L’ANNUNCIO A ZACCARIA

  • 226. Si era pertanto in tempo di pace, sotto l’imperatore Augusto,ai giorni di Erode re della Giudea (Luca,1, 5), e correva l’anno 747 di Roma (7 av. Cr.). Viveva allora un sacerdote del Tempio di Gerusalemme, di nome Zacharia, ch’era ammogliato con una don­na di stirpe sacerdotale di nome Elisabetta, ed abitava nella “regione montagnosa” di Giuda (Giudea); la città ov’egli dimorava è innominata, ma una tradizione risalente fin verso il secolo V la identi­fica con l’odierna Ain-Karim (S. Giovanni in Montana), a circa 7 chilometri a sud-ovest di Gerusalemme. I due coniugi erano avan­zati in età ambedue, e non avevano ricevuto la prima e più gio­conda benedizione di un focolare ebraico, cioè la figliolanza: nella loro solitudine s’attristavano, e consci di aver sempre menato una vita tutta dedicata ai grandi principii della religiosità ebraica si chiedevano perché mai Dio li avesse lasciati privi di quella consolazione. Ora, essendo giunto il turno dì servizio al Tempio per la classe a cui apparteneva Zacharia, che era l’ottava classe presieduta da Abia (§ 54), egli dalla sua dimora rurale si trasferì a Gerusalemme; essen­dosi poi fatta l’assegnazione dei singoli uffici per mezzo delle sorti, a Zacharia toccò l’onorevole incarico di offrire l’incenso sull’altare dei profumi, il che avveniva due volte il giorno nel sacrifizio mattu­tino e in quello vespertino. L’altare dei profumi era collocato nel “santo” (§ 47) ove potevano entrare soltanto i sacerdoti, mentre i laici restavano fuori seguendo da lontano con lo sguardo le cerimo­nie del sacerdote che entrava e usciva dal “santuario”. Entrato pertanto Zacharia, tutta la moltitudine del popolo stava pregando al di fuori all’ora dell’incenso; ma apparve a lui un angelo del Si­gnore, stante ritto a destra dell’altare dell’incenso. E si turbò Zacha­ria al vederlo, e timore cadde su lui. Ma l’angelo gli disse: Non te­mere, Zacharia, perché la tua preghiera fu esaudita, e tua moglie Elisabetta ti partorirà un figlio, e tu gli metterai nome Giovanni (Luca, 1, 10-13). Per gli Ebrei più che per gli altri popoli il nomen era un omen, un presagio: nel nostro caso Giovanni, significava Jahve’ (Dio d’Israele) fu misericordioso. L’angelo in­fatti prosegui assicurando lo sbigottito Zacharia che, per quella na­scita, il padre e molti altri godrebbero: il fanciullo sarebbe un gran­de al cospetto di Dio, si asterrebbe dal vino e da ogni bevanda ine­briante, sarebbe ripieno di Spirito santo ancor nel seno di sua ma­dre, richiamerebbe molti Israeliti al loro Dio, anzi sarebbe un pre­cursore che con lo spirito e la possanza di Elia incederebbe avanti a Dio stesso per preparare al Signore una degna accoglienza da parte del popolo ben disposto.

§ 227. L’annunzio dell’angelo oltrepassava tutte le previsioni uma­ne. Dal vino e dalle bevande inebrianti si astenevano coloro che fa­cevano voto di “nazireato”, ma di solito era un voto temporaneo e non perpetuo: lo Spirito santo secondo le Scritture sacre aveva riempito alcuni profeti o altri personaggi in occasioni speciali, ma del solo Geremia si leggeva ch’era stato destinato da Dio a un’alta mis­sione già nel seno di sua madre; un precursore dell’atteso Messia era stato predetto anticamente dal profeta Malachia (Mal., 3, 1; 4, 5-6) e tutti ritenevano che questo battistrada spirituale sarebbe sta­to il profeta Elia già salito al cielo su un carro di fuoco, ma il cele­stiale profeta non avrebbe potuto rinascere quale figlio di Zacharia né trasfondere in altri il suo spirito e la sua possanza. Per queste considerazioni al primo sbigottimento successe in Zacha­ria una differente sospensione d’animo. E Zacharia disse all’angelo: A che (segno) conoscerò (vero) questo? Io infatti sono anziano e mia moglie è avanzata nei suoi giorni. – E l’angelo rispondendo gli disse: lo sono Gabriele che sto alla presenza d’Iddio (§ 78), e fui inviato per parlarti e dirti questa buona novella. Ecco però che sarai muto e non potrai parlare fino al giorno che avver­ranno queste cose, perché non credesti alle mie parole che si adempiranno a tempo loro (Luca, 1, 18-20). La punizione, se pur fu tale, serviva da nuova prova della straordinaria promessa; come già negli antichi tempi Abramo, Mosè, e altri personaggi avevano chiesto e ricevuto da Dio qualche “segno” a conferma di promesse divine, così Zacharia ne aveva chiesto uno e lo riceveva di tal genere sulla propria persona che fosse anche una purificazione spirituale. I tempi nuovi, già da antico promessi ad Israele, cominciavano; e il loro annunzio era stato dato inaspettatamente, ma durante la li­turgia perenne d’Israele e in un periodo di pace per il mondo intero. Frattanto il popolo fuori del “santuario” attendeva che uscisse il sacerdote, per intonare l’inno che accompagnava il sacrificio da com­piersi sull’altare degli olocausti, e si meravigliava dello straordinario indugio. Finalmente Zacharia ricomparve sulla soglia, ma non pro­nunziò la solita benedizione sul popolo né poteva parlare a quelli, e conobbero che aveva contemplato una visione nel santuario; egli poi faceva dei gesti, e rimase muto (Luca, 1, 22). La mutolezza di Za­charia probabilmente impedì che il popolo risapesse il preciso ogget­to della visione e le promesse comunicate al veggente; si parlò gene­ricamente d’apparizione, come doveva parlarsene spesso in quel tem­po o a ragione o a torto. Terminata la settimana di servizio al Tempio, il muto Zacharia ritornò alla sua città. Poco dopo sua moglie Elisabetta divenne gra­vida, e si tenne nascosta per cinque mesi, dicendo: Cosi il Signore ha agito con me ai giorni in cui volse lo sguardo a toglier via l’ob­brobrio mio di tra gli uomini (Luca1, 24-25). L’obbrobrio era la sterilità deprecatissima dagli Ebrei; e ciò è sufficiente a dimostrare che il riserbo in cui si tenne Elisabetta nei primi cinque mesi non era per nascondere la gravidanza, che l’avrebbe invece onorata pres­so la gente, bensì per ragioni più alte; al sesto mese, infatti, la sua condizione sarà rivelata a un’altra donna a cui servirà da prova di disegni divini. I quali intanto si venivano attuando senza alcuno stre­pitìo, fra il riserbo di Elisabetta e la mutolezza di Zacharia. A questo episodio l’evangelista Luca, che vuoi procedere con ordi­namento (§§ 114, 140) e predilige le narrazioni abbinate, soggiunge immediatamente un altro episodio che ha parecchi tratti somiglianti al precedente, ma nello stesso tempo segna un grande progresso nell’attuazione dei disegni divini: all’annunzio e concepimento del precursore segue l’annunzio e il concepimento dello stesso Messia Gesù.

I MISTERI DELLA VITA DI CRISTO

Paragrafo 3: I MISTERI DELLA VITA DI CRISTO

512

Il Simbolo della fede, a proposito della vita di Cristo, non parla che dei Misteri dell’Incarnazione (concezione e nascita) e della Pasqua (passione, crocifissione, morte, sepoltura, discesa agli inferi, risurrezione, ascensione). Non dice nulla, in modo esplicito, dei Misteri della vita nascosta e della vita pubblica di Gesù, ma gli articoli della fede concernenti l’Incarnazione e la Pasqua di Gesù, illuminano tutta la vita terrena di Cristo. “Tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio fino al giorno in cui… fu assunto in cielo” ( At 1,1-2 ) deve essere visto alla luce dei Misteri del Natale e della Pasqua.

513

La catechesi, secondo le circostanze, svilupperà tutta la ricchezza dei Misteri di Gesù. Qui basta indicare alcuni elementi comuni a tutti i Misteri della vita di Cristo (I), per accennare poi ai principali Misteri della vita nascosta (II) e pubblica (III) di Gesù.

I. Tutta la vita di Cristo è Mistero

514

Non compaiono nei Vangeli molte cose che interessano la curiosità umana a riguardo di Gesù. Quasi niente vi si dice della sua vita a Nazaret, e anche di una notevole parte della sua vita pubblica non si fa parola [Cf Gv 20,30 ]. Ciò che è contenuto nei Vangeli, è stato scritto “perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo Nome” ( Gv 20,31 ).

515

I Vangeli sono scritti da uomini che sono stati tra i primi a credere [Cf Mc 1,1; Gv 21,24 ] e che vogliono condividere con altri la loro fede. Avendo conosciuto, nella fede, chi è Gesù, hanno potuto scorgere e fare scorgere in tutta la sua vita terrena le tracce del suo Mistero. Dalle fasce della sua nascita, [Cf Lc 2,7 ] fino all’aceto della sua passione [Cf Mt 27,48 ] e al sudario della Risurrezione, [Cf Gv 20,7 ] tutto nella vita di Gesù è segno del suo Mistero. Attraverso i suoi gesti, i suoi miracoli, le sue parole, è stato rivelato che “in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” ( Col 2,9 ). In tal modo la sua umanità appare come “il sacramento”, cioè il segno e lo strumento della sua divinità e della salvezza che egli reca: ciò che era visibile nella sua vita terrena condusse al Mistero invisibile della sua filiazione divina e della sua missione redentrice.

I tratti comuni dei Misteri di Gesù

516

Tutta la vita di Cristo è Rivelazione del Padre: le sue parole e le sue azioni, i suoi silenzi e le sue sofferenze, il suo modo di essere e di parlare. Gesù può dire: “Chi vede me, vede il Padre” ( Gv 14,9 ), e il Padre: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo” ( Lc 9,35 ). Poiché il nostro Signore si è fatto uomo per compiere la volontà del Padre, [Cf Eb 10,5-7 ] i più piccoli tratti dei suoi Misteri ci manifestano “l’amore di Dio per noi” ( 1Gv 4,9 ).

517

Tutta la vita di Cristo è Mistero di Redenzione. La Redenzione è frutto innanzi tutto del sangue della croce, [Cf Ef 1,7; Col 1,13-14; 1Pt 1,18-19 ] ma questo Mistero opera nell’intera vita di Cristo: già nella sua Incarnazione, per la quale, facendosi povero, ci ha arricchiti con la sua povertà; [Cf 2Cor 8,9 ] nella sua vita nascosta che, con la sua sottomissione, [Cf Lc 2,51 ] ripara la nostra insubordinazione; nella sua parola che purifica i suoi ascoltatori; [Cf Gv 15,3 ] nelle guarigioni e negli esorcismi che opera, mediante i quali “ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” ( Mt 8,17 ); [Cf Is 53,4 ] nella sua Risurrezione, con la quale ci giustifica [Cf Rm 4,25 ].

518

Tutta la vita di Cristo è Mistero di Ricapitolazione. Quanto Gesù ha fatto, detto e sofferto, aveva come scopo di ristabilire nella sua primitiva vocazione l’uomo decaduto:

Allorché si è incarnato e si è fatto uomo, ha ricapitolato in se stesso la lunga storia degli uomini e in breve ci ha procurato la salvezza, così che noi recuperassimo in Gesù Cristo ciò che avevamo perduto in Adamo, cioè d’essere ad immagine e somiglianza di Dio [Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 18, 1]. Per questo appunto Cristo è passato attraverso tutte le età della vita, restituendo con ciò a tutti gli uomini la comunione con Dio [Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 18, 1].

La nostra comunione ai Misteri di Gesù

519

Tutta la ricchezza di Cristo “è destinata ad ogni uomo e costituisce il bene di ciascuno” [Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptor hominis, 11]. Cristo non ha vissuto la sua vita per sé, ma per noi , dalla sua Incarnazione “per noi uomini e per la nostra salvezza” fino alla sua morte “per i nostri peccati” ( 1Cor 15,3 ) e alla sua Risurrezione “per la nostra giustificazione” ( Rm 4,25 ). E anche adesso, è “nostro avvocato presso il Padre” ( 1Gv 2,1 ), “essendo sempre vivo per intercedere” a nostro favore ( Eb 7,25 ). Con tutto ciò che ha vissuto e sofferto per noi una volta per tutte, egli resta sempre “al cospetto di Dio in nostro favore” ( Eb 9,24 ).

520

Durante tutta la sua vita, Gesù si mostra come nostro modello : [Cf Rm 15,5; Fil 2,5 ] è “l’uomo perfetto” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 38] che ci invita a diventare suoi discepoli e a seguirlo; con il suo abbassamento, ci ha dato un esempio da imitare, [Cf Gv 13,15 ] con la sua preghiera, attira alla preghiera, [Cf Lc 11,1 ] con la sua povertà, chiama ad accettare liberamente la spogliazione e le persecuzioni [Cf Mt 5,11-12 ].

521

Tutto ciò che Cristo ha vissuto, egli fa sì che noi possiamo viverlo in lui e che egli lo viva in noi. “Con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 22]. Siamo chiamati a formare una cosa sola con lui; egli ci fa comunicare come membra del suo Corpo a ciò che ha vissuto nella sua carne per noi e come nostro modello:

Noi dobbiamo sviluppare continuamente in noi e, in fine, completare gli stati e i Misteri di Gesù. Dobbiamo poi pregarlo che li porti lui stesso a compimento in noi e in tutta la sua Chiesa. . . Il Figlio di Dio desidera una certa partecipazione e come un’estensione e continuazione in noi e in tutta la sua Chiesa dei suoi Misteri mediante le grazie che vuole comunicarci e gli effetti che intende operare in noi attraverso i suoi Misteri. E con questo mezzo egli vuole completarli in noi [San Giovanni Eudes, Tractatus de regno Iesu, cf Liturgia delle Ore, IV, Ufficio delle letture del venerdì della trentatreesima settimana].

II. I Misteri dell’infanzia e della vita e della vita nascosta di Gesù

Le preparazioni

522

La venuta del Figlio di Dio sulla terra è un avvenimento di tale portata che Dio lo ha voluto preparare nel corso dei secoli. Riti e sacrifici, figure e simboli della “Prima Alleanza” ( Eb 9,15 ), li fa convergere tutti verso Cristo; lo annunzia per bocca dei profeti che si succedono in Israele; risveglia inoltre nel cuore dei pagani l’oscura attesa di tale venuta.

523

San Giovanni Battista è l’immediato precursore del Signore, [Cf At 13,24 ] mandato a preparargli la via [Cf Mt 3,3 ]. “Profeta dell’Altissimo” ( Lc 1,76 ), di tutti i profeti è il più grande [Cf Lc 7,26 ] e l’ultimo; [Cf Mt 11,13 ] egli inaugura il Vangelo; [Cf At 1,22; Lc 16,16 ] saluta la venuta di Cristo fin dal seno di sua madre [Cf Lc 1,41 ] e trova la sua gioia nell’essere “l’amico dello sposo” ( Gv 3,29 ), che designa come “l’Agnello di Dio… che toglie il peccato del mondo” ( Gv 1,29 ). Precedendo Gesù “con lo spirito e la forza di Elia” ( Lc 1,17 ), gli rende testimonianza con la sua predicazione, il suo battesimo di conversione ed infine con il suo martirio [Cf Mc 6,17-29 ].

