LETTURE DALL’UFFICIO DELLE LETTURE

Versetto
V. Dio ci ha fatto rinascere a una speranza viva, alleluia,
R. in Cristo risorto dai morti, alleluia.

Prima Lettura
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni, apostolo 22, 10-21

La testimonianza della nostra speranza
L’angelo mi disse: «Non mettere sotto sigillo le parole profetiche di questo libro, perché il tempo è vicino. Il perverso continui pure a essere perverso, l’impuro continui ad essere impuro e il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora.
Ecco, io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere. Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine. Beati coloro che lavano le loro vesti: avranno parte all’albero della vita e potranno entrare per le porte nella città. Fuori i cani, i fattucchieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!
Io, Gesù, ho mandato il mio angelo, per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino».
Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni!». E chi ascolta ripeta: «Vieni!». Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita.
Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro: a chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro.
Colui che attesta queste cose dice: «Sì, verrò presto!». Amen. Vieni, Signore Gesù. La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi. Amen!

Responsorio   Ap 22, 16. 17. 20; Is 55, 1. 3
R. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino. Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni! * E chi ascolta ripeta: Vieni. Amen. Vieni, Signore Gesù, alleluia.
V. O voi tutti, assetati, venite alle acque. Porgete l’orecchio e venite a me.
R. E chi ascolta ripeta: Vieni. Amen. Vieni, Signore Gesù, alleluia.

Seconda Lettura
Dai «Commenti sui salmi» di sant’Agostino, vescovo
(Sal. 148, 1-2; CCL 40, 2165-2166)

L’alleluia pasquale
La meditazione della nostra vita presente deve svolgersi nella lode del Signore, perché l’eterna felicità della nostra vita futura consisterà nella lode di Dio; e nessuno sarà atto alla vita futura, se ora non si sarà preparato. Perciò lodiamo Dio adesso, ma anche innalziamo a lui la nostra supplica. La nostra lode racchiude gioia, la nostra supplica racchiude gemito. Infatti ci è stato promesso ciò che attualmente non possediamo; e poiché è verace colui che ha promesso, noi ci rallegriamo nella speranza, anche se, non possedendo ancora quello che desideriamo, il nostro desiderio appare come un gemito. E’ fruttuoso per noi perseverare nel desiderio fino a quando ci giunga ciò che è stato promesso e così passi il gemito e gli subentri solo la lode. La storia del nostro destino ha due fasi: una che trascorre ora in mezzo alle tentazioni e tribolazioni di questa vita, l’altra che sarà nella sicurezza e nella gioia eterna. Per questo motivo è stata istituita per noi anche la celebrazione dei due tempi, cioè quello prima di Pasqua e quello dopo Pasqua. Il tempo che precede la Pasqua raffigura la tribolazione nella quale ci troviamo; invece quello che segue la Pasqua, rappresenta la beatitudine che godremo. Ciò che celebriamo prima di Pasqua, è anche quello che operiamo. Ciò che celebriamo dopo Pasqua, indica quello che ancora non possediamo. Per questo trascorriamo il primo tempo in digiuni e preghiere. L’altro, invece, dopo la fine dei digiuni lo celebriamo nella lode. Ecco perché cantiamo: alleluia.
Infatti in Cristo, nostro capo, è raffigurato e manifestato l’uno e l’altro tempo. La passione del Signore ci presenta la vita attuale con il suo aspetto di fatica, di tribolazione e con la prospettiva certa della morte. Invece la risurrezione e la glorificazione del Signore sono annunzio della vita che ci verrà donata.
Per questo, fratelli, vi esortiamo a lodare Dio; ed è questo che noi tutti diciamo a noi stessi quando proclamiamo: alleluia. Lodate il Signore, tu dici a un altro. E l’altro replica a te la stessa cosa.
Impegnatevi a lodare con tutto il vostro essere: cioè non solo la vostra lingua e la vostra voce lodino Dio, ma anche la vostra coscienza, la vostra vita, le vostre azioni.
Noi lodiamo il Signore in chiesa quando ci raduniamo. Al momento in cui ciascuno ritorna alle proprie occupazioni, quasi cessa di lodare Dio. Non bisogna invece smettere di vivere bene e di lodare sempre Dio. Bada che tralasci di lodare Dio quando ti allontani dalla giustizia e da ciò che a lui piace. Infatti se non ti allontani mai dalla vita onesta, la tua lingua tace, ma la tua vita grida e l’orecchio di Dio è vicino al tuo cuore. Le nostre orecchie sentono le nostri voci, le orecchie di Dio si aprono ai nostri pensieri.

Responsorio   Cfr. Gv 16, 20. 21
R. Voi piangerete e il mondo si rallegrerà; * voi sarete tristi, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia, alleluia.
V. La donna che ha partorito non ricorda l’angoscia, per la gioia che è nato un uomo.
R. Voi sarete tristi, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia, alleluia.

INIZIO DEL MINISTERO DI GIOVANNI IL BATTISTA

  • 175. Altri aiuti per circoscrivere il tempo della nascita di Gesù sono offerti dagli evangelisti in occasione dell’inizio della sua ope­rosità, e qui abbiamo in primo luogo il testo classico di Luca (3, 1-2) che riguarda la comparsa in pubblico di Giovanni il Battista: Nell’anno decimo quinto dell’impero di Tiberio Cesare, governando Ponzio Pilato la Giudea, essendo tetrarca della Galilea Erode, e Filippo fratello di lui essendo tetrarca dell’iturea e della regione Traconitide, e Lisania essendo tetrarca dell’Abilene, sotto il sommo sacerdote Anna e Cai fa, la parola di Dio fu su Giovanni figlio di Zacharia nel deserto. Per poter fissare l’anno a cui qui si allude, la cronologia di quasi tutti questi personaggi è troppo ampia, come risulta da ciò che ve­demmo di ciascuno di essi (Pilato, §§ 24-27; Erode, § 15, Filippo, § 19; Anna e Caifa, § 52): anche di Lisania, non ancora visto, sap­piamo troppo poco, cioè unicamente che cessò di governare nel­l’anno 37. La sola data di Tiberio è qui ben precisa, ma purtroppo la precisione e piu nella mente dello scrittore che in quella degli odierni lettori. Qual èl’anno decimo quinto dell’impero di Tiberio?Poiché Augu­sto predecessore di Tiberio morì il 19 agosto dell’anno 767 di Ro­ma (14 dopo Cr.), il primo anno di Tiberio sembrerebbe cadere dal detto giorno fino al 18 agosto del 768 (15 dopo Cr.), cosicché l’anno decimoquinto cadrebbe dal 19 agosto del 781 (28 dopo Cr.) fino al 18 agosto del 782 (29 dopo Cr.). Questo computo fu il più seguito nel passato dagli studiosi. Tuttavia recentemente si è fatto osservare che in Oriente vigeva l’uso di computare per un anno intero l’intervallo tra la morte del regnante predecessore e l’inizio dell’anno civile seguente, cosicché all’inizio del nuovo anno civile il successore già entrava nel secon­do anno di regno; questo inizio presso i Romani era il principio di gennaio, presso i Giudei al principio del mese Tishri (ottobre) o più raramente del mese Nisan (marzo: inizio dell’anno religioso). Secondo tale computo il primo anno di Tiberio cadrebbe presso i Romani dal 19 agosto fino al 31 dicembre del 14 d. Cr., il secondo occuperebbe l’intero anno 15 d. Cr., e il decimoquinto occuperebbe l’intero anno 28 d. Cr.; presso i Giudei, invece, il primo anno ca­drebbe dal 19 agosto fino al 30 settembre del 14 d. Cr. (owero fino alla vigilia del l° marzo del 15 d. Cr.), e il decimoquinto anno cadrebbe dal l° ottobre del 27 d. Cr. fino al 30 settembre del 28 d. Cr. (ovvero 1° marzo del 28 fino alla vigilia del 1° marzo del 29). Ma, quasicché questa incertezza non bastasse, si è sollevato un dub­bio anche più radicale. Nominando l’anno decimoquinto dell’im­pero di Tiberio, Luca comincia veramente il suo computo dalla morte di Augusto? ~ da aver presente, infatti, che Augusto due anni prima della sua morte, cioè nell’anno 765 di Roma (12 d. Cr.), aveva eletto Tiberio suo compartecipe nel governo dell’Impero. Questa cor­reggenza, che dava a Tiberio nelle province la stessa potestà d’im­pero del vivente Augusto, ha fatto pensare che il provinciale Luca abbia computato l’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio par­tendo dalla data della correggenza di lui, non già da quella della morte d’Augusto; in tal caso l’anno decimoquinto cadrebbe nel 26 d. Cr. In favore di questa interpretazione sono state addotte alcune ra­gioni di analogia, ad esempio il caso di Tito che regnò poco più di 2 anni, eppure alla sua morte contava il anni di governo, da quan­do cioè suo padre Vespasiano lo aveva associato all’impero confe­rendogli la potestà tribunizia; ma, nonostante queste analogie, non sembra verosimile che il computo di Luca parta dalla correggenza di Tiberio. Nessuno scrittore antico e nessun documento archeolo­gico pervenuto fino a noi segue questo computo, e invece come inizio dell’impero di Tiberio è sempre supposta la sua successione ad Augusto.

§ 176. Dallo stesso Luca riceviamo altre due indicazioni cronolo­giche. La prima è che l’inizio del ministero di Giovanni il Battista precedette di poco tempo il battesimo di Gesù e l’inizio dell’ope­rosità pubblica di costui, come si raccoglie sia dal confronto di Lu­ca, 3,1-2, con 3, 21, sia da Atti, 1, 22; 10, 37-38. La seconda è che, al tempo del suo battesimo. L’espressione circa di trenta anni è ricercatamente elastica, a causa del suo avverbio circa. Presso di noi oggi si potrebbe applicare an­che con una differenza di due unità in più o in meno, perché è “circa di trenta anni” tanto un uomo di 32 quanto uno di 28. Presso i Giudei antichi questa elasticità non solo non poteva man­care ma vi sono vari indizi per ritenere che fosse anche maggiore; specialmente se si trattava di tollerare aggiunte, il numero-base po­teva essere accresciuto anche di tre o quattro unità, rimanendo come generico indice minimo: nel caso nostro sarebbe stato <circa di trenta anni> anche un uomo sui 34. Ad ogni modo siffatta elasti­cità rende questa indicazione cronologica meno preziosa di quanto sembri a prima vista. Riassumendo le date di Luca abbiamo: 1) che Giovanni il Battista iniziò il suo ministero l’anno decimoquinto di Tiberio, cioè in un tempo che può cadere nel periodo dal 1° ottobre del 27 d. Cr. fino al 18 agosto del 29 d. Cr. a seconda delle varie interpretazioni (escludendo quella del 26 d. Cr.); 2) che poco dopo l’inizio di Gio­vanni, Gesù ricevette il battesimo e iniziò a sua volta la vita pubblica essendo sulla trentina, forse passata. Appare subito che queste indicazioni sono troppo vaghe, e non of­frono una salda base ad un vero computo numerico. Un’indicazione assai importante è offerta incidentalmente dai Giu­dei che disputano con Gesù, e che riferendosi al Tempio di Geru­salemme esclàmano: In quarantasei anni fu costruito questo san­tuario (e tu in tre giorni lo farai sorgere? (Giovanni, 2, 20). Nel contesto l’evangelista, da accurato cronologo, fa sapere che quando fu pronunziata questa frase era la Pasqua del primo anno della vita pubblica di Gesù (ivi, 2, 13.23). Poiché si può stabilire con sicurezza che Erode il Grande cominciò il rifacimento totale del Tempio nel 20-19 av. Cr., se scendiamo per 46 anni da questa data otteniamo l’anno 27-28 d. Cr., che sarebbe il primo della vita pubblica di Gesù. Si noti la corrispondenza abbastanza esatta tra questa indicazione e quella dell’anno decimoquinto di Tiberio. Supponendo che i Giu­dei parlino di 46 anni totalmente compiuti, questa data conferma più o meno tutte le varie interpretazioni che collocano l’anno decimoquinto di Tiberio tra il 1° ottobre del 27 d. Cr. e il 18 agosto del 29 d. Cr. Nessuna indicazione positiva, invece, si può trarre dalle parole che molti mesi più tardi rivolsero i Giudei a Gesù: Cinquanta anni ancora non hai, e hai visto Abramo? (Giovanni, 8, 57), nonostante il fiducioso impiego che di queste parole fa Jreneo appellandosi an­che alla tradizione. Usando il numero 50, i Giudei evidentemente qui vogliono abbondare riguar­do alla vera età di Gesù, forse anche ricorrendo al numero tipico del giubileo ebraico: ma di quanto abbondassero non sappiamo, e dalle loro parole la vera età di Gesù ci resta ignota.

