L’ASPETTO FISICO DI GESU’

  • 189. Dell’aspetto fisico di Gesù le fonti degne di fede non dicono assolutamente nulla. Un accenno si è voluto trovare nel racconto del pubblicano Zaccheo; costui, essendo Gesù giunto a Gerico,cer­cava di vedere Gesu’ (per conoscere) chi fosse, e non poteva a causa della folla, perché di statura era piccolo: e fatta prima una corsa in avanti, salì su un sicomoro per vederlo, perché di là stava per pas­sare (Luca,19, 3-4). Dalle quali parole si è voluto concludere che Gesù era piccolo di statura. Questa interpretazione, già proposta un tre secoli fa, è una pura stramberia senza alcun fondamento, sebbene sia stata rinnovata recentemente da R. Eisler (§ 181): è chiaro infat­ti che il soggetto di tutto l’episodio non è Gesù ma Zaccheo, quindi egli di statura era piccolo, e appunto per questo si arrampica sull’albero; del resto ben poco gli sarebbe giovata la sua arrampicatura, se si fosse trattato di vedere un uomo di bassa statura assiepato da molta folla.

  • 190. A questa mancanza di notizie la cristianità successiva, naturalmente, non si rassegnò, né nel campo artistico nè in quello letterario. Per il campo artistico un ostacolo gravissimo alla produzione di una vera e storica effigie di Gesù era stata la circostanza che egli era nato, vissuto e morto in Palestina, ove l’ortodossia giudaica in­terdiceva ogni raffigurazione di esseri animati per paura dell’idola­tria: la prima generazione cristiana, provenendo in enorme mag­gioranza dal giudaismo, non poteva quindi avere alcun motivo e desiderio di trasmettere un’effigie di Gesù. Al contrario, se Gesù fosse vissuto fuori della Palestina e la maggior parte dei primi cristiani fosse appartenuta alla civiltà greco-romana, non è improbabile che qualche delineazione del suo aspetto fisico sarebbe stata curata fin da quei tempi. E cosi le più antiche raffigurazioni superstiti di Gesù sono in Occidente quelle delle catacombe (II-III secolo) e in Oriente le pitture bizantine (IV secolo), le quali tutte non riproducono lineamenti storici, ma dipendono esclusivamente da motivi ideali e sono creazioni di fantasia. Nel campo letterario dipendono egualmente da motivi ideali le più antiche descrizioni dell’aspetto fisico di Gesù, e si dividono in due correnti totalmente diverse. I motivi ideali sono passi dell’Antico Testamento riferentisi egualmente al Messia, il quale però è presen­tato sotto aspetti diversi. In uno dei carmi del “servo di Jahvè s’era stato affermato:Figura egli non aveva nè beltà, e lo guardammo e non (aveva) sembianza tal che lo pregiassimo (Isaia, 53,2); d’altra parte un canto messianico, in forma di mistico epitalamio, aveva esclamato: Bellissimo tu sei fra i figli d’uomo: soffusa e’ la grazia sulle tue labbra (Salmo 45, 3 ebr.). Indubbiamente testi di questo genere non miravano alle fattezze fisiche del futuro Messia, ma valevano come semplici allegorie, adom­brando il primo i dolori e il secondo i trionfi di lui. Tuttavia non mancarono scrittori cristiani che li presero alla lettera, pretendendo ritrovarvi descrizioni dell’aspetto fisico di Gesù; il quale perciò fu creduto brutto o bello, a seconda della citazione da cui si traeva argomento.

  • 191. I partigiani della bruttezza di Gesù sono in genere più an­tichi; ma di solito, o esplicitamente o implicitamente, essi si riferi­scono al citato passo diIsaia,mostrando con ciò di mirare più al­l’idea del Messia sofferente che alle fattezze fisiche di Gesù, co­sicché non è sempre possibile precisare il loro pensiero. Per S. Giu­stino martire Gesù era deforme; per Clemente Alessandrino era brutto il viso; secondo Tertulliano era privo di beltà: S. Efrem siro lo dice alto tre cubiti, cioè poco più di metri 1,35. Origene, che riporta l’obiezione del pagano Celso (§ 195) secondo cui Gesù era piccolo, sgraziato e senza avvenenza, non sembra dissentire molto su questo punto dal suo avversario; ad ogni inodo egli riporta anche la curiosa opinione di certi cristiani, secon­do cui Gesù a volta a volta appariva brutto agli empi e bello ai giusti, e confessa che tale opinione non gli sembra. Più numerosi, ma più recenti, sono i partigiani della bellezza di Gesù, quali Gregorio di Nissa, Giovanni Crisostomo, Teodoreto, Girolamo, ecc. Anche costoro partono di solito da ragioni non storiche ma ideali, e specialmente dal passo del Salmo citato sopra. Tuttavia fin qui sono affermazioni vaghe, di bruttezza o bellezza generica. Più tardi cominciano le precise descrizioni di Gesù e sem­pre come di uomo specioso.

  • 192. L’anonimo pellegrino di Piacenza che verso l’anno 570 visitò la Palestina, vide in Gerusalemme la pietra sulla quale Gesù stette rittoquando auditus est a Pilato, ubi etiam vestigia illius remanse­runt. Pedem pulchrum, modicum, subtilem, nam et staturam com­munem, faciem pulch ram, capillos subanellatos, manun: formosam, digita longa imago designat, quillo vivente picta est et posita est in ipso pra’etorio(Geyer, itinera Hierosol., pag. 175). Verso l’anno 710 Andrea metropolita di Creta, dopo aver parlato del ritratto di Gesù dipinto secondo la tradizione da Luca, soggiun­ge: Ma anche il giudeo Giuseppe racconta che il Signore e’ stato visto nella stessa maniera: con sopracciglia congiuntecon occhi belli, con viso lungo, alquanto curvodi buona statura come certamente appariva dimorando insieme con gli uomini; similmente (descrive) anche l’aspetto della Madre di Dio, come oggi si vede (dall’immagine) che taluni chiamano anche la Romana (frammento in Migne, Patr. Gr., 97, 1304). Questa descrizione proviene certamente, non già dal giudeo Giuseppe (Flavio), ma da una precedente tradizione bizantina, e sembra anche risentire dell’opposta opinione che credeva alla bruttezza di Gesù (di cui è forse traccia l’aggettivo alquanto curvo, interpretato qui beni­gnamente). Ad ogni modo gli elementi principali di questa descrizio­ne sono ripetuti ancora nella tradizione successiva, che li mescola con altri tratti desunti da fonti ignote o anche dalla fantasia. Il monaco Epifanio verso l’800 a Costantinopoli era in grado di affermare che Gesù era alto circa 6 piedi (circa metri 1,70), con ca­pigliatura bionda, con una leggiera inclinazione del collo in modo che il suo aspetto non era del tutto perpendicolare, col viso non rotondo ma alquanto allungato come quello di sua madre, alla quale del resto egli rassomigliava in tutto. L’altezza di Gesù è invece di soli 3 cubiti (poco più di metri 1,35) secondo la Lettera sinodale dei Vescovi di Oriente dell’anno 839 e secondo il discorso di un anonimo bizantino sull’immagine della Vergine, i quali documenti del resto sostengono la bellezza di Gesù, pur ripeten­do meccanicamente elementi sparsi delle descrizioni già viste.

§ 193. In seguito ancora gli stessi elementi passarono in Occidente, e confluirono fra l’altro anche nella Leggenda aurea di Giacomo da Varazze (Varagine) del secolo XIII. Verso lo stesso tempo fu composta la cosiddetta Lettera di Lentulo, che ebbe gran fortuna in Occidente fra i secoli XIV-XI e si presenta come inviata al Senato romano da un favoloso predecessore di Pilato, di nome Lentulo; in essa è conte­nuta la seguente descrizione, il cui inizio dipende evidentemente dal famoso testimonium flavianum (§ 91), mentre il seguito tradisce re­miniscenze delle descrizioni precedenti: Apparuit temporibus istis et adhuc est homo (si fas est hominem dicere) magna virtutis no­minatus Jesus Christus, qui dicitur a gentibus pro pheta veritatis, quem ejus discipuli vocant filium Dei, suscitans mortuos et sanans (omnes) lan guores, homo quidem statura procerus mediocris et spee­tabilis, vultum habens venerabilem, quem possent intuentes diligere et formidare, capillos habens coloris nucis avellanae praematura’, pla­nos fere usque ad aures, ab auribus (vero) circinnos crispos, aliquan­tulum ceruliores et fulgentiores, ab humeris ventilantes, discrimen habens in medio capitis, juxta morem Nazaraenorum, frontem pia­nam et serenzsstmam, cum facie sine ruga et macula (ali qua), quam rubor (moderatus) venustat: nasi et oris nulla prorsus (est) repre­hensio; barbam habens copiosam capillis concolorem, non longam, sed in mento (medio) parum bifurcatum; aspectum habens simpli­cem et maturum, oculis glaucis variis et claris existentibus; in increpatione terribilis, in admonitione blandiens et amabilis, hilaris servata gravitate; ali quando flevit, sed nunquam risit; in statura cor­poris pro pa gatus et erectus, manus habens et bracizia visu delecta­buia, in colloquio gravis, rarus et modestus, ut merito secundum pro phetam diceretur: “Speciosus inter filios hominum”. Quest’ultima citazione è certo edificante, fatta com’è dal presunto pagano Lentulo; ma è costituita appunto dal Salmo (45, 3 ebr.) che sopra abbiamo citato come principale ispiratore di quella corrente cristiana che ha parteggiato per la bellezza fisica di Gesù. Intanto tutto il Medioevo cristiano era convinto di possedere, in siffatte descrizioni letterarie e nelle relative immagini pittoriche, la vera effigie di Gesù, chiamata anche con termine in parte bizantino la vera icone, che il volgo personificò in Veronica. Qual è colui, che forse di Croazia Viene a veder la Veronica nostra, Che per l’antica lama non si sazia, Ma dice nel pensier fin che si mostra: Signor mio Gesu’ Cristo, Dio verace, Or fu si fatta la sembianza vostra? Dante, Paradiso, XXXI, 103-108. Movesi il vecchierel canuto e bianco Del dolce loco ov’ha sua eta’ fornita E da la famigliola sbigottita Che vede il caro padre venir manco: Indi traendo poi l’an ti quo fianco Per l’estreme giornate di sua vita, Quanto piu’ può col buon voler s’aita Rotto dagli anni e dal cammino stanco. E viene a Roma, seguendo il desio Per mirar la sembianza di colui Che ancor ìà su nel ciel vedere spera… Petrarca, Canzoniere, XVI.