524

La Chiesa, celebrando ogni anno la Liturgia dell’Avvento, attualizza questa attesa del Messia: mettendosi in comunione con la lunga preparazione della prima venuta del Salvatore, i fedeli ravvivano l’ardente desiderio della sua seconda venuta [Cf Ap 22,17 ]. Con la celebrazione della nascita e del martirio del Precursore, la Chiesa si unisce al suo desiderio: “egli deve crescere e io invece diminuire” ( Gv 3,30 ).

Il Mistero del Natale

525

Gesù è nato nell’umiltà di una stalla, in una famiglia povera; [Cf Lc 2,6-7 ] semplici pastori sono i primi testimoni dell’avvenimento. In questa povertà si manifesta la gloria del cielo [Cf Lc 2,8-20 ]. La Chiesa non cessa di cantare la gloria di questa notte:

La Vergine oggi dà alla luce l’Eterno
e la terra offre una grotta all’Inaccessibile.
Gli angeli e i pastori a lui inneggiano
e i magi, guidati dalla stella, vengono ad adorarlo.
Tu sei nato per noi
Piccolo Bambino, Dio eterno!

[Kontakion di Romano il Melode]

526

“Diventare come i bambini” in rapporto a Dio è la condizione per entrare nel Regno; [Cf Mt 18,3-4 ] per questo ci si deve abbassare, [Cf Mt 23,12 ] si deve diventare piccoli; anzi, bisogna “rinascere dall’alto” ( Gv 3,7 ), essere generati da Dio [Cf Gv 1,13 ] per “diventare figli di Dio” ( Gv 1,12 ). Il Mistero del Natale si compie in noi allorché Cristo “si forma” in noi [Cf Gal 4,19 ]. Natale è il Mistero di questo “meraviglioso scambio”:

O admirabile commercium! Creator generis humani, animatum corpus sumens, de virgine nasci dignatus est; et procedens homo sine semine, largitus est nobis suam deitatem – O meraviglioso scambio! Il Creatore ha preso un’anima e un corpo, è nato da una vergine; fatto uomo senza opera d’uomo, ci dona la sua divinità [Liturgia delle Ore, I, Antifona dei Vespri nell’Ottava di Natale].

I Misteri dell’infanzia di Gesù

527

La Circoncisione di Gesù, otto giorni dopo la nascita, [Cf Lc 2,21 ] è segno del suo inserimento nella discendenza di Abramo, nel popolo dell’Alleanza, della sua sottomissione alla Legge, [Cf Gal 4,4 ] della sua abilitazione al culto d’Israele al quale parteciperà durante tutta la vita. Questo segno è prefigurazione della “circoncisione di Cristo” che è il Battesimo [Cf Col 2,11-13 ].

528

L’ Epifania è la manifestazione di Gesù come Messia d’Israele, Figlio di Dio e Salvatore del mondo. Insieme con il battesimo di Gesù nel Giordano e con le nozze di Cana, [Cf Liturgia delle Ore, I, Antifona del Magnificat dei secondi Vespri dell’Epifania] essa celebra l’adorazione di Gesù da parte dei “magi” venuti dall’Oriente [Cf Mt 2,1 ]. In questi “magi”, che rappresentano le religioni pagane circostanti, il Vangelo vede le primizie delle nazioni che nell’Incarnazione accolgono la Buona Novella della salvezza. La venuta dei magi a Gerusalemme per adorare il re dei giudei [Cf Mt 2,2 ] mostra che essi, alla luce messianica della stella di Davide, [Cf Nm 24,17; 528 Ap 22,16 ] cercano in Israele colui che sarà il re delle nazioni [Cf Nm 24,17-19 ]. La loro venuta sta a significare che i pagani non possono riconoscere Gesù e adorarlo come Figlio di Dio e Salvatore del mondo se non volgendosi ai giudei [Cf Gv 4,22 ] e ricevendo da loro la promessa messianica quale è contenuta nell’Antico Testamento [Cf Mt 2,4-6 ]. L’Epifania manifesta che “la grande massa delle genti” entra “nella famiglia dei Patriarchi” [San Leone Magno, Sermones, 23: PL 54, 224B, cf Liturgia delle Ore, I, Ufficio delle letture dell’Epifania] e ottiene la “dignità israelitica” [Messale Romano, Veglia pasquale: orazione dopo la terza lettura].

529

La Presentazione di Gesù al Tempio [Cf Lc 2,22-39 ] lo mostra come il Primogenito che appartiene al Signore [Cf Es 13,12-13 ]. In Simeone e Anna è tutta l’attesa di Israele che viene all’ Incontro con il suo Salvatore (la tradizione bizantina chiama così questo avvenimento). Gesù è riconosciuto come il Messia tanto a lungo atteso, “luce delle genti” e “gloria di Israele”, ma anche come “segno di contraddizione”. La spada di dolore predetta a Maria annunzia l’altra offerta, perfetta e unica, quella della croce, la quale darà la salvezza “preparata da Dio davanti a tutti i popoli”.

530

La fuga in Egitto e la strage degli innocenti [Cf Mt 2,13-18 ] manifestano l’opposizione delle tenebre alla luce: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” ( Gv 1,11 ). L’intera vita di Cristo sarà sotto il segno della persecuzione. I suoi condividono con lui questa sorte [Cf Gv 15,20 ]. Il suo ritorno dall’Egitto [Cf Mt 2,15 ] ricorda l’Esodo [Cf Os 11,1 ] e presenta Gesù come il liberatore definitivo.

I Misteri della vita nascosta di Gesù

531

Durante la maggior parte della sua vita, Gesù ha condiviso la condizione della stragrande maggioranza degli uomini: un’esistenza quotidiana senza apparente grandezza, vita di lavoro manuale, vita religiosa giudaica sottomessa alla Legge di Dio, [Cf Gal 4,4 ] vita nella comunità. Riguardo a tutto questo periodo ci è rivelato che Gesù era “sottomesso” ai suoi genitori e che “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” ( Lc 2,51-52 ).

532

Nella sottomissione di Gesù a sua madre e al suo padre legale si realizza l’osservanza perfetta del quarto comandamento. Tale sottomissione è l’immagine nel tempo della obbedienza filiale al suo Padre celeste. La quotidiana sottomissione di Gesù a Giuseppe e a Maria annunziava e anticipava la sottomissione del Giovedì Santo: “Non. . . la mia volontà. . . ” ( Lc 22,42 ). L’obbedienza di Cristo nel quotidiano della vita nascosta inaugurava già l’opera di restaurazione di ciò che la disobbedienza di Adamo aveva distrutto [Cf Rm 5,19 ].

533

La vita nascosta di Nazaret permette ad ogni uomo di essere in comunione con Gesù nelle vie più ordinarie della vita quotidiana:

Nazaret è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. . . In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile e indispensabile del lo spirito. . . Essa ci insegna il modo di vivere in famiglia. Nazaret ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro e inviolabile. . . Infine impariamo una lezione di lavoro. Oh! dimora di Nazaret, casa del “Figlio del falegname”! Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo, ma redentrice della fatica umana. . . Infine vogliamo salutare gli operai di tutto il mon do e mostrar loro il grande modello, il loro divino fratello [Paolo VI, discorso del 5 gennaio 1964 a Nazaret, cf Liturgia delle Ore, I, Ufficio delle Letture della festa della Santa Famiglia].

534

Il ritrovamento di Gesù nel Tempio [Cf Lc 2,41-52 ] è il solo avvenimento che rompe il silenzio dei Vangeli sugli anni nascosti di Gesù. Gesù vi lascia intravvedere il mistero della sua totale consacrazione a una missione che deriva dalla sua filiazione divina: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” ( Lc 2,49 ). Maria e Giuseppe “non compresero” queste parole, ma le accolsero nella fede, e Maria “serbava tutte queste cose nel suo cuore” ( Lc 2,51 ) nel corso degli anni in cui Gesù rimase nascosto nel silenzio di una vita ordinaria.

III. I Misteri della vita pubblica di Gesù

Il battesimo di Gesù

535

L’inizio [Cf Lc 3,23 ] della vita pubblica di Gesù è il suo battesimo da parte di Giovanni nel Giordano [Cf At 1,22 ]. Giovanni predicava “un battesimo di conversione per il perdono dei peccati” ( Lc 3,3 ). Una folla di peccatori, pubblicani e soldati, [Cf Lc 3,10-14 ] farisei e sadducei [Cf Mt 3,7 ] e prostitute[Cf Mt 21,32 ] vengono a farsi battezzare da lui. Ed ecco comparire Gesù. Il Battista esita, Gesù insiste: riceve il battesimo. Allora lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, scende su Gesù e “una voce dal cielo” dice: “Questi è il Figlio mio prediletto” [Cf Mt 3,13-17 ]. E’ la manifestazione (Epifania”) di Gesù come Messia di Israele e Figlio di Dio.

536

Il battesimo di Gesù è, da parte di lui, l’accettazione e l’inaugurazione della sua missione di Servo sofferente. Egli si lascia annoverare tra i peccatori; [Cf Is 53,12 ] è già “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” ( Gv 1,29 ); già anticipa il “battesimo” della sua morte cruenta [Cf Mc 10,38; 536 Lc 12,50 ]. Già viene ad adempiere “ogni giustizia” ( Mt 3,15 ), cioè si sottomette totalmente alla volontà del Padre suo: accetta per amore il battesimo di morte per la remissione dei nostri peccati [Cf Mt 26,39 ]. A tale accettazione risponde la voce del Padre che nel Figlio suo si compiace [Cf Lc 3,22; Is 42,1 ]. Lo Spirito, che Gesù possiede in pienezza fin dal suo concepimento, si posa e rimane su di lui [Cf Gv 1,32-33; cf Is 11,2 ]. Egli ne sarà la sorgente per tutta l’umanità. Al suo battesimo, “si aprirono i cieli” ( Mt 3,16 ) che il peccato di Adamo aveva chiuso; e le acque sono santificate dalla discesa di Gesù e dello Spirito, preludio della nuova creazione.

537

Con il Battesimo, il cristiano è sacramentalmente assimilato a Gesù, il quale con il suo battesimo anticipa la sua morte e la sua Risurrezione; il cristiano deve entrare in questo mistero di umile abbassamento e pentimento, discendere nell’acqua con Gesù, per risalire con lui, rinascere dall’acqua e dallo Spirito per diventare, nel Figlio, figlio amato dal Padre e “camminare in una vita nuova” ( Rm 6,4 ):

Scendiamo nella tomba insieme con Cristo per mezzo del Battesimo, in modo da poter anche risorgere insieme con lui; scendiamo con lui per poter anche risalire con lui; risaliamo con lui, per poter anche essere glorificati con lui [San Gregorio Nazianzeno, Orationes, 40, 9: PG 36, 369B].

Tutto ciò che è avvenuto in Cristo ci fa comprendere che, dopo l’immersione nell’acqua, lo Spirito Santo vola su di noi dall’alto del cielo e che, adottati dalla Voce del Padre, diventiamo figli di Dio [Sant’Ilario di Poitiers, In evangelium Matthaei, 2: PL 9, 927].

La tentazione di Gesù

538

I Vangeli parlano di un tempo di solitudine di Gesù nel deserto, immediatamente dopo che ebbe ricevuto il battesimo da Giovanni: “Sospinto” dallo Spirito nel deserto, Gesù vi rimane quaranta giorni digiunando; sta con le fiere e gli angeli lo servono [Cf Mc 1,12-13 ]. Terminato questo periodo, Satana lo tenta tre volte cercando di mettere alla prova la sua disposizione filiale verso Dio. Gesù respinge tali assalti che ricapitolano le tentazioni di Adamo nel Paradiso e quelle d’Israele nel deserto, e il diavolo si allontana da lui “per ritornare al tempo fissato” ( Lc 4,13 ).

539

Gli evangelisti rilevano il senso salvifico di questo misterioso avvenimento. Gesù è il nuovo Adamo, rimasto fedele mentre il primo ha ceduto alla tentazione. Gesù compie perfettamente la vocazione d’Israele: contrariamente a coloro che in passato provocarono Dio durante i quaranta anni nel deserto, [Cf Sal 95,10 ] Cristo si rivela come il Servo di Dio obbediente in tutto alla divina volontà. Così Gesù è vincitore del diavolo: egli ha “legato l’uomo forte” per riprendergli il suo bottino [Cf Mc 3,27 ]. La vittoria di Gesù sul tentatore nel deserto anticipa la vittoria della passione, suprema obbedienza del suo amore filiale per il Padre.

540

La tentazione di Gesù manifesta quale sia la messianicità del Figlio di Dio, in opposizione a quella propostagli da Satana e che gli uomini [Cf Mt 16,21-23 ] desiderano attribuirgli. Per questo Cristo ha vinto il tentatore per noi: “Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato” ( Eb 4,15 ). La Chiesa ogni anno si unisce al Mistero di Gesù nel deserto con i quaranta giorni della Quaresima .

“Il Regno di Dio è vicino”

541

“Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il Vangelo di Dio e diceva: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo”” ( Mc 1,15 ). “Cristo, per adempiere la volontà del Padre, ha inaugurato in terra il Regno dei cieli” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 3]. Ora, la volontà del Padre è di “elevare gli uomini alla partecipazione della vita divina” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 3]. Lo fa radunando gli uomini attorno al Figlio suo, Gesù Cristo. Questa assemblea è la Chiesa, la quale in terra costituisce “il germe e l’inizio” del Regno di Dio [Cf ibid., 5].

542

Cristo è al centro di questa riunione degli uomini nella “famiglia di Dio”. Li convoca attorno a sé con la sua Parola, con i suoi “segni” che manifestano il Regno di Dio, con l’invio dei suoi discepoli. Egli realizzerà la venuta del suo Regno soprattutto con il grande Mistero della sua Pasqua: la sua morte in croce e la sua Risurrezione. “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” ( Gv 12,32 ). “Tutti gli uomini sono chiamati a questa unione con Cristo” [Cf ibid., 5].

L’annunzio del Regno di Dio

543

Tutti gli uomini sono chiamati ad entrare nel Regno. Annunziato dapprima ai figli di Israele, [Cf Mt 10,5-7 ] questo Regno messianico è destinato ad accogliere gli uomini di tutte le nazioni [Cf Mt 8,11; Mt 28,19 ]. Per accedervi, è necessario accogliere la Parola di Gesù:

La Parola del Signore è paragonata appunto al seme che viene seminato in un campo: quelli che l’ascoltano con fede e appartengono al piccolo gregge di Cristo hanno accolto il Regno stesso di Dio; poi il seme per virtù propria germoglia e cresce fino al tempo del raccolto [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 5].

