LA NASCITA DI GESU’

  • 173. Un elemento assolutamente sicuro per fissare la data della nascita di Gesù è che egli nacque prima della morte di Erode il Grande, cioè prima del tempo tra la fine di marzo e il principio di aprile dell’anno 750 di Roma, 4 av. Cr., essendo certo che Erode morì in quel tempo (§12). Ma quanto tempo prima della morte di Erode era nato Gesù? Ricorrendo a vari argomenti si riesce a circoscrivere entro certi limiti il tempo utile anteriore al 750 di Roma. Un argomento si può trarre dal comando di Erode che fece uccidere tutti i bambini nati in lleth-lehemda un biennio in giu’ (Mat­teo,2, 16), ritenendo con ciò d’includervi sicuramente il bambino Gesù: dunque Gesù era nato molto meno di un biennio prima, giacché si può supporre a buon diritto che Erode abbondasse assai nella misura stabilita per esser certo di raggiungere il suo scopo. Ma questa misura di un biennio non risale dalla morte di Erode, bensì dalla visita dei Magi i quali appunto fornirono a Erode la base dei suoi calcoli. D’altra parte i Magi al loro arrivo trovarono Erode ancora a Gerusalemme (Matteo, 2, 1 segg.), mentre noi sap­piamo che il vecchio monarca, già malato e aggravatosi di salute, si fece trasportare nella tiepida Gerico ove poi morì: possiamo anche ragionevolmente stabilire che questo trasporto avvenne ai primi ri­gori dell’inverno con cui si chiudeva l’anno 749 di Roma, cioè un 4 mesi prima della morte di Erode. La consecuzione dei fatti è dunque questa: nascita di Gesù; arrivo dei Magi a Gerusalemme; decreto di strage dei bambini nati da un biennio; partenza di Erode per Gerico; morte di Erode. Per colle­gare cronologicamente i due termini estremi – cioè la nascita di Ge­sù e la morte di Erode – dobbiamo calcolare il biennio stabilito nel decreto di Erode, pur avendo presente che è una misura assai so­vrabbondante, ma dobbiamo anche farvi l’aggiunta dei 4 mesi testé stabiliti. Un’altra aggiunta da fare è l’intervallo tra l’arrivo dei Ma­gi e la partenza di Erode per Gerico, ma di ciò non sappiamo nulla di preciso. Una terza aggiunta è l’intervallo tra la nascita di Gesù e l’arrivo dei Magi: di questo intervallo sappiamo soltanto che non poté essere inferiore ai 40 giorni della purificazione (Luca, 2, 22 segg.), perché Giuseppe certamente non avrebbe esposto il bambino Gesù al grave pericolo di presentarlo a Gerusalemme se ivi fosse già stata decretata la morte del neonato; tuttavia questo stesso interval­lo può essere stato notevolmente maggiore di 40 giorni. In conclusione, risalendo per questa via dalla data di morte di Erode, possiamo concludere che la grande sovrabbondanza del biennio decretato da Erode colmi in maniera tale i 4 mesi e i due intervalli testé esami­nati, che ne sopravanzi anche qualche piccolo spazio di tempo quindi Gesù sarebbe nato un po’ meno di un biennio prima della morte di Erode, cioè sullo scorcio dell’anno 748 di Roma (6 av. Cr.).

§ 174. Un altro argomento per fissare la data della nascita di Gesù potrebb’essere il censimento di Quirinio, che dette occasione al viag­gio di Giuseppe e Maria a Beth-lehem; ma tale questione è cosi complessa che merita d’esser trattata a parte (§ 183 segg.). Molti studiosi, poi, hanno cercato un altro argomento ricorrendo a dati astronomici, tentando cioè d’identificare la stella apparsa ai Magi con qualche straordinaria meteora. Già il famoso Kepler cre­dette che la stella dei Magi fosse la congiunzione di Giove con Saturno avvenuta nell’anno 747 di Roma (7 av. Cr.); altri dopo di lui, fino ai nostri giorni, la identificarono o con la cometa di Halley o con altre meteore apparse verso questi tempi. In questi tentativi, fuor della buona intenzione, non c’è altro da apprezzare, giacché scelgono una strada totalmente falsa: basta fermarsi un istante sulle particolarità del racconto evangelico (Matteo, 2, 2.9. 10) per com­prendere che quel racconto vuole presentare un fenomeno assolu­tamente miracoloso, il quale non si può in alcun modo far rientrare nelle leggi stabili di una meteora naturale sebbene rara. Numerosi sono stati anche i tentativi per fissare, se non proprio il giorno, almeno la stagione in cui nacque Gesù; ma pure questi tentativi sono tutti vani. La circostanza che nella notte in cui nac­que Gesù c’erano attorno a Beth-lehem pastori che vegliavano al­l’aperto per custodire i greggi (Luca, 2, 8), non dimostra che allora fosse una stagione mite, forse la primaverile, come talvolta si è con­cluso: risulta infatti che, specialmente nella Palestina meridionale, ov’è Bethlehem, vi erano greggi che rimanevano all’aperto anche nelle notti invernali senza alcun inconveniente.

LA SANTISSIMA TRINITA’

Paragrafo 2: IL PADRE

I. “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”

232

I cristiani vengono battezzati “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” ( Mt 28,19 ). Prima rispondono “Io credo” alla triplice domanda con cui ad essi si chiede di confessare la loro fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito: “Fides omnium christianorum in Trinitate consistit La fede di tutti i cristiani si fonda sulla Trinità” [San Cesario d’Arles, Expositio symboli (sermo 9): CCL 103, 48].

233

I cristiani sono battezzati “nel nome” – e non “nei nomi” – del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; [Professione di fede del papa Vigilio nel 552: Denz. -Schönm., 415] infatti non vi è che un solo Dio, il Padre onnipotente e il Figlio suo unigenito e lo Spirito Santo: la Santissima Trinità.

234

Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana. E’ il mistero di Dio in se stesso. E’ quindi la sorgente di tutti gli altri misteri della fede; è la luce che li illumina. E’ l’insegnamento più fondamentale ed essenziale nella “gerarchia delle verità” di fede [Congregazione per il clero, Direttorio catechistico generale, 43]. “Tutta la storia della salvezza è la storia del rivelarsi del Dio vero e unico: Padre, Figlio e Spirito Santo, il quale riconcilia e unisce a sé coloro che sono separati dal peccato” [Congregazione per il clero, Direttorio catechistico generale, 43].

235

In questo paragrafo, si esporrà in breve in qual modo è stato rivelato il mistero della Beata Trinità (I), come la Chiesa ha formulato la dottrina della fede in questo mistero (II), e infine, come, attraverso le missioni divine del Figlio e dello Spirito Santo, Dio Padre realizza il suo “benevolo disegno” di creazione, redenzione e santificazione (III).

236

I Padri della Chiesa fanno una distinzione tra la “Theologia” e l'”Oikonomia”, designando con il primo termine il mistero della vita intima del Dio-Trinità, e con il secondo tutte le opere di Dio, con le quali egli si rivela e comunica la sua vita. Attraverso l’ “Oikonomia” ci è rivelata la “Theologia”; ma, inversamente, è la “Theologia” che illumina tutta l’ “Oikonomia”. Le opere di Dio rivelano chi egli è in se stesso; e, inversamente, il mistero del suo Essere intimo illumina l’intelligenza di tutte le sue opere. Avviene così, analogicamente, tra le persone umane. La persona si mostra attraverso le sue azioni, e, quanto più conosciamo una persona, tanto più comprendiamo le sue azioni.

237

La Trinità è un mistero della fede in senso stretto, uno dei “misteri nascosti in Dio, che non possono essere conosciuti se non sono divinamente rivelati” [Concilio Vaticano I: Denz. -Schönm., 3015]. Indubbiamente Dio ha lasciato tracce del suo essere trinitario nell’opera della creazione e nella sua Rivelazione lungo il corso dell’Antico Testamento. Ma l’intimità del suo Essere come Trinità Santa costituisce un mistero inaccessibile alla sola ragione, come pure alla fede d’Israele, prima dell’Incarnazione del Figlio di Dio e dell’invio dello Spirito Santo.

II. La Rivelazione di Dio come Trinità

Il Padre rivelato dal Figlio

238

In molte religioni Dio viene invocato come “Padre”. Spesso la divinità è considerata come “padre degli dèi e degli uomini”. Presso Israele, Dio è chiamato Padre in quanto Creatore del mondo [Cf Dt 32,6; Ml 2,10 ]. Ancor più Dio è Padre in forza dell’Alleanza e del dono della Legge fatto a Israele, suo “figlio primogenito” ( Es 4,22 ). E’ anche chiamato Padre del re d’Israele [Cf 2Sam 7,14 ]. In modo particolarissimo Egli è “il Padre dei poveri”, dell’orfano, della vedova, che sono sotto la sua protezione amorosa [Cf Sal 68,6 ].

239

Chiamando Dio con il nome di “Padre”, il linguaggio della fede mette in luce soprattutto due aspetti: che Dio è origine primaria di tutto e autorità trascendente, e che, al tempo stesso, è bontà e sollecitudine d’amore per tutti i suoi figli. Questa tenerezza paterna di Dio può anche essere espressa con l’immagine della maternità, [Cf Is 66,13; 239 Sal 131,2 ] che indica ancor meglio l’immanenza di Dio, l’intimità tra Dio e la sua creatura. Il linguaggio della fede si rifà così all’esperienza umana dei genitori che, in certo qual modo, sono per l’uomo i primi rappresentanti di Dio. Tale esperienza, però, mostra anche che i genitori umani possono sbagliare e sfigurare il volto della paternità e della maternità. Conviene perciò ricordare che Dio trascende la distinzione umana dei sessi. Egli non è né uomo né donna, egli è Dio. Trascende pertanto la paternità e la maternità umane, [Cf Sal 27,10 ] pur essendone l’origine e il modello: [Cf Ef 3,14; Is 49,15 ] nessuno è padre quanto Dio.

240

Gesù ha rivelato che Dio è “Padre” in un senso inaudito: non lo è soltanto in quanto Creatore; egli è eternamente Padre in relazione al Figlio suo Unigenito, il quale non è eternamente Figlio se non in relazione al Padre suo: “Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” ( Mt 11,27 ).

241

Per questo gli Apostoli confessano Gesù come “il Verbo” che “in principio” “era presso Dio”, “il Verbo” che “era Dio” ( Gv 1,1 ), come “l’immagine del Dio invisibile” ( Col 1,15 ), come l'”irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” ( Eb 1,3 ).

242

Sulla loro scia, seguendo la Tradizione Apostolica, la Chiesa nel 325, nel primo Concilio Ecumenico di Nicea, ha confessato che il Figlio è “consustanziale” al Padre, cioè un solo Dio con lui. Il secondo Concilio Ecumenico, riunito a Costantinopoli nel 381, ha conservato tale espressione nella sua formulazione del Credo di Nicea ed ha confessato “il Figlio unigenito di Dio, generato dal Padre prima di tutti i secoli, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre” [Denz. -Schönm., 150].

Il Padre e il Figlio rivelati dallo Spirito

243

Prima della sua Pasqua, Gesù annunzia l’invio di un “altro Paraclito” (Difensore), lo Spirito Santo. Lo Spirito che opera fin dalla creazione, [Cf Gen 1,2 ] che già aveva “parlato per mezzo dei profeti” (Simbolo di Nicea-Costantinopoli), dimorerà presso i discepoli e sarà in loro, [Cf Gv 14,17 ] per insegnare loro ogni cosa [Cf Gv 14,26 ] e guidarli “alla verità tutta intera” ( Gv 16,13 ). Lo Spirito Santo è in tal modo rivelato come un’altra Persona divina in rapporto a Gesù e al Padre.

244

L’origine eterna dello Spirito si rivela nella sua missione nel tempo. Lo Spirito Santo è inviato agli Apostoli e alla Chiesa sia dal Padre nel nome del Figlio, sia dal Figlio in persona, dopo il suo ritorno al Padre [Cf Gv 14,26; Gv 15,26; Gv 16,14 ]. L’invio della Persona dello Spirito dopo la glorificazione di Gesù [Cf Gv 7,39 ] rivela in pienezza il Mistero della Santa Trinità.

