INTRODUZIONE AL LIBRO DI GEREMIA

Diocesi Reggio Emilia

Introduzione al Libro di Geremia

Anno 1987

Referente della fonte. Silvia Giavelli, consacrata nell’Ordo Virginum della Chiesa di Reggio Emilia. Catechista della Parrocchia della Santa Croce, animatrice liturgica, ministro straordinario della Santa Comunione, facente parte del Consiglio Pastorale parrocchiale.

Data del documento: Anno presunto 1987 oppure 1988.

Omelia rivolta ai giovani della parrocchia Regina Pacis di Reggio Emilia.

Documento ripreso, e rivisto la corrispondenza con la Sacra Scrittura, dal Servizio Documentazione Diocesi di Piacenza-Bobbio, ma non rivisto dall’autore.

Don Luciano Monari

Premessa introduttiva

Questo è il titolo del Libro di Geremia che dà un tantino le prime informazioni importanti:

«[2] (…) Re di Giuda, l’anno decimoterzo del suo regno, [3]e quindi anche al tempo di Ioiakìm figlio di Giosia, re di Giuda, fino alla fine dell’anno undecimo di Sedecìa figlio di Giosìa, re di Giuda, cioè fino alla deportazione di Gerusalemme avvenuta nel quinto mese» (Ger 1, 2-3).

Le informazioni importanti

Dunque, Geremia è di una famiglia sacerdotale, però di una famiglia sacerdotale esclusa dall’ufficio del culto. È dei sacerdoti che dimoravano in Anatòe, e – dice la nota della mia Bibbia – Anatòt è un villaggio a sei chilometri a nord est di Gerusalemme, dove Salomone aveva esiliato il sacerdote Abiatar (o Ebiatar). Abiatar era un sacerdote che al tempo di Davide aveva praticamente il compito fondamentale. di esercitare il ministero. Poi al tempo di Sedecia aveva prevalso la famiglia di Zadoc, e quella di Abiatar era stata in qualche modo emarginata. Geremia vive ad Anatòe, quindi probabilmente viene da questa famiglia sacerdotale antica, con una grande tradizione, ma in qualche modo ai margini della vita ufficiale del culto.

Seconda cosa. In Anatòe, quindi non è un cittadino, perché Anatòt è un villaggio, e Geremia è un uomo soprattutto abituato alla vita dei campi, e gli accade abbastanza spesso di usare, immagini e paragoni e riferimenti che vengono dall’esperienza diretta che lui ha della natura; quindi c’è un senso della natura abbastanza spiccato in questo uomo.

Terzo. Geremia predica sotto Giosia, sotto Ioiakìm e sotto Sedecia. Vuole dire praticamente dal 627-626 a.C. fin dopo il 586. E i re sotto cui Geremia ha profetizzato sono abbastanza importanti perché servono a distinguere i momenti del suo ministero.

I Re del tempo

Al tempo di Giosia. Viene chiamato nell’anno decimo terzo, quindi siamo intorno all’anno 627 a.C. Giosia è quel re che regna dal 640 fino al 609 a.C. ed è importante nella storia di Israele perché nel 622 a.C. ha fatto la più grande riforma religiosa della storia di Israele: quella che ha determinato la centralizzazione del culto, quindi la eliminazione di tutti i santuari anche al di fuori di Gerusalemme. Lo scopo era naturalmente di potere controllare meglio la gestione del culto per evitare tutte le infiltrazioni di paganesimo o di sincretismo.

Ebbene, nel 622 Giosia fa questa grande e fondamentale riforma religiosa, probabilmente sulla base del libro del Deuteronomio: centralizzazione del culto. Allora Geremia profetizza dal 627 al 622 prima della riforma religiosa di questo re.

Giosia muore in realtà nel 609 a.C., muore in battaglia a Neghitto mentre sta cercando di fermare il faraone; e la morte di Giosia ha segnato per Israele una specie di grossa crisi: crisi sia dal punto di vista politico si intende, ma soprattutto dal punto di vista religioso. Giosia muore giovane, avrà una quarantina d’anni o poco più quando muore a Neghitto. E muore giovane nonostante sia uno dei pochi re effettivamente pii e religiosi. Il che contrasta un tantino con quello che normalmente ci si attendeva: se c’è un re pio, il Signore naturalmente lo proteggerà, se lo proteggerà impedirà che gli succedano delle cose negative, e la morte in tenera età è naturalmente un elemento negativo che per molta gente crea una specie di sospetto sulla riforma religiosa stessa. Cioè dicono: “A che cosa serve il culto unico del Signore, se poi quello che rappresenta questo culto nel modo più intenso è stato sfortunato? Allora vuol dire che il Signore non è esattamente quello da cui dipendono i destini della storia”. E, dicevo, la morte di Giosia dà origine a una specie di crisi religiosa con il ritorno di infiltrazioni pagane e sincretiste sotto il re Ioiakìm. C’era un re in mezzo, ma c’è stato per pochi mesi e quindi non conta.

Ioiakìm, che quindi governa dal 609 al 597 a. C. Muore pochi mesi prima della conquista di Gerusalemme, della prima conquista di Gerusalemme e della prima deportazione nel 597. Questo è il secondo periodo, determinato soprattutto, come dicevo, dalla politica di questo re che riapre in qualche modo al paganesimo e riapre alla idolatria. Poi 597 prima deportazione, e dal 597 al 586 è re praticamente Sedecia. Dico praticamente perché dal punto di vista giuridico la questione è molto più complicata ma non ci interessa.

È re Sedecia, e sono gli anni che preparano immediatamente la distruzione ultima e definitiva di Gerusalemme del 586. Quindi anni che sono dominati dalla catastrofe ormai imminente.

Allora tre periodi nella predicazione di Geremia: primo sotto Giosia, secondo sotto Ioiakìm, terzo sotto Sedecia. Quali sono le caratteristiche di questi tre periodi?

– I –
Il primo periodo di predicazione del profeta Geremia al tempo di Giosia

Vediamo il primo periodo di predicazione del profeta Geremia. Innanzitutto bisogna che leggiamo anche la vocazione, così ci orientiamo bene.

«[4]Mi fu rivolta la parola del Signore: [5]Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni. [6]Risposi: Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane. [7]Ma il Signore mi disse: Non dire: Sono giovane, ma va’ da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. [8]Non temerli, perché io sono con te per proteggerti. Oracolo del Signore. [9]Il Signore stese la mano, mi toccò la bocca e il Signore mi disse: Ecco, ti metto le mie parole sulla bocca. [10]Ecco, oggi ti costituisco sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare» (Ger 1, 4-10).

Gli elementi importanti.

1. La vocazione del Profeta Geremia intesa come la espressione di una consacrazione originaria

Innanzitutto la vocazione del Profeta intesa come la espressione di una consacrazione originaria. Voglio dire, Geremia viene chiamato a fare il profeta in un certo momento della sua vita, ma in realtà percepisce la vocazione come qualche cosa di iscritto nel suo codice genetico, perché Prima di formarti nel grembo materno ti conoscevo. Cioè Geremia si sente come un consacrato, e “consacrato” vuole dire: uno che non può servire per l’uso normale. Geremia non riuscirà mai a vivere come una persona normale, ma si sentirà sempre dominato dalla vocazione di Dio, come qualche cosa che determina tutta la sua vita. Non solo nel momento in cui Geremia predica, ma in tutta la sua vita nel modo di rapportarsi agli altri, di fare festa o non fare festa, il fatto che Geremia non si sposa. Tutti questi elementi sono determinati dalla “consacrazione”. Tanto che Geremia la sentirà a volte come una specie di violenza che Dio gli ha fatto: Mi hai usato violenza, cioè “mi hai costretto a fare ciò che io non avrei voluto fare”.

2. Il profeta Geremia si sente non chiamato, ma si sente mandato.

Seconda cosa: la risposta di Geremia alla vocazione è caratteristica e di solito viene confrontata con quella di Isaia.

In Isaia quando il profeta sente il Signore che ha una specie di progetto da realizzare si presenta lui stesso: «Eccomi! Manda me!».

Geremia invece risponde con dubbi e perplessità: «Ahimé, Signore Dio, ecco io non so parlare perché sono giovane!». Dove il “non so parlare”, vuole dire soprattutto che non ha autorità per parlare, quindi non è in grado di presentarsi davanti agli adulti e agli anziani pretendendo di farsi ascoltare.

Quindi Geremia si sente, da questo punto di vista, inadatto al compito. Ma il Signore gli disse: «[7]Non dire io sono giovane, ma va’ da coloro a cui io ti manderò e annuncia ciò che io ti ordinerò». Questo tenetelo presente perché potrebbe essere come la descrizione del profetismo: «Va’ da coloro a cui io ti manderò!». Il profeta è fondamentalmente un mandato, un messaggero. Di tutte le immagini che servono per capire il Profeta – forse (dico forse) – però quella più adatta è proprio quella di “messaggero”, tanto che noi parliamo di vocazione dei profeti ma in realtà il verbo tipico delle vocazioni profetiche non è il verbo “chiamare”, ma è il verbo “mandare”. Quindi il Profeta si sente non chiamato, ma si sente mandato.

Il Signore lo invia a qualcuno che è lontano, e il profeta deve portare la parola di Dio al popolo, questa è la sua missione.

3. “Azione sacramentale”, perché è compiuta con un gesto e con una parola che lo spiega.

«[8]Non temere perché io sono con te per proteggerti»; questo è tradizionale e lo si ritrova molto spesso negli incarichi che il Signore dà alle persone; poi notate una specie di azione che noi chiameremmo “sacramentale”, con cui il Profeta viene ordinato profeta.

“Azione sacramentale”, perché è compiuta con un gesto e con una parola che lo spiega. Il gesto: «[9]Il Signore stese la mano, mi toccò la bocca». Questo “toccare la bocca” ha un valore, dicevo, sacramentale; è come se mettesse la bocca del Profeta al servizio dell’azione di Dio.

Poi la parola che lo spiega: «Ecco, ti metto le mie parole sulla bocca. [10]Ecco, oggi ti costituisco sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare». Chiaramente con il richiamo alla efficacia della parola profetica, che è la parola stessa di Dio. E qui voi avete come una specie di idea anche della personalità di Geremia, che è una personalità, da una parte “dubbiosa”, che sente la fatica, la fatica delle scelte da fare. Non è una persona sicura come sempre in confronto a Isaia. Isaia è uno che si presenta davanti ai re senza nessun timore o timidezza, mentre Geremia dal punto di vista umano è una persona straordinariamente sensibile, quindi straordinariamente vulnerabile, che passa attraverso periodi di crisi, di angoscia e di paura, ma nello stesso tempo che ha la percezione netta della presenza di Dio sopra di lui, sopra la sua vita. È il fatto che non si appartiene, ma è radicalmente strumento di Dio, per annunciare, per sradicare e demolire, insomma per una missione che gli viene affidata.

4. Il messaggio di questi primi anni della predicazione del Profeta Geremia

La prima parte della profezia di Geremia non è originalissima, si colloca fondamentalmente nel prolungamento delle tradizioni profetiche anteriori. Quindi si potrebbe dire che trovate i temi profetici che ci sono per esempio in Amos e che ci sono in particolare in Osea. C’è una notevole familiarità e somiglianza fra Geremia e Osea. Geremia, abbiamo appena visto, è della tribù di Beniamino, la tribù di Beniamino è una tribù che è a cavallo tra il nord e il sud quindi non appartiene pienamente alla tradizione di Giuda, come la maggior parte dei profeti, appartiene invece alla tradizione del Nord come Osea, e Geremia da Osea ha preso tantissimo.

Qual è il messaggio di questi primi anni della predicazione del profeta Geremia?

Ebbene, dicevo, quello tradizionale: – accusa dell’infedeltà di Israele, – invito alla conversione, – promessa del perdono di Dio. Insieme con tutti gli elementi che vanno accanto a questi temi, cioè nel momento in cui viene accusata la idolatria, vengono annunciate anche le punizioni di Dio, per esempio, l’ invasione dei nemici e cose di questo genere.

5. La teologia del peccato nei profeti

Le potete trovare in tanti testi, però a me interessa soprattutto nel cap. 2 qualche cosa che è ricco, credo, dal punto di vista della “teologia del peccato”. Se uno vuole capire che cosa sia il peccato per i profeti, dovrebbe leggere questo cap. 2 di Geremia, che incomincia così:

«[1]Mi fu rivolta questa parola del Signore: Va’ e grida agli orecchi di Gerusalemme: Così dice il Signore: Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata. [3]Israele era cosa sacra al Signore, la primizia del suo raccolto; quanti ne mangiavano dovevano pagarla, la sventura si abbatteva su di loro. Oracolo del Signore. [4]Udite la parola del Signore, casa di Giacobbe, voi, famiglie tutte della casa di Israele! [5]Così dice il Signore: Quale ingiustizia trovarono in me i vostri padri, per allontanarsi da me? Essi seguirono ciò ch’è vano, diventarono loro stessi vanità» (Ger 2, 1-5).

Dove gli elementi interessanti sono tantissimi.

5.1. Il momento di fedeltà della storia di Israele, e poi l’ingiustizia dalla parte di Israele.

Innanzitutto, dovendo accusare di peccato Israele, il Signore incomincia non parlando di peccato, ma ricordando con nostalgia il momento della fedeltà. C’è stato nella storia di Israele un momento di fedeltà ed è il momento del “deserto”, e questa è l’idea anche di Osea. Quando Israele era nel deserto ha vissuto una luna di miele, un rapporto di piena reciprocità, il Signore lo trattava con amore, lo custodiva, e Israele lo seguiva con fedeltà.

Allora, posto questo, viene quella che chiameremmo una querela di Dio, un lamento di Dio, una accusa di lamento: «Quale ingiustizia trovarono in me i vostri padri, per allontanarsi da me?». E quindi il Signore viene riconosciuto giusto. E in quel turbamento di rapporto che è avvenuto, la colpa non ricade su Dio. Dio la sua parte l’ha fatta, non è venuto meno, non ha compiuto ingiustizie. L’ingiustizia è dalla parte di Israele: «Essi seguirono ciò che è vano, diventarono loro stessi vanità».

5.2. Il peccato viene visto, anche, sotto la dimensione della stoltezza, della stupidità

Potete andare avanti a rileggere tutto il testo, ma mi interessa solo un elemento ai seguenti versetti:

«[11]Ha mai un popolo cambiato dei? Eppure quelli non sono dei! Ma il mio popolo ha cambiato colui che è la sua gloria con un essere inutile e vano. [12]Stupitene, o cieli; inorridite come non mai. Oracolo del Signore. [13]Perché il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua» (Ger 2, 11-13).

Dove il peccato viene visto, anche, sotto la dimensione della stoltezza, della stupidità. È una stupidità perché consiste nell’abbandono dell’unica gloria, cioè dell’unica sicurezza che Israele possiede, cioè Dio, l’unico che può dare valore all’ esistenza di Israele, per cercare invece degli idoli che sono inutili. Vuole dire cercare acqua di cisterna al posto dell’acqua di sorgente e per di più «l’acqua di cisterne screpolate», che non possono dare sicurezza e vita al popolo.

Dicevo, questo è il tema che avevamo già visto in Osea, ma che Geremia riprende nella prima parte del suo ministero.

5.3. Il Signore supera la dimensione legale nel suo rapporto con Israele e permette il ritorno anche quando dal punto di vista giuridico sarebbe proibito.

Un elemento ancora caratteristico lo potete vedere nel cap. 3, 1 – 4, 4, che si può leggere come un unico grande poema; incomincia così:

«[1]Se un uomo ripudia la moglie ed essa, allontanatasi da lui, si sposa con un altro uomo, tornerà il primo ancora da lei? Forse una simile donna non è tutta contaminata? Tu ti sei disonorata con molti amanti e osi tornare da me? Oracolo del Signore» (Ger 3, 1-4, 4).

Vuole dire che secondo il cap. 24 del Deuteronomio è proibito a un uomo riprendere la moglie ripudiata, dopo che è stata con degli altri; quindi non si può ricostituire un matrimonio dopo una infedeltà, dopo un ripudio. Questo è proibito dal Deuteronomio 24, e questo è esattamente il caso di Israele. Israele ha abbandonato il Signore, si è prostituita con altre divinità; e a questo punto potrà tornare al Signore? C’è una legge che lo impedisce, c’è una legge che lo considera un abominio. Allora in mezzo c’è tutto il richiamo alla infedeltà di Israele, a come ha abbandonato il Signore, ecc. e il poema finisce al cap. 4 con queste parole:

[1]Se vuoi ritornare, o Israele – dice il Signore – a me dovrai ritornare» (Ger 4, 1).

In realtà bisognerebbe tradurre con il “potrai”, «a me potrai ritornare», che vuole dire: il Signore supera la dimensione legale nel suo rapporto con Israele e permette il ritorno anche quando dal punto di vista giuridico sarebbe proibito. Quindi il Signore passa sopra la sua legge, apre, offre a Israele una possibilità nuova di comunione e di ritorno.

Questi credo siano i temi fondamentali.

Aggiungete l’annuncio di un’invasione da parte di un nemico misterioso non identificato che viene dal nord. Questa invasione è descritta nei capitoli 4 e 5, ecc., Quindi trovate i temi fondamentali.

I primi sei capitoli di Geremia andrebbero legati con il periodo di Giosia.

