La Casa sulla Roccia – 6 – Seconda Meditazione

Diocesi Reggio Emilia

La Casa sulla Roccia. 2

10 Settembre 1989

La “Casa sulla roccia” è il titolo dato alle cinque meditazioni dettate da don Luciano Monari al corso di esercizi spirituali che nel settembre 1989 – come è ormai consuetudine – si è svolto per alcune parrocchie reggiane al “Centro di spiritualità” di Marola (Reggio Emilia).

Il tema è il “discorso della montagna” dei capitoli 5, 6, 7 del Vangelo di Matteo. In appendice il testo delle omelie pronunciate nelle Eucaristie delle tre giornate.

Fonte “La Casa sulla Roccia” testo edito dalla Edizioni San Lorenzo nel mese di Dicembre 1996.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Seconda Meditazione

8 Settembre 1989

L’identikit del discepolo

C’è un terzo modo di leggere le Beatitudini ed è quello che vede nelle beatitudini l’identikit del discepolo del regno, il suo programma di vita. Le beatitudini sono, nel vangelo di Matteo, interpretate così, come un programma, qualche cosa che il cristiano deve tentare di realizzare nella sua vita. Chiaramente, siccome modello del cristiano è anzitutto Gesù Cristo, le beatitudini sono 1’identikit di Gesù. I poveri in spirito sono prima di tutto Gesù; gli afflitti e i miti e quelli che hanno fame e sete della giustizia, cioè della volontà di Dio, sono prima di tutto Gesù. Si possono leggere le beatitudini come il disegno, il ritratto di Gesù e come il ritratto ideale del discepolo che dobbiamo tentare di realizzare quotidianamente.

Chi accoglie il Vangelo del regno è da questo medesimo vangelo trasformato e la trasformazione si esprime in comportamenti concreti, secondo una scala di valori morali che corrisponde esattamente al regno di Dio. Questi valori, questa scala è presentata dalle beatitudini.

Beati i poveri in spirito

Quali sono allora le richieste fondamentali, i lineamenti del discepolo del regno? La prima richiesta fondamentale è quella della povertà in spirito. Il significato, nel vangelo di Matteo, è abbastanza comprensibile: i poveri in spirito sono quelli che sanno accettare il regno di Dio come un dono e quindi si collocano davanti al regno di Dio senza delle pretese, senza delle sicurezze autonome, senza una propria autosufficienza; sono coloro che riconoscono con lucidità di essere, di fronte alla ricchezza del Regno, dei poveri, dei mendicanti.

«[18]Io sono povero e infelice; di me ha cura il Signore. Tu, mio aiuto e mia liberazione, mio Dio, non tardare» (Sal 40, 18).

All’opposto della povertà in spirito ci sta l’autosufficienza, tutti i tipi di autosufficienza di cui1’uomo può vantarsi. C’è per esempio l’autosufficienza che viene dalla ricchezza; la ricchezza è una forza, una garanzia, una sicurezza e l’uomo può correre il rischio di appoggiare sudi essa la sua speranza. Il Vangelo di Luca al cap. 12, nei versetti dal 15 al 21, parla di un uomo stolto che si era preoccupato di arricchire, ma non davanti a Dio. Ottenuta la ricchezza che aveva cercato, parla così:

«[19] (…) Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia» (Lc 12, 19).

Nella nostra vita cerchiamo la gioia e la felicità; quest’uomo si illude di averla trovata, nell’eccesso di beni che era riuscito a mettere da parte. Notate: il Vangelo non dice che se li fosse procurati in modo disonesto; no: è piuttosto un buon manager che ha amministrato con oculatezza e abilità. Qual è dunque il suo torto? Di aver speso tutta la sua attenzione solo per i beni materiali senza cercare di arricchire davanti a Dio. Si è considerato ricco mentre in realtà egli rimaneva un pover’uomo, un mendicante di vita. Gli viene detto:

«[20]Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? (Lc 12, 20).

Ecco dunque un ricco che ha messo la sua fiducia nei beni materiali; per lui la beatitudine della povertà è vuota.

Poi c’è l’autosufficienza che viene dalla forza, dal potere; il potere dà alla testa, dà come l’impressione a qualcuno di potere organizzare il mondo sulla base dei suoi bisogni e dei suoi interessi, per cui gli altri sono visti come strumenti utili per la realizzazione dei propri progetti. Un’immagine significativa di questo atteggiamento spirituale è quella che viene presentata nel capitolo 28 di Ezechiele attribuita al re di Tiro; il re di questa piccola isola sulla costa fenicia si illude, a motivo della sua posizione geografica, a motivo della sua ricchezza economica e dei traffici commerciali con tutto il Mediterraneo, si illude di potere stare al sicuro, che niente possa disturbare la sua tranquillità e la sua pace:

«[2]Figlio dell’uomo, parla al principe di Tiro: Dice il Signore Dio: Poiché il tuo cuore si è insuperbito e hai detto: Io sono un dio, siedo su un seggio divino in mezzo ai mari, mentre tu sei un uomo e non un dio, hai uguagliato la tua mente a quella di Dio, [3]ecco, tu sei più saggio di Daniele, nessun segreto ti è nascosto. [4]Con la tua saggezza e il tuo accorgimento hai creato la tua potenza e ammassato oro e argento nei tuoi scrigni; [5]con la tua grande accortezza e i tuoi traffici hai accresciuto le tue ricchezze e per le tue ricchezze si è inorgoglito il tuo cuore. [6]Perciò così dice il Signore Dio: Poiché hai uguagliato la tua mente a quella di Dio, [7]ecco, io manderò contro di te i più feroci popoli stranieri; snuderanno le spade contro la tua bella saggezza, profaneranno il tuo splendore. [8]Ti precipiteranno nella fossa e morirai della morte degli uccisi in mezzo ai mari. [9]Ripeterai ancora: Io sono un dio, di fronte ai tuo uccisori? Ma sei un uomo e non un dio in balia di chi ti uccide. [10]Della morte dei non circoncisi morirai per mano di stranieri, perché io l’ho detto. Oracolo del Signore Dio» (Ez 28, 2-10).

Qui c’è una autosufficienza che viene sradicata dalla affermazione di Dio; dove Dio si afferma, ogni altra realtà che si presenti come Dio, che quindi voglia presentarsi come autosufficiente e forte, viene cancellata.

Ma deve essere cancellata anche la autosufficienza del virtuoso; non solo quella del ricco e quella del potente, ma anche quella del virtuoso; pensate al fariseo della parabola, che davanti al Signore nel tempio fa l’elenco delle sue buone opere, perché digiuna due volte alla settimana e perché paga la decima su tutto quello che possiede. Anche la sua virtù deve essere sradicata, non perché l’uomo non debba essere virtuoso, ma perché l’uomo deve vivere la sua virtù come un dono, la deve accogliere come grazia di Dio, non se ne può servire di fronte a Dio e contro di lui per accampare un qualche diritto autonomo.

I poveri in spirito sono quelli che sanno ricevere, che non hanno nessuna pretesa di raggiungere la propria realizzazione spirituale con le proprie forze, non hanno nessuna pretesa di costruirsi da sé il regno dei cieli. Il regno di Dio è di Dio e l’uomo lo può ricevere solo come un dono. Potete esaminare altre forme di autosufficienza. C’è l’autosufficienza della cultura, quella a cui fa riferimento san Paolo nella Prima lettera ai Corinzi nel cap. 1: i Greci che cercano la sapienza e quindi si arroccano su quelle garanzie che la sapienza, la filosofia sotto tutte le sue forme, sembra garantire all’uomo. Secondo san Paolo, nella sapienza di Dio:

«è piaciuto di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione» (1 Cor 1, 21);

perché l’uomo con tutta la sua sapienza non ha conosciuto Dio.

Quello di cui si parla nella nostra beatitudine – Beati i poveri in spirito – è un uomo che si fa “cliente” di Dio. Il cliente è un povero che la mattina presto va alla porta dell’uomo ricco e stende la mano per ricevere in elemosina quello che gli è necessario per vivere durante la giornata, per arrivare a sera. Non è esattamente questo che diciamo: Padre, dacci oggi il nostro pane quotidiano? Questa è la preghiera del povero in spirito, di quello la cui condizione diventa un appello a Dio; il povero non ha delle altre difese, non ha delle altre protezioni, si aspetta la sua salvezza unicamente da Dio.

Ripensate a quelle belle figure dei poveri in spirito che riempiono il Vangelo dell’infanzia secondo san Luca: Maria, prima di tutto:

«[48]perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. [49]Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente» (Lc 1, 48-49).

Maria si presenta come povera davanti al Signore; “umile” vuol dire questo: in una condizione di umiltà, di povertà, il Signore ha compiuto in lei cose grandi. Ma lo stesso vale per il vecchio Simeone, per Anna, per Elisabetta. Sono personaggi che vivono una gioia ricevuta dal Signore e dalla sua grazia.

Credo che di applicazioni ne possiate fare tantissime. Non dovrebbe essere difficile capire allora chi sono questi poveri in spirito, secondo Matteo.

Beati gli afflitti

Più complicata può sembrare la seconda beatitudine: Beati gli afflitti perché saranno consolati. Il passivo, in questo caso come in molti altri, è i I cosiddetto “passivo divino” che esprime l’azione di Dio. Perciò saranno consolati, è lo stesso che: Dio li consolerà. Non si tratta di un’affermazione proverbiale del tipo: le sorti umane sono necessariamente alterne; ciò che oggi è in alto si troverà domandi nella polvere, colui che oggi è nell’afflizione si troverà domani nella gioia. Il passivo è uno dei modi che gli Ebrei usano per evitare il nome di Dio. “Dio li consolerà” diventa allora saranno consolati, ma bisogna riconoscere in questo un intervento attivo di Dio; è un’opera di Dio, è grazia di Dio, è la consolazione che viene da Dio. Ma perché una ricompensa agli afflitti? È forse una virtù, un merito l’afflizione? È forse un ideale da proporre al cristiano? Credo che il modo migliore di leggere questa seconda beatitudine, sempre nell’ottica dell’identikit del discepolo, sia quello di accostarla alla figura del Signore, alla figura del Cristo sofferente e crocifisso, che dice al discepolo:

«[34] (…) Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8, 34).

Viene annunciata al discepolo del Signore una inevitabile sofferenza, una inevitabile afflizione. È vero che se il regno di Dio fosse già compiuto ogni afflizione sarebbe cancellata. Egli, infatti:

«[4] asciugherà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno» (Ap 21, 4).

Ma siccome il regno di Dio è ancora una realtà che noi chiediamo nella preghiera –Padre fa venire il tuo regno –siccome il Regno è una realtà di cui sentiamo già gli effetti ma che sta ancora davanti a noi come oggetto di speranza e di attesa, proprio per questo il cammino della vita del discepolo è segnato dall’esperienza della sofferenza, della afflizione. Sarà quella afflizione che viene dal condividere le sofferenze degli altri, dal piangere con chi piange (cfr. Rm 12, 15); sarà quella afflizione che segue dai limiti della condizione umana accettati, e questa volta liberamente, in un’ottica di fede; sarà quella afflizione che viene dalla croce, dall’andare dietro al Signore. Esiste anche questa realtà, che però non deve essere tale, nella condizione del discepolo, da togliere la gioia e la speranza, per cui «Beati gli affitti perché saranno consolati»la gioia viene sperimentata in mezzo all’afflizione e la speranza è quella dell’intervento di Dio che consola.

Beati i miti

«Beati i miti, perché erediteranno la terra»miti, in questo caso, sono quelli che, non per temperamento, ma per scelta, per una libera scelta, vivono in mezzo agli altri senza cercare di affermarsi con la propria forza; sono esattamente il contrario dei prepotenti, degli arroganti. La mitezza è una delle dimensioni della povertà di spirito, è naturalmente prima di tutto l’atteggiamento di Gesù. Gesù dice di se stesso:

«[29] (…) imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime» (Mt 11, 29).

E nel vangelo di Matteo vengono applicate a Gesù le parole con cui Isaia definisce la missione del Servo di Jahve:

«[18]Ecco il mio servo che io ho scelto; il mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Porrò il mio spirito sopra di lui e annunzierà la giustizia alle genti. [19]Non contenderà, né griderà, è si udrà sulle piazze la sua voce. [20]La canna infranta non spezzerà, non spegnerà il lucignolo fumigante, finché abbia fatto trionfare la giustizia; [21]nel suo nome spereranno le genti» (Mt 12, 18-21.

C’è una decisione radicale e profonda di servizio al progetto di Dio, per cui questo servo si impegna a fare trionfare la giustizia, cioè la volontà di Dio, senza esitazione, senza riserve; ma lo fa senza litigare, senza gridare, senza spezzare la canna infranta, cioè lo fa con uno stile di mitezza. È lo stile di Gesù ed è lo stile del discepolo, tipicamente cristiano, non facile da capire; la mitezza non è facile da realizzare, non lo è nemmeno da capire, eppure diventa un elemento tipico. Se san Francesco è apparso ai suoi contemporanei come un secondo Gesù Cristo, forse uno dei suoi lineamenti caratteristici era proprio questo, la mitezza, la capacità di essere – come diceva e come voleva che fossero i suoi frati – un “minore”. Frati “minori” vuol dire quelli che non si mettono al di sopra degli altri e che non schiacciano nessuno nemmeno con la violenza delle parole, si mettono invece in una condizione di inferiorità, accolgono l’atteggiamento degli altri senza ribellarsi, senza rispondere con la violenza: ecco la mitezza. Quando san Francesco, in una delle sue esortazioni ai frati, dice che debbono essere sottomessi a ogni creatura, chiede esattamente la mitezza evangelica. E non solo lui; pensate a san Paolo che nella Prima lettera ai Corinzi al cap. 6 affronta il problema delle liti nella comunità cristiana. Ricordatela situazione: nella comunità cristiana di Corinto sono date delle liti (niente di strano, perché pare che esistano anche oggi) e allora i fratelli sono andati davanti al tribunale pagano per ricevere la sentenza, perché giudicasse sul diritto e il dovere di ciascuno. E Paolo, piega (v. 7):

«[7]E dire che è già per voi una sconfitta avere liti vicendevoli!».