544

Il Regno appartiene ai poveri e ai piccoli, cioè a coloro che l’hanno accolto con un cuore umile. Gesù è mandato per “annunziare ai poveri un lieto messaggio” ( Lc 4,18 ) [Cf Lc 7,22 ]. Li proclama beati, perché “di essi è il Regno dei cieli” ( Mt 5,3 ); ai “piccoli” il Padre si è degnato di rivelare ciò che rimane nascosto ai sapienti e agli intelligenti [Cf Mt 11,25 ]. Gesù condivide la vita dei poveri, dalla mangiatoia alla croce; conosce la fame, [Cf Mc 2,23-26; Mt 21,18 ] la sete[Cf Gv 4,6-7; Gv 19,28 ] e l’indigenza [Cf Lc 9,58 ]. Anzi, arriva a identificarsi con ogni tipo di poveri e fa dell’amore operante verso di loro la condizione per entrare nel suo Regno [Cf Mt 25,31-46 ].

545

Gesù invita i peccatori alla mensa del Regno: “Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori”( Mc 2,17 ) [Cf 1Tm 1,15 ]. Li invita alla conversione, senza la quale non si può entrare nel Regno, ma nelle parole e nelle azioni mostra loro l’infinita misericordia del Padre suo per loro [Cf Lc 15,11-32 ] e l’immensa “gioia” che si fa “in cielo per un peccatore convertito” ( Lc 15,7 ). La prova suprema di tale amore sarà il sacrificio della propria vita “in remissione dei peccati” ( Mt 26,28 ).

546

Gesù chiama ad entrare nel Regno servendosi delle parabole, elemento tipico del suo insegnamento [Cf Mc 4,33-34 ]. Con esse egli invita al banchetto del Regno, [Cf Mt 22,1-14 ] ma chiede anche una scelta radicale: per acquistare il Regno, è necessario “vendere” tutto; [Cf Mt 13,44-45 ] le parole non bastano, occorrono i fatti [Cf Mt 21,28-32 ]. Le parabole sono come specchi per l’uomo: accoglie la Parola come un terreno arido o come un terreno buono? [Cf Mt 13,3-9 ] Che uso fa dei talenti ricevuti? [Cf Mt 25,14-30 ] Al cuore delle parabole stanno velatamente Gesù e la presenza del Regno in questo mondo. Occorre entrare nel Regno, cioè diventare discepoli di Cristo per “cono scere i Misteri del Regno dei cieli” ( Mt 13,11 ). Per coloro che rimangono “fuori”, [Cf Mc 4,11 ] tutto resta enigmatico [Cf Mt 13,10-15 ].

I segni del Regno di Dio

547

Gesù accompagna le sue parole con numerosi “miracoli, prodigi e segni” ( At 2,22 ), i quali manifestano che in lui il Regno è presente. Attestano che Gesù è il Messia annunziato [Cf Lc 7,18-23 ].

548

I segni compiuti da Gesù testimoniano che il Padre lo ha mandato [Cf Gv 5,36; Gv 10,25 ]. Essi sollecitano a credere in lui [Cf Gv 10,38 ]. A coloro che gli si rivolgono con fede, egli concede ciò che domandano [Cf Mc 5,25-34; Mc 10,52; ecc]. Allora i miracoli rendono più salda la fede in colui che compie le opere del Padre suo: testimoniano che egli è il Figlio di Dio [Cf Gv 10,31-38 ]. Ma possono anche essere motivo di scandalo [Cf Mt 11,6 ]. Non mirano a soddisfare la curiosità e i desideri di qualcosa di magico. Nonostante i suoi miracoli tanto evidenti, Gesù è rifiutato da alcuni; [Cf Gv 11,47-48 ] lo si accusa perfino di agire per mezzo dei demoni [Cf Mc 3,22 ].

549

Liberando alcuni uomini dai mali terreni della fame, [Cf Gv 6,5-15 ] dell’ingiustizia, [Cf Lc 19,8 ] della malattia e della morte, [Cf Mt 11,5 ] Gesù ha posto dei segni messianici; egli non è venuto tuttavia per eliminare tutti i mali di quaggiù, [Cf Lc 12,13; Lc 12,14; Gv 18,36 ] ma per liberare gli uomini dalla più grave delle schiavitù: quella del peccato, [Cf Gv 8,34-36 ] che li ostacola nella loro vocazione di figli di Dio e causa tutti i loro asservimenti umani.

550

La venuta del Regno di Dio è la sconfitta del regno di Satana: [Cf Mt 12,26 ] “Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il Regno di Dio” ( Mt 12,28 ). Gli esorcismi di Gesù liberano alcuni uomini dal tormento dei demoni [ Cf Lc 8,26-39 ]. Anticipano la grande vittoria di Gesù sul “principe di questo mondo” ( Gv 12,31 ). Il Regno di Dio sarà definitiva mente stabilito per mezzo della croce di Cristo: “Regnavit a ligno Deus Dio regnò dalla croce” [Inno “Vexilla Regis”].

“Le chiavi del Regno”

551

Fin dagli inizi della vita pubblica, Gesù sceglie dodici uomini perché stiano con lui e prendano parte alla sua missione; [Cf Mc 3,13-19 ] li fa partecipi della sua autorità e li manda “ad annunziare il Regno di Dio e a guarire gli infermi” ( Lc 9,2 ). Restano per sempre associati al Regno di Cristo, che, per mezzo di essi, guida la Chiesa:

Io preparo per voi un Regno, come il Padre l’ha preparato per me; perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio Regno, e siederete in trono a giudicare le dodici tribù d’Israele ( Lc 22,29-30).

552

Nel collegio dei Dodici Simon Pietro occupa il primo posto [Cf Mc 3,16; Mc 9,2; Lc 24,34; 552 1Cor 15,5 ]. Gesù a lui ha affidato una missione unica. Grazie ad una rivelazione concessagli dal Padre, Pietro aveva confessato: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Nostro Signore allora gli aveva detto: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” ( Mt 16,18 ). Cristo, “Pietra viva” ( 1Pt 2,4 ), assicura alla sua Chiesa fondata su Pietro la vittoria sulle potenze di morte. Pietro, a causa della fede da lui confessata, resterà la roccia incrollabile della Chiesa. Avrà la missione di custodire la fede nella sua integrità e di confermare i suoi fratelli [Cf Lc 22,32 ].

553

Gesù ha conferito a Pietro un potere specifico: “A te darò le chiavi del Regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” ( Mt 16,19 ). Il “potere delle chiavi” designa l’autorità per governare la casa di Dio, che è la Chiesa. Gesù, “il Buon Pastore” ( Gv 10,11 ) ha confermato questo incarico dopo la Risurrezione: “Pasci le mie pecorelle” ( Gv 21,15-17 ). Il potere di “legare e sciogliere” indica l’autorità di assolvere dai peccati, di pronunciare giudizi in materia di dottrina, e prendere decisioni disciplinari nella Chiesa. Gesù ha conferito tale autorità alla Chiesa attraverso il ministero degli Apostoli [Cf Mt 18,18 ] e particolarmente di Pietro, il solo cui ha esplicitamente affidato le chiavi del Regno.

Un anticipo del Regno: la Trasfigurazione

554

Dal giorno in cui Pietro ha confessato che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, il Maestro “cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme, e soffrire molto. . . e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno” ( Mt 16,21 ). Pietro protesta a questo annunzio, [Cf Mt 16,22-23 ] gli altri addirittura non lo comprendono [ Cf Mt 17,23; Lc 9,45 ]. In tale contesto si colloca l’episodio misterioso della Trasfigurazione di Gesù [Cf Mt 17,1-8 par. ; 2Pt 1,16-18 ] su un alto monte, davanti a tre testimoni da lui scelti: Pietro, Giacomo e Giovanni. Il volto e la veste di Gesù diventano sfolgoranti di luce, appaiono Mosè ed Elia che parlano “della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” ( Lc 9,31 ). Una nube li avvolge e una voce dal cielo dice: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo” ( Lc 9,35 ).

555

Per un istante, Gesù mostra la sua gloria divina, confermando così la confessione di Pietro. Rivela anche che, per “entrare nella sua gloria” ( Lc 24,26 ), deve passare attraverso la croce a Gerusalemme. Mosè ed Elia avevano visto la gloria di Dio sul Monte; la Legge e i profeti avevano annunziato le sofferenze del Messia [Cf Lc 24,27 ]. La passione di Gesù è proprio la volontà del Padre: il Figlio agisce come Servo di Dio [Cf Is 42,1 ]. La nube indica la presenza dello Spirito Santo: “Tota Trinitas apparuit: Pater in voce; Filius in homine, Spiritus in nube clara – Apparve tutta la Trinità: il Padre nella voce, il Figlio nell’uomo, lo Spirito nella nube luminosa”: [San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, 45, 4, ad 2]

Tu ti sei trasfigurato sul monte, e, nella misura in cui ne erano capaci, i tuoi discepoli hanno contemplato la tua gloria, Cristo Dio, affinché, quando ti avrebbero visto crocifisso, comprendessero che la tua passione era volontaria ed annunziassero al mondo che tu sei veramente l’irradiazione del Padre [Liturgia bizantina, Kontakion della festa della Trasfigurazione].

556

Alla soglia della vita pubblica: il battesimo; alla soglia della Pasqua: la Trasfigurazione. Col battesimo di Gesù “declaratum fuit mysterium primae regenerationis – fu manifestato il mistero della prima rigenerazione: il nostro Battesimo”; la Trasfigurazione “est sacramentum secundae regenerationis – è il sacramento della seconda rigenerazione: la nostra risurrezione” [San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, 45, 4, ad 2]. Fin d’ora noi partecipiamo alla Risurrezione del Signore mediante lo Spirito Santo che agisce nel sacramento del Corpo di Cristo. La Trasfigurazione ci offre un anticipo della venuta gloriosa di Cristo “il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” ( Fil 3,21 ). Ma ci ricorda anche che “è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio” ( At 14,22 ):

Pietro non lo capiva ancora quando sul monte desiderava vivere con Cristo. Questa felicità Cristo te la riservava dopo la morte, o Pietro. Ora invece egli stesso ti dice: Discendi ad affaticarti sulla terra, a servire sulla terra, a essere disprezzato, a essere crocifisso sulla terra. E’ discesa la Vita per essere uccisa; è disceso il Pane per sentire la fame; è discesa la Via, perché sentisse la stanchezza del cammino; è discesa la sorgente per aver sete; e tu rifiuti di soffrire? [Sant’Agostino, Sermones, 78, 6: PL 38, 492-493]

La salita di Gesù a Gerusalemme

557

“Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, [Gesù] si diresse decisamente verso Gerusalemme” ( Lc 9,51 ) [Cf Gv 13,1 ]. Con questa decisione, indicava che saliva a Gerusalemme pronto a morire. A tre riprese aveva annunziato la sua passione e la sua Risurrezione [Cf Mc 8,31-33; Mc 9,31-32; Mc 10,32-34 ]. Dirigendosi verso Gerusalemme dice: “Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme” ( Lc 13,33 ).

558

Gesù ricorda il martirio dei profeti che erano stati messi a morte a Gerusalemme [Cf Mt 23,37 a]. Tuttavia, non desiste dall’invitare Gerusalemme a raccogliersi attorno a lui: “Gerusalemme. . . quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!” ( Mt 23,37 b). Quando arriva in vista di Gerusalemme, Gesù piange sulla città ed ancora una volta manifesta il desiderio del suo cuore: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace! Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi” ( Lc 19,41-42 ).

L’ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme

559

Come Gerusalemme accoglierà il suo Messia? Dopo essersi sempre sottratto ai tentativi del popolo di farlo re, [Cf Gv 6,15 ] Gesù sceglie il tempo e prepara nei dettagli il suo ingresso messianico nella città di “Davide, suo padre” ( Lc 1,32 ) [Cf Mt 21,1-11 ]. E’ acclamato come il figlio di Davide, colui che porta la salvezza (Hosanna” significa: “Oh, sì, salvaci!”, “donaci la salvezza!”). Ora, “Re della gloria” ( Sal 24,7-10 ) entra nella sua città cavalcando un asino: [Cf Zc 9,9 ] egli non conquista la Figlia di Sion, figura della sua Chiesa, né con l’astuzia né con la violenza, ma con l’umiltà che rende testimonianza alla Verità [Cf Gv 18,37 ]. Per questo i soggetti del suo Regno, in quel giorno, sono i fanciulli [Cf Mt 21,15-16; Sal 8,3 ] e i “poveri di Dio”, i quali lo acclamano come gli angeli lo avevano annunziato ai pastori [Cf Lc 19,38; 559 Lc 2,14 ]. La loro acclamazione, “Benedetto colui che viene nel Nome del Signore” ( Sal 118,26 ), è ripresa dalla Chiesa nel “Sanctus” della Liturgia eucaristica come introduzione al memoriale della Pasqua del Signore.

560

L’ingresso di Gesù a Gerusalemme manifesta l’avvento del Regno che il Re-Messia si accinge a realizzare con la Pasqua della sua morte e Risurrezione. Con la celebrazione dell’entrata di Gesù in Gerusalemme, la domenica delle Palme, la Liturgia della Chiesa dà inizio alla Settimana Santa.

In sintesi

561

“Tutta la vita di Cristo fu un insegnamento continuo: i suoi silenzi, i suoi miracoli, i suoi gesti, la sua preghiera, il suo amore per l’uomo, la sua predilezione per i piccoli e per i poveri, l’accettazione del sacrificio totale sulla croce per la Redenzione del mondo, la sua Risurrezione sono l’attuazione della sua Parola e il compimento della Rivelazione” [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 9].

562

I discepoli di Cristo devono conformarsi a lui, finché egli sia formato in loro [Cf Gal 4,19 ]. “Per ciò siamo assunti ai Misteri della sua vita, resi conformi a lui, morti e risuscitati con lui, finché con lui regneremo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 7].

563

Pastori o magi, non si può incontrare Dio quaggiù che inginocchiandosi davanti alla mangiatoia di Betlemme e adorandolo nascosto nella debolezza di un bambino.

564

Con la sua sottomissione a Maria e a Giuseppe, come pure con il suo umile lavoro durante i lunghi anni di Nazaret, Gesù ci dà l’esempio della santità nella vita quotidiana della famiglia e del lavoro.

565

Dall’inizio della sua vita pubblica al momento del suo battesimo, Gesù è il “Servo” totalmente consacrato all’opera redentrice che avrà il compimento nel “battesimo” della sua passione.

566

La tentazione nel deserto mostra Gesù, Messia umile che trionfa su Satana in forza della sua piena adesione al disegno di salvezza voluto dal Padre.

567

Il Regno dei cieli è stato inaugurato in terra da Cristo. “Si manifesta chiaramente agli uomini nelle parole, nelle opere, nella persona di Cristo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 5]. La Chiesa è il germe e l’inizio di questo Regno. Le sue chiavi sono affidate a Pietro.

568

La Trasfigurazione di Gesù ha come fine di consolidare la fede degli Apostoli in vista della passione: la salita sull'”alto monte” prepara la salita al Calvario. Cristo, Capo della Chiesa, manifesta ciò che il suo Corpo contiene e irradia nei sacramenti: “la speranza della gloria” ( Col 1,27 ) [Cf San Leone Magno, Sermones, 51, 3: PL 54, 310C].

569

Gesù è salito a Gerusalemme volontariamente, pur sapendo che vi sarebbe morto di morte violenta a causa della grande ostilità dei peccatori [Cf Eb 12,3 ].

570

L’ingresso di Gesù a Gerusalemme è la manifestazione dell’avvento del Regno che il Re-Messia, accolto nella sua città dai fanciulli e dagli umili di cuore, si accinge a realizzare con la Pasqua della sua morte e Risurrezione.