245

La fede apostolica riguardante lo Spirito è stata confessata dal secondo Concilio Ecumenico nel 381 a Costantinopoli: “Crediamo nello Spirito Santo, che è Signore e dà vita; che procede dal Padre” [Denz. -Schönm., 150]. Così la Chiesa riconosce il Padre come “la fonte e l’origine di tutta la divinità” [Concilio di Toledo VI (638): Denz. -Schönm., 490]. L’origine eterna dello Spirito Santo non è tuttavia senza legame con quella del Figlio: “Lo Spirito Santo, che è la Terza Persona della Trinità, è Dio, uno e uguale al Padre e al Figlio, della stessa sostanza e anche della stessa natura… Tuttavia, non si dice che Egli è soltanto lo Spirito del Padre, ma che è, ad un tempo, lo Spirito del Padre e del Figlio” [Concilio di Toledo XI (675): Denz. -Schönm., 527]. Il Credo del Concilio di Costantinopoli della Chiesa confessa: “Con il Padre e con il Figlio è adorato e glorificato” [Denz.-Schönm., 150].

246

La tradizione latina del Credo confessa che lo Spirito “procede dal Padre e dal Figlio [Filioque] “. Il Concilio di Firenze, nel 1439, esplicita: “Lo Spirito Santo ha la sua essenza e il suo essere sussistente ad un tempo dal Padre e dal Figlio e. . . procede eternamente dall’Uno e dall’Altro come da un solo Principio e per una sola spirazione. . . E poiché tutto quello che è del Padre, lo stesso Padre lo ha donato al suo unico Figlio generandolo, ad eccezione del suo essere Padre, anche questo procedere dello Spirito Santo a partire dal Figlio lo riceve dall’eternità dal suo Padre che ha generato il Figlio stesso” [Concilio di Firenze: Denz. -Schönm., 1300-1301].

247

L’affermazione del Filioque mancava nel Simbolo confessato a Costantinopoli nel 381. Ma sulla base di una antica tradizione latina e alessandrina, il Papa san Leone l’aveva già dogmaticamente confessata nel 447, [Cf San Leone Magno, Lettera Quam laudabiliter: Denz. -Schönm., 284] prima che Roma conoscesse e ricevesse, nel 451, durante il Concilio di Calcedonia, il Simbolo del 381. L’uso di questa formula nel Credo è entrato a poco a poco nella Liturgia latina (tra i secoli VIII e XI). L’introduzione del “Filioque” nel Simbolo di Nicea-Costantinopoli da parte della Liturgia latina costituisce tuttavia, ancora oggi, un punto di divergenza con le Chiese ortodosse.

248

La tradizione orientale mette innanzi tutto in rilievo che il Padre, in rapporto allo Spirito, è l’origine prima. Confessando che lo Spirito “procede dal Padre” ( Gv 15,26 ), afferma che lo Spirito procede dal Padre attraverso il Figlio [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 2]. La tradizione occidentale dà maggior risalto alla comunione consustanziale tra il Padre e il Figlio affermando che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio (Filioque). Lo dice “lecitamente e ragionevolmente”; [Concilio di Firenze (1439): Denz. -Schönm., 1302] infatti l’ordine eterno delle Persone divine nella loro comunione consustanziale implica che il Padre sia l’origine prima dello Spirito in quanto “principio senza principio”, [Concilio di Firenze (1442): Denz. -Schönm., 1331] ma pure che, in quanto Padre del Figlio Unigenito, Egli con Lui sia “l’unico principio dal quale procede lo Spirito Santo” [Cf Concilio di Lione II (1274): Denz. -Schönm., 850]. Questa legittima complementarità, se non viene inasprita, non scalfisce l’identità della fede nella realtà del medesimo mistero confessato.

III. La Santa Trinità nella dottrina della fede

La formazione del dogma trinitario

249

La verità rivelata della Santa Trinità è stata, fin dalle origini, alla radice della fede vivente della Chiesa, principalmente per mezzo del Battesimo. Trova la sua espressione nella regola della fede battesimale, formulata nella predicazione, nella catechesi e nella preghiera della Chiesa. Simili formulazioni compaiono già negli scritti apostolici, come ad esempio questo saluto, ripreso nella Liturgia eucaristica: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” ( 2Cor 13,13 ) [Cf 1Cor 12,4-6; Ef 4,4-6 ].

250

Nel corso dei primi secoli, la Chiesa ha cercato di formulare in maniera più esplicita la sua fede trinitaria, sia per approfondire la propria intelligenza della fede, sia per difenderla contro errori che la alteravano. Fu questa l’opera degli antichi Concili, aiutati dalla ricerca teologica dei Padri della Chiesa e sostenuti dal senso della fede del popolo cristiano.

251

Per la formulazione del dogma della Trinità, la Chiesa ha dovuto sviluppare una terminologia propria ricorrendo a nozioni di origine filosofica: “sostanza”, “persona” o “ipostasi”, “relazione”, ecc. Così facendo, non ha sottoposto la fede ad una sapienza umana, ma ha dato un significato nuovo, insolito a questi termini assunti ora a significare anche un Mistero inesprimibile, “infinitamente al di là di tutto ciò che possiamo concepire a misura d’uomo” [ Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 2].

252

La Chiesa adopera il termine “sostanza” (reso talvolta anche con “essenza” o “natura”) per designare l’Essere divino nella sua unità, il termine “persona” o “ipostasi” per designare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nella loro reale distinzione reciproca, il termine “relazione” per designare il fatto che la distinzione tra le Persone divine sta nel riferimento delle une alle altre.

Il dogma della Santa Trinità

253

La Trinità è Una. Noi non confessiamo tre dèi, ma un Dio solo in tre Persone: “la Trinità consustanziale” [Concilio di Costantinopoli II (553): Denz. -Schönm., 421]. Le Persone divine non si dividono l’unica divinità, ma ciascuna di esse è Dio tutto intero: “Il Padre è tutto ciò che è il Figlio, il Figlio tutto ciò che è il Padre, lo Spirito Santo tutto ciò che è il Padre e il Figlio, cioè un unico Dio quanto alla natura” [Concilio di Toledo XI (675): Denz. -Schönm., 530]. “Ognuna delle tre Persone è quella realtà, cioè la sostanza, l’essenza o la natura divina” [Concilio Lateranense IV (1215): Denz.-Schönm., 804].

254

Le Persone divine sono realmente distinte tra loro. “Dio è unico ma non solitario” [Fides Damasi: Denz. -Schönm., 71]. “Padre”, “Figlio” e “Spirito Santo” non sono semplicemente nomi che indicano modalità dell’Essere divino; essi infatti sono realmente distinti tra loro: “il Figlio non è il Padre, il Padre non è il Figlio, e lo Spirito Santo non è il Padre o il Figlio” [Concilio di Toledo XI (675): Denz. -Schönm., 530]. Sono distinti tra loro per le loro relazioni di origine: “E’ il Padre che genera, il Figlio che è generato, lo Spirito Santo che procede” [Concilio Lateranense IV (1215): Denz. -Schönm., 804]. L’Unità divina è Trina.

255

Le Persone divine sono relative le une alle altre. La distinzione reale delle Persone divine tra loro, poiché non divide l’unità divina, risiede esclusivamente nelle relazioni che le mettono in riferimento le une alle altre: “Nei nomi relativi delle Persone, il Padre è riferito al Figlio, il Figlio al Padre, lo Spirito Santo all’uno e all’altro; quando si parla di queste tre Persone considerandone le relazioni, si crede tuttavia in una sola natura o sostanza” [Concilio di Toledo XI (675): Denz. -Schönm. , 528]. Infatti “tutto è una cosa sola in loro, dove non si opponga la relazione” [Concilio di Firenze (1442): Denz. -Schönm., 1330]. “Per questa unità il Padre è tutto nel Figlio, tutto nello Spirito Santo; il Figlio tutto nel Padre, tutto nello Spirito Santo; lo Spirito Santo è tutto nel Padre, tutto nel Figlio” [Concilio di Firenze (1442): Denz. -Schönm., 1330].

256

Ai catecumeni di Costantinopoli san Gregorio Nazianzeno, detto anche “il Teologo”, consegna questa sintesi della fede trinitaria:

Innanzi tutto, conservatemi questo prezioso deposito, per il quale io vivo e combatto, con il quale voglio morire, che mi rende capace di sopportare ogni male e di disprezzare tutti i piaceri: intendo dire la professione di fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Io oggi ve la affido. Con essa fra poco vi immergerò nell’acqua e da essa vi trarrò. Ve la dono, questa professione, come compagna e patrona di tutta la vostra vita. Vi do una sola Divinità e Potenza, che è Uno in Tre, e contiene i Tre in modo distinto. Divinità senza differenza di sostanza o di natura, senza grado superiore che eleva, o inferiore che abbassa. . . Di tre infiniti è l’infinita connaturalità. Ciascuno considerato in sé è Dio tutto intiero. . . Dio le Tre Persone considerate insieme. . . Ho appena appena incominciato a pensare all’Unità ed eccomi immerso nello splendore della Trinità. Ho appena incominciato a pensare alla Trinità ed ecco che l’Unità mi sazia. . [San Gregorio Nazianzeno, Orationes, 40, 41: PG 36, 417].

IV. Le operazioni divine e le missioni trinitarie

257

“O lux, beata Trinitas et principalis Unitas – O luce, Trinità beata e originaria Unità!” [Liturgia delle Ore, Inno ai Vespri “O lux beata Trinitas”]. Dio è eterna beatitudine, vita immortale, luce senza tramonto. Dio è Amore: Padre, Figlio e Spirito Santo. Dio liberamente vuol comunicare la gloria della sua vita beata. Tale è il disegno della sua benevolenza, [Cf Ef 1,9 ] disegno che ha concepito prima della creazione del mondo nel suo Figlio diletto, “predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo” ( Ef 1,4-5 ), cioè “ad essere conformi all’immagine del Figlio suo” ( Rm 8,29 ), in forza dello “Spirito da figli adottivi”( Rm 8,15 ). Questo progetto è una “grazia che ci è stata data. . . fin dall’eternità” ( 2Tm 1,9-10 ) e che ha come sorgente l’amore trinitario. Si dispiega nell’opera della creazione, in tutta la storia della salvezza dopo la caduta, nella missione del Figlio e in quella dello Spirito, che si prolunga nella missione della Chiesa [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 2-9].

258

Tutta l’Economia divina è l’opera comune delle tre Persone divine. Infatti, la Trinità, come ha una sola e medesima natura, così ha una sola e medesima operazione [Cf Concilio di Costantinopoli II (553): Denz. -Schönm., 421]. “Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono tre principi della creazione, ma un solo principio” [Concilio di Firenze (1442): Denz. -Schönm., 1331]. Tuttavia, ogni Persona divina compie l’operazione comune secondo la sua personale proprietà. Così la Chiesa rifacendosi al Nuovo Testamento [Cf 1Cor 8,6 ] professa: “Uno infatti è Dio Padre, dal quale sono tutte le cose; uno il Signore Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose; uno è lo Spirito Santo, nel quale sono tutte le cose” [Concilio di Costantinopoli II (553): Denz. -Schönm., 421]. Le missioni divine dell’Incarnazione del Figlio e del dono dello Spirito Santo sono quelle che particolarmente manifestano le proprietà delle Persone divine.

259

Tutta l’Economia divina, opera comune e insieme personale, fa conoscere tanto la proprietà delle Persone divine, quanto la loro unica natura. Parimenti, tutta la vita cristiana è comunione con ognuna delle Persone divine, senza in alcun modo separarle. Chi rende gloria al Padre lo fa per il Figlio nello Spirito Santo; chi segue Cristo, lo fa perché il Padre lo attira [Cf Gv 6,44 ] e perché lo Spirito lo guida [Cf Rm 8,14 ].

260

Il fine ultimo dell’intera Economia divina è che tutte le creature entrino nell’unità perfetta della Beata Trinità [Cf Gv 17,21-23 ]. Ma fin d’ora siamo chiamati ad essere abitati dalla Santissima Trinità: “Se uno mi ama”, dice il Signore, “osserverà la mia Parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” ( Gv 14,23 ):

O mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi completamente, per stabilirmi in te, immobile e serena come se la mia anima fosse già nell’eternità; nulla possa turbare la mia pace né farmi uscire da te, o mio Immutabile, ma che ogni minuto mi porti più addentro nella profondità del tuo Mistero! Pacifica la mia anima; fanne il tuo cielo, la tua dimora amata e il luogo del tuo riposo. Che io non ti lasci mai sola, ma che sia lì, con tutta me stessa, tutta vigile nella mia fede, tutta adorante, tutta offerta alla tua azione creatrice [Beata Elisabetta della Trinità, Preghiera].

In sintesi

261

Il Mistero della Santissima Trinità è il Mistero centrale della fede e della vita cristiana. Soltanto Dio può darcene la conoscenza rivelandosi come Padre, Figlio e Spirito Santo.

