LA QUESTIONE SINOTTICA

  • 146. I tre vangeli fin qui visti,Matteo, MarcoLuca, sono chia­mati fin dal principio del secolo XVIII sinottici, per la ragione che, se i loro testi siano disposti in colonne affiancate, se ne possono scor­gere subito con uno sguardo collettivo (“smossi”) le moltissime somiglianze che li collegano fra loro, pur non essendo testi identici. Insieme con le somiglianze, infatti, vi si ritrovano anche discrepanze; le quali tuttavia non riescono a cancellare l’impressione di una so­stanziale uguaglianza, cosicché in complesso viene piuttosto da pen­sare ad una concordia discors. La concordia dei Sinottici si rileva sia dagli argomenti trattati, sia dall’ordine nel trattarli, sia anche dalle parole ed espressioni impie­gate. L’argomento comune dei Sinottici è costituito dall’inaugura­zione della vita pubblica di Gesù, dal suo ministero prima in Galilea suo centro a Cafarnao e poi in Giudea, e dagli avvenimenti del­l’ultima settimana della sua vita comprese la morte e la resurrezio­ne (§ 113); a questo fondo comune Matteo Luca premettono i fatti dell’infanzia, su cui Marco tace del tutto. Anche nell’ordine con cui sono presentati i singoli fatti del fondo comune, esiste una certa concordia, riscontrandosi una generica cor­rispondenza fra le rispettive sezioni di quel fondo, specialmente fra Marco Luca, mentre Matteo spesso offre raggruppati fatti e sen­tenze che gli altri due offrono separati. Infine frequenti sono i passi in cui tutti e tre i testi procedono con le stesse identiche parole, di guisa che, letto uno di essi, si sono letti gli altri due; e ciò anche in casi in cui occorrono vocaboli rari (Matteo, 19, 23; Marco, 10, 23; Luca, 18, 24) o impiegati in accezioni rare in senso di rattoppo; Mt., 9, 16; Mc., 2, 21; Lc., 5, 36), ovvero com­paiono frasi peregrine (figli della camera nuziale, cioè paraninfi; Mt.,93 15; Me., 2, 19; Lc., 5, 34) o altre espressioni singolari; talvolta Stutti e tre, in piena concordia fra loro, citano qualche passo del­l’Antico Testamento in forma tale che discorda sia dal testo ebraico sia da quello greco dei Settanta.

  • 147. Ma questaconcordiafondamentale è nello stesso tempo di­scors in molti particolari. Anche prescindendo dai passi propri a un solo Sinottico, troviamo che talvolta due trattano in maniera del tutto diversa uno stesso argomento, ad esempio l’infanzia di Gesù (Matteo, 1, 18 – 2, 23; Luca, I, 5 – 2, 52) e la genealogia di lui (Matteo, 1, 1-17; Luca, 3, 23-38); lo stesso Discorso della montagna, lunghissimo in Matteo (capp. 5-7) e molto più breve in Luca (6, 20-49), ha divergenze fin dal principio con l’enumerazione delle bea­titudini. Anche nell’ordine di narrazione, pur astraendo dalla diversità di raggruppamento di fatti e sentenze, compaiono discordanze diffi­cili a spiegarsi: ad esempio, mentre nella narrazione della passione la corrispondenza delle parti è quasi costante, subito appresso com­paiono divergenze circa l’ordine delle apparizioni di Gesù risorto. Frequenti sono pure i casi di divergenze fra passi in tutto il resto paralleli. Queste divergenze possono essere soltanto verbali, come quando in una narrazione che procede assolutamente identica presso tutti e tre, uno di essi sopprime una o più parole, oppure le aggiunge, oppure le sostituisce con altre quasi sinonime: valga come esempio, fra molti altri, la narrazione della visita fatta a Gesù dai suoi parenti: Matteo, cap. 12 Marco, cap. 3 Luca, cap. 8 Ancora parlando egli alle folle ecco la madre e i fra­telli di lui stavano fuori, cercando di parlargli. Ora, uno disse a lui: Ecco la madre tua e i fratelli tuoi fuori stanno cercando di parlare a te. Ma egli rispondendo disse a chi gli parla­va: Chi è la mia madre e chi sono i fratelli miei? E stendendo la mano sua sui discepoli suoi, disse: Ecco la madre mia e i fratelli miei! E vengono la madre di lui e i fra­telli di lui, e fuori stando mandarono a lui chia­mandolo. E sedeva attorno a lui folla; e dicono a lui: Ecco la madre tua e i fratelli tuoi (e le sorelle tue) fuori cercano te. E rispondendo loro di­ce: Chi è la madre mia e i fratelli? E guardato attorno a quelli che attorno a lui in circolo sedevano, di­ce: Ecco la madre mia e i fratelli miei! Ora, si presentò a lui la madre e i fratelli di lui, e non potevano congiungersi con lui per la folla. Ora, fu annunziato a lui: La madre tua e i fratelli tuoi stanno fuori volendo vedere te. Ma egli rispondendo disse verso quelli: Madre mia e fratelli miei Chiunque infatti faccia la volontà del Padre mio ch’è nei cieli egli è mio fratello e sorella e madre. Chi faccia la volontà d’Iddio, costui è fratello mio e sorella e madre. costoro sono, che la parola d’Iddio ascoltano e fanno. Ma talvolta le divergenze non sono soltanto di parole, bensì si estendono anche al pensiero: come quando in Matteo (10, 10) e Luca (9, 3) Gesù proibisce agli Apostoli di portare in viaggio alcun­ché neppure il bastone, mentre in Marco (6, 8) proibisce di portare alcunché salvo il bastone soltanto; oppure come quando, nella re­gione dei Gadareni o dei Geraseni, sono liberati due indemoniati secondo Matteo (8, 28-34), ma uno solo secondo Marco (5, 1-20) e Luca (8, 26-39); e parimente sono due i ciechi sanati presso Gerico secondo Matteo (20, 29-34), ma è uno solo di nuovo presso Marco (10, 36-52) e Luca (18, 3543); ai quali esempi, di divergenze concettuali, se ne potrebbero aggiungere vari altri. Ecco, dunque, la questione: è da spiegarsi come sia sorta questa concordia la quale, se talvolta è discors nel suo interno, appare tanto più concors vista dall’esterno, se si confronta con l’unico vangelo non sinottico, Gio­vanni, ch’è di tutt’altra indole e di tenore ben diverso.

  • 148. La questione è dibattutissima, e si può dire che da più di un secolo sia il principale problema su cui si sono concentrate le in­vestigazioni degli studiosi del Nuovo Testamento. Le soluzioni e le ipotesi che ne sono scaturite sono moltissime, e a presentarle e di­scuterle tutte sarebbe necessario un ampio studio speciale: il quale, poi, avrebbe un valore quasi soltanto retrospettivo, giacché la massi­ma parte di quelle soluzioni sono oggi abbandonate. Fino a pochi anni addietro la soluzione più in voga, ritenuta come un assioma della cosiddetta Scuola liberale (§ 203 segg.), era che i tre Sinottici dipendano da due documenti scritti: il primo sarebbe una raccolta contenente soltanto “detti” o “discorsi” di Gesù, e precisamentte la raccolta che Papia chiama deiLogiae at­tribuisce all’apostolo Matteo (§ 114); il secondo documento sareb­be il vangelo di Marco, o in una forma primitiva o in quella nostra odierna, contenente in prevalenza miracoli e altri fatti di Gesù. Con ciò, l’origine di Matteo è indipendente; l’origine degli odierni van­geli di Matteo (che non sarebbe di questo apostolo) e di Luca è spiegata come una doppia fusione della massima parte dei Logia con parte dei fatti narrati da Marco, pur ammettendosi che nochi altri elementi siano stati desunti altrove, e che nella scelta dei ma­teriali ciascun evangelista si sia lasciato guidare dallo scopo par­ticolare a cui mirava. Oggi questa soluzione, pur avendo tuttora largo seguito, non è cosl incontrastata come nell’addietro. Il nuovo indirizzo dato dal cosid­detto Metodo della storia delle forme (§ 217), che ha avuto il me­rito di richiamare l’attenzione sull’importanza del periodo prepara­torio dei vangeli canonici (§ 110 segg.), trova che la suddetta soluzione è troppo semplice ed elementare essendo insufficienti due soli documenti a rappresentare l’ampia produzione di quel periodo, e che ad ogni modo accanto a tutta una serie di documenti scritti si deve supporre tutta una serie di testimonianze orali. 

  • 149. In realtà, quasi tutte queste varie soluzioni, piu’ che ispirarsi alle attestazioni pure e semplici dei documenti antichi, sono guidate da principii aprioristici moderni, e tradiscono la preoccupazione di adattare forzatamente quelle attestazioni a questi principii. Scendendo al caso pratico, iLogiadi Papia non sarebbero affatto il nostro Matteo. Ora, questo assioma, fondamentale nella teoria dei due documenti, non solo non è stato mai dimostrato con argomenti storici, ma ha contro di sé tutta l’attestazione dell’antichità, la quale ha sempre ritenuto che ai Logia corrisponda il nostro Matteo: ciò fino al mese di ottobre del 1832, allorché per la prima volta lo Schle­iermacher negò questa corrispondenza, non però in forza di testi­monianze storiche nuovamente scoperte, bensi in forza dei suoi parti­colari principii filosofici. Un altro criterio fondamentale per la suddetta teoria è che Marco, brevissimo fra tutti i vangeli, deve essere il primo e più antico, per­ché i racconti d’argomento religioso tenderebbero sempre ad aumen­tare il patrimonio delle loro narrazioni, non già a diminuirlo. Ma anche questo è un principio aprioristico, e lo troviamo nettamente smentito proprio dai documenti giudaici (per tralasciare quelli di altre nazioni). Perché Marco non poté essere un riassunto di altro scrit­to – come già apparve a S. Agostino (De consensu evangel., 1, 2, 4) – se già le ebraiche Cronache erano state un riassunto dei precedenti libri di Samuele-Re e di altri documenti, e se il libro Maccabei era stato un riassunto dei cinque libri di Giasone di Cirene? Nello stesso campo del Nuovo Testamento, non avviene forse che l’ultimo dei Sinottici, Luca, benché tante volte aggiunga, molte altre volte invece riassume? Se infine i cristiani dei primi due secoli compone­vano per uso privato quegli estratti di sentenze evangeliche, di cui ci sono pervenuti frammenti nei papiri d’Egitto (§ 100), non poteva anche Marco compiere un estratto alquanto più ampio, da lui giu­dicato opportuno per un determinato ceto di cristiani? Risparmiando perciò le congetture avventurose e le adattazioni for­zate, vediamo brevemente fino a qual punto le testimonianze anti­che e i rilievi moderni possano far luce in questa intricatissima que­stione.

  • 150. Le testimonianze storiche ci hanno già detto che dei Sinottici è cronologicamente primo lo scritto semitico di Matteo, corrispon­dente sostanzialmente al nostroMatteogreco, e che il secondo è Marco e il terzo Luca. Ma vedemmo anche che questi tre scritti hanno una preistoria, rappresentata da quel venticinquennio circa in cui dominava la catechesi orale, e che di quella catechesi i tre scritti sono sotto diversi aspetti uno specchio (§ 110). Rilevammo anche che l’ultimo dei Sinottici ha trovato prima di sé molti altri scritti sullo stesso argomento, dei quali anch’esso si è servito, pur volendo aggiungere alcunche al contenuto di quelli (§ 140): c’erano infatti tuttora altre notizie extravagantes, giacché qualche decennio dopo che erano apparsi i tre Sinottici e i molti scritti anonimi, fu composto il vangelo di Giovanni, che dà moltissime informazioni nuove. Ora da questo mare, per noi cosi poco esplorato, come mai è avvenuto che i tre Sinottici abbiano estratto quasi sempre le me desime perle, e non altre, allineandole per di più in una serie quasi sempre uguale? Jn altre parole, donde la concordia dei tre scritti? Presso i Semiti aveva parte principalissima nell’insegnamento, spe­cialmente religioso, la memoria, alla quale unicamente restò affidato per molto tempo un ampio materiale didattico che solo più tardi fu messo in iscritto: fra molti esempi che si potrebbero recare, basti qui ricordarne uno non ebraico, ma classico nel campo semitico e po­steriore all’epoca dei vangeli, cioè il Corano; il quale non fu messo in scritto da Maometto, ma restò per circa una generazione affidato unicamente alla memoria dei suoi discepoli, pur conservandosi con fedeltà verbale. Si è quindi pensato che qualcosa di simile sia avve­nuto per i Sinottici: essi dipenderebbero tutti e tre da un corpo d’insegnamenti orali fissati alla lettera, ossia dalla catechesi aposto­lica, che sarebbe stata messa in iscritto più o meno ampiamente da ognuno di essi sempre con fedeltà verbale, in maniera analoga a quanto avvenne per il Talmud (§§ 87, 106). Senonché, pur essendo innegabile l’importanza della memoria sia presso i Semiti in genere sia nella primitiva catechesi cristiana, la suddetta spiegazione appare troppo elementare e meccanica. Secondo essa bisognerebbe supporre – si permetta il ricorso ad un paragone moderno – un’ampia serie di immateriali dischi fonogralici corrispondenti ciascuno a un tratto speciale della catechesi, e che sarebbero stati fatti funzionare di volta in volta sempre con precisione meccanica. E chi avrebbe preparato questa impalpabile discoteca? Certamente il collegio degli Apostoli. E in quale lingua? Certamente in aramaico, allora corrente in Pa­lestina. Ma è dimostrato tutto ciò?

  • 151. Checché sia della possibilità astratta, se ci volgiamo ai fatti concreti, cioè ai documenti, apprendiamo che una raccolta di tal genere fu bensì preparata dal collegio degli Apostoli, ma essa non consiste in una discoteca immateriale, bensì in una scrittura reale, cioè nello scritto diMatteo(§ 117). Questo documento ufficiale non assorbì certamente tutta la catechesi orale, la quale continuò a vivere con largo e fondamentale impiego della memoria; ma nes­suna prova abbiamo per asserire che la catechesi orale avesse una forma cosi precisa verbalmente, cosi stereotipata, com’è la forma di una scrittura: anzi siamo indotti a pensare proprio il contra­rio da quelle libertà avvenute nella traduzione dal testo semitico di Matteo, e da quelle divergenze verbali dei vangeli greci, che già rilevammo (§§ 121-122). Se dunque i Sinottici sono concordi perché dipendono da una forma di catechesi fissata a parola, tale fissazione non deve essere stata orale bensi scritta. A questa conclusione conducono anche i rilievi letterari fatti con­frontando il testo dei Sinottici (§ 146). Senza dubbio la primissima catechesi orale degli Apostoli fu in lingua aramaica: ma allora come mai almeno Marco Luca, che hanno scritto originariamen­te in greco, tradurrebbero da quel fluttuante patrimonio verbale con tanta concordia di vocaboli, di espressioni, di costruzioni gramma­ticali, anche in cose minutissime? E come mai, al contrario, discor­dano inaspettatamente in cose di particolare importanza, quali le parole dell’Eucaristia e quelle della tavoletta di condanna apposta sulla croce di Gesù (§ 122)? Dunque, almeno questi due Sinottici presuppongono un testo scritto, da essi in parte impiegato e in parte abbandonato; e questo testo scritto, nuovamente, non può essere al­tro che quello di Matteo, nella sua originale interezza oppure in estratti e rifacimenti di vario genere.

