essere), ma incominci invece con lo stupore della lode e del ringraziamento.

Vuole dire un atteggiamento spirituale che ha superato non la sofferenza (questa non si supera) ma ne ha superato l’aspetto dell’angoscia; infatti la sofferenza tende a diventare molte volte l’orizzonte esclusivo dell’interesse della persona, cioè quando noi soffriamo vediamo solo la sofferenza e il resto solo in un secondo piano. Invece San Paolo da soffrire ne avrà (perché in galera non è che si stia bene, e tanto meno che si stesse molto bene al tempo di Paolo) però ha un motivo sufficiente per benedire Dio.

Questo tipo di preghiera, la benedizione, è fondamentalmente una preghiera biblica perché non è altro che l’effetto della Parola di Dio sulla vita dell’uomo.

Io benedico Dio sempre in un atteggiamento di risposta; la benedizione non parte mai del tutto dall’uomo. La benedizione parte da Dio.

È Dio prima di tutto che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo, ed è un cammino di discesa del dono che scende dal Padre – ci diceva ieri San Giacomo:

«[17]ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce, nel quale non c’è variazione né ombra di cambiamento» (Gc 1, 17).

Bene. La nostra benedizione è la risposta. Nel momento in cui il dono di Dio è, da parte nostra, accolto realmente, il dono di Dio produce riconoscenza, produce risposta gioiosa, produce appunto la benedizione.

Torno a dire, la benedizione è un tipo di preghiera che risponde alla Parola di Dio, al dono della Parola di Dio [1].

Credo che questo debba essere un atteggiamento costante della vita di fede: la riconoscenza. Non basta conoscere, bisogna riconoscere Dio. Quindi una conoscenza che è fatta anche con il cuore e che si esprime in gioia e accoglienza del dono di Dio con tutta la propria esistenza, con tutti i propri pensieri.

Vediamo quali sono queste benedizioni spirituali che Dio ci ha donato con abbondanza, senza riservare niente: «Ci ha benedetti con OGNI benedizione spirituale». Non è quindi un Dio avaro che lesina i suoi doni; è un Dio che gode di donare e quindi dona quanto più può, quanto più l’uomo è in grado di accogliere.

«[4]In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, [5]predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo» (Ef 1, 4-6).

Scelti e predestinati; non lasciatevi ingannare da questa parola «predestinati», perché nella storia della teologia la parola predestinazione ha un significato molto preciso che fa riferimento a un problema teologico complesso che è il problema dell’azione previa di Dio e della libertà dell’uomo.

Questo era del tutto al di fuori della problematica di San Paolo, non aveva nemmeno un problema di questo genere.

Quando Paolo vuole parlare di scelta, di predestinazione, voleva indicare che c’è un dono di Dio nei nostri confronti che precede ogni nostro merito.

«Ci ha scelti prima della creazione del mondo», ed è ben difficile che prima della creazione del mondo noi possiamo avere un qualche merito”. Eventualmente, uno, qualche merito ce l’avrà, ma nella sua vita; prima della creazione del mondo: no.

Quando Dio ci ha scelti non avevamo ancora nessun diritto da accampare davanti a Lui.

Dice Paolo, questa scelta diventa predestinazione e predestinazione vuol dire che quando Dio inizia un cammino di amore e di benevolenza nei confronti dell’uomo, non lo lascia a metà.

C’è un testo famoso, e qualche volta anche problematico, nella lettera ai Romani, che è importante per tanti motivi:

«[28]Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. [29]Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; [30]quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati» (Rm 8, 28-30).

Che vuole dire: voi siete oggetto di un piano di Dio di salvezza. Dio vi ha certamente chiamati, vi ha conosciuti, vi ha prèdestinati. Il fatto che voi siate giunti alla fede è il segno che Dio si interessa a voi e alla vostra vita. Bene, a motivo di questo interesse di Dio, potete vivere la vostra vita con un atteggiamento fondamentale di fiducia, perché Dio non è un Dio incostante che inizia un’opera e poi la lascia a metà.

Può capitare all’uomo che cominci a costruire una torre e poi gli vengano meno i soldi e rimane a metà, in sospeso con la torre. Questo può capitare.

Può forse capitare a Dio?

Certamente no. Non gli vengono meno i capitali.

