L’IMMAGINE DELLA CHIESA GLORIOSA

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GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 1° settembre 1982

1. L’Autore della lettera agli Efesini, proclamando l’analogia tra il vincolo sponsale che unisce Cristo e la Chiesa, e quel che unisce il marito e la moglie nel matrimonio, così scrive: “E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata” (Ef 5, 25-27).

2. È significativo che l’immagine della Chiesa gloriosa venga presentata, nel testo citato, come una sposa tutta bella nel suo corpo. Certo, questa è una metafora; ma essa è molto eloquente, e testimonia quanto profondamente incida il momento del corpo nell’analogia dell’amore sponsale. La Chiesa “gloriosa” è quella “senza macchia né ruga”. “Macchia” può essere intesa come segno di bruttezza, “ruga” come segno d’invecchiamento e di senilità. Nel senso metaforico sia l’una che l’altra espressione indicano i difetti morali, il peccato. Si può aggiungere che in san Paolo l’“uomo vecchio” significa l’uomo del peccato (cf. Rm 6, 6). Cristo quindi con il suo amore redentore e sponsale fa sì che la Chiesa non solo diventi senza peccato, ma resti “eternamente giovane”.

3. L’ambito della metafora è, come si vede, ben vasto. Le espressioni che si riferiscono direttamente e immediatamente al corpo umano, caratterizzandolo nei rapporti reciproci tra lo sposo e la sposa, tra il marito e la moglie, indicano al tempo stesso attributi e qualità di ordine morale, spirituale e soprannaturale. Ciò è essenziale per tale analogia. Pertanto l’Autore della lettera può definire lo stato “glorioso” della Chiesa in rapporto allo stato del corpo della sposa, libero da segni di bruttezza o d’invecchiamento (“o alcunché di simile”), semplicemente come santità e assenza del peccato: tale è la Chiesa “santa e immacolata”. È dunque ovvio di quale bellezza della sposa si tratti, in qual senso la Chiesa sia corpo di Cristo e in qual senso quel Corpo-Sposa accolga il dono dello Sposo che “ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei”. Nondimeno è significativo che san Paolo spieghi tutta questa realtà, che per essenza è spirituale e soprannaturale, attraverso la somiglianza del corpo e dell’amore per cui i coniugi, marito e moglie, diventano “una sola carne”.

4. Nell’intero passo del testo citato è ben chiaramente conservato il principio della bi-soggettività: Cristo-Chiesa, Sposo-Sposa (marito-moglie). L’Autore presenta l’amore di Cristo verso la Chiesa – quell’amore che fa della Chiesa il corpo di Cristo, di cui egli è il capo – come modello dell’amore degli sposi e come modello delle nozze dello sposo e della sposa. L’amore obbliga lo sposo-marito ad essere sollecito per il bene della sposa-moglie, lo impegna a desiderarne la bellezza ed insieme a sentire questa bellezza e ad averne cura. Si tratta qui anche della bellezza visibile, della bellezza fisica. Lo sposo scruta con attenzione la sua sposa quasi nella creativa, amorosa inquietudine di trovare tutto ciò che di buono e di bello è in lei e che per lei desidera. Quel bene che colui che ama crea, col suo amore, in chi è amato, è come una verifica dello stesso amore e la sua misura. Donando se stesso nel modo più disinteressato, colui che ama non lo fa fuori di questa misura e di questa verifica.

5. Quando l’Autore della lettera agli Efesini – nei successivi versetti del testo (Ef 5, 28-29) – volge la mente esclusivamente ai coniugi stessi, l’analogia del rapporto di Cristo con la Chiesa risuona ancor più profonda e lo spinge ad esprimersi così: “I mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo” (Ef 5, 28). Qui ritorna dunque il motivo dell’“una sola carne”, che nella suddetta frase e nelle frasi successive viene non soltanto ripreso, ma anche chiarito. Se i mariti debbono amare le loro mogli come il proprio corpo, ciò significa che quella uni-soggettività si fonda sulla base della bi-soggettività e non ha carattere reale, ma intenzionale: il corpo della moglie non è il corpo proprio del marito, ma deve essere amato come il corpo proprio. Si tratta quindi dell’unità, non nel senso ontologico, ma morale: dell’unità per amore.

6. “Chi ama la propria moglie ama se stesso” (Ef 5, 28). Questa frase conferma ancora di più quel carattere di unità. In certo senso, l’amore fa dell’“io” altrui il proprio “io”: l’“io” della moglie, direi, diviene per amore l’“io” del marito. Il corpo è l’espressione di quell’“io” e il fondamento della sua identità. L’unione del marito e della moglie nell’amore si esprime anche attraverso il corpo. Si esprime nel rapporto reciproco, sebbene l’Autore della lettera agli Efesini lo indichi soprattutto da parte del marito. Ciò risulta dalla struttura della totale immagine. Sebbene i coniugi debbano essere “sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo” (ciò è stato messo in evidenza già nel primo versetto del testo citato) (Ef 5, 22-23), tuttavia in seguito il marito è soprattutto colui che ama e la moglie invece colei che è amata. Si potrebbe perfino arrischiare l’idea che la “sottomissione” della moglie al marito, intesa nel contesto dell’intero brano (Ef 5, 22-23) della lettera agli Efesini, significhi soprattutto il “provare l’amore”. Tanto più che questa “sottomissione” si riferisce all’immagine della sottomissione della Chiesa a Cristo, che certamente consiste nel provare il suo amore. La Chiesa, come sposa, essendo oggetto dell’amore redentore di Cristo-sposo, diventa suo corpo. La moglie, essendo oggetto dell’amore sponsale del marito, diventa “una sola carne” con lui: in certo senso, la sua “propria” carne. L’Autore ripeterà questa idea ancora una volta nell’ultima frase del brano qui analizzato: “Quindi anche voi, ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso” (Ef 5, 33).

7. Questa è l’unità morale, condizionata e costituita dall’amore. L’amore non solo unisce i due soggetti, ma consente loro di compenetrarsi a vicenda, appartenendo spiritualmente l’uno all’altro, al punto tale che l’Autore della lettera può affermare: “Chi ama la propria moglie, ama se stesso” (Ef 5, 28). L’“io” diventa in certo senso il “tu” e il “tu” l’“io” (s’intende, nel senso morale). E perciò il seguito del testo da noi analizzato suona così: “Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario, la nutre e la cura, come fa Cristo, poiché siamo membra del suo corpo” (Ef 5, 29-30). La frase, che inizialmente si riferisce ancora ai rapporti dei coniugi, in fase successiva ritorna esplicitamente al rapporto Cristo-Chiesa, e così, alla luce di quel rapporto, ci induce a definire il senso dell’intera frase. L’Autore, dopo aver spiegato il carattere del rapporto del marito con la propria moglie formando “una carne sola”, vuole ancora rafforzare la sua precedente affermazione (“chi ama la propria moglie, ama se stesso”) e, in un certo senso, sostenerla con la negazione e l’esclusione della possibilità opposta (“nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne”) (Ef 5, 29). Nell’unione per amore, il corpo “altrui” diviene “proprio” nel senso che si ha premura del bene del corpo altrui come del proprio. Le suddette parole, caratterizzando l’amore “carnale” che deve unire i coniugi, esprimono, si può dire, il contenuto più generale e, ad un tempo, il più essenziale. Esse sembrano parlare di questo amore soprattutto con il linguaggio dell’“agape”.

8. L’espressione secondo cui l’uomo “nutre e cura” la propria carne – cioè che il marito “nutre e cura” la carne della moglie come la propria – sembra indicare piuttosto la premura dei genitori, il rapporto tutelare, anziché la tenerezza coniugale. La motivazione di tale carattere deve essere cercata nel fatto che l’Autore passa qui distintamente dal rapporto che unisce i coniugi al rapporto tra Cristo e la Chiesa. Le espressioni che si riferiscono alla cura del corpo, e prima di tutto al suo nutrimento, alla sua alimentazione, suggeriscono a numerosi studiosi di Sacra Scrittura il riferimento all’Eucaristia, di cui Cristo, nel suo amore sponsale, “nutre” la Chiesa. Se queste espressioni, sia pure in tono minore, indicano il carattere specifico dell’amore coniugale, specialmente di quell’amore per cui i coniugi diventano “una sola carne”, esse in pari tempo, aiutano a comprendere, almeno in modo generale, la dignità del corpo e l’imperativo morale di aver cura del suo bene: di quel bene che corrisponde alla sua dignità. Il paragone con la Chiesa come Corpo di Cristo, Corpo del suo amore redentore ed insieme sponsale, deve lasciare nella coscienza dei destinatari della lettera agli Efesini (Ef 5, 22-23) un senso profondo del “sacrum” del corpo umano in genere, e specialmente nel matrimonio, come “luogo” in cui tale senso del “sacrum” determina in modo particolarmente profondo i rapporti reciproci delle persone, e soprattutto quelle dell’uomo con la donna, in quanto moglie e madre dei loro figli.