  • 152. Messi al sicuro questi punti che risultano dagli antichi docu­menti, vediamo come essi possano inquadrarsi nelle altre notizie che la tradizione già ci ha dato riguardo all’origine diMarcoe di Luca. Il testo semitico di Matteo circolava già con somma autorità, per la sua origine apostolica e per il suo carattere ufficiale, ma anche con una possibilità d’impiego diretto sempre più scarsa, man mano che la “buona novella” s’estendeva fra popolazioni che non intendeva­no lingue semitiche. Tuttavia quel testo poteva sempre essere im­piegato da molti “evangelisti” orali che lo intendevano, e ad ogni modo sorsero ben presto quelle sue traduzioni totali o parziali a cui allude Papia (§ 119). Questo attaccamento alla composizione di Matteo appare naturalissimo a motivo del credito che la circondava: essa nel campo della “buona novella” scritta rappresentò quasi una praeoccupatio, che non poté esser trascurata dagli scrittori successi­vi. Prescindendo pertanto dai molti che scrissero prima di Luca, sui quali possiamo far solo congetture, sappiamo che Marco scrisse se­condo la catechesi di Pietro, e Luca secondo quella di Paolo. Che valore ha questa doppia notizia antica in relazione con il documento semitico di Matteo? I due ultimi Sinottici hanno Gli studiosi moderni, in massima parte, rispondono negativamente. Coloro per cui il Matteo semitico equivale ai Logia di Papia ma non al Matteo greco, ritengono che Marco non ha conosciuto i Logia, mentre Luca li ha conosciuti; quanto alle relazioni fra Marco Luca c’è un generico consenso nell’affermare che il primo è stato impie­gato dal secondo. Ma chi giudica storicamente infondata una sostanziale differenza tra il Matteo semitico (ossia i Logia) e il Matteo greco, può ancora distinguere tra l’originale semitico e la sua tradu­zione greca, a cagione di quelle modificazioni operatevi dal tradut­tore alle quali già accennammo (§ 120 segg.); è infatti sempre pos­sibile che, se l’originale semitico è stato in qualsiasi maniera impiega­to da Marco Luca, questi due alla loro volta siano stati impiegati dal nostro traduttore greco di quell’originale. Gli studiosi moderni hanno raccolto le prove più sottili e sfuggevoli per dimostrare le rispettive tesi. Con lavori pazientissimi, degni della piu’ sincera ammirazione, essi hanno rilevato che, se Marco avesse conosciuto Matteo, non avrebbe sconvolto il “ccordinamento” caratteristico di lui, né tralasciato tali o tali narrazioni, o sentenze, o parole; cosi pure, se Luca avesse conosciuto Matteo, non avrebbe narrato con tante divergenze da costui la storia dell’infanzia, e quel­la della resurrezione, e la genealogia di Gesù, e le beatitudini, né avrebbe preferito la serie di fatti seguita da Marco: e tante altre sagacissime ragioni, ritrovate nel confronto dei testi.

  • 153. Ma, disgraziatamente, questi testi sono pochi, tre soltanto; noi invece sappiamo che anticamente essi eranomolti,e ciò anche prima di Luca, ossia quando i nostri testi erano due soltanto (§ 140): anzi neppure due completamente, perché il nostro Matteo non rap­presenta con assoluta fedeltà verbale il Matteo semitico. Ecco la grande lacuna di cui non bisogna dimenticarsi in questi confronti dei Sinottici, la lacuna dei molti che noi più non abbiamo. Se poi si ha presente che questi molti, come già congetturammo, di­pendevano in gran parte dal Matteo semitico; che essi, pur essendo di varia ampiezza, potevano benissimo aver aggiunto talune notizie non contenute nel Matteo semitico; che, contemporaneamente a questa nuova “buona novella” scritta continuava a risonare l’antica <buona novella> orale degli “evangelisti” la quale riecheggiava sostanzialmente il contenuto di quella: si comprenderà bene quanto più complicato sia il problema delle dipendenze letterarie dei nostri Sinottici, e quanto le conclusioni tratte dai confronti dei testi odierni possano esser insufficienti per insufficienza degli stessi testi, ossia per la mancanza dei testi antichi.

§ 154. Riassumendo, si può tracciare la seguente genealogia dei no­stri Sinottici, la quale tiene conto dei dati di fatto messi in luce dalle investigazioni letterarie moderne, mentre non perde di vista le attestazioni precise dell’antichità. Primo di tutti fu il Matteo semitico, che conteneva sia discorsi sia fatti di Gesu’; esso fu anche la sorgente principale, se non unica, dei molti fiumicelli e rigagnoli che scorrevano ai tempi di Luca. Marco fu indotto a scrivere in Roma, per il motivo e nelle circostanze che già sappiamo. Scrivendo, egli riprodusse la catechesi orale di Pietro; la quale non era però né remota né estranea allo scritto di Matteo, bensì costituiva gran parte del suo fondo. Perciò Marco, mettendo mano al suo lavoro, trovò che la sua impresa sarebbe sta­ta, non solo agevolata, ma anche indirettamente garantita, se avesse preso come punto di riferimento lo scritto che in qualche modo poteva riportarsi a Pietro stesso, cioè il documento di Matteo. Ma sotto quale forma questo documento pervenne nelle mani di Marco? Nel suo testo originale intero, oppure in un estratto parziale? Oppure anche in una di quelle traduzioni di cui parla Papia? E se pervenne tradotto, qual era la sua indole e ampiezza? e quale la sua rassomi­glianza all’odierno Matteo greco? Ecco altrettante domande a cui non siamo in grado di rispondere. Supposto però che questo documento non meglio definibile sia stato a disposizione di Marco, il suo lavoro personale si spiega agevolmen­te come una fusione delle due fonti, quella della sua memoria e quella del documento che aveva sott’occhi quando la stessa notizia ve­niva concordemente dalle due parti, egli seguiva genericamente il documento; quando c’era divergenza, egli metteva in iscritto la cate­chesi di Pietro conservata nella sua memoria. Questa spiegazione sembra dar ragione sia della concordia discors fra i due primi Si­nottici, sia della costante attestazione dell’antichità secondo cui Mar­co è “interprete” di Pietro. Il caso di Luca è piu’ complicato, non solo perché prima di lui esi­stevano Matteo, Marco e i molti da lui investigati diligentemente, ma anche perché egli riecheggia la catechesi di Paolo: quindi le sue dipendenze si moltiplicano, e per noi d’oggi si perdono in una neb­bia d’ignoranza. Si è Luca servito del Matteo semitico? Si dice che l’esame dei testi odierni non possa dimostrarlo con certezza; ma senza volersi addentrare in tale questione, Luca per lo meno deve essersi servito di qualche documento che era come un largo estratto del Matteo semitico, forse anche tradotto in greco, e che entrava certa­mente nel numero dei molti: le numerosissime identità o analogie fra i nostri Luca Matteo non lasciano alcun dubbio su questo punto. E anche generalmente ammesso, come già vedemmo, che Luca si sia servito di Marco, specialmente nell’ordinamento cronologico dei fatti. Se quindi si accetta l’ipotesi di un’origine romana del vangelo di Luca, possiamo concludere che egli si servisse di Marco come di trama generica per il proprio scritto; ma su questa trama egli la­vorò lungamente e l’ampliò fino a raddoppiarla, con l’aggiungervi quei moltissimi fili ch’era andato raccogliendo diligentemente sia dai molti scritti precedenti, sia dalla tradizione orale e specialmente dal suo maestro Paolo. Terzo per forma, non per contenuto, viene il nostro Matteo greco, che è una versione sostanzialmente identica al Matteo semitico: ma la sua forma letteraria greca risente di Marco e di Luca, per le ra­gioni e nella misura già viste. In quella genealogia dei Sinottici, la loro concordia è data dal fondo comune a tutti e tre, che è o diret­tamente o indirettamente lo scritto originale di Matteo, cioè la catechesi degli Apostoli e specialmente di Pietro; la loro concordia diventa discors, quando i singoli autori secondo le mire personali o abbreviano, o spostano, oppure anche aggiungono altri elementi, i quali in massima parte provengono egualmente dalla catechesi apo­stolica, sebbene per altre vie.

NOI CREDIAMO

Articolo 2: NOI CREDIAMO

166

La fede è un atto personale: è la libera risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio che si rivela. La fede però non è un atto isolato. Nessuno può credere da solo, così come nessuno può vivere da solo. Nessuno si è dato la fede da se stesso, così come nessuno da se stesso si è dato l’esistenza. Il credente ha ricevuto la fede da altri e ad altri la deve trasmettere. Il nostro amore per Gesù e per gli uomini ci spinge a parlare ad altri della nostra fede. In tal modo ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli altri.

167

“Io credo”: [Simbolo degli Apostoli] è la fede della Chiesa professata personalmente da ogni credente, soprattutto al momento del Battesimo. “Noi crediamo”: [Simbolo di Nicea-Costantinopoli, nell’originale greco] è la fede della Chiesa confessata dai vescovi riuniti in Concilio, o, più generalmente, dall’assemblea liturgica dei credenti. “Io credo”: è anche la Chiesa, nostra Madre, che risponde a Dio con la sua fede e che ci insegna a dire: “Io credo”, “Noi crediamo”.

I. “Guarda, Signore, alla fede della tua Chiesa”

168

E’ innanzi tutto la Chiesa che crede, e che così regge, nutre e sostiene la mia fede. E’ innanzi tutto la Chiesa che, ovunque, confessa il Signore, [Te per orbem terrarum sancta confitetur Ecclesia – Te la santa Chiesa confessa su tutta la terra] e con essa e in essa, anche noi siamo trascinati e condotti a confessare: “Io credo”, “Noi crediamo”. Dalla Chiesa riceviamo la fede e la vita nuova in Cristo mediante il Battesimo. Nel “Rituale Romano” il ministro del Battesimo domanda al catecumeno: “Che cosa chiedi alla Chiesa di Dio?”. E la risposta è: “La fede”. “Che cosa ti dona la fede?”. “La vita eterna”.

169

La salvezza viene solo da Dio; ma, poiché riceviamo la vita della fede attraverso la Chiesa, questa è nostra Madre: “Noi crediamo la Chiesa come Madre della nostra nuova nascita, e non nella Chiesa come se essa fosse l’autrice della nostra salvezza” [Fausto di Riez, De Spiritu Sancto, 1, 2: CSEL 21, 104]. Essendo nostra Madre, la Chiesa è anche l’educatrice della nostra fede.

II. Il linguaggio della fede

170

Noi non crediamo in alcune formule, ma nelle realtà che esse esprimono e che la fede ci permette di “toccare”. “L’atto (di fede) del credente non si ferma all’enunciato, ma raggiunge la realtà (enunciata)” [San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, 1, 2, ad 2]. Tuttavia, queste realtà noi le accostiamo con l’aiuto delle formulazioni della fede. Esse ci permettono di esprimere e di trasmettere la fede, di celebrarla in comunità, di assimilarla e di viverne sempre più intensamente.

171

La Chiesa, che è “colonna e sostegno della verità” ( 1Tm 3,15 ), conserva fedelmente “la fede, che fu trasmessa ai credenti una volta per tutte” ( Gd 1,3 ). E’ la Chiesa che custodisce la memoria delle Parole di Cristo e trasmette di generazione in generazione la confessione di fede degli Apostoli. Come una madre che insegna ai suoi figli a parlare, e con ciò stesso a comprendere e a comunicare, la Chiesa nostra Madre, ci insegna il linguaggio della fede per introdurci nell’intelligenza e nella vita della fede.

III. Una sola fede

172

Da secoli, attraverso molte lingue, culture, popoli e nazioni, la Chiesa non cessa di confessare la sua unica fede, ricevuta da un solo Signore, trasmessa mediante un solo Battesimo, radicata nella convinzione che tutti gli uomini non hanno che un solo Dio e Padre [Cf Ef 4,4-6 ]. Sant’Ireneo di Lione, testimone di questa fede, dichiara:

173

“In realtà, la Chiesa, sebbene diffusa in tutto il mondo fino alle estremità della terra, avendo ricevuto dagli Apostoli e dai loro discepoli la fede…, conserva questa predicazione e questa fede con cura e, come se abitasse un’unica casa, vi crede in uno stesso identico modo, come se avesse una sola anima ed un cuore solo, e predica le verità della fede, le insegna e le trasmette con voce unanime, come se avesse una sola bocca” [Sant’ Ireneo di Lione, Adversus haereses, 1, 10, 1-2].

174

“Infatti, se le lingue nel mondo sono varie, il contenuto della Tradizione è però unico e identico. E non hanno altra fede o altra Tradizione né le Chiese che sono in Germania, né quelle che sono in Spagna, né quelle che sono presso i Celti (in Gallia), né quelle dell’Oriente, dell’Egitto, della Libia, né quelle che sono al centro del mondo. . . ” [Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 1, 10, 1-2]. “Il messaggio della Chiesa è dunque veridico e solido, poiché essa addita a tutto il mondo una sola via di salvezza” [Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 1, 10, 1-2].

175

“Questa fede che abbiamo ricevuto dalla Chiesa, la conserviamo con cura, perché, sotto l’azione dello Spirito di Dio, essa, come un deposito di grande valore, chiuso in un vaso prezioso, continuamente ringiovanisce e fa ringiovanire anche il vaso che la contiene” [Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 1, 10, 1-2].

In sintesi

176

La fede è un’adesione personale di tutto l’uomo a Dio che si rivela. Comporta un’adesione della intelligenza e della volontà alla Rivelazione che Dio ha fatto di sé attraverso le sue opere e le sue parole.

177

“Credere” ha perciò un duplice riferimento: alla persona e alla verità; alla verità per la fiducia che si accorda alla persona che l’afferma.

178

Non dobbiamo credere in nessun altro se non in Dio, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

179

La fede è un dono soprannaturale di Dio. Per credere, l’uomo ha bisogno degli aiuti interiori dello Spirito Santo.

180

“Credere” è un atto umano, cosciente e libero, che ben s’accorda con la dignità della persona umana.

181

“Credere” è un atto ecclesiale. La fede della Chiesa precede, genera, sostiene e nutre la nostra fede. La Chiesa è la Madre di tutti i credenti. “Nessuno può avere Dio per Padre, se non ha la Chiesa per Madre” [San Cipriano di Cartagine, De catholicae unitate Ecclesiae: PL 4, 503A].

182

“Noi crediamo tutto ciò che è contenuto nella Parola di Dio, scritta o tramandata, e che la Chiesa propone a credere come divinamente rivelata” [Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 20].

183

La fede è necessaria alla salvezza. Il Signore stesso lo afferma: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato” ( Mc 16,16 ).

184

“La fede è una pregustazione della conoscenza che ci renderà beati nella vita futura” [San Tommaso d’Aquino, Compendium theologiae, 1, 2].

SAN CIPRIANO

DE  – EN  – ES  – FR  – HR  – IT  – PT ]

 

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 6 giugno 2007

San Cipriano

Cari fratelli e sorelle,

nella serie delle nostre catechesi su grandi personalità della Chiesa antica, arriviamo oggi a un eccellente Vescovo africano del III secolo, san Cipriano, che «fu il primo Vescovo che in Africa conseguì la corona del martirio». In pari grado la sua fama – come attesta il diacono Ponzio, che per primo ne scrisse la vita – è legata alla produzione letteraria e all’attività pastorale dei tredici anni che intercorrono fra la sua conversione e il martirio (cfr Vita 19,1; 1,1). Nato a Cartagine da ricca famiglia pagana, dopo una giovinezza dissipata Cipriano si converte al cristianesimo all’età di 35 anni. Egli stesso racconta il suo itinerario spirituale: «Quando ancora giacevo come in una notte oscura», scrive alcuni mesi dopo il Battesimo, «mi appariva estremamente difficile e faticoso compiere quello che la misericordia di Dio mi proponeva … Ero legato dai moltissimi errori della mia vita passata, e non credevo di potermene liberare, tanto assecondavo i vizi e favorivo i miei cattivi desideri … Ma poi, con l’aiuto dell’acqua rigeneratrice, fu lavata la miseria della mia vita precedente; una luce sovrana si diffuse nel mio cuore; una seconda nascita mi restaurò in un essere interamente nuovo. In modo meraviglioso cominciò allora a dissiparsi ogni dubbio … Comprendevo chiaramente che era terreno quello che prima viveva in me, nella schiavitù dei vizi della carne, ed era invece divino e celeste ciò che lo Spirito Santo in me aveva ormai generato» (A Donato 3-4).

Subito dopo la conversione, Cipriano – non senza invidie e resistenze – viene eletto all’ufficio sacerdotale e alla dignità di Vescovo. Nel breve periodo del suo episcopato affronta le prime due persecuzioni sancite da un editto imperiale, quella di Decio (250) e quella di Valeriano (257-258). Dopo la persecuzione particolarmente crudele di Decio, il Vescovo dovette impegnarsi strenuamente per riportare la disciplina nella comunità cristiana. Molti fedeli, infatti, avevano abiurato, o comunque non avevano tenuto un contegno corretto dinanzi alla prova. Erano i cosiddetti lapsi – cioè i «caduti» –, che desideravano ardentemente rientrare nella comunità. Il dibattito sulla loro riammissione giunse a dividere i cristiani di Cartagine in lassisti e rigoristi. A queste difficoltà occorre aggiungere una grave pestilenza che sconvolse l’Africa e pose interrogativi teologici angosciosi sia all’interno della comunità sia nel confronto con i pagani. Bisogna ricordare, infine, la controversia fra Cipriano e il Vescovo di Roma, Stefano, circa la validità del Battesimo amministrato ai pagani da cristiani eretici.

In queste circostanze realmente difficili Cipriano rivelò elette doti di governo: fu severo, ma non inflessibile con i lapsi, accordando loro la possibilità del perdono dopo una penitenza esemplare; davanti a Roma fu fermo nel difendere le sane tradizioni della Chiesa africana; fu umanissimo e pervaso dal più autentico spirito evangelico nell’esortare i cristiani all’aiuto fraterno dei pagani durante la pestilenza; seppe tenere la giusta misura nel ricordare ai fedeli – troppo timorosi di perdere la vita e i beni terreni – che per loro la vera vita e i veri beni non sono quelli di questo mondo; fu irremovibile nel combattere i costumi corrotti e i peccati che devastavano la vita morale, soprattutto l’avarizia. «Passava così le sue giornate», racconta a questo punto il diacono Ponzio, «quand’ecco che – per ordine del proconsole – giunse improvvisamente alla sua villa il capo della polizia» (Vita 15,1). In quel giorno il santo Vescovo fu arrestato, e dopo un breve interrogatorio affrontò coraggiosamente il martirio in mezzo al suo popolo.

