Con Maria, Madre del Redentore – 6

Bocca di Magra, 30-31 ottobre – 1 novembre 1987

Esercizi spirituali ai giovani e agli adulti

Con Maria, Madre del Redentore

4ª Meditazione

Ho un po’ di vergogna a fare un’altra meditazione perché, dopo i cinquanta minuti di stamattina, poi la predica che non finiva più, poi la celebrazione penitenziale, adesso c’è un’altra meditazione. Questa mattina leggevano negli Atti degli Apostoli, che è attraverso molte tribolazioni che bisogna passare per arrivare al Regno dei cieli. Allora mettete anche questa meditazione, come una tribolazione da sopportare, sul conto del Regno dei cieli.

Ci rimane da vedere questa sera la risposta di Maria alle parole di Elisabetta, e in realtà poi nemmeno solo alle parole dì Elisabetta; è una risposta di Maria anche alle parole dell’Angelo, quella risposta che si esprime nel Magnificat”: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”.

Il Magnificat

[46] Allora Maria disse: “L’anima mia magnifica il Signore

[47] e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

[48] perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

[49] Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome:

[50] di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono.

[51] Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

[52] ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili;

[53] ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi.

[54] Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia,

[55] come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre. (Lc 1,46-55).

L’Enciclica del Papa parla di questo cantico nei numeri dal 35 al 37, sotto un capitolo che è intitolato: “Il Magnificat della Chiesa in cammino”.

E l’idea del Papa è questa: La Chiesa fa il suo itinerario in mezzo al mondo tra le tentazioni e le tribolazioni, e in questo itinerario è sostenuta dalla grazia di Dio, perché non venga meno la sua fedeltà al Signore. La fedeltà della Chiesa è una fedeltà che il Signore stesso costruisce e mantiene con la sua grazia. E in questo cammino, proprio perché la Chiesa mantenga la sua fedeltà, a lei è donata la presenza di Maria. Maria in qualche modo accompagna con la sua presenza materna (questa è una idea che il Papa riprende in tutta l’Enciclica) il cammino della Chiesa. Il fatto che la Chiesa tutti i giorni nella celebrazione dei Vespri reciti il Magnificat, richiama proprio questo.

Il Magnificat è il cantico di Maria, è la sua risposta alla parola di Dio, ma in realtà ormai diventa il cantico di tutta la Chiesa. La preghiera di Maria diventa preghiera nostra, e vuole dire che la fede di Maria, che si è espressa nel Magnificat, diventa fede nostra, fede di tutta la Chiesa.

Ma che cosa contiene questo cantico di Maria? Senza stare a fare l’esegesi versetto per versetto, perché sarebbe un po’ noioso e lo trovate in un qualunque commento al Vangelo di S. Luca, volevo sottolineare alcuni atteggiamenti di fondo, perché, diceva S. Ambrogio: “sia in noi l’anima di Maria, sia in noi lo spirito di Maria per poter lodare il Signore”.

Incomincia dunque il cantico con quelle parole: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore”, che richiama quel tema al quale abbiamo già accennato e che dobbiamo semplicemente completare adesso: il tema della gioia.

Dove Dio interviene, la risposta dell’uomo deve sempre essere una risposta di gioia.

Dove Dio agisce, l’uomo deve lodare, e siccome l’azione di Dio è sempre una azione salvifica, questa lode è inserita, innestata in un atteggiamento di gioia.

Abbiamo già ricordato che la gioia ha una importanza grande nel Vangelo e in particolare nel Vangelo dell’Infanzia. Non è un caso che i cinque misteri gaudiosi, i cinque misteri della gioia, richiamino proprio gli avvenimenti dell’infanzia. Se voi provate a leggere i primi due capitoli di Luca, vi trovate almeno cinque o sei volte il richiamo alla gioia: la gioia di Elisabetta, la gioia di Zaccaria, la gioia di Maria, la gioia dei pastori, fino a quel capitolo 2°, vers. 10, dove gli angeli annunciano la nascita di Gesù con queste parole:

“Non temete, ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo. Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore”.

E abbiamo già ricordato in precedenza l’importanza della gioia nell’esistenza cristiana. Per questo, se voi portate pazienza, io vi consiglierei caldamente la lettura di quella Esortazione Apostolica di Paolo VI, che è intitolata: “Gaudete in Domino”, la gioia cristiana. È una Esortazione Apostolica che è passata abbastanza inosservata, perché non sembra uno dei temi fondamentali, ma in realtà dice alcune cose molto belle sulla vita di Maria, sia sulla esistenza della Chiesa, sia sulla gioia cristiana. Vi leggo alcune frasi semplicemente.

“Al primo posto, ecco la vergine Maria, piena di grazia, la Madre del Salvatore, disponibile all’annuncio venuto dall’alto essa, la serva del Signore, la sposa dello Spirito Santo, fa esplodere la sua gioia dinanzi alla cugina Elisabetta, che ne esalta la fede”.

“Essa, meglio di ogni altra creatura, ha compreso che Dio compie azioni meravigliose: Santo è il suo nome, Egli mostra la sua misericordia, Egli innalza gli umili, Egli è fedele alle sue promesse” (…) “Non che l’apparente corso della vita di Maria esca dalla trama ordinaria, ma essa riflette sui più piccoli segni di Dio, meditandoli nel suo cuore”.

“Fa esplodere”: quelle due parole “Magnificat” ed “esulta” dicono proprio una gioia incontenibile, una gioia che uno non riesce a tenere dentro di se ed è costretto a buttare fuori con forza.

Maria ha sperimentato esattamente questo. E questo è un piccolo segreto per la gioia. Ci sono delle gioie che vengono da esperienze straordinarie; quando uno vince alla lotteria scoppia la gioia, ma in realtà queste sono gioie effimere, che rimangono solo legate ad alcuni momenti particolari nella vita di un uomo.

Nella vita di Maria la sua esperienza è stata fondamentalmente una esperienza di quotidianità, l’esperienza del giorno per giorno, e però è stata capace di riflettere sui piccoli segni di Dio, meditandoli nel suo cuore; cioè di rendersi conto che anche nel quotidiano la presenza di Dio c’è, e che nel quotidiano si compie il suo progetto di salvezza, e che la nostra piccola vita, che è fatta di otto ore di lavoro al giorno che non salvano mica il mondo, che non vanno mica a finire sui giornali per cui tutti ne parlano, di cui non rimarrà nessun segno sulle enciclopedie, questa nostra vita banale che non lascerà nessun segno apparente, è però la realizzazione di un grande piano di salvezza, che è il piano di Dio.

Questo è possibile se uno impara a vedere i segni, i piccoli segni. Sono piccoli, sono la gioia di una esperienza di grazia, di una lettura del Vangelo, di una Eucaristia fatta bene, di una esperienza di comunione con gli altri, di una presenza in parrocchia dove si sente la vicinanza degli altri o dei malati o dei poveri; è attraverso queste piccole cose che il Signore si manifesta.

Solo che bisogna imparare a vederle, a interpretarle, perché noi, molte volte, ci passiamo sopra senza accorgercene. Siamo troppo abbagliati dalle preoccupazioni o dalle parole dei giornali o della televisione e non abbiamo attenzione per questi segni del Signore.

Secondo: Dice: “Non che le sofferenze le siano state risparmiate”. La gioia di Maria non è la gioia di chi è passato in questo mondo con un fiore in mano, cioè senza soffrire, senza conoscere le brutture del mondo, avendo davanti a se solo la bellezza degli angeli; non è questo. “Essa sta ai piedi della croce, associata in modo eminente al sacrificio del Servo innocente, lei che è Madre dei dolori”.

Se la croce è stata croce per Cristo, è stata croce anche per sua madre, e una croce dura e pesante e piena di sofferenza. “Ma essa è anche aperta, senza alcun limite, alla gioia della risurrezione ed essa è anche elevata, corpo e anima, alla gloria del cielo”.

Che vuole dire: in mezzo alla sofferenza quello che al cristiano non deve venir meno è la speranza, la convinzione che la sua vita è nelle mani di Dio e che Dio è più grande anche della morte, dei suoi limiti. Questo per noi e indispensabile, altrimenti la gioia nessuno riuscirà a metterla dentro alla nostra vita. Altrimenti la gioia necessariamente fa naufragio, a meno che uno non sia così fortunato da vivere tutta la vita senza una sofferenza. Ma anche in questo ipotetico caso c’è in ogni modo la morte, ed essa rimane come un peso insopportabile, un’ombra che non si può cancellare. Non c’è altra possibilità se non la speranza che si appoggia sulla Parola di Dio. E continua ancora il Papa: “Quale mirabile risonanza acquistano, nella sua esistenza singolare di Vergine d’Israele, le parole profetiche rivolte alla nuova Gerusalemme (sono parole di Isaia rivolte a Gerusalemme, e sono una meraviglia. Applichiamole a Maria, ma poi applicatele alla Chiesa e applicatele alle nostre comunità cristiane): “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio perché mi ha rivestito di vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia, come uno sposo che si cinge coi diadema e come una sposa che si adorna di gioielli”.

Questa è la bellezza di Maria, di una donna che Dio ha fatto bella e che di questa bellezza rende gloria a Dio, perché la sua bellezza non è altro che il riflesso della bellezza di Dio. Io credo che anche noi dovremmo imparare a pregare così. È vero che forse non siamo così belli, è vero che anche le nostre comunità non sono così belle, così luminose, però in realtà queste cose qui in qualche modo ci sono.

Se c’è l’Eucaristia, se c’è la parola di Dio, se c’è il sacramento della Penitenza che ci perdona, allora è vero che il Signore ci ha rivestito di un manto di giustizia. Non perché io sono giusto, ma perché è giusto lui e mi ha reso giusto per la sua bontà. E riuscire a godere e a gioire di queste cose per noi è essenziale e ci aiuterebbe anche a recuperare le piccole gioie della vita, che sono anch’esse preziose.

Vi leggo un piccolo elenco, che è una meraviglia secondo me, sempre del Papa. Dice:

“Ci sarebbe anche bisogno di un paziente sforzo di educazione per imparare o imparare di nuovo a gustare semplicemente le molteplici gioie umane che il Creatore mette già sul nostro cammino”.

Non è mica un peccato gustare le semplici gioie della vita; sono dei doni del Signore, e gustarli così, è come un rendere lode al Signore. E fa un elenco.