LA CRONOLOGIA NELLA VITA DI GESU’

§ 172. La cronologia della vita di Gesù è tutta sotto un velame di dubbiezza, e non soltanto considerata internamente in sè stessa, ma anche in relazione con la storia contemporanea esterna. Con certez­za assoluta non sappiamo né il giorno né l’anno di nascita di Gesù, né quando egli iniziò la sua operosità pubblica, né quanto tempo questa durò, né il giorno né l’anno della sua morte. Qualche mistico medievale avrebbe forse scorto in ciò l’effetto di predisposizioni arcane; tanto più che l’unico squarcio fatto dal mon­do ufficiale cristiano a quel velame di dubbiezza ha costituito, quasi in punizione dell’audacia, un solenne errore; quando infatti il monaco scita Dionisio il Piccolo nel secolo VI fissò la nascita di Gesù all’anno 754 di Roma, errò per un ritardo di almeno quattro anni, e il mondo cristiano odierno che segue il computo di Dionisio ne perpetua anche l’errore. In realtà la nostra dubbiezza ha cause, non mistiche, ma umilmente storiche e abbastanza palesi e semplici. Già vedemmo come tutto ciò che sappiamo della vita di Gesù ci sia stato trasmesso dalla catechesi della Chiesa primitiva, da cui dipendono i vangeli (§ 106 segg.): ma né la catechesi né i vangeli ebbero giammai la preoccupazione di esporre una “biografia” di Gesù nel senso che si attribuisce oggi a questo termine. Per noi d’oggi una biografia senza una ben precisa cronologia interna ed esterna è un corpo senza ossatura, e la prima cosa a cui oggi badiamo sono le date. Del resto può darsi benissimo che lo stesso concetto di biografia avessero anche gli evangelisti; i quali però non si curarono dell’ossatura, appunto perché non mira­rono a scrivere una “biografia”. E in realtà i due evangelisti che portano avanti la loro narrazione in maniera meno lontana dal tipo biografico (sebbene con metodi e scopi fra loro differenti) sono Luca e Giovanni, i quali appunto sono i meno avari di date cronologiche, il primo per i fatti esterni, il secondo per quelli interni. I vangeli, e più generalmente la catechesi in essi riecheggiata, miravano all’edificazione e formazione spirituale, non già all’erudizione storica; senza dubbio era necessario a quella loro mira spirituale nar­rare fatti e dottrine di Gesù, ma non era affatto indispensabile in­quadrare la loro narrazione in una compassata cornice cronologica o ricollegarla con fatti contemporanei esterni. Gesù era il padre del primo evo cristiano, e di un padre scomparso il figlio ricorda con esattezza avvenimenti ed ammaestramenti, anche se trascura di men­zionare il preciso giorno in cui accadde tal fatto o ricevette tale am­monizione: il vero patrimonio morale lasciato dal padre sono i suoi fatti e le sue ammonizioni, mentre la loro cronologia potrà essere tutt’al più un’aggiunta erudita. Perciò la catechesi primitiva badò al patrimonio, non già all’erudizione; raccolse fatti e dottrine che edificavano lo spirito, senza molto curarsi dei giorni e degli anni che appagavano la curiosità della mente. Tuttavia i due evangelisti testé nominati si curano alquanto della cronologia, appunto perché sono gli ultimi fra i quattro e mirano a scopi particolari oltre a quelli comuni della catechesi. Luca ha qualche preoccupazione di storia universale (§ 141), e perciò egli offre l’unico dato cronologico ben netto che ricolleghi i racconti evangelici con la storia profana (Luca, 3, 1-2). Giovanni non bada alla storia profana, ma vuole precisare molti punti che i prece­denti evangelisti hanno lasciato nel vago: perciò ne precisa anche la cronologia interna, fornendo in proposito quei molti elementi a cui già accennammo (§ 163). Solo da quei due evangelisti si traggono le date cronologiche disponibili per una odierna “biografia” di Gesù. Se è vero che la geografia e la cronologia sono i due occhi della sto­ria, bisogna oggi raccogliere premurosamente queste date disponi­bili, come si ricercano accuratamente le testimonianze geografiche. Le date sono troppo scarse e le conclusioni spesso troppo incerte, in confronto con la minuziosità che sarebbe oggi desiderio comune; tuttavia, entro certi limiti, un’approssimativa certezza può essere rag­giunta nelle singole questioni che passiamo ad esaminare.

IO CREDO IN DIO PADRE

CAPITOLO PRIMO – IO CREDO IN DIO PADRE

198

La nostra professione di fede incomincia con Dio, perché Dio è “il primo e l’ultimo” ( Is 44,6 ), il Principio e la Fine di tutto. Il Credo incomincia con Dio Padre, perché il Padre è la prima Persona divina della Santissima Trinità; il nostro Simbolo incomincia con la creazione del cielo e della terra, perché la creazione è l’inizio e il fondamento di tutte le opere di Dio.

Articolo 1: “IO CREDO IN DIO PADRE ONNIPOTENTE CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA”

Paragrafo 1: IO CREDO IN DIO

199

“Io credo in Dio”: questa prima affermazione della professione di fede è anche la più importante, quella fondamentale. Tutto il Simbolo parla di Dio, e, se parla anche dell’uomo e del mondo, lo fa in rapporto a Dio. Gli articoli del Credo dipendono tutti dal primo, così come i Comandamenti sono l’esplicitazione del primo. Gli altri articoli ci fanno meglio conoscere Dio, quale si è rivelato progressivamente agli uomini. “Giustamente quindi i cristiani affermano per prima cosa di credere in Dio” [Catechismo Romano, 1, 2, 2].

I. “Io credo in un solo Dio”

200

Con queste parole incomincia il Simbolo di Nicea-Costantinopoli. La confessione della Unicità di Dio, che ha la sua radice nella Rivelazione divina nell’Antica Alleanza, è inseparabile da quella dell’esistenza di Dio ed è altrettanto fondamentale. Dio è Unico: non c’è che un solo Dio: “La fede cristiana crede e professa un solo Dio, unico per natura, per sostanza e per essenza” [Catechismo Romano, 1, 2, 2].

201

A Israele, suo eletto, Dio si è rivelato come l’Unico: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” ( Dt 6,4-5 ). Per mezzo dei profeti, Dio invita Israele e tutte le nazioni a volgersi a lui, l’Unico: “Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti della terra, perché io sono Dio; non ce n’è altri… davanti a me si piegherà ogni ginocchio, per me giurerà ogni lingua. Si dirà: “Solo nel Signore si trovano vittoria e potenza”” ( Is 45,22-24 ) [Cf Fil 2,10-11 ].

202

Gesù stesso conferma che Dio è “l’unico Signore” e che lo si deve amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutte le forze [Cf Mc 12,29-30 ]. Nello stesso tempo lascia capire che egli pure è “il Signore” [Cf Mc 12,35-37 ]. Confessare che “Gesù è Signore” è lo specifico della fede cristiana. Ciò non contrasta con la fede nel Dio Unico. Credere nello Spirito Santo “che è Signore e dà la Vita” non introduce alcuna divisione nel Dio unico:

Crediamo fermamente e confessiamo apertamente che uno solo è il vero Dio, eterno e immenso, onnipotente, immutabile, incomprensibile e ineffabile, Padre, Figlio e Spirito Santo: tre Persone, ma una sola Essenza, Sostanza, cioè Natura assolutamente semplice [Concilio Lateranense IV (1215): Denz. -Schönm., 800].

II. Dio rivela il suo Nome

203

Dio si è rivelato a Israele, suo popolo, facendogli conoscere il suo Nome. Il nome esprime l’essenza, l’identità della persona e il senso della sua vita. Dio ha un nome. Non è una forza anonima. Svelare il proprio nome, è farsi conoscere agli altri; in qualche modo è consegnare se stesso rendendosi accessibile, capace d’essere conosciuto più intimamente e di essere chiamato personalmente.

204

Dio si è rivelato al suo popolo progressivamente e sotto diversi nomi; ma la rivelazione del Nome divino fatta a Mosè nella teofania del roveto ardente, alle soglie dell’Esodo e dell’Alleanza del Sinai, si è mostrata come la rivelazione fondamentale per l’Antica e la Nuova Alleanza.

Il Dio vivente

205

Dio chiama Mosè dal mezzo di un roveto che brucia senza consumarsi, e gli dice: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe” ( Es 3,6 ). Dio è il Dio dei padri, colui che aveva chiamato e guidato i patriarchi nelle loro peregrinazioni. E’ il Dio fedele e compassionevole che si ricorda di loro e delle sue promesse; egli viene per liberare i loro discendenti dalla schiavitù. Egli è il Dio che, al di là dello spazio e del tempo, lo può e lo vuole e che, per questo disegno, metterà in atto la sua onnipotenza.

“Io sono Colui che sono”

Mosè disse a Dio: “Ecco, io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?”. Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono!”. Poi disse: “Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi. . . Questo è il mio nome per sempre: questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione” ( Es 3,13-15 ).

206

Rivelando il suo Nome misterioso di YHWH, “Io sono colui che E'” oppure “Io sono colui che Sono” o anche “Io sono chi Io sono”, Dio dice chi egli è e con quale nome lo si deve chiamare. Questo Nome divino è misterioso come Dio è Mistero. Ad un tempo è un Nome rivelato e quasi il rifiuto di un nome; proprio per questo esprime, come meglio non si potrebbe, la realtà di Dio, infinitamente al di sopra di tutto ciò che possiamo comprendere o dire: egli è il “Dio nascosto” ( Is 45,15 ), il suo Nome è ineffabile, [Cf Gdc 13,18 ] ed è il Dio che si fa vicino agli uomini.

207

Rivelando il suo Nome, Dio rivela al tempo stesso la sua fedeltà che è da sempre e per sempre, valida per il passato (Io sono il Dio dei tuoi padri”, Es 3,6 ), come per l’avvenire (Io sarò con te”, Es 3,12 ). Dio che rivela il suo Nome come “Io sono” si rivela come il Dio che è sempre là, presente accanto al suo popolo per salvarlo.

208

Di fronte alla presenza affascinante e misteriosa di Dio, l’uomo scopre la propria piccolezza. Davanti al roveto ardente, Mosè si toglie i sandali e si vela il viso [Cf Es 3,5-6 ] al cospetto della Santità divina. Davanti alla Gloria del Dio tre volte santo, Isaia esclama: “Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono” ( Is 6,5 ). Davanti ai segni divini che Gesù compie, Pietro esclama: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore” ( Lc 5,8 ). Ma poiché Dio è santo, può perdonare all’uomo che davanti a lui si riconosce peccatore: “Non darò sfogo all’ardore della mia ira. . . perché sono Dio e non uomo, sono il Santo in mezzo a te” ( Os 11,9 ). Anche l’apostolo Giovanni dirà: “Davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa” ( 1Gv 3,19-20 ).

209

Il Popolo d’Israele non pronuncia il Nome di Dio, per rispetto alla sua santità.Nella lettura della Sacra Scrittura il Nome rivelato è sostituito con il titolo divino “Signore” (Adonai”, in greco “Kyrios”). Con questo titolo si proclamerà la divinità di Gesù: “Gesù è il Signore”.