Se Dio ha cominciato un’opera nella nostra vita, volete che la lasci andare? Non c’è dubbio. Se Dio ha fatto il primo passo, Lui ha già fatto anche l’ultimo.

Questo non deve diventare la presunzione di chi dice “…allora sono già in paradiso”, perché da parte dell’uomo può esserci, invece, il rifiuto e la ribellione; ma da parte di Dio no.

Da parte di Dio il piano è completo, non metà. La volontà di Dio nei tuoi confronti è la tua gloria, niente di meno. Dio non si accontenta della tua adozione filiale adesso; Dio vuole la pienezza di questa adozione filiale nella gloria. Ti vuole partecipe e ti vuole efficacemente.

“Efficacemente partecipe”, vuole dire: tutto quello che è necessario perché la tua vita termini nella gloria, Dio lo mette a tua disposizione, cioè lo mette in gioco nel cammino della tua vita.

Torno a dire. Togli da te la presunzione perché non è detto che tu dica sempre di sì, però hai la sicurezza che Dio dice sempre di sì, che Dio non tira indietro il suo progetto.

“Vuole che tu diventi conforme all’immagine del suo Figlio, in modo che Gesù diventi il primogenito tra molti fratelli”. Vuole, quindi, che l’umanità sia una umanità che porti l’immagine di Gesù su di sé. Se questo lo vuole, Dio lo farà.

Per questo «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» e vuole dire che non è fatalità, ma che Dio lo fa servire al bene. Dio farà servire al bene tutto quello che di’ bello tu fai; Dio farà servire al bene anche i tuoi difetti, anche i tuoi limiti. Questi limiti che a noi danno un gran fastidio sembra che il Signore li sappia usare proprio per il nostro bene, proprio perché la nostra vita diventi conforme all’immagine del suo Figlio; servono anche quelli, i nostri limiti.

Se ha ragione Sant’Ambrogio, servono anche i peccati. Dio fa servire anche i peccati. Che non significa che allora bisogna farli, perché sarebbe stupido; ma vuole dire che non c’è da avvilirsi, perché Dio è capace di recuperare anche quelli. Non c’è niente che Dio non sia in grado di vincere e di fare entrare dentro a un progetto di salvezza. Quindi puoi camminare con la fiducia di fondo, con timore e tremore, perché conosci tutta la tua fragilità, ma anche con fiducia, perché conosci la fedeltà di Dio sulla quale puoi contare.

Quel «…ci ha scelti prima della creazione del mondo» è la nostra sicurezza. Se ci avesse scelto per i nostri meriti, ad un certo punto uno potrebbe sempre avere il dubbio di non averne più abbastanza e Dio tira indietro la sua scelta. Ma siccome ci ha scelto prima dei nostri meriti, questa scelta Dio non la può tirare mai indietro (da parte sua).

«per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, [5]predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, [6]secondo il beneplacito della sua volontà» (Ef 1, 4b-6a).

Suoi figli adottivi, è naturale che Cristo sia il primogenito fra molti fratelli, perché in realtà l’unico Figlio di Dio si chiama Gesù Cristo, e se noi abbiamo l’ardire di chiamare Dio “Padre”, questo è solo perché siamo una cosa sola con Gesù, è solo perché siamo il suo popolo, perché Cristo ci ha assimilato a sé e quindi portiamo su di noi il volto di Gesù, ci presentiamo davanti al Padre con il volto del suo Figlio, per questo possiamo dire “Padre Nostro che sei nei cieli” dunque, la predestinazione ad essere suoi figli adottivi non è altro che predestinazione a essere una cosa sola con Gesù Cristo.

«[1.6b] E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto» (Ef 1, 6b).

Per Paolo la parola “GRAZIA” è una parola centrale della teologia, della fede, perché tutto nasce esattamente da quello.

Paolo ne ha fatto l’esperienza sulla via di Damasco che la sua vocazione è pura Grazia, e non vuol vivere altro che per proclamare la Grazia di Dio, per proclamare il dono gratuito, perché Grazia vuole dire appunto dono gratuito, vuol dire dono puramente divino che supera ogni nostra capacità di capire, di meditare e di costruire.

«Nel suo Figlio diletto» perché non solo Gesù ci dà la Grazia di Dio, ma Gesù È, la Grazia di Dio.

I doni di Dio sono Gesù Cristo o, se volete, tutti i doni di Dio sono dentro a Gesù Cristo.