– II –
Il secondo periodo di predicazione del profeta Geremia sotto Ioiakìm

Seconda parte, al tempo di Ioiakìm. Al cap. 7 c’è un oracolo caratteristico di questo periodo, e che per noi è particolarmente significativo perché stranamente di questo oracolo abbiamo non una relazione ma due.

Viene presentato nel cap. 7, come dicevo, e poi viene ripetuto il racconto nel cap. 26. E mettendo insieme i due capitoli viene fuori qualcosa di significativo.

1. La liturgia della porta anomala.

Partiamo dal cap. 7, che è una liturgia della porta anomala. “Liturgia della porta anomala”, vuole dire: ricordate che ci sono alcuni Salmi come il 15 e il 24 che presentano una liturgia di ingresso nel tempio di Gerusalemme, quando si entra nel tempio di Gerusalemme uno deve fare una professione di innocenza:

«[3]Chi salirà il monte del Signore, chi starà nel suo luogo santo? [4]Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non pronunzia menzogna (…)» e così via (Sal 24, 3ss.

Quindi, una liturgia che si fa alla porta e in cui chi entra deve proclamarsi innocente. Solo che la liturgia corre il rischio a volte di diventare stereotipa, cioè usa tutte le volte dire il Confiteor all’inizio della Messa; ma dato che siamo abituati a dirlo tutte le volte, uno lo dice senza nemmeno pensare che cosa significhi e senza che questo comporti una confessione del cuore. Ebbene, il Signore manda Geremia alla porta del tempio a fare lui una “liturgia della porta”:

«[2]Fermati alla porta del tempio del Signore e là pronunzia questo discorso dicendo: Ascoltate la parola del Signore, voi tutti di Giuda che attraversate queste porte per prostrarvi al Signore. [3]Così dice il Signore degli eserciti, Dio di Israele: Migliorate la vostra condotta e le vostre azioni e io vi farò abitare in questo luogo. [4]Pertanto non confidate nelle parole menzognere di coloro che dicono: Tempio del Signore, tempio del Signore, tempio del Signore è questo! [5]Poiché, se veramente emenderete la vostra condotta e le vostre azioni, se realmente pronunzierete giuste sentenze fra un uomo e il suo avversario; [6]se non opprimerete lo straniero, l’orfano e la vedova, se non spargerete il sangue innocente in questo luogo e se non seguirete per vostra disgrazia altri dei, [7]io vi farò abitare in questo luogo, nel paese che diedi ai vostri padri da lungo tempo e per sempre. [8]Ma voi confidate in parole false e ciò non vi gioverà: [9]rubare, uccidere, commettere adulterio, giurare il falso, bruciare incenso a Baal, seguire altri dei che non conoscevate. [10]Poi venite e vi presentate alla mia presenza in questo tempio, che prende il nome da me, e dite: Siamo salvi! per poi compiere tutti questi abomini. [11]Forse è una spelonca di ladri ai vostri occhi questo tempio che prende il nome da me? Anch’io, ecco, vedo tutto questo. Parola del Signore. [12]Andate, dunque, nella mia dimora che era in Silo, dove avevo da principio posto il mio nome; considerate che cosa io ne ho fatto a causa della malvagità di Israele, mio popolo. [13]Ora, poiché avete compiuto tutte queste azioni – parola del Signore – e, quando vi ho parlato con premura e sempre, non mi avete ascoltato e, quando vi ho chiamato, non mi avete risposto, [14]io tratterò questo tempio che porta il mio nome e nel quale confidate e questo luogo che ho concesso a voi e ai vostri padri, come ho trattato Silo» (Ger 7, 2-14).

Può darsi sentiate un pochino il ritmo del Deuteronomio in questo modo di presentare le cose, con quei periodi lunghi e ripetizioni e insistenze di esortazione e tutte queste cose, però siamo di fronte a una esperienza decisiva nella vita di questo Profeta. Allora, Geremia viene mandato alla porta del tempio a fare una liturgia, però esce dagli schemi, non la fa secondo il rituale, ma la fa secondo quello che la parola di Dio gli comanda. Richiama i comandamenti del Decalogo – rubare, uccidere, ecc. –, e esorta Israele a non confidare in modo magico nella protezione del tempio.

Ebbene, il diritto di asilo è un diritto bello e grande, ma pericoloso, pericoloso che l’uomo si ritenga al sicuro semplicemente perché è dentro al recinto delle mura di Gerusalemme. Ora, il tempio, rappresenta la protezione di Dio, ma a condizione che il popolo abbia osservato effettivamente i Comandamenti. Allora la “liturgia” diventa, nella parola del Profeta, una parola di condanna, di giudizio. Viene annunciato, che cosa? La distruzione del tempio! Pari e pari, perché Geremia dice: “lo tratterò questo luogo come ho trattato Silo“. “Silo” era il santuario dell’Arca e dell’Alleanza al tempo di Samuele. Ebbene, Silo era un mucchio di sassi al tempo di Geremia.

2. L’annuncio della distruzione del tempio di Gerusalemme.

Ciò che il Profeta annuncia è che, quello che il Signore ha fatto per Silo, lo farà anche per Gerusalemme. Che cosa, questo oracolo, abbia significato, lo troviamo al cap. 26, dove vengono riprese il nucleo delle parole del cap. 7. E poi c’è questa continuazione del brano:

«[7]I sacerdoti, i profeti e tutto il popolo udirono Geremia che diceva queste parole nel tempio del Signore. [8]Ora, quando Geremia finì di riferire quanto il Signore gli aveva comandato di dire a tutto il popolo, i sacerdoti e i profeti lo arrestarono dicendo: Devi morire! [9]Perché hai predetto nel nome del Signore: Questo tempio diventerà come Silo e questa città sarà devastata, disabitata? Tutto il popolo si radunò contro Geremia nel tempio del Signore. [10]I capi di Giuda vennero a sapere queste cose e salirono dalla reggia nel tempio del Signore e sedettero all’ingresso della Porta Nuova del tempio del Signore. [11]Allora i sacerdoti e i profeti dissero ai capi e a tutto il popolo: Una sentenza di morte merita quest’uomo, perché ha profetizzato contro questa città come avete udito con i vostri orecchi![12]Ma Geremia rispose a tutti i capi e a tutto il popolo: Il Signore mi ha mandato a profetizzare contro questo tempio e contro questa città le cose che avete ascoltate. [13]Or dunque migliorate la vostra condotta e le vostre azioni e ascoltate la voce del Signore vostro Dio e il Signore ritratterà il male che ha annunziato contro di voi. [14]Quanto a me, eccomi in mano vostra, fate di me come vi sembra bene e giusto; [15]ma sappiate bene che, se voi mi ucciderete, attirerete sangue innocente su di voi, su questa città e sui suoi abitanti, perché il Signore mi ha veramente inviato a voi per esporre ai vostri orecchi tutte queste cose. [16]I capi e tutto il popolo dissero ai sacerdoti e ai profeti: Non ci deve essere sentenza di morte per quest’uomo, perché ci ha parlato nel nome del Signore nostro Dio. [17]Allora si alzarono alcuni anziani del paese e dissero a tutta l’assemblea del popolo: [18]Michea il Morastita, che profetizzava al tempo di Ezechia, re di Giuda, affermò a tutto il popolo di Giuda: Dice il Signore degli eserciti: Sion sarà arata come un campo, Gerusalemme diventerà un cumulo di rovine, il monte del tempio un’altura boscosa! [19]Forse Ezechia re di Giuda e tutti quelli di Giuda lo uccisero? Non temettero piuttosto il Signore e non placarono il volto del Signore e così il Signore disdisse il male che aveva loro annunziato? Noi, invece, stiamo per commettere una grave iniquità a nostro danno». (Ger 26, 7-19).

Quello che segue è che, dopo queste parole, Geremia ottiene salva la vita. Che cosa vuole dire il brano?

Innanzitutto che un oracolo, come quello del cap. 7, è pericoloso; perché? Perché può essere accusato di lesa maestà. Il “tempio” non è semplicemente un edificio, ma il tempio è il cuore della religione e della vita politica di Israele, della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Annunciare la “distruzione del tempio” vuole dire: andare contro la costituzione fondamentale del popolo, la costituzione fondamentale di Israele, quindi è passibile di lesa maestà. Tanto che S. Stefano ci ha rimesso poi la pelle, per aver parlato contro il tempio.

Secondo. Ma questo lo mettiamo fra parentesi, se ne avete voglia è una piccola curiosità. Nel dramma, nel contrasto, che segue, sono contro Geremia le autorità religiose i sacerdoti e i profeti, e sono a favore di Geremia i laici. I “laici” sono quelli che in qualche modo riusciranno a strappare Geremia.

In che modo? E questa è la terza cosa. Richiamando una profezia di cent’anni prima. Il profeta Michea, cento e qualche cosa anni in più al tempo di Ezechia, aveva già annunciato la distruzione di Gerusalemme (cfr. Mi 1, 1-9).

Allora, se una parola di questo genere è stata già pronunciata, non c’è motivo di eliminare Geremia perché lui la riprende.

Quarta cosa. Geremia spiega anche il significato di questa profezia, che non è una profezia rigida e meccanica. Perché, come mai le profezie sono rigide e meccaniche? Infatti dice: «[13]Or dunque migliorate la vostra condotta e le vostre azioni e ascoltate la voce del Signore vostro Dio e il Signore ritratterà il male che ha annunziato contro di voi». Questo vuole dire: quando i profeti annunciano il giudizio di Dio, lo annunciano perché non si realizzi, cioè annunciano il giudizio per ottenere la conversione del popolo e quindi sottrarre il popolo al giudizio stesso. Vogliono dire: “Non intendete la profezia di Geremia, ma le profezie in genere che sono come delle specie di parole automatiche che una volta pronunciate si realizzeranno che l’uomo voglia o non voglia o che faccia o non faccia…”.

No! Le profezie sono parola di Dio che vuole sollecitare nell’ uomo una risposta positiva al suo progetto di salvezza; quindi non sono buttate addosso all’uomo, che l’uomo voglia o no, ma sono rivolte all’uomo per ottenere una risposta.

Cioè, distinguete la logica dei profeti di Israele dalla logica di una profezia come quella di Cassandra. “Cassandra” annuncia il male, e l’uomo può fare quello che vuole, di dritto o di storto o di traverso, ma quello che Cassandra ha detto prima o poi si verifica e si pone come un destino invincibile all’uomo.

Invece nei profeti, no! Nei profeti l’uomo ha una sua libertà che la profezia vuole suscitare: vuole chiedere il sì dell’uomo. Per cui, quando Giona il profeta va a dire, «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta!» (Gi 3, 4), non dice “se non vi convertite”. Giona fa una profezia così com’è: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta!». E invece, “quaranta giorni e Ninive non è distrutta”, perché si sono convertiti; perché se il Signore aveva annunciato quello, non era perché voleva distruggere Ninive, ma perché la voleva salvare. Quindi, se il Signore annuncia la distruzione del tempio, lo è non perché vuole distruggere il tempio, ma perché lo vuole salvare, e la possibilità c’è: la possibilità è data all’uomo, se l’uomo risponde positivamente a questa chiamata del Signore.

Ultimo elemento significativo. È il problema del riconoscimento di un vero Profeta. Perché di fronte a questo messaggio, e a quello che ha di scandaloso, Geremia è come invitato a dare le credenziali: “Tu mi pronunci parole di questo genere contro il tempio, ma chi te le fa dire?”. Ora, Geremia non può opporre nessuna sicurezza, se non la sua autonomia, se non il fatto che dice: «[14]Quanto a me, eccomi in mano vostra, fate di me come vi sembra bene e giusto; [15]ma sappiate bene che, se voi mi ucciderete, attirerete sangue innocente su di voi, su questa città e sui suoi abitanti, perché il Signore mi ha veramente inviato a voi per esporre ai vostri orecchi tutte queste cose».

“Il Signore mi ha veramente inviato a voi!”. Ma evidentemente questa non è una prova apodittica, cioè non è un criterio assoluto di riconoscimento del Profeta, ma è l’unico che Geremia può presentare. Il Profeta da questo punto di vista è una persona straordinariamente forte, perché quando annuncia la parola, annuncia la parola di Dio, che è capace di distruggere e di edificare; ma è anche straordinariamente debole perché non può dimostrare la verità delle cose che dice, non può dimostrare in senso stretto. Per cui troverete ancora in Geremia, ed è abbastanza significativo, nel cap. 27 e poi nel cap. 28:

  • Innanzitutto una situazione storica in cui Geremia viene mandato a compiere un’azione profetica.

  • E poi una lite con un altro profeta, con il profeta Anania.

  • Ci sono quindi due persone, e tutte due parlano nel nome del Signore, ma uno dice il contrario dell’altro!

  • Uno si oppone alla parola dell’altro, e quindi dei criteri esterni per scegliere l’uno e l’altro non ci sono.

Il brano sarebbe interessantissimo ed è anche bello, ma questo lo leggete poi per conto vostro. Perché Geremia va in giro con un giogo sul collo, un giogo di legno, e Anania glielo spezza (cfr. Ger 28, 12); e poi quello che viene dopo è simpaticissimo.

3. Il periodo di Ioiakìm è soprattutto un periodo di tensioni, in cui il Profeta in certi momenti viene a trovarsi praticamente isolato.

Dicevo che a questo punto siamo nel periodo di Ioiakìm; che cosa caratterizza questo periodo? Ebbene, un pochino l’abbiamo visto: Geremia è “ai ferri corti” con le autorità di Israele, con i sacerdoti e anche con il re, e la parola del profeta tende a diventare sempre più una parola pericolosa per lui.

“Pericolosa per lui”, significa: come dicevamo prima i profeti sono dei messaggeri, e questo va molto bene, solo che in italiano si dice che “messaggero non porta pena”, e si vuole dire che il messaggero è essenzialmente separato dal messaggio: cioè io porto il messaggio e poi non c’entro, è colui che mi ha mandato il responsabile di quanto io dico. Quindi se tu te la vuoi prendere con qualcuno non te la prendi con me, ma te la prendi con quello che mi ha mandato.

Ora questo va molto bene per gli ambasciatori ma non va bene per i profeti, perché i profeti portano pena: e molto Geremia ne “porta pena”! E l’abbiamo appena visto, ci ha quasi “rischiato la pelle”. Ma il periodo di Ioiakìm è soprattutto un periodo di tensioni, da questo punto di vista, in cui il Profeta in certi momenti viene a trovarsi praticamente isolato.

4. Geremia detta a Baruc, il suo segretario, un rotolo con una serie di parole di giudizio che il Signore gli aveva “dettato”.

Un capitolo ancora significativo da leggere è il 36, dove si parla di Geremia che detta a Baruc, il suo segretario, un rotolo. “Un rotolo” con una serie di parole di giudizio, quelle che il Signore gli aveva “dettato”; fa una antologia, raccoglie tutti gli oracoli di giudizio contro Gerusalemme che aveva pronunciato negli anni precedenti.

Siccome a Geremia è stato proibito di non andare più nel tempio a predicare, dopo quello che gli era capitato prima, allora ci manda Baruc, il quale prende il rotolo e lo legge. Quando si sentono dire parole di questo genere, che cosa si fa? Si confisca il rotolo. Il rotolo viene confiscato, viene portato dal re il quale è nel palazzo di invérno (si era al nono mese) con un braciere acceso davanti. Quando le udì – aveva letto tre o quattro colonne di questo rotolo – il re le lacerava con il temperino da scriba e le gettava nel fuoco sul braciere. Questa azione prendetela come una azione simbolica, cioè si tratta di annullare la parola che Geremia ha pronunciato e che è diventata scritto.

Ebbene, quella parola, come prima era stata scritta, ora viene cancellata, cioè viene bruciata. In realtà non servirà tanto perché, dopo che tutto il rotolo è stato bruciato, Geremia ne detta un secondo a Baruc con i supplementi, con le appendici, quindi lo scrive ancora più lungo. Ma quello che vuole dire è che siamo in un momento duro della profezia di quest’uomo, in cui il Profeta sta cominciando a pagare: è costretto a non parlare in pubblico, deve parlare attraverso Baruc, viene contestata la sua profezia, viene cancellato il suo rotolo, e così via.

5. Le “Lamentazioni” di Geremia

Ed è proprio per questo motivo che al periodo di Ioiakìm appartengono le cosiddette “Lamentazioni di Geremia”. Le “Confessioni” – che trovate in alcuni capitoli, 11 e 12, poi il 15, poi il 18, poi il 20 – sono una serie di testi strani nei libri profetici. Perché generalmente il Profeta – dicevamo prima messaggero, quindi parla al popolo in nome di Dio – invece in questi testi Geremia non parla al popolo, ma parla a Dio, e parla a Dio della sua esperienza personale. Sono tra i brani più originali e nello stesso tempo anche significativi dal punto di vista della esperienza religiosa, cioè permettono di entrare dentro all’esperienza vitale di quest’uomo, al come viveva il suo rapporto con Dio. Per esempio:

«[18]Il Signore me lo ha manifestato e io l’ho saputo; allora ha aperto i miei occhi sui loro intrighi. [19]Ero come un agnello mansueto che viene portato al macello, non sapevo che essi tramavano contro di me, dicendo: Abbattiamo l’albero nel suo rigoglio, strappiamolo dalla terra dei viventi; il suo nome non sia più ricordato» (Ger 11, 18-19).