CREDO IN GESU’ CRISTO

CAPITOLO SECONDO – CREDO IN GESU’ CRISTO, IL FIGLIO UNIGENITO DI DIO

La Buona Novella: Dio ha mandato il suo Figlio

422

“Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare coloro che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” ( Gal 4,4-5 ). Ecco la Buona Novella riguardante “Gesù Cristo, Figlio di Dio” ( Mc 1,1 ): Dio ha visitato il suo popolo, [Cf Lc 1,68 ] ha adempiuto le promesse fatte ad Abramo ed alla sua discendenza; [Cf Lc 1,55 ] ed è andato oltre ogni attesa: ha mandato il suo “Figlio prediletto” ( Mc 1,11 ).

423

Noi crediamo e professiamo che Gesù di Nazaret, nato ebreo da una figlia d’Israele, a Betlemme, al tempo del re Erode il Grande e dell’imperatore Cesare Augusto, di mestiere carpentiere, morto crocifisso a Gerusalemme, sotto il procuratore Ponzio Pilato, mentre regnava l’imperatore Tiberio, è il Figlio eterno di Dio fatto uomo, il quale è “venuto da Dio” ( Gv 13,3 ), “disceso dal cielo” ( Gv 3,13; Gv 6,33 ), “venuto nella carne” ( 1Gv 4,2 ); infatti “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità… Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia” ( Gv 1,14; Gv 1,16 ).

424

Mossi dalla grazia dello Spirito Santo e attirati dal Padre, noi, riguardo a Gesù, crediamo e confessiamo: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” ( Mt 16,16 ). Sulla roccia di questa fede, confessata da san Pietro, Cristo ha fondato la sua Chiesa [Cf Mt 16,18; San Leone Magno, Sermones, 4, 3: PL 54, 151; 51, 1: PL 54, 309B; 62, 2: PL 54, 350C-351A; 83, 3: PL 54, 432A].

“Annunziare… le imperscrutabili ricchezze di Cristo

425

La trasmissione della fede cristiana è innanzitutto l’annunzio di Gesù Cristo, allo scopo di condurre alla fede in lui. Fin dall’inizio, i primi discepoli sono stati presi dal desiderio ardente di annunziare Cristo: “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” ( At 4,20 ). Essi invitano gli uomini di tutti i tempi ad entrare nella gioia della loro comunione con Cristo:

Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta ( 1Gv 1,1-4 ).

Al centro della catechesi: Cristo

426

“Al centro della catechesi noi troviamo essenzialmente una persona: quella di Gesù di Nazaret, unigenito del Padre. . . , il quale ha sofferto ed è morto per noi e ora, risorto, vive per sempre con noi. . . Catechizzare. . . è, dunque, svelare nella persona di Cristo l’intero disegno di Dio. . . E’ cercare di comprendere il significato dei gesti e delle parole di Cristo, dei segni da lui operati” [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 5]. Lo scopo della catechesi: “Mettere. . . in comunione. . . con Gesù Cristo: egli solo può condurre all’amore del Padre nello Spirito e può farci partecipare alla vita della Santa Trinità” [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 5].

427

“Nella catechesi è Cristo, Verbo incarnato e Figlio di Dio, che viene insegnato, e tutto il resto lo è in riferimento a lui;… solo Cristo insegna, mentre ogni altro lo fa nella misura in cui è il suo portavoce, consentendo a Cristo di insegnare per bocca sua… Ogni catechista dovrebbe poter applicare a se stesso la misteriosa parola di Gesù: “La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato” ( Gv 7,16 )” [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 5].

428

Colui che è chiamato a “insegnare Cristo”, deve dunque cercare innanzi tutto quel guadagno che è la “sublimità della conoscenza di Cristo”; bisogna accettare di perdere tutto, “al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui”, e di “conoscere lui, la potenza della sua Risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti” ( Fil 3,8-11 ).

429

Da questa amorosa conoscenza di Cristo nasce irresistibile il desiderio di annunziare, di “evangelizzare”, e di condurre altri al “sì” della fede in Gesù Cristo. Nello stesso tempo si fa anche sentire il bisogno di conoscere sempre meglio questa fede. A tal fine, seguendo l’ordine del Simbolo della fede, saranno innanzi tutto presentati i principali titoli di Gesù: Cristo, Figlio di Dio, Signore (articolo 2). Il Simbolo successivamente confessa i principali misteri della vita di Cristo: quelli della sua Incarnazione (articolo 3), quelli della sua Pasqua (articoli 4 e 5), infine quelli della sua glorificazione (articoli 6 e 7).

Articolo 2: “E IN GESU’ CRISTO, SUO UNICO FIGLIO, NOSTRO SIGNORE”

I. Gesù

430

Gesù in ebraico significa: “Dio salva”. Al momento dell’Annunciazione, l’angelo Gabriele dice che il suo nome proprio sarà Gesù, nome che esprime ad un tempo la sua identità e la sua missione [Cf Lc 1,31 ]. Poiché Dio solo può rimettere i peccati, [Cf Mc 2,7 ] è lui che, in Gesù, il suo Figlio eterno fatto uomo, “salverà il suo popolo dai suoi peccati” ( Mt 1,21 ). Così, in Gesù, Dio ricapitola tutta la sua storia di salvezza a vantaggio degli uomini.

431

Nella storia della salvezza, Dio non si è limitato a liberare Israele “dalla condizione servile” ( Dt 5,6 ) facendolo uscire dall’Egitto; lo salva anche dal suo peccato. Poiché il peccato è sempre un’offesa fatta a Dio, [Cf Sal 51,6 ] solo Dio lo può cancellare [Cf Sal 51,11 ]. Per questo Israele, prendendo sempre più coscienza dell’universalità del peccato, non potrà più cercare la salvezza se non nell’invocazione del nome del Dio Redentore [Cf Sal 79,9 ].

432

Il nome di Gesù significa che il Nome stesso di Dio è presente nella persona del Figlio suo [Cf At 5,41; 3Gv 1,7 ] fatto uomo per l’universale e definitiva Redenzione dei peccati. E’ il nome divino che solo reca la salvezza, [Cf Gv 3,18; At 2,21 ] e può ormai essere invocato da tutti perché, mediante l’Incarnazione, egli si è unito a tutti gli uomini [Cf Rm 10,6-13 ] in modo tale che “non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” ( At 4,12 ) [Cf At 9,14; Gc 2,7 ].

433

Il Nome del Dio Salvatore era invocato una sola volta all’anno, per l’espiazione dei peccati d’Israele, dal sommo sacerdote, dopo che questi aveva asperso col sangue del sacrificio il propiziatorio del Santo dei Santi [Cf Lv 16,15-16; Sir 50,20; Eb 9,7 ]. Il Il propiziatorio era il luogo della presenza di Dio [Cf Es 25,22; Lv 16,2; Nm 7,89; Eb 9,5 ]. Quando san Paolo dice di Gesù che “Dio l’ha stabilito a servire come strumento di espiazione… nel suo sangue” ( Rm 3,25 ), intende affermare che nella sua umanità “era Dio a riconciliare a sé il mondo in Cristo” ( 2Cor 5,19 ).

434

La Risurrezione di Gesù glorifica il nome di Dio Salvatore [Cf Gv 12,28 ] perché ormai è il nome di Gesù che manifesta in pienezza la suprema potenza del “Nome che è al di sopra di ogni altro nome” ( Fil 2,9-10 ). Gli spiriti malvagi temono il suo nome [Cf At 16,16-18; At 19,13-16 ] ed è nel suo nome che i discepoli di Gesù compiono miracoli; [Cf Mc 16,17 ] infatti tutto ciò che essi chiedono al Padre nel suo nome, il Padre lo concede [Cf Gv 15,16 ].

435

Il nome di Gesù è al centro della preghiera cristiana. Tutte le orazioni liturgiche terminano con la formula “per Dominum nostrum Jesum Christum… – per il nostro Signore Gesù Cristo…”. L’ “Ave, Maria” culmina in “e benedetto il frutto del tuo seno, Gesù”. La preghiera del cuore, consueta presso gli orientali è chiamata “preghiera di Gesù”, dice: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”. Parecchi cristiani muoiono con la sola parola “Gesù” sulle labbra, come santa Giovanna d’Arco.