«[8.32] Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?»(Rm 8, 32).

Dice Paolo; il dono, la Grazia vera del Padre è Gesù Cristo stesso. Dentro quella Grazia ci stanno tutti quegli altri doni di cui possiamo avere bisogno e che accompagnano l’esistenza quotidiana dal cristiano.

«[7]nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia» (Ef 1, 7).

La redenzione è uno dei termini classici della teologia cristiana e ha come sua origine la liberazione dall’Egitto. La redenzione è, prima di tutto, nell’Antico Testamento, la liberazione dall’Egitto. Quindi redenzione vuol dire “passaggio” da una condizione di schiavitù a una condizione di libertà. Cosi è capitato a Israele. Anzi, si può dire: passaggio da una condizione di morte a una condizione di vita, perché l’Egitto per Israele rappresentava la morte, rappresentava il lutto, la tristezza. Il passaggio del mare ha significato “vivere”, ha significato “gioia” e “speranza”.

La redenzione è questo.

Vuol dire che la condizione nella quale l’uomo è schiavo di quella realtà che chiamavamo Peccato (con la P maiuscola), in cui l’uomo è alienato da Dio e da se stesso (perché non è in sintonia piena con sé), da questa situazione l’uomo viene trasportato in una situazione di riconciliazione. Dio lo riconcilia con sé, lo riconcilia con i fratelli, lo riconcilia con l’uomo stesso, in fondo lo riconcilia anche con la natura; almeno nella logica della Scrittura c’è anche questa dimensione.

Un esempio lo troviamo nel libro del profeta Osea quando vede il mondo rinnovato dal dono del Signore:

«[23]E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – io risponderò al cielo ed esso risponderà alla terra; [24]la terra risponderà con il grano» (Os 2, 23-25).

Quello che è significativo è questa ripetizione quasi ossessiva del verbo “rispondere” che, notate, si trova anche nel versetto 17b sempre del libro di Osea:

«[2.17b] Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto».

“Canterà” è nel testo ebraico lo stesso che “risponderà”, là risponderà come nei giorni della sua giovinezza. Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che per Osea il tragico della condizione attuale è la mancanza di risposte: Dio parla e l’uomo non risponde. Io parlo e voi non rispondete, non capite. Cerco di entrare in rapporto con la natura ma la natura non mi risponde.

È la condizione dell’uomo al quale sono tagliate tutte le comunicazioni. Tutte le comunicazioni sono alterate, non riusciamo a capirci; parliamo in registri diversi, per cui uno parla e l’altro capisce a rovescio e ne nasce la contrapposizione, la lite, la guerra, l’incomprensione e tutto quello che volete.

Bene. La riconciliazione che cos’è? Finalmente il rispondere: Dio è contento perché l’uomo gli risponde. L’uomo che risponde al suo fratello, la natura che risponde all’uomo; e come una specie di dinamismo, di comunione, di comunicazione che si era inceppata e che riprende a muoversi e che dà all’uomo la gioia di sentirsi proprio nell’ambiente giusto; di sentirsi nel mondo, in mezzo agli altri e davanti a Dio, a casa propria.

Dopo il primo peccato, quando Dio dice ad Adamo «Dove sei?», Adamo si è nascosto: vuol dire che non era a suo agio, non stava bene lì dov’era. Aveva bisogno di nascondersi.

Ecco, invece, è proprio il trovarsi a proprio agio nel mondo, a proprio agio in mezzo agli altri e a proprio agio davanti al Signore. Questo sta dietro all’immagine della redenzione. Di questo riscatto per cui da una condizione di schiavitù e di interruzione di rapporti con Dio, ne nasce una riconciliazione e un ristabilimento di comunicazione.

«[8]Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, [9]poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito [10]per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (Ef 1, 8-10).

Qui trovate una parola alla quale Paolo dà un significato notevolmente diverso da quello che diamo noi: la parola “mistero”.

Per noi mistero è qualcosa in cui non si capisce nulla, qualcosa di oscuro e di tenebroso.

Per Paolo, invece, il mistero è un progetto di Dio. È vero che in quanto progetto di Dio sta sopra alla mia intelligenza, ma è altrettanto vero che, in quanto progetto Divino, Dio lo ha rivelato; quindi il mistero non è oscuro, ma luminoso.