“Gioia esaltante dell’esistenza della vita”, e questo è quello che dicevamo; tutte le mattine, quando si aprono gli occhi, bisognerebbe rigustare questa gioia: la gioia di esistere e di vedere il mondo e di vedere i colori e di incontrare e ascoltare le persone.

“Gioia dell’amore casto e santificato”. C’è senza dubbio nel matrimonio una esperienza intima e profonda di gioia, che è la gioia di avere qualcuno per il quale siamo preziosi, qualcuno che vuole la mia esistenza, qualcuno che l’accetta senza condizioni; questo fa parte di una gioia grande, “gioia dell’amore casto e santificato”.

“Gioia pacificante della natura e del silenzio”, e chissà (forse gli esercizi possono servire anche a questo) perché, non c’è dubbio, che la natura che abbiamo intorno è una fonte di gioia, se la sappiamo gustare almeno a Bocca di Magra: “della natura e del silenzio”.

“Gioia talvolta austera del lavoro accurato”; questo è proprio tipico: un lavoro accurato che dà gioia, di quando uno ha concluso il lavoro ed è contento perché lo ha fatto proprio come andava fatto. È verissimo! È vero che un lavoro tirato via è frustrante; un lavoro fatto bene è una gioia austera, certamente, non una gioia che scoppia, ma è una gioia autentica, la gioia di fare qualche cosa che alla fine è produttivo, che serve a qualche cosa.

“Gioia trasparente della purezza, del servizio, della partecipazione. La gioia esigente del sacrificio”. Queste sono gioie umane; il cristiano potrà purificarle, completarle e sublimarle, ma non può disdegnarle; non può disprezzare queste gioie. “La gioia cristiana suppone un uomo capace di gioie naturali. Molto spesso, partendo da queste, il Cristo ha annunciato il Regno di Dio”.

L’esempio classico sono le nozze. Se c’è una immagine che Gesù usa di frequente per indicare il Regno di Dio è proprio quella delle nozze, quindi una gioia umana. Partendo di lì egli annuncia il Regno: vuole dire che c’è un legame tra quella realtà umana e il Regno di Dio. Non sono due cose così staccate una dall’altra, ma un legame c’è; c’è la possibilità di partire dalle piccole gioie umane “per cogliere in queste e per essere portati pian piano a gustare le grandi opere di Dio, quelle che Maria ha gustato e per le quali ha reso grazie”.

Perché dice:

“L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome”.

“Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente” è un’espressione classica in tutta la Bibbia: i “magnalia Dei”. Le grandi opere di Dio sono le opere della storia della salvezza: la liberazione dall’Egitto per esempio, il passaggio del Mar Rosso, il passaggio del Giordano, il cammino nel deserto, queste sono le grandi opere di Dio. E la legge per Israele, lo abbiamo già ricordato, è questa, che quando tu ti accorgi di una grande opera di Dio, devi lodare, non puoi tacere. Appena passato il mare con il miracolo famoso del Mar Rosso (cap. 15 dell’Esodo) dice il libro che “allora Mosè e gli israeliti cantavano questo canto al Signore e dissero: “ Voglio cantare in onore del Signore perché ha mirabilmente trionfato; cavallo e cavaliere ha gettato in mare. Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza” …e così via… Quindi le grandi opere di Dio.

Da notare, Maria non rende grazie per le opere di Dio in genere: si riferisce a Dio chiamandolo “mio salvatore”, quindi non semplicemente salvatore come un titolo generale, ma salvatore perché nei miei confronti, proprio per me, ha compiuto un’opera di salvezza. Questo è evidentemente indispensabile, perché tutte le volte che uno fa un atto di fede, deve dire questo. L’atto di fede non riguarda mai delle azioni esterne a me.

Quando io faccio l’atto di fede, non dico semplicemente: Credo che Dio esiste, ma certamente debbo sempre dire che la mia vita è coinvolta dall’esistenza di Dio. Mica per niente il Credo dovrebbe incominciare con la parola “Io”: “Io credo in Dio padre onnipotente”. “Io” è importante nell’atto del credo. Non dico: Credo nel teorema di Pitagora; il teorema di Pitagora è teorema di Pitagora anche indipendentemente da me, ma Dio, il Dio della professione di fede, non è Dio indipendentemente da me, è il Dio-per-me, è il Dio per la mia vita, è un Dio salvatore che riguarda me.

Non dico semplicemente che Dio ha salvato il mondo, cioè gli altri; questa non è una professione di fede. Dire che Dio ci ha salvato, questa è la professione di fede. Perché se dico che Dio ha salvato gli altri, è come se io stessi guardando un bel quadro e dicessi: Che bel quadro ho davanti! La professione di fede mi coinvolge, mi deve coinvolgere, mi deve compromettere: è il mio salvatore.

Vuole dire che la mia vita, la mia salvezza sono legate indissolubilmente all’azione di Dio, al suo comportamento. È come dire: senza Dio io non posso esistere, non ho una esistenza autonoma. “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva”. Qui la parola “umiltà” intendetela non in riferimento alla virtù dell’umiltà.

Non vuoi dire che Dio ha guardato a Maria che aveva la virtù dell’umiltà e quindi l’ha favorita. Il senso è che Dio ha guardato la povertà, l’insufficienza, la piccolezza di Maria, e proprio perché l’ha vista così, in una condizione di povertà, l’ha liberata con la sua potenza, l’ha salvata con la sua misericordia: “Ha fatto grandi cose in me”.

Se questo è vero, noi dovremmo imparare da Maria anzitutto il primato della lode. È vero che nella preghiera bisogna anche chiedere, e guai se una persona non chiede mai niente nella preghiera; vorrebbe dire che ha già tutto, che può fare a meno di Dio. Il non chiedere mai non è un atteggiamento corretto; è un atteggiamento essenzialmente presuntuoso. Però è vero che c’è un primato che va riconosciuto alla lode, perché è il riconoscimento della grandezza di Dio e di quello che Dio ha fatto per noi.

Seconda cosa: bisognerebbe che questa lode venisse collegata strettamente con la vita. È questo che un pochino facciamo fatica a fare. Lodare Dio sappiamo che lo dobbiamo fare, però bisogna che la lode sia legata con la mia esperienza, altrimenti, a lungo andare, diventa una lode vuota, si inaridisce.

Voi conoscete le Confessioni di S. Agostino; in 13 libri (a parte gli ultimi quattro che sono un’altra questione) S. Agostino racconta la sua vita. Ma, abbiamo già detto, non è che racconti la sua vita semplicemente come uno farebbe una autobiografia. S. Agostino incomincia dicendo: Voglio lodare il Signore, e voglio lodare il Signore con la mia vita; voglio mettere davanti al mondo la mia esperienza, perché appaia chiaro come il Signore ci ha lavorato dentro alla mia vita, come attraverso gli episodi belli e brutti della mia infanzia, dell’adolescenza ecc., c’era un Dio che mi chiamava, un Dio che urlava alle mie orecchie, fino a quando non è stato capace di vincere la mia sordità, fino a quando non mi ha chiamato a un atto di fede, a una accoglienza: questo è esattamente rendere lode a Dio, confessare la grandezza di Dio.

Legare la lode con la mia vita: ecco il segreto.

Quando vado a confessarmi, debbo fare l’elenco dei miei peccati, ma non sarebbe una brutta cosa se io incominciassi ringraziando il Signore che in questi giorni mi ha sopportato, mi ha dato la possibilità di lavorare: avevo un impegno da portare a compimento e sono riuscito a realizzarlo; ho incontrato una persona e quell’incontro è stato ricco di gioia e così via; cioè gli avvenimenti concreti della mia vita. Dio è presente nella mia vita: se lo riconosco, questo non fa altro che manifestare la verità delle cose, la verità della mia vita.

La seconda caratteristica del Magnificat è uno strano capovolgimento che Maria annuncia come effetto dell’intervento di Dio nella sua vita.

Dice:

“Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi”.

Notate: ci sono tre parole che indicano persone grandi che vengono abbassate, e ci sono tre termini che indicano persone povere che vengono innalzate. Si parla di superbi, di potenti e di ricchi; poi si parla di umili, di affamati e di quelli che temono Dio.

Chi sono i superbi? Nel contesto del Magnificat non sono tanto i vanitosi e gli ambiziosi (ci staranno dentro anche quelli) ma sono quelli che credono di potere fare a meno di Dio. Cioè sono gli autosufficienti, quelli che dicono: Io sono Dio, e quindi non ho bisogno di altri salvatori. È la tentazione dell’autosufficienza religiosa, dell’autosufficienza etica: Io sono bravo per conto mio.

I potenti sono evidentemente le persone che hanno potere; il termine si riferisce alla sfera politico-sociale.

I ricchi, non è necessario che lo diciamo, sono quelli che hanno molti soldi, quindi un riferimento alla sfera economica.

Bene, superbi, potenti, ricchi vengono abbattuti, dispersi, rovesciati, mandati a mani vuote. Qualcuno pensa che il termine “dispersi” faccia riferimento alla torre di Babele, a quegli uomini che, presi dalla superbia, volevano diventare autosufficienti senza Dio e che vengono dispersi sulla faccia della terra; comunque sia, il Magnificat dice che le prodezze umane vengono ridotte a nulla e quanto più si presentano autosufficienti, tanto più vengono umiliate e svergognate.

Testo parallelo nel Vangelo di S. Luca è la famosa parabola del cap. 12, dove si parla di un uomo ricco la cui campagna aveva dato un buon raccolto.

“Egli ragionava tra se: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? Farò così. Demolirò i miei magazzini, ne costruirò dei più grandi, vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni per molti anni. Riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte ti sarà richiesta la tua vita, e quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per se e non arricchisce davanti a Dio”.

Notate che nella parabola non si parla di un uomo disonesto che abbia accumulato ricchezze rubando; no, sembra che sia proprio un uomo onesto. Ma è un uomo che ha giocato tutto sui soldi. I soldi sono diventati la sua unica preoccupazione. Al resto non ci pensava perché riteneva che i soldi fossero sufficienti a procurargli il benessere, la tranquillità, la gioia, la sicurezza per il futuro. Stolto! dice il Vangelo: “Così è di chi arricchisce davanti agli uomini”, ma non si preoccupa di arricchire davanti a Dio.