II. Cristo

436

Cristo viene dalla traduzione greca del termine ebraico “Messia” che significa “unto”. Non diventa il nome proprio di Gesù se non perché egli compie perfettamente la missione divina da esso significata. Infatti in Israele erano unti nel Nome di Dio coloro che erano a lui consacrati per una mis sione che egli aveva loro affidato. Era il caso dei re, [Cf 1Sam 9,16; 1Sam 10,1; 1Sam 16,1; 1Sam 16,12-13; 436 1Re 1,39 ] dei sacerdoti [Cf Es 29,7; Lv 8,12 ] e, in rari casi, dei profeti [Cf 1Re 19,16 ]. Tale doveva essere per eccellenza il caso del Messia che Dio avrebbe mandato per instaurare definitivamente il suo Regno [Cf Sal 2,2; At 4,26-27 ]. Il Messia doveva essere unto dallo Spirito del Signore, [Cf Is 11,2 ] ad un tempo come re e sacerdote [Cf Zc 4,14; Zc 6,13 ] ma anche come profeta [Cf Is 61,1; Lc 4,16-21 ]. Gesù ha realizzato la speranza messianica di Israele nella sua triplice funzione di sacerdote, profeta e re.

437

L’angelo ha annunziato ai pastori la nascita di Gesù come quella del Messia promesso a Israele: “Oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore che è il Cristo Signore” ( Lc 2,11 ). Fin da principio egli è “colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo” ( Gv 10,36 ), concepito come “santo” ( Lc 1,35 ) nel grembo verginale di Maria. Giuseppe è stato chiamato da Dio a “prendere” con sé “Maria” sua “sposa”, incinta di “quel che è generato in lei. . . dallo Spirito Santo” ( Mt 1,20 ), affinché Gesù, “chiamato Cristo”, nasca dalla sposa di Giuseppe nella discendenza messianica di Davide ( Mt 1,16 ) [Cf Rm 1,3; 2Tm 2,8; Ap 22,16 ].

438

La consacrazione messianica di Gesù rivela la sua missione divina. “E’, d’altronde, ciò che indica il suo stesso nome, perché nel nome di Cristo è sottinteso colui che ha unto, colui che è stato unto e l’unzione stessa di cui è stato unto: colui che ha unto è il Padre, colui che è stato unto è il Figlio, ed è stato unto nello Spirito che è l’unzione” [Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 18, 3]. La sua consacrazione messianica eterna si è rivelata nel tempo della sua vita terrena nel momento in cui fu battezzato da Giovanni, quando Dio lo “consacrò in Spirito Santo e potenza” ( At 10,38 ) “perché egli fosse fatto conoscere a Israele” ( Gv 1,31 ) come suo Messia. Le sue opere e le sue parole lo riveleranno come “il Santo di Dio” ( Mc 1,24; Gv 6,69; At 3,14 ).

439

Numerosi giudei ed anche alcuni pagani che condividevano la loro speranza hanno riconosciuto in Gesù i tratti fondamentali del “figlio di Davide” messianico promesso da Dio a Israele [Cf Mt 2,2; Mt 9,27; Mt 12,23; Mt 15,22; Mt 20,30; 439 Mt 21,9; Mt 2,15 ]. Gesù ha accettato il titolo di Messia cui aveva diritto, [Cf Gv 4,25-26; Gv 11,27 ] ma non senza riserve, perché una parte dei suoi contemporanei lo intendevano secondo una concezione troppo umana, [Cf Mt 22,41-46 ] essenzialmente politica [Cf Gv 6,15; Lc 24,21 ].

440

Gesù ha accettato la professione di fede di Pietro che lo riconosceva quale Messia, annunziando la passione ormai vicina del Figlio dell’uomo [Cf Mt 16,16-23 ]. Egli ha così svelato il contenuto autentico della sua regalità messianica, nell’identità trascendente del Figlio dell’uomo “che è disceso dal cielo” ( Gv 3,13 ), [Cf Gv 6,62; 440 Dn 7,13 ] come pure nella sua missione redentrice quale Servo sofferente: “Il Figlio dell’uomo. . . non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” ( Mt 20,28 ) [Cf Is 53,10-12 ]. Per questo il vero senso della sua regalità si manifesta soltanto dall’alto della croce [Cf Gv 19,19-22; Lc 23,39-43 ]. Solo dopo la Risurrezione, la sua regalità messianica potrà essere proclamata da Pietro davanti al popolo di Dio: “Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!” ( At 2,36 ).

III. Figlio Unigenito di Dio

441

Figlio di Dio, nell’Antico Testamento, è un titolo dato agli angeli, [Cf Dt (LXX) 32, 8; Gb 1,6 ] al popolo dell’elezione, [Cf Es 4,22; Os 11,1; 441 Ger 3,19; Sir 36,11; Sap 18,13 ] ai figli d’Israele [Cf Dt 14,1; Os 2,1 ] e ai loro re [Cf 2Sam 7,14; Sal 82,6 ]. In tali casi ha il significato di una filiazione adottiva che stabilisce tra Dio e la sua creatura relazioni di una particolare intimità. Quando il Re-Messia promesso è detto “figlio di Dio”, [Cf 1Cr 17,13; Sal 2,7 ] ciò non implica necessariamente, secondo il senso letterale di quei testi, che egli sia più che umano. Coloro che hanno designato così Gesù in quanto Messia d’Israele [Cf Mt 27,54 ] forse non hanno inteso dire di più [Cf Lc 23,47 ].

442

Non è la stessa cosa per Pietro quando confessa Gesù come “il Cristo, il Figlio del Dio vivente” ( Mt 16,16 ), perché Gesù risponde con solennità: “Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” ( Mt 16,17 ). Parallelamente Paolo, a proposito della sua conversione sulla strada di Damasco, dirà: “Quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani.. . ” ( Gal 1,15-16 ). “Subito nelle sinagoghe proclamava Gesù Figlio di Dio” ( At 9,20 ). Questo sarà fin dagli inizi [Cf 1Ts 1,10 ] il centro della fede apostolica [Cf Gv 20,31 ] professata prima di tutti da Pietro quale fondamento della Chiesa [Cf Mt 16,18 ].

443

Se Pietro ha potuto riconoscere il carattere trascendente della filiazione divina di Gesù Messia, è perché egli l’ha lasciato chiaramente intendere. Davanti al sinedrio, alla domanda dei suoi accusatori: “Tu dunque sei il Figlio di Dio?”, Gesù ha risposto: “Lo dite voi stessi: io lo sono” ( Lc 22,70 ) [Cf Mt 26,64; Mc 14,61 ]. Già molto prima, egli si era designato come “il Figlio” che conosce il Padre, [Cf Mt 11,27; Mt 21,37-38 ] che è distinto dai “servi” che Dio in precedenza ha mandato al suo popolo, [ Cf Mt 21,34-36 ] superiore agli stessi angeli [ Cf Mt 24,36 ]. Egli ha differenziato la sua filiazione da quella dei suoi discepoli non dicendo mai “Padre nostro” [Cf Mt 5,48; Mt 6,8; Mt 7,21; 443 Lc 11,13 ] tranne che per comandar loro: ” Voi dunque pregate così: Padre nostro” ( Mt 6,9 ); e ha sottolineato tale distinzione: “Padre mio e Padre vostro” ( Gv 20,17 ).

444

I Vangeli riferiscono in due momenti solenni, il Battesimo e la Trasfigurazione di Cristo, la voce del Padre che lo designa come il suo “Figlio prediletto” [Cf Mt 3,17; Mt 17,5 ]. Gesù presenta se stesso come “il Figlio unigenito di Dio” ( Gv 3,16 ) e con tale titolo afferma la sua preesistenza eterna [Cf Gv 10,36 ]. Egli chiede la fede “nel Nome del Figlio unigenito di Dio” ( Gv 3,18 ). Questa confessione cristiana appare già nell’esclamazione del centurione davanti a Gesù in croce: “Veramente quest’uomo era il Figlio di Dio” ( Mc 15,39 ); infatti soltanto nel Mistero pasquale il credente può dare al titolo “Figlio di Dio” il suo pieno significato.

445

Dopo la Risurrezione la sua filiazione divina appare nella potenza della sua umanità glorificata: egli è stato costituito “Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la Risurrezione dai morti” ( Rm 1,4 ) [Cf At 13,33 ]. Gli Apostoli potranno confessare: “Noi vedemmo la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” ( Gv 1,14 ).

IV. Signore

446

Nella traduzione greca dei libri dell’Antico Testamento, il nome ineffabile sotto il quale Dio si è rivelato a Mosè, [Cf Es 3,14 ] YHWH, è reso con “Kyrios” [Signore”]. Da allora Signore diventa il nome più abituale per indicare la stessa divinità del Dio di Israele. Il Nuovo Testamento utilizza in questo senso forte il titolo di “Signore” per il Padre, ma, ed è questa la novità, anche per Gesù riconosciuto così egli stesso come Dio [Cf 1Cor 2,8 ].

447

Gesù stesso attribuisce a sé, in maniera velata, tale titolo allorché discute con i farisei sul senso del Salmo 110, [Cf Mt 22,41-46; cf anche At 2,34-36; Eb 1,13 ] ma anche in modo esplicito rivolgendosi ai suoi Apostoli [Cf Gv 13,13 ]. Durante la sua vita pubblica i suoi gesti di potenza sulla natura, sulle malattie, sui demoni, sulla morte e sul peccato, manifestavano la sua sovranità divina.

448

Molto spesso, nei Vangeli, alcune persone si rivolgono a Gesù chiamandolo “Signore”. Questo titolo esprime il rispetto e la fiducia di coloro che si avvicinano a Gesù e da lui attendono aiuto e guarigione [ Cf Mt 8,2; Mt 14,30; Mt 15,22; e. a]. Pronunciato sotto la mozione dello Spirito Santo, esprime il riconoscimento del Mistero divino di Gesù [Cf Lc 1,43; Lc 2,11 ]. Nell’incontro con Gesù risorto, diventa espressione di adorazione: “Mio Signore e mio Dio!” ( Gv 20,28 ). Assume allora una connotazione d’amore e d’affetto che resterà peculiare della tradizione cristiana: “E’ il Signore!”( Gv 21,7 ).

