DURATA DELLA VITA PUBBLICA DI GESU’

  • 177. Il battesimo di Gesù, che si può praticamente considerare come l’inizio della sua operosità pubblica, di quanto tempo prece­dette la sua morte? In altre parole, quanto durò la predicazione di Gesù? In questa ricerca la guida migliore e in sostanza unica è Giovanni, per le ragioni che già sappiamo (§ 163). Ora il suo vangelo, letto senza arbitrarie correzioni nel testo (troppo spesso praticatevi), men­ziona distintamente tre Pasque ebraiche: la prima al principio della vita pubblica di Gesù, subito dopo il miracolo delle nozze di Cana(Giov.,2, 13); la seconda circa al mezzo della vita pubblica (Giov., 6, 4); la terza in occasione della sua morte (Giov., 11, 55; 12, 1; ecc.). Oltre a queste tre Pasque, Giovanni menziona altre feste ebrai­che: dopo la seconda Pasqua menziona la Scenopegia, ossia i Ta­bernacoli (Giov., 7, 2), le Encenie (Giov., 10, 22), che sarebbero cadute fra la seconda e la terza delle Pasque. Limitandosi perciò a queste indicazioni, bisognerebbe concludere che la vita pubblica di Gesù durò i due anni compresi fra le tre Pasque, e in più quei mesi che trascorsero fra il battesimo di Gesù e la prima di queste tre Pasque. Ma anche qui sorge un motivo di dubbio. Lo stesso Giovanni (5, 1) interpone fra le menzioni della prima e della seconda Pasqua una notizia che suona letteralmente cosi: Dopo queste cose era festa dei Giudei, e sali Gesu’ a Gerusalemme. Qual è questa imprecisata fe­sta? Alcuni autorevoli codici greci, aggiungendo l’articolo, leggono era la festa dei Giudei; ma gli altri codici in gran maggioranza e quasi tutte le edizioni critiche moderne leggono senza articolo, e questa sembra ben essere la lezione giusta. Ad cgni modosi legga come si voglia, è gratuito supporre che una la festa giudaica fosse ai tempi di Gesù soltanto da Pasqua; con la stessa vaga designazio­ne si poteva alludere anche alla Pentecoste o ai Tabernacoli (§ 76), ch’erano “feste di pellegrinaggio” (§74), oppure a quella delle En­cenie ch’era molto solenne e frequentata, o anche ad altre (§ 77). Inoltre si è supposto, già nei tempi antichi, che gli avvenimenti nar­rati da Giovanni in quel capitolo (cap. 5) siano da posporsi crono­logicamente a quelli narrati nel capitolo seguente (cap. 6); in tal caso l’innominata festa (di 5, 1) potrebbe essere appunto la secon­da Pasqua menzionata (6, 4) o più probabilmente la Pentecoste successiva. Questa posposizione ha in proprio favore ragioni gravi (ad esempio, il richiamo di 7, 21-23, ai fatti di 5, 8-16, come ad avvenimenti recenti), tuttavia non è assolutamente necessaria: ad ogni modo la questione cronologica ne rimane indipendente. Dal vangelo di Giovanni, dunque, non risulta che durante la vita pubblica di Gesù siano state celebrate più di tre Pasque.

§ 178. Dai Sinottici non si ricava in proposito un quadro crono­logico, come già sappiamo: tuttavia qualche vaga conferma indi­retta alla cronologia di Giovanni vi si può ritrovare. Nella para­bola del fico sterile, pronunciata da Gesù verso il termine della sua vita pubblica, egli dice: Ecco già tre anni, dacché vengo a cercar frutto… e non trovo (Luca, 13, 7). Questa durata di tempo è forse un’allusione alla durata della vita pubblica di Gesù, che fino allora aveva cercato invano frutti da un simbolico albero sterile: se l’allusione è veramente spinta fino alla coincidenza numerica, abbiamo la conferma del terzo anno in corso di vita pubblica, che già cono­sciamo da Giovanni. Un’altra indiretta conferma si ha in Marco, 6, 39, il quale dice che al tempo della prima moltiplicazione dei pani la folla si sdraiò sull’erba verde. Era dunque la primavera palestinese, forse in mar­zo, poco prima della Pasqua: ciò appunto dice esplicitamente Gio­vanni (6, 4), menzionando nella stessa occasione la seconda Pasqua della vita pubblica. L’episodio delle spighe divelte in sabbato (Matteo, 12, 1-8; Marco, 2, 23-28; Luca, 6, 1-5) suppone una messe ben matura, e perciò un periodo immediatamente successivo alla Pasqua: dunque era una delle due prime Pasque di Giovanni (la terza non può venire in questione), senza che si abbia alcun diritto a supporne una diversa da quelle due. Seguendo poi la serie cronologica offerta da Marco e Luca, si viene a concludere che questa ignota Pasqua testé tra­scorsa era appunto la prima Pasqua di Giovanni (§ 308). L’ap­pellativo di secondo-primo dato a quel sabbato in Luca, 6, 1, non ha alcuna probabilità di essere autentico, e ad ogni modo non si sa assolutamente che cosa significhi, nonostante le mol­te elucubrazioni fattevi sopra.

LETTURE DALL’UFFICIO DELLE LETTURE

Versetto
V. E’ rifiorita la mia carne, alleluia:
R. nel mio spirito rendo grazie a Dio, alleluia.

Prima Lettura
Dalla prima lettera di san Giovanni, apostolo 1, 1-10

Gesù, Verbo di vita e luce di Dio
Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta.
Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato.
Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa. Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi.

Responsorio   Cfr. 1 Gv 1, 2; 5, 20
R. La vita si è fatta visibile; noi l’abbiamo veduta e rendiamo testimonianza. Vi annunziamo la vita eterna, * che era presso il Padre e si è resa visibile a noi, alleluia.
V. Sappiamo che il Figlio di Dio è venuto: egli è il vero Dio e la vita eterna.
R. che era presso il Padre e si è resa visibile a noi, alleluia.