Allargate il discorso. Insieme al ricco metteteci i potenti o i superbi e avete la stessa dinamica: “Sarà piegato l’orgoglio degli uomini, sarà abbassata l’alterigia umana; sarà esaltato il Signore, lui solo in quel giorno”. (Is 2, 17)

A tutti questi sono contrapposti gli umili, quelli che dal punto di vista sociale valgono poco; gli affamati, cioè quelli che di soldi ne hanno pochi e quelli che temono Dio, cioè quelli che riconoscono che Dio è Dio, e che loro sono della povera gente che ha bisogno di essere salvata.

Dice il Magnificat che il braccio di Dio disperde, rovescia e capovolge la sorte di queste persone. Non è una novità, perché idee di questo genere sono presenti in tutto l’Antico Testamento, soprattutto nei profeti. Se uno va a leggere Isaia al cap. 2° per esempio, o Ezechiele in tutta la parte centrale del libro, cap. 27° o 28°, si rende conto che Dio, quando trova delle ricchezze umane che vorrebbero in qualche modo affermarsi senza di lui, le capovolge, le abbatte.

Ma non c’è bisogno di andarlo a prendere nell’Antico Testamento.

Andate a leggere il racconto della nascita di Gesù. È un racconto straordinario, perché è normale. Non c’è nel racconto della nascita di questo Bambino niente di eccezionale. Vi leggo brevemente.

“Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo”.

Questa è una nascita comune, una nascita qualunque di un bimbo; e una nascita in un contesto di povertà: “non c’era posto per loro nell’albergo”; in una condizione umile: “lo avvolse in fasce, lo depose in una mangiatoia”. Eppure questa nascita che appare così semplice e piccola, è la rivelazione di una salvezza per tutti gli uomini: “Non temete, dice l’angelo, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, deposto in una mangiatoia”.

Ancora le stesse parole: “un bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia”. Quello che apparentemente è insignificante, in realtà davanti a Dio è decisivo, è il luogo della salvezza. La stessa idea ripercorre tutto il Vangelo. Vi faccio semplicemente alcune citazioni.

Nel cap. 7 di Luca: Gesù va a mangiare in casa di un fariseo. Mentre è a tavola, “una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del Fariseo, venne con un vasetto di olio profumato”.

Il resto del racconto lo sapete: c’è un fariseo, e fariseo vuole dire un uomo religioso, impegnato religiosamente; è c’è una donna peccatrice. Non c’è dubbio, io dico: Quello vale dal punto di vista religioso, la donna invece ha nessun motivo di vanto. Tutto il racconto gioca sul capovolgimento dei ruoli. Alla fine uno deve riconoscere che quella povera donna peccatrice, in realtà è una donna capace di amare perché è stata capace di vincere la vergogna, di vincere il giudizio degli altri per compiere un gesto di affetto e di rispetto. Al contrario quel fariseo, così grande e apparentemente giusto, è meschino, cioè una persona che non sa fare altro che giudicare e condannare; che non sa riconoscere l’amore dove si trova. Vengono capovolte le sorti.

Così pensate all’altra parabola del fariseo e del pubblicano, dove ancora c’è il fariseo come rappresentante della religiosità impegnata e il pubblicano come rappresentante dei peccatori; il pubblicano è un collaborazionista, è uno che ha venduto la primogenitura di Abramo per dei soldi, per un mestiere che gli desse ricchezza.

Quindi, non c’è dubbio che il fariseo è una persona degna, il pubblicano un indegno.

Ma tutto questo viene capovolto dalla parabola. Il pubblicano che dice: “O Dio, abbi pietà di me che sono un peccatore”, viene riconosciuto e proclamato giusto e il fariseo viene presentato come peccatore.

Nelle Beatitudini, così come nel Vangelo di Luca, si legge:

[20] Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: ‘Beati voi poveri, perché vostro è il regno dei cieli.

[21] Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete.

[22] Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo

[23] Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo facevano i loro padri con i profeti.

[24] Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione.

[25] Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.

[26] Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti”, (Lc 6,20-26).

La stessa idea, il capovolgimento.

E uno dice: Ma ci piglia gusto Dio ad agire così? Perché fa questo? Che cosa c’è dietro alla volontà di Dio di innalzare quello che è povero e di abbassare quello che si presenta come ricco? Io credo che in ultima analisi dietro a questo ci stia la legge della croce: quello che gli uomini hanno crocifisso, Dio lo ha innalzato, risuscitato e glorificato. Quello che si era presentato all’inizio come un fallimento, in realtà dentro al progetto di Dio è recuperato in una prospettiva di immortalità e di vittoria. Pensate all’inno della lettera ai Filippesi, dive si presenta Gesù,

[6] il quale pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio:

[7] ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana,

[8] umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.

[9] Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome;

[10] perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra;

[11] e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”

(Fil 2,6-11)

Ma torniamo al Magnificat. Allora il Signore, dice Maria, ha compiuto questo.

Rimane una obiezione da fare. La facciamo a Maria e la facciamo a noi stessi. È poi vero che le grandezze umane sono abbattute da Dio e le povertà umane sono innalzate e glorificate da lui? Perché a vedere come va il mondo, a leggere i giornali, è vero che qualche volta succede. Può succedere un crac di borsa e allora grandi tesori scompaiono all’improvviso. Ma questo non è che sia così frequente e non è che in generale le sorti si capovolgano. Di solito, anzi, è vero che chi ha del potere, tende a conquistarne di più; se ci sa fare, se è abile, non c’è certamente un rischio grave di capovolgimento delle sorti.

Allora dovremmo dire che il Magnificat è bello, ma illusorio, parla di un mondo fantastico! Per capire il Magnificat dovete tener presente che certamente non è una descrizione di come va il mondo. È una descrizione del progetto di Dio; è una descrizione di quello che vale e sarà riconosciuto come valido di fronte a Dio. Alla fine dei tempi la realtà sarà esattamente questa. E tuttavia non stiamo solo parlando del giudizio finale e della fine del mondo; il Magnificat vuole dire che di questa attività di Dio, di questo intervento di Dio, possiamo già incominciare a intravedere dei segni.

E i “segni” vuole dire questo: in una esistenza cristiana, per esempio, la scelta della povertà diventa possibile. Di per se la povertà non è un valore; di per se è un valore il possesso; la povertà è privazione, si presenta come un disvalore. E però in una logica cristiana la povertà può parlare di gioia, di speranza, può diventare ricchezza. Ci sono delle persone che nella comunità cristiana scelgono la povertà; non dico che debbano tutti sceglierla come S. Francesco, però ci sono dei S. Francesco nella comunità cristiana, e questi S. Francesco sono dei segni di un amore per la povertà che anticipa il giudizio di Dio e la valutazione di Dio.

E se quella gente lì è povera, è povera perché ha riconosciuto che davanti a Dio la povertà è grande, è gradita; c’è un mistero di gioia dentro alla povertà nella comunione con Dio.

E lo stesso discorso lo potete fare per la verginità, che non è un valore in se stessa, ma che diventa valore in questa prospettiva.

È lo stesso per l’obbedienza. Anche l’obbedienza, che è la rinuncia ad una autonomia di decisione, non è che sia un valore in se, però costituisce in se un richiamo, un rimando all’azione di Dio. Succede che chi sperimenta in concreto la povertà o la castità o l’obbedienza, può trovare in queste cose la gioia; e se trova in queste cose la gioia, vuole dire che ha scoperto la presenza di Dio proprio in un aspetto di rinuncia, di povertà dal punto di vista umano.

Il Magnificat richiama questo: diventa un insegnamento a non vedere le cose solo secondo il modo in cui le presenta il giornale o il bollettino di borsa, ma saper vedere le cose secondo una logica di Dio, logica misteriosa ma reale ed effettiva. Nella comunità cristiana abbiamo bisogno di questo.

In una comunità cristiana bisogna che ci siano delle persone che hanno scelto la povertà, la verginità e l’obbedienza. Non è la vocazione di tutti, però bisogna che qualcuno ci sia, perché se vengono meno queste testimonianze, queste presenze, vuole dire che la comunità cristiana tende a mescolarsi con il mondo, a diventare mondana, ad appartenere al mondo “mondano” e basta. E invece la comunità cristiana è in questo mondo, però ha un’apertura a quel progetto di Dio che il Magnificat annuncia.

Maria lo ha già sperimentato in se, perché ha sperimentato che la sua povertà è diventata ricchezza in Dio. E insieme con Maria è la possibilità che viene proposta alla comunità cristiana e che dobbiamo in qualche modo tentare di cogliere anche noi.

In questa meditazione mi interessavano questi due temi fondamentali: il primo, quello della gioia, del rendimento di grazie, della lode, che dobbiamo recuperare; il secondo, l’idea di questo capovolgimento delle sorti, al quale dobbiamo abituarci a pensare, in modo da imparare noi stessi a dare valore a quello che apparentemente è povero, piccolo e disprezzato e a valutare cose e persone secondo la logica del Magnificat.

Con Maria, Madre del Redentore – 5

Bocca di Magra, 30-31 ottobre – 1 novembre 1987

Esercizi spirituali ai giovani e agli adulti

Con Maria, Madre del Redentore

Omelia – 2° Giorno

Parola di Dio: (Rm 11, 1-2.11-12. 25-29 / Lc 14, 1. 7-11).

Nell’insegnamento del Vangelo di oggi Gesù ha ripreso un testo del libro dei Proverbi che diceva: “Non darti arie davanti al re e non metterti al posto dei grandi, perché è meglio sentirsi dire: Sali quassù, piuttosto che essere umiliato davanti a un superiore”.

Nel libro dei Proverbi questo costituiva una specie di regola del buon senso, per non fare brutta figura nei rapporti sociali. Il libro dei Proverbi ha come scopo quello di insegnare a un uomo come riuscire nella vita, come orientarsi dentro ai grovigli dei rapporti umani, dentro ai problemi complicati dell’economia nel mercato, della reggia, dei rapporti in famiglia, dei rapporti sociali.

Una persona che si presenti con un tantino di umiltà davanti ai re, corre meno rischi, probabilmente riceverà maggiori onori e maggiore stima di uno che si presenta con boria, che occupa subito i primi posti e così via.