LETTURE DALL’UFFICIO DELLE LETTURE

Versetto
V. È rifiorita la mia carne, alleluia;
R. nel mio spirito rendo grazie a Dio, alleluia.

Prima Lettura
Dalla prima lettera di san Giovanni, apostolo 3,18-24

Il comandamento della fede e dell’amore
Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità. Da questo conosceremo che siamo nati dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio; e qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quel che è gradito a lui.
Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti dimora in Dio ed egli in lui. E da questo conosciamo che dimora in noi: dallo Spirito che ci ha dato.

Responsorio   Cfr. 1Gv 3,24; Sir 1,7.8
R. Chi osserva i comandamenti di Dio dimora in Dio ed egli in lui, * dallo Spirito che ci ha dato riconosciamo che egli abita in noi, alleluia.
V. Il Signore ha creato la sapienza nello Spirito Santo, l’ha diffusa su ogni mortale,
R. dallo Spirito che ci ha dato riconosciamo che egli abita in noi, alleluia.

Seconda Lettura
Dalle «Omelie sul Cantico dei cantici» di san Gregorio di Nissa, vescovo
(Om. 15; PG 44,1115-1118)

La gloria che hai dato a me l’ho data ad essi
Se davvero l’amore riesce ad eliminare la paura e questa si trasforma in amore, allora si scoprirà che ciò che salva è proprio l’unità. La salvezza sta infatti nel sentirsi tutti fusi nell’amore all’unico e vero bene mediante quella perfezione che si trova nella colomba di cui parla il Cantico dei cantici: «Una sola è la mia colomba, la mia perfetta. L’unica di sua madre, la preferita della sua genitrice» (Ct 6,9).
Tutto ciò lo mostra più chiaramente il Signore nel vangelo.
Gesù benedice i suoi discepoli, conferisce loro ogni potere e concede loro i suoi beni. Fra questi sono da includere anche le sante espressioni che egli rivolge al Padre. Ma fra tutte le parole che dice e le grazie che concede una ce n’è che è la maggiore di tutte e tutte le riassume. Ed è quella con cui Cristo ammonisce i suoi a trovarsi sempre uniti nelle soluzioni delle questioni e nelle valutazioni circa il bene da fare; a sentirsi un Cuor solo e un’anima sola e a stimare questa unione l’unico e solo bene; a stringersi nell’unità dello Spirito con il vincolo della pace; a far un solo corpo e un solo spirito; a corrispondere a un’unica vocazione, animati da una medesima speranza.
Ma più che questi accenni sarebbe meglio riferire testualmente le parole del vangelo: «Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21).
Il vincolo di questa unità è un’autentica gloria. Nessuno infatti può negare che lo Spirito Santo sia chiamato «gloria». Dice infatti il Signore: «La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro» (Gv 17,22). Egli possedette tale gloria sempre ancora prima che esistesse questo mondo. Nel tempo poi la ricevette quando assunse la natura umana. Da quando questa natura fu glorificata dallo Spirito Santo, tutto ciò che si connette con questa gloria, diviene partecipazione dello Spirito Santo.
Per questo dice: «La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una cosa sola, come noi siamo una cosa sola: io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità» (Gv 20,22-23). Perciò colui che dalla fanciullezza è cresciuto raggiungendo la piena maturità del Cristo, viene a trovarsi in quello stato tutto speciale, che solo l’intelligenza, illuminata dalla fede, può percepire. Allora diviene capace della gloria dello Spirito Santo attraverso una vita lontana dai vizi e improntata alla santità. Costui dunque è quella perfetta colomba, alla quale guarda lo Sposo, quando dice: «Una sola la mia colomba, la mia perfetta».

Responsorio   Cfr. Gv 15,15; 14,26; 15,14
R. Non vi chiamo più servi, ma amici miei, perché avete conosciuto tutto ciò che ho fatto in mezzo a voi. Ricevete il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre vi manderà, alleluia.
V. Voi siete miei amici, se farete ciò che vi comando.
R. Ricevete il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre vi manderà, alleluia.

IL MATRIMONIO NELL’AMORE DI DIO

ES  – IT  – PT ]

 

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 22 settembre 1982

1. La lettera agli Efesini, attraverso il paragone del rapporto tra Cristo e la Chiesa con il rapporto sponsale dei coniugi, fa riferimento alla tradizione dei profeti dell’Antico Testamento. Per illustrarlo, citiamo il seguente testo di Isaia: “Non temere, perché non dovrai più arrossire; / non vergognarti, perché non sarai più disonorata; / anzi, dimenticherai la vergogna della tua giovinezza / e non ricorderai più il disonore della tua vedovanza. / Poiché tuo sposo è il tuo creatore, / Signore degli eserciti è il suo nome; / tuo redentore è il Santo di Israele, / è chiamato Dio di tutta la terra. / Come una donna abbandonata e con l’animo afflitto, / il Signore ti ha richiamata. / Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù? / Dice il tuo Dio. / Per un breve istante ti ho abbandonata / ma ti riprenderò con immenso amore. / In un impeto di collera / ti ho nascosto per un poco il mio volto; / ma con affetto perenne ho avuto pietà di te, / dice il tuo redentore, il Signore. / Ora è per me come ai giorni di Noè, / quando giurai che non avrei più riversato / le acque di Noè sulla terra; / così ora giuro di non più adirarmi con te / e di non farti più minacce. / Anche se i monti si spostassero / e i colli vacillassero, / non si allontanerebbe da te il mio affetto, / né vacillerebbe la mia alleanza di pace; / dice il Signore che ti usa misericordia” (Is 54, 4-10).

2. Il testo di Isaia non contiene in questo caso i rimproveri fatti ad Israele come a sposa infedele, che echeggiano con tanta forza negli altri testi, in particolare di Osea o di Ezechiele. Grazie a ciò, diventa più trasparente il contenuto essenziale dell’analogia biblica: l’amore di Dio-Jahvè verso Israele-popolo eletto è espresso come l’amore dell’uomo-sposo verso la donna eletta per essergli moglie attraverso il patto coniugale. In tal modo Isaia spiega gli avvenimenti che compongono il corso della storia di Israele, risalendo al mistero nascosto quasi nel cuore stesso di Dio. In certo senso, egli ci conduce nella medesima direzione, in cui ci condurrà, dopo molti secoli, l’Autore della lettera agli Efesini, il quale – basandosi sulla redenzione già compiuta in Cristo – svelerà molto più pienamente la profondità dello stesso mistero.

3. Il testo del profeta ha tutto il colorito della tradizione e della mentalità degli uomini dell’Antico Testamento. Il profeta, parlando a nome di Dio e quasi con le sue parole, si rivolge ad Israele come sposo alla sposa da lui eletta. Queste parole traboccano di un autentico ardore d’amore e nello stesso tempo pongono in rilievo tutta la specificità sia della situazione sia della mentalità proprie di quell’epoca. Esse sottolineano che la scelta da parte dell’uomo toglie alla donna il “disonore”, che, secondo l’opinione della società, sembrava connesso allo stato nubile sia originario (la verginità), sia secondario (la vedovanza), sia infine quello derivato dal ripudio della moglie non amata (cf. Dt 24, 1) o eventualmente della moglie infedele. Tuttavia, il testo citato non fa menzione dell’infedeltà; rileva invece il motivo di “amore misericordioso” (Nel testo ebraico abbiamo le parole hesed-rahamim, che appaiono insieme più di una volta.), indicando con ciò non soltanto l’indole sociale del matrimonio nell’Antica Alleanza, ma anche il carattere stesso del dono, che è l’amore di Dio verso Israele-sposa: dono, che proviene interamente dall’iniziativa di Dio. In altre parole: indicando la dimensione della grazia, che dal principio è contenuta in quell’amore. Questa è forse la più forte “dichiarazione di amore” da parte di Dio, collegata con il solenne giuramento di fedeltà per sempre.

4. L’analogia dell’amore che unisce i coniugi è in questo brano fortemente rilevata. Isaia dice: “. . . tuo sposo è il tuo creatore, / Signore degli eserciti è il suo nome; / tuo redentore è il Santo di Israele, / è chiamato Dio di tutta la terra” (Is 54, 5). Così, dunque, in quel testo lo stesso Dio, in tutta la sua maestà di Creatore e Signore della creazione, viene esplicitamente chiamato “sposo” del popolo eletto. Questo “sposo” parla del suo grande “affetto”, che non si “allontanerà” da Israele-sposa, ma costituirà un fondamento stabile dell’“alleanza di pace” con lui. Così il motivo dell’amore sponsale e del matrimonio viene collegato con il motivo dell’alleanza. Inoltre il “Signore degli eserciti” chiama se stesso non soltanto “creatore”, ma anche “redentore”. Il testo ha un contenuto teologico di ricchezza straordinaria.

5. Confrontando il testo di Isaia con la lettera agli Efesini e costatando la continuità riguardo all’analogia dell’amore sponsale e del matrimonio, dobbiamo rilevare al tempo stesso una certa diversità di ottica teologica. L’Autore della lettera già nel primo capitolo parla del mistero dell’amore e dell’elezione, con cui “Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo” abbraccia gli uomini nel suo Figlio, soprattutto come di un mistero “nascosto nella mente di Dio”. Questo è il mistero dell’amore paterno, mistero dell’elezione alla santità (“per essere santi e immacolati al suo cospetto”) (Ef 1, 4) e dell’adozione a figli in Cristo (“predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo”) (Ef 1, 5). In tale contesto, la deduzione dell’analogia circa il matrimonio, che abbiamo trovato in Isaia (“tuo sposo è il tuo creatore, Signore degli eserciti è il suo nome”) (Is 54, 5), sembra essere uno scorcio facente parte della prospettiva teologica. La prima dimensione dell’amore e dell’elezione, come mistero da secoli nascosto in Dio, è una dimensione paterna e non “coniugale”. Secondo la lettera agli Efesini, la prima nota caratteristica di quel mistero resta connessa con la paternità stessa di Dio, messa particolarmente in rilievo dai profeti (cf. Os 11, 1-4; Is 63, 8-9; 64, 7; Ml 1, 6).

6. L’analogia dell’amore sponsale e del matrimonio appare soltanto quando il “Creatore” e il “Santo di Israele” del testo di Isaia si manifesta come “Redentore”. Isaia dice: “Tuo sposo è il tuo creatore, Signore degli eserciti è il suo nome; / tuo redentore è il Santo di Israele” (Is 54, 5). Già in questo testo è possibile, in certo senso, leggere il parallelismo tra lo “sposo” e il “Redentore”. Passando alla lettera agli Efesini, dobbiamo osservare che questo pensiero vi è appunto pienamente sviluppato. La figura del Redentore (Sebbene nei più antichi libri biblici il “redentore” [ebr. go’el] significasse la persona obbligata per legami di sangue a vendicare il parente ucciso [cfr., ex. gr., Nm. 35, 19], a portare aiuto al parente sfortunato [cfr., ex. gr., Ru. 4, 6] e specialmente a riscattarlo dalla schiavitù [cfr., ex. gr., Lv. 25, 48], con l’andar del tempo questa analogia venne applicata a Jahvè, “il quale ha riscattato Israele dalla condizione servile, dalla mano del faraone, re di Egitto” [Dt. 7, 8]. Particolarmente nel Deutero-Isaia l’accento si sposta dall’azione di riscatto alla persona del Redentore, che personalmente salva Israele, quasi soltanto mediante la sua stessa presenza, “senza denaro e senza regali” [Is. 45, 13]. Perciò il passaggio dal “Redentore” della profezia di Isaia 54 alla lettera agli Efesini ha la stessa motivazione dell’applicazione, nella suddetta lettera, dei testi del Canto sul Servo di Jahvè [cfr. Is. 53, 10-12; Ef. 5, 23. 25-26]) si delinea già nel I capitolo come propria di colui che è il primo “Figlio diletto” del Padre (Ef 1, 6), diletto dall’eternità: di colui, nel quale noi tutti siamo stati “da secoli” amati dal Padre. È il Figlio della stessa sostanza del Padre, “nel quale abbiamo la remissione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia” (Ef 1, 7). Lo stesso Figlio, come Cristo (ossia come Messia), “ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei” (Ef 5, 25).

Questa splendida formulazione della lettera agli Efesini riassume in sé e insieme mette in rilievo gli elementi del Canto sul Servo di Jahvè e del Canto di Sion (cf. ex. gr. Is 42, 1; 53, 8-12; 54, 8).

E così la donazione di se stesso per la Chiesa equivale al compimento dell’opera della redenzione. In tal modo, il “creatore, Signore degli eserciti” del testo di Isaia diviene il “Santo di Israele”, del “nuovo Israele”, quale Redentore. Nella lettera agli Efesini la prospettiva teologica del testo profetico è conservata ed insieme approfondita e trasformata. Vi entrano nuovi momenti rivelati: il momento trinitario, cristologico (Al posto della relazione “Dio-Israele”, Paolo introduce il rapporto “Cristo-Chiesa”, applicando a Cristo tutto ciò che nell’Antico Testamento si riferisce a jahvè [Adonai – Kyrios]. Cristo è Dio, ma Paolo gli applica anche tutto ciò che si riferisce al Servo di Jahvè nei quattro Canti [Is. 42; 49; 50; 52-53], interpretati nel periodo intertestamentario in senso messianico. Il motivo del “Capo” e del “Corpo” non è di derivazione biblica, ma probabilmente ellenistica [stoica?]. Nella lettera agli Efesini questo tema è stato utilizzato nel contesto del matrimonio [mentre nella prima lettera ai Corinzi il tema del “Corpo” serve a dimostrare l’ordine che regna nella società]. Dal punto di vista biblico l’introduzione di questo motivo è una novità assoluta.) e infine escatologico.

7. Così dunque san Paolo, scrivendo la lettera al Popolo di Dio della Nuova Alleanza e precisamente alla Chiesa di Efeso, non ripeterà più: “Tuo sposo è il tuo creatore”, ma mostrerà in che modo il “Redentore”, che è il Figlio primogenito e da secoli “diletto del Padre”, rivela contemporaneamente il suo amore salvifico, che consiste nella donazione di se stesso per la Chiesa, come amore sponsale con cui egli sposa la Chiesa e la fa proprio Corpo. Così l’analogia dei testi profetici dell’Antico Testamento (nel caso, soprattutto del libro di Isaia) rimane nella lettera agli Efesini conservata e nello stesso tempo evidentemente trasformata. All’analogia corrisponde il mistero, che attraverso essa viene espresso e in certo senso spiegato. Nel testo di Isaia questo mistero è appena delineato, quasi “socchiuso”; nella lettera agli Efesini, invece, è pienamente svelato (s’intende, senza cessare di esser mistero). Nella lettera agli Efesini è esplicitamente distinta la dimensione eterna del mistero in quanto nascosto in Dio (“Padre del Signore nostro Gesù Cristo”) e la dimensione della sua realizzazione storica, secondo la sua dimensione cristologica e insieme ecclesiologica. L’analogia del matrimonio si riferisce soprattutto alla seconda dimensione. Anche nei profeti (in Isaia) l’analogia del matrimonio si riferiva direttamente ad una dimensione storica: era collegata con la storia del popolo eletto dell’Antica Alleanza, con la storia di Israele; invece, la dimensione cristologica ed ecclesiologica, nell’attuazione veterotestamentaria del mistero, si trovava solo come in embrione: fu soltanto preannunziata.