Seconda Lettura
Dal «Commento sulla seconda lettera ai Corinzi» di san Cirillo di Alessandria, vescovo     (Cap. 5, 5 – 6; PG 74, 942-943)

Dio ci ha riconciliati per mezzo di Cristo
e ci ha affidato il ministero della riconciliazione
Chi ha il pegno dello Spirito e possiede la speranza della risurrezione, tiene come già presente ciò che aspetta e quindi può dire con ragione di non conoscere alcuno secondo la carne, di sentirsi, cioè, fin d`ora partecipe della condizione del Cristo glorioso. Ciò vale per tutti noi che siamo spirituali ed estranei alla corruzione della carne. Infatti, brillando a noi l’Unigenito, siamo trasformati nel Verbo stesso che tutto vivifica. Quando regnava il peccato eravamo tutti vincolati dalle catene della morte. Ora che è subentrata al peccato la giustizia di Cristo, ci siamo liberati dall’antico stato di decadenza.
Quando diciamo che nessuno è più nella carne intendiamo riferirci a quella condizione connaturale alla creatura umana che comprende, fra l’altro, la particolare caducità propria dei corpi. Vi fa cenno san Paolo quando dice: «Infatti anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così» (2 Cor 5, 16). In altre parole: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14), e per la vita di noi tutti accettò la morte del corpo. La nostra fede prima ce lo fa conoscere morto, poi però non più morto, ma vivo; vivo con il corpo risuscitato al terzo giorno; vivo presso il Padre ormai in una condizione superiore a quella connaturale ai corpi che vivono sulla terra. Morto infatti una volta sola non muore più, la morte non ha più alcun potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio (cfr. Rm 6, 8-9).
Pertanto se si trova in questo stato colui che si fece per noi antesignano di vita, è assolutamente necessario che anche noi, calcando le sue orme, ci riteniamo vivi della sua stessa vita, superiore alla vita naturale della persona umana. Perciò molto giustamente san Paolo scrive: «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le vecchie cose sono passate, ecco ne sono nate di nuove!» (2 Cor 5, 17). Fummo infatti giustificati in Cristo per mezzo della fede, e la forza della maledizione è venuta meno. Poiché egli è risuscitato per noi, dopo essersi messo sotto i piedi la potenza della morte, noi conosciamo il vero Dio nella sua stessa natura, e a lui rendiamo culto in spirito e verità, con la mediazione del Figlio, il quale dona al mondo, da parte del Padre, le benedizioni celesti.
Perciò molto a proposito san Paolo scrive: «Tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo» (2 Cor 5, 18). In realtà il mistero dell’incarnazione e il conseguente rinnovamento non avvengono al di fuori della volontà del Padre. Senza dubbio per mezzo di Cristo abbiamo acquistato l’accesso al Padre, dal momento che nessuno viene al Padre, come egli stesso dice, se non per mezzo di lui. Perciò «tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati mediante Cristo, ed ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (2 Cor 5, 18).

Responsorio   Cfr. Rm 5, 11; Col 1, 19-20
R. Ci gloriamo in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo: * da lui abbiamo ottenuto la riconciliazione, alleluia.
V. Piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose.
R. Da lui abbiamo ottenuto la riconciliazione, alleluia.

IL CIELO E LA TERRA

Paragrafo 5: IL CIELO E LA TERRA

325

Il Simbolo degli Apostoli professa che Dio è “il Creatore del cielo e della terra”, e il Simbolo di Nicea-Costantinopoli esplicita: “. . . di tutte le cose visibili e invisibili”.

326

Nella Sacra Scrittura, l’espressione “cielo e terra” significa: tutto ciò che esiste, l’intera creazione. Indica pure, all’interno della creazione, il legame che ad un tempo unisce e distingue cielo e terra: “La terra” è il mondo degli uomini [Cf Sal 115,16 ]. “Il cielo”, o “i cieli”, può indicare il firmamento, [Cf Sal 19,2 ] ma anche il “luogo” proprio di Dio: il nostro “Padre che è nei cieli” ( Mt 5,16 ) [Cf Sal 115,16 ] e, di conseguenza, anche il “cielo” che è la gloria escatologica. Infine, la parola “cielo” indica il “luogo” delle creature spirituali – gli angeli – che circondano Dio.

327

La professione di fede del Concilio Lateranense IV afferma che Dio “fin dal principio del tempo, creò dal nulla l’uno e l’altro ordine di creature, quello spirituale e quello materiale, cioè gli angeli e il mondo terrestre; e poi l’uomo, quasi partecipe dell’uno e dell’altro, composto di anima e di corpo” [Concilio Lateranense IV: Denz. -Schönm., 800; cf Concilio Vaticano I: ibid., 3002 e Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 8].

I. Gli angeli

L’esistenza degli angeli – una verità di fede

328

L’esistenza degli esseri spirituali, incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente angeli, è una verità di fede. La testimonianza della Scrittura è tanto chiara quanto l’unanimità della Tradizione.

Chi sono?

329

Sant’Agostino dice a loro riguardo: “Angelus officii nomen est, non naturae. Quaeris nomen huius naturae, spiritus est; quaeris officium, angelus est: ex eo quod est, spiritus est, ex eo quod agit, angelus – La parola angelo designa l’ufficio, non la natura. Se si chiede il nome di questa natura si risponde che è spirito; se si chiede l’ufficio, si risponde che è angelo: è spirito per quello che è, mentre per quello che compie è angelo” [Sant’Agostino, Enarratio in Psalmos, 103, 1, 15]. In tutto il loro essere, gli angeli sono servitori e messaggeri di Dio. Per il fatto che “vedono sempre la faccia del Padre. . . che è nei cieli” ( Mt 18,10 ), essi sono “potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola” ( Sal 103,20 ).

330

In quanto creature puramente spirituali, essi hanno intelligenza e volontà: sono creature personali [Cf Pio XII, Lett. enc. Humani generis: Denz. -Schönm., 3891] e immortali [Cf Lc 20,36 ]. Superano in perfezione tutte le creature visibili. Lo testimonia il fulgore della loro gloria [Cf Dn 10,9-12 ].