“Dio di misericordia e di pietà”

210

Dopo il peccato di Israele, che si è allontanato da Dio per adorare il vitello d’oro, [Cf Es 32 ] Dio ascolta l’intercessione di Mosè ed acconsente a camminare in mezzo ad un popolo infedele, manifestando in tal modo il suo amore [Cf Es 33,12-17 ]. A Mosè che chiede di vedere la sua gloria, Dio risponde: “Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore [YHWH], davanti a te” ( Es 33,18-19 ). E il Signore passa davanti a Mosè e proclama: “YHWH, YHWH, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà” ( Es 34,5-6 ). Mosè allora confessa che il Signore è un Dio che perdona [Cf Es 34,9 ].

211

Il Nome divino “Io sono” o “Egli è” esprime la fedeltà di Dio il quale, malgrado l’infedeltà del peccato degli uomini e il castigo che merita, “conserva il suo favore per mille generazioni” ( Es 34,7 ). Dio rivela di essere “ricco di misericordia” ( Ef 2,4 ) arrivando a dare il suo Figlio. Gesù, donando la vita per liberarci dal peccato, rivelerà che anch’egli porta il Nome divino: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io sono” ( Gv 8,28 ).

Dio solo E’

212

Lungo i secoli, la fede d’Israele ha potuto sviluppare ed approfondire le ricchezze contenute nella rivelazione del Nome divino. Dio è unico, fuori di lui non ci sono dei [Cf Is 44,6 ]. Egli trascende il mondo e la storia. E’ lui che ha fatto il cielo e la terra: “essi periranno, ma tu rimani, tutti si logorano come veste. . . ma tu resti lo stesso e i tuoi anni non hanno fine” ( Sal 102,27-28 ). In lui “non c’è variazione né ombra di cambiamento” ( Gc 1,17 ). Egli è “colui che è” da sempre e per sempre, e perciò resta sempre fedele a se stesso ed alle sue promesse.

213

La rivelazione del Nome ineffabile “Io sono colui che sono” contiene dunque la verità che Dio solo E’. In questo senso già la traduzione dei Settanta e, sulla sua scia, la Tradizione della Chiesa hanno inteso il Nome divino: Dio è la pienezza dell’Essere e di ogni perfezione, senza origine e senza fine. Mentre tutte le creature hanno ricevuto da lui tutto ciò che sono e che hanno, egli solo è il suo stesso essere ed è da se stesso tutto ciò che è.

III. Dio, “colui che è”, è Verità e Amore

214

Dio, “colui che è”, si è rivelato a Israele come colui che è “ricco di grazia e di fedeltà” ( Es 34,6 ). Questi due termini esprimono in modo sintetico le ricchezze del Nome divino. In tutte le sue opere Dio mostra la sua benevolenza, la sua bontà, la sua grazia, il suo amore; ma anche la sua affidabilità, la sua costanza, la sua fedeltà, la sua verità. “Rendo grazie al tuo Nome per la tua fedeltà e la tua misericordia” ( Sal 138,2 ) [Cf Sal 85,11 ]. Egli è la Verità, perché “Dio è Luce e in lui non ci sono tenebre” ( 1Gv 1,5 ); egli è “Amore”, come insegna l’apostolo Giovanni ( 1Gv 4,8 ).

Dio è la Verità

215

“La verità è principio della tua parola, resta per sempre ogni sentenza della tua giustizia” ( Sal 119,160 ). “Ora, Signore, tu sei Dio, e le tue parole sono verità” ( 2Sam 7,28 ); per questo le promesse di Dio si realizzano sempre [Cf Dt 7,9 ]. Dio è la stessa Verità, le sue parole non possono ingannare. Proprio per questo ci si può affidare con piena fiducia alla verità e alla fedeltà della sua Parola in ogni cosa. L’origine del peccato e della caduta dell’uomo fu una menzogna del tentatore, che indusse a dubitare della Parola di Dio, della sua bontà e della sua fedeltà.

216

La verità di Dio è la sua sapienza che regge tutto l’ordine della creazione e del governo del mondo [Cf Sap 13,1-9 ]. Dio che, da solo, “ha fatto cielo e terra” ( Sal 115,15 ), può donare, egli solo, la vera conoscenza di ogni cosa creata nella sua relazione con lui [Cf Sap 7,17-21 ].

217

Dio è veritiero anche quando rivela se stesso: “un insegnamento fedele” è “sulla sua bocca” ( Ml 2,6 ). Quando manderà il suo Figlio nel mondo, sarà “per rendere testimonianza alla Verità” ( Gv 18,37 ): “Sappiamo che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio” ( 1Gv 5,20 ) [Cf Gv 17,3 ].

Dio è Amore

218

Israele, nel corso della sua storia, ha potuto scoprire che uno solo era il motivo per cui Dio gli si era rivelato e lo aveva scelto fra tutti i popoli perché gli appartenesse: il suo amore gratuito [Cf Dt 4,37; Dt 7,8; Dt 10,15 ]. Ed Israele, per mezzo dei profeti, ha compreso che, ancora per amore, Dio non ha mai cessato di salvarlo [Cf Is 43,1-7 ] e di perdonargli la sua infedeltà e i suoi peccati [Cf Os 2 ].

219

L’amore di Dio per Israele è paragonato all’amore di un padre per il proprio figlio [Cf Os 11,1 ]. E’ un amore più forte dell’amore di una madre per i suoi bambini [Cf Is 49,14-15 ]. Dio ama il suo Popolo più di quanto uno sposo ami la propria sposa; [Cf Is 62,4-5 ] questo amore vincerà anche le più gravi infedeltà; [Cf Ez 16; Os 11 ] arriverà fino al dono più prezioso: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” ( Gv 3,16 ).

220

L’amore di Dio è “eterno” ( Is 54,8 ): “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto” ( Is 54,10 ). “Ti ho amato di un amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà” ( Ger 31,3 ).

221

Ma san Giovanni si spingerà oltre affermando: “Dio è Amore” ( 1Gv 4,8; 1Gv 4,16 ): l’Essere stesso di Dio è Amore. Mandando, nella pienezza dei tempi, il suo Figlio unigenito e lo Spirito d’Amore, Dio rivela il suo segreto più intimo: [Cf 1Cor 2,7-16; Ef 3,9-12 ] è lui stesso eterno scambio d’amore: Padre, Figlio e Spirito Santo, e ci ha destinati ad esserne partecipi.

IV. Conseguenze della fede nel Dio unico

222

Credere in Dio, l’Unico, ed amarlo con tutto il proprio essere comporta per tutta la nostra vita enormi conseguenze:

223

Conoscere la grandezza e la maestà di Dio: “Ecco, Dio è così grande, che non lo comprendiamo” ( Gb 36,26 ). Proprio per questo Dio deve essere “servito per primo” [Santa Giovanna d’Arco, Dictum].

224

Vivere in rendimento di grazie: se Dio è l’Unico, tutto ciò che siamo e tutto ciò che abbiamo viene da lui: “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?” ( 1Cor 4,7 ). “Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?” ( Sal 116,12 ).

225

Conoscere l’unità e la vera dignità di tutti gli uomini: tutti sono fatti “a immagine e somiglianza di Dio” ( Gen 1,26 ).

226

Usare rettamente le cose create: la fede nell’Unico Dio ci conduce ad usare tutto ciò che non è lui nella misura in cui ci avvicina a lui, e a staccarcene nella misura in cui da lui ci allontana [Cf Mt 5,29-30; Mt 16,24; Mt 19,23-24 ].

Mio Signore e mio Dio, togli da me quanto mi allontana da te.
Mio Signore e mio Dio, dammi tutto ciò che mi conduce a te.
Mio Signore e mio Dio, toglimi a me e dammi tutto a te [San Nicolao di Flüe, Preghiera].

227

Fidarsi di Dio in ogni circostanza, anche nell’avversità. Una preghiera di santa Teresa di Gesù esprime ciò mirabilmente:

Niente ti turbi niente ti spaventi.
Tutto passa Dio non cambia.
La pazienza ottiene tutto.
Chi ha Dio non manca di nulla.
Dio solo basta [Santa Teresa di Gesù, Poesie, 30].

In sintesi

228

“Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo…” ( Dt 6,4; Mc 12,29 ). “L’Essere supremo deve necessariamente essere unico, cioè senza eguali… Se Dio non è unico, non è Dio” [Tertulliano, Adversus Marcionem, 1, 3].

229

La fede in Dio ci conduce a volgerci a lui solo come alla nostra prima rigine e al nostro ultimo fine,

e a non anteporre o sostituire nulla a lui.

230

Dio, mentre si rivela, rimane un Mistero ineffabile: “Se lo comprendessi, non sarebbe Dio” [Sant’Agostino, Sermones, 52, 6, 16: PL 38, 360].

231

Il Dio della nostra fede si è rivelato come colui che è; si è fatto conoscere come “ricco di grazia e di misericordia” ( Es 34,6 ). Il suo Essere stesso è Verità e Amore.

LETTURE DALL’UFFICIO DELLE LETTURE

Versetto
V. Hanno proclamato la potenza  del Signore, alleluia
R. e i prodigi che egli ha compiuto, alleluia.

Prima Lettura
Dagli Atti degli Apostoli 5, 12-32

Gli Apostoli nella Chiesa primitiva
In quei giorni, molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; degli altri, nessuno osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti.
Si alzò allora il sommo sacerdote e quelli della sua parte, cioè la setta dei sadducei, pieni di livore, e fatti arrestare gli apostoli li fecero gettare nella prigione pubblica. Ma durante la notte un angelo del Signore aprì le porte della prigione, li condusse fuori e disse: «Andate, e mettetevi a predicare al popolo nel tempio tutte queste parole di vita». Udito questo, entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero a insegnare.
Quando arrivò il sommo sacerdote con quelli della sua parte, convocarono il sinedrio e tutti gli anziani dei figli d’Israele; mandarono quindi a prelevare gli apostoli nella prigione. Ma gli incaricati, giunti sul posto, non li trovarono nella prigione e tornarono a riferire: «Abbiamo trovato il carcere scrupolosamente sbarrato e le guardie ai loro posti davanti alla porta, ma, dopo aver aperto, non abbiamo trovato dentro nessuno». Udite queste parole, il capitano del tempio e i sommi sacerdoti si domandavano perplessi che cosa mai significasse tutto questo, quando arrivò un tale ad annunziare: «Ecco, gli uomini che avete messo in prigione si trovano nel tempio a insegnare al popolo».
Allora il capitano uscì con le sue guardie e li condusse via, ma senza violenza, per timore di esser presi a sassate dal popolo. Li condussero e li presentarono nel sinedrio; il sommo sacerdote cominciò a interrogarli dicendo: «Vi avevamo espressamente ordinato di non insegnare più nel nome di costui, ed ecco voi avete riempito Gerusalemme della vostra dottrina e volete far ricadere su di noi il sangue di quell’uomo». Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avevate ucciso appendendolo alla croce. Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui».