Gesù ha ripreso questo insegnamento, ma nel contesto del Vangelo l’insegnamento acquista un significato ben più importante, perché la conclusione del Vangelo di oggi: “chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”, non vuole dire semplicemente che chi è umile di fronte agli altri riceverà onore dagli altri, ma parla dell’onore che si riceve da Dio.

Sarà esaltato” vuole dire: Dio lo innalzerà, e “sarà umiliato” vuole dire: Dio lo abbasserà. Quindi non c’è semplicemente in gioco il galateo, c’è il rapporto con Dio e la sua approvazione. Se uno vuole cercare un passo parallelo (sono andato a trovarlo per riuscire veramente a capire quello che voleva dire Gesù) è nel Vangelo di Marco. Gesù con i discepoli

[33] Giunsero a Cafarnao e quando fu in casa chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo lungo la via?»

[34] Ed essi tacevano; per via infatti avevano discusso tra di loro chi fosse il più grande.

[35] Allora sedutosi, chiamò i dodici e disse loro: “Se uno vuoi essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti».

[36] E preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro:

[37] “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me e chi accoglie me, non accoglie me ma colui che mi ha mandato”.

(Mc 9, 33-37)

Questo ci aiuta a capire l’intenzione di Gesù. Vuoi essere grande? Pare che questa sia una inclinazione naturale dell’uomo, tanto naturale che i discepoli per la strada, mentre Gesù stava parlando della sua passione, discutevano su chi di loro fosse il più grande. Gesù non dice: Non è giusto che tu voglia diventare più grande, ma dice una cosa paradossale: Vuoi diventare il più grande? Mettiti all’ultimo posto; devi diventare l’ultimo di tutti e il servo di tutti. E nota quella espressione: “di tutti”, perché a servire qualcuno ce la cavo anche. Ci sono delle persone che mi sono simpatiche e fare a loro un servizio non mi costa proprio niente, anzi mi procura una gioia grande.

Ma “servo di tutti” è una questione un po’ diversa. Non è solo il servizio bello che ti gratifica, (e notate: il servizio che gratifica è una cosa bella, grande, utile) ma si tratta di servire proprio tutti, quindi il servizio anche delle persone che non sono particolarmente simpatiche o sono addirittura sgradevoli. Per insegnare più in concreto che cosa questo vuole dire, Gesù compie un gesto simbolico: “prende un bambino, lo mette in mezzo e abbracciandolo dice loro: “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me.” ”. Che vuol dire?

Gesù sceglie il bambino perché dal punto di vista sociale è una persona che non ha potere, che non può farsi valere, che non può accampare diritti. Ebbene, quel bambino bisogna imparare ad accoglierlo; nel gruppo dei discepoli, che potrebbero essere considerati le persone importanti del gruppo di Gesù, in realtà l’importante è proprio lui, il bambino, quello che dal punto di vista sociale non conterebbe niente.

Evidentemente il bambino va considerato come simbolo, e il discorso si può tranquillamente allargare. Al posto dei bambini potete incominciare a mettere, per esempio, gli anziani. Gli anziani nella nostra società tendono a valere poco. Nelle società antiche era diverso; in Israele l’anziano godeva perlomeno del rispetto che toccava alla sua canizie; siccome l’anziano è persona di esperienza e saggia, questo bastava a dargli una posizione di prestigio.

Ma nella nostra società questo è cambiato abbastanza; il prestigio non tocca agli anziani, il prestigio tocca a quelli che hanno la mente veloce e sanno usare con velocità gli strumenti della tecnica. Tocca ai giovani il privilegio. Allora tenere conto dell’anziano, anzi mettere l’anziano prima di se stessi, è esattamente quel mettersi all’ultimo posto di cui Gesù parla. Poi accanto agli anziani metteteci i malati o i poveri o le persone che sono emarginate; ci stanno dentro, per esempio, anche gli zingari; poi vedete voi, tutti quelli che in qualche modo sono messi da parte.

Se uno vuole diventare l’ultimo di tutti e il servo di tutti, deve mettere davanti a se tutte queste categorie di persone.

Ma cosa vuole dire? Non si tratta semplicemente di una umiltà interiore, del fatto che uno interiormente deve pensare male di se stesso; l’umiltà, quando è puramente interiore, tende a diventare pelosa, cioè falsa, quasi ipocrita. L’umiltà diventa autentica quando diventa servizio, cioè quando in concreto, nelle scelte che una persona fa, invece di mettere se stesso sopra gli altri, si preoccupa del bene degli altri ed è disposto a mettere se stesso sotto gli altri; non dal punto di vista del valore, che non mi interessa; non è che debbo stare a valutare quanto valgo io e quanto valgono gli altri come intelligenza, come sensibilità, come santità ecc.

Anche tutti questi giudizi non riusciamo a darli in modo corretto, poi, in ogni modo, non mi interessa. Quello che conta è il fatto che tu ti metta effettivamente a servire, cioè che tu, invece di badare solo ai tuoi interessi, badi anche agli interessi degli altri, e invece di metterti al di sopra degli altri, usando gli altri come tuoi servi, ti metta al di sotto degli altri facendoti servo di loro.

Questo è quello che Gesù vuole dire quando dice di non metterti al primo posto, ma all’ultimo, perché il padrone che ti vede ti dica: Vieni su! e allora tu abbia onore.

Se al posto del capo del banchetto voi mettete Dio, la prospettiva è proprio questa. Se uno si mette a servire, Dio lo fa regnare con se. Se tu vuoi regnare, se tu vuoi metterti al primo posto (e va anche bene che tu lo desideri), devi però imparare a servire e a metterti all’ultimo posto. Se poi uno mi chiede perché questo capovolgimento paradossale, perché se voglio il primo posto devo mettermi all’ultimo, perché se voglio regnare mi debbo mettere a servire, la risposta la dà ancora un altro testo del Vangelo, quando durante l’ultima cena sorse ancora una discussione su chi poteva essere considerato il più grande.

Si vede che era un argomento che stava molto a cuore ai discepoli. Gesù dice:

“I re delle nazioni le governano e coloro che hanno il potere su di esse, si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi, diventi come il più piccolo e chi governa, come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come uno che serve”.

Questa è la spiegazione. Dice allora Gesù che ci sono due mondi diversi: il mondo dei re delle nazioni, il mondo mondano; e nel mondo mondano quelli che governano sono quelli che stanno al primo posto e che fanno pesare il loro potere sopra gli altri. Ma c’è un altro mondo, il mondo dei discepoli; e lì le cose debbono essere diverse: “Per voi però non sia così!”.

Che vuoi dire: Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente per poter discernere la volontà di Dio, quello che è buono, a lui gradito e perfetto. Bisogna che voi riusciate a togliere l’influsso del mondo mondano, del mondo del potere o dell’egoismo o della ricchezza, per riuscire ad entrare dentro alla logica del mondo di Cristo, di quella società che Cristo ha costruito, cioè della comunità cristiana, della Chiesa.

In una comunità cristiana le regole sono opposte, e il motivo è: “Io sto in mezzo a voi come uno che serve”. Il motivo è che il Signore si è fatto tuo servo, che il tuo Maestro si è fatto tuo servo. E allora, siccome lui è il Signore e il Maestro, e siccome lui è evidentemente il primo (spero che non ci sia nessuno che voglia andare prima di Gesù Cristo), siccome lui è il primo, per andare vicino a lui bisogna che tu ti metta a servire come ha servito lui.

Questo è il motivo più profondo. Non è che Gesù provi gusto a capovolgere le cose, a fare affermazioni paradossali, il fatto è che lui è venuto così, che lui ha servito, che lui si è messo all’ultimo posto. Allora dentro alla comunità dei suoi discepoli, dentro alla comunità cristiana, dentro a una parrocchia, vale questa regola: “Vuoi essere il primo?”; è un buon desiderio, però ti metti all’ultimo posto, a servire, altrimenti non puoi diventare primo. Quando incominci ad assomigliare a Gesù, diventi primo. Gesù si è presentato proprio così, come colui che serve.

Voi capite che questo discorso è anche la legge dell’Eucaristia. Che cosa veniamo a fare a Messa? A lasciarci lavare i piedi dal Signore. È un discorso che abbiamo fatto altre volte. Portate pazienza se lo ripetiamo, perché la Messa è proprio questo. Nella Messa il Signore è il Signore, è il primo. E che cosa fa per essere il primo? Ci regala la sua vita, si mette all’ultimo posto: “Questo è il mio corpo che viene donato per voi”, “Questo è il calice del mio sangue che viene versato per voi”.

Questo si chiama servizio: donare. Quindi nella Messa, lui che è il Signore, il primo, dona la sua vita, sacrifica la propria vita, si fa servitore. E noi qui siamo le persone che Gesù serve, che ricevono la ricchezza della Messa; siamo in qualche modo i padroni di quella ricchezza che il Signore mette a nostra disposizione. Ma evidentemente se io accetto questo, accetto la dinamica della vita di Gesù e quindi accetto che il primo posto consista nel servire e che l’essenziale consista nel donare.

Così uscire da Messa vuole dire questo: esco da Messa, perché quello che nella Messa ho vissuto diventi anche il mio vissuto, la mia esperienza, cioè perché nella vita io impari a donare e a servire, come dal Signore io sono stato amato e servito.

Il discorso del brano di oggi: “non scegliere il primo posto, ma va a metterti all’ultimo posto”, lo possiamo tradurre proprio così: nell’Eucaristia tu impari che il modo per essere grande davanti a Dio è quello di servire gli altri. Accogli nell’Eucaristia il servizio del Signore che si è messo all’ultimo posto ed esci dall’Eucaristia portando la sua dinamica di amore, di servizio e di dono.

Una parola sulla prima lettura. Facciamo semplicemente una parafrasi. Ieri c’era l’inizio della riflessione di S. Paolo, oggi c’è la conclusione. “Fratelli”, dice San Paolo, “io domando: Dio avrebbe forse ripudiato il suo popolo?”.

Se Israele non ha creduto nel Signore, vuole forse dire che Dio lo ha ripudiato? Impossibile! Impossibile perché, “se noi manchiamo di fede, Dio però rimane fedele, perché egli non può rinnegare se stesso”, dice la lettera a Timoteo. Noi possiamo mancare di fede, ma Dio non manca di fedeltà, quindi quello che Dio ha promesso non lo lascia in sospeso per nessun motivo, nemmeno per la nostra infedeltà.