Le liti fra i cristiani sono una sconfitta! La mancanza di comunione e di fraternità è una sconfitta del cristianesimo, vuole dire che la vita dei cristiani non è determinata dalla parola di Dio, ma dalla forza delle condizioni economiche e sociali e ambientali. In questo caso il cristiano non è più, prima di tutto, il “figlio di Dio”, ma il figlio di questo mondo. Ecco, allora, l’esortazione dell’Apostolo:

«[7] (…) Perché non subire piuttosto l’ingiustizia? – Chi di noi accoglierebbe un consiglio del genere? – Perché non lasciarvi piuttosto privare di ciò che vi appartiene? [8]Siete voi invece che commettete ingiustizia e rubate, e ciò ai fratelli! [9]O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio?» (1 Cor 6, 7-9).

Nell’inno alla carità san Paolo (cfr. 1 Cor 13, 1-13) scrive a un certo punto che «la carità non cerca ciò che è suo» (1 Cor 13, 5). Hanno tradotto in italiano “non cerca il suo interesse”; ma il testo va più in là. Non dice solo che la carità non cerca il suo interesse, ma che non cerca ciò che è suo, noi diremmo “non cerca il suo diritto”; giunge fino a rinunciare al suo diritto, quando ci sono valori superiori di fraternità da assicurare. E esattamente ciò che scrive san Paolo nella Prima lettera ai Corinzi.

Questa è la dimensione della mitezza; poi il paradosso. che cosa viene promesso al mite? Di diventare padrone della terra! Erediteranno la terra. Meraviglia! La terra si conquista con la violenza e con le guerre, almeno da quello che ho letto nei libri di storia. Nabucodonosor o Alessandro Magno o Napoleone – grandi conquistatori di terre – sono stati dei generali, capi di eserciti. Qui, invece, si parla di una terra che viene data a chi rinuncia alla violenza, ai miti. Terra singolare, quindi: è la terra di Dio, la terra promessa; è un dono, non è una conquista, non ci se ne appropria con la forza ma la si riceve come dono e grazia del Signore. Allora «Beati i miti perché erediteranno» (quindi riceveranno ìn dono; l’eredità è una ricchezza che non si conquista con sforzo personale, ma si riceve gratis) riceveranno in dono la terra, la terra promessa, la terra che è il dono di Dio; se volete, è quella città dalle solide fondamenta di cui è architetto e costruttore Dio stesso (cfr. Eb 11, 10).

Beati quelli che hanno fame

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati: avere fame e sete vuol dire nutrire un desiderio ardente, un desiderio fisico di qualche cosa di cui non si riesce a fare a meno. Un vivente non può fare a meno del cibo e tanto meno può fare a meno dell’acqua: beati quelli che hanno fame e sete della giustizia. Qui naturalmente la parola importante è proprio questa “giustizia”, che va intesa secondo il significato preciso che ha nel vangelo di Matteo. Noi, eredi di Aristotele, definiamo la giustizia come quella virtù che ci inclina a dare a ciascuno ciò che gli compete, a rispettare quindi i diritti degli altri. È virtù eminentemente sociale. Ma la giustizia nel vangelo di Matteo è molto di più, perché s’identifica con il progetto di Dio, la volontà di Dio; allora, “quelli che hanno fame e sete della giustizia” sono le persone che non riescono a rassegnarsi al male, alla ingiustizia, che non riescono a rassegnarsi a un mondo dal quale la volontà di Dio pare esclusa, cancellata, eliminata, e invece spendono la loro vita esattamente per questo, in una ricerca appassionata della giustizia e della volontà di Dio. Notate che la “ricerca appassionata” va intesa certamente come desiderio del cuore, ma come un desiderio efficace. Chi desidera la giustizia, la fa, perlomeno tenta di farla per quanto dipende da lui, dalla sua libertà. Un poco più avanti, nel discorso della montagna, c’è quell’invito:

«[33]Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 33).

Allora cercate di compiere la volontà di Dio nel mondo e in voi stessi con tutto l’impegno, con tutta la passione, di cui siete capaci. È proprio quello che ha fatto Gesù Cristo.

Se ricordate, nel vangelo di Matteo viene narrato l’incontro fra Gesù e il Battista, quando Gesù va a farsi battezzare. Giovanni ha una esitazione di fronte alla richiesta di Gesù; anzi, dice il Vangelo:

«[14]Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me? [15]Ma Gesù gli disse: Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia» (Mt 3, 14-15).

È necessario il battesimo di Gesù, perché questa è la giustizia, cioè è la volontà di Dio e Gesù si sottomette pienamente a questa volontà. Chiaramente sottomettersi al Battesimo non vuole dire sottomettersi a un rito che non costa molto, ma esprime la sottomissione di tutta una vita di obbedienza al Padre, fino alla croce, perché la croce è essa stessa un battesimo. Il Battesimo con acqua è un anticipo della passione:

«[50]C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!» (Lc 12, 50).

Sottomettersi alla giustizia vuol dire per Gesù, in concreto, accettare il progetto del Padre e quindi accettare la croce. Ed è proprio quello che Gesù ha compiuto in tutta la sua vita:

«[34]Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4, 34).

Gesù ha avuto fame e sete di giustizia. Le sue penultime parole, nel vangelo di Giovanni, sono: «Ho sete» (Gv 19, 28), e quel “ho sete” si riferisce esattamente al progetto di Dio; Gesù ha sete che si compia quello che Dio vuole; è vero che quello che Dio vuole è sofferenza e morte, ma in realtà quello che Dio vuole è salvezza, vita, gloria; è la glorificazione di Dio, è la salvezza per il mondo.

Beati i misericordiosi

«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia». I misericordiosi sono quelli che assomigliano a Dio che è esattamente:

«[6]Il Signore passò davanti a lui proclamando: «Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore» (Es 34, 6).

L’uomo è essenzialmente uno di cui Dio ha avuto misericordia, di cui Dio ha continuamente misericordia, l’uomo vive della misericordia di Dio e allora beati i misericordiosi, perché, a loro volta, troveranno misericordia.

Ricordate la parabola del cap. 18 di Matteo; vi si parla di un servo che ha ricevuto il condono d’un debito di diecimila talenti e che perciò dovrebbe usare misericordia verso il suo compagno:

«[33]Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?» (Mt 18, 33).

Se dopo aver ottenuto da Dio una misericordia infinita, sei in grado di usare la misericordia verso i tuoi fratelli, beato te: il Signore ti confermerà per sempre, definitivamente, la sua misericordia. Sono misericordiosi quelli che sanno perdonare e che perdonano di cuore:

«[35]Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello» (Mt 18, 35).

È un atteggiamento che si esprime in gesti esterni, ma che nasce da una scelta profonda, non puramente sentimentale – il cuore non è la sede dei sentimenti ma delle scelte libere –. La persona misericordiosa si colloca davanti all’altro nell’atteggiamento non della durezza, del giudizio e della condanna, ma della misericordia o, anche, della con-passione, che è la capacità di sentire la miseria e la povertà degli altri come propria, come un appello al proprio aiuto. Pensate al Samaritano che, vedendo il ferito sul lato della strada, ha “compassione” e si prende cura di lui; o al papà del figliol prodigo che, vedendolo tornare da lontano, prova “compassione” e gli corre incontro. Se è vero quello che dicevamo, cioè che la misericordia è caratteristica di Dio, i misericordiosi assomigliano a Dio, vivono trasmettendo, traducendo in comportamenti e contenuti, quell’amore gratuito e libero che scaturisce da Dio solo. Dio non è mai così Dio come quando perdona, non mostra mai così chiaramente la sua onnipotenza, come quando perdona, egli che manifesta la sua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono. Dio certamente manifesta la sua onnipotenza con la creazione. Creare è attività tipicamente divina; ma essere capaci di perdonare, lo è ancora di più: Dio perdona perché è Dio, non un uomo ma il «santo in mezzo a noi» (Os 11, 9).

Beati i puri di cuore

Abbiamo già ricordato che il cuore, nell’antropologia biblica, è il centro della persona, il luogo dove l’io si esprime e fa le sue scelte di fondo libere. La purezza di cuore è perciò quella semplicità interiore per cui l’uomo sceglie con un cuore pulito e trasparente, senza dei doppi fini, senza covare delle ambiguità, senza delle motivazioni false o pretestuose da mettere avanti per nascondere un interesse che non si può confessare. i puri di cuore sono delle persone trasparenti nelle quali il centro del cuore, la bocca, le parole, i gesti, sono coerenti, limpidi; uno manifesta l’altro senza doppiezza.

Nel pensiero di Gesù, l’essere morale di una persona si gioca nel cuore. È chiaro che la moralità è negli atti, nei comportamenti, ma in realtà il valore etico dei comportamenti dipende dal cuore; è nel cuore che essi vengono in qualche modo costruiti, creati, plasmati e quindi ricevono la loro qualità positiva o negativa. Forse ricordate che nel cap. 15 di Matteo c’è una controversia fra Gesù e i farisei prima a proposito delle tradizioni farisaiche, poi a proposito delle tradizioni sul puro e sull’impuro; ci sono cibi puri, che non contaminano chi li mangia, e i cibi impuri che debbono essere scartati. Gesù pone una regola che è rivoluzionaria rispetto alla concezione ebraica, perché (v. 10):

«[10]Poi riunita la folla disse: «Ascoltate e intendete! [11]Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!».

In questo modo Gesù cancella. di colpo la distinzione tra cibi puri e cibi impuri. Tu puoi fare tutte le diete che vuoi, ma non far passare le diete per una scelta religiosa, morale. Dal punto di vista etico, quello su cui devi lavorare non è la dieta, ma il cuore; non è quello che entra nella bocca ma quello che esce dalla bocca. Ma che cos’è che esce dalla bocca? andiamo più avanti dove c’è la spiegazione che Gesù dà ai discepoli:

«[16]Ed egli rispose: Anche voi siete ancora senza intelletto? [17]Non capite che tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna? [18]Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo. [19]Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultéri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. [20]Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo, ma il mangiare senza lavarsi le mani non rende immondo l’uomo» (Mt 15, 16-20).

Allora l’attenzione viene spostata su quel cuore dell’uomo nel quale si formano i pensieri e le scelte: il cuore pulito. Questo ha delle conseguenze che sono enormi, perché ci chiede quella trasparenza, quel ritornare su noi stessi, che è il mettere a nudo davanti al Signore le motivazioni vere dei nostri comportamenti; la verità dei gesti richiede la purezza nelle motivazioni. A questi puri di cuore, viene promesso che vedranno Dio, espressione tipicamente biblica, che nell’Antico Testamento fa riferimento al tempio di Gerusalemme dove il Signore abita e dove il pio ebreo va in pellegrinaggio. Si tratta di andare nel tempio per comparire davanti al Signore. Ma, ricordate, andare nel tempio di Dio e comparire davanti al Signore richiede delle condizioni etiche:

«[4]Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non pronunzia menzogna, chi non giura a danno del suo prossimo» (Sal 24, 4).

Sono le condizioni di ingresso che venivano ricordate ai pellegrini prima che entrassero nel tempio. Le troviamo nei salmi 15 e 24in Isaia 33, 14-16 o nel cap. 7 di Geremia (lo riprenderemo nella Celebrazione penitenziale). Geremia si mette alla porta del tempio, perché quelli che entrano facciano l’esame di coscienza e verifichino se sono in grado di entrare. L’ingresso nel tempio non è semplicemente uno spostamento fisico, ma una vera esperienza di fede e di comunione con Dio. Tutte queste condizioni di ingresso vengono riportate da Gesù alla loro radice: il cuore e la purezza del cuore.

Beati gli operatori di pace

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio»Anche in questo caso per capire la beatitudine bisogna partire da Gesù Cristo. Operatore di pace è prima di tutto lui. Secondo Isaia il Messia viene proclamato principe della pace (Is 9, 5); e secondo le lettere della cattività, Colossesi ed Efesini, si può descrivere tutta l’opera compiuta da Gesù Cristo esattamente così, come la realizzazione della pace. Cristo è venuto per riconciliare l’uomo con Dio, per riconciliare l’uomo con i suoi fratelli, per riconciliare l’uomo con se stesso, per riconciliare l’uomo con il cosmo intero. La missione di Cristo ha una dimensione cosmica di riconciliazione. Non è questa la pace? In questo modo Gesù:

«[14] (…) ha abbattuto tutti i muri di separazione che dividevano l’umanità (…) Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo» (Ef (2, 14).

L’Apostolo si riferisce qui a pagani e Giudei: siccome la distinzione fra pagani e Giudei è la distinzione religiosamente più significativa, viene presa da san Paolo come immagine di tutti quei muri che separano gli uomini; muri religiosi, ma anche muri razziali, economici, politici, culturali e così via, di tutti i generi. Quella che era la separazione fondamentale, quella tra Giudei e pagani, Cristo l’ha eliminata, perché:

«[14] (…) ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, [15]annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, [16]e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia. [17]Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini» (Ef 2, 14-17).

Notate: l’effetto della redenzione di Cristo si può esprimere con questa parola: pace. Egli è il pacificatore, la nostra pace; ma come ha ottenuto Cristo la pace, come l’ha costruita? Dice Paolo: sulla croce. Ma come sulla croce? Subendo la maledizione del mondo intero, subendo la cattiveria dei Giudei e quella dei pagani e donando agli uni e gli altri il suo amore, senza restituire male per male. Egli ha riconciliato il mondo subendo il peso delle sue lacerazioni. Quello che la Lettera agli Efesini vuole dire, è che la costruzione della pace non è qualche cosa di innocuo e facile, non è qualche cosa che si possa fare con belle parole o con i pii desideri. Si tratta di abbattere i muri costruiti dalle nostre paure e dal nostro egoismo, da tutte le varie forme di egoismo. Non c’è modo di eliminare questi muri se non subendo noi stessi l’egoismo, portando il peso delle reazioni di paura dell’uomo, vincendo queste cose con il nostro perdono, con la forza dell’amore. Su questo argomento ritorneremo perché il cap. 5 di Matteo lo riprenderà con l’invito a porgere l’altra guancia. Ma è importante che lo teniamo presente: beati gli operatori di pace. Operatori di pace sono quelli che fanno le trattative internazionali, ma sono anche quelli che nella propria famiglia, tra moglie e marito, con i figli, cercano di costruire legami di fraternità e di comunione. Le dimensioni della pace vanno dalle più ampie, universali, a quelle più ristrette, a quelle del nostro quotidiano, della nostra famiglia. L’essenziale è ricordarci che operare la pace vuol dire distruggere i muri di separazione e che distruggere questi muri di separazione richiede la croce, in una forma o nell’altra, in modo cruento o no. Anche all’interno di una famiglia, per riuscire ad evitare le lacerazioni bisogna pagare del proprio. Pensate alle liti che facciamo per avere ragione, quelle liti che nascono dal dare la colpa a un altro; non c’è altro modo di toglierle se non rinunciare a questo bisogno istintivo della propria affermazione e sacrificare un tantino di orgoglio, un tantino di interesse, un tantino di vanità e di apparenza; c’è qualche cosa di noi che deve soffrire, che deve morire per operare la pace. Proprio per questo gli operatori di pace saranno chiamati figli di Dio; sono quelli che assomigliano a Dio e in cui Dio si compiace. Dio, infatti, ha manifestato se stesso nella croce di Cristo come il grande riconciliatore, come colui che possiamo definire principe della pace.