Responsorio    At 4, 33. 31
R. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù, * e presso il popolo godevano di grande simpatia, alleluia.
V. Pieni di Spirito Santo annunziavano la parola di Dio con franchezza,
R. e presso il popolo godevano di grande simpatia, alleluia.

Seconda Lettura
Dalla «Omelie sugli Atti degli Apostoli» di san Giovanni Crisostomo, vescovo    (Om. 3, 1. 2. 3; PG 60, 33-36, 38)

Mostraci, Signore, chi hai designato
«In quei giorni, Pietro si alzò in mezzo ai fratelli e disse…» (At 1, 15). Dato che era il più zelante e gli era stato affidato da Cristo il gregge, e dato che era il primo nell’assemblea, per primo prende la parola: Fratelli, occorre scegliere uno tra noi (cfr. At 1, 21-22). Lascia ai presenti il giudizio, stimando degni d’ogni fiducia coloro che sarebbero stati scelti e infine garantendosi contro ogni odiosità che poteva sorgere. Infatti decisioni così importanti sono spesso origine di numerosi contrasti.
E non poteva essere lo stesso Pietro a scegliere? Certo che poteva, ma se ne astiene per non sembrare di fare parzialità. D’altra parte non aveva ancora ricevuto lo Spirito Santo. «Ne furono proposti due, Giuseppe, detto Barsabba che era soprannominato Giusto, e Mattia» (At 1, 23). Non li presentò lui, ma tutti. Lui motivò la scelta, dimostrando che non era sua, ma già contemplata dalla profezia. Così egli fu solo l’interprete, non uno che impone il proprio giudizio.
Continua: Bisogna, dunque, che tra questi uomini che sono radunati con noi… (cfr. At 1, 21). Osserva quanta oculatezza richieda già nei testimoni, anche se doveva ancora venire lo Spirito. Egli comunque tratta con grande diligenza questa scelta.
Tra questi uomini, prosegue, che sono stati con noi tutto il tempo che visse tra noi il Signore Gesù. Parla di coloro che erano vissuti con Gesù, non quindi semplici discepoli. All’inizio molti lo seguivano: ecco perché afferma: Era uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e avevano seguito Gesù.
«Tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi, incominciando dal battesimo di Giovanni» (At 1, 21). E sì, perché gli avvenimenti accaduti prima, nessuno li ricordava con esattezza, ma li appresero dallo Spirito. «Fino al giorno in cui (Gesù) è stato di tra noi assunto in cielo, uno divenga insieme a noi testimone della sua risurrezione» (At 1, 22). Non dice: testimone di ogni cosa, ma «testimone della sua risurrezione», semplicemente.
Infatti era più credibile uno che affermasse: Colui che mangiava, beveva e fu crocifisso, è proprio lo stesso che è risuscitato. Perciò non era necessario che fosse testimone del passato né del tempo successivo e neppure dei miracoli, ma solo della risurrezione. Gli altri avvenimenti erano noti ed evidenti; la risurrezione invece era avvenuta di nascosto ed era nota solo a quei pochi.
E pregavano insieme dicendo: «Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostra…» (At 1, 24). Tu, non noi. Molto giustamente lo invocano come colui che conosce i cuori: da lui, infatti, dev’essere fatta l’elezione, non da altri. Pregavano con tanta confidenza, perché era proprio necessario che uno fosse eletto. Non chiesero: Scegli, ma: mostra l’eletto, «colui che hai eletto», ben sapendo che tutto è già stabilito da Dio. «E li tirano a sorte». Non si ritenevano degni di fare essi stessi l’elezione, per questo desiderarono essere guidati da un segno.

Responsorio    At 1, 24. 25
R. Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostraci chi hai destinato * per prendere il posto in questo ministero e apostolato, alleluia.
V. Gettarono la sorte, e cadde su Mattia, che fu associato agli undici apostoli,
R. per prendere il posto in questo ministero e apostolato, alleluia.

CHIESA, GIOVANI E PAROLA DI DIO – 3

Diocesi Reggio Emilia
Campo Scuola Vicariale – Lillaz (Cogne)

Chiesa, Giovani e Parola di Dio

29 Agosto 1990

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio; referente Marcello Copelli (Re).

Omelia S. Messa

Liturgia Letture: 1 Cor 1, 1-9; Matteo 24, 42-51.

È bello che nella S. Messa ci sia il saluto con cui S. Paolo inizia una delle sue Lettere, perché nel saluto c’è come il germe dell’esperienza della Chiesa.

Dice Paolo alla Chiesa di Dio che è in Corinto:

«[1]Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, [2]alla Chiesa di Dio che è in Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: [3]grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo» (1 Cor 1, 1-3).

Vuole dire: a Corinto non c’è semplicemente un pezzo di Chiesa, a Corinto c’è la Chiesa di Dio, dove ci sono dei cristiani che pregano insieme e insieme ascoltano la Parola di Dio e insieme partecipano all’Eucaristia; lì si realizza il mistero della Chiesa. Perché a Corinto ci sono persone che sono state santificate in Cristo e sono chiamate ad essere sante insieme con tutti gli altri battezzati.

E uno potrebbe chiedersi: Ma sono già stati santificati o sono solo chiamati ad essere santi? E da Paolo emergono tutte e due le cose, in fondo voi non dovete diventare altro se non quello che siete. Cristo vi ha santificati nel Battesimo, allora voi dovete diventare santi, allora tutto il senso della vostra vita è il realizzare il germe di vita nuova che Dio ha già messo nei vostri cuori.

Allora il saluto diventa «[3]grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo». Sapete che “pace” è quella parola che in ebraico riassume tutto il contenuto della vita cristiana: c’è la riconciliazione con Dio con i fratelli, c’è il ritrovarsi attorno alla vita del mondo, per cui uno che è in pace sente il mondo amico, e quando al mattino apre gli occhi, non lo fa con angoscia, ma con riconoscenza… Tutto questo sta dentro la parola “pace”. E dopo questo «grazia» perché la pace che avete l’avete come un dono non è una vostra conquista, e anche l’esser cristiani la santità che avete sono doni grazia di Cristo è dono che Dio ci ha fatto in Gesù.

E allora scrive S. Paolo:

[4]Ringrazio continuamente il mio Dio per voi» (1 Cor 1, 4).

Quando vi guardo, dice S. Paolo, vede che Dio ha fatto delle belle cose in mezzo a voi. E guardate che a Corinto non è che tutto andasse bene, perché a Corinto c’è stato un caso di incesto, ci sono delle sette, delle liti… Però:

«[4]Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù».

Vuole dire, nonostante tutti i limiti il Signore ha operato in mezzo a voi, voi siete la sua comunità e dove c’è questa opera del Signore c’è un miracolo, e qui è giusto che l’uomo ringrazi.

Questo è un bell’insegnamento. A noi capita, quando pensiamo alle nostre comunità, di cominciare prima dalle cose negative, quindi siamo abbattuti ed avviliti e prima di riuscire a fare un cammino di recupero ci vuole un sacco di tempo. Invece Paolo fa il contrario: prima vede il buono e ringrazia per questo, poi affronta anche i singoli problemi e corregge la comunità di Corinto, ma sapendo che in mezzo a loro il Signore ha messo una ricchezza grande.

«[6]La testimonianza di Cristo si è infatti stabilita tra voi così saldamente, [7]che nessun dono di grazia più vi manca, mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo» (1 Cor 1, 6-7).

E questo è un aspetto della vita cristiana:il fatto che non è semplicemente un possesso già acquistato, ma è un cammino verso la speranza futura. E tutto questo cammino, dice Paolo, per quanto faticoso ed incerto lo possiamo percorrere con grande fiducia, perché se il Signore ha cominciato a fare in noi un’opera di salvezza, volete che non la porti a conclusione? Di solito il Signore non è quella persona stolta che inizia una cosa e poi si accorge di non riuscire a terminarla, quando il Signore inizia qualcosa la conclude. Ha cominciato in voi la vita cristiana, allora la terminerà, potete camminare con speranza:

«[8]Egli vi confermerà sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo: [9]fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!» (1 Cor 1, 8-9).

Allora iniziamo un cammino con questo ringraziamento per ciò che lui ha fatto in mezzo a voi.

Legato a questo c’è il Vangelo con quell’invito a vegliare. Vegliare è importante, perché nella vita cristiana, come in tutti i movimenti, capita che gli inizi sono stupendi, poi viene l’abitudine, poi vengono le altre generazioni che non hanno fatto quell’esperienza così viva dei fondatori, quindi le cose diventano faticose, noiose, piatte, c’è un tentativo di perseverare, ma senza una gran gioia. Invece no, vegliate!

Bisogna risvegliarsi, non lasciare che la nostra vita diventi un sonno. E viene dato come motivo le due parabole. La prima, quella del Signore che viene di notte come un ladro e che bisogna essere pronti a ricevere. La seconda, quella del servo a cui il padrone ha dato l’incarico di governare la casa. Ci sono tre momenti in questa parabola:

  • Il Signore dà un incarico.

  • Il Signore se ne va.

  • Il Signore ritorna.

Questa è la vita cristiana, noi viviamo il secondo di questi momenti, il padrone è andato via: Gesù non è qui tutti i momenti a controllare quello che facciamo, a dirigere la vita della Chiesa: la vita della Chiesa la dirigete voi, nella vostra parrocchia fate quello che volete, potete fare bene o male, perché il Signore vi ha affidato la vostra comunità parrocchiale, l’ha messa nella vostre mani. Ma dice il Vangelo: ricordatevi bene che quella comunità è dono del Signore, non è roba vostra, voi gestite una comunità che è del Signore, che è partito ma che tornerà.

