I novissimi – Morte – Giudizio – Inferno – Paradiso – 10

Bocca di Magra 30-31 ottobre – 1 novembre 1988

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

I novissimi
Morte – Giudizio – Inferno – Paradiso

6ª Meditazione
Paradiso e Inferno

Facciamo allora l’ultima tappa del nostro cammino nel meditare sui Novissimi, questa strana parola di cui avevamo parlato il primo giorno e che vuole dire le ultime realtà, le ultime esperienze della storia dell’umanità e della vita di ciascuno di noi. Era una parola che si usava nel catechismo quando ero piccolino io, allora si insegnavano i quattro novissimi: Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso. Di solito oggi si usa una parola nuova ‘escatologia’: parola anche questa complicata ma che vuole dire esattamente la stessa cosa: gli “escata” in greco sono le ultime cose e la escatologia è la dottrina che riguarda le ultime cose della vita.

Naturalmente, come dicevo fin dall’inizio, cercate di togliere l’aspetto di curiosità, il desiderio di vedere come un film, in anticipo, degli ultimi avvenimenti; questo il Signore non ce lo dona, dobbiamo rimanere invece nella direzione della speranza, aprire cioè il nostro cuore verso la promessa, di Dio che è il termine della nostra vita, il compimento della nostra esistenza.

Per questo, per esempio, ieri parlavamo del Purgatorio come l’attimo dell’incontro con Dio, a questa parola ‘attimo’ non date, se potete, un significato temporale; non dico che duri un secondo o un giorno, un anno o cose come queste, non lo so; semplicemente ‘attimo’ vuol dire l’esperienza dell’incontro con il Signore che già da questa vita in qualche modo sperimentiamo ma che lì diventa un evento, un incontro pieno, immediato, senza veli.

Quanto questo duri nell’esperienza di una persona e, detto in parole barbare, quanto ci voglia per essere purificati, è una domanda alla quale non riesco a rispondere perché la misura del tempo è misteriosa nell’aldilà. Il tempo, dicevano gli scolastici, è la misura del movimento. E allora dove ciò che avviene è l’incontro con Dio, misurare il tempo è una cosa piuttosto complicata; l’orologio non riesce, credo, a misurare il tempo dell’anima, ma questa è una questione di filosofia che lasciamo da parte.

Ci rimangono allora da meditare gli ultimi due novissimi: Inferno e Paradiso e li capovolgiamo. Incominciamo dal Paradiso e cioè dalla vita eterna.

Se voi cercate nella Sacra Scrittura o in un indice analitico della Scrittura la definizione del Paradiso lo dovete andare a cercare sotto le parole: vita e vita eterna perché Paradiso, come parola, non è usata molto spesso mentre è usata molto spesso l’espressione “vita eterna” che indica la vita di Dio stesso comunicata. all’uomo. Ora, che cose il Paradiso?

Partite da una esperienza molto semplice: l’uomo trova il compimento di se quando apre se stesso al mondo, agli altri e a Dio.

Voglio dire: desiderio di ogni uomo è di realizzare la sua vita. Bene, se io voglio realizzare me stesso, che cosa debbo fare? Mi chiudo in una torre di avorio, serro tutte le porte di comunicazione perché, dico, così nessuno mi influenza e mi autoedifico? In questo modo l’uomo rovinerebbe se stesso. L’uomo riesce a trovare se stesso solo nel momento in cui trova il mondo e gli altri, solo attraverso il dialogo, la comunicazione, l’amore; il bambino prende coscienza di se stesso nel rapporto con sua madre, nel rapporto con il mondo che lo circonda e cresce man mano la consapevolezza di se attraverso questa serie molteplice di esperienze.

L’uomo realizzato non è l’uomo chiuso in se stesso o, diceva S. Bernardo, curvato su se stesso, ma invece l’uomo che si apre, si apre all’orizzonte del mondo e, in ultima analisi, anche all’orizzonte di Dio. Quanto più un essere diventa ricco, quanto più diventa perfetto, tanto maggiori sono le sue dimensioni di apertura: un sasso vive semplicemente e non ha bisogno di niente, un filo d’erba per poter vivere ha bisogno invece di luce, di calore, di sali, di acqua e di umidità; un vivente, un uomo, per vivere ha bisogno di tutto quello di cui ha bisogno un filo d’erba ma ha bisogno di molte altre cose, ha bisogno di potersi muovere, ha bisogno di dialogo con gli altri, di amore, di amicizia, di stima, anzi in credo radicale ha bisogno di Dio.

Proprio perché l’uomo è grande la sua misura autentica e piena è l’infinito, è Dio. Vale per lui quello che diceva Sant’Agostino, all’inizio delle sue confessioni, quella frase più famosa: “Tu ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto fino a che non trova riposo in te”. In questo vuole dire che il cuore dell’uomo passa da un desiderio all’altro, da una ricerca all’altra, che non trova mai qualche cosa che gli dia pieno riposo e che lo soddisfi.

Perché? Perché l’uomo è più grande di un pugno di soldi, è più grande di una posizione sociale, è più grande di un gradino di carriera; queste cose gli possono dare soddisfazione ma solo per qualche istante. Se tu compri una motocicletta nuova, ti senti contentissimo, realizzato. Per quanto? Per qualche giorno; poi ci fai l’abitudine e cominci a desiderare qualche cos’altro. Anzi non ti basta quello che hai, non c’è niente che basti pienamente all’uomo, proprio perché l’uomo ha un cuore grande; non è un cuore meschino, stretto, limitato, è un cuore grande, un cuore che ama non solo qualche piccolo bene, ma ama il Bene, ama l’Amore e solo l’amore pieno e totale riesce a colmarlo.

Dunque, dicevo, l’uomo realizza se stesso quando si apre agli altri e anche la libertà (che è evidentemente esperienza essenziale alla edificazione dell’uomo perché l’uomo diventa uomo solo quando può esercitare la sua libertà), bene, anche la libertà edifica l’uomo solo quando viene messa al servizio dell’amore e al servizio agli altri.

Scrive S. Paolo nella lettera ai Galati (5,13):

[13] Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà purché questa non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate al servizio gli uni degli altri”.

Paolo su questo insiste tantissimo, sul fatto che il cristiano deve essere libero, deve accettare il rischio e la fatica della libertà. Non è così facile: ci sono anche dei meccanismi di fuga della libertà che gli psicologi analizzano con interesse. Ebbene: che la libertà non diventi una copertura; quando l’uomo sceglie di vivere egoisticamente (è questo che Paolo chiama “vivere secondo la carne”) allora dice: voglio esercitare la mia libertà!

Ma non è autentica libertà, è piuttosto il capriccio, il comodo, l’egoismo; la libertà autentica è quella in cui l’uomo si apre e si dona, è quella di amare; non c’è un gesto così sovranamente libero dell’uomo come l’amore, quando l’uomo dona se stesso e la sua vita.

Bene, se questo è vero, il Paradiso non è altro che il compimento perfetto di questa realtà dell’uomo, cioè dell’amore verso Dio e dell’amore verso gli altri. Per questo il Paradiso è presentato dalla Bibbia con delle immagini di tipo sociale: non esiste una felicità individuale in cui io mi godo una beatitudine per mio conto, indipendentemente dagli altri.

La concezione corretta della felicità è quella di una felicità scambiata, donata; la mia felicità è un dono che ricevo da Dio e dagli altri e che comunico nella lode a Dio e nell’amore agli altri. Per questo, dicevo, la Bibbia usa delle immagini sociali come quella che abbiamo ricordato del banchetto, come quella del matrimonio, come l’immagine della città di Dio: “Vidi la città santa che scendeva da Dio”, come l’immagine della liturgia comune.

Questo è strano e perciò fa pensare; nell’apocalisse il Paradiso è immaginato come una eterna liturgia; questo significa che le nostre liturgie sono l’anticipo del Paradiso e che uno nella liturgia dovrebbe sentirsi così bene da essere quasi in paradiso. I canti, la preghiera comune, i gesti che si fanno nella liturgia dovrebbero allargare il cuore, non dovrebbero essere meccanismo, ripetizione, stanchezza, un rito che si fa semplicemente perché è un dovere. Andare a messa è un obbligo e allora…

Dovrebbe esserci in noi un forte desiderio per una delle esperienze più belle anche dal punto di vista umano; esperienza di comunione con il Signore, di comunione con gli altri, perché nella liturgia si sta insieme, si sta gomito a gomito, si canta insieme, si prega insieme, ci si scambia il segno della pace.

Non è per caso che si sta insieme, in Chiesa. La comunità cristiana deve essere ‘insieme’ per essere anticipo in qualche modo del Paradiso, il quale Paradiso è la trasformazione del mondo e dell’umanità nel corpo di Cristo.

Nella lettera agli Efesini S. Paolo ha una immagine stranissima che si presenta così (Ef 4, 15-16):

[15] Al contrario vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo,

[16] dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità.

Analizziamo l’immagine: Gesù Cristo è un pezzo di questo mondo che è arrivato alla perfezione: attraverso morte, risurrezione, ascensione, glorificazione è arrivato alla destra del Padre e vi ha portato l’umanità; perché il Cristo è salito al cielo con la sua umanità è uomo, rimane uomo.

Bene, questa umanità è entrata nella gloria stessa di Dio, è un pezzo di mondo che è stato trasfigurato, che è diventato eterno. Certo, Cristo è solo un pezzo dell’umanità, ma un pezzo che vuole tirarsi dietro tutto il resto; gli manca, nella immagine, di S. Paolo, il corpo; è come se la testa, il capo, fosse pienamente formato mentre il corpo è ancora in formazione; è un corpo che deve crescere verso di lui, che deve adattarsi a quel capo che è Gesù Cristo.

Bene, il mondo, la storia è questo cammino faticoso e progressivo di accostamento a Cristo per cui gli uomini devono tendere (e la Chiesa sta nel mondo per tendere) a Gesù Cristo, per innestarsi in Cristo, per formare con la propria vita, con la propria storia il corpo di Cristo. Sulla terra tutto il corpo, cioè la Chiesa, “ben compaginato e connesso”, (che vuol dire, quindi come un tessuto di comunione autentico senza, lacerazioni e fratture), “mediante la collaborazione di ogni giuntura”, (quindi con la collaborazione di tutti; metteteci come “giunture” i preti ma ci staranno anche dei laici: quelli che compiono un qualche ministero), “secondo l’energia propria di ciascun membro”, (quindi secondo la capacità e la vocazione che ciascuno ha ricevuto), “riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità”. È l’amore che fa crescere il corpo di Cristo, è esattamente l’amore che lo fa diventare maturo.

Allora, dicevo, il senso della nostra storia è la trasformazione della nostra vita e del mondo nel corpo di Cristo. Il Paradiso è esattamente questo: quel mondo che diventa corpo di Cristo, nel quale, Cristo è pienamente realizzato.

Possiamo mettere insieme due temi che ci aiutano a capire meglio che cosa significhi “Paradiso”.

Il primo tema è quello della comunione con Dio; lo abbiamo sempre saputo che il Paradiso è comunione con Dio. Forse voi ricordate, e lo abbiamo accennato la prima volta, che al centro della Bibbia ci sta l’esperienza dell’alleanza con Dio. Nel libro dell’Esodo il Signore dice così (Es 29, 45-46):

[45] Abiterò in mezzo agli israeliti e sarò il loro Dio.

[46] Sapranno che io sono il Signore, il loro Dio, che li ha fatti uscire dal paese d’Egitto per abitare in mezzo a loro, Io, il Signore, il loro Dio”.

Che vuol dire: se Dio si è scomodato per andare a prendere il popolo d’Israele in Egitto e lo ha cavato fuori dall’Egitto, spaccando in due il mar Rosso, facendolo passare in mezzo al deserto, dandogli da mangiare e da bere, proteggendolo dai serpenti velenosi, infuocati, se Dio si è dato così da fare, “con mano forte e braccio teso” per liberare Israele, quale scopo lo spingeva?