Che vuole dire: Geremia era una persona semplice, che non vedeva dei nemici intorno a sé, ma vedeva tutte le persone come se fossero suoi fratelli e amici e parenti e conoscenti. Poi un giorno il Signore gli ha aperto gli occhi e gli ha fatto vedere gli intrighi degli avversari. Geremia si è sentito all’improvviso come «un agnello mansueto che viene condotto al macello», perché tramavano contro di lui. E allora il Profeta chiaramente si lamenta, perché questo vuole dire esperienza di solitudine, del sentirsi rifiutato ed emarginato. Infatti dice al cap. 12:

«[1]Tu sei troppo giusto, Signore, perché io possa discutere con te; ma vorrei solo rivolgerti una parola sulla giustizia. Perché le cose degli empi prosperano? Perché tutti i traditori sono tranquilli? [2]Tu li hai piantati ed essi hanno messo radici, crescono e producono frutto; tu sei vicino alla loro bocca, ma lontano dai loro cuori» (Ger 12, 1-2).

Quindi questo “lamento”, che è poi tradizionale, ma al quale lamento il Signore risponde in modo strano e inatteso. Allora, Geremia si lamenta perché intorno a lui ci sono degli avversari che lo stanno ingannando e minacciano di eliminarlo fisicamente.

Quindi Geremia si lamenta e dice: “Perché, Signore, permetti queste cose?”. Risposta del Signore:

«[5]Se, correndo con i pedoni, ti stanchi, come potrai gareggiare con i cavalli? Se non ti senti al sicuro in una regione pacifica, che farai nella boscaglia del Giordano? [6]Perfino i tuoi fratelli e la casa di tuo padre, perfino loro sono sleali con te; anch’essi ti gridano dietro a piena voce; non fidarti di loro quando ti dicono buone parole» (Ger 12, 5-6).

«[1]Tu sei troppo giusto», vuole dire: “Ebbene, te la prendi per così poco! Ma sta attento che ti capiterà di peggio, quindi preparati, preparati! Se ti stanchi adesso che devi correre semplicemente con dei pedoni, sta attento che in futuro dovrai correre con dei cavalli. Se adesso – che stai girando normalmente per la strada, per una strada liscia e tranquilla – caschi, stai attento che dovrai camminare nella boscaglia del Giordano, cioè in quella boscaglia intricata per la quale è difficilissimo passare…

6. Geremia ha iniziato la missione profetica con gioia e con letizia perché la parola di Dio gli era all’inizio gradevole. Ma poi, poi quella parola di Dio è diventata pesante.

Il Profeta dirà al cap. 15 (salto dei versetti altrimenti non finiamo più):

«[10]Me infelice, madre mia, che mi hai partorito oggetto di litigio e di contrasto per tutto il paese! Non ho preso prestiti, non ho prestato a nessuno, eppure tutti mi maledicono (…) [15]Tu lo sai, Signore, ricordati di me e aiutami, vendicati per me dei miei persecutori (…) [16]Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore, perché io portavo il tuo nome, Signore, Dio degli eserciti. [17]Non mi sono seduto per divertirmi nelle brigate di buontemponi, ma spinto dalla tua mano sedevo solitario, poiché mi avevi riempito di sdegno. [18]Perché il mio dolore è senza fine e la mia piaga incurabile non vuol guarire? Tu sei diventato per me un torrente infido, dalle acque incostanti» (Ger 15, 10.15.16-18).

Dunque, Geremia ha iniziato la missione profetica con gioia e con letizia perché la parola di Dio gli era all’inizio gradevole, una parola desiderata, tanto che Geremia l’ha divorata con avidità perché portava il nome di Dio, quindi apparteneva a Lui. Ma poi, poi quella parola di Dio è diventata pesante; pesante perché?

Perché, per esempio, la parola di Dio riempie Geremia di sdegno. Che cosa significa questo? Vuole dire quello che spiega un esegeta ebreo quando dice che il profeta è fondamentalmente quello che partecipa del pathos di Dio. E “partecipa del pathos di Dio”, vuole dire: che il profeta viene requisito da Dio e partecipa dell’atteggiamento, del coinvolgimento che Dio ha nella storia di Israele. Dio è coinvolto nella storia di Israele, partecipa, non è un Dio freddo, distaccato, insensibile, ma è un Dio che ama e si adira.

Ebbene, il profeta partecipa di questa esperienza vitale di Dio, e allora se Dio è sdegnato con Gerusalemme, Geremia è pieno di sdegno. È lo sdegno di Dio, non è il suo, ma è quello di Dio; solo che lo sdegno di Dio lo riempie, e se lo sdegno di Dio lo riempie, Geremia non riesce più a stare in mezzo alla baldoria, e gli piacerebbe tantissimo poter stare in mezzo agli altri e fare festa con gli altri. E invece: «[17]Non mi sono seduto per divertirmi nelle brigate di buontemponi». Questo è un rimprovero che Geremia fa al Signore: “Non me lo hai permesso! Perché spinto dalla tua mano, e non perché ne avessi voglia, «ma spinto dalla tua mano sedevo solitario, poiché mi avevi riempito di sdegno». Allora il Profeta ha fatto l’esperienza dolorosa del non poter vivere la gioia della comunicazione con gli altri serena e tranquilla.

7. Geremia è l’unico caso di celibato voluto da Dio, vocazionale nell’Antico Testamento. Geremia non deve sposarsi perché deve annunciare nella sua carne la sterilità, la infecondità di Gerusalemme, perché Gerusalemme non è più madre.

Fa parte di questo discorso, anche il celibato di Geremia. Geremia è l’unico caso di celibato voluto da Dio, vocazionale nell’Antico Testamento, ma che è legato a questo discorso: Geremia non deve sposarsi perché deve annunciare nella sua carne la sterilità, la infecondità di Gerusalemme, perché Gerusalemme non è più madre. Geremia deve annunciare questa incapacità di Gerusalemme di dare la vita, Gerusalemme d’ora in poi darà solo la morte e il celibato è per lui esperienza di morte. Quindi, celibato notevolmente negativo, però vocazionale: che annuncia e porta dentro di sé la volontà di Dio.

Allora si capisce che il Profeta:

  • Si lamenti, «[18]Perché il mio dolore è senza fine e la mia piaga incurabile non vuol guarire».

  • E accusi Dio: «Tu sei diventato per me un torrente infido, dalle acque incostanti». Cioè è diventato come uno di quei torrenti che per un pochino sono pieni d’acqua, e allora – dice il libro di Giobbe (cfr. 6, 15-18) – le carovane cosa fanno? Gli vanno dietro, perché c’è l’acqua e avremo da bere. Poi, dopo un po’ che vanno per il deserto, il torrente è secco e le carovane rimangono al secco. Quindi è un torrente che ha tradito la fiducia che le carovane ci avevano messo.

Ebbene, Geremia accusa Dio di tradimento, accusa Dio di averlo portato nella profezia con la promessa della sua parola, di una parola che era all’inizio gioia, e poi all’improvviso la gioia è venuta via e ci è rimasto solo il tragico della parola: ci è rimasto solo la sofferenza della parola.

«[19]Ha risposto allora il Signore: Se tu ritornerai a me, io ti riprenderò e starai alla mia presenza; se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca. Essi torneranno a te, mentre tu non dovrai tornare a loro, [20]ed io, per questo popolo, ti renderò come un muro durissimo di bronzo; combatteranno contro di te ma non potranno prevalere, perché io sarò con te per salvarti e per liberarti. Oracolo del Signore» (Ger 15, 19-20).

Anche qui la risposta è strana, perché Dio non risponde; Dio non si giustifica davanti a Geremia per dirgli: “No! Bada che io ho fatto! Bada che io voglio!”. No, niente di tutto questo! Ma il Signore dice: “Senti! Se ti converti, io ti torno a prendere come profeta! Se ti converti io ti confermo come profeta! Ti proteggerò come profeta perché nessuno ti possa chiudere la bocca, ma se tu hai voglia di convertirti”. Quindi è Geremia che deve convertirsi! Geremia ha accusato il Signore, ma il Signore gli rivolta la prospettiva: senza giustificarsi, lo invita a cambiare il suo atteggiamento, a convertirsi e ad accettare il ministero così come Dio glielo pone.

L’ultima affermazione di Geremia nelle “Confessioni” è quella famosa del cap. 20, ma la rileggete per conto vostro:

«[7]Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso (…)».

8. Geremia fa entrare la sua esperienza personale dentro la dimensione di rivelazione profetica.

Dicevo, questi testi sono preziosi perché sono tra quelli che introducono meglio nell’esperienza personale del Profeta. Generalmente gli altri profeti rivelano la parola di Dio ma fanno fatica a rivelare i propri sentimenti.

Ma Isaia certamente no! Isaia è così superiore a tutto quello che gli sta intorno che annuncia la parola come dall’alto, come una parola di Dio che mette gli ascoltatori di fronte alla volontà di Dio con inflessibilità.

E Ezechiele pure. Ezechiele è uno che nasconde tutti i suoi sentimenti dietro ad un’apparenza di freddezza; quindi capire che cosa Ezechiele pensasse o sentisse questo per noi è impossibile, tolto una volta quando gli è morta sua moglie, che parla un pochino di questo, ma appena e appena, altrimenti i sentimenti di Ezechiele non ci sono.

Invece in Geremia sì! Geremia è uno che da questo punto di vista si tradisce – cioè che si esprime. E non solo si tradisce ma fa entrare la sua esperienza personale dentro la dimensione di rivelazione profetica.

Qualche cosa di questo genere c’era già in Osea. In Osea l’esperienza matrimoniale che lui aveva fatto, era stata il punto di partenza per una rivelazione della parola divina. Ma in Geremia questo discorso diventa ancora più ricco e profondo.

– III –
Il terzo periodo di predicazione del profeta Geremia al tempo di Sedecia

1. Geremia, a motivo del suo messaggio, deve pagare delle sofferenze e delle persecuzioni grosse, e va a finire in galera, viene messo in una cisterna.

Terzo elemento (ma brevemente) sotto il tempo di Sedecia. “Sotto Sedecia”, vuole dire: negli ultimi anni che precedono la distruzione di Gerusalemme, e nei quali il Profeta annuncia la distruzione di Gerusalemme, e cerca di ottenere la resa di Gerusalemme ai Babilonesi. Sembra che Sedecia fosse non certamente un cattivo uomo, come soggetto, ma notevolmente debole di carattere e incapace di prendere delle decisioni impopolari o non condivise da altri.

Ora, il periodo che va dal 500 a. C. – e anche prima: sia il tempo di Ioiakìm, sia il regno di Sedecia – sono un periodo in cui sta sorgendo ormai la potenza di Babilonia. Nel 612 cade Ninive, quindi finisce praticamente l’Impero Assiro – finisce nel 605 a. C., ma grosso modo finisce l’Impero Assiro – e sale l’Impero Babilonese, quindi un altro dei grandi imperi dell’Oriente.

La politica di Gerusalemme è una politica pendolare che si piega a volte verso Babilonia e a volte verso l’Egitto. L’Egitto è un altro grande impero, “grande impero” per modo di dire perché a questo punto l’Egitto vale come il “due di coppe”, ma ha una sua tradizione, ha una sua nobiltà e forza apparente, per cui ci sono sempre in Gerusalemme dei partiti filoegiziani. Quindi ci sono partiti filoassiri o partiti filobabilonesi o partiti filoegiziani; allora la politica è una politica pendolare.

Geremia insiste nella resa a Babilonia. Ma, attenzione, annunciare o chiedere la resa a Babilonia, quando Babilonia sta venendo o quando l’esercito assedia Gerusalemme, vuole dire poi alla fine passare per amico del nemico, per una “quinta colonna” degli avversari. Per cui Geremia, a motivo di questo tipo di messaggio, deve pagare delle sofferenze e delle persecuzioni grosse; e va a finire in galera, viene messo in una cisterna e tutte queste cose… che sono le sue sofferenze.

2. Le sofferenze di Geremia

Nel cap. 36 la Bibbia di Gerusalemme intitola i capitoli seguenti: “Le sofferenze di Geremia”, che sono soprattutto sofferenze al tempo di Sedecia. Per esempio al cap. 38: “Geremia nella cisterna” – “Intervento di Ebed-Mèlech”, vuole dire che Geremia viene salvato in questo caso da un etiope, questo Ebed-Mèlech, che lo tira fuori dalla cisterna nella quale è stato gettato. E trovate, in modo molto significativo, i diversi dialoghi fra Geremia e il re; perché Sedecia interroga questo Profeta e sembrerebbe anche incline ad ascoltarlo ma non riesce a decidere, non riesce a sottrarsi all’influenza dei suoi consiglieri che vogliono invece la resistenza fino in fondo all’esercito babilonese.

Quello che ne viene fuori lo sapete. Distruzione di Gerusalemme con tutte le sofferenze e catastrofi che questo ha comportato, e che trovate descritte anche in modo molto efficace in questi capitoli.

3. Tutto quello che in questo Libro viene raccontato è la tragedia di Dio che distrugge quello che ha fatto, che distrugge quello che ha, quindi una sofferenza che è sofferenza di Baruc, sofferenza di Geremia, ma sofferenza di Dio stesso.

Volevo solo riprendere alcuni versetti significativi, uno è il cap. 45 che dice:

«[1]Questa è la parola che il profeta Geremia comunicò a Baruc figlio di Neria, quando egli scriveva queste parole in un libro sotto la dettatura di Geremia nel quarto anno di Ioiakìm figlio di Giosia, re di Giuda: [2]Dice il Signore, Dio di Israele, su di te, Baruc: [3]Tu hai detto: Guai a me poiché il Signore aggiunge tristezza al mio dolore. Io sono stanco dei miei gemiti e non trovo pace. [4]Dice il Signore: Ecco io demolisco ciò che ho edificato e sradico ciò che ho piantato; così per tutta la terra. [5]E tu vai cercando grandi cose per te? Non cercarle, poiché io manderò la sventura su ogni uomo. Oracolo del Signore. A te farò dono della vita come bottino, in tutti i luoghi dove tu andrai» (Ger 45, 1-5).

Questo è un piccolo oracolo, ma che potreste prendere come titolo del libro di Geremia, perché? Dunque, c’è quest’uomo, Baruc, che è stufo delle sue sofferenze e si lamenta con il Signore: «Io sono stanco dei miei gemiti e non trovo pace». E la risposta di Dio è paradossale, perché Dio dice: “Ma, ti lamenti tu… e cosa dovrei fare io?”. Cioè, “io sto demolendo quello che ho edificato, io mi sono costruito una città e un popolo e adesso lo sto demolendo. Io mi sono piantato una mia piantagione e adesso la distruggo, e così è per tutta la terra. E tu vai a cercare la pace! Non ti è possibile! Accontentati del fatto che io ti salverò la vita”.

Ma che cosa significa questo? Vuole dire che il dramma del Libro di Geremia è il dramma di Dio stesso! Tutto quello che in questo Libro viene raccontato è la tragedia di Dio che distrugge quello che ha fatto, che distrugge quello che ha, quindi una sofferenza che è sofferenza di Baruc, sofferenza di Geremia, ma sofferenza di Dio stesso. Quindi ecco quello che è successo dopo: la distruzione di Gerusalemme!

E ci sono alcuni capitoli che leggete poi per conto vostro, ma sono anche abbastanza facili e quindi non c’è bisogno di spiegazione.

– IV –
Il Libro della Consolazione

Dico solo un’ultima cosa. Tutto quello che ho detto va nella prospettiva di Geremia come profeta di giudizio, profeta di sventura. Le “Geremiadi” sono diventate famose proprio per questo.

Però ci sono alcuni capitoli di consolazione. Nel cap. 30 inizia quello che alcuni esegeti chiamano il “Libro della consolazione”. Non è lunghissimo perché comprende i capp. 30, 31, 32 e 33; però ci sono alcune cose significative.

1. Quando tutto è distrutto, i profeti sperano.

Il primo, nel cap. 32 c’è un piccolo oracolo stranissimo. Quando Gerusalemme è circondata ormai dagli eserciti nemici, assediata dai babilonesi, viene un cugino di Geremia a proporgli la compera di un campo in Anatòt. Ora se c’era una cosa stupida, era esattamente comprare il campo in quel momento lì, perché il campo in Anatòt è nelle mani dei babilonesi. Che cosa succederà dopo nessuno lo sa, e quindi comprare il campo non ha nessun significato dal punto di vista economico. Non ha significato dal punto di vista economico, ma Geremia lo compera. Viene fatto il contratto, viene sigillato, viene fatto il rogito, viene messo dentro la cassaforte, cioè tutto quello che è necessario fare, e poi Geremia spiega il perché di questo comportamento con una frase sola:

«[15]Poiché dice il Signore degli eserciti, Dio di Israele: Ancora si compreranno case, campi e vigne in questo, paese» (Ger 30, 15).

Che è stranissimo, perché Geremia ha annunciato per tanto tempo la distruzione, e adesso che siamo agli ultimi giorni dell’assedio, quando ormai non c’è più speranza, Geremia comincia a parlare di speranza, comincia a dire: «Ancora si compreranno case, campi e vigne in questo, paese». Ed è tipico per lui, ma non solo per lui. Anche Ezechiele sarà così: farà il profeta di sventura fino al 586 a.C., fino alla distruzione di Gerusalemme, poi diventerà un profeta di speranza. Cioè, quando tutto è distrutto, i profeti sperano.

2. L’annuncio di un’alleanza nuova, interiore, scritta nei cuori; non scritta nelle tavole come la vecchia alleanza del Sinai, ma scritta nei cuori.