Quindi cercate di mantenere quell’attenzione che vi permetterà di ricevere il Signore con il sorriso sulle labbra, contenti che il Signore venga e felici di restituirgli la comunità che vi ha donato.

E la vita cristiana è fatta così: di memorie del ricordarsi di ciò che Dio ha fatto e di speranze che il Signore venga, e di metter nelle sue mani ciò che ci ha donato. Allora l’Eucaristia ci richiama al senso della nostra comunità, alla gioia perché il Signore ci ha dato la pace. È come un invito a vivere l’esistenza così: ricordatevi che c’è stato affidato dal Signore un incarico e che questo lo dovrete rimettere nelle sue mani.

Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto in uno stile parlato, ma non rivisto dall’autore.

CHIESA, GIOVANI E PAROLA DI DIO – 2

Diocesi Reggio Emilia
Campo Scuola Vicariale – Lillaz (Cogne)

Chiesa, Giovani e Parola di Dio

29 Agosto 1990

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio; referente Marcello Copelli (Re).

Omelia S. Messa

Liturgia Letture: Ger 1, 17-19; Mc 6, 17-29.

Si può leggere in questo Vangelo uno dei tanti drammi del potere umano: c’è da una parte Erode, un re che ha in mano il potere, che si scontra con Giovanni il Battista, un profeta.

A vedere quello che abbiamo letto nella prima lettura, uno si aspetterebbe che il Signore proteggesse Giovanni, perché a Geremia dice:

«[17] Tu non ti spaventare alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro (…) [18]Ed ecco oggi io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. [19]Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti» (Ger 1, 17-19).

La situazione è molto simile a quella di Giovanni Battista, Geremia viene mandato a predicare contro il re e i capi di Giuda, ha molta paura perché si sente debole e incapace, ma il Signore lo conforta e gli garantisce la salvezza. Uno si aspetterebbe che ciò valga anche per Giovanni, ma a leggere il Vangelo, sembra che egli venga schiacciato, perché è di fronte a giochi politici di cui non riesce ad avere il controllo, possono fare di lui quello che vogliono. Però se uno legge attentamente il Vangelo, si accorge che le cose non sono così chiare. Chi è che esercita il potere? Uno pensa ad Erode, è lui il re che comanda la decapitazione. Ma è lui che decide? Non sembra proprio; sembra che decida quella ragazza che ha danzato davanti a lui e lo costringe ad obbedire ad un giuramento a cui non vorrebbe dare seguito. Non solo sembra che decida la madre di questa ragazza, è lei a volere la morte del Battista. Erode in fondo fa quello che non vorrebbe fare, non vorrebbe ucciderlo, ma per il giuramento che ha fatto a dei commensali. È schiavo della ragazza, di sua madre, della figura davanti ai commensali… non fa quello che vuole: esercita il potere, ma è schiavo anche lui.

Non è certamente molto più libera questa ragazza, che ha ottenuto la promessa di Erode:

«Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno» (Mc 6, 23);

quindi uno potrebbe dire che ha un grande potere in mano. E poi:

«[24]La ragazza uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?».

In fondo di suo non ha proprio messo niente. Sarà un caso, ma il Vangelo non dice il nome (da altre fonti sappiamo che si chiama Salomè) e non dice il nome perché questa ragazza non ha una personalità, è semplicemente un manichino, bello, ma che non ha una sua idea, una sua volontà, fa quello che gli dice qualcun altro, sua madre. In fondo neanche lei è libera.

L’unica che sembra libera è la madre Erodiade, che ha giurato: di eliminare Giovanni Battista, non c’è riuscita finora perché Erode non vuole, ma venne il giorno propizio e ci riesce.

Ma che cosa spinge Erodiade a questo odio? Il motivo l’ha spiegato il Vangelo:

«[17]Erode infatti aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, che egli aveva sposata».

Erodiade, moglie di suo fratello Filippo è passata ad Erode, è diventata regina, ma non è sicura del posto che occupa, è un posto che vacilla ha paura di essere cacciata, come qualcuno prima di lei. In fondo 1’odio che ha per Giovanni il Battista e quella decisione di metterlo a morte è semplicemente l’effetto della sua paura. Ha paura di perdere il trono, che è un posto di privilegio in cui c’è ma senza nessun diritto, senza nessuna sicurezza, e allora deve ammazzare per difendere se stessa, il suo trono. Neanche lei è libera sceglie per paura, è la paura che le fa prendere delle decisioni, è la paura che crea odio, timore e cattiveria. In fondo nessuna di queste persone agisce liberamente, agisce per qualche cosa che ha dentro in ricerca di se stesso della propria libertà, della propria volontà e del proprio bene.

L’unico sembra proprio San Giovanni Battista quello che senza potere, ma che parla perché è giusto parlare. Nessuno lo riesce a fare tacere neppure con le minacce, con la galera, che alla fine è davvero una persona che ha dentro di sé la forza delle cose che dice. Agisce non per paura, non per rispetto umano nei confronti degli altri, agisce non dominato da nessuno, agisce per quella volontà interiore di fedeltà a quello che è vero, e quello che è giusto è quello che lo spinge a scegliere. E se questa scelta Giovanni Battista la paga con la sua vita, però questa scelta è il suo martirio; è quello che lo vide una persona umana l’unica rispettata, gli altri sono in un modo o nell’altro dei manichini che reagiscono per reazione, per condizionamento.

Allora il Vangelo diventa prezioso, perché sono tantissime le cose che noi facciamo per rispetto umano, per paura o perché siamo condizionati da qualcuno. Bisogna arrivare a delle scelte che vengano dall’interno, dalla libertà, a delle scelte che siano autentiche; è quello che il Vangelo ci chiede di fare, e in fondo il Signore ci ha create persone umane perché vuole che restiamo tali, non dei manichini, ma delle persone che amano e scelgono liberamente,

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto in uno stile parlato e con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

CHIESA, GIOVANI E PAROLA DI DIO – 1

Diocesi Reggio Emilia
Campo Scuola Vicariale – Lillaz (Cogne)

Chiesa, Giovani e Parola di Dio

29 Agosto 1990

Documento ripreso dal Servizio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio; referente Marcello Copelli (Re).

Prima Meditazione

In questi ultimi anni si stanno verificando alcune rivoluzioni all’interno della Chiesa: si sta passando da una Chiesa istituzione ad una Chiesa comunione. e da una Chiesa che vede il mondo in funzione di sé ad una Chiesa al servizio del mondo.

Innanzitutto che cosa vuole dire “passare da Chiesa istituzione ad una Chiesa comunione”?

“Chiesa istituzione” significa immaginare fondamentalmente la Chiesa come una società in senso stretto, ha un capo invisibile che si chiama Gesù Cristo ed ha un capo visibile che è il Papa, attorno a lui ci stanno i vescovi che sono in qualche modo dei funzionari che hanno autorità e potere sulla Chiesa, la quale è divisa in diocesi così come uno Stato è diviso in regioni o cose del genere; questa appartenenza alla Chiesa diventa il riconoscimento della sua autorità, obbedienza a quelli che sono costituiti come autorità riconoscendo nella Chiesa l’istituzione fondamentale della Salvezza, per cui la Salvezza è lì dentro; e nell’accettare la Chiesa, nell’obbedire ai vescovi, sta l’impegno fondamentale di ogni cristiano. Dove la Chiesa è immaginata secondo il vecchio schema della piramide c’è un vertice che sarebbe Gesù Cristo o il Papa, che in qualche modo ne è la trascrizione nella storia, e poi dopo i vescovi e i preti e finalmente i laici.

Considerare invece, come dice il Concilio, la Chiesa come sacramento della comunione degli uomini con Dio, vuole dire immaginarla in modo molto diverso, perché la cosa importante nella vita della Chiesa non diventa prima di tutto l’organizzazione esterna, ma la vita interiore, quella vita di fede, comunione, carità che attraversa tutte le esperienze di Chiesa, che anima dall’interno. Per cui la realtà più importante della Chiesa è quella invisibile, quella che non si può semplicemente rappresentare con delle leggi o con delle organizzazioni; per cui la Chiesa diventa un segno visibile ma di una realtà invisibile che è la comunione degli uomini con Dio, in una visione meno monopolistica; per cui la Salvezza non è solo nella Chiesa, ma essa ne è il segno visibile della Salvezza che Dio dona agli uomini.

In una concezione un pochino passata della Chiesa, essa veniva presentata come il luogo esclusivo della verità e santità, la verità in senso pieno abita lì e la Chiesa è essenzialmente santa.

Il Concilio presenta le cose in modo più sfumato, non c’è dubbio la Chiesa riceve la rivelazione di Dio, ma la Chiesa non la possiede mai del tutto la verità, anzi è contenta di ritrovare dei germi di verità anche al di fuori di se stessa. Così come la Chiesa non pretende di essere perfettamente santa, è santa perché viene da Gesù Cristo, è santa perché perdonata, ma nello stesso tempo riconosce tutti quegli elementi di miseria, di peccato, di debolezza che accompagnano la sua esperienza nella storia. Questo comporta anche un cambiamento nel modo di vedere la partecipazione dei cristiani alla Chiesa. Voglio dire in una concezione della Chiesa istituzione che cosa che deve fare il singolo cristiano? Fondamentalmente obbedire.

Nel catechismo di San Pio X una delle domande era: “che cos’è la Chiesa?”. E la risposta era “la Chiesa è la società dei veri cristiani, cioè dei battezzati che professano la fede e la dottrina di Gesù Cristo e obbediscono ai pastori stabiliti da Lui”. Quindi fondamentalmente la richiesta principale al singolo era quella dell’obbedienza ad una autorità nella Chiesa.

Ora non c’è dubbio che in questi anni si è fatto uno spostamento di accento da quella che era la distinzione fondamentale fra chierico e laico; la Chiesa era divisa in due grosse parti, da una parte quelli che hanno un’autorità che è il clero in tutte le sue funzioni, e dall’altra quelli che sono invece chiamati all’obbedienza e sono i laici; questa distinzione era fondamentale nella vita della Chiesa. Adesso invece ci si rende conto che forse la differenza più importante non è quella fra chierico e laico, ma quella tra cristiano e non cristiano, dove tra tutti quelli che sono battezzati c’è una fondamentale assomiglianza e comunione, cioè si ritorna a quelli che sono stati i primi secoli della Chiesa. Nei primi secoli della vita della Chiesa non c’è una grande sottolineatura della distinzione tra laici e clero, e non c’è perché il problema grosso è quello del credere o non credere, è il problema del rapporto tra quelli che fanno parte della Chiesa e quelli che stanno fuori, e questo ritorna come un problema importante.

