LA VITA PRIVATA DI GESU’

«Toto orbe in pace composito»

§ 225. Gli ultimi anni avanti l’Era Volgare l’Impero romano, ossia l’orbis terrarum, fu in pace. Nell’anno 15 av. Cr. Tiberio e Druso, figliastri di Augusto, avevano sottomesso la Rezia, la Vindelicia e il Norico, fra le Alpi e il Danubio; nel 13 i Dalmati e i Pannoni erano stati ridotti all’obbedienza mediante una spedizione iniziata da Agrippa, genero d’Augusto, e terminata da Tiberio; dal 12 in poi Druso aveva diretto le operazioni guerresche contro i Germani, stabilendo saldamente il dominio di Roma lungo il Reno. Dall’anno 8 av. Cr. comincia un periodo di pace, che non sarà più turbata se non dopo l’Era Volgare con le nuove sollevazioni dei Germani, Dalmati e Pan­noni, culminate con la disfatta di Quintilio Varo a Teutoburgo (9 d. Cr.). A Roma, l’Ara Pacis Augustae era stata inaugurata già nel gennaio del 9 av. Cr.; il tempio di Giano, che era stato chiuso due sole volte da Augusto, fu da lui chiuso per la terza volta appunto nell’8 av. Cr., essendo toto orbe in pace composito, come proclama ogni anno la Chiesa in occasione della nascita di Gesù. Augusto, autore di questa pax romana, aveva raggiunto la vetta della sua piramide di gloria, trovandosi in quel periodo per cui non avreb­be dovuto mai morire. Si disse infatti di Augusto che, per il bene di Roma, avrebbe dovuto o non mai nascere o non mai morire: il periodo anteriore al suo dominio assoluto sarebbe quello per cui non avrebbe dovuto mai nascere, e il periodo in cui egli rimase unico padrone del mondo sarebbe quello per cui non avrebbe dovuto mo­rire. E a tale padrone del mondo, appunto in questo secondo perio­do, erano riserbati onori fino allora sconosciuti nell’Impero: gli si dedicavano templi e città intere, era proclamato di stirpe non già umana ma divina, egli era il nuovo Giove, era il Giove Salvatore, era l’astro che sorge sul mondo. Non risulta invece che, fra tanti eccelsi titoli, fosse dato ad Augusto quello di principe di pace, che pure non era da lui immeritato nel suo secondo periodo. Ma sette secoli prima un profeta ebreo aveva ben impiegato questo titolo, e insieme con altri che ricordano quelli d’Augusto lo aveva attribuito, precisamente come ultimo e conclu­sivo titolo, al futuro Messia: è nato un pargolo, ci fu largito un figlio: fu posto l’impero sull’omero suo. Suo nome sarà “Ammirabile”, “Consigliere”, “Dio”, “Forte”, “Padre sempiterno”, “Principe di pace”. Isaia, 9, 5. E’ vero che in ebraico l’espressione “principe di pace” ha un significato più ampio del latino princeps pacis, perché in ebrai­co “pace” (shalom) designa il “benessere”, la “felicità” perfetta; tuttavia il futuro Messia, essendo stato previsto come “principe”, non avrebbe mancato di apportare nel suo regno, insieme con la “felicità”, anche la pax nel senso latino di esclusione della guerra, giacché ov’è guerra non è pax e tanto meno “felicità”.

CONCEPITO PER OPERA DELLO SPIRITO SANTO

Paragrafo 2: “… CONCEPITO PER OPERA DELLO SPIRITO SANTO, NATO DALLA VERGINE MARIA”

I. Concepito per opera dello Spirito Santo

484

L’Annunciazione a Maria inaugura la “pienezza del tempo” ( Gal 4,4 ), cioè il compimento delle promesse e delle preparazioni. Maria è chiamata a concepire colui nel quale abiterà “corporalmente tutta la pienezza della divinità” ( Col 2,9 ). La risposta divina al suo “Come è possibile? Non conosco uomo” ( Lc 1,34 ) è data mediante la potenza dello Spirito: “Lo Spirito Santo scenderà su di te” ( Lc 1,35 ).

485

La missione dello Spirito Santo è sempre congiunta e ordinata a quella del Figlio [Cf Gv 16,14-15 ]. Lo Spirito Santo, che è “Signore e dà la vita”, è mandato a santificare il grembo della Vergine Maria e a fecondarla divinamente, facendo sì che ella concepisca il Figlio eterno del Padre in un’umanità tratta dalla sua.

486

Il Figlio unigenito del Padre, essendo concepito come uomo nel seno della Vergine Maria, è “Cristo”, cioè unto dallo Spirito Santo, [Cf Mt 1,20; 486 Lc 1,35 ] sin dall’inizio della sua esistenza umana, anche se la sua manifestazione avviene progressivamente: ai pastori, [Cf Lc 2,8-20 ] ai magi, [ Cf Mt 2,1-12 ] a Giovanni Battista, [Cf Gv 1,31-34 ] ai discepoli [Cf Gv 2,11 ]. L’intera vita di Gesù Cristo manifesterà dunque “come Dio [lo] consacrò in Spirito Santo e potenza” ( At 10,38 ).

II. … nato dalla Vergine Maria

487

Ciò che la fede cattolica crede riguardo a Maria si fonda su ciò che essa crede riguardo a Cristo, ma quanto insegna su Maria illumina, a sua volta, la sua fede in Cristo.

La predestinazione di Maria

488

“Dio ha mandato suo Figlio” ( Gal 4,4 ), ma per preparargli un corpo, [Cf Eb 10,5 ] ha voluto la libera collaborazione di una creatura. Per questo, Dio, da tutta l’eternità, ha scelto, perché fosse la Madre del Figlio suo, una figlia d’Israele, una giovane ebrea di Nazaret in Galilea, “una vergine promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria” ( Lc 1,26-27 ):

Volle il Padre delle misericordie che l’accettazione di colei che era predestinata a essere la Madre precedesse l’Incarnazione, perché così, come la donna aveva contribuito a dare la morte, la donna contribuisse a dare la vita [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 56; cf 61].

489

Nel corso dell’Antica Alleanza, la missione di Maria è stata preparata da quella di sante donne. All’inizio c’è Eva: malgrado la sua disobbedienza, ella riceve la promessa di una discendenza che sarà vittoriosa sul Maligno, [Cf Gen 3,15 ] e quella d’essere la madre di tutti i viventi [Cf Gen 3,20 ]. In forza di questa promessa, Sara concepisce un figlio nonostante la sua vecchiaia [Cf Gen 18,10-14; 489 Gen 21,1-2 ]. Contro ogni umana attesa, Dio sceglie ciò che era ritenuto impotente e debole [Cf 1Cor 1,27 ] per mostrare la sua fedeltà alla promessa: Anna, la madre di Samuele, [Cf 1Sam 1 ] Debora, Rut, Giuditta e Ester, e molte altre donne. Maria “primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza. . . Con lei, la eccelsa figlia di Sion, dopo la lunga attesa della Promessa, si compiono i tempi e si instaura la nuova economia” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 55].

L’Immacolata Concezione

490

Per esser la Madre del Salvatore, Maria “da Dio è stata arricchita di doni degni di una così grande carica” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 55]. L’angelo Gabriele, al momento dell’Annunciazione, la saluta come “piena di grazia” ( Lc 1,28 ). In realtà, per poter dare il libero assenso della sua fede all’annunzio della sua vocazione, era necessario che fosse tutta sorretta dalla grazia di Dio.

491

Nel corso dei secoli la Chiesa ha preso coscienza che Maria, colmata di grazia da Dio, [Cf Lc 1,28 ] era stata redenta fin dal suo concepimento. E’ quanto afferma il dogma dell’Immacolata Concezione, proclamato da papa Pio IX nel 1854:

La beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale [Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus: Denz. -Schönm., 2803].

492

Questi “splendori di una santità del tutto singolare” di cui Maria è “adornata fin dal primo istante della sua concezione” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 56] le vengono interamente da Cristo: ella è “redenta in modo così sublime in vista dei meriti del Figlio suo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 56]. Più di ogni altra persona creata, il Padre l’ha “benedetta con ogni benedizione spirituale, nei cieli, in Cristo” ( Ef 1,3 ). In lui l’ha scelta “prima della creazione del mondo, per essere” santa e immacolata “al suo cospetto nella carità” ( Ef 1,4 ).

493

I Padri della Tradizione orientale chiamano la Madre di Dio “la Tutta Santa” (Panaghia”), la onorano come “immune da ogni macchia di peccato, dallo Spirito Santo quasi plasmata e resa una nuova creatura” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 56]. Maria, per la grazia di Dio, è rimasta pura da ogni peccato personale durante tutta la sua esistenza.

“Avvenga di me quello che hai detto… “

494

All’annunzio che avrebbe dato alla luce “il Figlio dell’Altissimo” senza conoscere uomo, per la potenza dello Spirito Santo, [Cf Lc 1,28-37 ] Maria ha risposto con “l’obbedienza della fede” ( Rm 1,5 ), certa che “nulla è impossibile a Dio”: “Io sono la serva del Signore; avvenga di me quello che hai detto” ( Lc 1,37-38 ). Così, dando il proprio assenso alla Parola di Dio, “Maria è diventata Madre di Gesù e, abbracciando con tutto l’animo e senza essere ritardata da nessun peccato la volontà divina di salvezza, si è offerta totalmente. . . alla persona e all’opera del Figlio suo, mettendosi al servizio del Mistero della Redenzione, sotto di lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente”: [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 56]

Come dice sant’Ireneo, “obbedendo divenne causa della salvezza per sé e per tutto il genere umano”. Con lui, non pochi antichi Padri affermano: “Il nodo della disobbedienza di Eva ha avuto la sua soluzione con l’obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva aveva legato con la sua incredulità, la Vergine Maria l’ha sciolto con la sua fede”, e, fatto il paragone con Eva, chiama no Maria “la Madre dei viventi” e affermano spesso: “la morte per mezzo di Eva, la vita per mezzo di Maria” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 56].

La maternità divina di Maria

495

Maria, chiamata nei Vangeli “la Madre di Gesù” ( Gv 2,1; Gv 19,25 ), [Cf Mt 13,55 ] prima della nascita del Figlio suo è acclamata, sotto la mozione dello Spirito, “la Madre del mio Signore” ( Lc 1,43 ). Infatti, colui che Maria ha concepito come uomo per opera dello Spirito Santo e che è diventato veramente suo Figlio secondo la carne, è il Figlio eterno del Padre, la seconda Persona della Santissima Trinità. La Chiesa confessa che Maria è veramente Madre di Dio [Theotokos”] [Cf Concilio di Efeso: Denz. -Schönm., 251].

La verginità di Maria

496

Fin dalle prime formulazioni della fede, [Cf Denz.- Schönm., 10-64] la Chiesa ha confessato che Gesù è stato concepito nel seno della Vergine Maria per la sola potenza dello Spirito Santo, ed ha affermato anche l’aspetto corporeo di tale avvenimento: Gesù è stato concepito “senza seme, per opera dello Spirito Santo” [Concilio Lateranense (649): Denz. -Schönm., 503]. Nel concepimento verginale i Padri ravvisano il segno che si tratta veramente del Figlio di Dio, il quale è venuto in una umanità come la nostra:

Così, sant’Ignazio di Antiochia (inizio II secolo): “Voi siete fermamente persuasi riguardo a nostro Signore che è veramente della stirpe di Davide secondo la carne, [Cf Rm 1,3 ] Figlio di Dio secondo la volontà e la potenza di Dio, [Cf Gv 1,13 ] veramente nato da una Vergine, . . . veramente è stato inchiodato [alla croce] per noi, nella sua carne, sotto Ponzio Pilato. . . Veramente ha sofferto, così come veramente è risorto” [Sant’Ignazio di Antiochia, Epistula ad Smyrnaeos, 1-2].

497

I racconti evangelici [Cf Mt 1,18-25; 497 Lc 1,26-38 ] considerano la concezione verginale un’opera divina che supera ogni comprensione e ogni possibilità umana: [Cf Lc 1,34 ] “Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”, dice l’angelo a Giuseppe riguardo a Maria, sua sposa ( Mt 1,20 ). La Chiesa vede in ciò il compimento della promessa divina fatta per bocca del profeta Isaia: “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio” [ Is 7,14, secondo la traduzione greca di Mt 1,23 ].