262

L’Incarnazione del Figlio di Dio rivela che Dio è il Padre eterno e che il Figlio è consustanziale al Padre, cioè che in lui e con lui è lo stesso unico Dio.

263

La missione dello Spirito Santo, che il Padre manda nel nome del Figlio [Cf Gv 14,26 ] e che il Figlio manda “dal Padre” ( Gv 15,26 ), rivela che egli è con loro lo stesso unico Dio. “Con il Padre e con il Figlio è adorato e glorificato”.

264

“Lo Spirito Santo procede, primariamente, dal Padre e, per il dono eterno che il Padre ne fa al Figlio, procede dal Padre e dal Figlio in comunione” [Sant’Agostino, De Trinitate, 15, 26, 47].

265

Attraverso la grazia del Battesimo “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, siamo chiamati ad aver parte alla vita della Beata Trinità, quaggiù nell’oscurità della fede, e, oltre la morte, nella luce eterna [Cf Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 9].

266

“Fides autem catholica haec est, ut unum Deum in Trinitate, et Trinitatem in unitate veneremur, neque confundentes personas, neque substantiam separantes: alia enim est persona Patris, alia Filii, alia Spiritus Sancti; sed Patris et Filii et Spiritus Sancti est una divinitas, aequalis gloria, coaeterna maiestas – La fede cattolica consiste nel venerare un Dio solo nella Trinità, e la Trinità nell’Unità, senza confusione di Persone né separazione della sostanza: altra infatti è la Persona del Padre, altra quella del Figlio, altra quella dello Spirito Santo; ma unica è la divinità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, uguale la gloria, coeterna la maestà” [Simbolo “Quicumque”: Denz. -Schönm., 75].

267

Inseparabili nella loro sostanza, le Persone divine sono inseparabili anche nelle loro operazioni. Ma nell’unica operazione divina ogni Per sona manifesta ciò che le è proprio nella Trinità, soprattutto nelle missioni divine dell’Incarnazione del Figlio e del dono dello Spirito Santo.

EUSEBIO DI CESAREA

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 13 giugno 2007

Eusebio di Cesarea

Cari fratelli e sorelle,

nella storia del cristianesimo antico è fondamentale la distinzione fra i primi tre secoli e quelli successivi al Concilio di Nicea del 325, il primo ecumenico. Quasi «a cerniera» fra i due periodi stanno la cosiddetta «svolta costantiniana» e la pace della Chiesa, come pure la figura di Eusebio, Vescovo di Cesarea in Palestina. Egli fu l’esponente più qualificato della cultura cristiana del suo tempo in contesti molto vari, dalla teologia all’esegesi, dalla storia all’erudizione. Eusebio è noto soprattutto come il primo storico del cristianesimo, ma fu anche il più grande filologo della Chiesa antica.

A Cesarea, dove probabilmente è da collocare intorno al 260 la nascita di Eusebio, Origene si era rifugiato venendo da Alessandria, e lì aveva fondato una scuola e un’ingente biblioteca. Proprio su questi libri si sarebbe formato, qualche decennio più tardi, il giovane Eusebio. Nel 325, come Vescovo di Cesarea, egli partecipò con un ruolo di protagonista al Concilio di Nicea. Ne sottoscrisse il Credo e l’affermazione della piena divinità del Figlio di Dio, definito per questo «della stessa sostanza» del Padre (homooúsios tõ Patrí). E’ praticamente lo stesso Credo che noi recitiamo ogni domenica nella Santa Liturgia. Sincero ammiratore di Costantino, che aveva dato la pace alla Chiesa, Eusebio ne ebbe a sua volta stima e considerazione. Celebrò l’imperatore, oltre che nelle sue opere, anche con discorsi ufficiali, tenuti nel ventesimo e nel trentesimo anniversario della sua salita al trono, e dopo la morte, avvenuta nel 337. Due o tre anni più tardi anche Eusebio morì.

Studioso infaticabile, nei suoi numerosi scritti Eusebio si propone di riflettere e di fare il punto su tre secoli di cristianesimo, tre secoli vissuti sotto la persecuzione, attingendo largamente alle fonti cristiane e pagane conservate soprattutto nella grande biblioteca di Cesarea. Così, nonostante l’importanza oggettiva delle sue opere apologetiche, esegetiche e dottrinali, la fama imperitura di Eusebio resta legata in primo luogo ai dieci libri della sua Storia Ecclesiastica. È il primo che ha scritto una Storia della Chiesa, che rimane fondamentale grazie alle fonti poste da Eusebio a nostra disposizione per sempre. Con questa Storia egli riuscì a salvare da sicuro oblìo numerosi eventi, personaggi e opere letterarie della Chiesa antica. Si tratta quindi di una fonte primaria per la conoscenza dei primi secoli del cristianesimo.

Ci possiamo chiedere come egli abbia strutturato e con quali intenzioni abbia redatto questa opera nuova. All’inizio del primo libro lo storico elenca puntualmente gli argomenti che intende trattare nella sua opera: «Mi sono proposto di mettere per iscritto le successioni dei santi Apostoli e i tempi trascorsi, a partire da quelli del nostro Salvatore fino a noi; tutte le grandi cose che si dice siano state compiute durante la storia della Chiesa; tutti coloro che hanno diretto e guidato egregiamente le più illustri diocesi; e quelli che durante ogni generazione sono stati messaggeri della Parola divina con la parola o con gli scritti; e quali furono e quanti e in quale periodo di tempo quelli che per desiderio di novità, dopo essersi spinti il più possibile nell’errore, sono diventati interpreti e promotori di una falsa dottrina, e come lupi crudeli hanno spietatamente devastato il gregge di Cristo; …e con quanti e quali mezzi e in quali tempi fu combattuta da parte dei pagani la Parola divina; e gli uomini grandi che, per difenderla, sono passati attraverso dure prove di sangue e di torture; e finalmente le testimonianze del nostro tempo, e la misericordia e la benevolenza del nostro Salvatore verso tutti noi» (1,1,1-2). In questo modo Eusebio abbraccia diversi settori: la successione degli Apostoli come ossatura della Chiesa, la diffusione del Messaggio, gli errori, poi le persecuzioni da parte dei pagani e le grandi testimonianze che sono la luce in questa Storia. In tutto questo per lui traspaiono la misericordia e la benevolenza del Salvatore. Eusebio inaugura così la storiografia ecclesiastica, spingendo il suo racconto fino al 324, anno in cui Costantino, dopo la sconfitta di Licinio, fu acclamato unico imperatore di Roma. È l’anno precedente al grande Concilio di Nicea che poi offre la «summa» di quanto la Chiesa – dottrinalmente, moralmente e anche giuridicamente – aveva imparato in questi trecento anni.

La citazione che abbiamo appena riportato dal primo libro della Storia Ecclesiastica contiene una ripetizione sicuramente intenzionale. Per tre volte nell’arco di poche righe ritorna il titolo cristologico di Salvatore, e si fa esplicito riferimento alla «sua misericordia» e alla «sua benevolenza». Possiamo cogliere così la prospettiva fondamentale della storiografia eusebiana: la sua è una storia «cristocentrica», nella quale si svela progressivamente il mistero dell’amore di Dio per gli uomini. Con genuino stupore, Eusebio riconosce «che presso tutti gli uomini del mondo intero solo Gesù è detto, confessato, riconosciuto Cristo [cioè Messia e Salvatore del mondo], che è ricordato con questo nome sia dai greci sia dai barbari, che ancora oggi dai suoi discepoli sparsi in tutto il mondo egli è onorato come re, ammirato più di un profeta, glorificato come vero e unico sacerdote di Dio; e più di tutto ciò, in quanto Logos di Dio preesistente e tratto dall’essere prima di tutti i tempi, egli ha ricevuto dal Padre onore degno di venerazione, ed è adorato come Dio. Ma la cosa più straordinaria di tutte è che quanti gli siamo consacrati lo celebriamo non solo con le voci e il suono delle parole, ma con tutte le disposizioni dell’animo, così che mettiamo davanti alla nostra stessa vita la testimonianza resa a Lui» (1,3,19-20). Balza così in primo piano un’altra caratteristica, che rimarrà costante nell’antica storiografia ecclesiastica: è «l’intento morale» che presiede al racconto. L’analisi storica non è mai fine a se stessa; non è fatta solo per conoscere il passato; piuttosto, essa punta decisamente alla conversione e ad un’autentica testimonianza di vita cristiana da parte dei fedeli. È una guida per noi stessi.

In questo modo Eusebio interpella vivacemente i credenti di ogni tempo riguardo al loro modo di accostarsi alle vicende della storia e della Chiesa in particolare. Egli interpella anche noi: qual è il nostro atteggiamento nei confronti delle vicende della Chiesa? È l’atteggiamento di chi se ne interessa per una semplice curiosità, magari andando in cerca del sensazionale e dello scandalistico a ogni costo? Oppure è l’atteggiamento pieno d’amore, e aperto al mistero, di chi sa – per fede – di poter rintracciare nella storia della Chiesa i segni dell’amore di Dio e le grandi opere della salvezza da Lui compiute? Se questo è il nostro atteggiamento, non possiamo non sentirci stimolati a una risposta più coerente e generosa, a una testimonianza più cristiana di vita, per lasciare i segni dell’amore di Dio anche alle future generazioni.

«C’è un mistero», non si stancava di ripetere quell’eminente studioso dei Padri che fu il Cardinale Jean Daniélou: «C’è un contenuto nascosto nella storia … Il mistero è quello delle opere di Dio, che costituiscono nel tempo la realtà autentica, nascosta dietro le apparenze … Ma questa storia che Dio realizza per l’uomo, non la realizza senza di lui. Arrestarsi alla contemplazione delle “grandi cose” di Dio significherebbe vedere solo un aspetto delle cose. Di fronte ad esse sta la risposta degli uomini» (Saggio sul mistero della storia, ed. it., Brescia 1963, p. 182). A tanti secoli di distanza, anche oggi Eusebio di Cesarea invita i credenti, invita noi, a stupirci, a contemplare nella storia le grandi opere di Dio per la salvezza degli uomini. E con altrettanta energia egli ci invita alla conversione della vita. Infatti, di fronte a un Dio che ci ha amati così, non possiamo rimanere inerti. L’istanza propria dell’amore è che la vita intera sia orientata all’imitazione dell’Amato. Facciamo dunque di tutto per lasciare nella nostra vita una traccia trasparente dell’amore di Dio.

LETTURE DALL’UFFICIO DELLE LETTURE

Versetto
V. Per la tua risurrezione, o Cristo, alleluia,
R. gioiscono i cieli e la terra, alleluia.

Prima Lettura
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni, apostolo 22, 1-9

Il fiume di acqua viva
L’angelo mi mostrò poi un fiume d’acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello (Gn 2, 10; Ez 47, 1). In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che da’ dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni (Gn 2, 9; Ez 47, 12).
E non vi sarà più maledizione.
Il trono di Dio e dell’Agnello
sarà in mezzo a lei
e i suoi servi lo adoreranno;
vedranno la sua faccia (Mt 5, 8)
e porteranno il suo nome sulla fronte.
Non vi sarà più notte
e non avranno più bisogno di luce di lampada,
né di luce di sole,
perché il Signore Dio li illuminerà
e regneranno nei secoli dei secoli (Is 60, 20).
Poi mi disse: «Queste parole sono certe e veraci. Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi ciò che deve accadere tra breve. Ecco, io verrò presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro».
Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste cose. Udite e vedute che le ebbi, mi prostrai in adorazione ai piedi dell’angelo che me le aveva mostrate. Ma egli mi disse: «Guardati dal farlo! Io sono un servo di Dio come te e i tuoi fratelli, i profeti, e come coloro che custodiscono le parole di questo libro. E’ Dio che devi adorare».