Cipriano compose numerosi trattati e lettere, sempre legati al suo ministero pastorale. Poco incline alla speculazione teologica, scriveva soprattutto per l’edificazione della comunità e per il buon comportamento dei fedeli. Di fatto, la Chiesa è il tema che gli è di gran lunga più caro. Distingue tra Chiesa visibile, gerarchica, e Chiesa invisibile, mistica, ma afferma con forza che la Chiesa è una sola, fondata su Pietro. Non si stanca di ripetere che «chi abbandona la cattedra di Pietro, su cui è fondata la Chiesa, si illude di restare nella Chiesa» (L’unità della Chiesa cattolica 4). Cipriano è convinto, e lo ha formulato con parole forti, che «fuori della Chiesa non c’è salvezza» (Epistola 4,4 e 73,21), e che «non può avere Dio come Padre chi non ha la Chiesa come Madre» (L’unità della Chiesa cattolica 4). Caratteristica irrinunciabile della Chiesa è l’unità, simboleggiata dalla tunica di Cristo senza cuciture (ibid., 7): unità della quale dice che trova il suo fondamento in Pietro (ibid., 4) e la sua perfetta realizzazione nell’Eucaristia (Epistola 63,13). «Vi è un solo Dio, un solo Cristo», ammonisce Cipriano, «una sola è la sua Chiesa, una sola fede, un solo popolo cristiano, stretto in salda unità dal cemento della concordia: e non si può separare ciò che è uno per natura» (L’unità della Chiesa cattolica 23).

Abbiamo parlato del suo pensiero riguardante la Chiesa, ma non si deve trascurare, infine, l’insegnamento di Cipriano sulla preghiera. Io amo particolarmente il suo libro sul Padre Nostro, che mi ha aiutato molto a capire e a recitare meglio la «preghiera del Signore»: Cipriano insegna come proprio nel Padre Nostro è donato al cristiano il retto modo di pregare, e sottolinea che tale preghiera è al plurale, «affinché colui che prega non preghi unicamente per sé. La nostra preghiera – scrive – è pubblica e comunitaria e, quando noi preghiamo, non preghiamo per uno solo, ma per tutto il popolo, perché con tutto il popolo noi siamo una cosa sola» (L’orazione del Signore 8). Così preghiera personale e liturgica appaiono robustamente legate tra loro. La loro unità proviene dal fatto che esse rispondono alla medesima Parola di Dio. Il cristiano non dice «Padre mio», ma «Padre nostro», fin nel segreto della camera chiusa, perché sa che in ogni luogo, in ogni circostanza, egli è membro di uno stesso Corpo.

«Preghiamo dunque, fratelli amatissimi», scrive il Vescovo di Cartagine, «come Dio, il Maestro, ci ha insegnato. E’ preghiera confidenziale e intima pregare Dio con ciò che è suo, far salire alle sue orecchie la preghiera di Cristo. Riconosca il Padre le parole del suo Figlio, quando diciamo una preghiera: Colui che abita interiormente nell’animo sia presente anche nella voce … Quando si prega, inoltre, si abbia un modo di parlare e di pregare che, con disciplina, mantenga calma e riservatezza. Pensiamo che siamo davanti allo sguardo di Dio. Bisogna essere graditi agli occhi divini sia con l’atteggiamento del corpo che col tono della voce … E quando ci riuniamo insieme con i fratelli e celebriamo i sacrifici divini con il sacerdote di Dio, dobbiamo ricordarci del timore reverenziale e della disciplina, non dare al vento qua e là le nostre preghiere con voci scomposte, né scagliare con tumultuosa verbosità una richiesta che va raccomandata a Dio con moderazione, perché Dio è ascoltatore non della voce, ma del cuore (non vocis sed cordis auditor est (3-4). Si tratta di parole che restano valide anche oggi e ci aiutano a celebrare bene la Santa Liturgia.

In definitiva, Cipriano si colloca alle origini di quella feconda tradizione teologico-spirituale che vede nel «cuore» il luogo privilegiato della preghiera. Stando alla Bibbia e ai Padri, infatti, il cuore è l’intimo dell’uomo, il luogo dove abita Dio. In esso si compie quell’incontro nel quale Dio parla all’uomo, e l’uomo ascolta Dio; l’uomo parla a Dio, e Dio ascolta l’uomo: il tutto attraverso l’unica Parola divina. Precisamente in questo senso – riecheggiando Cipriano – Smaragdo, abate di San Michele alla Mosa nei primi anni del nono secolo, attesta che la preghiera «è opera del cuore, non delle labbra, perché Dio guarda non alle parole, ma al cuore dell’orante» (Il diadema dei monaci l).

Carissimi, facciamo nostro questo «cuore in ascolto», di cui ci parlano la Bibbia (cfr 1 Re 3,9) e i Padri: ne abbiamo tanto bisogno! Solo così potremo sperimentare in pienezza che Dio è il nostro Padre, e che la Chiesa, la santa Sposa di Cristo, è veramente la nostra Madre.

GESU’ EDIFICA LA SUA CHIESA – 4

Bocca di Magra – 2-3-4 novembre 1990

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Gesù edifica la sua Chiesa
Meditazioni sul Vangelo di Matteo

1ª Omelia – Penitenziale

Parola di Dio: (Mi 6, 1-8 – Sal 50 – Gc 3, 1-16 – Lc 19, 1-10)

Il Signore vuole fare un processo con il suo popolo, così dice la prima lettura del libro di Michea. In questo processo Dio non è solo il giudice, ma è la parte lesa. Dio è alleato di Israele. Dio e Israele sono legati da un rapporto di alleanza, c’è quindi un impegno reciproco e il Signore cita il suo socio, Israele, in tribunale perché qualcosa nell’alleanza non ha funzionato.

E bisogna vedere di chi è la colpa, perché le cose sono andate male; se è colpa di Dio che non ha fatto la sua parte e non è stato fedele, che non ha portato nell’alleanza quello che si era impegnato a portare, o se invece la colpa è di Israele e del popolo e dell’uomo che non ha risposto con fedeltà. “Allora ascoltate, o monti, il processo del Signore e porgete l’orecchio, fondamenta della terra”. Stanno lì come testimoni, sono i giurati che debbono ascoltare le requisitorie e gli avvocati e dovranno dare il giudizio. E il Signore fa il suo discorso.

Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondimi”. Il Signore pone davanti ad Israele la sua querela; Dio si lamenta e dice: Quello che io ho fatto era solo secondo fedeltà, secondo amore; non ti ho tolto niente di quello che ti avevo promesso. Non ti ho fatto mancare niente di quello che ti era necessario. Il Signore fa l’elenco di quello che lui ha fatto per Israele.

E che cosa ha fatto il Signore?

“Ti ho fatto uscire dall’Egitto, ti ho riscattato dalla casa di schiavitù, ho mandato davanti a te Mosè, Aronne e Maria”, quindi ti ho guidato attraverso delle persone che ti hanno indicato la strada giusta. Ancora,

Ricorda le trame di Balak re di Moab, e quello che gli rispose Balaam figlio di Beor”. Forse lo ricordate, Balak aveva chiamato questo indovino per maledire Israele, e il Signore lo ha costretto a benedire; il Signore ha cambiato in benedizione la maledizione e ha tappato la bocca a questo profeta. Poi,

Ricordati di quello che è avvenuto da Sittim a Galgala”, quindi tutto il cammino verso la terra promessa per riconoscere i benefici del Signore.

Questo vuole dire, se vogliamo veramente celebrare bene il sacramento della Penitenza, il primo passo è riconoscere i benefici del Signore, riconoscere che verso di noi il Signore si è comportato con amore, che è stato fedele, che ha compiuto le sue promesse. Su questa base nasce il riconoscimento della nostra colpa.

Tradotto in altri termini: il Signore ci ha legati a lui, siamo come in società con il Signore; il Signore, insieme con noi, dovrebbe produrre una vita cristiana, una vita santa. Se non l’ha prodotta o ha colpa Dio o abbiamo colpa noi, o Dio non ha fatto la sua parte o non l’abbiamo fatta noi, quindi o siamo davvero santi o bisogna riconoscere che c’è una colpa da qualche parte. E il processo serve a farci riconoscere il nostro peccato.

C’è una risposta bella di Israele che riconosce il suo peccato che dice: “Con che cosa mi presenterò al Signore?”. Ho peccato, debbo allora pagare una punizione; che cosa? “Forse mi presenterò con olocausti e con vitelli di un anno? Gradirà il Signore migliaia di montoni e torrenti di olio a miriadi? Gli offrirò (addirittura) il primogenito per la mia colpa?”. Debbo offrire a Dio il mio figlio?

La risposta: “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che il Signore chiede da te”.

Non dei sacrifici umani e neanche dei sacrifici di animali; quello che il Signore chiede è praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio. Questo vuole Dio, questa è la pena che dobbiamo pagare a Dio.

Se abbiamo peccato quello che il Signore ci chiede è questo: incomincia a praticare la giustizia, quindi a fare la volontà di Dio e ad essere onesto con gli altri; cerca di amare la pietà, quindi di essere fedele al Signore, di amare il Signore con tutto il tuo cuore, e stai davanti a lui nell’atteggiamento dell’umiltà, cioè “camminare umilmente con il tuo Dio”.

Ma in che cosa consiste il nostro peccato?

Si potrebbero fare tantissime riflessioni, tantissimi esami di coscienza. S. Giacomo ci aiuta a fare un piccolo esame di coscienza, che non comprende tutto ma che è ugualmente importante, perché richiama i peccati del linguaggio. Se avete notato, abbiamo ascoltato un brano un tantino strano, perché così ci sorprende un po’ di più.

  1. Giacomo dice che l’uomo è così bravo e in gamba che è riuscito ad addomesticare tutti gli animali. Ma la lingua no. Non c’è ancora riuscito nessuno ad addomesticare quella belva feroce (secondo S. Giacomo) che è la lingua.

Li lingua, dice S. Giacomo, è un piccolo membro ma che è capace di rovinare tutto, perché dalla lingua viene fuori “un male ribelle, un veleno mortale”. In che senso? “Con essa, dice Giacomo, benediciamo il Signore e Padre (e fin qui va bene) e con essa malediciamo gli uomini fatti a immagine di Dio” (e qui non va più bene).

Vuol dire che non siamo coerenti, vuol dire che, se con la nostra lingua facciamo del male, produciamo delle cattiverie, lacerazioni, siamo in contraddizione palese col nostro rapporto di fede con il Signore. Siccome dalla nostra bocca esce la benedizione di Dio, non può e non deve uscire altro che benedizione. Non ci sono delle sorgenti da cui escono acqua dolce e acqua amara; un albero non può fare frutti diversi, e neanche la nostra lingua deve fare frutti diversi, se non frutti di benedizione.

Questo è detto, naturalmente, per quei comportamenti in cui la lingua mette inimicizia tra gli uomini, mette gli uni contro gli altri, mette uno in cattiva luce davanti agli altri, che sono i nostri difetti più frequenti e che rovinano le comunità. Una comunità è molto spesso rovinata da questo, perché si critica in modo aspro e amaro.

Dice S. Giacomo, un tantino più avanti:

“Chi è saggio e accorto tra voi? Mostri la sua buona condotta con opere ispirate a saggia mitezza. Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verità”.

Notate queste due espressioni: “gelosia amara”, cioè quella gelosia che fa venire fuori cattiveria nei confronti degli altri, oppure “lo spirito di contesa”, cioè la volontà di litigare e di prevalere sugli altri.

Delle volte ci sono queste cose nel nostro popolo, e non c’è niente di strano nel fatto che ci siano, ma il problema è che, molte volte, quando ci sono queste cose noi le giustifichiamo e diciamo che si tratta di ricerca della verità, che abbiamo ragione noi, che, in fondo, noi vogliamo la giustizia e il bene, che parliamo in questo modo perché vogliamo che le cose vadano meglio.

  1. Giacomo dice: Calmatevi! se avete nel cuore queste cose, “non vantatevi e non mentite contro la verità”, cioè non fatele passare per buone perché non lo sono. “Non è questa la sapienza che viene dall’alto”, questa è una sapienza che “è terrena, carnale e diabolica; poiché dove c’è gelosia e spirito di contesa, là c’è ogni sorta di cattive azioni”.

E poi fa la descrizione positiva: “La sapienza che viene dall’alto invece è anzitutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia”.

È questo quel piccolo esame di coscienza prezioso.

Allora, “la sapienza che viene da Dio è pura”: pura vuol dire non doppia, non falsa, non puramente apparente, ma trasparente, pulita, senza attaccamenti egoistici, senza giustificazioni false.

Poi, “pacifica”: e pacifica vuol dire che costruisce la pace, allora è una sapienza che dentro ai rapporti, prima di tutto in famiglia, poi nei rapporti tra le famiglie, nei rapporti della comunità e tra gruppi costruisce la pace, crea dei legami, non mette gli uni contro gli altri, ma dove ci sono delle tensioni le addolcisce. La lingua sotto questo punto di vista è straordinariamente preziosa; se uno l’adopera bene riesce a costruire pace e fraternità. Ma bisogna che nel cuore ci sia una sapienza pacifica. Poi, “mite”: mite è il contrario di prepotente, cioè che non cerca di prevalere; “arrendevole”: arrendevole non vuole dire che lascia passare il male come se fosse bene, ma vuol dire che non è puntigliosa, che non fa questioni di principio per ogni banalità e piccolezza; sa rinunciare a delle piccole cose, sa andare incontro.

E ancora, “piena di misericordia e di buoni frutti”: piena di misericordia vuol dire capace di perdonare, di buoni frutti vuole dire che produce carità e amore; “senza parzialità, senza ipocrisia”: senza parzialità vuole dire che non vede le cose secondo il proprio interesse, per cui tutto quello che è dalla mia parte e mi dà interesse, è buono e tutto quello che è dalla parte avversaria e mi ostacola, è cattivo.

Questo si chiama parzialità. Questo vuol dire che faccio distinzione tra le persone, per cui, se c’è una persona importante, mi levo il cappello e la riverisco, ma se c’è una persona non importante, la trascuro e faccio finta di niente. Questo è parzialità. Nella comunità cristiana non ci deve essere parzialità, ma una disponibilità aperta a tutti. Senza ipocrisia, e qui non c’è bisogno di dare spiegazioni.

Conclusione: “Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace”. Questi costruiscono la comunità.

L’esame di coscienza lo potete fare anche su altre cose, perché il cap. 3 di Giacomo non è l’unico criterio per l’esame di coscienza, però anche questo ci mette davanti a delle responsabilità che sono importanti e che non dobbiamo trascurare. Poi ci mettete anche tutto il resto per conto vostro.

Fatto questo, però, non siamo ancora pronti per il sacramento della Penitenza. Abbiamo riconosciuto il nostro peccato, abbiamo capito il tipo di conversione, ma bisogna ricordare anche un’altra cosa per celebrare bene il sacramento della Penitenza, e cioè la misericordia di Dio, il desiderio che Dio ha di perdonare e questo desiderio ce lo insegna la lettura del Vangelo.

Gesù passa in mezzo alla città di Gerico. E che cosa vuole dire questo passaggio in mezzo a Gerico? Che Gesù vuole andare a perdonare i peccatori. Li va a cercare, ci passa in mezzo per potere creare con loro un rapporto, un contatto, per vederli, per ascoltarli e dialogare con loro.

Questo è il senso della misericordia di Dio.

Tutta la Bibbia racconta non che l’uomo è andato alla ricerca di Dio, ma che Dio è venuto alla ricerca dell’uomo. L’incarnazione vuole dire questo: che Dio è passato in mezzo agli uomini, ha conosciuto la vita dell’uomo, le sue debolezze e miserie e peccato, e ha conosciuto queste cose perché voleva seminare e donare la misericordia. E questo Gesù che passa attraverso Gerico vuol dire questo.

C’è un uomo, Zaccheo, che lo vuole vedere; fa anche un piccolo sforzo per vederlo ed è andato su un sicomoro, che in fondo è una piccola parabola del cammino che avete fatto per venire da Modena a Bocca di Magra.

È come salire su un sicomoro per vedere il Signore che passa. Gli esercizi sono il Signore che passa, sono la Parola del Signore che viene regalata, e il Signore passa proprio per vedervi in faccia e per dire: “Zaccheo scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua. Sono venuto proprio per te”.