498

Il silenzio del Vangelo secondo san Marco e delle Lettere del Nuovo Testamento sul concepimento verginale di Maria è stato talvolta causa di perplessità. Ci si è potuto anche chiedere se non si trattasse di leggende o di elaborazioni teologiche senza pretese di storicità. A ciò si deve rispondere: La fede nel concepimento verginale di Gesù ha incontrato vivace opposizione, sarcasmi o incomprensione da parte dei non-credenti, giudei e pagani: [Cf San Giustino, Dialogus cum Tryphone Judaeo, 99, 7; Origene, Contra Celsum, 1, 32. 69; e. a] essa non trovava motivo nella mitologia pagana né in qualche adattamento alle idee del tempo. Il senso di questo avvenimento è accessibile soltanto alla fede, la quale lo vede in quel “nesso che lega tra loro i vari misteri”, [Concilio Vaticano I: Denz. -Schönm., 3016] nell’insieme dei Misteri di Cristo, dalla sua Incarnazione alla sua Pasqua. Sant’Ignazio di Antiochia già testimonia tale legame: “Il principe di questo mondo ha ignorato la verginità di Maria e il suo parto, come pure la morte del Signore: tre Misteri sublimi che si compirono nel silenzio di Dio” [Sant’Ignazio di Antiochia, Epistula ad Ephesios, 19, 1; cf 1Cor 2,8 ].

Maria “sempre Vergine”

499

L’approfondimento della fede nella maternità verginale ha condotto la Chiesa a confessare la verginità reale e perpetua di Maria [Cf Concilio di Costantinopoli II: Denz.-Schönm., 427] anche nel parto del Figlio di Dio fatto uomo [Cf San Leone Magno, Lettera Lectis dilectionis tuae: Denz.-Schönm., 291; 294; Pelagio I, Lettera Humani generis: ibid., 442; Concilio Lateranense (649): ibid., 503; Concilio di Toledo XVI: ibid., 571; Pio IV, Cost. Cum quorumdam hominum: ibid., 1880]. Infatti la nascita di Cristo “non ha diminuito la sua verginale integrità, ma l’ha consacrata” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 57]. La Liturgia della Chiesa celebra Maria come la “Aeiparthenos”, “sempre Vergine” [Cf ibid., 52].

500

A ciò si obietta talvolta che la Scrittura parla di fratelli e di sorelle di Gesù [Cf Mc 3,31-35; 500 Mc 6,3; 1Cor 9,5; Gal 1,19 ]. La Chiesa ha sempre ritenuto che tali passi non indichino altri figli della Vergine Maria: infatti Giacomo e Giuseppe, “fratelli di Gesù” ( Mt 13,55 ) sono i figli di una Maria discepola di Cristo, [Cf Mt 27,56 ] la quale è designata in modo significativo come “l’altra Maria” ( Mt 28,1 ). Si tratta di parenti prossimi di Gesù, secondo un’espressione non inusitata nell’Antico Testamento [Cf Gen 13,8; Gen 14,16; Gen 29,15; ecc…].

501

Gesù è l’unico Figlio di Maria. Ma la maternità spirituale di Maria [Cf Gv 19,26-27; Ap 12,17 ] si estende a tutti gli uomini che egli è venuto a salvare: “Ella ha dato alla luce un Figlio, che Dio ha fatto “il primogenito di una moltitudine di fratelli” ( Rm 8,29 ), cioè dei fedeli, e alla cui nascita e formazione ella coopera con amore di madre” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 63].

La maternità verginale di Maria nel disegno di Dio

502

Lo sguardo della fede può scoprire, in connessione con l’insieme della Rivelazione, le ragioni misteriose per le quali Dio, nel suo progetto salvifico, ha voluto che suo Figlio nascesse da una Vergine. Queste ragioni riguardano tanto la Persona e la missione redentrice di Cristo, quanto l’accettazione di tale missione da parte di Maria in favore di tutti gli uomini.

503

La verginità di Maria manifesta l’iniziativa assoluta di Dio nell’Incarnazione. Gesù come Padre non ha che Dio [Cf Lc 2,48-49 ]. “La natura umana che egli ha assunto non l’ha mai separato dal Padre. . . Per natura Figlio del Padre secondo la divinità, per natura Figlio della Madre secondo l’umanità, ma propriamente Figlio di Dio nelle sue due nature” [Concilio del Friuli (796): Denz. -Schönm., 619].

504

Gesù è concepito per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria perché egli è il nuovo Adamo [Cf 1Cor 15,45 ] che inaugura la nuova creazione: “Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo” ( 1Cor 15,47 ). L’umanità di Cristo, fin dal suo concepimento, è ricolma dello Spirito Santo perché Dio gli “dà lo Spirito senza misura” ( Gv 3,34 ). “Dalla pienezza” di lui, capo dell’umanità redenta, [Cf Col 1,18 ] “noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia” ( Gv 1,16 ).

505

Gesù, il nuovo Adamo, inaugura con il suo concepimento verginale la nuova nascita dei figli di adozione nello Spirito Santo per la fede. “Come è possibile?” ( Lc 1,34 ) [Cf Gv 3,9 ]. La partecipazione alla vita divina non proviene “da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio” ( Gv 1,13 ). L’accoglienza di questa vita è verginale perché è interamente donata all’uomo dallo Spirito. Il senso sponsale della vocazione umana in rapporto a Dio [Cf 2Cor 11,2 ] si compie perfettamente nella maternità verginale di Maria.

506

Maria è vergine perché la sua verginità è il segno della sua fede “che non era alterata da nessun dubbio” e del suo totale abbandono alla volontà di Dio [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 63 e 1Cor 7,34-35 ]. Per la sua fede ella diviene la Madre del Salvatore: “Beatior est Maria percipiendo fidem Christi quam concipiendo carnem Christi-Maria è più felice di ricevere la fede di Cristo che di concepire la carne di Cristo” [Sant’Agostino, De sancta virginitate, 3: PL 40, 398].

507

Maria è ad un tempo vergine e madre perché è la figura e la realizzazione più perfetta della Chiesa: [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 63] “La Chiesa. . . per mezzo della Parola di Dio accolta con fedeltà diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il Battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio. Essa pure è la vergine che custodisce integra e pura la fede data allo Sposo” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 64].

In sintesi

508

Nella discendenza di Eva, Dio ha scelto la Vergine Maria perché fosse la Madre del suo Figlio. “Piena di grazia”, ella è “il frutto più eccelso della Redenzione” : [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 103] fin dal primo istante del suo concepimento, è interamente preservata da ogni macchia del peccato originale ed è rimasta immune da ogni peccato personale durante tutta la sua vita.

509

Maria è veramente “Madre di Dio”, perché è la Madre del Figlio eterno di Dio fatto uomo, Dio lui stesso.

510

Maria è rimasta “Vergine nel concepimento del Figlio suo, Vergine nel parto, Vergine incinta, Vergine madre, Vergine perpetua” : [Sant’Agostino, Sermones, 186, 1: PL 38, 999] con tutto il suo essere, ella è “la serva del Signore” ( Lc 1,38 ).

511

Maria Vergine “cooperò alla salvezza dell’uomo con libera fede e obbedienza” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 56]. Ha detto il suo “fiat” “loco totius humanae naturae – in nome di tutta l’umanità” : [San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, 30, 1] per la sua obbedienza, è diventata la nuova Eva, madre dei viventi.

LETTURE DALL’UFFICIO DELLE LETTURE

Versetto
V. Dio ci ha fatto rinascere a una speranza viva, alleluia
R. in Cristo risorto dai morti, alleluia.

Prima Lettura
Dalla prima lettera di san Giovanni, apostolo 3, 11-17

La carità fraterna
Carissimi, questo è il messaggio che avete udito fin da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. Non come Caino, che era dal maligno e uccise il suo fratello. E per qual motivo l’uccise? Perché le opere sue erano malvage, mentre quelle di suo fratello eran giuste.
Non vi meravigliate, fratelli, se il mondo vi odia. Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna.
Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?

Responsorio   1 Gv 3, 16. 14
R. Da questo abbiamo conosciuto l’amore di Dio: egli ha dato la sua vita per noi; * anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli, alleluia.
V. Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli:
R. anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli, alleluia.

Seconda Lettura
Dai «Trattati su Giovanni» di sant’Agostino, vescovo
(Tratt. 124, 5, 7; CCL 36, 685-687)

Le due vite
La Chiesa conosce due vite che le sono state divinamente predicate ed affidate: una è nella fede l’altra nella visione; una nel tempo del pellegrinaggio, l’altra nell’eternità della dimora; una nella fatica, l’altra nel riposo; una lungo la via, l’altra nella patria; una nell’attività, l’altra nel premio della contemplazione.
La prima vita è stata rappresentata dall’apostolo Pietro, la seconda da Giovanni. La vita terrena si svolge sino alla fine di questo mondo e trova la sua conclusione nell’aldilà; la vita celeste, nella sua fase perfetta, verrà dopo la fine di questo mondo, ma nell’eternità non avrà termine. Perciò il Signore dice a Pietro: «Seguimi» (Gv 21, 19); mentre di Giovanni dice: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi» (Gv 21, 22). 
Il significato della risposta di Gesù è il seguente: Tu seguimi nel tollerare i mali temporali. Lui rimanga in attesa fino a quando non ritornerò per concedere i beni eterni. O più chiaramente: Mi segua l’opera che, sul modello della mia passione, è già terminata. Rimanga in attesa, fino a quando non verrò a renderla totale, la contemplazione appena iniziata. Effettivamente chi accetta tutto santamente perseverando fino alla morte, segue Cristo. Invece la conoscenza di Cristo, prima di arrivare al suo culmine, deve attendere la sua venuta. Si tratta di due aspetti connessi con le due fasi dell’esistenza terrena e celeste del cristiano. Nella prima si sopportano i mali di questo mondo propri della terra dei morenti, nella seconda si vedranno i beni del Signore caratteristici della terra dei viventi.
Ciò che il Signore dice: «Voglio che rimanga finché io venga» (Gv 21, 23), non significa fermarsi, arrestarsi, ma rimanere in attesa, perché la condizione significata da Giovanni non raggiungerà la sua pienezza adesso, bensì alla venuta di Cristo. Quello poi che è significato da Pietro, che ha ricevuto l’invito: «Tu seguimi» (Gv 21, 22), è qualcosa che va compiuto ora, altrimenti non si arriverà a ciò che si attende. Tuttavia nessuno osi dissociare questi due grandi apostoli. Tutti e due facevano ciò che significava Pietro. Tutti e due avrebbero conseguito quanto significava Giovanni. Sul piano del simbolo, Pietro seguiva, Giovanni restava in attesa. Sul piano della fede vissuta, tutti e due sopportavano le sofferenze presenti di questo misero mondo, tutti e due attendevano i beni futuri della beatitudine eterna.
E questo atteggiamento lo riproducono non solo essi, ma tutta la Chiesa, Sposa di Cristo, tutta tesa da una parte a superare le prove di questo mondo e dall’altra a possedere la felicità della vita futura. Due vite dunque simboleggiate dai due apostoli Pietro e Giovanni, ognuno dei quali significa un tipo solo di vita, anche se tutti e due vissero la vita temporale nella fede e tutti e due avrebbero goduto l’altra vita nella visione.
Pietro, primo degli apostoli, ha ricevuto le chiavi del Regno dei cieli. Con esse lega e scioglie i peccati di tutti i santi, congiunti inseparabilmente al corpo di Cristo (cfr. Mt 16, 19), ed indica ai fedeli la giusta rotta da seguire in questa vita agitata da tutte le tempeste. Invece Giovanni, l’evangelista, posò il capo sul petto di Cristo. Il gesto fa pensare al riposo dei santi, al riposo, che troveranno in quel seno pienamente riparato dai flutti e segreto, che è la vita beata.
Però non solo Pietro lega e scioglie i peccati, ma tutta la Chiesa. Non solo Giovanni ha attinto dalla sorgente che era Cristo. Non solo lui gode del Verbo — che era in principio, Dio presso Dio — e di tutte le prerogative divine del Cristo. Non solo lui contempla tutte quelle realtà sublimi che si riferiscono alla Trinità divina e all’unità delle tre divine Persone. Non è solo lui il privilegiato che si sazia di quelle cose che si contemplano faccia a faccia nel regno celeste, dopo essere state viste come in uno specchio e in maniera confusa in questa terra (cfr. 1 Cor 13, 12). Non è solo lui che attinge tutti questi tesori dal petto di Cristo, ma a tutti è aperta dal Signore stesso la fonte del Vangelo, perché tutti in tutta la terra bevano, ognuno secondo la propria capacità.

Responsorio    Cfr. 1 Pt 5, 10; 2 Cor 4, 14
R. Il Dio di ogni grazia, che vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo, vi ristabilirà, * dopo una breve sofferenza vi confermerà e vi renderà forti e saldi, alleluia.
V. Colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche voi con Gesù,
R. dopo una breve sofferenza vi confermerà e vi renderà forti e saldi, alleluia.