DIO ONNIPOTENTE, CREATORE E PROVVIDENZA

Paragrafo 3: L’ONNIPOTENTE

268

Di tutti gli attributi divini, nel Simbolo si nomina soltanto l’onnipotenza di Dio: confessarla è di grande importanza per la nostra vita. Noi crediamo che tale onnipotenza è universale, perché Dio, che tutto ha creato, [Cf Gen 1,1; Gv 1,3 ] tutto governa e tutto può; amante, perché Dio è nostro Padre; [Cf Mt 6,9 ] misteriosa, perché la fede soltanto la può riconoscere allorché “si manifesta nella debolezza” ( 2Cor 12,9 ) [Cf 1Cor 1,18 ].

“Egli opera tutto ciò che vuole” ( Sal 115,3 )

269

Le Sacre Scritture affermano a più riprese la potenza universale di Dio. Egli è detto “il Potente di Giacobbe” ( Gen 49,24; Is 1,24 e. a), “il Signore degli eserciti”, “il Forte, il Potente” ( Sal 24,8-10 ). Se Dio è onnipotente “in cielo e sulla terra” ( Sal 135,6 ), è perché lui stesso li ha fatti. Nulla quindi gli è impossibile [Cf Ger 32,17; 269 Lc 1,37 ] e dispone della sua opera come gli piace; [Cf Ger 27,5 ] egli è il Signore dell’universo, di cui ha fissato l’ordine che rimane a lui interamente sottoposto e disponibile; egli è il Padrone della storia: muove i cuori e guida gli avvenimenti secondo il suo beneplacito [Cf Est 4,17 b; Pr 21,1; Tb 13,2 ]. “Prevalere con la forza ti è sempre possibile; chi potrà opporsi al potere del tuo braccio?” ( Sap 11,21 ).

“Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi” ( Sap 11,23 )

270

Dio è il Padre onnipotente. La sua paternità e la sua potenza si illuminano a vicenda. Infatti, egli mostra la sua onnipotenza paterna nel modo in cui si prende cura dei nostri bisogni; [Cf Mt 6,32 ] attraverso l’adozione filiale che ci dona (sarò per voi come un padre, e voi mi sarete come figli e figlie, dice il Signore onnipotente”: 2Cor 6,18 ); infine attraverso la sua infinita misericordia, dal momento che egli manifesta al massimo grado la sua potenza perdonando liberamente i peccati.

271

L’onnipotenza divina non è affatto arbitraria: “In Dio la potenza e l’essenza, la volontà e l’intelligenza, la sapienza e la giustizia sono una sola ed identica cosa, di modo che nulla può esserci nella potenza divina che non possa essere nella giusta volontà di Dio o nella sua sapiente intelligenza” [San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I, 25, 5, ad 1].

Il mistero dell’apparente impotenza di Dio

272

La fede in Dio Padre onnipotente può essere messa alla prova dall’esperienza del male e della sofferenza. Talvolta Dio può sembrare assente ed incapace di impedire il male. Ora, Dio Padre ha rivelato nel modo più misterioso la sua onnipotenza nel volontario abbassamento e nella Risurrezione del Figlio suo, per mezzo dei quali ha vinto il male. Cristo crocifisso è quindi “potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” ( 1Cor 1,24-25 ). Nella Risurrezione e nella esaltazione di Cristo il Padre ha dispiegato “l’efficacia della sua forza” e ha manifestato “la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti” ( Ef 1,19-22 ).

273

Soltanto la fede può aderire alle vie misteriose dell’onnipotenza di Dio. Per questa fede, ci si gloria delle proprie debolezze per attirare su di sé la potenza di Cristo [Cf 2Cor 12,9; Fil 4,13 ]. Di questa fede il supremo modello è la Vergine Maria: ella ha creduto che “nulla è impossibile a Dio” ( Lc 1,37 ) e ha potuto magnificare il Signore: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome” ( Lc 1,49 ).

274

“La ferma persuasione dell’onnipotenza divina vale più di ogni altra cosa a corroborare in noi il doveroso sentimento della fede e della speranza. La nostra ragione, conquistata dall’idea della divina onnipotenza, assentirà, senza più dubitare, a qualunque cosa sia necessario credere, per quanto possa essere grande e meravigliosa o superiore alle leggi e all’ordine della natura. Anzi, quanto più sublimi saranno le verità da Dio rivelate, tanto più agevolmente riterrà di dovervi assentire” [Catechismo Romano, 1, 2, 13].

In sintesi

275

Con Giobbe, il giusto, noi confessiamo: “Comprendo che puoi tutto e che nessuna cosa è impossibile per te” ( Gb 42,2 ).

276

Fedele alla testimonianza della Scrittura, la Chiesa rivolge spesso la sua preghiera al “Dio onnipotente ed eterno” (omnipotens sempiterne Deus. . . “), credendo fermamente che “nulla è impossibile a Dio” ( Gen 18,14; Lc 1,37; Mt 19,26 ).

277

Dio manifesta la sua onnipotenza convertendoci dai nostri peccati e ristabilendoci nella sua amicizia con la grazia (Deus, qui omnipo potentiam tuam parcendo maxime et miserando manifestas. . . – O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono. . . “) [Messale Romano, colletta della ventiseiesima domenica].

278

Senza credere che l’Amore di Dio è onnipotente, come credere che il Padre abbia potuto crearci, il Figlio riscattarci, lo Spirito Santo santificarci?

Paragrafo 4: IL CREATORE

279

“In principio Dio creò il cielo e la terra” ( Gen 1,1 ). Con queste solenni parole incomincia la Sacra Scrittura. Il Simbolo della fede le riprende confessando Dio Padre onnipotente come “Creatore del cielo e della terra”, “di tutte le cose visibili e invisibili”. Noi parleremo perciò innanzi tutto del Creatore, poi della sua creazione, infine della caduta a causa del peccato, da cui Gesù Cristo, il Figlio di Dio, è venuto a risollevarci.

280

La creazione è il fondamento di “tutti i progetti salvifici di Dio”, “l’inizio della storia della salvezza”, [Congregazione per il Clero, Direttorio catechistico generale, 51] che culmina in Cristo. Inversamente, il Mistero di Cristo è la luce decisiva sul mistero della creazione: rivela il fine in vista del quale, “in principio, Dio creò il cielo e la terra” ( Gen 1,1 ): dalle origini, Dio pensava alla gloria della nuova creazione in Cristo [Cf Rm 8,18-23 ].

281

Per questo le letture della Veglia Pasquale, celebrazione della nuova creazione in Cristo, iniziano con il racconto della creazione; parimenti, nella Liturgia Bizantina, il racconto della creazione è sempre la prima lettura delle vigilie delle grandi feste del Signore. Secondo la testimonianza degli antichi, l’istruzione dei catecumeni per il Battesimo segue lo stesso itinerario [Cf Eteria, Peregrinatio ad loca sancta, 46: PLS 1, 1047; Sant’Agostino, De catechizandis rudibus, 3, 5].

I. La catechesi sulla creazione

282

La catechesi sulla creazione è di capitale importanza. Concerne i fondamenti stessi della vita umana e cristiana: infatti esplicita la risposta della fede cristiana agli interrogativi fondamentali che gli uomini di ogni tempo si sono posti: “Da dove veniamo?” “Dove andiamo?” “Qual è la nostra origine?” “Quale il nostro fine?” “Da dove viene e dove va tutto ciò che esiste?”. Le due questioni, quella dell’origine e quella del fine, sono inseparabili. Sono decisive per il senso e l’orientamento della nostra vita e del nostro agire.

283

La questione delle origini del mondo e dell’uomo è oggetto di numerose ricer che scientifiche, che hanno straordinariamente arricchito le nostre conoscenze sull’età e le dimensioni del cosmo, sul divenire delle forme viventi, sull’apparizione del l’uomo. Tali scoperte ci invitano ad una sempre maggiore ammirazione per la grandezza del Creatore, e a ringraziarlo per tutte le sue opere e per l’intelligenza e la sapienza di cui fa dono agli studiosi e ai ricercatori. Con Salomone costoro possono dire: “Egli mi ha concesso la conoscenza infallibile delle cose, per comprendere la struttura del mondo e la forza degli elementi. . . perché mi ha istruito la Sapienza, artefice di tutte le cose” ( Sap 7,17-21 ).

284

Il grande interesse, di cui sono oggetto queste ricerche, è fortemente stimolato da una questione di altro ordine, che oltrepassa il campo proprio delle scienze naturali. Non si tratta soltanto di sapere quando e come sia sorto materialmente il cosmo, né quando sia apparso l’uomo, quanto piuttosto di scoprire quale sia il senso di tale origine: se cioè sia governata dal caso, da un destino cieco, da una necessità anonima, oppure da un Essere trascendente, intelligente e buono, chiamato Dio. E se il mondo proviene dalla sapienza e dalla bontà di Dio, perché il male? Da dove viene? Chi ne è responsabile? C’è una liberazione da esso?

285

Fin dagli inizi, la fede cristiana è stata messa a confronto con risposte diverse dalla sua circa la questione delle origini. Infatti, nelle religioni e nelle culture antiche si trovano numerosi miti riguardanti le origini. Certi filosofi hanno affermato che tutto è Dio, che il mondo è Dio, o che il divenire del mondo è il divenire di Dio (panteismo); altri hanno detto che il mondo è una emanazione necessaria di Dio, che scaturisce da questa sorgente e ad essa ritorna; altri ancora hanno sostenuto l’esistenza di due princìpi eterni, il Bene e il Male, la Luce e le Tenebre, in continuo conflitto (dualismo, manicheismo); secondo alcune di queste concezioni, il mondo (almeno il mondo materiale) sarebbe cattivo, prodotto di un decadimento, e quindi da respingere o oltrepassare (gnosi); altri ammettono che il mondo sia stato fatto da Dio, ma alla maniera di un orologiaio che, una volta fatto, l’avrebbe abbandonato a se stesso( deismo); altri infine non ammettono alcuna origine trascendente del mondo, ma vedono in esso il puro gioco di una materia che sarebbe sempre esistita (materialismo). Tutti questi tentativi di spiegazione stanno a testimoniare la persistenza e l’universa lità del problema delle origini. Questa ricerca è propria dell’uomo.

286

Indubbiamente, l’intelligenza umana può già trovare una risposta al problema delle origini. Infatti, è possibile conoscere con certezza l’esistenza di Dio Creatore attraverso le sue opere, grazie alla luce della ragione umana, [Cf Concilio Vaticano I: Denz. -Schönm., 3026] anche se questa conoscenza spesso è offuscata e sfigurata dall’errore. Per questo la fede viene a confermare e a far luce alla ragione nella retta intelligenza di queste verità: “Per fede sappiamo che i mondi furono formati dalla Parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine ciò che si vede” ( Eb 11,3 ).

287

La verità della creazione è tanto importante per l’intera vita umana che Dio, nella sua tenerezza, ha voluto rivelare al suo Popolo tutto ciò che al riguardo è necessario conoscere. Al di là della conoscenza naturale che ogni uomo può avere del Creatore, [Cf At 17,24-29; Rm 1,19-20 ] Dio ha progressivamente rivelato a Israele il mistero della creazione. Egli, che ha scelto i patriarchi, che ha fatto uscire Israele dall’Egitto, e che, eleggendo Israele, l’ha creato e formato, [Cf Is 43,1 ] si rivela come colui al quale appartengono tutti i popoli della terra e l’intera terra, come colui che, solo, “ha fatto cielo e terra” ( Sal 115,15; Sal 124,8; 287 Sal 134,3 ).

288

La rivelazione della creazione è così inseparabile dalla rivelazione e dalla realizzazione dell’Alleanza di Dio, l’Unico, con il suo Popolo. La creazione è rivelata come il primo passo verso tale Alleanza, come la prima e universale testimonianza dell’amore onnipotente di Dio [Cf Gen 15,5; 288 Ger 33,19-26 ]. E poi la verità della creazione si esprime con una forza crescente nel messaggio dei profeti, [Cf Is 44,24 ] nella preghiera dei Salmi[Cf Sal 104 ] e della Liturgia, nella riflessione della sapienza [Cf Pr 8,22-31 ] del Popolo eletto.

289

Tra tutte le parole della Sacra Scrittura sulla creazione, occupano un posto singolarissimo i primi tre capitoli della Genesi. Dal punto di vista letterario questi testi possono avere diverse fonti. Gli autori ispirati li hanno collocati all’inizio della Scrittura in modo che esprimano, con il loro linguaggio solenne, le verità della creazione, della sua origine e del suo fine in Dio, del suo ordine e della sua bontà, della vocazione dell’uomo, infine del dramma del peccato e della speranza della salvezza. Lette alla luce di Cristo, nell’unità della Sacra Scrittura e della Tradizione vivente della Chiesa, queste parole restano la fonte principale per la catechesi dei misteri delle “origini”: creazione, caduta, promessa della salvezza.