Beati i perseguitati

E finalmente, «beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli»questo si riallaccia alla quarta beatitudine che abbiamo già spiegato. Non c’è niente di più, se non il fatto che quell’avere fame e sete diventa essere perseguitati. Dicevamo, avere fame e sete della giustizia, significa non solo desiderarla interiormente, ma cercare di attuarla concretamente nella propria esistenza. Questo attuarla concretamente può andare a scontrarsi con interessi opposti e può quindi trasformarsi in esperienza di persecuzione. Bisogna che la fame e sete della giustizia sia così intensa e così piena da giustificare anche la sopportazione, anche il subire la persecuzione. Subire la persecuzione vuole dire esprimere, manifestare, rivelare la autenticità del desiderio: il fatto che il desiderio della giustizia – della volontà di Dio – non è puramente mentale ma è così vero che uno è disposto a pagare un prezzo suo, di persona.

L’affermazione poi viene applicata direttamente ai discepoli:

«[11]Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. [12]Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi» (Mt 5, 11-12).

Noi possiamo aggiungere: così hanno perseguitato Cristo, prima di voi. Quindi nella accettazione degli insulti o persecuzioni o calunnie, il cristiano, il discepolo, non fa altro che sperimentare nella sua carne quello che per primo ha sperimentato Cristo, il rifiuto del mondo. Ne trovate la spiegazione nel cap. 10 di Matteo, nel discorso di missione, quando al versetto 24-25 dice Gesù:

«[24]Un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone; [25]è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!».

Non si può quindi pretendere un comportamento migliore di quello che è toccato a Gesù.

Leggete ancora il cap. 15 del Vangelo di Giovanni nei versetti dal 18 in poi.

Mi fermo solo a richiamare la Prima lettera di Pietro, dove al cap. 4, 12, scrive così:

«[12]Carissimi, non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. [13]Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. [14]Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi. [15]Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. [16]Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome» (1 Pt 4, 12-16).

Non siate sorpresi come se vi accadesse qualcosa di strano; lo sapevate anche prima che questa era una possibilità concreta, da mettere in conto. Era già una realtà presente nella vita del Signore e quindi una possibilità effettiva per la vita del discepolo. Queste sofferenze non sono né nuove né accidentali né assurde. Il discepolo deve sapere che in questo modo la crocifissione di Cristo continua ad esercitare la sua efficacia di salvezza, la sua opera di redenzione.

Le beatitudini sono, come dicevamo, 1’identikit del discepolo. Vi è stato annunciato il regno di Dio. Voi siete chiamati ad accogliere questo regno di Dio; l’imperativo: convertitevi, significa: accogliete il regno, quindi orientate verso una nuova direzione i pensieri e le azioni della vostra vita. Dovete orientarvi su un’altra prospettiva. Quale? Quella delle beatitudini. C’è uno spirito delle beatitudini che è proprio del regno di Dio ed è quindi necessario per il discepolo.

Una beatitudine feconda

Rileggendo le Beatitudini potete anche capovolgerne la formulazione, qualcuno ha tentato di farlo, e invece di leggere beati i poveri in spirito, ha letto: poveri perché beati, poveri, quindi, quelli che sono beati; afflitti quelli che sono beati; miti quelli che sono beati; affamati e assetati di giustizia quelli che sono beati. Vuole dire (va legato con la seconda lettura delle beatitudini che abbiamo proposto stamattina) che la possibilità di vivere queste dimensioni del regno – la povertà di spirito, l’afflizione, la mitezza ecc. – questa possibilità ci è data se riusciamo a percepire nel regno di Dio, cioè in Gesù Cristo, una sorgente autentica di gioia. Non è possibile la mitezza se uno non ha dentro il suo cuore una gioia e una sicurezza grande; sono queste che gli permettono di non difendersi troppo nei confronti degli altri, di non diventare aggressivo, di non avere troppa paura. Se uno ha paura, non riesce ad essere mite; o, se lo è, lo è di quella mitezza che è debolezza. È possibile essere liberamente mite, è possibile essere povero se uno ha scoperto una sorgente di gioia e di sicurezza, nuova, invisibile, ma autentica; non è una povertà lagnosa, quella che il vangelo propone, è tana povertà nella gioia, che scaturisce dalla gioia. È l’esperienza di chi non ha bisogno di surrogati per costruirsi una tranquillità e una pace artificiale, ma ha riscoperto questa tranquillità nella comunione con il Signore, nella esperienza del regno. Allora è libero e può comportarsi davvero come uomo libero.

La Casa sulla Roccia – 5 – Prima Meditazione

Diocesi Reggio Emilia

La Casa sulla Roccia. 1

10 Settembre 1989

La “Casa sulla roccia” è il titolo dato alle cinque meditazioni dettate da don Luciano Monari al corso di esercizi spirituali che nel settembre 1989 – come è ormai consuetudine – si è svolto per alcune parrocchie reggiane al “Centro di spiritualità” di Marola (Reggio Emilia).

Il tema è il “discorso della montagna” dei capitoli 5, 6, 7 del Vangelo di Matteo. In appendice il testo delle omelie pronunciate nelle Eucaristie delle tre giornate.

Fonte “La Casa sulla Roccia” testo edito dalla Edizioni San Lorenzo nel mese di Dicembre 1996.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Prima Meditazione

8 Settembre 1989

L’etica del Regno e le Beatitudini

“Come sono belle, sui monti le insegne dell’araldo

che proclama la prossima salvezza

e dice a Sion:

Dio regna! Gioite, dunque o figli di Sion

e di Gerusalemme: Eccolo, giunge il Re, il Messia!

È giusto e vittorioso ed umile cavalca sopra un puledro d’asina. Dice il Signore:

Ecco! Infine vi mando il messaggero

a preparare la via che giunge a Me! E a un tratto,

dopo tanto vagare, tanto cercare, voi vedrete apparire

la fulgente visione del Signore nel suo Tempio.

È l’Angelo del patto,

il Signore delle schiere! Egli vi dice:

Ecco, prima che giunga terribile e grandioso il giorno del Signore

vi manderò di nuovo Elia il profeta, egli riconduce

il cuore dei padri ai figli e il cuore dei figli ai padri loro,

onde il mio giungere non sia dolore ma gioia. Giorni verranno,

dice Dio potente, che giungerà fra voi

il germoglio di Davide e allora regnerà, vero Re,

con grande saggezza, giustizia e umanità.

Ecco, in quei giorni la Giudea sarà salva e Israele vivo”.

È una preghiera che gli Ebrei recitano nel pomeriggio del sabato e ci serve ottimamente come introduzione a questa meditazione

I cinque discorsi di Matteo

Sapete che il tema di questi esercizi sarà il discorso della montagna, cioè i capp. 5-6-7 del vangelo di Matteo, che costituiscono il primo dei grandi discorsi di questo Vangelo. Il primo Vangelo è caratterizzato proprio da questo; l’Evangelista ha raccolto i detti di Gesù in alcuni, grandi discorsi: anzitutto il discorso della montagna (capp. dal 5 al 7), poi il discorso di missione (nel cap. 10) con tutte le indicazioni di Gesù che riguardano i missionari; il cap. 13 con il discorso in parabole; poi il 18 che contiene l’etica ecclesiale, il tipo di rapporti che si debbono costruire all’interno della comunità cristiana e finalmente i capp. 24 e 25 che sono il discorso escatologico, l’annuncio delle ultime cose.

Il Discorso della Montagna

Cinque grandi discorsi articolano il vangelo secondo Matteo. Di questi certamente il discorso della montagna è il più famoso. È stato chiamato da qualcuno il “manifesto del cristianesimo” perché, si dice, è una proclamazione pubblica solenne delle convinzioni fondamentali del cristianesimo. E per certi aspetti è verissimo, perché dentro al “discorso della montagna” ci sono le Beatitudini, che costituiscono un inizio solenne, poi c’è quel comando tipicamente cristiano che è l’amore verso i nemici; poi c’è la regola della preghiera, il “Padre nostro”; poi c’è la famosa “regola d’oro” che riassume in qualche modo le esigenze morali del cristiano: «fa’ agli altri quello che vuoi che gli altri facciano a te». Si può anche dire che in queste cose c’è l’essenziale del messaggio cristiano; ma è un’affermazione che va fatta con grande cautela. Bisogna stare attenti soprattutto a non isolare questo discorso dal resto del vangelo, perché si correrebbe il rischio di interpretare il discorso della montagna come un programma di autoformazione etica dell’uomo. Si dice: il “discorso della montagna” presenta una serie di valori morali elevati, come per esempio l’amore verso i nemici, la fiducia di fronte alla realtà, al mondo: tutta una serie di valori che fanno parte del patrimonio spirituale dell’uomo e rappresentano, messi insieme, un programma etico meraviglioso.

Un’etica di risposta

Ma è proprio un programma etico di autoformazione umana il discorso della montagna? Credo chiaramente di no. Perché? Come voi sapete, tutta l’etica biblica si presenta come un’etica di risposta. Etica è “la legge del comportamento dell’uomo”, l’indicazione di quello che l’uomo deve fare; questa è certamente una delle domande fondamentali che l’uomo si pone nella sua vita: che cosa debbo fare? Ma nella concezione biblica il “che cosa debbo fare” è essenzialmente la risposta a quello che Dio ha fatto per noi; l’etica è un’etica di rimando, che risponde a qualche cosa che sta prima di me. Nella Bibbia le leggi cominciano a metà del Libro dell’Esodo, dopo settanta capitoli di narrazione, nella quale è stata raccontata l’azione di Dio nella creazione, nella elezione di Abramo, nella liberazione dall’Egitto; solo dopo vengono le leggi. Il Decalogo incomincia:

«Io sono il Signore tuo Dio che ti ho fatto uscire dall’Egitto, dalla casa della schiavitù. Non avrai altri dei di fronte a me» (Es 20, 23).

L’impegno etico a eliminare l’idolatria, non avrai altri dei, è fondato su quello che Dio ha compiuto per primo: Io ti ho liberato dall’Egitto, dalla casa della schiavitù, che vuole dire: se tu esisti, ed esisti come popolo libero, lo devi a me. La tua esistenza morale è la risposta a questa azione di amore preveniente di Dio.

I presupposti del discorso

Questo vale molto chiaramente anche e soprattutto per il discorso della montagna. Il discorso della montagna contiene le esigenze dell’etica cristiana, non c’è dubbio:

«Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5, 20). «Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta» (Mt 6, 33).

Ma queste esigenze nascono da quello che il cristiano sa di Dio, da quello che Dio ha compiuto per lui, per cui prima del discorso della montagna nel vangelo si trova la proclamazione del regno di Dio. Nel cap. 4, versetti dal 12 in poi, S. Matteo ha presentato l’inizio della attività pubblica di Gesù con queste parole:

«[12]Avendo intanto saputo che Giovanni era stato arrestato, Gesù si ritirò nella Galilea [13]e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, [14]perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: [15]Il paese di Zàbulon e il paese di Nèftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti; [16]il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata. [17]Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Mi 4, 12-17).

Vangelo e conversione

Notate la struttura di questa proclamazione, che è importante. C’è un invito, un imperativo: Convertitevi, e su questa base si muoverà tutto il discorso della montagna che spiega che cosa vuol dire convertirsi. Ma c’è una motivazione, qualcosa che sta prima: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Questo è un annuncio gratuito di gioia. Così va interpretato e così lo comprendevano gli ascoltatori di Gesù: la buona notizia è il “Vangelo”. Il Vangelo è esattamente l’annuncio della vicinanza del regno di Dio. È da qui che bisogna partire. Bisogna partire dal desiderio intenso che il regno di Dio venga. Per capire, bisogna avere fame e sete di questo regno di Dio. Bisogna che una persona non riesca a rassegnarsi alla condizione attuale del mondo, alle ingiustizie e infedeltà; desideri, così come cibo e bevanda, la venuta del regno di Dio.

Vale la pena leggere nel cap. 52 di Isaia un messaggio proclamato nel momento in cui gl’Israeliti dall’esilio possono ritornare in patria. Sono parole riprese nella preghiera che abbiamo ascoltato all’inizio:

«[7]Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: Regna il tuo Dio. [8]Senti? Le tue sentinelle alzano la voce, insieme gridano di gioia, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore in Sion. [9]Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme. [10]Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutti i popoli; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio» (Is 52, 7-10).

Regna il tuo Dio!

Un brano di questo genere ci può aiutare a capire che cosa significa l’annuncio del regno di Dio. Pensate alla condizione degli Israeliti nel tempo dell’esilio: piegati sotto la sovranità di Babilonia, lontani da Gerusalemme che a sua volta è una città desolata, il fantasma di quella che era stata la capitale gloriosa di un tempo.

In questa situazione, in cui Israele vive una condizione di miseria e di oppressione, viene annunciato: Regna il tuo Dio. Da questo momento in poi il Signore prende nelle sue mani le redini della storia, si assume in prima persona la responsabilità per la tua esistenza e se il Signore incomincia a comandare, per Israele questo significa salvezza, significa il rinascere della vita: “torna a scorrere l’acqua della vita” in mezzo alle rovine di Israele.

“Regno di Dio”, vuole dire questo. Ma naturalmente mi chiedo: che cosa può significare per me? Per l’Israele del tempo dell’esilio non c’è problema: Regno di Dio significa il ritorno, la ricostruzione, la rinascita.

Per noi che viviamo in tutt’altra condizione, che cosa può significare tutto questo?