Quando io ero piccolino nei miei primi anni era praticamente impossibile presentare una persona come cristiano perché era palese che fosse cristiano, tutti erano cristiani, che poi lo fossero poco o tanto, bene o male, questo è un altro discorso, ma la distinzione fra cristiano e non cristiano non esisteva. Adesso invece, anche dal punto di vista del linguaggio, questo torna importante, ora c’è chi si presenta come cristiano e come tale viene riconosciuto e altri che rifiutano tranquillamente di essere inquadrati in questa prospettiva; questa è una novità. Questo è quello che accadeva nei primi secoli della Chiesa.

Dal secolo IV in poi le cose hanno incominciato a cambiare, dal secolo IV la Chiesa pian piano comincia ad identificarsi con la società e allora sorge nella Chiesa il fenomeno tipico del monachesimo. Che cos’è il monachesimo? Sono i cristiani che vogliono essere cristiani in modo vero, perché ormai sono tutti cristiani e va a finire che nessuno è cristiano, in fondo i cristiani vivono tranquillamente come gli altri e stanno assorbendo il modo di pensare della città senza nessuna caratteristica che li distingue. Il monaco si ritira per essere cristiano fino in fondo, per vivere da cristiano in modo radicale, e pian piano si è verificata una divisione all’interno della Chiesa, per cui i veri cristiani nel senso pieno sono i monaci e i religiosi, e invece i cristiani laici sono cristiani perché sono battezzati ma in fondo non in modo pieno non in modo radicale.

Lo stato religioso fino a poco tempo fa era chiamato lo “stato di perfezione”, ora lo stato di perfezione di per sé è il cristianesimo è il battezzato che appartiene ad uno stato di perfezione, eppure il modo di esprimerlo era quello di applicarlo ai religiosi perché solo i religiosi alla fine erano i veri cristiani, cioè coloro che avevano preso sul serio il Vangelo e che lo realizzavano senza sconti, senza diminuzioni.

Ora credo che in quoti ultimi anni c’è un cambiamento per noi notevole, il cambiamento consiste nel rivedere prima di tutto fra i cristiani una fondamentale somiglianza e comunione, per cui le differenze che ci sono all’interno della Chiesa ci sono (religiosi, laici, ecc.), ma sono secondarie. La prima realtà fondamentale è quella del Battesimo e della adesione a Gesù Cristo. La costituzione del concilio sul “Lumen gentium” non comincia – quando parla della Chiesa, dei vescovi, dei preti – come era nel primo schema dove si partiva proprio dalla gerarchia; invece parte dal popolo di Dio, per dire che prima c’è una somiglianza, una comunione profonda che unisce tutti; poi all’interno del popolo di Dio ci sono le differenze perché c’è chi ha un ministero, chi ne ha un altro, chi ha una vocazione e chi un’altra; ma la vocazione fondamentale cristiana è comune a tutti.

Sant’Agostino scriveva, con una formula che viene ripresa dal Concilio:

“Io con voi sono cristiano, per voi sono vescovo”; e diceva di questi due nomi: “Il primo, il nome di cristiano, è il nome della mia dignità, è il nome della mia sicurezza, io mi vanterò davanti a Cristo di essere cristiano, di portare quindi il suo nome; il secondo, vescovo, è il nome della mia responsabilità, è quello che mi fa paura, è quello che porterò davanti al Signore con la responsabilità del mio servizio, di averlo fatto veramente bene; uno è il nome di dignità, l’altro è il nome di responsabilità, ma prima è il cristiano”.

Per cui i papi e i vescovi prima di tutto sono cristiani insieme con tutti gli altri. Per cui 1’esperienza della Chiesa è principalmente un’esperienza vera di fraternità, bisogna che ci sentiamo gli uni nei confronti degli altri innanzitutto come dei fratelli. Per cui il ministero della Chiesa è essenziale, ma non come un’autorità così come avviene nella società civile, ma fondamentalmente come un servizio e quindi come qualcosa che sta al di sotto del popolo di Dio, i vescovi non stanno sopra al popolo di Dio ma sotto.

San Paolo si lamenta perché questi cristiani di Corinto si stanno attaccando troppo a dei leaders facendone in qualche modo i capi delle fazioni all’interno della comunità e dice:

«[21] Nessuno ponga la sua gloria negli uomini, perché tutto è vostro: [22]Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! [23]Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Cor 3, 21).

Quindi Paolo, Apollo, Cefa, i ministri sono vostri, cioè al vostro servizio, appartengono a voi, voi non appartenete a loro, voi appartenete a Cristo che è un’altra cosa. Cioè la direzione è in questa ottica di dedizione al Signore, alla quale dedizione è chiamata tutta la comunità, e per la quale dedizione c’è un servizio che svolgono alcuni; che vuole dire: prendete il ministero non come si prende l’autorità civile, ma al contrario come si considera un servizio che deve aiutarci a vivere meglio da cristiani e come Chiesa. Questo vuol dire capovolgere tante cose, che si capovolgeranno pian piano con il tempo. Voglio dire, nel lungo itinerario della Chiesa i ministeri ecclesiali sono diventati anche funzioni sociali di autorità, questo storicamente è avvenuto, una volta il vescovo aveva un’autorità anche dal punto di vista sociale e anche il parroco, questo si lega con dei segni che sono i titoli di onore, il rosso, ecc. che sono elementi che fanno parte della nostra storia, ma che pian piano scompariranno, non dico che debbano scomparire dall’oggi al domani, non ci vuole una gran fretta, ma tanto non sono neppure le cose più importanti che debbano scomparire. M voglio dire, la direzione è un’altra: la direzione è quella che richiama il Vangelo che abbiamo letto in questi giorni, che dice a proposito dei farisei:

«[4]Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. [5]Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattéri e allungano le frange; [6]amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe [7]e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì’’ dalla gente. [8]Ma voi non fatevi chiamare “rabbì’’, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. [9]E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. [10]E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. [11]Il più grande tra voi sia vostro servo; [12]chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato» (Mt 23, 4-12).

Questa logica del Vangelo pian piano rientra nella Chiesa in quel cammino di conversione che dobbiamo tentare di fare, perché la Chiesa nell’ottica del Signore si può presentare come una comunità alternativa rispetto al mondo. “Comunità alternativa rispetto al mondo”, vuole dire questo: Gesù Cristo ha annunciato il Regno di Dio, cioè dove e quando Dio comanda.

Ora dove comanda Dio succede qualche cosa di abbastanza diverso da dove comandano gli uomini; dove comanda l’economia o dove comanda il potere politico succedono certe cose, dove comanda Dio devono per forza succedere delle cose diverse.

Ora la Chiesa nell’ottica di Gesù è semplicemente un pezzettino di mondo che, invece di lasciarsi governare dalle “leggi del mondo”, si lascia governare dalla volontà di Dio. Che cosa questo significhi lo troviamo ad esempio nelle Beatitudini:

«[3]Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. [4]Beati gli afflitti, perché saranno consolati. [5]Beati i miti, perché erediteranno la terra. [6]Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. [7]Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. [8]Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. [9]Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. [10]Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5, 1-10).

Cioè queste sono le leggi del Regno di Dio e quindi queste devono essere le leggi della Chiesa, leggi che sono chiaramente alternative: non esiste una società mondana dove siano beati i poveri, i miti e i cercatori di pace; nella nostra società le Beatitudini hanno un’altra direzione, ma la Chiesa vuole essere questo. La Chiesa vuole essere un sacramento dell’unione di Dio con gli uomini. Un “sacramento”, vuole dire: una cosa che si vede, ma quello che si vede deve essere l’effetto di qualcosa che non si vede, la comunione degli uomini con Dio; quindi quello che io vedo è San Francesco quello che non si vede, ma è la realtà, è la sua comunione con Dio che evidentemente sta dentro di lui, ma gli effetti si vedono. Voglio dire, se voi siete una comunità cristiana io ho il diritto di venire a vedere il vostro modo di rapportarvi gli uni con gli altri e di vedere se questi rapporti vengono dalla comunione con Dio sì o no, se vengono da Lui o se invece vi comportate così semplicemente perché il temperamento che avete è quello, perché la società vi esorta a vivere in questo modo e allora vivete poi alla fine come tutti gli altri.

Il “discorso della montagna” che sta nei capitoli 5°, 6°, 7° del Vangelo secondo Matteo è una legge di esistenza della comunità cristiana, quello del porgere l’altra guancia, quello di amare i nemici ecc. Ora il “discorso della montagna” non è certamente un programma politico, non si può prendere il “discorso della montagna” e metterlo dentro la costituzione della Repubblica italiana. E perché non è un discorso politico? Perché è un discorso fondato essenzialmente sulla fede. Uno può realizzare il “discorso della montagna” se crede, altrimenti non ci riesce ad amare i nemici, a perdonare, a porgere l’altra guancia; l’uomo non ci riesce semplicemente perché c’è una legge che lo comandao semplicemente perché lo vuole fare con tutta la sua energia; non è possibile. Uno dei discorsi su cui si è discusso è se il “discorso della montagna” sia realizzabile sì o no, perché ha delle esigenze così alte che sembra impossibile mettere in pratica, richiede una scelta della pace, il rifiuto di ogni violenza, che sembrano irrealizzabili, e sono irrealizzabili in una società civile. Ma Gesù non le ha predicate all’imperatore di Roma, Gesù le ha predicate a quelli che ascoltavano e credevano, e credevano nel Regno di Dio perché credevano nell’Amore di Dio che si è manifestato, per quelli è il “discorso della montagna”, quelli sono in grado di costruire una società che viva secondo questa logica. Il «siate perfetti come perfetto è il vostro Padre celeste» (Mt 5, 48), che è una delle formulazioni più caratteristiche del discorso della montagna, suppone che voi vi riconosciate figli di Dio, che voi crediate nell’Amore di Dio per voi; crediate dunque che «Dio fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni, sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5, 45). Allora sulla base di questa fede, ma sulla base della fede, voi potete realizzare quello che il Signore vi chiede.