Responsorio   Cfr. Ap 22, 5. 3
R. Non vi sarà più notte, perché il Signore Dio illuminerà i suoi servi, * e regneranno nei secoli dei secoli, alleluia.
V. Il trono di Dio e dell’Agnello sarà in mezzo alla città santa, e i suoi servi lo adoreranno,
R. e regneranno nei secoli dei secoli, alleluia.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» del beato Isacco, abate del monastero della Stella
(Disc. 42; PL 194, 1831-1832)

Primogenito tra molti fratelli
Come il capo e il corpo formano un unico uomo, così il Figlio della Vergine e le sue membra elette costituiscono un solo uomo e l’unico Figlio dell’uomo. Secondo la Scrittura il Cristo totale e integrale è capo e corpo, vale a dire tutte le membra assieme sono un unico corpo, il quale con il suo capo è l’unico Figlio dell’uomo, con il Figlio di Dio è l’unico Figlio di Dio, con Dio è lui stesso un solo Dio. Quindi tutto il corpo con il capo è Figlio dell’uomo, Figlio di Dio, Dio.
Perciò si legge nel vangelo: Voglio, o Padre, che come io e tu siamo una cosa sola, così anch’essi siano una cosa sola con noi (cfr. Gv 17, 21). Secondo questo famoso testo della Scrittura né il corpo è senza capo né il capo senza corpo, né il Cristo totale, capo e corpo, è senza Dio. Tutto con Dio è un solo Dio. Ma il Figlio di Dio è con Dio per natura, il Figlio dell’uomo è con lui in persona, mentre il suo corpo forma con lui una realtà sacramentale.
Pertanto le membra autentiche e fedeli di Cristo possono dire di sé, in tutta verità, ciò che egli è, anche Figlio di Dio, anche Dio. Ma ciò che egli è per natura, le membra lo sono per partecipazione; ciò che egli è, lo è in pienezza, esse lo sono solo parzialmente. Infine ciò che il Figlio di Dio è per generazione, le sue membra lo sono per adozione, come sta scritto: «Avete ricevuto uno spirito di figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abba, Padre» (Rm 8, 15).
Secondo questo Spirito «diede loro il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1, 12), perché ad uno ad uno siamo ammaestrati, da colui che è il primogenito tra molti fratelli, a dire: «Padre nostro, che sei nei cieli». E altrove: «Salgo al Padre mio e Padre vostro» (Gv 20, 17).
Infatti per quel medesimo Spirito per cui il Figlio dell’uomo, nostro capo, è nato dal grembo della Vergine, noi rinasciamo dal fonte battesimale figli di Dio, suo corpo. E come egli fu senza alcun peccato, così anche noi otteniamo la remissione di tutti i peccati.
Come egli portò sulla croce nel suo corpo di carne i peccati di tutto il corpo di carne, così dona a tutto il corpo mistico la liberazione dei peccati per la grazia della rigenerazione. Sta scritto infatti: «Beato l’uomo a cui Dio non imputa alcun male» (Sal 31, 2). Questo uomo beato è senza dubbio Cristo. Egli per il fatto che il capo del Cristo mistico è Dio, rimette i peccati e per il fatto che il capo del corpo è un unico uomo, non ha nulla da farsi perdonare. E poi, anche se il corpo del capo è costituito da molti, niente gli è imputato.
Egli è giusto in se stesso e giustifica se stesso. Unico salvatore, unico salvato. Egli portò nel suo corpo sulla croce ciò che rimosse dal suo corpo attraverso il battesimo e salva ancora per mezzo della croce e dell’acqua. E’ Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, che aveva preso su di
sé. E’ sacerdote e sacrificio e Dio. Per questo offrendo sé a se stesso, riconcilia se stesso per mezzo di se stesso con se stesso e inoltre con il Padre e con lo Spirito Santo.

Responsorio   Col 2, 9-10; 1, 18
R. In Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità: * voi avete in lui parte alla sua pienezza, alleluia.
V. Egli è il capo del corpo, cioè della chiesa; il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose.
R. Voi avete in lui parte alla sua pienezza, alleluia.

MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 4

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

III meditazione

Preghiera iniziale: salmo 126 (125)

Con la professione di fede di Pietro, siamo a un punto centrale del ministero di Gesù; Gesù viene riconosciuto come il Cristo, il Messia, colui nel quale si compiono tutte le promesse dei profeti, tutte le speranze e le attese di Israele, e viene riconosciuto come il Figlio di Dio: in lui cioè, Dio si manifesta e si fa vicino agli uomini. Gesù, dunque, è Cristo e Figlio di Dio.

Che significa precisamente “Cristo”? Come lo dobbiamo immaginare il Messia? Giovanni Battista lo immaginava come un grande giudice che viene a separare il grano dalla pula, a separare quindi i giusti dagli empi; se i giusti vengono premiati, gli empi ricevono un castigo eterno. Il libro di Daniele presenta il regno di Dio come un regno che cancella tutti i regni umani considerati bestiali: in Israele, cioè, si aspettava il Messia come un re che avrebbe cancellato il potere dell’impero romano, e avrebbe sostituito questo potere ingiusto con un potere giusto. D’altra parte, se vogliamo immaginare cosa possa essere un Messia, o un Figlio di Dio, molto probabilmente pensiamo a qualcuno che ha una forza irresistibile e che inaugura un regno giusto e santo in mezzo agli uomini.

Ora, queste idee sul Messia non sono sbagliate, sono però incomplete, nell’ottica del Vangelo. Infatti, dopo che Pietro ha fatto la professione di fede, Gesù ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo: che egli sia il Cristo, è una cosa vera, ma deve rimanere un segreto (cfr. Mt 16,20), perché a parlarne troppo presto, potrebbe diventare pericoloso. Perché questo?

«Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”. Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: “Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” Allora Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio, infatti, avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima? Poiché il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni. In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno» (Mt 16,21-28).

Subito dopo la professione di fede di Pietro, Gesù comincia a parlare della passione. Nel Vangelo ci sono tre annunci della passione: nel cap. 16, nel cap. 17, nel cap. 20. Man mano che il cammino di Gesù procede, Egli svela sempre più chiaramente ai suoi discepoli quello che sarà il suo destino. “Da allora”: perché non prima? Probabilmente, all’inizio, una rivelazione di questo genere avrebbe smarrito i discepoli, avrebbe impedito loro di capire chi era veramente Gesù. Ora, invece, i discepoli, hanno visto Gesù, lo hanno ascoltato, sono rimasti affascinati dalle sue parole, hanno seguito con attenzione i suoi gesti e hanno visto il suo potere; ormai, sono legati a Gesù profondamente, tanto da poter dire con Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6, 68).

A questo punto, proprio perché essi si fidano di Gesù, Gesù può cominciare a parlare di croce, di sofferenza: è un discorso difficile da capire, soprattutto da accettare: è possibile accettarlo solo se uno ha una fiducia immensa in Gesù, se uno è legato da un rapporto vero di amicizia con lui. La professione di fede di Pietro è la condizione perché Gesù possa cominciare a parlare della passione, perché i discepoli possano essere condotti per mano verso la comprensione vera del “chi” è Gesù.

Gesù è certamente il Messia, ma è il Messia crocifisso, umiliato, sofferente. «Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme». “Doveva”: non è una fatalità, né la volontà degli uomini; è la volontà di Dio. Gesù considera la sua vita non come qualcosa che succede per caso; e neppure la considera una imposizione degli uomini. Gesù considera la sua vita come la realizzazione del progetto di Dio; la sua vita è una obbedienza al Padre. Quando, all’inizio della sua vita pubblica, Gesù va a farsi battezzare al Giordano, Giovanni Battista gli dice: «Non è giusto che tu venga a farti battezzare da me. Sarebbe più giusto che tu battezzassi me»; e Gesù gli risponde: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,15), cioè: non ti preoccupare, l’importante è che noi facciamo la volontà di Dio, insieme, secondo quello che Dio vuole; è questa l’unica scelta importante della vita.

È una scelta che non toglie la libertà: Gesù è profondamente libero nelle scelte che fa; ma la sua volontà umana è sintonizzata sul progetto di salvezza del Padre. Siccome ama il Padre, fa tutto quello che Egli vuole; Gesù ama il Padre, ha ricevuto tutto da lui e al Padre dona tutto se stesso. Per questo Gesù “doveva” andare a Gerusalemme. Per un Ebreo, andare a Gerusalemme, è il pellegrinaggio: in tutta una serie di feste gli Ebrei vanno nella città santa, perché là abita Dio, là c’è il tempio di Dio, e se uno cerca la vita e la gioia, può ottenerla proprio dal tempio di Gerusalemme. Il salmo 84 (83) dice: «Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti! L’anima mia languisce e brama gli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente» (vv. 2-3): questo salmo esprime la gioia dell’Ebreo che va a Gerusalemme, per trovare la presenza di Dio.

Anche Gesù va a Gerusalemme, per trovare il Padre, per trovare la gioia e la vita. Ma che succede là? “Doveva andare a Gerusalemme e là soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, venire ucciso e risuscitare il terzo giorno”. Finora Gesù ha fatto dei miracoli, ha predicato inaugurando il regno di Dio. Viene il momento in cui Gesù non dovrà più “fare”, ma “subire”, patire. Nella vita umana, ci sono momenti in cui si è sani e forti e si possono fare tante cose; ma viene anche il momento in cui si deve subire e patire. Pure questo è un momento prezioso, perché anche così si fa la volontà di Dio, sia, prima, lavorando, sia poi accettando di non poter più operare. Gesù “deve” conoscere questa esperienza della passione e della sofferenza. La passione di Gesù dipenderà dalla cattiveria, dall’invidia degli uomini, dall’odio e dalla menzogna del Sinedrio, dalla vigliaccheria di Pilato, ma per Gesù, la passione realizzerà il progetto di Dio; anche quando gli uomini usano la loro invidia e violenza, anche lì la nostra vita rimane nelle mani del Padre.

Allora Gesù deve “andare, soffrire, venire ucciso”: è il massimo dell’impotenza: Gesù è messo nelle mani degli uomini che possono fare di lui tutto quello che vogliono, ma poi “risuscitare il terzo giorno”: è questa la prospettiva di speranza fondamentale. Gesù compie questo cammino di sofferenza, non per il desiderio della morte, dell’annientamento; ma per il desiderio della vita: Gesù è venuto per vivere, per raggiungere la gioia: questa passa però attraverso la croce, la vita passa attraverso la morte, una morte che non è più definitiva, che ha dopo di sé un futuro. Dopo un tempo di silenzio e di distacco c’è una vittoria piena e definitiva sulla morte. Ci sono i tre giorni del sepolcro che sono i giorni del vuoto, del buio, ma sono radicalmente provvisori: il terzo giorno, il Figlio dell’uomo deve risuscitare. Questa è la rivelazione: e dal punto di vista di un Ebreo, è sconvolgente: Tu sei il Cristo, il re di Israele! Invece Gesù deve andare a Gerusalemme, patire, morire, per poter risuscitare. Il che era inatteso, impensabile.

Infatti Pietro reagisce: «Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: “Dio te ne scampi, Signore! questo non ti accadrà mai”. Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: “Lungi da me, satana; tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”».

C’è qualcosa di strano in questo Pietro che prende da parte Gesù e pretenderebbe di insegnargli come si fa a fare il Messia, a essere il Figlio di Dio; pensa di vedere e capire meglio di Gesù quale deve essere la sua missione e il suo futuro. Il che, per certi aspetti è comico, come atteggiamento, per altri è tragico. È però importante che in Pietro riconosciamo noi stessi. La reazione di Pietro, cioè, è la nostra stessa reazione: quando ci immaginiamo Dio e il Figlio di Dio, facciamo fatica a vederlo sofferente, a immaginarlo crocifisso: va contro tutti i nostri desideri, infatti desidereremmo un Dio potente, ma quando si presenta nell’aspetto della debolezza, facciamo fatica a riconoscerlo. Dopo l’ultima cena, quando Gesù viene imprigionato, incatenato e processato, Pietro lo segue; e quando accusano Pietro: «Sei anche tu dei suoi!», Pietro giura di non conoscere Gesù: «Non conosco quell’uomo» (Mt 26,72). Il che è paradossale, infatti Pietro è da anni al seguito di Gesù, ma per certi aspetti, veramente non lo conosce in questo modo. Aveva conosciuto il Gesù che faceva i miracoli, che trascinava le folle, ma il Gesù imprigionato, umiliato, sputacchiato, questo è un Gesù che Pietro non aveva mai visto, e fa fatica – facciamo fatica – ad accettarlo.