Il ministero di Gesù

Credo che ci aiuti quello che Matteo presenta della attività di Gesù; leggo sempre il cap. 4, 23-25:

«[23]Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. [24]La sua fama si sparse per tutta la Siria e così condussero a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guariva. [25]E grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano» (Mt 4, 23-25).

In questo che è uno dei tanti sommari del vangelo, l’immagine di umanità che viene presentata è un’immagine sofferente. Gli uomini del vangelo sono fondamentalmente dei malati, degli indemoniati, delle persone che non godono di una piena libertà: sperimentano la sottomissione a una forza di male che è più grande del loro desiderio di bene per cui si sentono e sono schiavi. Gli uomini del Vangelo sono fondamentalmente dei peccatori, persone che, se da una parte desiderano il bene, dall’altra ne sentono la difficoltà insormontabile per le proprie forze. Questa è la condizione dell’uomo. E il Signore Gesù, che passa in mezzo agli uomini, rappresenta la liberazione, il superamento di quella povertà che è propria della condizione umana; pensate al limite dell’ignoranza e della malattia, all’ultimo radicale limite della morte, fino a quell’altro limite ancora più grave, che è il peccato, l’egoismo e l’ingiustizia dell’uomo.

Il regno di Dio nelle parole e nelle opere di Gesù

II senso della proclamazione del regno di Dio è questo: Dio viene a regnare in mezzo agli uomini e nel momento in cui Dio instaura la sua regalità, la condizione di miseria dell’uomo incomincia a essere sanata; viene sanato il suo cuore, schiavo della realtà di peccato, e viene sanato il suo corpo, che conosce il limite della malattia; così l’uomo trova nella vicinanza del regno di Dio dei motivi di speranza e di fiducia. L’attività (il Gesù rappresenta essenzialmente questo.

Il regno di Dio viene annunciato con le parole, ma viene annunciato anche con i gesti, anzi soprattutto con i gesti, con le opere di Gesù; queste non creano ancora “i cieli nuovi e la terra nuova”, ma li anticipano realmente ed efficacemente; non tolgono ancora la morte dal mondo, ma mettono dei segni di vittoria sulla morte; non cancellano la malattia per sempre, ma producono delle esperienze vere di guarigione.

Il regno è “vicino”

Gesù proclama il regno di Dio non come già realizzato, ma come un regno vicino; intendete però il termine “vicino” in senso efficace. Un esame è vicino quando incomincia a preoccuparmi e quando sono costretto a cambiare i miei programmi di vita; quando non esco più tutte le sere perché devo cominciare a prepararmi; allora si capisce che l’esame è vicino. Il regno di Dio è vicino quando incomincia a fare effetto, quando le cose non vanno più avanti come prima, ma incomincia ad entrare una qualche novità, una qualche trasformazione del mondo. Quando per esempio un cieco viene guarito e ci vede; quando un peccatore viene perdonato e ricomincia a vivere con un cuore puro; quando un lebbroso viene sanato e rientra nella comunità di Israele a pieno titolo, e così via. Sono gesti profetici. Il regno di Dio è così vicino che incominciamo a percepirne degli effetti. È il senso della missione di Gesù e, si potrebbe dire, anche il senso della vita della Chiesa: la Chiesa deve annunciare con le parole e con i gesti che il regno di Dio è vicino. Lo proclama con le parole tutte le volte che annuncia l’amore di Dio e la redenzione, ma le parole non hanno credibilità se non sono accompagnate dall’esperienza; la Chiesa non è il regno di Dio, però deve porre segni anticipatori di questo regno. Dove vengono radunate persone diverse, per esempio, dove si creano dei rapporti di fraternità e di comunione, dove si sperimenta la gioia del dono e del perdono, si può riconoscere un inizio, un anticipo del regno di Dio. La Chiesa esiste proprio per questo.

Leggete per conto vostro il cap. 7 di Daniele, per esempio; o l’inizio del cap. 61 di Isaia; il cap. 4 di Luca, dove viene ricordata la proclamazione di Gesù nella sinagoga di Nazaret. Sono testi che possono aiutarci a cogliere le caratteristiche fondamentali del “Vangelo del Regno”.

L’etica del Regno

Il discorso della montagna contiene le esigenze etiche della vita del discepolo. Cercheremo di comprendere queste esigenze, ma il primo elemento fondamentale da ricordare è che nella concezione biblica ed Evangelica, le esigenze etiche sono la risposta a quello che Dio ha fatto per noi; quindi il discorso della montagna è essenzialmente una risposta che ci viene chiesta, risposta all’azione di Dio. E qual è questa azione di Dio? La venuta del regno, la vicinanza del regno; di questa vicinanza Gesù è l’incarnazione, Gesù è il regno che viene, che incomincia ad operare: lo è con le sue parole e lo è soprattutto con i suoi gesti, con i suoi miracoli, con il suo amore.

La scena del discorso

Vediamo allora come è costruito il “discorso della montagna”. Inizia così:

«[1]Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. [2]Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: [3]Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5, 1-3).

Notate una piccola cosa. Gesù sale sulla montagna e si mette a sedere; “si mette a sedere” è il segno di un insegnamento formale non casuale, non di quegli insegnamenti che Gesù può dare mentre cammina per la strada parlando con l’uno o con l’altro. No, qui Gesù si mette “in cattedra”, diremmo noi; il mettersi a sedere è esattamente il gesto del maestro. Quindi solennemente, in modo formale, apre la bocca, per istruire; chi? C’è una tensione nel vangelo, perché Gesù vede le folle, sale sulla montagna, gli si avvicinano i discepoli, apre la bocca per istruire. Il discorso sembrerebbe allora rivolto ai discepoli, ma in precedenza sono state ricordate le folle e, al termine del discorso, in Mt 7, 28 leggiamo:

«[28]Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite del suo insegnamento: [29]egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi».

Sembra allora che Gesù parli ai discepoli e nello stesso tempo alle folle; a una parte privilegiata di persone, quelli che lui ha chiamato e lo hanno seguito, ma anche alle folle intere, senza distinzione. Vale la pena ricordarlo. Il discorso della montagna è per qualcuno. Per chi? Per la comunità cristiana, per voi; ma non per voi in senso esclusivo, come se gli altri fossero esclusi. Voi dovete essere le avanguardie delle folle, quelli che incominciano a trascinare il mondo verso Gesù Cristo ascoltando la sua parola e mettendola in pratica. La comunità cristiana ha una funzione di mediazione; Gesù Cristo non appartiene alla comunità cristiana, appartiene all’umanità intera. Ma la comunità cristiana è quel pezzo di umanità che ha creduto nel Signore, che gli è andata dietro e quindi deve trascinarsi dietro le folle, l’umanità intera. Queste due dimensioni ce le ricorderemo. Il discorso della montagna è per noi, ma ci dà una responsabilità nei confronti degli altri.

Il maestro della comunità

Ancora, dicevo, Gesù si colloca nell’atteggiamento del maestro e questo va inteso in senso attuale e efficace. Nell’ottica di Matteo, Gesù Cristo non è stato un maestro, Gesù Cristo è un maestro; non ha insegnato qualche anno fa alcune cose a della gente, Gesù è in mezzo alla comunità per sempre e rimane in mezzo alla comunità come il maestro, come quello che ha oggi l’autorità di insegnare, di dire: questa è la tua strada.

Il vangelo di Matteo termina con queste parole:

«Io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).

E a metà del Vangelo c’è quella espressione:

«Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20).

Se volete capire bene il discorso della montagna, lo dovete capire così: siamo una comunità cristiana raccolta; per fare che cosa? Perché c’è un maestro che parla; il maestro che parla non sono io evidentemente, il maestro che parla è il Signore. Ha ancora voce per parlare; ha una voce che è capace di giungere ai nostri orecchi e al nostro cuore. Si tratta di mettersi nell’atteggiamento di ascolto.

La giustizia del discepolo

La costruzione del discorso della montagna la potete comprendere notando due versetti fondamentali:

«[20]Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» Mt 5, 20).

«[12]Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti» (Mt 7, 12).

Legate questi due versetti: tutto quello che c’è in mezzo è la legge del discepolo, la giustizia del regno; Gesù definisce la giustizia propria di chi ha riconosciuto la vicinanza del regno di Dio. Quello che c’è prima (Mt 5, 1-19) è il fondamento, il richiamo ai valori fondamentali della vita cristiana; quello che c’è dopo (Mt 7, 13-29) è un’applicazione, una conclusione, un invito a prendere le parole di Gesù molto sul serio. Solo in questo modo ci mostreremo persone che hanno costruito la loro casa sulla roccia. Ma è tempo che iniziamo la lettura delle beatitudini.

Le Beatitudini

«[3]Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. [4]Beati gli afflitti, perché saranno consolati. [5]Beati i miti, perché erediteranno la terra. [6]Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. [7]Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. [8]Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. [9]Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. [10]Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. [11]Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. [12]Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi» (Mt 5, 3-12).

Propongo semplicemente tre modi nei quali si possono leggere e meditare le Beatitudini, lasciando da parte tantissimi problemi esegetici, a cominciare da quello del rapporto tra il testo di Matteo e il testo di Luca.

Come sapete, anche Luca ha nel suo Vangelo un elenco di beatitudini, ma sono solo quattro e sono accompagnate da quattro “Guai” (cfr. Lc 6, 20-26). Studiare il rapporto fra le due redazioni, determinare l’ottica propria di ciascun evangelista sarebbe molto interessante ma ci porterebbe lontano. Vi offro perciò solo tre piste di lettura: come si possono leggere e meditare le beatitudini.

La rivoluzione di Dio

Le beatitudini annunciano un capovolgimento rivoluzionario nella condizione del mondo, un capovolgimento dei valori: quello che nella valutazione del inondo appare importante o grande o privilegiato, viene ridimensionato o addirittura trascurato; e quello invece che nella valutazione del mondo è considerato umiliante o motivo di sofferenza, questo viene proclamato come valore autentico. Si potrebbe dire in altro modo: si avvicina il regno di Dio e cambia perciò il regime, al regime mondano viene sostituito il regime di Dio. Ora, quando cambia regime, succede che quelli che prima erano al governo vanno in galera e quelli che prima erano in galera varino al governo. Questo è esattamente quello che Gesù proclama: ciò che di fronte al mondo significava successo – la ricchezza, la furbizia, la forza, la vittoria, la doppiezza astuta – tutte queste cose vengono annientate, private di ogni efficacia, e ciò che invece di fronte al mondo valeva niente, anzi, sembrava un disvalore, come la povertà o l’afflizione o la mitezza, questo viene proclamato come sorgente di felicità. “Beati” vuol dire che la gioia è lì, vuol dire che la riuscita è lì, è in questi valori alternativi rispetto al mondo.

Valori alternativi

Potreste fare un confronto tra quello che le beatitudini proclamano e quello che nel cap. 2, 6-10 del Libro della Sapienza è presentato come il progetto degli empi; lo si potrebbe definire “il nostro progetto mondano di vita”. Gli empi dicono così:

«[6]Su, godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile! [7]Inebriamoci di vino squisito e di profumi, non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera, [8]coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano; [9]nessuno di noi manchi alla nostra intemperanza. Lasciamo dovunque i segni della nostra gioia perché questo ci spetta, questa è la nostra parte. [10]Spadroneggiamo sul giusto povero, non risparmiamo le vedove, nessun riguardo per la canizie ricca d’anni del vecchio. [11]La nostra forza sia regola della giustizia, perché la debolezza risulta inutile» (Sap 2, 6-10).

Provate a notare i valori che sono affermati in questo testo. II criterio fondamentale è la gioia. Si tratta di strappare alla vita il massimo di soddisfazione e di piacere; siccome abbiamo una vita sola e per di più breve, è stupido sciuparla. Quello che ti è possibile vivere oggi nel piacere, bisogna che tu non lo rimandi, perché il tempo non ti verrà più restituito; quello che perdi, è perso per l’eternità. Allora, godilo. Godersi la vita: questo è il criterio supremo. Ma che cosa ne viene come conseguenza? La propensione a commettere ingiustizia, la scelta della forza come criterio fondamentale delle proprie scelte.

Questo è esattamente lo stile di vita che le beatitudini distruggono. C’è una sapienza del mondo che si propone il successo ad ogni costo; e c’è invece una sapienza del regno che si sperimenta come accoglienza gioiosa del dono di Dio fatto alla nostra condizione di povertà, alla nostra condizione di debolezza. Per conto vostro, potete leggere tutte le beatitudini così, capovolgendole e confrontandole con i nostri criteri, i valori mondani. Questo modo di leggere le beatitudini potete collegarlo facilmente al Magnificat. Il Magnificat dice questo: c’è una gioia pura e grande per quelli che umanamente sono poveri, umili, affamati: Dio, che è onnipotente e santo, fa per loro cose grandi.

Ma i superbi, i potenti, i ricchi, quelli insomma che sembrano padroni della propria felicità e del proprio successo, loro gustano il fallimento, rimangono delusi e svergognati.

Una beatitudine paradossale

Un secondo modo di leggere le beatitudini è quello che annuncia il paradosso di una felicità dentro al suo opposto: Beati i poveri. Questa è una contraddizione in termini: la povertà effettiva è privazione, quindi sofferenza. Beati i poveri. Beati gli afflitti: un paradosso più evidente non lo si potrebbe immaginare; la formulazione è così contraddittoria (Beati quelli che piangono) che sembra avere il gusto amaro della ironia, dello scherno. Chi sente tutto il peso dell’afflizione sarebbe giustificato nel sentire queste parole come una presa in giro; eppure è proprio qui che il vangelo manifesta la sua forza rivoluzionaria.

Ho detto: un secondo modo di leggere le beatitudini. L’esistenza cristiana comporta inevitabilmente esperienze di povertà e di afflizione e di persecuzione; non dico che ci sia necessariamente la persecuzione cruenta, né tanto meno che uno la debba andare a cercare con una specie di masochismo spirituale, però bisogna prevederla, metterla in conto. Per il cristiano c’è una esperienza di afflizione che è inevitabile, prima o poi, in un modo o nell’altro. Si tratta di imparare a riconoscere anche in questa condizione disagiata la realtà della gioia, si tratta di imparare quello che scriveva san Paolo ai Corinzi:

«Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione» (2 Cor 7, 4);

dove gioia e tribolazione invece di essere incompatibili a vicenda, vivono esattamente insieme, traggono nutrimento una dall’altra.