5e c’è qualche cosa che rende difficile la comprensione del mistero è la sua luce, è che è troppo luminoso per cui delle volte i nostri occhi non riescono a penetrarlo del tutto; ma non è nella logica dell’oscurità: è nella logica della luce.

Notate, torno a leggere: «[1.9]poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà (…)».

Che cosa è questo mistero della sua volontà?

«(…) secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito [1.10]per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra»

Questo è il mistero: il disegno, il progetto. Dio lo aveva tenuto nascosto, adesso in Gesù lo ha fatto vedere.

C’è un progetto che sta all’origine della Creazione e che sta dentro alla struttura della storia della salvezza, della storia umana. In che cosa consiste questo disegno? Questo mistero rivelato?

Dice: «il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose…».

Secondo dunque questo testo il significato della storia del mondo è racchiuso in Gesù Cristo. Il mondo tende verso Gesù Cristo.

Qualcuno ha scritto che Gesù è il punto “omega” del mondo, è il punto di arrivo del mondo. Questa affermazione ha un suo valore: immaginate la storia del mondo come una evoluzione progressiva della materia; alle prime forme di vita, alle forme di vita più complesse, per cui prima nasce la vita, poi… qual è il traguardo?

Il traguardo è l’amore. Il traguardo dell’evoluzione, la perfezione del mondo è quando il mondo arriva ad amare.

Nell’uomo è successo qualcosa di stupendo: la materia è diventata strumento del pensiero; attraverso il mio cervello, quindi attraverso dei neuroni e altri componenti che costituiscono il mio cervello, io posso pensare. Posso entrare in rapporto con voi, parlare, ascoltare, capire.

È un miracolo! È una grandezza, è qualche cosa di stupendo nella realtà dell’uomo.

Ma più stupendo ancora è quando il mondo materiale diventa strumento dell’amore, non solo del pensiero, ma dell’amore.

Questo è il punto culminante: quando l’uomo arriva a donare liberamente se stesso, a compiere quindi un gesto di gratuità, di gratuità vera. Questo è un super-miracolo!

Questo è il punto di arrivo.

Questo è Gesù Cristo.

Gesù Cristo è un pezzo del nostro mondo, ma che è stato trasformato totalmente in amore e in dono. Non ha tenuto niente per se, ma lo ha trasmesso, lo ha donato.

Proprio per questo è il. senso del mondo. Proprio per questo il senso dell’umanità e della storia dell’umanità va verso Gesù Cristo.

L’uomo davvero realizzato è la materia pienamente compiuta, è quella che si esprime in Gesù Cristo, quella che si esprime nel suo amore.

Questo è il progetto di Dio: ricapitolare in Cristo tutte le cose e che il mondo giunga all’amore, alla sfera della gratuità. Che è una sfera in cui l’uomo partecipa alla vita stessa di Dio, perché Dio è essenzialmente gratuità, Dio è essenzialmente dono. Il Dio Trinità dice esattamente questo.

Quando il mondo giunge alla pienezza del dono, è diventato un mondo che partecipa del mistero stesso di Dio, come partecipa Gesù. È entrato dentro al mistero di Gesù e Gesù è la sintesi del mondo.

Se quel termine “ricapitolare” va inteso anche nel suo significato etimologico, l’immagine è che Cristo sia il capo. “Ricapitolare” ha in sé la radice della parola “capo”.

Allora Cristo è capo dell’universo e capo vuol dire che l’universo riceve da Cristo il suo significato e la sua forza di dare, la sua forza di amare.

«[11]In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, [12]perché noi fossimo a lode della sua gloria» (Ef 1, 11-12a).

Eredi, vuol dire quindi partecipi di una ricchezza di vita, che uno non fa una gran fatica ad acquistare. Gli eredi non fanno grande fatica; l’eredità è un qualcosa che arriva gratis, che arriva dal rapporto di filiazione, ed è per questo forse che la Bibbia usa l’immagine dell’eredità; l’eredità di Dio.

Cioè un qualcosa che Dio comunica semplicemente per benevolenza, considerando l’uomo come figlio, quindi volendo renderlo partecipe di quella pienezza di vita che Lui possiede.

«[12]perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. [13]In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, [14]il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria» (Ef 1, 12-14).

Può darsi che in questo testo “per primi” si riferisca a quella generazione di cristiani, di origine giudaica, che sono i primi nel cammino della fede.