Nondimeno è chiaro che il testo di Isaia ci aiuta a comprendere meglio la lettera agli Efesini e la grande analogia dell’amore sponsale di Cristo e della Chiesa.

MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 5

Diocesi Reggio Emilia
Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

«Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

Sabato, 31 Agosto 1991

Documento fornito da Copelli Marcello e ripreso da Ciani Vittorio.

Domenica, 1 Settembre 1991

Quarta Meditazione

Abbiamo ricordato il significato che la proclamazione del “vangelo” di Paolo pone al centro della sua predicazione. Abbiamo detto che il Vangelo è una forza di salvezza che opera nella profondità dell’uomo la trasformazione da una condizione di peccato ad una condizione di giustizia. Si tratta di perdono, ma in senso profondo non semplicemente il condono delle colpe, delle trasgressioni (il peccato, abbiamo detto, non sta prima di tutto nelle trasgressioni ma in un atteggiamento profondo del cuore), ma nel cambiamento di quel centro del cuore umano che è in sé malato, spiritualmente malato.

Per cui alla fine del capitolo 7° della lettera ai Romani, dopo aver descritto la condizione tragica di un uomo che non riesce a vivere secondo la libertà, che desidera fare il bene ma che non riesce poi concretamente a realizzarlo, San Paolo esce in quest’espressione:

«[24]Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7, 24).

Chi mi libererà da questa condizione umana che tende irresistibilmente verso l’auto-annientamento, verso quell’egoismo che significa essenzialmente morte? Continua Paolo:

«[25]Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!» (Rm 7, 25a).

La possibilità di liberazione c’è, non certamente nell’uomo che si auto-edifica e si auto-costruisce, ma in Dio che attraverso Gesù Cristo dona all’uomo quella libertà di cui l’uomo ha assolutamente bisogno per vivere.

Con questa affermazione di fondo San Paolo si riallaccia ad una antica tradizione biblica che ha la sua origine soprattutto nei profeti.

I profeti sono sempre rimasti sorpresi di fronte alla realtà del peccato dell’uomo; sorpresi perché il peccato, dice Geremia, è stupido, è stupido abbandonare Dio per andare dietro a qualcosa di vuoto e di inutile che l’uomo sa che è così; è stupido abbandonare quel Dio che è l’unica gloria dell’uomo, cioè l’unica sorgente vera della sua dignità, per abbandonarsi a delle realtà false e menzognere che ben presto si rivelano fallaci. È stupido.

Come mai allora l’uomo non riesce a rimanere in quella via che conosce essere la via della vita?

Questo da sempre ha sorpreso i profeti e dei tentativi di spiegazione ne avevano dati. Osea, per esempio, dice che c’è uno spirito di fornicazione, non c’è niente da fare; c’è una forza interiore, c’è una malattia interiore che trascina al male.

L’uomo è inclinato al male fin dall’adolescenza, dice il libro della Genesi. Per quanto l’uomo scavi nel suo passato non riesce a trovare un momento di libertà da questa inclinazione egoistica.

I profeti avevano dovuto misurarsi con questa condizione dell’uomo e tuttavia avevano intravisto una speranza, avevano intravisto un cammino di superamento di questa infedeltà cronica che l’uomo sperimenta.

«[31]Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. [32]Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore. [33]Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. [34]Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato» (Ger 31, 31-34).

Badate, non si tratta per Geremia solo di purificare il cammino normale dell’uomo.

Al monte Sinai Dio ha concluso un’alleanza con Israele in cui c’era un impegno reciproco; la formula dell’alleanza è: «Io sono il vostro Dio e voi siete il mio popolo», dove gioca sugli aggettivi possessivi «mio – vostro».

Dio non è semplicemente Dio, ma diventa Dio nostro; noi non siamo semplicemente un popolo ma siamo il popolo del Signore.

In quanto Dio è nostro Dio, Dio si assume la responsabilità della nostra difesa e protezione; in quanto siamo suo popolo noi ci assumiamo la responsabilità dell’obbedienza a Dio e della gloria di Dio. La gloria di Dio è legata, paradossalmente, alla nostra vita, alla condizione di Israele. C’è quindi un impegno reciproco.

Non si tratta semplicemente di ritornare a quest’impegno perché l’alleanza del Sinai è, secondo Geremia, spezzata irrimediabilmente, non la si può più raccogliere come i cocci di un vaso spaccato, non c’è più niente da fare bisogna istituirne un’altra, ma che sia diversa perché quella non ha funzionato. Non è che non abbia funzionato perché l’alleanza del Sinai era sbagliata; la legge che c’era al centro dell’alleanza del Sinai era perfetta, secondo Geremia, non c’è da aggiungere niente, quindi quella legge va proprio bene. L’ostacolo era nella comunicazione. Al Sinai Dio ha parlato attraverso Mosè, ed il popolo ha ascoltato la Parola di Dio, ma l’ha ascoltata come qualcosa che veniva dal di fuori, dall’esterno e sembra che ci sia stato un qualcosa che ha reso la comunicazione imperfetta, ha alterato quella comunicazione per cui Israele non è stato capace di assimilare, di fare sua la volontà di Dio.

Israele ha sempre subito la volontà di Dio come una volontà esterna, come una costrizione, come un limite, come qualcosa che impediva la sua dilatazione di esperienze; per questo non ha funzionato.

Allora bisogna fare una alleanza diversa e comunicare la legge in un modo diverso. Ma come?

«[31.33] Porrò la mia legge nel loro animo, 1a scriverò nel loro cuore».

Non più esterna quindi, che giunge solo agli orecchi, ma una legge che arriva effettivamente al cuore, che viene assimilata dall’uomo, che diventa il suo stesso desiderio e il suo stesso modo interiore. Si potrebbe quasi chiamare istinto, solo che questo termine indica qualcosa di non libero; mentre l’atteggiamento dell’uomo deve necessariamente esserlo; tuttavia è qualcosa che ha l’aspetto dell’istinto poiché è insito nell’interiorità e profondità del cuore dell’uomo.

Solo in questo modo l’alleanza nuova sarà un’alleanza eterna; eterna perché è garantita la fedeltà dell’uomo. Sulla fedeltà di Dio non ci sono problemi, è sempre stata così anche quella antica, ma era la fedeltà dell’uomo che era venuta meno e che quindi bisogna garantire. Chi garantisce la fedeltà dell’uomo? Dio. Stranamente chi garantisce la fedeltà dell’uomo è Dio. E’ Dio che pone dentro al cuore dell’uomo la sua legge, la sua volontà, la sua fedeltà e la sua giustizia in modo che l’uomo possa partecipare nell’alleanza e dire il suo sì senza riserve, con pienezza.

Questo è il discorso a cui fa riferimento Paolo quando annuncia che in Gesù Cristo Dio dona all’uomo quella capacità di risposta che dal punto di vista naturale l’uomo non possiede.

Questo è il discorso famoso di Ezechiele al capitolo 36° e che si potrebbe leggere come un commento al brano di Geremia che abbiamo letto.

Quando il Signore toglie il cuore di pietra e al suo posto mette un cuore di carne, toglie lo spirito dell’uomo che è di fornicazione e mette lo Spirito, anzi dice «Porrò il mio Spirito dentro di voi» e questo vuol dire una comunicazione di vita, vuol dire che l’istinto di Dio diventa l’istinto dell’uomo, vuol dire che quell’inclinazione all’amore che è propria di Dio, diventa inclinazione dell’uomo; che l’uomo comincia a ragionare, sentire e volere secondo il sentimento e il ragionamento della volontà di Dio. Vuol dire che l’uomo all’interno incomincia ad essere una creatura nuova. «Io faccio nuove tutte le cose» a cominciare dal cuore, vuol dire che il cuore dell’uomo comincia ad essere circonciso, non è più – dice Geremia – la carne dell’uomo che deve essere circoncisa, ma il cuore; è al cuore che bisogna togliere quella dimensione di infedeltà e di impurità che esso possiede e la circoncisione vuol dire proprio questo: togliere le impurità perché il cuore ritrovi la sua pienezza di funzionamento secondo la verità e secondo il bene.

Tutto questo dice Ezechiele, ma notate che il profeta sottolinea che il Signore farà questo non per riguardo al suo popolo:

«[22]Annunzia alla casa d’Israele: Così dice il Signore Dio: Io agisco non per riguardo a voi, gente d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete disonorato fra le genti presso le quali siete andati. [23]Santificherò il mio nome grande, disonorato fra le genti, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le genti sapranno che io sono il Signore – parola del Signore Dio – quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi» (Ez 36, 22-23).

È un’affermazione sorprendente a prima vista, ma notevolmente importante, perché si traduce così. Se io faccio questo – dice il Signore – se Io dunque intervengo, faccio quel trapianto di cuore di cui avete bisogno per vivere bene e vi comunico il mio Spirito, non certamente per riguardo a voi, perché voi ve lo meritiate; non è per la vostra bontà o per i meriti che avete accumulato, è solo per amore del mio nome.

Dicevo prima che il Signore ha legato indissolubilmente a sé Israele, ha legato indissolubilmente a sé l’uomo – «voi siete il mio popolo» – allora in mezzo alla storia la gloria di Dio dipende da voi, siete voi che rappresentate Dio, siete voi che portate il nome di Dio, il volto e l’immagine di Dio. Se voi siete santi come è santo Dio, la vostra vita glorifica Dio. Ma se voi siete egoisti, ingiusti, rapaci e adulteri, la vostra infedeltà toglie la gloria di Dio, diventa proclamazione della falsità di Dio, diventa una profanazione del suo nome. Perché voi il nome di Dio ce l’avete sulla bocca, voi non siete semplicemente delle creature, voi siete figli di Dio e se vi comportate male il vostro disonore ricade su Dio stesso, è Dio che è disonorato.

Allora il Signore dice che interviene per amore del suo nome e vuole dire, che ormai voi siete così strettamente legati a Dio che la gloria di Dio e la vostra salvezza, sono la stessa cosa; che la gloria di Dio e la vostra santità sono la stessa cosa; che la gloria di Dio ed il vostro amore fraterno sono la stessa cosa e questo per amore di Dio, perché Dio è fatto così, Dio vi ha in qualche modo assimilato a sé.

Allora proprio perché Dio non può perdere la sua gloria, non può perdere voi, non è disposto a perdervi, non è disposto a mollare; Dio interviene e fa di voi delle creature nuove. Perché diate gloria al suo nome, perché Dio sia davvero riconosciuto come Dio, perché la sua santità si rifletta nel vostro comportamento, nella vostra vita.

Così dice Ezechiele e così dice San Paolo quando alla conclusione di un lungo ragionamento che ha fatto scrive così:

«[18]E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2 Cor 3, 18).

Questa è una stupenda descrizione della vita cristiana.

Dice Paolo che quando Mosè è salito sul monte Sinai e ha visto il Signore è sceso da quel monte con la faccia raggiante, aveva visto il Signore e la bellezza del Signore si era stampata sul volto di Mosè; ma si era stampata su quel volto in modo provvisorio, era una bellezza stupenda, ma che durava poco tempo, per questo dice Paolo che Mosè ha messo un velo sulla sua faccia perché non si vedesse che quella gloria scompariva pian piano, che si perdeva con il tempo.

Quello che è capitato a Mosè capita anche a noi, anzi a noi capita in modo ancora più bello e più grande: noi non abbiamo bisogno di coprire il nostro volto perché gli altri pensino che esso sia ancora bello anche quando ha perso la sua bellezza ed il suo splendore. No! «Noi tutti…». Tutti, non c’è quindi questione di cristiani di prima o seconda categoria, tutti, «…a viso scoperto…» cioè senza bisogno di nascondere nulla, «…riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore» e vuol dire che quando uno guarda la tua faccia vede la faccia del Signore, c’è la gloria del Signore sul tuo volto; così come quando la gloria di Dio era sul volto di Gesù allo stesso modo voi siete belli della bellezza di Dio, siete dei santificati, dei giustificati, cioè quei lineamenti di Dio che erano sul volto di Gesù adesso sono scritti sul vostro volto.

Non siete il corpo di Cristo? Non appartenete a Cristo? La vostra vita non è una vita in Cristo? In Cristo vuol dire che c’è un legame così stretto tra voi e il Signore che non si possono più separare le due realtà: voi vivete per il Signore così come il Signore vive per voi, dunque quella bellezza che è la bellezza di Gesù è anche la vostra bellezza. Vostra vuol dire che la santità di Gesù vi è stata donata.

Nell’inno della lettera agli Efesini si legge:

«[4]In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità» (Ef 1, 4).

Santi e immacolati non davanti agli altri; davanti agli altri è una santità decente ma non molto, quando uno è galantuomo davanti agli altri si presenta come buono, come santo e onesto ma non è questo; quello di cui parliamo è una santità che è tale davanti a Dio, davanti a quel Dio:

«[13]Tu dagli occhi così puri che non puoi vedere il male e non puoi guardare l’iniquità» (Ab 1, 13a).

Ma possono guardare la nostra faccia perché essa ha ormai i lineamenti di questa santità stessa di Dio, quella di Gesù che diventa nostra. Allora noi riflettendo la gloria del Signore «veniamo trasformati in quella medesima immagine» cioè la nostra è una trasformazione progressiva, veniamo assimilati. La vita del cristiano diventa sempre più simile alla vita di Gesù, diventa sempre più portatrice della bellezza di Dio, della santità, dell’amore di Dio.

Come avviene questa misteriosa trasformazione? È forse magica? Avviene per un tocco di bacchetta, con la magia del Battesimo? No! «…di gloria in gloria secondo l’azione dello Spirito del Signore…» quindi avviene nel Battesimo, ma non in modo magico; avviene per l’azione dello Spirito del Signore.

All’origine ci sta la rivelazione dell’amore di Dio; in Gesù, Dio ha proclamato il suo amore verso di noi. Nel momento in cui noi accettiamo l’amore di Dio, questo si chiama fede; nel momento in cui ci lasciamo amare da Dio, questo si chiama fede; nel momento in cui accettiamo Gesù come dono del Padre verso di noi, il dono che Dio ci ha fatto di se stesso, questo si chiama fede! La fede è un atteggiamento fondamentalmente ricettivo; l’uomo di fede è l’uomo che riceve da Dio, che si lascia amare da Dio, che si lascia perdonare, guarire, cercare, correggere, cioè lascia che la sua vita sia prima di tutto un’accoglienza di quell’Altro che è Dio stesso, attraverso Gesù Cristo. Accogliendo Gesù accolgo l’amore di Dio, la giustificazione di Dio.

Nel momento in cui mi lascio amare avviene la trasformazione del mio cuore. È lo Spirito di Cristo che dentro al mio cuore plasma sentimenti e pensieri perché siano conformi a quel Dio che mi ama.

Questo corrisponde per certi aspetti all’esperienza interpersonale. Quando io accetto l’amicizia di qualcuno, quell’amicizia in qualche modo mi rinnova. Quando accetto l’amore, l’amore esclusivo di un’altra persona, e lo accolgo davvero con sincerità esso non lascia inalterata la mia vita, il mio cuore, ma lo rende un cuore amante; un cuore quando è amato, e accetta di essere amato, è costretto a rispondere con amore; cambia lui. L’amore con cui gli altri mi amano mi cambia; sempre che io lo accetti.