Questa gioia misteriosa e paradossale, questa gioia che deve avere una sorgente invisibile, la si ritrova con evidenza nella esperienza dei santi, nell’esperienza di un san Francesco, nella gioia dei martiri (pensate a S. Ignazio di Antiochia); la si ritrova nella spiritualità di tutti i poveri di Jahve che attraversa l’Antico Testamento. Per esempio nel Salmo 16, che noi abbiamo pregato ieri sera, si parla della condizione del levita come la condizione di colui che non ha una parte di eredità nella terra. Quando si dividono le ricchezze della terra di Israele tra tutte le tribù, la tribù di Levi viene esclusa dal sorteggio: è una tribù senza terra, senza ricchezze umane.

Vuole dire che è senza gioia? Umanamente sì; umanamente il non avere ricchezze, il non avere la sicurezza dei beni materiali può significare proprio tristezza, ansia, una condizione di miseria. E invece:

«Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità» (Sal 16, 6).

Contesto: come puoi dire che la tua eredità è magnifica, quando non hai eredità affatto? Sei senza, privato di eredità! Mi risponde:

«Il Signore è la mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita» (Sal 16, 5);

rinunciare a un’eredità mondana vuol dire ottenere quell’eredità che è Dio stesso. Per questo è possibile sperimentare una misteriosa ma reale gioia pur in mezzo alla tribolazione.

“Io sono con te”

Così nel cap. 5, 41 degli Atti degli Apostoli si legge:

«[41]Ma essi – gli Apostoli – se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù».

Viene affermata quella gioia paradossale di cui parlavo, una gioia che nasce dall’essere oltraggiati. Che cosa significa questo? Masochismo? No, piuttosto esperienza della presenza divina, esperienza della vicinanza di Gesù. Se si può proclamare questa gioia, la si può proclamare perché dentro alla vita del credente è ormai entrata questa presenza che dà sicurezza e salvezza: «Non temere perché io sono con te» (Is 43, 5).

Ancora, il Salmo 73 presenta la crisi di fede di una persona che vede gli empi prosperare e si sente invece in mezzo alla tribolazione, fiaccato dall’angoscia, ma che giunge finalmente a questa sapienza misteriosa e paradossale di cui stiamo parlando. Dice il versetto 23:

«Io sono con te sempre: tu mi hai preso per la mano destra. Mi guiderai con il tuo consiglio e poi mi accoglierai nella tua gloria».

L’esperienza di essere privato degli altri beni potrebbe comportare tristezza, ma ho riconosciuto, in questa presenza di Dio, la sua provvidenza e il suo amore. «Tu mi hai preso per la mano destra» e ora l’esperienza di premura, di attenzione da parte di Dio è sorgente di una gioia non più cancellabile, di una beatitudine essenzialmente duratura.

Beati i perseguitati

C’è una beatitudine che nasce dalle circostanze esterne; uno è contento perché ha vinto alla lotteria, perché è ricco o perché è in salute o perché ha avuto successo, gli è capitato qualche cosa di gradevole: va bene, anche queste sono esperienze di felicità. Che durano quanto? Quanto dura la ricchezza o quanto dura la salute o quanto dura il successo; anzi durano fin tanto che ricchezza e salute o successo sono percepiti come novità o cose sorprendenti. C’è invece una beatitudine che viene non dalle sorti alterne della vita, ma che viene da un rapporto con Dio, da una presenza di Dio che è salda e per sempre. È questo il tipo di beatitudine che viene proclamato.

Al termine del brano si legge:

«[10]Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. [11]Beati voi – questo “voi” è rivolto ai discepoli – quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. [12]Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli (Mt 5, 10-12).

C’è una sorgente che genera gioia anche in mezzo agli insulti, alle persecuzioni e alle calunnie. C’è questa sorgente per chi nella sua vita ha riconosciuto e sperimenta la vicinanza del Signore, la presenza di un Signore che è per Lui.

La Casa sulla Roccia – 4

Diocesi Reggio Emilia

La Casa sulla Roccia

10 Settembre 1989

La “Casa sulla roccia” è il titolo dato alle cinque meditazioni dettate da don Luciano Monari al corso di esercizi spirituali che nel settembre 1989 – come è ormai consuetudine – si è svolto per alcune parrocchie reggiane al “Centro di spiritualità” di Marola (Reggio Emilia).

Il tema è il “discorso della montagna” dei capitoli 5, 6, 7 del Vangelo di Matteo. In appendice il testo delle omelie pronunciate nelle Eucaristie delle tre giornate.

Fonte “La Casa sulla Roccia” testo edito dalla Edizioni San Lorenzo nel mese di Dicembre 1996.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Omelia S. Messa

Liturgia Domenica XXIII t.o./a. C

Domenica – 10 Settembre 1989

Letture: (Sap 9, 13-18; Fm 9-10. 12-17; Lc 14, 25-33)

Mi piacerebbe poter conoscere, come dice il Libro della Sapienza, il volere di Dio, il suo pensiero, perché questo vorrebbe dire che riesco a orientare correttamente la mia vita, che so dare il giusto valore alle cose; riuscirei anche a capire il perché di tante sofferenze che mi rimangono enigmatiche, riuscirei ad avere una speranza che non delude, che non è pura illusione. Ma come si fa a conoscere il volere di Dio? Perché, dice ancora il Libro della Sapienza:

«[14]I ragionamenti dei mortali – cioè la nostra filosofia, il nostro pensiero, la nostra cultura – sono timidi e incerte le nostre riflessioni» (Sap 9, 14).

Credo che sia proprio così. La nostra filosofia è timida, ha paura a pensare le cose grandi dell’uomo, le cose grandi della sua missione e del suo destino e tende a ricondurre l’uomo a delle dimensioni mediocri. È una filosofia incerta che dice qualche cosa e poi si chiede se quel qualche cosa è vero e non è mai sicura, perché non riesce a dare dei fondamenti, delle basi, che siano criticamente corrette e sicure.

Allora vuole dire che dobbiamo rinunciare a questa conoscenza? Come si fa a rinunciare a conoscere il senso della nostra vita, a conoscere che cosa è importante fare? Dice il Libro della Sapienza che “se pure i nostri ragionamenti sono timidi, però il Signore ha concesso la sua sapienza, ha mandato dall’alto il suo Spirito e in questo modo i sentieri di chi è sulla terra furono raddrizzati” (cfr. Sap 9, 17-18). Ci sono state, nella storia degli uomini, delle persone che hanno saputo fare la volontà di Dio, il giusto Noè, per esempio, e Abramo e Mosè; questi non c’è dubbio che il volere di Dio lo hanno conosciuto; forse perché erano dei grandi filosofi? No, piuttosto hanno ricevuto la sapienza del Signore e da questa Sapienza si sono lasciati guidare. E noi? Noi in fondo siamo più fortunati di Noè e di Abramo e di Mosè, perché la “Sapienza si è fatta carne e noi l’abbiamo vista e l’abbiamo ascoltata con i nostri orecchi” e rimane in mezzo a noi per sempre come sorgente di vita e di insegnamento. Bisogna però che noi di questa Sapienza ci mettiamo in ascolto, ed è quello che ci aiuta a fare il Vangelo di oggi, che termina con quelle parole, sorprendenti, ma che dobbiamo pure prendere così come sono. Ci piacerebbe forse che fossero un pochino più addolcite, ma il Signore dice:

«[33]Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo» (Lc 14, 33).

E spiega questa affermazione, questa richiesta radicale, con le due parabole che vengono prima e sono un invito alla riflessione. C’è una differenza fondamentale tra un atto di volontà autentico, quello che stamattina richiamavamo come una decisione, e quella che invece in italiano si chiama una velleità. Una velleità è un bel pensiero che noi accarezziamo, un bel desiderio che ci portiamo dentro al cuore, ma che non diventerà mai effettivo, che non sarà mai messo in pratica. E qual è la differenza? La differenza è che quando decidiamo, sappiamo di dovere rinunciare a qualche cosa e scegliamo consapevolmente il sacrificio. Fino a che uno non rinuncia a niente, non ha ancora scelto; scegliere vuole dire eliminare delle possibilità, prendere una strada e lasciare le altre; se faccio cinque metri per una strada, poi mi viene voglia di percorrere l’altra strada; faccio allora tre metri in un’altra direzione e poi torno indietro, poi mi volto dall’altra parte; in realtà con tutta questa agitazione mi ritrovo sempre al punto di partenza, non mi muovo più di tanto.

Bisogna imparare a decidere a scegliere, a fare delle scelte concrete. Se uno vuole costruire una torre, sa che ci vogliono tanti soldi e tanti materiali. Ce li hai? Incomincia, parti, arriverai in fondo. Ma se non li hai, è inutile che ti metta al lavoro; ti verrà meno la forza per via e ti troverai senza mezzi, sprovveduto.

Così dice il Signore: vuoi venire dietro di me? Bene, anche questa è una scelta, anche in questo caso c’è da rinunciare a qualche cosa. A che cosa? Dice il Signore: a tutto. Ma non è un po’ troppo questo tutto? E vale proprio per ciascuno di noi il tutto, quel tutto che hanno sperimentato san Francesco, che ha sperimentato Pietro, Giacomo, Giovanni; essi hanno abbandonato la famiglia e il lavoro per seguire Gesù. È così per ciascuno di noi? In un certo senso sì e in un certo senso no. Proviamo a tentare di capire (spero di cogliere esattamente il senso del vangelo, poi voi ci riflettete sopra).

A ciascuno di noi il Signore chiede di rinunciare a tutto; tutto quello che abbiamo lo dobbiamo mettere nelle sue mani. Ma in che modo? Vuoi diventare evangelizzatore? Bene, devi annunciare il Vangelo come unica ricchezza e quindi andrai senza ricchezze umane, senza poteri umani, senza forze umane, perché questa è la tua missione. Pensate alle consegne che Gesù dà ai dodici quando li manda in missione:

«[9]Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, [10]né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l’operaio ha diritto al suo nutrimento» (Mt 10, 9-10).

Ma supponiamo che il Signore ti chiami a costruire una famiglia, che sia questa la tua vocazione. Anche in questo caso devi abbandonare tutto? Se vuoi mettere in piedi una famiglia, bisogna che tu lavori, che tu abbia uno stipendio, che abbia da parte qualche cosa per gli imprevisti. Tutto questo rimane entro il progetto di Dio: non devi accumulare avidamente ma puoi gestire un minimo di proprietà: devi avere una casa o un appartamento, un’automobile… Allora, hai rinunciato a tutto? Sì, anche in questo modo, in un certo senso hai rinunciato a tutto. Si potrebbe dire: quello che avevi, lo hai messo nelle mani del Signore e il Signore, giorno per giorno ti dona quello che è necessario per realizzare la tua vocazione. Per fare il papà o la mamma di famiglia hai bisogno di soldi? Giusto, il Signore te li dà, non te li porta mica via; puoi guadagnarti uno stipendio e usarlo, ma devi ricordarti che quella ricchezza che hai ti è data dal Signore e la devi gestire come un dono del Signore. Tutto questo è immensamente impegnativo perché vuole. dire: ogni giorno che vivi impari a ringraziare; ringrazi di quello che hai, ringrazi di quello che vivi, ringrazi di quello che guadagni, ringrazi di ogni cosa; anche se hai sudato dalla mattina alla sera per guadagnarti uno stipendio, di questo ringrazi il Signore. E poi? E poi lo userai per realizzare il suo progetto. Sei chiamato a fare il papà e la mamma di famiglia? Bene, userai i beni per costruire la tua famiglia. Siccome però non è roba tua ma del Signore, devi essere disponibile, in caso di bisogno, a condividere con qualcun altro. Imparerai a gestire i soldi non come una tua proprietà assoluta, ma come una proprietà del Signore che ti è data in gestione, che ti è affidata; ti è affidata perché ne hai bisogno, e il Signore non vuole che ti manchi quello di cui hai bisogno, ma rimane del Signore ed è la sua volontà a determinare la logica di uso.

In un certo senso è vero che bisogna rinunciare a tutti i propri averi; bisogna rinunciare al possesso, cioè al diritto di usare e di abusare dei propri averi; non sempre alla gestione. Meglio, la gestione dipende dal tipo di progetto che ciascuno è chiamato a realizzare. L’Evangelizzatore è chiamato ad essere povero, “povero in canna”. Chi è padre o madre di famiglia deve potere gestire una certa quantità di beni, quelli che il Signore gli metterà a disposizione. Questi beni, però, li dovrà gestire con un atteggiamento di stupore e di riconoscenza e con una certa libertà; quella libertà che si manifesta nella capacità di privarsene senza troppo avvilimento o ribellione.

C’è poi nel Vangelo un’altra frase ancora più impegnativa e più dura; è duro: “Chi non rinuncia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo” (cfr. Lc 14, 27). Ma è più dura ancora la prima frase:

«[26]Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14, 26).

Domanda: questa frase cancella il quarto comandamento? Nel quarto Comandamento è scritto:

«[16]Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sii felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dà» (Dt 5, 16).

Allora, questo Comandamento è cancellato? Certamente no. Abbiamo ricordato ieri che i comandamenti non vengono cancellati, ma portati a compimento. Questa frase non toglie il rispetto e l’obbedienza e l’onore verso i genitori. Che cosa vuole dire, allora?

Vuole dire anzitutto che il rapporto con i genitori o con i figli o con chiunque altro, viene subordinato al rapporto con il Signore. Il criterio ultimo delle scelte diventa Gesù Cristo; Gesù Cristo deve essere messo al di sopra di qualunque altra cosa, al disopra dei nostri guadagni, ma anche al di sopra di ogni altro impegno, di ogni altro legame. L’affetto per i genitori o figli o amici non può essere il criterio ultimo di scelta; non deve prevalere, in caso di conflitto, sulla volontà del Signore.

In secondo luogo il rapporto con i genitori viene ricuperato in una prospettiva nuova. Quando un figlio si sposa, succede quello che è scritto nel Libro della Genesi:

«[24]Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (Gen 2, 24).

C’è un distacco: vuol dire che trascura i genitori? No, vuol dire che con i genitori nasce un rapporto diverso: prima era semplicemente il figlio sottomesso, adesso è l’adulto che ha verso i genitori un atteggiamento di rispetto, di comunione; anche di servizio, di obbedienza, ma insieme a una separazione, in una prospettiva nuova.