449

Attribuendo a Gesù il titolo divino di Signore, le prime confessioni di fede della Chiesa affermano, fin dall’inizio, [Cf At 2,34-36 ] che la potenza, l’onore e la gloria dovuti a Dio Padre convengono anche a Gesù, [Cf Rm 9,5; Tt 2,13; Ap 5,13 ] perché egli è di “natura divina” ( Fil 2,6 ) e che il Padre ha manifestato questa signoria di Gesù risuscitandolo dai morti ed esaltandolo nella sua gloria [Cf Rm 10,9; 1Cor 12,3; Fil 2,9-11 ].

450

Fin dall’inizio della storia cristiana, l’affermazione della signoria di Gesù sul mondo e sulla storia [Cf Ap 11,15 ] comporta anche il riconoscimento che l’uomo non deve sottomettere la propria libertà personale, in modo asso luto, ad alcun potere terreno, ma soltanto a Dio Padre e al Signore Gesù Cristo: Cesare non è “il Signore” [Cf Mc 12,17; At 5,29 ]. “La Chiesa crede. . . di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 10; cf 45].

451

La preghiera cristiana è contrassegnata dal titolo “Signore”, sia che si tratti dell’invito alla preghiera: “Il Signore sia con voi”, sia della conclusione della preghiera: “Per il nostro Signore Gesù Cristo”, o anche del grido pieno di fiducia e di speranza: “Maran atha” (Il Signore viene!”), oppure “Marana tha” (Vieni, Signore!”) ( 1Cor 16,22 ), “Amen, vieni, Signore Gesù!” ( Ap 22,20 ).

In sintesi

452

Il Nome “Gesù” significa “Dio che salva”. Il Bambino nato dalla Vergine Maria è chiamato “Gesù” “perché salverà il suo popolo dai suoi peccati” ( Mt 1,21 ): “Non vi è altro Nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” ( At 4,12 ).

453

Il nome “Cristo” significa “Unto”, “Messia”. Gesù è il Cristo perché Dio lo “consacrò in Spirito Santo e potenza” ( At 10,38 ). Egli era colui che doveva venire , [Cf Lc 7,19 ] l’oggetto “della speranza d’Israele” ( At 28,20 ).

454

Il nome “Figlio di Dio” indica la relazione unica ed eterna di Gesù Cristo con Dio suo Padre: egli è il Figlio unigenito del Padre [Cf Gv 1,14; Gv 1,18; 454 Gv 3,16; Gv 1,18 ] e Dio egli stesso [Cf Gv 1,1 ]. Per essere cristiani si deve credere che Gesù Cristo è il Figlio di Dio [Cf At 8,37; 1Gv 2,23 ].

455

Il nome “Signore” indica la sovranità divina. Confessare o invocare Gesù come Signore, è credere nella sua divinità. “Nessuno può dire “Gesù è il Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo” ( 1Cor 12,3 ).

LETTURE DALL’UFFICIO DELLE LETTURE

Versetto
V. Dio ha fatto risorgere Cristo dai morti, alleluia,
R. perché in Dio sia la nostra fede e la speranza, alleluia.

Prima Lettura
Dalla prima lettera di san Giovanni, apostolo 2, 18-29

L’anticristo
Figlioli, questa è l’ultima ora. Come avete udito che deve venire l’anticristo, di fatto ora molti anticristi sono apparsi. Da questo conosciamo che è l’ultima ora. Sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; ma doveva rendersi manifesto che non tutti sono dei nostri. Ora voi avete l’unzione ricevuta dal Santo e tutti avete la scienza. Non vi ho scritto perché non conoscete la verità, ma perché la conoscete e perché nessuna menzogna viene dalla verità. Chi è il menzognero se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L’antiCristo è colui che nega il Padre e il Figlio. Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre.
Quanto a voi, tutto ciò che avete udito da principio rimanga in voi. Se rimane in voi quel che avete udito da principio, anche voi rimarrete nel Figlio e nel Padre. E questa è la promessa che egli ci ha fatto: la vita eterna.
Questo vi ho scritto riguardo a coloro che cercano di traviarvi. E quanto a voi, l’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che alcuno vi ammaestri; ma come la sua unzione vi insegna ogni cosa, è veritiera e non mentisce, così state saldi in lui, come essa vi insegna.
E ora, figlioli, rimanete in lui, perché possiamo aver fiducia quando apparirà e non veniamo svergognati da lui alla sua venuta. Se sapete che egli è giusto, sappiate anche che chiunque opera la giustizia, è nato da lui.

Responsorio   Cfr. 1 Gv 2, 27; Gl 2, 23
R. L’unzione dello Spirito ricevuto da Dio rimanga in voi. Non avete bisogno che altri vi istruiscano: * la sua unzione vi insegna ogni cosa, alleluia.
V. Rallegratevi, gioite nel Signore vostro Dio, perché vi darà un maestro di giustizia:
R. la sua unzione vi insegna ogni cosa, alleluia.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa
(Disc. sull’Ascensione, 24; PL 54, 395-396)

I giorni tra la risurrezione e l’ascensione del Signore
Miei cari, i giorni intercorsi tra la risurrezione del Signore e la sua ascensione, non sono passati inutilmente, ma in essi sono stati confermati grandi misteri e sono state rivelate grandi verità.
Venne eliminato il timore di una morte crudele, e venne annunziata non solo l’immortalità dell’anima, ma anche quella del corpo. Durante quei giorni, in virtù del soffio divino, venne effuso su tutti gli apostoli lo Spirito Santo, e a san Pietro apostolo, dopo la consegna delle chiavi del Regno, venne affidata la cura suprema del gregge del Signore.
In questi giorni il Signore si unisce, come terzo, ai due discepoli lungo il cammino, e per dissipare in noi ogni ombra di incertezza, biasima la fede languida di quei due spaventati e trepidanti. Quei cuori da lui illuminati s’infiammano di fede e, mentre prima erano freddi, diventano ardenti, man mano che il Signore spiega loro le Scritture. Quando egli spezza il pane, anche lo sguardo di quei commensali si apre. Si aprono gli occhi dei due discepoli come quelli dei progenitori. Ma quanto più felicemente gli occhi dei due discepoli dinanzi alla glorificazione della propria natura, manifestata in Cristo, che gli occhi dei progenitori dinanzi alla vergogna della propria prevaricazione!
Perciò, o miei cari, durante tutto questo tempo trascorso tra la risurrezione del Signore e la sua ascensione, la divina Provvidenza questo ha avuto di mira, questo ha comunicato, questo ha voluto insinuare negli occhi e nei cuori dei suoi: la ferma certezza che il Signore Gesù Cristo era veramente risuscitato, come realmente era nato, realmente aveva patito ed era realmente morto.
Perciò i santi apostoli e tutti i discepoli che avevano trepidato per la tragedia della croce ed erano dubbiosi nel credere alla risurrezione, furono talmente rinfrancati dall’evidenza della verità, che, al momento in cui il Signore saliva nell’alto dei cieli, non solo non ne furono affatto rattristati, ma anzi furono ricolmi di grande gioia.
Ed avevano davvero un grande e ineffabile motivo di rallegrarsi. Essi infatti, insieme a quella folla fortunata, contemplavano la natura umana mentre saliva ad una dignità superiore a quella delle creature celesti. Essa oltrepassava le gerarchie angeliche, per essere innalzata al di sopra della sublimità degli arcangeli, senza incontrare a nessun livello per quanto alto, un limite alla sua ascesa. Infine, chiamata a prender posto presso l’eterno Padre, venne associata a lui nel trono della gloria, mentre era unita alla sua natura nella Persona del Figlio.

Responsorio   Gv 14, 2. 3. 16. 18
R. Vado a prepararvi un posto, e ritornerò e vi prenderò con me, * perché siate anche voi dove sono io, alleluia.
V. Pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore, che rimanga con voi per sempre. Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi,
R. perché siate anche voi dove sono io, alleluia.

L’ETERNO MISTERO NASCOSTO

ES  – IT  – PT ]

 

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 15 settembre 1982

1. Abbiamo davanti a noi il testo della lettera agli Efesini 5, 22-33, che già da qualche tempo stiamo analizzando a motivo della sua importanza per il problema del matrimonio e del sacramento. Nell’insieme del suo contenuto, a cominciare dal primo capitolo, la lettera tratta soprattutto del mistero “da secoli” “nascosto in Dio”, come dono eternamente destinato all’uomo. “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, / che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. / In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, / per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, / predestinandoci a essere suoi figli adottivi / per opera di Gesù Cristo, / secondo il beneplacito della sua volontà. / E questo a lode e gloria della sua grazia, / che ci ha dato nel suo Figlio diletto” (Ef 1, 3-6).

2. Finora si parla del mistero nascosto “da secoli” (Ef 3, 9) in Dio. Le frasi successive, introducono il lettore nella fase di attuazione di quel mistero nella storia dell’uomo: il dono, destinato a lui “da secoli” in Cristo, diviene parte reale dell’uomo nello stesso Cristo: “. . . nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, / la remissione dei peccati / secondo la ricchezza della sua grazia. / Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi / con ogni sapienza e intelligenza, / poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, / secondo quanto, nella sua benevolenza, aveva in lui prestabilito / per realizzarlo nella pienezza dei tempi: / il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, / quelle del cielo come quelle della terra” (Ef 1, 7-10).