Il secondo oracolo è chiaramente quello famoso della “Nuova Alleanza”, al cap. 31, 31-33:

«[31] Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova. [32]Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore. [33]Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo».

Che è l’annuncio di un’alleanza nuova, interiore, scritta nei cuori; non scritta nelle tavole come la vecchia alleanza del Sinai, ma scritta nei cuori. Che è oracolo importantissimo per noi, perché è quello che Gesù richiama nell’“ultima cena”, quando parla della Nuova Alleanza.

È uno degli oracoli fondamentali per capire il senso del Nuovo Testamento, e apre tutta la strada a quella visione di “interiorizzazione della legge”, che culminerà poi nella dottrina paolina dello Spirito Santo: della legge scritta nei cuori, della legge cristiana come legge

E in questo senso è uno degli oracoli certamente più importanti dell’Antico Testamento.

* Cv. Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto in uno stile parlato e in una forma didattica e con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.

CON MARIA, MADRE DEL REDENTORE – 10

Le nozze di Cana

Veglia di preghiera in Duomo per la Madonna della Piazza

Dal Vangelo secondo Giovanni (2, 1-11):

[1] tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù.

[2] Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.

[3] Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino».

[4] E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora».

[5] La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà».

[6] Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili.

[7] E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le giare»; e le riempirono fino all’orlo.

[8] Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono.

[9] E come ebbe assaggiata l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo

[10] e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono».

[11] Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Parola del Signore!

Lo Spirito di sapienza e di intelligenza, lo Spirito Santo che ha guidato S. Giovanni nello scrivere il suo Vangelo, guidi anche noi nella comprensione della parola che abbiamo ascoltato e che abbiamo acclamato come parola di Dio. Riconosciamo di essere di fronte ad una parola che ci supera immensamente, che è più profonda di quanto non sappia essere la nostra intelligenza, che richiede l’illuminazione della fede per essere compresa correttamente.

Dunque, dice S. Giovanni: “Il terzo giorno vi fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù”. Uno sposalizio: vuol dire festa, gioia. È anzitutto la gioia degli sposi, poi, attorno a loro, la gioia degli invitati che partecipano della gioia degli sposi. Vogliamo accogliere anche noi l’invito, questa sera; vogliamo andare a Cana anche noi per festeggiare con Gesù la vita, per celebrare l’amore umano e l’amicizia. In realtà, però, andando a Cana, cerchiamo qualcosa di più di una semplice festa di nozze. Ce lo suggerisce S. Giovanni al termine del brano, quando scrive: “Gesù fece questo inizio dei segni a Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”.

“L’inizio dei segni”: la parola è inattesa, ma proprio per questo preziosa; ci aiuta ad entrare dentro al mistero. Il segno è una realtà sensibile che si vede con gli occhi, ma nello stesso tempo possiede un significato che può essere percepito solo con l’occhio interiore, con l’intelligenza che “legge dentro” ai segni.

L’episodio di Cana è così.

Spalanchiamo i nostri occhi di carne per vedere attentamente i fatti; ma spalanchiamo anche gli occhi del nostro cuore per comprendere in profondità. Solo così potremo a Cana riconoscere la gloria di Gesù.

Ma che cosa significa questa espressione: “manifestò la sua gloria?”. Già nel prologo del Vangelo Giovanni aveva scritto che il Verbo, (cioè la parola eterna di Dio) “si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Per questo “noi abbiamo visto la sua gloria come di unigenito dal Padre”; siccome Gesù è veramente “carne”, l’abbiamo potuto vedere; ma siccome è nello stesso tempo il Verbo di Dio, nella sua “carne” abbiamo contemplato la gloria di Dio, la bellezza, lo splendore di Dio. Abbiamo potuto raggiungere “la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo”, direbbe S. Paolo (2 Cor 4,6).

Capita a volte di incontrare dei volti belli, espressivi; volti che portano scritto sopra di se la saggezza che viene da una vita di autenticità, la bontà che nasce da una lunga esperienza d’amore; volti che sono così trasparenti da fare vedere la purezza del cuore.

Il volto di Gesù è bello; e non solo di quella bellezza che viene dalla verità della vita, ma della bellezza stessa di Dio. Se ci stiamo attenti, possiamo riconoscere sul volto di Gesù la bellezza, lo splendore, la luce, la santità, l’amore stesso di Dio. I discepoli hanno fatto questo cammino di fede a Cana (“manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”); e noi siamo invitati a fare noi stessi l’identico itinerario. Anche la presenza di Maria a Cana vuole condurci a questo: riconoscere sul volto del suo Figlio la gloria di Dio.

Ma in che cosa consiste la “gloria” che viene manifestata a Cana?

Se avessi dovuto narrare io l’episodio di Cana, probabilmente avrei scritto: ‘‘..Gesù manifestò la sua potenza”: cambiando l’acqua in vino, Gesù ha mostrato di possedere un potere sovrumano sorprendente. Giovanni, invece, ha preferito dire: Gesù “manifestò la sua gloria”, manifestò se stesso come Figlio unigenito di Dio. È proprio questo che dobbiamo capire: il rapporto tra il segno di Cana e la rivelazione di Gesù, la sua presenza in mezzo agli uomini.

Succede, dunque, a questa festa che all’improvviso viene a mancare il vino; si rischia così che venga meno la gioia stessa. Il Signore, infatti, ha donato il vino perché allieti il cuore dell’uomo. Per questo il vino è proprio al suo posto in una festa di nozze. È lì per dire la gioia e il gusto della vita, la bellezza e la bontà dell’amore umano. Si comprende allora la gravità di quella nota: “Nel frattempo, venuto a mancare il vino, …”.

Che il vino venga a mancare significa che si inaridisce la sorgente della gioia, che si perde il gusto di far festa e di celebrare la vita.

Ebbene, questo è proprio quello che accade frequentemente nella nostra vita: accade che in quella lunga festa che dovrebbe essere la vita, viene a mancare il vino, viene meno la gioia. Può succedere a un ragazzo e ad una ragazza: si sono sposati perché si volevano bene e hanno iniziato con entusiasmo il cammino insieme.

Ma poi, coi passare dei giorni, all’entusiasmo subentra l’abitudine, poi la stanchezza, poi la rassegnazione. Capita lo stesso al giovane che affronta la vita con grinta: ha un desiderio forte di compiere nella vita qualcosa di bello e di grande, sogna che la sua vita possa essere utile agli altri. Ma poi la pesantezza del lavoro, la fatica del quotidiano, corrodono l’entusiasmo; gli insuccessi tolgono la sicurezza e l’uomo si trova stanco e avvilito.

È l’esperienza di Cana: “…venuto a mancare vino…”.

A Cana rimane per gli invitati solo dell’acqua; e l’acqua è certamente preziosa, ma non può certo dare alla festa il gusto della gioia. Fin qui si capisce. L’uomo è intelligente, l’uomo è forte, l’uomo è ricco, l’uomo è potente, e potremmo aggiungere molti altri aggettivi per esprimere la grandezza dell’uomo. Vengono però nella vita dei momenti di verità, quando l’uomo deve riconoscere che con tutta la sua ricchezza egli rimane pur sempre un povero, un mendicante; deve riconoscere che gli rimane solo dell’acqua, che egli non è capace di dare alla sua vita la gioia di cui pure sente il bisogno forte.

Proprio qui si colloca il messaggio del Vangelo: dove Gesù è presente, anche l’acqua (quella acqua che doveva servire per le purificazioni dei Giudei), anche l’acqua può diventare vino, anzi un vino migliore di quello che c’era prima; può rinascere la gioia di vivere, la grinta nell’affrontare le difficoltà della vita.

C’è una gioia che viene dal successo, ma c’è anche una gioia che scaturisce dalla presenza del Signore nella nostra vita; c’è una forza per affrontare positivamente la vita che nasce dalla ricchezza di doti che una persona possiede; ma c’è una forza che nasce piuttosto dal dono che riceviamo dal Signore, dal dono gratuito del suo amore.

Possiamo allora leggere l’episodio di Cana come un itinerario di fede: Gesù si rivela come colui che può dare all’uomo la gioia, il gusto della vita, un senso nella vita, ”e i suoi discepoli credono in lui”.

Ma quale posto tocca a Maria in questo itinerario di fede e di speranza?

“Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino»”. È una osservazione semplicissima ma preziosa: vuole dire che Maria è stata attenta, premurosa; è stata capace di rendersi conto della situazione e di vedere ciò di cui c’era bisogno. È il primo, piccolo passo dell’amore: l’attenzione; rendersi conto di quando c’è bisogno di qualche cosa, di una parola, ad esempio, o di un sorriso o di un orecchio capace di ascoltare quando qualcuno ha bisogno di sfogarsi, di esprimere quello che sente dentro.

Capita spesso, infatti, che le necessità degli altri ci sfiorano senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Ci accorgiamo del mendicante che ci afferra la manica del vestito e ci costringe a voltarci, ma non ci accorgiamo di tutte le necessità o i bisogni o le attese o le speranze delle persone che ci passano vicino. Il primo atteggiamento che Maria ci insegna è questo: l’attenzione, l’essere attenti agli altri e a ciò di cui gli altri possono avere bisogno.

Ma poi questa attenzione diventa comportamento attivo.

Dice Maria a Gesù: “Non hanno più vino”, che è evidentemente un modo molto discreto di chiedere l’intervento di Gesù e certamente, nel contesto, un intervento miracoloso. Maria sa che Gesù può rispondere alla povertà dell’uomo con la sua infinita ricchezza e col suo amore.

Ci sorprende la risposta di Gesù: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”. Possiamo interpretare questa espressione strana (“Che ho da fare con te, o donna?”) con un parallelo giovanneo a un famoso episodio narrato in Luca. Là si racconta di una donna che, sentendo parlare Gesù, alzò la voce di mezzo alla folla per dire: “Beato il ventre che ti ha portato e il petto che ti ha nutrito”. A lei Gesù rispose: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”.

A una donna che voleva magnificare la maternità umana di Maria, Gesù risponde invitando piuttosto a cogliere la ricchezza e la profondità di rapporti nuovi, che nascono in mezzo agli uomini a motivo della fede e uniscono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica.

Viene diminuita in questo modo la grandezza di Maria? Al contrario!

È proprio così che la grandezza di Maria viene compresa; se Maria è grande, lo è soprattutto perché ha accolto con docilità la parola del Signore e a quella parola ha sottomesso la sua vita. Come sottolinea S. Agostino, Maria ha concepito prima nella fede e poi nel suo grembo; la sua grandezza sta nella profondità della fede. Il testo di Giovanni ci guida verso una considerazione simile.

“Che ho da fare con te, o donna?”.

Queste parole vogliono impostare in modo nuovo il rapporto tra Gesù e Maria. Gesù, d’ora in poi, non sarà più semplicemente il figlio di Maria; egli dà inizio al suo mistero messianico e deve portare il Regno di Dio in mezzo agli uomini. Nello stesso modo anche Maria, d’ora in poi, non sarà più semplicemente colei che all’anagrafe è conosciuta come la madre di Gesù, ma dovrà esercitare una missione, un compito all’interno del compito messianico del suo Figlio.

Ormai non c’è più posto per il rapporto privato tra Gesù e Maria: l’uno e l’altra hanno un compito da svolgere nei confronti degli uomini e quindi nella realizzazione del piano della salvezza: “Che ho da fare con te, o donna?”.

Poi ancora: “Non è ancora giunta la mia ora”.

Anche queste parole stupiscono chi considera che, in realtà, l’ora del miracolo è venuta, perché di fatto Gesù cambierà l’acqua in vino. Che senso allora hanno le parole?

Forse è noto che nel Vangelo di Giovanni si parla spesso dell’ora di Gesù e la si identifica con la Pasqua in cui Gesù sarà glorificato. Al cap. 13° del Vangelo, quando inizia il racconto della Passione, leggiamo:

“Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo avere amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”.

Questa è l’ora di Gesù, l’ora in cui Gesù realizza la sua missione; e come? “Passando da questo mondo al Padre”, uscendo dai limiti della condizione umana che aveva assunto con l’incarnazione, per partecipare, anche come uomo, alla pienezza della vita del Padre. E come avviene questo passaggio?

Amando! Gesù non ha fatto altro che amare i suoi in tutta la vita; ora egli porta a compimento questo amore, donando la vita.

Ma che senso può avere dire queste cose a Cana? Dire che non è ancora il momento della Passione e della Pasqua?

È un aiuto a capire bene. Vedremo l’acqua trasformata in vino; ma che si stia bene attenti a non intendere questo solo come un gioco di potenza. Già in questo gesto si manifesta l’amore di Gesù per noi, quell’amore che egli manifesterà pienamente nella Passione. Le nozze di Cana, perciò, andranno interpretate alla luce della Pasqua, come inizio del cammino che condurrà Gesù al Padre attraverso la morte, attraverso una esistenza consacrata nell’amore. Anche Cana è una rivelazione d’amore: l’inizio della rivelazione dell’amore di Dio.

Il compimento pieno sarà la croce, quando Gesù darà la sua vita, perché “non c’è amore più grande di chi dona la vita per i suoi amici”. Di questo amore Cana incomincia a donarci i primi segni, la prima manifestazione. E allora se uno vuole capire Cana, non lo deve isolare come un gesto a se, ma piuttosto collocarlo insieme a tutti gli altri gesti di Gesù che conducono al cammino di morte e risurrezione.

“La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà””. Sono le parole decisive di Maria, che dobbiamo chiedere vengano scritte dentro di noi, nel nostro cuore; sono come un dono che Maria, con la sua fede, fa a noi; lei ha fede nel suo Figlio e chiede a noi di avere la sua stessa fede, di fidarci di Gesù come si fida lei stessa. Gesù inviterà i servi ad attingere acqua e a portarla al maestro di tavola. Di per se è un gesto paradossale; a che cosa può servire l’acqua in un pranzo di nozze? Eppure è proprio questo che viene chiesto ai servi e viene chiesto molte volte a noi: fidarci della parola di Gesù e obbedire a lui.

Quante volte sembra che il Vangelo ci chieda delle cose assurde, dei comportamenti duri e difficili! È proprio in questi momenti, quando la parola di Gesù si scontra con i nostri desideri o le nostre idee, che viene messa a prova la fede: “Fate quello che egli vi dirà”.

È una parola simile a quella che alcuni discepoli hanno udito da Dio stesso, dal Padre, nell’episodio della trasfigurazione. Pochi giorni prima Gesù aveva incominciato a parlare della passione e i discepoli si erano scandalizzati; e, al momento della trasfigurazione ci fu una voce dal cielo: “Questi è il mio Figlio prediletto. Ascoltatelo!”. Ascoltatelo anche se parla di passione e di morte, ascoltatelo anche se le sue parole vanno contro le vostre attese e i vostri desideri. Obbedite a lui anche se vi chiede di portare la vostra croce per seguirlo. Fidatevi! “Fate quello che egli vi dirà”.

C’è in queste parole tutta la sapienza di Maria, tutta la sapienza del Vangelo. Maria impresta agli uomini la sua fede; l’impresta ai servi nel banchetto di Cana, l’impresta a noi nel cammino della nostra vita di fede. Nella sua Enciclica “Redemptoris Mater” il Papa insiste su questo aspetto: che la fede di Maria ha preceduto la nostra fede. È come se lei stessa ci avesse insegnato la strada. Ma non solo Maria ci ha insegnato la strada tanti anni fa, quando a Cana ha guidato i servi all’obbedienza; essa insegna a noi la strada oggi, cammina davanti a noi, ci invita a seguire la sua stessa fede, a stare nei confronti di Gesù in quell’atteggiamento di obbedienza e di docilità che ha scelto lei stessa di fronte alla parola di Dio.

Ed è quello che chiediamo come dono anche in questa veglia: che Maria ci doni la sua fede, che cammini davanti a noi e ci insegni a seguirla con fiducia e costanza, sapendo ascoltare la parola di Gesù e dare ragione a Gesù; imparando a fare quello che il Signore ci chiede (quello che il Vangelo ci chiede), anche quando chiede delle cose difficili o delle cose che sembrano scontrarsi con la vita: quando ci chiede di perdonare, di essere misericordiosi, quando ci chiede di rinunciare al nostro egoismo per vivere l’unità e la fraternità, quando ci chiede di fare della nostra vita un dono e un sacrificio, come un dono e un sacrificio ha fatto egli stesso della sua vita per noi.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

Con Maria, Madre del Redentore – 9

Bocca di Magra, 30-31 ottobre – 1 novembre 1987

Esercizi spirituali ai giovani e agli adulti

Con Maria, Madre del Redentore

5ª Meditazione

La preghiera del Rosario

Siamo riusciti a commentare solo alcune pagine dell’Enciclica del Papa: mi sarebbe piaciuto soprattutto poter commentare quel paragrafo 3 della prima parte, che è intitolato: “Ecco la tua madre”, che è meditazione di alcuni testi biblici, soprattutto dei testi del Vangelo di Giovanni che riguardano Maria. Ho preferito però lasciare questo per un’altra occasione, se e quando il Signore lo vorrà, e dire invece come ultima meditazione qualche cosa sulla preghiera del Rosario, che riassume un pochino tutte le cose che abbiamo detto, e che può rimanere come proposito degli esercizi.

Se qualcuno vuole ricavare qualche cosa dagli esercizi, credo che il ritorno al Rosario possa essere un frutto buono. Provo allora a dire alcune cose su questa preghiera, ma, come vedrete, non saranno solo riflessioni sulla preghiera in se, ma sul significato della presenza di Maria e sui misteri della vita del Signore.