Credo che qualche cosa del genere succeda alla persona che il Signore chiama a seguirlo: non è che perda i genitori, ma certamente instaura con i genitori un rapporto nuovo, che non è più semplicemente il rapporto del figlio dal punto di vista carnale; è un rapporto di fede e di comunione. È il rapporto che Gesù ha avuto con sua madre, quando, per esempio, a dodici anni le ha detto:

«[49] Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio» (Lc 2, 49).

Vuole dire che i figli non appartengono pienamente ai genitori. l genitori li mettono al mondo, ma li mettono al mondo per il Signore. Quando i figli si sottomettono al Signore, impostano un rapporto nuovo con i genitori: i genitori non sono più tali solo dal punto di vista della carne, ma diventano strumento di Dio per la loro vocazione. Si tratta allora di vedere in modo nuovo il rapporto con le cose e il rapporto con le persone mettendo la dimensione della fede e quindi la comunione con il Signore al centro.

Che cosa questo poi voglia dire ancora, lo dice la seconda lettura, dove san Paolo parla di Onesimo, uno schiavo incontrato in galera, che egli ha istruito nel Vangelo e battezzato. Adesso questo schiavo è uscito dalla galera e Paolo lo rimanda al suo padrone, a Filemone, che è un cristiano. Lo rimanda come? Come schiavo? Ma no, ormai le dimensioni sociologiche hanno perso rilevanza; schiavo o libero sono realtà che fanno parte della sociologia mondana. Adesso Onesimo è diventato figlio di Dio e Filemone è figlio di Dio; adesso Filemone riceverà Onesimo, ma lo potrà e lo dovrà ricevere come un fratello. Dice Paolo:

«[13]Avrei voluto trattenerlo presso di me (…) [14]Ma non ho voluto far nulla senza il tuo parere, perché il bene che farai non sapesse di costrizione, ma fosse spontaneo. [15] (…) perché tu lo riavessi per sempre; [16]non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo in primo luogo a me, ma quanto più a te, sia come uomo, sia come fratello nel Signore» (Fm 1, 13-16).

Filemone perde uno schiavo, ma guadagna un fratello; perde una ricchezza economica, ma guadagna una ricchezza di comunione, di fraternità. La vita cristiana è questa.

Non so se voi ne siete consapevoli, ma avete dal Signore una ricchezza immensa che è impagabile. Provate a guardare la nostra vita e considerate i legami che ci sono fra di voi, legami di fraternità, di conoscenza, di accettazione. Certo con tanti limiti, perché anche nei vostri rapporti ci saranno le invidie, le antipatie o cose di questo genere; ma che in questo mondo voi possiate avere intorno a voi delle persone che vi trattano e vi riconoscono come fratelli e che voi trattate e riconoscete come fratelli, insieme alle quali potete pregare e cantare, insieme alle quali potete ascoltare la parola di Dio e rispondere: questa è una ricchezza impagabile, di cui molto spesso non ci rendiamo conto, perché le cose che viviamo normalmente diventano abitudinali e banali. Ma in realtà si tratta di un miracolo. Il fatto che noi siamo qui all’assemblea del Signore è un miracolo, è questo legame nuovo che il Signore ci regala. Gli diamo quello che siamo e il Signore in cambio ci dà molto di più; gli diamo uno schiavo e il Signore ci dà in cambio un fratello; gli diamo tutti i nostri beni e il Signore ci dà in cambio quello di cui abbiamo bisogno giorno per giorno, insieme con il suo amore. Gli diamo tutti i nostri legami di fraternità, di filiazione, di paternità ecc. e il Signore in cambio ci dà dei legami di comunione e di fraternità nella fede che rimangono ancora più solidi e duraturi.

Tutto quello che diamo al Signore, il Signore ce lo ridà in cambio, ma trasfigurato, trasformato con la ricchezza dell’amore e dello spirito della fede. Allora gli mettiamo davanti in questa Eucaristia la nostra vita, il nostro futuro, i, nostri legami di fraternità, le nostre parrocchie, le nostre famiglie; queste cose le mettiamo nelle mani del Signore, perché dall’Eucaristia il Signore ce le restituisca. Ma se nell’Eucaristia gli diamo del pane, lui ci restituisce il suo corpo, se nell’Eucaristia gli diamo la nostra vita, lui ci restituisce la sua Chiesa, ci fa diventare la sua Chiesa. È questo il miracolo che oggi e sempre si compie e del quale ringraziamo il Signore mentre gli chiediamo di poterlo vedere e di accoglierlo con gioia e con fede.

La Casa sulla Roccia – 3

Diocesi Reggio Emilia
“Centro di spiritualità” di Marola (Reggio Emilia)

La Casa sulla Roccia

La “Casa sulla roccia” è il titolo dato alle cinque meditazioni dettate da don Luciano Monari al corso di esercizi spirituali che nel settembre 1989 – come è ormai consuetudine – si è svolto per alcune parrocchie reggiane al “Centro di spiritualità” di Marola (Reggio Emilia).

Il tema è il “discorso della montagna” dei capitoli 5, 6, 7 del Vangelo di Matteo. In appendice il testo delle omelie pronunciate nelle Eucaristie delle tre giornate.

Fonte “La Casa sulla Roccia” testo edito dalla Edizioni San Lorenzo nel mese di Dicembre 1996.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Omelia S. Messa

Liturgia XXII t.o./a. C

Sabato– 9 Settembre 1989

Don Luciano Monari

Letture: Col 1, 21-23; Lc 6, 6-11.

Cerchiamo di comprendere il significato dell’atteggiamento di Gesù nei confronti della santa legge del sabato. Una prima spiegazione, molto semplice, è che Gesù sta facendo un gesto di epicheia. La epicheia è una importante virtù che potremmo chiamare la virtù del buon senso; consiste nel sapere applicare correttamente una legge andando contro la sua formulazione esterna. La “lettera” della legge è per natura sua universale e può rivelarsi manchevole nel caso concreto. Può allora diventare necessario, per incarnare effettivamente lo spirito della legge, andare contro la lettera. Questo perché “summum jus, summa iniuria” secondo un famoso adagio: quando uno di fronte alla legge vuole essere troppo fiscale, troppo attento alla lettera, troppo scrupoloso e pignolo, va a finire che invece di difendere la giustizia, la distrugge. Una legge troppo rigida è una legge che ammazza, mentre la legge di Dio è una legge fatta per salvare. Ci vuole allora il buon senso anche nella applicazione della legge; ci sono dei casi in cui bisogna sapere cogliere e difendere lo spirito al di là della formulazione scritta.

Un esempio ci è dato nel vangelo di oggi, la “guarigione dell’uomo dalla mano inaridita” (cfr. Lc 6, 6-11). La legge del sabato Dio l’ha data non per imbrigliare l’uomo o per imporgli capricciosamente dei pesi, ma per salvarlo, per proteggerlo; il senso della legge del sabato è proprio la protezione dell’uomo. Una delle motivazioni che viene data è questa:

«[15]Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato» (Dt 5, 15).

Sei una persona libera, non puoi tornare schiavo. Un lavoro che non abbia mai requie è il lavoro dello schiavo non il lavoro dell’uomo libero; il giorno di riposo ti ricorda che tu sei libero. Quindi la legge del sabato è nata come legge di libertà, come richiamo all’azione di salvezza di Dio; è data non per uccidere, ma per salvare. Possono allora presentarsi dei casi in cui si può e si deve andare contro la formulazione scritta, proprio a favore dell’uomo, della sua libertà, della sua vita. E questa è una prima lettura, molto semplice, ma, credo, importante del vangelo; il discorso non si applica solo alla legge del sabato, ma a tutte le leggi. Il Signore ce le ha date perché ne cogliamo lo spirito e le sappiamo applicare nel modo corretto per la vita e per il bene dell’uomo.

Ma non è tutto, perché non solo Gesù usa il buon senso nella applicazione di questa legge del sabato, ma si esprime con una frase che doveva suonare chiaramente scandalosa agli orecchi dei suoi ascoltatori. Gesù richiama anzitutto Davide, il grande re che ha fatto anche lui 1’epicheia, perché quando aveva fame con i suoi compagni, ha usato i pani della proposizione, che erano riservati ai sacerdoti. Fin qui è questione di buon senso e si capisce. Ma poi aggiunge:

«[5]E diceva loro: Il Figlio dell’uomo è signore del sabato» (Lc 6, 5).

Questo invece fa difficoltà; questa è una pretesa grossa. «Il Figlio dell’uomo è Signore anche del sabato»quale sia il significato del sabato lo decide lui; egli ha il potere di rivelare il senso di questa legge. Che cosa vuole dire? Se ricordate abbiamo letto nella Terza Meditazione nel “discorso della montagna” quelle parole:

«[17]Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. [18]In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto» (Mt 5, 17-18).

Chi dunque toglierà qualche cosa alla legge e insegnerà agli uomini a fare qualche cosa in meno di quanto è scritto «sarà considerato minimo nel regno dei cieli» (Mt 5, 19). Solo chi insegnerà a realizzare e a compiere tutta la legge, questo verrà considerato grande nel regno dei cieli.

Come mettere insieme questa dichiarazione di Gesù, secondo la quale egli non toglie assolutamente niente alla legge, e quello che invece dice qui, che il Figlio dell’uomo è Signore anche del sabato, che quindi può decidere lui il significato vero di questa legge? Tentiamo di capire in che senso Gesù è Signore del sabato. Escludiamo subito che “essere signore del sabato”, voglia indicare una signoria capricciosa, senza motivazioni. Non è questo. Ma – ci colleghiamo con il discorso di stamattina – il Figlio dell’uomo è in grado di condurre il sabato al suo pieno compimento, cioè di spiegare e di rivelare in modo pieno, completo il significato che il sabato ha nella legge di Dio. Ma come fa il Signore a fare questo? Credo lo si possa capire bene se voi mettete in rapporto il sabato ebraico con la domenica cristiana; la domenica è il compimento del sabato. Il sabato è il giorno di riposo dell’ebreo: che cosa ricorda il sabato? Secondo il Libro dell’Esodo richiama il settimo giorno della creazione, quello in cui Dio ha riposato; secondo il Libro del Deuteronomio richiama la liberazione dall’Egitto, quando Israele è diventato un popolo libero; il sabato, quindi, è il richiamo alla creazione e alla liberazione.

E la domenica che cos’è? Per il cristiano è la commemorazione, il ricordo della morte e risurrezione del Signore, della riconciliazione di Dio con gli uomini attraverso la croce di Cristo. Non è proprio così che Gesù ha portato a compimento il sabato? E che Gesù si è rivelato Signore del sabato? Ha dato al sabato un contenuto nuovo, la rivelazione dell’amore di Dio che giunge fino al dono totale di sé; non solo Dio è quello che ha liberato Israele dall’Egitto, ma Dio in Gesù Cristo ha donato la sua vita per noi, con un gesto che è il massimo possibile di rivelazione dell’amore:

«perché non c’è un amore più grande di chi dona la vita per i suoi amici» (Gv 15, 13).

Allora il senso era questo. Gesù è Signore del sabato perché porta a compimento il significato del sabato, donando la sua vita per noi, portando quindi a perfezione la rivelazione dell’amore di Dio. Questa che era già scritta nella creazione, era già scritta nella liberazione dall’Egitto, ma viene portata a compimento, perché scritta così chiaramente come sulla croce di Cristo, la rivelazione dell’amore di Dio non lo è stata mai e non lo può essere in un modo più intenso.

Nella Pasqua di Gesù il sabato ha raggiunto il suo scopo attraverso la rivelazione dell’amore. Ma allora si capisce anche il contenuto della legge del sabato. Qual è il contenuto autentico di questa legge? Secondo Gesù è l’amore, è il dare la vita. Celebrare il sabato, per noi vuol dire celebrare il dono della vita che Cristo ha offerto per noi e vuol dire quindi accettare il dono della vita come legge della nostra esistenza. Se Gesù è Signore del sabato, lo è non per cancellare il sabato, è per renderlo sotto certi aspetti ancora più esigente, perché la domenica da noi esige molto di più di quanto il sabato esigesse dagli ebrei. Dal punto di vista esterno, il sabato era profondamente esigente, non si può lavorare, non si può fare una passeggiata lunga, non si può accendere la luce, non si può scattare una fotografia, non si può fare nessuna di queste attività il giorno di sabato. Sembra una obbligazione enorme, intensa. Per il cristiano tutta questa obbligazione diventa una cosa sola, ma radicale, perché la domenica al cristiano chiede di dare la vita. La domenica al cristiano dice: tu oggi ricordi, celebri, l’amore di Dio che in Cristo si è donato per te; tu, dunque, dovrai vivere di questo amore e secondo questo amore. Con le parole di Giovanni:

«[16]Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3, 16).

È questo lo spostamento del significato del sabato; è in questo modo che Gesù ne è diventato il Signore, non per cancellare le prescrizioni in modo arbitrario e capriccioso, ma per portarle a compimento con la sua vita e con la sua morte. Per questo Gesù in giorno di sabato compirà sempre dei gesti di carità e il sabato non fermerà mai Gesù quando è di fronte ad una scelta di amore; perché è esattamente verso l’amore che deve condurre la celebrazione di questa festa. È il senso di questa legge e, in fondo, il senso di tutte le leggi che ormai trovano il loro compimento nella domenica o, se volete, nell’Eucaristia, che è il cuore della domenica.

È quello che celebriamo questa sera, che celebriamo tutte le volte che facciamo l’Eucaristia; è domenica tutti i giorni quando celebriamo l’Eucaristia. Noi celebriamo il punto di arrivo della storia della salvezza, la rivelazione dell’amore e l’esigenza dell’amore. Il ricordo del dono che Cristo ci ha fatto di se stesso, che Dio ci ha fatto di se stesso in Cristo, è il fondamento dell’esigenza dell’amore che siamo chiamati a trasmetterci gli uni gli altri.

Preghiamo allora perché l’Eucaristia che facciamo sia veramente questo, sia portare a compimento la legge nell’amore che riceviamo e che il Signore ci vuole dare la forza di trasmettere agli altri.

La Casa sulla Roccia – 2

Diocesi Reggio Emilia

La Casa sulla Roccia. 0

8 Settembre 1989

La “Casa sulla roccia” è il titolo dato alle cinque meditazioni dettate da don Luciano Monari al corso di Esercizi spirituali che nel settembre 1989 – come è ormai consuetudine – si è svolto per alcune parrocchie reggiane al “Centro di spiritualità” di Marola (Reggio Emilia).