La Famiglia – 12. Matrimonio (I)

AR  – DE  – EN  – ES  – FR  – HR  – IT  – PL  – PT ]

 

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 29 aprile 2015

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La Famiglia – 12. Matrimonio (I)

Cari fratelli e sorelle buongiorno!  

La nostra riflessione circa il disegno originario di Dio sulla coppia uomo-donna, dopo aver considerato le due narrazioni del Libro della Genesi, si rivolge ora direttamente a Gesù.

L’evangelista Giovanni, all’inizio del suo Vangelo, narra l’episodio delle nozze di Cana, a cui erano presenti la Vergine Maria e Gesù, con i suoi primi discepoli (cfr Gv 2,1-11). Gesù non solo partecipò a quel matrimonio, ma “salvò la festa” con il miracolo del vino! Dunque, il primo dei suoi segni prodigiosi, con cui Egli rivela la sua gloria, lo compì nel contesto di un matrimonio, e fu un gesto di grande simpatia per quella nascente famiglia, sollecitato dalla premura materna di Maria. Questo ci fa ricordare il libro della Genesi, quando Dio finisce l’opera della creazione e fa il suo capolavoro; il capolavoro è l’uomo e la donna. E qui Gesù incomincia proprio i suoi miracoli con questo capolavoro, in un matrimonio, in una festa di nozze: un uomo e una donna. Così Gesù ci insegna che il capolavoro della società è la famiglia: l’uomo e la donna che si amano! Questo è il capolavoro!

Dai tempi delle nozze di Cana, tante cose sono cambiate, ma quel “segno” di Cristo contiene un messaggio sempre valido.

Oggi sembra non facile parlare del matrimonio come di una festa che si rinnova nel tempo, nelle diverse stagioni dell’intera vita dei coniugi. E’ un fatto che le persone che si sposano sono sempre di meno; questo è un fatto: i giovani non vogliono sposarsi. In molti Paesi aumenta invece il numero delle separazioni, mentre diminuisce il numero dei figli. La difficoltà a restare assieme – sia come coppia, sia come famiglia – porta a rompere i legami con sempre maggiore frequenza e rapidità, e proprio i figli sono i primi a portarne le conseguenze. Ma pensiamo che le prime vittime, le vittime più importanti, le vittime che soffrono di più in una separazione sono i figli. Se sperimenti fin da piccolo che il matrimonio è un legame “a tempo determinato”, inconsciamente per te sarà così. In effetti, molti giovani sono portati a rinunciare al progetto stesso di un legame irrevocabile e di una famiglia duratura. Credo che dobbiamo riflettere con grande serietà sul perché tanti giovani “non se la sentono” di sposarsi. C’è questa cultura del provvisorio … tutto è provvisorio, sembra che non ci sia qualcosa di definitivo.

Questa dei giovani che non vogliono sposarsi è una delle preoccupazioni che emergono al giorno d’oggi: perché i giovani non si sposano?; perché spesso preferiscono una convivenza, e tante volte “a responsabilità limitata”?; perché molti – anche fra i battezzati – hanno poca fiducia nel matrimonio e nella famiglia? E’ importante cercare di capire, se vogliamo che i giovani possano trovare la strada giusta da percorrere. Perché non hanno fiducia nella famiglia?

Le difficoltà non sono solo di carattere economico, sebbene queste siano davvero serie. Molti ritengono che il cambiamento avvenuto in questi ultimi decenni sia stato messo in moto dall’emancipazione della donna. Ma nemmeno questo argomento è valido, è una falsità, non è vero! E’ una forma di maschilismo, che sempre vuole dominare la donna. Facciamo la brutta figura che ha fatto Adamo, quando Dio gli ha detto: “Ma perché hai mangiato il frutto dell’albero?”, e lui: “La donna me l’ha dato”. E la colpa è della donna. Povera donna! Dobbiamo difendere le donne! In realtà, quasi tutti gli uomini e le donne vorrebbero una sicurezza affettiva stabile, un matrimonio solido e una famiglia felice. La famiglia è in cima a tutti gli indici di gradimento fra i giovani; ma, per paura di sbagliare, molti non vogliono neppure pensarci; pur essendo cristiani, non pensano al matrimonio sacramentale, segno unico e irripetibile dell’alleanza, che diventa testimonianza della fede. Forse proprio questa paura di fallire è il più grande ostacolo ad accogliere la parola di Cristo, che promette la sua grazia all’unione coniugale e alla famiglia.

La testimonianza più persuasiva della benedizione del matrimonio cristiano è la vita buona degli sposi cristiani e della famiglia. Non c’è modo migliore per dire la bellezza del sacramento! Il matrimonio consacrato da Dio custodisce quel legame tra l’uomo e la donna che Dio ha benedetto fin dalla creazione del mondo; ed è fonte di pace e di bene per l’intera vita coniugale e familiare. Per esempio, nei primi tempi del Cristianesimo, questa grande dignità del legame tra l’uomo e la donna sconfisse un abuso ritenuto allora del tutto normale, ossia il diritto dei mariti di ripudiare le mogli, anche con i motivi più pretestuosi e umilianti. Il Vangelo della famiglia, il Vangelo che annuncia proprio questo Sacramento ha sconfitto questa cultura di ripudio abituale.

Il seme cristiano della radicale uguaglianza tra i coniugi deve oggi portare nuovi frutti. La testimonianza della dignità sociale del matrimonio diventerà persuasiva proprio per questa via, la via della testimonianza che attrae, la via della reciprocità fra loro, della complementarietà fra loro.

Per questo, come cristiani, dobbiamo diventare più esigenti a tale riguardo. Per esempio: sostenere con decisione il diritto all’uguale retribuzione per uguale lavoro; perché si dà per scontato che le donne devono guadagnare meno degli uomini? No! Hanno gli stessi diritti. La disparità è un puro scandalo! Nello stesso tempo, riconoscere come ricchezza sempre valida la maternità delle donne e la paternità degli uomini, a beneficio soprattutto dei bambini. Ugualmente, la virtù dell’ospitalità delle famiglie cristiane riveste oggi un’importanza cruciale, specialmente nelle situazioni di povertà, di degrado, di violenza familiare.

Cari fratelli e sorelle, non abbiamo paura di invitare Gesù alla festa di nozze, di invitarlo a casa nostra, perché sia con noi e custodisca la famiglia. E non abbiamo paura di invitare anche la sua Madre Maria! I cristiani, quando si sposano “nel Signore”, vengono trasformati in un segno efficace dell’amore di Dio. I cristiani non si sposano solo per sé stessi: si sposano nel Signore in favore di tutta la comunità, dell’intera società.

Di questa bella vocazione del matrimonio cristiano, parlerò anche nella prossima catechesi.

AFFERRATO DA CRISTO – 10

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

Omelie
1ª Penitenziale

Parola di Dio: (Mic 6, 1-8 – Sal 50 (49) – Lc 7, 36-50)

Proviamo a fare il cammino indicatoci dalla Parola del Signore che abbiamo ascoltato.

E il cammino incomincerà, come avete sentito, con una citazione in tribunale: è il Signore che ci convoca e sporge querela contro di noi. «Ascoltate dunque ciò che dice il Signore: Su, fa’ lite con i monti, i colli ascoltino la tua voce! Ascoltate, o monti, il processo del Signore e porgete l’orecchio, o perenni fondamenta della terra, perché il Signore è in lite con il suo popolo, intenta causa con Israele».

E siccome il popolo del Signore siamo noi, il Signore ha una lite, un processo con noi.

Dobbiamo, dunque, sentire l’accusa del Signore e notate come inizia l’accusa di Dio. «Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondimi. Forse perché ti ho fatto uscire dall’Egitto, ti ho riscattato dalla casa di schiavitù e ho mandato davanti a te Mosè, Aronne e Maria? Popolo mio, ricorda le trame di Balak e di Moab, e quello che gli rispose Balaam, figlio Beor. Ricordati di quello che è avvenuto da Sittim a Galgala, per riconoscere i benefici del Signore».

Allora vuoi confessarti bene? Prima di tutto ricorda quello che il Signore ha fatto per te; devi riconoscere i benefici del Signore, devi riconoscere che il Signore la sua parte di impegno e di fedeltà ce li ha messi, che se tu fai l’elenco delle opere del Signore nella tua vita, trovi semplicemente delle opere di bene.

Che cosa ha fatto il Signore per noi? Ci ha fatto uscire dall’Egitto: è un peccato questo? «Ho mandato davanti a voi Mosè, Aronne e Maria», cioè ci ha dato delle guide, e ha fatto male il Signore a fare questo? Nel deserto ci ha nutrito con la manna e ci ha dato da bere con l’acqua della roccia: è forse una mancanza di fedeltà questa?

No, il Signore la sua parte l’ha fatta proprio bene.

E, in fondo, un sacramento della penitenza potrebbe incominciare proprio così. Uno racconta e riconosce, davanti al Signore, tutto quello che ha ricevuto, tutto quello di cui è debitore verso il Signore, perché capire che siamo debitori ci rende molto più consapevoli del nostro peccato e della nostra infedeltà, perché, se Dio fosse un Dio avversario o nemico, i miei peccati perderebbero tutta la loro maledizione. Ma se Dio è davvero Padre, se è davvero misericordioso, se è davvero fedele nei miei confronti, allora il mio peccato è mancanza di riconoscenza, è mancanza di comunicazione con l’amore e la fedeltà e la misericordia di Dio.

Quindi si parte di lì.

Il Signore, prima di tutto ci fa ricordare quello che ci ha donato e quello che ha fatto per noi. Naturalmente, ciascuno potrebbe fare l’elenco dei benefici del Signore nella sua vita e, se uno fa fatica a trovarne, per lo meno può andare a cercarli nella Bibbia, può andare a scoprire che Dio ha donato per noi il suo Figlio.

Questo lo possiamo dire tutti: «mi ha amato e ha dato se stesso per me». C’è quindi un dono, quale che sia stata la mia vita, fortunata o sfortunata: Gesù Cristo è morto per me. E questo dono del Signore è il fondamento della fedeltà che io riconosco a Lui: primo.

Secondo: allora il popolo risponde così di fronte a questa citazione:

«Con che cosa mi presenterò al Signore, mi presenterò al Dio altissimo? Mi presenterò a lui con olocausti, con vitelli di un anno? Gradirà il Signore le migliaia di montoni e torrenti di olio a miriadi? Gli offrirò forse il mio primogenito per la mia colpa, il frutto delle mie viscere per il mio peccato?»

E vuol dire, si, riconosco di aver ricevuto tutto; allora, cosa debbo fare? Devo andare a regalare al Signore sacrifici, montoni, vitelli, capri? Al limite, il mio primogenito, quello che mi è più caro, devo offrirlo al Signore? È questo che il Signore vuole?

Vuole un cambio per i doni che mi ha dato?

No, il Signore non vuole un cambio e la religione non è un commercio continuo per cui riceviamo qualche cosa e diamo qualche cosa per pareggiare il conto. Ci chiede un’altra cosa:

«Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio».

Notate, «Praticare la giustizia» vuol dire l’onestà verso gli altri; «vivi in società», l’uomo vive naturalmente in società: bene, che vivendo in società, rispetti attentamente i diritti degli altri.

«Praticare la giustizia»: a Dio un popolo ingiusto e di ladri non gli sta bene; quando si è voluto costruire un popolo, lo ha voluto onesto.

Quindi, questa è la prima cosa che il Signore ti chiede: l’onestà nei confronti degli altri. La seconda è amare la pietà, e con il termine pietà si intende quello che noi, in questi giorni, abbiamo chiamato «la fede», l’atteggiamento di amore e di risposta benevola nei confronti del Signore, cioè stare davanti al Signore, volendo bene al Signore, riconoscendo che è il Signore Dio, dando a Dio quello che gli spetta; così come, debbo riconoscere agli altri i loro diritti, debbo riconoscere a Dio, non tanto i suoi diritti, ma forse non è la parola giusta ma riconoscere a Dio il posto che gli spetta perché è Dio.

Quindi, riconoscerlo come mio Signore e riconoscerlo come mio Padre, con la devozione, con l’amore, con la dedizione che è propria di un figlio.

«Amare la pietà», metterti davanti a Dio con un cuore filiale.