Il discorso è lo stesso, al momento della lavanda dei piedi: mentre i discepoli sono a tavola per la cena, Gesù si alza da tavola, prende un asciugatoio, se ne cinge, versa l’acqua nel catino, poi comincia a lavare i piedi ai discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto: cioè, Gesù fa il servo. «Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?” Rispose Gesù: “Quello che faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo”. Gli disse Simon Pietro: “Non mi laverai mai i piedi!”» (Gv 13,6-8). L’atteggiamento di Pietro, in questa scena, è lo stesso che in Mt 16,22: secondo Pietro, Gesù non può fare il servo, né può finire in croce, perché è il Messia, e deve fare il re. Allora Pietro si ribella di fronte a questa immagine inattesa e, per lui, scandalosa del Messia, non riesce ad accettare un Gesù servo: mentre Gesù è venuto proprio per questo, per servire e per dare la sua vita. Dietro questo rifiuto c’è qualcosa di più personale: Pietro fa fatica ad accettare che Gesù debba soffrire, perché fa fatica ad accettare, lui, di dover soffrire. Se va in croce il Messia, per i discepoli non sarà molto diverso; il discepolo segue Gesù, il Maestro, e condivide la vita del maestro; se la vita del maestro è sofferenza, anche il discepolo dovrà soffrire, portare la croce. Da qui si capisce come Pietro faccia fatica ad accettare questa situazione: facciamo fatica tutti ad accettare la croce nella nostra vita. Allora, il rifiuto di Pietro della sofferenza di Gesù, è, sì, dire: Non voglio che tu soffra, ma è anche: Non voglio soffrire; voglio che il progetto di Dio sia un altro, di gloria e non di croce.

Ma, stranamente, rifiutando la sofferenza di Gesù, Pietro svolge una funzione diabolica. Allora Gesù «voltandosi disse a Pietro: Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». La parola “satana”, va intesa in senso proprio, non è solo un modo figurato di parlare: in questo caso Pietro svolge la funzione del satana. Il satana è il tentatore, l’avversario, quello che cerca di impedire all’uomo di fare la volontà di Dio, di presentare all’uomo vie di vita diverse dal progetto di Dio. Così infatti aveva fatto il diavolo all’inizio del ministero di Gesù, nell’episodio – importantissimo – delle tentazioni. Le tentazioni, che vengono dopo il battesimo di Gesù, sono la scelta della strada che Gesù vuole percorrere; e lì, il satana presenta a Gesù una bella strada: la ricerca del successo, la eliminazione di ogni sofferenza, la eliminazione anche della morte – «gettati giù dal pinnacolo del tempio e fatti salvare» (cfr. Mt 4,5-6) –, un potere universale – “ti do tutti i regni del mondo” –; satana propone a Gesù grosse offerte, attraenti, ricche; ma nel far questo, il satana cerca di sottrarre Gesù alla obbedienza al Padre, suggerendogli che non vale la pena di fare la sua volontà: sei Figlio di Dio? allora, fai quello che ti è più comodo, quello che ti ottiene un vantaggio maggiore. Sta proprio qui la tentazione, di satana e di Pietro. Infatti Pietro fa esattamente lo stesso discorso di satana; dice: sei il Messia, devi pensare alla gloria! In tal modo, Pietro non pensa secondo Dio, ma secondo gli uomini. Pietro è convinto di difendere Gesù, di proteggerlo dal male, dalla sofferenza, vorrebbe mantenerlo nella vita e nella gloria, ma in realtà egli sta pensando secondo la carne, cioè secondo l’egoismo debole dell’uomo, dove tutto diventa ricerca di possesso, di successo e di comodità. Cose che, in sé, non sono negative, ma quando diventano lo scopo ultimo della vita, quando per il possesso uno sacrifica l’onestà, la giustizia e l’amore, allora c’è come un’idolatria: l’uomo ha messo qualcos’altro al posto di Dio: la ricchezza, il successo, il piacere.

Pensare secondo Dio, è quando il progetto di Dio sta sopra ogni altro traguardo; pensare secondo la carne è quando l’avere o l’apparire diventano per noi più importanti che non la giustizia e l’onestà. Allora “tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”, mentre l’essenziale della vita del cristiano è esattamente avere il cuore rivolto a Dio, pensare secondo la logica di Dio. Nella lettera ai Colossesi san Paolo scrive: «Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra» (3,2), cercate la volontà di Dio, prima di ogni altra realizzazione, di ogni altro valore.

La sofferenza di Gesù è effettivamente “pericolosa” per il discepolo: è espresso subito dopo. Gesù ha detto che deve andare a Gerusalemme a soffrire, e siccome Pietro si è ribellato, «allora Gesù disse ai suoi discepoli: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà». Quando Gesù aveva chiamato i discepoli, all’inizio del Vangelo, aveva promesso loro una vita più grande: siete pescatori, vi farò diventare pescatori di uomini. La piccola esperienza della vostra vita attuale, io la rendo più grande, più bella; vi prometto una vita che sembrerà più utile, più produttiva. Questo, all’inizio.

Ma ora, se uno vuol seguire il Signore, Gesù pone delle condizioni: la sequela deve essere libera e responsabile; uno deve sapere a cosa va incontro. Se uno segue Gesù, va incontro a una vita sradicata: «le volpi hanno le loro tane e gli uccelli i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20); le tane e il nido sono il simbolo della sicurezza, e Gesù non ha sicurezze umane. Se qualcuno vuole andare dietro a Gesù, faccia bene i conti: sta cominciando una vita sradicata; anzi, deve fare della sua vita una scelta decisa e totale, per cui se qualcuno dice: «“Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”, Gesù gli risponde: “Seguimi, e lascia i morti seppellire i loro morti”» (Mt 8,21 s.); cioè, prima viene Gesù Cristo, l’essenziale, poi le altre cose. Inoltre, per seguire il Signore, uno deve aver chiaro che il suo cammino comprende la realtà della croce: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».

“Rinneghi se stesso”: forse che ci si deve deprimere? avvilirsi? Semplicemente, uno non deve più mettere se stesso come centro essenziale di riferimento della sua vita, o farsi criterio delle sue scelte; uno deve mettere Gesù Cristo al centro della sua vita. Non sono più io per me, per la mia vita, ma io per il Signore, per cui il Signore diventa il mio centro, il cuore delle scelte, dei desideri e dei progetti miei. Rinnegare se stessi vuol dire distruggere l’idolo del proprio io diventato un assoluto, ma non distruggere se stessi. Se uno segue il Signore, e mette Gesù al centro di ogni suo interesse, trova la sua vita. Effettivamente il centro di equilibrio della vita del discepolo è Gesù; il discepolo non può vivere se non in riferimento a lui. Allora, dopo aver rinnegato se stesso, “prenda la sua croce”.

C’è un peso da portare nella vita, un peso per sé e per gli altri: è il peso del lavoro quotidiano, della accettazione della vita, degli altri: infatti, il mondo non è fatto su nostra misura, o come lo vorremmo noi; il che richiede un po’ di rinuncia a noi stessi, alle nostre idee, preferenze e desideri.

C’è poi il peso dell’aiuto reciproco: quando san Paolo scrive: «Portate i pesi gli uni degli altri e così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2), vuol dire che c’è un peso della vita a cui non possiamo e non dobbiamo sottrarci. Ora, possiamo subire questi pesi in modo negativo o in modo positivo.

La croce, che uno lo voglia o no, la portiamo sempre nella nostra vita; se la subiamo, non facciamo che criticare, lamentarci, recriminare, essere aspri, nervosi; la croce si porta, ma effettivamente non la si è accettata: una ribellione profonda si esprime così in comportamenti negativi, e facciamo portare la nostra croce anche agli altri. Il Signore dice invece: “prenda la sua croce, la prenda sopra di sé”.

Il Vangelo di Giovanni presenta Gesù caricato della croce, in questo modo: «egli, portandosi la croce, si avviò…» (Gv 19,17); Gesù stesso si è preso la croce, con una scelta di libertà, senza recriminare. Il Signore ci chiede di imparare a fare questo cammino: è tutt’altro che facile, ma è l’unico positivo, rende utile il sacrificio per gli altri e rende la vita di una comunità più serena. Allora, «fate tutto senza mormorazioni e senza critiche» (Fil 2,14), e sarebbe davvero una legge di perfezione. Dice san Giacomo che se uno riesce a controllare la lingua, è un uomo perfetto (cfr. 3,2): infatti, la lingua è la cosa più difficile da controllare.

Il Vangelo di san Luca, nel passo parallelo a Mt 16,24, aggiunge un’espressione importante: «… prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (9,23): in questo caso, il portare la croce non è solo il martirio, ma è la croce quotidiana, è la fatica di ogni giorno; bisognerebbe imparare a vedere la croce quotidiana come la croce di Cristo: sarebbe una vera piccola conquista.

Quando parliamo della croce di Cristo, ci pare sia così bella, così nobile, che il portarla è solo motivo di onore. Invece, le croci quotidiane non sono né belle né nobili, ma brutte e aspre: sono però la croce del Signore. Dobbiamo imparare a trovare lì la nostra somiglianza con il Signore, senza sognare croci più grandi e più nobili: la croce, per natura sua, era ed è umiliante. Solo con la fede si può imparare a vedere nella croce la presenza dell’obbedienza a Dio, del fare la volontà del Padre. «Prenda la sua croce e mi segua»: non si tratta di desiderare la croce in sé, ma di portarla liberamente come strumento di somiglianza con il Signore, di realizzazione positiva della vita. Infatti, «chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà»: in queste parole c’è un segreto grande, che dobbiamo chiedere al Signore di capire: chi vuole risparmiarsi, si perde; solo chi dona se stesso, può salvare la propria vita. È strano, ma secondo il Vangelo, è proprio così: l’uomo possiede solo quello che ha donato. Quando si dona qualche cosa, può sembrare di perderla; invece, per il Vangelo, è il contrario; anzi, il donare la vita, è l’unico modo di tenerla.

La struttura della vita umana è quella di un patrimonio destinato a morire: ogni giorno che viviamo, è un po’ di vita in meno che ci resta, perché non riusciamo a fermare il tempo. Nell’uomo rimane solo quello che ha gettato fuori di sé: quanto teniamo stretto per noi, si perde. Per il cristiano, solo quello che ha gettato in Cristo sopravvive alla morte e può promettergli la vita per sempre. Che fai del patrimonio della tua vita? Se sei disposto a donarlo, a gettarlo per il Signore, al resto pensa lui: “chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”. L’uomo può mettere da parte molti soldi, ma non riesce a contrattare con la morte per vivere ancora. Allora, non c’è possibilità di evadere, se non appunto di buttare la vita per il Signore. In questo caso, è nelle sue mani e lui stesso garantisce; lui che è passato dalla croce per giungere alla risurrezione, garantisce la vittoria della nostra vita.

Riassumendo: nella meditazione precedente, seguendo la professione di fede di Pietro, abbiamo fatto la nostra professione di fede: «Tu sei il Cristo». Ora dobbiamo capire cosa significa “Cristo” per noi: dobbiamo cioè andare a Gerusalemme per la passione e la morte, unica via per la risurrezione.

Dobbiamo accettare questo messaggio del Signore, rendendoci conto che mette in crisi le nostre abitudini mentali. Dobbiamo sentire la ribellione di Pietro che dice: «Signore, non ti capiterà mai!» è la nostra ribellione di fronte alla sofferenza, ai fallimenti, alle umiliazioni; dobbiamo farla venire a galla per renderci conto che il rifiuto della croce è il rifiuto della volontà di Dio, è un pensare secondo la carne e non secondo Dio. Così capiamo che la regola giusta è donare la nostra vita; possiamo fare della nostra vita un dono ed è esattamente il portare la nostra croce. Se facciamo questo al seguito del Signore, abbiamo la garanzia solo della sua parola, ma questa, per il discepolo, è sufficiente: «Tu, Signore, hai parole di vita eterna; mi basta che tu mi prometta la Vita per dare un senso al sacrificio e al dono della mia esistenza».

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.

MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 3

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

II meditazione

Il brano di Mt 16,13-20 ci introduce nella volontà di Gesù di edificare una Chiesa, una comunità cristiana.

«Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?” Risposero: Alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Voi chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo» (Mt 16,13-20).

Anche in questo caso, stranamente, Gesù porta i discepoli in disparte; li conduce nella regione di Cesarea di Filippo che è stupenda dal punto di vista turistico, ma al di fuori della Palestina, è in territorio pagano, lontano una trentina di chilometri dal lago di Galilea. Pare che Gesù, anche in questo caso, voglia staccare i discepoli dai rapporti quotidiani con le persone per costruire con loro un dialogo personale di amicizia, di intimità, ed entra in questo dialogo un tantino alla lontana; infatti pone ai discepoli una domanda che sembra neutrale: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?», cioè: chi dice la gente che io sia? Sembra che Gesù faccia una specie di bilancio della sua attività; ormai, ha predicato per parecchio tempo, ha compiuto dei segni, dei miracoli, e vuole vedere cosa ha ricavato come frutto, cosa ha capito la gente. Per questo interroga i discepoli che gli danno alcune risposte; dicono: «alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia, o qualcuno dei profeti».