Il rosario si chiama anche “Salterio della beata Vergine”. Si chiama così perché è nato inizialmente proprio come trasposizione popolare del salterio. Il salterio, cioè il libro dei 150 Salmi, è stato tradizionalmente la preghiera fondamentale della Chiesa, di tutto il popolo di Dio nei primi secoli della Chiesa.

Poi pian piano è diventata una preghiera proprio solo del clero: dei monaci, per due motivi: primo, per difficoltà pratiche: il salterio era un libro e i libri costavano troppo; per molta gente potersi comperare il salterio era impossibile; secondo, per un motivo di interpretazione, perché il salterio è una preghiera ebraica. In realtà possiamo ben dire che il salterio non è solo una preghiera ebraica, è anche una preghiera cristiana, e il cristiano quando prega il salterio, vi trova Gesù Cristo e la rivelazione di Dio in Gesù Cristo.

Se un cristiano prega il Salmo 117° (un Salmo caratteristico della domenica) vi trova il rendimento di grazie di uno che è andato vicino alla morte e che Dio ha protetto e custodito. Ebbene, nella preghiera cristiana, il protagonista del Salmo è Gesù Cristo nella sua Pasqua di morte e risurrezione. Ma leggere così il salterio non è cosa facile e può capitare che una persona si trovi a leggere i Salmi senza cavarci molto frutto, senza riuscire a leggerli come preghiera profondamente cristiana.

Per questo la recita dei Salmi era stata accompagnata molte volte da un versetto, da una antifona che cercava di suggerire la lettura cristiana del Salmo. Pian piano questi versetti, che accompagnavano i Salmi, sono diventati una specie di preghiera autonoma, come delle piccole confessioni di fede, delle preghiere di lode e di ringraziamento al Signore per la sua opera di salvezza e si sono raggruppati in quelli che per noi sono ormai i misteri del Rosario. Allora le 150 Ave Maria hanno preso a sostituire i 150 Salmi e, legate con la meditazione della vita di Gesù, cioè con i misteri, hanno offerto al cristiano, che non aveva una cultura teologica profonda o che non aveva la possibilità di comperarsi il libro dei Salmi, la possibilità di una preghiera ricca che permettesse la interiorizzazione dei misteri e della vita del Signore.

Questo sia come premessa.

IL ROSARIO, come sapete, è costituito da alcune formule, che sono il Padre nostro, l’Ave Maria, il Gloria, la Salve Regina e le litanie; poi ci sono i Misteri: quindici misteri della gioia, del dolore, della gloria e quella ripetizione dell’Ave Maria per 150 volte. Il rosario completo è costituito da 150 Ave Maria, che corrispondono appunto ai 150 Salmi. Lascio da parte le formule, non perché non siano importanti, ma perché, spiegare il Padre nostro, richiederebbe un corso di esercizi a parte. Per l’Ave Maria molte cose abbiamo detto in questo corso di esercizi, e provo invece a dire due cose: una sulla preghiera di ripetizione e l’altra sui misteri che si meditano nel rosario.

Preghiera di ripetizione

È cosa che per molti fa difficoltà.

Si dice: A ripetere per 50 volte la stessa formula io mi stanco, mi distraggo, non riesco a mantenere ferma l’attenzione; poi questo moltiplicare le parole sembra che vada contro il comando del Signore, il quale dice nel Vangelo di Matteo: “Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole”. Faceva parte del comportamento religioso pagano questa tattica di ripetere all’infinito una richiesta per ottenere l’esaudimento certo da parte della divinità, e Gesù lo rifiuta questo modo di pregare.

Ora evidentemente, se uno pensa alla ripetizione come una formula magica di esaudimento, si mette contro il Vangelo. Non è certamente così: Dio non è una forza anonima da potere accalappiare attraverso delle formule per quanto belle. Quello che riesce ad accalappiare il Signore è il cuore: una preghiera che nasca come espressione dell’interno dell’uomo, del suo centro, e sia espressione del suo desiderio.

Chi vuole pregare bene deve desiderare molto, e la preghiera serve ad allargare il cuore in modo che il desiderio diventi il più grande possibile.

Così dice S. Agostino: Quando tu preghi, non preghi per fare sapere a Dio quello di cui hai bisogno, lo sa bene anche lui quello di cui hai bisogno, ma tu hai bisogno di pregare perché il tuo desiderio si allarghi e diventi grande, perché quanto più grande è il tuo desiderio, tanto più l’esaudimento di Dio diventa grande. Dio può anche darti tutte le grazie di questo mondo, ma se il tuo cuore è piccolo nel riceverle, ce ne sta dentro poco. Ma se, invece, con la preghiera allarghi il cuore e incominci a desiderare e a desiderare molto con le preghiere, con i sospiri e con le lacrime, allora la grazia di Dio trova un cuore disponibile e aperto, e lo riempie e lo inonda. La preghiera serve a quello.

Pregare bene vuole dire desiderare molto, secondo S. Agostino. La preghiera si innesta nel cuore.

Ora la preghiera di ripetizione dovrebbe servire proprio a questo. Se uno pensa alla preghiera come un fatto di comprensione intellettuale, evidentemente non serve ripetere 150 volte la stessa formula. Dopo che uno l’ha capita, è difficile che riesca a trovare sempre qualche cosa di nuovo dal punto di vista intellettuale.

Ma se uno pensa che la preghiera è un fatto prima di tutto di cuore, di desiderio, allora la ripetizione serve, e come! Proprio perché la ripetizione allarga il cuore, dilata il desiderio. Uno può ripetere venti volte la stessa formula, se quella formula viene fuori dal cuore, lo esprime e lo allarga.

La preghiera di ripetizione è come uno stare fermi alla presenza del Signore. Usa che qualcuno si mette a fare la cura del sole e sta sotto i raggi del sole e ci sta per cinque minuti, e poi, se riesce, per dieci, poi per un quarto d’ora, poi per mezz’ora, perché alla fine è il sole che fa l’effetto di scurire la pelle, ed è quello che lui cerca.

Quando una persona prega, si mette alla presenza di Dio, e stando davanti a lui, se ci sta con perseveranza e con pazienza, non sono necessarie molte parole diverse; non è che si deve fare una arringa a Dio come farebbe un ottimo avvocato. È necessario solo che le parole gli servano a stimolare il cuore, a dire il desiderio, ad esprimere la volontà di amore del Signore e di amore del suo progetto di salvezza. Quindi la preghiera di ripetizione è come un intrattenersi con Dio e calmarsi.

La preghiera di ripetizione serve a ottenere la calma. Eventualmente anche la calma psicologica, ma soprattutto la calma del cuore. In una preghiera di ripetizione le parole sono come il letto di un fiume, diceva Romano Guardini, su cui scorre la preghiera. Per cui non è nemmeno necessario che nella preghiera di ripetizione uno stia attento a tutte e singole le parole; non ci si riuscirebbe. Bisognerebbe che un’Ave Maria, in questo caso, fosse detta in cinque minuti, ma non è necessario. Quello che è necessario è che il corso della preghiera aiuti a mantenere l’attenzione al Signore, l’attenzione del cuore.

Voi ricordate la famosa “preghiera di Gesù”. La preghiera di Gesù è una preghiera che ha una lunghissima tradizione nella Chiesa di oriente, e consiste semplicemente nel ripetere con calma la medesima formula, più o meno questa:

Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore.

E quella formula uno la ripete per tutta la giornata. Gli orientali hanno studiato addirittura il modo di allacciarla al ritmo del respiro, ma questo non mi interessa. Quello che mi interessa è questo tipo di preghiera che consiste nella ripetizione di una formula dove è presente il nome di Gesù. E siccome quel nome di Gesù per un cristiano è un nome bello, che suscita la gioia, lo stupore, l’adorazione, che suscita tutti gli atteggiamenti religiosi del cuore, quella ripetizione è una preghiera bella e grande. Torno a dire, la tradizione orientale si è fermata moltissimo su questa preghiera.

C’è una tradizione secondo cui S. Maria Egiziaca, che era una prostituta di Alessandria, ha ricevuto dal Signore proprio questo comando:

«Lascia ogni cosa, va nella solitudine e ripeti solo queste parole: O tu che mi hai creata, abbi pietà di me».

E questa donna è diventata santa ripetendo semplicemente questa formula. Non è evidentemente la formula che salva, quello che salva è il cuore, per cui le formule non vanno messe solo sulla bocca e neanche solo nella testa; una formula in testa va anche bene, (è una preghiera di intelligenza), ma bisogna che le formule scendano nel cuore. Questo non è difficile, non è impossibile.

La formula di ripetizione serve esattamente a questo: che partendo, se volete, dall’esterno, (perché uno quando si mette a pregare non è ancora particolarmente raccolto, è ancora distratto per l’ultima discussione che ha fatto, per gli affari che lo preoccupano, per il futuro), ma poi la ripetizione dovrebbe portare al raccoglimento, a introdurre pian piano, fino nel profondo del cuore, quella parola che viene pronunciata, in modo che diventi un respiro del cuore, un desiderio del cuore.

Questo richiede che la preghiera di ripetizione sia fatta lentamente, calma, senza corsa, e credo senza fatica. Non si dovrebbe fare una gran fatica a pregare; è vero che io faccio fatica a stare in ginocchio, faccio fatica a fare una preghiera complicata, lunga ecc., ma una preghiera di ripetizione non dovrebbe costare fatica né dal punto di vista fisico, né dal punto di vista psicologico.

Costa fatica incominciare a pregare.

Questo è molto vero, perché succede che quando uno si mette a pregare, gli vengono sempre in mente venti cose urgenti che sarebbero da fare prima: c’è da leggere il giornale, c’è da scrivere quella lettera, c’è da telefonare a Tizio o a Caio; questo è molto frequente e proprio lì sta la fatica nel mettersi a pregare, nel tagliare le altre occupazioni e lasciare da parte gli altri progetti. Ma una volta che uno si è messo a pregare, non dovrebbe fare fatica. La preghiera non costa di per se, è come un fare la cura del sole. Ci sono delle preghiere che costano un pochino più fatica: la preghiera dei Salmi per certi aspetti è più difficile, perché lì si chiede una attenzione che segua il contenuto del Salmo, e questo diventa possibile man mano che si è riusciti a interiorizzare l’atteggiamento fondamentale di ogni Salmo, ma all’inizio costa un pochino più fatica. L’Ave Maria, – il rosario – non dovrebbe costare molta fatica.

Questo allora è il significato della ripetizione: c’è la ripetizione per portare lentamente il nostro cuore alla calma, al silenzio, al desiderio, alla profondità, perché, torno a dire, quello che conta in una preghiera, non è la profondità delle formule, ma è la profondità a cui la preghiera si innesta, si radica.

Quanto più scende dentro al cuore, tanto più una preghiera è valida, anche se le formule fossero semplici e infantili. Questo conta relativamente, perché il Signore non è un giudice che deve giudicare sulla base della bellezza dell’arringa che sto pronunciando; quello che conta è che dentro alle parole che dico, ci sia veramente la profondità della mia vita.

Misteri del Rosario

I misteri del rosario, una volta, si chiamavano le meditazioni che accompagnano il rosario. È entrata questa formula “i misteri”, che certamente è una formula significativa.

Perché “Misteri”?

Io direi: se prendo la risurrezione, l’ascensione di Gesù, posso dire che è un mistero, perché c’è qualcosa che supera infinitamente la mia intelligenza; ma la visita di Maria a S. Elisabetta, per esempio, è un mistero anche questo? Sembra proprio di sì!

Prendo come punto di partenza un brano della seconda Lettera ai Corinzi (4, 3-6). Dice S. Paolo:

[3] Se il nostro vangelo rimane velato, è per coloro che si perdono,

[4] ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio.

[5] Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù.

[6] E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo”.

Per capire questo brano, dovete pensare all’esperienza di S. Paolo. S. Paolo per un po’ ha sentito parlare di Gesù Cristo e se ne era fatto l’idea come di un pericolo per la religione ebraica, iniziatore di un movimento separatista mezzo scismatico ed eretico; per questo aveva combattuto Gesù Cristo.

L’aveva combattuto come un empio peccatore, nemico di Dio e della religione. Poi, all’improvviso, sulla via di Damasco, “Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per fare risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo”.

All’improvviso Paolo ha visto una luce e ha visto Gesù con degli occhi diversi; lo ha visto bello della bellezza stessa di Dio, della gloria di Dio; sul volto di Gesù Cristo ha riconosciuto la gloria e la bellezza di Dio. Quell’esperienza è stata per Paolo come una nuova creazione, è stato come all’inizio del mondo, quando c’era caos e tenebre e “Dio disse: Sia la luce! E la luce fu”. All’improvviso la luce creata da Dio ha squarciato le tenebre e ha incominciato a creare il mondo. Per Paolo è successo lo stesso: all’improvviso la luce di Dio ha squarciato le tenebre della mente e del suo cuore e gli ha fatto vedere la bellezza di Gesù.

Torno a leggere:

“per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo”.

Che cosa vuoi dire?

Il volto di Cristo è un volto umano, apparteneva alla nostra razza, era figlio di Maria di Nazaret. Però quel volto possiede la bellezza della gloria di Dio. Se uno capisce questo, capisce che cosa sono i “misteri”!

Provo a spiegarlo in un altro modo. Voi ricordate che nel prologo del Vangelo di S. Giovanni c’è quel versetto famoso che dice che “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. (Gv 1,14) La parola “carne” nel vocabolario biblico fa riferimento alla natura umana, considerata come una natura debole, fragile, sottomessa alla morte, al limite, all’ignoranza, alla povertà.

Nel vocabolario biblico tra la Parola di Dio e la carne dell’uomo c’è una distanza infinita. Ebbene, dice San Giovanni, “la Parola di Dio si è fatta carne”, cioè ha preso una natura debole, limitata, fragile com’è la natura umana; e allora “venne ad abitare in mezzo a noi e noi abbiamo visto la sia gloria, gloria come di unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità”. “Noi abbiamo visto la sua gloria”.

Vuol dire ancora quello che notavamo prima: abbiamo visto la divinità in lui, il volto di Dio in lui. In quel volto umano di Gesù, nella carne di Gesù, abbiamo visto il volto di Dio.

Notate: nella carne; questo è importante. Voi sapete (se non lo sapete ve lo dico io – che nel Concilio di Calcedonia (IV Concilio Ecumenico, anno 541 d.C.), uno dei concili fondamentali della nostra fede) è stata proposta quella definizione che viene poi ripresa nel catechismo: che Gesù Cristo è una persona sola in due nature, natura umana e natura divina. Debbono essere messe insieme tutte e due, perché solo se le mettete insieme, la natura umana e la natura divina, può avvenire la rivelazione.

Perché se Gesù non è Dio, cosa mi rivela?

Non può certamente rivelare Dio. Ma se Gesù non è veramente uomo, non mi può certamente rivelare Dio, perché quello che io posso vedere è proprio l’uomo; io posso semplicemente vedere, toccare, ascoltare, contemplare l’uomo Gesù di Nazaret, la carne di Gesù.

Il problema è se in quella carne io posso vedere il volto stesso di Dio. Questo è il mistero dell’incarnazione, mistero centrale della rivelazione cristiana: il fatto che il volto misterioso e irraggiungibile di Dio si manifesta attraverso l’esistenza umana dell’uomo Gesù di Nazaret, di un uomo concreto. Per questo S. Giovanni potrà dire nella 1ª lettera:

“Quello che era fin da principio, quello che abbiamo udito con i nostri orecchi, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita”.

Le nostre mani hanno toccato il Verbo della vita. Questo è assolutamente inconcepibile; il Verbo della vita è la parola eterna di Dio, ma è questo che le nostre mani hanno toccato, è questo che i nostri occhi hanno visto. Se voi tenete presente questo, voi capite che tutte le parole e tutti i gesti di Gesù diventano mistero. Non mistero perché sono incomprensibili, ma mistero perché rivelano Dio.

Pensate al miracolo che abbiamo ascoltato venerdì mattina a messa: Gesù che guarisce un idropico. Questo è un fatto di cronaca: poteva andare a finire sulla cronaca di Galilea del tempo come notizia del giorno prima. Ma in realtà, se è vero quello che noi dicevamo, quel gesto mi dice qualche cosa di Gesù, mi dice qualche cosa del volto stesso del Padre; mi dice che il Padre è compassione e amore verso l’uomo, che il Padre ha il desiderio di comunicare la vita, perché quel desiderio di comunicare la vita che ha Gesù, non è altro che la rivelazione del Padre.

Se uno vede Gesù, in lui può e deve vedere Dio, può e deve vedere il Padre. Per cui, quando mi trovo di fronte al racconto della passione del Signore, al suo itinerario verso la croce, in quegli eventi vedo subito il coraggio di Gesù, la sua capacità di amore, di perdono ecc., ma appunto, attraverso queste cose, io vedo la capacità di amore e di perdono di Dio, del Padre stesso, perché Gesù è la sua immagine, Gesù è la sua rivelazione, Gesù è la sua traduzione in una esistenza umana.

Io non riesco a vedere Dio direttamente; neanche se fossi il migliore filosofo di questa terra, riuscirei a vedere direttamente Dio. Ma in Gesù Cristo Dio si è fatto visibile e io lo posso incontrare. Anzi, siccome Gesù è vero Dio e vero uomo, nell’umanità di Gesù si rivela la divinità di Dio.