3. Così l’eterno mistero è passato dallo stato del “nascondimento in Dio” alla fase di rivelazione ed attuazione. Cristo, nel quale l’umanità è stata “da secoli” scelta e benedetta “di ogni benedizione spirituale” del Padre – Cristo, destinato, secondo l’eterno “disegno” di Dio, affinché in lui, come nel Capo “fossero ricapitolate tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra” nella prospettiva escatologica – rivela l’eterno mistero e lo attua tra gli uomini. Perciò l’Autore della lettera agli Efesini, nel seguito della lettera stessa, esorta coloro ai quali è giunta questa rivelazione, e quanti l’hanno accolta nella fede, a modellare la loro vita nello spirito della verità conosciuta. Alla stessa cosa esorta in modo particolare i coniugi cristiani, mariti e mogli.

4. Per la massima parte del contesto, la lettera diviene istruzione, ossia parenesi. L’Autore sembra parlare soprattutto degli aspetti morali della vocazione dei cristiani, tuttavia facendo continuo riferimento al mistero, che già opera in loro in virtù della redenzione di Cristo, e opera con efficacia soprattutto in virtù del battesimo. Scrive infatti: “In lui anche voi, / dopo aver ascoltato la parola della verità, / il Vangelo della vostra salvezza / e avere in esse creduto, / avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo / che era stato promesso” (Ef 1, 13). Così dunque gli aspetti morali della vocazione cristiana rimangono collegati non soltanto con la rivelazione dell’eterno mistero divino in Cristo e con l’accettazione di esso nella fede, ma anche con l’ordine sacramentale, che, pur non ponendosi al primo piano in tutta la lettera, sembra tuttavia esservi presente in modo discreto. Del resto, non può essere diversamente dato che l’Apostolo scrive ai cristiani i quali, mediante il battesimo, erano divenuti membri della comunità ecclesiale. Da questo punto di vista, il brano della lettera agli Efesini 5, 22-33, finora analizzato, sembra avere una importanza particolare. Getta infatti una luce speciale sull’essenziale rapporto del mistero col sacramento e specialmente sulla sacramentalità del matrimonio.

5. Al centro del mistero è Cristo. In lui – proprio in lui – l’umanità è stata eternamente benedetta “con ogni benedizione spirituale”. In lui – in Cristo – l’umanità è stata scelta “prima della creazione del mondo”, scelta “nella carità” e predestinata all’adozione di figli. Quando in seguito, con la “pienezza dei tempi”, questo eterno mistero viene realizzato nel tempo, ciò si attua anche in lui e per lui; in Cristo e per Cristo. Per mezzo di Cristo viene rivelato il mistero dell’Amore divino. Per lui e in lui, esso viene reso compiuto: in lui “abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, / la remissione dei peccati . . .” (Ef 1, 7). In tal modo gli uomini che accettano mediante la fede il dono offerto loro in Cristo, divengono realmente partecipi dell’eterno mistero, sebbene esso operi in loro sotto i veli della fede. Questo soprannaturale conferimento dei frutti della redenzione compiuta da Cristo acquista, secondo la lettera agli Efesini 5, 22-33, il carattere di un darsi sponsale di Cristo stesso alla Chiesa a somiglianza del rapporto sponsale tra il marito e la moglie. Quindi non solo i frutti della redenzione sono dono, ma soprattutto lo è il Cristo: egli dà se stesso alla Chiesa, come a sua sposa.

6. Dobbiamo porre la domanda, se in questo punto tale analogia non ci consenta di penetrare più profondamente e con maggior precisione nel contenuto essenziale del mistero. Dobbiamo porci tale domanda, tanto più che quel “classico” passo della lettera agli Efesini (cf. Ef 5, 22-33) non appare in astratto e isolato, ma costituisce una continuità, in un certo senso un seguito degli enunciati dell’Antico Testamento, i quali presentavano l’amore di Dio-Jahvè verso il popolo-Israele da lui eletto secondo la stessa analogia. Si tratta in primo luogo dei testi dei Profeti che nei loro discorsi hanno introdotto la somiglianza dell’amore sponsale per caratterizzare in modo particolare l’amore che Jahvè nutre verso Israele, l’amore che da parte del popolo eletto non trova comprensione e contraccambio; anzi, incontra infedeltà e tradimento. L’espressione di infedeltà e tradimento fu anzitutto l’idolatria, culto reso agli dèi stranieri.

7. Per dire il vero, nella maggior parte dei casi si trattava di rilevare in modo drammatico proprio quel tradimento e quella infedeltà denominati “adulterio” di Israele; tuttavia, alla base di tutti questi enunciati dei profeti sta l’esplicita convinzione che l’amore di Jahvè verso il popolo eletto può e deve essere paragonato all’amore che unisce lo sposo con la sposa, l’amore che deve unire i coniugi. Converrebbe qui citare numerosi passi dei testi di Isaia, Osea, Ezechiele (alcuni di essi sono stati già riportati in precedenza quando è stato analizzato il concetto di “adulterio” sullo sfondo delle parole pronunciate da Cristo nel discorso della Montagna). Non si può dimenticare che al patrimonio dell’Antico Testamento appartiene anche il “Cantico dei Cantici” in cui l’immagine dell’amore sponsale è stata delineata – è vero – senza l’analogia tipica dei testi profetici, che presentavano in quell’amore l’immagine dell’amore di Jahvè verso Israele, ma anche senza quell’elemento negativo che negli altri testi costituisce il motivo di “adulterio” ossia di infedeltà. Così dunque l’analogia dello sposo e della sposa, che ha consentito all’Autore della lettera agli Efesini di definire il rapporto di Cristo con la Chiesa, possiede una ricca tradizione nei libri dell’Antica Alleanza. Analizzando questa analogia nel “classico” testo della lettera agli Efesini, non possiamo non riportarci a quella tradizione.

8. Per illustrare tale tradizione ci limiteremo per il momento a citare un brano del testo di Isaia. Il profeta dice: “Non temere, perché non dovrai più arrossire; / non vergognarti, perché non sarai più disonorata; / anzi, dimenticherai la vergogna della tua giovinezza / e non ricorderai più il disonore della tua vedovanza. / Poiché tuo sposo è il tuo creatore, / Signore degli eserciti è il suo nome; / tuo redentore è il Santo di Israele, / è chiamato Dio di tutta la terra. / Come una donna abbandonata / e con l’animo afflitto, il Signore ti ha richiamata. / Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù? / Dice il tuo Dio. / Per un breve istante ti ho abbandonata, / ma ti riprenderò con immenso amore. / . . . / non si allontanerebbe da te il mio affetto, / né vacillerebbe la mia alleanza di pace; / dice il Signore che ti usa misericordia” (Is 54, 4-7.10).

Durante il nostro prossimo incontro inizieremo l’analisi del testo citato di Isaia.

GESU’ EDIFICA LA SUA COMUNITA’ – 6

Diocesi di Reggio Emilia
Centro di Spiritualità di Marola (RE)
Esercizi spirituali – Settembre 1990

“Gesù edifica la sua comunità”
Io sono con voi tutti i giorni (Mt 28, 20)

Fonte “Sussidi biblici” n. 34, periodico trimestrale dell’Associazione San Lorenzo Reggio Emilia. Finito di stampare settembre 1991.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Nel settembre 1990 alcune parrocchie di Reggio Emilia hanno partecipato, presso il “Centro di spiritualità” su Marola, ad un corso di esercizi spirituali predicato da don Luciano Monari. Attraverso la lettura dei capitoli sal 16° al 18° del Vangelo di Matteo si è cercato di comprendere come Gesù, con la sua presenza, edifichi ogni giorno la sua comunità.

Omelia Santa Messa

14 Settembre 1990

Mons. Luciano Monari

Letture: (Nm 21, 4-9; Sal77; Fil 2, 6-11; Gv 3, 13-17).

Dice il Libro dei Numeri che il popolo non sopportò il viaggio e mormorò contro Dio e contro Mosè. Credo sia una situazione significativa perché questo è un popolo che è stato liberato. Era in una condizione di servitù in Egitto e il Signore lo ha liberato con braccio forte, con una mano potente. Ha spaccato in due il mare perché il popolo uscisse.

Uno potrebbe pensare che una volta usciti dall’Egitto sia tutto fatto. Invece no! Una volta che sono usciti dall’Egitto incomincia tutto, incomincia il cammino attraverso il deserto, che non è agevole e facile.

È un cammino che si compie in mezzo ai pericoli, alle fatiche e alle tribolazioni quotidiane, tanto che il popolo dice: “Perché ci avete fatto uscire dall’Egitto?”. Ossia, perché ci avete salvati per farci morire in questo deserto?

Sembra che la salvezza non abbia ottenuto un grande effetto. C’è ancora una fatica e una sofferenza da sopportare: “Qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero”. Quindi non è una grande vita quella che ci avete procurato; è invece una vita faticosa e senza molte gratificazioni.

Ma proprio per questo il brano è prezioso, perché non è difficile rispecchiare noi stessi nell’esperienza di questi Ebrei che sono usciti dall’Egitto. Siete cristiani battezzati e salvati. Da questo punto di vista potete andare fieri, perché portate il nome di Dio sulla fronte, appartenete a Dio, siete figli di Dio. Vuole dire che adesso tutto è facile, tutto è sereno, tutto è tranquillo? No, vuole dire che adesso dovete attraversare il deserto, con tutto quello che il deserto comporta. La vita diventa un cammino di salvezza. Non c’è dubbio, la vostra vita è un cammino di salvezza, ma rimane una vita fatta di prove e di tribolazioni, tanto che può venire anche la voglia di mormorare, che vuole dire perdere il gusto di camminare.

Questi Ebrei non hanno più voglia di camminare attraverso il deserto, si lasciano in qualche modo andare e quello che ne viene come conseguenza lo si capisce bene: “Allora il Signore mandò fra loro dei serpenti velenosi i quali mordevano la gente e un gran numero di Israeliti mori”. Questo non è altro che l’effetto del venir meno della voglia di camminare, della voglia di andare verso la Terra Promessa, di vivere come persone salvate.