Posso anche rifiutare l’amore, ma allora questo mi indurisce ancora di più. Na quando accolgo l’amore degli altri e lo accolgo sinceramente, questo pian piano pone nel mio cuore dei sentimenti di bontà, di fraternità e di comunione. Quando accolgo l’amore di Dio, che è in Gesù Cristo, questo plasma nel mio cuore dei sentimenti di novità, grandi quanto è grande l’amore con cui Dio ama e che io lascio passare dentro alla mia vita attraverso l’atto della fede.

Per cui con lo Spirito del Signore, e attraverso esso, avviene quella trasformazione di gloria in gloria che ci rende simili a Gesù secondo l’azione dello Spirito o se volete secondo l’azione dell’amore di Dio che viene riversato dentro ai nostri cuori.

Si capisce allora in che cosa consiste la vita cristiana secondo Paolo. All’inizio della vita cristiana da parte di Dio c’è l’amore, c’è Dio che ci ama in Gesù Cristo. Il primo atteggiamento nostro si chiama fede, cioè 1’accoglienza dell’amore di Dio, il lasciarci amare da Dio, sapendo bene che questo lasciarci amare non è innocuo, non ci lascia quello che eravamo prima, perché l’amore di Dio è un amore creativo, è un amore che cambia il mondo e che cambia i nostri cuori; nel momento in cui, con la fede, mi spalanco davanti a Dio, l’amore di Dio incomincia un’opera di trasfigurazione, un’opera per cui di gloria in gloria mi rende immagine della sua bellezza o se volete della sua santità.

Tutta la vita cristiana è questo cammino infinito alla cui origine sta sempre la fede, sempre il ricevere. Un ricevere che si apre all’infinito perché fino a che ci sarà qualche cosa da migliorare nella somiglianza con Dio ci sarà sempre dello spazio per la fede, per una fede che si lascia prendere, si lascia rinnovare, che desidera, che accoglie con gioia il dono del Signore.

Nasce quindi una trasfigurazione interiore, la somiglianza con Cristo non esterna (per esempio nel mestiere), ci sta dentro anche questa come possibilità, ma questo è solo il supporto, l’essenziale non è quello di una imitazione esterna di Gesù, è quella di vivere secondo il suo stile, secondo la sua anima, del ragionare secondo la sua logica.

Poi ciascuno è fatto a modo suo perché il materiale che ciascuno di noi ha da trasfigurare in Cristo è diverso. Io ho un codice genetico diverso dal vostro, e ciascuno di noi ha un’educazione o una esperienza diversa una dall’altra, questo è il materiale con cui costruiamo la nostra vita. Ma una cosa è il materiale che è diverso uno dall’altro, e un’altra cosa è lo stile cristiano, questo è il medesimo stile che opera in modi diversi secondo le diversità delle persone, in modo che la santità sia originale, non sia mai una copiatura; non si tratta di copiare, si tratta di creare. La vita cristiana vuole essere originale e diventa effettivamente cristiana solo quando è originale, quando non è una copiatura esterna di modi che ci vengono dati; deve nascere dallo spirito, però dallo Spirito di Cristo quindi non è uno spirito che produce qualunque cosa, è uno Spirito che produce unicamente amore, fedeltà, bontà, pazienza, gioia: produce sempre queste cose, ma in ciascuno in modo diverso.

Se volete potete leggere tutto il capitolo 8° della lettera ai Romani e ritrovate una descrizione ricchissima della vita cristiana come vita animata dallo Spirito del Signore.

«[1]Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. [2]Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte» (Rm 8, 1-2).

C’è una legge del peccato e della morte, di cui parlavamo nella meditazione precedente con il capitolo 7°, ma c’è una legge diversa, la legge dello Spirito che da vita in Gesù Cristo, che genera un’esistenza nuova in Gesù. Il capitolo continua descrivendo la vita del cristiano come quella che è guidata non più dalla carne, ma dallo Spirito. Lo Spirito di cui si parla non è l’anima, ma è il “genio” di Cristo, è l’originalità interiore di Cristo, è quel modo di pensare che era tipico suo, è la sua fisionomia interiore che comunicata a noi produce un’esistenza cristiana.

Avviene poi che il dono dello Spirito Santo non renda semplicemente l’uomo passivo, ma lo renda profondamente attivo. È vero che all’inizio è un ricevere, ma il ricevere mette in movimento tutte le nostre facoltà: intelligenza, memoria, affetto, abilità pratica, cioè tutto quello che noi siamo viene coinvolto nella nostra esperienza di comunione con il Signore, per costruire l’edificio dell’esistenza cristiana, per costruire un’esistenza che sia creativa e fedele nello stesso tempo; fedele a Gesù Cristo, ma creativa perché ciascuno secondo la sua vocazione, secondo i suoi doni.

Che la vita cristiana sia una vita profondamente attiva e anche una vita di lotta (non è che il cambiamento sia innocuo, facile e immediato, ma è progressivo, avviene superando degli ostacoli ecc.) lo spiega Paolo nella lettera ai Galati:

«[13]Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. [14]Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. [15]Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! [16]Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; [17]la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. [18]Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge. [19]Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, [20]idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, [21]invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio. [22]Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; [23]contro queste cose non c’è legge» (Gal. 5, 13-23).

«Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà». “Libertà” è una parola chiave della lettera ai Galati; secondo Paolo la vocazione fondamentale dei cristiani si chiama libertà:

«[1]Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù» (Gal 5, 1).

Siete liberi, l’amore di Dio vuole un popolo libero, un popolo di schiavi non dà una gran gloria a Dio. Se Dio avesse un popolo di robot che agisca secondo il programma che Lui ha messo in loro non sarebbe una gran gloria per Dio; non manifesterebbe molto. Manifesterebbe che è intelligente nel fare un buon programma, ma non manifesterebbe un Dio come concetto di amore, come degno di essere amato, stimato e riconosciuto.

Dio vuole della gente che obbedisca a Lui ma liberamente perché è convinta che la volontà di Dio è giusta, è degna di essere fatta, è sorgente di vita, ed è questo che da gloria a Dio. Chi da gloria a Dio è uno che è disposto a giocare la sua vita su Dio perché gli vuole così bene che è convinto che ne valga la pena.

Vale la pena morire per Dio.

Se ne vale la pena allora vuol dire che davvero Dio è santo, è ricco di valore e di verità.

Per questo Dio vuole la libertà, al di fuori della libertà non esiste vita cristiana. In fondo il cammino della vita spirituale è il passaggio verso gradi di libertà sempre più elevati.

Quando San Giovanni della Croce descrive l’arrivo sul monte Carmelo, descrive la vita cristiana come una salita faticosa nella quale bisogna rinunciare a tutto – secondo lui – alla fama, alla gloria, al dolore, alla ricchezza…, a tutto; ed è un sentiero stretto, duro, faticoso, ma quando arriva in cima al monte Carmelo il sentiero finisce. Spiega San Giovanni che finisce perché la legge qui non c’è più; qui il giusto è diventato legge a se stesso, non ha più bisogno che qualcuno gli dica “devi fare questo” perché è diventato lui la volontà di Dio, la legge divina. La legge di Dio è quella che viene fuori dal suo cuore; ha un cuore così pulito, sano, integro che non desidera altro che quello che Dio vuole; è veramente arrivato alla perfetta libertà, ha fatto una fatica tremenda per arrivare, ha dovuto accettare sacrifici, ma è proprio arrivato alla libertà ed è lì che doveva arrivare. Il cammino di avvicinamento è esattamente una crescita progressiva.

«Vivere secondo la carne» si traduce pari e pari a egoisticamente, secondo un’inclinazione egoista.

Nella concezione cristiana, anche se sembra paradossale, la libertà è la libertà di servire. Quando uno impara a servire non dall’esterno perché costretto, ma dall’interno, perché desidera donare, allora è effettivamente libero. Quindi la libertà non diventi un pretesto per essere egoisti perché questa è falsa libertà. Ma «siate al servizio gli uni degli altri»

«[14]Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. [15]Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! [16]Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne» (Gal 5, 14-16).

C’è anche un po’ di sarcasmo in Paolo in questo suo modo di parlare ai cristiani invitandoli a non distruggersi del tutto.

Spirito con la “S” maiuscola; carne nel senso non del corpo, ma della natura umana debole ed inclinata all’egoismo. Della natura umana che fa le cose per paura, difendendosi e quindi ponendosi di fronte agli altri in un atteggiamento di rifiuto o di aggressività. Questa è la carne.

Per cui bisogna che ci sia una scelta di campo e che sia lo Spirito a guidare le scelte del cristiano e non la carne che è contraria allo Spirito.

«[17]la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. [18]Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge» (Gal 5, 17-18).

Nel capitolo 7° della lettera ai Romani si parlava della schizofrenia spirituale: l’uomo vive al suo interno una lacerazione per cui desidera una cosa, ma ne fa un’altra, desidera il bene e fa il male. Quindi l’uomo lotta ma è una lotta senza speranza; l’uomo con le sue forze non riesce a tirarsi fuori da quella condizione di egoismo in cui si trova. Sarebbe paradossale che l’uomo potesse fare da solo; paradossale perché se per ipotesi lo facesse da solo si sentirebbe bravo e quindi cadrebbe dentro al cerchio del suo egoismo e del suo orgoglio. È solo nelle favole che una persona riesce a tirarsi su per i capelli; nella realtà la liberazione è un dono che l’uomo riceve.

«[19]Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, [20]idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, [21]invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio» (Gal 5, 19-21).

Tre parole che riguardano la vita sessuale, sono gli elementi che appaiono subito a prima vista, quelli immediati.

Ci sono poi due parole – idolatria e stregoneria – che riguardano la vita religiosa, la deformazione della vita religiosa: sono quegli atteggiamenti con cui l’uomo pensa di impossessarsi delle forze soprannaturali per il suo bene o per il male degli altri; ad esempio la fattura e cose simili sono l’illusione per l’uomo di possedere forze soprannaturali. Sono questi riti un atteggiamento diffuso al tempo di Paolo, ma che, guarda caso, tornano ad esserci oggi con stregonerie, maghi, magie, formule strane che secondo gli autori sono capaci di trasformare il mondo. Questo succedeva pari pari al tempo di Paolo. Con la deformazione della vita religiosa l’uomo abbandona il Dio vivo e vero e viene a cadere in balia di idoli stupidi.

Poi ci sono una serie di parole, sono 7, che riguardano la deformazione della vita sociale: inimicizie, discordie…

Tutte queste sono le mancanze di carità. La deformazione del rapporto con gli altri che anziché essere un rapporto d’amore diventa un rapporto di sfruttamento, di odio, di contrapposizione ecc.

Poi ci sono due parole – ubriachezze e orge – che fanno riferimento alla perdita di equilibrio dell’uomo: l’uomo che non è più capace di usare delle cose al suo servizio ma che si getta via, si perde nelle cose; invece di essere il padrone delle cose ne diventa in qualche modo lo schiavo, ha perso l’autocontrollo, ha perso il senso della sua dignità, del suo valore.

Questi sono i frutti della carne.

«[22]Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; [23]contro queste cose non c’è legge» (Gal. 5, 22-23).

Il frutto dello Spirito. Notate che Paolo prima ha parlato delle opere al plurale, adesso parla del frutto al singolare e penso che voglia dire, tra le tante cose, che mentre la carne tende alla divisione (l’egoismo tende a dividere e a contrapporre), lo Spirito tende ad unificare, tende alla comunione, tende a mettere insieme, tende alla fraternità.

Ci sono 9 parole che esprimono l’atteggiamento interiore dello Spirito, che si esprime in comportamenti concreti. Queste parole fanno riferimento a delle esperienze anche esterne. L’amore opera anche concretamente, esternamente così come la gioia, così come la pace, la pazienza e la benevolenza… Queste sono tutte cose concrete e visibili ma non sono altro che il frutto esterno della presenza dello Spirito, dello Spirito nel cuore dell’uomo. Sono quello stile secondo cui il cristiano costruisce la sua esistenza.

Parlavo prima dei materiali diversi. Se uno fa il prete, o se uno fa l’insegnante, o fa il medico, o fa il ragioniere, il materiale con cui ha a che fare è diverso. Il materiale concreto di ognuno è diverso ma lo Spirito è lo stesso.

Amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza… questi devono essere lo stile di qualunque tipo di esistenza cristiana. Tu gestisci la tua vita, ma secondo questo stile. Gestisci la tua vita vuol dire che devi prenderla così com’è. A me piacerebbe avere un carattere diverso in alcune cose, ma non mi interessa, non mi dovrebbe interessare. Il materiale che io ho da gestire è il mio carattere. È con il mio carattere che io debbo fare la mia vita, con quello lì. Non conta che sia il più bello, il migliore, il più lodevole, quello che corrisponde ai miei sogni ecc. È quello lì il materiale; non conta il materiale. Quello che conta è quello stile con cui il materiale viene trasfigurato e diventa portatore dello Spirito del Signore. Diventa quindi un’immagine la più gloriosa possibile, la più bella possibile, di quella bellezza che è propria di Dio o che, se volete, è propria di Dio in Gesù Cristo.

Questa mattina parlavamo del Vangelo come annuncio della grazia di Dio che rinnova l’uomo peccatore. Bene, questo rinnovamento, questa trasformazione dell’uomo peccatore è effetto dello Spirito, è frutto dello Spirito e produce nel cristiano questa somiglianza non tanto esterna quanto interiore con Gesù, che si manifesta anche in gesti concreti, ma sempre secondo quello stile che Paolo ha descritto nella lettera ai Galati.

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto in uno stile parlato e con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 4

Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

Mi sforzo di correre per conquistarlo,
perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

Sabato, 31 Agosto 1991

Liturgia, Letture: 1 Ts 4, 9-11; Mt 25, 14-30.

Omelia Santa Messa

Tutto il dramma di questa parabola si gioca sul significato del donare, ricevere, restituire o possedere.

Partiamo dalla seconda scena: ci sono persone che hanno una certa ricchezza in talenti (5 talenti, 2 talenti, 1 talento solo) e possiamo intenderli quello che vogliamo; il Vangelo non dice né che questi siano semplicemente i doni dello Spirito Santo, né che siano le doti naturali… niente. Sono certamente un patrimonio.

Ma deve essere valutato questo patrimonio e quindi come deve essere gestito? Per capire bene che cosa è questo patrimonio bisogna ricordare la prima scena:

«[14]Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. [15]A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì» (Mt 25, 14-15).

“Partì”, vuole dire che questo uomo non è presente sulla scena concreta. Là dove si gestiscono i talenti il padrone dei talenti non c’è; ci sono semplicemente dei servi che possono fare dei talenti proprio quello che vogliono perché il padrone è lontano, è partito per un viaggio. Ma la prima scena ci sottolinea che i talenti sono DONO del padrone, è lui che li ha messi nelle mani dei servi, non sono il frutto dell’impegno dei servi, non è che hanno lavorato tanto per riuscire a possedere quei 5 o 2 o 1 talento. No! Li hanno ricevuti proprio gratis senza nessun loro impegno, senza nessun loro merito; li hanno ricevuti sulla fiducia; è il padrone che, convinto che sappiano arrangiarsi nel gestire i suoi beni, li ha messi nelle loro mani.