Ma vale anche una affermazione complementare, e cioè che nella umanità di Gesù si compie in modo perfetto la vocazione dell’uomo. L’uomo non è forse stato creato a immagine e somiglianza di Dio?

Il senso e la vocazione dell’uomo è quello: tu diventi uomo quando diventi immagine di Dio, e quanto più la tua vita è immagine di Dio, tanto più sei uomo, tanto più realizzi il tuo essere, la tua personalità.

Gesù è l’immagine perfetta di Dio e quindi è una rivelazione piena, completa, della vocazione umana. Quando Pilato presenta alla folla il Gesù flagellato, lo presenta con quelle parole: “Ecco l’uomo”. Sulla bocca di Pilato questo voleva dire: Smettetela di accanirvi contro costui, non vedete come è malmesso? È un disgraziato, ha perso ogni vigore e ogni bellezza, è diventato ripugnante a vedersi, direbbe Isaia; quindi non accanitevi più. Perché volete portarlo fino alla morte? “Ecco l’uomo” voleva dire quello. Ma non c’è dubbio che nel Vangelo di S. Giovanni “Ecco l’uomo” vuole dire qualche cos’altro. Qui c’è una rivelazione: il vero volto dell’uomo è lui. Il volto vero dell’uomo non è quello di Adamo: il volto di Adamo è il volto di un uomo deformato, degradato, che ha perso la sua piena dignità. Non l’ha persa del tutto, certo; la benedizione di Dio rimane anche su Adamo, però Adamo è un uomo che ha il volto deformato dal peccato. Il vero uomo è Gesù.

Riprendiamo allora il discorso. Stiamo facendo un cammino, abbiate pazienza; arriveremo poi ai misteri. Prendete un qualunque gesto della vita di Gesù, che so, un miracolo, un dialogo: il dialogo tra Gesù e il giovane ricco, il dialogo tra Gesù e la samaritana. Prendete un qualunque episodio della vita di Gesù e provate a guardarlo. Potete guardarlo con gli occhi del cronista, e allora noterete semplicemente gli aspetti esterni, se c’era o non c’era l’erba quando Gesù ha moltiplicato i pani ecc.

Ma potete guardarlo con gli occhi della fede, e allora in quel gesto lì voi vedete insieme due cose: la rivelazione di Dio e il compimento dell’uomo.

Lì c’è che cosa significa veramente “Dio” e lì c’è che cosa significa veramente “uomo”. Essere uomo significa innestarsi in quell’atteggiamento di vita che è quello di Gesù, e la rivelazione di Dio è esattamente quel volto che Gesù rivela nel suo comportamento. Questo fa sì che ogni piccolo gesto di Gesù, ogni episodio del Vangelo, ogni frase, acquisti una risonanza immensa; è come se in ogni piccolo gesto riecheggiasse l’infinito, perché c’è Dio stesso lì dentro, c’è la vocazione del mondo e dell’umanità lì dentro.

Allora la comprensione di questi episodi è la via per noi necessaria per conoscere Dio ed è la via per noi necessaria per conoscere noi stessi, la nostra vocazione e il senso della nostra vita. Dire che sono misteri, vuol dire essenzialmente quello. Mistero, torno a dire, non nel senso che non si capisce; mistero vuol dire qualche cosa che ha una ricchezza infinita di significato, che è luminosissimo; non è tenebra. L’immagine del mistero non è quella della tenebra, è quella della luce, di una luce così sfolgorante che non si riesce ad analizzare tutto, che permette sempre una comprensione e un approfondimento ulteriore.

Nel mistero c’è un aspetto di ignoto, ma è per la ricchezza che c’è, non perché c’è Dio che gioca a nascondino e non vuole farsi conoscere. Ogni persona umana è un mistero, perché in ogni cuore umano c’è una profondità insondabile. Il teorema di Pitagora, una volta capito, è capito per sempre, ma questo non vale per una persona. Una volta che ho capito una persona, c’è ancora da capire, e guai a chi dicesse di avere capito esaurientemente e definitivamente: avrebbe come inscatolato l’altro. Mistero vuole dire questa pienezza di significato che appartiene agli avvenimenti della vita di Gesù.

Facciamo una piccola parentesi.

Il Papa parla nella sua Enciclica delle Icone, queste immagini sacre, care alla tradizione orientale. Le Icone sono un tentativo di esprimere il mistero sotto forma grafica; quando si dipingono le Icone, il senso non è semplicemente di fare un bel quadro, ma di suggerire, di esprimere, di mettere dentro al legno e ai colori il senso del mistero e della profondità di quello che si vede.

E forse, a parte le Icone orientali che hanno una tradizione lunghissima, la riscoperta del valore dell’immagine per fare questo, la dovremmo fare anche noi. L’immagine, quando è fatta bene, può introdurci dentro alla contemplazione del mistero. Un modo molto semplice per meditare il Rosario, è quello di prendere per i singoli misteri un Beato Angelico: Con una annunciazione del Beato Angelico davanti, uno può meditare.

Anche qui non è il caso di fare delle analisi stilistiche o artistiche di un quadro, ma semplicemente quando un quadro ha in se una densità anche religiosa, può permettere più facilmente l’approfondimento e il gusto di un mistero, di una scena evangelica.

Detto questo arriviamo finalmente ai misteri del rosario, che evidentemente non sono tutti misteri della vita di Gesù. Ce ne sarebbero degli altri e ci sono anche delle altre proposte di rosario con più di 15 misteri. Nelle Case di Carità usa un rosario con i misteri diversi per ogni giorno della settimana. È una proposta di Don Mario che è ancora “ad experimentum”, ma ce ne sono molte in giro di questo genere. E d’altra parte questo è un ritorno a una tradizione antica, perché in origine la fissazione dei 15 misteri non c’era. Ce ne erano più di 15 e c’era la possibilità di variare tutto.

I 15 Misteri del Rosario

Ci fermiamo ai 15 misteri, che hanno in se una loro sapienza, perché sono organizzati come misteri: – della gioia, – del dolore – della gloria. I misteri della gioia fanno riferimento all’infanzia di Gesù, i misteri del dolore alla sua passione e i misteri della gloria agli episodi legati alla sua Risurrezione, Ascensione, Pentecoste ecc. Ora che cosa vogliono dire questi misteri? Evidentemente non possiamo commentarli tutti.

1° I misteri della gioia: Dicono fondamentalmente una cosa: che il Dio nel quale noi crediamo, è un Dio personale che si prende cura degli uomini e che concretamente è entrato dentro alla nostra storia. I misteri gaudiosi dicono che il Dio che siede immensamente nell’alto, per cui è al di là di tutti i miei pensieri, di tutte le mie immaginazioni, si è fatto infinitamente piccolo ed è entrato nella trama degli avvenimenti usuali della vita: la casa Nazaret, una nascita, il rapporto tra genitori e figli, la vita di famiglia. Lì dentro, Dio c’è entrato. È il segno di quella che i Padri della Chiesa chiamano la condiscendenza di Dio.

Condiscendenza vuole dire etimologicamente uno che discende per stare con, che non guarda gli altri dall’alto in basso. Dio poteva anche salvare gli uomini da lontano; gli bastava pronunciare una parola per salvare l’uomo. E invece no: il cammino con cui Dio salva l’uomo, è quello della condiscendenza, dell’entrare dentro, del condividere, del sentire con noi; è quello del provare la gioia e i limiti della condizione umana. Gesù di Nazaret ha provato esattamente quello che proviamo noi, con tutte le differenze che volete, ma fondamentalmente l’esperienza dell’uomo.

La condiscendenza è questo atteggiamento di amore che si fa piccolo con, si incarna dentro alla nostra esistenza, e questo ci aiuta ad avere di Dio una immagine non astratta e anonima. C’è molta gente che crede che un Dio ci sia, ma c’è molta gente che a questo Dio non dà un volto: è una specie di destino, una forza immensa che domina tutto quello che succede, una specie di sintesi di tutte le leggi della fisica e della chimica che dominano l’universo.

Ma il Dio della rivelazione non è questo; il Dio della rivelazione è un Dio che ha un volto, cioè che entra in rapporto personale. È vero che non debbo umanizzare Dio, nel senso di pensarlo come se fosse uomo, però posso certamente dire che Dio si è fatto uomo. Non ha perso niente della sua divinità, non ha perso niente della sua eternità, però ha preso un volto concreto umano, e i misteri della gioia dicono questo. Dicono che, proprio perché Dio si è fatto uomo e ha vissuto una esistenza umana come la nostra, la nostra piccola esistenza umana ha un senso divino: “Dio si è fatto uomo, perché l’uomo potesse essere divinizzato”.

Questo è lo scopo: la divinizzazione dell’uomo, almeno secondo S. Pietro nella sua prima lettera e secondo tutta una lunga tradizione teologica orientale. Non mi interessa la parola “divinizzazione”, però mi interessa questo: Dio condivide con noi, perché noi possiamo partecipare a lui… “Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per arricchire noi della sua povertà”, quindi perché potessimo partecipare alla sua ricchezza di Figlio di Dio.

I misteri della gioia ci dicono che la nostra vita, anche se è banale, ha però un valore immesso. Banale vuol dire fatta degli episodi quotidiani che si ripetono uguali per tanti giorni, ma lì dentro si gioca il rapporto con Dio.

2° I misteri del dolore: Poi i misteri del dolore. I misteri del dolore dicono, prima di tutto, la serietà dell’Incarnazione. Dio non l’ha fatto per gioco! Quando ha assunto la debolezza della condizione umana, il Verbo l’ha assunta fino in fondo, fino a quella debolezza estrema che si chiama morte. Questo vuol dire evidentemente che anche la morte viene recuperata, nel senso che c’è una realtà di presenza divina anche lì, anche nella morte; e questo vale per ogni esperienza del limite. Dentro ai misteri dolorosi ci sta tutta quella dimensione della vita dell’uomo che è la sofferenza e l’esperienza del limite, della malattia, della insufficienza, della ignoranza. Naturalmente i misteri dolorosi possono essere letti a livelli diversi.

Io mi trovo di fronte a una specie di racconto della passione: l’agonia nel Getsemani, la flagellazione, l’incoronazione di spine, la via della croce e poi la crocifissione. Questi sono i cinque misteri dolorosi. Li posso leggere come la cronaca degli avvenimenti, ed è vero: è successo così.

Posso tentare di immaginare che cosa significa la flagellazione, posso tentare di immaginare la sofferenza di una incoronazione di spine o la via crucis con un pezzo di croce sulle spalle, e così via. Ma credo che bisogna andare un pochino più avanti, cioè bisogna arrivare a ritrovare dentro a quei gesti la rivelazione dell’amore di Dio, perché questo vogliono dire.

Non è semplicemente la conclusione di una vita di contrapposizione tra Gesù e i Farisei, che è finita così con la vittoria dei Farisei. Quello che c’è dentro ai misteri dolorosi è la rivelazione di un amore che non pone a se stesso nessun limite. Debbo imparare a vedere i misteri dolorosi secondo quella espressione del Vangelo di S. Giovanni: “Dio ha tanto amato il mondo, da donare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”. Che è un andare in profondità, è un andare alla radice più profonda degli eventi dal punto di vista della fede.

3° Misteri della gloria: I misteri gloriosi dicono la speranza cristiana, la sicurezza che Dio è Dio, e che l’ultima parola sulla mia vita e sulla storia del mondo non spetta né al mondo, né alla morte, ma spetta a Dio stesso. I misteri gloriosi dicono che l’avventura umana può anche incontrare l’esperienza dolorosa del silenzio di Dio, cioè di momenti della vita in cui Dio non si fa vedere o non si fa sentire, ma in realtà è la parola di Dio che vince, ed è la sua promessa che vince, addirittura al di là della morte.

Dicono che una speranza collocata in Dio ha davanti a se il futuro; dicono che l’amore è più forte della morte; Gesù, che ha vissuto. la sua. esistenza nell’amore e per amore ha accettato il cammino della passione, è apparentemente sconfitto, ma in realtà vincitore per la potenza di Dio.

Ora se voi mettete insieme tutti i quindici misteri, vi accorgete che essi rappresentano la struttura della vita umana: la vita umana è fatta di gioie, di dolore, l’uno e l’altro, ed è fatta di speranza. C’è sempre in noi un briciolino di speranza, un qualche cosa che noi mettiamo dentro al futuro.

Bene, il rosario non fa altro che farci vivere queste cose: ci fa vivere la gioia, il dolore e la speranza, ma in Cristo; le nostre piccole gioie diventano dilatate all’infinito e messe dentro alla grande gioia che scaturisce dal fatto che Dio è con noi. Le nostre piccole o grandi sofferenze vengono immerse dentro alla sofferenza di Cristo e acquistano per questo un valore e un significato.

E le nostre piccole speranze, (la speranza di realizzare un progetto, di guarire da una malattia o queste piccole speranze), vengono dilatate all’infinito per introdurre dentro di se la speranza grande della vita eterna, cioè della rivelazione dell’amore di Dio dentro alla nostra vita. Quindi gioie, dolori e speranze nostre, ma messe dentro a Gesù Cristo.

In fondo vivere cristianamente non è altro che questo; il cristiano vive con lo stesso materiale di cui è fatta la vita di tutti gli altri uomini, però quel materiale riceve una forma cristiana, è come plasmato da quell’artista che è Gesù Cristo. Il rosario vuole arrivare esattamente a questo: ci vuole aiutare a vivere da cristiani la gioia, a vivere da cristiani la sofferenza, a vivere da cristiani la speranza.

E facendo questo, il rosario ci introduce dentro a quella esperienza che S. Paolo descrive in modo stupendo nella seconda lettera ai Corinzi al cap. 3, dove dice: (2 Cor. 3,16)

[16] E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore

.

La gloria del Signore, l’abbiamo detto, è la gloria di Dio che risplende sul volto di Cristo, è la gloria del Verbo che si è fatto carne e che noi abbiamo potuto vedere in Gesù. Bene, noi lo riflettiamo. Siamo cristiani, siamo membra del corpo di Cristo, riflettiamo la sua gloria come in uno specchio, in modo che la bellezza di Gesù si stampa in qualche modo anche sulla nostra faccia. Abbiamo delle povere facce, ma la bellezza del Signore le trasforma, le abbellisce.

Quando facciamo questo, dice S. Paolo, veniamo trasformati in quella medesima immagine.

Che vuol dire?

In uno specchio l’immagine si presenta, ma non ci si ferma mica; quando vado via dallo specchio, lo specchio non riflette più la mia immagine. Ma invece nel nostro rapporto con il Signore è diverso; quando riflettiamo la bellezza del Signore, quella bellezza lì ci trasforma, fa una specie di chirurgia plastica, permette sul nostro volto i lineamenti del volto del Signore, e veniamo trasformati in quella medesima immagine, cioè nella immagine di Cristo, nella bellezza di Cristo.

Anzi dice: “veniamo trasformati (in questa immagine) di gloria in gloria”.

Di gloria in gloria vuol dire: sempre di più, con una bellezza che non ha termine, che diventa sempre più folgorante, sempre più luminosa. E se uno vuole capire come questo avvenga, dice S. Paolo, è “secondo l’azione dello Spirito del Signore”. Allora tirate via la chirurgia plastica, perché non si tratta di una somiglianza esterna, ma si tratta di una somiglianza che coglie i nostri pensieri e i nostri desideri e i nostri progetti, e che li fa essere, (questi pensieri, desideri e progetti), secondo il Signore. Lo Spirito di Dio fa questo! Lo Spirito è quello che ha operato in Maria il concepimento di Gesù Cristo, lo Spirito è quello che trasforma il pane e il vino nel corpo e nel sangue del Signore, lo Spirito è quello che cambia noi stessi nella immagine perfetta di Cristo.

La vita cristiana è questo: crescere nella somiglianza a Gesù per l’azione dello Spirito Santo, e questo avviene contemplando il Signore, cioè standogli davanti. È chiaro che contemplare il Signore non vuol dire solo il rosario, ma il rosario entra in questo dinamismo. La contemplazione dei misteri deve condurre a questo atteggiamento di desiderio, di amore del Signore e a questa somiglianza progressiva per l’azione dello Spirito del Signore.

Ecco vi volevo lasciare questo come proposito, come invito. Ciascuno dovrà fare il suo cammino personale, però mi interessa che il rosario lo possiate vedere così, come questo itinerario, insieme con Maria, nella comprensione dei misteri del Signore.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.

Con Maria, Madre del Redentore – 8

Bocca di Magra, 30-31 ottobre – 1 novembre 1987

Esercizi spirituali ai giovani e agli adulti

Con Maria, Madre del Redentore

Festa di Tutti i Santi

Parola di Dio: (Ap 72, 4. 9-1 / 1 Gv 3, 1-3 / Mt 5, 1-12)

È bello concludere il nostro corso di esercizi con la festa di tutti i Santi, perché è un pochino anche la nostra festa.

I Santi che celebriamo sono tutti quelli che ci hanno preceduto nella testimonianza della fede e, se noi siamo cristiani, lo dobbiamo anche a loro. È come se da Cristo fino alla nostra vita ci sia stato un lungo fiume di fede, di amore e di santità; e questa corrente di amore è arrivata fino a noi e fa di noi dei cristiani.