E finalmente, «camminare umilmente con il tuo Dio», e umilmente vuol dire sapendo riconoscere la tua statura, perché sarai anche intelligente e forte e ricco, ma sei piccolo, piccolo ugualmente: sta al tuo posto, senza pretendere di essere il padrone del mondo, riconoscendo che il mondo l’ha già fatto un Altro e che non tocca a te né farlo, né salvarlo. Camminare umilmente con il tuo Dio, quindi riconoscendo il tuo posto.

Allora tre cose vuole il Signore: la prima, che tu rispetti gli altri; la seconda, che tu rispetti Dio; la terza, che tu stia al tuo posto, che tu rispetti te stesso, riconoscendoti per quello che sei.

Questo vuole, non dei sacrifici; questa è la vera offerta, questo è il vero sacrificio che Dio ti comanda.

E, se avete notato, lo stesso discorso è nel salmo che abbiamo ascoltato, il Salmo (49) 50, dove c’è ancora il Signore che convoca il suo popolo in tribunale, convoca la terra, convoca a giudizio il suo popolo: «Davanti a me riunite i miei fedeli, che hanno sancito con me l’alleanza offrendo un sacrifico».

Siamo legati da un contratto, i contratti vogliono onorati; vediamo se Israele ha onorato il suo patto, se Israele è stato fedele a quello a cui si era impegnato: «Io sono Dio, il tuo Dio».

A che cosa si era impegnato Israele e che cosa gli chiede il Signore? Notate: «Non ti rimprovero per i tuoi sacrifici, i tuoi olocausti mi stanno sempre davanti», cioè il Signore dice: non mi lamento perché tu hai fatto pochi sacrifici; ne hai fatti tanti e te lo riconosco, come riconosco che sei tanto religioso.

Ma sta’ attento, primo, al non identificare la religione ad un commercio (come dicevamo prima): tu offri al Signore capri e vitelli e hai il diritto di ricevere dal Signore la benedizione.

Non sono i capri e i vitelli quello di cui Dio ha bisogno, perché Dio non mangia la carne: questa è la concezione della mitologia babilonese.

Nella mitologia babilonese, gli dei avevano creato gli uomini perché gli uomini, facendo sacrifici, dessero da mangiare agli dei. Ma il Dio di Israele non mangia la carne dei sacrifici dell’uomo.

Vuole un’altra cosa: «Offri a Dio un sacrificio di lode, sciogli all’Altissimo i tuoi voti; invocami nel giorno della sventura: ti salverò e tu mi darai gloria».

Che vuol dire: quello che il Signore vuole è quello che stiamo facendo adesso. Celebrando il sacramento della penitenza, noi riconosciamo che Dio è Dio, che è fedele, quindi ci prendiamo le colpe noi.

E nel momento in cui ci prendiamo questa colpa, ci presentiamo davanti al Signore col desiderio di essere perdonati e che il Signore manifesti la sua misericordia. È questo che il Signore vuole: un atteggiamento di umiltà e di fiducia in Lui, di amore verso di Lui.

E proprio per ottenere questo, il Signore ci richiama ai nostri comportamenti sbagliati, cioè alle violazioni dei comandamenti, le trasgressioni, come dicevamo questa mattina.

«All’empio dice Dio» e all’empio vuole dire poi a noi, «perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che detesti la disciplina e le mie parole te le getti alla spalle?».

E vuole dire: non serve il parlare tanto di Dio per essere religiosi, perché se tu ne parli tanto e poi, in realtà, le parole di Dio te le getti alle spalle, cioè non le metti in pratica, tutto quello che tu dici non serve a niente.

Se tu parli di religione, ma detesti la disciplina, cioè detesti tutto quel cammino lento e faticoso che è necessario per mettere in pratica la volontà di Dio, la legge di Dio, allora tutta la tua religione è superficiale e insufficiente. Per cui, «se vedi un ladro, corri con lui» (7° comandamento); «degli adulteri ti fai compagno» (6° comandamento); «abbandoni la tua bocca al male e la tua lingua ordisce inganni. i siedi, parli contro tuo fratello, getti fango contro il figlio di tua madre» (8° comandamento), e sembra che all’ottavo comandamento il Salmo dia un’importanza particolare, ci mette infatti quattro righe sul comandamento del non dire falsa testimonianza: non sparlare dell’altro.

«Abbandoni la tua bocca al male», anzi, se uno dovesse tradurre letteralmente (non si può in italiano), sarebbe: «tu getti la tua bocca nel male», cioè ci pigli gusto a sparlare, ad infangare il tuo fratello.

«Hai fatto questo e io dovrei tacere? Forse credevi che io fossi come te?».

Cioè, Dio dice: Non mi lascio comperare dai tuoi sacrifici e non mi tappano la bocca, quando c’è una ingiustizia io te la sbatto in faccia, ti metto di fronte a quello che sei.

Dio non si lascia comperare o ricattare dal comportamento dell’uomo:

«Ti rimprovero, ti pongo innanzi i tuoi peccati. Capite questo voi che dimenticate Dio, perché non mi adiri e nessuno vi salvi. Chi offre il sacrificio di lode, questi mi onora, a chi cammina per la retta via mostrerò la salvezza di Dio».

«Chi offre il sacrificio di lode» è, dicevamo, quello che stiamo facendo, perché il sacramento della Penitenza è l’offerta del sacrificio di lode in cui noi riconosciamo il nostro peccato e riconosciamo l’onestà di Dio, la sua giustizia e fedeltà.

E questo discorso culmina nel Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato, dove si tratta di capire chi è che, davanti al Signore, è nell’atteggiamento religioso più corretto e giusto.

E ci sono, come avete notato, due personaggi davanti a Gesù: il fariseo che lo ha invitato a cena e la donna peccatrice.

La domanda è: chi dei due è il più religioso? E, non c’è dubbio, il più religioso è il fariseo, il religioso per eccellenza, che ha fatto della religione una scelta consapevole, impegnata, diremmo noi.

La donna peccatrice i suoi peccati ce li ha, e quindi dal punto di vista religioso ha violato il sesto comandamento e qualcun altro ancora; in ogni modo il sesto comandamento è al di fuori della sua logica.

Si presentano tutti e due davanti al Signore e, stranamente, capita che, davanti al Signore, la loro posizione viene capovolta. Vediamo come.

La donna, nella casa del fariseo che aveva invitato Gesù, fa’ quei gesti che ricordate:

«Si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, ecc.». In qualche modo si attira il giudizio della gente; è un comportamento che suscita mormorazioni, dato che noi siamo velocissimi a giudicare e a valutare le persone, quindi questa donna si è messa sotto il giudizio di tutti quelli che erano nella casa.

«A quella vista il fariseo che lo aveva invitato pensò tra se: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice”».

Tradotto vuol dire: un profeta, uno che vede davvero nel cuore degli uomini saprebbe che cosa c’è nel cuore di questa donna e non si lascerebbe toccare da lei. Dove si capisce un modo di ragionare che è notevolmente diverso da quello di Gesù Cristo.

Gesù sa che cosa c’è nel cuore della donna e proprio per questo l’accoglie.

Secondo il fariseo, dovrebbe respingerla perché cosa deve comportarsi un profeta, un rappresentante di Dio. Ma, secondo Gesù, no; Secondo Gesù il rappresentante di Dio non è quello che respinge i peccatori, è quello che li accoglie.

Questo è costante in tutto il Vangelo: «non hanno bisogno di medico i sani; sono venuto a chiamare i peccatori a conversione». Per questo motivo Gesù entra facilmente a contatto con i peccatori per annunciare loro e donare a loro il perdono di Dio: è venuto proprio per questo.

Ma lì ci sono due concezioni diverse di Dio; per il fariseo, Dio è quello che respinge il peccatore; per Gesù Cristo, Dio è quello che respinge il male, ma accoglie e perdona il peccatore.

Di fatto, Gesù spiega questo a Simone: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Di’ pure».

«Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta».

Tutti e due sono debitori, ma uno grosso debitore e l’altro piccolo: chi dei due è nella condizione migliore? E naturalmente, quello che è debitore di cinquanta denari: avere un debito piccolo è più vantaggioso che averlo grande.

Questo si, ma qui succede il capovolgimento perché il padrone condona tutti e due i debiti e li cancella, e allora si capovolgono le sorti, perché «non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?».

Prima, il privilegiato dei due era quello dei cinquanta denari, dopo, lo diventa quello dei cinquecento. Forse perché è migliore? Ma no, perché ha ricevuto un perdono più grande e quindi ama con una riconoscenza più grande.

La quantità del perdono suscita una forza corrispondente di amore, e allora si capisce il capovolgimento. «Chi dei due lo amerà di più?» Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». «Ed è proprio così, dice Gesù».

Ma, dicendo questo, Simone si è tirato, diremmo noi, la classica zappa sui piedi, perché si è collocato nella condizione di chi ha un piccolissimo debito verso Dio. Tutti gli uomini hanno dei debiti verso Dio, ma Simone è convinto di avere un debito trascurabile, perché lui è un fariseo, lui è una persona religiosa, lui… (stavo per dire: a Messa ci va sempre) al Tempio ci va sempre, i sacrifici li fa, quindi si sente a posto. Ha un debito da poco, ma proprio perché ha un debito da poco, ama poco.

Il perdono di Dio lo sfiora appena, non ne sente la gioia, non ne sente la profondità, non ne sente il valore, in qualche modo lo trascura, lo disprezza: Cosa volete, sì Lui mi ha perdonato, ma poco, qualche soldo soltanto.

E invece, quando il debito è grande, quando uno ha rischiato di andare in galera per il debito, allora la cancellazione del debito diventa qualche cosa di grande e uno si sente davvero graziato. Il condannato a morte al quale, pochi minuti prima dell’esecuzione, viene concessa la grazia, grandemente esulta; e questa è la condizione della donna: questa donna ha trovato nell’amore del Signore il segno, il sacramento dell’amore di Dio e, proprio per questo, vive di gioia e di riconoscenza.

«Ti sono perdonati i peccati». «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace».

«La tua fede ti ha salvata» non vuole dire: Sei stata brava e allora ti perdono, ma vuole dire: Hai aperto il tuo cuore al perdono di Dio e questo perdono ti ha cambiata, puoi andare in pace.

Chi ha operato il perdono non è stata la donna, è stato Dio nella sua misericordia; ma questa donna, proprio perché aveva una esperienza triste di peccato, riceve un perdono che le porta e le produce gioia, consolazione e riconoscenza.

È quello a cui il Vangelo ci vuole portare: siamo convocati in tribunale da Dio, Dio ci ricorda tutto quello che ha fatto per noi nella nostra vita e nella storia della salvezza; ci mette davanti il nostro peccato.

Siamo quindi chiamati a convertirci.

Come? Dando a Dio qualche cosa? No, Dio non ha bisogno di niente, ma dando a Dio il riconoscimento del suo amore e del nostro peccato. Mettendoci nell’atteggiamento di questa donna che, rannicchiata ai piedi del Signore, esprime tutto il suo pentimento e tutta la gioia di essere accolta dal Signore.

È in questo che il Sacramento della Penitenza fa di noi delle creature nuove, ci introduce dentro a un atteggiamento nuovo.

E lo chiediamo proprio come dono, come miracolo del Signore, miracolo di un cuore che sappia amare, che sappia commuoversi, che sappia riconoscere il proprio peccato, che non si avvilisca affatto, ma che sappia, invece, riconoscere nella misericordia di Dio il motivo e la forza per ricominciare con coraggio e con gioia.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

AFFERRATO DA CRISTO – 9

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

4ª – XXXI Domenica – anno B

Parola di Dio: Dt 6, 2-6 – dal Salmo 17 – Eb 7, 23 – Mc 12, 28-34

Le letture di oggi possono essere come un piccolo patrimonio, un piccolo tesoro che il Signore ci dona al termine degli esercizi, perché il Vangelo che riguarda il comandamento fondamentale della legge è una guida essenziale per la nostra vita.

La prima lettura, dal libro del Deuteronomio, è probabilmente il brano più famoso di tutto l’Antico Testamento.

Gli Ebrei lo usano come professione di fede, per cui tutti i giorni un ebreo religioso lo recita due volte e per cui l’ebreo, al termine della sua vita vuole poter ripetere questa parola: è la sua ultima parola nel mondo. «Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo». Siamo quindi nel cuore della Rivelazione, della Rivelazione della Bibbia.

Può darsi, però, che un pochino di disagio e di difficoltà venga fuori, perché il brano inizia: «Temi il Signore, tuo Dio, osservando per tutti i giorni della tua vita, tu e il tuo figlio e il figlio di tuo figlio, tutte le leggi e i comandi che io ti do». E parlare di leggi e di comandamenti può suscitare quasi istintivamente una specie di ribellione, perché a noi, le leggi non piacciono mica tanto: si sopportano perché non se ne può fare a meno, ma non è che si amino proprio così tanto.