Si tratta, dunque, di dimostrare come Dio rimanga fedele a Israele. Paolo lo dimostra in due modi: anzitutto, dice, ci sono alcuni Ebrei che sono entrati nella Chiesa; “anch’io sono israelita”.

Non tutti gli Israeliti hanno rifiutato la fede, perché la prima comunità cristiana è una comunità di Israeliti: gli apostoli, Paolo e chissà quanti altri. Ma poi continua: “Ora io domando: Forse inciamparono per cadere per sempre? La gran parte di Israele è escluso per sempre dalla salvezza?” Certamente no, dice S. Paolo, ma “la causa della loro caduta, la salvezza è giunta ai pagani per suscitare la loro gelosia”.

Dio si è servito anche della infedeltà di Israele, perché a motivo del rifiuto di Israele, si è aperta la porta ai pagani. Questo è vero dal punto di vista storico. È vero che S. Paolo ha cominciato a predicare ai pagani, perché gli Ebrei lo hanno rifiutato; egli cominciava regolarmente a predicare nelle sinagoghe, e quando lo cacciavano fuori, andava a predicare ai pagani.

Se i pagani sono entrati nella Chiesa, è a motivo della incredulità di Israele. Allora “a causa della loro caduta (della caduta di Israele) la salvezza è giunta ai pagani”. Quindi nel progetto di Dio aveva un senso positivo anche l’incredulità di Israele.

Ma “la salvezza è giunta ai pagani per suscitare la loro gelosia”, cioè perché gli israeliti, vedendo che i pagani sono arrivati alla salvezza, vengano presi dalla gelosia e arrivino anch’essi a convertirsi.

Questa è una gelosia buona, l’ansia di diventare buoni come i buoni o santi come i santi o salvati come i salvati, come nel nostro caso. “Se pertanto”, dice Paolo, “la loro caduta è stata ricchezza del mondo”, perché la loro caduta ha aperto la salvezza ai pagani, e “il loro fallimento è stato ricchezza dei pagani, che cosa non sarà la loro partecipazione totale!”.

Già il peccato di Israele aveva avuto un effetto positivo per noi; chissà che cosa sarà la fede di Israele, quando Israele ritornerà al Signore! “Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi”. Questo lo dice ai cristiani di origine pagana: Non cominciate a disprezzare gli Israeliti perché dite: Noi abbiamo creduto e loro invece sono rimasti fuori della fede. Se arrivaste a questo modo di giudicare, sareste presuntuosi e decadreste anche voi dalla salvezza.

“Non voglio che ignoriate questo mistero, perché non siate presuntuosi”, perché non facciate della vostra fede un motivo per sentirvi al di sopra degli israeliti che non hanno creduto. “L’indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che non saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato come sta scritto (e qui cita l’Antico Testamento): ‘Da Sion uscirà un liberatore”.

Allora c’è un indurimento di Israele, ma provvisorio; quando tutte le genti saranno entrate, entrerà anche Israele, anche Israele sarà portato alla fede, perché dice: “Quanto al Vangelo, essi sono nemici, per vostro vantaggio”; la loro incredulità è stata a vostro bene; “ma quanto alla elezione, essi sono amati, a causa dei padri”, quindi Dio non ha smesso di amarli.

A causa dei padri” vuole dire: a causa dei Patriarchi, come ricordavamo ieri. Gli israeliti sono i figli di Abramo e Dio non può odiare i figli di Abramo, perché è contro il suo cuore stesso, il suo essere profondo: “essi sono amati a causa dei padri”, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili. Se quindi una volta Dio ha promesso a Israele la salvezza, questa promessa non decade, rimane valida per sempre. Le vie della realizzazione sono misteriose, quanto sono misteriosi i piani di Dio, ma le parole di Dio e le sue promesse non decadono.

Tutto questo è un invito a guardare con immenso rispetto la vita religiosa del popolo d’Israele, degli Ebrei, perché è la radice sulla quale siamo innestati anche noi. La radice è Abramo; anche per noi Abramo è il nostro padre nella fede.

Secondo: saper ricordare e proclamare che la chiamata di Dio e i doni di Dio sono irrevocabili. È vero che la nostra infedeltà può impedire al progetto di Dio di realizzarsi a breve scadenza, ma il progetto di Dio vince sempre alla lunga sulle nostre infedeltà e i nostri peccati. E questo, in fondo, è la garanzia più bella. Abbiamo una promessa di Dio; bisogna che ci affidiamo a questa promessa perché le promesse di Dio non vengono mai meno neanche a motivo dei nostri peccati.

Con Maria, Madre del Redentore – 4

Bocca di Magra, 30-31 ottobre – 1 novembre 1987

Esercizi spirituali ai giovani e agli adulti

Con Maria, Madre del Redentore

3ª Meditazione

Premessa

Lo scopo delle meditazioni che facciamo in questo corso di esercizi è meditare il posto che Maria, per il progetto di Dio, ha nella storia della salvezza e quindi nella nostra vita. Cercare quindi in questo modo, di rinnovare la presenza di Maria nella vita spirituale che noi stiamo vivendo, nel nostro cammino di fede in modo da rinnovarlo in modo corretto, secondo la parola di Dio e la tradizione lunga e ricca di fede della Chiesa. Questo vuole dire ritrovare in Maria un modello e una madre.

Un modello:

in Maria c’è una esistenza cristiana realizzata perfettamente; guardando a lei, impariamo a cogliere quali sono le dimensioni essenziali di una esistenza cristiana. La grandezza di Maria sta esattamente nella sua fede e in quello che, a motivo della sua fede, ha vissuto come obbedienza, come dedizione e consacrazione a Dio.

Una madre:

la fede che Maria ha avuto, non è una fede privata. La sua è una fede che genera nella vita della Chiesa la nostra fede, la fede della Chiesa di tutti tempi, che è una dilatazione, un prolungamento della fede di Maria. Questo vuole dire ritrovare in lei una madre.

In fondo il senso di questi esercizi sarebbe raggiunto se si rinnovasse in noi questa convinzione, che nella vita spirituale Dio ci ha dato una madre in Maria. È evidente che in ultima analisi è Dio stesso la sorgente di tutto. Il Dio della rivelazione è un Dio che si presenta padre, ma è un Dio che ha anche i sentimenti materni; questo è ricordato, per esempio, nel libro di Isaia. Ma Dio ci ha donato come segno della sua maternità Maria, che diventa, proprio per questo, madre nei confronti di ciascuno di noi e della nostra vita spirituale.

Ora, la vita spirituale cristiana è fatta certamente di cose che dobbiamo fare, ma prima ancora di una vita che dobbiamo vivere; la vita cristiana è fatta del mio amore per il prossimo, del mio servizio, del mio impegno, ma sarebbe ancora poco se fosse solo questo. Se la vita cristiana fosse solamente una grande legge, una bella legge, una legge perfetta, una legge esigente che viene messa di fronte alla mia vita, quella vita cristiana mi ucciderebbe invece che sanarmi; perché se io mi trovo davanti una legge esigente, ma rimango con i miei limiti e le mie insufficienze, la conoscenza della volontà di Dio non farebbe che provocare delusione e rovina.

Ma la vita cristiana è prima di tutto il dono di una vita: è la comunicazione della vita divina che ci viene trasmessa; è ricevere il dono dello Spirito e quindi un cuore nuovo, uno spirito nuovo; è la gioia di essere amati. La vita cristiana è anzitutto la gioia di essere amati. Ed è proprio da questa gioia che scaturisce la forza di amare, di rispondere alle esigenze di Dio.

La base di tutto è la fede, cioè l’apertura del nostro cuore all’influsso di Dio, all’amore di Dio, al dono di Dio, ed è su questa base che noi possiamo costruire il nostro amore per il prossimo e tutti gli impegni della vita cristiana, dai più piccoli ai più grandi.

La meditazione di questi giorni si colloca, prima di tutto, nella prospettiva della fede, del ricevere, del lasciarsi amare da Dio, dello scoprire che io nella mia vita non sono solo, ma che lo sguardo di Dio mi accompagna con benevolenza e con amore. Di questo sguardo di Dio, Maria è un segno. Quando un bambino viene a questo mondo, ha bisogno di cibo, di protezione, di qualche panno attorno al corpo; ha bisogno di tutto questo, ma ha bisogno anche di un sorriso. Ha bisogno di sentirsi e di vedersi accolto da una madre e da un papà, cioè da qualcuno che è contento che lui ci sia, e impara a sorridere vedendo il sorriso di qualcuno che lo accoglie. Ed è esattamente questo che gli permetterà, crescendo, di imparare ad amare, di non avere troppa paura della vita, di non avere troppa paura degli altri, di non sentirsi rifiutato e respinto da tutti e quindi portato a chiudersi in un egoismo di autodifesa. Quello che permette a un bambino di aprirsi all’amore, è esattamente il trovare uno sguardo paterno e materno di accoglienza.

Ed è esattamente questo che Maria rappresenta per noi, questo sguardo materno: lo sguardo materno di Dio, di cui Egli ci ha dato un segno visibile, concreto in lei.

Ritrovare questo, vuoi dire ritrovare la gioia di essere amati, la gioia di non essere figli di nessuno, ma di avere qualcuno che gioisce per noi e che opera e che vive per noi, che è preoccupato della nostra vita e del nostro cammino di vita spirituale. La vita spirituale è evidentemente qualche cosa che io vivo responsabilmente: ho una mia responsabilità, non c’è dubbio, che non va delegata a nessuno, ma l’energia e la forza per compiere questo cammino mi vengono dal Signore attraverso tutti quei doni che il Signore mi ha fatto, e tra questi doni c’è quello di una madre nella vita spirituale.

Quando a Maria, che sta ai piedi della croce con Giovanni, Gesù dice: “Donna, ecco tuo figlio”, si tratta dì un richiamo a una maternità spirituale di Maria nei confronti dei discepoli del Signore.

Riprendiamo allora il nostro cammino di meditazione. Ritorno a quello che ho detto all’inizio. provo a presentarvi alcune riflessioni; però la cosa importante è che questi testi del Vangelo li pigliate voi, li leggiate, che li impariate a memoria, che li amiate e ne sentiate la ricchezza, che impariate a gustare ogni parola e ogni espressione, perché queste parole sono una forza; sono una esperienza interiore che vi permetterà poi di affrontare con maggiore serenità e impegno tutte quelle fatiche, che la vita umana e la vita cristiana vi propongono.

