LE CARATTERISTICHE DELLA FEDE

III. Le caratteristiche della fede

La fede è una grazia

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Quando san Pietro confessa che Gesù è “il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, Gesù gli dice: “Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” ( Mt 16,17 ) [Cf Gal 1,15; 153 Mt 11,25 ]. La fede è un dono di Dio, una virtù soprannaturale da Lui infusa. “Perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre, e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia “a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità”” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 5].

La fede è un atto umano

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E’ impossibile credere senza la grazia e gli aiuti interiori dello Spirito Santo. Non è però meno vero che credere è un atto autenticamente umano. Non è contrario né alla libertà né all’intelligenza dell’uomo far credito a Dio e aderire alle verità da lui rivelate. Anche nelle relazioni umane non è contrario alla nostra dignità credere a ciò che altre persone ci dicono di sé e delle loro intenzioni, e far credito alle loro promesse (come, per esempio, quando un uomo e una donna si sposano), per entrare così in reciproca comunione. Conseguentemente, ancor meno è contrario alla nostra dignità “prestare, con la fede, la piena sottomissione della nostra intelligenza e della nostra volontà a Dio quando si rivela” [Concilio Vaticano I: Denz.-Schönm., 3008] ed entrare in tal modo in intima comunione con lui.

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Nella fede, l’intelligenza e la volontà umane cooperano con la grazia divina: “Credere est actus intellectus assentientis veritati divinae ex imperio voluntatis a Deo motae per gratiam – Credere è un atto dell’intelletto che, sotto la spinta della volontà mossa da Dio per mezzo della grazia, dà il proprio consenso alla verità divina” [San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, 2, 9; cf Concilio Vaticano I: Denz.-Schönm., 3010].

La fede e l’intelligenza

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Il motivo di credere non consiste nel fatto che le verità rivelate appaiano come vere e intelligibili alla luce della nostra ragione naturale. Noi crediamo “per l’autorità di Dio stesso che le rivela, il quale non può né ingannarsi né ingannare”. “Nondimeno, perché l’ossequio della nostra fede fosse conforme alla ragione, Dio ha voluto che agli interiori aiuti dello Spirito Santo si accompagnassero anche prove esteriori della sua Rivelazione” [Concilio Vaticano I: Denz.- Schönm., 3009]. Così i miracoli di Cristo e dei santi [Cf Mc 16,20; Eb 2,4 ] le profezie, la diffusione e la santità della Chiesa, la sua fecondità e la sua stabilità “sono segni certissimi della divina Rivelazione, adatti ad ogni intelligenza”, sono “motivi di credibilità” i quali mostrano che l’assenso della fede non è “affatto un cieco moto dello spirito” [Concilio Vaticano I: Denz.-Schönm., 3008-3010].

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La fede è certa, più certa di ogni conoscenza umana, perché si fonda sulla Parola stessa di Dio, il quale non può mentire. Indubbiamente, le verità rivelate possono sembrare oscure alla ragione e all’esperienza umana, ma “la certezza data dalla luce divina è più grande di quella offerta dalla luce della ragione naturale” [San Tommaso d’Aquino, Summa teologiae, II-II, 171, 5, ad 3]. “Diecimila difficoltà non fanno un solo dubbio” [John Henry Newman, Apologia pro vita sua].

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“La fede cerca di comprendere “: [Sant’Anselmo d’Aosta, Proslogion, proem: PL 153, 225A] è caratteristico della fede che il credente desideri conoscere meglio colui nel quale ha posto la sua fede, e comprendere meglio ciò che egli ha rivelato; una conoscenza più penetrante richiederà a sua volta una fede più grande, sempre più ardente d’amore. La grazia della fede apre “gli occhi della mente” ( Ef 1,18 ) per una intelligenza viva dei contenuti della Rivelazione, cioè dell’insieme del disegno di Dio e dei misteri della fede, dell’intima connessione che li lega tra loro e con Cristo, centro del Mistero rivelato. Ora, “affinché l’intelligenza della Rivelazione diventi sempre più profonda, lo stesso Spirito Santo perfeziona continuamente la fede per mezzo dei suoi doni” [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 5]. Così, secondo il detto di sant’Agostino, “credo per comprendere e comprendo per meglio credere” [Sant’Agostino, Sermones, 43, 7, 9: PL 38, 258].

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Fede e scienza. “Anche se la fede è sopra la ragione, non vi potrà mai essere vera divergenza tra fede e ragione: poiché lo stesso Dio che rivela i misteri e comunica la fede, ha anche deposto nello spirito umano il lume della ragione, questo Dio non potrebbe negare se stesso, né il vero contraddire il vero” [Concilio Vaticano I: Denz. -Schönm., 3017]. “Perciò la ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio. Anzi, chi si sforza con umiltà e perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza che egli se ne avveda, viene come condotto dalla mano di Dio, il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quello che sono” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 36, 2].

La libertà della fede

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Per essere umana, la risposta della fede data dall’uomo a Dio deve essere volontaria; “nessuno quindi può essere costretto ad abbracciare la fede contro la sua volontà. Infatti l’atto di fede è volontario per sua stessa natura” [Conc. Ecum. Vat. II, Dignitatis humanae, 10; cf Codice di Diritto Canonico, 748, 2]. “Dio chiama certo gli uomini a servire lui in spirito e verità, per cui essi sono vincolati in coscienza ma non coartati… Ciò è apparso in sommo grado in Cristo Gesù” [Conc. Ecum. Vat. II, Dignitatis humanae, 11]. Infatti, Cristo ha invitato alla fede e alla conversione, ma a ciò non ha affatto costretto. Ha reso testimonianza alla verità”, ma non ha voluto “imporla con la forza a coloro che la respingevano. Il suo regno … cresce in virtù dell’amore, con il quale Cristo, esaltato in croce, trae a sé gli uomini” [Conc. Ecum. Vat. II, Dignitatis humanae, 11].

La necessità della fede

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Credere in Gesù Cristo e in colui che l’ha mandato per la nostra salvezza, è necessario per essere salvati [Cf Mc 16,16; Gv 3,36; Gv 6,40 e. a]. “Poiché “senza la fede è impossibile essere graditi a Dio” ( Eb 11,6 ) e condividere le condizioni di suoi figli, nessuno può essere mai giustificato senza di essa e nessuno conseguirà la vita eterna se non “persevererà in essa sino alla fine” ( Mt 10,22; 161 Mt 24,13 )” [Concilio Vaticano I: Denz. -Schönm. , 3012; cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., ].

La perseveranza nella fede

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La fede è un dono che Dio fa all’uomo gratuitamente. Noi possiamo perdere questo dono inestimabile. San Paolo, a questo proposito, mette in guardia Timoteo: Combatti “la buona battaglia con fede e buona coscienza, poiché alcuni che l’hanno ripudiata hanno fatto naufragio nella fede” ( 1Tm 1,18-19 ). Per vivere, crescere e perseverare nella fede sino alla fine, dobbiamo nutrirla con la Parola di Dio; dobbiamo chiedere al Signore di accrescerla; [Cf Mc 9,24; Lc 17,5; Lc 22,32 ] essa deve operare “per mezzo della carità” ( Gal 5,6 ), [Cf Gc 2,14-26 ] essere sostenuta dalla speranza [Cf Rm 15,13 ] ed essere radicata nella fede della Chiesa.

La fede – inizio della vita eterna

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La fede ci fa gustare come in anticipo la gioia e la luce della visione beatifica, fine del nostro pellegrinare quaggiù. Allora vedremo Dio “a faccia a faccia” ( 1Cor 13,12 ), “così come egli è” ( 1Gv 3,2 ). ( 1Gv 3,2 ). La fede, quindi, è già l’inizio della vita eterna:

Fin d’ora contempliamo come in uno specchio, quasi fossero già presenti, le realtà meravigliose che ci riservano le promesse e che, per la fede, attendiamo di godere [San Basilio di Cesarea, Liber de Spiritu Sancto, 15, 36: PG 32, 132; cf San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, 4, 1].

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Ora, però, “camminiamo nella fede e non ancora in visione” ( 2Cor 5,7 ), e conosciamo Dio “come in uno specchio, in maniera confusa…, in modo imperfetto” ( 1Cor 13,12 ). La fede, luminosa a motivo di Colui nel quale crede, sovente è vissuta nell’oscurità. La fede può essere messa alla prova. Il mondo nel quale viviamo pare spesso molto lontano da ciò di cui la fede ci dà la certezza; le esperienze del male e della sofferenza, delle ingiustizie e della morte sembrano contraddire la Buona Novella, possono far vacillare la fede e diventare per essa una tentazione.

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Allora dobbiamo volgerci verso i testimoni della fede: Abramo, che credette, “sperando contro ogni speranza” ( Rm 4,18 ); la Vergine Maria che, nel “cammino della fede”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 58] è giunta fino alla “notte della fede” [Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris Mater, 18] partecipando alla sofferenza del suo Figlio e alla notte della sua tomba; e molti altri testimoni della fede. “Circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede” ( Eb 12,1-2 )

FONTI CRISTIANE – LUCA

  • 135. Il terzo vangelo è attribuito a Luca: nome che forse è una abbrevazione di Lucano. Nel cristianesimo della prima generazione, Luca appare come un sa­tellite dell’astro di Paolo, che lo chiamail caro medico (Coloss., 4,14). Originario d’Antiochia, non giudeo ma ellenista di stirpe e d’e­ducazione, Luca era entrato nel cristianesimo parecchio prima del­l’anno 50, sebbene certamente non fosse stato discepolo di Gesù e non l’avesse mai veduto. Poco dopo il 50 egli è a fianco a Paolo nel suo secondo viaggio missionario (Atti, 16, 10 segg.), probabilmente anche per prestare la sua opera di medico a causa della recente malattia dell’apostolo (cfr. Galati, 4, 13, con Atti, 16, 6); da quel tempo Luca riappare in quasi tutte le peregrinazioni di Paolo come l’ombra di lui, salvo un distacco probabilmente lungo dopo la co­mune permanenza a Filippi (cfr. Atti, 16, 40, con 20, 5). Ricongiun­tosi con Paolo di nuovo a Filippi durante il terzo viaggio dell’apo­stolo, verso il 57, lo accompagnò nel resto del viaggio fino a Geru­salemme (Atti, 21, 15). Durante il biennio passato da Paolo in prigione a Cesarea (anni 58-60), sembra che Luca non potesse restargli vicino; ma lo accompagnò amorevolmente nel suo viaggio a Roma, partecipando sulla stessa nave alle fortunose peripezie del passaggio (Atti, 27, 1 segg.). Nella prima prigionia dell’apostolo a Roma, Luca gli stava dappresso: più tardi, fedele fino alla morte, lo assisté an­che nella seconda prigionia romana meritandosi da Paolo, in quella lettera ch’è quasi il testamento del declinante apostolo, la commo­vente attestazione: Il solo Luca e’ con me (II Tim., 4, 11). Scrivendo ai Corinti, sul finire dell’anno 57, Paolo allude, senza nominarlo, ad un fratello la cui lode e’ nel vangelo per tutte le chiese (II’ Cor., 8, 18). Insieme con altri antichi, S. Girolamo stimò che questo inno­minato fratello sia appunto Luca, e soggiunge anche l’opinione di altri secondo i quali ogni volta che Paolo nelle sue let­tere dice “secondo il mio vangelo”, alluda al volume di Luca. Se quest’ultima opinone è del tutto infondata, la prima non è molto at­tendibile qualora si riferisca al vangelo scritto da Luca, essendo som­mamente improbabile che questo vangelo fosse già redatto quando Paolo scriveva la lettera in questione: tanto più che giammai altro­ve, nelle Lettere di Paolo, il termine “vangelo” designa un deter­minato scritto, ma solo l’annunzio della “buona novella” (§ 105 segg.). Al contrario, l’identificazione dell’ignoto fratello con Luca può avere un serio grado di probabilità, qualora nel “vangelo” attribui­togli si scorga, non già un determinato scritto, ma l’operosità di chi era “evangelista” nel senso primitivo che già vedemmo (§ 109), ossia propagatore orale della “buona novella”. In tal caso Luca, an­che prima di ricorrere alla scrittura, avrebbe diffuso largamente nel­le chiese dell’apostolato di Paolo una determinata catechesi orale; della quale, nel frattempo, lo stesso Luca riesaminava il contenuto diligentemente (cfr. Luca, 1, 3), per arricchirlo di altri elementi e disporlo in un conveniente “riordinamento” (cfr. in Luca, 1, 1), finché poi giudicò opportuno fissarlo in iscritto. Questa interpretazione appare tanto più verosimile, quanto più pro­babile risulta da recenti studi che Paolo stesso seguisse nel suo apostolato una determinata forma di catechesi, non soltanto orale, ma anche parzialmente scritta. Perciò il fedele Luca sarebbe giusta­mente il più insigne rappresentante, dopo Paolo, di questa catechesi, ossia sarebbe il fratello la cui lode é nella “buona novella” diffusa da Paolo in tutte le chiese da lui fondate.

  • 136. Comunque si giudichi questa ipotesi, a Luca è attribuito sia il terzo vangelo, che mostra spiccata affinità con gli scritti di Paolo, sia il libro degliAtti di(meglio che degli) Apostoli, che tratta in gran parte delle vicende di Paolo e contiene ampi tratti in cui il narratore parla in prima persona plurale, svelandosi perciò anch’egli presente alle vicende narrate. Tale attribuzione a Luca, confermata dall’identità di autore che risulta dai prologhi dei due scritti (cfr. Luca, 1, 1-4, con Atti, 1, 1-2), non solo è concorde presso gli antichi scrittori, ma trova consenzienti – cosa piuttosto rara – anche la massima parte dei più autorevoli studiosi moderni. Le testimonianze, tuttavia, sono posteriori a quelle riguardo a Mat­teo e a Marco, giacché non risalgono più in su della seconda metà inoltrata del secolo Il. Il cosiddetto Frammento Muratoriano, cioè un catalogo dei libri sacri ammessi dalla chiesa di Roma che fu com­posto verso l’anno 180 e scoperto da L. A. Muratori nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, cosi si esprime nel suo orrido latino (qua e là corretto): Tertium evangelii librum secundum Lucam. Lucas iste medicus, post ascensum Christi cum eum Paulus quasi ut iuris stu­diosum secum adsumpsisset nomine suo cx opinione conscripsit; Do­minum tamen nec ipse vidit in carne, et ideo prout asse qui potuit, ita et a nativitate Johannis incepit dicere. – Verso lo stesso tempo, Ireneo afferma: Anche Luca, seguace di Paolo, compose in un libro il vangelo predicato da quello. Alla fine del secolo II risalgono anche i vari Prologhi, greci o latini, premessi al terzo vangelo, che vanno sempre più accrescendosi di no­tizie con lo scendere lungo i secoli, pur concordando nella sostanza; di questa può essere un saggio il prologo detto Monarchiano, che dice: Luca Siro, di nazione Antiocheno, medico di professione, discepolo degli Apostoli, piu’ tardi fu seguace di Paolo fino alla confessione (martirio) di lui servendo Dio senza delitto. Poiché, non avendo avu­to moglie mai né figli, di anni 74 (altri 84) morì in Bitinia (altri Beozia) pieno di Spirito santo. Costui, essendo già stati scritti i van­geli di Matteo in Giudea e di Marco in Italia, per impulso dello Spirito santo nelle parti di Acaia scrisse questo vangelo, mostrando anch’egli a principio che dapprima erano stati scritti gli altri; ecc. Le successive testimonianze non fanno che confermare questi punti principali (Tertulliano, Adv. Marcio n., jv, 5; Clemente Aless., Stro­mata, I, 21, 145; Origene, in Matt., toin. I, in Migne, Patr. Gr., 13, 830; ecc.): merita tuttavia di essere citato Eusebio, a guisa di ri­capitolatore della tradizione: Luca, ch’era per discendenza di Antio­chia e per arte medico, restò congiunto il piu’ a lungo con Paolo, ma anche con gli altri apostoli trattò non incidentalmente Della scienza di guarire le anime ch’e gli aveva appresa da costoro, ci lasciò la pro­va in due libri divinamente ispirati: (in primo luogo) il Vangelo, che egli attesta di aver composto secondo le cose che gli tramandarono coloro che dall’inizio furono testimoni oculari e inservienti della pa­rola, ed alle quali tutte egli dice pure di essere riandato appresso dal principio (cfr. Luca, 1, 1-4); e (in secondo luogo) gli Atti degli Apo­stoli, che egli coordinò per informazione non già di udito ma di ve­duta. Ha il suo peso anche la notizia dataci da Ireneo e da Tertulliano, secondo cui l’eretico Marcione, verso l’anno 140, accet­tava dei vangeli canonici solo quello di Luca, sebbene lo mutilasse adattandolo alle sue dottrine.

  • 137. Le qualità di Luca, ellenista, medico, discepolo di Paolo, si riscontrano abbastanza chiare nel suo vangelo. Il letterato ellenista appare fin dalle prime linee del suo primo scritto le quali, in contrasto con l’uso seguito in tutti gli altri libri del Nuovo Testamento ma conforme all’uso ellenistico, contengono un elaborato prologo questo, inoltre, mostra sorprendenti rassomi­glianze di espressioni e di ripartizioni col prologo che al suo libroSulla materia medicapremetteva quel Pedanio Dioscuride che era non solo collega per professione e contemporaneo per età con Luca, ma essendo nativo della regione di Tarso, era anche conterraneo di Paolo. Il greco di Luca, poi, non è certo quello classico dell’Attica, tuttavia mostra una raffinatezza non comune per uno scrittore elle­nistico: il lessico è ricco e spesso letterario, la frase di solito tornita e dignitosa, cosicché i moderni filologi, proclamando il suo stile su­periore a quello degli altri vangeli, concordano in sostanza con S. Girolamo per il quale Luca inter omnes evangelistas greci eruditis­simus fuit, quippe ut medicus. Non mancano tuttavia i semitismi di costruzione e anche di lessico; i quali sono numerosi specialmente nei due primi capitoli che contengono la narrazione dell’infanzia di Gesù, mostrandosi cosi ivi una più stretta dipendenza del narratore da documenti semitici relativi a quell’argomento. Che lo scrittore del terzo vangelo sia stato un medico, non si potreb­be certamente provare dal semplice esame del suo scritto: tuttavia parecchi sono i tratti che servono da ottima conferma alla primitiva tradizione che lo presenta qual medico. Pazienti ricerche moderne hanno segnalato numerosi termini tecnici impiegati da Luca che hanno riscontro negli scritti di Ippocrate, Dioscuride, Galeno e altri medici greci; è vero che siffatti termini possono riscontrarsi anche presso scrittori profani che affettino occasionalmente conoscenza di materie mediche (ad esempio, presso Luciano), ma il caso di Luca è diverso, giacché egli non aveva motivi particolari per introdurre quella terminologia tecnica nelle narrazioni comuni agli altri Sinot­tici, salvo la ragione d’essere egli stesso medico. Si può anche scoprire che una specie di “occhio clinico” guida il narratore in talune sue descrizioni, specialmente se si confrontino con quelle parallele di Marco: la semeiotica è curata in modo partico­lare nei racconti della suocera di Pietro malata (4, 38-39), dell’inde­moniato dei Geraseni (8, 27 segg.), della donna con profluvio di san­gue (8, 43 segg.), del giovanetto indemoniato (9, 38 segg.), della don­na ricurva (13, li segg.). Il solo Luca narra il sudore di sangue sof­ferto da Gesù nel Gethsemani (22, 44). Nel caso poi della donna con profluvio di sangue è palese in Luca una benigna preoccupazione pro domo sua in favore della classe dei medici; infatti Marco (5, 25-26) rudemente annunzia che la don­na era malata da dodici anni e molto aveva sofferto da parte di molti medici, e dopo aver consumato tutte le sue sostanze non aveva tratto alcun giovamento, ma piuttosto era andata peggio: Luca al con­trario (8, 43, testo greco) omette siffatte notizie, che non potevano esser gradite dai suoi colleghi di professione, e si limita a dire che la donna era malata da dodici anni, né era stata potuta curare da alcuno.

  • 138. Infine il calamo di Luca, più che quello degli altri evangeli­sti, si diletta a delineare Gesù come supremo medico, sia dei corpi sia delle anime. Luca solo lo fa chiamare dai suoi compaesanimedico(4, 23) in atto di sfida: ma poco appresso. quasi in risposta alla sfida, ricorda che una potenza emanava da lui e medicava tutti (6,19; cfr. 5, 17). Spiritualmente, poi, il Gesù tratteggiato da Luca è il misericordioso curatore dell’umanità languente, il pio conforta­tore degli afflitti, il mansueto che perdona ai più traviati: onde con ogni appropriatezza storica Dante Alighieri definisce Luca, pur sen­za nominarlo, come lo scriba mansuetudinis Christi (De monarchia, I, 16). Non meno chiaramente appare nello scritto di Luca il discepolo di Paolo. Una specie di parentela spirituale riannoda il suo scritto con le Lettere di Paolo: molti vocaholi, circa un centinaio, si ritrovano soltanto presso Luca e presso Paolo in tutto il Nuovo Testamento; non rare sono anche frasi tipiche, particolari ai due autori. Ma, più che dalla veste letteraria, la parentela è dimostrata dal pensiero, che insiste sui grandi principii della catechesi di Paolo, quali l’uni­versalità della salvezza operata da Gesù, la “bontà e filantropia”(Tito, 3, 4) di lui, il pregio dell’umiltà e della povertà, la potenza della preghiera, il gaudio di spirito proprio ai fedeli, e altri. Certa­mente questi principii non sono espressi letteralmente conforme a parole di Paolo, giacché Luca non era riguardo a costui quell’e inter­prete che Marco era stato riguardo a Pietro; essi sono tuttavia i lu­minosi fari che dirigono la navigazione di Luca, secondo l’immagine usata già da Tertulliano che vide Luca e illuminato » da Paolo.

  • 139. Quando scrisse Luca il suo vangelo? Certamente dopo gli altri due Sinottici, come afferma la quasi costante tradizione antica che assegnaLucaal terzo posto nella serie cronologica dei vangeli: dunque dopo Marco, che non è posteriore all’anno 61. D’altra par­te Luca ha scritto il vangelo prima degli Atti degli Apostoli, i quali nel prologo stesso si richiamano esplicitamente al precedente vangelo (Atti, 1, 1). Alla loro volta gli Atti, secondo ogni verosimiglianza e conforme al parere largamente predominante fra gli studiosi mo­derni, sembrano scritti avanti alla liberazione di Paolo dalla sua pri­ma prigionia romana (cfr. Atti, 28, 30), e quindi anche avanti alla grande persecuzione di Nerone del 64, cioè, tutto considerato, fra gli anni 63 e 64. Anteriore agli Atti, sebbene di poco tempo, sarebbe dunque il vangelo di Luca. E’ assai probabile che il vangelo ricevesse forma definitiva e vedesse la luce in Roma, piuttosto che in Acaia, o in Egitto, o altrove, come vorrebbero altre oscillanti tradizioni antiche. Pare certo, infatti, che Luca abbia conosciuto ed impiegato il vangelo di Marco, comparso a Roma poco prima che Luca vi giungesse insieme col prigioniero Paolo (cfr. Coloss., 4, 10. 14; Filem., 24). D’altra parte Luca da lungo tempo stava preparandosi alla composizione del suo vangelo e andava raccogliendo materiali per esso, come risulta dal prologo. La sua assistenza al venerato prigioniero, prolungatasi non meno d’un biennio, e la conoscenza del recente scritto di Marco cordialmente accolto dalla cristianità di Roma, dovettero essere due opportune occasioni per Luca onde colorire il suo antico disegno, spingendolo a scrivere in Roma stessa il suo vangelo.