Questa prima scena è evidentemente fondamentale per capire la vita. Nella vita si parte sempre con dei talenti che si sono ricevuti in dono; se non altro l’esistenza stessa, la nostra biologia, la cultura che i genitori ci hanno trasmesso, il saper camminare, il saper scrivere ecc. Tutte queste cose le abbiamo ricevute gratis, partiamo con un patrimonio gratuito.

Questo chiaramente vale infinitamente di più per quanto riguarda la vita dello spirito. Tutto quello che dal punto di vista del rapporto con Dio possiamo avere è puro DONO del Signore; però dono messo nelle nostre mani di cui possiamo fare quello che vogliamo.

Possiamo fare quello che vogliamo per modo di dire. Nella seconda scena il padrone non c’è, ma nella terza scena c’è ancora; è lontano per un viaggio, adesso, ma torna, e torna per fare i conti.

Come fa i conti il padrone? In un modo semplicissimo: tratta ciascuno secondo il modo in cui lui vuole essere trattato.

Prendete i due servi che hanno ricevuto 5 e 2 talenti; hanno ricevuto e che cosa hanno fatto? DONANO. Il primo aveva ricevuto 5 talenti e ne restituisce 10; fa un bellissimo regalo al suo padrone. Quindi ha fatto della sua vita un dono, ha speso il suo tempo, le sue energie, e il frutto lo regala al padrone. Dona.

Il padrone allora gli aumenta infinitamente il dono “Entra nella gioia del tuo padrone”.

In altri termini: la vita di queste due persone si gioca nel dinamismo del dono: hanno ricevuto gratis…, donano gratis…, ricevono all’infinito gratis. Tutto si gioca in questa atmosfera del dono e vengono trattati come hanno scelto di essere trattati. Hanno scelto come legge della loro esistenza il donare, bene il padrone dona a loro; e siccome il padrone pare che sia infinitamente ricco, il dono che da a loro è infinitamente grande, non è misurato.

Il Vangelo non dice che regala a loro 27 talenti, per esempio, ma gli dice: “Entra nella gioia del tuo padrone”, quindi vuole dire proprio tutto, tutto. Quello che è la vita, la gioia, la ricchezza, la consolazione del padrone diventa dei primi due servi, quindi un dono infinitamente grande.

Il terzo servo invece ha ragionato diversamente. Ha detto:

«[24]Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso» (Mt 25, 24).

Questo non è vero perché in realtà il padrone aveva seminato e sparso, infatti aveva distribuito i talenti. Comunque il servo considera il suo padrone come un padrone duro, un padrone che non dona niente e siccome il padrone non dona niente, non dona niente lui; e siccome lui non dona niente il padrone non gli dona niente, anzi alla fine gli porta via il solo talento che aveva. Non ha voluto la legge del dono, ha voluto solo la legge dell’affermazione di sé, che stia con quello che ha, cioè con niente. Non aveva niente il servo e l’unico talento che aveva gli era stato regalato, gli era stato donato. Ha scelto la legge del non-dono e viene trattato come ha voluto. Ha pensato che il padrone fosse duro… e il padrone è di fatto duro. Ha pensato che il padrone miete dove non ha seminato… e il padrone gli porta via quello che gli aveva donato. Quindi viene trattato con la sua moneta, con il modo in cui ha scelto dì comportarsi.

Traduciamo:

Noi siamo nella seconda scena; la nostra vita è la seconda scena della parabola, quella in cui il padrone è lontano.

Avete tutti una ricchezza di qualità, di doni (dal punto di vista fisico, intellettuale, psichico, emotivo, spirituale, ecc.). Bene. Arrangiatevi! Fate quello che vi pare; però ricordatevi che alla fine venite trattati secondo il criterio che avete scelto di usare.

Se scegliete il criterio del dono… alla fine Dio userà il criterio del dono con voi. Se scegliete il criterio della gratuita… Dio userà la gratuità verso di voi.

Ma se scegliete il criterio della stretta giustizia… Dio vi tratterà secondo stretta giustizia e se scegliete il criterio della rapina… Dio vi rapinerà.

Cioè userà quel criterio che usate voi, tenendo però presente che Lui per primo ha usato con voi il criterio del DONO. Prima che dobbiate scegliere ricordatevi che Dio nei vostri confronti ha scelto la via del dono. Quindi non cambiate strada!! State nella linea che il Signore ha scelto nel rapporto con voi, e se state in questa linea il Signore la confermerà, la porterà fino alla generosità infinita.

Ma che cosa vuole dire trasformare la propria vita in dono? Che cosa vuole dire scegliere la logica del dono?

Quello che abbiamo ascoltato nella prima lettura:

«[9]Riguardo all’amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri» (1 Ts 4, 9).

È questa una affermazione stupenda!! Avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri. L’amore non lo avete inventato e non lo avete nemmeno imparato dagli altri. Lo avete imparato da Dio. Per noi ha donato la sua vita, per noi. Quindi abbiamo imparato che Dio è Amore e in questo abbiamo imparato ad amarci gli uni gli altri. In fondo la fede non ci insegna altro; il contenuto della fede è il grande insegnamento che Dio ci da sull’Amore.

Voi avete imparato, non siete quindi nelle tenebre, nell’incertezza, sapete che Dio vi ha amato e che quindi questo è il senso della vostra vita, e – continua San Paolo –

«[10]e questo voi fate verso tutti i fratelli dell’intera Macedonia. Ma vi esortiamo, fratelli, a farlo ancora di più [11]e a farvi un punto di onore: vivere in pace, attendere alle cose vostre e lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato, [12]al fine di condurre una vita decorosa di fronte agli estranei e di non aver bisogno di nessuno» (1 Ts 4, 10-12).

Non accontentatevi fratelli di quell’amore che vivete nel rapporto con gli altri: di quella sincerità, generosità, pazienza che adesso avete raggiunto. Dal punto dove siamo – insegna San Paolo nella lettera ai Filippesi – andiamo ancora avanti sempre per quella medesima linea, sempre nella linea dell’amore e della carità. C’è ancora da camminare, c’è ancora da correre, c’è ancora da crescere!

Tutto quello che avete come dono lo dovete mettere in gioco, nella partita della vita, nella partita della carità e dell’amore.

L’esortazione di San Paolo è molto sobria; non chiede delle cose strampalate, delle cose enormi, eroiche da perdere la propria vita. No! Chiede delle cose quotidiane e tranquille: vivere in pace, lavorare con le proprie mani in modo da non dare scandalo a nessuno e di non avere bisogno di nessuno. Naturalmente si intende questo in senso negativo perché abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri, ma c’è un fare portare i pesi della propria vita agli altri che è l’atteggiamento dello scarica barile; c’è qualcuno che ha imparato che se uno lavora per due lui può anche non fare niente ed è questo che Paolo vuole escludere.

Quindi una esortazione molto concreta, ma bisogna partire da qui, senza fare dei sogni astronomici, ma sul quotidiano con quella pace e affabilità che può davvero aiutarci a costruire un tessuto fraterno più solido e anche un tessuto sociale più autentico e più vero.

Facendo questo uno gestisce bene i suoi talenti, ha fatto dei suoi talenti un dono: li ha ricevuti in dono, li spende in dono, riceverà in dono la vita eterna “entra nella gioia del tuo Signore”.

Lo chiediamo proprio al Signore che ci faccia gustare questo desiderio della comunione con Lui e che ci tolga quei blocchi di paura che ci rendono egoisti, che ci danno l’ansia di perdere qualche cosa di noi stessi e della nostra vita; e che ci dia invece la gioia di arricchirci gli uni gli altri con i doni che Lui stesso ci ha donato per primo.

MI SFORZO DI CORRERE PER CONQUISTARLO – 3

Parrocchia San Pellegrino
Esercizi Spirituali
dal 30-31 Agosto al 1-2 Settembre 1991

Mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12)

31 Agosto 1991

Prima Meditazione

Abbiamo visto l’affermazione del Prologo del Vangelo di San Giovanni secondo cui il Verbo fatto carne è pieno di grazia e di verità.

Di per sé il significato sarebbe che il Verbo è pieno di quel dono che è la rivelazione di Dio. Il Dio della Bibbia è fondamentalmente un Dio che si rivela: si è rivelato in alcune opere di salvezza (come la liberazione dall’Egitto); si è rivelato in una serie di parole (come gli oracoli profetici); ma il culmine della rivelazione è una persona.

Al di là dei gesti e delle parole il culmine è la persona stessa del Verbo. Gesù rivela Dio non solo perché dice delle parole giuste su Dio, e neanche perché compie delle opere che rivelano la potenza di Dio (come i miracoli) ma la sua stessa esistenza, la sua presenza in mezzo agli uomini, la sua vita e la sua morte portano la gloria di Dio in sé, portano la bellezza e la rivelazione di Dio in sé.

Si tratta quindi di conoscere questo Signore.

Lo conosciamo dal punto di vista esterno (attraverso la conoscenza delle sue parole e dei suoi gesti), lo conosciamo meglio attraverso un rapporto di simpatia, poi attraverso quell’atto di fede con cui lo riconosciamo come Figlio di Dio.

Ma nemmeno questo basta, c’è un passo ulteriore da fare; San Paolo dice:

«[10]E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, [11]con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Fil 3, 10-11).

Tradotto questo vuole dire che la conoscenza della fede deve diventare, se vuole essere seria, imitazione nella vita, sequela nella vita. La fede comporta una esperienza di condivisione del cammino stesso del Signore, sofferenza e morte comprese. Certamente non per il gusto della sofferenza e della morte, il gusto è la Risurrezione, ma il cammino verso la Risurrezione passa necessariamente anche attraverso l’esperienza dolorosa delle sofferenze e del fallimento. Esperienze che Paolo ha fatto abbastanza frequentemente.

Noi facilmente abbiamo di Paolo l’immagine (tramandataci da Luca) di un apostolo che ha predicato in tutto il bacino del Mediterraneo, fondando delle comunità cristiane, ottenendo dei successi e dei riconoscimenti per cui la comunità cristiana primitiva è fondamentalmente paolina: negli Atti degli Apostoli dal cap. 13° e soprattutto dal 16° in poi, Paolo è dominante e si pub dire che la storia della Chiesa si identifica con la predicazione paolina.

Questa è un’immagine giusta ma parziale: Paolo è sì il grande predicatore ma Paolo è anche, e forse soprattutto, l’apostolo sofferente. Paolo è quell’apostolo che porta nella sua carne la morte di Cristo, la sofferenza stessa di Cristo e che spera, con questa sofferenza, di giungere e di produrre la vita nei cristiani ai quali annuncia il Vangelo.

Nella seconda lettera ai Corinzi, Paolo scrive:

«[8]Non vogliamo infatti che ignoriate, fratelli, come la tribolazione che ci è capitata in Asia ci ha colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze, sì da dubitare anche della vita. [9]Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti. [10]Da quella morte però egli ci ha liberato e ci libererà, per la speranza che abbiamo riposto in lui, che ci libererà ancora» (2 Cor 1, 8-10).

Paolo ha ricevuto una condanna a morte o una situazione dalla quale ormai gli pareva impossibile scappare e questa situazione per lui non è casuale, ma rientra nel progetto di Dio su di lui, e nei versetti precedenti Paolo lo ha detto esplicitamente, perché dice che Dio lo ha consolato:

«[3]Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, [4]il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio» (2 Cor 1, 3-4).

Quindi il dramma di afflizione e consolazione di cui è fatta la vita di Paolo, e di cui è fatta la vita di ogni uomo, non è casuale ma fa parte del suo modo di essere apostolo.

Paolo è apostolo con le parole che dice? Senza dubbio. Ma Paolo è apostolo con le sofferenze che sopporta; non sono una appendice: sono il segno della serietà, il segno che Paolo il Vangelo lo prende davvero sul serio e lo paga con la sua esistenza; sono il segno che il Vangelo ha messo l’impronta del Cristo sofferente nella vita di Paolo. In fondo il Vangelo è l’annuncio di salvezza nella croce di Cristo, portare dunque le stigmate della croce, le stigmate del crocifisso vuole dire avere in sé, nella propria carne, il segno del Vangelo.

Per avere un’idea della vita interiore di Paolo bisogna leggere la seconda lettera ai Corinzi in cui egli mette anudo la coscienza che ha di se stesso e la mette a nudo perché è contestato, perché nella comunità di Corinto sono venuti alcuni, che Paolo chiama superapostoli, i quali dicono che Paolo è un apostolo di seconda categoria e i veri Apostoli sono i 12, quelli che abitano a Gerusalemme, mentre lui è venuto dopo, è uno che ha perseguitato la Chiesa e non c’è da fidarsi di lui, delle sue parole.

Di fronte a questo, Paolo reagisce con durezza perché è convinto che il Vangelo che predica non sia stato inventato da lui ma di averlo ricevuto da Cristo; non pub lasciare che il Vangelo di Cristo sia deformato, che qualcuno introduca delle alterazioni in quello che è il cuore della salvezza così come gli è stata rivelata.

Allora deve difendere il suo apostolato, non la sua persona. E come lo difende?:

«Però in quello in cui qualcuno osa vantarsi, lo dico da stolto, oso vantarmi anch’io. [22]Sono Ebrei? Anch’io! Sono Israeliti? Anch’io! Sono stirpe di Abramo? Anch’io! [23]Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte. [24]Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; [25]tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. [26]Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; [27]fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. [28]E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. [29]Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?» (2 Cor 11, 21b-29).

Paolo fa l’elenco dei suoi patimenti. Perché? Perché sono il segno che è un apostolo autentico; dirà nella lettera ai Galati che nessuno gli dia fastidio perché lui porta le stigmate di Cristo nella sua carne; le stigmate sono le sue sofferenze, sono quello che lui ha patito per il Signore e che quindi non vengano altri a contestare il suo apostolato perché è “firmato” dalla croce del Signore.

Sempre nella seconda lettera ai Corinzi Paolo scrive:

«[10]portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. [11]Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. [12]Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita» (2 Cor 4, 10-12).

In noi opera la morte in quanto apostoli, ma in voi la vita proprio come effetto del nostro apostolato. In questo modo vi annunciamo il Vangelo e il Vangelo produce la vita in voi; ci costa la morte ma non interessa; importante è che produca la vita.

Questo modo di ragionare di Paolo dice che cosa intende quando parla di conoscere Gesù Cristo: di una conoscenza che giunge alla partecipazione della croce del Signore, delle sue sofferenze e della sua Risurrezione. Non è che a Paolo interessi la sofferenza in quanto tale, quello che a Paolo interessa è la vita; la vita dei cristiani ai quali annuncia il Vangelo, e la sua stessa vita. Ma proprio perché la vita richiede questo, è disposto a donarla:

«Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24).

La legge evangelica della vita è questa e Paolo seguendo Gesù Cristo ha vissuto questa medesima esperienza.

Continuiamo la lettura della lettera ai Filippesi che fa da traccia ai nostri esercizi:

«[12]Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. [13]Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, [14]corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3, 12-14).

Paolo dunque presenta la sua vita come una corsa. In questa corsa Paolo è stato raggiunto da Cristo. Cristo gli è corso dietro e sulla via di Damasco ha raggiunto il suo traguardo: Paolo.