Visitazione

[39] In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda.

[40] Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.

[41] Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce:

[42] “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!

[43] A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?

[44] Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo.

[45] E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”.

[46] Allora Maria disse: “L’anima mia magnifica il Signore

[47] e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore,

[48] perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata”

(Lc 1,39-48)

Proviamo a rileggere questo testo seguendo i personaggi che il testo mette sulla scena. È un modo molto semplice, quello che ci hanno insegnato alle elementari e alle medie e che possiamo tranquillamente usare quando si legge il Vangelo, per capirne tutta la bellezza. Partiamo allora da Maria.

Maria:

Di Maria dice il nostro brano, che “si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta”.

Che vuoi dire? In precedenza Maria ha avuto una esperienza del tutto personale, quella dell’annunciazione. Lì era sola davanti a Dio, chiamata a rinnovare una scelta di responsabilità personale, quella che Maria rinnova con il suo: “Eccomi, sono la serva del Signore”. Lì, si potrebbe dire, c’erano semplicemente Dio e Maria. Certamente c’era tutta la storia della salvezza come contesto, ma lì l’esperienza è proprio quella dell’essere soli davanti a Dio.

Ora, invece, Maria va verso gli altri, va a trovare la sua parente Elisabetta.

Perché va a trovarla?

Per lodare insieme il Signore.

Come vedremo, loderanno il Signore; certamente anche per darle e offrirle il servizio e la gioia di una presenza in un momento che per Elisabetta era delicato e difficile. Già questo fatto è significativo. La vita di Maria è fatta di un momento in cui sta davanti a Dio e di un momento in cui va in mezzo agli altri. La vita di Gesù è costruita nello stesso modo; ci sono dei momenti in cui Gesù si ritira solo a pregare e ci sono poi dei momenti in cui egli va in mezzo alla folla. Anche la vita del cristiano deve essere fatta nello stesso modo: ci debbono essere dei momenti in cui rientriamo in noi stessi e ci collochiamo davanti al Signore, e ci debbono essere dei momenti in cui andiamo in mezzo agli altri, li ascoltiamo e li incontriamo col nostro affetto e coi nostro aiuto. E questi due momenti sono semplicemente messi uno accanto all’altro, ma uno è il fondamento dell’altro, è la motivazione e la forza dell’altro. Proprio perché Maria ha ricevuto l’annuncio del Signore va in mezzo agli altri, va a trovare la sua parente e si mostra disponibile in un atteggiamento di servizio pieno.

Accade lo stesso per il Signore.

Il rapporto che Gesù ha con il Padre gli permette di cercare gli uomini non solo per un interesse privato, ma con un atteggiamento di amore, con quell’amore che ha recuperato esattamente attraverso il rapporto con Dio.

Ecco il primo esame di coscienza.

Mi chiedo: Nella mia vita queste due dimensioni sono equilibrate? Non è che devo stare sempre davanti a Dio però non è nemmeno che debbo stare sempre in mezzo agli altri; debbo trovare l’equilibrio, e l’equilibrio avviene quando il mio rapporto con il Signore dà forza di amore a tutti gli altri rapporti che vivo. Bene, questo equilibrio c’è o debbo in qualche modo ritrovarlo? Ciascuno deve verificarsi per conto suo.

Andiamo allora avanti in questo cammino di Maria, che è una mescolanza di semplicità e di grandezza nello stesso tempo. Va a trovare Elisabetta. E però il “sì” che ha detto all’angelo, a Dio, ha trasformato tutta la sua vita. Perché l’ha trasformata? Perché adesso, mentre Maria va, porta dentro di se la grazia di Dio. In concreto questa grazia di Dio si chiama Gesù. Il concepimento è avvenuto, quindi Maria porta dentro di se il Figlio di Dio. Ma questo va compreso secondo quello che ricordavamo: è stato infatti un concepimento non solo dal punto di vista fisico, ma prima di tutto dal punto di vista della fede. Allora il cammino di Maria è un cammino ricco della grazia di Dio. È Maria di Nazaret che va a trovare Elisabetta, ma nello stesso tempo è la “piena di grazia”. E questo cambia tutte le cose.

Da un certo punto di vista è Maria che porta Gesù; da un altro punto di vista è Gesù che dà la vita a sua madre: che le dà una vocazione, un senso, perché tutto quello che Maria vive è dono di lui. Se tenete presente questo, capite l’importanza di quel saluto a Elisabetta: “Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta”.

Salutò Elisabetta, vuol dire che probabilmente ha dato quel saluto che rivolgono normalmente gli Ebrei: Shalom – Pace; un saluto usuale, quotidiano come il nostro “Ciao” o qualche cosa di questo genere. Non c’è niente di straordinario in questo; e però sembra che questo sia un saluto particolarmente ricco, perché Elisabetta dice: “Appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo”.

Vuole dire: è un saluto carico di forza, capace di trasmettere una esperienza di gioia e di pace interiore. È un saluto simile a quello di Gesù il giorno di Pasqua.

Racconta il Vangelo di Giovanni, nel cap. 20, che il giorno di Pasqua, mentre i discepoli erano chiusi nel Cenacolo per paura dei Giudei, “Gesù venne, si fermò in mezzo a loro e disse: ‘Pace a voi!”‘. E questo è ancora il saluto banale e normale degli Ebrei, apparentemente. “Detto questo mostrò loro le mani e il costato, e i discepoli gioirono al vedere il Signore”. C’è qualche cosa di nuovo, di più, in quel saluto; è un saluto creativo.

Quando Dio ha detto: “Sia la luce”, la luce ha cominciato a esistere, e quando Gesù ha detto ai suoi discepoli: “Pace a voi”, la pace è entrata davvero dentro ai loro cuori, non è arrivata solo ai loro orecchi.

Così quando Maria saluta Elisabetta, trasforma nello stesso modo la vita della sua parente. E questo, credo, rimane come una specie di desiderio anche per noi. Piacerebbe anche a me salutare nello stesso modo la gente: potere incontrare un amico e salutarlo, ma salutarlo in modo che il mio saluto gli dia dentro la gioia, la pace. Ebbene, questo, se ha ragione il Vangelo, è possibile.

Per quale motivo il saluto di Maria ha questa energia? Semplicemente perché ha detto di sì a Dio, perché si è collocata nella obbedienza, è diventata in qualche modo trasparente a Dio.

Trasparente vuole dire, che attraverso di lei passano davvero l’amore e la santità di Dio, passano la forza e la pace di Dio.

Ma questo dovrebbe valere per ciascuno di noi. Se la vita di qualcuno di noi è toccata dalla presenza di Dio, allora la nostra presenza in mezzo agli altri diventa portatrice di pace. Voi ricordate che nelle beatitudini c’è scritto che sono beati i pacificatori, cioè i portatori di pace; sono beati quelli che hanno dentro al loro cuore una pace così grande, che la trasmettono intorno, che quando incontrano la gente e tendono la mano in un saluto o sorridono o prendono una decisione insieme con gli altri, comunicano la pace.

Maria ha fatto questo e noi dobbiamo fare così, ma la condizione è quella che dicevamo: è avere dentro di noi la pace del Signore, e quindi avere dato al Signore un sì di obbedienza e di fede piena.

Vediamo che cosa fa Elisabetta.

Elisabetta:

Dice il Vangelo che sente il saluto di Maria e percepisce il movimento del bambino nel suo grembo. Questa, di per se, è una esperienza del tutto naturale e normale, che capita frequentemente alle donne incinte. Ma Elisabetta, aggiunge il Vangelo, viene riempita di Spirito Santo e profetizza, interpretando il movimento del bambino con un occhio di fede.

Che vuole dire: secondo lei quel movimento del bambino non è semplicemente un movimento naturale del feto, è la gioia messianica; “il bambino ha saltato di gioia”, dice il testo.

È la risposta del bambino al saluto di Maria, una risposta che contiene essenzialmente la lode di Dio.

Dal punto di vista teologico Elisabetta rappresenta il popolo dell’Antica Alleanza. Rappresenta Abramo, Isacco, Giacobbe; rappresenta Mosè e Davide; rappresenta i profeti e i poveri di Jahvè di tutto l’Antico Testamento, cioè quel popolo che ha vissuto la sua storia nell’attesa di un intervento ultimo e definitivo di salvezza di Dio. Elisabetta riconosce ormai questo intervento e si sottomette a Maria, cioè colloca Maria al di sopra di se a motivo della grazia di Dio, così come, qualche anno dopo, Giovanni Battista, vedendolo venire verso di lui, si sottometterà a Gesù, lo riconoscerà come il Messia. Questo è il significato storico salvifico dell’avvenimento.

Ma vediamo le parole di Elisabetta: “Fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: ‘Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo”.

Ritorna qui una parola che abbiamo già trovato e commentato ieri: “Benedetta” benedire. Abbiamo detto che la benedizione di Dio consiste nella ricchezza dei doni che Dio offre e comunica all’uomo. Quando Elisabetta riconosce che Dio ha benedetto Maria, riconosce il dono che Dio ha compiuto in Maria, il dono della maternità.

Non solo della maternità in senso fisico, l’abbiamo ripetuto tante volte, ma il dono della grazia di Dio, quindi di quella ricchezza di vita che viene da Dio.

In questa parola matura un tema teologico, che è antichissimo nella Bibbia e che coinvolge proprio la nostra vita. L’immagine dell’uomo che la Bibbia presenta, è quella di un uomo che ha ricevuto da Dio una benedizione alle origini: Dio benedisse l’uomo e la donna dopo averli creati.

Ma è anche la visione di un uomo che è decaduto da questa benedizione a motivo del peccato; l’uomo ha voluto recidere il legame che lo univa a Dio; ha visto Dio come un avversario, un nemico e ha voluto affermare la propria autonomia; ebbene, in questo modo l’uomo ha reciso il legame che lo univa alla sorgente della vita e si è trovato in una condizione di non-benedizione, di “maledizione”.

È il peso di morte, di inutilità, di vacuità, di frustrazione che accompagna l’esistenza dell’uomo in tutta la sua storia. E credo che questo peso di morte lo conosciamo abbastanza bene, perché ne ritroviamo germi evidenti nella nostra vita e nella nostra cultura.