Che Gesù fosse Giovanni Battista era l’opinione di Erode; egli lo aveva fatto decapitare e, di fronte alla figura di Gesù, ha come paura che Giovanni Battista non sia morto davvero, o che abbia la possibilità di ritornare in vita. Poi ci sono altre opinioni, anche molto belle: alcuni pensano che Gesù sia Elia; secondo l’Antico Testamento, Elia non era morto, era stato rapito in cielo con un carro di fuoco, e nella religiosità popolare degli Ebrei, c’era la speranza che Elia sarebbe ritornato; anzi il profeta Malachia aveva detto: «Verrà un giorno Elia a preparare il giorno del Signore, la venuta di Dio stesso» (cfr. Mal 3,23). Elia, il grande profeta del passato, ritornerà a preparare la venuta del Signore. Altri pensano che Gesù sia Geremia: era uno dei profeti tra i più popolari, soprattutto a motivo delle sofferenze, e Israele tendeva a rispecchiarsi nella storia di Geremia.

Vengono dunque riportate varie opinioni belle. In realtà, però c’erano anche opinioni meno lusinghiere: c’era chi pensava che Gesù fosse un pazzo, che Gesù fosse indemoniato, ma i discepoli ricordano solo le opinioni positive, che tuttavia, nell’ottica del Vangelo, sono posizioni non complete. Riconoscono che Gesù è una persona grande, dal punto di vista morale, è un uomo straordinario, però lo paragonano ad altre persone, “è come un profeta, è come Elia…” Queste opinioni non hanno ancora riconosciuto che Gesù è qualcosa di nuovo, di radicalmente nuovo e di unico. Si può dire che Gesù è un profeta, ma aggiungendo subito che è più che un profeta; si può dire che Gesù è come Elia, ma aggiungendo che è più di Elia. Se si ripercorre il Vangelo di Matteo nei primi capitoli, si vede la gente stupirsi non che Gesù predica bene, ma perché predica con autorità: Gesù non spiega solo quello che altri hanno detto, ma presenta la sua opinione come superiore anche a quella dell’Antico Testamento, anche a quella di Mosè: «sapete che è stato detto dagli antichi attraverso Mosè, ma io vi dico…» (cfr. Mt 5,21-22.27-28.33-34.38-39.43-44): il che è pretendere di avere una autorità superiore a Mosè stesso; per un Ebreo, questo è enorme, perché Mosè è il maestro per eccellenza.

Nel Vangelo inoltre si dice che Gesù compie dei miracoli, incontrandosi così con la forza della natura, per es. quando calma una tempesta; con la forza della malattia, e guarisce; addirittura con la forza della morte, e risuscita la figlia di Giàiro. Di fronte a tutti questi miracoli, viene da chiedersi: chi è Gesù di Nàzaret, dove trova la forza di compiere quello che sta facendo? Ancora di più: tra i vari miracoli, c’è la guarigione del paralitico, dove, al centro del racconto, Gesù dice a quell’uomo: «Ti sono rimessi i tuoi peccati» (Mt 9,2); e siccome solo Dio è in grado di rimettere i peccati, la gente si stupisce: «Chi è costui che rimette i peccati, che calma la tempesta, che ridona la vita ai morti, che parla con autorità come se conoscesse la volontà di Dio meglio dei profeti e meglio di Mosè stesso?»

È sorprendente ancora il brano in cui Gesù parla di quelli che lo vogliono seguire, con queste parole: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,37-39). Gesù ha grosse pretese; essere messo davanti a qualsiasi tipo di legame, anche il più legittimo come il legame che unisce al padre e alla madre, è una pretesa come quella che Dio stesso presenta quando dice: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze» (Dt 6,5), ove richiede il dono totale della vita – e Dio può certamente chiedere un tale dono –; ma se Gesù lo richiede, vuol dire che pretende di essere vicino a Dio, di essere una cosa sola con Dio, pretende di avanzare le esigenze di Dio stesso. La domanda allora diventa importante: Chi è Gesù? Le sue pretese sono enormi, a ragione o a torto?

Per questo, è importantissimo: «Voi, chi dite che io sia?»; quel “voi” ha un peso particolare: «Voi che mi avete seguito fin dall’inizio», che avete visto tutte le mie opere, che avete ascoltato tutte le mie parole, che mi conoscete da vicino con un rapporto di amicizia, di intimità, che quindi avete costruito un impegno di sequela… voi potete dare una risposta più personale che non la gente qualsiasi.

“Voi chi dite che io sia? Rispose Simon Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Il “Cristo”: cioè colui che i profeti avevano annunciato come il rappresentante stesso di Dio, colui che sarebbe venuto con pieni poteri da Dio per instaurare il Regno. Tu, dice Pietro, sei colui che Israele attende da secoli e che porta a perfezione il progetto di salvezza di Dio; non quindi «un» profeta, ma «il» Messia, il Cristo, l’unico; non uno di una grande categoria di persone, ma l’unico in cui Dio si rivela in modo definitivo e pieno.

È importante notare il valore di quella domanda: “Voi chi dite che io sia?” È, sì, una domanda rivolta ai discepoli, ma è una domanda rivolta anche a me, a tutti noi che lo conosciamo, che da anni leggiamo il Vangelo, celebriamo l’Eucaristia, e abbiamo instaurato con lui un rapporto di consacrazione. Noi, cosa diciamo di Gesù Cristo? Ed è una domanda non di cultura, ma è una domanda di impegno. A un esame, il professore fa delle domande, che si riferiscono alla cultura: cosa recita il teorema di Pitagora? qual è la capitale del Nepal?… cose che uno studente deve sapere, ma cose, in fondo, neutrali per lo studente. Pitagora o Keplero non cambiano molto nella mia vita, sono cose lontane da me, che non mi coinvolgono direttamente. Invece “voi, chi dite che io sia?”, cioè: voi quanto siete disposti a impegnare della vostra vita per me? quanto valgo io per voi? Non è sufficiente dare una risposta di teologia, per es. “Gesù Cristo è la seconda persona della SS. Trinità fatta uomo” come dice il Catechismo. Gesù non vuole sapere questo; il problema è sapere quanto io impegno della mia vita per lui. La professione di fede comincia con «Io» credo, che è dire il mio impegno nel rapporto con Dio, con il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, il mio legame con Gesù Cristo. La domanda ai discepoli e a noi, vuole sapere quanto siamo innamorati del Signore, quanto siamo legati a lui.

È una domanda simile a quella che troviamo in un passo parallelo del Vangelo di Giovanni: dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù fa un lungo discorso in cui si presenta come il pane della vita; “venite a cercare me, e non il pane che io vi posso dare”; infatti vale più Gesù che non i suoi doni, perché è lui stesso il vero dono e la ricchezza della nostra vita. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna… Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda» (Gv 6,54 s.): Gesù si presenta come cibo capace di trasmettere all’uomo la vita stessa di Dio. Ora però il suo discorso diventa così duro che, secondo San Giovanni, i Giudei lo abbandonano; e non solo i Giudei, anche i discepoli se ne vanno; rimangono solo i Dodici, il gruppo più ristretto. Gesù allora si rivolge ai Dodici dicendo: «Forse anche voi volete andarvene?» (Gv 6,67). La domanda è molto diversa da quella di Matteo, dal punto di vista esterno, ma il significato è lo stesso. «Gli rispose Simon Pietro: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68 s.). Ormai ci hai legati a te, dice Pietro, non siamo più capaci di pensare alla nostra vita senza il legame con te; tu hai parole di vita eterna, e noi ci fidiamo; non sappiamo ancora tutto – e i discepoli non sanno ancora tutto! – però ci fidiamo di te, della tua parola e della tua amicizia. È dunque un rapporto di amore che viene espresso, un rapporto di comunione, per cui la vita va intesa come vita “insieme con” Gesù.

Nella lettera ai Filippesi, San Paolo parla della sua esperienza di incontro con il Signore: prima di incontrare Gesù, aveva tutta una serie di doti umane e religiose che costituivano la sua sicurezza; ne fa anche un elenco: «Circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge» (Fil 3,5 s.). Paolo poteva vantarsi di avere messo in pratica la legge di Dio: era la sua sicurezza; è un uomo religioso, che si è comportato bene, secondo i comandamenti.

Ma, continuando nel racconto, San Paolo dice che, da quando ha conosciuto Gesù Cristo, tutto questo non gli interessa più: non gli importa la sicurezza che gli viene dalle sue doti, ma quella che viene da Gesù; non gli importa la sua giustizia, ma che Gesù lo renda giusto, gli interessa solo il perdono di Cristo, la vita che viene da Cristo; tutto ciò che è autosufficienza, non lo attira più, non riesce più a immaginare la sua vita staccata da Gesù, per cui «quello che poteva essere per me un guadagno – cioè le mie doti – l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo . Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede» (Fil 3,7-9).

Si può pensare alla vita religiosa come una vita attraverso cui io mi guadagno la mia giustizia: cerco di comportarmi bene, metto in pratica la legge, per cui posso presentare davanti a Dio i miei meriti. Si può invece considerare la propria vita religiosa come una vita di fede, credendo all’amore di Dio, lasciandosi perdonare e amare da Dio, considerando la grazia come un dono del Signore. È quanto interessa a Paolo. La vita di fede non consiste nel possedere qualcosa, ma nel ricevere in dono da Dio qualcosa; la nostra virtù, giustizia, santità sono doni di Dio, da ricevere con la fede. Fede è appunto lasciarsi amare da Dio, lasciarsi perdonare, guarire, lasciare che Dio ci doni quanto corrisponde alla sua bontà, al suo amore, alla sua generosità. Paolo ha avuto questa conversione: prima, si considerava capace di raggiungere da solo la giustizia; dopo, si è vantato del dono della giustizia che gli veniva da Gesù. Paolo si considera redento da Gesù Cristo, salvato da Cristo salvatore; allora tutto quello che Paolo ha, riconosce di averlo ricevuto da Gesù, a cui sa di essere debitore di tutto. Scrive ancora: «Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3,12); sono stato sedotto da Gesù Cristo, allora cerco di correre verso di lui: «Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto io so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3,13-14). Da quando ho conosciuto Gesù Cristo, dice Paolo, la mia vita ha ricevuto una direzione nuova che è lui, in funzione di lui, del suo amore, della comunione con lui.

“Chi dite che io sia?”: la risposta è dunque l’impegno di una vita; è l’impegno degli apostoli che abbandonano le reti per seguire il Signore, che mettono il Signore prima di ogni altra sicurezza, che giocano tutta la vita per seguirlo, e per il quale hanno lasciato ogni sicurezza umana. Ora, tutto questo sviluppa un rapporto personale di familiarità, che è la cosa importante della fede: la fede infatti è un rapporto personale con Gesù, è uno stare vicino a lui, un ascoltarlo, guardarlo, amarlo per poterlo seguire e obbedire, è una vita di amicizia, di amore, è lo stare insieme con un Altro in tutto il cammino della propria esistenza.

«E Gesù: Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli; e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». La prima espressione di questa risposta di Gesù è sorprendente: Pietro è beato. Forse perché è stato tanto bravo da capire quello che nessuno aveva capito? No; ma perché le parole che ha detto, corrispondono alla rivelazione del Padre; Pietro si è lasciato illuminare da Dio.

La fede ha proprio questo di caratteristico: è certamente un atto libero dell’uomo, ma è un atto libero che viene da una illuminazione di Dio, per cui l’uomo non può mai vantarsi della sua fede, ma dovrà dire: Ti ringrazio, Padre perché mi hai illuminato, mi hai fatto vedere il volto del Signore. La fede è dunque un dono. Siccome è un atto libero, l’uomo deve impegnare tutto se stesso nella fede, ma poiché è un dono, l’uomo non potrà mai vantarsene, né sentirsi superiore a nessuno, a motivo della sua fede; dovrà vivere sempre in un atteggiamento di riconoscenza a Dio che gli è andato incontro col suo dono.

«Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così è piaciuto a te» (Mt 11,25 s.): non i sapienti e gli intelligenti hanno raggiunto la conoscenza del regno di Dio, ma i piccoli. È forse una mancanza essere sapiente o intelligente? È forse negativa la cultura? Certamente no; ma il regno di Dio è un dono, e per poterlo ricevere l’uomo deve sentirsi piccolo, bisognoso; se uno ritiene di sapere e di avere e di potere molte cose, corre il rischio grande di dire: Cosa me ne faccio del regno? ho già la mia sapienza, la mia forza, il mio potere. Invece chi è piccolo è più facilmente disponibile a ricevere, e il regno di Dio bisogna riceverlo. L’atto di fede è un dono da accogliere con disponibilità e con riconoscenza. Pietro dunque è beato per questo, perché ha accolto la rivelazione di Dio.