E, invece, quello che il libro del Deuteronomio vuole ottenere è proprio questo: che la legge di Dio non solo la sopportiate, ma che la desideriate, l’amiate, l’accogliate, spalancando la bocca e il cuore perché ci entri dentro, perché, in fondo, secondo il libro del Deuteronomio, questo è il modo concreto di accettare il Signore.

E voglio dire: se si vuole costruire un rapporto di amicizia, bisogna imparare a conoscersi e ad accettarsi. Due amici sono persone diverse, con mentalità e abitudini diverse, però se si costruisce un’amicizia vera, ciascuno impara ad accettare l’altro.

Bene, il rapporto con Dio è un rapporto di amicizia, un rapporto di comunione, in cui Dio ci prende così come siamo e, nonostante Dio sia infinitamente santo, sopporta della gente limitata e povera e, a volte, egoista come siamo noi. Cioè il Signore ci accetta e dobbiamo imparare anche noi ad accettarlo, a prenderlo così come è fatto.

E siccome il Signore è santo, dobbiamo imparare ad accettare volentieri la santità di Dio. E siccome Dio è misericordioso, dobbiamo accogliere volentieri la misericordia di Dio, dobbiamo accettare che il Signore entri nella nostra vita con le sue esigenze. La legge di Dio non fa altro che esprimere questo.

Si potrebbe dire che la legge di Dio ci aiuta a capire il temperamento di Dio, com’è fatto, quali sono le cose che gli piacciono e quali sono le cose che Dio non sopporta per niente.

Se vogliamo vivere con Lui, non possiamo mettergli sempre davanti le cose che Lui non sopporta. Dobbiamo imparare a presentargli quello che è gradevole, quello che è desiderabile ai suoi occhi.

E la legge ci aiuta in questo, ci aiuta a capire com’è fatto il nostro Dio, come possiamo presentarci davanti a Lui in modo, dice il libro del Deuteronomio, che il rapporto con il Signore ci doni vita e gioia.

Ha alcune espressioni anche un tantino strane: «Osserva le leggi e comandi che io ti do e così sia lunga la tua vita», e più avanti: «perché tu sia felice e possiate crescere molto di numero nel paese dove scorre latte e miele come il Signore ha detto».

Vuole dire che il progetto di Dio è una esistenza ricca di vita e di gioia, non una esistenza spenta. Questo piace al Signore e i comandamenti vogliono ottenere questo: non sono mortificazioni nel senso di una morte che ci viene messa addosso, una cappa che ci impedisca di vivere. Vogliono essere, al contrario, una strada di gioia e di realizzazione di noi stessi.

Ma questo è possibile, se di fronte ai comandamenti abbiamo un atteggiamento non da schiavi, ma da amici del Signore, per cui dice: «Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo: amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze».

Amerai! Amerai, e prima di tutto bisogna imparare ad ascoltare questa affermazione di fondo: «Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo».

Portate pazienza se spiego una piccola cosetta.

Il Signore, in italiano, è una parola che dice poco, è un nome comune di persona, signore si dà a tutti. Ma il Signore, nella Bibbia, è il nome proprio di Dio, il nome di persona di Dio, è quel famoso termine ebraico «Jahvè», il suo nome proprio, per cui, quando si dice «Il Signore è il nostro Dio», quei termine «Signore», richiama il suo nome, e il nome di Dio è per noi prezioso.

Lo sa molto bene una persona quando si innamora, perché quando una persona è innamorata, il nome della persona alla quale vuole bene, gli mette dentro al cuore una gioia, una consolazione grande, perché quando penso al nome, mi viene in mente la persona, la sua faccia, quello che ho conosciuto di lei, il suo modo di parlare, tutte queste cose mi vengono in mente.

Quando un ebreo dice «Il Signore», gli viene in mente tutto, il volto di Dio che è un volto di misericordia e di amore, gli viene in mente tutto quello che il Signore ha fatto per lui, perché il Signore l’ha conosciuto quando lo ha liberato dall’Egitto, lo ha fatto camminare nel deserto e gli ha dato da mangiare e da bere, perché il Signore l’ha conosciuto quando l’ha liberato dai nemici e quando l’ha ricondotto dall’esilio e così via.

Tutto questo sta dentro il nome del Signore.

E questo vuole dire che, se a noi, quella parola lì, «Il Signore», non dice niente, vuole dire che dobbiamo ancora imparare a conoscerlo. Noi dovremmo conoscere e gustare il nome di Dio, dovremmo arrivare ad essere lieti che il nostro Dio sia il Signore e a essere anche fieri, perché abbiamo un Dio che è una meraviglia, che è degno di essere amato, lodato e benedetto, perché è potente, ma non solo potente, è ricco di amore, è misericordioso.

Tutto questo sta dentro a quel termine: l’ebreo lo dice con chiarezza questo nome e noi dobbiamo impararlo.

«Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo». Il nostro Dio vuol dire che nel mondo ce ne possono essere chissà quanti di dei o di signori, che la gente può mettersi ad adorare questo o quell’altro idolo, ma noi abbiamo un Signore solo, un Dio solo, quello che ci ha creato, quello che ci ha liberato, quello che ci considera come dei figli e, siccome è uno solo, non abbiamo da dividere il nostro servizio, quindi il nostro cuore: dobbiamo e possiamo darglielo integralmente, senza riserve e senza diminuzioni.

«Il Signore è il nostro Dio», quindi l’amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, non con metà o tre quarti, ma con tutto «e con tutta l’anima e con tutte le forze», proprio perché è l’unico.

Naturalmente uno potrebbe anche rimanere perplesso, perché se c’è qualche cosa che deve essere libero nella vita umana e che deve essere anche spontaneo, è l’amore; l’amore viene fuori dal cuore, zampilla dal cuore come qualche cosa di assolutamente libero e gioioso e gratuito. E allora, si può comandare l’amore?

«Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo; tu amerai il Signore tuo Dio»: questo è un comando, e si può forse comandare l’amore a qualcuno?

Beh, direttamente no. L’amore non si comanda, l’amore viene fuori libero. Ma qualcuno ha scritto che l’amore, quando viene donato, non permette a chi lo riceve di rimanere freddo, e cioè, nel momento in cui ho sperimentato di essere amato, non sono più stato capace di rimanere indifferente, ho dovuto rispondere all’amore. Sembra che la logica dell’amore nelle cose umane sia così.

Non lo so, in ogni modo, nel rapporto con Dio sì. Nel rapporto con Dio ci capita che, prima di comandarci di amarlo, il Signore ci ha amato e che all’origine della nostra vita e della nostra esistenza cristiana, ci sta l’amore che Dio ci ha donato in Gesù Cristo, donando se stesso in Gesù Cristo.

Puoi rimanere indifferente, freddo e chiuso all’amore di Dio; se tu ti lasci amare, il tuo cuore diventa capace di amare; se ti lasci cercare da Dio, il tuo cuore diventa un cercatore di Dio; se ti lasci perdonare da Dio, il tuo cuore diventerà riconoscenza infinita e continua a Dio.

E questo è possibile, nella Bibbia, che l’amore verso Dio sia comandato. L’amore verso Dio nasce come risposta all’amore che Dio ha avuto nei nostri confronti.

Prima c’è l’amore di Dio: il nostro stesso esistere nasce dall’amore di Dio Creatore; allora: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore», cioè con tutta la libertà, «con tutta l’anima» che vuol dire con tutto il tuo desiderio.

L’anima nella concezione ebraica è il desiderio di vita che uno ha dentro di se: questo desiderio deve diventare amore di Dio; «con tutte le forze», e vuol dire con quello che possiedi: intelligenza, volontà, sensibilità, affetto, carismi, doni, capacità, cultura; con tutte queste cose «amerai il Signore Dio tuo». Ma poi non ci fermiamo lì.

Quando a Gesù hanno chiesto qual era il primo comandamento, Gesù ha risposto ricordando il libro del Deuteronomio. Ma Gesù non si è fermato lì.

Ha detto che c’è un secondo comandamento che è: «amerai il prossimo tuo come te stesso». È sorprendente che Gesù risponda enumerando non un comandamento ma due. Qual è il motivo? Evidentemente perché, secondo Gesù, non è possibile amare davvero Dio senza amare davvero anche il prossimo.

Non è possibile! E questo viene detto tante volte nel Nuovo Testamento e lo dice S. Giovanni nella sua prima lettera: «Chi dice di amare Dio e non ama il prossimo è un bugiardo, perché non si può amare Dio che non si vede, senza amare il fratello che si vede, Chi ama Colui che ha generato, deve amare anche chi è stato generato da lui».

Quindi, chi ama Dio, deve amare certamente anche i figli di Dio. Cioè sono tutta una serie di affermazioni che nel Nuovo Testamento sono frequenti.

Ma è sorprendente: il prossimo non è mica Dio. Dio è solo Lui, solo il Signore, quindi non si può confondere Dio coi prossimo, però non posso amare Dio senza amare il prossimo.

Solo Dio è onnipotente, è santo, è infinitamente misericordioso e buono, il prossimo non è né onnipotente, né generalmente santo, né del tutto misericordioso; gli altri hanno i difetti che abbiamo anche noi, non sono quindi degni di amore come è degno Dio in modo perfetto. E però non si può amare Dio senza amare il prossimo.

Perché? Il motivo per la Bibbia è uno solo: che Dio ha legato la sua gloria all’uomo. È paradossale, però nella Bibbia è così.

  1. Ireneo ha scritto: «La gloria di Dio è l’uomo vivente»: Dio è glorificato quando l’uomo viene fatto vivere. Se tu fai vivere qualcuno, là dai gloria a Dio; se c’è un malato e tu lo guarisci, dai gloria a Dio; se c’è una persona sola e tu la consoli, dai gloria a Dio; se c’è una persona che vive una condizione di povertà e tu la soccorri, dai gloria a Dio, perché dove l’uomo vive, dove l’uomo viene riempito di gioia e di consolazione, li Dio è glorificato.

Dio ha legato la sua gloria all’uomo perché, stranamente, Dio ha amato quella creatura povera e misera che è l’uomo, anzi c’è una vera e propria passione di Dio per l’uomo.

Nel libro di Isaia c’è scritto: «Tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo»; non c’è nessuna spiegazione di questo «io ti amo»: non è che sei buono e io ti amo, sei ricco e io ti amo, no. L’ «io ti amo» è gratuito, è creativo, è senza alcuna spiegazione, tranne la spiegazione di fondo.

Il Signore è innamorato dell’uomo, per questo, tutte le volte che l’uomo viene rispettato e onorato e servito, Dio viene glorificato. Non è possibile amare Dio con tutto il cuore senza servire, difendere concretamente la persona umana.

Questo ce lo ha insegnato Gesù Cristo: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi; rimanete nel mio amore». E questo «rimanete nel mio amore» vuole dire «amatevi gli uni gli altri, cosa come io vi ho amato». C’è una corrente di amore che da Dio scende verso Gesù Cristo, da Gesù Cristo viene verso di noi, da noi deve andare verso tutti gli uomini.

E Dio non è contento, non è sazio, non è riposato fino a che il suo amore non ha raggiunto tutti gli uomini. Questo è il senso del comandamento di Dio: «Amerai il Signore tuo Dio, amerai il prossimo tuo come te stesso».

E allora, dicevo, lo prendiamo come un regalo del Signore. È un comandamento, ma in realtà è un regalo grande che il Signore ci fa, perché prima di tutto alla base di questo comandamento c’è il suo amore e, secondo, con questo comandamento noi ritroviamo una direzione lucida della nostra vita. È vero che, a volte, ci sarà difficile sapere come dobbiamo fare per amare il prossimo; non è così facile da capire, però una direzione precisa il Signore ce la dà. E questo ci aiuterà a vivere avendo un orientamento, avendo un senso nella nostra vita e avendo un desiderio anche forte di rispondere all’amore di Dio con il nostro amore, un desiderio di dare gloria a Dio con il servizio e l’amore concreto verso i fratelli.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

AFFERRATO DA CRISTO – 8

Bocca di Magra – 1-2-3 novembre 1991

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Afferrato da Cristo

5ª Meditazione
Per un cammino di fede

Preghiera:

[2] Mi rendo conto, Signore, che non devo conformarmi a questo mondo ma trasformarmi con un completo mutamento di mentalità per arrivare a desiderare quello che vuoi tu: ciò che è buono, gradito e perfetto.