A questo punto si fa l’esperienza della malattia, della sofferenza e del fallimento, della morte. Non c’è più speranza? Per fortuna, c’è il rimedio alla malattia. Ascoltiamo:

«[7]Allora il popolo venne a Mosè e disse: Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; prega il Signore che allontani da noi questi serpenti (…)» (Nm 21, 7).

C’è quindi un aspetto positivo; non è tantissimo, però è il riconoscimento che hanno peccato, il riconoscimento che se le cose non vanno bene è colpa loro. Non danno più la colpa al Signore che li ha liberati. Dicono: riconosciamo che abbiamo peccato, abbiamo mancato di fede e di fiducia, di obbedienza nei confronti del Signore.

«(…)Mosè pregò per il popolo. [8]Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà resterà in vita. [9]Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, restava in vita» (Nm 21, 7-9)

Quindi un serpente di rame fatto da Mosè, ma messo sopra un’asta. È fatto di materiale terreno questo serpente, però deve essere messo in alto, in modo che sia più facile da guardare. Non solo, ma in modo che gli Ebrei si ricordino che quello è il serpente che il Signore ha donato a Mosè e, attraverso lui, al popolo. Che non pensino che sia un serpente magico, che sia il rame che guarisce, perché ha degli influssi misteriosi. Alzando lo sguardo verso il serpente si ricordino gli Israeliti che questo dono viene dal Signore, che la guarigione viene dal Signore non dal serpente.

Allora il brano è significativo: la fatica del cammino, la morte come effetto del venir meno della fiducia nel Signore, la salvezza, la guarigione come dono di Dio attraverso questo segno del serpente sollevato sopra l’asta. Detto così il brano ci aiuta a capire meglio il Vangelo, dove Gesù parla con Nicodemo:

«[13]Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo» (Gv 3, 13).

Che vuole dire: la salvezza non va dal basso verso l’alto. L’uomo non ha conquistato il cielo e la vita; non è come un gigante che è salito sull’Olimpo, per potere strappare agli dei la scintilla del fuoco e della vita. Questa strada è preclusa: “Nessun uomo è salito fino a Dio, eccetto il Figlio dell’uomo che è disceso da Dio, che è disceso dal cielo”. La via della salvezza è una via di discesa, che parte da Dio e che arriva a salvare l’uomo.

«[14]E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, [15]perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3, 14-15).

E qui ci sono dei misteri grossi da cercare di comprendere: Mosè ha innalzato il serpente nel deserto, così deve essere innalzato il Figlio dell’uomo. Figlio dell’uomo vuol dire che appartiene alla nostra razza, è venuto fuori dalla storia umana. I Vangeli danno la genealogia di Gesù: Egli è veramente figlio di Maria. San Paolo dice:

«(…) è nato da donna, è nato sotto la legge» (Gal 4, 4).

Appartiene a noi, ma, nello stesso tempo, viene da Dio.

Come quel serpente era fatto di rame, ma era soprattutto fatto di volontà di Dio, così il Figlio dell’uomo è fatto di umanità, ma nello stesso tempo è impastato dell’amore di Dio. Bisogna allora che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché lo si riconosca come il segno dell’amore di Dio per noi.

“Innalzato”, vuole dire: innalzato sulla croce, ma, nello stesso tempo, innalzato verso Dio. Bisogna che ritorni al Padre con il dono della propria vita, attraverso la croce, in modo che noi possiamo riconoscere in Lui la ricchezza dell’amore di Dio.

È un amore così grande che si è manifestato nel dono della vita di Gesù.

«[13]Non c’è un amore più grande di chi dona la vita per i propri amici» (Gv 15, 13).

Gesù ha fatto questo. Allora, in quella realtà della croce c’è scritta la serietà dell’amore di Dio per noi, così come si è rivelata in Gesù Cristo e c’è scritta la rivelazione dell’amore e del volto misterioso di Dio.

Se uno d’ora in poi vuole sapere chi è Dio, alzi lo sguardo verso la croce, contempli il crocefisso, Gesù di Nazareth, e in lui potrà vedere i lineamenti del volto di Dio.

Dio è fatto così, e lo spiega san Giovanni:

«[16]Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16).

Gesù, dicevamo, è il dono di Dio agli uomini. Allora devi alzare lo sguardo verso quel dono e devi accoglierlo con tutta la tua fede. Devi dire: credo nell’amore di Dio, perché credo in Gesù Cristo. Nel momento in cui fai questo, apri il tuo cuore e ti lasci amare da Dio, lasciando che l’amore di Dio entri dentro ai tuoi pensieri, alle tue scelte, alle tue azioni. In questo modo ricevi come dono la salvezza. Il dono di Dio è Gesù Cristo e la salvezza di Dio è Gesù Cristo: devi riceverla.

Devi accogliere Gesù Cristo come dono di Dio, senza chiuderti nella tua autosufficienza, senza dire: “non ne ho bisogno”, ma desiderando essere amato e perdonato da Dio.

«[17]Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3, 17).

In realtà, uno potrebbe pensare che la rivelazione dell’amore di Dio è un giudizio del mondo. Ed è anche vero. Da quando Gesù Cristo è venuto in mezzo agli uomini, noi abbiamo coscienza del nostro peccato in modo molto più chiaro, molto più evidente, perché abbiamo visto in Gesù Cristo la ricchezza dell’amore di Dio. Diventa immediato capire la profondità del nostro egoismo.

Finché ci confrontiamo gli uni con gli altri non ci sentiamo così tanto peccatori, perché siamo fatti più o meno della stessa stoffa. Quando ci confrontiamo con l’amore di Dio, che si è incarnato in uno che ha dato la vita per gli amici, ci sentiamo giudicati e costretti a riconoscere che siamo egoisti, diversi da Dio perché siamo diversi da Gesù Cristo.

Ma, dice il Vangelo, Dio ci ha rivelato il suo amore per salvarci.

È vero che la rivelazione dell’amore di Dio ci dà una consapevolezza più pungente e aspra del nostro peccato, ma questo non fa male. Il Signore ci salva proprio rendendoci consapevoli del nostro egoismo, e così ci rende consapevoli del fatto che siamo dei malati dal punto di vista spirituale. Ma questo è solo l’anticipo della guarigione che il Signore vuole operare dentro di noi.

Mettiamoci allora davanti al Signore in questo atteggiamento: guardiamolo, cerchiamo di alzare lo sguardo verso il Figlio dell’uomo innalzato sulla croce per ritrovare sul crocefisso la rivelazione dell’amore di Dio e per ricevere da questa rivelazione la possibilità di essere salvati, lasciandoci amare, perdonare e guarire dal Signore.

* Testo trascritto da registrazione audio, senza revisione dell’autore.

GESU’ EDIFICA LA SUA COMUNITA’ – 5

Diocesi di Reggio Emilia
Centro di Spiritualità di Marola (RE)
Esercizi spirituali – Settembre 1990

«Gesù edifica la sua comunità»
Io sono con voi tutti i giorni (Mt 28, 20)

15 Settembre 1990

Fonte «Sussidi biblici» n. 34, periodico trimestrale dell’Associazione San Lorenzo Reggio Emilia. Finito di stampare settembre 1991.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Nel settembre 1990 alcune parrocchie di Reggio Emilia hanno partecipato, presso il «Centro di spiritualità» su Marola, ad un corso di esercizi spirituali predicato da don Luciano Monari. Attraverso la lettura dei capitoli sal 16° al 18° del Vangelo di Matteo si è cercato di comprendere come Gesù, con la sua presenza, edifichi ogni giorno la sua comunità.

Terza Meditazione

Per essere grandi davanti a Dio: la legge della comunità cristiana.

«[1]In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli? [2]Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: [3] In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. [4]Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18, 1-4).

Questi quattro versetti sono la legge base. La domanda è: “chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?” Cioè nel regno di Dio.

Si suppone, chiaramente, che esso abbia dei valori diversi dai regni del mondo, dove chi sia il più grande nel mondo riusciamo abbastanza facilmente a capirlo, seguendo le logiche di potere, di ricchezza, di riuscita, di successo tipiche del mondo e i grandi sono esattamente quelli che realizzano la vita secondo queste logiche.

Ma se il Regno è davvero di Dio, la sua logica sarà, chiaramente, diversa. E allora è bene capire quale sia la grandezza vera, cosa è che conti, cosa sia prezioso in esso. Gesù risponde facendo prima un’azione simbolica, e poi dando la risposta vera e propria. L’azione simbolica è di prendere un bambino e metterlo in mezzo.

Le azioni simboliche sono azioni che usavano i profeti per dare alle loro parole un’efficacia più grande. Generalmente era un’azione strana, che maggiormente aiutava a comprendere qualche cosa di sorprendente. Gesù dunque prende un bambino e lo mette in mezzo. Il bambino viene scelto non perché sia il simbolo dell’innocenza, della bontà, ma perché dal punto di vista sociale non è rilevante.

La spiegazione viene data con le parole: «[4]Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18, 4).

Vuole dire che i criteri umani e mondani di valutazione vengono capovolti; quello che dal punto di vista mondano è grande non sembra che conti molto nel Regno dei cieli. Dio non si lascia comperare né dalle ricchezze, né dalla cultura degli uomini o dal loro potere; quindi, le grandezze umane non contano, e quello invece che appare piccolo agli occhi degli uomini, non preclude la salvezza di Dio.

Dio non è così debole da non essere capace di dare valore a ciò che ne ha poco, ma ha deciso di dare valore esattamente a quello che è piccolo, per cui abbassarsi può diventare addirittura una finalità, uno scopo.