È venuto per tutti, ma è venuto per ciascuno. Il Signore viene mica solo per la massa (certamente viene per la comunità, per tutti), ma il Signore viene per ciascuno.

E chiama ciascuno per nome, e guarda ciascuno negli occhi e a ciascuno dice:

“Voglio fermarmi a casa tua. Anzi, mica voglio, devo”.

Devo, vuol dire che questa è la volontà del Padre e questo e tutto il senso della sua vita. Non è nemmeno una scelta capricciosa di Gesù o personale, ma il disegno di Dio, del Padre che si compie. E quando Gesù entra nella casa di Zaccheo (lasciamo mormorare la gente, questo non ci interessa), questo uomo cambia; questo uomo che si sente amato e cercato dal Signore cambia. Perché è questo il segreto della conversione.

La conversione nasce nel nostro cuore quando ci accorgiamo che il Signore ci è venuto a cercare, che ci stava cercando. “Ecco, io sto alla porta e busso; se qualcuno sente la mia voce e apre la porta, entrerò da lui e cenerò con lui e lui con me”. Questo è il senso degli esercizi: il Signore che bussa alla porta; dobbiamo scoprire la gioia di essere cercati, voluti, amati e perdonati.

Se scopriamo questa gioia, allora capita quello che è capitato a Zaccheo che dice: “Signore, ecco, io do la metà dei miei beni ai poveri e, se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”.

È stranissimo perché, a leggere la professione che Zaccheo faceva, il pubblicano, sembrerebbe che quest’uomo avesse venduto l’anima per i soldi. I pubblicani, almeno nella concezione degli Ebrei, erano quelli che vendevano l’anima per i soldi. E invece, a questo punto, l’anima non è più attaccata ai soldi, e non c’è più attaccata mica perché ha fatto un grande sforzo di liberazione, ma perché ha trovato qualche cosa di più importante, di più bello, di più gioioso, di più consolante, perché il rapporto con il Signore è per lui più vero che non la gioia che gli viene dai molti soldi.

La libertà nasce così, nasce da questo incontro con il Signore.

“Gesù gli rispose: Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare quello che era perduto”.

E notate questo “oggi” perché è prezioso nel Vangelo secondo Luca. “Oggi la salvezza è entrata in questa casa”, “Oggi sarai con me in paradiso”, “Vi do una grande notizia, oggi nella città di Davide è nato il Salvatore, che è il Cristo Signore”.

Questo “oggi” significa che la salvezza non è in un futuro lontano. A Nazaret Gesù entra nella sinagoga, legge un brano di Isaia e poi dice: “Oggi si è compiuta questa scrittura che avete udita con le vostre orecchie…”; vuol dire che la salvezza è adesso.

Bisogna che tu la prenda nel momento in cui ti viene donata; che non accada che tu perda questo appuntamento. La Parola di Dio e un appuntamento con la gioia del perdono del Signore, è un appuntamento con la felicità, oggi, quindi prendila; ti viene donata. “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anche lui è figlio di Abramo”.

Ciascuno di noi ha questa dignità di figlio di Abramo, e proprio per questo a ciascuno di noi viene rivolta una parola di perdono e di salvezza.

Siamo invitati ad accoglierla come un bel dono. Nessuno di noi è degno del perdono di Dio, però lo riceviamo con gioia, come un dono che nasce dalla sua misericordia e dalla sua bontà.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

GESU’ EDIFICA LA SUA CHIESA – 3

Bocca di Magra – 2-3-4 novembre 1990

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Gesù edifica la sua Chiesa
Meditazioni sul Vangelo di Matteo

2ª Omelia Commemorazione dei fedeli defunti

Parola di Dio: Is 25, 6-9 – Rm 8, 14-23 – Mt 25, 31-46)

“In quel giorno il Signore degli eserciti preparerà su questo monte un banchetto per tutti i popoli”.

Così incomincia la lettura di Isaia che ci presenta una serie di immagini di speranza. Vuole dire: viene annunciato un intervento di Dio che libera l’uomo da tutte quelle esperienze di limite, di sofferenza che accompagnano la sua vita, per cui, dice:

“In quel giorno il Signore strapperà il velo che copriva la faccia di tutti i popoli…”.

Questo velo rappresenta l’ignoranza.

Noi viviamo in questo mondo ma con numerose oscurità e tenebre per quello che riguarda il futuro della nostra vita, per quello che c’è al di là della morte, per quello che riguarda il senso della vita; che cosa è importante o no, che cosa riguarda il senso della sofferenza per esempio.

Ebbene, per tutte queste cose noi rimaniamo molte volte nell’oscurità, non sappiamo che cosa dire; in certi momenti ci si chiude la bocca e ‘ non possiamo più parlare a causa di questa condizione che accompagna inevitabilmente la vita dell’uomo.

Poi, accanto a questo, “il Signore eliminerà la morte per sempre”, quell’ostacolo e quel limite che per noi è insuperabile. Bene, anche questo il Signore lo eliminerà.

Asciugherà le lacrime e cambierà la condizione disonorevole del suo popolo”. Isaia scrive in un momento di angoscia, di oppressione di Israele. Bene, questa espressione di angoscia e di disonore verrà tolta dal Signore.

“E si dirà in quel giorno: Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; ecco il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza”.

E vuole dire: abbiamo sperato giusto; avevamo messo la nostra fiducia nel Signore, vedete che cosa lui ha fatto? Ha costruito la nostra salvezza. Abbiamo quindi puntato sulla direzione giusta.

Incomincia così Isaia: “In quel giorno…”.

E allora abbiamo bisogno di sapere quando sarà quel giorno; quando sarà quel giorno in cui il Signore toglierà l’ignoranza, metterà alla luce le nostre esperienze, la nostra vita, le nostre fatiche.

Quindi sarà quel giorno in cui il Signore cancellerà la morte e toglierà la condizione disonorevole e farà scomparire tutto quello che c’è di negativo nella vita dell’uomo. Secondo la liturgia che celebriamo, quel giorno sarà certamente la fine del mondo.

Ma quel giorno è già adesso, è già l’Eucaristia che noi stiamo facendo.

Il Signore degli eserciti preparerà su questo monte un banchetto per tutti i popoli”, e l’Eucaristia è un banchetto per tutti gli uomini, non viene escluso proprio nessuno, non c’è nessuno che per il colore della sua pelle o per la cultura che ha alle spalle e nemmeno per i suoi peccati, venga escluso.

Se accetta e desidera il perdono di Dio viene accolto proprio chiunque. È un banchetto per tutti gli uomini.

E nell’Eucaristia il Signore strappa il velo che copre la faccia di tutti i popoli, perché l’Eucaristia nella concezione cristiana contiene il senso della vita e il senso della morte.

L’Eucaristia, come ben sapete, non è altro che la vita di Gesù Cristo trasformata in amore. Invece di vivere la vita egoisticamente, Gesù la trasforma in amore.

E ha trasformato anche la morte in amore, perché la morte di Gesù è fatta ed accettata per noi: ha donato la sua vita per noi.

L’Eucaristia contiene questo.

Bene, nell’ottica cristiana l’Eucaristia è il senso della vita. La vita dell’uomo, quegli alcuni anni che il Signore ci dona da passare sulla terra, hanno come senso proprio questo: imparare ad amare.

Hai un po’ di tempo per imparare ad amare, ad accogliere la vita, gli altri, il mondo, te stesso e a volere bene. A volere bene a te stesso e a volere bene agli altri con quell’amore che Dio stesso, per primo, ti ha regalato.

Questo è il senso.

E questo è il senso che devi dare o cercare di dare alla sofferenza e che devi dare anche a quel limite che è la tua morte. È il limite della vita di ciascuno di noi, e il miracolo grande è trasformare anche questo in un gesto di amore, in un gesto di affidamento di noi stessi al Signore, un gesto in cui sigilliamo l’amore che abbiamo donato agli altri.

Allora nell’Eucaristia c’è la verità sul mondo, c’è una luce sul mondo. Certamente molte cose ci rimangono oscure e ignote, ma sappiamo che nella nostra vita la cosa essenziale è imparare ad amare, imparare a donare come il Signore ha fatto e come l’Eucaristia ci mantiene.

E fatto questo allora “il Signore eliminerà la morte per sempre”.

E questo ci fa pensare che è tutta fantasia immaginare, che la morte venga superata, ma l’Eucaristia nell’ottica cristiana è questo.

A che serve l’Eucaristia?

Ci hanno sempre insegnato che l’Eucaristia serve a edificare il corpo di Cristo; vuole dire che nell’Eucaristia voi diventate il corpo di Cristo: mangiate e bevete il corpo e il sangue del Signore per diventare una cosa sola con lui, in modo che la nostra vita, così povera, piccola e fragile, diventi una cosa sola con Gesù Cristo: appunto il corpo di Cristo.

Ma il corpo di Cristo ha già superato e vinto la morte; Cristo è un risorto. E se la nostra vita viene assunta da Gesù, viene incorporata in Gesù, anche la nostra vita ha davanti a sé la promessa della comunione eterna con il Signore. Avremo da pagare un prezzo, un dazio alla vita; sarà la fatica e la tenebra del nostro cammino verso la morte, ma questo sarà un cammino provvisorio che viene introdotto dentro ad un cammino più grande ancora che è quello della comunione col Signore.

L’Eucaristia ci richiama a questo: l’Eucaristia è come una garanzia d’immortalità perché dentro di te viene messo come seme il corpo di Cristo, quindi il corpo del Risorto, perché anche tu, insieme con lui, possa vincere la morte.

E finalmente il Signore farà scomparire la condizione disonorevole del suo popolo. La condizione disonorevole scompare, non c’è dubbio. Siamo figli di Dio e l’essere figli di Dio è una dignità grande, incancellabile, per quanto dobbiamo riconoscerci poveri, ignoranti; quindi avremo tutti i nostri limiti, tutte le nostre povertà, insufficienze, ecc.; però siamo figli di Dio.

Però l’Eucaristia ci fa figli di Dio in Gesù Cristo, quindi nobili di una nobiltà che va al di là di ogni parametro umano, cioè una nobiltà che rimane, che supera ogni porta e fragilità umana.

Dice S. Paolo che questo discorso deve e può coinvolgere tutta la nostra vita, perché dall’Eucaristia usciamo come corpo di Cristo, come figli di Dio e guidati. dallo Spirito Santo, quindi fratelli, e in quanto tutti guidati dallo Spirito di Dio, figli di Dio.

“E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!»”.

Questa è la nostra dignità, ma questo è anche il nostro compito. Siamo figli di Dio, dobbiamo comportarci da figli di Dio. Siamo figli di Dio, dobbiamo rivelare il volto di Dio nella nostra vita perché possa esprimere la santità, l’amore, la gratuità, le generosità della stessa vita di Cristo: questa è la nostra vocazione.

E secondo S. Paolo dentro a questa vocazione vengono recuperate anche le sofferenze. Paolo vuole dire: la vita del cristiano su questa terra non è magicamente liberata dalla sofferenza e non passa in mezzo alle brutture, alle angosce senza conoscerle, ma vive con la stessa fatica con cui vivono tutti gli uomini.

L’unico problema, l’unica sofferenza e questa: che il cristiano vive questa realtà unito con Gesù Cristo e quindi con quella speranza che gli viene da Gesù Cristo. Partecipiamo veramente alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.

Allora le nostre sofferenze diventano partecipazione alle sofferenze di Cristo, e se le sofferenze di Cristo sono state un cammino verso la gloria, anche le nostre sofferenze diventano un cammino che ha davanti a se la speranza.

Ci sono delle sofferenze che terminano con la morte e ci sono anche delle sofferenze che terminano con la vita. La sofferenza del parto è una tipica sofferenza forte che termina con la vita e quindi colma di speranza.

Bene, dice S. Paolo, le sofferenze che il cristiano vive nel mondo sono sempre sofferenze del parto. Sofferenze che debbono e vogliono generare qualche cosa di meglio e di definitivo, qualche cosa di immune da tutte quelle fragilità che ci accompagnano sulla terra. Per cui, scrive: “Ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura. Sappiamo bene, infatti, che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi le doglie del parto. Essa non è la sola, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”. Aspettiamo che il nostro corpo venga redento, cioè liberato dalla sua fragilità, dai suoi limiti.

E allora l’attendiamo con tutto il cammino della nostra perseveranza, accettando anche la sofferenza, ma vivendola come sofferenza piena di speranza, come la sofferenza del parto.

Ma che cosa vuol dire, in concreto, vivere la sofferenza in questo modo e com’è possibile trasformare la nostra vita in modo che sia davvero la vita del corpo di Cristo?

E qui, finalmente, la risposta ci viene dal Vangelo con quell’affresco famoso del giudizio finale, dove il Figlio dell’uomo siede sul trono della sua gloria.

Era figlio dell’uomo, quindi ha conosciuto anche lui la povertà della condizione umana: ha conosciuto la sofferenza, ha conosciuto la morte. Bene, adesso diventa il giudice. Vuol dire: non è un giudice che non conosce il peso della vita umana, ma lo conosce davvero, e proprio per questo, per la sua umanità piena, è in grado di pesare e giudicare il mondo.

E questo vuol dire che la vita di ogni uomo viene misurata con quella misura che è Gesù Cristo.

È una affermazione sorprendente e bella perché vuole dire che le misure della vita dell’uomo non sono i successi dal punto di vista economico o sociale, non sono le capacità dal punto di vista culturale. La misura vera dell’uomo è l’amore con cui ha amato: è Gesù Cristo.

Quando si misura il valore delle persone, siamo portati a misurare col metro del successo o il metro della riuscita economica o sociale.

Ci sono delle persone che nelle enciclopedie hanno molte pagine dedicate a loro.

Di loro troviamo l’anno di nascita e di morte, quello che hanno fatto e detto e quello che hanno realizzato. Sono persone grandi. Ma sono davvero persone grandi? Nell’ottica del Vangelo la persona grande chi è?

“Il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo”.

Queste sono le persone grandi; questi sono dei re. C’è un regno preparato per loro, perché appartenga a loro e parteciperanno alla gioia e alla pienezza di questo regno.

E chi sono queste persone grandi?

“Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, ero nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”.

Quindi non sono grandi condottieri che hanno terrorizzato il mondo; non sono nemmeno dei grandi studiosi che hanno scritto centinaia di libri.

No, queste sono persone che hanno fatto cose semplicissime: hanno dato da mangiare a qualcuno che aveva fame o da bere a qualcuno che aveva sete. Cose semplicissime. Però hanno trasformato la loro vita in amore, in dono, hanno compiuto dei gesti di gratuità e questi gesti sono registrati e indicano il valore autentico di una persona. Non viene chiesto nient’altro, viene chiesto solo questo, solo questa capacità di amare.

E allora un Vangelo come questo è straordinariamente utile per noi: utile perché abbiamo qualche anno da vivere.

Mi piacerebbe che fosse una vita lunghissima, ma in ogni modo rimane solo qualche anno; non riusciamo ad andare al di là di un certo limite per quanto l’uomo si porti dietro il desiderio dell’immortalità. Abbiamo pochi anni davanti a noi! Proprio perché non sono tantissimi, bisogna non sciuparli.

Sarebbe stupido sciupare quello che e poco quello che non dura per tanto tempo; bisogna impiegarli bene.

E il Vangelo ci dice come impiegarli bene, e ci dice qualche cosa che, di per sè, non è difficilissimo: non c’è da scalare il monte Bianco, c’è da dare da mangiare, da bere, da voler bene alle persone, che non dobbiamo poi cercarle tanto lontano da noi. Sono di fianco a noi, vicino a noi.

Bene, si tratta proprio di aprire il cuore a quelle persone, perché dice il Signore:

“Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

E questo, se voi ci pensate, è stupendo.

Una delle cose frustranti nella nostra vita è la piccolezza delle cose che facciamo. Perché uno lavora tutto il giorno e alla fine fa l’esame di coscienza… e che cosa ha fatto? Praticamente niente.

Che cos’è il nostro lavoro? Mica cambiamo il mondo e neppure trasformiamo una grande società! Il nostro lavoro è fatto di piccolissime cose; però dice il Vangelo che anche le piccolissime cose possono diventare preziose, straordinariamente preziose. “Quello che avete fatto ai più piccoli di questi miei fratelli, l’avete fatto a me”.

Allora guardati attorno, prendi quello che vale meno di tutti e ti chiedi: Quanto vale quello? Il Vangelo risponde: Vale come Gesù Cristo.

Quello che vale meno, vale come Gesù Cristo.

Questo vuole dire che la tua vita ha un valore immenso, che una parola che tu dici, un gesto di solidarietà che tu compi, un sorriso, un momento di accoglienza, un bicchiere di acqua fresca data a uno che ha sete, ebbene queste piccole cose hanno un valore enorme, sono fatte per il Signore, sono date al Signore.

Hanno quindi un valore che esprime il senso stesso della vita e del mondo. Allora credo che le tre letture facciano insieme un piccolo itinerario che ci aiuta a capire la nostra vita.

Siamo partiti con alcune immagini di speranza: “Il Signore farà su questo monte un banchetto”, un grande banchetto per tutti gli uomini.

Toglierà l’ignoranza, la morte e il disonore. E abbiamo detto: Non aspettiamolo alla fine del mondo questo banchetto, ma viviamolo adesso in questa Eucaristia, dove il Signore cancella la nostra ignoranza perché ci insegna che quello che conta nella vita è amare; dove il Signore ci toglie la maledizione della morte, perché ci insegna che la comunione con Lui va al di là della morte, in cui il Signore ci toglie il disonore perché ci fa suoi figli. Allora in questa Eucaristia ritroviamo il senso della nostra vita.

Dobbiamo imparare a comportarci e a vivere come figli.

E se anche la nostra vita conosce la sofferenza e non possiamo cancellarla, riconosciamo però che questa è la sofferenza che viviamo con Gesù Cristo e, in quanto tale, è una sofferenza da parto, una sofferenza fortissima che può obbligarci a lanciare qualche urlo, ma è una sofferenza che produce vita, non morte.

La condizione qual è?

Quella che abbiamo letto nel Vangelo: che tu sappia fare della tua vita una scelta di amore e di dono, che tu ti apra agli altri, che tu dia agli altri qualche cosa.

Non ti viene mica chiesto di donare il mondo intero, perché non ne sei padrone. Ti viene chiesto di donare qualcosa, un pochino di cibo, un bicchiere di acqua, un gesto di solidarietà.

Ti viene chiesto di donare il sorriso, la disponibilità del tuo cuore, di donare una parola di fraternità e di comunione, una stretta di mano. Anche solo queste cose, fatte con il cuore, sono fatte al Signore: acquistano una perennità che niente è in grado o sarà in grado di cancellare.

Chiediamo al Signore che proprio la meditazione di questa solennità dei defunti, ci aiuti a capire questo.

La liturgia odierna ci richiama al fatto che la nostra vita è limitata; quelli che sono passati prima di noi ci richiamano a questa fragilità, povertà e debolezza. E questo non per lasciarci prendere dall’avvilimento e dalla tristezza, ma per capire il valore importante di ogni momento, di ogni gesto della nostra vita per dargli pienezza di significato, per riempirlo di quell’amore che il Signore ci ha insegnato e che è il senso vero della nostra esistenza.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

GESU’ EDIFICA LA SUA CHIESA – 2

Bocca di Magra – 2-3-4 novembre 1990

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Gesù edifica la sua Chiesa
Meditazioni sul Vangelo di Matteo

2ª Meditazione
Progetto di Gesù per i discepoli

(Mt. 16, 21-28)

[21] Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno.

[22] Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai».

[23] Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

[24] Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua.

[25] Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.

[26] Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?

[27] Poiché il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni.

[28] In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno».

Siamo così arrivati a un punto centrale del Vangelo: la professione di fede in Gesù come Cristo e Figlio di Dio; siccome Gesù è il Cristo, è colui nel quale si compiono tutte le promesse dei profeti, le attese di Israele. Siccome è il Figlio di Dio, Gesù è colui nel quale Dio si manifesta e si fa vicino agli uomini.

Ma questo che cosa vuole dire? Che cosa significa quella parola “Cristo”?

E come si può immaginare un Figlio di Dio in mezzo a noi? Che tipo di fisionomia gli dobbiamo riconoscere?

Certamente la venuta del Figlio di Dio significa la presenza di una forza di giustizia e di una forza di ordinamento del mondo. Ma in che modo?

Forse ricordate che Giovanni Battista aveva una sua idea del Messia, se lo immaginava come un giudice che sarebbe venuto a distinguere i buoni dai cattivi, in modo da fare luce in mezzo al mondo e in modo da togliere tutto quel peso di ingiustizia e di cattiveria, e da lasciare emergere solo quello che c’è di buono, di santo.

Un giudice!

Così lo immaginava il Battista.

E avevano una loro idea anche i Giudei: lo immaginavano fondamentalmente come un re. Nel cap. 7 del libro di Daniele, la storia del mondo viene immaginata come una successione di imperi, che sono paragonati a delle bestie. Poi, finalmente, viene uno, che, invece, è una figura umana che riceve un potere e un regno che durerà per sempre: il Figlio dell’uomo.

“Un potere eterno che non tramonta mai, un regno che non sarà mai distrutto”.

Così se lo immaginavano i Giudei: un re potente che cancella i regni bestiali che dominano nel mondo (tra i quali l’Impero Romano) e sostituisce a questi regni la sua sovranità.

E invece: «“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Da allora cominciò a dire certamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno».

Notate: “Cominciò a dire apertamente”. Solo adesso Gesù parla della passione, è la prima volta. Sembra quasi che abbia prima voluto addomesticare i discepoli; li ha affascinati con le sue parole, con la sua capacità di azione, di operazione, in modo che i discepoli si sono sentiti come legati indissolubilmente a lui. E adesso, dopo che i discepoli, attraverso Pietro, hanno fatto la professione della fede, allora Gesù può incominciare a fare una rivelazione ulteriore; conduce i discepoli a una comprensione più profonda attraverso l’annuncio. Di che cosa? Mica di un regno, ma di una croce. “Il Figlio dell’uomo doveva andare a Gerusalemme”.

Questo “doveva” non vuole dire una fatalità, non vuole neppure dire che appartiene alla volontà degli uomini (ci sarà qualcuno che costringerà Gesù a fare questo), ma vuole dire: questa è la volontà del Padre, questo è il senso stesso della vita di Gesù.

Gesù ha una sua concezione della propria vita: la vede non come qualche cosa che si svolge a caso, e nemmeno una vita che si svolge secondo il volere degli uomini, ma una vita che compie il progetto di Dio, la volontà del Padre. L’aveva detto al Battista, quando non voleva battezzare Gesù perché diceva: “Sei più importante tu, dovresti tu battezzarmi”, e Gesù gli aveva detto: “Lascia stare per ora perché conviene che noi adempiamo ogni giustizia”. E vuol dire: conviene, è giusto che noi facciamo la volontà di Dio. E nella volontà del Padre ci sta questo, il battesimo di Gesù.

Nella volontà del Padre ci sta la passione, allora deve andare a Gerusalemme.

Andare a Gerusalemme è una espressione che per un ebreo ha un significato preciso, è l’indicazione del pellegrinaggio. Gerusalemme è il luogo dove Dio abita nel Tempio, e il Giudeo si mette in cammino verso Gerusalemme per andare a ricevere da Dio la vita. Per cui il Salmo dice:

“Quale gioia quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore. E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme”.

Un Ebreo che sia Ebreo ha dentro al cuore un desiderio intensissimo di quella città, perché è la città di Dio e la sorgente della vita. Andare a Gerusalemme vuol dire: andare verso la vita. Tanto che c’è un salmo, il salmo 85, che dice che, quando uno si mette in pellegrinaggio, man mano che si avvicina a Gerusalemme, cresce il suo vigore. Normalmente più uno cammina, più si stanca, e invece se uno va verso Gerusalemme più cammina, più diventa robusto. Perché è vicino a Gerusalemme, sorgente della vita e della gioia.

Deve andare a Gerusalemme” per trovare la vita. E però “soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi”. Cioè la vita che Gesù cerca, e cerca davvero la vita, la comunione con il Padre di cui Gesù ha desiderio e vuole, passa attraverso la croce e la sofferenza: “doveva soffrire molto da parte dei sommi sacerdoti, degli anziani e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno”.

E notate: non si tratta di una sofferenza naturale che Gesù subisce, è una sofferenza violenta, imposta dagli uomini: venire ucciso. Vuol dire che a Gerusalemme Gesù incontrerà l’invidia degli uomini e l’odio e la menzogna; sarà messo nelle mani degli uomini, che potranno fare a lui tutto quello che vogliono. E, però, nonostante questo, proprio nella violenza degli uomini si compirà la volontà di Dio.

Anche la violenza che Gesù subisce non è qualche cosa che annulla il senso della sua vita; Dio è più grande anche di questo, è più grande del peccato degli uomini, e sa ritrovare un bene anche dalla violenza e dall’ingiustizia, di fatto: il “venire ucciso e risuscitare il terzo giorno”.

Quindi la morte non si presenta come definitiva, come incapace di impedire ogni futuro, – è certamente un distacco, una sofferenza, una angoscia, – ma è provvisoria. Poi ci sarà la vittoria piena e definitiva. Questo l’annuncio!

Seconda cosa: “Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”.

E vuole dire: Pietro cerca di fare tacere Gesù. Il verbo che viene usato è proprio questo: fare tacere. È il verbo, per esempio, che Matteo usa quando dice di Gesù che fa tacere il vento, e la tempesta, oppure quando dice che Gesù fa’ tacere i demoni.

Pietro vuole fare tacere Gesù, chiudergli la bocca.

E perché?

Naturalmente perché è difficile per Pietro accettare un messia così. Messia vuol dire Re, Pietro un re se lo immagina con la corona in testa, cioè con un potere da esercitare, e invece un sofferente non entra dentro al progetto di Pietro. Accettare un Gesù che diventa sofferente, servo, è radicalmente impossibile per la mentalità di Pietro.

Forse ricordate che la stessa reazione è narrata nel Vangelo secondo Giovanni, al cap. 13, quando viene raccontata la lavanda dei piedi. Il giorno prima di morire, Gesù fa una cena con i suoi, a metà della cena si alza da tavola, si mette un asciugatoio attorno alla vita e comincia a lavare i piedi dei suoi discepoli. Arriva da Pietro e questi gli dice: “Signore, tu lavi i piedi a me?”. Che vuol dire: questo non è mica l’ordine giusto; se un ordine ci ha da essere, sono io che ti debbo lavare i piedi. “Signore, tu lavi i piedi a me?”. Gli ripose Gesù: “Quello che io faccio tu ora non lo capisci. Lo capirai dopo”.

Dopo” vuol dire con la passione e la risurrezione.

Capire la lavanda dei piedi, vuol dire capire la morte e la risurrezione di Gesù. Lo capirà più avanti Pietro. Gli disse Simon Pietro: “Non mi laverai mai i piedi”.

Questo “non mi laverai mai i piedi” è la difficoltà di accettare un Gesù servo. Che Gesù si faccia mio servo, non mi va, non entra dentro ai miei schemi. Gli rispose Gesù: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”.

Allora vuole dire: un Gesù sorprendente, che Pietro fa fatica ad integrare dentro alla sua mentalità. Tanto fa fatica, che quando vedrà Gesù debole, cioè messo nelle mani degli uomini, imprigionato, legato e offeso, Pietro si scandalizzerà; perderà quella ricchezza di fede e di legame che aveva con il Signore. Al cap. 26 viene raccontata la caduta nella fede di Pietro.

Si dice così:

“Pietro intanto se ne stava seduto fuori nel cortile. Una serva gli si avvicinò e gli disse: Anche tu eri con Gesù, il Galileo! Ed egli negò davanti a tutti: ‘Non capisco che cosa tu voglia dire”. Secondo rinnegamento: “Non conosco quell’uomo!”, e per la terza volta dice: “Non conosco quell’uomo!”.

È paradossale. L’ha sempre conosciuto ed è sempre stato con lui! “Non lo conosco!”.

Per certi aspetti ha ragione, perché Pietro aveva sempre conosciuto il Gesù che fa i miracoli, il Gesù che predica in modo così bello che la gente è lì ad ascoltare, a seguirlo, che va anche per alcuni giorni nel deserto per potere seguire Gesù, ma un Gesù prigioniero e debole, che non fa niente per liberarsi, Pietro questo Gesù non lo riconosce. “Non conosco quell’uomo”. Ed è molto significativo perché, dietro a questo, c’è la ripugnanza ad accettare la sofferenza come parte del progetto di Dio.

Noi abbiamo una reazione di rigetto istintiva, ed è del tutto comprensibile, nei confronti della sofferenza, del male e della cattiveria degli uomini. Quindi la reazione di Pietro è per certi aspetti comprensibile, ma il fatto è che, in questo modo, Pietro rifiuta la logica della croce che deve coinvolgere anche la nostra vita.

In altri termini: quando Pietro dice a Gesù: “Non devi soffrire”, è come se dicesse anche: “Non bisogna che io soffra”. Perché accettare che Gesù faccia un cammino verso la croce, vuol dire accettare di farlo anche lui come discepolo, perché il discepolo è colui che va dietro al maestro; se il maestro va a Gerusalemme, e a Gerusalemme c’è la croce, il discepolo va a Gerusalemme e ci sarà la croce anche per lui. Quindi non c’è modo di evitare il rifiuto della sofferenza di Gesù e il rifiuto della nostra sofferenza. Per questo Pietro lo capiamo bene; parla in qualche modo a nome nostro, è il nostro rappresentante.

“Ma egli (Gesù), voltandosi, disse a Pietro: ‘Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.

Pietro certamente è in buona fede; non lo possiamo rimproverare anche perché ci rappresenta, siamo noi che parliamo attraverso di lui. Ma, senza saperlo, Pietro svolge, la funzione del satana, del tentatore; sta facendo esattamente quello che ha fatto il satana all’inizio della vita pubblica di Gesù.

Quando c’è quel famoso racconto delle tre tentazioni in cui il satana va da Gesù e gli dice: “Di che queste pietre diventino pane”, e poi gli dice: “Buttati giù dal pinnacolo del Tempio e non morire. Se sei Figlio di Dio non puoi morire, e se sei Figlio di Dio, devi diventare il padrone del mondo”; gli fa vedere tutti regni del mondo e gli dice: “Te li do tutti, purché tu ti prostri ad adorarmi”.

Cioè il satana ha proposto a Gesù una esistenza vissuta come ricerca del successo e come fuga dalla sofferenza e dalla morte. Ha tentato di sottrarre Gesù dalla piena obbedienza al Padre.

E Pietro fa lo stesso: vuole indicare a Gesù un’altra strada più bella, più confortevole, più degna del Figlio di Dio, secondo lui, ma, in realtà, una strada che lo allontanerebbe dalla volontà del Padre. Per cui:

“Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.

Dicevamo: Pietro è convinto di difendere Gesù; lo sta difendendo dalla malizia del mondo. Il male appartiene al mondo e la vittoria appartiene a Dio, e proponendo a Gesù la vittoria, Pietro è convinto di difendere le cose di Dio. Invece è semplicemente legato ai suoi schemi umani. Pensa le cose della carne, cioè ha i pensieri della natura umana egoista, per la quale tutto diventa ricerca di possesso, di successo e di comodità.

Noi istintivamente ci portiamo dentro questo. E non è che la ricerca della comodità sia in sé sbagliata, ma il rischio è quando questa ricerca della comodità e del successo sospinge ad abbandonare quella che è la volontà di Dio, quello che è giusto: quando una ingiustizia vantaggiosa ci attira e noi la scegliamo, perché vantaggiosa anche se contro la volontà di Dio. O, viceversa, rifiutiamo un gesto di crescita, positivo secondo la nostra vocazione, perché svantaggioso e ci costa.

Questo è, in qualche modo, sciogliere la nostra obbedienza a Dio. È quello che Pietro propone a Gesù.

“Allora Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

Ricordate la prima volta che il Vangelo parla della vocazione dei discepoli: aveva chiamato i discepoli con autorità: “Venite dietro di me”, e aveva fatto loro una promessa: “Vi farò diventare pescatori di uomini”, e voleva dire: Che cosa volete che conti essere pescatori, io vi do molto di più, vi faccio diventare pescatori di uomini, in modo che la vostra vita abbia un senso e un valore anche per gli altri, sia una benedizione per gli altri.

Questo aveva promesso il Signore ai discepoli, quindi aveva promesso di ingrandire la vita: Ti do una vita più bella, più significativa e più grande. Ma adesso pone delle condizioni. Certamente è ancora valido quel discorso; la sequela di Gesù, cioè andare dietro a Gesù, vuol dire avere e acquistare una vita più ricca, più densa di valore, ma la condizione è quella di una obbedienza al Signore che accetta anche le sofferenze e la croce.

Se uno vuole andare dietro al Signore, deve accettare, per certi aspetti, una vita sradicata. Ricordate! “Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”.

A questo punto viene chiesto come condizione la croce: “Rinneghi sé stesso”.

Rinneghi sé stesso.” vuol dire: non prenda più sé stesso come centro essenziale di riferimento, come criterio di valutazione dei valori. Quindi, intendilo bene, rinnegare se stessi non vuol dire voler male a se stessi, odiarsi o avvilirsi; bisogna che l’uomo ami anche sé stesso ed abbia un tantino di stima di sé stesso. Se il Signore vi vuole bene, cercate di volervi bene anche voi; Dio a voi, come siete, vuole bene, cercate anche voi di volervi bene. Il discorso però è: il non avere più se stessi come centro della propria vita, come dicevamo: criterio di valori.

Scrive S. Paolo nella lettera ai Galati:

“Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. Questa vita che io vivo nella carne, la vivo però nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato sé stesso per me”.

Quindi, la vivo ancora nella carne la mia vita, quindi nella debolezza, nella fragilità, ma la vivo nella fede del Figlio di Dio; ho il riferimento a Cristo come la base e la sicurezza della mia esistenza.

Oppure quell’altro testo (citato chissà quante volte) della lettera ai Romani dove S. Paolo, al cap. 14, 7, dice:

“Nessuno di noi, infatti, vive per sé stesso e nessuno di noi muore per sé stesso. Se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Dunque, sia che si viva, sia che si muoia, noi siamo del Signore. Per questo, infatti, Cristo è morto ed è risuscitato dai morti per essere il Signore dei morti e dei viventi”.

Vuol dire: a Gesù non sfugge nulla della nostra vita, perché ha condiviso tutto, allora la nostra vita gli deve appartenere. Bisogna distruggere (rinnegare se stessi) l’idolo del proprio “io” quando diventa dio, il dio di me stesso. Il Dio di me stesso è il Signore, non “io”. Questo vuol dire “rinnegare sé stesso”.

“Prenda la croce e mi segua”. Che cosa voglia dire “prendere la croce” è una domanda che potrebbe avere tantissime risposte; ci stanno dentro tantissimi riferimenti. Vuol dire: c’è nella vita un peso da portare per sé e per gli altri, a cominciare dal peso molto naturale, ma fondamentale, che è il peso del proprio lavoro. Quando uno lavora, china un tantino la schiena e porta un po’ del peso della vita. E accettare la fatica del lavoro è già accettare il peso della vita. Così come l’accettazione della vita in tutti quegli elementi che la costituiscono. C’è una obbedienza fondamentale alla vita, che è l’obbedienza più pesante che viene chiesta al cristiano. La difficoltà dell’obbedienza non è la difficoltà dell’obbedienza al Vescovo, per esempio, per un prete; qualche volta sì, ma il Vescovo non è sempre lì a chiedere una cosa o l’altra di una obbedienza che costa al prete e a tutti cristiani, è l’obbedienza quotidiana alla vita, l’accettazione, tutti giorni quando si aprono gli occhi, di quella vita che abbiamo davanti, con le persone che ci stanno intorno, con il dovere da compiere, con gli acciacchi da sopportare; questa è l’obbedienza più difficile, ma quella importante del prendere la croce.

Così dentro “al prendere la croce” ci sta il “portate gli uni il peso degli altri, e così adempirete la volontà del Signore”. Anche questo entra dentro alla croce.

La croce si può subire in modo puramente negativo, quando si comincia a criticare, a lamentarsi, a recriminare, quando si diventa aspri e acidi, per cui le sofferenze ci rendono pungenti con tutto e con tutti.

Ma la croce si può anche assumere liberamente. “Prenda la sua croce, ogni giorno”. Diceva uno psicologo: Invece di dire: io decido di fare ciò che mi pare, ora dice: io decido, personalmente, cioè dal di dentro, ciò che mi viene richiesto dalle situazioni della mia vita. Non subisco la vita in modo passivo, ma scelgo di vivere, ogni giorno, con tutti quei limiti che la vita inevitabilmente comporta. Il Cireneo ha portato la croce del Signore, e forse ha fatto una fatica grande a portare la croce del Signore, perché, non sapendo che era la croce del Signore, ha portato semplicemente una croce. Se noi fossimo consapevoli che la croce che noi portiamo è quella del Signore, ci peserebbe meno, invece molte volte non ce ne accorgiamo, lo sappiamo solo dopo. Forse dopo sì che il Cireneo ha saputo chi era quello di cui portava la croce, e così succede anche per noi; dobbiamo tentare di portarla, a volte, anche senza renderci conto che quella è proprio la croce del Signore, che in quel modo noi portiamo a compimento quello che manca alla croce del Signore, come scrive S. Paolo.

Forse ricordate anche che S. Luca aveva aggiunto a questa frase di Gesù una parola: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”. Quel “ogni giorno” è proprio del Vangelo secondo Luca. Ma ha capito bene, ha interpretato bene! Qui non si parla solo delle grandi croci che stanno alla fine della vita, esempio Il martirio, anche se nel Vangelo questo è messo in conto; c’è anche la possibilità del martirio, ma si tratta invece di accogliere quel terribile quotidiano che è fatto di fedeltà ai propri impegni, alle proprie promesse, alla vita così come il Signore ce la propone giorno per giorno.

E questa croce dovrebbe essere la croce del Signore, e proprio perché è tale, dà un sapore diverso alla nostra stessa croce. Nella lettera ai Calati, al cap. 6 vers. 14, S. Paolo scrive:

[14] Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo”.

È paradossale!

Non ci sia altro vanto che la croce”. Ora nella concezione usuale sia degli Ebrei che dei Romani la croce è vergogna, non vanto, ma per Paolo quello che umanamente era vergogna, diventa vanto. E vanto vuol dire: motivo di sicurezza, di pace, di speranza: c’è una speranza per noi nella croce. “Non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo”.

Quindi: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua”, che è naturalmente lo scopo della croce. Non si tratta di desiderare la sofferenza in sé, ma di assumerla come strumento per una sequela del Signore, per uno stare con Lui.

“Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”.

C’è in queste parole quella dialettica del salvare o perdere, che per noi è preziosissima da capire. Chi vuole risparmiarsi, si perde; e chi, invece, si dona, si salva. È il paradosso!

L’uomo nella concezione di Gesù possiede solo quello che ha donato. Quello che l’uomo tiene per sé, quello che mette in cassaforte, l’uomo lo perde; le casseforti non riescono a proteggere la vita. Riescono a proteggere i soldi, e questi si conservano bene in cassaforte. La vita no! La vita in cassaforte si perde per niente; se uno si chiude in cassaforte, muore lo stesso, ma muore senza fare niente, senza donare niente, quindi muore del tutto e non ci rimane niente.

La vita dell’uomo è fatta così: ogni giorno ce n’è un pezzettino che viene portato via; che lo vogliamo o no, alla sera c’è una giornata in meno. L’unico modo perché questa giornata rimanga, è metterci dentro qualche cosa di stabile, di utile, di buono, cioè trasformarla in amore e in dono.

Qualcuno pensava di rendere eterna la vita diventando uno scrittore famoso, perché dopo rimangono le opere, ma non rimane la verità e la realtà dell’uomo. Perché rimanga la realtà dell’uomo… beh! c’è questa promessa: “Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”. Per causa mia, vuol dire; per esempio, andando ad annunciare il Vangelo; ma vuol dire anche facendo della sua vita una scelta di amore, amando il prossimo, e questa mattina il Vangelo ce lo ricordava: “Quello che avete dato al più piccolo di questi miei fratelli, lo avete dato a me”. Questo è l’unico modo per rendere la vita stabile.

Se uno vuole che i soldi che ha gli rimangano, li deve donare. E se uno vuole che il tempo che ha gli rimanga, lo deve trasformare in servizio. E se uno vuole che la sua volontà rimanga, la deve trasformare in amore. Qui non serve il risparmio, serve il dono, il trafficare i talenti e trasformarli in amore. Certamente questo non vuol dire che uno debba essere agitato per fare chissà chi e per arrivare in tutti i traguardi. La fede vuol dire stare lontano dall’agitazione, ma vuol dire, nello stesso tempo, donare.

Questo è il progetto che Gesù pone davanti ai suoi discepoli.

Subito dopo c’è un brano, che non riusciamo a commentare perché non abbiamo tempo, ma che dobbiamo, perlomeno, leggere e capire nel suo centro.

Allora Gesù ha annunciato la sua passione, poi ha annunciato la croce dei discepoli.

Continua: (Mt 17, 1-8)

[1] Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte.

[2] E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce.

[3] Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.

[4] Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia».

[5] Egli stava ancora parlando quando una nube luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo».

[6] All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore.

[7] Ma Gesù si avvicinò e, toccateli, disse: «Alzatevi e non temete».

[8] Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo.

È importante che, letto l’annuncio della passione, non vi fermiate, ma leggiate anche la trasfigurazione e cercate di entrare dentro al significato che questo brano ha.

C’è un uomo che incomincia a parlare in modo paradossale, di sofferenza, di croce, di morte; stiamo entrando dentro alla tristezza, all’avvilimento e alla depressione. Proviamo ad accompagnare quest’uomo.

Ci porta su di una montagna, in un luogo appartato, e che cosa vediamo? La gloria, la bellezza, lo splendore, la divinità. “E fu trasfigurato davanti a loro”, vuol dire che all’improvviso hanno visto in Gesù di Nazaret la bellezza di Dio; perché Dio è certamente grande e onnipotente, ma Dio è bello di una bellezza che è la sua santità e che è la sua forza d’amore, che è la sua creatività.

Gesù di Nazaret è bello della bellezza di Dio. C’è una voce che Viene dal Padre che dice questo: “È il mio Figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!”.

Che cosa vuole dire “nel quale mi sono compiaciuto”? Dio abita in alto (è naturalmente un modo di parlare) e guarda sulla terra; ha davanti a sé tutti gli uomini e tutta la storia, e cerca nell’umanità, nella storia degli uomini, qualcuno di cui essere contento, in cui compiacersi e riflettersi. Che cos’è nella storia del mondo che assomiglia a Dio? Noi avremmo pensato a un grande re, e invece non sembra che si sia compiaciuto molto di un re. Così come non sembra che si sia compiaciuto molto di un grande studioso. Quando Dio guarda in mezzo agli uomini si compiace di un crocifisso. “Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”. Di lui.

Perché?

Forse perché è bella la croce? No, di lui perché ha donato la sua vita. In questo Dio si ritrova. Si può dire che il crocifisso è la fotografia di Dio; Dio è invisibile, ma gli si può fare la fotografia: è il crocefisso. Perché lì c’è scritto il volto di Dio. Dio è quello che dona la sua vita per, e Gesù Cristo è quello che ha donato la sua vita per noi.

Quello è l’amore di Dio, quello è Dio; “in lui mi sono compiaciuto. (Allora) ascoltatelo!”.

“Ascoltatelo” vuol dire: sembra che Dio si renda conto di quanta fatica facciamo noi ad ascoltare queste cose, di quanta ripugnanza ci sia in noi di fronte all’annuncio della croce. È giusto anche che proviamo la ripugnanza; non vale la pena che uno abbracci la croce troppo facilmente ed è giusto che ci sia anche la reazione e la ribellione.

Ma poi: “È questi il Figlio mio prediletto. Ascoltatelo!”. Questo “Ascoltatelo” è come un tentativo che Dio fa per aiutarci a superare le nostre ribellioni, per aiutarci a vedere in Gesù la sua bellezza. Quello che capitò a S. Paolo sulla via di Damasco. Dice S. Paolo nella seconda lettera ai Corinzi che sulla via di Damasco, all’improvviso, ha visto Gesù con degli occhi nuovi, tanto che descrive così la sua esperienza: “Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori per fare risplendere la conoscenza della gloria di Dio che rifulge sul volto di Cristo”.

Cioè, il volto di Cristo è apparso a Paolo bello della gloria stessa di Dio. Era il volto di un crocifisso che, per Paolo, appariva, secondo il libro del Deuteronomio, un maledetto da Dio: “Maledetto l’uomo che pende dal legno”. Paolo questo lo ricorda più volte, quindi gli era apparso fino a quel momento come un maledetto da Dio. Invece adesso lo vede bello della bellezza di Dio, vede l’amore di Dio sul volto del Signore.

È esattamente quello che dobbiamo chiedere al Signore: che ci faccia vedere, che ci faccia non avere troppa paura di lui, e nemmeno troppa paura del cammino che lui ha scelto, ma che ci aiuti a vedere la bellezza del suo volto e del suo amore; quanto è bella una vita trasformata, nel modo in cui lui l’ha vissuta e trasformata; che ci aiuti a dire con Pietro: “È bello per noi stare qui”, anche se (può essere ambiguo anche questo discorso) lo stare qui, richiede il cammino di Gerusalemme. La vita di Gesù non termina sul Tabor, arriva sul Tabor, ma deve passare dal Calvario.

Dobbiamo innamorarci della bellezza del Signore e chiedere a Dio che ce la faccia vedere; che ci faccia vedere quanto vale una vita come quella di Gesù, ma dobbiamo anche accettare che il cammino passi attraverso il Calvario e la croce.

La presenza di Elia e Mosè non la stiamo a spiegare, è certamente l’Antico Testamento. Al termine:

Sollevando gli occhi, non videro più nessuno se non Gesù solo”. E questo vedere “solo Gesù” non vuol dire che il resto non conta, ma vuol dire che tutto il resto viene ritrovato attraverso di lui. Vuol dire che gli altri; la vita, la morte, la gioia, la sofferenza, cioè tutto quello che costituisce la nostra vita, lo si vede attraverso di lui, quindi ritrovando Gesù in ogni persona e in ogni cosa. E questo sarebbe certamente una conversione grande, quella che chiediamo al Signore per edificare la Chiesa: bisogna partire dalla professione di fede, bisogna accettare il cammino di Gesù così com’è, riconoscerlo come il Figlio di Dio anche nel cammino che percorre verso la croce.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

GESU’ EDIFICA LA SUA CHIESA – 1

Bocca di Magra – 2-3-4 novembre 1990

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

Gesù edifica la sua Chiesa
Meditazioni sul Vangelo di Matteo

Presentazione

Aedificabo Ecciesiam meam” (Mt. 16,18), edificherò la mia Chiesa. Edificherò: avete mai esplorato il senso di questa parola?

È una parola profetica; ha per soggetto Cristo e si riferisce al futuro; ha per oggetto la Chiesa, che viene raffigurata in un edificio in costruzione. Cristo è l’architetto di questo edificio; anzi l’operaio: lo edificherò.

Voi sapete che questa immagine della Chiesa-edificio è fra quelle più ripetute e più espressive; la usa S. Paolo (1 Cor 3,9; Ef 2, 20-22); la spiega S. Pietro (1 Pt 2, 5); entrambi sviluppandone il concetto relativamente al materiale della costruzione; materiale formato dai fedeli stessi “pietre vive”, donde non può che risultare un edificio vivo, una “casa spirituale”, un insieme armonico e unitario, un ordine visibile, organico, sociale, un’umanità sacra, dove abita Dio; ecco la “domus Dei” (Gen 28,17), la casa di Dio; che la lettera agli Ebrei ancora più chiaramente indicherà altro non essere che noi stessi, seguaci di Cristo; noi siamo la casa di Cristo (Eb 3, 3-6). E sapete anche che questa immagine simbolica dell’edificio riferita alla Chiesa è fra quelle ricordate nella costituzione relativa alla Chiesa medesima dal Concilio (LG, 6); ed è poi l’immagine che più facilmente ricorre nel linguaggio comune, che chiama chiesa l’edificio materiale, dove la Chiesa, cioè l’assemblea dei fedeli, si riunisce e si esprime quale edificio spirituale.

Ma non è di questo aspetto del simbolo che Noi vi vogliamo ora parlare. Vi vogliamo invitare a riflettere sopra la forza espressiva del termine usato da Cristo: “costruirò”. Questo termine indica l’azione permanente del Signore rispetto alla sua Chiesa, indica il carattere dinamico che la vita della Chiesa, raffigurata in un edificio in costruzione, assume; indica lo sviluppo continuo, che le è prestabilito dal concetto di lavoro che deve svolgersi secondo un disegno concreto, visibile, bene architettato da Cristo stesso, e non lasciato all’arbitrio di fantasiosi operai. Bisogna che la Chiesa sia costruita; essa è sempre un edificio incompleto, che prolunga nel tempo il suo piano di esecuzione determinato.

Se ricordiamo che l’azione di Cristo, dopo la sua ascensione, si compie, per suo divino mandato, dalla Chiesa stessa, da chi nella Chiesa ha funzione promotrice di continuare l’opera di Gesù, questa concezione perfettiva della Chiesa medesima diventa molto istruttiva per noi; diventa programmatica, se pensiamo che tutti siamo chiamati a collaborare alla mistica e positiva costruzione.

(Paolo VI)

Monari don Luciano continua ad edificare e ad edificarci. Prolunghiamo le nostre meditazioni, perché la Parola di Dio si faccia carne nella nostra vita.

Così edifichiamo la Chiesa.

Maria, Madre della Chiesa, ci accompagni.

I vostri Parroci

1ª Meditazione
La nostra professione di fede in Gesù

Il Signore edifica la sua comunità.

In concreto cercheremo di meditare su alcuni capitoli del Vangelo secondo Matteo, cominciando dal cap. 16, 13, fino al cap. 18 e 19, perché, in questa sezione del Vangelo secondo Matteo, viene presentata l’intenzione di Gesù di costruire una comunità intorno a Lui, una comunità che è caratterizzata dalla fede in Lui e che vive, al suo interno, dei rapporti particolari di ricchezza, di fraternità e di comunione.

Se ricordate l’anno scorso, meditando il Discorso della Montagna, abbiamo presentato uno stile di vita alternativo rispetto allo stile del mondo; così l’ha rappresentato il Signore.

Bene: questo stile di vita non è una scelta individuale, ma è invece una esperienza di comunità, l’esperienza dello stare insieme, camminare insieme e sostenersi gli uni gli altri e portare gli uni i pesi degli altri.

Ed è quello che il Vangelo secondo Matteo presenta in questi capitoli; faremo quindi semplicemente la meditazione di alcuni testi, naturalmente per conto vostro, e vale la pena che rileggiate tutto il Vangelo secondo Matteo: i primi 15 capitoli, che noi diamo per scontati, con calma li potete rileggere in modo da trovare il contesto fondamentale delle cose che mediteremo insieme.

Cominciamo da Matteo che dice così (Mt. 16, 13-20):

[13] Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?».

[14] Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».

[15] Disse loro: «Voi chi dite che io sia?».

[16] Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

[17] E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli.

[18] E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.

[19] A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

[20] Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

È la prima volta che Gesù parla della Chiesa, della sua Chiesa, e ne parla, come abbiamo sentito, nel contesto della professione di fede di Pietro. Ed è quello che dobbiamo tentare di capire, perché il primo passo di questi nostri esercizi sarà esattamente ripetere noi la nostra professione di fede nel Signore.

Dunque Gesù prende i suoi discepoli e va con loro nella regione di Cesarea di Filippo; in qualche modo esce dai confini della terra santa, (Cesarea di Filippo era a nord-est, fuori, ai piedi dell’Ermon) va all’estero, in un luogo dove non sono disturbati da nessuno e lì Gesù pone una domanda.

La prima è una domanda neutrale: “Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?”; quindi bisogna raccogliere le opinioni delle persone e rispondere a una domanda del genere non compromette tanto.

E di fatto i discepoli riportano varie opinioni che sono state date di Gesù: c’è chi pensa che Gesù sia Giovanni Battista (questa era, se ricordate, l’opinione di Erode stesso); c’è chi pensa che sia Elia (Elia nella tradizione ebraica non era morto, ma era stato rapito in cielo) e quindi aspettavano il suo ritorno prima della fine dei tempi. C’è chi pensa che Gesù sia Geremia che, tra i profeti, è quello più caro alla memoria di Israele, proprio perché è un profeta che ha sofferto; c’è chi pensa che Gesù sia semplicemente uno dei profeti.

Non sono tutte le opinioni della gente; c’era anche chi pensava che Gesù fosse pazzo, e c’era anche chi diceva che Gesù era un indemoniato, ma queste opinioni troppo negative i discepoli non le riportano; ricordano invece quelle positive.

Ma sembra anche che queste risposte non soddisfino.

Sono belle, nascono dal riconoscimento positivo del valore di Gesù e della sua predicazione, però alla fine mettono Gesù in una categoria di uomini religiosi; nella grande categoria dei profeti ce ne sono vari di uomini religiosi: c’è Isaia, Geremia, Ezechiele e tutto quello che volete… e adesso ci si mette anche Gesù, uno in più, magari con una spanna di superiorità rispetto agli altri, ma nella stessa categoria.

E invece bisogna coglierne la novità. Non si può mettere, una pezza, una toppa di panno nuovo su un vestito vecchio, non si può mettere vino nuovo in otri vecchi; se uno vuol capire Gesù deve saper fare un capovolgimento del suo pensiero, deve entrare dentro a una visione radicalmente nuova della vita.

Allora: “Voi chi dite che io sia?”, indipendentemente da quello che dice la gente. In fondo anche noi potremmo aggiungere delle altre opinioni su Gesù (e ce ne sono tante): chi lo considera una forza morale stupenda nella storia dell’umanità, un uomo straordinario. C’è anche chi lo considera un illuso per il tipo di vita che Gesù presenta, perché radicalmente impossibile da realizzare. Ci sono anche, dicevo, tutte queste opinioni.

Ma non basta: “… voi chi dite che io sia?”.

L’accento è proprio su quel “voi”, voi, perché certamente mi conoscete meglio degli altri, voi, che mi avete seguito in tutto questo cammino che abbiamo fatto, voi che avete ascoltato la mia parola e visto le mie opere…

E qui naturalmente uno dovrebbe andare a rileggere la prima parte del Vangelo, dovrebbe andare a leggere il Discorso della Montagna e stupirsi perché Gesù “parla con autorità”: “lo vi dico…”.

Dovrebbe andare a leggere i miracoli di Gesù e stupirsi, perché Gesù comanda alla malattia e alla morte stessa e comanda al demonio.

Quindi quella forza negativa che all’uomo pare invincibile, Gesù è capace di addomesticarla, è capace di introdurla dentro ad un cammino di vita.

Uno, quindi, deve andare a rileggere tutte queste parole della prima parte del Vangelo e poi rispondere.

“Voi chi dite che io sia?”.

E dicevamo, all’inizio, che questa domanda viene fatta a noi; viene fatta a Pietro, ai discepoli, ma viene fatta a noi. Ed agli inizi di questo cammino di esercizi, dobbiamo dare la nostra risposta. E tenete presente: la domanda e la risposta si collocano su un livello esistenziale, non intellettuale.

Voglio dire: quando io andavo al catechismo la domandina era molto precisa:

Chi è Gesù Cristo?

E se mi ricordo bene, perché bisogna andare indietro di qualche annetto, la risposta era:

Gesù Cristo è la seconda Persona della Santissima Trinità fatto uomo.

E questa è certamente la risposta precisa dal punto di vista teologico.

Ma non basta; la domanda vuole dire: chi è Gesù Cristo effettivamente per te? Quanto vale Gesù nella tua vita? Quanto impegni della tua vita sulla sua parola e sulla sequela di Lui? Insomma, quanto sei disposto a spendere, a puntare su quel numero della vita che è Gesù? Gesù è una proposta di vita; bene: quanto sei disposto a mettere del tuo tempo e delle tue energie su Gesù?

Questa è una domanda di esistenza, una domanda che richiede una fede non puramente intellettuale, ma una fede che coinvolge i propri comportamenti. Ci sono delle domande alle quali si può rispondere con una certa superiorità (ad esempio se uno mi interroga sul teorema di Pitagora) ma questa è invece una domanda alla quale non si può rispondere senza compromettere se stessi.

Per capirla bene, riprendo due passi, in qualche modo paralleli; uno dal cap. è di S. Giovanni, dopo il grande discorso sul pane della vita: Gesù ha dato da mangiare alle folle; le folle lo sono andate a cercare per farlo re, e Gesù ha fatto un lungo discorso in cui insegna alla gente che in realtà non devono andare dietro a Gesù per il pane, ma debbono andare dietro a Gesù per Gesù; è Gesù quello che conta, non i suoi doni. E Gesù continua nel presentare se stesso come Pane di vita, per cui uno deve mangiare la sua carne, deve bere il suo sangue, per avere in lui la vita, cioè in qualche modo si presenta come la scelta decisiva dell’esistenza dell’uomo.

Se vuoi vivere, la scelta che devi fare riguarda Gesù: credere e accettare Lui.

E di fronte a questa proposta del Signore, dice il Vangelo di Giovanni, prima di tutto la folla si squaglia, perché questo uomo che pretende di dare la vita per il mondo non è facile da accettare.

Appare una presunzione quella di Gesù; e non solo se ne va la folla, ma se ne vanno anche i discepoli di Gesù; ne rimangono solo dodici.

E, continua il Vangelo di Giovanni, al versetto (Gv. 6, 67-69):

[67] Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?».

[68] Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna;

[69] noi abbiamo creduto e conosciamo che tu sei il Santo di Dio».

“Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”: Vuole dire: in qualche modo tu ci hai addomesticati, ci hai affascinati o stregati, non riusciamo più a immaginare una vita senza il riferimento a te, senza il riferimento alla tua parola; le tue parole sono portatrici di vita; la proposta che tu ci fai, la riconosciamo come la vera proposta di esistenza. Signore, da chi andremo?

Allora il punto di partenza è questo: fare una professione di fede in Gesù vuol dire riconoscere che Gesù ha ragione, e ha ragione non dal punto di vista intellettuale, ma dal punto di vista della esistenza. Vuole dire: Signore, io riconosco che il tuo modo di vivere, che il Vangelo che Tu predichi è il modo vero anche per la mia vita.

È giusto che io viva così. Riconosco che questo è il senso autentico della mia esistenza.

Riconosco nello stesso tempo che forse non riuscirò mai, che ci saranno tanti limiti e insufficienze e peccati nella mia vita, ma hai ragione Tu; quando io non metto in pratica il Vangelo, ha ragione il Vangelo e ho torto io; lo riconosco: ho torto marcio. Tu hai ragione. Tu hai parole di vita eterna. Questo vuol dire il cammino della professione di fede!

Il secondo testo è nella lettera ai Filippesi, dove S. Paolo ricorda il significato dell’esperienza che lui ha fatto sulla via di Damasco (Fil 3, 4b-9):

[4b] Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui:

[5] circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge;

[6] quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge.

[7] Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo.

[8] Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù Cristo, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo

[9] e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede”.

Il significato è questo: se qualcuno ritiene di avere delle doti in cui poter porre la sua fiducia, di avere delle capacità, dei numeri, dei privilegi, io più di lui. E fa un elenco di una serie di privilegi, dal punto di vista religioso, di cui Paolo gode: alcuni li ha per nascita (ebreo, figlio di Ebrei, circonciso l’ottavo giorno, della tribù di Beniamino), altri li ha per scelta, per cui è addirittura persecutore della Chiesa ed è irreprensibile per quanto riguarda la giustizia che deriva dalla legge.

E vuole dire: si è comportato sempre onestamente, nessuno lo può rimproverare di niente nella vita. Per quanto riguarda l’obbedienza alla legge, S. Paolo non ha peccato. E questo vuole dire presentarsi con delle ottime credenziali: quando va davanti a Dio, S. Paolo può dire: “Guarda, io ho sempre messo in pratica la tua legge”. Può dire come il giovane ricco: “Tutti questi comandamenti io li ho osservati fin dalla mia giovinezza”.

Ma poi continua: “ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù Cristo, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose”.

Che cosa vuole dire? Vuol dire che da quando Paolo ha incontrato Gesù sulla via di Damasco, ha visto la sua vita con occhi nuovi; e se prima le sue ricchezze umane e religiose erano per lui importantissime, adesso non gli interessano più. Adesso quello che gli interessa è una cosa sola: il dono di una amicizia, di un amore, di una vita, di una giustizia che vengono da Gesù Cristo.

In altri termini Paolo è passato da una concezione della vita dove l’importante era il possedere delle qualità, ad una concezione della vita dove l’importante è il dono della giustizia.

Una cosa è la vita dove io mi costruisco il mio edificio di esistenza, un’altra cosa è la vita dove Gesù Cristo mi dona l’edificio e la sicurezza della mia esistenza. Una cosa sono le mie doti, un’altra cosa sono i doni del Signore.

Ora, le doti sono certamente delle cose importanti, ma al primo posto ci sta, secondo Paolo, il dono di Gesù: l’amore, il perdono, la grazia, la giustizia che vengono liberamente e gratuitamente dal Signore.

E continua S. Paolo: “Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo”.

L’idea che S. Paolo esprime è quella di un Cristo che gli è corso dietro e lo ha raggiunto. E da quel momento lì in poi è Paolo che si mette a correre dietro a Gesù Cristo per poterlo raggiungere.

La sua vita non ha altro scopo se non andare verso di lui, raggiungere lui, Gesù Cristo, attraverso una vita di fedeltà al Vangelo: “perché sono stato raggiunto da Gesù Cristo” e mi ha, in qualche modo, sedotto, direbbe Geremia: “Tu, o Signore, mi hai sedotto e io mi sono lasciato sedurre, mi hai fatto violenza e hai vinto”. Così diceva il Profeta.

E naturalmente per noi l’esperienza non ha quella densità che è di Geremia, forse per qualcuno, però, fondamentalmente l’esperienza è simile: se uno si mette davanti a Gesù Cristo ed è costretto nel suo cuore a dire: “Si, hai ragione tu”, quella persona lì è stata raggiunta da Gesù Cristo.

È chiaro: uno deve mettersi di fronte alla sua coscienza, non solo alla sua intelligenza; deve sapere e chiedersi dentro se vale davvero la pena vivere secondo Gesù Cristo, vivere secondo il Vangelo o se c’è qualcosa di meglio rispetto a Gesù Cristo.

Se uno arriva a dire: “Signore, tu hai ragione, tu hai parole di vita eterna; tu mi hai raggiunto, sono quindi contento di orientare la mia vita verso di te; non posso far altro che correre secondo quella regola di Vangelo che mi hai insegnato”, bene: uno fa la professione di fede.

Dicevamo: la professione di fede di Pietro viene al cap. 16 del Vangelo secondo Matteo, viene dopo un lungo cammino dove i discepoli hanno accompagnato il Signore e hanno vissuto con lui un rapporto personale di familiarità che li ha condotti a conoscerlo, a capire il suo pensiero, il suo modo di agire.

Allora, se uno vuole arrivare alla professione di fede, deve partire così: dal desiderio di stare con Gesù per conoscerlo, per capire la sua mentalità e la sua vita.

Forse ricordate quel brano famoso del cap. 1 di S. Giovanni, dove si presentano alcuni discepoli di Giovanni il Battista che sentono la proclamazione del loro maestro: passa Gesù, e Giovanni il Battista dice:

[36b] «Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo»,

[37] e i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.

[38] Gesù allora si voltò e vedendo che lo seguivano disse: «Che cercate?»,

Questa è una domanda importante (nel Vangelo di Giovanni è la prima parola che Gesù dice): si rivolge alla gente che gli va dietro, cioè a me e a voi, e dice: “Che cosa cercate, che cosa volete?”.

[38b] gli rispondono: “Rabbì (che significa maestro), dove abiti?

nient’altro che questo vogliamo sapere: vogliamo poter abitare insieme con te, vogliamo poter fare un’esperienza di amicizia e di intimità”.

[39] Disse loro: ‘Venite e vedrete’. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio”.

Un’esperienza che è stata decisiva per la loro vita è iniziata semplicemente così: stando vicino a Gesù. E ancora: il senso di questi esercizi è tutto in quelle parole: “Maestro, dove abiti?” e “Venite e vedrete”.

È chiaro: il Signore abita in ogni luogo, si può incontrare in mezzo alle strade, lo si può incontrare nei nostri luoghi di lavoro. Però, molte volte, in mezzo alla strade e nei luoghi di lavoro, la voce del Signore si confonde con tutte le altre voci: con le voci della politica, dell’economia, della cronaca quotidiana, le quali sono voci forti; quindi il Signore non lo sentiamo tanto, a Lui non ci pensiamo tanto.

E, allora, tre giorni a Bocca di Magra sono da questo punto di vista una meraviglia, perché in questi giorni le altre voci contano poco, dovrebbero contare pochissimo. Quindi si può ascoltare meglio il Signore per arrivare a vedere se vale davvero la pena andare dietro a lui, e se vale davvero la pena orientare la vita secondo il Vangelo, cercare di accompagnare il Signore nel suo cammino.

Allora, ecco la professione di fede intesa come professione di fede personale, di esistenza, non solo di intelligenza: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli”.

“Né la carne né il sangue” vuole dire: la natura umana, l’intelligenza umana, l’intuito umano. Se tu hai potuto fare questa professione di fede non è perché tu sei particolarmente intelligente o acuto, ma perché te lo ha rivelato il Padre mio che è nei cieli.

La professione di fede è un atto dell’uomo che nasce dalla rivelazione di Dio.

Lo dicevamo prima: per arrivare a fare una professione di fede uno può studiare, leggere, fare dei confronti, misurare; tutte queste cose ci stanno bene, ma questo è sempre e solo la periferia, è sempre e solo la premessa dell’atto di fede. Per arrivare all’atto di fede uno deve rientrare in se stesso, in quello che si chiama coscienza. È lì, nella sua coscienza, mettersi davanti a Gesù. Ed è lì, nella sua coscienza, che l’uomo sente di dovere fare una professione di fede, non di poterla fare. È in qualche modo il dovere della mia vita, perché quello è il senso vero della mia vita.