Per abitare in mezzo a loro”, perché ci sia una presenza di amore, di comunicate di Dio in mezzo al suo popolo. Dio vuole in qualche modo legarsi, vuole legare a se il popolo d’Israele, vuole legare a se l’umanità intera. L’effetto di questa presenza è descritto in tantissimi testi profetici, (e se ci fate caso i profeti hanno parlato spesso con parole di giudizio e di condanna, ma al termine dei libri profetici c’è sempre una prospettiva di speranza, di gioia). Al termine del libro di Ezechiele viene edificata una nuova città e le viene dato questo nome: “Il Signore è là”. In quella città ci abita Dio: è una città ricca di vita, di gioia e di luce, perché la presenza di Dio vuole dire questo, vita, gioia, luce.

Ancora c’è un brano di Osea che vorrei leggere. Di per se se non si riferisce direttamente al Paradiso però è l’annuncio di una speranza per il futuro che va a finire nel Paradiso. Leggo alcuni versetti del cap. 2 (Os 2, 16-25):

[16] Perciò, ecco, l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò sopra il suo cuore.

[17] Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acòr in porta di speranza. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto.

Che è una prima immagine bella, quella della luna di miele, quando uno è proprio contento e quando vivere vuol dire cantare, rispondere uno all’altro nella gioia. La bellezza del fidanzamento è proprio qui, in questa capacità di risposta. Io parlo al mondo e il mondo tace e mi rimane muto, ma quando parlo a te trovo nel tuo volto, nelle tue parole una risposta.

Il Signore cerca questo, cerca che la sua parola abbia da parte dell’uomo una risposta di amore.

Mi ricordo dell’affetto del tuo fidanzamento.

[18] E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerai: Marito mio, e non mi chiamerai più: Mio padrone.

[19] Le toglierò dalla bocca i nomi dei Baal, che non saranno più ricordati.

[20] In quel tempo farò per loro un’alleanza con le bestie della terra e gli uccelli del cielo e con i rettili del suolo; arco e spada e guerra eliminerò dal paese; e li farò riposare tranquilli.

Che vuol dire rapporto riconciliato anche col mondo materiale, il mondo animale.

21] Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore,

[22] ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore”.

Queste sono le parole centrali: “Ti farò mia sposa per sempre”. L’Israele che qui viene interpellato, è l’Israele infedele che ha tradito il Signore; il Signore lo va a cercare e lo riconduce pian piano alla gioia di un rapporto di amore e di fedeltà, lo riprende all’interno di una esperienza di matrimonio. Nota la Bibbia di Gerusalemme che il termine ebraico che viene tradotto con “ti farò mia sposa… e ti fidanzerò”, è un termine riferito nella Bibbia unicamente a una figlia vergine. Questo vuol dire che il Signore cancella il passato di infedeltà; quel popolo che ha davanti è un popolo infedele, macchiato dal peccato e dal tradimento, ma il Signore gli ricostruisce un cuore, lo rigenera, lo ricrea.

Il perdono di Dio vuole dire questo: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo”. “Ti farò mia sposa per sempre”, cioè ti ricreo con l’animo autentico della sposa che sa amare. E questa volta il Signore porterà come dono di nozze alla sua sposa proprio quelle doti che a Israele mancavano. “Ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà”.

Giustizia, diritto, benevolenza, amore e fedeltà sono doni di nozze, doni che il Signore fa alla sua sposa perché possa essere autenticamente e pienamente fedele. “E allora conoscerai il Signore”.

Vuol dire: farai davvero esperienza dell’amore del Signore, entrerai in un rapporto pieno di comunione con lui, senza riserve, senza infedeltà:

[23] e avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – io risponderò al cielo ed esso risponderà alla terra;

[24] la terra risponderà con il grano, il vino nuovo e l’olio e questi risponderanno a lzreèl”.

Badate a questa catena di verbi “rispondere”, il cielo, la terra, il mare, la pioggia, tutte queste cose rispondono e vuol dire che fanno la loro parte, che sono presenti in questa novità di creazione che Dio compie. Non sono opachi; molte volte nella nostra vita il mondo si presenta opaco, difficile da capire, da penetrare, da cogliere.

Il senso del Paradiso è la trasparenza di ogni realtà in cui tutto entra dentro a un progetto luminoso di comunione e di amore in questa capacità di rispondere. Quante volte siamo opachi, noi, gli uni agli altri, cioè incapaci di capirci, incapaci di risponderci, a tono; rispondiamo ciascuno secondo le nostre preoccupazioni, ma non riusciamo veramente a entrare in dialogo pieno. Dicono che la incomunicabilità sia una delle caratteristiche dell’esperienza dell’uomo d’oggi. Qui invece viene annunciato il massimo di comunicazione.

[25] lo li seminerò di nuovo per me nel paese e amerò Non-amata.; e a Non-mio-popolo dirò: Popolo mio, ed egli mi dirà: Mio Dio”.

A Non-popolo-mio dirò: Popolo mio”, cioè gli cambio il nome, che vuol dire: gli cambio l’identità, lo faccio diventare quello che non è mai stato pienamente e cioè un popolo che appartiene al Signore e che risponde pienamente a Lui.

Se volete una idea ancora di che cosa voglia dire il Paradiso, provate andare a leggere nella “Salita al monte Carmelo” di S. Giovanni della Croce oppure nel “Castello interiore” di S. Teresa d’Avila il punto di arrivo del cammino della fede. Sono descrizioni della vita cristiana presentata come un itinerario di salita verso il monte Carmelo o di ingresso dentro a un castello fino alle stanze più interne. Ora, quando si arriva al culmine del monte o quando si arriva al centro del castello, l’esperienza della comunione con Dio sta esattamente in questo: l’uomo non ha più bisogno di pensare a se, di difendere e proteggere se stesso; scompaiono quindi tutte le paure e tutte le angosce; l’unico desiderio dell’uomo diventa quello del dono a Dio, della lode di Dio, così come da parte sua Dio diventa l’assicurazione dell’uomo in una specie di scambio di vita e di dono.

Dio che si dona all’uomo, liberando l’uomo dalla paura per sè e rendendolo libero per il dono a lui.

Naturalmente a questo dovete aggiungere l’altro tema della comunione tra gli uomini che va indissolubilmente legato con la comunione con Dio. Quello che pregavamo ieri mattina col capitolo secondo di Isaia: le spade diventano aratri, le lanci diventano falci, vengono cioè trasformate in strumenti pacifici di lavoro e gli uomini ritrovano la gioia e la disponibilità alla comunione tra loro.

Il Paradiso è il Corpo di Cristo, è comunità, è l’accoglienza reciproca. Non è mica un caso che nell’inno alla carità (1 Cor 13, 1ss) S. Paolo faccia un discorso sull’eternità dell’amore. Nella vita dell’uomo ci sono molti comportamenti belli, utili, importanti, ma che sono alla fine infantili perché corrispondono a una fase transitoria della vita umana: quando uno è bambino beve solo latte; ma questa è una fase transitoria, quando diventa grande incomincia a mangiare anche la pasta asciutta e abbandona quei cibi o quei modo di parlare che aveva da bambino ecc.

Bene, dice S. Paolo, anche nella vita spirituale c’è una crescita. E che cosa appartiene alla fase infantile, della immaturità? Secondo S. Paolo tutto, fuorché l’amore. Dice: prendete la scienza; è una cosa enorme, grande; i teologi studiano le cose grandi che riguardano Dio (e sono certamente cose belle quelle che diciamo in questi giorni sui Novissimi, che vale la pena di studiare) ma quando vedrai Dio faccia a faccia, che cosa ti rimane di queste cose? Questi sono balbettii, sono robe da bambini, cose che quando sarai al cospetto di Dio dimenticherai del tutto perché non avranno più nessun valore.

La scienza dell’uomo di fronte alla comunione con Dio viene radicalmente superata, non solo la scienza. È roba, da bambini anche quel parlare in lingue misteriose dell’uomo che va in estasi e dice cose grandi, dice parole che nemmeno lui riesce a capire del tutto; anche questo è fenomeno destinato a scomparire. Lo stesso si dica dell’attività dell’uomo, della filosofia, dell’arte: non dice Paolo che tutte queste realtà siano inutili, ma di fronte alla bellezza di Dio vengono riconosciute come imperfette.

C’è una cosa. che invece rimane e che rimane anche davanti a Dio, che appartiene alla maturità dell’uomo, ed è esattamente il dono, l’amore.

 Quello che l’uomo ha donato, questo rimane per l’eternità perché, dice S. Paolo, l’amore è la stoffa dì cui è fatto Dio stesso e questa non passa con il tempo, non viene nemmeno cancellata dalla morte; quello che l’uomo ha vissuto con amore autentico assume una valenza per l’eternità, entra fino alla comunione con Dio. Vengono così recuperate tantissime cose: viene recuperato il rapporto d’amore tra marito e moglie, tra genitori e figli, i rapporti di amicizia, viene recuperato il lavoro, vengono recuperate tutte le cose che hanno dentro di se questa dimensione di amore, di gratuità e di dono.

Il Paradiso è un portare questa dimensione dell’amore al limite estremo, alla perfezione. Allora capite che se è questo, il Paradiso incomincia già dovunque Cristo prende forma tra gli uomini; dove Cristo entra nella vita di un uomo e la plasma e la trasforma, lì incomincia il Paradiso. “Figlioli miei – diceva S. Paolo ai Galati – che io partorisco di nuovo fino a che non sia formato in voi Cristo”. Io sono una madre che cerca di partorirvi alla vita di fede, e quando questo accade, io formo dentro di voi Cristo; Cristo si forma nella nostra vita, e quando si forma Cristo nella nostra vita nasce un germe di Paradiso.

Nella sua prima lettera S. Giovanni scrive così (1 Gv 3,14):

[14] Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli.

Fa impressione questo versetto. “Sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita.” Vuol dire:

è il Paradiso questo “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla. vita perché amiamo i fratelli”. Questo vuol dire che la fede nel Paradiso per il cristiano non è solo la fede in qualche cosa che succederà; certamente è questo, ma la fede nel Paradiso è l’impegno a costruire, a mettere i germi del Paradiso: nella vita, di famiglia, nella vita sociale, nei rapporti interpersonali, ecc. Viceversa. quando l’uomo si rinchiude in sé stesso e quindi fa dell’egoismo il suo guscio e respinge gli altri nell’odio, incomincia la distruzione della vita umana e quindi incomincia l’inferno.

Ci sono delle situazioni in cui noi diciamo: “Questo è un inferno”. È un modo di dire, ma non è solo un modo di dire. Se ci fate caso, quando si dice: “questo è un inferno”, non ci si riferisce tanto alla sofferenza grave, lo si dice invece quando i rapporti umani sono degradati; quando si è davanti all’odio, alla contrapposizione, all’invidia: quando non ci si sente più a proprio agio perché debbo sospettare di tutto e di tutti, perché mi sembra che tutti siano contro tutti. “Questo è un inferno”. E non c’è dubbio che l’inferno nasce dove ci sono odi o cattiverie gratuite, dove prevale una violenza brutale senza giustificazioni. Siamo allora di fronte alla distruzione della vita umana.

Dicono gli studiosi che in S. Giovanni si trova una “escatologia realizzata”. In S. Giovanni ci sono certo dei passi che fanno riferimento al giudizio finale, alla risurrezione, ecc.; però molto spesso S. Giovanni considera il Giudizio e la salvezza come già avvenuti e anche l’inferno in qualche modo come già presente. Per esempio nel suo Vangelo (Gv 3,36) dice:

“Chi crede nel Figlio ha la vita eterna”.

Non dice “avrà” (che sarebbe una espressione corretta), ma “ha”.

“Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita ma l’ira di Dio incombe su di lui”.

Chi crede nel Figlio ha la vita eterna”. Le due dimensioni vanno insieme. Arriviamo allora all’ultima tappa meno gradevole del nostro itinerario, cioè quella dell’inferno. È necessario riflettere anche su questo: l’inferno fa parte del messaggio biblico ed è giusto che lo prendiamo in considerazione.

State attenti prima di tutto a non mettere Paradiso e inferno allo stesso livello come due realtà parallele. Si dice a volte che come Dio ha creato il Paradiso per i buoni, così ha creato l’inferno per i malvagi. Non è così. Nel messaggio biblico l’uomo è stato creato per il Paradiso, e basta.