A quel punto la corsa si inverte. È Paolo che comincia a correre e deve correre dietro a Gesù Cristo per raggiungerlo, e tutta la vita, tutto l’apostolato di Paolo è un raggiungere Cristo perché Cristo ha raggiunto Paolo; è un camminare verso di Lui.

Al termine della vita c’è esattamente questo e per Paolo l’atteggiamento corretto della sua vita, e della vita del cristiano che presenta ai Filippesi, è proprio questo: la consapevolezza di non essere ancora arrivato.

Il pensare di essere arrivati sarebbe arroganza o presunzione e toglierebbe l’impegno del cammino. Invece la vita del cristiano è un pellegrinaggio e rimane un pellegrinaggio. La struttura del nomadismo aveva segnato tutta la vita di Israele e rimane; anche se dal punto di vista sociologico il nomadismo è superato da millenni, ma dal punto di vista della esperienza quel nomadismo rimane impresso dentro la sua concezione di vita. Per cui vivere vuol dire camminare verso… camminare verso la terra promessa; e anche quando Israele e in Palestina non è ancora arrivato, per cui la lettera agli Ebrei dirà che i patriarchi hanno solo visto e salutato di lontano la terra promessa. L’hanno vista quindi ne hanno sentito tutta la gioia e il desiderio, ma l’hanno solo salutata da lontano, non l’hanno raggiunta. Ma proprio perché l’hanno vista non c’è nessuna disperazione nel loro cammino: se anche devono camminare tutta la vita senza arrivare alla mèta questo non vuole dire disperarsi, avvilirsi; la mèta è là, ed è esattamente per loro.

Paolo ha davanti a sé Gesù Cristo, camminerà tutta la vita per raggiungerlo, ma non si lascerà avvilire da fallimenti, insuccessi, abbattimenti anche psicologici… la mèta è ancora lì, come quella che determina la corsa di Paolo.

Questa immagine della corsa domina, i primi versetti del cap. 12° della Lettera agli Ebrei:

«[1]Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, [2]tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio. [3]Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. [4]Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato» (Eb 12, 1-4).

La lettera agli Ebrei – dicono – è un’ omelia rivolta a una comunità cristiana in crisi, che sente la fatica della perseveranza e quindi la tentazione di tornare indietro, di mollare l’impegno del cristianesimo, della fedeltà cristiana.

A questa comunità in crisi la lettera agli Ebrei nel cap. 11°, ha fatto una lunga storia che è la storia della salvezza presentata come una galleria di immagini di esistenza di fede; è una specie di storia della fede che incomincia dal giusto Abele e che attraversa i patriarchi e tutti gli uomini che hanno dato un esempio di fede.

E in che cosa consiste la fede? Per la lettera agli Ebrei fondamentalmente si identifica con la speranza, con la capacità di vedere l’invisibile e di camminare verso l’invisibile senza lasciarsi abbattere dagli ostacoli; la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. Allora tutte queste persone hanno camminato alla ricerca di cose che non possedevano, hanno fatto della loro vita un itinerario di speranza e sono arrivati al traguardo.

Ora – dice la lettera agli Ebrei – tocca a noi correre, siamo noi nello stadio a dover fare il nostro percorso, la nostra parte di staffetta; ci hanno trasmesso il testimone e ora corriamo noi mentre loro sono là a fare come il tifo per noi, a tenere la nostra parte con il desiderio che anche noi possiamo arrivare alla meta come sono arrivati loro:

«[1]Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti» (Eb 12, 1).

In questa corsa, che è la vita cristiana, ci sono due ostacoli:

1) il peccato; che vuol dire sbagliare strada: se c’è qualcosa di negativo è proprio lo sbagliare strada perché bisogna tornare indietro e fare il doppio di fatica. Quindi bisogna deporre il peccato perché fa sbagliare strada.

2) Ma bisogna deporre anche tutto ciò che è di peso. È evidente che se devo fare 100 m. non prendo uno zaino con chili di peso perché correrei adagio, mi trascinerei, e invece devo correre e correre vuole dire essere libero da impacci. Allora anche le cose belle e buone che ci sono nella vita, ma che diventano delle, preoccupazioni troppo pesanti, bisogna lasciarle da parte.

Per correre davvero non bisogna lasciare da parte solo il peccato ma anche quello che è di impaccio, quello che dal punto di vista oggettivo non è male, non è ingiustizia ma che rende lento e faticoso il cammino; bisogna essere sciolti nei movimenti per correre bene.

«[12.2a] tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede».

Per avere un orientamento preciso, per non sbagliare la mèta, per non andare alla deriva (perché la deriva, anche senza cattiva volontà, è inevitabile nel cammino della vita) bisogna puntare su Gesù.

Sembra che questo sia l’unico testo del Nuovo Testamento in cui si attribuisce a Gesù la fede; sembra presentare Gesù come il modello della fede, quello in cui la fede manifesta pienamente tutta la sua virtualità, il suo significato.

Non c’è dubbio che Gesù è quello che ha vissuto il cristianesimo, è il cristiano pienamente compiuto, quindi è Lui che dobbiamo avere davanti come modello; ma perché?

«[12.2b] Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio».

La prima parte di questa frase è interpretata in modo diverso dagli autori: ci sono quelli che fanno riferimento alla tentazione all’inizio della vita di Gesù – «In cambio della gioia che gli era posta innanzi» – quindi rifiutando quella gioia che il Satana gli aveva proposto Gesù ha scelto la croce disprezzando l’ignominia.

C’è un altro modo di leggere questa frase che interpreta quella gioia come la gioia della Risurrezione e vuole dire: proprio perché ha orientato la sua vita alla gioia della Risurrezione non ha avuto paura di sottomettersi alla croce.

Quindi la gioia pub essere interpretata in questi due modi diversi: o una gioia negativa che Gesù ha rifiutato, o come una gioia positiva che ha motivato anche la sua Passione.

Ma a parte questa distinzione di interpretazione, il senso della frase è molto importante: Gesù si è sottoposto alla croce disprezzando l’ignominia. Questo «disprezzando l’ignominia» è un poema perché vuole dire che Gesù non ha avuto paura della vergogna.

La croce è sofferenza, ma la croce è vergogna, è umiliazione, è un supplizio che è indegno alla persona umana, è il supplizio che i romani non si attentavano a imporre a dei concittadini perché sarebbe stato un abominio per Roma stessa.

Ma è esattamente questo quello che è posto di fronte a Gesù, e Gesù ha disprezzato l’ignominia e vuole dire che non ne ha avuto paura, o meglio non ne ha avuto così tanta paura da tirarsi indietro.

Quella gioia che gli era posta innanzi, cioè quel cammino che il Padre gli aveva proposto, era per Lui così importante che l’umiliazione della croce non lo ha bloccato.

Questa è una affermazione grande.

Perché se c’è qualcosa che blocca sono sì le sofferenze, ma le umiliazioni sono quelle esperienze in cui abbiamo l’impressione che la nostra vita perda il suo significato e il suo valore.

Allora continua la lettera agli Ebrei…

«[12.3] Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. [12.4] Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato».

Quindi per quanto abbiate sofferto non siete ancora pari, perciò non lasciatevi abbattere, ripartite con coraggio, fiducia senza lasciare che quelle piccole sofferenze che avete subito fino ad ora vi fermino.

Neanche il martirio ha bloccato Gesù Cristo, quindi non vi dovete lasciare bloccare dalle vostre sofferenze.

Direbbe Geremia:

«[12.5] Se, correndo con i pedoni, ti stanchi, come potrai gareggiare con i cavalli?» (Ger 12, 5).

È la parola di consolazione che Dio dà a Geremia.

È impressionante!

C’è Geremia che si lamenta e Dio che gli risponde che si lamenta per poco e gli capiterà di peggio. Quindi non ti abbattere perché le cose che dovrai sopportare andando avanti sono molto peggiori di quelle che hai vissuto fino ad ora; perciò rafforzati / non ti abbattere e riparti.

La lettera agli Ebrei richiama a questo coraggio della corsa.

A questo testo fondamentale della lettera ai Filippesi, che è certamente il testo più importante in cui Paolo parla della vocazione, ne aggiungiamo un altro tratto dalla lettera ai Galati:

«[11]Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; [12]infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. [13]Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, [14]superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. [15]Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque [16]di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, [17]senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco» (Gal 1, 11-17).

L’espressione dei versetti 15 e 16 Paolo l’ha copiata dal profeta Geremia il quale racconta così la sua vocazione:

«[4]Mi fu rivolta la parola del Signore: [5]Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (Ger 1, 4-5).

È interessante che la vocazione profetica o apostolica venga percepita come una dilatazione della propria esperienza di vita. È un allungamento, un ingrandimento: la mia esistenza è molto limitata nel tempo e nello spazio, ma al momento della vocazione questa specie di quadro salta.

«Prima di formarti nel grembo materno ti conoscevo». C’è quindi una radice che è antica (e non è solo la radice dei nonni o dei bisnonni), è una radice che tocca l’eternità stessa di Dio, è nella volontà di Dio che è radicato il mio piccolo frammento di tempo.

Così come «Ti stabilisco profeta delle nazioni» cioè il senso della tua vita acquista valore non solo per te o per la tua famiglia ma entra dentro al progetto di Dio che è un progetto universale. La vocazione di Geremia è una vocazione dilatata nel tempo e nello spazio.

La vocazione di Paolo è esattamente questo.

Quando Paolo ha incontrato Gesù sulla via di Damasco avrà avuto una trentina d’anni (non si sa di preciso) ma in realtà quella vocazione alla missione, all’apostolato era scritta dentro al codice genetico spirituale di Paolo; quello che viene a galla è la sua identità vera, è un nome che Dio aveva pronunciato da sempre, il nome di Paolo è un nome che Dio conosce e che ha pronunciato con amore dall’eternità, e Paolo è una persona che Dio si è messo da parte da sempre. Messo da parte, perché il termine consacrato che usa Geremia, e che usa Paolo, vuole dire esattamente questo: una persona che Dio si è riservata, una persona che Dio ha reso inabile alla vita sociale (per modo di dire), cioè non è fatta per la vita sociale, ma è fatta per l’annuncio del Vangelo e tutto il resto deve essere subordinato a questo.

Così come Geremia che si troverà effettivame-nte in difficoltà nei rapporti con gli altri: ha una voglia immensa di rapporti umani ma con le parole di Dio che deve annunciare, che sono tutte violenza e oppressione, come fa a trovare amici, a trovare 1persone che lo sopportano, e da questo punto di vista Geremia si troverà come un isolato a motivo della Parola di Dio: messo da parte.

Paolo ragiona in qualche modo nella stessa maniera; si sente riservato da Dio da sempre per l’annuncio del Vangelo.

Paolo – come ricordavamo – ha dovuto affrontare tutta una serie di opposizioni e non solo quelle da parte dei pagani ma anche le opposizioni da parte dei cristiani di origine giudaica che vorrebbero imporre ai pagani che si convertono la circoncisione e tutto il giogo della legge giudaica.

Questi cristiani nella lettera alla Chiesa della Galazia presentano Paolo come un falso apostolo perché dicono che annuncia non un Vangelo autentico ma annacquato: invece di predicare tutta la volontà di Dio predica la volontà di Dio con qualche eccezione, per esempio non predica la circoncisione, non predica le leggi sulla purità o impurità dei cibi.

Effettivamente tutte queste cose qui Paolo le toglieva dal cristianesimo; per lui non avevano alcun valore e per questo lo accusavano di essere un apostolo che addolcisce la pillola per renderla gradevole ai pagani; un apostolo che annuncia un Vangelo non pieno, non autentico, un Vangelo che ha perso la sua punta.

Paolo di fronte a un’accusa di questo genere deve per forza rispondere perché di mezzo c’è il valore del Vangelo. Si tratta di sapere se la salvezza è Gesù Cristo o la salvezza è Gesù Cristo più la circoncisione; se Gesù Cristo è tutto o è qualcosa a cui bisogna aggiungere qualcos’altro. Questo è in gioco.

Paolo allora spiega che il Vangelo che predica non se lo è inventato, anzi ha capovolto la sua mentalità; lui la pensava in modo radicalmente diverso, lui aveva un atteggiamento radicalmente opposto a questo, era un fariseo quindi la legge per lui era l’essenziale. Ma il Vangelo che ha ricevuto ha capovolto le sue convinzioni precedenti perciò non l’ha inventato lui ma se l’è trovato davanti, se l’è trovato come imposto da una rivelazione del Signore risorto:

«[11]Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo (…). [15]Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque [16]di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani» (Gal 1, 11.15.16)

Proprio con questa convinzione ben radicata Paolo potrà dire:

«[8]Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! [9]L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! [10]Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!» (Gal 1, 8-10).

Quindi Paolo è così convinto che il Vangelo che annuncia sia quello vero che chiunque venisse a cambiarlo dovrebbe essere considerato scomunicato, al di fuori della comunione con Dio, fosse anche un angelo, fosse anche Paolo stesso impazzito.

Qual è il Vangelo? Il Vangelo della giustificazione come grazia di Dio, grazia, grazia. Tutta la lotta di Paolo si gioca intorno a questa convinzione: che la vita cristiana è prima di tutto Grazia, cioè prima di tutto Dono, Dono.

Il cristiano deve impegnarsi in tutta la sua vita, dovrà amare il prossimo con tutto se stesso, e Paolo certamente non fa degli sconti negli impegni etici; cancella tutti quegli impegni di tipo rituale ma sugli impegni etici (impegno dell’amore fraterno e tutte le dimensioni della vita cristiana) non fa certamente degli sconti ma all’origine di tutto c’è la grazia, c’è il dono di Dio.

«[9]e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede» (Fil 3, 9).

San Paolo dice quindi che non vuole farsi grande davanti a Dio delle sue qualità e delle sue realizzazioni, ma vuole farsi trovare con quella giustizia che è un dono e di cui non può vantarsi.

Nell’ottica di Paolo se c’è qualcosa di cui l’uomo non può vantarsi è esattamente il Vangelo.

Quando una persona si vanta del Vangelo lo ha già deformato. Quando una persona si ritiene brava perché crede nel Vangelo e perché è cristiano, ha deformato il Vangelo perché il Vangelo è strutturalmente Dono, Dono.

Posso vantarmi di quello che ho ricevuto da qualcun’altro? Questo vale per tutta la vita perché è dono, ma vale in modo doppio per il Vangelo; se la vita è dono, il Vangelo lo è in modo doppio; è ancora di più perché il Vangelo non è solo donato all’uomo, ma donato all’uomo peccatore, quindi donato non solo a chi non ha dei meriti ma a chi ha dei demeriti; è l’uomo peccatore, quindi nemico di Dio, quello che riceve la grazia. Si tratta di accogliere questa grazia di Dio, questo dono con riconoscenza pura, con stupore puro.

Questo fonda tutta una esistenza impegnata.

Chi riceve il Vangelo in questo modo deve poi darsi da fare. Ma proprio perché la sua vita è fondata sul dono, questo darsi da fare non diventerà né un affanno infinito, né un vanto orgoglioso, ma diventerà un cammino fondamentalmente fiducioso e di riconoscenza nei confronti di Dio.

In altri termini la vita che ne viene fuori sarebbe una vita di libertà.

Al brano della lettera ai Filippesi aggiungiamo perciò Ebrei 12, 1-2 e Galati 1, 15-16.

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.