Il tema è il “discorso della montagna” dei capitoli 5°, 6°, 7° del Vangelo di Matteo. In appendice il testo delle omelie pronunciate nelle Eucaristie delle tre giornate.

Fonte “La Casa sulla Roccia” testo edito dalla Edizioni San Lorenzo nel mese di Dicembre 1996.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Introduzione

Don Luciano Monari

Una diagnosi

“Sta succedendo qualcosa di strano alla nostra capacità di attenzione. Molti di noi non guardano più la televisione, noi la sfioriamo soltanto, passando da un canale all’altro ogni volta che raggiungiamo la soglia della noia. Nessuno fa solo una cosa alla volta. È nata una nuova cultura che nasce dal presupposto che la nostra capacità di attenzione sia pari a quella di una pulce. Abbiamo preso l’abitudine di farci vendere quattro prodotti diversi nei tre minuti di uno spot pubblicitario; siamo talmente abituati alla rapida successione delle immagini di un videoclip che i lungometraggi degli anni ‘30 ci sembrano lenti e antiquati.

I due minuti di un 45 giri registrato a 24 piste contengono tanti solchi quanto una sinfonia; gli uomini politici non si esprimono più tenendo discorsi, ma in frammenti di trenta secondi di suoni e di immagini; le notizie ci arrivano in briciole di novanta secondi; il genere televisivo più popolare, la commedia di situazione, sforna tante di quelle battute che, mentre ridiamo di una, ci siamo già dimenticati il perché” (M. Ignatieff).

Difficili ma necessari

Parto da questa diagnosi della nostra condizione perché credo che ci aiuti a capire quanto gli esercizi spirituali siano difficili e necessari. Difficili perché vanno contro la tendenza che ormai è istintiva, spontanea, della nostra attenzione. Ma necessari perché ci permettono di riscoprire dimensioni essenziali della vita. Fare gli esercizi vuole dire fermarsi; vuole dire fare una cosa sola, non due o tre alla volta; vuole dire approfondire i pensieri, non moltiplicarli, passando da uno all’altro, ma prenderne alcuni e sondarli in profondità, gustandoli e assimilandoli. Se è vera la diagnosi che ho letto prima, questo vuol dire andare contro la tendenza della nostra cultura, del nostro modo di pensare, di immaginare. La illustrazione più bella degli esercizi è forse quella che leggiamo nel vangelo di Luca alla fine del cap. 10:

«[38]Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. [39]Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; [40]Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti. [41]Ma Gesù le rispose: Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, [42]ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc 10, 38-42).

Dall’agitazione alla quiete

Vorrei vedere i nostri esercizi alla luce di questo brano come un passaggio dalla agitazione alla quiete. Maria, sedutasi ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Da questo punto di vista, gli esercizi sono un momento di riposo; non dovrebbero essere faticosissimi dal punto di vista muscolare o dal punto di vista psichico; sono in qualche modo un riposarci ai piedi del Signore, un ritrovare la gioia della quiete attraverso l’abbandono in Lui. È scritto:

«[15] (…) Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza» (Is 30, 15).

Quindi calma e abbandono confidente.

Dalla molteplicità all’unità

Ancora, gli esercizi ci aiutano a passare dalla molteplicità all’unità: «[41] (…) tu ti affanni per molte cose, [42]ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno». E vuole dire: la nostra vita è fatta di molte cose, è fatta di molti interessi, di molti problemi, paure, scelte, attività, pensieri, ecc., ma è importante ricondurre questa molteplicità inevitabile a un centro, a una motivazione di fondo, che dia valore ad ogni scelta. In fondo la “persona” è esattamente il centro di riferimento che unifica tante scelte diverse; è necessario che ci sia un centro perché se questo viene a mancare la persona è disgregata; non è più un qualcuno con cui mi incontro, qualcuno che parla, che sente, che spera, che prova, diventa piuttosto una serie di frammenti. Ricondurre allora la molteplicità all’unità.

Dalla superficie al profondo

E, finalmente, esercizi vuole dire passare dalla superficie delle cose delle profondità: «[42] (…) Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta». Notate: “Che non le verrà tolta”; ci sono tante cose nella nostra vita che sono effimere, ci vengono date per un attimo, poi ci vengono tolte; godiamo per un po’ la luce del sole ma poi viene la notte che l’ingoia e così è per tante cose. Molte delle cose che facciamo sono effimere. «Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta». Dobbiamo andare a scavare sotto alla superficie, sotto alla pelle delle cose che facciamo, quello che rimane, che è fondamentale, permanente. Gli esercizi vorrebbero trovare questa roccia, questo fondamento. Allora, un triplice movimento, dicevamo: dall’agitazione alla quiete, dalla molteplicità all’unità, dalla superficie al profondo.

Non c’è bisogno allora di ripetere che gli esercizi sono difficili e, nello stesso tempo, necessari, se vogliamo ritrovare noi stessi, se vogliamo vivere non superficialmente, non disgregati, non continuamente agitati, se vogliamo riscoprire il senso della nostra esistenza umana e cristiana. Tenendo presente quelle che sono le dimensioni fondamentali degli esercizi (portate pazienza, se si tratta di cose evidenti; le richiamo solo e poi cercheremo di viverle, per quanto riusciremo, con la grazia del Signore).

Ascolto

La prima dimensione fondamentale è, naturalmente, quella dell’ascolto. «Seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola». Notate questa espressione: “Seduta ai piedi del Signore”, così dice il testo originale. Vuole dire che Gesù in quel momento si presenta come colui che può parlare con autorità, colui che dobbiamo ascoltare con fede e con docilità, è il Signore e lo riconosciamo volentieri come il nostro Signore. Negli esercizi il Signore parla a ciascuno di noi, a noi insieme come la sua Chiesa, come la sua comunità; gli doniamo un poco di tempo e naturalmente gli offriamo anche la disponibilità. “Disponibilità”, vuole dire: che l’ascolto è un’attività umana complessa; richiede certo l’attenzione degli orecchi, ma richiede anche l’intelligenza della testa e soprattutto l’impegno del cuore. Si ascolta con il cuore, cioè si ascolta con il centro della nostra persona. Intendete “cuore” nel senso in cui l’intende la Scrittura, come l’organo della libertà umana, quello da cui scaturiscono i pensieri e le decisioni; ma allora l’ascolto si identifica con l’obbedienza, e coinvolge concretamente la vita di tutti i giorni, le nostre esperienze.

Silenzio

Naturalmente condizione previa per l’ascolto è il silenzio; il silenzio degli esercizi è la condizione per ascoltare davvero, per scendere in profondità; perché le parole arrivino, come dicevamo, non solo agli orecchi (per quello non ci vuole molto) ma fino al cuore, è necessario che siano sostenute dal silenzio insieme esteriore e interiore. Questo vale sempre: tutte le volte in cui noi ascoltiamo un’altra persona dobbiamo fare tacere noi stessi; se mentre ascolto qualcun altro io lascio che parlino i miei desideri, le mie paure, le mie preoccupazioni, i miei programmi, l’ascolto non c’è o rimane superficiale. Se voglio ascoltare, bisogna che metta da parte ogni altra attività e che metta tutto me stesso, orecchi e intelligenza e sensibilità e cuore, a disposizione della persona che parla. Questo diventa indispensabile anche per dare effettivo valore alle parole che ascoltiamo e che diciamo. Anche alle parole che diciamo; una parola detta ha valore se prima è stata pensata, altrimenti è vuota. Quindi ha valore se è stata in qualche modo generata nel silenzio; è il silenzio che permette alle parole di nascere, di nascere come parole personali, non semplicemente come dei suoni.

Preghiera

Terza cosa – ascolto, silenzio – naturalmente la preghiera, perché stiamo in ascolto del Signore, ma ci stiamo proprio noi, con la nostra identità. Certo, il protagonista è il Signore, ma sono protagonista anch’io; il mio essere personale è coinvolto, c’è un io che ascolta e che reagisce alla parola, che deve “re-agire”, che deve rispondere. Siamo coinvolti nel dialogo con il Signore in tutta la nostra vita, con i desideri, le attese, le gioie; quindi all’ascolto deve rispondere la preghiera perché si realizzi la pienezza del dialogo. Il dialogo ha tutte e due le direzioni: la parola che esce da Dio per raggiungere la nostra vita, la parola che esce dal nostro cuore per rivolgersi a Dio, come parola di ringraziamento, di lode, di stupore, come supplica, richiesta di perdono, in tutte le sue forme. Ciascuno troverà il passo giusto della risposta secondo il suo cuore, secondo la guida dello Spirito; ma bisogna che l’ascolto diventi anche preghiera.

Insieme

E finalmente c’è l’ultima dimensione che è quella comunitaria, insieme. Non è, credo, un fatto puramente esterno che a fare questi esercizi siano due comunità parrocchiali; è chiaro che ciascuno di noi è coinvolto personalmente, con la sua faccia e con il suo nome, e ciascuno di noi è chiamato per nome dal Signore, però è anche vero che quando andiamo incontro al Signore ci andiamo con la nostra vita concreta e la nostra esistenza cristiana concreta è esistenza in una comunità; non è un’esistenza individuale e separata, ma è un’esistenza che si muove dentro un tessuto ricco di fraternità e di comunione con gli altri. Quando andiamo incontro al Signore, ci andiamo con questa straordinaria ricchezza di legami, con questa ricchezza di esperienza; per questo negli esercizi c’è una preghiera comunitaria importante, che sarà quella della Liturgia delle Ore, che sarà soprattutto quella dell’Eucaristia. Quando mi metto personalmente davanti al Signore, mi ci metto con la gioia e la responsabilità della comunità in cui vivo, da cui ho ricevuto la fede e verso la quale sono responsabile della mia vita cristiana.

In pratica…

Questa, allora, è la premessa. Dicevamo difficoltà e urgenza, necessità di questi esercizi, con quelle dimensioni di ascolto, di silenzio, di preghiera e di comunità. Per quanto riguarda il silenzio, mi interesserebbe soprattutto il cosiddetto “grande silenzio”, cioè quello che va dalla Compieta alla sera fino alle Lodi, alla prima preghiera del mattino. Naturalmente si fa quello che è possibile quando si è molto numerosi come in questi giorni, però credo che valga la pena farne un impegno, cioè che ciascuno di noi il silenzio lo senta come una responsabilità nei confronti del Signore e nei confronti degli altri; perché, evidentemente, il nostro silenzio diventa un aiuto agli altri. È un impegno non creare impicci, difficoltà; siccome le distrazioni per noi sono facilissime, e vengono senza bisogno che noi le andiamo a cercare, vale la pena che facciamo quello che è possibile per non crearli apposta.

Tra la cena e la Compieta c’è un momento di sollievo in cui potete tranquillamente parlare, senza urlare, se è possibile, cioè senza perdere troppo il raccoglimento; ma dopo compieta varrebbe la pena che raccogliessimo le nostre facoltà (memoria, intelligenza, sensibilità) e le mettessimo come nelle mani del Signore con fiducia e con quell’abbandono che la Compieta dovrebbe suscitare in noi.

La Casa sulla Roccia – 1

Diocesi Reggio Emilia
“Centro di spiritualità” di Marola (Reggio Emilia)

La Casa sulla Roccia

La “Casa sulla roccia” è il titolo dato alle cinque meditazioni dettate da don Luciano Monari al corso di esercizi spirituali che nel settembre 1989 – come è ormai consuetudine – si è svolto per alcune parrocchie reggiane al “Centro di spiritualità” di Marola (Reggio Emilia).

Il tema è il “discorso della montagna” dei capitoli 5, 6, 7 del Vangelo di Matteo. In appendice il testo delle omelie pronunciate nelle Eucaristie delle tre giornate.

Fonte “La Casa sulla Roccia” testo edito dalla Edizioni San Lorenzo nel mese di Dicembre 1996.

Documento ripreso dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Omelia S. Messa

Liturgia Natività Beata Vergine Maria a. C

Venerdì – 8 Settembre 1989

Letture: Mi 5, 1-4; Mt 1, 1-16.18-23.

«Libro della generazione di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo». Con questo primo versetto del suo vangelo Matteo ci suggerisce l’ottica secondo cui dobbiamo e possiamo interpretare la figura del Signore, l’ottica delle promesse di Dio compiute: «figlio di Davide» vuole dire figlio di colui al quale Dio aveva promesso un discendente che si sarebbe seduto sul suo trono; e «figlio di Abramo»vuole dire figlio di colui al quale Dio aveva promesso una discendenza e una benedizione per tutte le famiglie della terra. A Davide e ad Abramo Dio aveva fatto delle promesse, dunque: «Libro della generazione di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo; in lui le promesse di Dio sono diventate un si, hanno ricevuto il loro compimento. Ma il bello è cercare di vedere come. Il “come” sta in quella serie di nomi, quella quarantina di nomi che scandiscono la storia di Israele a cominciare da Abramo generò Isacco: così incomincia la storia della salvezza. La storia della salvezza incomincia con la promessa di Dio fatta ad Abramo, gratis; non c’è nessun merito umano, è un puro inizio. Ma la storia della salvezza incomincia anche con la fede dell’uomo, perché Abramo è colui che accoglie il Signore, che cammina alla luce della promessa. Quando uno legge o ascolta: Abramo generò Isacco, gli viene in mente il cammino faticoso e rischioso della fede, la prova a cui la fede di Abramo è stata sottomessa. Ci voleva quello perché la storia della salvezza potesse partire. «Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe»ma non è vero che Isacco ha generato Giacobbe; ha generato Esaù e Giacobbe, il primogenito era un altro, non lui. Ma non conta. Isacco ha generato Giacobbe; perché è il Signore che sceglie e sceglie con piena libertà. La storia della salvezza percorre i cammini che vuole Dio, non quelli che vogliono gli uomini; è la storia della gratuità, una storia davanti alla quale l’uomo deve rimanere con lo stupore, senza riuscire a controllare, senza poter dire: deve essere così. No, deve aspettare quello che il Signore decide e come il Signore decide. Dunque, «Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar»qui c’è la prima donna che viene nominata nella genealogia, una straniera; Tamar ottiene da Giuda, attraverso uno stratagemma, quello che era il suo diritto, di avere una discendenza. Lo ottiene in un modo strano, che a noi dà anche un tantino fastidio, lo ricordate, si fa passare per una prostituta, ma la storia della salvezza passa anche attraverso questo; il Signore si è servito anche dello stratagemma di Tamar perché Giuda desse a lei una discendenza.