Anche voi diventate partecipi della conoscenza del Cristo. Come? Gesù non l’avete mai visto, ne conosciuto direttamente; però avete ascoltato la Parola della verità, il Vangelo della nostra salvezza, l’annunzio dell’amore di Dio per voi, di quell’amore che salva in Gesù Cristo.

Il Vangelo è questo, e quando l’apostolo annuncia il Vangelo vuole annunciare esattamente la salvezza di Dio, l’opera di salvezza che Dio compie nei confronti dell’uomo.

Bene, quando voi ascoltate questa parola, la parola del Vangelo, e quando la ascoltate nell’atto della fede, quindi la accogliete (la ascoltate non solo con gli orecchi ma anche col cuore), ricevete il suggello dello Spirito Santo.

Questo è interessante perché vuole dire che nella logica cristiana lo Spirito Santo non viene in modo strano o anarchico, non si sa da quale parte (è vero che lo Spirito Santo ha la sua libertà), ma vuole dire che lo Spirito Santo segue la Parola di Dio.

Non è uno Spirito che non si possa voltare da qualunque parte, al quale io posso far dire qualunque cosa.

Lo Spirito Santo dice qualunque cosa purché si riferisca alla Parola di Dio, non dice altro che questo, non dice altro che Gesù, non dice altro che il Vangelo.

C’è quindi una unità indissolubile tra Gesù Cristo e lo Spirito Santo, tra la Parola di Dio e lo Spirito Santo.

Lo Spirito Santo è quello che rende viva la Parola.

La Parola senza lo Spirito diventa filologia; c’è bisogno dello Spirito perché la Parola rimanga viva e non sia morta e mummificata. Ma lo Spirito non c’è per conto suo nel presentare chissà quale cosa; lo Spirito è legato a Gesù, è l’amore con cui si ama Gesù Cristo e quindi va strettamente legato alla conoscenza concreta di Gesù di Nazareth e della Sua Parola.

Ma nel momento in cui Gesù è accolto con fede, e la sua Parola pure, allora la nostra vita viene sigillata dallo Spirito Santo

«[1.14]il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria»

Vuole dire che nel momento in cui la vita del cristiano viene sigillata dallo Spirito Santo, questa vita assume già i lineamenti della perfezione.

E’ vero che non è ancora perfetta, ma ha già i germi, ha già l’energia della perfezione. La “caparra” non è il patrimonio, ma è fatta della stessa specie; non è un’altra cosa, è l’inizio, è il germe, è il seme, è l’origine. Quindi, nel momento in cui lo Spirito Santo sigilla la vita del cristiano, questa diventa una vita di speranza piena. In speranza noi siamo stati salvati, non abbiamo ancora la completa redenzione, ma siamo già redenti. Non e’’ ancora completa, ma siamo già redenti. Non è ancora manifestato quello che noi saremo, ma abbiamo già dentro al nostro cuore la vita nuova di figli di Dio e quindi la realizzazione di quel progetto di Dio, che è progetto di ricapitolare ogni cosa in Cristo.

In questo modo l’inno della lettera agli Efesini dà una specie di panorama della fede cristiana e della teologia cristiana. Dovrebbe aiutarci a riconoscere le dimensioni vere e piene della nostra vita.

Percepire la vita come vocazione, vuol dire fare l’esperienza della dilatazione della propria esistenza. La mia esistenza è limitata nel tempo, nello spazio e nella capacità e deve essere così. Bisogna che io l’accetti limitata nel tempo, nello spazio e nelle capacità cordialmente, che sia contento che la mia vita sia così. Ma questa piccola vita limitata, che è la mia, si inserisce, si innesta dentro ad un progetto che ha delle radici grandi («ci ha scelti prima della creazione del mondo…»), che ha delle speranze immense («ricapitolare ogni cosa in Cristo»).

Quindi il piccolo della nostra vita assume una dimensione cosmica.

E’ quello che succede normalmente quando celebriamo l’Eucaristia, perché l’Eucaristia ha questo senso di dilatazione cosmica che dà alla nostra vita sia il senso della concretezza, sia il senso del progetto grande, infinito di Dio nel quale, in modo vero, Dio ci ha inseriti.

Questo dovrebbe portarci a quell’atteggiamento di rendimento di grazie con cui Paolo inizia:

«[1.3] Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo» (Ef 1, 3).

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.