  • 140. Luca indirizza il suo vangelo a una determinata persona, Teofilo, a cui in seguito indirizzerà anche gliAtti;era un attestato di deferenza dedicare uno scritto ad un uomo insigne, e l’uso sarà seguito un trentennio più tardi in Roma stessa anche da Flavio Giu­seppe, che dedicherà ad Epafrodito le sue Antichita giudaiche (1, 8) e il suo Contra Apionem. Il Teofilo di Luca è chiamato, che può equivalere al nostro “eccellentissimo” e designerebbe il grado insigne dell’uomo: ma altro non sappiamo di lui, nonostante le molte congetture antiche e moderne. Ad ogni mo­do, se lo scritto è dedicato a Teofilo, Luca scorge anche dietro a costui molti altri lettori ai quali egualmente s’indirizza. Il prologo a Teofilo, dando occasione a Luca d’esporre le circostan­ze, lo scopo e il metodo del suo scritto, è di sommo valore storico; si può ben chiamare il più importante documento che riguardi diretta­mente il periodo di composizione dei vangeli sinottici. E’ quindi op­portuno riportarlo per intero in traduzione che sia fedele, per quanto è possibile, anche etimologicamente (Luca, 1, 1-4): Poiché molti misero mano a riordinare una narra­zione circa i fatti compiutisi fra noi, secondo che tramandarono a noi coloro che dall’inizio furono testimoni oculari e inservienti della parola: parve bene anche a me, che sono riandato appresso dal principio (o anche da lungo tempo) a tutte le cose diligen­temente, scrivere a te secondo consecuzione, eccellentis­simo Teofilo, affinché tu riconosca la stabilita’ dei discorsi circa i quali fosti catechizzato. Non torniamo sopra alcune notizie che già estraemmo da questo passo: fra cui, che già prima di Luca molti avevano scritto sui fatti di Gesù; che siffatti scritti dipendevano dalla trasmissione orale dei testimoni oculari e degli inservienti della parola, ossia dalla primitiva catechesi della Chiesa (§ 106 segg.). Qui, come fatti nuovi, rileviamo che Teofilo già era stato edotto in quella catechesi, e forse in ma­niera compiuta (come sembra indicare 1’aoristo fosti catechizzato): e perciò, probabilmente, già era battezzato. Inoltre Luca, per for­nire a Teofilo una conferma ed una conoscenza più profonda dei discorsi in cui è stato catechizzato, gli offre il suo scritto, frutto di ricerche che sono state fatte diligentemente su tutte le cose trattate e che sono state condotte fin dal principio dei fatti (o almeno da lungo tempo). Infine la narrazione dei fatti sarà condotta secondo consecuzzone. molti che hanno preceduto Luca non possono essere due soltanto, cioè Matteo Marco noti a noi: il termine molti può far pensare, all’ingrosso, anche a una decina di scritti, benché in questo numero possano benissimo esser compresi anche i due noti a noi. Ma, anche fra questa abbondanza, Luca ha creduto di poter esser utile con un nuovo scritto: egli non è stato testimonio dei fatti, ma le diligen­ti e lunghe ricerche che ha condotte nell’unica miniera di notizie, cioè la trasmissione dei testimoni oculari e degli inservienti della pa­rola, gli fanno sperare che il suo nuovo scritto gioverà ad altri per approfondire la stabihtà dei discorsi catechetici. Il tipo di catechesi seguito da Luca è, come già sappiamo, quello di Paolo. Perciò egli aggiungerà qualche cosa al quadro ordinario della catechesi di Pietro, che cominciava col battesimo di Gesù da parte di Giovanni il Battista; e poiché è riandato appresso dal prin­cipio agli avvenimenti, premetterà la narrazione dell’infanzia di Ge­sù, come già aveva fatto in misura minore anche Matteo. Tutta l’esposizione, poi, sarà secondo consecuzzone, comprendendo in questa parola – a quanto pare – sia la connessione cronologica dei singoli fatti tra loro e con altri fatti più eminenti nella storia profana, sia anche la connessione logica tra cause ed effetti e tra argomenti af­fini. Per quanto possiamo comprendere noi oggi, con la nostra men­talità e con le scarse informazioni che abbiamo, Luca si è attenuto effettivamente a questo suo programma.

  • 141. Egli solo, fra tutti gli evangelisti, ha cura di riconnettere la narrazione con le principali date della storia profana contemporanea (cfr. 2,1-2; 3, 1-2), inquadrando il fatto cristiano nella visione del­l’umanità intera. In ciò egli si dimostra d’ampia visione, che acu­tamente percepisce come il cristianesimo apra una nuova epoca nelle vicende dell’umanità: nella stessa guisa, già due secoli prima, Poli­bio aveva fatto rilevare proprio al principio delle sueStoriecome il dominio di Roma iniziasse un nuovo periodo nella storia della civiltà. Ma, insieme, Luca si dimostra nuovamente discepolo di quel Paolo, che nell’espansione della “buona novella” fra tutte le genti aveva scorto il mistero occultato ai secoli ed alle generazioni, ma che adesso e’ stato svelato ai santi (Coloss., 1, 26). Quanto alla serie cronologica dei fatti in se stessi Luca segue di so­lito Marco, tanto da sembrare che il brevissimo scritto di Marco sia servito a Luca come trama generale: infatti, circa i tre quinti di Marco si ritrovano in Luca. Tuttavia, pur seguendo la trama di Marco, Luca vi opera talune trasposizioni ed omissioni, e soprattutto vi apporta ampie aggiunte: infatti, circa la metà di Luca è propria a questo vangelo, né si ritrova negli altri due Sinottici. In queste aggiunte sono inclusi sette miracoli e una ventina di parabole che non hanno riscontro negli altri vangeli, e soprattutto il racconto della nascita e infanzia di Gesù ch’è diverso da quello di Matteo. Evidentemente queste novità sono frutto delle diligenti ricerche a cui Luca allude nel prologo: ma donde ha egli ricavato tali notizie?

  • 142. Lo stesso prologo indica come fonte la tradizione, senza però specificare; non è difficile tuttavia scorgere, fra itestimoni oculari e gli inservienti della parola, in primo luogo il venerato maestro Pao­lo, e poi anche altre insigni persone che Luca, viaggiando con Paolo, può avere incontrato ad Antiochia, in Asia Minore, in Macedonia, a Gerusalemme, a Cesarea e a Roma: fra questi autorevoli infor­matori non è arrischiato annoverare gli apostoli Pietro e forse anche Giacomo (cfr. Atti, 21, 18), nonché l’”evangelista” Filippo presso cui in Cesarea dimorò Luca (cfr. Atti, 21, 8); non sono esclusi anche altri, circa i quali tuttavia sarebbe inutile perdersi in semplici congetture. Notevole è la menzione particolareggiata di donne: avevano seguito Gesù talune donne ch’erano state curate da spiriti maligni e infer­mità, Maria quella chiamata Magdalena, dalla quale erano usciti sette demoni, e Giovanna moglie di Chuza sovrintendente di Erode, e Susanna e molte altre, le quali ministravano ad essi dalle loro proprie sostanze (Luca, 8, 2-3; cfr. 24, 10). Né Giovanna nè Susan­na sono nominate da altri evangelisti, benché fossero donne di alto grado sociale e facoltose; probabilmente Luca, menzionandole, vuole con discrezione indicare una fonte delle sue informazioni. Non meno discreta, ma assai più precisa, è l’allusione a un’altra donna d’incomparabile dignità e importanza, cioè alla stessa madre di Gesù. Di parecchi fatti narrati da questo vangelo circa il concepi­mento, la nascita e l’infanzia di Gesù, soltanto sua madre Maria po­teva essere testimone ed informatrice; ed ecco che Luca durante quella narrazione, per due volte, e a breve distanza, e quasi con gli stessi termini, ammonisce che Maria conservava tutte queste parole, convolgendole nel suo cuore (2, 19), e poco appresso che la madre di lui serbava tutte le parole nel suo cuore (2, 51). Questa insistenza di pensiero e di espressione è eloquente nella sua ponderata discre­zione. Se Luca abbia conosciuto o no Maria personalmente, non risulta: ma anche nel caso che non le abbia parlato, precise infor­mazioni fornite da lei gli possono essere peivenute attraverso l’apo­stolo Giovanni, il figlio adottivo assegnato a Maria da Gesù moren­te e nella cui casa ella dimorò dopo la morte del figlio vero (Gio­vanni, 19, 26-27). Una tardiva tradizione, non attestata prima di Teodoro il Lettore (secolo vVI, presenta Luca come pittore d’un ri­tratto di Maria, il quale dalle leggende posteriori fu largamente moltiplicato: ma il ritratto della madre di Gesù fu in realtà dipinto dal calamo, non dal pennello, di Luca nella sua descrizione dell’in­fanzia di Gesù, che si svolse sotto lo sguardo della madre sua e i cui vari episodi divennero più tardi temi classici dei pittori cristiani. E’ inoltre assai probabile che per il racconto dell’infanzia, il quale contiene fra altro carmi metrici, Luca si sia servito anche di docu­menti ebraici o aramaici; la sua stretta dipendenza da essi spiegherebbe adeguatamente la straordinaria frequenza di semitismi nel greco di questo racconto. Ma pure sull’indole e provenienza di questi documenti. nulla si può affermare di sicuro, oltre a ciò che Luca stesso dice vagamente nel prologo; né le varie congetture moderne possono supplire a questa mancanza di dati antichi.

  • 143. Luca non scrive soltanto per Teofilo, ma anche per i cristia­ni che si trovano più o meno nelle condizioni di spirito del destina­tario. Sono i cristiani delle chiese fondate da Paolo, composte in pre­valenza da fedeli provenienti dal paganesimo; del resto già Origene aveva notato che il vangelo di Luca eraper quelli (provenienti) dai gentili. Aggiunge infatti spiegazioni che sarebbero state superflue per lettori giudei, ad esempio che la festa giudaica degli Azimi si chiamava Pasqua(Luca, 22, 1); e invece tralascia cose che sarebbero state fraintese da chi proveniva dal gentilesimo, come il precetto dato da Gesù agli Apostoli di non andare per la via dei gentili (Matteo, 10, 5: precetto non riportato neppure da Marco, per la stessa ragione di Luca). Altre volte attenua espressioni che sonavano troppo dure per gentili, come quando invece di dire non fanno ciò anche i gentili? (Matteo, 5, 47) dice fanno ciò anche i peccatori (Luca, 6, 33); per la stessa preoccupazione di delicatezza aggiunge, invece, fatti partico­lari che risultavano a onore dei gentili, come la buona accoglienza fatta da Giovanni il Battista ai soldati (3, 14), la generosità del cen­turione verso di Giudei (7, 4-5), e perfino la carità e la gratitudine che si potevano ritrovare presso gli aborriti Samaritani (10, 33-35; 17, 15-18). Soprattutto poi, lo scritto di Luca vuol essere la “buona novella” della bontà e della misericordia. Il discepolo di Paolo, che si rivolge ai cristiani di Paolo, dipinge Gesù non solo come salvatore di tutti gli uomini indistintamente, ma come amico in modo particolare dei piu’ traviati, dei più umili e diseredati sulla terra. Se questa presen­tazione di Gesù quale supremo medico spirituale indusse Dante a designare Luca quale scriba mansuetudinis Christi (§ 138), indusse pure il Renan a definire questo vangelo il piu’ bel libro che esista: nella quale definizione l’iperbole abituale nello scrittore francese ha molto minor parte che in altri giudizi di lui. La parabola del figliuol prodigo, miracolo letterario di potenza psicologica, è riferita dal solo Luca. Soltanto Luca fa che il pastore si metta proprio sulle spalle la ritrovata pecora perduta e giunto a casa ne faccia gran festa con gli amici (15, 5-6; mancante in Matteo, 18, 13); come pure soltanto Luca parla della donna che ritrova la dramma perduta, e che se ne rallegra con le amiche come si fa gaudio al cospetto degli angeli d’iddio per un solo peccatore che si penta (Luca15, 8-10). Non altri che Luca riporta le parole di Gesù morente Padre, perdona loro, perché non sanno che cosa fanno!, e subito appresso quelle altre con cui il morente promette il paradiso al ladrone pen­tito che gli agonizza a fianco (23, 34.43).

  • 144. Anche da un altro aspetto appare l’indole vera dello scritto di Luca. Si ripensi qual era, nella sua realtà, la società in mezzo a cui vivevano i lettori di questo vangelo. A Roma stessa insieme con Luca abitava Seneca, il quale tranquilla­mente affermava che la donnaimpudens animai est et… ferum, cu­piditatum incontinens (De constantia sapientis,xiv, 1); un altro con­temporaneo abitante dell’Urbe era Petronio l’Arbitro autore di quel Satiricon che, se è il libro piu’ cinicamente osceno trasmessoci dalla romanità classica, è anche fedele specchio del fasto orienta­lesco riserbato in quella società ad alcuni pochi, fra moltitudini sterminate di proletari e di schiavi. Eccezioni non saranno mancate: ma non potevano esser molte, e ad ogni modo erano più teoretiche che pratiche. Appunto il “Seneca morale”, mentre ragionava egre­giamente di virtù civili ed umane, definiva la donna nella maniera testé vista; e mentre dettava la sentenza di sapore cristiano parem autem deo pecunia non faciet: deus nihil habet… nudus est (Epist., 31, 10), confessava davanti a Nerone di possedere immensam pecunium e di fare l’usuraio, dimostrando di non avere alcuna voglia di restar nudo come il suo Dio. Era insom­ma la società esattamente riassunta da quel Claudio Secondo, che aveva scritto sulla propria tomba: Balnea vina venar corrumpunt corpora nostra, sed vitam faciunt bainea vina venus. Era la società in cui imperava, quasi assoluto, il binomio “lussuria e lusso”. In antitesi perfetta all’indole di quella società è l’indole dello scritto di Luca, che è il vangelo di esaltazione per la donna, di encomio per la povertà, di laude per la giocondità della vita semplice ed umi­le: uno scritto che si può riassumere nel binomio “purità e po­vertà”, non senza aggiungervi quello spirito di perfetta letizia che si sarebbe tentati di definire francescano, se già dapprima non fosse stato tipicamente lucano. Le donne del vangelo di Luca, mentre hanno una probabile parte come informatrici, ne hanno certamente una molto onorevole come attrici. Oltre a figure di primo piano, quali Maria madre di Gesù ed Elisabetta madre di Giovanni il Battista, il solo Luca presenta la profetessa Anna (2, 36-38), la vedova di Naim (7, i 1 segg.), la peccatrice anonima (7, 37 segg.), la donna ricurva (13, 10 segg.), l’altra donna che proclama beata la madre di Gesù (2, 27-28), la massaia Marta (10, 38 segg.), le donne della via dolorosa (23, 27 segg.): i quali ritratti femminili saranno di molto accresciuti nei successivi Atti, costituendo nell’insieme una pinacoteca che mette la donna in una luce affatto diversa da quella della contemporanea società pagana.

§ 145. Insieme con la purità, il vangelo di Luca esalta la povertà. Mentre il Discorso della montagua in Matteo ripete nove volte la felicitazione Beati…!, Luca la ripete solo quattro volte, ma in com­penso aggiunge quattro volte la maledizione Guai…!, che è indirizzata tutte e quattro le volte ai ricchi e gaudenti (6, 20-26); cosi pure, mentre la prima felicitazione è rivolta in Matteo ai poveri in ispirito, da Luca è. rivolta ai poveri semplicemente. In armonia con ciò il solo Luca ricorda espressasnente la bassezza della madre di Gesù (1, 48) e la povertà della sua of­ferta al Tempio (2, 24), la squallida nascita di Gesù a Beth-lehem e la miseria dei garzoni di greggi che furono i suoi primi adoratori; dal solo Luca è riferito che Gesù, parlando nella sinagoga di Na­zareth, applicò a se stesso le parole di Isaia: “Lo spirito del Signore e’ su me: perciò mi unse per evangelizzare ai poveri” (4, 18); e se Luca riporta insieme con Matteo le parole di Gesù: Le volpi hanno le tane… ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo (9, 58), egli solo ci dice che alcune facoltose donne gli apprestavano il ne­cessario dalle proprie sostanze (8, 3). Anzi nello scritto di Luca af­flora cosi frequentemente l’esaltazione della povertà, che qualche studioso moderno ha creduto riscontrarvi l’influenza della antica setta degli Ebioniti (“poveri”), costituita da cristiani provenienti dal giu­daismo; ma appunto tale provenienza basterebbe ad escludere quel­l’influenza da uno scritto come questo, del tutto alieno dallo spirito giudaico e animato invece da spirito universalistico, mentre l’avversione alle ricchezze è adeguatamente spiegata dalla reazione al­l’indole della contemporanea società pagana. Conseguenza della predilezione per la purità e per la povertà sem­bra essere quello spirito di giocondità serena, quasi poetica, che aleggia su questo vangelo. Già S. Paolo aveva raccomandato ai suoi fedeli: Gioite nel Signore sempre; nuovamente dico: Gioite! (Filipp., 4, 4), tornando anche altrove con parole identiche o equivalenti sulla stessa raccomandazione: Gioite sempre! (I Tessal., 5, 16; cfr. Romani, 12, 12; ecc.). La ragione di questa gioia era che il regno di Dio… e giustizia e pace e gaudio nello Spirito santo (Rom., 14, 17), e che il frutto dello Spirito e’ amore, gaudio, pace, ecc. (Galati, 5, 22). Anche in ciò il discepolo va appresso al maestro. Il vangelo di Luca, nei due primi capitoli, contiene singolari espressioni di questo gaudio spirituale, cioè quattro composizioni metriche (Magnificat; Benedictus; Gloria in altissimis; Nunc dimittis) non reperibili negli altri vangeli; infine tutto lo scritto termina narrando come gli Apo­stoli, dopo aver assistito all’ascensione di Gesù, tornarono a Gerusalemme con gaudio grande, e stavano del continuo nel tempio benedicendo iddio (24, 52-53). E cosi’ lo scriba mansuetudinis Christi diventa anche il giullare di Dio nella perfetta letizia.

L’ANALOGIA DEL CAPO E DEL CORPO

ES  – IT  – PT ]

 

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 25 agosto 1982

1. Nelle precedenti considerazioni sul quinto capitolo della lettera agli Efesini (Ef 5, 21-33) abbiamo richiamato particolarmente l’attenzione sull’analogia del rapporto che esiste tra Cristo e la Chiesa, e di quello che esiste tra lo sposo e la sposa, cioè tra il marito e la moglie, uniti dal vincolo sponsale. Prima di accingerci all’analisi dei brani ulteriori del testo in questione, dobbiamo prendere coscienza del fatto che nell’ambito della fondamentale analogia paolina: Cristo e Chiesa da una parte, uomo e donna, come coniugi, dall’altra, vi è pure un’analogia supplementare: l’analogia cioè del Capo e del Corpo. Ed è proprio questa analogia a conferire un significato principalmente ecclesiologico all’enunciato da noi analizzato: la Chiesa, come tale, è formata da Cristo; è costituita da lui nella sua parte essenziale, come il corpo dal capo. L’unione del corpo con il capo è soprattutto di natura organica, è, in semplici parole, l’unione somatica dell’organismo umano. Su questa unione organica si fonda, in modo diretto, l’unione biologica, in quanto si può dire che “il corpo vive dal capo” (anche se, in pari tempo, sebbene in un altro modo, il capo vive dal corpo). E inoltre, se si tratta dell’uomo, su questa unione organica si fonda anche l’unione psichica, intesa nella sua integrità e, in definitiva, l’unità integrale della persona umana.

2. Come già è stato detto (per lo meno nel brano analizzato), l’Autore della lettera agli Efesini ha introdotto l’analogia supplementare del capo e del corpo nell’ambito dell’analogia del matrimonio. Sembra perfino che abbia concepito la prima analogia: “capo-corpo”, in maniera più centrale dal punto di vista della verità su Cristo e sulla Chiesa, da lui proclamata. Tuttavia, bisogna ugualmente affermare che non l’ha posta accanto o al di fuori dell’analogia del matrimonio come legame sponsale. Anzi, al contrario. Nell’intero testo della lettera agli Efesini (Ef 5, 22-33), e specialmente nella prima parte, di cui ci stiamo occupando (Ef 5, 22-23), l’Autore parla come se nel matrimonio anche il marito sia “capo della moglie”, e la moglie “corpo del marito” come se anche i coniugi formino una unione organica. Ciò può trovare il suo fondamento nel testo della Genesi, in cui si parla di “una sola carne” (Gen 2, 24), ossia in quello stesso testo, al quale l’Autore della lettera agli Efesini si riferirà tra poco nel quadro della sua grande analogia. Nondimeno, nel testo del libro della Genesi viene chiaramente posto in evidenza che si tratta dell’uomo e della donna, come di due distinti soggetti personali, i quali decidono coscientemente della loro unione coniugale, definita da quell’arcaico testo con i termini: “una sola carne”. E anche nella lettera agli Efesini, questo è ugualmente ben chiaro. L’Autore si serve di una duplice analogia: capo-corpo, marito-moglie, al fine di illustrare con chiarezza la natura dell’unione tra Cristo e la Chiesa. In un certo senso, specialmente in questo primo passo del testo agli Efesini 5, 22-33, la dimensione ecclesiologica sembra decisiva e prevalente.

3. “Le mogli siano sottomesse ai mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei…” (Ef 5, 22-25). Questa analogia supplementare “capo-corpo” fa sì che nell’ambito dell’intero brano della lettera agli Efesini 5, 22-23 abbiamo a che fare con due soggetti distinti, i quali, in virtù di un particolare rapporto reciproco, diventano in certo senso un solo soggetto: il capo costituisce insieme al corpo un soggetto (nel senso fisico e metafisico), un organismo, una persona umana, un essere. Non vi è dubbio che Cristo è un soggetto diverso dalla Chiesa, tuttavia, in virtù di un particolare rapporto, si unisce con essa, come in una unione organica del capo e del corpo: la Chiesa è così fortemente, così essenzialmente se stessa in virtù di una unione con Cristo (mistico). È possibile dire lo stesso dei coniugi, dell’uomo e della donna, uniti in un legame matrimoniale? Se l’Autore della lettera agli Efesini vede l’analogia dell’unione del capo con il corpo anche nel matrimonio, questa analogia, in un certo senso, sembra rapportarsi al matrimonio in considerazione dell’unione che Cristo costituisce con la Chiesa e la Chiesa con Cristo. Quindi l’analogia riguarda soprattutto il matrimonio stesso come quell’unione per cui “due formeranno una carne sola” (Ef 5, 31; cf. Gen 2, 24).

4. Questa analogia, tuttavia, non offusca l’individualità dei soggetti: quella del marito e quella della moglie, cioè l’essenziale bi-soggettività che sta alla base dell’immagine di “un solo corpo”, anzi, l’essenziale bi-soggettività del marito e della moglie nel matrimonio, che fa di loro in un certo senso “un solo corpo”, passa, nell’ambito di tutto il testo che stiamo esaminando (Ef 5, 22-33), all’immagine della Chiesa-Corpo, unita con Cristo come Capo. Ciò si vede specialmente nel seguito di questo testo, dove l’Autore descrive il rapporto di Cristo con la Chiesa appunto mediante l’immagine del rapporto del marito con la moglie. In questa descrizione la Chiesa-Corpo di Cristo appare chiaramente come il soggetto secondo dell’unione coniugale, al quale il soggetto primo, Cristo, manifesta l’amore di cui l’ha amata dando “se stesso per lei”. Quell’amore è immagine e soprattutto modello dell’amore che il marito deve manifestare alla moglie nel matrimonio, quando ambedue sono sottomessi l’un l’altro “nel timore di Cristo”.

5. Leggiamo infatti: “E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola” (Ef 5, 25-31).

6. È facile scorgere che in questa parte del testo della lettera agli Efesini 5, 22-33 “prevale” chiaramente la bi-soggettività: essa viene rilevata sia nel rapporto Cristo-Chiesa, sia anche nel rapporto marito-moglie. Ciò non vuol dire che sparisca l’immagine di un soggetto unico: l’immagine di “un solo corpo”. Essa è conservata anche nel brano del nostro testo, e in un certo senso vi è ancor meglio spiegata. Ciò si vedrà con più chiarezza quando sottoporremo ad un’analisi particolareggiata il brano sopracitato. Così dunque l’Autore della lettera agli Efesini parla dell’amore di Cristo verso la Chiesa, spiegando il modo in cui quell’amore si esprime, e presentando, nello stesso tempo, sia quell’amore sia le sue espressioni come modello che il marito deve seguire nei riguardi della propria moglie. L’amore di Cristo verso la Chiesa ha essenzialmente, come scopo, la sua santificazione: “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso… per renderla santa” (Ef 5, 25-26). Al principio di questa santificazione è il battesimo, primo ed essenziale frutto della donazione di sé, che Cristo ha fatto per la Chiesa. In questo testo, il battesimo non viene chiamato col proprio nome, ma definito come purificazione “per mezzo del lavacro dell’acqua, accompagnato dalla parola” (Ef 5, 26). Questo lavacro, con la potenza che deriva dalla donazione redentrice di sé, che Cristo ha fatto per la Chiesa, opera la purificazione fondamentale mediante la quale l’amore di lui verso la Chiesa acquista, agli occhi dell’Autore della lettera, un carattere sponsale.

7. È noto che al sacramento del battesimo partecipa un soggetto individuale nella Chiesa. L’Autore della lettera, tuttavia, attraverso quel soggetto individuale del battesimo vede tutta la Chiesa. L’amore sponsale di Cristo si riferisce ad essa, alla Chiesa ogni qualvolta una persona singola riceve in essa la purificazione fondamentale per mezzo del battesimo. Chi riceve il battesimo, in virtù dell’amore redentore di Cristo, diviene al tempo stesso partecipe del suo amore sponsale verso la Chiesa. “Il lavacro dell’acqua, accompagnato dalla parola” è, nel nostro testo, l’espressione dell’amore sponsale, nel senso che prepara la sposa (Chiesa) allo Sposo, fa la Chiesa sposa di Cristo, direi, “in actu primo”. Alcuni studiosi della Bibbia osservano qui che, nel testo da noi citato, il “lavacro dell’acqua” rievoca l’abluzione rituale che precedeva lo sposalizio, il che costituiva un importante rito religioso anche presso i Greci.

8. Come sacramento del battesimo il “lavacro dell’acqua, accompagnato dalla parola” (Ef 5, 26) rende sposa la Chiesa non solo “in actu primo”, ma anche nella prospettiva più lontana, ossia nella prospettiva escatologica. Questa si apre davanti a noi quando, nella lettera agli Efesini, leggiamo che “il lavacro dell’acqua” serve, da parte dello sposo, “al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata” (Ef 5, 27). L’espressione “di farsi comparire davanti” sembra indicare quel momento dello sposalizio, in cui la sposa viene condotta allo sposo, già vestita dell’abito nuziale e adornata per lo sposalizio. Il testo citato rileva che lo stesso Cristo-Sposo ha cura di adornare la sposa-Chiesa, ha cura che essa sia bella della bellezza della grazia, bella in virtù del dono della salvezza nella sua pienezza, già concesso fin dal sacramento del battesimo. Ma il battesimo è soltanto l’inizio, da cui dovrà emergere la figura della Chiesa gloriosa (come leggiamo nel testo), quale frutto definitivo dell’amore redentore e sponsale, solamente con l’ultima venuta di Cristo (parusia).

Vediamo quanto profondamente l’Autore della lettera agli Efesini scruta la realtà sacramentale, proclamandone la grande analogia: sia l’unione di Cristo con la Chiesa, sia l’unione sponsale dell’uomo e della donna nel matrimonio vengono in tal modo illuminate da una particolare luce soprannaturale.

BEATITUDINI IN MARIA

Veglia di preghiera in Cattedrale
Beata Vergine della Piazza
12 novembre 1989

Beatitudini in Maria

Vangelo secondo Luca. 1, 39-56.

È a prima vista il racconto molto semplice di una visita di amicizia di affetto tra parenti. Maria va a trovare Elisabetta in un momento delicato della sua vita, come è il momento della gravidanza e del parto.

Ma, dice il Vangelo di Luca, questa visita, questo incontro contiene in se una ricchezza più grande di quella che ci si potrebbe aspettare perché appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo; Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «benedetta tu fra le donne e Benedetto il frutto del tuo grembo». Vuole dire: Maria entra nella casa della sua parente e dà il saluto come si dà normalmente, e, siccome gli Ebrei sono abituati a dare come saluto quella parola «Pace», Maria ha annunciato la pace alla casa di Elisabetta.

Ma quello che è grande e che è bello, è che il saluto di Maria non è semplicemente un augurio, ma produce la pace perché introduce quella casa dentro alla salvezza di Dio.

Il bambino che sussulta nel grembo di sua madre vuole dire questo: è una esperienza di gioia! Ma non è semplicemente la gioia per la presenza di una persona cara, è quella che si chiamerebbe la gioia messianica; quella che è stata annunciate a Zaccaria quando gli veniva dato l’annuncio della nascita di un bambino che avrebbe preparato la strada del Messia. Sarà ancora quella gioia che annunceranno gli angeli al momento del Natale: «vi annuncio una grande gioia che è per tutto il popolo perché nella città di Davide vi è nato (è nato proprio per voi), un Salvatore».

Bene, è questa gioia che viene comunicata e di fronte alla quale, il bambino, dice il Vangelo di Luca, esulta di gioia nel grembo di sua madre; il verbo che S. Luca usa in questo testo fa pensare a una danza, a una specie di salto di gioia, di esultanza per la presenza della salvezza.

Questo si esprime ancora nell’esperienza di Elisabetta che, piena di Spirito Santo, diventa in qualche modo profetessa, capace c di interpretare gli avvenimenti alla luce della volontà di Dio, del progetto di Dio.

Dunque un incontro che è un saluto normale ma che ha una efficacia, una forza unica.

Domanda: perché?

Perché il saluto di Maria è capace non solo di augurare qualcosa come i nostri saluti, ma di trasmettere la pace e la salvezza e la gioia e lo Spirito?

Il motivo, secondo il Vangelo è molto chiaro: perché Maria non è sola nel pellegrinaggio che compie. Maria è la madre del Signore e così la saluta Elisabetta: «a che debbo che la madre del mio Signore venga a me»; e ancora. «Benedetto il frutto del tuo grembo».

Se dunque la parola di Maria è una parola efficace, è perché essa porta dentro di se il Messia, porta dentro di se il figlio di Dio in modo tale che, dove entra Maria, si compiono le promesse dei profeti; c’è l’Emanuele! Era stata annunciata la nascita di quel bambino che sarebbe stato chiamato Emanuele, cioè Dio con noi. Bene! Dove c’è Maria c’è l’Emanuele, c’è la presenza di Dio in mezzo agli uomini. È paradossale ma è molto significativo: ci sono dei momenti nella vita del figlio di Dio in mezzo agii uomini, in cui Egli è totalmente dipendente da una donna. In quei nove mesi che sono i nove mesi della gravidanza, Gesù che è figlio di Dio, che è il creatore del mondo, che è il padrone dell’universo, ha bisogno di una madre che lo porti e che lo nutra, che gli dia vita.

Dicevo, questo è paradossale! Ma questo è esattamente il grande mistero dell’incarnazione! Il fatto che il figlio di Dio diventi uomo comporta questo: che il figlio di Dio assume tutte quelle dimensioni di povertà, di debolezza della condizione umana, di dipendenza.

Non c’è nessun uomo che possa vivere totalmente l’indipendenza, l’autosufficienza. Tutti noi siamo debitori della nostra vita a qualcun altro. Siamo debitori ai nostri genitori, siamo debitori a nostra madre che ci ha portato dentro di sé per dei mesi, siamo debitori a dell’altra gente.

E anche il figlio di Dio nel momento in cui si fa uomo, si fa dipendente, debitore nei confronti di Maria. E Maria diventa proprio per questo portatrice di gioia di salvezza. Nella tradizione cristiana Maria viene paragonata (l’avete notato, lo abbiamo detto nella preghiera che abbiamo fatto prima insieme) all’Arca dell’alleanza; l’arca è il luogo della presenza di Dio, dove il Signore abita in mezzo al suo popolo; dove c’è questa presenza c’è la presenza stessa di Dio.

Ma andiamo avanti: e perché questo?

Che cos’è che ha reso Maria portatrice della presenza del figlio di Dio in se? E ancora, la risposta del Vangelo è molto precisa: la Fede, la Fede.

«Beata colei, – dice Elisabetta – che ha creduto nell’adempimento delle parola del Signore». Maria è diventata madre fisicamente, biologicamente di Gesù Cristo, ma la sua maternità è prima di tutto una maternità di fede; si esprime la grandezza di Maria nella disponibilità ad accogliere il dono di Dio, non nella autosufficienza, non in un progetto personale di vita, ma nella disponibilità piena, quella che è espressa nel racconto dell’annunciazione: «eccomi, io sono la serva del Signore, si compia di me quello che hai detto». E che cos’è che l’angelo ha detto?

Semplicemente questo: che Dio ha guardato con benevolenza quella ragazza e che l’ha riempita della sua grazia, della ricchezza della sua benedizione e della sua vita. Per cui, siccome il progetto di Dio è quello di arricchire il mondo con la sua vita, Maria rappresenta il mondo che accoglie il dono di Dio, l’umanità che dice di sì totalmente a Dio. È chiaro che la fede non appartiene solo a Maria, dovrebbe essere di tutti; però è altrettanto chiaro che in Maria questa fede è pulita, pulita, pulita senza riserve, senza ostacoli, senza veli, mentre in noi la fede va insieme con dei pesi, dei veli di incredulità, di fragilità; in qualche modo ritroviamo in Maria quello che è il modello e l’ideale della nostra vita.

Dunque così dice il Vangelo; Maria trasmette la gioia, la salvezza, lo Spirito Santo, trasmette queste cose perché porta in se il figlio di Dio; porta in se il figlio di Dio perché ha creduto alla parola di Dio.

Bene, capite molto facilmente che tutto quello che abbiamo detto di Maria, lo dobbiamo dire della Chiesa. È il mistero della Chiesa, ed è la nostra una missione.

Mi spiego: Maria è entrata in casa di Elisabetta e ha salutato; e salutando ha trasmesso la pace perché questo era il saluto, ha trasmesso lo Spirito Santo, ha trasmesso la gioia messianica. E che cosa fa la Chiesa se non ripetere la stessa cosa, annunciare agli uomini la pace, quella pace che viene da Dio, quella pace che è la presenza di Cristo in mezzo agli uomini!

Quando la Chiesa annuncia il Vangelo, che cosa annuncia: la buona notizia della salvezza. E non solo l’annuncio, ma vale davvero per la Chiesa quello che vale per Maria; nel momento in cui la Chiesa annuncia il Vangelo, dona agli uomini la gioia di Cristo, la mette a disposizione di quelli che hanno fede e di quelli che l’accolgono nella docilità. La Chiesa ci sta nel mondo per questo; ci sta per cambiare il mondo così come Maria ha cambiato quella casa nella quale è entrata perché l’ha riempita della gioia della salvezza; così la Chiesa è chiamata a riempire della gioia della salvezza il mondo.

Quando il Signore manda i suoi apostoli in missione, dice loro: «entrando in una casa annunciate la pace a quella casa»; ed è anche in questo caso non un augurio, ma un dono è la presenza della pace che viene da Dio.

Ma, come per Maria, la Chiesa può fare questo sempre e solo se porta Cristo dentro di se. Perché non c’è dubbio! Non è mica la nostra intelligenza quella che può trasmettere gioia o luce agli altri! E neanche la nostra buona volontà!

Arrivano poco lontano l’intelligenza e la buona volontà degli uomini: ma se riusciamo a portare Cristo attraverso le nostre parole e i nostri gesti, allora non c’è dubbio: che il mondo riceve la gioia, che può davvero ricevere la pace.

Se Maria per nove mesi ha portato il figlio di Dio nel suo seno, si può dire che la Chiesa continua a portare nella storia il figlio di Dio nel suo seno; perché tutte le volte che la Chiesa celebra i sacramenti, il battesimo, o l’Eucaristia, o la penitenza, e tutte le volte che la comunità cristiana vive l’amore fraterno, genera, produce e porta dentro di se questa presenza del Signore.

Ed è questa, di cui gli uomini hanno bisogno, per potere avere la gioia. Ricordate quando nel Vangelo il Signore si rivolge ai discepoli dicendo: «voi siete la luce del mondo», o, «voi siete il sale della terra!»; e vuole essere non evidentemente un elogio; sarebbe del tutto stupido sentirsi qualche cosa, sentirsi sale della terra, o luce del mondo!

Non vuole dire questo!

Ma vuole dire che al di là di quello che noi siamo, possiamo portare Gesù Cristo, non perché abbiamo dei meriti, ma perché abbiamo ricevuto un dono che è quello della fede; allora possiamo portare il Signore ed è questa presenza del Signore che dona la gioia nel mondo.

Noi possiamo solo fare degli auguri, ma il Signore può fare dei doni, può comunicare la gioia e la speranza. E la Chiesa fa questo!

E come può ancora la Chiesa portare Gesù Cristo?

Come Maria!

Credendo, credendo! Non c’è modo di produrre Cristo in noi attraverso le nostre capacità; non è con una grande cultura che riusciamo a creare, a generare Cristo in noi, nel nostro cuore, nella nostra vita. È invece con la fede e con la fede vuol dire accogliendo con disponibilità il dono di Dio.

Questa è la radice di tutto.

Che non vuol dire che la cultura non sia una cosa importante, che la buona volontà non sia una cosa importante, che l’organizzazione non sia una cosa importante! Sono tutte cose che hanno un loro valore, certamente ma non sono la base, non sono la sorgente.

La base sono i doni del Signore e quindi la sorgente è la nostra fede, il nostro ricevere, spalancare il cuore per accogliere la parola di Cristo come parola di salvezza. In questo modo la Chiesa genera Gesù Cristo, lo vive, lo dà alla luce nel mondo anno dopo anno, secolo dopo secolo.

Se sono passati venti secoli e Cristo è ancora presente, è perché questa generazione della Chiesa si è riprodotta nel tempo sempre attraverso la fede, come quella di Maria. Allora è un saluto che trasmette la gioia! Che trasmette la gioia perché nasce dall’avere Cristo in se, e questo Cristo in se attraverso la fede; questo che vale per Maria, dicevo, vale per noi.

E allora diventa una specie di programma e di impegno. Quando noi guardiamo quello che Dio ha compiuto in Maria, guardiamo le meraviglie della sua grazia e le rendiamo grazie ma quando guardiamo Maria, vediamo anche quella che è la nostra missione e il nostro compito.

Dicevo dell’impegno a fare che cosa? Ad ascoltare e a credere con la docilità di cui ci ha dato l’esempio Maria, per portare dentro al nostro cuore Cristo, perché la nostra presenza in mezzo agli uomini sia portatrice di gioia, portatrice della pace del Vangelo. In qualche modo noi siamo a contatto con tutto il mondo: voi avete ciascuno il proprio ambiente di lavoro e l’ambiente di lavoro molto spesso è un ambiente che ci mette a contatto con esperienze di povertà dal punto di vista spirituale, con esperienze di tristezza e di disperazione.

Si vorrebbe poter togliere un pochino di quella sofferenza e di quella tristezza che c’è nel cuore di molta gente. Bene questo è possibile. Maria ha trasmesso la gioia la chiesa può trasmettere la gioia ma a condizione che viva la stessa esperienza di Maria; che abbiamo la esperienza della fede, della docilità, della custodia della presenza del Signore nei nostri cuori.

Allora basta dire a uno quel saluto «pace» perché il cuore di quella persona possa essere in qualche modo riscaldato e forse qualche ferita possa venire rimarginata. Ed è quello che chiediamo al Signore come un dono per noi, per tutti i nostri fratelli e per la comunità cristiana nella quale viviamo.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

LA PREGHIERA

Diocesi Reggio Emilia
Vicariato V – Parrocchia di Mandrio Correggio (Re)

Giornata spirituale per i giovani

La Preghiera

1 Novembre 1989

Referente del presente volume Copelli Marcello.

Documento rilevato dalla registrazione audio, ma non rivisto dall’Autore.

Vedasi file MP011189 per relazione “La Preghiera”.

Mons. Luciano Monari

Relazione dopo i gruppi di Vangelo

Delle cose belle sono venute fuori. Non riesco a mettere in ordine tutte le cose perché mi ci vorrebbe più tempo, quindi provo ad andare secondo l’ordine delle domande che avete fatto e provo a rispondere alle cose più significative; se qualcosa rimane per aria, me lo chiedete.

Una prima domanda era: come fare silenzio interiormente? Questa è uscita da molti gruppi perché si diceva che delle volte, quando ci si mette a pregare, è difficile dimenticare le altre attività; uno incomincia a pregare ma gli rimangono in mente le cose che dovrà fare dopo e così via… Qui è chiaro che una soluzione che vada bene per tutti e per sempre è difficile, però alcune cose si possono fare.

Bisogna scegliere dei momenti nella giornata per la preghiera che siano abbastanza tranquilli. È difficile mettersi in una condizione di silenzio interiore se si esce immediatamente da una discussione forte con qualcuno e dopo un quarto d’ora di preghiera devo risolvere un altro problema importante.

Invece ci sono dei momenti per la preghiera che sono più propizi: il mattino e la sera.

Il mattino perché la notte ha un po’ cancellato i ricordi, le impressioni ecc. e al mattino uno è fresco; e se non si ha una fretta indiavolata al mattino si riesce a pregare bene.

È chiaro che per pregare bene al mattino bisogna alzarsi abbastanza presto, e per alzarsi abbastanza presto bisogna andare a letto presto. Almeno secondo me! Questa è la difficoltà più grossa per la preghiera al mattino: il fatto che andare a letto presto non è facilissimo anche se sarebbe, credo dal punto di vista spirituale e fisico, un vantaggio grosso.

Però lì vi arrangiate! Il mattino però è prezioso per la preghiera!

Così come anche il momento della sera.

Il momento della sera. È chiaro anche qui, se uno fa tardi diventa un pasticcio, perché all’una dopo mezzanotte è difficile che uno riesca a mettersi con calma a pregare, con il letto vicino!    Però là sera è un momento molto propizio perché ormai le preoccupazioni si calmano e si riesce a fare un quarto d’ora tranquillo di riflessione e di preghiera.

Quindi la scelta del tempo. Questo è un modo.

Serve, per fare il silenzio interiore, il cominciare con una formula breve, ripetuta lentamente e più volte. Una formula di quelle che dicevamo prima: “Gesù Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”. Se uno la ripete adagio, adagio, e la ripete per varie volte, questo dovrebbe in qualche modo calmare le preoccupazioni, le tensioni, dovrebbe rendere una persona più disponibile.

State attenti: se volete pregare bene non dovete essere tesi. La preghiera non va molto d’accordo con una tensione muscolare, per esempio. Cioè bisogna che uno sia abbastanza disteso, altrimenti la preghiera costa fatica, è qualcosa di sollevante dal punto di vista psicologico e fisico. Quindi se ce la cavate non tenete dentro delle tensioni grosse. I metodi per sciogliere le tensioni li sapete meglio di me. Però questo può servire: togliere le tensioni.

Ancora, per riuscire a fare silenzio interiormente, soprattutto per dimenticare le altre attività, dovete distinguere due tipi di preoccupazioni che possono disturbare.

Ci sono le fantasie. La fantasia (che s. Filippo Neri chiamava “la matta di casa”) è qualche cosa che è difficile da controllare, non segue esattamente la ragione delle persone, la volontà della persona, e allora possono venire facilmente pensieri o impressioni della giornata, ecc.

Ma se sono solo cose di questo genere l’unico atteggiamento è disprezzarle, cioè il non farci caso. Trattateli come si trattano le mosche d’estate: si agita la mano, ma non si sta a correre dietro ad ogni mosca che vi viene addosso per ammazzarla, altrimenti non si finirebbe più. Cioè cercate di andare avanti, di fare le cose che state facendo senza lasciarvi disturbare troppo. Questo è un tipo di preoccupazione.

Invece c’è un altro tipo di preoccupazione che è diverso, ed è quello che nasce dalle cose che dobbiamo fare. Voglio dire: mi è arrivata una lettera importante e debbo rispondere a questa lettera; allora ho la preoccupazione del che cosa dovrò rispondere a questa lettera e mentre studio mi viene in mente la lettera e immagino che cosa potrò dire, ecc. Questo è un altro tipo di preoccupazione, sono i così detti “pensieri parassiti”, cioè sono le preoccupazioni per delle cose che dovrò fare e che mi disturbano mentre ne sto facendo delle altre; mentre sto studiando sono preoccupato dell’incontro che dovrò avere o delle conferenze che dovrò fare…

Allora questo tipo di preoccupazione si controlla meglio se, quando uno ne ha, ci pensa direttamente, cioè si ferma un attimo e si chiede: “Perché sono agitato? Sono agitato perché ho quella lettera da scrivere…”. Va bene, allora quella lettera lo so che la debbo scrivere, lo so che è importante, ma questa sera dalle 20, 00 alle 20, 30 la scriverò la lettera, perciò fino alle 20, 00 alla lettera non ci penso.

Se io questo pensiero lo faccio in modo consapevole, dicendomelo, questo in qualche modo incapsula la preoccupazione, la mette al suo posto, e dopo riesco a fare meglio quello che sto facendo.

Se c’è una specie di pasticcio che vi rode dentro e vi impedisce di pensare, perché c’è un qualche cosa che… fatelo venire a galla, guardate che cosa è, e lo mettete al suo posto; dopo si dovrebbe riuscire a pregare meno distrattamente. Anche se un superamento assoluto delle distrazioni è difficile però, paradossalmente, è possibile essere attenti al Signore con il cuore anche quando gira una qualche fantasia. Non è che uno debba avere la testa vuota del tutto (sarebbe meglio se uno ci riesce) ma delle volte la attenzione del cuore può rimanere anche con qualche pensiero che gira per la testa.

Questo è quanto direi sulle distrazioni e sull’attenzione.

Distinguerei invece da questo il discorso della ARIDITA’ che è un’altra cosa che è venuta fuori e mi interessa. Aridità vuole dire: la preghiera quando non dà gusto, quando diventa faticosa, faticosa come il camminare su un terreno difficile senza avere grosse soddisfazioni sui punti raggiunti o mete o cose del genere.

Per l’aridità, quando la preghiera non dà gusto, bisogna distinguere ancora:

Ci sono dei casi in cui la preghiera è arida perché dovremmo cambiare qualcosa nella nostra vita e non lo cambiamo, e allora è come se noi fossimo davanti a un muro, e vai pure avanti, e vai pure avanti, ma il muro è lì. Fino a che non lo tiri via hai la frustrazione del battere il passo, perché invece di camminare stai sempre sul posto dove sei.

Questo può capitare alle volte. Non sempre l’aridità viene dal fatto che non facciamo quel saltino che il Signore ci sta chiedendo in quel momento lì, e allora viene la sensazione netta di non fare niente, di non stare camminando. Il che non è molto gradevole.

Delle volte invece l’aridità viene proprio dalla maturazione della fede. Cioè quando una persona ha in qualche modo superato quella preghiera psicologica gradevole dell’inizio, e arriva invece a una preghiera più distaccata dalle soddisfazioni psicologiche e arriva a una preghiera che è più di fede e meno di nervi, di sensazioni. In questo caso l’aridità è da chiamare “ben venuta” perché aiuta a maturare, perché aiuta la persona a rimanere nella fede non per la gradevolezza che gli viene, ma per l’amore unico del Signore, punto e basta, per una fedeltà di amore, di comunione. Quindi è da questo punto di vista una crescita.

Evidentemente non sarà sempre facilissimo distinguere quando è un caso o quando è l’altro. Credo che in questo vi potrà aiutare il Sacramento della Riconciliazione e il dialogo con il confessore, in cui si tenta di vedere insieme quali sono i motivi che rendono una preghiera arida e vedere quale tipo di risposta si possa dare: se è il momento di tener duro, con costanza o se è il momento di fare una scelta più impegnata dal punto di vista dell’attività quotidiana.

Altra domanda è stata: se è necessario o invece egoista una preghiera di invocazione, una preghiera di domanda.

Chiaramente la preghiera di domanda non dovrebbe coprire tutto l’ambito della preghiera. Bisognerebbe che ci fosse anche la preghiera di ringraziamento, di lode… e tutte queste cose. Però sono convinto che la preghiera di domanda è essenziale.

Essenziale perché? Perché il cammino della vita spirituale e il cammino dell’amore è, in una concezione cristiana, un cammino che è fondamentalmente GRAZIA.

Se uno pensa che il cammino della vita spirituale sia prima di tutto un esercizio di auto edificazione può anche non chiedere mai. Può preoccuparsi solo di irrobustire i suoi muscoli spirituali per diventare sempre più forte.

Ma nella concezione cristiana il cammino della vita spirituale è GRAZIA e questo vuole dire che è un dono che viene dal Signore, dal Signore. Ora perché questo dono che viene dal Signore sia possibile è necessario che io apra il cuore per desiderarlo e per riceverlo. Questo è quello che compie la preghiera di domanda.

La preghiera di domanda non è una tecnica per ottenere qualcosa; è piuttosto il modo di aprire il proprio cuore al DONO DI DIO.

Questo nasce dalla concezione cristiana della vita spirituale che è diversa, per esempio, da una concezione induista o buddista. In una concezione buddista si tratta di una specie di illuminazione che l’uomo deve raggiungere attraverso una serie di purificazioni o di elevazioni dello spirito.

Nella concezione cristiana la preghiera è DIALOGO, la vita spirituale è COMUNIONE. Comunione e dialogo vuole dire che la ricchezza della mia vita me la dà il Signore.

Così come in un rapporto di coppia (e torniamo sempre a questa immagine!) ciascuno deve ricevere dall’altro. È chiaro che è diverso dal Signore perché con il Signore è più il ricevere che il dare, ma anche in un rapporto di coppia se una persona non è disposta a ricevere dall’altro i doni del suo amore, delle sue attenzioni, della sua amicizia, e dice: “Io sono così simpatico che basto a me stesso!”; non costruirà MAI un rapporto di amicizia e MAI un rapporto di coppia.

Per costruire un rapporto di coppia bisogna essere disponibili a ricevere; disponibili a DARE, senza dubbio, ma disponibili anche a RICEVERE.

Nel rapporto con Dio questo è infinitamente di più, infinitamente di più quello che si riceve. Se debbo ricevere dall’amico, a maggior ragione devo ricevere da Dio, e quanto deve essere grande l’apertura del cuore lo potete immaginare se pensate che tutto quello che siamo è dono e lo dobbiamo ricevere come dono; altrimenti scompare la dimensione del dono, altrimenti le cose che ho e le cose che faccio le considero come realtà mie e non come dono del Signore. Allora non percepisco più l’amore di Dio dentro a queste cose. Il dono è la dimensione fondamentale.

Quindi io sono convinto che la preghiera di invocazione e di domanda è fondamentale.

D’altra parte credo che non ci voglia molto per un cristiano a capirlo: pigliate il “Padre Nostro” e ci trovate una serie di sette domande.

Un’altro discorso sarebbe il “che cosa domandare”, e lì il “Padre Nostro” fa da regola; ma che questa dimensione ci sia, credo sia indiscutibile.

La questione sulla progettazione.

È una di quelle cose su cui si può discutere. Io ho insistito sul fatto che la nostra vita è una vita da progettare con il Signore. Uno può anche dire: “Ma Dio ha il suo progetto personale sulla mia vita e si tratta semplicemente ci accettare e ricevere questo progetto”.

Ma si può anche dire che il progetto lo costruiamo io e il Signore insieme.

Quando dico che c’è un progetto di Dio che dobbiamo accettare, sottolineo che cosa:

  • il fatto che Dio conosce molto bene la mia vita, la conosce meglio di me;

  • cerca il mio bene più di quanto lo cerca io;

  • mi ama più di quanto m ami io;

  • sceglie per me più di quanto io possa… quindi quello che Dio ha in mente è certamente la mia gioia e il mio compimento; e su questo non c’è dubbio.

Quando invece dico che dobbiamo costruire il progetto con il Signore voglio dire: in concreto la formula di soluzione dei singoli problemi, delle singole scelte della mia giornata non ce l’ho. Non esiste nel Vangelo il versetto che mi spiega quale facoltà Universitaria debbo scegliere o che mi spiega quale Facoltà Universitaria debbo scegliere o che mi spiega quale tipo di rapporto di coppia devo costruire.

Qualcuno lo può anche fare di aprire il Vangelo e trovare la risposta che può forse andare bene (purché non entri nella magia) ma generalmente non c’è questo.

Capita a qualcuno che, mentre sta andando a Damasco a cavallo, il Signore lo sbatta giù da cavallo e lo costringe a farsi battezzare. Ma questa non è l’esperienza normale che capita a tutti. L’esperienza normale che capita a tutti è quella di essere davanti a un bivio e del domandarsi quale delle due strade debbo scegliere. E come faccio a scegliere? Oh perbacco! Nostro Signore mi ha dato la testa! Cioè io ci penso sopra, tento di vedere il pro di una cosa e il pro dell’altra; il contro dell’una e il pro dell’altra, e cerco di valutare quale delle due sia meglio secondo una certa scala di valori…

È lì che casca l’asino! Secondo una certa scala di valori! Qual è questa scala di valori?? È chiaro! Se uno è avaro, la scala di valori è: primo il denaro e poi tutte le altre cose. Ma se uno è cristiano la scala di valori è quella del Vangelo, e se uno ha interiorizzato i1 Vangelo quando è di fronte a questa scelta farà quella che delle due corrisponde meglio alla scala di valori del Vangelo e se fa questo chi è che ha scelto? Lui o il Signore?

Lui, perché ci ha pensato, perché si è rotto la testa per capire quale delle due era la migliore e poi ha rischiato, ha rischiato sulla sua libertà.

Ma ha scelto il Signore perché il criterio, il Vangelo, non lo ha inventato lui; il Vangelo lo ha preso dal Signore come criterio, quindi ha preso dal Signore il criterio fondamentale delle sue azioni.

Se questo discorso voi lo interiorizzate al massimo il discorso diventerebbe: tu fai la scelta, ma la fai secondo il dono dello Spirito che ti è stato dato nel cuore, per cui è lo Spirito che sceglie dentro di te. Ma lo Spirito non è altro che questa interiorizzazione profonda del Vangelo, fino a che uno non ha veramente assimilato del tutto lo Spirito Santo, deve fare la fatica di riflettere al pro e al contro di tutte le scelte, di misurarle con la scala dei valori del Vangelo, di fare l’opzione, anche con il rischio di fare, forse qualche volta, la scelta che non è la più perfetta.

Perché delle volte ci sono due scelte di cui una è buona e l’altra è cattiva. E lì se uno non è proprio stupido come cristiano lo sa qual è la direzione giusta.

Ma delle volte ci sano due scelte di cui una ha 27 gradi di bontà e l’altra ne ha 26. In quei casi lì non è facile distinguere quale delle due, se sia meglio fare la facoltà di Giurisprudenza o quella di Architettura perché pare che siano buone tutte e due.

Se una fosse un peccato sarebbe molto facile scegliere, ma in quel caso lì invece la questione è più sottile, e allora può anche darsi che in questa scelta uno non scelga sempre la più perfetta. Perché fino a che uno non ha capito del tutto la mente di nostro Signore può rimanere in difficoltà. Però, credo che non sia poi un pasticcio grosso se uno sceglie quella da 27 gradi anziché quella da 28. È chiaro che è una piccola diminuzione, ma se lo ha fatto con sincerità e impegno non ha fatto certamente dei pasticci grossi; non so se mi spiego.

In ogni modo credo che nello scegliere noi abbiamo tutta quella libertà e responsabilità che appartengono all’uomo, quindi dobbiamo fare la fatica di scegliere. Mi dispiace, perché è una fatica, però è inevitabile. Però il Signore è lì, èd è in quella scelta responsabile e libera lì che io mi sintonizzo sulla volontà del Signore, perché torno a dire, il progetto di Dio è misterioso e non viene giù dal cielo come le tavole di Mormon. (Le tavole di Mormon sono state portate dal cielo scritte in tavole d’oro sulla terra e poi sono state tradotte), ma questa è una leggenda, non è successo, non è una realtà della nostra vita. Nella nostra vita bisogna fare la fatica di riflettere, di pensare, di valutare, PREGANDO, pregando.

“Pregando”, vuole dire: non tanto per avere una specie di illuminazione che risolve tutti i problemi, ma per avere una scala di valori che è quella del Vangelo, per avere quel criterio di scelta che è quello del Vangelo.

Qui ci sarebbero delle altre cose molto più belle da dire, ma diventerebbe troppo lungo.

C’era ancora una domanda che è molto complessa e che bisognerebbe che riuscissi a pensarci un pochino prima di dare una risposta sensata. Però il tempo di pensare non ce l’ho, quindi provo a dire due cose con “beneficio di inventario”, cioè non pigliatelo come pensato tantissimo.

È il problema di quanto c’è di spirituale e quanto c’è di psicologico nella preghiera, nel rapporto tra noi e il Signore. Cercate di non contrapporre le due cose come se fossero due cose così distinte da essere separabili con un coltello. Credo cioè che lo spirituale sta dentro anche allo psicologico, quindi è esperienza psicologica dell’amore di Dio, della confidenza… tutte queste cose ci stanno tranquillamente dentro anche nella vita spirituale.

Quello che si può dire e che invece per noi rimane importante è questo. Bisogna distinguere quando la preghiera diventa un parlare a noi stessi e un parlare effettivo a Dio.

Il parlare effettivo a Dio ha una dimensione psicologica, questo è evidente: quando una persona prega, prega come persona umana e siccome la persona umana ha una dimensione psicologica inevitabile, questa è coinvolta dentro la preghiera; su questo non c’è dubbio.

Bisogna però stare attenti a quando invece la preghiera è SOLO un ritornare su se stessi, è solo un pregarsi addosso, e che può anche accadere.

Quali sono i criteri per distinguere questo?

Un primo criterio è appunto GESÙ CRISTO. Siccome Gesù Cristo è chiaramente altro da me, ha detto certe cose (le Beatitudini), ha compiuto certi gesti (la Passione, ecc.) il confronto con Gesù Cristo è certamente il confronto con un’altra persona; Gesù Cristo non è la proiezione del mio io, anche se posso proiettare su Gesù Cristo dei miei desideri, delle mie paure (questo vale anche nel rapporto tra amici); però se il rapporto procede ci si accorge molto bene di quello che l’altro è, e credo che Gesù Cristo per noi significa questo. Ci obbliga a fare i conti con una realtà concreta: Vangelo, per esempio, Eucaristia, i1 progetto di Gesù, ecc.

Un secondo criterio è quella marcia di avvicinamento a Dio in cui consiste la vita spirituale e che ne dà come la garanzia di autenticità. Mi spiego, quando io mi parlo addosso o mi prego addosso la tendenza e l’effetto è generalmente che io mi do ragione, che io proteggo, do garanzie alla mia vita.

Quando invece io mi incontro effettivamente con il Signore, mi SCONTRO cioè vedo delle realtà di dialogo che sono realtà di tensione per cui il Signore mi rimprovera, per esempio, o il Signore mi sostiene nel momento in cui sono in crisi nera per me stesso. Cioè c’è un ingresso di un altro nella mia vita.

Succede, quando questo capita, come in un rapporto tra un ragazzo e una ragazza e che è il passaggio dall’innamoramento all’amore: perché quando uno si innamora e ha la “cotta”, tende a proiettare sull’altro i suoi desideri; ma poi pian piano, man mano che dialoga con l’altro, impara a riconoscerlo così com’è; non lo vede più così perfetto come lo vedeva all’inizio, e gli tocca fare i conti con qualche cosa di inatteso e deve imparare ad accettarlo.

Lo stesso vale per il Signore. Non dico che il Signore abbia dei difetti che all’inizio non vediamo, ma dico che delle volte, nel dialogo con il Signore, siamo costretti a fare i conti con un Dio diverso da quello che vorremmo, diverso da quello che immaginiamo. Quando questo succede è proprio un bel segno; un bel segno perché vuole dire che stiamo scontrandoci con l’altro, che stiamo non-proiettando semplicemente le nostre paure, o i nostri desideri.

Questo è quello che è capitato, per esempio, a Giobbe quando è andato in crisi perché ha visto all’improvviso un Dio che non aveva mai immaginato, e questo capita nella nostra vita spirituale.

Quindi credo che sia più un cammino di maturazione da fare. Non esiste una vita spirituale chimicamente pura; la nostra vita spirituale è mescolata con i nostri desideri e con le nostre paure, ma di questo non c’è da spaventarsi. Il problema è che la nostra vita spirituale diventi un cammino di purificazione, e questo attraverso Gesù Cristo si realizza, attraverso l’accettazione di Dio così com’è, così come si manifesta, quindi Parola di Dio, quindi gli avvenimenti della mia vita accettati con cordialità, e così via.

Però, ripeto, questo bisognerebbe approfondirlo, pensarci di più.

Una domanda era il rapporto tra preghiera e servizio. Attenzione, io credo questo. Lo scopo della vita cristiana (spero di non dire delle fesserie) non è di per sé la preghiera; lo scopo della vita cristiana è la comunione con Dio, cioè il vivere insieme CON il Signore e PER il Signore. La preghiera è quel dialogo indispensabile per riuscire a vivere con il Signore e per il Signore.

Ma che cosa vuole dire comunione con Dio? Vuole dire l’estasi mistica? Certamente sì! Ma non solo! Nella concezione cristiana l’estasi mistica non è necessariamente il punto culminante della vita di fede. Se volete il punto culminante della vita di fede nella concezione cristiana si chiama MARTIRIO. Vuole dire morire per il Signore, questo è il massimo che l’uomo possa fare. Martirio vuole dire che la vita viene trasformata in dono fatto al Signore, questo è lo scopo di tutto, la preghiera vuole realizzare questo, la preghiera vuole fare sì che il tuo lavoro, il tuo studio, i tuoi rapporti con gli altri… assumano l’anima cristiana, diventino amore, diventino DONO. La preghiera è seria quando fa questo, quando diventa questo.

Il Signore ha un progetto che è un progetto di rendere partecipe il mondo intero della sua ricchezza di gioia, di vita, di amore. Bene! La preghiera deve aiutarti a fare-questo, a trasformare quel pezzettino di mondo, di cui tu hai la gestione, in un pezzo di mondo dove Dio è presente. Voglio dire questo: ciascuno di noi gestisce un pezzettino di mondo che sarà l’ufficio della banca dove lavora, la camera dell’appartamento doge abita, l’ambiente parrocchiale dove si incontra con gli amici… sono tanti spazi in cui io abito e in cui io vivo. Bene! In questi spazi debbo fare entrare la presenza di Dio perché siano toccati e santificati dalla presenza di Dio.

Quando faccio questo ho collaborato con il progetto del Signore, perché questo è il suo progetto.

La preghiera deve portare qui. Allora la preghiera è quel dialogo con il Signore che mi permette di vivere vicino a Lui, di conoscerlo sempre meglio, di conoscere sempre meglio il suo progetto e non solo di conoscerlo ma di AMARLO il suo progetto, di DESIDERARLO, di farlo diventare il progetto della mia vita. Quando questo succede le cose che io faccio le faccio all’interno di questo progetto, e quindi il servizio entra in questa logica proprie perché il servizio è esattamente il luogo in cui il progetto del Signore si compie, e la preghiera vuole portare a questo.

Se la preghiera mi sintonizza su Gesù Cristo, bene: Gesù non è venuto per essere servito ma per servire; fino a che io non servo non sono sintonizzato su Gesù Cristo. Posso anche andare in estasi ma questo non mi pone nella posizione giusta.

«[1]Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna» (1 Cor 13, 1).

“Parlare le lingue degli uomini e degli angeli”, vuole dire: andare in estasi, ma non conta se non è con l’amore, se non è per l’amore, quindi se non è per il servizio, per il dono.

Allora la preghiera credo che debba andare lì, se è preghiera cristiana, perché tende la preghiera cristiana alla carità, tende all’amore.

Una parolina sola sulle formule e sulla preghiera spontanea. Benissimo la preghiera spontanea, non c’è niente da dire. Credo però che la preghiera spontanea non debba essere assolutizzata. Cioè che non diventi il tutto; perché? Perché la preghiera è un dialogo e un dialogo vuole dire un parlare con il Signore, dove devo dire quello che sento (preghiera spontanea) ma debbo accettare il Signore per quello che dice, e quindi accettare Lui, non fare dire a Lui le cose che pare a me. Quindi quello che viene fuori dal mio cuore va benissimo e lo offro al Signore, ma devo mettere anche quello che viene fuori dal cuore del Signore… e questo non è spontaneo.

A meno che uno non sia santo, santo, santo che è arrivato sulla cima del monte Carmelo e allora dal suo cuore quello che viene fuori è solo Spirito Santo. Se dal vostro cuore viene fuori solo Spirito Santo non avete più bisogno della Bibbia, la pigliate e la buttate via. Ma fino a che dal vostro cuore, oltre allo Spirito Santo, viene fuori anche qualche egoismo, invidiuzza, cattiveria e cose del genere, bene avete bisogno di mettervi ad ascoltare la Parola di Dio e prendere Dio così com’è.

La Parola di Dio (Il Vangelo, i Salmi e tutte queste cose) ci conducono dentro a una visione oggettiva, e non puramente mia soggettiva della preghiera, e questo per un cristiano è importante.

Torno a dire, non assoluto, perché se uno arriva veramente sulla cima del monte Carmelo, che è possibile, si fa una fatica boia, si passa attraverso delle sofferenze da cane, ma ci si può arrivare, ma è possibile e se uno ci arriva, dice S. Giovanni della Croce, “Qui non c’è più sentiero perché il giusto è legge a se stesso”, non ha più bisogno di leggi esterne perché è diventato giusto dentro, e quindi il suo cuore è come il cuore di Dio, sente le cose come le sente Dio, quindi diventa la legge per se stesso.

Ma questo sarebbe il punto di arrivo della preghiera e io non ci sono ancora arrivato e, credo, neanche voi, e allora fino a che siamo per strada abbiamo bisogno di questa verifica in cui ci stanno i Salmi, ci sta il Padre Nostro… e tutte queste cose.

* * *

Abbiamo mezz’ora per l’adorazione. Fatela nel modo più tranquillo che volete: state in Chiesa in ginocchio, seduti o come volete. Se qualcuno ad un certo punto sente di essere tirato può andare a fare un girettino fuori, però, se ce la cavate, quando siete fuori non discutete altrimenti si perde quel pochino di raccoglimento che la preghiera può avere creato; e poi tornate in Chiesa. Pregate come vi pare però mi andrebbe bene, per esempio, se pregaste il Vangelo delle Beatitudini di questa mattina, e lo ascoltate e fate quel lavoro di cercare di gustarlo, di prenderlo come lettera del Signore, poi ci fate un pochino di esame sulla vostra vita e dopo rispondete al Signore.

Oppure prendete il Padre Nostro e lo dividete a frasi, e ripetete ogni frase alcune volte fino a che ci pigliate gusto. Quando una frase diventa pesante, passate all’altra fino a che riuscite a percepire la preghiera come del cuore; fatela scendere sempre nel cuore, questo è un criterio assoluto e importante.

LA CASA SULLA ROCCIA – 9

Diocesi Reggio Emilia

La Casa sulla Roccia. 5

La “Casa sulla roccia” è il titolo dato alle cinque meditazioni dettate da don Luciano Monari al corso di esercizi spirituali che nel settembre 1989 – come è ormai consuetudine – si è svolto per alcune parrocchie reggiane al “Centro di spiritualità” di Marola (Reggio Emilia).

Il tema è il “discorso della montagna” dei capitoli 5, 6, 7 del Vangelo di Matteo. In appendice il testo delle omelie pronunciate nelle Eucaristie delle tre giornate.

Fonte “La Casa sulla Roccia” testo edito dalla Edizioni San Lorenzo nel mese di Dicembre 1996.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Quinta Meditazione

10 Settembre 1989

Costruire “la casa sulla roccia”

“Sono passati ormai 18 secoli da quando Gesù Cristo camminava sulla Terra. Ma non si tratta di un fatto come gli altri, i quali una volta passati, si dileguano nella storia e, a lungo andare, cadono nell’oblio. Invece la sua presenza in Terra non diventerà mai un evento del passato, tanto meno qualcosa di sempre più passato, «qualora si trovi ancora la fede sulla terra» (Lc 18, 8); infatti, se questa manca, la vita terrena di Cristo diventa un fatto remotissimo. Ma fin quando esiste un credente, bisogna che egli, per essere divenuto tale, sia stato e, come credente, sia contemporaneo della sua presenza come i primi contemporanei; questa contemporaneità è la condizione della fede o più esattamente essa è la definizione della fede.

Signore Gesù Cristo, fa’ che a questo modo possiamo diventare tuoi contemporanei così da vederti nella tua vera figura e nell’ambiente dove realmente camminavi sulla terra e non nella forma di ricordo vuoto e insignificante, frutto di una esaltazione spensierata o sommersa nelle chiacchiere della storia; che possiamo vederti come sei e come fosti e come sarai fino al tuo ritorno nella gloria: il segno dello scandalo e l’oggetto della fede, l’uomo umile e tuttavia Salvatore e Redentore dell’umanità, venuto sul la terra per amore, per cercare quelli che erano perduti (Mt 18, 11), per soffrire e morire, e insieme preoccupato… di dover ripetere sempre: Beato colui che non si scandalizza di me (Mt 11, 16).

Che noi possiamo vederti così, ma senza dover scandalizzarci in te”.

Questo è l’inizio dell’Esercizio del Cristianesimo di Kierkegaard e, a parte la sua idea precisa di contemporaneità, c’è qualche cosa di prezioso per noi. Credere, dice, significa essere contemporanei di Gesù; quindi incontrarlo non come un maestro del passato, ma come un vivente, con tutto quello che l’incontro con il Gesù reale può avere di scandaloso, ma anche con tutto quello che ha di vivificante.

In fondo, quello che abbiamo tentato di fare in questi giorni, rileggendo il discorso della montagna, è non tanto imparare un insegnamento, ma incontrare una persona. Il discorso della montagna diventerebbe un peso insopportabile se lo si intendesse come una nuova legislazione che viene imposta all’uomo e diventa invece un peso leggero e soave se lo si intende come l’espressione di un rapporto di comunione, di fede, di amore, di condivisione con il Signore. Non è difficile da capire: quando uno è innamorato riesce a fare delle cose che altrimenti gli sarebbero pesantissime; ci riesce, perché l’amore dà un’energia, una forza, una solidità più grande. Per noi la fede ha esattamente questa funzione: è quel rapporto personale con il Signore vivo, contemporaneo, che ci permette di accogliere le sue parole con gioia e di portarne il peso con soavità (cfr. Mt 11, 28-30).

Una decisione forte

Riprendiamo allora la lettura del discorso della montagna, percorrendo velocemente l’ultima parte. Siamo partiti con quel «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5, 20). Abbiamo confrontato la giustizia del discepolo con quella degli scribi e, abbiamo detto, non è solo una giustizia legale, ma portata a un impegno radicale. L’abbiamo confrontata con quella dei farisei e, abbiamo detto non è solo una giustizia davanti agli altri, un “galantuomismo”, ma è giustizia davanti a Dio.

A questo punto c’è una sezione che ci invita a una “decisione” autentica. Il verbo “decidere” significa in origine “tagliare”. Una decisione è autentica quando taglia gli indugi, quando esclude le altre possibilità di scelta e si indirizza con, appunto, “decisione” verso una certa meta, un certo traguardo. Ed è quello che il discorso della montagna richiede. Dice:

«[19]Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; [20]accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. [21]Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore. [22]La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; [23]ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra! [24]Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6, 19-24).

Un tesoro in cielo

Questi tre brani contengono fondamentalmente un invito pressante alla scelta di Dio: devi decidere, e sapere che da questa decisione dipende la tua vita: dipende, dice il primo brano, il cuore. Hai un cuore, e il cuore è la realtà più preziosa perché è il centro della tua persona, è il tuo io, quello da cui dipende il senso di tutta la tua esistenza. È importante, s’intende, la mano; ma in fondo se ti viene meno la mano puoi ancora esistere, vivere, amare. Ma se va in rovina il cuore è tutta la vita che è perduta. Allora tieni prezioso il cuore. D’altra parte il cuore è capacità di amore, è desiderio di vita; se hai un cuore, c’è perciò necessariamente anche un tesoro al quale il tuo cuore si attacca. Diventa necessario allora prendere coscienza di quale sia questo tesoro: qual è quella realtà che riesce a mettere in movimento pensieri e desideri, a subordinare a sé tutte le altre scelte, tutti gli impegni e preoccupazioni? Questo è il tuo tesoro: devi verificare qual è il tesoro, perché il cuore vive o muore secondo che il suo tesoro sia solido o effimero. Allora:

«[19]Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; [20]accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano»(Mt 16, 19-20).

Mi piacerebbe scrivere quella parola, cielo, con la “C” maiuscola, perché esprime il nome stesso di Dio. Il discorso è: devi avere come tesoro della tua vita Dio stesso, Dio e quelli che sono i suoi doni, le sue ricchezze, perché solo questa è l’unica realtà solida; il resto è inevitabilmente destinato a scomparire. Qualunque tesoro ci sia sulla terra è, per natura sua, effimero: sono effimeri i soldi, sono effimeri i successi, è effimera ancora di più l’apparenza, l’applauso degli altri: stai attento che se ci leghi il cuore, lo rovini.

C’è invece una realtà solida e che rimane. Aggrappaci il cuore. Ricordate che nell’Antico Testamento tantissime volte Dio è presentato come una roccia: «La roccia della mia salvezza, la mia roccia». L’immagine è quella mitica dell’oceano primordiale, oceano caotico e di morte, in mezzo al quale c’è solo questa roccia ferma che resiste di fronte a tutti gli assalti della morte e delle potenze del caos, del disordine. Dio è la roccia, è quel fondamento solido che ti permette di rimanere tranquillo e sicuro anche in mezzo all’oscurità e al disordine, anche di fronte a quella realtà invincibile che si chiama morte. Per questo: accumulatevi tesori in Cielo.

Se volete prolungare la meditazione, potete rileggere il brano del “giovane ricco” (Mt 19, 16-22); oppure le parabole del “tesoro nascosto nel campo” e della “perla preziosa” nel cap. 13, 44-45 di Matteo.

Continua:

[22]La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; [23]ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso» (Mt 6, 22-23a).

Un occhio semplice

È una piccola parabola, la parabola dell’occhio. Vuole dire: l’occhio è l’organo che percepisce la luce. Se l’occhio funziona bene, se è trasparente (il testo dice letteralmente: se l’occhio è semplice), attraverso l’occhio entra la luce e questa luce illumina non solo l’occhio, ma il corpo intero. Quando l’occhio ci vede bene, la mano sa dove deve spostarsi per afferrare la penna o un orologio, e il piede sa dove deve muoversi per andare in una certa direzione. Tutto il corpo viene illuminato se l’occhio percepisce bene la luce; ma se l’occhio non percepisce la luce perché è malato, tutto il corpo piomba nella tenebra, rimane come paralizzato e non sa più come muoversi, non sa più dove dirigersi.

Come dicevo, si tratta di una parabola. A che cosa si riferisce? A quella capacità interiore dell’uomo che gli permette di cogliere la presenza e l’amore di Dio; fa riferimento al cuore, se con il termine “cuore” intendiamo ancora quel centro dell’io che percepisce la verità e l’amore, che percepisce Dio nella dimensione della fede. Ebbene, se quel centro del tuo essere è limpido, chiaro, semplice; se quindi tu riesci, in questo centro di te stesso, a metterti alla presenza di Dio e a camminare davanti a lui, tutta la tua vita ne viene illuminata. La presenza di Dio illumina non solo il cuore, ma, attraverso il cuore, illumina tutti i tuoi comportamenti, dà una direzione alla tua vita; ma se quel centro diventa ottuso, non più capace di percepire, di vedere quella luce che è Dio e il suo amore; se quindi, da questo punto di vista, il mondo ti diventa opaco, non ti parla più di amore, non ti parla più di santità, tutto il tuo corpo, cioè tutta la tua vita, perde la sua lucidità, il suo orientamento.

«Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!». È un invito a una percezione profonda del cuore, quello con cui si ritrova nella nostra vita e nel mondo la presenza dell’amore di Dio o, che è lo stesso, si percepisce la verità di Gesù Cristo.

È quello che quando ti metti davanti a Gesù Cristo ti fa dire: ha ragione lui.

È una capacità di percezione, questa, che deve essere lucida: devi poter dire a Gesù Cristo: riconosco che hai ragione; devi potere dire del Vangelo: è vero.

Questo è l’occhio, una capacità interiore di riconoscimento della luce.

E finalmente:

«[24]Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6, 24).

Un servizio esclusivo

Vuole dire che la decisione deve essere radicale e senza compromessi. Un esempio molto bello credo che sia nel Libro dei Re al cap. 18, quando Elia fa la famosa sfida con. i profeti di Baal sul monte Carmelo; si deve decidere a chi appartiene il monte Carmelo, se appartiene alla zona di influenza dei Baal o se invece appartiene alla zona di influenza del Signore. Il discorso importante è che Elia propone a Israele di rifiutare ogni compromesso.

Ricordate le parole:

«Fino a quando zoppicherete con i due piedi? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!» (1Re 18, 21).

Non potete continuare a mettere insieme Jahve e Baal. Questo è il discorso di Elia; ma è un discorso che la gente non capisce:

«Il popolo non gli rispose nulla» (1Re 18, 21).

Il popolo non capisce perché si debba fare questa scelta. Il suo modo di ragionare suona più o meno così: al Signore noi diamo tutto quello che ci ha chiesto: le primizie, le decime, e le tasse che dobbiamo pagare al Signore gliele paghiamo. Che cosa gli interessa se, una volta che abbiamo pagato le tasse dovute a lui, diamo anche qualcosa ai Baal per garantirci la pioggia e la fecondità dei greggi? Per gli Israeliti è questione di procurarsi una sicurezza in più. I Baal erano gli dei della natura e da loro dipendeva la fecondità dei campi. Perché non ingraziarseli?

E invece il discorso di Elia è proprio questo: non si possono mettere insieme due servizi: il Signore è geloso, vuole tutto. Può apparire una pretesa troppo grande, ma il Dio di Israele vuole tutto. Non si accontenta della metà e neanche dei tre quarti; vuole che il servizio dell’uomo e del suo cuore sia totalmente dedicato a lui; che l’uomo si aspetti da lui, e da lui solo, tutto quello di cui ha bisogno. È necessaria, quindi, una decisione totale, senza riserve.

Questo discorso che, riferito all’idolatria, ci può sembrare antico e scontato, si applica anche a quello che ci insegnava ieri sera san Paolo nella Lettera ai Colossesi, quando, parlando della avarizia, diceva che è una forma di idolatria. L’avarizia insaziabile è una forma di idolatria perché consiste nel mettere qualcos’altro accanto a Dio come signore della nostra vita, come motivo delle nostre scelte.

Anzi, il discorso si può allargare perché tutto quello che nella nostra vita pretende di decidere i nostri comportamenti, di avere l’ultima parola sul sì e il no di una nostra scelta, questa è una divinità. Che sia il denaro o che sia il bisogno di affermarsi o il potere o cose del genere, è in fondo qualcosa che usurpa il ruolo di Dio, perché è a Dio solo che spetta l’ultima parola sul bene e sul male, sul sì o il no di fronte a una scelta.

Fiducia nel Padre

L’avaro questa ultima istanza la dà al denaro; il superficiale la può dare al successo; in ogni modo, a qualcosa che non è Dio. In conclusione questi tre brani (Mt 6, 19-20; 22-23a; 24) costituiscono il richiamo ad una decisione effettiva, che sia realmente tale. Segue poi, in parallelo (vv. 25-34), l’invito alla fiducia. Se tu fai una scelta di questo genere e poni veramente la tua vita al servizio di Dio, in cambio puoi stare tranquillo: il Signore mette la sua onnipotenza, la sua misericordia, la sua bontà al tuo servizio.

Tu devi essere per lui e il Signore è per te. Questo scambio è il cuore della esperienza religiosa, che può andare fino alle vette eccelse di una santità, tipo san Francesco o santa Teresa, ma che ha il suo inizio proprio nella nostra vita quotidiana, in una specie di spostamènto di attenzione. Mi assumo il servizio di Dio come regola suprema della mia vita e affido a Dio la difesa della mia esistenza. Questa logica di vita, come. dicevo, si apre a realizzazioni sempre più profonde.

Santa Teresa d’Avila nel Castello interiore descrive la vita spirituale dell’uomo; del cristiano, come un ingresso verso il centro del castello fino a quel centro dove c’è l’a presenza stessa di Dio. Ebbene, in quella stanza che è la stanza nuziale dell’anima con il Signore, l’esperienza è proprio questa: l’anima si sente dire dal Signore: ormai non devi più preoccuparti della tua vita; alla tua vita ci penso io. Tu occupati solo di me, della mia volontà, della mia lode. È lo stesso che leggiamo alla fine del cap. 6, 33:

«[33]Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta».

Vi saranno date è un passivo che sembra impersonale, ma in realtà nasconde il nome di Dio, cioè “Dio vi darà tutte queste cose in aggiunta”; c’è uno scambio di attenzione, un dono reciproco, l’uomo dona se stesso al Signore e il Signore dona se stesso all’uomo. Dio è per l’uomo, per l’uomo che si dona a lui. Leggiamo allora questo ultimo brano, che ci allarga il cuore, anche se ci pone poi di fronte a delle grandi esigenze; però rimane un brano consolante e gioioso che delinea l’immagine di una vita d’autentica libertà.

«[25]Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? [26]Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? [27]E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? [28]E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. [29]Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. [30]Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? [31]Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? [32]Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. [33]Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. [34]Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6, 25-34).

Gli affanni della vita

Un brano di questo genere parte dal presupposto che la condizione dell’uomo è una condizione di bisogno: l’uomo è essenzialmente un bisognoso, perché per vivere ha bisogno di cibo e di bevanda, ha bisogno di vestito e di una casa, poi ha bisogno di lavoro e di soldi, poi ha bisogno di amicizia e di gratificazione, poi ha bisogno di protezione e difesa, di giustizia; insomma un uomo per vivere ha bisogno di tantissime cose. Proprio perché è una creatura complessa e ricca, ha bisogno di molte più cose che non le altre creature, che non gli animali e le piante.

Ora, ciascuno di questi bisogni dell’uomo può trasformarsi in affanno: ho bisogno di 2.500 calorie al giorno; le avrò anche domani? E se domani dovessi averne solo 1.800 e dopodomani ancora? E se mi venisse meno il cibo? Ho bisogno di amicizia: e se i miei amici mi abbandonassero? E se mi trovassi radicalmente solo? E se dovessi andare a chiedere l’elemosina? E se mi trovassi malato su un letto, incapace di badare a me stesso? E se perdessi la memoria? Le paure diventano molte e gravi, fino all’ultimo gradino, la paura della morte. Queste paure l’uomo se le porta addosso e possono facilmente trasformarsi in affanni cioè in preoccupazioni ossessive che impediscono di vivere in modo positivo il presente. L’uomo diventa angosciato per il futuro e perde la capacità di occuparsi degli altri, tanto è preoccupato per sé e per la sua vita e per la sua difesa; tempo ed energie psichiche per preoccuparsi del Signore e degli altri non gliene rimane affatto.

Da questo il cammino della fede può liberarci.

Libertà dagli affanni

È chiaro che è un cammino; è chiaro ancora che delle paure ce le portiamo sulla pelle e credo che ce le porteremo imo al letto di morte. Il Signore non dice che non si possa avere paura, ma che bisogna cercare di non affannarsi, cioè di non aggiungere qualche cosa a quello che è già il peso della vita quotidiana dell’uomo. L’uomo per vivere deve lavorare e questo un certo peso lo comporta. Ma l’affanno è qualche cosa di più, è quello che si aggiunge alle necessità oggettive per la vita per le nostre paure, per le nostre inquietudini: «Per la vostra vita non affannatevi, per quello che mangerete o berrete». Per capire correttamente questo brano, notate che gli uccelli del cielo e i gigli del campo vengono presentati non come dei modelli da imitare, ma come degli “insegnamenti da capire”. Il Signore non è così ingenuo da dire all’uomo: devi comportarti come, gli uccelli del cielo, cioè non devi fare nessun programma, o non devi avere un granaio, o cose di questo genere. Non è scritto da nessuna parte che si debbano imitare gli uccelli del cielo. Gli uccelli del cielo sono piuttosto un insegnamento. Dice il Signore: guardali e ti renderai conto che c’è un Dio che si prende cura di loro; non sono creature allo sbaraglio, c’è una provvidenza di Dio per gli uccelli del cielo, c’è una provvidenza, una premura, un amore, un’attenzione anche per i gigli del campo. Ora, se c’è un Dio che si prende cura dei gigli del campo, che valgono niente in confronto a te, in confronto all’uomo, vuoi che Dio non si prenda cura della tua vita? Vuoi quindi che il tuo futuro sia proprio allo sbaraglio, quando il mondo intero non è allo sbaraglio, ma vive sotto la cura e l’attenzione di un Dio creatore, di un Dio che è Padre? Egli è Padre provvidente verso tutto quello che ha creato, ma in modo particolare verso di te e della tua vita.

Ripeto: il Vangelo non è un invito a diventare imprevidenti, o fannulloni. Siccome il Signore ci ha regalato le mani, le dobbiamo adoperare per lavorare; e siccome ci ha regalato la testa, la dobbiamo usare per ragionare; non è mica proibito usare la testa! Almeno credo che il Signore ce l’abbia data perché l’usiamo, non perché uno la censuri e non pensi più. Il senso del discorso è: usa le mani per lavorare, usa la testa per pensare, per programmare quello che è necessario, ma senza affannarti; non lasciare che la paura del domani determini dei comportamenti di difesa troppo rigidi, per cui non sei più capace di vedere le necessità degli altri, di amare e di vivere la tua vita con un tantino di serenità e di fiducia.

La provvidenza di Dio

La provvidenza di Dio non è un’azione meccanica che sostituisce l’impegno dell’uomo; è invece quell’amore onnipotente che sostiene l’impegno dell’uomo e che lo libera dall’affanno. Per questo la condizione del cristiano può diventare una condizione di libertà pure in mezzo alla necessità. L’uomo vive nella necessità perché, dicevamo prima, è essenzialmente un bisognoso. Si tratta di vivere in mezzo ai bisogni, e quindi con tante cose che ci sono necessarie, ma conservando un tantino di libertà interiore. Credo che togliere del tutto le paure sia un dono particolare del Signore; però la fede toglie in ogni caso una notevole quota di paure e libera una notevole quota di attenzioni e di, gesti e di attività per l’amore. Quello che è bloccato dalla paura è ripiegato su noi stessi, quello che è sciolto dalla paura diventa libero per l’amore, per il dono.

È questo che il Signore vuole dire. Questa libertà che il Signore ti dà, te la dà perché ci siano nella tua vita delle ricchezze che puoi comunicare agli altri con un tantino di gratuità, di gioia, di libertà.

In questo modo la vita del credente dovrebbe essere radicalmente diversa dalla vita del “pagano”; perché la definizione del pagano, secondo questo brano, è essenzialmente l’inquietudine. Il pagano è inquieto per la povertà; è chiaro, quando sono povero, vivo preoccupato perché non so se avrò abbastanza da mangiare, se potrò coprirmi, se potrò pagare l’affitto, se avrò tutte le cose che sono indispensabili. C’è quindi una inquietudine che è l’inquietudine della povertà. Ma se il pagano fosse ricco sarebbe forse libero dalla inquietudine? Per niente! Il pagano quando è ricco è altrettanto inquieto perché ha molte cose, ma corre sempre il rischio di perderle. Così ogni mattino controlla con ansia l’indice della borsa e l’andamento del mercato. Le notizie del giorno possono esaltarlo ma possono anche angustiarlo. La sua speranza è legata al possesso e siccome il possesso non è mai garantito per il futuro, il pagano vive perennemente ansioso. C’è l’inquietudine della povertà, ma c’è anche l’inquietudine della ricchezza. È inquieto il povero che teme di non ottenere ciò che gli manca; è inquieto il ricco che teme di poter perdere ciò che possiede.

Beatitudine e libertà

La condizione del cristiano invece dovrebbe essere esattamente l’opposto: beatitudine nella povertà, perché vale l’affermazione: Beati i poveri in spirito, e libertà nella ricchezza. Quindi una gioia che si mantiene anche nella povertà; il cristiano povero – notava Kierkegaard – non ha una gran voglia di parlare di povertà, preferisce di gran lunga parlare di ricchezza. San Francesco, che della povertà aveva un’esperienza radicale, non si sente certo povero; è convinto piuttosto di essere ricco per avere scelto Gesù Cristo, la gioia di Gesù Cristo. Non si lamenta di ciò che non ha ma benedice, loda, ringrazia il Signore per ciò che ha. Si sente padrone del mondo e ringrazia per l’acqua e per il sole e per il fuoco robustoso et forte: è come se fossero cose sue! Ha trovato una sorgente di vita e gioisce per questo. Dall’altra parte quando il cristiano è nella abbondanza questa non lo blocca in un egoismo sterile; egli rimane libero, capace di comunicare agli altri quanto possiede: questo è certamente un miracolo grande. Un uomo ricco che non sia attaccato ai soldi è davvero un miracolo; ma bisogna che ai suoi beni non ci sia attaccato davvero; e di questo ci se ne accorge quando uno la ricchezza la perde, non fin che la mantiene. Con un po’ di umorismo S. Teresa d’Avila si stupiva per molte persone che dicono: io di ricchezza ne ho, ma non ci sono mica attaccato! Ma poi, se capita un rovescio per cui perdono i loro beni, vanno in crisi nera. Allora, dice, forse un pochino attaccati c’erano; allora la libertà interiore era solo apparente, era solo un riflesso della condizione di sicurezza. In realtà quanto sia profondo l’attaccamento alle cose, lo comprendiamo bene quando esse ci vengono portate via; quando le abbiamo, è facilissimo dire che non ci siamo attaccati del tutto: ma si tratta solo di parole. È raro poter dire con Paolo:

«[12]ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. [13]Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4, 12-13).

Mettiamo insieme le due cose: una scelta autentica del Signore e una piena fiducia in lui: riuscire a non preoccuparci troppo (insisto su questo “troppo”) per la nostra vita, nella fiducia che il Signore rimane come fondamento, come base. A lui possiamo fare appello in ogni occasione; su questo avremo occasione di tornare.

«Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena». Questa è una semplice norma del buon senso universale, è un proverbio semplice ma prezioso per custodire la serenità.

Non giudicate

«[1]Non giudicate, per non essere giudicati; [2]perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. [3]Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? [4]O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? [5]Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» (Mt 7, 1-5).

Notate la formulazione assoluta di questo comando del Signore: Non giudicate, che credo si possa tradurre: Non condannate, non giudicate con quel giudizio di condanna che non ha pietà per nessuno, che elimina senza possibilità di appello dalla sfera della fraternità. Non condannate per non essere condannati, perché il giudizio di Dio nei vostri confronti non sia esso stesso un giudizio di condanna. Che vuole dire? Siccome c’è un Dio giudice di tutti, non è richiesto a te di essere quello che mette ordine nel mondo, che dà a ciascuno il suo, che distribuisce il premio o il castigo secondo le opere buone o cattive di una persona. Questo compito lascialo nelle mani di Dio: è lui il giudice; non arrogarti tu la responsabilità, perché non hai la testa abbastanza acuta da prendere il posto di Dio e non ti è lecito metterti nei panni del giudice. Tu in realtà, sei e rimani un imputato.

Il tuo posto giusto non è il seggio del giudice, ma è il banco dell’imputato; è lì che devi andarti a sedere.

Quando ti metti lì, stai al tuo posto e ragioni nel modo giusto; ma se fai tanto di insediarti nello scranno del giudice, capovolgi tutta la tua realtà, non vedi più le cose così come sono. Ti arroghi una identità che non è la tua. E ingannarsi sulla propria identità è un pasticcio grosso. Tanto è un pasticcio grosso che, se fai questo, ti viene meno ogni lucidità sulla tua vita, non riesci più a renderti conto di quello che sei veramente; osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello e non vedi più la trave che è nel tuo occhio; sei così occupato e preoccupato e attento a scrutare i piccoli difetti degli altri, che i tuoi errori madornali neanche li vedi. Tutto questo perché ti sei messo al posto del giudice; il giudice non è quello che esamina i suoi difetti, è quello che esplora i difetti degli altri; tu fai proprio così, ma è questo che ti rovina. Quello che ti gioca un brutto scherzo è l’illusione che hai di poterti mettere nel posto del giudice e nello stesso tempo di poter vedere con chiarezza i tuoi difetti: non è possibile. Se vuoi vedere r tuoi difetti devi stare umilmente nel posto dell’imputato; se vai al poso del giudice vedrai molto bene i difetti altrui come dietro una lente d’ingrandimento, ma perderai la lucidità su te stesso.

«Come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello». Questa riflessione è comune in tutto il Nuovo Testamento. Un esempio lampante nel cap. 2 della Lettera ai Romani. San Paolo si pone davanti all’uomo che conosce la legge di Dio e usa il criterio morale per giudicare gli altri; costui, nel momento in cui giudica gli altri, si sente dal punto di vista di Dio, e s’illude così di essere al sicuro. Ma è una illusione, perché lui stesso non è in grado di praticare pienamente la legge:

«Sei dunque inescusabile, chiunque tu sia, o uomo che giudichi; perché mentre giudichi gli altri, condanni te stesso; infatti, tu che giudichi, fai le medesime cose (…) Pensi forse, o uomo che giudichi quelli che commettono tali azioni e intanto le fai tu stesso, di sfuggire al giudizio di Dio?» (Rm 2, 1.3).

È dunque uno sport rischioso quello di giudicare perché impedisce a chi lo pratica di compiere un vero cammino di conversione personale. Un’altra immagine molto bella è quella del cap. 8 del Vangelo di, Giovanni, il brano famoso dell’adultera. Scribi e farisei trascinano da Gesù questa donna, sorpresa in flagrante adulterio, la mettono in mezzo, dice il vangelo di san Giovanni, e l’accusano. Senza parlare con lei – perché lei non è degna che le si rivolga la parola! – rivolgendosi a Gesù, gli dicono:

«[4]Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. [5]Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?»(Gv 8, 4-5).

Che cosa ne pensi? Ricordate che il Signore si mette a guardare per terra e comincia a scrivere. Non serve andare ad indovinare che cosa abbia scritto, perché nessuno lo sa, san Giovanni non ce l’ha detto; però il significato del gesto è molto chiaro. Gesù prende tempo o, meglio, offre a quella gente un tantino di tempo perché si renda conto di quello che sta facendo. È gente che si rende conto molto bene del peccato della donna; questo è molto chiaro; la donna è stata sorpresa in adulterio e l’adulterio viola la legge di Dio; su questo non ci sono dubbi: ma nello stesso tempo queste persone hanno perso la lucidità su se stesse; accusando, condannando, stanno mettendosi al posto del giudice. Bene, il momento di silenzio dovrebbe servire alla gente a ripensare a se stessa, a rientrare nel proprio cuore, a considerare la propria condizione. Siccome invece la gente non coglie questa occasione, ma continua ad accusare, allora Gesù parla esplicitamente:

«Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei» (Gv 8, 7).

A questo punto la gente è costretta a guardarsi, perché le parole sono troppo esplicite; il silenzio era già un invito, ma non l’avevano colto; le parole costringono. Allora se ne vanno tutti, a cominciare dai più anziani, che l’esperienza faticosa della vita ha reso più accorti, se ne vanno tutti finché lì in mezzo non rimane che la donna adultera. I seggi dei giudici sono stati sgombrati, c’è solo il posto dell’imputato. Se uno vuole stare nella scena deve mettersi nel posto della donna; non ce ne sono altri disponibili. Solo il Signore è in grado di mettersi nel posto del giudice; e, paradossalmente, lui che potrebbe condannare perdona. Chi potrà ancora alzare una voce di giudizio e di condanna?