II. La creazione – opera della Santissima Trinità

290

“In principio, Dio creò il cielo e la terra” ( Gen 1,1 ). Queste prime parole della Scrittura contengono tre affermazioni: il Dio eterno ha dato un inizio a tutto ciò che esiste fuori di lui. Egli solo è Creatore (il verbo “creare” – in ebraico “bara” – ha sempre come soggetto Dio). La totalità di ciò che esiste (espressa nella formula “il cielo e la terra”) dipende da colui che gli dà di essere.

291

“In principio era il Verbo. . . e il Verbo era Dio. . . Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto” ( Gv 1,1-3 ). Il Nuovo Testamento rivela che Dio ha creato tutto per mezzo del Verbo eterno, il Figlio suo diletto. “Per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra. . . Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono” ( Col 1,16-17 ). La fede della Chiesa afferma pure l’azione creatrice dello Spirito Santo: egli è il “datore di vita”, [Simbolo di Nicea-Costantinopoli] lo “Spirito Creatore”, [Liturgia delle Ore, Inno “Veni, Creator Spiritus”] la “sorgente di ogni bene” [Liturgia bizantina, Tropario dei Vespri di Pentecoste].

292

Lasciata intravvedere nell’Antico Testamento, [Cf Sal 33,6; Sal 104,30; Gen 1,2-3 ] rivelata nella Nuova Alleanza, l’azione creatrice del Figlio e dello Spirito, inseparabilmente una con quella del Padre, è chiaramente affermata dalla regola di fede della Chiesa: “Non esiste che un solo Dio. . . : egli è il Padre, è Dio, il Creatore, l’Autore, l’Ordinatore. Egli ha fatto ogni cosa da se stesso, cioè con il suo Verbo e la sua Sapienza”, “per mezzo del Figlio e dello Spirito”, che sono come “le sue mani” [Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 2, 30, 9 e 4, 20, 1]. La creazione è l’opera comune della Santissima Trinità.

III. “Il mondo è stato creato per la gloria di Dio”

293

E’ una verità fondamentale che la Scrittura e la Tradizione costantemente insegnano e celebrano: “Il mondo è stato creato per la gloria di Dio” [Concilio Vaticano I: Denz. -Schönm., 3025]. Dio ha creato tutte le cose, spiega san Bonaventura, “non propter gloriam augendam, sed propter gloriam manifestandam et propter gloriam suam communicandam – non per accrescere la propria gloria, ma per manifestarla e per comunicarla” [San Bonaventura, In libros sententiarum, 2, 1, 2, 2, 1]. Infatti Dio non ha altro motivo per creare se non il suo amore e la sua bontà: “Aperta manu clave amoris creaturÍ prodierunt – Aperta la mano dalla chiave dell’amore, le creature vennero alla luce” [San Tommaso d’Aquino, In libros sententiarum, 2, prol]. E il Concilio Vaticano I spiega:

Nella sua bontà e con la sua onnipotente virtù, non per aumentare la sua beatitudine, né per acquistare perfezione, ma per manifestarla attraverso i beni che concede alle sue creature, questo solo vero Dio ha, con la più libera delle decisioni, insieme, dall’inizio dei tempi, creato dal nulla l’una e l’altra creatura, la spirituale e la corporale [Concilio Vaticano I: Denz. -Schönm., 3002].

294

La gloria di Dio è che si realizzi la manifestazione e la comunicazione della sua bontà, in vista delle quali il mondo è stato creato. Fare di noi i suoi “figli adottivi per opera di Gesù Cristo”, è il benevolo disegno “della sua volontà. . . a lode e gloria della sua grazia” ( Ef 1,5-6 ). “Infatti la gloria di Dio è l’uomo vivente e la vita dell’uomo è la visione di Dio: se già la Rivelazione di Dio attraverso la creazione procurò la vita a tutti gli esseri che vivono sulla terra, quanto più la manifestazione del Padre per mezzo del Verbo dà la vita a coloro che vedono Dio” [Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 4, 20, 7]. Il fine ultimo della creazione è che Dio, “che di tutti è il Creatore, possa anche essere “tutto in tutti” ( 1Cor 15,28 ) procurando ad un tempo la sua gloria e la nostra felicità” [Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 2].

IV. Il mistero della creazione

Dio crea con sapienza e amore

295

Noi crediamo che il mondo è stato creato da Dio secondo la sua sapienza [Cf Sap 9,9 ]. Non è il prodotto di una qualsivoglia necessità, di un destino cieco o del caso. Noi crediamo che il mondo trae origine dalla libera volontà di Dio, il quale ha voluto far partecipare le creature al suo essere, alla sua saggezza e alla sua bontà: “Tu hai creato tutte le cose, e per la tua volontà furono create e sussistono” ( Ap 4,11 ). “Quanto sono grandi, Signore, le tue opere! Tutto hai fatto con saggezza” ( Sal 104,24 ). “Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature” ( Sal 145,9 ).

Dio crea “dal nulla”

296

Noi crediamo che Dio, per creare, non ha bisogno di nulla di preesistente né di alcun aiuto [Cf Concilio Vaticano I: Denz. -Schönm., 3022]. La creazione non è neppure una emanazione necessaria della sostanza divina [Cf ibid., 3023-3024]. Dio crea liberamente “dal nulla”: [Concilio Lateranense IV: Denz. -Schönm., 800; Concilio Vaticano I: ibid. , 3025]

Che vi sarebbe di straordinario se Dio avesse tratto il mondo da una materia preesistente? Un artigiano umano, quando gli si dà un materiale, ne fa tutto ciò che vuole. Invece la potenza di Dio si manifesta precisamente in questo, che egli parte dal nulla per fare tutto ciò che vuole [San Teofilo d’Antiochia, Ad Autolycum, 2, 4: PG 6, 1052].

297

La fede nella creazione “dal nulla” è attestata nella Scrittura come una verità piena di promessa e di speranza. Così la madre dei sette figli li incoraggia al martirio:

Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato lo spirito e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi. Senza dubbio il Creatore del mondo, che ha plasmato all’origine l’uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo lo spirito e la vita, come voi ora per le sue leggi non vi curate di voi stessi. . . Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l’origine del genere umano ( 2Mac 7,22-23; 2Mac 7,28 ).

298

Dio, poiché può creare dal nulla, può anche, per opera dello Spirito Santo, donare ai peccatori la vita dell’anima, creando in essi un cuore puro, [Cf Sal 51,12 ] e ai defunti, con la risurrezione, la vita del corpo, egli “che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono” ( Rm 4,17 ). E, dal momento che, con la sua Parola, ha potuto far risplendere la luce dalle tenebre, [Cf Gen 1,3 ] può anche donare la luce della fede a coloro che non lo conoscono [Cf 2Cor 4,6 ].

Dio crea un mondo ordinato e buono

299

Per il fatto che Dio crea con sapienza, la creazione ha un ordine: “Tu hai disposto tutto con misura, calcolo e peso” ( Sap 11,20 ). Creata nel e per mezzo del Verbo eterno, “immagine del Dio invisibile” ( Col 1,15 ), la creazione è destinata, indirizzata all’uomo, immagine di Dio, [Cf Gen 1,26 ] chiamato a una relazione personale con Dio. La nostra intelligenza, poiché partecipa alla luce dell’Intelletto divino, può comprendere ciò che Dio ci dice attraverso la creazione, [Cf Sal 19,2-5 ] certo non senza grande sforzo e in spirito di umiltà e di rispetto davanti al Creatore e alla sua opera [Cf Gb 42,3 ]. Scaturita dalla bontà divina, la creazione partecipa di questa bontà (E Dio vide che era cosa buona. . . cosa molto buona”: Gen 1,4; Gen 1,10; 299 Gen 1,12; Gen 1,18; Gen 1,21; Gen 1,31 ). La creazione, infatti, è voluta da Dio come un dono fatto all’uomo, come un’eredità a lui destinata e affidata. La Chiesa, a più riprese, ha dovuto difendere la bontà della creazione, compresa quella del mondo materiale [Cf San Leone Magno, Lettera Quam laudabiliter: Denz. -Schönm. , 286; Concilio di].

Dio trascende la creazione ed è ad essa presente

300

Dio è infinitamente più grande di tutte le sue opere: [Cf Sir 43,28 ] “Sopra i cieli si innalza” la sua “magnificenza” ( Sal 8,2 ), “la sua grandezza non si può misurare” ( Sal 145,3 ). Ma poiché egli è il Creatore sovrano e libero, causa prima di tutto ciò che esiste, egli è presente nell’intimo più profondo delle sue creature: “In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” ( At 17,28 ). Secondo le parole di sant’Agostino, egli è “superior summo meo et interior intimo meo – più intimo della mia parte più intima, più alto della mia parte più alta” [Sant’Agostino, Confessiones, 3, 6, 11].

Dio conserva e regge la creazione

301

Dopo averla creata, Dio non abbandona a se stessa la sua creatura. Non le dona soltanto di essere e di esistere: la conserva in ogni istante nell’essere, le dà la facoltà di agire e la conduce al suo termine. Riconoscere questa completa dipendenza in rapporto al Creatore è fonte di sapienza e di libertà, di gioia, di fiducia:

Tu ami tutte le cose esistenti, e nulla disprezzi di quanto hai creato; se tu avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte son tue, Signore, amante della vita ( Sap 11,24-26 ).

V. Dio realizza il suo disegno: la Provvidenza divina

302

La creazione ha la sua propria bontà e perfezione, ma non è uscita dalle mani del Creatore interamente compiuta. E’ creata “in stato di via” (in statu viae”) verso una perfezione ultima alla quale Dio l’ha destinata, ma che ancora deve essere raggiunta. Chiamiamo divina Provvidenza le disposizioni per mezzo delle quali Dio conduce la creazione verso questa perfezione.

Dio conserva e governa con la sua Provvidenza tutto ciò che ha creato, “essa si estende da un confine all’altro con forza, governa con bontà eccellente ogni cosa” ( Sap 8,1 ). Infatti “tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi” ( Eb 4,13 ), anche quello che sarà fatto dalla libera azione delle creature [Concilio Vaticano I: Denz. -Schönm., 3003].

303

La testimonianza della Scrittura è unanime: la sollecitudine della divina Provvidenza è concreta e immediata; essa si prende cura di tutto, dalle più piccole cose fino ai grandi eventi del mondo e della storia. Con forza, i Libri Sacri affermano la sovranità assoluta di Dio sul corso degli avvenimenti: “Il nostro Dio è nei cieli, egli opera tutto ciò che vuole” ( Sal 115,3 ); e di Cristo si dice: “Quando egli apre, nessuno chiude, e quando chiude, nessuno apre” ( Ap 3,7 ); “molte sono le idee nella mente dell’uomo, ma solo il disegno del Signore resta saldo” ( Pr 19,21 ).

304

Spesso si nota che lo Spirito Santo, autore principale della Sacra Scrittura, attribuisce delle azioni a Dio, senza far cenno a cause seconde. Non si tratta di “un modo di parlare” primitivo, ma di una maniera profonda di richiamare il primato di Dio e la sua signoria assoluta sulla storia e sul mondo [Cf Is 10,5-15; Is 45,5-7; Dt 32,39; Sir 11,14 ] educando così alla fiducia in lui. La preghiera dei Salmi è la grande scuola di questa fiducia [Cf Sal 22; Sal 32; 305 Sal 35; Sal 103; Sal 138; e.a.].

305

Gesù chiede un abbandono filiale alla Provvidenza del Padre celeste, il quale si prende cura dei più elementari bisogni dei suoi figli: “Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?. . . Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” ( Mt 6,31-33 ) [Cf Mt 10,29-31 ].

La Provvidenza e le cause seconde

306

Dio è il Padrone sovrano del suo disegno. Però, per realizzarlo, si serve anche della cooperazione delle creature. Questo non è un segno di debolezza, bensì della grandezza e della bontà di Dio onnipotente. Infatti Dio alle sue creature non dona soltanto l’esistenza, ma anche la dignità di agire esse stesse, di essere causa e principio le une delle altre, e di collaborare in tal modo al compimento del suo disegno.

307

Dio dà agli uomini anche il potere di partecipare liberamente alla sua Provvidenza, affidando loro la responsabilità di “soggiogare” la terra e di dominarla [Cf Gen 1,26-28 ]. In tal modo Dio fa dono agli uomini di essere cause intelligenti e libere per completare l’opera della creazione, perfezionandone l’armonia, per il loro bene e per il bene del loro prossimo. Cooperatori spesso inconsapevoli della volontà divina, gli uomini possono entrare deliberatamente nel piano divino con le loro azioni, le loro preghiere, ma anche con le loro sofferenze [Cf Col 1,24 ]. Allora diventano in pienezza “collaboratori di Dio” ( 1Cor 3,9; 1Ts 3,2 ) e del suo Regno [Cf Col 4,11 ].