Cristo “con tutti i suoi angeli”

331

Cristo è il centro del mondo angelico. Essi sono “i suoi angeli”: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli. . . ” ( Mt 25,31 ). Sono suoi perché creati per mezzo di lui e in vista di lui: “Poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” ( Col 1,16 ). Sono suoi ancor più perché li ha fatti messaggeri del suo disegno di salvezza: “Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?” ( Eb 1,14 ).

332

Essi, fin dalla creazione [Cf Gb 38,7 ] e lungo tutta la storia della salvezza, annunciano da lontano o da vicino questa salvezza e servono la realizzazione del disegno salvifico di Dio: chiudono il paradiso terrestre, [Cf Gen 3,24 ] proteggono Lot, [Cf Gen 19 ] salvano Agar e il suo bambino, [Cf Gen 21,17 ] trattengono la mano di Abramo; [Cf Gen 22,11 ] la Legge viene comunicata “per mano degli angeli” ( At 7,53 ), essi guidano il Popolo di Dio, [Cf Es 23,20-23 ] annunziano nascite [Cf Gdc 13 ] e vocazioni, [Cf Gdc 6,11-24; Is 6,6 ] assistono i profeti, [Cf 1Re 19,5 ] per citare soltanto alcuni esempi. Infine, è l’angelo Gabriele che annunzia la nascita del Precursore e quella dello stesso Gesù [Cf Lc 1,11; Lc 1,26 ].

333

Dall’Incarnazione all’Ascensione, la vita del Verbo incarnato è circondata dall’adorazione e dal servizio degli angeli. Quando Dio “introduce il Primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio” ( Eb 1,6 ). Il loro canto di lode alla nascita di Cristo non ha cessato di risuonare nella lode della Chiesa: “Gloria a Dio. . . ” ( Lc 2,14 ). Essi proteggono l’infanzia di Gesù, [Cf Mt 1,20; 333 Mt 2,13; Mt 1,19 ] servono Gesù nel deserto, [Cf Mc 1,12; Mt 4,11 ] lo confortano durante l’agonia, [Cf Lc 22,43 ] quando egli avrebbe potuto da loro essere salvato dalla mano dei nemici [Cf Mt 26,53 ] come un tempo Israele [Cf 2Mac 10,29-30; 333 2Mac 11,8 ]. Sono ancora gli angeli che “evangelizzano” ( Lc 2,10 ) annunziando la Buona Novella dell’Incarnazione [Cf Lc 2,8-14 ] e della Risurrezione [Cf Mc 16,5-7 ] di Cristo. Al ritorno di Cristo, che essi annunziano, [Cf At 1,10-11 ] saranno là, al servizio del suo giudizio [Cf Mt 13,41; 333 Mt 25,31; Lc 12,8-9 ].

Gli angeli nella vita della Chiesa

334

Allo stesso modo tutta la vita della Chiesa beneficia dell’aiuto misterioso e potente degli angeli [Cf At 5,18-20; At 8,26-29; At 10,3-8; At 12,6-11; 334 At 27,23-25 ].

335

Nella Liturgia, la Chiesa si unisce agli angeli per adorare il Dio tre volte santo; [Messale Romano, “Sanctus”] invoca la loro assistenza (così nell'”In Paradisum deducant te angeli. . . ” – In Paradiso ti accompagnino gli angeli – della Liturgia dei defunti, o ancora nell'”Inno dei Cherubini” della Liturgia bizantina), e celebra la memoria di alcuni angeli in particolare (san Michele, san Gabriele, san Raffaele, gli angeli custodi).

336

Dal suo inizio [Cf Mt 18,10 ] fino all’ora della morte [Cf Lc 16,22 ] la vita umana è circondata dalla loro protezione [Cf Sal 34,8; Sal 91,10-13 ] e dalla loro intercessione [Cf Gb 33,23-24; Zc 1,12; 336 Tb 12,12 ]. “Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita” [San Basilio di Cesarea, Adversus Eunomium, 3, 1: PG 29, 656B]. Fin da quaggiù, la vita cristiana partecipa, nella fede, alla beata comunità degli angeli e degli uomini, uniti in Dio.

II. Il mondo visibile

337

E’ Dio che ha creato il mondo visibile in tutta la sua ricchezza, la sua varietà e il suo ordine. La Scrittura presenta simbolicamente l’opera del Creatore come un susseguirsi di sei giorni di “lavoro” divino, che terminano nel “riposo” del settimo giorno [Cf Gen 1,1-2,4 ]. Il testo sacro, riguardo alla creazione, insegna verità rivelate da Dio per la nostra salvezza, [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 11] che consentono di “riconoscere la natura intima di tutta la creazione, il suo valore e la sua ordinazione alla lode di Dio” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 36].

338

Non esiste nulla che non debba la propria esistenza a Dio Creatore. Il mondo ha avuto inizio quando è stato tratto dal nulla dalla Parola di Dio; tutti gli esseri esistenti, tutta la natura, tutta la storia umana si radicano in questo evento primordiale: è la genesi della formazione del mondo e dell’inizio del tempo [Cf Sant’Agostino, De Genesi contra Manichaeos, 1, 2, 4: PL 35, 175].

339

Ogni creatura ha la sua propria bontà e la sua propria perfezione. Per ognuna delle opere dei “sei giorni” è detto: “E Dio vide che ciò era buono”. “E’ dalla loro stessa condizione di creature che le cose tutte ricevono la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 36]. Le varie creature, volute nel loro proprio essere, riflettono, ognuna a suo modo, un raggio dell’infinita sapienza e bontà di Dio. Per questo l’uomo deve rispettare la bontà propria di ogni creatura, per evitare un uso disordinato delle cose, che disprezza il Creatore e comporta conseguenze nefaste per gli uomini e per il loro ambiente.