L’efficacia della preghiera

Lasciamo il versetto 6, la cui spiegazione è misteriosa e prendiamo brevemente i versetti dal 7 all’11 sulla preghiera e poi finalmente la regola d’oro:

«[7]Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; [8]perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. [9]Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? [10]O se gli chiede un pesce, darà una serpe? [11]Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!» (Mt 7, 7-11)

Legate queste parole con la fine del cap. 6. Siamo dei bisognosi; ci verrebbe da avere paura ogni giorno; ma abbiamo una sicurezza, quella della preghiera. La preghiera è certamente un dovere, ma dovrebbe essere interpretata prima di tutto come un diritto, il diritto dei figli. I figli hanno diritto di rivolgersi con libertà ai loro genitori per avere quello che è loro necessario per vivere. La preghiera nasce da questo rapporto; è un diritto, il diritto di rivolgerci a Dio e di chiedere a lui quello che ci è indispensabile per vivere. Si tratta di avere nei confronti di Dio quella fiducia che è propria del figlio, che ci permette di non affannarci per il domani, per quello che mangeremo, berremo, vestiremo. Allora chiedete e vi sarà dato. Attenti ad interpretare bene. “Chiedete e vi sarà dato” o vuol dire: chiedete “e Dio vi donerà”; cercate e troverete, vuol dire: cercate “e Dio vi darà” quello di cui avete bisogno, e così via. Non interpretate queste frasi come dei proverbi. Di fatto “chi cerca trova” è diventato un proverbio. Ora, un proverbio registra qualche cosa che succede normalmente; non dico proprio sempre come la legge di gravità, che è una legge rigida. l proverbi sono un pochino più flessibili, però normalmente accade come essi dicono, State bene attenti a non interpretare le parole di Gesù in questo modo.

La preghiera non è un gesto che abbia in sé una efficacia infallibile; la preghiera è un appello fiducioso alla libertà di Dio. La risposta sta nel gesto libero di Dio. Il significato, dunque, è questo: chiedete con libertà perché Dio ha deciso di essere per voi come un padre; ha deciso liberamente, nel suo amore, di ascoltare le vostre preghiere e di rispondere a tutte le vostre richieste. C’è quindi di mezzo la libertà di Dio; non è una formula meccanica, non è una legge di natura che “chi cerca trova”; è una scelta libera di Dio che chi si appella a lui con l’animo del figlio è ascoltato e riceve risposta, riceve quello di cui ha bisogno. Avere questa sicurezza è per noi, fondamentale, se vogliamo riuscire a custodire quella pace interiore che è essenziale alla vita cristiana.

Ricordate il brano famoso della Lettera ai Filippesi, al cap. 4, dove san Paolo dice:

«[4]Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. [5]La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! [6]Non angustiatevi per nulla» (Fil 4, 4-6a).

E io dico: fai bene a dire di non angustiarmi per nulla, ma io se ho fame, se ho sete, se ho bisogno, se sono solo, come posso non angustiarmi affatto?

«[6]Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; [7]e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù» (Fil 4, 6-7).

Quindi la pace viene come effetto della preghiera, della preghiera filiale; la sicurezza nasce dalla provvidenza di Dio, dalla premura che Dio usa liberamente verso di noi.

La regola d’oro

Tutto questo, dicevamo, culmina finalmente nella regola d’oro:

«[12]Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti» (Mt 7, 12).

Regola che trovate già nel Libro di Tobia (cfr.4, 15); che si trova nei testi rabbinici; in particolare è attribuita a quel famoso maestro che si chiamava Hillel; ma Gesù l’ha formulata in modo nuovo. La regola d’oro, di per sé, ha questa formulazione: «Non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te»ha quindi una formulazione negativa; è una legge di proibizione che permette di evitare ogni comportamento cattivo o ingiusto nei confronti degli altri. Gesù ha capovolta la formulazione, facendola diventare positiva: «Tutto quello che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti». Messa in forma positiva, la regola diventa molto più impegnativa: non solo non devi fare il male, ma devi prendere l’iniziativa e cercare creativamente quello che è bene per gli altri, quello che è giusto e utile, quello che edifica e guarisce. Quindi è una Legge che non lascia mai in ozio. Una delle qualità dell’amore è di essere attivo; mica concitato e attivista, però attivo sì, cioè che va alla ricerca del bene degli altri; la regola d’oro ci orienta in questa direzione. State solo attenti a interpretarla bene. La regola d’oro è, come si dice, una regola “euristica” (= trovare la verità). Non vuole dire: se volete che gli uomini vi facciano del bene, fatelo voi per primi a loro. Vuole dire: se volete sapere quale deve essere il vostro comportamento, mettetevi nei panni degli altri e chiedetevi che cosa sarebbe bene fare, che cosa desiderereste che venga fatto a voi. Questo ti aiuta a comprendere quello che devi fare. Scopo della “regola” non è ottenere un comportamento buono da parte degli altri, ma capire quale deve essere il mio comportamento. Serve a questo la regola d’oro, serve per riconoscere i miei egoismi, le mie abitudini, per sciogliere le paure, in modo da trovare quel gesto creativo che è giusto. Una volta che uno ha capito questo, dice il Signore, ha capito tutto: questa è la Legge e i Profeti. Il resto è spiegazione e applicazione.

Ci possiamo fermare qui ricordando che in questo modo si capisce che la vita cristiana è una via, non è un possesso. Non c’è nessuno che possa dire: ho messo in pratica la regola d’oro; c’è qualcuno che può dire: ho messo in pratica la pazienza, oggi non ho perso la pazienza in tutta la giornata. È già un piccolo miracolo; ma non c’è nessuno che possa dire: oggi ho fatto agli altri tutto il bene che avrei potuto fare.

Da questo punto di vista non c’è una sicurezza di possesso dell’amore; l’amore è una via sulla quale è necessario camminare senza pretendere, senza avere la sicurezza di avere fatto tutto il possibile, semplicemente con la gioia di crescere verso quella direzione, senza lasciarsi prendere dall’angoscia, dall’avvilimento. Perciò non lasciate che la riflessione sul “discorso della montagna” vi avvilisca. Lo so anch’io che a leggere il discorso della montagna uno si trova “in rosso”, si accorge di essere in passivo. Ci sono nella nostra vita condizioni di insufficienza ecc.; ma guai a voi, se questo vi crea avvilimento. Deve servire piuttosto a mettersi davanti a Dio nell’atteggiamento della sincerità e a ripartire con calma, con perseveranza, con fiducia nell’aiuto del Signore. Perché

«[24]Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. [25]Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. [26]Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. [27]Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande» (Mt 7, 24-27).

È importante concludere con queste parole per ricordare che il discorso della montagna, al di là di tutte le discussioni degli esegeti, è da mettere in pratica.

Il Signore lo ha pronunciato perché lo mettiamo in pratica, non semplicemente perché lo ammiriamo, nemmeno semplicemente perché ci sentiamo in colpa, ma perché, con la consapevolezza della nostra debolezza e fragilità, cerchiamo di camminare per questa strada. È il cammino lungo della perseveranza che avete già incominciato; anche solo in questi tre giorni di pazienza ne avete portata abbastanza. Adesso si tratta di continuare con perseveranza in quel cammino che il Signore ci ha dato la grazia di cominciare.

LA CASA SULLA ROCCIA – 8

La Casa sulla Roccia. 4

10 Settembre 1989

La “Casa sulla roccia” è il titolo dato alle cinque meditazioni dettate da don Luciano Monari al corso di esercizi spirituali che nel settembre 1989 – come è ormai consuetudine – si è svolto per alcune parrocchie reggiane al “Centro di spiritualità” di Marola (Reggio Emilia).

Il tema è il “discorso della montagna” dei capitoli 5, 6, 7 del Vangelo di Matteo. In appendice il testo delle omelie pronunciate nelle Eucaristie delle tre giornate.

Fonte “La Casa sulla Roccia” testo edito dalla Edizioni San Lorenzo nel mese di Dicembre 1996.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Quarta Meditazione
10 Settembre 1989

Una vita religiosa autentica

«[20] (…) se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5, 20).

Abbiamo tentato di cogliere il significato di questa espressione programmatica del discorso della montagna in quelle che vengono chiamate le “antitesi” del cap. 5 di Matteo, che abbiamo interpretato come il compimento della legge mosaica portato da Cristo e legato con la proclamazione e quindi l’ingresso del regno di Dio, della salvezza di Dio nella nostra vita. Ma il discorso non è ancora completo; il cap. 5 ha fatto soprattutto il confronto tra la giustizia del regno e la giustizia dello scriba, cioè di colui che è attento alla lettera della legge con una devozione infinita e ammirevole, ma che si ferma esattamente a quanto la legge richiede.

L’inizio del cap. 6 introduce un altro atteggiamento fondamentale del discepolo che potremmo mettere in rapporto con la religiosità farisaica. Come ricordavamo stamattina, la religiosità farisaica non è certamente una religiosità da poco, ma è una religiosità che, nell’ottica di Gesù, ha alcune mancanze che debbono essere corrette. Quali? Una delle fondamentali è presa di mira proprio all’inizio del cap. 6:

«[1]Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli. [2]Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. [3]Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, [4]perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. [5]Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. [6]Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. [7]Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. [8]Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. [9]Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; [10]venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. [11]Dacci oggi il nostro pane quotidiano, [12]e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, [13]e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. [14]Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; [15]ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe. [16]E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. [17]Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, [18]perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6, 1-18).

Davanti agli uomini

Gesù prende in considerazione tre fra le forme di pietà classiche della religione ebraica, cioè l’elemosina, la preghiera, e il digiuno e a ciascuna di queste tre pratiche religiose applica un principio fondamentale che è questo: la vita religiosa vuole vissuta sotto lo sguardo di Dio. È essa, naturalmente, una vita che viene vissuta sulla terra, in mezzo agli altri; ma lo sguardo dell’uomo religioso non è rivolto agli altri per avere ammirazione o approvazione o lode di qualsiasi genere. Lo sguardo deve essere rivolto a Dio. Fa parte della vita religiosa il compiere le opere buone, non c’è dubbio; per il vangelo di Matteo questo è così importante che il giudizio finale si deciderà su questo: mi avete dato da mangiare… non mi avete dato da mangiare… Quindi le opere buone sono fondamentali. Ma come bisogna compiere queste opere? Davanti a Dio, sotto lo sguardo di Dio, per ricevere la approvazione di Dio, non davanti agli uomini, non per avere vantaggi umani: Questo è il principio che viene affermato nel versetto 1: «Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli».Viene quasi spontaneo un confronto con quanto il cap. 23 dice sul comportamento di alcuni farisei, che hanno deformato la religione. Si legge, per esempio, al versetto 5:

«[5]Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattéri e allungano le frange; [6]amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe [7]e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì’’ dalla gente» (Mt 23, 5-7).

Che vuole dire? Hanno usato la religione come strumento di successo, come strumento di realizzazione mondana. Essere religiosi serve a loro per ottenere dei posti di onore, di pieno rispetto. Compiono le opere buone certamente; riconosciamo che si impegnano in questo, ma lo fanno per essere ammirati dagli uomini. Allargano i loro filattéri: i filattéri sono scatolette che contengono un rotolo con alcune parole della Scrittura; l’ebreo le lega sul suo braccio sinistro e sulla fronte quando si mette a pregare. Sono quindi dei simboli di religiosità. Ebbene, i farisei fanno i loro filattéri un pochino più grandi degli altri, perché si vedano meglio, perché si riconosca che sono più religiosi degli altri. Lo stesso per le frange del mantello che viene usato per la preghiera; anche queste frange debbono ricordare la Legge di Dio e i farisei le fanno un poco più lunghe degli altri. Vogliono essere riconosciuti e apprezzati come persone religiose, ma questo è esattamente il capovolgimento dell’autentica ottica religiosa. Che cosa vuol dire essere religiosi se non “servire Dio”? Ma questi farisei non servono Dio, “si servono” di Dio. Dio serve a loro per un loro vantaggio umano, mondano. È una tentazione, e non la tentazione dei farisei, ma la mia, la vostra, quella delle persone religiose. Dobbiamo riconoscere noi stessi dentro a questa tentazione. Per certi aspetti, alcuni elementi che facevano parte della vita sociale in Israele sono scomparsi.

Oggi la gente non approva né applaude molto se vede qualcuno che prega in piazza. Ma la strumentalizzazione di Dio e della religione rimane una possibilità concreta alla quale dobbiamo stare attenti e dalla quale si esce stando umilmente sotto lo sguardo di Dio. Gli sguardi degli altri diventano meno rilevanti nella nostra vita e nei nostri comportamenti, quanto più diventa rilevante lo sguardo di Dio.

Sotto lo sguardo di Dio

È difficile per noi riuscire a vivere, a stare in mezzo agli altri senza fare attenzione con la coda dell’occhio (e qualche volta anche con il centro dell’occhio) a quello che gli altri dicono e fanno e pensano intorno a noi. È difficilissimo. L’unico modo non è cercare di chiudere gli occhi – che è impossibile – ma rivolgerli al Signore, in modo che lo sguardo di Dio stia sopra di noi. Quanto più il riferimento a Dio diventa significativo, importante, tanto meno diventa rilevante il giudizio degli altri.

Dovremmo fare quanto è detto nel Salmo 139 che incomincia:

«Signore, tu mi scruti e mi conosci, [2]tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri, [3]mi scruti quando cammino e quando riposo. Ti sono note tutte le mie vie; [4]la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta» (Sal 139, 1-4).

Potete continuare a leggere questo salmo. In realtà nessuno di noi è nascosto allo sguardo di Dio; lo sguardo di Dio è capace di entrare nelle profondità del nostro cuore, tutto è nudo davanti a lui, dice la Lettera agli Ebrei (4, 13), non c’è niente che possa essere nascosto, ma di questa realtà dobbiamo diventare consapevoli. Essere religiosi vuol dire sapere che Dio ci conosce e accettare cordialmente lo sguardo di Dio. Non è sempre uno sguardo gradevole, non è sempre uno sguardo gratificante, lo sguardo del Signore, proprio perché mette a nudo i nostri comportamenti e i nostri pensieri; è uno sguardo che mette a disagio, ma è terapeutico; è uno sguardo che pulisce, che purifica, che risana. Bisogna che uno faccia questa cura, la cura dello sguardo del Signore, accentandone tutto l’imbarazzo o la vergogna in certi momenti, ma nella convinzione che dall’incontro con lo sguardo del Signore esce una coscienza pulita, un cuore pulito: imparare a fare le cose davanti a lui, per piacere a lui. Diceva il profeta Elìa: «Vive il Signore davanti al quale io sto» (1Re 18, 15). Cerchiamo di parafrasare: io, Elia, ho a che fare con il re Acab, che gestisce il potere in Israele e che mi può mettere a morte quando gli pare; e tuttavia non ho paura, io non sto davanti ad Acab e non sono i desideri di Acab, che decidono le mie parole o i miei silenzi. Quello che io dico o faccio, lo decide il Signore; sono al suo servizio, è da lui che mi viene il comando di parlare o il comando di tacere, il comando di chiudere il cielo o il comando di aprirlo. Vive il Signore alla cui presenza io sto.

Diceva ancora il Signore ad Abramo: «Io sono EI Shaddai: cammina alla mia presenza e sii integro» (Gen 17, 1). È questo che il Signore chiede.

Per la gloria di Dio

Se tenete presente questo, capite che le indicazioni di Mt 6, 1-18, come quelle del cap. 5non vanno interpretate come dei codici di legge, come se fosse proibito il fare la elemosina in pubblico, o pregare in pubblico. Non è questo. Il Signore si serve di immagini, ma per richiedere un atteggiamento profondo del cuore.

«[1]Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 6, 1).

Mettetelo accanto alle parole che abbiamo letto nelle terza Meditazione:

«Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano lode al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5, 16).

Non c’è una contraddizione? Da una parte: Guardatevi dal praticare le vostre opere buone davanti agli uomini. Ma poi: Vedano gli uomini le vostre opere buone. Ci si domanda: le nostre opere debbono essere visibili o invisibili, palesi o nascoste? Le devo fare di nascosto perché nessuno le ammiri o le devo fare apertamente perché la gente glorifichi Dio?

Le due affermazioni non sono in contrasto. Quello che è essenziale è che nel momento in cui tu compi le opere buone, cioè le opere del regno, le opere di giustizia, il tuo atteggiamento sia non rivolto a ottenere un’approvazione umana, ma rivolto a glorificare Dio nella obbedienza a lui. Puoi anche fare l’elemosina in mezzo alla piazza del mercato, purché il tuo cuore non sia preoccupato della gente che ti vede, ma sia alla ricerca di Dio e della sua volontà. Uno può anche pregare in piazza del Duomo, purché il pregare in pubblico non significhi pregare per ottenere vantaggi o stime umane, ma sia invece ugualmente un pregare al cospetto del Signore, per lui e per lui solo.

È un atteggiamento interiore quello che viene richiesto; esso va applicato all’elemosina, alla preghiera, al digiuno, ma a qualunque altra opera di pietà che si possa immaginare e creare. La vita religiosa è vita al cospetto di Dio, per piacere a Dio; è preoccupata della approvazione di Dio, più che non delle approvazioni umane.

Mentre parla della preghiera, il vangelo di Matteo ha inserito, dentro al trittico elemosina-preghiera-digiuno, delle esortazioni del Signore sul come pregare; sono esortazioni preziose alle quali dobbiamo stare un tantino attenti. Dice:

«[7]Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. [8]Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate» (Mt 6, 7-8).

Una preghiera che rispetta la libertà di Dio

Che cos’è questo discorso del non sprecare parole? È un tentativo di distinguere la preghiera del discepolo, la preghiera cristiana, da una preghiera pagana di tipo magico. La mentalità pagana ritiene che la preghiera sia una specie di parola magica che, una volta ripetuta con una insistenza grande, ottiene infallibilmente l’effetto. Quello che è proprio della magia è questo: il mondo soprannaturale viene immaginato secondo un’ottica impersonale e rigida. Avviene come nel mondo della fisica: una volta poste certe cause, l’effetto ne segue inevitabilmente. Ebbene, io pongo certe preghiere, ne pongo il numero prescritto, secondo le modalità richieste, e l’effetto è garantito. Questa è una concezione magica della preghiera, pagana; quasi che Dio fosse una cosa, una legge di natura da scoprire e da mettere al nostro servizio. Lo scienziato impara a conoscere le leggi naturali per giungere a usarle per il proprio vantaggio; così dalla scienza nasce il mondo della tecnica. Ebbene, si può pensare alla vita religiosa come una tecnica per avere Dio al proprio servizio.

Ma Dio non è una legge di natura; Dio è un essere libero e personale. Non c’è modo di costringerlo a fare quello che pare a me, non ci sono delle preghiere così efficaci, delle formule così perfette che Dio ne rimanga in qualche modo imprigionato e sia costretto a rispondere. Questo vale solo per il mondo delle favole: se uno sfrega la lampada tre volte, viene fuori il genio della lampada e quello che gli chiedi te lo fa; ma Dio non è il genio della lampada, Dio non è un robot che risponde meccanicamente a un certo gesto.

Il rapporto con Dio si gioca sulla libertà e sull’amore. Debbo rivolgermi a Dio con una fiducia piena, ma appellarmi al suo amore non alla forza delle formule che io uso; non serve moltiplicare le parole come se queste creassero una specie di effetto sempre più intenso, fino a costringere Dio. La preghiera autentica rispetta immensamente la libertà di Dio. Il che non significa che la preghiera sia meno sicura; è una preghiera molto più sicura, quella cristiana, ma fondata sulla bontà e sulla fedeltà di Dio, non sulla efficacia di quello che io faccio e dico.

Pregare molto con poche parole

Pregare non vuole dire usare molte parole; bisogna pregare molto, ma con poche parole, perché vadano in profondità. Quanto più coinvolgo il cuore, tanto più la preghiera è efficace, non perché sia efficace in sé, ma perché è un appello più intenso e libero alla libertà di Dio, alla risposta di Dio. Perché il pregare non consiste nel pensare molto, ma nell’amare molto; non si tratta di fare delle lunghe preghiere complicate, con una sintassi barocca e opulenta. L’essenziale è il cuore e la libertà con cui uno si colloca davanti al Signore. Questo è importante per le preghiere che facciamo normalmente, per le riflessioni sulla Parola di Dio, ecc. Certo, è bello e importante uno studio esegetico per riuscire a cavare fuori dalla Parola di Dio i suoi, molti significati, ma la preghiera non consiste nel pensare molto, consiste nell’amare molto; questo diceva santa Teresa d’Avila, che di preghiera credo se ne intendesse alquanto.

«Voi dunque pregate così» e ci viene regalato il Padre nostro che sta al centro di tutto il discorso della montagna e sul quale è giusto che ci fermiamo un tantino, anche se il Padre nostro lo conoscete già bene. Cercheremo solo di collegarlo con le riflessioni che abbiamo fatto.

Padre…

Ricordate che il Padre nostro inizia con un’invocazione, un indirizzo, e poi ha sette domande articolate in due parti: tre domande con l’aggettivo possessivo “tuo” (sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà) e poi altre quattro con l’aggettivo “nostro”. L’indirizzo ha un’importanza fondamentale, perché colloca la persona che prega nell’atteggiamento giusto davanti a Dio che è l’atteggiamento filiale. Se uno vuole pregare da cristiano, deve pregare con un animo di figlio, per cui: «Padre nostro che sei nei cieli». Notate: quella espressione Padre vuole interpretata in senso specificamente cristiano. In moltissime religioni ci si rivolge a Dio chiamandolo Padre; ma questo non vuol dire che la parola abbia sempre lo stesso significato. Quando un cristiano usa questa parola la intende non secondo un significato storico-religioso generale; in questa concezione Padre vorrebbe dire il creatore del mondo, quello che ha dato la vita al mondo con la creazione: non è questo che intende il cristiano. Quando il cristiano usa questa parola intende piuttosto collocarsi nell’atteggiamento spirituale di Gesù di Nazaret. Il resto sta dentro a questa affermazione. Secondo tutto il Nuovo Testamento Gesù, quando pregava, si rivolgeva a Dio chiamandolo Abba, Padre. È interessante che il vangelo di Marco, riferendo la preghiera di Gesù nel Getsemani, abbia riportato anche la parola aramaica, «Abba, Padre, tutto è possibile a te, allontana da me questo calice». E non solo: anche tutte le altre volte in cui Gesù prega egli usa questa parola – Padre; vuol dire che era un modo di pregare caratteristico di Gesù e che esprimeva il suo rapporto esclusivo, unico con il Padre, tanto unico che Gesù può dire:

«[25]In quel tempo Gesù disse: Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. [26]Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. [27]Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11, 25-27).

Nella concezione cristiana c’è un’unica persona che ha una percezione immediata di Dio, e questo è Gesù di Nazaret. Il rapporto che egli ha con Dio è un rapporto unico ed esclusivo e pieno. Se noi preghiamo dicendo Padre, vuole dire che Gesù introduce anche noi dentro alla sua esperienza di Dio, vuol dire che regala a noi il rapporto con Dio che viveva lui; è quindi un modo di entrare in Cristo. Se noi diciamo: Abba, Padre, è solo per la forza dello Spirito Santo; quindi non semplicemente perché siamo stati creati da Dio, ma perché siamo stati innestati in Cristo, perché siamo corpo di Cristo. È per questo motivo che la liturgia introduce il Padre nostro con questo invito: «Obbedienti al comando del Salvatore e formati al suo divino insegnamento..”. Cioè, non l’abbiamo inventata noi questa preghiera: questo modo di rivolgersi a Dio non è nostro, noi l’abbiamo imparato da Gesù. E allora «Obbedienti al comando del Salvatore osiamo dire: osiamo dire», vuole dire che prendiamo il coraggio di metterci nell’atteggiamento di Cristo, di pregare Dio così come lo pregava Gesù Cristo e quindi di fare nostra l’esperienza spirituale di Gesù Cristo. In questo senso il Padre nostro è preghiera specificamente cristiana; tutti possono pregare Dio chiamandolo Padre, ma il cristiano, quando usa questa parola, le dà un significato unico, quello di Gesù Cristo, Padre.