Nella nostra cultura ci sono segni di un desiderio insano di morte, di annientamento e di nichilismo, e sono esattamente questi germi di privazione di vita che nascono dall’allontanamento da Dio.

L’inizio della storia della salvezza è legato alla vocazione di Abramo, che è descritta con queste parole: (Gen 12, 1-3)

[1] Il Signore disse ad Abramo: “Vattene dalla tua terra, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre verso una terra che io ti indicherò.

[2] Io farò di te un popolo grande e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e tu diventerai una benedizione.

[3] Benedirò coloro che ti benediranno e chi ti oltraggerà io lo maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra.

Se ci avete fatto caso, in questi versetti la parola “benedire” o “benedizione” ritorna fuori cinque volte; è la parola che domina. Dio promette ad Abramo la benedizione per lui. Benedizione vuol dire la vita, la vita piena, ricca dal punto di vista fisico; ma vuole dire una vita ricca dal punto di vista del significato, del valore; una vita che uno è contento di vivere perché sa che ha un significato. Dio promette questo ad Abramo e lo promette non semplicemente per lui. Anche qui siamo davanti ad una esperienza privata: “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”.

Che vuole dire: se un uomo avrà la fortuna di potere incontrare Abramo, di potere toccare Abramo, attraverso Abramo anche quell’uomo riceverà la benedizione; quelli che benediranno Abramo riceveranno la benedizione di Dio.

Bene, è esattamente questo che viene detto di Maria; quel “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno”, vuole dire che quella benedizione, che era stata promessa ad Abramo, si sta realizzando, e che se qualcuno può entrare a contatto con Gesù, anche solo toccare un lembo del suo mantello come “l’emorroissa”, attraverso il contatto con Gesù riceverà la benedizione, la vita.

Maria porta Gesù, ce l’ha dentro di se. È Gesù che benedice, ma Gesù ha bisogno di Maria, in questo caso, per benedire, ha bisogno che Maria l’accompagni a trovare Elisabetta, lo porti a contatto con Giovanni Battista, lo conduca a contatto con le situazioni del mondo per trasmettere la benedizione. In questo modo Maria è essa stessa benedizione e sorgente di benedizione per il mondo intero.

Attraverso la sua presenza c’è una gioia e c’è una speranza nuova che si realizza e si compie anche per noi. Di fronte a questo la prima reazione interiore diventa quella dello stupore. Dice Elisabetta: “A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?”. Stupore, cioè, che “la madre del mio Signore”, di colui che sta infinitamente al di sopra di me, “venga a me”.

È lo stupore che sperimenterà Giovanni Battista quando vedrà Gesù venire al suo battesimo: “Io debbo essere battezzato da te, e tu vieni a me?”, dirà il battista. Sarà lo stupore di Pietro nell’ultima cena, quando vedrà Gesù chinarsi a lavare i suoi piedi, e vedrà quindi un Signore, un Maestro farsi suo servo, spendere la sua vita e il suo onore per lui e si stupirà. Tanto si stupirà Pietro, che vorrà respingere addirittura quell’atteggiamento del Signore.

Ora, anche noi siamo a contatto con questa realtà.

Quello che Elisabetta o Giovanni il Battista o Pietro hanno sperimentato, fa parte anche della nostra esperienza. Ma quello che molte volte non fa parte della nostra esperienza, è lo stupore. Noi siamo piuttosto abituati all’abitudine, cioè a vivere le cose in qualche modo come routine, come ripetizione; facciamo fatica a rinnovare lo stupore e la gioia davanti alla grandezza di qualche cosa. Renderci conto che Dio si interessa di noi, dovrebbe essere la sorgente di uno stupore eterno. Quando al mattino spalanchiamo un po’ a fatica gli occhi e torniamo a vedere il mondo e torniamo a renderci conto di noi stessi, beh!, questo dovrebbe già suscitare lo stupore, quello stupore che abbiamo pregato questa mattina col Salmo 8, per esempio:

“Che cos’è l’uomo che ti ricordi di lui e il figlio dell’uomo perché te ne dia pensiero?”.

Ricuperare lo stupore è una delle condizioni della sanità della vita spirituale.. Una vita spirituale che sia ricca e interiormente intensa, richiede anche questo. E allora ci collochiamo nell’atteggiamento di Elisabetta, tentando in qualche modo di farlo nostro.

Ultima cosa.

Dice: “Appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo”. “Esultato”: letteralmente è “ha saltellato” di gioia. È come una specie di danza che Giovanni Battista compie nel seno di sua madre. Sua madre l’ha interpretata così: l’ha sentita come una danza, come un movimento gioioso. In questo modo Giovanni Battista, che non è ancora nato, sta però istruendo sua madre. Giovanni Battista sta vivendo il primo incontro con Gesù e rende testimonianza a Gesù. E quello che è significativo, è il come Giovanni Battista rende testimonianza: cioè con gioia.

Ci ritorneremo su questo tema, perché è un tema dominante dei Vangeli dell’Infanzia ed è per noi molto importante. Giovanni Battista rende testimonianza a Gesù esultando per lui.

Nel capitolo 3 del Vangelo di S. Giovanni nei versetti 29 e 30 si dice che i discepoli di Giovanni si stanno ribellando al fatto che Gesù fa più adepti che non Giovanni Battista. I discepoli di Gesù stanno battezzando; molta gente va dietro a Gesù e i discepoli di Giovanni Battista sono tristi per questo. Giovanni Battista risponde così:

“Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire”,

che sono le parole più nobili che il Vangelo mette sulla bocca di Giovanni il Battista. “Egli deve crescere e io invece diminuire”, affermato non con la rassegnazione di chi sa che andrà a finire così, ma con la gioia di chi ha trovato il compimento della sua vocazione.

Nel momento in cui lui diminuisce, si realizza la sua vocazione, si realizza il senso della sua vita. Per questo, quando lo sposo è presente e l’amico dello sposo ne sente la presenza, esulta di gioia. È sufficiente per lui il fatto che lo sposo ci sia, perché la gioia si manifesti e questa gioia diventi la testimonianza fondamentale resa a Gesù.

Non c’è dubbio che una qualunque testimonianza cristiana deve essere circondata dalla gioia, perché, se io vado ad annunciare il Redentore con la faccia scura, triste, con la morte nel cuore, uno mi dice: “Fammi vedere la redenzione!” “Dove, diavolo, l’avete nascosta la vostra gioia?”, diceva quell’ateo che predicava ai cristiani.

Aveva preso una volta tanto il pulpito perché diceva: “Predicano sempre loro. Una volta tanto voglio predicare anch’io”. E diceva: “Io ascolto quello che voi dite. Voi parlate tanto di grazia, voi parlate di perdono di Dio, parlate della grandezza di Dio e io sto a guardare sulle vostre facce per vedere i segni di questa esperienza. E mi chiedo dove, diavolo, l’avete nascosta la vostra gioia”.

Perché è evidentemente la gioia l’unica realtà che può dare testimonianza al Vangelo. Se il Vangelo è una “bella notizia”, uno la deve ricevere e la deve comunicare con la gioia, altrimenti evidentemente la bella notizia appare illusoria.

La gioia di Giovanni diventa invito a un esame di coscienza e a una riflessione per noi stessi; se questa gioia non l’abbiamo forte, la nostra fede non è sufficientemente profonda, perché fede e gioia vanno insieme. Può essere una gioia tormentata, ma sarà sempre una gioia autentica, dove la tribolazione non fa altro che renderla più pulita e trasparente, meno legata agli aspetti esterni e più, invece, radicata sulla parola del Signore.

“E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”. E su questo non mi fermo, perché ne abbiamo già parlato in lungo e in largo. Maria viene dunque presentata come modello della fede, quella che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore, anche se sono parole paradossali (lo ricordavamo ieri) e parole difficili da credere perché troppo grandi, perché troppo belle, e delle volte alle cose troppo belle si fa fatica a credere.

Bene, è beata esattamente per questo, perché ha creduto.

Volevo solo aggiungere una specie di piccola parentesi su questa questione della fede. Ne abbiamo parlato ieri, ne parliamo adesso. È centrale nella esperienza di Maria, deve essere centrale anche nella nostra esperienza. Però vorrei che voi l’esperienza della fede non la riferiste solo a credere che esistono delle realtà soprannaturali; questo evidentemente è essenziale nella fede.

La fede si esprime in concreto nel modo con cui una persona affronta le scelte della vita: è per esempio, molte volte, un atto di fede accettare un bambino, fare nascere un bambino. La scelta fra il fare nascere un bambino e un aborto procurato, è molte volte una scelta di fede, perché da una parte io ho tutta una serie di complicazioni e di difficoltà: se il bambino nasce, questo comporta dal punto di vista economico, sociale, psicologico, familiare tutta una serie di complicazioni.

Può essere vero, può essere esattamente così. Dall’altra parte che cosa ho? Semplicemente la parola del Signore che mi dice: Dai la vita, accoglila! È una specie di provocazione, di sfida. Accettare un bambino in certe condizioni è autentico atto di fede, così come è un atto di fede servire un anziano, cioè spendere del tempo e delle energie e delle possibilità per un anziano.

Ma io devo studiare, ma io devo fare la mia carriera, io debbo sperimentare la gioia; la gioia che oggi perdo non me la darà nessuno domani. È vero dal punto di vista umano, che quel briciolino di gioia che io perdo oggi, non lo recupero domani. E però, se hai un ammalato in casa, bisogna che tu per quell’ammalato, per quell’anziano spenda del tempo.

È questo è un atto di fede.

Rinunciare a una gioia immediata o a un piacere più dilatato per un atto di amore, per stare vicino a un anziano, si chiama atto di fede. È un mettere nel Signore la propria ricompensa. Ci si rimette dal punto di vista mondano, e il rimetterci dal punto di vista mondano, suppone che qualcuno abbia un qualche cosa di altro da tenere in conto, al di là della quantità di piacere che può conquistare.

Mica che il piacere sia una cosa negativa! Mi va anche bene quella espressione del Talmud che diceva, che il Signore chiederà conto di ogni piacere che una persona ha rifiutato nella vita. Però ci sono dei momenti in cui c’è da scegliere tra un mio progetto e una volontà del Signore che si impone: il bambino che nasce, un anziano o un malato da seguire, una onestà da mantenere… Può capitare che uno deve scegliere tra una carriera più folgorante e l’onestà.