Noi la fede l’abbiamo ricevuta da quelli che sono stati cristiani prima di noi e che ci hanno trasmesso la gioia e la speranza del cristianesimo. Ma poi è anche la nostra festa perché, in un certo senso, santi lo siamo anche noi, se ha ragione S. Giovanni nella prima Lettera, quando dice che siamo figli di Dio. Un figlio di Dio bisogna che santo lo sia, bisogna che assomigli a Dio, e se Dio è tre volte santo, la sua santità deve pure riflettersi nella nostra vita.

La santità, in fondo, è il senso della nostra vocazione. Ci saranno miliardi di vocazioni, quante sono le persone diverse sulla faccia della terra, ma la vocazione rimane quella alla santità per ciascuno di noi. C’è chi la realizzerà in una vita di famiglia, nella vita di lavoro; c’è chi la realizzerà in un servizio alla comunità cristiana nel presbiterato, chi la realizzerà in una consacrazione al Signore nella povertà, verginità e obbedienza, però in tutti i modi per ciascuno di noi la vocazione è questa: essere santi.

E niente meno che santi: non santi a metà, ma santi autenticamente secondo il progetto del Signore. Le letture che abbiamo ascoltato ci possono introdurre dentro a questa vocazione.

Nella prima lettura vi viene messo davanti il termine, il traguardo della storia umana e della storia del mondo. Si parla di un angelo che sale dall’oriente con il sigillo del Dio vivente.

“Grida a gran voce ai quattro angeli ai quali era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare: Non devastate né la terra, né il mare, né le piante, finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi”.

Vuoi dire che la terra e il mare sono destinati alla devastazione. Non è tanto la questione della terra e del mare fisici, ma è il discorso della realtà di questo mondo, dove ci sono grandezze inadatte a entrare nel Regno di Dio e che debbono essere cancellate. La storia cancella tante cose; la storia ha cancellato Alessandro Magno, che aveva spaventato il mondo intero; la storia ha cancellato Augusto; la storia ha cancellato Attila, che aveva terrorizzato l’Europa; la storia ha cancellato tutto. E cancellerà molte altre cose; cancellerà, dice il libro dell’Apocalisse, “la terra e il mare”, nel senso di quelle cose che sembrano più belle o più grandi o più potenti, quelle sulle quali mettiamo i nostri piedi con sicurezza. Cancellerà tutto!

Ma c’è una cosa che non sarà cancellata, quelli che portano “il sigillo del Dio vivente”, quelli che sulla loro fronte hanno il segno dell’appartenenza a Dio, che in questo mondo non sono vissuti per il mondo, per il successo, per il potere o per i soldi; quelli che vivono per il mondo sono destinati a scomparire, come scompare il successo o i soldi. Di fronte a Dio il successo umano non conta.

Ma quelli che portano il sigillo di Dio, quelli che la loro vita l’hanno vissuta come consacrati a Dio, questi vengono introdotti dentro alla comunione con Dio, dentro al mondo di Dio. “Non devastate la terrà, né il mare, né le piante, finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi”.

Dice S. Giovanni che gli apparve allora una moltitudine immensa, “che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Questi stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano le palme nelle mani”.

Che stiano in piedi davanti al trono, è proprio bello. Che questa gente davanti a Dio e davanti all’Agnello, a Cristo, possa stare in piedi, è il segno di una immensa dignità. Sono persone che valgono, che valgono proprio tanto, che possono stare al cospetto di Dio, al cospetto di Cristo in piedi, non per mancanza di rispetto, ma proprio per la loro dignità, per la loro grandezza. “Sono avvolti in vesti candide”.

Come sapete, nel linguaggio biblico la veste è il simbolo dell’interiorità; vuole dire che sono veramente delle persone pulite, persone interiormente bianche, senza cattiveria, senza ipocrisia, senza egoismo: sono avvolti nelle vesti della santità e portano palme nelle mani. La palma è il simbolo della vittoria. Sono dei vincitori; hanno vinto in quella grande lotta che è la vita stessa. Difatti quando l’angelo domanda a Giovanni: Chi sono quelli vestiti di bianco e da dove vengono? Giovanni risponde: “Signore mio, tu lo sai”.

E gli viene data la spiegazione: “Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello”.

La grande tribolazione” è la persecuzione: persecuzione di Nerone o persecuzione di Domiziano, non ci interessa; è la persecuzione: sono passati attraverso la persecuzione e hanno lavato le loro vesti, cioè il loro cuore, la loro anima rendendola candida col sangue dell’Agnello. È un sangue straordinario questo, che non macchia, ma che invece purifica e che rende pulito e candido. Che cos’è questo sangue dell’Agnello, che riesce a trasformare la veste dell’uomo, l’interiorità dell’uomo in qualche cosa di pulito e di bello? È semplicemente l’effetto della morte del Signore in croce, del suo sangue versato per noi.

Ricordate che dal costato di Cristo in croce sono usciti sangue e acqua, e quel sangue e acqua per S. Giovanni volevano dire che la morte di Cristo in croce è una morte feconda, cioè una morte che dà la vita, che arricchisce l’uomo. L’uomo può ricevere dalla passione e dalla morte del Signore una ricchezza di purificazione e di vita per sé. Il sangue di Cristo è capace di purificare perché è il sangue che rappresenta il suo amore, la sua santità, la sua bontà. Ed è l’amore del Signore che ci rende puliti, è la sua misericordia, la sua bontà.

Quando noi accogliamo questo amore, la nostra vita viene immersa in un bagno di amore e diventa essa stessa capace di amare; i santi, l’abbiamo già detto tante volte, sono quelli che sono capaci di trasformare tutte le cose che fanno in amore. Se vivono la vita di famiglia, la vivono con amore; se vivono il lavoro, lo vivono con amore; se vivono la politica, fanno della politica un modo di servizio agli altri, un modo di amare anche quello; se vivono un rapporto di amicizia, lo arricchiscono con l’amore.

I santi sono quelli!

Quelli che trasformano in amore quello che fanno, tutte le cose che toccano, tutti i rapporti che vivono secondo l’amore del Signore. Hanno veramente lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello.

Ma chi sono di fatto questi? Dicevo: quelli che sono passati attraverso la tribolazione, la persecuzione. Ma non solamente loro. Ci siamo dentro anche noi, perché quando venite a celebrare l’Eucaristia, in fondo venite a lavare le vostre vesti nel sangue dell’Agnello. L’Eucaristia contiene il sangue dell’Agnello, contiene l’amore di Cristo, il dono della sua vita, e quando veniamo a fare l’Eucaristia, veniamo a lasciarci pulire da quell’amore, da quella santità. Fare la comunione vuol dire questo. Vuol dire: io riconosco che la mia veste, quella veste che ho ricevuto al momento del battesimo come candida, l’ho sporcata con il mio egoismo. Ha bisogno di essere purificata, e chi la può purificare è solo il sangue di Cristo, cioè l’amore di Dio. Sangue, intendetelo in quel senso, non è la questione del sangue fisico di Cristo; non è un sangue magico. Ma il sangue è il simbolo dell’amore del Signore, del dono della sua vita. Allora è questo dono della vita del Signore che cambia il nostro cuore e ci rende puliti e sani, che realizza in noi progressivamente quello che abbiamo ascoltato nella lettera di S. Giovanni.

  1. Giovanni dice che noi “siamo chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!”

Punto esclamativo. Punto esclamativo vuol dire che qui bisogna stupirsi, e se uno qui non si stupisce, non ha capito quello che S. Giovanni sta dicendo: “Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre da essere figli di Dio, e lo siamo realmente!”.

C’è un unico Figlio di Dio che è Gesù Cristo, ma in Gesù Cristo anche noi possiamo dirci e siamo davvero figli di Dio, generati da Dio. Che vuole dire, persone che assomigliano a Dio. Aggiunge S. Giovanni che noi “fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stata ancora rivelato”.

Il nostro essere figli di Dio sembra ancora incompleto. È come un seme che viene gettato; nel seme c’è dentro l’albero, ma c’è dentro in potenza, diceva Aristotele; bisogna che pian piano cresca per poter diventare un albero, e ci vuole del tempo, dell’energia, della luce, dell’acqua, dei sali. Ci vuole tutto questo materiale perché il seme possa veramente diventare un albero.

Anche noi siamo figli di Dio. Lo siamo già, ma siccome lo siamo già, dobbiamo diventarlo, diceva S. Giovanni. “Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro”. E vuole dire: abbiamo una lunga strada di purificazione da percorrere; è tutto il cammino dell’esistenza cristiana.

Quello che il Signore ci ha donato, cerchiamo di viverlo quotidianamente. Essere santi è un dono, ma essere santi è anche un impegno, una responsabilità. Siamo santi perché il Signore ci ha voluto bene gratis, ci ha presi così come eravamo e ci ha donato il suo perdono e il suo amore, anzi ci ha donato la sua vita, tanto che possiamo chiamarci suoi figli.

Ma proprio perché abbiamo ricevuto questo, la nostra vita deve diventare un itinerario di purificazione; e questo non solo nel senso di togliere il male; purificazione vuole dire mettere nel nostro cuore la bellezza del Signore, la sua ricchezza di vita e di amore. È qualche cosa di positivo la purificazione, come quando si immagina e costruisce un modello nuovo e lo si fa proprio bello, il più bello che sia possibile. Così deve diventare la nostra vita. E se uno si chiede come, cioè quali sono le caratteristiche di questa vita nuova e di questa purificazione, il Vangelo dà la risposta con le Beatitudini.

Le beatitudini, se uno ci sta attento, sono come una specie di identikit di Gesù. Non c’è rimasta nessuna immagine di Gesù; nessun pittore lo ha dipinto e nessun disegnatore ha scritto i lineamenti del suo volto. Ma l’identikit vero di Gesù è proprio questo: le beatitudini.

Se uno vuole sapere com’era la faccia di Gesù, deve ascoltare queste parole: “Beati i poveri in spirito, beati gli afflitti, beati i miti, beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, beati i misericordiosi, beati i puri di cuore, beati gli operatori di pace, beati i perseguitati per causa della giustizia”.

Questo è l’identikit di Gesù. E se voi volete trovare il volto di Gesù (perché lo si trova anche nel mondo di oggi) bisogna che andiate a trovare della gente che vive queste cose.

Quando la gente vedeva un S. Francesco, riusciva a vedere il volto di Gesù; forse come fisionomia era un tantino diverso: S. Francesco non era un semita, non aveva le caratteristiche fisiche di un semita, ma in realtà assomigliava proprio molto a Gesù, e gli assomigliava perché S. Francesco era così: era povero in spirito, era capace di portare l’afflizione e la sofferenza benedicendo Dio (pensate al cantico delle creature) era mite, era misericordioso, puro di cuore e così via.

Questo è il volto del Signore che dobbiamo fare nostro. Essere figli di Dio, vuoi dire assomigliare a Dio. Assomigliare a Dio vuoi dire, per noi in concreto, assomigliare a Cristo. Assomigliare a Gesù Cristo vuol dire vivere le beatitudini, perché queste sono state la sua vita. E non sarebbe difficile vedere le singole beatitudini in rapporto a Gesù. Diventerebbe troppo lungo, e allora lascio questa riflessione alla vostra meditazione.

In queste beatitudini cercate di vedere il volto del Signore, ma di vederlo con amore, e se imparate ad amare questo volto del Signore che trovate nelle beatitudini, l’amore vi farà assomigliare a lui.

L’amore ha questo effetto. Quando si ama una persona, si assimila di quella persona qualche cosa, qualche atteggiamento. E non si tratta qui di assumere degli atteggiamenti esterni, ma l’atteggiamento profondo del cuore: lo spirito. Se uno vuole bene al Signore, se uno guarda con affetto il volto del Signore, così come è nelle beatitudini, queste beatitudini diventano la sua vita, il suo cuore, i suoi pensieri. Ed è quello che chiediamo come regalo al Signore in questa Eucaristia.

Alla fine degli esercizi il Signore ci ha regalato come sua parola le beatitudini, e noi gli chiediamo che questa parola che abbiamo ascoltato e un tantino capito, il Signore la scriva dentro al nostro cuore, perché diventi il nostro modo di sentire e di pensare; perché noi possiamo portare il sigillo del Dio vivente nella nostra vita; perché la nostra veste sia candida e perché possiamo anche noi attraversare la tribolazione, cioè il peso della vita, e arrivare quindi ad avere la palma in mano, come quelli che hanno combattuto e vinto, perché fedeli al Signore.

Con Maria, Madre del Redentore – 7

Bocca di Magra, 30-31 ottobre – 1 novembre 1987

Esercizi spirituali ai giovani e agli adulti

Con Maria, Madre del Redentore

Liturgia penitenziale

Parola Di Dio: (1 Cor. 13, 1-13 / Mt. 22, 34-40)

È una straordinaria concentrazione della legge quella che Gesù ha presentato nel Vangelo che abbiamo ascoltato. La legge dell’Antico Testamento contiene libri e libri, precetti e precetti; i Rabbini avevano contato 613 comandamenti nella legge nell’Antico Testamento. Tutti questi comandamenti vengono riassunti da Gesù in due comandamenti, che sono poi uno solo: l’amore di Dio e l’amore del prossimo. Dicevo, sono uno solo perché nella concezione di Gesù l’amore di Dio e l’amore del prossimo sono indissolubili.

È impossibile per l’uomo amare autenticamente Dio senza che questo suo atteggiamento si trasformi anche in premura e attenzione e rispetto e bontà nel confronto degli altri. Così come, secondo lui, è impossibile anche un autentico amore del prossimo che non tenga presente quello che il prossimo è agli occhi di Dio nel progetto di Lui.

Il modo giusto di voler bene alle persone, è volere il loro bene, e sapere esattamente qual è il bene delle persone richiede di riferirle al progetto della volontà di Dio. E allora i due comandamenti si uniscono in un unico atteggiamento, che è l’atteggiamento dell’amore. E si capisce perché tutti i comandamenti vadano tutti a confluire lì, perché l’amore è, dal punto di vista essenziale, l’atteggiamento di Dio stesso: è il cuore di Dio, la vita di Dio.

S. Giovanni, lo ricordate, arriverà a dire nella sua prima lettera che Dio è amore. E questo non è tanto la conclusione di un ragionamento, ma l’espressione di una esperienza: quello che S. Giovanni ha potuto conoscere di Dio, portava esattamente i lineamenti dell’amore. Quello che S. Giovanni ha potuto conoscere di Dio, era Gesù Cristo. In Gesù Cristo, Giovanni ha potuto vedere la traduzione in termini umani del volto misterioso e nascosto di Dio. “Dio nessun uomo l’ha mai visto, dice nel prologo, ma l’unigenito Figlio che è rivolto verso l’amore del Padre, lui lo ha rivelato”; guardando Gesù, Giovanni ha potuto intravedere qualche cosa del volto di Dio, e quel qualche cosa è che “Dio è amore”.

Perché Gesù nella sua vita non ha fatto altro che amare e donare, e la sua morte è il sigillo a questa scelta di amore, portata fino al dono totale di se oltre il quale uno non può andare. Dunque, per questo, i comandamenti di Dio si riassumono nell’amore. Non perché Dio vuole in modo arbitrario che noi amiamo, ma perché Dio stesso è amore, e perché il suo atteggiamento verso di noi è essenzialmente questo.

Quello che Dio chiede, vuole e aspetta dall’uomo è che l’amore con cui Egli ci ama, ci trasformi. L’amore del Signore non ha delle premesse nell’uomo; Dio non ama sotto condizione, non ama l’uomo a condizione che l’uomo abbia certe caratteristiche; l’amore di Dio prende l’uomo così com’è, lo prende buono o cattivo, falso o sincero, ipocrita, ingiusto e tutto quello che volete; qualunque uomo così com’è nella sua realtà concreta l’amore di Dio lo va a cercare, l’amore di Dio lo vuole incontrare, senza distinzioni, senza discriminazioni di nessun genere.

Però, senza dubbio, l’amore di Dio non lascia l’uomo così com’è. L’amore di Dio va certamente incontro all’uomo ingiusto, ma non lo lascia ingiusto. Quando l’amore di Dio entra dentro al cuore di una persona, la fa assomigliare a Dio, e se la trova ingiusta, la rende capace di giustizia e se la trova falsa, la rende capace di verità e se la trova egoista, la rende capace di generosità.

L’amore di Dio è fatto così. È quindi un amore che vuole trasformare il mondo, che vuole trasformare il cuore dell’uomo.

E se poi uno si chiede:

Va bene! Amore è una parola bella, grande, ma in che cosa si manifesta e quali sono le caratteristiche dell’amore? La risposta ci è data nella prima lettura che abbiamo ascoltato, cioè la lettera ai Corinzi, dove S. Paolo sta istruendo i cristiani che stanno discutendo fra di loro su quali sono le cose più importanti in una comunità. E allora c’è chi dice che la cosa più importante in una comunità sono i profeti; oggi noi diremmo, più o meno, i predicatori, ma predicatori che sappiano in qualche modo introdurre la parola di Dio dentro al cuore delle persone.

Altri invece dicevano che la cosa più importante in una comunità cristiana è che ci siano persone portate dallo Spirito a manifestazioni e a esperienze straordinarie, come per esempio il parlare in lingue; parlare in lingue vuol dire che quando ci si trova insieme a pregare, qualcuno va come in estasi e pronuncia delle parole che non sono in una lingua conosciuta; sono parole che esprimono esperienze straordinarie, appartengono alla lingua degli angeli, una lingua incomprensibile che sta sopra di noi. Paolo risponderà dicendo che per lui è più importante la profezia che il parlare in lingue.