340

L’interdipendenza delle creature è voluta da Dio. Il sole e la luna, il cedro e il piccolo fiore, l’aquila e il passero: le innumerevoli diversità e disuguaglianze stanno a significare che nessuna creatura basta a se stessa, che esse esistono solo in dipendenza le une dalle altre, per completarsi vicendevolmente, al servizio le une delle altre.

341

La bellezza dell’universo. L’ordine e l’armonia del mondo creato risultano dalla diversità degli esseri e dalle relazioni esistenti tra loro. L’uomo le scopre progressivamente come leggi della natura. Esse sono oggetto dell’ammirazione degli scienziati. La bellezza della creazione riflette la bellezza infinita del Creatore. Deve ispirare il rispetto e la sottomissione dell’intelligenza e della volontà dell’uomo.

342

La gerarchia delle creature è espressa dall’ordine dei “sei giorni”, che va dal meno perfetto al più perfetto. Dio ama tutte le sue creature, [Cf Sal 145,9 ] si prende cura di ognuna, perfino dei passeri. Tuttavia, Gesù dice: “Voi valete più di molti passeri” ( Lc 12,6-7 ), o ancora: “Quanto è più prezioso un uomo di una pecora!” ( Mt 12,12 ).

343

L’uomo è il vertice dell’opera della creazione. Il racconto ispirato lo esprime distinguendo nettamente la creazione dell’uomo da quella delle altre creature [Cf Gen 1,26 ].

344

Esiste una solidarietà fra tutte le creature per il fatto che tutte hanno il medesimo Creatore e tutte sono ordinate alla sua gloria:

Laudato si, mi Signore, cun tutte le tue creature,
spezialmente messer lo frate Sole
lo quale è iorno, e allumini noi per lui.
Ed ello è bello e radiante cun grande splendore:
de te, Altissimo, porta significazione…

Laudato si, mi Signore, per sor Aqua,
la quale è molto utile e umile e preziosa e casta…
Laudato si, mi Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta e governa
e produce diversi fructi con coloriti fiori ed erba…

Laudate e benedicite mi Signore,
e rengraziate e serviteli cun grande umiltate. [San Francesco d’Assisi, Cantico delle creature]

345

Il Sabato – fine dell’opera dei “sei giorni”. Il testo sacro dice che “Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto” e così “furono portati a compimento il cielo e la terra”; Dio “cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro”, “benedisse il settimo giorno e lo consacrò” ( Gen 2,1-3 ). Queste parole ispirate sono ricche di insegnamenti salutari:

346

Nella creazione Dio ha posto un fondamento e delle leggi che restano stabili, [Cf Eb 4,3-4 ] sulle quali il credente potrà appoggiarsi con fiducia, e che saranno per lui il segno e il pegno della incrollabile fedeltà dell’Alleanza di Dio [Cf Ger 31,35-37; 346 Ger 33,19-26 ]. Da parte sua, l’uomo dovrà rimaner fedele a questo fondamento e rispettare le leggi che il Creatore vi ha inscritte.

347

La creazione è fatta in vista del Sabato e quindi del culto e dell’adorazione di Dio. Il culto è inscritto nell’ordine della creazione [Cf Gen 1,14 ]. “Operi Dei nihil praeponatur” – Nulla si anteponga all'”Opera di Dio”, dice la Regola di san Benedetto, indicando in tal modo il giusto ordine delle preoccupazioni umane.

348

Il Sabato è al cuore della Legge di Israele. Osservare i comandamenti equivale a corrispondere alla sapienza e alla volontà di Dio espresse nell’opera della creazione.

349

L’ottavo giorno. Per noi, però, è sorto un giorno nuovo: quello della Risurrezione di Cristo. Il settimo giorno porta a termine la prima creazione. L’ottavo giorno dà inizio alla nuova creazione. Così, l’opera della creazione culmina nell’opera più grande della Redenzione. La prima creazione trova il suo senso e il suo vertice nella nuova creazione in Cristo, il cui splendore supera quello della prima [Cf Messale Romano, Veglia Pasquale: orazione dopo la prima lettura].

In sintesi

350

Gli angeli sono creature spirituali che incessantemente glorificano Dio e servono i suoi disegni salvifici nei confronti delle altre creature: “Ad omnia bona nostra cooperantur angeli – Gli angeli cooperano ad ogni nostro bene” [San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I, 114, 3, ad 3].

351

Gli angeli circondano Cristo, loro Signore. Lo servono soprattutto nel compimento della sua missione di salvezza per tutti gli uomini.

352

La Chiesa venera gli angeli che l’aiutano nel suo pellegrinaggio terreno, e che proteggono ogni essere umano.

353

Dio ha voluto la diversità delle sue creature e la loro bontà propria, la loro interdipendenza, il loro ordine. Ha destinato tutte le creature materiali al bene del genere umano. L’uomo, e attraverso lui l’intera creazione, sono destinati alla gloria di Dio.

354

Rispettare le leggi inscritte nella creazione e i rapporti derivanti dalla natura delle cose, è un principio di saggezza e un fondamento della morale.

IL MATRIMONIO NEL PIANO SALVIFICO DI DIO

ES  – IT  – PT ]

 

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 8 settembre 1982

1. L’autore della lettera agli Efesini scrive: “Nessuno mai . . . ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo” (Ef 5, 29-30). Dopo questo versetto, l’Autore ritiene opportuno citare quello che nell’intera Bibbia può essere considerato il testo fondamentale sul matrimonio, testo contenuto in Genesi, capitolo 2,24: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola” (Ef 5, 31; Gen 2, 24). È possibile dedurre dall’immediato contesto della lettera agli Efesini che la citazione del Libro della Genesi (Gen 2, 24) è qui necessaria non tanto per ricordare l’unità dei coniugi, definita fin “da principio” nell’opera della creazione, quanto per presentare il mistero di Cristo con la Chiesa, da cui l’Autore deduce la verità sull’unità dei coniugi. Questo è il punto più importante di tutto il testo, in certo senso, la sua chiave di volta. L’Autore della lettera agli Efesini racchiude in queste parole tutto ciò che ha detto in precedenza, tracciando l’analogia e presentando la somiglianza tra l’unità dei coniugi e l’unità di Cristo con la Chiesa. Riportando le parole del Libro della Genesi (Gen 2, 24), l’Autore rileva che le basi di tale analogia vanno cercate nella linea che, nel piano salvifico di Dio, unisce il matrimonio, come la più antica rivelazione (e “manifestazione”) di quel piano nel mondo creato, con la rivelazione e “manifestazione” definitiva, la rivelazione cioè che “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei” (Ef 5, 25), conferendo al suo amore redentore indole e senso sponsale.