Si capovolge l’idea di carriera: se carriera vuole dire salire dei gradini, qui viene proposta una carriera alla rovescia, che comporta il discendere dei gradini, diventare piccolo come un bambino: È importante notare che Gesù dice di “diventare bambino”.

Rimanere bambini è infantilismo, diventare bambini è una scelta che una persona adulta è in grado di compere liberamente e che corrisponde a tutta una lunga spiritualità dell’Antico Testamento. Uno dei temi dell’Antico Testamento è la presentazione di Dio come il difensore dei poveri, dei deboli, dell’orfano, dello straniero, della vedova, che sono categorie sociali. Dio si impegna a loro favore.

Nei Salmi, ad esempio, si propone la povertà come scelta per diventare clienti di Dio. Il cliente era quel povero che la mattina andava alla porta del ricco per avere il sufficiente da mangiare per la giornata. L’uomo di fede è il cliente di Dio: tutte le mattine quando si alza, va a bussare alla porta del Signore, chiedendogli la forza di vivere, di sperare, di amare.

Questa è una «povertà in spirito»; è un atteggiamento che colloca una persona nella posizione giusta, davanti a Dio, per cui: «se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18, 3).

Dicevo prima che questi versetti vano presi come la legge di fondo, perché vogliono dire che i valori che contano nel regno di Dio sono esattamente l’opposto di quelli che contano nei regni mondani, ed è dunque, necessario capovolgere la propria mentalità e la direzione della propria vita. Ma come si fa a diventare piccolo come un bambino? Devo pensare male di me stesso? Devo avvilire i miei pensieri o i miei desideri.?

Il versetto seguente dice:

«[5]E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me» (Mt 18, 5).

Dal punto di vista letterario, è probabile che i primi quattro versetti provengano da contesti storici originari diversi, ma questo non interessa direttamente il nostro tema. Matteo li ha messi insieme e ciò vuol dire clic questo versetto 5 per lui è la spiegazione di quanto detto prima: se vuoi diventare come bambino, incomincia accogliendo i bambini, accogliendo cioè quelli che, umanamente, valgono poco, e che non hanno possibilità di affermare se stessi.

Spiega un commentatore: Matteo non combatte l’ambizione religiosa con un ideale di umiltà statica, ma dinamica. Diventare come un bambino significa agire, accogliere i bambini.

L’umiltà non è un fatto puramente mentale, ma un modo di vivere e di trattare le persone. Si è umili se di fronte agli altri si è capaci di dare loro valore, se non si è egocentrici, ma si è capaci di valorizzarli con il proprio servizio e con la propria accoglienza. Diventare piccoli vuole dire, in concreto, anche accogliere i piccoli. Dirà Gesù:

«[40] (…) ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» ( Mt 25, 40).

Il discorso dell’accoglienza è un discorso che ritorna frequentemente nel Nuovo Testamento, come un tema di fondo: siccome Dio ha accolto noi in Gesù Cristo, noi dobbiamo accoglierci gli uni gli altri.

Accogliere una persona vuole dire in concreto considerarla effettivamente tanto preziosa, da essere degna del nostro servizio. È in questo modo che ci rendiamo piccoli.

Potreste rileggere, oltre al brano del giudizio finale che abbiamo citato, il capitalo 15° della Lettera ai Romani, che, nei primi versetti, dice:

«[1]Noi che siamo i forti abbiamo il dovere di sopportare l’infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi» (Rm 15, 1).

Paolo si sta qui rivolgendo a una comunità cristiana in cui ci sono persone che hanno una coscienza matura e che hanno imparato che i cibi contano poco dal punto di vista religioso; che essere carnivori o vegetariani, potrà essere una cosa importante dal punto di vista della dieta alimentare, ma priva di valore di fronte a Dio. Non è certamente da questo che dipende il regno di Dio, che non è fatto di cibo e di bevanda. Nella comunità cristiana, però, ci sono di quelli che, invece, hanno una coscienza delicata e un tantino scrupolosa, per cui ritengono di dover essere vegetariani, di dover rifiutare certi cibi o cose del genere.

Paolo fa un lungo discorso per dire che bisogna cercare di avere la scienza, ma avendo come criterio assoluto la carità, perché, ricorderete, la scienza gonfia mentre la carità edifica (cfr. Rm 14). Allora se noi siamo i forti perché abbiamo studiato teologia e sappiamo tante cose, possiamo vivere disprezzando e non tenendo conto degli altri che hanno ancora una scienza delicata?

Nessuno di noi deve usare la sua scienza o le sue capacità per compiacere se stesso, per affermare se stesso contro gli altri, ma «[2]Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo» (Rm 15, 2), cioè cerchi di essere attento all’altro e a ciò di cui l’altro ha bisogno, perché ciò sia il criterio delle nostre scelte, e non semplicemente i nostri diritti, considerati come assoluti.

Dice Paolo: «[3]Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma come sta scritto: gli insulti di coloro che ti insultano sono caduti sopra di me» (Rm 15, 3).

La Redenzione è possibile solo nel momento in cui Cristo bada al nostro bene, a quello di cui noi abbiamo bisogno. Se questo è il fondamento della redenzione, questo diventa il criterio di base della vita cristiana.

Ritornando al Vangelo di Matteo, vediamo che i tre brani si susseguono con un legame non fortissimo, ma con quelle che gli esegeti chiamano parole gancio, parole cioè che servono a collegare. In realtà, però, i discorsi sono da mettere uno accanto all’altro, in quanto non c’è un legame strettamente logico.

Quindi:

«[5]E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me. [6]Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare. [7]Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!» (Mt 18, 5-7).

Bisogna allora accogliere i piccoli e bisogna non dare loro scandalo. Per capire cosa voglia dire esattamente, bisogna ricordare che “scandalo” letteralmente è un inciampo. Vuole dire un sasso che è piazzato in mezzo al sentiero per cui, mentre uno cammina o corre, ci si sbatte contro cascando. Da questo punto di vista, lo scandalo è un comportamento che impedisce all’altro il cammino di fede, che gli ruba la fede.

Ci sono nella comunità cristiana delle querce, che non si piegano per il tirare del vento, perché sono robuste e forti, ma ci sono anche degli alberelli un tantino fragili, che possono subire di più la violenza delle intemperie. Bisogna stare attenti a non dare scandalo a chi ha una fede anche povera, limitata o fragile, perché portare via la fede, per Gesù, è un peccato grave, in quanto è come portargli via la vita, quello che gli permette di vivere, di sperare, che mantiene il suo rapporto di comunione con Dio.

Ma quali sono, poi, i comportamenti che scandalizzano, che possono impedire la fede? Il Vangelo qui non li dice. Ne potremmo trovare qualcuno, come esempio, nel capitolo 23° del Vangelo di Matteo dove il riferimento è agli scribi e ai farisei, alle persone religiose, cioè, che possono dare scandalo, diventare un inciampo grave alla fede.

«[2]Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. [3]Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. [4]Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. [5]Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattéri e allungano le frange; [6]amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe [7]e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare «rabbì’’ dalla gente. [8]Ma voi non fatevi chiamare «rabbì’’, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli» (Mt 23, 2-8).

Gesù presenta una serie di atteggiamenti religiosi ambigui, che, proprio perché tali, rischiano di rubare la fede ad altri, comportamenti che direbbe san Paolo fanno bestemmiare il nome di Dio (cfr. Rm 2, 24), o, direbbe san Giacomo, fanno bestemmiare il bel nome che è stato invocato sopra di voi (cfr. Gc 2, 7).

Siamo cristiani ma ci sono dei comportamenti che danno scandalo proprio perché fanno bestemmiare Gesù Cristo, e, da questo punto di vista, proprio perché portiamo il nome del Signore, dobbiamo tentare di avere almeno un tentativo di coerenza, altrimenti la nostra vita diventa un inciampo, un impedimento alla fede.

«[8]Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno. [9]E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco» (Mt 18, 8-9).

L’argomento è ancora mutato: prima ci è stato insegnato a non dare scandalo, a far sì che il nostro comportamento non diventi una predica contro il Vangelo, non impedisca l’adesione di fede a Gesù Cristo; adesso ci viene detto di stare attenti a non lasciarci scandalizzale, per nessun motivo, a non lasciarci impedire nel cammino della fede, per la quale dobbiamo essere disposti a sacrificare molto; anzi a sacrificare tutto. Naturalmente, mano, piede e occhio sono delle immagini, ma per la fede dobbiamo essere disposti a sacrificare qualunque cosa, fosse anche quella cosa a cui siamo così attaccati, come la mano o il piede, che proprio per questo vengono presi come esempio.

Dobbiamo saper valutare la fede più di ogni altra ricchezza come insegnano le parabole di Mt 13°:

«[44]Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo. [45]Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; [46]trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra» (Mt 13, 44-46).

La fede nel regno di Dio ha un valore assoluto, può dare l’energia, la forza necessaria per resistere. Anche quando il resto viene meno, è in grado di dare significato e valore alla vita.

Il capovolgimento nel modo di sentire e di pensare, che consiste nel diventare come bambini, viene dalla fede, da questo modo nuovo di vedere le cose, secondo l’ottica del Signore. Proprio per questo la fede è i muri portanti della casa, quelli che tengono in piedi ogni cosa e dai quali dipende la solidità dell’edificio della vita.

«[10]Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. [11]È venuto infatti il Figlio dell’uomo a salvare ciò che era perduto. [12]Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? [13]Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. [14]Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli» (Mt 18, 10-14).