(…)

[5] Per molti che siamo, siamo un solo corpo in te, Cristo; e tu hai assegnato a ciascuno di noi una funzione diversa nel tuo organismo. singolarmente siamo parte l’uno dell’altro,

[6] ciascuno con doni diversi, secondo la grazia che ci hai data. Chiediamo la saggezza di conoscere i nostri doni, e di usarli quando uno è in servizio

[7] mostragli come essere generoso nel servire; quando insegna, aiutalo ad insegnare;

[8] se deve incoraggiare altri, sei tu che devi ispirargli le parole opportune. Quando do qualcosa ad un altro che la mia mano sia lieta e lesta.

[9] Che sia sincero il mio amore.

[10] Signore, aiutaci ad amarci gli uni gli altri con l’affetto di fratelli, gareggiando nello stimarci a vicenda,

[11] mai cedendo alla pigrizia, nello zelo, ardenti sempre invece, del tuo Spirito, per servire te, Signore.

[12] Insegnami ad essere allegro nella speranza, paziente nella tribolazione, costante nella preghiera,

[13] pronto alle necessità dei fratelli, accogliente per gli ospiti;

[14] a benedire chi mi perseguita, a dirne comunque bene e non male! Sintonizzami i palpiti dell’anima

[15] per essere felice con chi è felice, piangere con chi piange,

[16] e imparare ad armonizzarmi con gli altri. Signore, ti Chiedo la capacità

[17] di non scambiare mai male per male

[18] e, per quanto dipende da me, di vivere in pace con tutti. Che mai io mi vendichi,

(…)

[20] ma se il mio nemico ha fame, gli dia da mangiare; se ha sete, da bere,

[21] senza lasciarmi vincere dal male, ma vincendo il male col bene.

da “NEL SIGNORE GESÙ” – Hilsdale – EP

(dalla lettera ai Romani cap. 12)

E con la grazia del Signore proviamo a concludere il nostro cammino di riflessione sul tema dell’esistenza cristiana, cosi come scaturisce dall’annuncio del Vangelo di Paolo, dalla sua esperienza e dall’annuncio del Vangelo.

Abbiamo ricordato ieri sera alcuni ostacoli che si oppongono al cammino della fede, abbiamo detto: la fede è un itinerario, è una vita che deve crescere, e in questo crescere la fede deve superare ostacoli come l’egocentrismo, lo scoraggiamento ecc.; ne abbiamo numerati alcuni.

Ne abbiamo tralasciato uno, che ora brevemente richiamo.

L’abitudine: l’ultimo ostacolo che rende difficile il cammino di fede è l’abitudine. Abitudine vuol dire quella routine della ripetizione stanca dei gesti quotidiani che tende a banalizzare ogni cosa.

La vita dell’uomo normalmente è fatta di cose semplici e, sotto certi aspetti, anche banali. Ci sono naturalmente gli eroi, ci sono quelli che hanno grandi responsabilità o autorità nel mondo, ma normalmente la vita è fatta di cose semplici. È fatta di famiglia, di lavoro, di televisione e di giornali, è fatta di amicizie e di piccole cose. Ora, siccome queste cose si ripetono giorno per giorno fondamentalmente uguali, il rischio è che non ne percepiamo più pienamente il valore.

Ora la fede chiede di vedere le cose con occhio vivo e, in qualche modo, di trasfigurarle. Un atteggiamento fondamentale della fede è lo stupore di ritrovare la presenza di Dio, dell’Onnipotente, dell’Eterno, dell’invisibile e di colui che è tre volte santo dentro la nostra povera vita. Forse che Dio si degna di prendere atto e di avere interesse ad una vita così povera come la nostra?

Proprio questo è l’annuncio fondamentale del Vangelo.

C’è un messaggio dell’imperatore, che lui ha mandato, che arriva fino a te che sei un povero frammento, ma prezioso per lui. Allora, ritrovare questo, cioè lo stupore della vita, la gioia delle piccole cose che riusciamo a fare, l’impegno nel quotidiano, è elemento importante per la vita di fede. Vivere non distratti, cioè non da addormentati, sapendo riconoscere il valore delle cose anche quotidiane della vita.

  1. Paolo scrive ai Corinzi (1 Cor 10, 31).

[31] Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio.

Potete misurare la differenza fra queste due cose: mangiare e bere da una parte e la gloria di Dio dall’altra.

Mangiare e bere è banale. Per Platone era una necessità indegna del filosofo; è costretto, ma in fondo non è quello che importa. Invece no, “sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto a gloria di Dio”.

Quello che è immensamente grande e degno come la gloria di Dio, si esprime in gesti banali e piccoli come il quotidiano, come è il mangiare e il bere.

In fondo quando il Vangelo promette il dono dello Spirito e dice che “Lo Spirito vi farà ricordare tutto quello che io vi ho detto”, credo voglia dire anche questo: che lo Spirito è capace di ridare luce, ridare bellezza a tutto quello che ricordiamo del Signore e a tutto quello che nel ricordo del Signore possiamo vivere, per cui ci sta dentro una capacità di stupore, di attenzione e di gioia, di gustare le cose, di gustare quello che c’è di bello e di buono e di santo dentro alla nostra vita.

Questo ci aiuta a mantenere una fede vivace, non spenta, affaticata e annoiata.

Ma facciamo adesso il cammino inverso. Abbiamo visto alcuni ostacoli all’itinerario della fede, dobbiamo vedere ora quali sono alcune delle dimensioni invece positive e fondamentali: come si arriva, come si cresce.

La prima, affermazione è molto semplice e ben nota:

il cammino della fede nasce e cresce dall’ascolto della Parola di Dio.

Il cammino della fede non parte da noi: non siamo noi ad avere l’iniziativa, a fare un progetto e a volerlo realizzare. Il cammino della fede nasce dall’iniziativa di Dio. È Dio che ha un progetto che rivolge a noi, che sollecita e stimola, e chiama noi a rispondervi. Quindi all’inizio ci sta la sua Parola. “Il Signore disse ad Abramo: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre verso la terra che io ti mostrerò» …E Abramo parti come gli aveva detto il Signore”.

C’è una parola e c’è una vita che risponde alla parola. In questo naturalmente il modello fondamentale della vita di fede è Maria santissima. Tutto il senso della presenza di Maria nel culto della Chiesa è proprio lì. Maria è la persona di fede che vive di ascolto e che si lascia guidare dalla parola del Signore.

Tutto il senso della sua vita nasce dall’annunciazione, dove nel nome del Signore l’angelo le annuncia la volontà di Dio:

“Non temere, Maria, hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo…”.

con tutto quello che segue. Al termine c’è quell’espressione:

“Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.

Quindi atteggiamento di ascolto, che diventa ascolto con la vita. Si ascolta con gli orecchi o con gli occhi, quando si legge, si ascolta con l’intelligenza, poi bisogna ascoltare con il cuore, e anche con le mani. L’ascolto deve diventare comportamento, deve diventare obbedienza.

Il verbo obbedire viene dal verbo ascoltare, l’obbedienza è un prodotto dell’ascolto, e la vita di fede è chiaramente una vita di obbedienza.

Notate una piccola cosa, anche se non decisiva, fra quella proposta dell’angelo e il sì di Maria c’è anche una domanda di Maria:

Maria disse all’angelo: Come è possibile? Non conosco uomo”. E vuole dire che Maria chiede delle spiegazioni su quello che dovrà essere il suo comportamento e la sua obbedienza.

Ed è significativo perché Maria non chiude gli occhi, ma li apre. Di fronte all’annuncio dell’angelo incomincia a porsi una serie di interrogativi e li propone al Signore, li propone all’angelo.

Non è proibito farsi delle domande, purché queste diventino preghiera e siano rivolte al Signore. Purché queste domande appoggino sulla Parola di Dio e siano il tentativo di comprenderla meglio e di obbedire meglio. Quindi ascolta.

È per questo che nel cap. 10 di S. Luca c’è quell’episodio di Marta e Maria, dove Marta s’affanna, presa dai molti servizi, e Maria, sedutasi ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. E non c’è dubbio, nel contesto del Vangelo di Luca, Maria non è il modello della vita contemplativa e non vuole dire che non è importante il fare, ma il contemplare.

Subito prima di questo episodio c’è la parabola del buon samaritano, che termina con quelle parole: “Va e fa’ anche tu lo stesso”. Fa quello che ha fatto il buon samaritano. Quindi non è la contrapposizione tra il fare e il contemplare. È la contrapposizione di una vita che si lascia prendere da molti affanni e una vita che nasce dall’ascolto, che si mette ai piedi del Signore, e che ai piedi del Signore impara quello che deve essere, quello che deve anche fare, quello che deve pensare, realizzare e progettare.

Da questo punto di vista la Parola di Dio è davvero quella forza che plasma i pensieri interni del cristiano, che da una forma alla sua vita.

Ogni uomo è l’artista della sua vita: ogni uomo ha un certo materiale da gestire, che sono gli anni di vita che il Signore gli ha dato, con le doti e i limiti che il Signore gli ha conferito. Ciascuno di noi ha questa specie, di materiale grezzo in mano, e tocca a noi dare una forma al materiale che è la nostra vita.

Un avaro, che vive per i soldi, da’ alla sua vita una forma molto precisa, la forma dell’avarizia, che ha le sue caratteristiche e i suoi atteggiamenti fondamentali. E lo stesso vale per qualsiasi altro tipo di persona.

Il cristiano dà alla sua vita una forma specifica, che è Gesù Cristo. E questa forma gliela dà la Parola di Dio.

È la Parola del Signore che ci costruisce secondo la volontà di Dio, che ci fa assomigliare a Gesù Cristo.

È per questo che molte volte il Nuovo Testamento presenta la Parola di Dio come un segno. “Un segno” vuol dire una potenza di vita, non una potenza generica, ma una potenza ben organizzata.

Il seme ha al suo interno una struttura precisa, per cui quel seme diventerà un melo o un pero o un susino. Non è un seme generico che può diventare qualunque cosa; può diventare quel tipo di pianta che è lui, che c’è scritto dentro. La Parola di Dio è così: un seme. Dentro non c’è scritto qualunque cosa, dentro c’è scritto la vita di Gesù Cristo.

Naturalmente la vita di Gesù Cristo può assumere forme ed espressioni molto diverse, perché un S. Francesco è certamente diverso da un S. Domenico, ma l’uno e l’altro portano questa medesima Parola di Dio come forma essenziale della loro vita.

Allora, se uno vuole fare un cammino di fede, bisogna che dia importanza centrale alla Parola di Dio, che quello che lui pensa e compie nasca dall’ascolto, e che all’ascolto dia un primato.

Naturalmente “ascolto della Parola” non vuol dire studiare un libro, vuol dire amare Gesù Cristo. Quando leggete il Vangelo secondo Luca, potete interessarvi al posto che questo Vangelo occupa nella letteratura greca o in quella cristiana antica, ma questo è ancora poco. Dovete arrivare ad innamorarvi di Gesù Cristo.

Forse ‘innamorarsi’ non è la parola giusta, perché uno può avere l’impressione di grandi emozioni o cose di questo genere, dove l’importante non è l’emozione, ma la decisione chiara di porre il Signore al centro della propria vita, il dire che il Signore è davvero quello per cui vale la pena di vivere e, al limite, vale la pena morire.

Questa decisione può andare assieme con delle consolazioni grandi, e se il Signore vi da’ queste consolazioni, ringraziatelo. Può andare insieme anche con momenti di aridità, di poca emozione, di poca commozione interiore, perché il cammino della fede è diverso da persona a persona, da momento a momento e assume qualunque tipo di esperienza sia in momenti in cui siamo scoppiettanti di gioia, sia in momenti in cui siamo depressi e avviliti.

L’uno e l’altro entrano dentro al cammino di fede, a condizione che il rapporto con il Signore sia un rapporto scelto una volta per sempre. Però luna volta per sempre non vuole dire che uno possa vivere di rendita, è invece da rinnovare con questa fedeltà continua al Signore.

Naturalmente l’ascolto della Parola di Dio deve diventare anche ascolto della vita, perché anche la vita in se ci fa capire quello che Dio si aspetta da noi. La vita, da questo punto di vista, è una maestra, è molto esigente, ma anche molto ricca.

Le esperienze che si fanno debbono, anche queste, essere ascoltate. Non voglio dire, naturalmente, che la vita è di per se Parola di Dio. Nella vita c’è il bello e c’è il brutto, buono e il cattivo. Non posso ingoiare la vita e prenderla così com’è e dire che va tutto bene, come se questo fosse il migliore dei mondi possibile. Questo è purtroppo un mondo dove anche il peccato e la cattiveria e l’ingiustizia ci sono, e ne debbo fare i conti, però non c’è niente di quello che noi viviamo, non c’è nessuna situazione nella quale noi non possiamo rispondere al Signore.