2. Così dunque questa analogia che permea il testo della lettera agli Efesini (Ef 5, 22-23) ha la base ultima nel piano salvifico di Dio. Questo diverrà ancor più chiaro ed evidente quando collocheremo il brano del testo da noi analizzato nel complessivo contesto della lettera agli Efesini. Allora si comprenderà più facilmente la ragione per cui l’Autore, dopo aver citato le parole del Libro della Genesi (Gen 2, 24), scrive: “Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Ef 5, 32).

Nel contesto globale della lettera agli Efesini e inoltre nel contesto più ampio delle parole della Sacra Scrittura che rivelano il piano salvifico di Dio “da principio”, bisogna ammettere che il termine “mysterion” significa qui il mistero, prima nascosto nel pensiero divino, e in seguito rivelato nella storia dell’uomo. Si tratta infatti di un mistero “grande”, data la sua importanza: quel mistero, come piano salvifico di Dio nei riguardi dell’umanità, è, in certo senso, il tema centrale di tutta la rivelazione, la sua realtà centrale. È ciò che Dio, come Creatore e Padre, desidera soprattutto trasmettere agli uomini nella sua Parola.

3. Si trattava di trasmettere non solo la “buona novella” sulla salvezza, ma di iniziare al tempo stesso l’opera della salvezza, come frutto della grazia che santifica l’uomo per la vita eterna nell’unione con Dio. Appunto sulla via di questa rivelazione-attuazione, san Paolo pone in rilievo la continuità tra la più antica alleanza, che Dio stabilì costituendo il matrimonio già nell’opera della creazione, e l’alleanza definitiva in cui Cristo, dopo aver amato la Chiesa e aver dato se stesso per lei, si unisce con essa in modo sponsale, corrispondente cioè all’immagine dei coniugi. Questa continuità dell’iniziativa salvifica di Dio costituisce la base essenziale della grande analogia contenuta nella lettera agli Efesini. La continuità della iniziativa salvifica di Dio significa la continuità e perfino l’identità del mistero, del “grande mistero”, nelle diverse fasi della sua rivelazione – quindi in certo senso, della sua “manifestazione” – ed insieme dell’attuazione; nella fase “più antica” dal punto di vista della storia dell’uomo e della salvezza e nella fase “della pienezza del tempo” (Gal 4, 4).

4. È possibile intendere quel “grande mistero” come “sacramento”? L’Autore della lettera agli Efesini parla forse, nel testo da noi citato, del sacramento del matrimonio? Se non ne parla direttamente e in senso stretto – qui occorre esser d’accordo con l’opinione abbastanza diffusa dei biblisti e teologi – tuttavia sembra che in questo testo parli delle basi della sacramentalità di tutta la vita cristiana, e in particolare, delle basi della sacramentalità del matrimonio. Parla dunque della sacramentalità di tutta l’esistenza cristiana nella Chiesa e in specie del matrimonio in modo indiretto, tuttavia nel modo più fondamentale possibile.

5. “Sacramento” non è sinonimo di “mistero” (1). Il mistero infatti rimane “occulto” – nascosto in Dio stesso – cosicché anche dopo la sua proclamazione (ossia rivelazione) non cessa di chiamarsi “mistero”, e viene anche predicato come mistero. Il sacramento presuppone la rivelazione del mistero e presuppone anche la sua accettazione mediante la fede, da parte dell’uomo. Tuttavia esso è ad un tempo qualcosa di più che la proclamazione del mistero e l’accettazione di esso mediante la fede. Il sacramento consiste nel “manifestare” quel mistero in un segno che serve non solo a proclamare il mistero, ma anche ad attuarlo nell’uomo. Il sacramento è segno visibile ed efficace della grazia. Per suo mezzo si attua nell’uomo quel mistero nascosto dalla eternità in Dio, di cui parla, subito all’inizio, la lettera agli Efesini (cf. Ef 1, 9) – mistero della chiamata alla santità, da parte di Dio, dell’uomo in Cristo, e mistero della sua predestinazione a divenire figlio adottivo. Esso si attua in modo misterioso, sotto il velo di un segno; nondimeno quel segno è pur sempre un “rendere visibile” quel mistero soprannaturale che agisce nell’uomo sotto il suo velo.

6. Prendendo in considerazione il passo della lettera agli Efesini qui analizzato, e in particolare le parole: “Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa”, bisogna costatare che l’Autore della Lettera scrive non soltanto del grande mistero nascosto in Dio, ma anche – e soprattutto – del mistero che si realizza per il fatto che Cristo, il quale con atto di amore redentore ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, col medesimo atto si è unito con la Chiesa in modo sponsale, così come si uniscono reciprocamente marito e moglie nel matrimonio istituito dal Creatore. Sembra che le parole della lettera agli Efesini motivino sufficientemente ciò che leggiamo all’inizio stesso della costituzione Lumen Gentium: “. . . la Chiesa è in Cristo come un sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen Gentium, 1). Questo testo del Vaticano II non dice: “La Chiesa è sacramento”, ma “è come sacramento”, indicando con questo che della sacramentalità della Chiesa bisogna parlare in modo analogico e non identico rispetto a ciò che intendiamo quando ci riferiamo ai sette sacramenti amministrati dalla Chiesa per istituzione di Cristo. Se esistono le basi per parlare della Chiesa come di un sacramento, tali basi sono state per la maggior parte indicate appunto nella lettera agli Efesini.