C’è una predestinazione di Dio alla gloria, al Paradiso, e basta; non c’è in tutto il Nuovo Testamento l’idea di una predestinazione all’inferno. Il progetto di Dio è che “tutti gli uomini siano salvi e che giungano alla conoscenza della verità”, questo scrive S. Paolo nella lo lettera a Timoteo, e nella lettera ai Romani (Rom. 8, 28ss) scrive:

[28] Del resto noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno.

[29] Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli,

[30] quelli che poi ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati”.

C’è una specie di scala: Dio ha conosciuto, ha predestinato, ha chiamato, ha giustificato, ha glorificato; sono i gradini che dall’inizio della creazione portano al Paradiso.

Bene, da parte di Dio, dice S. Paolo, tutti gradini di questa scala sono voluti. Quando Dio incomincia un progetto di salvezza nei riguardi di un uomo, non è certamente come me che posso cominciare un progetto e poi lasciarlo a metà; Dio è fedele e il suo progetto lo porta a compimento.

Ci chiediamo allora: “Da dove dunque viene fuori l’inferno?”. Se il progetto di Dio è solo il Paradiso e se la sua volontà riguardo all’uomo è solo il Paradiso, evidentemente l’inferno è una creazione della libertà dell’uomo che rifiuta la sua vocazione all’amore, che rifiuta il dono dell’amore di Dio.

C’è un detto rabbinico, strano, ma bello che dice: “Tutto è in potere del cielo, eccetto il timore del Cielo”. “Cielo”, scrivetelo con la C maiuscola, sta per Dio. Dio è onnipotente, può far tutto. C’è solo una cosa che Dio non può fare: il timore di Dio. Questo l’uomo lo deve scegliere liberamente; Dio non lo può imporre all’uomo, e non lo può imporre all’uomo perché l’amore, o è libero o non è affatto amore.

Se io ti metto le catene, ti costringo a chinarti davanti a me, questo non è certamente amore. L’amore o vive nella libertà o si perverte radicalmente e diventa tutt’altra cosa. Il discorso del Paradiso è essenzialmente il discorso dell’amore. Ora, nemmeno Dio può fare un circolo quadrato, perché, l’idea di un circolo quadrato è contraddittoria in sé; così nemmeno Dio può fare un amore costretto, un amore coartato; Dio ti dona l’amore, Dio ti dà la capacità, il desiderio e la forza di amare, ma bisogna che tu ti lasci cambiare, che tu l’accolga, che tu ti lasci guidare da questo amore di Dio. E siccome questo sta nella tua libertà, c’è il rischio dell’inferno, c’è la possibilità concreta del rifiuto. La possibilità di dire di no è necessaria. per la libertà della creatura.

Io sono libero quando ho la possibilità concreta di dire di si ma anche di dire di no. Nasce allora un interrogativo inquietante: ma è proprio possibile un fallimento irrimediabile della vita umana?

Cioè che l’uomo ponga un no, come un no definitivo e che questo non venga ratificato per sempre?, perché l’inferno è esattamente questo. Stiamo attenti anzitutto all’immaginazione che ci gioca a volte dei brutti scherzi. Poco o tanto noi siamo condizionati da un’immagine tipo quella che si trova nella Divina Commedia. Voi ricordate le parole che Dante legge sulla porta dell’inferno: “Giustizia mosse il mio alto Fattore, – fecemi la divina Potestate, la somma Sapienza, il primo Amore”, dove l’inferno è presentato come una creatura di Dio, una creazione della sua giustizia.

Ora il discorso credo sia un tantino diverso, in quel senso che dicevo. L’inferno è una creazione della libertà dell’uomo che rifiuta l’amore di Dio; è la negativa del progetto di Dio. Se volete, è quello contro cui Dio lotta con tutte le sue forze, perché tutto il senso dell’incarnazione è il combattere questo, è l’introdurre l’uomo dentro alla comunione e dentro alla vita. Questo, è quello che Dio vuole. Quindi attenti alle rappresentazioni.

C’è chi si è divertito a ritrovare nelle rappresentazioni che noi ci facciamo dell’inferno la proiezione delle nostre tendenze aggressive e nevrotiche, oppure di perversioni patologiche. Quello che di sadico ci portiamo dentro, lo proiettiamo all’immagine dell’inferno. Di fatto ci sono immagini dell’inferno abbastanza sadiche nel modo di presentare le cose. Stateci attenti perché altrimenti creiamo una “teologia da asilo infantile”, dice qualcuno, così puerile che diventa ripugnante per l’uomo. L’inferno invece è una realtà tremendamente seria. che entra dentro alla concezione biblica e cristiana della vita.

Prendiamo un testo dell’Antico Testamento e uno del Vangelo. Quello dell’Antico Testamento lo prendiamo dal Deuteronomio (Dt 30, 15-20).

[15] Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male;

[16] poiché io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva. e ti moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica nel paese che tu stai per entrare a prendere in possesso.

[17] Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dei e a servirli,

[18] io vi dichiaro oggi che certo perirete, che non avrete vita lunga nel paese di cui state per entrare in possesso passando il Giordano.

[19] Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita perché viva tu e la tua discendenza,

[20] amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità, per poter così abitare sulla terra che il Signore ha giurato di dare al tuoi padri, Abramo, Isacco e Giacobbe.

Il Signore mette davanti all’uomo la vita ma anche la libertà di rifiutarla: la vita e la morte, la benedizione e la maledizione, ma dice: “Scegli la vita”. Questa è la volontà di Dio; non ti mette davanti l’una e l’altra strada per stare a vedere quale delle due scegli e darti poi un premio o un castigo; no, ti mette davanti a due strade e ti dice: “Prendi questa, vai per questa; è la vita che ti voglio dare”.

Dio è la vita e la longevità per l’uomo: “Egli è la tua vita e la tua longevità, non ti staccare da lui”. L’uomo non possiede la vita, ce l’ha in prestito. Chi possiede la vita per se è Dio stesso. Noi l’abbiamo per qualche anno ma poi ci verrà portata via. Non l’abbiamo come possesso nostro, ma come un qualche cosa che ci è donato. Bene, allora stai attaccato alla sorgente del dono.

E lo stesso, credo, potete trovare nel Nuovo Testamento (Mt 5, 29-30) (lo stesso discorso si trova anche al cap. 18) quando Gesù dice:

[29] Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga. gettato nella Geenna.

[30] E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna”.

La Geenna, come sapete, era la valle che si trovava a sud, della città di Gerusalemme, valle in cui venivano buttati e bruciati i rifiuti; per questo c’era una specie di fuoco perenne. Nelle parole di Gesù esso diventa un simbolo: di che cosa? una vita fallita, una vita che ha perso il suo obiettivo, che ha rovinato se stessa. È così grave questo rischio che bisogna essere disposti, secondo Gesù, a qualunque sacrificio pur di evitarlo: “Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo”.

Lo scandalo è in questo caso ciò che fa perdere la fede; non è certo l’occhio che fa perdere la fede, ma Gesù prende questa immagine per indicare qualcosa di immensamente prezioso. Il mio occhio non è qualche cosa che io ho, è qualche cosa che io sono; io sono il mio occhio, le mie mani, i miei piedi; se c’è qualche cosa a cui sono attaccato materialmente e affettivamente, questo è proprio il mio occhio, le mie mani, i miei piedi. Gesù le prende queste come termine di paragone:

“Se il tuo occhio destro…, toglilo e gettalo via da te, perché per te è meglio entrare nel cielo, nella vita orbo, piuttosto che essere gettato nella Geenna con due occhi”.

Il senso è evidente e si capisce allora che cosa vuole dire il messaggio dell’inferno: è come un richiamare la profonda serietà della vita umana. Hai davanti a te una vita, devi gestirla con consapevolezza che può anche essere perduta, può anche fare fallimento. Non farà fallimento per caso: perché ti sei trovato in una situazione impossibile e le circostanze ti hanno tradito. Ma può fare fallimento a causa della tua libertà, se tu scegli, se rifiuti liberamente l’amore di Dio. Questo è esattamente un metterti dentro alla realtà dell’inferno rifiutando le dimensioni positive della vita, della comunione con Dio e della comunione con gli altri.

Era Dostojevskij che diceva che l’inferno è la sofferenza di non potere più amare; di quell’uomo che è fatto per l’amore ma che non può più amare, che si è chiuso ermeticamente e definitivamente alla possibilità di amare Dio, di amare gli altri e di amare anche se stesso. È odio verso gli altri ed è odio anche verso sé stesso. Le immagini più significative dell’inferno sono le esperienze di odio, di quell’odio distruttivo dell’uomo che fa di lui essenzialmente un mostro. Non si tratta di una punizione che Dio infligge all’uomo dal di fuori, ma di una possibilità tremenda della libertà dell’uomo.

Se volete approfondire questo discorso, io credo che la strada sia essenzialmente quella del cogliere il senso del peccato. Lo dicevamo ieri, tra il peccato e l’inferno c’è una continuità. L’inferno non è altro che il peccato portato alla radicalità, reso definitivo e quindi ormai senza recupero, senza ritorno.

Se ne avete voglia, leggete il capitolo 59 di Isaia, dove c’è una descrizione significativa del peccato (Is 59, 1-2):

[1] Ecco non è troppo corta. la mano del Signore da non poter salvare; né tanto duro è il suo orecchio, da non poter udire.

[2] Ma le vostre iniquità hanno scavato un abisso fra voi e il vostro Dio; i vostri peccati gli hanno fatto nascondere il suo volto così che non vi ascolta”.

Se avete altri cinque minuti aggiungiamo, fra parentesi, un’ultima cosettina, la presentiamo con cautela. Quello che ho detto finora entra tranquillamente nella fede della Chiesa, è la fede della Chiesa sui Novissimi e credo non ci siano delle grosse controversie.

Quello che dico adesso credo che sia vero, evidentemente, altrimenti non ve lo direi, però rimane ancora oggetto di riflessione. Forse sapete che negli ultimi mesi della sua vita Hans Urs Von Balthasar, teologo svizzero, fatto Cardinale dal Papa e morto due giorni prima di ricevere la porpora, ha avuto una. polemica su una tesi di teologia che aveva avanzato, questa: che l’inferno è realtà eterna, ma rimane nella fede cristiana la possibilità di sperare nella salvezza di tutti gli uomini. Notate che ho detto “sperare”, non “sapere”. L’inferno è e rimane una possibilità concreta per ogni uomo, e io lo debbo vedere così: debbo vedere la mia vita come di fronte alla possibilità reale dell’inferno, come quello che corrisponde al mio egoismo e al mio peccato.

Se io togliessi questa visione, renderei la mia vita non più seria e soprattutto non renderei serio Dio perché in qualche modo lo farei strumento del mio interesse, una specie di servitore che deve fare quello che voglio io, quello che desidero io. Posso fare quello che mi pare, tanto alla fine lui mi salverà.

Questa concezione bisogna toglierla.

L’uomo deve rimanere davanti alla possibilità dell’inferno, proprio per lui, non per gli altri. Il discorso riguarda la mia vita e ciascuno per se deve stare davanti a questa possibilità e realtà dell’inferno. È però lecito, anzi secondo lui e doveroso sperare nella salvezza di tutti gli uomini. Siccome, dice Balthasar, l’amore cristiano si rivolge a ogni creatura, a ogni uomo, io per ogni uomo debbo mantenere viva e ferma la speranza.

Se è vero che l’amore spera tutto, come dice S. Paolo nella lettera ai Corinzi, deve rimanere nel cuore del cristiano questa speranza che è il fondamento di un rispetto pieno per gli altri. Certamente si tratta di speranza, non di conoscenza (la conoscenza è qualche cosa che io possiedo, la speranza è qualche cosa che io attendo dalla bontà e dalla misericordia di Dio senza pretendere di controllare questa misericordia secondo i miei desideri). Il discorso che fa Balthasar nasce dalla affermazione della solidarietà stretta che unisce gli uomini tra di loro.

Voglio dire: Gesù Cristo è Gesù di Nazaret, che è vissuto al tempo di Augusto e poi di Tiberio, è morto sotto Ponzio Pilato, ecc.; aveva una famiglia concreta. Bene, a questa famiglia Gesù Cristo è legato; è legato a sua madre evidentemente; è legato ai suoi parenti e questi a loro volta hanno degli altri legami. Tutti gli uomini, di diritto o di traverso, sono legati gli uni con gli altri da un tessuto, che è il tessuto della fraternità umana, perché nessuno si dà la vita da se, ma ciascuno la riceve da altri.

Ora, nella Bibbia questo legame di solidarietà viene presentato come una protezione, come una possibilità di perdono presentato davanti a Dio. Quando nel libro dell’Esodo Israele costruisce il vitello d’oro e si dà all’idolatria, il Signore decide di annientare Israele, di eliminarlo come popolo di Dio. Leggiamo (Es 32,30-34):

[30] Il giorno dopo Mosè disse al popolo: «Voi avete commesso un grande peccato; ora salirò verso il Signore: forse otterrò il perdono della vostra colpa».

[31] Mosè ritornò dal Signore e disse: «Questo popolo ha commesso un grande peccato: si sono fatti un dio d’oro.

[32] Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato… E se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!».

[33] Il Signore disse a Mosè: «lo cancellerò dal mio libro colui che ha peccato contro di me.

[34] Ora va, conduci il popolo là dove ti ho detto. Ecco il mio angelo ti precederà; ma nel giorno della mia visita li punirò per il loro peccato».

Mosè si mette così davanti al Signore e dice: “o tu distruggi e rifiuti anche me oppure tu accetti anche il popolo”. E il Signore accetta questa mediazione di Mosè; anzi non solo la accetta, ma a leggere il profeta Ezechiele la desiderava. C’è un passo in Ezechiele in cui Dio rimprovera i profeti di Israele e si lamenta dicendo (Ez 22,30):

[30] Io ho cercato fra loro un uomo che costruisse un muro e si ergesse sulla breccia di fronte a me, per difendere il paese perché io non lo devastassi, ma non l’ho trovato.

Questo è il rimprovero che Dio fa; Dio vuole che ci sia questa solidarietà. Ebbene, il significato di Gesù Cristo è esattamente questo. Egli si mette davanti all’umanità e ne costituisce in qualche modo un capo; è il capo carovana, è il profeta che assume la solidarietà nei confronti di tutti, come ha tentato di fare S. Paolo quando scrive nella lettera ai Romani, parlando di Israele (Rm 9, 2-3):

[2] Ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua.

[3] Vorrei infatti essere io stesso anatema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne”

Cioè: vorrei essere maledetto io purché la salvezza arrivasse ai miei fratelli secondo la carne. Questo tessuto di solidarietà è un motivo di speranza.

Questo evidentemente ci diventa possibile solo se noi prendiamo sul serio la solidarietà che ci lega agli altri e questa solidarietà la facciamo diventare concreta, concreta nel quotidiano, nell’attenzione, nella premura, nella condivisione con gli altri; è su questa solidarietà che possiamo mettere una grande speranza. Tutto questo prendetelo non come una verità di fede; e però un teologo come Balthasar credo che sia abbastanza credibile.

Terminiamo allora con la lettura dell’Apocalisse nei capitoli 21 e 22, che fanno un po’ da conclusione del nostro cammino: (Ap 21, 9-12)

[21,9] Poi venne uno dei sette Angeli che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello».

[10] L’Angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva, dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio.

[11] Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino.

[12] La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte ci stanno dodici Angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele.

[23] La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.

[24] Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza.

[22,5] Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli.

[6] Poi mi disse: Queste parole sono certe e veraci.

[17] Lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni!”. C chi ascolta ripeta.: “Vieni!”. Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita.

[20] Colui che attesta queste cose dice: «Si, verrò presto!». Amen. Vieni Signore Gesù. La grazia del Signore sia con tutti voi. Amen!

Queste sono le ultime parole della Bibbia, ed è bello che la Bibbia si chiuda su questa preghiera: “Vieni Signore Gesù!”. Possiamo ancora finire anche il nostro corso di esercizi con questa stessa preghiera che poi ripeteremo nell’Eucaristia, perché l’Eucaristia, la Chiesa, ripete ancora, sempre:

“Vieni, Signore Gesù!”.

I novissimi – Morte – Giudizio – Inferno – Paradiso – 9

Bocca di Magra 30-31 ottobre – 1 novembre 1988

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

I novissimi
Morte – Giudizio – Inferno – Paradiso

5ª Meditazione
Giudizio e Purgatorio

Diciamo nel Credo che Gesù Cristo “verrà a giudicare i vivi e i morti”, e questo e un elemento importante della fede cristiana. Nella seconda lettera ai Corinzi, al cap. 5 vers. 10, c’è un versetto famosissimo che dice:

[10] Tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male.

E credo che non sia un problema trovare delle citazioni anche nelle parabole di Gesù, dove questo richiamo al giudizio è esplicito o implicito (pensate, per esempio, alla parabola del talenti).

Ora, per capire il giudizio è importante considerarlo nella dimensione personale. Il giudizio è fondamentalmente il tuo incontro personale con Gesù Cristo. Non sarai misurato da una legge astratta con cui ti confronti per vedere quanto hai fatto pro o contro, di diritto o di traverso; il giudizio sarà molto più intimo e nello stesso tempo anche più esigente, sarà l’incontro personale con Dio in Gesù Cristo. Nel Vangelo di S. Giovanni c’è scritto (Gv 5, 19-23a):

[19] Gesù riprese a parlare e disse: «In verità, in verità vi dico, il Figlio da se non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa.

[20] Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati.

[21] Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole;

[22] il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio,

[23] perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre.

Ma che cosa vuole dire questo discorso?

Fondamentalmente vuole dire che Cristo è la misura della storia ed è la misura della vita umana. L’abbiamo detto tante volte in questi giorni ed è diventato una specie di ritornello: Cristo ha portato a compimento il progetto di Dio; quello che Dio ha pensato dall’eternità sul mondo e sull’umanità è realizzato pienamente in Cristo; siccome Gesù Cristo è l’uomo che non è vissuto per se stesso, che non si è ripiegato sul suo interesse ma ha fatto della sua vita una scelta d’amore, di dono gratuito, Dio si rispecchia in Gesù Cristo; e siccome Dio si rispecchia in Gesù Cristo, Gesù Cristo è la misura del mondo.

Vuole dire: prendete tutte le vostre azioni, i vostri comportamenti e provate a pesare quanto valgono, quanto grande e intenso è il loro valore. Ci vuole un metro, in criterio di misura; e qual è questo criterio di misura? Non c’è dubbio, Gesù Cristo. Noi di solito valutiamo le cose o le persone o gli avvenimenti a partire dal successo: io misuro Alessandro Magno e lo trovo grandissimo perché ha fatto delle cose che hanno sbalordito il mondo, perché ha lasciato un segno nella storia che ha aperto addirittura un’epoca nuova (le sue campagne militari, le conquiste, i cambiamenti culturali che ha comportato e cose del genere, gli vanno molte pagine in una enciclopedia); ma Alessandro Magno va misurato a partire da Gesù Cristo, quanto ha amato, quanto ha donato, quanto ha aperto della sua vita a Dio e agli altri.

Questo è un cambiamento di misura, e tremendo. È uscito in questi giorni il nuovo Larousse, e allora i giornali si preoccupano di sapere chi c’è entrato dentro al Larousse e chi invece è stato cancellato via; perché lì dentro ci stanno le persone importanti, – alcuni politici, alcuni scrittori o poeti e altri, invece, vengono cancellati anno per anno perché diventano vecchi, non hanno più importanza, non hanno più rilevanza. Verificare il valore delle persone pubbliche in un’enciclopedia è un gioco bello e simpatico, ma che dà anche tristezza questo entrare, poi essere cancellati; è la gloria mondana, quella gloria che è fatta di apparenza grande ma effimera. La misura autentica, dicevo, è, Gesù Cristo.

Leggiamo nel libro dell’Apocalisse (Ap 5, 1-10):

[1] E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli.

[2] Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?».

[3] Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo.

[4] lo piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo.

[5] Uno dei vegliardi mi disse: «Non piangere più; ecco, ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, egli dunque aprirà il libro e i suoi sette sigilli».

[6] Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati sulla terra.

[7] E l’Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono.

[8] E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi.

[9] Cantavano un canto nuovo: «Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione

[10] e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra».

Questa è una delle grandi scene dell’Apocalisse, cerchiamo di capirla. Colui che siede sul trono è Dio; ha in mano un libro sigillato con sette sigilli. Quello che Dio ha in mano è il senso della storia del mondo; all’interno di questo disegno è possibile capire a che cosa serve la vita e la gioia, la sofferenza e il fallimento, a che cosa servono quelle generazioni di uomini che si sono succedute sulla faccia della terra vivendo, amando, soffrendo, morendo, a che cosa servono quelle lacrime che hanno accompagnato l’esistenza dell’uomo; questo è difficile dirlo, i nostri libri di storia non sono capaci di spiegarcelo, di spiegare il senso di queste cose, che sono quelle che hanno fatto poi la storia in concreto: il segreto è in quel libro, sigillato con sette sigilli, che nessuno è in grado di sciogliere né in cielo, né in terra, né sotto terra. “Io piangevo molto – dice Giovanni – perché non si trovava nessuno in grado di aprire qual libro”.

E vuole dire: Non si trovava nessuno che fosse in grado di dare un senso alla vita e alla morte dell’uomo, alla gioia e alla sofferenza dell’uomo; “avevo allora come l’impressione che tutto questo affaticarsi dell’umanità fosse inutile, vano”. Per questo Giovanni piange. Gli viene detto: “Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide”, e scioglierà i sigilli e aprirà il libro. E il leone della tribù di Giuda e naturalmente Gesù Cristo; è l’Agnello che ha questa capacità: può prendere il libro e aprirne i sigilli.

E io dico: Che cosa ha fatto di speciale per riuscire a dare un senso alla storia?

Dice Giovanni: “È stato immolato”. È l’Agnello immolato che ha perso la vita; questo ha fatto di speciale: ha donato la vita. Questo è quello che lo rende capace di rivelare il senso profondo degli avvenimenti. Quello che noi diciamo quando parliamo del giudizio è che ogni azione umana deve misurarsi con il Crocefisso, deve misurarsi con l’Agnello immolato, ritto sul trono; “ritto sul trono” vuole dire vincitore, intronizzato, ma immolato; porta ancora i segni dello sgozzamento: “è stato sgozzato”, è colui che ha donato la sua vita; è a partire da quello che si misura il mondo e la storia. Il giudizio vuole dire che ogni uomo, che la storia del mondo va a parare nel confronto con Lui.

E che tipo di giudizio viene fuori da questo confronto? Questo lo ricordate molto bene e lo rileggiamo nel Vangelo di Matteo al cap. 25, dove è scritto così: (Mt 25, 31-46)

[31] Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria.

[32] E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri,

[33] e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra.

[34] Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo.

[35] Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato,

[36] nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.

[37] Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere?

[38] Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito?

[39] E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?

[40] Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico, ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.

[41] Poi dirà a quelli posti alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli.

[42] Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere;

[43] ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.

[44] Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o in carcere e non ti abbiamo assistito?.

[45] Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me.

[46] E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna.

Notate quello che dice il Vangelo: “Il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria”, “il Figlio dell’uomo” vuol dire uno che è stato un uomo debole, che è stato limitato e povero, che ha sofferto, che è morto, uno che ha vissuto la vita come la viviamo noi. Non dice il Figlio di Dio (è anche Figlio di Dio), ma viene a giudicare perché è il Figlio dell’uomo, perché sa che cosa vuol dire vita umana e perché ha portato la vita umana alla sua pienezza, per questo giudica; per questo, dopo essere stato giudicato, siede sul trono della sua gloria e davanti a lui vengono radunate tutte le genti.

E le genti vengono misurate su che cosa?

Su quello che Gesù è, e siccome Gesù non ha fatto altro che amare, è evidentemente l’amore il criterio e la misura di questo giudizio.

Il brano del giudizio finale può essere letto in tanti modi che sono complementari e che vogliamo sottolineare:

  • Dice il Signore: “Ogni volta che non avete fatto una di queste cose a uno dei miei fratelli più piccoli non l’avete fatto a me”. E vuole dire che nessun uomo vale così poco da essere disprezzato; vuol dire che i nostri egoismi, le nostre indifferenze sono realtà gravi perché riguardano Gesù Cristo. L’indifferenza nei confronti dell’altro, fosse anche il più piccolo, è indifferenza nel confronti di Gesù. Quel sacerdote e quel levita della parabola che trascurano il ferito e tirano diritto, tirano diritto di fronte alle esigenze e alle attese di Gesù. Credo che questo discorso ci fa andare in crisi, perché non so chi di noi possa dire di essere sempre stato attento, di essersi sempre preoccupato degli altri. Quante volte, invece, siamo disattenti, preoccupati per noi stessi, a volte anche solo timidi con la paura di scocciare, con la difficoltà di fare il primo passo, quindi di creare delle azioni di riconciliazione; ma sono esattamente queste le cose che il Signore ci chiede di fare. Allora credo, che prima chiave di lettura sia quella del riconoscersi davanti al Signore in passivo, in debito; dire: molte volte il Signore mi è passato accanto come bisognoso e io non l’ho nemmeno visto, non me ne sono nemmeno accorto. “Perché quello che non avete fatto al più piccolo di questi miei fratelli non l’avete fatto a me”.

Per fortuna c’è anche l’altro aspetto:

  • Il Signore dice: “Mi avete dato da mangiare, mi avete dato da bere”; ogni piccolo gesto gratuito che tu hai fatto verso uno qualunque, anche uno che non valeva niente, bene, questo lo hai fatto a Cristo, e Cristo lo considera fatto a se. Anche qui credo che, per fortuna, motivi di fiducia ce ne sono perché, ad esempio fra marito e moglie dei gesti di attenzione, di amore, di dono, di gratuità ci sono; tra i genitori nei confronti dei figli, o in genere nei confronti degli altri. Allora un brano di questo genere ci allarga il cuore, e se da un certo punto di vista ci fa andare in crisi, perché molte volte io non mi sono accorto del Signore e gli ho chiuso la porta in faccia, è vero che anche molte volte io il Signore l’ho accolto. I pochi minuti che io presto per ascoltare le gioie e le sofferenze degli altri oppure un servizio, una parola, un gesto di amicizia… Tutte queste cose sono immensamente preziose, e certo ci sono di queste cose nella nostra vita; il proprio lavoro fatto con onestà e competenza, senza imbrogliare quando si potrebbe, senza pestare sugli altri, l’impegno per l’uomo in ogni momento. “Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a me”. Se una volta hai dato un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli perché credono in me, “in verità ti dico, non perderai la tua ricompensa”. Un bicchiere di acqua fresca non costa molto, però è un gesto di amicizia, un gesto di accoglienza nel confronti di Gesù.

C’è un terzo modo di leggere questo brano.

  • Mi posso mettere nei panni di chi non ha fatto il bene agli altri o di chi ha fatto il bene agli altri; ma mi posso mettere anche nei panni di chi è povero, è affamato o assetato o nudo o prigioniero e che ha bisogno; delle volte sono gli altri che hanno bisogno di noi, ma delle volte siamo anche noi che abbiamo bisogno degli altri, e credo che nella nostra vita se è difficile servire, è difficile anche lasciarsi servire: è difficile essere debitori verso gli altri o addirittura, come si dice, di peso agli altri. Ora se ha ragione il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato, bisognerà certo che tu cerchi di non essere di peso agli altri, che tu non sia una persona pigra, tutto quello che puoi fare fallo, impegnati, datti da fare, cerca non solo di non essere di peso, ma invece di sostenere e di aiutare gli altri. E questo va bene. Quando a Tessalonica alcuni aspettavano la fine del mondo come imminente e avevano smesso di lavorare, Paolo dà loro una bella lavata di testa e dice: Voi dovete lavorare; non dovete essere di peso agli altri, anzi, siccome siete capaci di lavorare dovete produrre anche un pochino di carità e di servizio e di amore agli altri che ne possono avere bisogno. Quindi cerca di lavorare e di non essere di peso agli altri. Ma se per un qualche motivo ti tocca di essere di peso, non diventare triste per questo, accetta volentieri il servizio che gli altri ti possono dare, perché quello che gli altri fanno a te, lo fanno a Cristo; ci guadagnano anche loro a farti un servizio, a spendere un po’ del loro tempo e delle loro energie. Non sei mica di peso in modo assoluto (sei di peso nel senso che gli altri debbono spendere un po’ di tempo e di energie); in realtà stai facendo un regalo anche a loro, perché essi arricchiscono davanti a Gesù, lo stanno servendo nel momento in cui servono te. Tu puoi valere poco fin che vuoi, ma vali Gesù Cristo: Gesù Cristo si identifica con te nel momento in cui sei bisognoso. Se questo è vero, bisognerebbe che noi fossimo – e non è facile – liberi interiormente da ogni bisogno di autosufficienza e quindi pronti a lasciarci servire serenamente e con fiducia. Una delle cose che mi ha impressionato nella vita di S. Teresa di Gesù Bambino è questa frase che mi è capitato di leggere. Sapete che S. Teresa di Gesù Bambino gli ultimi mesi della sua vita li ha passati ammalata; ha la tisi, quindi ha bisogno di essere curata, sostenuta ecc. Un giorno una suora le domanda: Sorella, non le ha mai pesato il fatto di essere di peso alla comunità con la sua malattia? E S. Teresa risponde che non ci ha mai pensato, che per lei andava bene così perché il Signore l’aveva messa in quella condizione. Questo vuol dire essere liberi dentro; essere liberi dall’orgoglio, perché è l’orgoglio che rende difficile lasciarsi servire. E invece anche questo bisognerebbe tirarlo via; cercherai dunque di non essere di peso, anzi di aiutare gli altri, ma se per un qualche motivo tu devi chiedere o ricevere un qualche servizio, prendilo con gioia, serenamente, perché chi serve te, serve il Signore. Allora, quello che fai di bene agli altri è fatto al Signore; quello che non fai di bene agli altri non è fatto al Signore. Questo ci mette in crisi. Quello che è fatto a te è fatto al Signore: questo ti rende libero nelle cose di cui puoi avere bisogno nei confronti degli altri.

Io credo che la meditazione sul giudizio ci aiuti ad entrare in questa ottica; dovrebbe farci valutare le cose, le azioni che noi compiamo alla luce di Gesù Cristo. Come dicevo, tutto quello che avverrà nel giudizio, avviene tutte le volte che ci incontriamo con la Parola di Dio. La Parola di Dio, dice la lettera agli Ebrei (Eb 4, 12-13):

[12] Infatti la Parola di Dio è viva ed efficace, è più tagliente di una spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’animo e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore.

[13] Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto.

Il senso del giudizio è questo incontro con il Signore, che anticipiamo già fin da ora nella nostra vita quotidiana.

Legato con questo è il purgatorio e paradiso e inferno. Qui viene forse quello che per noi è un pochino più difficile da cogliere, ma speriamo che le cose diventino chiare.

Primo: Tenete presente che paradiso, purgatorio e inferno sono immagini del futuro; non sono come dei panorami fotografici: la Bibbia non ci dà una ripresa fotografica dell’inferno o del purgatorio o del paradiso, ma ce li presenta come dei contenuti di speranza, e la speranza richiede essenzialmente che non si veda quello in cui si spera, perché dice S. Paolo giustamente nella lettera ai Romani: (Rm 8,24)

[24] Nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo?.

Allora sono dei contenuti di speranza.

Che vuol dire: se volete coglierli nel modo giusto, togliete la curiosità del sapere com’è, come non è, qual è il tipo di immagine che posso mettere nella mia fantasia ecc..; togliete la curiosità. Servono invece a orientare il desiderio e la vita.

“Orientare il desiderio”: dare alla nostra vita, al nostro cuore dei desideri corretti, giusti, quindi orientare i nostri comportamenti. In fondo queste realtà (novissime, ultime) sono delle realtà che supereranno infinitamente tutto quello che noi possiamo immaginare o pensare. Se voi fate caso, l’Antico Testamento è pieno di profezie di speranza; provate però a vedere come le profezie di speranza dell’Antico Testamento sono adempiute in Gesù Cristo e vi accorgerete che sono adempiute in modo infinitamente più grande di quello che Isaia o Geremia potevano immaginare; l’adempimento di Dio supera sempre infinitamente le nostre attese.

E allora si tratta esattamente di questo: non di avere curiosità del futuro, ma di nutrire la speranza e il desiderio del futuro.

Secondo: La seconda cosa, ancora più preziosa e importante, da tenere presente è questa: che si tratta di immagini, di realtà personali e dialogiche.

Che vuol dire: noi siamo abituati a pensare al purgatorio, inferno e paradiso come a dei luoghi: il paradiso è il luogo dove abitano i beati, l’inferno è il luogo dove abitano i dannati; questo corrisponde alla nostra immaginazione, questo corrisponde all’immaginazione di Dante per cui l’inferno è sotto Gerusalemme e il purgatorio è dall’altra parte, è montagna, cioè è un luogo.

Ma queste sono immagini. La realtà è una realtà di rapporto personale: il paradiso è l’amicizia con Dio; non è il luogo dove si è amici di Dio; no, il paradiso è l’amicizia con Dio e l’inferno è l’odio di Dio, il disprezzo di Dio, il rifiuto di Dio; così il purgatorio è l’incontro purificante con Dio.

Potete immaginare tutti i luoghi che volete, però bisogna che sappiate che non sono dei luoghi, che il discorso fondamentale è quello del rapporto personale con Dio. È lì che si gioca il compimento della nostra vita o il fallimento della nostra vita. Il Dio nel quale noi crediamo è un Dio personale. Un “Dio personale” vuol dire (l’abbiamo detto tante volte) un centro di conoscenza, di amore, di dialogo, di amicizia.

Bene, il paradiso è l’amicizia con Dio, con tutto quello che questo comporta come conseguenza: è la comunione con Lui. Per questo, dicevamo, in fondo di queste cose abbiamo già parlato, perché quando parlavamo del progetto di Dio, quello è esattamente il paradiso, e quando parlavamo del peccato, quello è esattamente l’inferno; non dico che il peccato è l’inferno, ma l’inferno è il peccato portato all’infinito, al limite, alla pienezza delle sue conseguenze. Per fortuna il peccato che noi compiamo ha il limite del nostro tempo, non dura per sempre; però se lo prolungate all’infinito ci trovate esattamente l’inferno.

Come il peccato è il rifiuto di Dio, l’inferno è il rifiuto di Dio diventato definitivo, diventato pieno, completo, senza riserve, senza pentimento. Questo vuole dire che paradiso e inferno sono realtà che hanno già un inizio nella nostra vita. Quando voi siete in grazia di Dio, quello è l’anticipo del paradiso, nel senso che ne è la caparra; non c’è una differenza essenziale tra lo stato di grazia e il paradiso; il paradiso è lo stato di grazia portato ancora alla definitività e alla pienezza della sua manifestazione, mentre qui, evidentemente, quello che noi siamo come stato di grazia è come offuscato o velato da tutto il peso della nostra condizione umana, dei nostri limiti.

Questo vale anche per il purgatorio. Anche qui state attenti agli scherzi della immaginazione. Noi siamo portati a pensare al purgatorio come una specie di mezzo inferno: c’è un inferno che è per i malvagi, c’è il paradiso che è per i buoni e c’è il purgatorio che Dio ha creato per punire l’uomo che non e empio del tutto, ma che non è nemmeno buono del tutto.

Ora, il discorso del purgatorio ha invece un contenuto diverso che proviamo a tentare di capire.

Se voi leggete il Nuovo Testamento vi accorgerete che del purgatorio non se ne parla mai; non c’è un testo preciso che parli del purgatorio. Però il purgatorio fa parte della fede della Chiesa, della fede definita (il Concilio di Firenze, per esempio, il Concilio di unione con i Greci, richiama esattamente questo discorso del purgatorio).

Ma dove la Chiesa ha tirato fuori questa dottrina del purgatorio se nel Vangelo non c’è? Se l’è inventata lei? No, l’ha tirata fuori da quella che è l’esperienza costante nella Bibbia dell’uomo che incontra Dio. Quando l’uomo viene messo alla presenza di Dio e della santità di Dio, non c’è dubbio, l’uomo reagisce con una esperienza di paura e di angoscia, perché si trova all’improvviso di fronte alla santità di cui non ha mai avuto esperienza in modo così evidente e forte, ne è come abbagliato e atterrito.

Prendiamo un esempio, che è molto bello, nel libro di Isaia al cap. 6: il racconto della vocazione di questo profeta. Dice: (Is 6, 1-7)

[1] Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio.

[2] Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava.

[3] Proclamavano l’uno all’altro: «Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria».

[4] Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo.

[5] E dissi: «Ohimè! lo sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti».

[6] Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare.

[7] Egli mi toccò la bocca e mi disse: «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato».

Guardate che è una meraviglia questo racconto: c’è un uomo, un profeta, e Isaia è un profeta di quelli grossi; viene portato alla presenza di Dio (si trova nel Tempio di Gerusalemme, è una visione che ha avuto nel Tempio) e all’improvviso sembra che il tempio si squarci e si veda il cielo, si veda Dio sopra al tempio di Gerusalemme; davanti a Dio stanno i serafini che si coprono gli occhi mentre volano davanti al Signore e cantano quell’inno: “Santo, santo, santo…”.

Reazione di Isaia: “Ohimè! lo sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io dimoro”.

Vuol dire che, fino a che io mi confronto con gli altri, sono, in fondo, a mio agio perché non ho ammazzato, non ho rubato, non ho fatto dei peccati così gravi; in fondo, nel confronto con gli altri mi sento tranquillo. Ma se mi confronto con Dio, con la santità di Dio e con l’amore infinito e pulito di Dio, allora all’improvviso mi sento sporco, perché capita così.

Capita che quando ci incontriamo con una persona ricca dal punto di vista umano, sentiamo all’improvviso le nostre deficienze; normalmente nel tran tram quotidiano non le sentiamo, ma quando incontriamo una persona davvero in gamba ci sentiamo poveri, mancanti sull’uno o sull’altro aspetto. Quando ci incontreremo con Dio, ci sentiremo impuri, egoisti, perché misureremo quello che è l’amore di Dio.

Quando Pietro si trova davanti al Signore al momento della pesca miracolosa (Lc 5,8), reagisce così:

[8] Al vedere questo Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore».

E vuole dire: quando mi incontrerò con Cristo che ha dato la sua vita per me, patirò una vergogna infinita perché non ho avuto il coraggio di amare gratuitamente, di donare la mia vita e mi incontro con quello che, invece, ha donato tutto e tutto per me. Se questa esperienza diventa autentica, cioè, se entra dentro al mio cuore, dicevo, sarà una vergogna infinita, e questa vergogna infinita è il purgatorio, perché vuol dire che capirò l’amore.

Direbbe S. Bernardo:

Amerò l’amore e soffrirò di non aver amato abbastanza. Mi accorgerò all’improvviso di quanto sono stato meschino e di quanto il mio amore è stato manchevole, e di questo soffrirò immensamente perché amerò l’amore.

Da questo punto di vista il purgatorio è sofferenza e sofferenza grossa. Ma è una sofferenza bella, è una sofferenza gioiosa, è la sofferenza di chi ama l’amore e soffre solo di quello: di non avere amato abbastanza, di non avere amato con abbastanza dedizione e pienezza; quindi soffrirà della sua insufficienza.

È vero che anche adesso io mi pento dei miei peccati e ho vergogna dei miei peccati, e in quanto io mi pento e mi vergogno questo mi purifica, però è anche vero che il mio pentimento qui è un pentimento limitato: mi pento del miei peccati perché non sono stato all’altezza dei miei progetti, volevo realizzare qualche cosa e non l’ho realizzato pienamente, perché ho fatto brutta figura, e cose di questo genere.

Sono tutti pentimenti validi, però sono imperfetti; è difficile che io riesca proprio a pentirmi perché non ho amato l’amore, perché non ho risposto pienamente all’amore di Dio. E allora, anche se ci siamo pentiti, rimangono dentro di noi delle incrostazioni, delle sedimentazioni; l’egoismo che abbiamo vissuto lascia delle tracce dentro al nostro cuore, perché non so chi di noi possa dire di possedersi del tutto, di essere del tutto presente a se stesso e quindi di essere capace di donarsi del tutto in un gesto di generosità, di gratuità. Credo che nessuno possa dire questo.

Se uno potesse dire questo, non avrebbe bisogno di altre purificazioni. Mi arrendo; è anche possibile. È possibile perché un amore intenso e capace di bruciare qualsiasi residuo di egoismo. Se uno fosse capace di questo, cioè di possedersi del tutto e di donarsi del tutto, salterebbe il purgatorio.

L’incontro con il Signore sarebbe solo un incontro gioioso. E, credo che S. Francesco abbia fatto un incontro di questo genere con il Signore. Ma S. Francesco era un innamorato pazzo del Signore, l’aveva già visto e la purificazione l’aveva ricevuta in quell’incontro con lui, nelle stigmate. Noi, credo, che dei residui ce ne portiamo dietro e che in quell’attimo (credo che il purgatorio sia in realtà un attimo, sia il momento appunto dell’incontro con il Signore) ci renderemo conto di quanto siamo lontani da lui, di quanto siamo lontani dalla nostra vocazione, da quella vocazione di perfezione: essere “santi e immacolati davanti a Dio nella carità”. Allora dovrà uscire dal nostro cuore quella preghiera: “Abbi pietà di me che sono un peccatore”. Ora, credo, questo è il purgatorio, è l’incontro con il Signore.

Vi leggo da un teologo e poi abbiamo finito. Dice:

“Il purgatorio non è un mezzo inferno, ma un momento dell’incontro con Dio, cioè dell’incontro dell’uomo che è incompiuto e non ha raggiunto la maturità dell’amore, con Dio santo, infinito, misericordioso. Un incontro che è fondamentalmente umiliante, doloroso proprio perché è umiliante, e perciò purificatore. Attraverso la nostra vergogna, la vergogna del nostro egoismo, si costruisce una purezza di amore più grande, quella che corrisponde alla santità di Dio”.

Portate pazienza se mi ripeto. Mi interessa che voi abbiate chiaro il fatto che il paradiso, l’inferno e il purgatorio li rappresentiamo come luoghi, perché la fantasia ha le sue necessità, e va bene; prendiamo anche Dante Alighieri e ripercorriamo la Divina Commedia, ma quello che le immagini vogliono dire è il significato di un rapporto personale.

Torno a dire: il paradiso è l’amicizia definitiva con Dio, l’inferno è il rifiuto definitivo di Dio, è il disprezzo di Dio, il purgatorio è la purificazione che viene dall’incontro con Dio, dalla consapevolezza del nostro peccato e della nostra insufficienza davanti alla rivelazione dell’amore di Dio. Da questo punto di vista, torno a dire, il purgatorio è sofferenza, ma è una sofferenza bella, di quelle che puliscono, di quelle che edificano un uomo, di quelle che, alla fine, hanno dentro di sé una ricchezza di gioia nel momento stesso in cui è presente la sofferenza.

I novissimi – Morte – Giudizio – Inferno – Paradiso – 8

Bocca di Magra 30-31 ottobre – 1 novembre 1988

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

I novissimi
Morte – Giudizio – Inferno – Paradiso

Liturgia penitenziale

Rm 12,1-2.9-13 / Lc 19,1-10

Quando devo spiegare che cosa è la confessione ai ragazzini, dico di solito che è una invenzione del Signore per trasformare i rifiuti della nostra vita spirituale, perché il problema dei rifiuti sta diventando un problema sempre più grosso della nostra civiltà. Sembra che i rifiuti ci sommergano e dobbiamo evidentemente trovare un modo, un posto per collocarli.

La cosa migliore, dicono quelli che se ne intendono, è avere degli impianti di trasformazione che pigliano i rifiuti e li fanno diventare fertilizzanti. Quindi, li prendono come realtà negative, realtà che sono contro la vita, che ammorbano l’aria, e li fanno diventare delle realtà positive che rendono più fecondo il terreno.

Bene, dico di solito ai ragazzini, il Signore ha inventato questo già da un po’ di tempo per la nostra vita morale. Noi, vivendo, produciamo dei rifiuti: i nostri egoismi, le nostre cattiverie sono dei rifiuti; quei risentimenti che abbiamo verso gli altri non servono mica, questi ammorbano l’aria, questi ci impediscono di vivere, rovinano una comunità, una famiglia ecc. Sono realtà negative e di queste cose non sappiamo che cosa farcene: ce le portiamo addosso, ci pesano, non le possiamo mettere da nessuna parte, non sappiamo come liberarcene.

E come liberarcene lo trova il Signore, perché nella confessione i nostri peccati diventano dei fertilizzanti. Cioè, il nostro peccato serve, non evidentemente quando facciamo il peccato nella dimensione dell’egoismo, ma serve nel momento in cui ci pentiamo, perché allora produce una umiltà più grande, una sensibilità più grande, una attenzione e un rispetto degli altri più grande.

Se uno non ha mai fatto l’esperienza dei suoi peccati, è facile che diventi duro verso gli altri, e chi crede di non avere mica dei peccati, non sopporta il minimo difetto degli altri. E, invece, siccome noi dei peccati ne abbiamo, proprio questo ci può aiutare a trovare un atteggiamento di umiltà, di accoglienza più grande verso gli altri, ed è quello che il Signore può fare con il sacramento della Confessione. E allora, quando produciamo un po’ di rifiuti, se non siamo stupidi, abbiamo un modo per recuperare, un modo per riportare alla positività la nostra vita.

E come si fa? Bene, credo che per fare bene la confessione bisogna sapere due cose: la prima è di essere consapevoli della misericordia di Dio, della bontà di Dio, la seconda è di essere consapevoli del nostro peccato.

Abbiamo preso due letture che vorrebbero servirci a questo. Quando vi capita di non sapere che peccati avete fatto, perché vi sembra di essere -non dico buoni- almeno normali, e che di peccati che saltano a galla non ce ne sono, credo, che un modo molto semplice sia quello del prendere in mano il Vangelo, mettercelo davanti e confrontarci, perché allora i peccati vengono fuori, abbastanza.

È chiaro; se uno prende come criterio l’essere galantuomini, di solito ci salta abbastanza fuori, ma se prende, per esempio, un brano come quello che abbiamo ascoltato nella prima lettura, credo che di insufficienze, anche se non di peccati straordinari, ne riscontriamo abbastanza nella nostra vita.

Allora io provo a ripercorrere questa lettura e voi applicate alla vostra vita, applicate anche ai singoli settori della vostra vita (settori non è la parola giusta). Ma voglio dire: c’è il rapporto tra marito e moglie, il rapporto nella famiglia, c’è il rapporto nella comunità parrocchiale, c’è quello con i colleghi di lavoro, c’è quello con i vicini che abitano nello stesso palazzo. Noi abbiamo, cioè, tutta una serie di rapporti con le persone, che evidentemente non sono tutti uguali, anzi, sono proprio tutti diversi, ciascuno ha la sua fisionomia, e allora rivedere questi rapporti alla luce della parola che noi abbiamo ascoltato.

E che cosa dice questa parola?

“Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale”.

E questo è un precetto generale che riguarda tutta la vita cristiana. Secondo San Paolo, la vita cristiana è una vita trasformata in sacrificio a Dio. Invece di essere vissuta “per il mondo” (tra virgolette) o per noi stessi, è vissuta per Dio, è offerta a Dio, dove la cosa importante è che uno intenda la parola “sacrificio” nel modo giusto.

Dire che la vita è un sacrificio, non vuole dire che la vita deve essere sofferenza; c’è anche quello, ma non vuole dire questo. Dire che la vita è sacrificio, vuole dire che la vita deve piacere a, Dio.

Il sacrificio, nell’A.T., era quella vittima che saliva a Dio “in sacrificio di soave odore”. Cioè, quando il Signore sentiva l’odore, il profumo di quella vittima, lo gradiva perché era buono quel profumo. E il senso è questo qui: quando il Signore sente il profumo della nostra vita, che gli piaccia!

E gli piace evidentemente quando la nostra vita è fatta di carità, è fatta di verità, è fatta di sincerità, perché allora, quando il Signore la guarda, dice: “Sì, è proprio una bella vita, è quella che avevo pensato io, che avrei voluto io”. Dio si compiace. Quando Dio, il Padre, guarda Gesù Cristo e guarda la vita di Gesù Cristo, la accoglie proprio come qualche cosa di bello, di integro. E come le vittime dovevano essere integre e senza difetti, così la vita di Gesù Cristo è proprio senza difetti.

Bene, la vostra vita deve essere così, deve piacere a Dio. Secondo S. Paolo, Dio “ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati davanti a lui nella carità”. Santi e immacolati nella carità davanti a lui, mica davanti agli uomini dove ce la caviamo abbastanza, ma davanti a lui che è un pochino più esigente, perché è un pochino più puro. Quindi questo è il precetto generale. E badate, dice: “i vostri corpi”. I vostri corpi vuol dire tutta la vostra vita, quindi i vostri pensieri, le vostre azioni, i vostri comportamenti, i progetti, tutto.

Per fare questo, “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”. Quindi dovete cambiare mentalità, il modo di valutare le cose. E se cambiate mentalità, che cosa avviene come conseguenza?

Primo: “La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene”.

Che vuole dire: il male è male. E allora, se anche il male in una certa situazione si presentasse come vantaggioso, tu consideralo male e quindi respingilo, fuggilo con tutte le tue forze. Così il bene è bene, e se qualche volta il bene è scomodo e faticoso, non per questo lo devi respingere; è bene e quindi lo devi cercare, ti ci devi attaccare con tutto te stesso.

Che vuole dire: cerca di essere pulito nei tuoi giudizi; non fare diventare male il bene perché ti è scomodo o bene il male perché ti è vantaggioso. Questo gioco di cambiare il dolce in amaro e l’amaro in dolce, diceva Isaia, questo è un gioco che l’uomo inventa molto facilmente per seguire i suoi interessi, perché il suo interesse diventi il criterio fondamentale delle scelte.

Allora troverete nella cultura tanti germi di quello che si chiama il “relativismo”, e relativismo vuole dire questo qui: che non si capisce più che cosa sia il bene e che cosa sia il male, perché il male ha sempre un po’ di bene e il bene ha sempre un po’ di male e uno può fare quello che gli pare perché non ci sono dei criteri precisi. Ora, è vero che in certi momenti è difficile sapere, in una situazione precisa, se questo è proprio bene o se questo è proprio male.

Ma ci sono dei criteri che per noi rimangono chiari: saranno i comandamenti di Dio, saranno il comandamento dell’amore di Dio e del prossimo, quello dell’onestà, della sincerità e dai quali bisogna che noi non ci allontaniamo. Quindi il primo precetto è: “attaccatevi al bene, fuggite con orrore il male”.

Secondo: “Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda”. Che vuole dire: Gli altri tu considerali come dei fratelli. Il fratello è una parte di noi stessi, fa parte della nostra famiglia, è sangue del nostro sangue, e allora, quello che riguarda il fratello, coinvolge anche noi.

Bene, tu impara a vedere gli altri come tuoi fratelli, che vuol dire: non come degli estranei, dei quali ti puoi disinteressare; puoi tirare diritto se e un estraneo mentre passi per strada, e tanto meno come dei tuoi avversari che devi cercare di schiacciare, invece come dei fratelli che devi amare stimare. “Gareggiate nello stimarvi a vicenda”. Stimare gli altri è una cosa come preziosa mica sempre facile, perché, siccome noi abbiamo sempre la tendenza ad essere cinque centimetri più alti degli altri, abbiamo la stessa tendenza ad abbassare gli altri, perché noi possiamo essere più alti.

Questo è un gioco che si trova ancora nei nostri comportamenti: abbassare gli altri per sentirsi un pochino più elevati. Allora, dice S. Paolo, “gareggiate nello stimarvi a vicenda” nella gioia di riconoscere il bene e il valore che c’è negli altri.

Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore”. E questo vuole dire che la vita religiosa, la vita di rapporto con il Signore sia una vita attiva. Noi siamo attivissimi nella vita economica, siamo capacissimi di trovare le strade per raggiungere l’obiettivo che ci siamo proposti, e ci impegniamo con tutto il cuore, e va bene. Ma se sei capace di impegnarti così tanto per un successo economico, bene, vuol dire che sei una persona attiva. E allora, dai! muoviti anche con il rapporto con il Signore; anche nel servizio del Signore cerca di essere attivo, di non lasciarti mica trascinare dall’abitudine: “non siate pigri nello zelo” ma ferventi, “servite il Signore” con gioia e con impegno.

Ancora tre cose: “Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera”. “Lieti nella speranza” è quello che diciamo in questi giorni, e quindi non c’è bisogno che ci fermiamo sopra molto; “forti nella tribolazione” vuol dire la capacità di portare il peso della vita senza diventare cattivi, quindi la fortezza è questa; “perseveranza nella preghiera” non c’è bisogno di spiegare che cosa voglia dire il rapporto con il Signore: il dialogo con il Signore deve diventare perseverante, quindi, credo che si possa dire, quotidiano.

Quando eravamo piccoli, ci hanno insegnato a dire le preghiere del mattino e della sera: che abbia un grande valore questa preghiera del mattino e della sera, perché è quella che incomincia la giornata e che la orienta verso il Signore.

E ancora: “Siate solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità”. L’ospitalità e l’attenzione alle necessità degli altri è ancora un criterio di vita cristiana, e credo, con dimensioni diverse. Ospitalità vuole dire aprire la propria casa a qualcuno, ma ospitalità vuol dire il proprio cuore a qualcuno. Naturalmente aprire la propria casa è una delle opere grandi di amore che si possono fare nella vita cristiana. Pensate, per esempio all’affido: l’affido è una ospitalità di quelle grosse, di quelle ricche, che bisogna fare con consapevolezza, con attenzione, perché non è una cosa da poco e che entra però nella dimensione dell’ospitalità.

Ma per lo meno l’ospitalità del cuore ci deve essere. L’ospitalità del cuore vuole dire che quando uno viene da te, non si senta come respinto da una barriera negativa di sospetto, ma accolto da un atteggiamento originario di fiducia, di speranza, che quello senta che tu in lui hai fiducia. Questa ospitalità del cuore credo che sia un dovere di tutti noi, mentre l’altra credo che sia di qualcuno, secondo le vocazioni del Signore e le possibilità concrete.

Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite”. E vuole dire che c’è una specie di unilateralità nella vita cristiana dal punto di vista della benedizione; benedire, vuol dire dare la vita e maledire, vuol dire togliere la vita. Bene, voi siete al servizio della vita che Dio ha donato, quindi, guai a maledire per nessun motivo. Bisogna che dal vostro cuore esca solo un atteggiamento di benedizione, mai ostile, nei confronti degli altri.

Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto”. E anche questo non c’è bisogno di stare a spiegarlo, è il precetto fondamentale della condivisione, quello che capovolgo l’atteggiamento, a volte istintivo, che si chiama invidia. L’invidia vuole dire che io sto bene se gli altri sono sfortunati e sto male se gli altri hanno fortuna, questo perché ho bisogno di sentirmi sempre al di sopra, e allora per sentirmi al di sopra, ho bisogno che gli altri siano al di sotto, e se gli altri al di sotto non sono, vuole dire che ci sto male.

E invece la carità ha superato questa distanza, perché non vede gli altri come dei nemici ma come dei fratelli, non vede il bene degli altri come una minaccia al suo successo ma invece come qualche cosa, che contribuisce: “Se siete contenti voi, sono più contento anch’io” dice la carità. È un essere ricchi di ogni gioia degli altri, perché viene recepita come propria, e questo è prezioso, è bello. In fondo, se uno riuscisse a gioire per le gioie degli altri, avrebbe sempre un qualche motivo di gioia. Se uno riuscisse a piangere per le sofferenze degli altri, avrebbe sempre un qualche motivo di responsabilità, di servizio, di premura verso gli altri.

“Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi una idea troppo alta di voi stessi” Questo ha che fare con quello che dicevamo prima. Se noi riusciamo a riconciliarci con noi stessi e con la nostra statura, che non è una statura da giganti, ecco, se noi riusciamo ad accettare la nostra piccola statura, allora l’amore verso gli altri può fiorire.

Se invece noi pensiamo di essere chissà chi, allora vengono fuori tutte quelle cose che ricordavamo prima: viene fuori l’invidia, viene fuori la volontà di abbassare gli altri, viene fuori un capovolgimento del bene per il male e del male per il bene, perché sono tutti meccanismi che noi inventiamo per riuscire ad affermare noi stessi, per riuscire a sentirci abbastanza alti; siccome non ci piace la nostra statura, abbiamo bisogno di fare le carte false per apparire più grandi o per apparire con maggior successo.

Se invece abbiamo il coraggio di accettare l’umiltà, – umiltà vuol dire piccolezza, la nostra statura, quella che noi abbiamo con i nostri limiti – allora l’amore verso gli altri si apre, diventa molto più liscio, molto più semplice.

Ultima cosa: “Non rendete a nessuno male per male” perché, lo ricordavamo questa mattina, questo vorrebbe dire lasciarsi vincere dal male. Se il male che gli altri mi usano mi rende cattivo, evidentemente ha vinto lui, il male.

Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti. (Evidentemente) Non fatevi giustizia da voi stessi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: A me la vendetta… Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere”.

Quindi “amate i vostri nemici e fate del bene a quelli che vi odiano”. “Facendo questo ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo”. Intendete questi carboni ardenti non come una, maledizione; non vuol dire che in questo modo accumuli la maledizione su di lui, perché la maledizione è stata proibita prima, ma ammasserai carboni ardenti vuol dire che lo farai vergognare fino alla punta dei capelli: diventerà rosso dalla vergogna nel vedere che la sua cattiveria non è stata ricambiata con la cattiveria, ma è stata invece ricambiata con il perdono e con l’amore. L’amore è l’unica realtà che possa in qualche modo convertire la cattiveria.

Non è che sia garantito che l’altro davvero si vergognerà, però ha la possibilità. Tu fai questo, tu restituisci bene per male in modo da accumulare carboni ardenti, in modo da suscitare quel rimorso interiore, quel fuoco interiore che è il pentimento, la vergogna e la conversione, quindi: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male”.

Come vedete, un brano di questo genere credo sia utile, ogni tanto, per fare un esame di coscienza in positivo; non solo un esame di coscienza sul male che abbiamo fatto, -che vuole fatto- ma anche un esame di coscienza sul bene che non c’è nella nostra vita, perché questo è il progetto del Signore: che noi giungiamo a fare questo cammino di bene.

Invece il Vangelo avrebbe un altro scopo. La prima ci serve a conoscere noi stessi e a renderci conto del nostro peccato, la seconda ci serve a capire la celebrazione del sacramento della Penitenza come un avvenimento di salvezza.

VANGELO: Qui si parla di un uomo, Zaccheo, peccatore, che viene trasformato dall’incontro con il Signore. Bene, non leggetelo semplicemente come un fatto storico, che riguarda il passato, ma leggetelo come quello che accade oggi a noi.

Non è mica difficile, basta che voi vi mettiate nei panni di Zaccheo e diciate: Zaccheo sono io!

Ecco allora un uomo, di nome Zaccheo, “capo dei pubblicano e ricco, cercava di vedere Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là”.

Che vuole dire: voi avete fatto come Zaccheo, anzi avete fatto anche di più che non Zaccheo, perché non solo siete saliti sul sicomoro, ma avete fatto un 180 Km. per venire a vedere il Signore. Siccome nella vostra vita quotidiana il Signore non si vedeva molto bene, perché erano tante le preoccupazioni, tanti i lavori, le circostanze, le opposizioni, gli ostacoli, ecc., allora avete fatto 180 Km per venire a Bocca di Magra a vedere il Signore.