308

Dio agisce in tutto l’agire delle sue creature: è una verità inseparabile dalla fede in Dio Creatore. Egli è la causa prima che opera nelle e per mezzo delle cause seconde: “E’ Dio infatti che suscita” in noi “il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni” ( Fil 2,13 ) [Cf 1Cor 12,6 ]. Lungi dallo sminuire la dignità della creatura, questa verità la accresce. Infatti la creatura, tratta dal nulla dalla potenza, dalla sapienza e dalla bontà di Dio, niente può se è separata dalla propria origine, perché “la creatura senza il Creatore svanisce”; [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 36] ancor meno può raggiungere il suo fine ultimo senza l’aiuto della grazia [Cf Mt 19,26; Gv 15,5; Fil 4,13 ].

La Provvidenza e lo scandalo del male

309

Se Dio Padre onnipotente, Creatore del mondo ordinato e buono, si prende cura di tutte le sue creature, perché esiste il male? A questo interrogativo tanto pressante quanto inevitabile, tanto doloroso quanto misterioso, nessuna rapida risposta potrà bastare. E’ l’insieme della fede cristiana che costituisce la risposta a tale questione: la bontà della creazione, il dramma del peccato, l’amore paziente di Dio che viene incontro all’uomo con le sue Alleanze, con l’Incarnazione redentrice del suo Figlio, con il dono dello Spirito, con il radunare la Chiesa, con la forza dei sacramenti, con la vocazione ad una vita felice, alla quale le creature libere sono invitate a dare il loro consenso, ma alla quale, per un mistero terribile, possono anche sottrarsi. Non c’è un punto del messaggio cristiano che non sia, per un certo aspetto, una risposta al problema del male .

310

Ma perché Dio non ha creato un mondo a tal punto perfetto da non potervi essere alcun male? Nella sua infinita potenza, Dio potrebbe sempre creare qualcosa di migliore [Cf San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I, 25, 6]. Tuttavia, nella sua sapienza e nella sua bontà infinite, Dio ha liberamente voluto creare un mondo “in stato di via” verso la sua perfezione ultima. Questo divenire, nel disegno di Dio, comporta, con la comparsa di certi esseri la scomparsa di altri, con il più perfetto anche il meno perfetto, con le costruzioni della natura anche le distruzioni. Quindi, insieme con il bene fisico esiste anche il male fisico, finché la creazione non avrà raggiunto la sua perfezione [Cf San Tommaso d’Aquino, Summa contra gentiles, 3, 71].

311

Gli angeli e gli uomini, creature intelligenti e libere, devono camminare verso il loro destino ultimo per una libera scelta e un amore di preferenza. Essi possono, quindi, deviare. In realtà, hanno peccato. E’ così che nel mondo è entrato il male morale, incommensurabilmente più grave del male fisico. Dio non è in alcun modo, né direttamente né indirettamente, la causa del male morale [Cf Sant’Agostino, De libero arbitrio, 1, 1, 1: PL 32, 1221-1223; San Tommaso d’Aquino, Summa teologiae, I-II, 79, 1]. Però, rispettando la libertà della sua creatura, lo permette e, misteriosamente, sa trarne il bene:

Infatti Dio onnipotente. . ., essendo supremamente buono, non permetterebbe mai che un qualsiasi male esistesse nelle sue opere, se non fosse sufficientemente potente e buono da trarre dal male stesso il bene [Sant’Agostino, Enchiridion de fide, spe et caritate, 11, 3].

312

Così, col tempo, si può scoprire che Dio, nella sua Provvidenza onnipotente, può trarre un bene dalle conseguenze di un male, anche morale, causato dalle sue creature: “Non siete stati voi”, dice Giuseppe ai suoi fratelli, “a mandarmi qui, ma Dio; . . . se voi avete pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene. . . per far vivere un popolo numeroso” ( Gen 45,8 Gen 50,20 ) [Cf Tb 2,12-18 vulg]. Dal più grande male morale che mai sia stato commesso, il rifiuto e l’uccisione del Figlio di Dio, causata dal peccato di tutti gli uomini, Dio, con la sovrabbondanza della sua grazia, [Cf Rm 5,20 ] ha tratto i più grandi beni: la glorificazione di Cristo e la nostra Redenzione. Con ciò, però, il male non diventa un bene.

313

“Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” ( Rm 8,28 ). La testimonianza dei santi non cessa di confermare questa verità:

Così santa Caterina da Siena dice a “coloro che si scandalizzano e si ribellano davanti a ciò che loro capita”: “Tutto viene dall’amore, tutto è ordinato alla salvezza dell’uomo, Dio non fa niente se non a questo fine” [Santa Caterina da Siena, Dialoghi, 4, 138].

E san Tommaso Moro, poco prima del martirio, consola la figlia: “Nulla accade che Dio non voglia, e io sono sicuro che qualunque cosa avvenga, per quanto cattiva appaia, sarà in realtà sempre per il meglio” [San Tommaso More, Lettera ad Alice Alington di Margaret Roper sul colloquio avuto in carcere con il padre, cf Liturgia delle Ore, III, Ufficio delle letture del 22 giugno].

E Giuliana di Norwich: “Imparai dalla grazia di Dio che dovevo rimanere fermamente nella fede, e quindi dovevo saldamente e perfettamente credere che tutto sarebbe finito in bene. . . : “Tu stessa vedrai che ogni specie di cosa sarà per il bene ” [Giuliana di Norwich, Rivelazioni dell’amore divino, 32].

314

Noi crediamo fermamente che Dio è Signore del mondo e della storia. Ma le vie della sua Provvidenza spesso ci rimangono sconosciute. Solo alla fine, quando avrà termine la nostra conoscenza imperfetta e vedremo Dio “a faccia a faccia” ( 1Cor 13,12 ), conosceremo pienamente le vie, lungo le quali, anche attraverso i drammi del male e del peccato, Dio avrà condotto la sua creazione fino al riposo di quel Sabato [Cf Gen 2,2 ] definitivo, in vista del quale ha creato il cielo e la terra.

In sintesi

315

Nella creazione del mondo e dell’uomo, Dio ha posto la prima e universale testimonianza del suo amore onnipotente e della sua sapienza, il primo annunzio del suo “disegno di benevolenza”, che ha il suo fine nella nuova creazione in Cristo.

316

Sebbene l’opera della creazione sia particolarmente attribuita al Padre, è ugualmente verità di fede che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono il principio unico e indivisibile della creazione.

317

Dio solo ha creato l’universo liberamente, direttamente, senza alcun aiuto.

318

Nessuna creatura ha il potere infinito necessario per “creare” nel senso proprio del termine, cioè produrre e dare l’essere a ciò che non l’aveva affatto (chiamare all’esistenza “ex nihilo” – dal nulla) [Cf Congregazione per l’Educazione Cattolica, Decreto del 27 luglio 1914, Theses approbatae philosophiae tomisticae: Denz. -Schönm., 3624].

319

Dio ha creato il mondo per manifestare e per comunicare la sua gloria. Che le sue creature abbiano parte alla sua verità, alla sua bontà, alla sua bellezza: ecco la gloria per la quale Dio le ha create.

320

Dio, che ha creato l’universo, lo conserva nell’esistenza per mezzo del suo Verbo, “questo Figlio che. . . sostiene tutto con la potenza della sua Parola” ( Eb 1,3 ), e per mezzo dello Spirito Creatore che dà vita.

321

La divina Provvidenza consiste nelle disposizioni con le quali Dio, con sapienza e amore, conduce tutte le creature al loro fine ultimo.

322

Cristo ci esorta all’abbandono filiale alla Provvidenza del nostro Padre celeste [Cf Mt 6,26-34 ] e l’apostolo san Pietro gli fa eco: gettate “in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi” ( 1Pt 5,7 ) [Cf Sal 55,23 ].

323

La Provvidenza divina agisce anche attraverso l’azione delle creature. Agli esseri umani Dio dona di cooperare liberamente ai suoi disegni.

324

Che Dio permetta il male fisico e morale è un mistero che Dio illumina nel suo Figlio, Gesù Cristo, morto e risorto per vincere il male. La fede ci dà la certezza che Dio non permetterebbe il male, se dallo stesso male non traesse il bene, per vie che conosceremo pienamente soltanto nella vita eterna.

La Famiglia – 10. Maschio e Femmina (I)

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PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 15 aprile 2015

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La Famiglia – 10. Maschio e Femmina (I)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La catechesi di oggi è dedicata a un aspetto centrale del tema della famiglia: quello del grande dono che Dio ha fatto all’umanità con la creazione dell’uomo e della donna e con il sacramento del matrimonio. Questa catechesi e la prossima riguardano la differenza e la complementarità tra l’uomo e la donna, che stanno al vertice della creazione divina; le due che seguiranno poi, saranno su altri temi del Matrimonio.

Iniziamo con un breve commento al primo racconto della creazione, nel Libro della Genesi. Qui leggiamo che Dio, dopo aver creato l’universo e tutti gli esseri viventi, creò il capolavoro, ossia l’essere umano, che fece a propria immagine: «a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen 1,27), così dice il Libro della Genesi.

E come tutti sappiamo, la differenza sessuale è presente in tante forme di vita, nella lunga scala dei viventi. Ma solo nell’uomo e nella donna essa porta in sé l’immagine e la somiglianza di Dio: il testo biblico lo ripete per ben tre volte in due versetti (26-27): uomo e donna sono immagine e somiglianza di Dio. Questo ci dice che non solo l’uomo preso a sé è immagine di Dio, non solo la donna presa a sé è immagine di Dio, ma anche l’uomo e la donna, come coppia, sono immagine di Dio. La differenza tra uomo e donna non è per la contrapposizione, o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, sempre ad immagine e somiglianza di Dio.

L’esperienza ce lo insegna: per conoscersi bene e crescere armonicamente l’essere umano ha bisogno della reciprocità tra uomo e donna. Quando ciò non avviene, se ne vedono le conseguenze. Siamo fatti per ascoltarci e aiutarci a vicenda. Possiamo dire che senza l’arricchimento reciproco in questa relazione – nel pensiero e nell’azione, negli affetti e nel lavoro, anche nella fede – i due non possono nemmeno capire fino in fondo che cosa significa essere uomo e donna.

La cultura moderna e contemporanea ha aperto nuovi spazi, nuove libertà e nuove profondità per l’arricchimento della comprensione di questa differenza. Ma ha introdotto anche molti dubbi e molto scetticismo. Per esempio, io mi domando, se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì, rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione. Per risolvere i loro problemi di relazione, l’uomo e la donna devono invece parlarsi di più, ascoltarsi di più, conoscersi di più, volersi bene di più. Devono trattarsi con rispetto e cooperare con amicizia. Con queste basi umane, sostenute dalla grazia di Dio, è possibile progettare l’unione matrimoniale e familiare per tutta la vita. Il legame matrimoniale e familiare è una cosa seria, lo è per tutti, non solo per i credenti. Vorrei esortare gli intellettuali a non disertare questo tema, come se fosse diventato secondario per l’impegno a favore di una società più libera e più giusta.

Dio ha affidato la terra all’alleanza dell’uomo e della donna: il suo fallimento inaridisce il mondo degli affetti e oscura il cielo della speranza. I segnali sono già preoccupanti, e li vediamo. Vorrei indicare, fra i molti, due punti che io credo debbono impegnarci con più urgenza.

Il primo. E’ indubbio che dobbiamo fare molto di più in favore della donna, se vogliamo ridare più forza alla reciprocità fra uomini e donne. E’ necessario, infatti, che la donna non solo sia più ascoltata, ma che la sua voce abbia un peso reale, un’autorevolezza riconosciuta, nella società e nella Chiesa. Il modo stesso con cui Gesù ha considerato la donna in un contesto meno favorevole del nostro, perché in quei tempi la donna era proprio al secondo posto, e Gesù l’ha considerata in una maniera che dà una luce potente, che illumina una strada che porta lontano, della quale abbiamo percorso soltanto un pezzetto. Non abbiamo ancora capito in profondità quali sono le cose che ci può dare il genio femminile, le cose che la donna può dare alla società e anche a noi: la donna sa vedere le cose con altri occhi che completano il pensiero degli uomini. E’ una strada da percorrere con più creatività e audacia.