… nostro…

Nostro vuol dire che il cristiano, quando prega, prega sempre in comunione con tutta la Chiesa; può pregare a porte chiuse, per conto suo, senza che nessuno veda, ma non è mai solo, perché ha un Padre, e, se ha un Padre, ha dei fratelli; è perlomeno il fratello di Gesù Cristo, e quindi di tutti quelli che sono, in Cristo, una cosa sola. Pregare in questo modo vuol dire scoprire la paternità di Dio, ma vuol dire anche scoprire la fraternità della Chiesa, il nostro legame concreto con i fratelli, Padre nostro.

… che sei nei cieli

Che sei nei cieli ci ricorda che questo Padre, nonostante sia Padre, mantiene però la sua trascendenza; è vicinissimo a noi, ma è nello stesso tempo il Signore del cielo e della terra, che non dobbiamo per nessun motivo abbassare al nostro livello per dargli una dimensione umana. Rimane quel Signore del mondo che il:

«[27](…) i cieli e i cieli dei cieli non possono contenere» (1 Re 8, 27).

Questo indirizzo tenetelo caro, perché è quello che ci mette nell’atteggiamento spirituale corretto; varrebbe la pena, ad esempio, che questa parolina Padre, la usassimo frequentemente quando preghiamo. Gesù l’ha usata sempre e ha dato a noi la possibilità di usarla; vale la pena ricordarla spesso, tenendo presente il suo significato, perché è quello che ci introduce dentro alla spiritualità cristiana.

Sia santificato il tuo nome

Poi le tre domande: «sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra»le quali, evidentemente, chiedono la stessa cosa. Sono delle domande. Insisto su questo perché, siccome in italiano c’è una forma col congiuntivo, possiamo avere l’impressione di essere davanti a degli auguri. Sia santificato il tuo nome, nella sua formulazione, assomiglia a “mi auguro (o ti auguro) che il tuo nome sia santificato”. Il senso, invece non è quello dell’augurio, ma è quello della domanda: io chiedo che il nome di Dio sia santificato. Siccome poi siamo davanti a un passivo, e il passivo è un “passivo divino”, chiedo che Dio santifichi il suo nome. Questo è il senso: “Padre, santifica il tuo nome”. È perciò un intervento efficace di Dio che chiediamo. Non diciamo sia santificato il tuo nome nel senso che “mi auguro che gli uomini santifichino il tuo nome”; questo me lo auguro chiaramente, fa parte anche della preghiera, ma il senso preciso è: “Padre, voglio, desidero, chiedo, che tu santifichi il tuo nome”.

Ma che cosa vuol dire che il nome di Dio sia santificato o che Dio santifichi il suo nome? Quand’è che Dio santifica il suo nome? Si potrebbe rispondere brevemente: Dio santifica il suo nome quando ci salva. E mi spiego. Voi siete una comunità cristiana, vuol dire che siete stati segnati con il nome di Cristo, che siete figli di Dio, che siete quella vigna di cui Cristo è la sorgente di vita. Siete in mezzo al mondo la presenza dell’appartenenza a Dio, della consacrazione a Dio. Potete dire a Dio:

“Il tuo nome è stato invocato sopra di noi» (Ger 14, 9).

Il mondo vi guarda e quando guarda voi, la comunità cristiana, che cosa gli viene da dire al mondo? Gli viene da riconoscere che Dio è grande perché ha fatto delle opere grandi in voi, o gli viene da affermare che Dio vale poco perché un popolo così è un popolo che non vale mica tanto?

La richiesta del Padre nostro è questa: noi chiediamo che Dio intervenga nella nostra vita a manifestarsi come Dio e come Salvatore, tanto che si riveli al mondo intero la santità di Dio, la divinità di Dio. Che Dio è un Dio che ha un popolo disgraziato, come siamo noi? Un popolo mal fatto come siamo noi, egoista come siamo noi, peccatore come siamo noi? Quanto vale questo Dio? Noi non sopportiamo questo. Non sopportiamo che il nome di Dio sia bestemmiato a causa dei nostri peccati e delle nostre miserie e chiediamo a Dio: santifica il tuo nome. Si intende: santifica il tuo nome in noi, cioè cambia la nostra vita in modo che essa diventi un inno alla tua bontà, alla tua santità, in modo che la gente vedendoci debba dire: Dio è grande. Quando il Signore ha liberato Israele dall’Egitto, i popoli hanno dovuto dire: Dio è grande, perché avevamo visto quello che Dio era capace di fare.

Io chiedo che Dio faccia vedere quello che è capace di fare nella nostra vita, che egli santifichi il suo nome intervenendo, perdonando, santificando e rinnovando. È quello che dice quel famoso inno di Ezechiele nel cap. 36, che cantiamo nelle Lodi quando Israele è schiavo in Babilonia, il nome di Dio è disonorato, perché si dice: che Dio è mai quello il cui popolo è schiavo? Un Dio che non è capace di liberare il suo popolo, che non sottomette al suo volere i Babilonesi! Quanto volete che valga un Dio così? Ecco allora che Dio viene a santificare il suo nome. Come? Riportando gli ebrei in patria; ma mica solo riportandoli in patria: perdonando tutti i loro peccati; ma mica solo perdonando i loro peccati: dando loro un cuore di carne e uno Spirito Santo, in modo che Israele diventi capace di mettere in pratica le leggi di Dio. Allora tutti dovranno dire che Dio è santo, perché è santo il suo popolo; dovranno dire che Dio è grande, perché il suo popolo è liberato e così via…

Il tuo regno, la tua volontà

“Padre, santifica il tuo nome”, vuol dire questo: Padre santo, vedi come siamo messi male! Intervieni a trasformare la nostra vita in modo che in noi il tuo nome sia santificato, in modo che la nostra santità, il nostro amore, la nostra pazienza diventi una rivelazione della tua santità e del tuo amore: Sia santificato in noi il tuo nome: santifica in noi il tuo nome. È la stessa richiesta che viene ripetuta nelle domande che seguono: Padre, venga il tuo regno. Non vuol dire solo: venga il paradiso. Quello verrà un giorno certamente, ma noi chiediamo che il regno di Dio incominci a venire dentro la nostra vita. Venga il tuo regno vuol dire: vieni a regnare sopra di noi. O, se volete, il parallelo: fa’ di noi dei sudditi autentici del tuo regno, sottomettici alla tua sovranità, esercita sopra di noi la tua sovranità. Siamo convinti che il regno di Dio sia un regno di giustizia e di amore, di fraternità e di pace, e lo desideriamo con tutto il cuore: non siamo soddisfatti fino a che questo regno non si compie nella nostra vita e in noi.

Ancora, «sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra». In cielo la volontà di Dio è compiuta perché gli angeli sono proprio bravi a fare la volontà di Dio e i santi sono proprio bravi a fare la volontà di Dio; siamo noi, invece, che siamo lenti e pigri. Allora, come la tua volontà è fatta in cielo, che venga compiuta anche sulla terra; in altri termini, che la nostra terra, la nostra comunità, diventi un anticipo del paradiso, che la nostra parrocchia diventi un anticipo del paradiso; non nel senso che si sta tutti bene, tutti in pace, ecc., ma nel senso che la volontà di Dio sia fatta davvero, come è fatta in paradiso; che la gente si voglia bene come si vuole bene in paradiso; che la gente viva rapporti di sincerità, di comunione come in paradiso; quello che avviene in cielo, che avvenga anche sulla terra.

Dacci il nostro pane quotidiano

Queste le prime tre domande, e capite che cose più importanti di queste da chiedere non ce ne sono. Le altre quattro domande della preghiera sembra spostino l’attenzione da Dio a noi: «dacci il nostro pane, rimetti i nostri debiti (…)», ma in realtà l’attenzione non viene spostata di molto. Piuttosto la stessa realtà viene considerata dall’altro punto di vista; è l’altra facciata del foglio, ma il foglio è sempre quello. Quando noi diciamo: “Padre, santifica il tuo nome”, si sottintende: dove? In noi. Venga il tuo regno»dove? In noi. Sia fatta la tua volontà. Anche qui: in noi. Viceversa: «Dacci il nostro pane quotidiano»perché chiediamo questo? Perché in noi il tuo nome sia santificato. «Perdona i nostri peccati»perché? Perché il tuo nome sia santificato, perché il tuo regno venga. Le domande si completano a vicenda, le prime tre con le altre quattro. Perché il nome di Dio sia davvero santificato, è necessario anche che noi si abbia da mangiare tutti i giorni: senza il cibo quotidiano non riusciremo nemmeno a diventare santi, a volerci bene, a sopportarci gli uni con gli altri. Uno può dire che il bisogno di pane quotidiano è una triste schiavitù della condizione umana, ma il bisogno rimane. La soddisfazione dei bisogni primari è indispensabile per potersi dedicare agli impegni più elevati e significativi. E allora metto nelle mani di Dio la sicurezza per il mio futuro, la fiducia di poter vivere giorno dopo giorno.

Scrive H. Schürmann quando spiega questa domanda: la si capisce molto bene se voi la mettete in bocca a Pietro o a Giovanni, a Giacomo, cioè a quelli che hanno abbandonato tutto per andare dietro al Signore. Allora si capisce: vogliamo seguire il Signore; abbiamo bisogno che Dio ci protegga e che quotidianamente ci dia il necessario per vivere, le 2.500 calorie indispensabili. Senza di queste non potremmo neanche andare dietro al Signore, verremmo meno per via (cfr Mc 8, 3).

Rimetti i nostri debiti

Il Padre nostro ci dà la sicurezza di appellarci a Dio perché ci garantisca quello di cui quotidianamente abbiamo bisogno. E siccome quotidianamente abbiamo bisogno anche di perdono (perché il giusto pecca sette volte al giorno, e noi quindi almeno otto), allora: «rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Chiediamo anche questo, perché se il peccato ci rimane addosso come un peso insopportabile, mi spiegate come può essere santificato il nome di Dio in noi? O come può venire il suo regno? Finché domina il peccato, il regno di Dio non opera sopra di noi. Allora: liberaci, «rimetti i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori».

Non ci indurre in tentazione

Non ci indurre in tentazione: nella nostra condizione cristiana riconosciamo che ci rimane addosso una debolezza tale che non siamo in grado di resistere alla grande tentazione che è quella del perdere la fede, del mollare tutto. Qui non si tratta delle varie tentazioni quotidiane, di una “piccola invidia” o di una mancanza di carità o di pazienza, o cose del genere. Qui si tratta della tentazione radicale del perdere la fede. Il presupposto è che la fede è un miracolo, e che rimane un miracolo; e che se non è il Signore a custodire e a proteggere la nostra fede, la tentazione ce la spazzerà via inevitabilmente. Per questo chiediamo: Padre, non ci indurre in tentazione, non lasciare che noi entriamo in quella prova in cui non riusciremmo a mantenere la fedeltà al Signore e al Vangelo, ma strappaci dal male. La vita cristiana è considerata quindi come una lotta che ha bisogno di essere sostenuta e custodita dalla protezione del Signore.

Così le altre quattro domande non fanno che ripetere le prime tre dal nostro punto di vista; mentre le prime dicono la nostra salvezza dal punto di vista divino. Salvaci, cioè «santifica il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà»e salvaci, cioè «dacci il nostro pane, il perdono, la liberazione dalla tentazione e dal male».

Ultima cosa.

«[14]Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; [15]ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6, 14-15).

La logica del perdono

Dico una parola su questo brano perché sembra che ponga il perdono fraterno prima del perdono di Dio. Se noi perdoniamo agli uomini, Dio perdonerà a noi: c’è quindi prima il nostro perdono, poi il perdono di Dio. Questo ordine può apparire strano (non è forse il perdono di Dio un gesto gratuito e creativo che precede ogni merito dell’uomo?). Ma l’anomalia è solo apparente. Per capire correttamente dovete ricordare che il Padre nostro è la preghiera del discepolo, cioè preghiera di colui che da Dio in Cristo ha già ricevuto il perdono di tutte le sue colpe. Allora a questo punto è proprio vero che se io perdono, Dio mi perdonerà e se io invece rifiuto il perdono ai fratelli, Dio rifiuterà il suo perdono. Siamo nella condizione descritta dalla parabola del servo spietato che esce dalla reggia. Ricordate quella parabola: un servo è debitore di diecimila talenti; il re, impietosito, gli perdona tutto. Quando il servo esce dalla reggia, gli viene chiesto di condonare un debito di cento denari a un suo fratello, servo come lui. Se li perdona, il perdono del re-Dio gli verrà confermato; ma se non perdona al suo fratello, il re-Dio non lo perdonerà più. La nostra condizione è questa: siamo persone che hanno ricevuto il grande perdono di Dio. Adesso dobbiamo concedere un piccolo perdono agli altri. Se diamo questo piccolo perdono, Dio ci perdonerà o, se volete, confermerà il suo grande perdono; ma se non diamo il nostro piccolo perdono agli altri, nemmeno Dio perdonerà le nostre colpe. Quel perdono che abbiamo alle spalle viene in qualche modo cancellato a motivo della nostra mancanza di riconoscenza e di amore.

Che cosa è possibile chiedere

Capito in questo modo, il Padre nostro diventa certamente la regola della preghiera cristiana. Regola della preghiera vuol dire che quando pregate potete pregare con tutte le parole che volete, purché preghiate con l’animo di figli: Padre nostro che sei nei cieli. Potete chiedere tutto quello che volete, purché quello che chiedete sia dentro all’orizzonte del Padre nostro: “Padre, fa venire il tuo regno”.

Uno può chiedere di superare un esame, può chiedere anche questo, nonostante sia una cosa banale (per quelli che non devono dare l’esame), ma è importante che, nel momento in cui chiede questo, lo chieda non come un problema personale o individuale di realizzazione, ma collochi il suo esame e la sua promozione, il suo futuro entro il regno di Dio, entro il progetto di Dio, come compimento della sua vocazione. L’attuazione del regno di Dio comprenderà anche le mie promozioni, spero; glielo chiedo, ma all’interno della sua volontà, non in modo indipendente da essa. Lo stesso vale per tutte le altre cose, per chiedere la guarigione, la salute, il lavoro. Si può chiedere qualunque cosa, con l’animo di figli, purché venga collocato entro l’orizzonte del regno, purché non sia in contrasto e nemmeno staccato dal regno. Perché il regno di Dio è il tutto della nostra speranza e ogni altra piccola speranza deve essere nel suo contesto.

Non siamo obbligati ad avere solo le grandi speranze, la speranza di andare in paradiso. Possiamo avere anche delle piccole speranze, la speranza di guarire da una malattia, ma queste devono essere inserite dentro la grande speranza, non staccate e, ancora meno, in contrasto con essa. Allora il Padre nostro diventa l’orizzonte della preghiera cristiana, all’interno del quale ogni altra preghiera deve cercare di collocarsi. Commenta molto efficacemente sant’Agostino:

“Tutte le altre formule destinate o a suscitare o a intensificare il fervore interiore, non contengono nulla che non si trovi già nella preghiera del Signore, purché naturalmente la recitiamo bene e con intelligenza. Chiunque prega con parole che non hanno alcun rapporto con questa preghiera evangelica, forse non fa una preghiera mal fatta, ma certo troppo umana e terrestre. Del resto stenterei a capacitarmi che una tale preghiera si possa dire ancora ben fatta per i cristiani. E la ragione è che essendo essi rinati dallo Spirito, devono pregare solo in modo spirituale”.

LA CASA SULLA ROCCIA – 7

Diocesi Reggio Emilia

La Casa sulla Roccia. 3

10 Settembre 1989

La “Casa sulla roccia” è il titolo dato alle cinque meditazioni dettate da don Luciano Monari al corso di esercizi spirituali che nel settembre 1989 – come è ormai consuetudine – si è svolto per alcune parrocchie reggiane al “Centro di spiritualità” di Marola (Reggio Emilia).

Il tema è il “discorso della montagna” dei capitoli 5, 6, 7 del Vangelo di Matteo. In appendice il testo delle omelie pronunciate nelle Eucaristie delle tre giornate.

Fonte “La Casa sulla Roccia” testo edito dalla Edizioni San Lorenzo nel mese di Dicembre 1996.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Terza Meditazione

9 Settembre 1989

La giustizia del Regno

Siamo partiti nelle nostre meditazioni cercando di comprendere la proclamazione del regno di Dio che Gesù viene a portare. Abbiamo detto: il regno di Dio è l’azione di salvezza che Dio liberamente e gratuitamente compie nei confronti dell’uomo, un’azione di salvezza che si può riassumere in Gesù Cristo. Si potrebbe tranquillamente affermare che il regno di Dio è Gesù Cristo, che la presenza di Gesù in mezzo agli uomini realizza l’inizio del regno di Dio. A questa azione di salvezza di Dio deve corrispondere una vita rinnovata, quella vita che in linguaggio evangelico si chiama conversione. Il contenuto concreto di questa conversione è dato dal discorso della montagna. Abbiamo detto, perciò, che il discorso della montagna bisogna leggerlo come l’effetto del regno di Dio nella nostra vita; è la risposta che siamo chiamati a dare al regno di Dio interpretato come dono della sua grazia. All’inizio del discorso della montagna, le beatitudini esprimono i valori di fondo, l’atteggiamento spirituale di fondo che deve accompagnarci in tutta la riflessione.

Sale e luce del mondo

Subito dopo le Beatitudini, Gesù ha aggiunto alcune frasi che sono importanti per avere una concezione equilibrata della vita del discepolo; dice così, cap. 5, 13:

«[13]Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. [14]Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, [15]né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. [16]Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5, 13-16).

Siamo partiti dall’annuncio del Regno di Dio, della salvezza di Dio. Per chi è questa salvezza? Chiaramente per il mondo, per la terra, per tutti gli uomini, senza distinzione; l’amore di Dio è amore che supera ogni confine e il progetto di Dio è il recupero dell’umanità – intera – dentro all’esperienza della sua salvezza. E allora noi, i discepoli di Cristo, che posto abbiamo in questo cammino e progetto del Signore? Siamo strumenti. Abbiamo già accolto il disegno di Dio nella fede, ma proprio perché lo abbiamo già accolto, abbiamo la responsabilità di testimoniarlo. Siamo responsabili nei confronti della terra e del mondo intero.

Cristiano per il mondo

Il discepolo non esiste per se stesso; egli non è cristiano solo per salvare se stesso, ma esiste perché la sua presenza diventi significativa e ricca per il mondo intero. È “sale” e “luce”; il sale naturalmente non serve al sale, ma serve per dare sapore agli alimenti; così la luce non illumina se stessa ma serve per illuminare una stanza, un ambiente e le persone che vi abitano. E così il discepolo. Dovete interpretare e comprendere la vostra esistenza come una missione, una testimonianza, un compito che vi unisce a tutti gli uomini, vi manda verso di loro: «[16]Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli». Il cristiano diventa sale e luce nel momento in cui opera secondo la volontà del Signore, quando gli uomini possono vedere le sue opere buone. Quali siano queste opere buone non c’è bisogno che lo stiamo a ripetere; sono ricordate nel cap. 25 di Matteo (mi avete dato da mangiare, mi avete dato da bere…), ma le troveremo anche in tutto il “discorso della montagna”. Le opere buone fanno sì che il cristiano sia sale e luce. Ma notate la direzione delle parole di Gesù: «risplenda la vostra luce»quello che voi fate, proprio voi, davanti agli uomini, «perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli». C’è uno spostamento strano, perché il ragionamento porterebbe a concludere: vedano le vostre opere e rendano gloria a voi, che siete appunto sale della terra e luce del mondo. E invece no; la gloria non è per voi, la gloria è per il Padre. Che cosa vuole dire? Che quelle opere buone sono certamente vostre, nascono dalla vostra libertà, ma non sono solo vostre, sono l’irruzione del regno di Dio dentro alla vostra vita; è Dio stesso che opera in voi e che vi rende capaci di produrre opere che non sono solo vostre, ma che sono di Dio, vostre e di Dio nello stesso tempo; vostre perché nascono da una libertà autentica, ma di Dio, perché questa libertà è prodotta e arricchita dal suo dono di salvezza. Solo in questo modo potrete essere sale della terra e luce del mondo.

Cristiano da Cristo

Ricordate quel testo del Vangelo di Giovanni, dove Gesù dice:

«[12] Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8, 12).

Come posso dunque pretendere io, il discepolo, di essere luce del mondo come Gesù Cristo? Lo posso pensare perché ormai a motivo della fede, sono una cosa sola con Cristo. Posso dire con san Paolo:

«[20] (…) non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20).

Cristo, in quanto rivelatore dell’amore di Dio dà un senso all’esistenza del mondo e illumina le scelte dell’uomo; è la luce. Il cristiano, in quanto figlio di Dio attraverso Gesù Cristo, vive anche lui dell’amore di Dio e perciò, con la sua vita, introduce l’amore di Dio nel mondo. Per questo motivo possiamo parlare del discepolo come “sale” e “luce” del mondo; a motivo della presenza di Cristo in lui.

Conclusione della premessa al discorso della montagna:

«[17]Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. [18]In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. [19]Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli» (Mt 5, 17-19).

Il compimento della legge

Spiegare i singoli versetti diventerebbe lungo e complesso; ma c’è un atteggiamento di fondo al quale Gesù si richiama e sul quale torneremo anche nell’Eucaristia di questa sera. Siamo di fronte alla Legge e ai Profeti, a tutta la rivelazione dell’Antico Testamento. Che cosa è questa rivelazione per noi? Quanto vale? Secondo Gesù questa rivelazione per noi è ancora valida nel momento in cui viene portata a compimento da Gesù Cristo. L’Antico Testamento non vuole cancellato o dimenticato o trascurato, ma deve essere portato a compimento, deve essere realizzato in tutte le sue attese. Quello che i profeti avevano annunciato, Gesù lo ha compiuto; quello che la legge aveva insegnato, Gesù lo ha realizzato nella sua vita e lo ha insegnato in modo pieno con le sue parole. Si tratta di accogliere Gesù come criterio di lettura e di interpretazione dell’Antico Testamento. “Criterio” non solo con le sue parole (anche con le sue parole, s’intende) ma con tutta la sua vita e, infine, con la sua morte. Il contenuto della Bibbia si riassume in lui; si può dire che Gesù è la pienezza della Legge, il compimento della Legge. Nel cap. 11 di Matteo si legge:

«[25]In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. [26]Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. [27]Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11, 25-27).

Viene affermata una conoscenza reciproca tra il Padre e il Figlio che è totale ed è esclusiva; questa conoscenza è comunicata agli uomini attraverso Gesù, per cui:

«[28]Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. [29]Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. [30]Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11, 28-30).

Con questo modo di parlare Gesù mette se stesso al posto della sapienza e della legge, della Torah dell’Antico Testamento. È la Sapienza che in Sir 24, 18 invita i discepoli ad andare da lei promettendo sazietà e dolcezza e riposo. E questa sapienza si identifica con il libro della Legge di Mosè. Questa legge è per l’ebreo un giogo dolce e soave, un motivo di gioia e di vita. Ma ora è Gesù stesso che dice: Venite a me; è lui che promette: troverete riposo; è lui stesso il giogo soave, non certo perché le sue esigenze siano piccole (al contrario!) ma perché esse nascono dall’interno di un rapporto di fede e di amore.

La giustizia del Regno

Arriviamo allora a quel versetto programmatico che abbiamo ricordato nella prima Meditazione:

«Perciò io vi dico: Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5, 20).