Come vedete ho legato il versetto 10 con la famosa parabola della «pecora smarrita», ma che Matteo colloca in un contesto diverso, rispetto a Luca. Nel capitolo 15° del Vangelo di Luca la parabola della pecora smarrita è messa insieme a quella della dramma smarrita e a quella del figliol prodigo, volendo essere risposta alle critiche che scribi e farisei stanno facendo a Gesù perché accoglie i peccatori. Gesù, per spiegare il suo comportamento, racconta le parabole della pecora smarrita, della dramma e del figliol prodigo, volendo con ciò dire che non solo non devono criticare, ma devono fare festa se va con i pubblicani e i peccatori, perché dona la grazia e il perdono di Dio.

«[32]Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15, 32).

Così finisce la parabola del «figliol prodigo», perché:

«[7]Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Lc 15, 7).

Dio gioisce per il peccatore che si converte, è l’ottica di Luca. Matteo, invece, ha messo questa parabola nel discorso ecclesiastico, che insegna ai membri della comunità cristiana come ci si comporta al suo interno. È quindi un’esortazione ai membri della comunità, e, in particolare, ai suoi capi: e che dice allora:

«[10]Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18, 10).

E vuole dire che se c’è anche un solo piccolo, non possiamo andare avanti per la nostra strada senza dover fare i conti con la sua presenza, bisogna guardarsi dal disprezzarlo, perché è vero che sono piccoli m a i loro angeli, i loro custodi stanno sempre davanti al trono di Dio e, quindi, le loro lamentele arrivano fino al trono di Dio.

Per un pastore è chiaro che, se uno si pone il problema dal punto di vista venale, non c’è dubbio che novantanove pecore valgono di più, esattamente novantanove volte una pecora.

Eppure, stranamente, c’è un caso in cui il pastore, invece di preoccuparsi per le novantanove, si preoccupa proprio della centesima, proprio di quella lì, che, smarritasi, diventa così importante e preziosa, che il pastore lascia le altre novantanove e va a cercarla. Nel testo greco c’è differenza fra “smarrirsi” e “perdersi”. Questa è una pecora che si è smarrita, ma non si è ancora perduta. Si è smarrita perché è andata lontano dal gregge, ma non è perduta perché non è ancora finita dentro le fauci di un lupo. Finché è in pericolo bisogna andarla a prendere, riportarla all’ovile.

Se uno perde l’orologio non si consola dicendo ho la macchina che vale di più, si mette a cercare l’orologio e prova a ripercorrere i luoghi in cui è passato per vedere se lo ritrova, perché gli interessa, è suo e gli dispiace perderlo. Altrettanto fa il Signore. Egli si considera quel pastore a cui appartengono le pecore e nonni rassegna a perderle. Se c’è qualcuna che si smarrisce, non l’abbandona ma vuole che venga cercata.

Il vostro Padre celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli, perché per lui è prezioso, sta a cuore, interessa. L’esortazione, rivolta ai capi della comunità è di non lasciare che qualche cosa si perda per causa vostra, per distrazione, per non sufficiente zelo. Bisogna che quello che è l’interesse di Dio, per ciò che gli appartiene, diventi anche il vostro impegno, il vostro interesse. Questo corrisponde da una parte al comportamento di Gesù, che è venuto esattamente per cercare quello che era perduto, per guarire quello che era ammalato.

Corrisponde, ancora, a quell’immagine del buon pastore che viene data nel capitolo 34° di Ezechiele, dove, ai pastori che invece di pascolare il gregge badano ai propri interessi, Dio contrappone il proprio comportamento:

«[15]Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. [16]Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia» (Ez 34, 15-16).

Il bello è che questa cura pastorale di Dio non è una cura di massa, ma una cura che si rivolge a ciascuno secondo le necessità e a ciascuno dà quel comportamento premuroso che serve per la sua crescita e per la sua maturazione.

Vediamo quali sono le conseguenze di questo atteggiamento in un testo importante e famoso, forse non facilissimo:

«[15]Se il tuo fratello commette una colpa, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; [16]se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. [17]Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. [18]In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo» (Mt 18, 15-18).

È una regola comunitaria, preziosa e importante da capire “Se il tuo fratello commette una colpa”: notate che si tratta, in questo caso, non di una colpa personale, di un’offesa fatta a me, ma di una colpa che riguarda la comunità. Una colpa pubblica e grave che rischia di lacerare il tessuto della comunità è qualche cosa di più grave di un comportamento sbagliato, qualche cosa che minaccia di fare perdere alla comunità cristiana la sua identità.

Qualche cosa del genere c’è nella Prima lettera ai Corinzi (cap. 5°) quando Paolo parla del caso di un incesto a Corinto, un caso pubblico che Paolo ritiene incompatibile con la vita della comunità cristiana.

Se il tuo fratello commette una colpa puoi forse dire: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Cfr Gen 4, 96). Non puoi rinunciare a una tua responsabilità: «Se il tuo fratello commette una colpa và e ammoniscilo fra te e lui solo».

Il verbo ammonire vuole dire convincere una persona della propria colpa, mettergli davanti il proprio peccato, perché si converta; convincerlo nel senso di spingerlo ad una lucidità sulla sua condizione, su quello che sta vivendo, su quello che sta facendo. Quindi: «[15]và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello».

Se ti ascolterà avrai compiuto il gesto di carità più bello che si possa immaginare, perché guadagnare il fratello è esattamente un’opera di amore, e da esso deve nascere. «Convincere», qui, non è inteso nel senso del criticare, del fare vergognare una persona, ma è, invece, quel desiderio di cui parlavamo prima, quello del pastore che vuole il bene di quello che gli appartiene e che cerca la sua vita, la sua gioia.

Quindi: ammoniscilo, và e arca il suo bene aiutandolo a rendersi conto della situazione grave e rischiosa in cui si trova.

San Giacomo termina la sua Lettera proprio su questa nota:

«[19]Fratelli miei, se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce, [20]costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore, salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati» (Gc 5, 19-20).

Se ricordate, è la carità che copre una moltitudine di peccati. Secondo l’Antico e il Nuovo Testamento, questo è esattamente un gesto di carità.

«[16]se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni».

Bisogna tentare ancora e cenare di dare alle parole una forza di convinzione maggiore. Ci vuole più arroganza nel rifiutare la correzione quando viene da due o tre persone riunite insieme per amore e con lo scopo di riuscire a fare ritrovare a una persona il rapporto integro con la comunità.

È una persona che si sta gravemente allontanando dalla comunità e dal Vangelo, il che vuole dire allontanarsi dall’Eucaristia, da tutta quella ricchezza di grazia e di amore, che è necessaria per vivere secondo il Vangelo. Corre dei rischi gravi.

Se poi non ascolterà neppure costoro, i due o tre, dillo all’assemblea, alla Chiesa. Chiaramente qui la Chiesa è la comunità concreta, che si suppone essere un insieme di persone che si conoscono, una comunità dove i rapporti sono fondamentalmente interpersonali.

Perciò la comunità, la Chiesa, è presentata come se fosse una persona. Non è chiaro cosa Matteo indichi con «assemblea», ma, in ogni modo, è l’assemblea come tale che si esprime davanti a questa persona che sbaglia, che si sta allontanando, con l’invito lla conversione, alla piena comunione con la comunità stessa.

“E se non ascolterà neppure l’assemblea…” allora se il tuo fratello commette una colpa puoi disinteressartene?

No. Lo vai a cercare; se non ci riesci, prendi degli altri; riprovate in due o tre; se non ci riuscite prendi degli altri; che provi tutta la comunità.

Notate come è organizzato il brano: in un crescendo, perché l’idea è che bisogna fare tutto quello che è possibile, tutto quello che è nelle nostre mani per potere ottenere che una persona non si stacchi dalla comunità, non abbandoni la comunione con la Chiesa, con il Vangelo e con il Signore. Bisogna fare tutto quello che è possibile e solo quando tutte le possibilità sono state rifiutate “sia per te come un pagano e un pubblicano”, che non vuole nemmeno dire scomunicarlo, ma prendere atto del fatto che si è allontanato dalla comunità, che rifiuta la comunione con la comunità e che bisogna trattarlo come un pagano e un pubblicano.

Ai pagani e ai pubblicani viene annunciato il Vangelo, cominciando da capo l’Evangelizzazione. Non appartengono alla comunità e, quindi, a loro bisogna annunciare quella salvezza che Dio ha comunicato a tutti gli uomini. Una persona che è fuori, bisogna trattarla come tale; quindi, gli annunci il Vangelo, ed egli ricomincerà il cammino da capo.

È indispensabile che sia fuori perché la comunità ha una sua integrità e non la si può spaccare con dei comportamenti gravemente lesivi dell’identità cristiana. Ciò, però, non vuole dire che lo si maledica ma al contrario che si prende atto della sua non appartenenza alla comunità e che si rende necessario cominciare il discorso dell’Evangelizzazione, come ai pagani e ai pubblicani.

Per quello che si legge nel Vangelo non sembra che Gesù abbia molto disprezzato i pagani e i pubblicani; al contrario, li è andati a cercare – ritenendoli bisognosi della grazia e del perdono di Dio – per far loro ricominciare un cammino di salvezza.

Il motivo per cui la comunità cristiana deve essere così cauta nel prendere dei provvedimenti e nel valutare un comportamento, è che le sue decisioni sono decisioni gravi, perché coinvolgono Dio stesso, perché

«tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo» (Mt 18, 18).

Che, tradotto, vuole dire: stai bene attento a legare e a sciogliere. Agisci con molta discrezione, con molta attenzione, con un senso di responsabilità grande, consapevole di quello che costa e significa una decisione che la comunità cristiana prende e che riguarda il rapporto con Dio.

* Testo trascritto da registrazione audio, senza revisione dell’autore.