C’è una frase del Vangelo strana che dice, «tutto è possibile per chi crede» (Mc 9, 23); cioè per chi crede diventa possibile come dono del Signore una esistenza nuova, un modo nuovo di rapportarsi con gli altri. Pensate per esempio alla esigenze del matrimonio, al matrimonio indissolubile, credo che sia legato con questa fiducia nella presenza del Signore nella nostra vita. Gesù ha proclamato il Regno di Dio, cioè la venuta di Dio dentro la nostra vita per guidare e comandare la nostra vita, proprio per questo Gesù ha voluto costruire una comunità di credenti nei quali il Regno di Dio incominciasse a realizzarsi.

Leggendo il Vangelo c’è innanzitutto una lunga fase nella quale Gesù predica, fa dei miracoli, chiede l’adesione della fede degli uomini, e di fronte a questa predicazione di Gesù gli uomini si dividono, ci sono alcuni che credono altri che rifiutano, ci sono quelli che pensano che Gesù sia un indemoniato, quelli che pensano che sia un pazzo, altri che sia un profeta, quelli che come Pietro riconoscono in Lui il Figlio di Dio. Ora quando Pietro dice «Tu sei il Cristo» (Mt 16, 16), cioè fa l’atto di fede, Gesù cambia il suo modo di predicare, non annuncia più il Regno di Dio, questo l’ha già annunciato, incomincia a costruire una comunità, incomincia a educare Pietro e quelli che stanno con Lui, quelli che hanno fatto attraverso Pietro una professione di fede, incomincia ad educarli perché diventino una comunità che chiameremo cristiana, perché diventino la sua Chiesa.

Nel Vangelo secondo Matteo quando Pietro fa la professione di fede, Gesù dice: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa»; è la prima volta che Gesù parla di Chiesa e ne parla perché è arrivato alla fede Pietro, perché sono arrivati alla fede i discepoli, poi c’è il cammino verso Gerusalemme e Gesù istruisce; è una specie di noviziato, è il catecumenato dei discepoli, in cui imparano quale deve essere la logica cristiana, come dicevamo prima, una logica alternativa.

Nel Vangelo secondo Matteo (Mt 20, 25-28), ma si trova anche negli altri, c’è scritto: «[25]I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere» –; così è il mondo della politica, questa è la struttura della nostra società – «[26]Non così dovrà essere tra voi»–; cioè tra voi ci deve essere un modo di rapportarsi diverso, non quello della società civile, ma quello del Regno di Dio, quello della presenza della sua sovranità sopra di voi. Che cosa vuol dire questo in concreto? «ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, [27]e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo»; quindi non e proibito essere primi e grandi, lo potete desiderare, solo tenete presente che diventare primi significa diventare servi e diventare schiavo degli altri; perché questo? «[28]appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti».

Gesù è venuto così, è venuto come uno che si comporta in modo diverso, anzi si potrebbe dire che proprio Gesù è il Regno di Dio. Che cosa vuol dire Regno di Dio? Esercizio della sovranità di Dio, questo è il Regno di Dio. Se io mi chiedo: dov’è il Regno di Dio? Dove Dio comanda in questo mondo? La Prima risposta che dà il Vangelo è “Gesù Cristo”, dove c’è Gesù lì ci comanda Dio: quello che dice e quello che fa, lo fa e lo dice, perché il Padre glielo comanda. Gesù è in un atteggiamento costante di obbedienza alla volontà del Padre, per cui in quello che fa e dice è presente il Regno di Dio.

Quando all’inizio del Vangelo c’è il racconto delle “tentazioni” il senso è proprio quello, cioè satana propone a Gesù un certo modo di vivere, che Gesù rifiuta, per sottomettere la sua vita alla volontà del Padre, invece di scegliere un criterio di successo, di realizzazione personale, di ricchezza… sceglie la via di obbedienza, che vuol dire la via dove ci comanda il Padre. Bene, la comunità cristiana è questo, voi siete una comunità cristiana se nello spazio in cui siete lì ci comanda Dio, se le cose che voi fate le fate come Dio vuole; la Chiesa è semplicemente questo.

Dicevo, secondo un modo di ragionare diverso, abbiamo già commentato insieme la Lettera ai Romani:

«[1]Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Rm 12, 1).

Quindi vi esorto a trasformare la vostra vita in qualcosa che piace a Dio e per fare questo:

«[2]Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12, 2).

Quindi bisogna che voi cambiate testa, che cambiate mentalità, modo di ragionare, modo di scegliere di esprimersi.

Una cosa che dovreste fare è leggere il cap. 18° di Matteo che contiene il discorso ecclesiastico, cioè alcune parole di Gesù che riguardano l’ordinamento della Chiesa, il come ci si comporta nella Chiesa, per esempio il considerare grande chi si fa piccolo, il non dare scandalo, la cura gli uni per gli altri, la preghiera concorde, il perdono, che viene considerato come una regola assoluta della vita della Chiesa, il servizio… Ora questo vuole dire che bisogna che tentiamo di fare delle nostre comunità delle autentiche comunità cristiane, cioè dei luoghi dove i rapporti che noi viviamo, le scelte che noi facciamo sono dominate dal Regno di Dio, dal Vangelo; questo vuol dire fare delle comunità alternative, creare fra di noi dei rapporti nuovi di fraternità, di servizio. Questo richiede alcune cose: la prima è fondare tutto sulla fede, non basta dire che la comunità cristiana è un ideale bello per riuscire a realizzarlo, il fondamento unico è la fede.

Credo che questo sia il cammino più difficile che abbiamo davanti, perché c’è una pressione di ambiente molto forte che rende non facile una scelta di fede, voglio dire che nella società di oggi una scelta di fede non viene spontanea e facile e libera, viene come una spaccatura e una rottura con tanti tipi di rapporti e ci vuole un’energia e una forza molto grande; ma non c’è altro modo che questo, altrimenti il cammino che si fa è un cammino sempre dipendente dagli altri. Uno può fare parte della comunità cristiana perché ci sono altre persone con cui mi trovo bene, ma questo non dura se il motivo è solo questo, viene il momento in cui ci sarà qualcosa che non va e allora finisce tutto, cioè il fondamento unico è soltanto la fede. Vale quel discorso che ricordava il nostro vescovo citando i “padri del deserto”: “Un giovane, un novizio, va da un monaco anziano e gli chiede: Padre io vorrei sapere perché tanti incominciano la vita del monaco e poi la abbandonano? E il monaco risponde: Vedi è come quando i cani danno la caccia alla lepre, un cane vede la lepre allora incomincia ad abbaiare ed a correre, gli altri cani sentono abbaiare e si mettono a correre anche loro dietro la lepre, ma non l’hanno vista la lepre, uno sì gli altri no. Corrono tutti insieme ma gli altri si stancano dopo un po’, lasciano lì perché non hanno vista la lepre, ma quello che l’ha vista non si stanca, non molla finché non l’ha presa. È questa la differenza, se un monaco ha visto il Signore incomincia a correre, ma se uno incomincia solo perché ha visto gli altri, ad un certo punto si stanca, torna indietro”.

E credo che questo sia sempre di più indispensabile. Quando tutti si proclamavano cristiani si correva tutti insieme e non c’erano problemi, ma in un mondo come quello di oggi o uno ha visto la lepre altrimenti dopo un po’ si stanca.

La seconda cosa difficile, per quanto riguarda la fede, è saper cogliere l’essenziale; non è necessario che un cristiano abbia studiato tutta la teologia, ma deve sapere che cosa vuole dire Gesù Cristo. Della fede fanno parte molte cose, dal partecipare alla S. Messa, dall’accendere il lumino davanti a Santa Rita, andare alla Casa della Carità… bisogna che uno sappia qual è l’essenziale e sappia riportare tutte le altre cose a quell’essenziale, altrimenti uno si disorienta; perché se uno ha smesso di accendere il lumino davanti a Santa Rita perché pensa che non serva niente, pianta la fede, perché ha identificato la fede con certi tipi di gesti. Ora non è necessario che tutti studiano teologia. Ma qual è l’essenziale della fede? Che cosa significa realmente credere, quello lo dobbiamo sapere. Ci sono tantissime realtà della fede, ma non hanno tutte la medesima importanza, c’è un centro e una periferia, dovete riuscire a riconoscere qual è il centro e abbracciarlo con decisione; se questo lo fate dopo le altre difficoltà sono meno importanti.

Una terza cosa che mi interessa è questa. Le motivazioni per l’adesione di fede tendono diventare sempre più mature, voglio dire c’è molta gente che pensa che credere voglia dire rinunciare a pensare con la propria testa, o rinunciare alla propria libertà; non è vero! Rinunciare alla propria testa sarebbe un peccato contro il Signore, perché se Egli ve l’ha donata l’ha fatto perché la usiate, se il Signore ci ha fatto creature libere lo ha fatto perché restiamo libere, quindi si tratta non di rinunciare ma di cogliere nel modo giusto, di non sacrificare nel senso negativo l’intelligenza, cioè il dire: “credo alle cose che capisco sono impossibili, ma ci credo ugualmente”. Bisogna invece arrivare ad avere una visione un tantino matura della fede. È vero che la fede non è un atto della ragione, ma è nello stesso tempo un atto ragionevole, così come è ragionevole una scelta di matrimonio o di amicizia. Non si può dire che una scelta di matrimonio è un atto puro di ragione, uno non sceglie una persona perché ha ragionato, ha pensato che è la persona giusta e la sposa, un atto di questo genere è un atto che coinvolge la libertà della persona, ma nello stesso tempo non è una libertà stupida, se uno si sposa non è stupido, non chiude gli occhi per non vedere; no, uno deve vedere la persona e poi ragionevolmente fa una scelta che è una scelta libera. L’atto di fede è simile: è un atto libero, cioè coinvolge non solo la ragione ma anche la volontà, ma è un atto ragionevole, quindi bisogna arrivare a quelle motivazioni mature della propria fede, e questo come base della fede.