«E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa». C’è qualcosa di strano in questa affermazione del Signore; infatti, in tutto l’Antico Testamento, la roccia è Dio. L’immagine della roccia è una delle grandi immagini che l’Antico Testamento usa per indicare la solidità di Dio. In mezzo al mare in tempesta dove le barche sono gettate in alto e in basso, c’è solo una roccia solida e ferma: Dio. In mezzo alla vita dove non c’è niente di sicuro, Dio solo è una roccia. Avere fede è aggrapparsi proprio a questa roccia, è fidarsi di Dio, mettere la nostra vita nelle sue mani, nella sua parola, nella sua promessa.

Ora, Pietro si è proprio fidato di Dio e della sua rivelazione, e nel far questo, diventa lui stesso roccia. È stranissimo, perché Pietro sembra tutto fuorché una roccia, una solidità. Pietro è un entusiasta, ma poco dopo aver fatto una promessa, se la rimangia: dopo l’Ultima Cena capiterà proprio così. Anche con San Paolo, – lo testimonia la lettera ai Galati (2,11 ss.) – farà una magra figura, perché non pare molto deciso, né coerente. Eppure, “Tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa”. Pietro è roccia, non per temperamento, ma a motivo della fede, perché ha lasciato passare la rivelazione di Dio. L’uomo di fede diventa lui stesso roccia, perché è aggrappato a Dio, così diventa solido della stessa solidità di Dio, fermo di quella fermezza che riceve da Dio stesso. Pietro diventerà così: “sei pietra, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”.

Segue una serie di promesse che riguardano la Chiesa e il ministero nella Chiesa: la Chiesa non sarà sconfitta dalle porte degli inferi, cioè dalla forza della morte. La morte pare una potenza invincibile contro la quale nessuna realtà umana può resistere; la Chiesa di Gesù ha però una forza che la farà prevalere anche nei confronti della morte. In questa solidità della Chiesa si apre nel Vangelo il tempo del futuro, il tempo che va da Gesù Cristo, fino al giudizio finale, il cosiddetto tempo della Chiesa. Tra Gesù e il giudizio finale corre un periodo lungo che non sappiamo quanto duri, nel quale la Chiesa rimane come segno della solidità che le viene da Dio; rimane lei stessa solida, per donare agli uomini la solidità di Dio.

Con questo brano di Mt 16,13-20, comincia quindi un discorso molto importante: come Gesù ha voluto costruire una comunità. Non è mai esistito, secondo il Vangelo, un Cristianesimo privato; il Cristianesimo ha sempre una dimensione di comunità. Richiede tuttavia una scelta di fede personale: ciascuno di noi deve rispondere “io credo”, e nel momento in cui professo il mio “credo”, costruisco immediatamente un rapporto con tutti gli altri che credono insieme con me. Così si costruisce necessariamente una comunità; Gesù ha voluto costruire una comunità; ha voluto, in mezzo al mondo, costruire uno spazio di umanità dove la legge è quella del regno di Dio, dove si vive non semplicemente secondo le abitudini del mondo, ma secondo i progetti di Dio.

Le Beatitudini ci aiutano a capire questo concetto: nel discorso della montagna Gesù dice: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra…» (Mt 5,3-10), e fa come una specie di ritratto di una comunità in cui si vivono valori che non sono di questo mondo: il valore della povertà, della mitezza, della misericordia, della purezza di cuore. Il modo di ragionare del mondo sarebbe: beati i ricchi, perché possono ottenere quello che vogliono, o beati i prepotenti, perché raggiungono i posti di potere, o beati i furbi, quelli che sanno ingannare, perché raggiungono le mete che si sono prefissi… Invece Gesù presenta una comunità dove si vive in modo diverso, dove la mitezza è un valore cercato, ci si serve gli uni con gli altri, ci si perdona, si usa misericordia. La Chiesa è questo: è un pezzettino di questo mondo che vive secondo le leggi del regno di Dio e del Vangelo.

E cos’è una famiglia religiosa? È un pezzetto di questo mondo, il cui modo di comportarsi però non è di questo mondo, ma secondo il Vangelo; nel modo in cui vi rapportate agli altri, la legge deve essere quella del Vangelo: una comunità cristiana deve essere così. Così deve essere pure la Chiesa: fatta di uomini che vogliono vivere secondo il Vangelo, che si sono innamorati del Signore, tanto da voler vivere con lui e secondo la sua parola.

La Chiesa dunque nasce così: dalla volontà del Signore, che ha chiamato i suoi discepoli e li ha costituiti come sua comunità. Da parte dell’uomo, la Chiesa nasce mediante la fede, quando l’uomo dice a Gesù Cristo: io credo in te, mi fido di te, ti considero come il rivelatore di Dio, come colui che mi manifesta e mi trasmette l’amore di Dio.

Per concludere: la Chiesa nasce dal Signore a partire dal momento in cui impariamo ad avere fede in lui con una fede personale. E questo, anche senza sapere tanta teologia o tutti i dogmi; è piuttosto un atteggiamento di fondo che sta prima di una conoscenza perfetta; nasce da quel rapporto di intimità che abbiamo costruito con il Signore.

Allora dovremmo rinnovare la professione di fede: abbiamo sempre creduto, ma dovremmo riprendere la fede come una scelta di oggi; la fede infatti ha bisogno ogni giorno di essere rigenerata e vissuta e scelta di nuovo. Solo di qui può nascere una comunità autentica: le difficoltà delle nostre comunità cristiane, delle nostre parrocchie, per es., ci sono, spesso, perché manca una scelta “personale” di fede di ciascun membro. Non si può aver fede e vivere di fede solo perché i nostri genitori la possedevano: occorre una professione di fede personale: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna». Scopo di questa meditazione è dunque proprio farci rifare una professione personale di fede.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.

MEDITAZIONI SU MATTEO 16,13 – 20,34 – 2

Esercizi spirituali

Meditazioni su Matteo 16,13 – 20,34

I meditazione

Preghiera iniziale: Sap. 9,1-11

Abbiamo iniziato con l’invocazione della Sapienza del Signore perché ci accompagni in questo cammino di Esercizi.

Prima di leggere la sezione che ci siamo proposti, dal capitolo 16 di Mt. in poi, meditiamo anzitutto sulla conclusione di questo Vangelo, il brano del cap. 28,16-20 che sono la chiave di lettura di tutto il Vangelo. Se uno vuole capire cos’è un Vangelo dovrebbe partire di qui e solo dopo, leggere quello che sta prima; solo così ci si rende conto che il Vangelo non è un libro che parla della storia di un uomo del passato, ma è come un appuntamento che un Signore vivo dà oggi agli uomini; per cui leggere il Vangelo, per noi, vuol dire andare ad un appuntamento, a un incontro; fare gli Esercizi è esattamente lo stesso: il Signore ci ha dato appuntamento qui, per incontrarci e noi gli andiamo incontro.

Cosa significhi questo lo dice proprio il brano che vogliamo commentare: «Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e fate discepole tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”» (Mt 28,16-20).

È un brano da imparare a memoria: ogni parola ha un suo significato e un suo valore. Ricordavamo prima che gli Esercizi sono un appuntamento con il Signore. Dice Matteo che dopo la risurrezione, Gesù ha dato appuntamento agli Undici, ha indicato un monte della Galilea perché vadano là a incontrare il Signore. Sono undici discepoli e questo numero è un po’ inquietante perché ci ricorda che un posto è rimasto vuoto e che in quel gruppo c’è stato un tradimento, una separazione, una rottura. Nonostante questo e nonostante che gli undici discepoli non si siano comportati particolarmente bene, Gesù ha indicato loro un monte dove incontrarsi. La prima volta che Gesù ha incontrato i discepoli, era stato lungo il mare di Galilea, mentre lavoravano gettando le reti come pescatori, nel mezzo della fatica, del rumore, delle preoccupazioni quotidiane.

Ci sono momenti in cui il Signore prende i discepoli e li porta in disparte semplicemente per farli riposare perché possano godere qualche momento di tranquillità.

Ma c’è anche un essere in disparte per un’esperienza particolarmente forte: per poter vedere, ascoltare e capire il Signore è necessario anche staccarsi dalle preoccupazioni quotidiane. Gli affanni della vita rischiano di soffocare la parola di Dio, di non lasciarle abbastanza spazio, tempo, energia perché la parola possa portare frutto. Allora, qualche volta, bisogna chiudere con le occupazioni e con le preoccupazioni, ed essere disponibili solo per il Signore, per quello che lui ha da dire e da fare nei nostri confronti. È il caso dell’esperienza della Trasfigurazione: Gesù prende alcuni discepoli e, in disparte, manifesta loro la sua gloria; è il caso, come nel nostro brano, dell’ultimo appuntamento su un monte della Galilea, in cui Gesù prende da parte i discepoli.

“Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano”. È il loro Signore, lo riconoscono come il Figlio di Dio, allora gli si prostrano innanzi, come avevano già fatto i Magi all’inizio del Vangelo. Questi sapienti erano venuti da molto lontano per adorare il re dei Giudei e si erano prostrati davanti a lui. Il Vangelo si chiude proprio con questo atteggiamento: con il riconoscimento della regalità di Gesù, della sua sovranità. Prostrarsi davanti a lui vuol dire riconoscere che lui è davvero Re, Signore, è proclamare la sua gloria e la sua santità.

“Alcuni però dubitavano”, e ci pare un po’ strano. Questa annotazione è insieme inquietante e consolante. È inquietante: anche dentro al gruppo degli Undici, degli amici di Gesù, che lo hanno sempre seguito e conosciuto, che hanno fiducia in lui, anche dentro a quel gruppo c’è il dubbio. Sembra quasi che l’uomo non riesca ad amare il Signore senza una qualche ombra di egoismo, di incredulità; l’amore e la fiducia dell’uomo possono essere grandi, ma portano molto spesso delle venature di mancanza di fede, di mancanza di amore. Ci piacerebbe regalare al Signore una fede pulita, senza dubbi, senza perplessità, ma non ne siamo capaci.

D’altra parte, questa annotazione è consolante: in quel gruppo degli Undici, noi e la nostra Chiesa ci possiamo specchiare. Molte volte, facciamo, nella nostra vita, l’esperienza della nostra fragilità, ci rendiamo conto di quanto sia piccola la nostra fede: un contrasto, una situazione difficile ci mettono in crisi, e ci lamentiamo col Signore, ci chiediamo: dove è andato il Signore, perché non interviene? perché non si fa sentire? non si fa vedere? Ci rendiamo quindi conto che la nostra fede è, sì, una fede autentica, ma è anche, nello stesso tempo, povera e limitata: il che talvolta ci avvilisce; può capitare che diventiamo tristi proprio perché la nostra fede non è bella come vorremmo, perché il nostro amore per il Signore non è puro come vorremmo. Così, è bello vedere che anche nel gruppo degli Undici c’erano i nostri stessi limiti, le nostre stesse povertà; erano gente come noi, con una fede nel Signore – infatti hanno lasciato tutto per andargli dietro –, ma mostrano anche la fatica del credere, con il dubbio e la perplessità. Allora, dobbiamo imparare a non avere troppa angoscia per i nostri limiti: il Signore li conosce, e sa che la nostra fede è limitata, per questo egli ci dà degli appuntamenti, per incontrarci e per rendere la nostra fede più solida.

Questo dunque dice l’inizio del nostro brano: un appuntamento, in disparte, su un monte, dove adoriamo il Signore, e riconosciamo anche la povertà della nostra fede; senza però diventare tristi, senza avvilirci, cercando piuttosto, nel contatto e nel dialogo con il Signore, di purificare il cuore e di arricchire la fede.

Ecco ora le parole che il Signore ci dice, e che sono la parte più importante del brano: «E Gesù, avvicinatosi, disse loro: Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e fate discepole tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Dicono gli esperti che il passivo con cui comincia la frase: “è stato dato”, sostituisce il nome di Dio. Allora si potrebbe tradurre: Dio mi ha dato ogni potere in cielo e sulla terra; il Padre mi ha dato ogni potere. Il Signore risorto esercita una sovranità effettiva e universale, per cui il mondo intero, gli uomini, e non solo gli uomini, anche le creature che stanno nel cielo, tutto quello che esiste, è sotto la sovranità di Gesù. Ora, questa conquista del potere, Gesù l’ha ottenuta attraverso una strada di obbedienza e di umiliazione.