7. Si può dire che tale sacramentalità della Chiesa è costituita da tutti i sacramenti per mezzo dei quali essa compie la sua missione santificatrice. Si può inoltre dire che la sacramentalità della Chiesa è fonte dei sacramenti, e in particolare del Battesimo e dell’Eucaristia, come risulta dal brano, già analizzato, della lettera agli Efesini (cf. Ef 5, 25-30). Bisogna infine dire che la sacramentalità della Chiesa rimane in un particolare rapporto con il matrimonio: il sacramento più antico.

MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 12

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

XI meditazione

Preghiera iniziale: Salmo 125 (124)

Abbiamo visto cosa chiede al discepolo il regno di Dio, e il modo in cui egli deve vivere la sessualità: abbiamo parlato così del matrimonio e della verginità.

Il secondo tema del cap. 19 di Matteo, riguarda il possesso. Ma subito prima troviamo un piccolo passo che parla dei bambini: «Allora gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li sgridavano. Gesù però disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli”. E dopo aver imposto loro le mani, se ne partì» (Mt 19,13-15). Perché il regno dei cieli appartenga ai bambini e a quelli che sono come loro, lo abbiamo già ricordato: poiché il regno di Dio è essenzialmente dono, ci vuole capacità di accoglienza, capacità di lasciarsi amare, perdonare e salvare. Il bambino, da questo punto di vista, è la creatura più accogliente, perché ha bisogno di tutti e di tutto: il bambino diventa così un modello della vita spirituale.

Segue un brano che riguarda il problema della ricchezza:

Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?» Egli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Ed egli chiese: «Quali?» Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?» Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Udito questo, il giovane se ne andò triste, poiché aveva molte ricchezze (Mt 19,16-22).

Talvolta si prendono queste risposte di Gesù come se la prima riguardasse la vocazione comune di tutti i cristiani, e la seconda la vocazione dei religiosi, ossia la vocazione alla perfezione e ai consigli evangelici. Ma non sembra sia questo l’intento del Vangelo.

La prima risposta di Gesù è interlocutoria; egli non si impegna, infatti dà la risposta che avrebbe dato qualsiasi maestro ebraico. La sua vera risposta è la seconda: quella che esprime la presenza e le esigenze del regno.

“Cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?”: anzitutto dobbiamo apprezzare quest’uomo: gli interessa ottenere la vita eterna. Il che non è molto corrente: a molti interessa lo stipendio più elevato, fare carriera, star bene in salute, ottenere successo. Uno a cui interessa ottenere la vita eterna, è una persona notevole, ha un desiderio sano e buono, che dovremmo, anzi, fare nostro.

C’è però un altro aspetto, tipicamente giudaico, della domanda: “che cosa debbo fare?” Per quell’uomo, si tratta di “fare” qualcosa, di compiere delle opere, per raggiungere una meta alta. È questo l’atteggiamento tipico degli Ebrei, che si ritrova spesso nelle discussioni con Gesù: gli Ebrei mettono un forte accento sulle opere da fare. Ora, la vita eterna non è tanto una conquista dell’uomo, quanto un dono di Dio. Il primo atteggiamento perciò, deve essere quello del bambino che riceve; occorrono anche le opere, e sono importanti, ma, alla radice, deve stare l’atteggiamento della fede, che non è un’opera, ma un ricevere. Nella fede, quello che fa tutto è il Signore, e noi ci lasciamo amare, perdonare; prima delle opere, dunque, deve esserci la disponibilità alla venuta del Signore.

Quest’uomo ragiona con la mentalità dell’uomo adulto, dell’uomo ricco: mette davanti a sé un traguardo alto, la vita eterna, ed è sicuro di poterlo raggiungere. Se mi dici cosa c’è da fare, io sono disposto a lavorare: so che per niente non si ottiene niente; se voglio qualcosa di importante come la vita eterna, lo debbo pagare: è un uomo che fa già delle cose buone, è abituato a una vita onesta, ma vuole l’indicazione di qualche opera in più: una elemosina, un’opera di misericordia, un atto di culto in più: chiede semplicemente la strada, poi la percorrerà.

«Gesù rispose: “Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”». Sembra che la domanda: “cosa devo fare di buono…” non piaccia molto a Gesù; non è una domanda del tutto corretta. Per Gesù, la bontà non è prima di tutto una “cosa” da fare, ma è Dio, da accettare; la bontà è una persona da accogliere, non una legge o un’opera.

Se la vita si ottenesse attraverso una legge, ci sarebbe sempre una misura in quello che ci viene chiesto. Cioè: una legge chiede sempre qualcosa, per es. le tasse si pagano in una determinata percentuale sul guadagno, è una misura. Ma se si tratta di vivere un rapporto personale di amicizia e di amore con Dio, a Dio bisogna dare tutto, e non solo alcune cose; con Dio bisogna giocare tutto. Se Dio è Dio, egli merita tutto, non gli basta il 20%, e neppure il 90. La legge fondamentale dell’Antico Testamento dice: «Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Amerai dunque il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze» (Dt 6,4-5): insistendo su questa totalità, il Signore dice che non deve rimanere fuori niente dal nostro rapporto con Dio: niente di quello che pensi, niente di quello che desideri, niente di quello che fai. Allora si capisce la domanda di Gesù: “Perché mi interroghi su ciò che è buono?”, perché vuoi una legge? Uno solo è buono! È il rapporto con Dio che devi vivere, ed è in questo rapporto che devi impegnare tutto te stesso.

“Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”: è la prima risposta di Gesù. “Entrare nella vita”, per un Ebreo, ricordava il pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme; e il tempio è la casa di Dio, dove Dio abita: andare al tempio è entrare nella casa di Dio, quindi nella vita, poiché Dio è la vita. Nel Salmo 36(35) si dice: «Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio! Si rifugiano gli uomini all’ombra delle tue ali, si saziano dell’abbondanza della tua casa e li disseti al torrente delle tue delizie. È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce» (vv. 8-10). È preziosa la grazia di Dio, allora gli uomini si rifugiano all’ombra delle sue ali che, concretamente, sono il tempio di Gerusalemme dove Dio siede sui cherubini, e quindi protegge il pellegrino che vi si rifugia. Il tempio ha il diritto di asilo, e chi vi entra è protetto da Dio. Nel tempio inoltre i pellegrini si saziano dell’abbondanza della casa di Dio, si dissetano, si illuminano, perché ricevono da Dio l’abbondanza della vita.

Per entrare nel tempio, però, ci sono delle condizioni: bisogna, anzitutto, che uno sia onesto perché i disonesti e gli empi non possono stare nella casa di Dio. Per questo, alla porta del tempio di Gerusalemme, si faceva una liturgia di ingresso, simile alla liturgia penitenziale all’inizio della Messa quando si chiede perdono per poter entrare nell’esperienza della comunione con Dio. Alla porta del tempio, i pellegrini ponevano la domanda: «Chi salirà il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?» E i sacerdoti rispondevano: «Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non pronunzia menzogna, chi non giura a danno del suo prossimo» (Sal 24(23), 3-4); c’è una serie di condizioni morali che permettono l’ingresso al tempio, dopo aver fatto l’esame di coscienza; bisogna essere in armonia con Dio, e aver messo in pratica i comandamenti per poter entrare.

Si capisce allora la risposta di Gesù: “Osserva i comandamenti”; ma l’altro vuol sapere quali, e Gesù glieli ricorda: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre”: questi fanno parte dei dieci comandamenti; poi: “ama il prossimo tuo come te stesso”, che è una legge preziosa dell’Antico Testamento, nel libro del Levitico, e che per Gesù ha una importanza fondamentale. Le condizioni richiamate da Gesù, infatti, riguardano tutte l’amore per gli altri, per il prossimo: per entrare in comunione con Dio bisogna amare i fratelli.

«Il giovane disse: “Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?”», che è come dire: ho sempre saputo queste cose che mi avrebbe potuto dire qualunque maestro di Israele; io volevo sapere qualcosa di più; sono convinto che tu sia un maestro nuovo, e che tu abbia qualcosa di nuovo da insegnare, un tuo segreto per entrare in comunione con Dio.

In modo molto significativo, quest’uomo non si accontenta delle parole di Gesù, che non ha detto niente di suo, finora. Vuole qualcosa di nuovo – e a questo punto, Matteo nota che era un giovane –, perciò sente ancora la vita davanti a sé, sta vivendo l’età dei progetti, delle speranze, delle scelte generose e impegnative, coraggiose e anche radicali. È come il giovane di cui parla il libro di Qoèlet: siccome «la giovinezza e i capelli neri sono un soffio, ricordati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire: Non ci provo alcun gusto» (12,1): finché uno è giovane, deve fare delle scelte autentiche, che daranno sapore e significato alla sua vita. Il giovane del Vangelo è così: non si accontenta di sentirsi ricordare cose che già sapeva: dobbiamo dargli ragione e il Vangelo non gli dà torto; è un uomo effettivamente impegnato con i comandamenti, ma sente che gli manca qualche cosa. È convinto che Gesù possa dare un sapore più pieno alla sua vita; la mediocrità non gli piace: vuole il segreto di Gesù.

«Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Abbiamo già trovato la parola “perfetto” in Mt 5,48, quando abbiamo letto: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste»; si tratta di diventare effettivamente discepolo perché il discepolo fa parte della famiglia. «Se vuoi essere perfetto» non vuol dire “se vuoi essere senza difetti” perché avremo sempre difetti finché siamo sulla terra; ma: se vuoi davvero impegnarti del tutto nel regno di Dio, se vuoi davvero compromettere la tua vita, metterla tutta nella prospettiva del regno di Dio, allora: “va’, vendi quello che hai, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi”.

Il gesto che viene chiesto da Gesù, è di per sé un gesto paradossale che, dal punto di vista immediato, rende una persona ridicola: il dare via tutto non è molto apprezzato nel mondo. Verrà il momento in cui uno viene considerato santo, e allora san Francesco sarà apprezzato. Ma, sul momento, san Francesco sembrava un burlone, un pazzo: il suo modo di comportarsi non era considerato ragionevole. Tuttavia, il giocare tutto per Dio è un gesto fondamentale; è l’impegnare tutto sul regno di Dio, sulla sua volontà. Con una garanzia, però: “avrai un tesoro nel cielo”; già in Mt 6, il Signore ci insegnava: «Non accumulatevi tesori sulla terra dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel Cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano» (vv. 19-21). Per questo motivo, Gesù insiste col giovane: il tuo tesoro lo possiedi: devi rischiare; devi obbedire a Dio e affidarti totalmente a Lui; già obbedisci a Dio e lo ami perché osservi i comandamenti; ma hai la sicurezza del tuo patrimonio: soldi, servi, che ti fanno amare Dio con riserva: tieni qualcosa per te; Dio non è ancora tutto per te e per la tua vita.

E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la gente gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova, vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità, vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere (Mc 12,41-44).

È una cosa bella fare l’elemosina come questi ricchi che gettano molte monete d’oro; ma la vita religiosa più autentica è quella della vedova che ha gettato due spiccioli, cioè un quattrino, “tutto quello che aveva”; non le è rimasta nessuna sicurezza se non l’amore di Dio e la sua provvidenza: ha veramente giocato tutto. È proprio quanto Gesù chiede al ragazzo: «vendi quello che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi».

La sequela (“vieni e seguimi”) è lo scopo, il fondamento di tutte le altre scelte: Gesù chiede al giovane il dono grande di gettare tutto, ma Gesù gli fa un dono grandissimo, gli regala se stesso. Con l’invito “vieni e seguimi”, Gesù si impegna a camminare davanti a lui, a non lasciarlo solo, a insegnargli la via, non solo perché gli dirà quel che deve fare, ma perché in un certo modo, Gesù compromette se stesso nei suoi confronti; chiede a lui di impegnarsi, ma lui stesso si impegna, come chi apre la marcia e percorre la strada per primo.