Una seconda riflessione riguarda il tema dell’uomo e della donna creati a immagine di Dio. Mi chiedo se la crisi di fiducia collettiva in Dio, che ci fa tanto male, ci fa ammalare di rassegnazione all’incredulità e al cinismo, non sia anche connessa alla crisi dell’alleanza tra uomo e donna. In effetti il racconto biblico, con il grande affresco simbolico sul paradiso terrestre e il peccato originale, ci dice proprio che la comunione con Dio si riflette nella comunione della coppia umana e la perdita della fiducia nel Padre celeste genera divisione e conflitto tra uomo e donna.

Da qui viene la grande responsabilità della Chiesa, di tutti i credenti, e anzitutto delle famiglie credenti, per riscoprire la bellezza del disegno creatore che inscrive l’immagine di Dio anche nell’alleanza tra l’uomo e la donna. La terra si riempie di armonia e di fiducia quando l’alleanza tra uomo e donna è vissuta nel bene. E se l’uomo e la donna la cercano insieme tra loro e con Dio, senza dubbio la trovano. Gesù ci incoraggia esplicitamente alla testimonianza di questa bellezza che è l’immagine di Dio.

MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 8

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

VII meditazione
Giornata penitenziale

In questa giornata penitenziale, le due meditazioni serviranno come esame di coscienza, potranno tuttavia servire a questo scopo anche le meditazioni dei giorni passati.

Il Signore presenta le esigenze fondamentali della giustizia del regno: se uno vuol entrare nel regno di Dio, e quindi sintonizzarsi con la volontà di Dio come re, deve assumere alcuni comportamenti fondamentali, decisivi per il riconoscimento di un’esigenza cristiana.

«Perciò io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna» (Mt 5,20-22).

Così comincia un brano decisivo del discorso della montagna, facendo il confronto tra la giustizia del discepolo e quella degli scribi e dei farisei.

Gli scribi e i farisei sono persone religiose, impegnate nella vita religiosa; lo scriba spende tutto il suo tempo per studiare la legge di Dio, per conoscerne ogni parola, ogni virgola, ogni accento, per capire nel modo più preciso quello che Mosè aveva scritto; i farisei si impegnano a fare ancor più di quanto la legge prescrive, vogliono – dicevano – costruire una siepe attorno alla legge, mettervi una protezione: se la legge comanda di digiunare qualche volta all’anno, il fariseo digiuna due volte la settimana, per fare più di quello che era comandato. Gli scribi e i farisei sono dunque persone rispettabili, impegnate nell’osservanza della legge di Dio; il fariseismo in quanto tale è un impegno più intenso del normale.

Eppure: «se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli»: a voi, viene chiesto di più. Ma perché questo? Forse siete migliori come temperamento e carattere? siete fatti con una pasta superiore? No, ma vi viene chiesto di più perché vi è stato dato di più: avete conosciuto l’amore di Dio molto più degli scribi e dei farisei, perché avete conosciuto Gesù Cristo, e, in Lui, avete ricevuto la presenza del Signore dentro la vostra vita; avete riconosciuto un amore che perdona, un amore infinitamente grande e ricco: allora dovete rispondere all’amore di Dio con una intensità più grande.

La vita religiosa è una risposta: il primo a parlare, e ad agire è sempre Dio; noi viviamo rispondendo all’amore di Dio e quanto più grande si rivela l’amore di Dio, tanto più decisa deve diventare la nostra risposta; per questo: “la vostra giustizia deve superare quella degli scribi e dei farisei”, non perché voi siate più bravi, ma perché a voi Dio ha manifestato il suo amore in un modo ancora più grande: attraverso Gesù.

Per spiegare quel “superiore a quella degli scribi…”, Gesù porta una serie di esempi. Il primo è preso dal comandamento: Non uccidere: “Avete inteso che Dio ha detto agli antichi attraverso Mosè: non uccidere”; quando uno scriba si trova dinanzi a questa legge, egli capisce e sente che se uccidesse, sarebbe sottoposto a giudizio. In realtà, non si parla di giudizio nel comandamento, che dice solo: non uccidere; ma lo scriba attento spiega che, se uno va contro questo comandamento, cade sotto il giudizio di Dio.

«Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello sarà sottoposto al giudizio; e chi dice: stupido sarà sottoposto al sinedrio, chi dice: pazzo sarà sottoposto al fuoco della Geenna», cioè al fuoco eterno. È un modo tipicamente cristiano, di Gesù Cristo, di interpretare la legge. Infatti, se uno prende le due parole: non uccidere, gli viene proibito di accoltellare l’avversario, di sparargli… cioè di fare qualsiasi cosa per cui sia possibile ammazzare, e basta.

Ma per Gesù, “non uccidere” vuole dire: non fare niente di male all’altro: non uccidere, dunque, non ferire, e neppure ferire dal punto di vista interiore, con una offesa cattiva e che vuole fare del male. Per Gesù, allora ogni diminuzione della vita del tuo fratello deve essere tolta, si deve imparare a “volere” la vita dell’altro, a essere contento che l’altro ci sia, e a fare quanto è possibile perché la vita dell’altro sia bella e ricca: devi aiutarlo a vivere, per quello che dipende da te. Tutto quello invece che si fa per diminuire la vita dell’altro va contro la volontà di Dio. Se anche la nostra azione non sarà negativa come l’omicidio, tuttavia ogni gesto contro il fratello è negativo. La prospettiva non è più: uccidere o non uccidere, ma volere la vita dell’altro o toglierla, diminuirla.

Nella prima lettera di Giovanni, troviamo lo stesso ragionamento: «Non vi meravigliate, fratelli, se il mondo vi odia; noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (3,13-14). Il che è bellissimo: vive davvero solo quello che ama i fratelli, è contento della vita degli altri e la protegge; viceversa: «Chi non ama, rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna» (3,14-15). Chi odia è omicida, – non dal punto di vista giuridico, s’intende –; davanti al Signore non contano solo i gesti esterni, bensì le scelte interiori. Perciò, se uno vuole effettivamente vivere, deve amare la vita dell’altro, custodirla, non fare nulla che la ferisca o la diminuisca.

Le parole “stupido” e “pazzo” sono esempi che Gesù fa: è il cuore, la volontà negativa nei confronti dell’altro che noi dobbiamo fuggire, non tanto il suono delle parole in quanto tali.

«Se dunque presenti la tua offerta all’altare, e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24). Se c’è qualcosa di importante e di urgente nella vita dell’uomo, è il servizio di Dio. Cosa può valere più del servizio di Dio, della liturgia? Un tempo, nelle rubriche si diceva che quando la Messa è cominciata con il segno della croce, non si può più interrompere per nessun motivo: niente è più urgente della Messa. Niente, dunque, è più importante della liturgia. Però, se mentre stai per fare la tua liturgia, ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, va’ prima a riconciliarti: la riconciliazione sta prima, è più urgente del servizio stesso di Dio; perciò, prima ti riconcili, poi fai l’offerta, essa diventa così proprio secondo il cuore di Dio.

«Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice, il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là fino a che tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo» (Mt 5,25-26): non hai l’eternità davanti a te, per riconciliarti con il tuo fratello, hai solo il tempo di questa vita. Se tu dovessi andare davanti a un tribunale e avessi un po’ di tempo per arrivare dal giudice, ti metteresti d’accordo subito, per evitare che il giudice ti condanni e tu debba pagare tutto il tuo debito. Nel tempo che hai – e non è tanto – riconciliati, fin che puoi.

Tutto questo riguarda il comandamento: Non uccidere, inteso secondo Gesù: il comandamento cioè si allarga e richiede una serie di comportamenti e di atteggiamenti interiori molto grande. Lo stesso vale per gli altri comandamenti.

«Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5,27-28). C’è un comandamento che riguarda l’ordine nel campo grande e importante della sessualità; ma, dice il Signore, si deve intendere questo comandamento in senso ampio: non proibisce infatti solo il gesto esterno del tradimento, proibisce anche le scelte interiori. – “Scelte”: perché ci sia il peccato, non basta una fantasia passeggera, ci deve essere l’avvertenza e il consenso, come dice il catechismo –. La dimensione della sessualità deve essere messa in sintonia con la volontà di Dio nei comportamenti esterni, ma anche nelle scelte interiori del cuore: è lì che si formano gli orientamenti della vita dell’uomo, e l’uomo deve dare alla sessualità l’importanza che le spetta: nell’ottica del Signore, è vocazione all’amore, è spinta al superamento della solitudine e, quindi, all’incontro e al dono. L’uomo non può vivere la sessualità come sfruttamento o ricerca pura del proprio piacere, in una visione egoistica: sarebbe usare un dono di Dio per deformare la volontà del Signore.

«Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna» (Mt 5,29-30): questo passo è già stato commentato a proposito del cap. 18.

«Fu pure detto: chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio; ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio» (Mt 5,31-32). Nella legislazione ebraica c’era la possibilità del ripudio della propria moglie: se un uomo «trova in sua moglie qualcosa di vergognoso, la può ripudiare, purché le scriva un libello di ripudio» (cfr. Dt 24,1): il libello di ripudio era come un certificato di stato libero che permetteva alla donna di risposarsi; era una tutela per la donna; infatti, il ripudio, nella società ebraica, privava la donna della protezione del marito e della famiglia, mettendola in condizione di inferiorità, di possibile sfruttamento da parte degli altri; così la legge aveva dato come garanzia alla donna la possibilità del libello di ripudio.

Il discorso di Gesù va in radice: non solo si deve dare l’atto libero, ma non si deve nemmeno ripudiare la moglie, perché il ripudio è un atto di egoismo nei confronti della donna, è un privarla della sicurezza e di ogni sostegno; è un venire meno al patto di alleanza che il matrimonio rappresenta. Nell’ottica di Gesù, il matrimonio ha dunque una dimensione di eternità, è una promessa per sempre, quindi una garanzia per sempre nei confronti della donna.

«Avete anche inteso che fu detto agli antichi: non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti. Ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra perché è lo sgabello dei suoi piedi; né per Gerusalemme perché è la città del gran re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Mt 5,33-37): è una riflessione sull’uso della parola. Il linguaggio è uno dei doni più grandi che il Signore ha fatto all’uomo, è una caratteristica tipicamente umana – il linguaggio degli animali non è articolato –, ed è articolato in tutta una serie di espressioni complesse. Ora, il linguaggio è stato dato all’uomo come strumento di comunicazione: entro in rapporto con voi, mi faccio conoscere e cerco di conoscervi.

Può succedere però che l’uomo usi il linguaggio per nascondere le cose, invece che per farle vedere; per impedire la comunicazione, invece che per comunicare, per non far vedere niente, o per far vedere il contrario di quello che è. È il linguaggio, talvolta, dei politici che parlano per ingarbugliare le cose, ma è anche il linguaggio dei nostri rapporti con gli altri: per es. una parola non luminosa e trasparente, che non porta il cuore dentro di sé, ed è usata qualche volta per non farsi capire, per portare sulla strada sbagliata, per ingannare, per fare del male, per ferire: tutti usi scorretti e ingiusti della parola.

Talvolta anzi succede che l’uomo, per dare valore alle sue parole, fa appello a Dio e giura: la mia parola non è sufficiente nella sua luminosità, allora prendo Dio come testimone, mi servo di Dio per far credere alle mie parole. Nell’ottica di Gesù, questo non va: non dobbiamo mai “usare” Dio per ottenere il consenso degli altri; si deve dare alle proprie parole quella sincerità e quella chiarezza che non ha bisogno di altri appigli; le parole, quando sono vere, si presentano con tutta la loro forza, senza bisogno di altro; “si, sì; no, no” è dunque un invito a che la parola sia sincera e trasparente, non strumentale.

«Avete inteso che fu detto: occhio per occhio, dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Da’ a chi ti domanda, e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle» (Mt 5,38-42): per capire questo brano importante e famoso, si deve partire dalla legge del taglione (legge del tale/quale), “occhio per occhio, dente per dente”, cioè quale l’offesa, tale la vendetta; se tu mi offendi, io posso reagire, e, secondo la legge del taglione, posso reagire entro i limiti dell’offesa ricevuta: ho ricevuto uno schiaffo, posso restituire uno schiaffo, senza aggiungere niente a quello che ho subito. Nella storia della civiltà, la legge del taglione è stata un passo enorme, perché ha messo un limite alla vendetta; infatti, per natura sua, la vendetta è senza limiti, per cui si creano catene immense di odi, di rancori e di omicidi.

La legge del taglione ha messo un confine alla risposta dell’offeso; anzi, si può dire che il diritto è nato con la legge del taglione, che riscontriamo fin dal codice di Hammurabi: se uno ha rubato, paga secondo la misura fissata dalla legge.

Ora, Gesù chiede alla comunità cristiana, che la vendetta sia non solo limitata, ma tolta: i nostri comportamenti non devono mai essere determinati dalla vendetta: è questo il senso, il messaggio del brano, da non confondere con i vari esempi che contiene. «Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra» non è una legge in senso stretto, ma è un esempio: se uno ti ha fatto un’offesa, non devi reagire con la vendetta e restituire quello che ti è stato fatto; devi invece lasciarti guidare sempre dalla ricerca dell’amore, della riconciliazione, della giustizia, della verità, della fraternità.