Se uno dice: alla fine della mia vita l’unica cosa che conta è la realizzazione del mio successo, beh, posso anche chiudere un mezzo occhio sull’onestà; se non vado sotto processo o non rischio molto, posso chiudere gli occhi sull’onestà. Ma se, invece, una persona colloca la sua vita sotto lo sguardo del Signore, allora la fede diventa impegnativa; allora quando uno prega: “Padre, sia fatta la tua volontà”, si rende conto che sta compromettendo la sua vita.

La fede vuole dire esattamente questo: dare più importanza, più valore a quello che la Parola di Dio dice o promette, di quanto tu non dia alle cose che riesci a controllare e a misurare per conto tuo.

Quando gli Israeliti erano tra il mare da una parte e gli Egiziani dall’altra, erano in qualche modo circondati dalla morte. La fede, in quel caso, consisteva nell’avere più fiducia nella parola che Dio aveva detto attraverso Mosè: “Il Signore combatterà per voi e voi starete tranquilli”.

Avere più fiducia in quella parola di quanto non si avesse paura del mondo.

Voglio dire: poco o tanto, in un modo o nell’altro il mondo fa paura, la vita fa paura. Fa paura per natura sua, perché è dura, è pesante e va verso la morte; perché ci sono le sofferenze che fanno paura. Ebbene, si tratta, secondo la fede, di non lasciarsi vincere troppo da questa paura, anche se la paura rimane, ma fidarsi di più della Parola di Dio. Fare in modo che la paura non renda la nostra vita una vita chiusa in noi stessi e nella disperazione dell’egoismo, ma invece rimanga aperta all’amore e al dono di se.

Quindi non pensate solo alla fede nel soprannaturale, in cose che non vedo e che però credo. La fede riguarda in concreto il mio modo di essere e di vivere, le mie paure, le mie gioie, i miei progetti, i miei rapporti con gli altri, i miei egoismi, i miei piaceri, le mie realizzazioni; tutte queste cose qui entrano in gioco nell’atto di fede. Si tratta allora di verificare nella nostra vita se la parola di Dio ha una rilevanza, se, quando si tratta alla fine di decidere, cioè di compiere degli atti liberi, in quel momento lì diventa rilevante quello che il Signore vuole e si aspetta da me o se invece, quando si tratta di decidere, chi decide è semplicemente il mio orgoglio o il mio progetto individuale, senza tenere conto del Signore.

Ultimo elemento: tutto quello che abbiamo detto di Maria, si può applicare e va applicato alla Chiesa. Abbiamo detto che Maria è modello e figura della Chiesa, che porta Cristo al mondo. Se Maria ha donato al mondo il Figlio di Dio, la Chiesa continua a fare esattamente questo. La Chiesa, come Maria, concepisce Cristo e lo concepisce con la sua fede.

Voi siete una bella comunità cristiana; bene, vi viene annunciato il Vangelo. Quando la comunità cristiana accoglie il Vangelo nella fede, concepisce Gesù Cristo; cioè Gesù Cristo entra davvero dentro al tessuto della vita della Chiesa, al tessuto della vita di una comunità: è un concepimento autentico del Signore nella nostra vita. Ma voi lo concepite evidentemente non per tenerlo per voi stessi, ma per portarlo a contatto con il mondo, come Maria che ha portato Gesù ad Elisabetta e poi lo ha presentato e lo ha donato al mondo.

Di fatto quando voi uscite di chiesa, andate a casa in famiglia, in ufficio, in fabbrica, a scuola, andate a contatto con tutte le situazioni umane, quel Cristo che avete concepito, lo dovete portare; bisogna che, quando voi entrate a contatto con qualcuno, lo possiate salutare trasmettendo Gesù Cristo e la sua gioia. Non voglio dire che diventiate dei predicatori di Gesù Cristo, anche questo quando ce n’è bisogno, ma voglio dire che il Cristo sia veramente presente nel vostro cuore nel momento in cui vivete la famiglia, il lavoro ecc.

Ci sono delle famiglie in cui la presenza del Signore si manifesta nel modo di passare il tempo, di pregare, di accogliere gli altri, di essere ospitali e così via; questo vuol dire portare a contatto con tutte le situazioni umane il Cristo che è stato concepito dentro al nostro cuore. La Chiesa ci sta per quello.

Se voi siete cristiani, è certamente perché vi salviate l’anima, ma non è certamente solo per questo. Se voi siete cristiani, è perché avete il compito di portare Cristo a contatto con tutte le situazioni umane, attraverso la vostra parola, la vostra testimonianza, il vostro esempio, la vostra vita e, quando il Signore e come il Signore vorrà, la nostra morte. La Chiesa fa esattamente questo, e quando fa questo, diventa essa stessa madre perché genera a Dio una moltitudine di figli.

Nella lettera a Filemone S. Paolo parla di uno schiavo che aveva convertito in prigione ( si vede anche che in prigione non sapeva fare altro che predicare! ); gli era capitato in prigione uno schiavo, che si chiamava Onesimo, scappato dal suo padrone e Paolo lo aveva evangelizzato, convertito e battezzato. Poi lo rimanda ancora al suo padrone, che era un cristiano e che Paolo conosceva bene, e lo rimanda come un figlio, “quello che io ho generato in catene”; l’ho generato perché gli ho dato la parola del Vangelo, perché gli ho dato quindi una esistenza nuova.

Quello che noi abbiamo letto in Maria, si compie nella Chiesa, e nella Chiesa vuol dire nella comunità: comunità del Duomo, comunità del Tempio, comunità… quelle che volete; comunità concrete, di gente che partecipa insieme all’Eucaristia, di gente che impara a conoscersi, a volersi bene e ad accettarsi, perché la comunità vuole dire questo. E queste comunità, che concepiscono il Signore tutte le volte che ascoltano il Vangelo, debbono portarlo a contatto con le situazioni umane, in modo da generare a Dio una moltitudine di figli, di dare a Cristo una moltitudine di fratelli, perché il progetto di Dio è proprio questo: che Cristo “sia il primogenito di una moltitudine di fratelli”, come dice S. Paolo nel cap. 8 della lettera ai Romani.

CONSULENZA FAMIGLIARE

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UNA PAROLA PER TE: il capitolo 20 del Vangelo secondo Luca:

Vangelo secondo Luca – 20

1Un giorno, mentre istruiva il popolo nel tempio e annunciava il Vangelo, sopraggiunsero i capi dei sacerdoti e gli scribi con gli anziani 2e si rivolsero a lui dicendo: «Spiegaci con quale autorità fai queste cose o chi è che ti ha dato questa autorità». 3E Gesù rispose loro: «Anch’io vi farò una domanda. Ditemi: 4il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini?». 5Allora essi ragionavano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché non gli avete creduto?”. 6Se invece diciamo: “Dagli uomini”, tutto il popolo ci lapiderà, perché è convinto che Giovanni sia un profeta». 7Risposero quindi di non saperlo. 8E Gesù disse loro: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose».
9Poi prese a dire al popolo questa parabola: «Un uomo piantò una vigna, la diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano per molto tempo. 10Al momento opportuno, mandò un servo dai contadini perché gli dessero la sua parte del raccolto della vigna. Ma i contadini lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. 11Mandò un altro servo, ma essi bastonarono anche questo, lo insultarono e lo mandarono via a mani vuote. 12Ne mandò ancora un terzo, ma anche questo lo ferirono e lo cacciarono via. 13Disse allora il padrone della vigna: “Che cosa devo fare? Manderò mio figlio, l’amato, forse avranno rispetto per lui!”. 14Ma i contadini, appena lo videro, fecero tra loro questo ragionamento: “Costui è l’erede. Uccidiamolo e così l’eredità sarà nostra!”. 15Lo cacciarono fuori della vigna e lo uccisero. Che cosa farà dunque a costoro il padrone della vigna? 16Verrà, farà morire quei contadini e darà la vigna ad altri».
Udito questo, dissero: «Non sia mai!». 17Allora egli fissò lo sguardo su di loro e disse: «Che cosa significa dunque questa parola della Scrittura:
La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo?
18Chiunque cadrà su quella pietra si sfracellerà e colui sul quale essa cadrà verrà stritolato».
19In quel momento gli scribi e i capi dei sacerdoti cercarono di mettergli le mani addosso, ma ebbero paura del popolo. Avevano capito infatti che quella parabola l’aveva detta per loro.
20Si misero a spiarlo e mandarono informatori, che si fingessero persone giuste, per coglierlo in fallo nel parlare e poi consegnarlo all’autorità e al potere del governatore. 21Costoro lo interrogarono: «Maestro, sappiamo che parli e insegni con rettitudine e non guardi in faccia a nessuno, ma insegni qual è la via di Dio secondo verità. 22È lecito, o no, che noi paghiamo la tassa a Cesare?». 23Rendendosi conto della loro malizia, disse: 24«Mostratemi un denaro: di chi porta l’immagine e l’iscrizione?». Risposero: «Di Cesare». 25Ed egli disse: «Rendete dunque quello che è di Cesare a Cesare e quello che è di Dio a Dio». 26Così non riuscirono a coglierlo in fallo nelle sue parole di fronte al popolo e, meravigliati della sua risposta, tacquero.
27Gli si avvicinarono alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: 28«Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello29C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. 30Allora la prese il secondo 31e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. 32Da ultimo morì anche la donna. 33La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». 34Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; 35ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: 36infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. 37Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe38Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».
39Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene». 40E non osavano più rivolgergli alcuna domanda.
41Allora egli disse loro: «Come mai si dice che il Cristo è figlio di Davide, 42se Davide stesso nel libro dei Salmi dice:
Disse il Signore al mio Signore:
Siedi alla mia destra
43finché io ponga i tuoi nemici
come sgabello dei tuoi piedi?
44Davide dunque lo chiama Signore; perciò, come può essere suo figlio?».
45Mentre tutto il popolo ascoltava, disse ai suoi discepoli: 46«Guardatevi dagli scribi, che vogliono passeggiare in lunghe vesti e si compiacciono di essere salutati nelle piazze, di avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti; 47divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».