Poi Fares, poi Esròm, poi Aram, poi Aminadàb, poi Naasòn, poi Salmòn: e chi sono questi? Non lo sappiamo, sono i secoli oscuri della permanenza di Israele in Egitto, secoli nei quali sembra che il ricordo della promessa di Dio sia svanito, sembra che le sabbie e le paludi dell’Egitto. abbiano coperto tutto, rimangono solo dei nomi e di quello che è successo non sappiamo niente. Però la parola di Dio rimane viva, magari sotto la sabbia, magari invisibile, ma c’è; ed è quella, la parola di Dio, che domina gli avvenimenti. Di fatto, dopo questa serie di generazioni oscure, Salmòn generò Booz da Racab; questa è una donna che non solo si fa passare, ma che è davvero una prostituta; però è una donna che ha riconosciuto nella fede il Dio di Israele e la validità delle promesse di Israele. Siamo al tempo della conquista, e questa donna che non ha certamente, dal punto di vista umano, dei grandi meriti, ha però meritato per la sua fede di entrare nella storia della salvezza. Un modo per dire che la storia della salvezza non procede per meriti, procede per dono, per dono gratuito di Dio.

«Salmòn generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut»qui finalmente siamo davanti ad una donna stupenda, straniera; Rut è una Moabita e i Moabiti sono guardati con sospetto e un tantino anche con disprezzo da parte di Israele; basta che ricordiate quello che Israele pensa sull’origine dei Moabiti. Però questa donna, Rut, nonostante sia una Moabita, ha amato sinceramente il suo sposo, la madre del suo sposo, tanto che, rimasta vedova, sta con sua suocera e l’accompagna nella terra di Israele:

«[16] (…) dove andrai tu andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio» (Rut 1, 16).

Questa professione di fede di Rut fa di lei una Israelita autentica, non di razza, ma di fede; e proprio per questo Rut ha un posto nella genealogia di Davide, del grande re.

Dopo di lei viene lesse e dopo lesse viene Davide. Qui finalmente si potrebbe dire: la promessa ha trovato una realizzazione; era stato detto ad Abramo: «in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra, fard di te un popolo grande, ti darò un nome grande». Ora il nome grande è arrivato, perché Davide era un re grande; il regno di Israele al tempo di Davide si allarga per arrivare fino a Damasco, ha quindi un’estensione che non avrà mai più nella storia di Israele. Le promesse di Dio si compiono. Sono passati dei secoli di oscurità, ma dopo questi secoli la promessa di Dio è tornata a galla, si è manifestata con tutto il suo vigore.

Possiamo andare avanti: abbiamo un impero, il grande impero di Davide, «Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Uria»Non va tutto bene nell’impero, non va tutto bene nel regno di Davide; ci troviamo in mezzo a un adulterio e addirittura ad un omicidio commesso per coprire l’adulterio. E tuttavia, nonostante questo, la storia della promessa continua; ma non continua attraverso un cammino progressivo di crescita, come ci saremmo potuti attendere, come forse gli Israeliti si attendevano: abbiamo costruito un impero, la promessa di Dio si compie. Invece no, invece quell’impero pian piano si sgretola; dopo Davide troviamo Salomone, dopo Salomone viene Roboamo e Roboamo è un re stupido, che provoca la divisione del regno; dieci tribù si allontanano; dopo Roboamo viene Abìa, dopo Abia Asàf e tutta una serie di re che, a leggere quello che dice la Scrittura, non sono proprio dei grandi re, sono dei re che cercano di fare la politica, ma che di fede ne frequentano non tanta; c’è qualcuno pio, fedele alle leggi della Torah – per esempio Giòsafat, poi Ezechia, soprattutto Giosia – ma sono pochi; la maggior parte cade sotto un giudizio negativo, fino a Acaz che stanca la pazienza di Dio, fino a Manasse così empio da essere passato poi nella memoria del popolo come uccisore di Isaia. Può darsi che sia una leggenda, ma vuol dire perlomeno che questo Manasse non doveva essere uno stinco di santo. Poi viene Amos, che è della stessa pasta, fino a Ieconia: «Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia». Qui si potrebbe dire: è fatta, avevamo un regno, abbiamo rovinato tutto. La deportazione in Babilonia vuol dire catastrofe, annientamento, perdita di ogni autonomia politica e praticamente per sempre; saranno solo pochi decenni quelli in cui Israele potrà recuperare qualche frammento di autonomia. La deportazione in Babilonia è davvero una catastrofe con qualche cosa di definitivo: avevamo immaginato l’impero come realizzazione delle promesse di Dio; ma ora ci troviamo con il regno a pezzi, sotto la sovranità di Babilonia, senza una speranza per il futuro. Eppure dopo la deportazione di Babilonia la genealogia continua: «Ieconia generò Salatiel, Salatiel generò Zorobabèle, Zorobabèle generò Abiùd». Fino a Zorobabèle ci orientiamo: di lui sappiamo almeno chi era, ma dopo di lui il buio. Abiùd, Elìacim, Azor, Sadoc, Achim, Eliùd, Eleàzar, Mattan: chi sono costoro? Niente, di loro non c’è rimasto niente; il nome, perché è andato a finire in questa genealogia, ma tutto l’Antico Testamento non ne parla. È semplicemente gente che è nata, ha lavorato, ha sofferto, ha amato, è morta, senza lasciare un segno, sono degli illustri sconosciuti. Ma ci sono anche questi nella genealogia, ce li hanno messi perché sono importanti anche loro; la promessa passa certamente attraverso i re, come Davide, ma la promessa di Dio passa anche attraverso la gente normale, quotidiana, quella che non fa niente di straordinario, che semplicemente vive una vita apparentemente banale, tanto banale che non va a finire sull’enciclopedia; è però una vita che porta il segno della benedizione di Dio, nonostante tutto. E forse ci voleva, dopo l’ubriacatura del tempo dei re, il periodo del nascondimento, del silenzio, perché Israele tornasse a diventare fecondo, perché tornasse a generare. È il silenzio che è fecondo; il rumore impressiona e spaventa, ma costruisce poco e dopo il tempo del re, dopo il tempo della gloria, è necessario anche il tempo della oscurità.

«Eleàzar genero Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo». Finalmente siamo alla quinta delle donne della genealogia; ma qui c’è qualcosa di strano che mi fa chiedere come mai Matteo abbia voluto scrivere una genealogia di questo genere. A che cosa serve la genealogia? A conoscere gli antenati di Gesù, a legare Gesù a tutta la promessa; Gesù è al termine della promessa di Israele, è figlio di Abramo, figlio di Davide; per questo, abbiamo visto tutti questi discendenti. Arriviamo a chi? A Giacobbe che ha generato Giuseppe, Giacobbe generò Giuseppe, dovrebbe venire “Giuseppe generò Gesù”: e invece no, «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato il Cristo». Dunque Gesù, chiamato il Cristo, non è in realtà figlio di Giuseppe. Allora perché mi ci hai messo una genealogia? A che cosa mi serve sapere la genealogia se in realtà Giuseppe non è il padre di Gesù e quindi la promessa ha operato una svolta e ha raggiunto la realizzazione al di fuori di questa discendenza? Deve essere proprio così. È necessario rileggere la genealogia perché è la storia della promessa di Dio; ma devi anche sapere che il compimento della promessa di Dio non è semplicemente il risultato, il prodotto della umanità, di questa esperienza umana; la promessa di Dio si compie dove l’uomo vive, dove l’uomo ha sofferto, dove l’uomo ha ricevuto le promesse, ha camminato nella fede, ha conosciuto il peccato, l’angoscia, la sofferenza, ha tornato a sperare; è lì, in questo tessuto umano, che si compie la promessa, ma si compie non secondo la potenza degli uomini, ma secondo la potenza di Dio. Quindi non dalla discendenza di Giuseppe, ma dal dono dello Spirito Santo. È necessario che il compimento sia legato a Giuseppe, ma è. necessario che sia un dono che scaturisce dall’alto, come espressione della grandezza e della gratuità di Dio. Ecco allora il senso di questa genealogia e il senso della sua conclusione: una nascita che avviene in modo misterioso, come dono dello Spirito; che avviene entro l’esperienza umana della verginità, e quindi al di fuori dei progetti e della gestione umana delle cose. La realizzazione di tutto questo dice che la promessa di Dio è così: è fedele, compie quello che ha detto, ma lo compie in modo molto diverso da quello che gli uomini potrebbero immaginare, al di là del controllo dell’uomo e al di là di quello che l’uomo riesce a sperare. Per quanto Davide possa avere sperato in una discendenza perenne, per quanto Abramo possa avere sperato in un popolo grande, quello che al termine della genealogia viene annunciato, supera ogni immaginazione e ogni pensiero.

«Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. [21]Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati. [22]Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: [23]Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi» (Mt 1, 20b-23).

Per questo era necessario che la genealogia subisse quella svolta improvvisa che dicevamo. La genealogia umana non poteva produrre 1’Emmanuele, il Dio con noi; poteva produrre una razza umana forte, una razza umana grande, ma non il figlio di Dio in mezzo agli uomini. Per questo era necessario che Dio manifestasse in modo sorprendente, inatteso, il suo intervento e la sua grazia. E la concezione verginale di Maria dice proprio questo, che il termine della promessa è pura grazia; dal punto di vista umano l’unico atteggiamento necessario è la docilità della fede e Maria rappresenta per noi questo. Maria è la creatura umana che accoglie il dono di Dio, che concepisce la parola di Dio nel suo corpo, ma che prima di tutto la concepisce nella sua fede, nella sua docilità, ed è in questa docilità che finalmente la storia della promessa arriva a riposarsi. Dove si trova Maria, e quindi dove si trova la sua fede, finalmente quella promessa misteriosa che aveva attraversato diciassette, diciotto secoli di storia, arriva a riposare e arriva a piantarsi in modo definitivo in mezzo alla nostra storia.

Credo allora che un vangelo di questo genere ci aiuti a rinnovare lo stupore, la riconoscenza; ci spinga a rileggere la storia come storia di salvezza in cui la parola di Dio non si perde; anche se passano dei secoli di nascondimento e apparente inattività, le parole di Dio rimangono ricche di vita e portatrici di un futuro; verrà il momento in cui esse tornano a manifestarsi in tutta la loro forza.

La festa di oggi ci richiama all’atteggiamento di Maria come l’atteggiamento che porta a compimento la storia della salvezza. In lei, nella sua fede, quello che Dio ha compiuto trova riposo effettivo in una creatura umana, senza ostacoli, senza riserve, senza quella realtà di peccato che impedisce alla parola di compiersi; così in Maria, quella parola può portare il massimo di fecondità. Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi. Se possiamo celebrare l’Eucaristia, la possiamo celebrare proprio per questo, perché in mezzo a noi c’è questa presenza di Dio in Gesù Cristo e questa presenza di Dio la riconosciamo legata alla fede e alla docilità di Maria.

CONVERSAZIONI SULLA FEDE

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UNA PAROLA PER TE: il capitolo 22 del Vangelo secondo Luca:

Vangelo secondo Luca – 22

1Si avvicinava la festa degli Azzimi, chiamata Pasqua, 2e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano in che modo toglierlo di mezzo, ma temevano il popolo. 3Allora Satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era uno dei Dodici. 4Ed egli andò a trattare con i capi dei sacerdoti e i capi delle guardie sul modo di consegnarlo a loro. 5Essi si rallegrarono e concordarono di dargli del denaro. 6Egli fu d’accordo e cercava l’occasione propizia per consegnarlo a loro, di nascosto dalla folla.
7Venne il giorno degli Azzimi, nel quale si doveva immolare la Pasqua. 8Gesù mandò Pietro e Giovanni dicendo: «Andate a preparare per noi, perché possiamo mangiare la Pasqua». 9Gli chiesero: «Dove vuoi che prepariamo?». 10Ed egli rispose loro: «Appena entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua; seguitelo nella casa in cui entrerà. 11Direte al padrone di casa: “Il Maestro ti dice: Dov’è la stanza in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. 12Egli vi mostrerà al piano superiore una sala, grande e arredata; lì preparate». 13Essi andarono e trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
14Quando venne l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, 15e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, 16perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». 17E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, 18perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio». 19Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». 20E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi».
21«Ma ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola. 22Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito, ma guai a quell’uomo dal quale egli viene tradito!». 23Allora essi cominciarono a domandarsi l’un l’altro chi di loro avrebbe fatto questo.
24E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. 25Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. 26Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. 27Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.
28Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove 29e io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, 30perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù d’Israele.
31Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; 32ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli». 33E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte». 34Gli rispose: «Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi».
35Poi disse loro: «Quando vi ho mandato senza borsa, né sacca, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla». 36Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così chi ha una sacca; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. 37Perché io vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra gli empi. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo compimento». 38Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli disse: «Basta!».
39Uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. 40Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». 41Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo: 42«Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». 43Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. 44Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra. 45Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. 46E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».
47Mentre ancora egli parlava, ecco giungere una folla; colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo. 48Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?». 49Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?». 50E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. 51Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate! Basta così!». E, toccandogli l’orecchio, lo guarì.
52Poi Gesù disse a coloro che erano venuti contro di lui, capi dei sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: «Come se fossi un ladro siete venuti con spade e bastoni. 53Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete mai messo le mani su di me; ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre».
54Dopo averlo catturato, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. 55Avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno; anche Pietro sedette in mezzo a loro. 56Una giovane serva lo vide seduto vicino al fuoco e, guardandolo attentamente, disse: «Anche questi era con lui». 57Ma egli negò dicendo: «O donna, non lo conosco!». 58Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei uno di loro!». Ma Pietro rispose: «O uomo, non lo sono!». 59Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questi era con lui; infatti è Galileo». 60Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. 61Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». 62E, uscito fuori, pianse amaramente.
63E intanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo deridevano e lo picchiavano, 64gli bendavano gli occhi e gli dicevano: «Fa’ il profeta! Chi è che ti ha colpito?». 65E molte altre cose dicevano contro di lui, insultandolo.
66Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i capi dei sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al loro sinedrio 67e gli dissero: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi». Rispose loro: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; 68se vi interrogo, non mi risponderete. 69Ma d’ora in poi il Figlio dell’uomo siederà alla destra della potenza di Dio». 70Allora tutti dissero: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli rispose loro: «Voi stessi dite che io lo sono». 71E quelli dissero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca».