CON MARIA, MADRE DEL REDENTORE – 3

Bocca di Magra, 30-31 ottobre – 1 novembre 1987

Esercizi spirituali ai giovani e agli adulti

Con Maria, Madre del Redentore

Omelia – 1° Giorno

Parola di Dio: (Rm 9, 1-3 / Lc 14, 1-6)

Cerchiamo di vedere come in questo brano del Vangelo i personaggi vengono presentati dall’Evangelista nel loro rapporto con Gesù.

Si parla di uno dei capi dei Farisei, poi si parla della gente, poi c’è un idropico e infine ci sono i Dottori della legge e i Farisei. Tutte queste persone hanno qualche cosa a che fare con Gesù, e naturalmente in loro possiamo rispecchiare anche noi stessi e la nostra vita.

Sul Capo dei Farisei, niente da dire; è semplicemente quello che ha invitato Gesù a cena e quindi con la su generosità offre l’opportunità di tutto quello che segue, del miracolo e della discussione con gli Scribi e con i Farisei.

Della folla: S. Luca dice semplicemente che stava ad osservare Gesù. Il verbo è naturalmente molto vago, perché “osservare” indica che uno guarda, ma non è ancora detto con quale atteggiamento interiore guarda; di fatto gli atteggiamenti possono essere diversi.

Si può osservare Gesù per criticarlo, per trovare i motivi di criticarlo, e questo è successo alcune volte nel corso del Vangelo. Si può osservare Gesù per curiosità: siccome Gesù è uno che parla bene e che fa anche delle cose sorprendenti, io lo vado a vedere, così come per curiosità posso andare a vedere che so!, un giocatore di football o un cantante per avere il suo autografo, ma niente più di quello. Si può guardare Gesù per curiosità, e questo è certamente meglio che non giudicarlo e criticarlo, però uno rimane ancora poco.

L’unico modo corretto di osservare Gesù è quello di lasciarsi compromettere nel rapporto con lui, perché Gesù ha la pretesa di dire delle parole che cambiano la nostra vita e di compiere dei gesti che riguardano noi. Quello che Gesù fa, riguarda un idropico. Può riguardare un cieco nato, può riguardare Tizio o Caio, ma in realtà la pretesa di Gesù è: quello che lui fa riguarda tutti. E l’unico modo corretto di osservare Gesù è quello di mettere in gioco la nostra vita, di confrontare i nostri comportamenti con le sue parole e coinvolgere la nostra vita nelle sue scelte.

Vediamo come:

Idropico: L’altro personaggio, dicevo, è un idropico. Non mi interessa andare nei particolari, anche perché Luca non dice nient’altro che questo. Ma quello che interessa è che si tratta di un malato, di un bisognoso, di uno che, per la sua malattia, non è in grado di vivere pienamente la vita. Quando uno è malato vuole dire che non può fare tutto quello che può fare un sano: che non si muove con tutta l’energia, con tutto il tempo, con tutte le forze, in mezzo agli altri, ma in qualche modo sperimenta la debolezza, l’insufficienza e la fragilità. Di questo idropico il Vangelo dice che Gesù lo prese per mano, lo guarì e lo congedò; sono semplicemente tre verbi. “Lo prese per mano”, dice che si instaura un rapporto; Gesù esprime un atteggiamento di disponibilità, di amicizia nei confronti di questo uomo; quel piccolo gesto vuol dire che la malattia dell’idropico non lo lascia indifferente. Gesù la sente quella malattia come un appello a lui, un invito: Quello che puoi, fallo! E Gesù lo fa con questo gesto, con un gesto umano, molto semplicemente, perché il dare la mano non dice niente di particolare, però è un gesto di solidarietà, di amicizia.

Effetto di questo gesto: “Lo guarì”. “Lo guarì” vuole dire che nel momento in cui quest’uomo instaura un rapporto con Gesù, riceve da Gesù potenza, forza, energia di vita. Gesù è in mezzo a questo mondo come la presenza dell’onnipotenza di Dio, dell’amore e della santità di Dio. L’amore a la santità di Dio sono in cielo, ma in realtà, dove c’è Gesù, quell’amore e quella potenza di Dio vengono ad essere inseriti dentro al tessuto dei rapporti umani, per cui, toccando la mano di Gesù, questo idropico viene messo a contatto con l’onnipotenza di Dio. E siccome Dio è quello che ha fatto dal nulla tutte le cose, Dio è quello che è capace di recuperare all’integrità fisica la persona. “Lo prese per mano e lo guarì”.

Ma poi c’è un terzo verbo: “Lo congedò”. È importante anche questo. L’idropico deve andare da Gesù ma, guarito da Gesù, non sta semplicemente lì; Gesù lo congeda, lo rimanda in mezzo alla gente, in mezzo al tessuto degli impegni quotidiani, perché adesso ci vada come un guarito, come un risanato. Tutto questo riguarda l’idropico del tempo di Gesù, ma non solo.

Se Luca mi racconta questo fatto, non è semplicemente perché è un cronista che vuole riportare un episodio, ma perché, secondo lui questo episodio mi coinvolge.

E in che senso mi coinvolge?

Bisogna che io impari a riconoscermi nella esperienza di questo idropico. Posso anche essere del tutto sano fisicamente; però rimane il fatto che io mi posso rispecchiare in un malato, perché la mia condizione, in quanto condizione umana, è la condizione del limite, della insufficienza, della fragilità e della debolezza, la condizione anche dell’egoismo. E l’egoismo è evidentemente una malattia; posso riconoscermi in questo idropico. Devo riconoscere che la mia presenza in famiglia o nell’ambiente di scuola, di lavoro o di politica, non è una presenza integra, perché non sono presente con quella immagine di Dio secondo la quale sono stato creato.

La mia presenza è fiacca o debole, e a volte con qualche ombra di negatività, perché invece di amare e di donare, a volte mi presento come un egoista che condanna gli altri senza donare se stesso. Sono anch’io in qualche modo in questo idropico.

E allora l’essenziale è che Gesù mi prenda per mano, che mi guarisca e che mi congedi; che mi rimandi in mezzo agli uomini. Mi prenda per mano vuole dire che debbo accogliere il rapporto e il contatto con il Signore. È quello, per esempio, che avviene nell’Eucaristia. Quando io mi accosto all’Eucaristia, ascolto il Vangelo; allora si realizza un contatto materiale e concreto, perché il suono della parola del Signore arriva ai miei orecchi. Prima è stato proclamato il Vangelo e io l’ho sentito; vuole dire che è arrivato fisicamente come suono ai miei orecchi. Ma quella era la parola del Signore, non era certamente la parola del lettore.

Così quando faccio la comunione, è ancora un contatto fisico con la presenza del Signore in mezzo a noi; attraverso il segno del pane e del vino Cristo stesso, come forza d’amore, continua ad essere presente e io entro in rapporto con lui. Ma evidentemente questo contatto, se avviene così come deve avvenire, opera una guarigione e mi rimanda in mezzo agli altri cambiato. Forse non sarà una guarigione totale e perfetta, perché bisognerebbe che ci fosse una fede del tutto integra e trasparente, però c’è un inizio di guarigione perché c’è un briciolo di fede.

Se vengo a Messa un pochino di fede ce l’ho, e se c’è un pochino di fede, c’è un po’ di guarigione, posso tornare in mezzo agli altri con un amore, con una dedizione e con una sincerità un briciolino più grande. Questo dice l’idropico.

Dottori della legge: Poi ci sono i Dottori della legge e i Farisei, cioè gli esperti della parola di Dio, gli esperti dell’Antico Testamento, quelli che scrutavano la Bibbia e che cercavano di capire quale sia la volontà di Dio, le sue esigenze, in modo da poterle realizzare pienamente. Con questi Gesù dialoga; si rivolge a loro con una parola: “È lecito o no curare di sabato?”. Che è come dire: Voi conoscete l’Antico Testamento, sapete che nell’Antico Testamento c’è una legge che dice:

“Ricordati del giorno di sabato per santificarlo. In quel giorno non farai nessun lavoro né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo servo e neanche l’asino e il bue che sono in casa tua”.

Quindi in quel giorno nessuno deve lavorare, e questo lo sai. Bene, che cosa vuole dire questa legge? Che cosa esige Dio attraverso quella parola? “È lecito o no curare di sabato?”. Curare è un lavoro, allora è lecito o no farlo di sabato? Entra dentro al progetto di Dio o no? “Ma essi tacquero”. Questo potrebbe anche essere un gesto di umiltà, di chi dice: Non lo so! Io sono povero davanti al Signore, non capisco fino in fondo le esigenze di Dio; non riesco a parlare.

Se il tacere fosse il riconoscimento della propria ignoranza, del fatto che non posso dire esattamente quello che Dio vuole, sarebbe anche una cosa saggia. Ma può anche darsi che questo tacere abbia invece un altro significato, che sia il non volersi compromettere, il non accettare di entrare dentro alla discussione e al dialogo con Gesù, perché se io rispondo che è lecito curare di sabato, do ragione a Gesù; se io rispondo che non è lecito, dopo incomincia una discussione, e può darsi che nella discussione io ci rimetta le penne. Allora è meglio che io stia da parte come uno che guarda e che poi si tiene la sua possibilità di giudicare. Questo evidentemente sarebbe un atteggiamento scorretto, l’atteggiamento di chi vuole tenersi la possibilità di giudicare, ma non si compromette, non s’impegna.

E certamente in alcuni testi del Vangelo gli Scribi hanno fatto proprio così.

C’è un passo quasi parallelo del Vangelo di Marco, dove Gesù guarisce un uomo dalla mano inaridita, e subito dopo gli Scribi lo giudicano e decidono di metterlo a morte. Decidono proprio perché hanno giudicato e condannato, non si sono compromessi, non hanno detto che cosa loro ne pensano e hanno tenuto per se i loro pensieri e le decisioni. Però in realtà hanno giudicato e vogliono condannare. Questo sarebbe evidentemente il massimo della ipocrisia.

Ma che cosa vuoi dire la domanda di Gesù: “È lecito o no curare di sabato?”

Possiamo parafrasare: il progetto di Dio, la volontà di Dio, il comandamento di Dio è a favore dell’uomo o contro l’uomo? Quando Dio ha comandato di osservare il giorno di sabato, che significato aveva quel comandamento? Voleva forse Dio togliere all’uomo un giorno della sua vita, rubargli un giorno? Rendere l’uomo più povero, perché l’uomo non diventasse ricco come era ricco Dio? Dio ha sette giorni e all’uomo gliene lascia solo sei su sette.

Voleva essere questo il comandamento di Dio? No, certamente; piuttosto il comandamento del sabato era in favore dell’uomo, segno di un Dio che voleva liberare l’uomo dalla schiavitù e dargli un giorno di libertà piena. Certo l’uomo è condannato alla schiavitù del lavoro, ma non come uno schiavo. Quel settimo giorno diventa il segno della sua libertà, del fatto che l’uomo è più grande del suo lavoro, che la misura della sia vita non è quello che egli produce, ma il fatto che lui è figlio di Dio, il suo rapporto con Dio.

Quale delle due interpretazioni è quella giusta?

Ora, se voi ci pensate, interpretare la legge come un limite posto all’uomo è esattamente la caratteristica di satana. Perché quello che il serpente disse alla donna, secondo il famoso capitolo 3° del Libro della Genesi, era proprio questo. La donna, parlando del comandamento di Dio, diceva:

“Il Signore ci ha dato questo comandamento di non mangiare del frutto dell’albero, perché noi non abbiamo a morire”.

E quindi è come un avvertimento, un aiuto; il Signore vuole che noi viviamo e ci aiuta a vivere con i comandamenti. Al contrario il serpente dice: Ingenua che non sei altro! Tu pensi che Dio ti dia i comandamenti per il tuo bene, ma invece Dio ha invidia di voi, e i comandamenti ve li dà perché ha paura che diventiate troppo grandi, perché vuole farvi rimanere in una condizione di minorità, di inferiorità, perché non diventiate come Dio, conoscendo il bene e il male. Per questo vi ha dato i comandamenti.

Ebbene, questa è esattamente una interpretazione satanica. Quando io cado dentro all’idea che i comandamenti di Dio siano dei limiti arbitrari che Dio mette alla mia vita per farmi sentire il peso della sua sovranità, io sono vicino all’interpretazione di satana. L’atteggiamento corretto è invece il riconoscere che i comandamenti di Dio sono per la vita, e che quello che Dio proibisce, lo proibisce non per il gusto di affermarsi più grande, ma per il desiderio di trasmettermi una vita che non cade nella insignificanza, nell’egoismo, nel nulla dell’annientamento e della morte. Per questo anche la legge del sabato è una legge a favore dell’uomo: è quella legge che fa respirare l’uomo, che gli permette di ritrovare la sua dignità di figlio di Dio al di là della fatica quotidiana.

Se così stanno le cose, “curare” entra esattamente dentro alla logica del sabato. Dal punto di vista formale uno potrebbe dire: È un lavoro, e i lavori sono proibiti; dal punto di vista sostanziale uno deve dire: È un’opera di liberazione dell’uomo, e quindi è esattamente l’opera del sabato: facendo il sabato Dio ha voluto liberare l’uomo dalla servitù; curando in giorno di sabato, Gesù fa lo stesso nei confronti di questo uomo che la malattia rende, in qualche modo, schiavo. Il Signore è capace di liberare da questa condizione.

Credo allora che da questo brano possiamo ricavare tutta una serie di indicazioni. La prima, dicevo, è sul come si sta ad osservare Gesù. Se lo osserviamo per giudicarlo, per guardarlo con curiosità o invece con la disponibilità a coinvolgere la nostra vita.

La seconda, è vivere il rapporto con Gesù come un itinerario, che è costituito da questi tre verbi, che il Vangelo di Luca ci riporta: essere presi per mano e quindi avere un rapporto personale e concreto con Gesù; essere guariti e quindi ricevere attraverso di lui la potenza della guarigione della salvezza di Dio; essere congedati, mandati a vivere nel mondo con quella ricchezza che dal Signore abbiamo ricevuto. E finalmente, terza cosa, un aiuto a interpretare la legge di Dio e a interpretarla nella direzione corretta, non come un limite posto alla nostra vita, ma come, invece, una possibilità, una liberazione, e quindi un invito a mettere noi stessi in sintonia con quello che il Signore vuole.

Un’ultima cosa molto breve sulla prima lettura, che, credo, è commovente sotto certi aspetti. S. Paolo nella lettera ai Romani, nei primi otto capitoli, quelli che precedono il brano che abbiamo ascoltato, ha parlato della redenzione che Dio ha operato in Gesù Cristo: una redenzione che è salvezza per tutti gli uomini, una salvezza che viene dalla sua bontà gratuita, generosa, infinità. Dal capitolo 9 in poi egli si pone un problema che lo tormentava: il rifiuto della redenzione da parte di Israele. Com’è potuto accadere che gli Israeliti abbiano rifiutato la rivelazione messianica? Come è potuto accadere che le promesse fatte da Dio ad Abramo, non si realizzino poi in concreto nel popolo della promessa? La risposta viene data in tre lunghi capitoli, la cui conclusione leggeremo domani nella prima lettura.

Ma intanto incomincia con questo brano commovente, perché dice:

“Dico la verità, non mentisco, la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho in cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anatema – cioè scomunicato – separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne”,

che è evidentemente un modo paradossale di parlare. Ma Paolo dice: Mi sta così a cuore la fede di Israele, la conversione di Israele al Signore, che rinuncerei io stesso ad avere questo tesoro, nel quale ho collocato la fiducia della mia vita. E poi fa un elenco impressionante delle ricchezze spirituali che ha Israele. E dice: “Essi sono israeliti”, e la parola “Israeliti” non è lo stesso che “Ebrei”; Ebreo è una parola che fa riferimento a un fatto etnico, Israelita fa riferimento a un fatto religioso; Israelita vuol dire il popolo eletto, quel popolo che Dio ha guardato con benevolenza; quando il Signore ha distribuito i popoli sulla terra, dice il libro del Deuteronomio, a ciascun popolo ha dato un angelo custode come protettore, ma a Israele no; Israele se l’è tenuto lui, il Signore: fa lui l’angelo di Israele, offre quindi una protezione e un amore che sono non mediati. “Sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli”.

Quando il Signore ha chiamato Israele dall’Egitto, lo ha presentato come suo figlio, per cui Mosè va a dire al Faraone: “Lascia partire Israele, mio figlio, perché mi serva”. Hanno l’adozione a figli, hanno le alleanze: l’alleanza attraverso Mosè, l’alleanza con Aronne, l’alleanza che i profeti hanno continuamente rinnovato; hanno il culto e cioè il luogo di incontro dell’uomo con Dio, perché il Tempio di Gerusalemme è luogo di culto; hanno le promesse fatte ad Abramo, promesse senza condizioni.

Questo sarà il problema che Paolo tenterà di risolvere, perché Dio ha promesso a Israele la salvezza e non l’ha promessa sotto condizione: Se voi sarete bravi, io vi salverò, ma semplicemente ha promesso gratis: Io per voi farò questo e quest’altro. Gli Israeliti hanno i Patriarchi e i Patriarchi sono i loro garanti; quando un Israelita può dire di fronte a Dio: lo sono figlio di Abramo, Abramo gli sta davanti come protettore, per cui quando il Signore guarda Israele, vede la faccia di Abramo, e se il Signore vede la faccia di Abramo, si commuove, non può fare del male.

La faccia di Abramo gli è troppo amica, perché il Signore possa fare del male a qualcuno che porta sul suo volto i lineamenti di Abramo. Addirittura “da essi proviene Cristo secondo la carne”.

Quindi dal punto di vista storico e umano Gesù appartiene a Israele.

Israele possiede anche questo come suo privilegio. Tutto questo spingerà poi Paolo a chiedersi: Allora, perché Israele non ha creduto? E qual è la condizione di Israele di fronte alla salvezza? E questo lo ascolteremo domani.

Però mi interessa questo brano perché ci aiuta ad avere nei confronti di Israele un atteggiamento un tantino diverso da quello che molto spesso facciamo nostro.

  1. Paolo riconosce che Israele non ha creduto, però riconosce che Israele è ugualmente portatore di una serie immensa di privilegi che debbono lasciare a bocca aperta. Bisognerebbe che nei confronti del popolo di Israele mantenessimo questo stesso atteggiamento: riconoscere che il popolo d’Israele, nella sua maggioranza, non ha creduto, e però avere per questo popolo un amore simile a quello di Paolo, che sente nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua, che non disprezza il suo popolo, ma al contrario lo riconosce con gioia come un popolo portatore di privilegi immensi, quei privilegi che garantiscono l’adempimento delle promesse del Signore per la fine dei tempi, come dirà nella lettura di domani.

CON MARIA, MADRE DEL REDENTORE – 2

Bocca di Magra, 30-31 ottobre – 1 novembre 1987

Esercizi spirituali ai giovani e agli adulti

Con Maria, Madre del Redentore

2ª Meditazione

Maria nel mistero di Cristo e della Chiesa

“Accolto l’ordine che gli era stato dato segretamente, subito l’Angelo si presentò nella casa di Giuseppe e disse alla Vergine: Colui che ha piegato i cieli nella sua discesa, immutabile, tutto si racchiude in te. Ed io contemplando nel tuo seno lui che ha assunto forma di schiavo, stupito a te esclamo: Ave, sposa illibata. Il primo degli angeli fu inviato dal cielo a dire Ave alla madre di Dio, e con angelica voce, vedendo te fatto uomo, o Signore, si fermò attonito proclamando a lei cosi: Ave, tu per cui splenderà la gioia. Ave, tu per cui cesserà la maledizione. Ave, perdono del caduto Adamo. Ave, riscatto delle lacrime di Eva. Ave, altezza inaccessibile delle umane menti. Ave, profondità imperscrutabile agli occhi degli angeli. Ave, perché tu sei trono del Re. Ave, perché porti colui che tutto regge. Ave, stella che ci manifesti il sole. Ave, grembo della divina incarnazione. Ave, tu per cui si rinnova la creazione. Ave, tu per cui il Creatore si fa bambino. Ave, sposa illibata”.

Questo è l’inizio di una delle più belle preghiere mariane, l’Akàtistos. È una preghiera orientale che probabilmente risale a Romano il Melodo forse, e che ha una tradizione lunghissima nella Chiesa orientale, ma che può anche essere accolta nella nostra preghiera. Questa è solo la prima parte; sono 21 parti che ripetono tutte la stessa struttura.

Riprendiamo allora la nostra riflessione sul mistero di Maria, collocandolo dentro al mistero di Cristo e dentro al mistero della Chiesa.

L’Enciclica “Redemptoris Mater” ha tre parti:

la prima è intitolata: “Maria nel mistero di Cristo”;

la seconda: “La Madre di Dio al centro della Chiesa in cammino”;

la terza: “Mediazione materna”.

In tutte queste parti Maria non viene considerata in se stessa, ma in rapporto con Gesù Cristo per quella missione che a Maria è data nella Redenzione (la missione di essere madre del Signore) e in rapporto alla Chiesa. E credo che la riflessione su Maria ci possa aiutare a capire sia il mistero di Cristo che il mistero della Chiesa. Il mistero di Cristo, perché ci introduce dentro alla consapevolezza dell’autentica umanità di Gesù di Nazaret.

Il Figlio di Dio si è fatto veramente uomo, ha veramente assunto una carne umana, una intelligenza umana, un’anima umana, quindi è perfettamente uomo. Maria esprime esattamente questo. “È nato da donna”, dice S. Paolo nella lettera ai Galati, quindi appartiene proprio alla nostra razza a motivo di Maria.

Ci aiuta a capire il mistero della Chiesa e soprattutto, forse, a vedere che la dimensione fondamentale della Chiesa è quella del pellegrinaggio di fede. La Chiesa è fatta di tante cose: la Chiesa è fatta di struttura, di organizzazione, di rapporti, di una gerarchia ecc. Ma l’anima della Chiesa non sta nella sua organizzazione, ma in quello che Maria ha vissuto: il pellegrinaggio della fede, il camminare alla luce della parola di Dio in mezzo alla “penombra della fede”, dice alcune volte il Papa, verso quella che è la realizzazione del progetto di Dio. Il quale progetto di Dio è la prima parola che il Papa ha presentato nell’Enciclica, prendendolo dalla lettera agli Efesini si legge questo: (Ef 1, 3-6)

[3]

Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo.

[4]

In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati davanti a lui nella carità,

[5]

predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo,

[6]

secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto.

Forse sapete che quando S. Paolo ha scritto questa lettera, era in prigione. E però incomincia in modo inatteso: “Benedetto sia Dio, padre del Signore nostro Gesù Cristo”, incomincia quindi con la lode e con il rendimento di grazie a Dio. Vuole dire che le circostanze esterne che sta vivendo, circostanze di sofferenza o di limite, non gli tolgono però la gioia di quello che Dio opera nella sua vita.

Questa presenza di Dio è così intensa da poterlo fare uscire in una proclamazione di grazie: “Benedetto sia Dio, padre del Signore nostro Gesù Cristo, il quale ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo”, dove vedete che ci sono come due direzioni di questa benedizione.

C’è una benedizione che scende da Dio ed è la sua benevolenza, il suo progetto di salvezza, il suo perdono; e c’è una benedizione che sale: l’uomo deve benedire Dio rispondendo a quello che Dio dà. Dio benedice noi, noi dobbiamo benedire lui. Dio ci benedice amandoci, noi lo benediciamo riconoscendo e accettando il suo amore.

Dice ancora S. Paolo che “in Cristo (Dio) ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità”. Ci ha scelti prima della creazione del mondo. La nostra esistenza è una piccola esistenza; sono pochi anni che noi passiamo su questa terra: se vado indietro di cinquant’anni, non c’ero; se vado avanti di cinquant’anni, non ci sarò più. È una piccola avventura fatta di piccole cose, di piccoli gesti, e però, dice S. Paolo, quelle piccole cose che io vivo, sono immensamente preziosi perché realizzano un progetto di Dio che è eterno ed universale.

La mia vita, per quanto piccola, è uno specchio, una realizzazione di un progetto infinito di Dio.

“Prima della creazione del mondo”. Vuole dire che l’amore di Dio per noi non è venuto ad un certo punto, tardi nella nostra vita; non è una appendice. No, l’amore di Dio c’era prima che esistessimo noi ed è il fondamento e la struttura interiore di quello che noi siamo: questo amore di Dio che fa sì che la nostra vita sia un itinerario verso di lui, per “essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità”.

E questo, se voi ci pensate, fa un po’ tremare perché, se Paolo avesse detto: “essere santi e immacolati” davanti alla gente, uno potrebbe anche pensare di riuscirci. A essere galantuomini, decentemente onesti e avere l’approvazione della gente, forse ce la caviamo anche. Ma Paolo dice: “essere santi e immacolati, davanti a Dio”, cioè con una carità che sia trasparente e pura agli occhi purissimi di Dio, quegli occhi che non possono sopportare il male, diceva Abacuc.

Se uno si chiede come questo possa avvenire, la risposta è che questo è al di là delle nostre forze. Non è certamente paragonabile, proporzionato alla mia intelligenza o alla mia buona volontà. E però è possibile che questo venga realizzato, perché si compie in Cristo, cioè perché è dono, perché è grazia. La nostra santità è prima di tutto grazia di Dio, grazia che ci è stata regalata in Gesù Cristo, nel quale anche noi siamo figli di Dio.

Il Papa colloca la riflessione su Maria all’interno di questo progetto di salvezza di Dio. Perché se vale per ciascuno di noi, che siamo stati chiamati prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati, questo vale a maggior ragione e in modo unico e privilegiato per Maria, proprio a motivo di quel posto che il Padre, Dio, le ha dato nella realizzazione della salvezza come madre del suo Figlio.

Effettivamente Maria è stata scelta prima della creazione del mondo; è sta scelta per essere santa e immacolata, anzi, ricordavamo questa mattina, non c’è un istante della vita di Maria che non sia stato trasformato nella santità; è stata scelta proprio per diventare madre del Figlio di Dio. Quindi è madre di colui dal quale lei stessa riceve la vita. Questo è il paradosso del mistero di Maria, (ma ci ritorneremo sopra quel paradosso che Dante esprime con quelle parole: “Figlia del tuo Figlio”. “Hai ricevuto la vita, la santità, la grazia da colui che tu stessa hai generato”).

Ed è appunto in questo che volevo tentare di entrare un pochino con voi, meditando prima di tutto il testo dell’Annunciazione. Non riusciamo a meditare tutti i testi che riguardano Maria nel Nuovo Testamento, però alcuni, i più importanti, tenteremo di farlo. Io provo a darvi alcune indicazioni, ma per questi testi la cosa più importante è quello che abbiamo detto tante volte, cioè che voi facciate un pochino di lectio divina: cioè che li prendiate, che li leggiate, li rileggiate, li impariate a memoria, che mastichiate alcune parole in modo da sentirne tutto il sapore, che andiate a vedere qualche passo vicino parallelo, per capire più in profondità il significato e così via. Io provo semplicemente a darvi un aiuto.

Annunciazione

(Lc 1,26-38)

[26]

Nel sesto mese, l’Angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret,

[27]

a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.

[28]

Entrando da lei, disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”.

[29]

A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto.

[30]

L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio.

[31]

Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.

[32]

Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altis-simo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre

[33]

e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.

[34]

Allora Maria disse all’Angelo: “Come è possibile? Non conosco uomo”.

[35]

Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio.

[36]

Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile:

[37]

nulla è impossibile a Dio”.

[38]

Allora Maria disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. E l’angelo partì da lei.

Voi ricordate che il Vangelo di S. Luca inizia con il racconto di due annunciazioni: la prima è l’annuncio a Zaccaria e la seconda è l’annuncio a Maria. Sembra che S. Luca abbia messo tutta la sua arte nel contrapporre queste due annunciazioni.

La prima avviene a un sacerdote, nel Tempio di Gerusalemme, durante una liturgia, mentre c’è tutto il popolo che sta lodando e benedicendo il Signore. Non ci potrebbe essere una cornice più solenne e più grande di questa dal punto di vista religioso. L’altra avviene a una ragazza vergine, a Nazaret, cioè in un borgo insignificante della Galilea, in un tempo normale, nella quotidianità.

Non c’è dubbio che di queste due annunciazioni la prima e quella più solenne, apparentemente la più grande; ma la seconda è quella decisiva. E probabilmente S. Luca, sottolineando questo contrasto e sottolineandolo intenzionalmente, ci ha voluto richiamare a quella che è una delle dimensioni fondamentali dell’azione di Dio. Pare che Dio ci pigli gusto a fare le cose più grandi con gli strumenti più piccoli, a realizzare le cose più sbalorditive con quello che umanamente sembra da poco o disprezzabile o insignificante.

Che vuol dire?

È un invito che S. Luca ci fa a convertire la nostra mentalità, perché anche noi abbiamo la mentalità secondo cui le cose grandi avvengono in ambiti impressionanti o solenni. E invece dove veramente si fa la Chiesa, dove veramente si compie la storia della salvezza, è nel nascondimento e nella piccolezza, dove una persona riceve la Parola di Dio e a questa parola risponde.

Esternamente sembra che non sia cambiato niente nel mondo, nessuno se ne è accorto; ma in realtà l’azione di Dio passa proprio attraverso il quotidiano e l’insignificante.

I protagonisti: l’angelo Gabriele, che evidentemente è solo un messaggero, ma il vero protagonista è Dio. È Dio che ha l’iniziativa in tutto questo. L’angelo è mandato da Dio in una città della Galilea. A Chi? A una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide.

La verginità è evidentemente importante in tutto il resto del brano, come noi vedremo, ma dal punto di vista sociale collocava Maria in una condizione di incompletezza. Nella concezione ebraica la donna realizzata è la donna sposata e madre. La verginità è una povertà, è ancora una insufficienza. Bene, l’angelo è mandato proprio a una vergine. Di questa vergine è ricordato lo sposo, che si chiama Giuseppe (su questa questione di Giuseppe ci ritorneremo perché è importante).

Ma prima di tutto le parole dell’angelo. “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”. Anche qui portate pazienza. “Ti saluto” non è la traduzione precisa; letteralmente il testo dice: “Rallegrati, o piena di grazia, il Signore è con te”. Ed è importante quella parola “rallegrati”, perché è un invito alla gioia di Maria, ma mica solo alla gioia di Maria.

Qui Maria non è la privata cittadina, Maria di Nazaret, che riceve un annuncio che riguarda lei sola; l’annuncio riguarda, attraverso lei, Israele. Riguarda la Figlia di Sion. È una parola questo “rallegrati” che si trova in alcuni testi profetici dell’Antico Testamento. Ne ricordiamo solo uno: Sofonia (3,14-18)

[14]

Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!

[15]

Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura.

[16]

In quel giorno si dirà a Gerusalemme: “Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia!

[17]

Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia,

[18]

come nei giorni di festa”. Ho allontanato da te il male, perché tu non abbia a subirne la vergogna.

Che vuol dire?

È una parola rivolta alla Figlia di Sion, a Gerusalemme, immaginata come una ragazza, la sposa del Signore. È una sposa che ha subito la umiliazione, perché c’è stato di mezzo la sconfitta e l’esilio, e anche il ritorno dall’esilio è stato tutt’altro che glorioso: un ritorno alla spicciolata senza eventi grandi e impressionanti. Si potrebbe dire che Gerusalemme è una città trascurabile, che non ha peso sulla storia del mondo.

Eppure, “gioisci, rallegrati, esulta”! E per quali motivi Gerusalemme deve esultare? Forse che sta per diventare potente o grande? Niente di tutto questo. “Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te. Tu non vedrai più la sventura”.

Il motivo della gioia è la venuta di Dio che allontana i nemici, ma soprattutto si insedia in Gerusalemme come nella sua abitazione. Lì Dio va ad abitare. E se Dio è in mezzo a voi, voi dovete gioire, allora potete esultare.

È esattamente questo che l’angelo dice a Maria. Maria rappresenta Gerusalemme, la sposa del Signore, nella quale il Signore va ad abitare.

Per questo, “Rallegrati!”. È l’annuncio di un capovolgimento della sorte del mondo a motivo dell’incarnazione del Figlio di Dio: il Figlio di Dio viene ad abitare in mezzo agli uomini. E se voi ricordate che lo scopo della storia della salvezza non è altro che questo, voi capite che si sta realizzando tutto il progetto di Dio.

Se andiamo a leggere il libro dell’Apocalisse, alla fine di tutta la storia, il punto di arrivo è esattamente questo, che il Signore abita in mezzo al suo popolo: ed “egli sarà il loro Dio ed essi saranno il suo popolo”. Questo è il punto di arrivo e questo è quello che l’Angelo annuncia a Maria.

“Rallegrati!”, vuole dire: ci sta la tua gioia, ma ci sta anche la gioia di Dio per te. Dio, quando ti guarda, è contento, ti vede come la sua sposa e gioisce della tua esistenza e della tua bellezza.

Aggiungete a questo le altre due espressioni di saluto: “Rallegrati, o piena di grazia”. Anche questa espressione in greco è una parola sola. E dice giustamente il Papa nell’Enciclica, che è il nome nuovo che l’angelo dà a Maria. Non la chiama con il suo nome di origine, di anagrafe; non la chiama “Maria”. La chiama “piena di grazia”. Che vuol dire: Tu sei stata riempita da Dio della ricchezza della sua grazia. Maria ha ricevuto il dono di Dio di cui parlava S. Paolo nella lettera agli Efesini al capitolo 1°; ma un dono che, come tutti i doni di Dio, non si aggiunge semplicemente alla nostra vita dal di fuori, ma un dono che trasforma l’uomo all’interno.

I doni di Dio sono sempre così: non sono mai un vestito che io mi metto addosso; sono invece una energia che cambia il cuore, che cambia la mente, i sentimenti, che dà un modo nuovo di sentire e di vedere le cose.

Maria è stata riempita di questo dono. Evidentemente il termine “piena di grazia” si riferisce anzitutto alla sua maternità; il dono di Dio è il fatto che Maria diventa madre, e madre del Figlio di Dio. Ma non c’è solo la maternità; c’è anche quello che accompagna questa maternità: il fatto che Maria è trasformata interiormente dalla bellezza di Dio, in modo che diventi lei stessa bella e gloriosa della bellezza di Dio. Per questo è “piena di grazia”.

Ultima cosa: “Il Signore è con te”. Questa espressione va interpretata alla luce di tutta la Bibbia, come garanzia per una missione che supera le capacità umane. Sono parole che, per esempio, trovate nell’Antico Testamento rivolte a Mosè o rivolte a Giosuè o rivolte a Geremia, cioè rivolte a dei personaggi grandi che hanno da svolgere una missione importante e che dicono: Come faccio io con le mie energie e con le mie forze a compiere quello che Iddio mi dice?

Mosè oppone alla missione di liberare Israele dall’Egitto, il fatto che lui è un povero uomo, che non è capace di parlare; non può andare dal Faraone. “Non temere, io sono con te”, dice il Signore a lui. Lo stesso vale per Maria: “Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te”.

Se tenete presente questo, capite anche il turbamento di Maria. È il turbamento per parole che annunciano qualcosa di immenso, noi diremmo che promettono l’infinito e alla quali non è facile credere. “A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto”.

Perché questa gioia che viene annunciata? A che cosa si riferisce? E perché la garanzia della presenza di Dio in lei? Per Maria che cos’è che deve fare di così grande, di impressionante?

E allora l’angelo spiega:

“Non temere Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo. Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre, e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.

È abbastanza facile per noi capire il significato di queste parole. Ma provate a mettervi nei panni di una ragazza ebrea di duemila anni fa, alla quale viene annunciato questo intervento meraviglioso di Dio che realizza tutte le sue promesse contro ogni apparenza. Per capirlo, vi leggo alcuni versetti del Salmo 89. È un salmo bello, uno dei salmi importanti, beh, sono tutti importanti, particolarmente ricchi dal punto di vista teologico dell’Antico Testamento.

Incomincia così:

“Canterò senza fine le grazie del Signore, con la mia bocca annunzierò la sua fedeltà nei secoli, perché hai detto: «La mia grazia rimane per sempre»; la tua fedeltà è fondata nei cieli”. Quindi un salmo che comincia proprio bene, con la gioia, con il ringraziamento, con la lode a Dio, perché Dio è vero, perché Dio è fedele. Fedele in che cosa? Nelle sue promesse. E quali sono queste promesse?

Lo spiega:

«Ho stretto un’alleanza con il mio eletto, ho giurato a Davide mio servo: stabilirò per sempre la tua discendenza, ti darò un trono che duri nei secoli».

Questa è la promessa famosa che il Signore aveva fatto a Davide. Gli aveva mandato il profeta Natan e aveva garantito a Davide che ci sarebbe sempre stato un suo discendente sul trono di Gerusalemme, in modo che la monarchia non venisse meno. Era una promessa di Dio e, torno a dire, una promessa senza condizioni, perché il Signore aveva detto: Se i tuoi figli si comporteranno male, io li punirò, ma non porterò via a loro il regno. Quindi la garanzia di una dinastia perenne.

Allora: “I cieli cantano le meraviglie del Signore, la tua fedeltà nell’assemblea dei santi… Dio è tremendo… Chi è uguale a te, Signore, Dio degli eserciti? Sei potente, la tua fedeltà ti fa corona”. E continuate a dire tutte queste cose.

Poi all’improvviso il salmo cambia tono. Aveva detto il Signore: “Non toglierò la mia grazia”… E invece, “Tu lo hai respinto e ripudiato, ti sei adirato contro il tuo consacrato; hai rotto l’alleanza con il tuo servo, hai profanato nel fango la sua corona. Hai abbattuto tutte le sue mura e diroccato le sue fortezze; tutti i passanti lo hanno depredato, è diventato lo scherno dei suoi vicini. Hai fatto trionfare la destra dei suoi rivali…”. E va avanti a raccontare le miserie della casa di Davide.

La casa di Davide è stata pestata: il re è stato portato in esilio, il trono di Gerusalemme è stato annientato e bruciato; non è rimasto niente di questa dinastia. E per dei secoli, a partire dal 586 a. C. Israele è andato avanti senza un re davidico.

Allora il salmo dice: “Fino a quando, Signore, continuerai a tenerti nascosto?… Dove sono, Signore, le grazie di un tempo, che per la tua fedeltà hai giurato a Davide? Ricorda, Signore, l’oltraggio dei tuoi servi: porto nel cuore le ingiurie di molti popoli, con le quali, Signore, i tuoi nemici ci insultano, insultano i passi del tuo consacrato”.

Il salmo finisce così. Finisce nell’angoscia, nella tristezza, nel dire: Ma Signore, abbiamo le tue promesse, e allora perché le cose vanno in questo modo? Perché ti sei dimenticato delle tue promesse? Perché non c’è più un re davidico, quindi non c’è più speranza per noi, non c’è liberazione, non c’è salvezza? E dicevo, per secoli Israele è dovuto andare avanti così, nelle tenebre senza vedere una lucina della rivelazione di Dio, delle promesse di Dio, senza vedere come queste promesse si sarebbero realizzate.

La fede vuole dire questo. La fede è fede quando sembra che Dio sia in contrasto con se stesso. Quando Dio dice ad Abramo: Ti do una discendenza da Isacco, e poi dice ad Abramo: Sacrifica Isacco, a quel punto lì uno va in crisi di fede, perché Dio sembra in contraddizione con se stesso.

Non si tratta semplicemente di sacrificare Isacco, il figlio amato, ma di perdere il figlio della promessa, quello dal quale deve scaturire la promessa. Dio ha promesso ad Abramo una discendenza da Isacco; e, nonostante questo, Abramo deve sacrificare Isacco. Qui c’è qualche cosa del genere: Israele deve continuare a credere nelle promesse di Dio, quando di fatto non si stanno realizzando, anzi sono smentite dagli avvenimenti.

È proprio questo che sta alla base delle parole dell’angelo, perché l’angelo ripete la promessa fatta da Natan a Davide: “Sarà grande, e il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre”. E quella è la promessa. “E regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. Sono parole immense che chiedono a uno di fidarsi di Dio e basta, perché esternamente non si vede proprio niente di questo.

Che ci sia un trono di Davide, non pare proprio a breve scadenza. Il trono che c’è adesso è quello di Augusto, e il trono di Augusto è piuttosto piazzato bene. Dopo di lui verranno altri imperatori, e per il trono di Davide non sembra che ci sia un posto nel futuro immediato. E allora che significato possono avere queste parole? E come può Maria accoglierle?

Esattamente le deve accogliere nella fede.

Dice il Papa: “Nella penombra della fede”, cioè in quella condizione in cui il “come si realizzeranno” non è assolutamente chiaro. E questa penombra della fede Maria dovrà viverla non solo in questo momento, ma in tutta la vita di Gesù, perché anche quando Gesù incomincerà il suo ministero, quello che Maria vedrà, non è qualche cosa di cui si possa capire la pienezza; Maria dovrà accompagnare Gesù Cristo fino ai piedi della croce, e ai piedi della croce dovrà continuare a credere che Dio “gli darà il trono di Davide suo padre, e regnerà per sempre”. Questo è esattamente invito alla fede, provocazione alla fede.

In questo Maria è grande. Maria è grande perché è la madre di Gesù Cristo. Verissimo. Ma giustamente diceva S. Agostino, e il Papa lo ripete più di una volta nella sua Enciclica, Maria ha concepito Gesù Cristo prima nella mente e poi nel suo grembo; la maternità fisica è stata preceduta da una maternità della fede, da una generazione nella fede. Se ci sono le doglie del parto nel dare alla luce un bambino, ci sono le doglie del parto nella fede, in una fede che è faticosa, dolorosa, che deve squarciare le tenebre fidandosi della parola di Dio. Ed è per questa fede che Maria è, prima di tutto, grande.

“Allora Maria disse all’Angelo: Come è possibile? Non conosco uomo”.

Lasciamo da parte le questioni esegetiche, che sono abbastanza complicate. Non c’è dubbio che Maria esprime davanti all’Angelo il suo stato d’animo, la sua tendenza profonda di orientamento verso la verginità piena.

Scrive Romano Guardini:

“La verginità era nell’esistenza di Maria un elemento essenziale, l’orientamento più profondo della sua vita. Questo comportamento fondamentale, che caratterizza Maria nel suo essere e nel suo senso intimo, non ha preso ancora la forma di una decisione deliberata e non ha trovato ancora il modo di situarsi nel quadro del diritto e dei costumi allora in uso”.

Che vuol dire: Non state a chiedervi se Maria aveva già fatto un voto in senso stretto o cose di questo genere; sono questioni secondarie. Quello che è centrale, è questa inclinazione profonda a una consacrazione totale a Dio, a una appartenenza piena della sua vita a Dio. E paradossalmente proprio il fatto che Maria sia vergine, e non solo dal punto di vista fisico, ma anche e soprattutto dal punto di vista spirituale, cioè nel senso della consacrazione a Dio, proprio la verginità di Maria è quella che permette a Dio di operare in lei la meraviglia di una maternità divina. Dice un commentatore:

“Precisamente ciò che ella considerava come un ostacolo decisivo per questa maternità gloriosa, ne è, nel pensiero divino, la condizione necessaria. Dio le ha ispirato di rimanere vergine. Dio le domanda oggi di diventare madre. Dio non si contraddice, ma bisognava forse che, accettando un tempo di restare vergine, essa rinunciasse ad essere madre per poterlo diventare oggi.

Come fu necessario che Abramo, perché potesse effettivamente divenire il padre di una posterità numerosa come le stelle del cielo e l’arena del mare, rinunciasse, accettando di immolarlo, all’unico figlio nel quale riposavano le promesse divine.

Ed è per ciò che lo riebbe in figura. Anche qui, nonostante le apparenze, Dio non si contraddiceva. Egli non voleva la morte di Isacco; Dio non può volere altro che la vita. Ma tale è la legge stessa dell’ordine soprannaturale, che la vita nasca dalla morte, che solo salvi la sua vita colui che accetta di perderla, che, in altri termini, l’uomo non possieda mai se non ciò che ha donato”.

“Che uno non possieda mai se non ciò che ha donato”. Maria ha donato la sua maternità. Se voi vi mettete dal punto di vista di un ebreo, capite che cosa questo volesse dire. Per una donna ebrea, lo torno a dire, la maternità è la realizzazione autentica della propria vocazione. Al di fuori di quello una donna è incompleta, si sente incompleta. Scegliendo la verginità, Maria ha scelto, ha donato la sua realizzazione umana, la maternità. Ma esattamente proprio perché l’ha donata, per questo l’ha ricevuta, l’ha accolta. La legge di Dio, la legge della salvezza consiste esattamente in questo: l’uomo ha solo quello che ha donato.

È ancora il Papa che dice: (n° 39)

“Si può dire che questo suo consenso alla maternità sia soprattutto frutto della totale donazione a Dio nella verginità”.

Che vuole dire: verginità e maternità sono contraddittorie dal punto di vista umano, ma si uniscono, sono in armonia profonda dal punto di vista di Dio, del suo progetto. Proprio la totale donazione a Dio nella verginità, è quello che fa dare a Maria il suo consenso alle parole dell’Angelo, e quindi il consenso alla maternità.

“Maria ha accettato l’elezione a Madre del Figlio di Dio, guidata dall’amore sponsale, che consacra totalmente a Dio una persona umana”.

Il senso della verginità è questo; la consacrazione totale a Dio.

“In virtù di questo amore, Maria desiderava di essere sempre in tutto donata a Dio, vivendo nella verginità. Le Parole: ‘Eccomi, sono la serva del Signore, esprimono il fatto che sin dall’inizio ella ha accolto ed inteso la propria maternità come dono totale di se, della sua persona a servizio dei disegni salvifici dell’Altissimo”.

Arriviamo allora all’ultima parte del messaggio dell’Angelo.

“Le rispose l’angelo: ‘Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà, sarà dunque santo e chiamato figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio”.

A questo punto il messaggio dell’angelo manifesta il progetto di Dio. Il progetto di Dio è quello della maternità di Maria, ma di una maternità verginale, di una maternità per opera dello Spirito Santo. Lo Spirito è naturalmente la forza creatrice di Dio. È quella forza attraverso cui Dio ha creato il mondo e attraverso la quale Dio ha suscitato e guidato i protagonisti della storia della salvezza. Lo Spirito è quella forza che suscita il Messia. Ritrovate nell’Antico Testamento, in Isaia, alcuni oracoli esattamente di questo genere.

Per esempio: (Is 11, 1-Spirito Santo)

[1]

Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici.

Questo è il Messia; Iesse è il papà di Davide. Quindi il germoglio di Iesse è un discendente davidico.

[2]

Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore.

Proprio perché questo germoglio del tronco di Iesse è ripieno di Spirito, è in grado di realizzare la missione messianica, può operare come Messia.

È lo stesso nell’annunciazione: lo Spirito è una potenza di Dio, capace di rigenerare, di suscitare il compimento delle sue parole e delle sue promesse. Per questo “lo Spirito Santo stenderà sopra di te la sua ombra”.

Questo “stenderà la sua ombra” è riferimento a quel testo del libro dell’Esodo, dove si parla di una nube che copre il tabernacolo che Mosè aveva innalzato nel deserto. Il tabernacolo è la tenda nella quale viene conservata l’Arca dell’Alleanza. Quando questo tabernacolo viene inaugurato, una nube lo ricopre.

Applicato a Maria, questa espressione vuole dire che Maria è tabernacolo, la tenda nella quale viene collocata la nuova Arca dell’Alleanza: il Figlio di Dio in lei.

“Allora Maria disse: ‘Sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.

Prendete queste parole non solo come parole di umiltà; il termine “serva” fa riferimento soprattutto alla missione che Maria ha da compiere. Servi di Dio, nell’Antico Testamento, sono quelli che Dio impegna nella sua opera di salvezza. Servo di Dio è Abramo, per esempio, o servo di Dio è Mosè, è Davide. Serva di Dio è Maria, con quella espressione che dice soprattutto la sua fede e la sua obbedienza totale alla volontà di Dio.

La fede comporta questo.

Il Papa cita molto spesso quelle parole di Paolo che parlano di “obbedienza della fede”. La fede è l’atteggiamento che mette l’uomo in obbedienza a Dio, che lo porta a volere e a desiderare che si compia in lui il progetto di Dio. Ed è quello che Maria accoglie con queste ultime sue parole. Sono parole non di rassegnazione, ma il consenso gioioso, il desiderio di vedere realizzato in lei il piano di Dio.

In conclusione, che cosa ci ha insegnato questo testo del Vangelo di Luca?

Essenzialmente ci ha presentato Maria, come la donna che ha vissuto pienamente l’obbedienza della fede, che ha accolto la parola di Dio e non ha opposto dubbi o ostacoli o riserve a questa parola, in modo tale che ha lasciato coinvolgere la sua vita pienamente dentro al progetto di Dio.

Dicevamo già prima, la maternità di Maria non è un fatto solo biologico e neanche solo psicologico, ma è prima di tutto un fatto divino che viene accolto, quindi, nell’atto di fede.

Siamo così invitati a ritornare in noi stessi e alla nostra fede, a comprendere che, vivere la propria esistenza nella fede come risposta alla parola di Dio e al progetto di Dio, non significa diminuire la propria partecipazione o la propria responsabilità, ma è vero il contrario. La fede colloca l’uomo dentro al progetto stesso di Dio, e invece di diminuire la sua responsabilità, la dilata e la ingrandisce, ma la ingrandisce in un atteggiamento che è di sottomissione, di fiducia e di abbandono alla volontà di Dio.

Allora dobbiamo tentare di rivedere in Maria essenzialmente questo: la donna che è “beata”, perché ha creduto alla realizzazione delle parole del Signore.

E torno a dire: ha creduto attraverso un cammino faticoso di fede. È chiaro che non possiamo ricostruire la psicologia di Maria, i sentimenti che ha avuto in ciascun momento, questo sta al di fuori delle nostre possibilità, però è altrettanto chiaro che il cammino di fede che Dio ha chiesto a questa donna, è stato un cammino immenso a partire dall’Annunciazione fino ai piedi della croce, fino al momento in cui apparentemente tutto diventa un fallimento, ma in cui Maria deve continuare a credere che Dio darà “il trono di Davide suo padre” a Gesù di Nazaret, che lui regnerà in eterno, per sempre.

È esattamente quello che Maria ha compiuto e che la Chiesa cerca continuamente di rinnovare nella sua vita. In questo, lo ricordavamo questa mattina, la fede di Maria sta come la primizia; è come se Maria camminasse qualche passo avanti rispetto a noi, in modo che cerchiamo di seguire le sue orme; così la fede di Maria diventa non solo un modello, ma anche una energia per la nostra fede. Il fatto che lei abbia avuto fede, diventa una forza perché anche la nostra fede possa trovare da lei fortezza e coraggio.

Questa è ancora una delle prospettive fondamentali dell’Enciclica. Se voi ci date una occhiata, vi accorgete che il problema del Papa non è tanto quello di una riflessione dottrinale, anche se egli la propone attentamente sulla base della Bibbia e del Concilio, ma quello che vuole sottolineare soprattutto è che Maria è misteriosamente, ma realmente, presente nella vita della Chiesa e nella nostra vita, per cui, quando io ho a che fare con il problema della mia fede, Maria non è lontana da me semplicemente come qualcosa che io guardo; la sua fede è capace di sostenere la mia, di dare un coraggio più grande alla mia fede, perché, nelle mie difficoltà, io sappia abbandonarmi totalmente al Signore.

CON MARIA, MADRE DEL REDENTORE – 1

Bocca di Magra, 30-31 ottobre – 1 novembre 1987

Esercizi spirituali ai giovani e agli adulti

Con Maria, Madre del Redentore

Presentazione

Come ormai è consuetudine, ai primi di novembre, si svolge un corso di Esercizi Spirituali a Bocca di Magra (SP), aperto alle parrocchie del Centro Storico e guidato da Don Luciano Monari.

Il tema trattato nell’ultimo corso era d’obbligo. Eravamo nell’Anno Mariano, avevamo tra le mani una enciclica su Maria, quindi la nostra riflessione doveva necessariamente cogliere ciò che era essenziale nella “Redemptoris Mater”.

Come al solito abbiamo raccolto dalla viva voce del predicatore quanto ha guidato la nostra meditazione.

L’invito che Giovanni Paolo Il ha fatto ai Modenesi di “NON DIMENTICARE”, pensiamo si estenda anche a questo straordinario dono che Dio ci ha dato di vivere a Bocca di Magra. Questo scritto vuole appunto portare questa grazia a quanti non erano presenti. Maria, come ci ha augurato il Papa, “continui a proteggerci precedendoci nel cammino della fede, della speranza e della perfetta unione con Gesù”.

I vostri Parroci

1ª Meditazione

Introduzione

(Os 2, 16-17)

[16] Perciò, ecco, l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.

[17] Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acòr in porta di speranza. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto”.

Sono due versetti di Osea che abbiamo già commentato altre volte, ma che ci possono servire da introduzione negli esercizi spirituali.

È il Signore che sta cercando il suo popolo; è stato in qualche modo tradito da Israele, e quel rapporto di alleanza e di matrimonio che il Signore aveva voluto costruire coi suo popolo, si può dire, ha fatto fallimento. Alla fine del capitolo primo del libro di Osea, il Signore fa dare a un figlio di Osea questo strano nome: “Chiamalo ‘non-mio-popolo’ perché voi non siete mio-popolo e io non esisto per voi”.

Se voi ricordate, è il capovolgimento del nome di Dio. Il nome di Dio nell’Antico Testamento è “Io sono”. E la differenza tra Dio e noi è proprio questa: che noi delle volte ci siamo, ma delle volte no.

Prima non ci siamo sempre, perché la nostra vita dura qualche anno e poi basta; poi non ci siamo sempre, perché la nostra attenzione non è sempre lì. Se abbiamo una persona alla quale vogliamo bene, ci siamo con quella persona lì, ma mica sempre; la nostra attenzione è costretta a dividersi tra tante preoccupazioni, problemi e difficoltà.

Dio no! La definizione di Dio è esattamente questa: “Io sono”. “Io sono” voleva dire proprio questo: Tu non avere paura, perché in qualunque situazione della tua vita, io, il tuo Dio, ci sono. Ti possono venire meno altre cose: ti possono venire meno i sostegni umani, i parenti, gli amici; ti può venir meno la ricchezza, la gloria; ti possono venir meno cinquantamila cose, ma non Dio. “Io sono” vuole dire: Puoi contare sulla mia presenza e puoi contare sul mio appoggio.

Bene!

A questo punto il Signore dice con Israele: Io non ci sono per voi! Cioè ha interrotto il rapporto e il dialogo. È una specie di divorzio, divorzio vero e proprio, perché al cap. 2 v. 4 dice: “Accusate vostra madre, accusatela – e la madre è Israele in questo caso – perché essa non è più mia moglie e io non sono più suo marito!” È una formula che indica questo distacco.

Ma sembra che questa volontà di distacco in Dio non riesca a durare molto. Il Signore fa provare a Israele la solitudine, perché Israele sappia quanto è amaro essere senza il Signore. Ma poi la va a cercare, poi vuole ricostruire il rapporto. All’amore non ci rinuncia. Alla comunione, al matrimonio con il suo popolo non ci rinuncia: “Perciò, ecco, io l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”. Dice la nota della Bibbia di Gerusalemme che questo verbo: “Io l’attirerò” di per se ha un senso forte, tanto che la Bibbia di Gerusalemme francese traduce con “la sedurrò”.

È l’atteggiamento di colui che svia il suo compagno dal retto cammino; la stessa espressione è usata per l’uomo che seduce una vergine. È strano (può anche scandalizzare un tantino) ma Osea applica questo verbo a Dio: Dio seduce Israele, lo trascina via e gli mette davanti un desiderio e una speranza così grande che lo abbaglia, in modo che Israele sia costretto a ritornare al Signore. “La condurrò nel deserto e là parlerò sopra il suo cuore”.

“La condurrò nel deserto” vuole dire che toglie a Israele le distrazioni, conducendolo in un luogo dove non abbia cose da fare o pensieri da immaginare, dove non abbia ricchezze da accumulare senza fine e sia costretto a pensare a se stesso e a pensare al Signore.

Il deserto vuole dire questo, ma vuole anche dire che il Signore riporta Israele sul luogo della luna di miele, perché nel deserto Israele aveva imparato, la prima volta, a conoscere il Signore in quei quarant’anni in cui il Signore dava da mangiare, dava da bere, proteggeva contro i serpenti velenosi, faceva la guida di Israele. Per quarant’anni Israele è vissuto sull’amore del suo Signore, e allora il Signore lo riporta a quella fase perché Israele torni a innamorarsi, perché cavi fuori dal suo cuore quella gioia, quello stupore, quella riconoscenza che erano stati all’inizio. Per questo il Signore parlerà “sopra il cuore” del suo popolo.

Che vuol dire: non parlerà semplicemente con le parole che arrivano agli orecchi con i suoni, e nemmeno solo con le parole che arrivano alla testa, all’intelligenza, cioè i ragionamenti; no, parlerà con quelle parole che arrivano fino al cuore e che quindi mettono in movimento anche la libertà dell’uomo, come libertà che risponde. Ci sono delle parole che coinvolgono profondamente la nostra vita, che ci avvolgono dentro ad una esistenza e ad una possibilità nuova. Il Signore userà queste parole. “Parlerò sopra il suo cuore. Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acòr in porta di speranza”.

Questo vuole dire: trasformare la valle della delusione, della distrazione, della sofferenza, della miseria, in porta di speranza.

E “Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto”.

Non so perché abbiano tradotto “canterà”, perché il testo non dice esattamente “canterà”, ma letteralmente dice: “Là risponderà come nei giorni della sua giovinezza”. Certamente la traduzione “canterà” è molto bella; è molto bella, perché dice questo ritrovare la gioia; il canto è l’espressione di uno che vive nella gioia. Ma il testo originale “risponderà” vuole dire che Israele imparerà ad ascoltare la parola del Signore e ad entrare in dialogo: imparerà la gioia del vivere insieme.

Quando si costruisce un rapporto di amicizia, di amore, l’essenziale è che ciascuno dei due sappia rispondere all’altro, cioè sappia parlare non per conto proprio, secondo i propri pensieri o i propri desideri, ma ciascuno rispondendo all’altro e quindi creando un rapporto di armonia.

Bene, in una persona che ha fede, vivere significa rispondere. Io ho la mia vita. Posso dire: La mia vita è mia e ne faccio quello che mi pare. Ma questo è esattamente l’opposto di un atteggiamento di fede. L’atteggiamento di fede è: La mia vita è un dono e io la vivo rispondendo a colui dal quale la vita mi viene. Avere fede vuoi dire riconoscere che alla radice di tutto quello che noi siamo e che facciamo, della nostra storia, dei nostri progetti, alla radice di tutto questo ci sta uno che chiama, uno che ci ha dato una voce. “Il Signore disse: ‘Sia la luce!’. E la luce fu”. E il Signore ha chiamato anche il mio nome e ha chiamato il vostro nome, e se io esisto, è perché rispondo a quella voce che mi ha chiamato all’esistenza.

E allora ‘esistere’ vuole dire esattamente imparare a rispondere, imparare a vivere rispondendo, vivere quindi alla presenza di lui, del Signore, della sua voce che chiama.

Bene, io credo che questi due versetti ci potrebbero introdurre molto bene negli esercizi.

Gli esercizi sono questo: “Ecco, l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò sopra il suo cuore”. Che vuole dire?

Potete anche pensare che avete deciso voi di venire agli esercizi; sì, questo è anche vero. Quando qualcuno ve l’ha proposto, ci avete pensato e avete detto sì, poi no, ma chissà se ne ho voglia o no?

Ci viene qualcun altro?

C’è qualcuno degli amici?

Ci posso andare con loro?

Avete fatto tutta una serie di riflessioni per arrivare alla decisione. Succede di solito così. Ma se è vero il discorso di Osea, dietro a tutte quelle motivazioni o a quelle inclinazioni che vi hanno portato a scegliere, c’è la voce di uno che ha chiamato. E se siamo a fare gli esercizi, è perché noi stiamo a cuore al Signore. Gli sta così a cuore la nostra vita, che non ci lascia andare per conto nostro, ma vuole recuperare un rapporto con noi. Vuole recuperare una amicizia, e per questo ci porta nel deserto.

È vero che Bocca di Magra è un deserto strano; è un deserto troppo bello per essere deserto, ma perlomeno a Bocca di Magra dovrebbero, …possono tacere le parole, i rumori, le preoccupazioni della vita di tutti i giorni.

Ne abbiamo tantissime nella vita di tutti i giorni, per cui pare che non ci siano cinque minuti per riflettere, per pensare, per dire chi sono, cosa sto facendo, dove sto andando, perché faccio queste cose che sto facendo. Che cos’è che mi interessa davvero? È solo lo stipendio che mi interessa? È solo il successo, solo l’apparenza di fronte agli altri? È proprio solo questo che mi interessa nella vita?

Raramente abbiamo cinque minuti per pensarci: a Bocca di Magra due giornate e mezzo. Quindi è un buon deserto. Lo possiamo sperimentare e vivere come un buon deserto, anche perché, se è deserto per le nostre preoccupazioni o per tutte le parole, non è deserto per la parola del Signore. Anzi, in questi giorni la parola del Signore la sentiremo frequentemente e ripetutamente; il Signore parlerà e vuole parlare “sopra il nostro cuore” per suscitare una risposta di fede.

Diceva il Signore ad Abramo (inizio del cap. 17 della Genesi):

“Io sono El Shaddai (Dio onnipotente): cammina alla mia presenza e sii integro”.

“Cammina alla mia presenza” vuoi dire: Tu non camminerai solo alla presenza degli altri, preoccupato di quello che gli altri dicono o pensano di te, preoccupato di avere un applauso o un successo; tu cammina alla mia presenza, preoccupato quindi di ricevere il mio applauso, di ricevere la mia approvazione. Cammina alla mia presenza!

E se tu camminerai alla mia presenza, sarai integro, cioè riuscirai a passare in mezzo al mondo senza lasciarti rendere schiavo dalle cose o dagli egoismi, senza lasciarti afferrare dalle paure, rimanendo integro in un cammino di fedeltà, di amore e di giustizia.

Bene!

È quello che i nostri esercizi vogliono rappresentare. È un cammino quindi di riscoperta della nostra vocazione cristiana, un cammino di revisione e di conversione per ciascuno di noi. Ciascuno lo deve fare evidentemente con la sua responsabilità davanti al Signore.

Ma non è solo un cammino individuale, cioè che ciascuno di noi fa per conto suo: se siamo qui è anche perché in noi e attraverso di noi la Chiesa stessa sta facendo il suo cammino di conversione. Anche per la Chiesa vivere, vuoi dire continuamente convertirsi, vuoi dire continuamente voltare lo sguardo verso il Signore per ricevere dal Signore la direzione della sua esistenza e la guida dei suoi comportamenti.

E se noi siamo qui, è certamente perché ciascuno deve salvare la sua anima, ma mica solo; è perché ciascuno di noi deve contribuire a quel cammino di conversione che la Chiesa sta facendo. Se noi ci convertiamo, non ci convertiamo solo per noi, ci convertiamo per il mondo intero. Perché, se c’è un cristiano che è più cristiano, questa è una ricchezza per tutta la Chiesa, e quindi una ricchezza per il mondo intero.

Ricordate che nella lettera agli Efesini, al cap. 5, S. Paolo ha quella affermazione famosa sulla Chiesa. Dice ai versetti 25 e 26:

“Cristo ha amato la Chiesa e ha donato se stesso per lei per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola”.

Il “lavacro dell’acqua” è naturalmente il Battesimo; “accompagnato dalla parola” è dall’annuncio della parola che suscita la fede, “al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata”.

La Chiesa gloriosa. “Gloriosa” vuoi dire: bella della bellezza di Dio, perché la gloria è quella che appartiene a Dio. Una Chiesa gloriosa è una Chiesa divina che ha la bellezza di Dio: “gloriosa, senza macchia né ruga né alcunché di simile, ma santa e immacolata”.

Beh! Io sogno una Chiesa così, una Chiesa così in concreto, cioè nelle nostre comunità: la comunità del Duomo, la comunità del Tempio. Qualunque comunità cristiana che voi vogliate immaginare è questa: è la Chiesa, quindi “senza macchia né ruga né alcunché di simile, ma santa e immacolata”.

Però è vero che, quando io misuro in concreto la mia comunità, debbo riconoscere che ci sono delle rughe, dei difetti, degli egoismi, che la circolazione della carità, che è quella tipica di una comunità cristiana, (una comunità cristiana è quella dove circola l’amore, dove il rapporto fra i membri è dominato da questa capacità di attenzione reciproca, di premura, di aiuto).

Beh!

Questa circolazione della carità non è così evidente, non è così chiara. Il mondo non la vede poi così trasparente e luminosa! Bene. Io sogno una comunità cristiana che sia così: una comunità cristiana di gente che è veramente salvata e redenta. E ‘redenta’ vuoi dire che non è più egoista; ‘redenta’ vuoi dire che porta i segni di Gesù Cristo dentro alla sua vita e ai suoi comportamenti. E se allora mi trovo di fronte a delle comunità che non sono questo, che cosa faccio? Devo mettermi a criticare e a dire che quelli che vanno in chiesa, in realtà sono come gli altri, sono peggio degli altri o tutte queste cose qui?

Il modo giusto è piuttosto: “Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche”, come dice S. Paolo nella lettera ai Filippesi.

Se vuoi veramente che la Chiesa sia questa realtà purificata dal Signore, “senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata”, bene, tu allora incomincia il tuo cammino di conversione. Ti lasci afferrare dal Signore, ti lasci dominare dalla sua parola, ti lasci in qualche modo trapassare dal suo sguardo, perché tutto quello che nella tua vita c’è di egoista, di falso, venga messo in luce. È vero che vedere il proprio egoismo fa male, vedere le proprie falsità ci dà fastidio, però è anche vero che questa è la via della conversione e della guarigione.

E allora negli esercizi noi tenteremo di fare esattamente questo. Siccome a noi sta a cuore la Chiesa, e ci sta a cuore che la Chiesa sia sempre più quello che è nel progetto del Signore, bene, facciamo un cammino di conversione. Invece di stendere il dito contro gli altri, ci mettiamo noi stessi davanti al Signore, perché il Signore incominci purificando noi, e incominci facendo vivere il nostro cuore in quella circolazione di carità, in quella comunione di amore e di fraternità verso gli altri, che effettivamente edifica una comunità cristiana. Allora gli esercizi sono questa gioia di essere cercati dal Signore e di rispondergli.

Non sto a riprendere il discorso sul silenzio, perché è già venuto fuori questa mattina, e lo riprenderemo anche un pochino più avanti. Mi interessa molto che sfruttiate questi due giorni e mezzo anche per una celebrazione calma del sacramento della Penitenza. Invece di fare una celebrazione in due minuti, in fretta, a un confessionale, qui avete tutta la possibilità di farla con calma, tranquillamente.

E il sacramento della Penitenza è per noi il sacramento della conversione, quindi del cambiare la direzione della nostra vita. Soprattutto cercate di innestare questa celebrazione (e qui è abbastanza facile) dentro a un contesto di preghiera: confessarsi vuoi dire dare lode a Dio.

E quindi vivete la confessione non tanto e non solo come un elenco di peccati o come una confessione psicanalitica, in cui io cerco di mettere davanti nel modo più chiaro quello che sono; la confessione non è questo. La confessione è dialogo con il Signore, è dare gloria a Dio, riconoscere che Dio è santo e riconoscere che noi siamo peccatori. Ma nel riconoscimento che io sono peccatore voglio rendere gloria a Dio. Le nostre confessioni dovrebbero cominciare ad assomigliare un pochino alle confessioni di S. Agostino. Quando S. Agostino ha scritto il suo libro delle “Confessioni”, ha fatto certamente la narrazione della sua vita, ma non davanti alla gente, l’ha fatta davanti a Dio; è una narrazione davanti a Dio per rendere lode a Lui. Incomincia esattamente con il desiderio di lodare Dio. Vuole lodare Dio con la sua vita e, siccome è un peccatore, loda Dio con i suoi peccati. Non ha altro con cui lodare Dio, ma esattamente anche i suoi peccati gli diventano un materiale con cui lodare il Signore, per riconoscere quello che di buono e di grande ha ricevuto da lui, e per riconoscere la propria miseria, affidandola alla potenza della misericordia di Dio. Questo dovrebbero diventare anche le nostre confessioni, in un contesto quindi di lode e di benedizione del Signore.

Ancora (abbiate pazienza con le premesse) non date possibilmente troppa importanza alle prediche: le prediche sono delle provocazioni. Ma il valore degli esercizi dipende da voi, da quanto voi farete. Ciascuno si mette davanti al Signore e dialoga con Lui; parla al Signore e mette davanti a lui la sua vita con tutto quello che c’è dentro.

Le prediche dovrebbero servire a rendere questa riflessione e questa preghiera personale più ricca e con un materiale un pochino più grande. Ma io offro semplicemente il materiale, che rimane materiale grezzo, perché evidentemente io non posso pregare al posto di qualcun altro. Posso pregare per lui (questo è vero) ma non “al posto di…”; “al posto di…”; ci siamo ciascuno al proprio. E allora bisogna che ciascuno faccia il suo cammino di apertura e di fede davanti al Signore.

Il tema che prenderemo in questi esercizi è legato all’Enciclica “Redemptoris Mater” e quindi all’Anno Mariano che stiamo vivendo. È chiaro che io non posso né fare il riassunto dell’Enciclica, perché non ce n’è bisogno e vi arrangiate per conto vostro, e nemmeno riprendere tutti i temi che ci sono, perché sono tantissimi. Cercheremo soprattutto di cogliere questo, dice il Papa nella sua Enciclica, che Maria “precede la Chiesa nel suo pellegrinaggio”.

La Chiesa è un popolo in cammino, un popolo pellegrino che va verso il Signore, cercando di sottomettersi alla parola di Dio e cercando di lasciarsi trasformare dallo Spirito Santo. In tutto la Chiesa fa questo. È un lungo cammino quello della Chiesa. Bene, dice il Papa, in questo cammino la Chiesa è preceduta da Maria. Preceduta non solo cronologicamente, nel senso che Maria c’è stata prima, ha incominciato il suo cammino di fede qualche anno prima della Pentecoste, ma soprattutto nel senso della qualità.

La fede che è in noi è sempre una fede povera, limitata, tentata, è un tentativo di fede sempre più intensa, sempre più trasparente e grande. Quello che per noi rimane un desiderio, in Maria è compiuto in modo pieno. E allora è proprio questa la prima riflessione che volevo proporre.

Maria precede la Chiesa nel suo pellegrinaggio

Ci interroghiamo: perché in una visione equilibrata dell’esistenza cristiana è così importante e ha un

posto necessario la devozione a Maria, il rapporto con Maria?

Non è sufficiente il rapporto con Dio, con Gesù Cristo?

Non è sufficiente la redenzione che ha portato Gesù Cristo?

Perché ci vuole anche Maria accanto a Lui?

La risposta molto semplice è questa: è chiaro che non c’è bisogno di aggiungere niente a Dio e a quello che Dio ha compiuto in Gesù Cristo; così la redenzione è compiuta perfettamente in Gesù Cristo e l’uomo, certamente qualunque uomo, non può aggiungere nulla a quella. Ma è anche vero che l’opera di salvezza, che Dio ha compiuto in Gesù Cristo, viene in noi non come qualche cosa di magico, cioè qualche cosa che ci viene addosso semplicemente perché qualcuno ha pronunciato la parola magica, ma che questa salvezza di Dio in Gesù Cristo entra nella nostra vita solo attraverso il nostro “sì”, la nostra disponibilità, la nostra collaborazione.

Viene citata molto spesso quell’espressione di S. Agostino:

“Quel Signore, quel Dio che ti ha creato senza di te, non ti salva senza di te”.

Non perché Lui non sia capace di salvare abbastanza, o perché la salvezza di Dio vuole entrare a forza contro la mia libertà. Dio vuole salvare la mia libertà, e proprio perché vuole salvarla, questa salvezza richiede da parte mia un “sì”, una disponibilità, un’accoglienza di fede.

Ritornate a tutto quello che S. Paolo dice all’inizio della lettera ai Romani: Quello che Dio ha compiuto in Gesù Cristo, viene accolto dall’uomo attraverso l’atto di fede.

(Ap 3,20)

“Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io entrerò da lui, e cenerò con lui e lui con me”.

“Io sto alla porta e busso”, vuol dire che è venuto, che ti ha offerto l’amicizia, che ti ha offerto l’amore e chiede che tu gli apra la porta. Lui non la sfonda.

Non la sfonda, vuoi dire: ha bisogno della tua libertà. Non c’è una possibilità di salvezza senza che ci sia un atto libero dell’uomo che accoglie la salvezza di Dio.

Bene, Maria rappresenta per la Chiesa questo. Maria è quella creatura umana che ha accolto l’azione di Dio senza ostacoli, senza riserve, generosamente. È “piena di grazia”, dice il Vangelo (e ritorneremo su questa espressione).

Che vuol dire: noi molto spesso mettiamo degli ostacoli alla salvezza di Dio. È un ostacolo il nostro orgoglio, è ostacolo il nostro egoismo, sono ostacoli i nostri attaccamenti. L’azione del Signore noi l’accogliamo ma in modo velato, non perfetto; non siamo trasparenti del tutto alla grazia di Dio, e per questo nella nostra vita la redenzione di Cristo si vede un po’ sì e un po’ no. Io guardo la mia faccia e dico: Sei un redento! Essere un redento vuole dire essere figli di Dio. Essere figli di Dio vuole dire comportarsi da figli di Dio. Comportarsi da figli di Dio vuole dire che uno assomiglia a Dio nella sua capacità di amore. È proprio vero che io sono redento? Certamente sì! In certi momenti riesco a vincere l’egoismo, ma in certi altri momenti no. E allora la redenzione di Dio in Gesù Cristo si vede nella nostra vita, ma non si vede così pulita, piena e luminosa.

Bene, Maria è la creatura umana redenta in modo perfetto. Tra parentesi, quando noi accogliamo il dogma dell’Immacolata Concezione, vogliamo accogliere questo, vogliamo dire che in Maria non c’è una cellula e un istante della sua vita che non sia stato toccato e trasformato dalla redenzione del Signore. È veramente rinnovata e rifatta pienamente, completamente. Per questo Maria è per noi il segno di quello che Dio è capace di fare dentro alle creature. Dice Maria nel Magnificat: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome”.

Ciò significa che tutto il discorso della Mariologia, cioè tutto quello che noi possiamo dire di Maria è, in fondo, un parlare di Dio, della sua grandezza, della sua santità, di quello che Dio può fare in una creatura umana quando non trova ostacoli, riserve o rifiuti. Proprio per questo Maria è secondo il Concilio, (il Papa riprende molto spesso questa espressione) modello della Chiesa.

Vuole dire che la Chiesa, quando guarda a Maria, vede come una immagine perfetta di quello che lei vuole diventare, di quello che lei è chiamata a diventare. Tornate a quella espressione di prima: “Cristo ha amato la Chiesa”, l’ha purificata “per farla comparire davanti a se tutta gloriosa, senza macchia, né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata”.

E io dico: Ma dove la trovo questa Chiesa? E la fede della Chiesa mi dice: La trovi prima di tutto in Maria. In Maria la Chiesa è veramente senza “ruga o macchia o alcunché di simile, ma santa e immacolata”. In me non è santa e immacolata del tutto, così, come credo, forse neanche in voi (ci mettiamo il “forse” per rispetto).

Ma in Maria questo essere pura e trasparente è perfetto. C’è la bellezza della Chiesa intera.

E allora, contemplare Maria, come tenteremo di fare in questi giorni, è non solo dire che Maria è grande, che Maria è bella e tutte queste cose, ma è come un ritrovare il senso della nostra vocazione. Maria è il senso della nostra vocazione, della vocazione cristiana semplicemente, quindi della vocazione alla fede e all’obbedienza a Dio. Su queste due cose l’Enciclica, se voi lo notate, insisterà moltissimo: la fede che conduce all’obbedienza a Dio. Vivere vuol dire questo.

E allora ci mettiamo davanti a Maria, prima di tutto, come modello di ascolto, proprio perché la vita cristiana non nasce semplicemente dai nostri desideri e nemmeno dalle nostre proiezioni di paure, di angosce o cose di questo genere. Ci saranno sempre delle interferenze psicologiche nel nostro modo di vivere la fede, ma di per se la fede cristiana non nasce dalla proiezione né dei nostri desideri, né delle nostre paure. La fede cristiana nasce dall’ascolto di un Altro, dall’ascolto del Signore.

La prima parola non viene fuori dal nostro cuore, la prima parola viene fuori dal cuore di Dio. La prima parola della Bibbia è: che Dio è venuto alla ricerca dell’uomo, perché a Dio sta a cuore la nostra vita, sta a cuore la nostra esistenza. “La gloria di Dio – dice S. Ireneo – è l’uomo vivente”. Quindi la bellezza di Dio, lo splendore di Dio si manifesta nell’uomo che vive, e cioè che vive in senso integro, che vive nella bontà, nella santità, nella giustizia. A Dio sta a cuore questo, e a Dio, che viene a cercarci, che ci rivolge la parola, il primo atteggiamento che dobbiamo dare è quello dell’ascolto. La parola del Signore deve prima di tutto mettere a tacere le nostre parole e le parole del mondo. Quando io voglio ascoltare qualcuno, bisogna che taccia io, se no non riesco ad ascoltare. Non solo bisogna che taccia io, ma bisogna che faccia tacere anche le altre voci. Questo è il primo aspetto.

Se voi ci fate caso, nella vita di Maria questo è notevolmente sottolineato. Pensate ai trent’anni che Maria ha vissuto a Nazaret con suo Figlio. Che cosa ha raccontato di questi trent’anni? Quasi niente. Doveva pur esserci tutta una serie di esperienze, di episodi, di dialoghi, di realtà di vita con il suo Figlio: ebbene, tutte queste cose Maria non le ha disperse. Quando si parla, l’esperienza che noi abbiamo fatto tende a disperdersi un pochino. Maria non ha disperso niente della sua esperienza e della sua vita con il Signore.

Nel Vangelo la maggior parte delle parole che Maria dice, sono il Magnificat, cioè parole che Maria rivolge a Dio parlando di Dio. Quando Elisabetta si rivolge a Maria: “Benedetta tu fra le donne”, la risposta di Maria è: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore”.

Quindi sposta l’attenzione: l’attenzione non è rivolta direttamente a lei, ma a quello che Dio ha compiuto. Maria diventerà per noi, prima di tutto, modello di questo: modello di ascolto, dove l’attenzione è rivolta prima di tutto al Signore.

C’è ancora nel Vangelo di Luca un versetto che c’interessa (Lc 2,19); siamo dopo il racconto della nascita di Gesù e la visita dei pastori. E si legge:

“Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”.

Queste parole prendetele come un ritratto e mettetevi davanti proprio questa immagine (questa icona si dice) di Maria, che conserva “tutte queste cose meditandole nel suo cuore”. Ma che cosa vuole dire? Tra parentesi, il termine che viene tradotto con “cose”, è in realtà in greco: “parole”: Maria meditava tutte queste parole. Ed è strano perché non si riferisce a dei discorsi, ma a tutti gli avvenimenti che precedono questi episodi: l’avvenimento dell’Annunciazione, la nascita verginale di Gesù, la partecipazione dei pastori che vengono ad adorare, l’annuncio degli Angeli.

E possiamo anticipare anche quello che verrà dopo, e cioè le profezie di Simeone e di Anna, lo smarrimento di Gesù nel Tempio. Sono tutta una serie di episodi, di fatti, di avvenimenti che Maria medita come “parole”.

Che cosa vuole dire “medita”?

Vuole dire che non sono dei fatti banali, cioè un semplice fatto di cronaca che diventa superato il giorno dopo. Di solito nessuno va a leggere il giornale di due giorni prima, perché le notizie sono già vecchie. I fatti di giornale, i fatti di cronaca tendono ad essere così, diventano vecchi e si mettono da parte. Ma gli eventi dell’infanzia di Gesù, no. Questi non sono semplicemente dei fatti di cronaca. Questi sono rivelazione, sono fatti di Dio, e un’azione di Dio, se avviene in un momento determinato, non è chiusa a quel momento. Avviene, che so, il 13 maggio dell’anno X, ma in realtà rimane valida per sempre, proprio perché c’è di mezzo il Signore. E proprio per questo ha bisogno di essere meditata, perché in quelle parole, in quei gesti c’è il volto di Dio, c’è la nostra vocazione, il senso della nostra vita. E allora bisogna capire e meditare.

Richiamo due testi dei Salmi, che poi potete pregare per conto vostro.

SALMO 1: Il Salmo 1 è quello con cui si apre il libro dei Salmi.

[1] Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia sulla via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti;

[2] ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte.

[3] Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere.

[4] Non così, non così gli empi: ma come pula che il vento disperde;

[5] perciò non reggeranno gli empi nel giudizio, né i peccatori nell’assemblea dei giusti.

[6] Il Signore veglia sul cammino dei giusti, ma la via degli empi andrà in rovina.

E quindi uno che non va, che non si ferma, che non siede dove ci sono i malvagi, ma “si compiace della legge del Signore e la sua legge medita giorno e notte”. Dicono che il verbo “meditare” vuole dire qui, e generalmente nella Bibbia, il ripetere a mezza voce, in modo che una cosa, una parola, una espressione si incida profondamente dentro la memoria e vada a scendere fino dove c’è il cuore, dove ci sono le radici della libertà, dei sentimenti, delle scelte. L’uomo giusto è definito come quello che “si compiace della legge del Signore”, quindi l’ascolta volentieri e la medita, cioè se la ripete, la rimugina continuamente, la rimastica, la rumina (dicevano i medioevali) fino a che quella parola non è diventata la sua carne e il suo sangue.

Maria è stata questo. Maria non ha fatto altro che meditare, assimilare tutte quelle parole di Dio, che erano entrate dentro alla sua vita.

SALMO 63: Un altro testo è il Salmo 63, quello che si celebra tutte le domeniche della prima settimana a lodi.

[1] Salmo. Di Davide, quando dimorava nel deserto di Giuda

[2] O dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senza acqua.

[3] Così nel santuario ti ho cercato, per contemplare la tua potenza e la tua gloria

[4] Poiché la tua grazia vale più della vita, le mie labbra diranno la tua lode.

[5] Così ti benedirò finche io viva, nel tuo nome alzerò le mie mani.

[6] Mi sazierò come a lauto convito, e con voci di gioia ti loderà la mia bocca.

[7] Nel mio giaciglio di te mi ricordo, penso a te nelle veglie notturne,

[8] a te che sei stato il mio aiuto, esulto di gioia all’ombra delle tue ali

[9] A te si stringe l’anima mia e la forza della tua destra mi sostiene.

[10] Ma quelli che attentano alla mia vita scenderanno nel profondo della terra.

[11] saranno dati in potere alla spada, diventeranno preda di sciacalli.

[12] Il re gioirà in Dio, si glorierà chi giura per lui, perché ai mentitori verrà chiusa la bocca.

Fateci caso, è un Salmo che si può distribuire nel corso di una giornata. Incomincia con l’aurora e all’aurora c’è il desiderio di Dio: “Tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia”. Poi viene il corso della giornata; e siccome questo salmista aveva il desiderio di Dio, lo va a cercare dove il Signore era, cioè nel Tempio di Gerusalemme: “Così nel santuario ti ho cercato per contemplare la tua potenza e la tua gloria. Poiché la tua grazia vale più della vita, le mie labbra diranno la tua lode”. È andato al Tempio di Gerusalemme, perché nel tempio Dio si rivela, si manifesta.

Lo ha cercato. Però non può stare nel Tempio sempre, deve pure tornare a casa. Allora si dimenticherà del Signore? “Quando nel mio giaciglio di temi ricordo e penso a te nelle veglie notturne, a te che sei il mio aiuto, esulto di gioia all’ombra delle tue ali”. La giornata si chiude con la notte. È tornato a casa sua, ma non si è dimenticato del Signore; addirittura “nelle veglie notturne” egli pensa al Signore, e quando pensa al Signore, “esulta di gioia all’ombra delle sue ali”, cioè sapendo e sperimentando ancora la protezione di Dio.

Quando uno va al Tempio di Gerusalemme è protetto dalle ali di Dio. Il Tempio, come sapete, aveva il diritto di asilo, e il “diritto di asilo” voleva dire che lì Dio protegge. Lì ci sono le ali di Dio che proteggono tutti quelli che hanno bisogno di protezione. Basta che vadano nel Tempio e sono protetti. Ma questa protezione di Dio continua anche dopo quando il salmista ritorna a casa e si sente accompagnato dalla presenza del Signore durante la notte: “Quando nel mio giaciglio di te mi ricordo e penso a te nelle veglie notturne”. E potete continuare con queste meditazioni. Voi ricordate che il Salmo 118 (119) è una lunga meditazione della parola di Dio; secondo questo Salmo custodire la parola di Dio e non peccare è la stessa cosa. Se uno vuole sapere come deve fare a evitare il male, il peccato, l’egoismo, il Salmo dice:

“Custodisci la parola di Dio, tienila dentro di te, meditala in modo che, come un seme, produca dei frutti buoni, dei frutti di amore e di bontà”.

Maria ha meditato questo.

Il Vangelo di S. Giovanni presenta Gesù come il “Logos”, cioè la Parola.

“In principio era il Verbo (la Parola) e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio… E il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo visto la sua gloria, la gloria che gli compete in quanto è unigenito figlio di Dio, pieno di grazia e di verità”.

Quando S. Giovanni dice questo, dice che meditare la parola di Dio e conoscere Gesù Cristo è la stessa cosa. Se uno vuole conoscere Gesù Cristo la strada è: che prenda la parola e la faccia sua, perché la parola è Gesù Cristo, la Bibbia è Gesù Cristo. Sono tanti libri scritti in epoche diverse, da autori diversi, con problemi diversi, ma tutte queste parole sono Gesù Cristo. Se uno si mette a meditare questo, conosce Gesù Cristo.

Maria per noi è esattamente il modello di questo atteggiamento, dell’atteggiamento della Chiesa di sempre, di quell’atteggiamento che dobbiamo tentare di fare nostro. Dobbiamo cercare di diventare imitatori di Maria.

È ancora il Papa che nella Enciclica al n° 28 dice (citerò qualche volta, ma non molto spesso l’Enciclica; vale la pena che ci diate una occhiata voi):

“Come dice il Concilio: ‘Maria per la sua intima partecipazione alla storia della salvezza, mentre viene predicata e onorata, chiama i credenti al Figlio suo, al suo sacrificio e all’amore del Padre. Perciò in qualche modo la fede di Maria, sulla base della testimonianza apostolica della Chiesa, diventa incessantemente la fede del popolo di Dio in cammino”.

La fede di Maria diventa la fede del popolo di Dio in cammino. Cioè la nostra fede, come fede ecclesiale, è come una dilatazione, un prolungamento della fede di Maria. È come se la fede cristiana si trovasse in Maria allo stato puro e poi si dilatasse a comprendere anche la nostra vita e la storia di tutti gli uomini in tutte le latitudini. Quindi diventa incessantemente la fede del popolo di Dio in cammino, e questa fede del popolo non in generale e in modo astratto, ma delle persone e delle comunità.

La mia fede come la fede delle nostre comunità è il prolungamento della fede di Maria.

“(Diventa la fede) delle persone e delle comunità, degli ambienti e delle assemblee, e infine dei vari gruppi esistenti nella Chiesa. È una fede che si trasmette ad un tempo mediante la conoscenza ed il cuore”.

La conoscenza, certamente. Cioè una fede illuminata, una fede che parte da un riconoscimento concreto di un contenuto della fede, che è il nostro Credo per esempio, ma insieme con la conoscenza e il cuore. E il cuore intendetelo non come semplice sentimento, ma come quel centro della persona da cui vengono fuori non solo i sentimenti, ma anche le decisioni. Il cuore è l’organo delle decisioni nel modo di esprimersi della Bibbia e anche dell’Enciclica.

“(Questa fede) si acquista o riacquista continuamente mediante la preghiera”.

Questa fede si riacquista mediate la preghiera, e questo si capisce. La preghiera è un dare del “Tu” al Signore. Non c’è altro modo di stabilire un rapporto con il Signore, che parlargli e ascoltarlo.

“Perciò, anche nella sua opera apostolica la Chiesa giustamente guarda a colei che generò Cristo, concepito appunto dallo Spirito Santo e nato dalla Vergine per nascere e crescere anche nel cuore dei fedeli per mezzo della Chiesa”.

E quindi quel Gesù che è nato da Maria, deve nascere e crescere anche nel cuore dei fedeli. È una generazione spirituale che deve avvenire in noi e in tutta la Chiesa, che avviene tutte le volte che la nostra esistenza si fa esistenza di fede.

Ecco il senso allora di questi esercizi: ci mettiamo in ascolto della parola di Dio, avendo come modello e come punto di riferimento Maria e la sua fede, in modo che la fede di Maria metta un pochino in crisi la nostra mancanza di fede, ma nello stesso tempo ci rigeneri: perché Maria generi dentro al nostro cuore la presenza del suo Figlio, perché Gesù Cristo sia per noi non una persona straordinaria che sta fuori, ma sia veramente uno Spirito che muove dall’interno i nostri pensieri e le nostre scelte.

CONSIGLI PER LA FAMIGLIA

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UNA PAROLA PER TE: il capitolo 19 del Vangelo secondo Luca:

Vangelo secondo Luca – 19

1Entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, 2quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, 3cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. 4Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. 5Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». 6Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. 7Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». 8Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». 9Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. 10Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».
11Mentre essi stavano ad ascoltare queste cose, disse ancora una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro. 12Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. 13Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. 14Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. 15Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato. 16Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. 17Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”. 18Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. 19Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”. 20Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; 21avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. 22Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: 23perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. 24Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. 25Gli risposero: “Signore, ne ha già dieci!”. 26“Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. 27E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”».
28Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. 29Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli 30dicendo: «Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. 31E se qualcuno vi domanda: “Perché lo slegate?”, risponderete così: “Il Signore ne ha bisogno”». 32Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto. 33Mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché slegate il puledro?». 34Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno». 35Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. 36Mentre egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada.
37Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto, 38dicendo:
«Benedetto colui che viene,
il re, nel nome del Signore.
Pace in cielo
e gloria nel più alto dei cieli!».
39Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». 40Ma egli rispose: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».
41Quando fu vicino, alla vista della città pianse su di essa 42dicendo: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. 43Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; 44distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».
45Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, 46dicendo loro: «Sta scritto:
La mia casa sarà casa di preghiera.
Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
47Ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; 48ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo.

THE LORD OF THE SABBATH

“So the Son of Man is Lord even of the Sabbath” (Mark 2:28, NIV).

As Lord of all creation, Jesus is also Lord of the Sabbath. As co-creator, He spoke our planet into existence. By His creative might, He created the firmament and light, land and waters. He blanketed the earth with vegetation and decorated it with flowers. He hung the sun and moon and stars in space and filled the world with living things. With consummate creative skill, He made man in His own image. Pleased with His vast creation, He declared it to be “very good” (Genesis 1:31, NIV). In His divine wisdom, the Creator added to this “very good” creation something that would memorialize it. Hence the precious gift of the holy Sabbath.

In His confrontation with the religious leaders of His day, Christ asserted His authority on matters of His holy Sabbath. He declared that the Sabbath was to be a blessing and not a burden (see Mark 2:27). It was given for spiritual, physical, and emotional enrichment.

Jesus reminded His critics that the Sabbath was God’s gift of love to humanity, designed by a loving Creator for the welfare and happiness of humanity. God did not create man because He had a Sabbath and needed someone to keep it. On the contrary, an all-wise God made the Sabbath an opportunity for moral and spiritual growth. It was made to be a day of rest and gladness, of worship and fellowship, and a day for doing good (see Matthew 12:12).

As Lord of the Sabbath, Christ taught that “the object of God’s work in this world is the redemption of man; therefore that which is necessary to be done on the Sabbath in the accomplishment of this work is in accord with the Sabbath law.”–The Desire of Ages, p. 285.

My Prayer Today: Lord, thank You for the Sabbath. In it may I always see Your creative and redemptive acts. Amen.