Ma prima di dire questo, dice quello che abbiamo ascoltato e cioè, che quello che in realtà è più necessario in una comunità cristiana, anzi la condizione unica, indispensabile perché la comunità funzioni, è l’amore, la carità. Dice: “Aspirate ai carismi più grandi”, cioè non lasciatevi affascinare dalle cose che hanno una apparenza di grandezza come fare dei miracoli; non conta niente che ci sia qualcuno che sa fare i miracoli, a meno che il fare miracoli non sia espressione di amore, di carità.

Quello che dà valore al fare miracoli, al pregare in lingue, all’andare fuori di se, all’estasi, quello che dà valore a qualunque organizzazione interna della carità della parrocchia, è unicamente l’amore. “Aspirate ai carismi più grandi”, ai doni di Dio più grandi. “E io v’insegnerò una via migliore di tutte”. Ed è molto bello che S. Paolo, parlando dell’amore, lo presenti così: come una via, cioè come un percorso infinito. Non c’è mai uno per cui la carità diventi una casa dove è andato ad abitare; la carità rimane sempre un via, cioè un posto dove non puoi stare fermo.

Per la via non puoi stare fermo, la via è fatta per camminarci sopra, e nella carità uno è così, deve camminare. Se smette di camminare, in qualche modo si allontana dalla carità, va da un’altra parte. È andato a cercare qualche altro luogo dove fermarsi, qualche altra casa. La carità è una via.

Descrivendo questa via, S. Paolo dice tre cose: la prima è che dobbiamo anzitutto (l’abbiamo appena ricordato) riconoscere all’amore il primato su qualunque altra cosa. “Se io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza,..”.

Qui per scienza S. Paolo intende non tanto le scienze fisiche, ma la scienza di Dio, la teologia; quindi “anche se conoscessi tutta la scienza e potessi avere la fede da trasportare le montagne”, da fare miracoli, “ma non avessi la carità, sono nulla. Anzi, se anche distribuissi tutti i miei beni e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova”. Cioè nemmeno le opere di carità hanno valore, se non sono effettivamente animate dalla carità, se sono solo dei gesti esterni fatti per delle altre motivazioni.

È vero; mi potete dire che noi non abbiamo mai delle motivazioni perfettamente pure, che nelle nostre motivazioni ci possono essere delle venature di orgoglio o di egoismo, ma rimane essenziale che nelle opere di carità ci sia la dimensione fondamentale dell’amore, che non siano semplicemente apparenza o ipocrisia o realtà esterna, superficiale.

Il primo elemento è proprio questo. E questo è una specie di rasoio che passa e taglia via qualunque altra realtà che si voglia presentare come autonoma rispetto all’amore. Ricordate che ai Corinzi S. Paolo dirà che la scienza gonfia, ma la carità edifica; e anche lì Paolo si riferisce a chi crede di sapere qual è la volontà di Dio. La scienza è una cosa grande, importante, ma da sè sola gonfia. L’unica cosa che edifica è l’amore.

Poi S. Paolo descrive l’amore con una serie di verbi; in italiano sono tradotti anche con degli aggettivi, ma in greco sono tutta una serie di verbi: vuole dire le azioni della carità. La carità si manifesta in azione, nei suoi comportamenti. E quali sono questi verbi?

Prima due positivi: “La carità è pazienteè benigna la carità”. Paziente vuol dire lo stesso che magnanimo, uno che ha un cuore grande. Un cuore grande vuole dire che è capace di subire una qualche parola di traverso o un qualche gesto cattivo senza che questo renda lui stesso cattivo, egoista e duro. Se, quando uno mi pesta un piede, io divento cattivo, il mio cuore è un cuore piccolo, tanto piccolo che una pestata di piede basta a renderlo cattivo.

Invece la carità ha un cuore grande, cioè un cuore che è capace di assorbire il male senza diventare cattivo. È in fondo il cuore di Gesù Cristo: Gesù ha ricevuto il male; è diventato cattivo? No. Dalla sua bocca sono uscite solo parole di perdono e di bontà. La pazienza vuole dire questo.

La pazienza, è strano, però è anche significativo: è la prima descrizione che S. Paolo dà della carità. L’amore è prima di tutto pazienza. Non sto parlando semplicemente dell’essere più o meno irascibile per temperamento, ma dell’essere magnanimi, cioè avere un cuore grande, capace di vincere le fragilità, le debolezze, le offese, le incomprensioni, di non diventare scuro ad ogni parola sbagliata che arriva ai miei orecchi. La carità è paziente.

Poi dice che è benigna, e benigna vuol dire che il suo atteggiamento è essenzialmente benevolo e non severo. La carità può anche essere severa, ma quando è severa, lo è, noi diremmo, pedagogicamente; proprio perché è una severità pedagogica, è una severità limitata nel tempo. Una mamma può essere severa con il suo bambino, ma è severa dieci minuti, un quarto d’ora, perché il bambino si renda conto di avere sbagliato.

Ma non è severa per natura, anzi la sua severità viene assorbita in una benevolenza che è invece continua, permanente. Se voi ricordate, questo lo mettiamo tra parentesi, nella Bibbia si parla sia di ira di Dio che di misericordia di Dio, ma, dice il salmo, l’ira di Dio dura un istante e la misericordia invece dura per tutta la vita. L’ira di Dio dura per un istante, perché è un’ira pedagogica, perché è la reazione di Dio al peccato dell’uomo, indirizzata a che l’uomo si renda conto di avere sbagliato.

La misericordia invece e permanente.

È eterna perché non dipende da noi la misericordia; siamo noi che suscitiamo l’ira di Dio; ma la misericordia no; questa viene fuori gratuitamente da Dio. Dio è essenzialmente benevolo, misericordioso. Così è la carità.

Poi gli altri verbi sono al negativo: “non è invidiosa la carità”, e questo lo si capisce abbastanza bene, perché l’invidia significa in qualche modo proprio l’opposto dell’amore. L’amore cerca di condividere le gioie e le sofferenze degli altri. Amare gli altri vuole dire prima di tutto essere contenti che ci siano. L’invidia invece sta male per il bene degli altri o è contenta per le disgrazie, per i loro fallimenti, è l’atteggiamento che vede nell’altro un concorrente, un avversario, uno che può fare ombra, e quindi ha il desiderio di eliminarlo.

Mica che uno lo voglia eliminare fisicamente; però dal punto di vista interiore del cuore l’invidia tende ad eliminare, abbassare, a rovinare l’altro. Quindi esattamente l’opposto dell’amore, che gioisce con chi gioisce e piange con chi piange.

Poi dice ancora S. Paolo che la carità “non si vanta e non si gonfia”. Non si vanta vuole dire che non parla sempre di se stessa, non è sempre a dire: Io.. io.. io; e non pretende che tutte le attenzioni, che tutte le persone siano rivolte a lei e solo a lei. Anzi la carità quasi cerca il nascondimento, non pretende di farsi valere, pretende solo di amare, di donare. Il vantarsi è atteggiamento di chi non è ancora tanto maturo da donare, di chi è ancora così insicuro di se stesso che ha bisogno di farsi grande per sentirsi accolto e accettato dagli altri.

Vantarsi è un modo di raccomandarsi di fronte agli altri, ma un modo evidentemente scorretto, sbagliato, immaturo. “Non si vanta”.

“Non si gonfia” vuole dire fondamentalmente lo stesso, ma gonfiarsi è l’atteggiamento di chi è preoccupato semplicemente dell’apparenza; quindi di chi non è preoccupato di crescere, ma di sembrare cresciuto. Crescere è evidentemente il desiderio e la vocazione di ciascuno di noi: siamo chiamati a crescere, a maturare, a diventare grandi interiormente, e questo è un cammino lungo.

Si fa fatica a crescere, se è vero quello che diceva un tale, che le uniche pere che maturano in fretta sono quelle che hanno il baco. Il tempo per maturare ci vuole; è un tempo lungo. Il gonfiarsi invece è velocissimo. Uno si gonfia all’improvviso, si gonfia in poco tempo, perché il gonfiarsi è semplicemente dipingere grande la facciata, l’apparenza. La carità non ha tempo da perdere per l’apparenza, è così preoccupata di fare il bene autentico, che per il resto non ha tempo, non ha energie da spendere.

Non manca di rispetto”. Vuole dire: nel modo di parlare, di presentarsi, di affrontare gli altri, la carità ha quel rispetto e discrezione che non vuole spaventare o sedurre o in qualche modo condizionare l’altro con il proprio comportamento, non vuole renderlo schiavo. Rispetto vuole dire accettare che l’altro ci sia e sia se stesso, senza pretendere di orientarlo secondo la mia visione o secondo i miei desideri.

Non cerca il suo interesse”; e questo avrebbe chissà quante possibili spiegazioni. Non vuole dire che non cerchi anche il suo interesse, ma che il cercare l’interesse non è il criterio delle sue scelte; il criterio delle sue scelte è l’amore, la giustizia, la verità, per cui è disposta anche a rimetterci qualche cosa. S. Paolo chiede ai cristiani di Corinto di perdere del proprio piuttosto che spaccare la comunità, piuttosto che provocare liti all’interno della comunità e andare di fronte a un tribunale pagano per comporre queste liti; per lui è uno scandalo. Varrebbe la pena piuttosto accettare un torto, accettare una perdita. Questo è evidentemente molto difficile da capire, ma soprattutto è molto difficile da fare, perché noi tutti siamo legati ai nostri diritti, ai nostri interessi.

Bisognerebbe imparare ad amare così tanto la comunità cristiana e ad amare così tanto gli altri, da essere sufficientemente contenti di quella concordia e fraternità che, a motivo del nostro comportamento, nella comunità si instaura. “Non cerca il suo interesse”.

Non si adira”; e questo è ancora possibile, perché adirarsi è il comportamento di chi pensa di avere dei diritti e pensa che questi diritti siano stati calpestati. Siccome l’amore non cerca il suo interesse, fa più fatica ad adirarsi. Non è che uno non possa mai arrabbiarsi, però dice nella lettera agli Efesini: “Nell’ira non peccate. Il sole non tramonti sopra la vostra ira e non date occasione al diavolo”. Che io credo sia da interpretare così: Vi può anche capitare di avere un’ira giusta; di fronte ad atteggiamenti ingiusti la reazione sana dell’uomo può anche essere l’ira. Però, dice S. Paolo, state attenti a non prolungarla per molto l’ira, perché essa, anche se nasce per delle ragioni buone, quando dura molto, si è già corrotta. È difficile che uno riesca a tenere l’ira per più di una giornata, dice S. Paolo, senza che ci entrino dentro l’orgoglio e la volontà di affermazione di sè e tutti gli altri sentimenti ambigui che non sono la ricerca della giustizia. Quindi, “nell’ira non peccate. Il sole non tramonti sopra la vostra ira”. Prima di sera fai la pace; anche se ti sei adirato in modo giusto perché avevi ragione, smettila con la tua ira, piantala prima di sera, altrimenti si corrompe. Capita proprio così: che partiamo con le migliori intenzioni di questo mondo, con le migliori ragioni, ma poi ci vanno dentro il nostro orgoglio e la nostra ostinazione.

Non tiene conto del male ricevuto”; è questo ancora un segno della magnanimità. La meschinità è di chi sul suo libretto nota tutto quello che di male ha ricevuto e non lo cancella mai, fino a che non ha visto il cadavere del suo avversario. La carità non tiene conto del male ricevuto, quindi ha una capacità di superamento, di perdono, di dimenticanza anche molto grande.

Non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità”. Noi molto spesso siamo portati a godere o a compiacerci dell’interesse nostro, del successo nostro, del vantaggio nostro, e questo mica sempre coincide con la verità. Io divido gli uomini in amici e nemici e le azioni in vantaggiose e nocive a me, al mio portafogli, alla mia rispettabilità sociale e così via.

Bene, S. Paolo dice che la tendenza della carità è dividere le cose in giuste e ingiuste, vere o false. Se trovi la verità, onorala anche se la verità è nel tuo avversario. Quando discuti, se vedi che c’è un briciolo di verità nel tuo avversario, non rifiutarla perché è il tuo avversario; quel briciolo di verità è verità, la puoi riconoscere. Viceversa, se riconosci che c’è ingiustizia da parte tua, non difenderti con le unghie e con i denti, perché sei tu che hai l’ingiustizia. La carità è riuscire ad avere questa oggettività; la carità è oggettiva, vede le cose così come sono e le tratta così come sono.

Riuscire ad avere questo, vuol dire diventare delle persone mature, persone grandi e disinteressate, persone che cercano la verità e il bene, e che sono dedicate alla verità e al bene, perché invece di centrare il mondo su di se, centrano se stessi su Dio e sulla verità, che non è altro che un riflesso di Dio stesso.

Finalmente:

Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. Dice il Cantico dei Cantici, che “le grandi acque non riescono a spegnere l’amore”. Le grandi acque sono le acque dell’abisso, le acque del diluvio che hanno sommerso il mondo. Possono anche sommergere il mondo, ma non riescono a sommergere l’amore. L’amore ha una energia dentro che supera anche la densità delle grandi acque. Vuole dire che l’amore è irriducibile ed invincibile, che l’amore, quando ha veramente messo le radici, rimane anche di fronte agli ostacoli, anche di fronte alle incomprensioni e ai rifiuti. È capace di coprire tutto, e tutto vuole proprio dire tutto: credere tutto, sperare tutto, sopportare tutto.

L’ultima cosa che S. Paolo dice: questo amore che abbiamo descritto, proprio perché viene da Dio, è della stoffa di cui è fatto Dio, è un amore eterno. Il resto che l’uomo fa è destinato a scomparire; quello che l’uomo raggiunge con la cultura o come successo o come soldi, economia o potere, tutto questo è destinato a scomparire, perché tutte queste cose sono della misura del mondo. E siccome questo mondo è destinato a scomparire, perché prima o poi mi toccherà morire, con la mia morte scompaiono anche tutte queste cose.

Ma non scompare l’amore, perché l’amore non è della misura del mondo. È vero che l’amore si pratica in questo mondo, ma la sua misura è di Dio. L’amore è fatto di Dio, è realtà che appartiene al mondo di Dio, e proprio per questo rimane mentre il resto è destinato a scomparire. Questo dunque è l’amore.

E questo è quello che dobbiamo mettere davanti al Signore quando celebriamo il sacramento della Penitenza, perché credo che non sia difficile renderci conto che siamo distanti da questo amore. E questa scoperta credo che non debba spaventare nessuno. Scoprire che noi siamo poveri, che noi siamo peccatori, dovrebbe essere come scoprire l’acqua calda, dovrebbe essere una verità evidente e chiara; non scopriamo mica niente di straordinario.

Quindi non dovrei nemmeno andare in crisi depressiva perché ho scoperto il mio egoismo. Grazie a Dio che l’ho scoperto! Grazie a Dio che abbiamo potuto intravedere un pochino in che cosa consiste esattamente l’amore e quanto da questo amore siamo lontani. La reazione giusta è quella di trasformare questa consapevolezza, questa coscienza rinnovata in una lode a Dio, in riconoscimento della santità e della bontà di Dio e sottomettere a lui e alla sua bontà tutta la nostra vita.

Nel Miserere che abbiamo pregato prima c’è scritto: “Crea in me, o Dio, un cuore puro”. Badate che questo è quello che si intende per perdono, e la parola “crea” va intesa in senso stretto. Nel testo ebraico il verbo che è tradotto con “crea”, è un verbo che viene applicato nella Bibbia solo a Dio; non si dice mai che l’uomo “crea”, neanche come artista. Creare è una attività propria di Dio ed è il perdono. Il perdono vuol dire che il Signore ci prende così come siamo senza schifo; mica gli facciamo schifo per quello che siamo; ci prende così ed è capace di ricreare, di rifare.

Noi affidiamo a lui esattamente questa opera, che lui solo è in grado di fare, perché nella nostra vita ci sia una qualche scintilla in più di amore e di bontà, di quella carità alla quale appartiene il futuro.

 

CONVERSAZIONI SU GESU’ CRISTO

AUDIOLINK AI CONTENUTI AUDIO DI QUESTO TEMA

 

UNA PAROLA PER TE: il capitolo 21 del Vangelo secondo Luca:

Vangelo secondo Luca – 21

1Alzàti gli occhi, vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio. 2Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine, 3e disse: «In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. 4Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere».
5Mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, disse: 6«Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
7Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». 8Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! 9Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
10Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, 11e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
12Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. 13Avrete allora occasione di dare testimonianza. 14Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; 15io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. 16Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; 17sarete odiati da tutti a causa del mio nome. 18Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 19Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.
20Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. 21Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano verso i monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli che stanno in campagna non tornino in città; 22quelli infatti saranno giorni di vendetta, affinché tutto ciò che è stato scritto si compia. 23In quei giorni guai alle donne che sono incinte e a quelle che allattano, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. 24Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri in tutte le nazioni; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani non siano compiuti.
25Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, 26mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. 27Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. 28Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».
29E disse loro una parabola: «Osservate la pianta di fico e tutti gli alberi: 30quando già germogliano, capite voi stessi, guardandoli, che ormai l’estate è vicina. 31Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. 32In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto avvenga. 33Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
34State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; 35come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. 36Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».
37Durante il giorno insegnava nel tempio; la notte, usciva e pernottava all’aperto sul monte detto degli Ulivi. 38E tutto il popolo di buon mattino andava da lui nel tempio per ascoltarlo.