Precisiamo: non è proibito, in assoluto, dare uno schiaffo che può anche essere un gesto di amore; come una carezza può essere anche un gesto di inganno, quindi di odio nei confronti di una persona. Il problema non sta nel gesto: occorre vedere cosa c’è nel cuore, vedere il motivo dello schiaffo o della carezza: se viene dall’amore o dall’invidia e dalla volontà di rivalsa. Sant’Agostino dice che un mercante tratta bene i suoi schiavi non perché li ama, ma per poter guadagnare di più quando li venderà.

Allora, non è il gesto esterno a decidere sempre il significato di un’azione; è prima di tutto il cuore: amore o vendetta, bontà o cattiveria. Il Signore ci chiede di non fare niente per volontà di vendetta: ed è una richiesta estremamente impegnativa, perché la vendetta è istintiva in noi: se ci viene fatta un’offesa, è estremamente difficile non esigere un compenso. Invece, dobbiamo entrare in una visione diversa della vita, perché tutto quel che abbiamo è dono del Signore, tutto quello che siamo è ricchezza che ci viene da lui; un’offesa ricevuta è anzitutto un’offesa nei confronti del Signore, e solo in seconda istanza è offesa verso di noi. Se riuscissimo a entrare in questa logica di fede, capiremmo perché la vendetta non trova posto per un cristiano.

«Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,43-48): è un invito all’amore, ad un amore creativo: non è solo un amore che risponde bene al bene, ma un amore che sa creare il bene là dove c’è il male.

C’è un primo livello di vita che si lascia dominare dalla violenza, dall’interesse nel senso più deteriore, per cui può capitare di fare il male agli altri per interesse, per affermare se stessi: è la legge della giungla, è egoismo puro.

C’è poi un livello di maggior giustizia e rispetto, per cui l’uomo fa il bene a chi gli fa del bene, e fa del male a chi gli fa del male, proprio come secondo quella legge della meccanica per la quale ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria: è una legge di natura che talvolta però vale anche per i rapporti sociali, per i nostri rapporti: restituisco quello che ho ricevuto.

C’è invece un livello più alto, il livello tipico di Dio, dell’amore creativo e gratuito: creativo, perché crea il bene, anche dove non c’è; infatti, “fa sorgere il sole sopra i buoni e sopra i malvagi e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti”. Nella lettera ai Romani, san Paolo dice che «mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per gli empi, nel tempo stabilito» (Rm 5,6): non è morto per i santi, per i buoni, ma per gli empi, per gli egoisti, per gli ipocriti, i falsi: proprio questo ci fa capire l’amore di Dio. «È raro trovare chi sia disposto a morire per un giusto – è raro, ma qualche caso si può trovare –. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,7-8): Dio ha creato l’amore dove c’era l’odio, l’ha creato lui, l’amore, dove noi avevamo messo l’egoismo, l’empietà e il rifiuto di Dio.

È anche un amore gratuito; san Paolo dice: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (Rm 12,21): l’unico modo di vincere il male, non è restituirlo, perché, se ricevo il male e lo restituisco, non faccio che lasciare passare il male affinché continui dopo di me; si vince il male perdonandolo, facendo il bene. Il che è rischioso, perché l’altro può rispondermi male; ma è un rischio che Dio, per primo, ha assunto nei nostri confronti; Dio infatti “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni”. Si avverte la forza di questa frase se ci collochiamo tra i malvagi – se ci mettiamo tra i buoni, la frase non ha più forza –: il Signore fa sorgere il suo sole sopra di noi, nonostante che siamo malvagi, ecco perché anche noi dobbiamo fare lo stesso nei confronti degli altri.

«Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste»: il Signore non pretende che siamo senza limiti come Dio, ma ci chiede di ragionare nell’ottica di amore creativo e gratuito in cui ragiona lui stesso; Dio si comporta secondo un amore gratuito e noi dobbiamo fare altrettanto: solo così assomiglieremo a lui. Il cristiano assomiglia a Dio se ama gratuitamente, se sa dare il suo perdono: è questa infatti la caratteristica più propria di Dio.

La nostra giustizia deve superare quella degli scribi e dei farisei, era detto in Mt 5,20: non solo non uccidere, ma non fare niente di male al fratello, anzi, volere la riconciliazione urgentemente; non solo non commettere adulterio, ma non voler niente di negativo nell’ottica della sessualità: volere anzi quella ricchezza di amore per cui la sessualità ci è stata donata; non solo non spergiurare o fare giuramenti falsi, ma non usare mai la parola in modo che inganni o faccia del male; non solo non fare mai niente per vendetta, ma costruire un amore gratuito. L’esempio più tipico dell’amore gratuito è l’amore verso i nemici, in cui uno ha ricevuto del male e restituisce il bene.

Quando un cristiano entra in questa logica, entra in una mentalità propriamente divina: non più la legge della giungla, cioè fare il maggior male possibile agli altri, non più la logica di giustizia che fa vivere il rapporto con gli altri in un livello di uguaglianza: il bene a chi mi fa il bene, e il male a chi mi fa il male. Dobbiamo invece attuare la legge della gratuità che il Signore chiede di vivere nella comunità cristiana. Non sarà mai una legge dello Stato, questa gratuità, ma deve diventare la legge di ogni comunità cristiana.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.

MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 7

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

VI meditazione

Matteo interpreta la parabola della pecora smarrita nell’ottica della comunità cristiana:

«Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli» (Mt 18,10-14).

Questa parabola si trova anche nel Vangelo di Luca, ma in un contesto un po’ diverso da quello di Matteo. Se c’è un piccolo nella comunità cristiana, che non ha una fede molto robusta, o corre il rischio di perdere la comunione, uno che sta un po’ sulla soglia della comunità, possiamo forse lasciarlo allontanare, e non aver nessun riguardo per lui? Dice il Signore: «Guardatevi dal disprezzare anche uno solo di questi piccoli», non potete trascurarli perché sono piccoli o contano poco; infatti hanno degli angeli custodi che stanno sempre davanti a Dio; sono quindi, diremmo noi, dei “raccomandati di ferro”, hanno degli avvocati preziosi e importanti che li difendono presso Dio; sono piccoli, ma hanno grandi amicizie; guai perciò a disprezzarli o a non tenerne conto.

Anzi, può accadere che una cosa da poco assuma un valore grande: un pastore ha cento pecore, ne smarrisce una, è andata lontano dal gregge e corre anche il rischio di perdersi, o di fare un brutto incontro, o di andare in pericoli gravi. Il pastore allora lascia le novantanove sui monti, e va in cerca della smarrita; non si consola per il fatto che gliene rimangono novantanove; anzi, la pecora perduta sembra valere più delle novantanove, e il pastore fa di tutto per non lasciarla perdere. Dice allora il Vangelo che quando perdiamo qualcosa che ci appartiene, proprio quella cosa diventa all’improvviso preziosa: se perdo l’orologio che porto sempre anche senza accorgermene, lo cerco dappertutto e non mi consolo di aver la macchina che vale di più; così fa il Signore: ha un gregge che gli appartiene, non vuole perdere neppure una pecora. Così dunque dobbiamo fare anche noi: non lasciar perdere nessuno, senza consolarci se siamo in tanti, e, per quanto dipende da noi, dobbiamo andare a cercare ogni smarrito. Gesù, venendo sulla terra, ha fatto proprio questo: è venuto a cercare chi era perduto, a salvare i peccatori: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,12 s.).

In una comunità cristiana perciò, bisogna fare attenzione a tutti, in particolare, a quelli che corrono il rischio di perdersi, a quelli che si stanno allontanando: sono più preziosi degli altri, non perché sono più bravi, ma perché corrono il rischio di perdersi. Allora, siccome il Signore non vuole che si perda neppure uno di questi piccoli, per quanto dipende dalla comunità cristiana, essa deve fare tutto il possibile per ricuperarli.

Continua il Vangelo: «Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea, e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra, sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo» (Mt 18,15-18).

Non è un brano semplice, ma è molto bello: se un fratello commette una colpa grave che mette in pericolo l’ordine della comunità, che fare? La comunità cristiana è fatta di persone legate dalla medesima fede e dalla medesima carità, dall’amore reciproco, dalla fraternità, per essere un corpo solo, una famiglia, uno spirito solo. Può capitare che in una comunità uno assuma un comportamento che la spacca: non si tratta di un peccato puramente interiore, e neppure delle mancanza quotidiane semplici, che non rovinano la comunità: qui si tratta di un comportamento grave, che divide la comunità.

Poiché questo peccato rischia di compromettere l’armonia della comunità, allontaniamo il peccatore come uno scomunicato e non vogliamo più aver a che fare con lui? No, dice il Signore: vallo a cercare in modo da parlare con lui, da convincerlo del suo errore, e da aiutarlo a cambiare il suo atteggiamento; fai di tutto per ricuperarlo alla carità, alla comunione, alla armonia. Se riesci a fare questo, hai guadagnato un fratello: hai fatto l’opera di carità più squisita. Niente è così importante e bello come riportare un fratello alla comunione con tutta la Chiesa. La lettera di San Giacomo torna su questo concetto: «Fratelli miei, se uno di voi si allontana dalla verità, e un altro ve lo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore, salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati» (Gc 5,19-20): è la carità che copre i peccati, ed è una carità squisita riportare un fratello alla comunione.

E se non riesci a convincerlo? Infatti quello può respingerti; tu allora, lo abbandoni? No, dice il Signore: in questo caso, prendi una o due persone con te, andate da lui insieme perché abbia davanti l’autorità di più persone che gli dicono tutti la stessa cosa: il tuo comportamento sta mettendo in pericolo l’armonia della comunità, devi ritornare a un atteggiamento di amore, di fraternità, di comunione. Più persone hanno una maggior forza di convinzione che una sola: lo scopo infatti è convincere. Se però non ascolta neppure queste due o tre persone, lo puoi abbandonare? Neppure in questo caso, anzi, lo devi dire all’assemblea (è la traduzione italiana della parola greca ecclesìa, che vuol dire esattamente chiesa), cioè alla comunità o a quelli che sono i rappresentanti della comunità, perché la comunità ha il massimo di autorevolezza. E solo se rifiuterà anche l’insegnamento e l’esortazione della comunità, allora dovrai trattarlo “come un pagano e un pubblicano”.

Dunque, se qualcuno commette una colpa grave, bisogna fare tutto il possibile per riportarlo alla comunione: prima a quattr’occhi, poi in due o tre, poi con tutta la comunità, in modo che vengono messi in esercizio tutti gli strumenti possibili; solo se quel fratello rifiuta anche la comunità, se è così orgoglioso, presuntuoso e arrogante da dire che non ne vuole sapere neppure della comunità, allora lo devi considerare come un pagano e un pubblicano, cioè come uno che non fa parte della comunità. Il che non significa che io possa insultarlo, disprezzarlo; devo trattarlo come un pagano e un pubblicano: devo cioè annunciargli il Vangelo come se non lo avesse mai sentito; infatti uno che non ha ascoltato neppure la comunità, è uno che non sa niente del Vangelo. È fuori della comunità, ci si è messo lui: e la comunità gli riannuncerà il Vangelo, come a un estraneo: il suo modo di ragionare è infatti fuori della comunione del Vangelo e della Chiesa.

Bisogna perciò comportarsi con premura, con attenzione, per ricondurre alla comunione della Chiesa; solo se tutti i mezzi si sono rivelati inutili, allora quella persona deve essere riconosciuta estranea. E non è una scomunica, come se noi lo allontanassimo; riconosciamo solo che lui si è allontanato e non vuole aver più niente a che fare con noi, né vuole più accettare la nostra comunione, e la fraternità.

Certo, questo modo di agire, suppone una comunità limitata, dove ci si conosce a vicenda, dove ci si ama a vicenda, e suppone che, nella comunità cristiana, si sia responsabili gli uni per gli altri, con l’ottica fondamentale della riconciliazione e dell’unità.