All’inizio del Vangelo, Satana ha promesso a Gesù un potere universale: nell’ultima delle tentazioni si dice che il diavolo conduce Gesù su un monte altissimo, gli fa vedere tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli dice: «Tutte queste cose io ti darò se, prostrandoti, mi adorerai» (Mt 4,9); cioè, se tu vuoi, io ti posso fare padrone del mondo, a condizione che tu mi adori, a condizione cioè che tu scelga la menzogna, la violenza e l’odio come criterio di vita. Infatti, adorare satana è scegliere la menzogna invece della verità, l’odio invece dell’amore, l’ingiustizia invece della fedeltà e della giustizia. Ora, Gesù ha rifiutato questa proposta; ha rifiutato ogni potere raggiunto con la falsità. Può capitare, nel mondo, che uno raggiunga il potere con la violenza e con l’inganno, ma Gesù ha scelto una via di verità, di giustizia, di amore: “è passato facendo del bene”, non terrorizzando la gente per costringerla a seguirlo, bensì donando a tutti il suo amore, il suo perdono perché lo seguissero per amore e non per paura. Il Signore non vuole dei seguaci per paura, ma seguaci per amore, per fiducia in lui.

In tutto il corso del Vangelo secondo Matteo, si racconta che Gesù ha il potere di fare i miracoli, che è il potere di fare del bene agli altri. Infatti il potere di fare i miracoli, Gesù non lo ha adoperato per sé, non ha cambiato le pietre in pane quando aveva fame; ha moltiplicato il pane quando gli altri avevano fame: per la folla ha compiuto il miracolo: Gesù ha un potere grande, ma solo per fare il bene, per salvare gli altri. Quando, ai piedi della croce, passano i sommi Sacerdoti, gli scribi, gli anziani, questi scherniscono Gesù dicendo: «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso!» (Mt 27,42), che è come dire: non ha potere, perché non è capace di salvare se stesso. Gesù effettivamente ha un potere grande, ma non lo usa a proprio vantaggio, bensì a vantaggio degli uomini. «Il Padre mi ha dato ogni potere in cielo e sulla terra»: siccome Gesù ha rinunciato al potere della violenza e dell’inganno, Dio gli ha dato un potere eterno e universale, Dio ha dato ragione a Gesù Cristo a preferenza di tutti quelli che nella storia degli uomini hanno usato poteri politici, economici forti per affermare se stessi. Nella storia ci sono stati famosi condottieri, che hanno fatto grandi conquiste con la loro forza e violenza; il potere però non appartiene a loro, il potere appartiene a Gesù Cristo, a un crocifisso, a colui cioè che sembra avere rinunciato ad ogni potere, ma che ha saputo amare e donare la sua vita.

Uno dei grandi inni dell’Apocalisse dice: «L’Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione» (Ap 5,12): tutti questi doni non spettano a chi ha una forza grande, ma all’Agnello che è stato immolato, che ha dato la sua vita; è il gesto dell’amore, è il sacrificio di sé che rende Cristo degno di un potere universale.

«Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra»: lo prendiamo volentieri, questo potere, non ci fa paura, non è il potere dei grandi che ci schiacciano, è invece il potere dell’amore. Riconosciamo volentieri che il potere spetta a Gesù, proprio perché ha saputo amare ed è vissuto nell’obbedienza piena al Padre fino al dono della sua vita; è stato obbediente, amando, ed è per questo che ha un potere tanto grande.

Poiché Gesù ha questo potere, «Andate dunque, e fate discepole tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Sta qui l’inizio della missione. Sono 2000 anni che la Chiesa predica Gesù Cristo nel mondo: la Chiesa dice a tutti gli uomini che Gesù è Signore, e che vale la pena sottomettere tutta la nostra vita a lui, alla sua sovranità, proprio perché è una sovranità di amore, di perdono e di bontà. «Fate discepole tutte le nazioni» vuol dire: parlate a tutti di Gesù Cristo, insegnate il suo amore, fate capire la sua bontà, in modo che lo riconoscano come maestro, e si mettano al suo seguito. Come quegli undici pescatori, incontrando il Signore, sono diventati suoi discepoli, così tutte le nazioni della terra incontrando Gesù attraverso la predicazione della Chiesa, possono e debbono diventare discepole del Signore, riconoscendo la sua sovranità.

«Battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo»: attraverso il battesimo l’uomo cambia di proprietà, e se prima era sottomesso al potere di Satana a causa dei suoi peccati, o sottomesso ai condizionamenti del mondo a causa del suo limite, d’ora in poi appartiene a Dio, al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Essere battezzati è ricevere il nome di Dio sopra di noi, diventare suoi figli, appartenere a lui. In San Paolo, si trova tutta una serie di espressioni che dicono questo: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20), «Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno di noi muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo sia che moriamo, siamo dunque del Signore. Per questo, infatti, Cristo è morto ed è risuscitato dai morti: per essere il Signore dei morti e dei viventi» (Rm 14,7-9). Così, quando veniamo battezzati, siamo consegnati a Gesù, per appartenere a lui, per far parte della sua Chiesa, del suo gregge, del suo popolo: si tratta di un cambiamento di proprietà. Quando si celebra il battesimo, per tre volte si chiede: “rinunzi a Satana?”, “alle sue opere?”, “alle sue seduzioni?”, e sempre si risponde: “rinunzio”. Questa triplice professione di abbandono esprime un distacco radicale con il passato e con Satana. Poi, “Credi in Dio Padre, credi in Gesù Cristo, nello Spirito Santo?” e per tre volte si risponde: “credo”; il che significa accettare liberamente, con tutto il cuore, di appartenere al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. È un cambiamento di proprietà: non apparteniamo più a Satana, al mondo, a tutto ciò che ha a che fare con il peccato, ma a Dio e a Gesù Cristo, quindi all’amore di Dio.

In secondo luogo, con il battesimo la nostra vita affonda le sue radici in Dio stesso, è come innestata sulla vita di Dio. Ogni uomo che viene in questo mondo ha delle radici, cioè è legato ai genitori, ai nonni, alla sua cultura, alla sua tradizione, alla sua terra: tutta una serie di legami che riceviamo dal mondo da cui abbiamo la vita. Ma quando uno viene battezzato, al di là di tutti questi legami, la sua vita è innestata nell’amore di Dio, riceve forza e speranza dall’amore di Dio. Posso ricordare, nella mia vita, i miei genitori, nei quali riconosco la sorgente di tanti miei comportamenti; ma se sono cristiano, ricorderò soprattutto quello che Dio ha fatto per me, quello che Gesù Cristo ha fatto e riconoscere che quella è l’origine della mia vita, perché sono nato dall’amore con cui Gesù Cristo ha donato se stesso.

Quando il Cristo è vissuto non per sé ma per noi, quando, obbedendo al Padre, si è sacrificato fino alla croce, lì è nata la mia vita, lì ho ricevuto una sorgente di speranza, di gioia, di salvezza, di perdono, che sta alla base della mia vita. Ecco perché diciamo che la nostra vita fonda le radici nell’amore di Dio, nella rivelazione di Gesù. Quando due genitori battezzano un bambino, non gli danno solo la vita biologica, ma anche il loro amore, la loro gioia, in modo che il bimbo si trovi bene accolto nel mondo. Poiché però sanno che il loro amore, per quanto grande, rimane limitato, per quanto gioioso, rimane povero perché umano, insieme col loro amore, regalano al figlio l’amore di Dio, affinché sia il fondamento della sua vita. Sosterranno il bambino col loro amore, ma sanno che non potranno sostenerlo per sempre, mentre l’amore di Dio lo accompagnerà in ogni momento della sua vita. Il battesimo è questa sicurezza di essere amati da Dio.

Ammaestrate dunque tutte le nazioni, insegnate loro a riconoscere Gesù Cristo, poi battezzatele, in modo che diventino proprietà di Cristo e affondino la loro vita nell’amore eterno di Dio che Gesù Cristo ha rivelato, sicché la loro vita abbia un fondamento permanente, invincibile.

Ma oltre che ammaestrare e battezzare, dovete anche “insegnare loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”. La vita religiosa, la vita di fede, non può essere fatta solo di buoni sentimenti, di belle emozioni; queste esistono, e sono anche cose belle, ma la vita di fede non può essere fatta solo di queste. La fede deve cambiare i comportamenti; se io credo in Gesù Cristo, questo deve cambiare il mio modo di vivere, di trattare gli altri. Se la fede è fatta solo di belle parole, rischia di essere vuota: «Non chi dice: Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21): nella vita di fede, è giusto che ci si rivolga a Dio anche dicendo “Signore, Signore!”, ma non è sufficiente; insieme con questo, deve esserci concretamente un “fare” la volontà di Dio. «Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità» (Mt 7,22-23).

Che significa “fare la volontà di Dio”? Fare dei miracoli? No, non è questo l’essenziale, non basta. Quello che conta, nell’ottica del Vangelo, per fare la volontà di Dio, è amare i fratelli. È detto nella regola d’oro: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro; questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7,12): questa è la volontà di Dio, che amiate i fratelli, che viviate tutte quelle dimensioni di bontà, di pazienza, di disponibilità, di ascolto, di stima, di rispetto che sono essenziali nella vita di comunità. “Insegnando loro a osservare tutto quello che vi ho comandato” vuol dire dunque insegnare a vivere un’esistenza di obbedienza ai comandamenti di Dio attraverso l’amore del prossimo.

Per gli Undici, tutto questo è grande come impegno: ammaestrare le nazioni, battezzare, insegnare, in modo che gli uomini facciano la volontà di Dio: è veramente superiore alle forze umane. Allora, l’ultima frase del Signore è la garanzia: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». È una espressione che, in modi un po’ diversi, si ritrova molte volte nella Bibbia: quando Dio dà a una persona una missione, ed è una missione divina che, perciò, quella persona non è in grado di compiere da sola, Dio accompagna la missione con questa garanzia: “Io sarò con te”. Mosè, per es., mandato a liberare Israele dall’Egitto, riconosce davanti al Signore: «Ma chi sono io per poter compiere questo?», riceve questa risposta: «Non avere paura, io sarò con te» (cfr. Es 3,10-12). Geremia, mandato a fare il profeta, si sente incapace di presentarsi davanti ai grandi, e dice di non saper parlare perché è troppo giovane, ma il Signore lo rassicura: «Io sono con te per proteggerti» (cfr. Ger 1,4-8). Questo discorso è fondamentale, perché nella nostra vita incontriamo tanti momenti di difficoltà, momenti in cui verifichiamo che la volontà di Dio è superiore alle nostre forze, momenti in cui non riusciamo a tenere in mano tutti gli elementi essenziali della storia e di quello che succede: il che potrebbe portarci all’avvilimento. La sicurezza però ci viene dalla fede : “Io sarò con voi”. Le sicurezze di tipo economico, o sociale – di cui abbiamo anche bisogno talvolta – non le abbiamo per sempre; ma resta sempre questa: “Io sarò con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo”.

Incontreremo ancora questa frase, anzi, è posta all’inizio del Vangelo stesso. Quando viene dato a Giuseppe l’annuncio della nascita di Gesù, si dice che il suo nome sarà “Emmanuele” che significa “Dio con noi”. “Dio con noi” è l’assicurazione che Dio non ci abbandona, ma che in tutto il cammino che abbiamo da fare, la sua presenza rimane. Naturalmente, Dio è presente per salvare, è salvatore ed amico.

Mt 28,16-20 è la conclusione del Vangelo, ma siamo partiti di qui perché è come la chiave, l’introduzione al Vangelo. Ricordiamo dunque che abbiamo un appuntamento col Signore – e gli Esercizi Spirituali sono quell’appuntamento in cui lasciamo da parte la confusione della vita quotidiana per ascoltare lui.

Ancora: ci presentiamo davanti al Signore così come siamo, con la nostra fede, ma anche con la nostra incredulità e la povertà della nostra fede, senza vergogna.

Poi, ascoltiamo il Signore; la prima garanzia che Egli ci dà è che lui è il Signore e ha un potere universale ed eterno: Dio gli ha dato il potere in cielo e in terra, e noi lo riconosciamo volentieri, perché è un potere costruito sulla verità e sull’amore. Sulla base di questo potere nasce la missione della Chiesa: fare conoscere Gesù e battezzare. Il nostro battesimo vuol proprio dire riconoscerci proprietà di Cristo e riconoscere l’amore di Dio come base della nostra vita. Insieme con questo, ci deve essere l’osservanza concreta dei comandamenti di Dio, per cui vogliamo imparare a obbedire al Signore. Se in questo cammino ci sentiamo deboli, abbiamo la garanzia che il Signore rimane con noi fino alla fine della nostra vita, anzi, fino alla fine del mondo intero.

* Appunti pro manuscripto non rivisti dall’autore.