Quando il Signore chiama Abramo, gli dice: «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, va verso il paese che io ti mostrerò» (Gen 12,1): il verbo della vocazione di Abramo è: “va, parti”. Per i discepoli, invece, il verbo è diverso: “seguimi”, che è molto più consolante, per tanti aspetti. Abramo deve partire e non sa dove va; il discepolo deve pure partire, ma dietro a Gesù, seguendo le sue orme. In Gesù, Dio si è fatto presente in mezzo agli uomini, e per noi allora vivere è seguire concretamente il Signore. A quel giovane viene sì chiesto molto, ma gli viene dato moltissimo: la presenza stessa di Dio nella sua vita, il dono della libertà dalle cose, della comunione con Cristo, dell’ingresso nel regno dei cieli, della vittoria della vita: gli viene dato cioè proprio quello che aveva chiesto: “cosa debbo fare per avere la vita eterna?”.

Ma “udito questo, il giovane se ne andò triste, poiché aveva molte ricchezze”. Anzitutto, c’è qui il paradosso della parola di Dio che rende triste l’uomo. La parola di Dio è un Vangelo, ossia una bella notizia, è fatta per suscitare la gioia. San Paolo dice nella lettera ai Romani: «Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza» (15,4): le Scritture ci danno perseveranza, consolazione e speranza, ci danno dunque la gioia. Il giovane invece, “udito questo”, cioè dopo aver ascoltato la parola di Dio, “se ne andò triste”.

La parola di Dio ha messo a nudo la sua condizione interiore di schiavo delle sue ricchezze: “Se ne andò triste, perché aveva molte ricchezze”, dice il Vangelo; ma potremmo dire che è vero il contrario: non il giovane aveva delle ricchezze, ma le ricchezze possedevano lui. Gli era stata fatta la proposta di seguire Gesù per avere la vita eterna. Egli ha chiesto parere alle ricchezze, e poiché queste hanno protestato, egli ha rifiutato quanto gli era offerto: ha perso il suo appuntamento con la gioia e con la vita; si è reso manifesto quell’attaccamento che, forse, lui stesso non sapeva nemmeno di avere, perché non si rendeva conto di essere schiavo dei suoi beni.

Ed è quello che capita molte volte a noi: l’incontro con il Signore diventa scomodo non perché il Signore metta addosso dei pesi, ma perché davanti a lui siamo costretti a vederci come siamo; di fronte agli altri non ci sentiamo molto in colpa – gli altri sono come noi, e forse un tantino peggio! –. Davanti al Signore, però, siamo costretti a vedere tutte le schiavitù che ci impediscono di camminare dove il Signore ci chiede.

Il brano finisce così, ma la vita di quest’uomo non è finita. Padre Martini, commentando questo testo, immagina di seguire il giovane quando torna a casa; avrà pensato: perché non sono stato capace di dire di sì al Signore? Sono stato un vigliacco. Allora cerca di compensare il suo rifiuto con qualche opera buona: qualche elemosina, una maggiore bontà con i suoi servi…; ma non è ancora soddisfatto… Come va a finire, non lo sappiamo: ma non è detto che rimanga sempre nella tristezza.

Il Signore ci dà sempre tante occasioni per renderci conto delle nostre schiavitù. E se ce ne rendiamo conto, siamo a un passo dalla liberazione che consiste nel metterci danti al Signore e confessare il nostro limite e il nostro peccato: è una nuova possibilità di rientrare nella corsa. Ciascuno può ricercare le occasioni che il Signore gli dà, trovare il proprio cammino di conversione ed approfittarne per consegnare al Signore la propria vita.

Gesù allora disse ai suoi discepoli: «In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli». A queste parole, i discepoli rimasero costernati e chiesero: «Chi si potrà dunque salvare?» E Gesù, fissando su di loro lo sguardo, disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile» (Mt 19,23-26).

I ricchi non sono peggiori degli altri; ma difficilmente riescono a staccarsi dalle cose che hanno, quindi difficilmente riescono ad accogliere il regno di Dio come un dono. La ricchezza non è di per sé un peccato, se non è disonesta; ma nell’ottica del Vangelo è un rischio, perché tende ad occupare il cuore dell’uomo, ad ingombrarlo: sicché non rimangono più molti desideri o speranze e il desiderio del regno di Dio diventa secondario. Si capisce allora perché Gesù dica: «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli»: l’immagine è così paradossale da essere quasi inaccettabile. Anche se qualche commentatore dice che si tratta non di un cammello, ma di una gomena, l’immagine è sempre eccessiva. Il Vangelo, d’altra parte, vuole proprio dare una immagine paradossale, per dire che è impossibile salvarsi se si è attaccati alle ricchezze: i discepoli lo hanno capito, tanto che dicono: «Chi si potrà dunque salvare?» È impossibile non solo a quelli che hanno grandi ricchezze, ma è impossibile per tutti: perché non è facile trovare persone veramente distaccate dalla ricchezza, tra quelli che hanno molto e, talvolta, anche tra quelli che hanno poco.

«È impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile»; è una risposta preziosa per noi: il regno di Dio, la grazia, il perdono di Dio sono un dono, quindi la salvezza viene prima di tutto dalla grazia di Dio; il che non vuol dire che non ci dobbiamo impegnare in una scelta personale di fedeltà al Signore, o che non ci debbano essere le nostre opere di obbedienza: tutto questo ci deve essere; ma all’origine non sta quello che possiamo fare noi, bensì quanto fa il Signore. Bisogna diventare persone piccole, desiderose di accogliere il dono e disponibili a lasciarsi salvare. In questo senso, diventa possibile anche per un ricco salvarsi, diventa possibile per la grazia di Dio, se si colloca nell’atteggiamento della fede, del desiderio e dell’accoglienza.

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