Che si debba essere molto cauti nel prendere dei provvedimenti disciplinari, diremmo noi, nel riconoscere la mancanza di comunione, questo è spiegato dal Vangelo: «In verità vi dico, tutto ciò che legherete sulla terra, sarà legato anche in cielo, e tutto ciò che scioglierete sulla terra, sarà sciolto anche in cielo» (Mt 18,18): cioè, le decisioni che la comunità cristiana prende, sono decisioni gravi e importanti, perché non coinvolgono solo il rapporto tra di noi, ma coinvolgono il nostro rapporto con Dio. Se una comunità cristiana scioglie, è Dio stesso che scioglie, e se una comunità cristiana lega, è Dio stesso che lega; quindi, quando la comunità cristiana agisce, opera scelte importanti che coinvolgono il rapporto con Dio; e proprio perché sono importanti e delicate, bisogna prenderle con molta pazienza e delicatezza, per non fare spaccature gravi, e per non rovinare dei rapporti di fede con il Signore. Le decisioni della Chiesa in materia disciplinare, morale sono approvate da Dio; e non solo nel senso che le ratifica, ma, quando la Chiesa prende una decisione, il Signore stesso è presente e opera in mezzo alla comunità. Il che dà un senso di valore e di dignità molto grande, ma ci deve dare anche un senso di prudenza e di calma molto grandi.

«Se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,19 s.). Siamo davanti a una bella frase – da imparare a memoria –: “due sopra la terra” sono il minimo indispensabile per formare una comunità, e se questi si accorderanno per domandare qualunque cosa, “il Padre mio che è nei cieli ve la concederà”: è una frase – e sono frequenti nel Vangelo – che parla dell’esaudimento della preghiera. La preghiera cristiana viene esaudita, è una preghiera efficace, infallibile, secondo il Vangelo: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede, riceve, chi cerca, trova, e a chi bussa sarà aperto» (Mt 7,7-8): è una frase famosa, che va interpretata bene. In italiano, pare di aver dinanzi dei proverbi che sono verità universali; ma il Vangelo non esprime un proverbio: infatti, la preghiera non ha in sé l’efficacia di produrre un effetto, non è una parola magica; bisognerebbe dire: “chiedete e Dio vi darà; cercate e Dio si lascerà trovare; bussate e Dio vi aprirà”.

La preghiera è efficace, solo perché Dio liberamente, con un cuore grande da papà, l’ascolta; siccome Dio è buono, certamente non lascia cadere neanche una delle preghiere dei suoi figli. Ma non dobbiamo credere di essere esauditi a forza di parole: quello che conta, nella preghiera, è l’amore di Dio. Così la preghiera serve solo a dire al Signore: “ho bisogno, aiutami, perdonami”, ma Dio rimane libero, la preghiera non lo incatena. Siccome Dio è infinitamente buono, sono sicuro della sua risposta più di quanto non sia certa una legge di natura. È più sicuro il rispondere di Dio, che non la legge di gravità, anche se la risposta di Dio dipende dalla sua libertà, dal suo amore. In questo senso, la preghiera cristiana è infallibile: perché si rivolge all’amore paterno di Dio.

Nel versetto citato, viene ripresa la medesima convinzione: la preghiera è infallibile, però è espressa una condizione: «se due… si accorderanno per domandare qualunque cosa». Questo “accordo” è fondamentale, in greco esprime la “sinfonia”; se due di voi sulla terra faranno una “sinfonia” pregando, saranno esauditi. Nella sinfonia ci sono voci diverse, ma sono accordate tra loro, per cui esce non un rumore, bensì un’armonia, una “sinfonia”, appunto. La preghiera cristiana deve perciò essere fatta da molte persone in accordo le une con le altre, in modo da fare una sinfonia: in tal modo, quello che chiedono, il Signore lo darà.

L’immagine della “sinfonia” è molto bella; sulla unanimità, il Vangelo e tutto il Nuovo Testamento insistono molto. I primi cristiani erano concordi nella preghiera, nell’amore fraterno, mettevano in comune i loro beni (cfr. At 2,42); nell’ottica del Nuovo Testamento, la concordia è un segno della credibilità stessa di Gesù: se andate d’accordo, la gente capisce che Gesù è il Figlio di Dio; se riuscite ad andare d’accordo, si capisce che in mezzo a voi c’è il Signore, si capisce che l’orgoglio, o la presunzione, o gli interessi che tendono ad allontanarci dagli altri, sono stati superati: il Signore li ha vinti con l’amore e la fede, con la sua presenza.

Allora, non c’è dubbio, la preghiera è esaudita perché è la preghiera di Gesù che prega in mezzo a voi, con voi; le bocche sono vostre, ma lo spirito è del Signore, per cui, quanto chiedete, sarà certamente in armonia con la volontà di Dio; non chiederete per i vostri piaceri, dice san Giacomo (4,3), non chiederete per il vostro interesse privato, chiederete sempre che si compia la volontà di Dio sulla terra, il suo progetto, che si viva la fraternità e la comunione; chiederete quindi sempre quella sintonia che è il volere stesso di Dio.

Una preghiera così ha l’effetto straordinario di costruire la comunità cristiana: quando insieme ci si rivolge al Signore, la comunità cristiana nasce, la Chiesa si forma, si compie il progetto di Dio diventato anche nostro progetto e nostro desiderio. La preghiera dunque è efficace perché si rivolge a Dio Padre, ed è efficace se è preghiera concorde, perché è il Signore che prega attraverso di noi e in noi.

È molto bello, a questo proposito, un versetto del Vangelo secondo Tommaso (un Vangelo apocrifo, antichissimo, che – dicono gli esperti – contiene parole autentiche di Gesù): «Gesù dice: Se due fanno la pace tra di loro in una casa, essi diranno alla montagna: Spostati, ed essa si sposterà»; questo episodio è legato con la fede, nel Vangelo di Matteo (17,20 e 21,21), mentre il Vangelo di Tommaso dà come condizione: “se due fanno la pace tra di loro”, perché ancora, fare la pace è avere il Signore in mezzo a noi, e se il Signore è con noi, fa anche i miracoli. Se dunque una preghiera è “sinfonica”, può ottenere cose straordinarie per la comunità.

«Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20): siamo riuniti nel suo nome perché ci ha messo insieme la fede. Infatti, si può essere insieme per interesse, o per caso; ma per il Vangelo, siamo insieme per volere del Signore, ci ha riuniti la fede; congregavit nos in unum Christi amor, l’amore di Cristo, dice l’antico inno medioevale, ci ha “congregati”. Inoltre, siamo riuniti per fare la volontà di Cristo, perché insieme vogliamo realizzare il Vangelo. Così, per una famiglia religiosa: è unita per attuare il Vangelo, (che è più facile da realizzare in comunità che isolatamente) e per fare la volontà del Signore.

Ora, quando questo succede, “io sono in mezzo a loro”: questa frase è la traduzione cristiana di un tema biblico importante: l’abitazione di Dio, la presenza di Dio. Il Signore abita in una tenda in mezzo al suo popolo e, nella tenda, accompagna il popolo nel suo pellegrinaggio nel deserto. Così per il tempio di Gerusalemme: lì abita il Nome del Signore. Un testo della Mishnà (una raccolta ebraica di leggi) dice: «Se due persone sono riunite senza che parlino della Torah, della Legge, è una riunione di burloni; ma se due persone sono riunite e parlano della Torah, la shekinah (Dio stesso) dimora in mezzo a loro»: se due persone parlano di sport o di politica, è una riunione per scherzo; ma se si parla della Legge, della volontà di Dio, lì c’è Dio stesso.

Ora, quello che per l’Ebreo era la Torah, per il cristiano è Gesù. Se due persone sono insieme nel nome di Gesù, c’è la sua presenza. La presenza di Dio è lo scopo stesso della storia della salvezza, perché tutta la storia del mondo termina, secondo la Bibbia, quando Dio abiterà fra gli uomini per sempre. Il libro dell’Apocalisse, al cap. 21, dice proprio così: scende la Gerusalemme da presso Dio, come una sposa pronta per il suo sposo, e una voce proclama: «Ecco la dimora di Dio fra gli uomini; egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,3-4). Questa presenza di Dio tra gli uomini è anticipata, il paradiso è certamente il punto d’arrivo della storia; ma nella comunità cristiana la presenza del Signore c’è in anticipo; il paradiso c’è fin da adesso, “dove due o tre sono riuniti nel mio nome”. L’incarnazione del Figlio di Dio ha come scopo di permettere questa comunione: Dio si è fatto uomo perché l’uomo potesse vivere insieme con Dio.

Queste cose vanno insieme: se due sono d’accordo nel pregare, ottengono qualunque cosa – purché sia legata con la loro comunione – per il fatto che lì c’è la presenza del Signore: non cercano più il loro capriccio personale, ma, vivendo insieme con il Signore, cercano la volontà di Gesù e la realizzazione della Chiesa.

Riassumendo: non bisogna disprezzare nessuno, anzi, chi è smarrito e rischia di perdersi, venga ricondotto alla comunione con la Chiesa; bisogna poi fare di tutto per non essere troppo rapidi nell’allontanare qualcuno; cercare di correggerlo, convincerlo, prima a quattr’occhi, poi insieme, poi davanti alla comunità; e solo se rifiuterà anche la Chiesa, sarà considerato un estraneo: questo perché, siccome le decisioni della Chiesa coinvolgono Dio stesso, bisogna prenderle con grande cautela. Ancora: dove due si accordano per domandare qualcosa al Padre, egli la concederà: poiché la comunità cristiana nasce da Cristo e vive della presenza di Cristo, ha quindi la medesima forza di Cristo nel rivolgersi al Padre: è una comunità che realizza la presenza di Dio in mezzo agli uomini, ed anticipa lo scopo stesso della storia della salvezza.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.

MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 6

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

V meditazione

Preghiera iniziale: Salmo 133 (132)

Dopo aver posto la base del nostro cammino nell’atto di fede in Gesù come Cristo e Figlio di Dio, con l’accettazione del cammino del discepolato che condivide la sorte di Gesù, quindi anche la passione e la croce, ci fermiamo a meditare il cap. 18 di Matteo che contiene il cosiddetto discorso ecclesiastico. Con Pietro, Gesù ha parlato della sua Chiesa, ha espresso la volontà di costruire una comunità. Essa deve avere delle caratteristiche che la distinguono dalla società civile. Quali sono queste caratteristiche? come deve vivere una comunità cristiana? o una comunità religiosa?

La risposta a questo interrogativo è data nel cap. 18, dove Matteo ha raccolto le parole di Gesù che riguardano la vita comune, lo “stare insieme” dei cristiani.

«In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: “Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?”. Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me. Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!”» (Mt 18,1-7)

“Chi è il più grande nel regno dei cieli?”: il regno dei cieli è il regno di Dio, cioè dove Dio esercita la sua sovranità; e se Dio esercita la sua sovranità, succede una rivoluzione: Dio cambia tantissime cose del nostro modo di pensare e di vivere, costruisce un regno secondo leggi e costituzioni diverse da quelle umane. Il regno di Dio è un cambiamento radicale nel nostro modo di vivere, e a noi interessa capire quali possono essere questi cambiamenti: come si fa a fare carriera, nel regno di Dio? quali le regole del regno dei cieli? chi è il più grande nel regno dei cieli? Dobbiamo cioè sapere verso quale regno siamo incamminati.

Che nel regno di Dio ci sia una rivoluzione di comportamenti, lo vediamo dalle Beatitudini. Nel Vangelo di Luca, le Beatitudini hanno una forma strana: «Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: “Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio… Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Beati voi che ora avete fame perché sarete saziati… Ma guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Beati voi che ora piangete, perché riderete… Ma guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete”» (cfr. Lc 9,20-25). Il discorso è molto chiaro: si capovolgono le cose; chi è povero, riceve felicità; chi è ricco viene privato di quel che possiede. Allora: chi è grande nel regno di Dio? Quali le cose a cui dobbiamo dare importanza? Per cosa ci dobbiamo impegnare, nel regno di Dio, per non sbagliare strada e trovarci fuori della vita?

Gesù risponde con un’azione simbolica, un modo di esprimersi tipico dei profeti che parlano, sì, ma, per dar forza alle loro parole, compiono anche azioni simboliche. Per es. Geremia deve comperare un vaso prezioso, poi spaccarlo; il che sembra stupido; tuttavia, questa azione ha un senso; infatti Geremia spiega che Israele è, per il Signore, come un vaso prezioso: lo ha pagato caro, il Signore! Ma l’infedeltà di Israele è diventata così grande che il Signore è disposto a spezzare il suo popolo, ad annientarlo. Quell’azione simbolica è parlante, esprime chiaramente quanto il profeta vuole dire.

Anche Gesù usa le azioni simboliche: quando per es. Gesù fa seccare il fico (cfr. Mt 19,18 s.), e anche qui in 18,2 fa una cosa molto semplice: prende un bambino e lo mette in mezzo al gruppo dei discepoli che sono, evidentemente, degli adulti, che sanno ragionare ed hanno le loro responsabilità. Il bambino invece è ancora incapace, insufficiente, e dal punto di vista sociale, non conta. Sarebbe come se nel consiglio di amministrazione di una grande impresa, venisse inserito un bambino: a che servirebbe? Inoltre, qui il bambino non è il simbolo della purezza o dell’innocenza come siamo abituati a considerarlo; qui, il bambino è solo un piccolo in mezzo ai grandi, uno che non vale in mezzo ad adulti: è una persona irrilevante. Allora, il fatto diventa molto significativo: «Chi è il più grande nel regno dei cieli?» Gesù risponde mettendo un bambino al centro del gruppo.

Dal punto di vista del nostro mondo, esiste una grandezza politica: i re, i presidenti…; esiste una grandezza economica per la quale sono importanti i manager, che dominano la borsa degli affari; c’è una grandezza culturale per la quale sono importanti i professori di università; c’è una grandezza religiosa, e qui sono importanti i preti – supponiamo –. Invece, nel regno di Dio, quello che conta è un bambino, che umanamente si trova ai margini della società. Gesù spiega: «Chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli». Si tratta quindi di assumere la piccolezza come stile di vita: «Chi si esalta, sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14,11). Nel regno di Dio le grandezze umane non contano, perché Dio non si lascia né comperare né impressionare ; non ci sono potenze umane che impressionino Dio, e non si comperano posti nel regno di Dio. La piccolezza umana, nel regno di Dio, non è un impedimento: se uno è piccolo, non è condannato a stare in fondo: Dio sa prendere anche i piccoli, e sa arricchire anche chi è povero; anzi, diventare piccolo è uno scopo: si capovolge l’idea umana di carriera che, per il mondo, è salire in alto, mentre nel regno di Dio è importante scendere in basso.

Anche nell’Antico Testamento era presente l’idea che il Dio di Israele si prende cura del povero, dell’orfano, della vedova, dello straniero, della persona, cioè, che non ha garanzie né protezioni: Dio si fa protettore di chi non ha protezioni umane, si impegna a suo favore, tanto che nell’Antico Testamento si trovano preghiere di chi è contento di essere povero, perché così, dice, a me pensa il Signore: il Salmo 16 (15) per es. è il salmo di un levita che non ha patrimonio. Quando gli Ebrei hanno diviso la terra fra le tribù, ne hanno dato una porzione a ogni tribù, tolta la tribù di Levi: la sua ricchezza, infatti, è il Signore. Il levita del salmo 16 è povero, dal punto di vista materiale, ma è contento perché ha avuto in sorte il Signore, nient’altro che il Signore, con la garanzia della sua vicinanza: «Proteggimi, o Dio, in te mi rifugio… senza di te non ho alcun bene… Il Signore è la mia eredità e il mio calice, nelle tue mani è la mia vita. Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità»; sono stato il più fortunato perché ho avuto in sorte il Signore. Allora si capisce l’atteggiamento spirituale corrispondente: la povertà diventa un privilegio, tanto che Maria, nel Magnificat, dice: «ha guardato l’umiltà – la povertà – della sua serva» (Lc 1,48). Se il Signore abbatte i potenti dai troni e innalza gli umili, allora, quando uno è povero ed umile, ha la vicinanza del Signore.

«Se uno diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli», anzi, «se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli». Si tratta di scegliere la piccolezza, la povertà sociale come un privilegio davanti a Dio. Nell’ottica del Vangelo, questo corrisponde al significato del battesimo, che è rinascere, diventare piccoli e ricevere in dono il regno di Dio. Il regno, infatti, è un dono e proprio per questo, l’uomo deve stare davanti a Dio con le mani tese come un mendicante, desideroso di riceverlo e pronto a riceverlo.

Altri brani del Vangelo di Matteo parlano di questo tema: nel cap. 20 Gesù dice: «I capi delle nazioni, voi lo sapete, le dominano, e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (20,25-28): è una frase preziosa per noi, perché dice la logica, l’ottica fondamentale che deve prevalere nella comunità cristiana. Vuoi diventare grande, hai il desiderio dei primi posti? Può anche essere giusto, ma se vuoi diventare grande nel regno di Dio devi metterti a servire: quanto più servirai, quanto più metterai gli altri sopra di te, tanto più sarai grande, tanto più la tua vita avrà un valore; è nell’ultimo posto, infatti, che tu assumi dignità grande. Perché? Gesù ha fatto così: si è messo all’ultimo posto, ha servito; e se vogliamo assomigliare a Gesù, la strada è questa.

Nel regno di Dio, il primo posto è quello di Gesù Cristo; saremo vicini a lui, se rimarremo nella dimensione del servizio. Non si tratta solo di una esortazione alla virtù dell’umiltà, ma di capire come è fatta la comunità cristiana, che non è fatta come il mondo, come un club o un partito – anche se esteriormente è come una società –; ma all’interno, la Chiesa è fatta in modo diverso, vive secondo leggi e costituzioni diverse che sono il Vangelo. Ogni comunità cristiana ha come legge il Vangelo, e le costituzioni di una famiglia religiosa sono un aiuto per mettere in pratica il Vangelo. Allora, si tratta di capire cosa distingue la Chiesa da una qualsiasi società.

Nella 1 Cor Paolo scrive a dei cristiani che non vanno d’accordo, esortandoli alla comunione, all’unità: «Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti; Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto: Chi si vanta, si vanti nel Signore» (1 Cor 1,26-31). Cioè: non potete custodire pensieri di orgoglio e di superiorità; guardatevi allo specchio: dal punto di vista sociale, non siete particolarmente nobili, o sapienti, o ricchi: ma il Signore vi ha scelto; perciò dovete vivere nella riconoscenza, senza nessuna presunzione, perché avete ricevuto un dono infinitamente grande dal Signore.

E aggiunge: «Quelle membra del corpo che sembrano più deboli, sono più necessarie; e quelle parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggior rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. Quindi, se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte» (1 Cor 12,22-27): in una comunità cristiana bisogna avere la massima attenzione proprio per quelli che sono piccoli, che valgono poco, che sono disprezzati, emarginati, non perché sono migliori degli altri, ma perché hanno più bisogno, soprattutto di diventare più consapevoli della loro dignità di figli di Dio, perché in realtà appartengono al corpo di Cristo. Allora, se vogliamo vivere secondo una legge autenticamente cristiana, dobbiamo dare rispetto in particolare a chi è rifiutato dal punto di vista umano.

«Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chi diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli, e chi accoglie anche uno solo di questi bambini nel nome mio, accoglie me»: se vuoi diventare piccolo, c’è un modo semplice: accogliere i piccoli, stimare, rispettare, aiutare chi ha bisogno; anche solo un bicchiere di acqua fresca dato a un piccolo (cfr. Mt 9,41) ha un valore immenso davanti al Signore; qualsiasi gesto di accoglienza, di rispetto ha un valore grande, perché tocca il Signore stesso: «Quello che avete fatto al più piccolo di questi miei fratelli, lo avete fatto a me» (Mt 25,40). Ora, questa è la legge fondamentale della comunità cristiana, molto difficile da praticare; dopo 2000 anni, non siamo riusciti a costruire una comunità come Gesù vorrebbe, ad avere l’attenzione e il rispetto per chi è piccolo: resta tuttavia la legge con cui dobbiamo confrontarci e che dobbiamo cercare di interiorizzare.

«Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse annegato nel profondo del mare. Guai al mondo per gli scandali! è inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!» Scandalizzare non è, per il Vangelo, dare cattivo esempio; di per sé, scandalizzare vuol dire ostacolare la fede, impedire la fede. In greco, lo “scandalo” è un sasso in mezzo alla strada, che fa inciampare con violenza chi gli prende contro. Ora, ci sono delle realtà e dei comportamenti che rendono impossibile la fede ai piccoli. Nella comunità cristiana ci sono persone che hanno una fede robusta come una quercia, ma ci sono anche persone che hanno una fede fragile e piccola, che soffre per un vento o una tempesta, che soffre per una parola cattiva o per un esempio sbagliato o per un comportamento negativo. Anche nei confronti di quelle persone che hanno una fede limitata, bisogna avere un rispetto grande, bisogna proteggere la loro fede.

Nel cap. 23 di Matteo, Gesù parla direttamente degli scribi e dei farisei, ma, indirettamente, parla di noi ed esorta anche noi: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt 23,2-4): sono comportamenti profondamente incoerenti, non solo non riescono a fare quello che dicono, ma non tentano neppure; impongono agli altri pesi che evitano con cura di toccare. Non che uno debba parlare solo di quello che ha fatto – allora dovremmo tacere spesso –, l’importante è che ci sia la sincerità; che quello che tu dici, tenti anche di farlo, se pure con fatica, con limiti o cadute. L’incoerenza radicale, quando non c’è nemmeno il tentativo di fare quello che annunciamo, diventa uno scandalo.

«Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange, amano i posti di onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì” dalla gente» (Mt 23,5-7): c’è una vita religiosa che serve per ottenere ammirazione ed onore; in questo caso, la vita religiosa viene sfruttata: non si serve Dio, ma ci si serve di Dio per ottenere dei vantaggi e onori umani, per ottenere un potere umano. Tutti questi comportamenti possono scandalizzare chi ha una fede debole, debbono quindi essere evitati. La fede è un dono grande: rubare la fede a qualcuno è come rubargli la vita: «guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo».

È necessario però anche non lasciarsi mai scandalizzare: «Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi, ed essere gettato nel fuoco eterno. Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco» (Mt 18,8). È un modo di esprimersi tipicamente semitico, quindi esagerato: non ci si deve tagliare una mano o cavarsi un occhio: bisogna capire bene però il significato. Il Vangelo anche qui non fa sconti. Il Signore dice che la fede è un tesoro così grande che bisogna essere disposti a pagare qualsiasi prezzo per difenderla; Gesù prende come esempio la mano, il piede e l’occhio perché sono preziosi, sono me stesso, e io vi sono legato fisicamente ed anche affettivamente. Devo perciò essere disposto a rinunciare a qualunque cosa, per la fede che è il tesoro più grande. Di fatto, il rischio nella vita dell’uomo di oggi è che la fede sia considerata come un soprammobile, che si può anche vendere in caso di crisi: la fede ci aiuta a sopportare il peso della vita, a vedere con maggior positività le giornate, le persone.

Ma non è solo questo: la fede è la struttura portante della casa, che non si può togliere, perché dà solidità a tutto. Gesù allora vuole dire che una vita umana, anche ricca di valori, ma senza la fede, non è sufficiente; viceversa, la fede è capace di dar valore anche alla povertà, alla piccolezza.

Due parabole esprimono il valore della fede: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia e vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra» (Mt 13,44-46). Vende tutti i suoi averi, cioè e disposto a giocare tutto quello che ha; inoltre, la prima parabola dice: “pieno di gioia”: è la gioia che permette di fare questo sacrificio, la gioia di avere trovato qualcosa di così prezioso, così bello e così desiderato come è il regno di Dio. Se uno riconosce il valore grande del regno di Dio, allora diventa possibile anche fare un sacrificio tanto grande.

Quando San Francesco rinunciò alla sua eredità sulla piazza di Assisi, e a tutto quello che l’eredità gli dava come sicurezza, pensiamo che abbia fatto un sacrificio enorme, ma il problema è diverso: Francesco aveva trovato la gioia da un’altra parte e l’eredità di suo padre non lo attirava più, non per il suo carattere particolarmente stoico, ma solo perché aveva trovato un tesoro nascosto in un campo, e per quel tesoro, era disposto a qualunque sacrificio: valeva di più il Gesù che aveva trovato e di cui si era innamorato che tutte le ricchezze paterne. Si tratta di avere dunque questo tipo di percezione della fede e di riuscire a darle un valore personale e illimitato.

Per concludere: vogliamo capire cos’è la comunità cristiana e come vive. Il Vangelo ci risponde che l’unica grandezza che conta è il servizio, è l’ultimo posto; se uno vuol diventare grande, deve diventare piccolo, e quanto più diventa piccolo, tanto più ha importanza nella comunità cristiana. Ci dice ancora che il modo più semplice per diventare piccoli è accettare i piccoli; accogliere, stimare, onorare chi, dal punto di vista sociale, riceve poca stima. Occorre imparare poi a riconoscere il valore delle persone solo per il fatto che sono figli di Dio, e Dio vuole la loro vita.

Questo comporta l’attenzione a non scandalizzare mai nessuno, a non rendere difficile la fede agli altri con il nostro comportamento incoerente. Il cammino della vita cristiana deve perciò essere sincero, anche se cosparso di debolezza e di peccati – il Signore è venuto per i peccatori! –, e deve perciò prendere sul serio il Vangelo, per non ostacolare la fede altrui. Bisogna però anche non lasciarsi scandalizzare, ed essere disposti a qualsiasi sacrificio per proteggere la propria fede, considerandola come la struttura portante della nostra vita e come un tesoro prezioso, per il quale vale la pena vendere qualunque cosa.

Rispetto alla mentalità del mondo, tutto questo è un capovolgimento che il Vangelo chiede ai discepoli e alla comunità cristiana.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.