Voglio dire: la vita mi può mettere nelle situazioni più strampalate o difficili o ambigue, ma in ogni situazione in cui mi trovo c’è sempre un sì che io posso dare al Signore. Le situazioni non mi condizionano mai così tanto da impedirmi di fare la volontà di Dio.

Una volontà di Dio c’è anche nei momenti più duri, più difficili, più pesanti o noiosi della vita. Allora in ogni momento della vita e in ogni situazione debbo imparare a trovare il sì giusto, quello che il Signore si aspetta da me.

E come faccio? Imparando, naturalmente la Parola di Dio e, attraverso questa Parola, imparando a conoscere il Signore e quindi imparando, in qualche modo, per un atteggiamento interiore, il tipo di risposta che posso dare al Signore.

Voglio dire: quando due sono sposati da un pezzo e si vogliono veramente bene e hanno imparato a conoscersi, sanno bene che cosa pensi o di che cosa abbia bisogno l’altro; è lo stesso per il Signore. Non ci sono regole rigide per sapere che cosa vuole il Signore adesso, però se tu impari a conoscere il Signore, quanto più lo conosci, tanto più capisci che cosa gli puoi donare in questo momento e in questa situazione.

Impari: è ancora il cammino di una esperienza di fede, che il Nuovo Testamento direbbe “profezia”, e impari a interpretare le cose alla luce del rapporto con il Signore.

Ho delle doti, delle qualità: come le interpreti le tue doti e le tue qualità? Le interpreti come un tuo possesso privato o riconosci che le hai ricevute dal Signore? Riconosci che le tue doti sono lo strumento per metterti al servizio dei fratelli? Ben diverso è se le doti vengono interpretate come una mia ricchezza per superare gli altri o, invece, il dono che il Signore mi ha dato per mettermi al servizio degli altri. Questo cambia il quadro.

Così è per l’esperienza dei limiti. Uno può anche intristire per i suoi limiti, ma uno può anche trovare nei limiti il motivo, lo stimolo per fidarsi del Signore e della sua grazia. Ricordatevi che questa è stata l’esperienza di Paolo.

  1. Paolo racconta di una spina nella carne, che gli era stata messa, di un limite diremmo noi, e racconta di una sua preghiera insistente al Signore perché lo liberasse. li Signore gli rispose: “Ti basta la mia grazia, perché la mia potenza si manifesta nella debolezza dell’uomo”.

E allora Paolo è arrivato a dire: Bene, sono contento di avere dei limiti, perché alla fine della mia vita posso dire che non io ho fatto, ma, nonostante i miei limiti, il Signore ha fatto.

Allora, in questo modo, il limite non diventa motivo di tristezza perché vorrei essere come questo o quell’altro, ma diventa un’occasione di fede, di abbandono.

E lo stesso vale per il cammino delle sofferenze.

C’è un cammino di fede attraverso cui la sofferenza può essere interpretata in positivo, come purificazione della propria. fede.

“Purificazione della fede” vuole dire che, fino a quando tutte le cose vanno diritte, vanno troppo bene e sono baciato dalla fortuna, non so mai se la mia fede è davvero fede in Dio o se invece è attaccamento al successo della vita; se mi interessa Dio o mi interessano i doni di Dio.

La prova, la sofferenza, è invece quel momento in cui Dio è staccato dai suoi doni, i doni non ci sono più. Allora pianti lì anche Dio o ti attacchi, a Lui.

E se nel momento in cui i doni vengono meno rimane la tua fede, la tua fede diventa una fede più pulita.

Con questo non voglio dire che la sofferenza sia gradevole; non lo è mai stata e non lo sarà mai. Voglio dire che c’è la possibilità di ricavare dalla sofferenza, in positivo, l’occasione di crescita, una occasione di maturità.

Così come S. Paolo può dire di avere imparato nella sofferenza a vivere della consolazione del Signore, per consolare quelli che si trovano in qualsiasi tipo di sofferenza, con la stessa consolazione con cui è stato consolato dal Signore.

E cioè nella sofferenza Paolo ha imparato a capire meglio gli altri, a stare più vicino agli altri, a sapere condividere con loro la consolazione che ha ricevuto dal Signore.

Quindi il problema è ancora questo. Non credo che ci sia una interpretazione della sofferenza che va bene per tutti e per sempre, ma in quella sofferenza che è la tua, tu sei chiamato a dare una risposta al Signore, e il Signore ti chiede qualche cosa anche in quel momento lì.

Sarà un atteggiamento di umiltà, un atteggiamento di fiducia, di abbandono, di solidarietà verso gli altri, di apertura o …non lo so, lo devi trovare tu, ma il senso della vita di fede è lì.

È lo stesso anche per l’esperienza del peccato. Il peccato è negatività e mi arrendo. Anche l’esperienza di avere peccato può diventare un momento del cammino della fede, perché l’esperienza del peccato mi dà la consapevolezza del bisogno infinito di Dio e della sua misericordia, mi aiuta a non essere duro e aspro verso gli altri, perché so di essere rivestito delle medesime debolezze degli altri.

Non dico che uno debba accettare tranquillamente il peccato che è negatività ed è una forza di rovina anche dal punto di vista sociale, ma voglio dire che il fatto di avere peccato può diventare esso stesso un momento del cammino di fede verso il Signore; può diventare l’occasione per una conversione, per una umiltà più grande.

Lo stesso vale anche per l’interpretazione del lavoro. Il lavoro è una cosa grande nella vostra vita, perché un buon terzo della vostra vita lo passate al lavoro; interpretare quindi il lavoro in un’ottica di fede è importante per viverlo come servizio. “Portate i pesi gli uni degli altri e così obbedirete alla legge di Cristo”.

E lo stesso l’abbiamo già detto tante volte per quanto riguarda la sessualità.

Insomma tutto quello che è materiale della vita, umana è occasione di risposta al Signore, a condizione che noi diamo a questo materiale il significato che viene dalla Parola di Dio, da quelle che il Signore ci ha detto di se stesso e del suo progetto di salvezza.

Accanto all’ascolto, come seconda affermazione ci va la preghiera.

Mi interessa sottolineare alcune cosettine.

La preghiera – è stato scritto – è il caso serio della fede”, e per “caso serio della fede” si vuole dire questo: nella visione cristiana, il Dio nel quale noi crediamo, è un Dio personale, e proprio perché è un Dio personale, il rapporto con Dio è, e deve essere, un rapporto personale. Un rapporto in cui a Dio do del tu, in cui lo riconosco come un interlocutore libero e consapevole della mia vita.

Siccome il Dio nel quale io credo è padre, l’atteggiamento nei suoi confronti è fondamentalmente un atteggiamento filiale. La fede cristiana è chiaramente un rapporto di amicizia, di comunione, e non è possibile avere una amicizia senza dialogo. Se viene meno il dialogo con Dio, Dio diventa il destino; uno può continuare a credere in Dio, ma Dio diventa per lui un essere senza volto, col quale non si può instaurare un rapporto personale. Questo “volto” naturalmente è una immagine, ma è fondamentale per noi, perché Lui può rivolgersi a noi e noi con Lui possiamo entrare in rapporto di comunione.

Se Dio diventa il destino, io chino la testa, mi arrendo, perché il destino è forte e mi schiaccia. Il destino è anonimo; non si può avere fiducia nel destino.

Ci si piega, ci si adatta, ma questo non è il senso della fede. Il senso della fede non è una obbedienza costretta ad una forza che è più grande di me, è una obbedienza libera ad un Dio che ritengo degno di essere amato, che è giusto amare perché vale il mio amore e vale la mia devozione.

Da questo punto di vista la preghiera mantiene la sanità della vita di fede, altrimenti questa diventa un’altra cosa, una fede non cristiana. La fede cristiana è la fede in un Dio personale, e quindi in un rapporto libero, dialogico, di comunicazione e di comunione.

È vero che dentro alla preghiera ci possono stare anche degli equivoci.

C’è un testo famoso di Bertold Brecht in quel dramma intitolato: “Madre Courage”. Parla, questo dramma degli eserciti imperiali che si avvicinano ad una città libera. È di notte, ed evidentemente si avvicinano per prenderla di sorpresa. Arrivano ad un casolare di contadini i quali, di fronte all’esercito imperiale non potendo fare niente, si mettono a pregare per la città. C’è però una ragazza la quale ruba un tamburo di uno dei soldati, sale sul tetto della casa, e incomincia a rullare il tamburo, svegliando naturalmente le guardie della città.

Queste danno l’allarme e la città non può essere presa d’assalto. Naturalmente la preghiera con la vita (questo gesto) ha salvato la città.

Il senso è evidente: chi non fa niente, chi si sente impotente prega. La preghiere è la forza degli impotenti, la forza di chi non s’impegna in quello che potrebbe effettivamente fare. C’è da salvare una città: non serve che tu ti metta a pregare, serve che tu ti metta a battere sul tamburo; questo è quello che conta.

Ora, evidentemente, una critica di questo genere ci deve far pensare, perché nasce da un fraintendimento della preghiera: la preghiera, quando è autentica, non è mai un surrogato della vita: ho paura, di vivere, allora mi rifugio nella preghiera. Questa non è preghiera autentica, assomiglia piuttosto ad una visione magica.

La preghiera, piuttosto, serve a vivere nel modo giusto. Non sostituisce l’azione, ma l’orienta nel modo giusto.

La preghiera deve togliere le paure, per cui uno trovi la forza di agire senza secondi fini o per proprio interesse o per orgoglio, ma con motivazione.

La preghiera deve e vuole togliere i doppi fini, le falsità in modo che l’azione sia corretta, nella direzione giusta e impegnata, tale da produrre la vita. Se io ringrazio il Signore per la mia vita, e il ringraziamento è una dimensione fondamentale della preghiera, questo vuole dire che devo poi vivere la mia vita in un atteggiamento di gratuità. Allora la preghiera diventa autentica, se nel rapporto con gli altri so donare e almeno tento di donare gratuitamente.

Così se al Signore chiedo la pace nel mondo, questo vuole dire che in quello che posso e che entra dentro ai miei limiti di influenza (perché evidentemente non posso fare molto per queste cose), sono impegnato a costruire la pace nel mondo. Se prego che il Signore dia da mangiare agli affamati, evidentemente questo non vuole dire che ho incaricato il Signore di fare quello che a me pesa fare, ma vuole dire: affido al Signore l’azione mia nei confronti del povero o dell’affamato, perché questa azione abbia il sostegno, la forza, lo stimolo che viene dal Signore. Voglio dire, non è mai un esonero all’azione, ma uno stimolo ad una azione che viene nella preghiera, purificata da. tutti i doppi fini, dalle falsità, ritrovando trasparenza davanti al Signore.

E questo è il senso della preghiera di Gesù. Quando, per esempio, nel cap. 1 di Marco, dopo la giornata che Gesù ha vissuto a Cafarnao cacciando demoni, guarendo ammalati ecc, dice il Vangelo di Marco: (Mc 1, 35-38)

[35] Al mattino si alzò quand’era ancora buio, e uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e lì pregava.

[36] Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce

[37] e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!”

[38] Egli disse loro: “Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”.

Ed è stupendo perché alla fine di una giornata di lavoro Gesù prega.

Quindi la preghiera non sostituisce l’azione, ma da a quello che Gesù ha compiuto il suo significato vero. Non era semplicemente l’azione di Gesù, ma l’azione che Gesù compiva per mandato del Padre, con la forza che gli veniva dal Padre. E proprio perché Gesù prega, alla fine riesce a non lasciarsi intrappolare dalle attese della gente, che lo cerca e vorrebbe monopolizzarlo. No, Gesù va, negli altri villaggi.

Certo il successo non gli ha dato alla testa; è libero di fronte al successo e alla ricerca degli uomini, perché sta davanti al Padre. Lo stare davanti al Padre è quello che permette a Gesù di percorrere il suo cammino in mezzo agli uomini facendo del bene senza diventare schiavo di nessuno, neanche del suo successo. Allora è in questa, logica che la preghiera è per noi importante. È importante per vivere.

Terza affermazione: in una vita di fede è importante il confronto con gli altri.

“‘Confronto con gli altri” vuole dire che, normalmente, nella sua vita l’uomo trova se stesso nel dialogo, nell’amicizia e nel confronto con gli altri. Se poi uno vuole essere se stesso, non serve che si chiuda in una torre e dica: Qui divento più facilmente me stesso perché nessuno mi influenza e mi condiziona.

Questo è falso.

Se uno si isola dagli altri non trova neanche se stesso.