Poi la cosa importante è arrivare a costruire pian piano delle comunità cristiane concrete, cioè dove si vivono i rapporti interpersonali come dei rapporti di fede; voglio dire: è importante che ciascuno di noi abbia con degli altri dei rapporti di conoscenza e di fede, di comunione di fede. È importante che io riconosca nella comunità qualcuno come mio fratello a motivo della fede che abbiamo in comune, che ci siano quindi dei momenti di preghiera in comune, di dialogo, di confronto, di sostegno reciproco, di correzione, in modo che si formino delle vere e proprie piccole comunità dove il rapporto interpersonale è presente. Voglio dire: una comunità cristiana non è fatta solo di rapporti interpersonali, ma è fatta anche di rapporti funzionali, sociali ecc. Però i rapporti interpersonali ci vogliono perché sono gli unici che ci permettono di sentirci con gli altri veramente fratelli, e che ci aiutano a riconoscerci nella dimensione della comunione più immediata, più spontanea e semplice. Questo ha tanti livelli, ad esempio nella famiglia, credo che in una famiglia cristiana si debbano vivere certi momenti veri di fede, che sono ad esempio i momenti della festa. La festa ha una valenza grossa dal punto di vista religioso, viverla come festa cristiana non solo come ferie o come fine settimana ma come giorno del Signore, come Natale del Signore. Il riuscire a dare questo senso della festa nella vita di famiglia è importante. Con questo si associa la preghiera, la carità fra i membri della famiglia, ma anche con gli altri.

Una volta si usava. quando si faceva il bilancio mensile, di avere anche una voce per i poveri, cioè per quella responsabilità che ho nei confronti degli altri, per cui devo sapere che ho una ricchezza, ma che non mi appartiene completamente. Il Signore mi ha dato uno stipendio ma non devo e non posso gestirlo come se fosse un diritto assoluto, i poveri che mi stanno vicino hanno diritto anche loro di partecipare al dono che il Signore mi ha fatto. Le misure le dovranno stabilire ciascuno, non ci sono regole rigide, ci sono le regole dello Spirito Santo che sono di per sé ancora più impegnative di quelle che potrebbero essere stabilite come regole fisse, ma questa attenzione ci vuole.

Cosi l’importanza dei gruppi interfamigliari, quelli di preparazione della liturgia, quelli di preghiera ecc. Lo scopo sarebbe quello di ridare vita alla parrocchia. La comunità parrocchiale credo sia una struttura essenziale della vita della Chiesa, si è discusso se le parrocchie siano ormai superate, ma credo che il senso della parrocchia non possa essere soppresso, perché il senso della parrocchia vuol dir semplicemente quella comunità che si raccoglie intorno alla stessa Eucaristia, le persone che vanno a messa insieme. Questo deve creare necessariamente dei legami di fraternità e comunione che si devono vedere. Allora bisogna ritrovare che cosa questo voglia dire, quindi si ritorna al discorso che facevamo prima cioè il rapporto fra preti e laici.

Non c’è dubbio che c’è una rivoluzione rispetto a trent’anni fa nel modo di rapportarsi fra preti e laici, ma non c’è dubbio che questa rivoluzione non sia facile da realizzarsi, perché tutti alle spalle abbiamo delle abitudini, sia noi preti per cui una fraternità più ampia non è facilissima da accettare, sia voi laici per cui una responsabilità più grande non è facilissima neanche per voi da accettare, cioè è difficile per tutti. Però è importante che abbiamo chiaro il senso della trasformazione e della direzione verso cui questo ci deve portare.

La Parola di Dio

Un’ultima cosa importante riguarda la Parola di Dio, che è essenziale per quello che dicevamo prima, se la Chiesa e un pezzo di mondo che è governato da Dio, il modo concreto di esercizio di questa sovranità è proprio la Parola del Signore. Noi capiamo che cosa dobbiamo fare quando insieme ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio, è vero che nella Chiesa c’è anche la gerarchia, allora posso dire “faccio la volontà di Dio quando obbedisco”, e questo va bene; ma il discorso è a monte, che riguarda sia la gerarchia che i laici.

Il parroco, nel gestire la parrocchia, deve decidere insieme ai laici di fare la volontà di Dio e così siamo tutti sotto la Parola di Dio. La gerarchia sta sotto la Parola di Dio, il senso dell’essere papa o vescovo è quello di obbedire a Dio, per cui se obbedisco al vescovo lo faccio perché prima di tutto lui tenta di mettersi in obbedienza alla Parola del Signore, per cui riconosco che la sua interpretazione della Parola è prima della mia, che lui sta prima di me ma non della Parola di Dio.

Il ritrovare il senso della Parola di Dio è importante, stando però attenti ad un pericolo che talvolta emerge: il fondamentalismo. Il “fondamentalismo”, vuole dire: una lettura della Parola di Dio che non tiene conto della sua dimensione umana; pensate ai testimoni di Geova o ai Mormoni, il tipo di lettura che fanno è completamente astratto, come se il Vangelo o la Bibbia in genere fossero di “pura essenza divina” da prendere senza stare a capire od interpretare quale sia il significato e come debba essere applicato alla nostra vita. Ora la Parola di Dio è Parola di Dio ma in parola umana, cioè è stata scritta da un certo autore in un certo periodo in una certa lingua e queste cose incidono sulla Parola di Dio. Se San Paolo scrive alle donne di Corinto (1 Cor 11, 5-6) che debbono portare il velo nell’assemblea, questa è parola di Dio, ma non significa che sia una regola immutabile per 1’eternità, questa è un’esperienza che è legata con un certo momento della storia della Chiesa, che ha certe motivazioni, perché a Corinto andare senza il velo poteva apparire non rispettoso nei confronti degli altri, quindi che è legata a certe condizioni terrene che bisogna tener presente. Bisogna fare una lettura della Parola attenta per applicarla alla nostra vita, e per fare questo è necessario conoscere la Parola ma anche il mondo in cui siamo, altrimenti uno trova delle cose che non sono quelle che il Signore vuole, quindi una attenzione che richiede studio e riflessione dove la Parola di Dio non va presa come un manuale dove c’è la soluzione ai singoli problemi della vita (questo è il manuale delle giovani marmotte). Nella Parola di Dio non c’è la risposta del mio, ad esempio, impegno politico, o del come gestire un’azienda; però non c’è dubbio che la Parola di Dio deve toccare anche quelle realtà, se sono cristiano porto anche lì la Parola, ma non c’è la risposta già fatta. C’è nella Parola uno Spirito che ci viene trasmesso, un modo di impostare i problemi in una certa direzione. Ci sono nella Bibbia alcune affermazioni fondamentali per esempio che “il mondo è stato creato da Dio”, che “nel mondo c’è il peccato”, che “Dio ci ha amato fin dalla creazione”, che “c’è per ogni uomo la possibilità concreta dell’Amore di Dio”, che “abbiamo davanti a noi la speranza della comunione con Dio e con tutti i nostri fratelli”. Queste affermazioni sono come dei grandi fari che illuminano i nostri pensieri, il nostro modo di ragionare, di collocarci di fronte alle cose.

Per esempio, nella Prima lettera a Timoteo San Paolo se la prende con alcuni falsi dottori dove lui dice:

«[2]sedotti dall’ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza. [3]Costoro vieteranno il matrimonio, imporranno di astenersi da alcuni cibi che Dio ha creato per essere mangiati con rendimento di grazie dai fedeli e da quanti conoscono la verità. [4]Infatti tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie, [5]perché esso viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera» (1 Tm 4, 2-5)

Questo vuol dire che una cosa come la fede nella creazione cambia il modo di valutare le cose, per esempio cambia il modo di valutare il matrimonio. Un cristiano che creda nella creazione non potrà mai considerare il matrimonio la materia negativa, perché se l’ha creata nostro Signore non posso dare alla materia un volto negativo, dovrò riconoscere che la materia ha un suo valore positivo, che il corpo, la sessualità, il matrimonio hanno valori positivi, i problemi ci saranno, ma questo “sì” che l’uomo deve dare al mondo è fondamentale, la fede nella creazione ci obbliga a dire un sì al mondo in cui viviamo.

Così l’idea del peccato. La convinzione che la storia si gioca sulla realtà del peccato, dovrebbe tenerci lontano sia dall’ottimismo che dal pessimismo. Sia dall’ottimismo becero che pensa che tutto vada bene e che la storia sia un progresso stupendo, no c’è anche il peccato, ma nello stesso tempo la lettura della storia in chiave di peccato ci tiene lontano dal pessimismo, perché la responsabilità dei guasti non è in un meccanismo fatto male ma è in una nostra libertà che può scegliere il male, ma anche il bene. Riconoscere che dietro le storture del mondo c’è il peccato vuole dire: riconoscere che le storture sono raddrizzabili non sono fatali. Il peccato significa che c’è una responsabilità della persona e dove c’è una responsabilità c’è la possibilità di convertirsi. Il tragico è quando noi pensiamo: “non ho fatto male, ma sono fatto male”, perché se sono fatto male non c’è più nulla da fare, ma non è così. Non è nella nostra struttura il peccato, ma nella nostra libertà, il peccato è una rivendicazione della libertà dell’uomo, per cui ragionare in ottica di peccato significa riconoscere all’uomo una responsabilità nelle cose che compie, nelle scelte che realizza; e lo stesso vale per l’idea di elezione, di salvezza… sono come delle grandi categorie di pensiero che sono tipicamente bibliche. A partire da questo si può cogliere lo spirito della Parola di Dio e con questo spirito affrontare i problemi e risolverli oggi, non sono stati risolti in precedenza, dobbiamo farlo noi con la Parola come spirito, come luce, come orientamento grande ma anche con la fatica di analizzare le situazioni e di cogliere qual è la strada possibile.

Pensate agli insegnamenti della Chiesa in materia sociale, è chiaro non sono scritti nella Bibbia direttamente, ma in qualche modo ci deve orientare, altrimenti la Parola diventa solo una consolazione psicologica per stare un po’ meglio; questo è uno dei rischi dei giovani di oggi, quello di prendere la religione come consolazione psicologica, la religione è anche questo ma qualcosa di molto più serio, proprio per questo bisogna che la Parola di Dio rientri in tutte le cose e in tutte le scelte fondamentali che dobbiamo fare.

* Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.