Per capire questo versetto, si deve partire dalla consapevolezza che la giustizia degli scribi e dei farisei non è una giustizia approssimativa, che si accontenta del minimo; al contrario, è una giustizia generosa, larga. Gli scribi sono gli studiosi della Legge, che spendono la vita per conoscere esattamente la parola di Dio; dopo la giornata di lavoro, la sera e la notte, studiano quella parola, in modo da comprenderne tutti i significati, tutte le esigenze; fanno attenzione a ogni singola lettera, stanno attenti anche agli ornamenti delle lettere, perché non sfugga loro niente della parola di Dio. I risultati della loro ricerca appassionata ci lasciano ancor oggi stupiti e ammirati; i loro commenti alle Scritture contengono una straordinaria ricchezza di pensiero e di spiritualità. La giustizia degli scribi è quindi una giustizia ricca, e grande, che merita un riconoscimento pieno.

Anche i farisei sono persone impegnate dal punto di vista religioso; si assumono obblighi supererogatori che vanno al di là di quello che era richiesto: pregano frequentemente, digiunano spesso, sono impegnati nel servizio del Signore, hanno in qualche modo fatto delle scelte che noi chiameremmo di particolare consacrazione. Gli scribi e i farisei sono il massimo della giustizia giudaica; ma allora perché la giustizia del discepolo deve essere maggiore? Il motivo è quello da cui siamo partiti: siccome la giustizia dell’uomo è sempre la risposta all’azione di Dio, e siccome l’azione di Dio nei nostri confronti ha ormai un contenuto nuovo, che è la venuta del regno in Gesù Cristo, allora la nostra giustizia deve rispondere in modo nuovo e in modo più radicale e pieno, proprio perché Dio per noi ha fatto di più, perché Dio nei nostri confronti ha rivelato qualche cosa di nuovo, anzi qualche cosa di definitivo, che è Gesù Cristo. Allora, una giustizia maggiore, non perché corrisponda alla vostra maggior forza interiore, ma nel senso che la rivelazione dell’amore di Dio nei vostri confronti ha uno splendore e una trasparenza nuovi. Che cosa questo voglia dire lo spiegano esattamente i capitoli che seguono, il 5 e il 6 (ne vediamo l’inizio). Da questo si dovrebbe capire il modo di ragionare del Signore.

«[21]Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. [22]Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna» (Mt 5, 21-22).

Non uccidere

«Avete inteso, ma io vi dico»: si chiamano generalmente “antitesi”, ma forse la parola non è la più corretta. Bisognerebbe piuttosto dire che in questo modo Gesù porta a compimento la Legge; non cancella la Legge dell’Antico Testamento perché non cade neanche un piccolo segno, neanche uno iota, neanche una letterina della Legge dell’Antico Testamento. Viene però portata a compimento. Come? Partiamo dalla Legge: È stato detto agli antichi; si potrebbe tradurre: Dio ha detto agli antichi, a Mosè e agli anziani: Non uccidere (è, come sapete, un precetto del decalogo); chi uccide sarà sottoposto a giudizio, questa è la conseguenza che la riflessione degli scribi ricava dalla Legge di Dio. Ricordate che il Decalogo contiene una serie di prescrizioni ma senza sanzione. È scritto: Non uccidere. Ma che cosa succederà a chi avrà ucciso? Questo il Decalogo non lo dice; lo spiegano allora gli scribi: chiunque avrà ucciso sarà sottoposto al giudizio di condanna di Dio.

Ma è solo questo che chiede la Legge? Di non uccidere? È chiaro: se io prendo la Legge come un libro, un codice, se esamino attentamente le parole, il loro significato è quello. Non uccidere è una formulazione abbastanza chiara; si capisce che viene proibita ogni forma di omicidio. Ma se invece di metterti davanti alla Legge, a quelle due paroline della Legge, ti metti davanti al Dio vivente, che ti propone quella Legge; se ti misuri con Dio e con la sua volontà di bene, quelle due parole, non uccidere, acquistano un significato molto più ampio. Se Dio vuole che tu non uccida, vuol dire che egli rifiuta ogni atteggiamento che abbia il colore della ostilità nei confronti del fratello. Uccidere è l’ostilità portata al limite estremo: il cancellare un altro dalla faccia della terra, eliminarlo. Ma questa ostilità può esprimersi in altre intensità più deboli dello stesso colore; invece che un omicidio, può essere una ferita, l’odio, un rancore violento del cuore. Prima di arrivare all’omicidio, c’è tutta una scala, una gradazione di movimenti del cuore, della libertà. Se tu ti misuri con la legge, la legge proibisce solo gli omicidi. Ma se tu ti misuri con Dio, non puoi dire di essere a posto quando non hai usato il pugnale, se nel tuo cuore hai odiato il fratello e lo hai come cancellato dalla tua presenza. Odiare qualcuno significa dirgli: io non voglio che tu esista.

Questa è esattamente la formula dell’omicidio; non omicidio esterno, ma pure una vera forma di omicidio. Anche questo ti viene proibito nel momento in cui ti collochi davanti alla volontà divina. La legge, per quanto sia fatta bene, proibisce sempre e solo qualcosa; arriva a definire il limite del crimine, dentro allo spettro delle azioni negative. Ma a Dio tu devi dare non semplicemente qualche cosa; se Dio è Dio, l’unica misura che gli compete è la totalità. Allora a Dio devi dare tutto, non solo il gesto esterno, ma anche la scelta interiore; non solo l’esecuzione fisica dell’atto, ma anche la sua libera progettazione nel cuore.

Una volontà esigente

Il modo di ragionare di Gesù è, in fondo, abbastanza semplice. Invece di stare a precisare i limiti esatti della lettera della legge, si portano le esigenze della legge all’estremo, alla totalità. La legge esprime la volontà di Dio e se la volontà di Dio la prendo in tutta la sua pienezza, mi richiede non semplicemente qualche cosa, ma tutto; non semplicemente il gesto esterno, ma anche la scelta interiore; non semplicemente la fase estrema di un comportamento negativo, ma tutti i singoli passi che conducono verso quell’atteggiamento estremo. Che cosa questo voglia dire, lo ha capito bene san Giovanni, quando nella Prima lettera al cap. 3, 11, scrive così:

«[11]Poiché questo è il messaggio che avete udito fin da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. [12]Non come Caino, che era dal maligno e uccise il suo fratello. E per qual motivo l’uccise? Perché le opere sue erano malvagie, mentre quelle di suo fratello erano giuste. [13]Non vi meravigliate, fratelli, se il mondo vi odia. [14]Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. [15]Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna» (1 Gv 3, 11-15).

Chi odia il proprio fratello è omicida: certo questo non è vero dal punto di vista giuridico, legale. Ma lo è se ci si pone nell’ottica di chi cerca di piacere a Dio in ogni cosa. Capite bene allora il modo di esprimersi di Gesù. State attenti a non prendere quelle parole, chi dice al fratello stupido, come se fossero delle altre prescrizioni legali da aggiungere al non uccidere del Decalogo. Non sono delle altre leggi, ma il modo di “portare a compimento” la legge e di capirne le esigenze. Ormai Non uccidere vuol dire: devi togliere ogni radice anche minima di libertà che sia ostile nei confronti dell’altro. Che cosa tutto ciò implichi non è esprimibile con una nuova legge e nemmeno con cento nuove prescrizioni. Devi essere tu, mettendoti sinceramente davanti a Dio, a comprenderne la volontà piena. Se ti guardi dentro al cuore, se ti ascolti con attenzione, vedrai che dentro al cuore ci sono delle radici negative, delle radici di ostilità. Esamina se di fronte alla presenza degli altri tu dici: io sono contento che tu esista, o se invece dici: mi piacerebbe che tu non esistessi, che tu non fossi mai vissuto. Questa è la radice e devi andare a togliere le radici del male. I gesti esterni che Gesù ricorda sono solo delle esemplificazioni, dire stupido o pazzo o empio. Non è la formula che interessa, ma è la radice; è alla radice che devi andare per costruire quella che ieri chiamavamo la “purezza del cuore”. È lì, nel cuore, che si radicano i comportamenti ed è li che devi andare a scovare tutto quello che è contrario alla volontà di Dio e all’amore verso i fratelli.

Non commettere adulterio

Questo discorso si può applicare a tutte le altre “antitesi” del discorso della montagna.

«[27]Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; [28]ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5, 27-28).

Il ragionamento è esattamente lo stesso; non badare unicamente al comportamento esterno, criminale, quello che va contro la legge, l’adulterio esterno. Devi imparare a riconoscere tutti i comportamenti esterni o interni che hanno il colore dell’adulterio, della infedeltà. E tutto quello che sa di infedeltà lo devi sradicare, fosse anche semplicemente una decisione che esternamente non si è ancora manifestata. Non è solo qualche cosa che devi dare a Dio, ma tutto; se dunque Dio ti proibisce l’adulterio, vuol dire che tutto quello che sa di infedeltà è contrario al suo volere. Devi perciò sradicarlo, devi andare alla radice a toglierlo.

«[31]Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio; [32]ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio» (Mt 5, 31-32).

C’è una legge di Mosè che permette il ripudio, ma nello stesso tempo lo limita. Il cap. 24 del Deuteronomio pone delle condizioni alla possibilità di ripudio. Ora, se tu questa legge la capisci in modo pieno, e non semplicemente come una disposizione legale da definire secondo una interpretazione esegetica giuridica; se tu risali attraverso questa legge all’intenzione e alla volontà di Dio, ti accorgi che il ripudio è da sradicare in tutte le sue forme. Non solo devi sottometterti ad alcuni limiti, i limiti che la legge del Deuteronomio ti pone, ma devi cogliere l’intenzione divina cioè il punto di arrivo verso cui quella legge voleva portare. Essa voleva mettere un limite al tuo capriccio; questo limite è solo il segno di una manifestazione di volontà di Dio che deve condurti fino all’eliminazione totale del ripudio. Questa è la volontà di Dio.

Tutte queste affermazioni vogliono interpretate come esigenze, sono delle esigenze della legge; ma vogliono lette come dono, sono soprattutto il dono del regno di Dio. Se io posso convertirmi e compiere queste cose, non è perché io spiritualmente sono più robusto degli scribi e dei farisei, ma è perché il regno di Dio è entrato nella mia storia con una forza e con una profondità nuova rendendomi capace di azioni nuove. Prolungare la legge Non uccidere, fino alla eliminazione di ogni forma di odio, anzi – in forma positiva – fino alla capacità di amare, è un dono di Dio e quindi una grazia. Così la parola di Gesù, prima ancora di essere legge, è “vangelo” e cioè l’annuncio gioioso di una possibilità nuova e grande di amore.

Nello stesso modo l’esclusione dell’adulterio anche nei movimenti interiori, anche nelle scelte interiori del cuore, è un’esigenza di Dio ma è anche un dono. Così il superamento del ripudio è un’esigenza di Dio, ma è soprattutto un dono.

Non credo sia difficile da capire che il ripudio e il divorzio in tutte le sue forme sono in fondo una sconfitta dell’uomo, una lacerazione e una sofferenza grande. Non ci vuole molto studio e molta esperienza per capirlo. Quando un uomo e una donna che si sono amati si lasciano, segnano in questo modo un fallimento. Grazie dunque al Signore che dà la possibilità di una fedeltà senza pentimenti, senza riserve.

Ancora:

«[33]Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti; [34]ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio» (Mt 5, 33-34).

Non giurare

Se le parole di Gesù vengono intese come una nuova legge, ci si trova dentro ad un ginepraio di domande che sono praticamente senza risposta: non debbo giurare mai? E allora i giuramenti imposti dallo Stato? e quelli voluti dalla Chiesa? Se invece cerchiamo di cogliere il senso, la direzione delle parole di Gesù, il brano diventa abbastanza chiaro. C’è una prescrizione dell’Antico Testamento che pone dei limiti al giuramento. Che senso ha questa legge? Giurare significa servirsi dell’autorità di Dio per dare valore alle proprie parole. Le mie parole non hanno abbastanza credibilità in se stesse e allora faccio appello all’intervento di Dio che le conferma. L’Antico Testamento mi dà il permesso di giurare, ma pone certi limiti: non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti. Cioè: non coprire la falsità delle tue parole o dei tuoi giuramenti con l’appello alla veracità e all’autorità di Dio: non devi fare di Dio un connivente con la tua falsità. Gesù va più avanti: le tue parole debbono avere in se stesse credibilità, per la sincerità e la trasparenza del cuore da cui escono. Debbono essere sì, sì e no, no; devono cioè essere trasparenti e chiare; non debbono avere bisogno di stampelle e tanto meno di Dio come stampella; perché nel momento in cui mi servo di Dio, fosse anche quando dico il vero, ho già deformato la logica corretta del rapporto con lui.

Il valore delle tue parole è la verità delle parole stesse. Anche qui non si tratta di una prescrizione giuridica, ma di un atteggiamento del cuore che si esprime in comportamenti concreti. Non strumentalizzare mai, per nessun motivo, la autorità di Dio.

«[38]Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; [39]ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; [40]e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. [41]E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. [42]Da’ a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle» (Mt 5, 38-42).

Porgere l’altra guancia

È uno dei testi più famosi del vangelo, ma anche dei più problematici. Non è difficile riconoscere la nobiltà e la elevatezza spirituale di queste parole ma rimaniamo interdetti quando si tratta di metterle in pratica. Ci sembra che sia cosa impossibile. Nessuno di noi riesce a porgere l’altra guancia e a rinunciare così a ogni difesa. Anzi, ci sembra che questo atteggiamento finisca per diventare negativo perché al malvagio bisogna pure opporsi, non si può lasciare che il malvagio operi, altrimenti rischiamo di abbandonare in mano ai malvagi il mondo e la storia e la vita e la politica e la cultura, e così via.

Ma che cosa vuole dire Gesù? Avete inteso che fu detto: occhio per occhio, dente per dente: questa è la legge del taglione, legge antichissima che si trova nell’Antico Testamento, che risale addirittura al codice di Hammurabi; una legge, perciò, che ha almeno 3.500 anni.

Che cosa vuole dire la legge del taglione? Dal punto di vista della storia della civiltà, la legge del taglione è stata una conquista straordinaria, è stata la nascita della civiltà e del diritto, nel senso che essa ha regolato i rapporti di aggressività degli uomini secondo un istituto giuridico preciso. Si capisce bene il progresso rappresentato dalla legge del taglione, se voi la confrontate con la scelta di vita di Lamech, come è presentata nel cap. 4 del Libro della Genesi. Qui leggiamo che Lamech, un discendente di Caino, dice alle sue mogli:

«[23] (…) Ada e Zilla, ascoltate la mia voce; mogli di Lamech, porgete l’orecchio al mio dire: Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. [24]Sette volte sarà vendicato Caino ma Lamech settantasette» (Gen 4, 23-24).

È la proclamazione della legge della vendetta, la proclamazione della vendetta come criterio di azione. Notate che dentro a questa scelta di Lamech c’è una logica, perché la vendetta è efficace solo quando è estrema; le mezze vendette sono il peggio che si possa immaginare. Se qualcuno mi ferisce, posso reagire ferendolo. Ma non pare una scelta molto saggia perché non ho eliminato colui che mi è ostile; e così, la prossima volta, invece di ferirmi, mi ammazzerà. L’unico modo per difendermi davvero con la vendetta è quello di eliminare l’offensore. La vendetta, per natura sua, se vuole essere efficace, deve eliminare l’avversario; Lamech lo ha capito e perciò sceglie una vendetta totale come criterio di azione, come strumento di autodifesa.

La nascita della civiltà, la nascita del diritto è avvenuta nel momento in cui la vendetta viene sottratta al singolo ed è la società che garantisce il singolo dall’aggressività degli altri. Dove c’è una società che funziona non c’è più bisogno di vendetta per eliminare l’avversario; è la società che protegge e la vendetta può essere condotta dentro a dei limiti più sopportabili, a quello dell’occhio per occhio, dente per dente. Se hai ricevuto un’offesa – dice la legge del taglione – non pretendo che tu sia così santo da perdonarla, ti do il permesso di vendicarti; però ti pongo dei limiti, perché la vendetta non risulti distruttiva per la società; puoi restituire l’offesa, ma solo fino al limite dell’offesa che hai ricevuto.

Togliere la vendetta

Questo è l’inizio; e credo sia stato un passo avanti molto grande nella storia della civiltà. “Occhio per occhio, dente per dente” è quindi una legge che pone un limite alla vendetta. Qual è il ragionamento di Gesù? Non solo devi porre un limite, ma devi sradicare la vendetta in tutte le sue manifestazioni; non basta limitare la vendetta, bisogna eliminarla del tutto come vendetta. Quindi io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra. Anche qui non si tratta di sostituire la legge “occhio per occhio, dente per dente” con una legge nuova “porgi l’altra guancia”, ma si tratta di cogliere in quella legge “occhio per occhio, dente per dente” l’intenzione. Ora, l’intenzione è quella di limitare la vendetta, per quanto è possibile; ebbene, questa intenzione cerca di portarla all’estremo. Che cosa ne viene? Che devi eliminare la vendetta in tutte le sue manifestazioni, che devi togliere ogni desiderio di rivalsa. Hai ricevuto un offesa? Bene, ti guardi dentro, ascolti il tuo cuore, e tutto quello che il tuo cuore ti suggerisce per un motivo di rivalsa e di vendetta, questo lo cancelli. Non ti prescrivo di fare sempre una carezza all’altro; può esserci il momento in cui devi dare uno schiaffo, ma guai se quello schiaffo lo dai per vendetta; se la motivazione è la vendetta c’è sempre una deformazione dell’animo; non è quello l’atteggiamento giusto. Se lo schiaffo lo dai, devi però essere spinto dall’amore, non dal risentimento.

È possibile. Sarà difficile, ma è possibile. Un papà corregge il suo bambino; ma perché? Perché gli vuole male? No, perché gli vuole bene. Supponete che non stia semplicemente sfogandosi per l’ira che ha accumulato: è un comportamento – uno schiaffo o un rimprovero duro – che ha il valore della correzione. In questo caso, nasce dall’amore, non dalla vendetta o dalla rivalsa. L’amore non ha sempre la medesima fisionomia. Sarebbe in fondo abbastanza facile se si potesse dire: l’amore è “fare una carezza”; almeno saprei con precisione che cosa sia l’amore. Invece no: l’amore a volte dà una carezza e a volte dà uno schiaffo. Delle volte si umilia davanti all’altro, delle volte si fa grande. Di fronte al presuntuoso e all’arrogante, l’amore può anche assumere l’abito della forza. Ma perché lo fa? Per reazione? Se è per reazione, se è per vendetta, se è per orgoglio, non ci siamo. La motivazione deve essere un’altra, più vera, più interiormente vera. Allora occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra, vuol dire: devi togliere dalla tua vita, dai tuoi comportamenti e dalle scelte del cuore ogni comportamento e scelta che nasca da una volontà di vendetta. Il desiderio di vendicarsi non è corretto, si muove al di fuori della legge e della volontà di Dio.

Si tratta in fondo di fare quello che diceva S. Agostino, di rientrare in noi stessi, ascoltare il nostro cuore, esaminare le nostre azioni e verificare da quale atteggiamento dell’animo esse scaturiscano.

«[43]Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; [44]ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, [45]perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. [46]Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? [47]E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? [48]Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 43-48).

L’amore dei nemici

Dice la legge: Amerai il tuo prossimo; è sottinteso poi anche: puoi non amare chi non è il tuo prossimo; puoi non amare il tuo avversario, che è lontano da te. “Prossimo” è un termine di rapporto che suppone l’esistenza di qualcun altro, quello che non è prossimo. Possiamo mettere i confini vicino o lontano, però un qualche confine deve necessariamente essere posto: quindi amerai il tuo prossimo e potrai odiare il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici. Dentro a quel precetto amerai il tuo” prossimo è compresa una intenzione di Dio; la legge di Dio tende verso un obiettivo; non te lo prescrive ancora pienamente questo obiettivo, perché la legge non riesce mai ad esprimere tutto, però ti dà un’intenzione, una direzione, quella dell’amore. Tu cammina verso quella direzione e procedi fino al limite estremo, allora l’amore non comprenderà solo il tuo prossimo, ma anche il tuo nemico; non farà più distinzioni, separazioni, fratture, ma coinvolgerà anche il tuo avversario personale. E perché questo? Quale motivazione possiamo dare? Quella che abbiamo detto: è il regno di Dio la motivazione di tutto, è l’amore di Dio per noi, è la salvezza che Dio ci ha donato in Gesù Cristo. Perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Si riesce a comprendere bene questa motivazione, se il lettore mette se stesso dalla parte giusta. Mi spiego: perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni: chi sono i malvagi? E chi sono i buoni? Se uno pensa di essere fra i buoni e che i malvagi siano gli altri gli sarà difficile capire la forza delle parole di Gesù; ma se uno riconosce di essere lui il malvagio; se benedice Dio che fa sorgere il suo sole anche sopra i malvagi – cioè sopra di lui –, e che fa piovere anche sopra gli ingiusti ancora: sopra di lui-, allora tutto diventa chiaro. Il comportamento di Dio verso di noi è di amore gratuito, creativo; Dio non ha amato solo i pii, ma anche gli empi. Ci ricorda, ad esempio, S. Paolo che Cristo è morto per gli empi nel tempo stabilito. È raro il caso di uno che muoia per una persona dabbene; ma, al limite, questo potrebbe anche avvenire. Dio, invece, dà prova del suo amore verso di noi proprio in questo, che mentre noi eravamo peccatori Cristo è morto per noi. Mentre eravamo peccatori: è questo il significato del nostro brano. L’amore di Dio verso di noi è un amore gratuito e creativo che suscita una risposta d’amore gratuita e creativa. L’amore di Dio verso di noi ci fa nuovi, ci plasma secondo la sua logica interna e se la logica dell’amore di Dio è la gratuità, il nostro amore si muoverà secondo la medesima logica della gratuità. Non basta che facciate come i pagani e i pubblicani; potete e dovete fare di più. Forse perché siete più bravi dei pagani e dei pubblicani? Per niente; ma perché avete ricevuto di più, avete accolto e conosciuto l’amore di Dio, come i pagani e i pubblicani nemmeno si sognano. L’amore di Dio che avete sperimentato vi dà la forza, nella fede, di questo comportamento nuovo.

Se capisco bene, queste famose “antitesi” hanno tutte la stessa struttura: si prende una legge, si cerca di cogliere l’intenzione della legge (“intenzione” nel senso etimologico, cioè la tendenza, l’orientamento di quella legge, la direzione e lo scopo verso cui essa tende), poi si prolunga questa direzione fimo al limite estremo, quello del compimento totale, senza riserve, della volontà di Dio. Il discepolo deve vivere davanti a Dio, deve dare a Dio la sua obbedienza senza limiti. Quando hai capito qual è l’intenzione di Dio, l’orientamento, il traguardo che Dio voleva raggiungere attraverso tutte le leggi che ha dato, sei in grado di comprendere fino in fondo le esigenze del regno. Il regno di Dio è arrivato a toccare la tua vita e ti plasma, secondo una logica diversa, che è quella di Dio. Hai ricevuto – puoi fare – devi fare.

Siate perfetti!

A questo punto possiamo comprendere un versetto perlomeno sorprendente: Siate dunque perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste; non vuole certamente dire che la nostra santità deve uguagliare quella di Dio – sarebbe evidentemente assurdo, senza senso! – ma vuole dire: la qualità dei tuoi comportamenti deve corrispondere a quello che Dio è e ha rivelato di se stesso. Se Dio ha rivelato il suo amore gratuito, il tuo amore deve essere gratuito; se Dio ha rivelato il suo perdono senza vendetta, il tuo amore deve essere un amore senza vendetta e così via, per tutte le altre dimensioni. L’amore di Dio definisce la logica interiore del comportamento cristiano. Si potrebbe dire questo: non solo devi superare la vendetta, devi superare anche la legge dell’occhio per occhio, dente per dente; devi giungere a quella legge, tipicamente divina, che è la legge del dono. Il comportamento di Dio è definito dal dono, il tuo comportamento dovrà assumere il dono come sua motivazione, sua legge. Se fai questo, sarai perfetto come è perfetto il tuo Padre celeste; la tua vita sarà in qualche modo un riflesso del comportamento che è proprio di Dio.

Edizioni San Lorenzo “La casa sulla Roccia” – Sussidi Biblici n. 26-27