È vero che gli altri possono diventare un condizionamento, ma tocca all’uomo saper riflettere al significato e al peso che gli altri esercitano sulla sua vita e trasformare questo condizionamento secondo la sua volontà e la sua scelta di vita. L’uomo trova se stesso solo confrontandosi con gli altri. Il senso della sua identità lo ha quando conosce delle altre persone, quando fa amicizia. Solo allora capisce cosa vuole dire essere se stesso.

E quello che vale dal punto di vista umano, vale dal punto di vista della fede.

San Paolo così scrive ai cristiani di Roma. (Rm 1, 11-13)

[11] Ho Infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati,

[12] o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io.

[13] Non voglio pertanto che ignoriate, o fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi – ma finora ne sono stato impedito – per raccogliere qualche frutto anche tra voi, come tra gli altri.

  1. Paolo sta esponendo il suo progetto di andare e Roma, vuole andare a Roma. Vuole andarci perché vuole regalare ai cristiani di Roma qualche cosa dei doni che ha ricevuto dal Signore. Ha ricevuto il dono del Vangelo, il dono dell’apostolato, e in particolare dell’apostolato ai pagani. Bene, vuole comunicare qualche cosa di tutto questo ai cristiani di Roma.

Ma poi si corregge e dice: “per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, io e voi”.

E vuole dire: “No, mi correggo. Non voglio arricchire soltanto voi, voglio arricchire anche me stesso. Voglio che, attraverso lo scambio dell’esperienza di fede, attraverso la comunicazione di quello che noi abbiamo imparato a conoscere del Signore, ci rinfranchiamo, ci rafforziamo a vicenda”.

Ora questa. dimensione è fondamentale nella vita di fede. Se uno vuole fare il cammino di fede non serve che si isoli come per diventare un battitore libero, deve piuttosto cercare di mettersi insieme alla comunità cristiana e quindi arricchire e verificare la sua fede nel confronto con gli altri, nel dialogo e nella preghiera comune. Deve imparare a ricevere.

Nella comunità cristiana ci sono dei ministeri, che sono ministeri di servizio, quale l’annuncio della Parola di Dio. Voi, in questi due giorni, vi siete messi in ascolto, quindi vi siete messi in atteggiamento di accoglienza; bene, questo rimarrà sempre fondamentale nella vita cristiana.

Questo però è solo una parte, c’è anche il momento in cui si esprimono le proprie idee. In realtà avete fatto anche questo, perché nel pregare e cantare insieme agli altri, nel presentare alcune intenzioni di preghiera avete espresso la vostra fede, e credo che la testimonianza della fede nel Signore ce la siamo un tantino scambiata a vicenda.

Bene, questo deve continuare. Si vive la propria esperienza di fede dentro alla comunità cristiana con le varietà di esperienze e con la varietà anche di età; il fatto che ci siano bambini, giovani, adulti e anziani, questo è infinitamente più bello.

È vero che ci sono mentalità diverse, ma è proprio per questo che c’è una ricchezza che ci consola e ci rafforza di più, che ci fa vedere la varietà della vita cristiana, per cui ci riconosciamo non inscatolati dentro uno schema rigido, ma invece come in cammino in una esperienza di vita che ha tutto il senso della varietà, della ricchezza, della complementarietà della vita.

E, naturalmente, in questo confronto con gli altri ci potrebbe stare dentro anche il discorso della direzione spirituale e di un dialogo di fede in cui, nel confronto, una persona impara a vedere più chiaro quello che il Signore, quello che lo Spirito le sta suggerendo.

Fare direzione spirituale non è l’espressione più giusta, perché il direttore spirituale unico dovrebbe essere solo lo Spirito Santo. Però ci può essere un consiglio, un dialogo che permette di cogliere meglio quello che lo Spirito sta chiedendo ad una persona in questo determinato momento. Quindi il confronto con l’altro.

E finalmente un’ultima cosa a cui volevo accennare è una parolaccia, cioè la disciplina. Disciplina che vuole dire un ordine nelle cose che si fanno e una capacità di scelta in quelle cose che si presentano come libere di fronte all’uomo.

La disciplina ha una cattiva fama. È una parolaccia perché sembra dire lo stesso che mancanza di libertà od oppressione. Ma, se ricordate, nel salmo 50 che abbiamo pregato ieri, uno dei rimproveri che Dio fa al suo popolo è che odia la disciplina. “Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che detesti la disciplina e le mie parole te le getti alle spalle?”.

Per disciplina s’intende, come ricordavamo, quel cammino lento e progressivo che è necessario, perché la Parola di Dio possa diventare una vita, un comportamento effettivo.

E mi spiego.

Uno può desiderare la laurea in medicina. “Laurea in medicina” vuol dire fare un lavoro che è servizio degli altri, che è fare quello che faceva il Signore, che era un medico anche lui a suo modo, quindi una cosa molto bella, solo che, se uno vuole la laurea in medicina, deve fare sei anni di università, deve fare esami impegnativi e interminabili. Deve fare questo cammino.

Uno potrebbe desiderare la laurea e odiare gli esami di medicina, perché non so se sono poi molto gradevoli. Solo che le due cose sono legate l’una all’altra e non si raggiunge l’una senza l’altra. Uno non può raggiungere una laurea se non accetta di pagare il prezzo degli esami, e il prezzo degli esami è esattamente quello che si ottiene con la disciplina. Disciplina perché uno gli esami li deve mettere in fila, in ordine, deve accettare di studiare otto ore al giorno per un bel pezzo, deve cioè accettare questa fatica.

Ora lo stesso discorso vale anche per la vita cristiana.

Uno può anche desiderare di essere santo, e di esserlo sul serio, come anche una commozione interiore, solo che questo cammino di santità richiede di essere fatto gradino per gradino e accettando il peso e la fatica e la lentezza del cammino, altrimenti c’è il rischio della frammentarietà. Se io faccio quello che sul momento mi sembra più gradevole o quello che mi viene istintivo, è vero che la vita mi sembra diventare più luminosa, più bella, perché seguo la via di minor resistenza, ma in questo caso non sono io a decidere la mia vita.

Sono le circostanze che la decidono per me. E dove mi trovo, dove spira il vento vado, dove c’è minor difficoltà mi muovo.

Ma questo non vuol dire essere libero, questo vuol dire lasciarsi condizionare sempre. Vuole dire che, se le circostanze mi attirano, io acconsento e, se la via è più facile, io mi lascio attirare, ma in questo modo quello che io mi ero proposto va a rotoli. Se mi ero proposto di arrivare ad un traguardo, in realtà vado dalla parte opposta, perché è la linea di minore resistenza, più facile.

La disciplina vuol dire imparare a tenere in mano la propria vita e quindi a dirigere le scelte, sapendo dove uno vuole arrivare.

Se uno vuole arrivare a quel traguardo, deve percorrere quella strada, se sceglie liberamente il traguardo, sceglie liberamente la strada, anche se il traguardo è gradevole e la strada è faticosa.

Naturalmente quando parlo di disciplina, intendo non una disciplina imposta dall’esterno, per cui vi costringe ad andare in fila per tre, ma piuttosto una disciplina che nasce all’interno, che nasce da scelte libere. Io mi propongo quel traguardo e allora faccio tutto l’allenamento necessario per arrivare a quel traguardo.

Cerco di fare le cose non solo quando sono in vena, e in vena non ci siamo tanto o spesso o sempre, tento di accettare anche quegli aspetti di rinuncia che ogni scelta inevitabilmente comporta. E siccome siamo presso i Carmelitani, finisco con S. Giovanni della Croce che abbiamo già ricordato.

In quella sua opera famosa che è “La salita al monte Carmelo”, S. Giovanni della Croce presenta la vita cristiana come un cammino in salita, quindi un cammino faticoso. E dice che per salire sul monte Carmelo, bisogna rinunciare all’onore, al riposo, al gusto, alla libertà, alla scienza; bisogna rinunciare alla gloria, alla sicurezza, alla gioia, al conforto, al sapere. Bisogna scegliere, dice lui, il nulla.

E scrive: “Quanto più volli cercare tanto meno trovai, quanto più volli avere tanto meno ebbi”.

Poi quando si arriva in cima al monte Carmelo dopo aver fatto questa strada lunga, faticosa, di rinuncia e di ascesi, c’è scritto: “Solo l’onore e la gloria di Dio dimorano in questo monte”.

E ancora, quando si è in cima al monte la strada non si chiude, ma finisce. E scrive S. Giovanni: “Qui non c’è più strada, poiché per l’uomo giusto non vi è più legge, egli è legge a sè stesso”.

L’ascesi di S. Giovanni della Croce è una di quelle tremende che non oso consigliarvi. Se volete, un santo carmelitano più facile è S. Teresa di Gesù (S. Teresa d’Avila), perché più vicina al nostro stile.

Quello che mi interessa è il ragionamento che sta dietro all’espressione di S. Giovanni della Croce. Questa sembra una vita di rinuncia alla propria libertà e quindi di obbedienza, me dove il traguardo è la cima del monte Carmelo (che non è il paradiso), cioè la maturità cristiana.

Se uno arriva in cima al monte Carmelo non ha più legge, perché lui è diventato la legge. Non gli serve più la Parola di Dio, direbbe S. Agostino, perché è diventato lui la Parola di Dio. Ne ha assimilato così profondamente il senso, che la Parola di Dio è diventata la sua carne e il suo sangue. A questo punto c’è la libertà piena.

Per S. Giovanni della Croce la libertà viene raggiunta solo al termine di un cammino di purificazione in cui l’uomo si liberi dai suoi orgogli, perché fino a che abbiamo l’orgoglio come motivazione delle azioni non siamo liberi. Allora superate tutte queste cose, e si superano con fatica, si arriva a raggiungere quella libertà che è, in fondo, lo scopo della nostra vita.

Non ho presentato S. Giovanni come modello di una ascesi laicale, e credo che ci sarebbero molte altre cose da dire su questo, però l’ho presentato perché mi interessa per il problema della disciplina.

Non è un qualcosa di rigido, ma è fondamentale che impariamo anche ad accettare questa dimensione di limite, di fatica, di perseveranza dentro alla nostra vita. Solo così c’è una crescita, una maturazione.

E così il nostro cammino sarebbe terminato, cioè voglio dire: il nostro cammino dovrebbe incominciare, soprattutto con alcune cose che mi interessano.

La prima: quel primato, dato alla giustificazione di Dio, sul quale Paolo ha insistito e che per noi è fondamentale.

Il cammino della fede nasce da Dio: se noi siamo giusti, lo siamo per un dono e non per una nostra affermazione. E questo cammino della fede, dono del Signore, si esprime nella liberazione dalla schiavitù del peccato, sempre dono del Signore. È chiaro che la possibilità del peccato ci rimane per tutta la vita, ma ci viene tolta la necessità di peccare, cioè la schiavitù del peccato. Questa il Signore ce l’ha tolta. È nel dono dello Spirito Santo, è nel cammino della fede che veniamo liberati da questa necessità di egoismo.

A questo punto deve nascere un cammino di fede, che è un cammino progressivo, e quindi progressivo vuol dire lento, e lento vuol dire che è paziente, e paziente vuole dire che uno non deve mai avvilirsi perché non è arrivato ancora in cima al monte Carmelo, e tanto meno deve avvilirsi perché ha l’impressione che dopo un anno di lavoro sia al punto di partenza.

Questa è generalmente più una impressione che una realtà.

È difficile misurare questo per noi, ma non è importante. Non ha importanza che io sappia a che punto sono arrivato, l’importante è che la direzione della mia vita sia verso il Signore, poi è il Signore che sa misurare.

E siccome alla fine quello che conta non è un risultato verificabile, ma è quel cammino di fede che abbiamo costruito col Signore, allora non si tratta di avere la sicurezza della propria virtù, della carità e della santità, si tratta invece di avere la fiducia nel Signore e di cercare umilmente di fare le cose in vista di lui.

Abbiamo detto che ci sono alcuni ostacoli, ai quali dobbiamo cercare di stare attenti senza pretendere di averli già superati tutti, accettando che il cammino sia faticoso, che i limiti e anche il peccato rimangano.

Ci sono alcune dimensioni alle quali bisogna stare attenti perché il cammino della fede maturi, e sono: la Parola di Dio, la preghiera, la comunità cristiana e questo aspetto di disciplina, di autodominio, di correzione di se stessi. Con molta distensione, cioè non fate diventare la vita di fede una tensione muscolare, come se uno dovesse produrre chissà che cosa, perché con la tensione non si ottiene niente. Più uno vive in atteggiamento di fiducia meglio è.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.