Questo non vuole dire che l’atto di fede non sia un atto libero (molte volte abbiamo questa strana idea: sappiamo che l’atto di fede è un dono di Dio, e questo è certo, perché lo dice il Signore proprio in questo brano del Vangelo che stiamo meditando, e allora pensiamo che non sia un atto libero), che ci venga senza che noi lo vogliamo o lo scegliamo.

E, invece, non è vero: l’atto di fede è un atto straordinariamente libero, un atto che uno deve porre lui, compromettendo liberamente se stesso.

L’atto di fede assomiglia all’atto con cui si sceglie una persona come la compagna della propria vita: per potersi sposare prima bisogna che due persone si conoscano, che sappiano che tipo è quella persona lì, che ne conoscano quindi abbastanza bene le doti e i limiti, le cose che piacciono o dispiacciono, per sapere che tipo di vita si potrà fare con quella persona; ci deve quindi essere un cammino di conoscenza.

Ma poi ad un certo punto uno deve fare la scelta; in questo caso la scelta deve essere certamente motivata da quello che sente. Ti scelgo perché sei tu, vuole dire: ti scelgo non perché ti ho fatto io; non sono mica io che ti ho costruito, non ho costruito io la tua esistenza. Mi sei venuta incontro come un dono, ti scelgo perché sei tu; ma nello stesso tempo ti scelgo, con un atto libero della mia esistenza; io lego la mia esistenza a te. Se posso fare questa scelta lo debbo a te, alla tua ricchezza umana, ai valori che tu porti con te: quindi sei tu che mi tiri fuori dal cuore questo impegno, questa scelta.

Ma nel momento in cui ti accolgo faccio un atto libero di impegno nei tuoi confronti.

Voglio dire: la scelta di una persona nel matrimonio è, nello stesso tempo, un dono che uno riceve e un atto libero, un impegno libero con cui uno si compromette.

Con Gesù Cristo è esattamente lo stesso!

Certamente ci sono degli elementi diversi, ma fondamentalmente è lo stesso: è il fatto che Gesù Cristo mi ha sedotto, perché ho capito che quel modo lì di vivere è quello giusto.

Ma a questo punto tocca a me dire: “Si, mio Signore, ti accolgo, sei per me il riferimento della mia vita; non la carne o il sangue, ma il Padre mio che è nei cieli”. E questo discorso, naturalmente, lo dobbiamo rinnovare tutte le volte che andiamo a celebrare l’Eucaristia la domenica e facciamo la professione di fede, ci viene richiesto di fare questa scelta.

Così come tutte le mattine in cui uno si alza rifà la scelta di vivere con quella persona, perché il matrimonio si celebre un giorno, ma bisogna rinnovarlo tutti i giorni, così è la scelta per il Signore. Si celebra nel Battesimo o nella professione di fede che si fa come adolescenti, ma poi bisogna rinnovarlo, bisogna rifarlo come scelta personale quotidiana.

E Gesù: “Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”.

Non so se avete mai notato la stranezza di questa parola. Gesù dice a Simone: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Pietra è roccia e vuole naturalmente indicare una realtà solida, robusta, che non si muove, che sta salda, che anche se tira il vento o ci sono inondazioni o piogge, quella non ha paura, la roccia è ferma; è il simbolo della solidità.

È quasi comico che Gesù applichi questo simbolo a Pietro, perché Pietro non è mica molto stabile, non è mica una gran roccia di per se. Pietro si rivelerà nella sua vita come una persona fragile, debole e paurosa per cui basterà che al momento del processo di Gesù ci sia una serva che lo accusa di essere uno di quelli che stanno con Gesù (che non è mica una grande accusa di per se, e poi Gesù non è ancora stato condannato, e in ogni modo loro non c’entrano), basterà questo per far andare Pietro in tilt.

Non ragiona più, non ci vede più non capisce più e incomincia a difendersi nei modi più strani: “Non lo conosco! Non l’ho mai conosciuto!”.

Pietro non è particolarmente solido, non è una realtà che venga dal suo carattere, non è un carattere fermo. Eppure: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”.

Ora forse voi ricordate che nell’Antico Testamento l’immagine della roccia è riferita generalmente a Dio stesso: Dio è “roccia”.

All’inizio del salmo 18, un bellissimo salmo che ha un bellissimo inizio, c’è una serie di appellativi applicati a Dio: (Sal 18, 2-3)

[2] Ti amo, Signore, mia forza,

[3] Signore mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; mio Dio, mia rupe in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza.

Allora: “Ti amo, Signore, perché tu sei la mia vita, la mia roccia, la mia rupe”.

E ancora nel Salmo 71 viene usata questa immagine: (Sal 71, 3-4)

[3] Sii per me rupe di difesa, baluardo inaccessibile, poiché tu sei mio rifugio e mia fortezza.

[4] Mio Dio, salvami dalla mano dell’empio; dalle mani dell’iniquo e dell’oppressore.

Dicono che dietro a questa immagine ci sta un ricordo mitologico, l’immagine tipica di quella rupe originaria che sta in mezzo all’oceano e che è poi il fondamento su cui è stata impostata la terra. Quindi in mezzo alle acque che sono caotiche e che sono pericolose e instabili, c’è una roccia, una roccia solida.

Questa roccia è Dio.

Ma proprio perché la roccia è Dio, diventa ancora più strano la frase: “Tu sei roccia e su questa roccia edificherò la mia Chiesa”. Perché può dire questo?

Semplicemente per quello che abbiamo ascoltato: perché Pietro è un povero uomo, è un uomo limitato e instabile come noi, ma ha fatto una professione di fede.

E la professione di fede ha come una proprietà transitiva; vuole dire che, quando uno fa la professione di fede in qualche cosa, assume le qualità di quello in cui crede.

Voglio dire: se uno ha fede nei soldi, la sua vita diventa simile ai soldi, diventa forte dal punto di vista sociale, perché i soldi sono forti, ma diventa freddo dal punto di Vista personale, perché i soldi sono freddi, sono insensibili, sono inumani. Se uno mette la sua fede nei soldi diventa così. Se uno mette la sua fede nel potere, diventa cinico, perché il potere è cinico e allora l’uomo che crede nel potere gli assomiglia. Allora vuole dire che se uno crede in Dio prende le proprietà di Dio. Mica perché uno è particolarmente bravo, forte o intelligente, ma semplicemente perché si è aggrappato a Dio, con la professione di fede, appoggia la sua vita su di Lui e assume le proprietà e la fisionomia di Colui in cui crede, cioè Dio.

Se uno crede in Dio (e torno a dire: mica solo con le parole), ma effettivamente, con il suo cuore e la sua vita, allora assomiglierà a Dio; avrà quella misericordia e quella stabilità che è propria di Dio.

Se Dio è roccia, anche Pietro, con tutti i suoi limiti, può diventare roccia: “Tu sei pietra e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”.

È la prima volta che Gesù usa questa espressione, e notate come la usa: non dice: “edificherò la Chiesa”, ma dice: “edificherò la mia Chiesa”.

E si può dire che tutto il progetto di vita, che Gesù ha voluto stabilire, aveva come scopo esattamente questo: edificare una Chiesa, cioè una comunità, una assemblea, che fosse, però, la sua comunità; “sua” nel senso che riceve la sua vita da Lui.

La Chiesa vive di quell’energia che riceve da Gesù. E proprio perché riceve la vita da Gesù, vive secondo l’insegnamento, l’esempio, il Vangelo di Gesù. Quindi “la mia Chiesa” vuole dire: “una comunità che mi appartenga e mi esprima”, nella quale Gesù possa esprimere se stesso.

Vuole dire: voi siete la Chiesa di Gesù, la comunità di Gesù, perché se state insieme certamente non è per degli altri motivi, non avete degli interessi in comune. Quello che avete in comune è il riferimento a Gesù Cristo, il fatto che ciascuno di voi dice a Gesù Cristo, con maggiore o minore intensità: “Signore, hai ragione, io sono disposto a prenderti come riferimento essenziale della mia vita”.

Questo è quello che vi mette insieme: siete la comunità di Gesù Cristo. E siccome siete la comunità di Gesù, sapete che la vostra vita vi è donata dal Signore, per cui vi nutrite di Gesù Cristo nell’Eucaristia, per cui accogliete la sua parola nella meditazione, nel Vangelo, perché diventi la sorgente dei vostri comportamenti e dei vostri pensieri.

E proprio perché siete la comunità di Gesù, lo dovete esprimere.

Esprimere vuole dire che i vostri comportamenti debbono essere cristiani.

“Cristiani”: cioè che esprimono Gesù Cristo e fanno vedere Gesù Cristo; se vi guardo, da qua devo vedere com’è fatto Gesù Cristo, com’è fatto il Vangelo.

Posso studiare il Vangelo prendendo il libro, ma io posso anche studiare il Vangelo guardando voi, dovrei poter studiare il Vangelo guardando voi.

Se siete la comunità di Gesù, “la sua Chiesa”, allora lo dovete rappresentare.

Dicevamo: l’appartenenza a questa comunità dipende, naturalmente, dal rapporto con Gesù, dalla professione di fede in Gesù: questo è il fondamento della Chiesa. E questo è il fondamento che continuamente dobbiamo rimettere in piedi.

Voglio dire: lo sappiamo tutti che la parrocchia, la comunità cristiana, e costituita dai credenti; però è anche vero che, molte volte, la professione di fede in Gesù non è una professione di fede personale: nel senso che appartengo alla comunità cristiana perché vi appartenevano i miei genitori, i miei nonni e i miei bisnonni; o appartengo alla comunità cristiana perché mi sono trovato in un gruppo di amici, il gruppo dei giovani della parrocchia, con cui abbiamo potuto fare cose interessanti e valide.

Tutte queste motivazioni sono valide, per amor del cielo; dire: sono cristiano perché erano cristiani i miei genitori, è straordinariamente bello. Ma è insufficiente.

Bisogna che ad un certo punto uno possa dire:

“Io sono cristiano perché ho scelto di essere cristiano! Perché ho visto Gesù Cristo e so che ha ragione! L’ho verificato nella ‘mia’ vita, con i miei comportamenti”.

Che non vuol dire: sono perfetto e so mettere in pratica il Vangelo, ma vuol dire: Conosco abbastanza bene Gesù Cristo da potere e dovere impegnare per Lui la mia vita. Bisogna che la professione di fede diventi personale; altrimenti la comunità cristiana diventa una comunità instabile: un po’ uno viene, un po’ sta a casa; a qualche sacramento partecipa, a qualcun altro no, secondo i tempi, secondo la voglia. Non c’è una scelta, non c’è una decisione vera.

E invece il punto di partenza deve essere questo: bisogna ripartire dalla professione di fede, dal dire: “Signore, io credo in te”.

E il primo passo dei nostri Esercizi è questo.

Potrebbe anche diventare l’ultimo passo, nel senso che uno ci potrebbe arrivare con calma in questi tre giorni, e fare della professione di fede il contenuto unico degli esercizi. E sarebbe, in fondo, abbastanza.

Però, sulla professione di fede si costruisce poi una comunità: ed è quello che dovremo tentare di vedere nelle meditazioni successive, cioè quello che il Signore esprime nei capitoli 16, 17 e 18 del Vangelo secondo Matteo. Tenteremo poi pian piano di vederlo.

Ma il punto di partenza, dicevo, è questo.

“Questo” cosa vuol dire? Vuol dire che in questo tempo, che avete a disposizione per la meditazione, voi potete rileggere il Vangelo, un capitolo o due o tutti quelli che stanno prima del cap. 16, fino alla professione di fede di Pietro.

Ma poi dovete soprattutto arrivare a rinnovare voi la professione della fede. Vi dovete chiedere quanto vale effettivamente Gesù Cristo per voi, quanto dei vostri comportamenti è segnato dalla sua presenza, dal riferimento a Lui. E quanto, invece, non è segnato da Gesù Cristo, quanto va avanti per conto suo.

E vi dovete chiedere se, dentro al vostro cuore, siete convinti che Gesù Cristo ha ragione.

Torno a dire: non è una questione di studio per cui uno debba studiare prima duemila libri per arrivare a dire: le cose stanno così; è una scelta come la scelta del matrimonio. Bisogna conoscere abbastanza Gesù per poter dire: “Mi fido di Te” e per poter capire che tipo di vita Egli ha vissuto e ci presenta.

Ma una volta che uno conosce questo, e credo che fondamentalmente lo conosciate tutti, perché a Messa ci siete andati e il Vangelo lo conoscete almeno grosso modo; una volta che questa conoscenza c’è, abbiamo la possibilità di dire: “Signore, credo in Te”.

Bisogna però che lo diciamo col cuore, che diventi davvero una scelta che impegna la nostra esistenza, che ci costringe a fare certe scelte magari non straordinarie: non è che uno debba andare nei Francescani e quindi fare il voto di povertà, ma vuole dire: quello che vivo, la mia famiglia, il lavoro, lo debbo vivere da cristiano.

Questa scelta deve valere per me, per ciascuno, e solo su questa base riusciremo poi a costruire quella comunità, quella riflessione sulla comunità che ci interessava.

Aggiungo solo un elemento per la meditazione da fare.

Allora, in questi giorni noi faremo sempre riferimento alla Parola di Dio, al Vangelo; allora, prima di tutto leggetelo; qualche volta lo potreste anche copiare; copiare un brano del Vangelo sul quaderno non è un grande esercizio complicato, lo fanno in prima elementare, però è un modo per capire meglio ed interiorizzarlo.

Uno prova a riscrivere con la sua mano il Vangelo.

Poi alcune frasi o parole le dovete imparare a memoria. Anche questo non è un grande esercizio, però è un esercizio importante, perché imparare a memoria vuole dire: far scendere qualche cosa dentro al proprio cuore. E fare scendere la Parola di Dio dentro al cuore, è una condizione essenziale per gustarla meglio, per legarla meglio alla nostra vita.

Poi naturalmente provate a riprendere le riflessioni che facciamo insieme e ad approfondire l’uno e l’altro punto. Non è mica necessario che vi ricordiate tutto. Non dovete fare molte cose, dovete pensare molto su qualche cosa. È importante che la riflessione vada con calma, in profondità, non che impariate tantissime cose.

E poi, finalmente, dovete pregare.

Cioè, una volta che avete riflettuto su un brano di Vangelo, deve diventare preghiera, ed è la cosa più semplice di questo mondo, perché vuole dire semplicemente che vi rivolgete a Gesù chiamandolo per nome, che gli date del “Tu”. Quando date del “Tu” al Signore, vuol dire che pregate.

Partite dal brano di Vangelo: se il brano di Vangelo dice: “su questa pietra edificherò la mia Chiesa”, io posso chiedere al Signore che renda Lui stesso la mia vita solida come una roccia, che non la renda così incerta, così mutevole come è tante volte la mia vita, per cui un po’ vado di qua e un po’ vado di là, un po’ faccio il bene e un po’ lo dimentico; ma che dia invece Lui una solidità più grande perché lo desidero. Allora glielo posso chiedere. Oppure lo posso ringraziare, perché Lui è una Roccia solida, perché so che, appoggiandomi a Lui, la mia vita riceve quella solidità e fermezza di cui ho bisogno.

Poi tutto quello che volete, legato, dicevo, al brano di Vangelo, dando al Signore del “Tu”.

Ultima cosa: il silenzio, che non è lo scopo degli esercizi, ma è certamente uno strumento, perché è nel silenzio che si ascolta e si capisce meglio; siccome di cose ne sentiamo tante nella nostra vita, non ne abbiamo bisogno di impararne delle altre in più in questi giorni.

In questi giorni vale la pena, invece, che rispetto a tante altre preoccupazioni diventiamo sordi e che riusciamo a dare ascolto per capire meglio e fare con maggiore consapevolezza la nostra professione di fede. E notate: al centro di queste giornate ci stanno le meditazioni che facciamo, ma ci sta prima di tutto l’Eucaristia, perché le meditazioni vorrebbero portarci a vivere l’Eucaristia come un incontro attuale con il Signore. Abbiamo detto della professione di fede: nell’Eucaristia faremo la professione di fede.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

CORSO DI MORALE FONDAMENTALE

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UNA PAROLA PER TE: il capitolo 24 del Vangelo secondo Luca:

Vangelo secondo Luca – 24

1Il primo giorno della settimana, al mattino presto esse si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. 2Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro 3e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. 4Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. 5Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? 6Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea 7e diceva: “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno”». 8Ed esse si ricordarono delle sue parole 9e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. 10Erano Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli apostoli. 11Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse. 12Pietro tuttavia si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide soltanto i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per l’accaduto.
13Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, 14e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. 15Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. 16Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. 17Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; 18uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. 21Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba 23e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». 25Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! 26Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». 27E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
28Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. 30Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. 32Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». 33Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». 35Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
36Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 37Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. 38Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». 40Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
44Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». 45Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture 46e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48Di questo voi siete testimoni. 49Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
50Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. 51Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. 52Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia 53e stavano sempre nel tempio lodando Dio.