È qualche cosa del genere: fare un corso di esercizi non è molto diverso dal salire su un sicomoro. «Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”». Che vuole dire: è una esperienza abbastanza semplice; tutte le volte che ascoltate la parola del Signore, il Vangelo, è il Signore che parla. Non so, può anche darsi che il Signore abbia detto a voi: “Oh, bada che oggi voglio venire da te; voglio entrare, rientrare di nuovo nella tua vita. Scendi!”, cioè vieni e aprimi quella realtà che è il tuo cuore, che è la tua vita, la tua esistenza. “Oggi devo fermarmi a casa tua”, e quel “devo” nel vocabolario biblico indica la realizzazione di un progetto di Dio, cioè Dio, il Padre, ha pensato da sempre a questo istante, a questo avvenimento che realizza il suo progetto di salvezza. “Oggi devo fermarmi a casa tua”.

In fretta scese e lo accolse pieno di gioia”. In fretta vuole dire che era proprio contento, che non voleva mica perdere l’occasione -questa qui, gli esercizi, sono una occasione-. “Scende in fretta e pieno di gioia lo accoglie”. Pieno di gioia vuole dire: è così convinto che avere il Signore è una ricchezza, che lasciare entrare il Signore nella propria vita è una sorgente di speranza e di consolazione, che lo accoglie pieno di gioia. È vero che da un punto di vista il Signore è scomodo, perché il Signore diventa un confronto che misura i nostri peccati e i nostri limiti, e questo un pochino ci brucia, -credo che il confessarsi bruci un pochino a tutti- però c’è una gioia più grande di questa sofferenza.

“Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È andato ad alloggiare da un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto»”.

Che vuole dire: Signore, io sono disposto a cambiare vita, a riordinare la mia vita sul binario della tua volontà, della tua parola, a pareggiare il male che ho fatto e ad aprire il mio cuore alla generosità, a un gesto generoso e gratuito di vita.

«Gesù gli rispose: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”». E ancora questo oggi è importante nel Vangelo, è l’oggi della salvezza. Oggi vuole dire che una giornata come il 31 ottobre del 1988, diventa l’oggi di Dio, il momento in cui Dio entra nel nostro cuore, nella nostra vita e produce e opera la salvezza.

Io credo che questo modo di vedere il sacramento bisogna che noi lo recuperiamo. Il sacramento è un incontro personale e attuale con il Signore; non è semplicemente un obbligo di routine, di comportamenti giuridici da fare, da compiere, no, è un incontro personale con il Signore. Oggi il Signore entra, passa, chiama, cerca, invita; è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto, e celebrare il Sacramento, vuol dire: accogliere questo oggi, trasformare una giornata, che è evidentemente uguale a tutte le altre, cambiare questo giorno che, in fondo, è uno del tanti giorni dell’anno, in quel giorno che il Signore è entrato e ha cambiato la nostra esperienza. Il Signore, oggi, entra nella nostra vita.

 

I novissimi – Morte – Giudizio – Inferno – Paradiso – 7

Bocca di Magra 30-31 ottobre – 1 novembre 1988

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

I novissimi
Morte – Giudizio – Inferno – Paradiso

Solennità di Tutti i Santi

Ap 7,2-4.9-14 / Salmo> 23 / 1 Gv 3,1-3 / Mt 5,1-12

Dice uno dei vegliardi dell’Apocalisse: “Quelli che sono vestiti di bianco chi sono e da dove vengono?”. Sono vestiti di bianco, portano delle palme nelle mani, e vuole dire che sono dei vincitori: hanno vinto la battaglia della vita. Vivere è come fare un cammino, bene, questi sono arrivati al traguardo. Vivere è combattere una lotta, questi hanno vinto nella loro lotta. Vivere è attraversare una prova, questi l’hanno superata, sono i vincitori della vita: sono quelli che al traguardo della vita hanno riportato il premio.

E mi chiedo -e si chiede questo vegliando- Da dove vengono, come hanno fatto a vincere la loro partita, come hanno fatto a vincere questa corsa e questa prova difficile che è la nostra vita?

Risponde: “Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello”. L’Agnello naturalmente è Gesù Cristo, il sangue dell’Agnello è la vita di Gesù Cristo, anzi la vita di Gesù Cristo regalata, perché Gesù Cristo la sua vita l’ha versata in dono. La morte di Gesù sulla croce vuol dire che, invece di tenere la vita per se, l’ha regalata.

Leggiamo nel Vangelo di S. Giovanni che dal costato di Cristo escono sangue ed acqua, e quel sangue rappresenta il dono della vita che Gesù ha fatto: questi hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello, nel sangue di Cristo. S. Paolo direbbe con un’altra immagine: “Si sono rivestiti di Gesù Cristo”, hanno cioè preso la vita di Gesù Cristo e, invece semplicemente di guardarla, se la sono messi addosso, hanno come riempito il loro cuore di quell’amore che aveva Gesù, hanno trasformato le loro azioni secondo la regola di Gesù, per questo sono dei vincitori.

Il vincitore, l’unico per eccellenza, è Gesù Cristo; ha fatto una vita così bella, ha percorso un cammino così pulito e perfetto, che il termine della sua vita è stata la risurrezione, cioè la conquista di una vita che non termina più, di una vita che non ha più nessun limite e nessuna miseria.

È davvero il vincitore lui. Ma in lui anche questi hanno vinto: sono naturalmente nella festa di oggi tutti i Santi: sono tutti quelli che, prima di noi, hanno camminato e hanno portato a termine il loro itinerario e noi li guardiamo con un tantino di invidia, invidia buona, che è il desiderio di poter essere come loro, di essere anche noi dei vincitori, e con tanta speranza.

Speranza, perché se ci sono arrivati loro -non erano mica una razza diversa dalla nostra, avevano la carne come l’abbiamo noi, avevano i limiti e la debolezza come li abbiamo noi – vuol dire che c’è la possibilità, vuol dire che possiamo arrivare anche noi, vuol dire che il progetto di Dio su di loro e su di noi è la vittoria. Dio vuole che noi vinciamo in quella lotta che è la vita.

Dicevo: vinciamo; come? Rendendo candide le nostre vesti con il sangue dell’Agnello, cioè, diventando in qualche modo somiglianti a Gesù Cristo. E come si fa, a lavare le proprie vesti nel sangue dell’Agnello, a diventare un tantino simili a Gesù Cristo? La risposta è nel Vangelo, che qualcuno -questo Vangelo qui- lo ha definito: l’identikit di Gesù Cristo.

Ogni tanto tentano di fare l’identikit di un personaggio per individuarlo bene; bene, questo qui è come i lineamenti del volto di Gesù. Se uno ascolta queste parole, sa com’era fatto, com’è fatto Gesù e sa quindi come si deve fare per assomigliargli.

Dice Gesù: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. E spiega S. Paolo nella lettera ai Corinzi, che Gesù, da ricco che era, si è fatto povero per arricchire noi con la sua povertà: si è fatto povero. Io però ho una obiezione e dico: “Va bene, si sarà fatto povero, ma dico: aveva il potere di fare, i miracoli: non è mica una ricchezza. da poco il potere di fare i miracoli. Aveva il potere di perdonare i peccati, di cacciare i demoni; di poteri ne aveva e di ricchezze ne aveva, eccome!”.

Ma se leggo il Vangelo mi accorgo che Gesù questa ricchezza ce l’aveva sì, ma, che non l’ha mai adoperata per se: non ha mai fatto un miracolo per se stesso. Quando il diavolo gli ha detto: «Prendi questa pietra e falla diventare pane, perché hai fame e quindi ti sfami», ha rifiutato.

Non ha mai fatto un miracolo per se, neanche il miracolo più evidente che doveva fare, cioè scendere dalla croce. No, per quello che riguarda lui era povero; l’unica ricchezza che aveva era quella di fare ricchi gli altri. Questa ce l’aveva: poteva dare agli altri la salute, poteva dare agli altri il perdono, la liberazione, ma per sé niente.

Poveri in spirito”: La sua ricchezza vera, quella che aveva lui e che hanno i poveri in spirito, era l’amore del Padre. Questa sì, questa era la vera ricchezza che l’ha accompagnato sempre, giorno per giorno; si sentiva come sicuro, protetto, perché c’era il Padre, che lo aveva mandato, che l’accompagnava, e anche nel momento più grigio della sua vita, nel momento in cui sembra che in qualche modo il Padre si dimentichi, Gesù riesce ancora a dire quella preghiera: “Padre nelle tue mani io affido la mia vita; la protezione della mia vita io l’affido a te”. Così sono i “poveri in spirito”.

Beati gli afflitti”: Non c’è dubbio. Di Gesù è scritto che era l’uomo dei dolori, che ben conosce che cosa vuol dire patire. Ha patito lui e ha patito delle sofferenze degli altri, ha condiviso le sofferenze degli altri e appartiene alla categoria degli afflitti.

Beati i miti”: Appartiene certamente alla categoria dei miti, perché non ha mai usato la forza per difendersi, non ha mai usato la forza contro gli altri, al contrario, è passato semplicemente facendo del bene, senza farsi spazio a furia di gomitate, schiacciando gli altri, ma, al contrario, accogliendo sopra di se le offese e il rifiuto. “Quando era oltraggiato -dice S. Pietro- non rispondeva con oltraggi e quando soffriva non minacciava vendetta”. È mite, non solo.

È certamente uno “che ha fame e sete della giustizia”, perché per la giustizia ha speso, donato e giocato la sua vita.

Beati i misericordiosi”: È misericordioso perché ha accolto i peccatori senza rifiutarne uno. Non ha mai respinto un peccatore che si accostasse a lui con il desiderio dì ricevere il perdono; ha spalancato il cuore a ogni miseria umana: alle miserie materiali e anche alle miserie dello spirito. Senza dubbio è misericordioso.

Beati i puri di cuore”: È puro di cuore, e puro di cuore vuole dire che uno ha il cuore pulito, trasparente, che non nasconde dei doppi fini, che non è falso o doppio o ambiguo, ma che si legge proprio bene dentro al suo cuore quando parla, e quando si vede, si vede proprio il cuore.

È così: è pulito. E Gesù è così, non opaco, ma trasparente. Il suo amore lo si riconosce e lo si vede come un amore sincero, non doppio, non strumentale.

Beati gli operatori di pace”: Operatore di pace vuoi dire che Gesù Cristo sulla croce ha spalancato le braccia; spalancato vuol dire che non ha proprio rifiutato nessuno (con le braccia spalancate uno non può dire di no a nessuno); accoglie il mondo intero nel suo amore, nella stia bontà. È un operatore di pace, che la pace l’ha pacata, non semplicemente l’ha detta con le parole, ma l’ha pagata con la vita: ci ha giocato la vita per togliere tutte le inimicizie, e le cattiverie che ci sono in mezzo agli uomini.

Beati i perseguitati per la giustizia”: E finalmente è stato perseguitato per la giustizia, per la sua fedeltà alla giustizia e all’amore. Questo è il ritratto di Gesù.

Solo di Gesù Cristo? Beh! anche di quelli che “hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello”; gli assomigliano, hanno preso la vita di Cristo come la loro, e quindi queste beatitudini devono essere anche il loro identikit.

E chi sono questi? Dicevamo, i Santi.

Solo? Se Giovanni ha ragione, no, in questi ci siete dentro anche voi, perché Giovanni scrive: “Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!”. Punto esclamativo. E punto esclamativo vuol dire: Oh, qui dovete stupire, non è mica una cosa banale, non è mica una cosa di tutti i giorni. Essere chiamati “figlio di Dio” ed esserlo davvero, è una cosa che dovrebbe lasciare con la bocca spalancata e aperta. Ma è proprio così nella nostra vita. Voi siete chiamati figli di Dio, e lo siete davvero.

“Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato; sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”.

E vuole dire: se siamo figli di Dio, siamo ricchi, belli e nobili, più nobili di così non si potrebbe essere. Non si vede tanto; la gente che ci guarda, come valore, ci può dare anche due spiccioli, ma in realtà valiamo da figli di Dio. Abbiamo una nobiltà che non si vede ancora, ma verrà un giorno in cui questa nobiltà, questa ricchezza e questa vita saranno manifeste a tutti. Intanto ce le portiamo nel cuore e ce le portiamo come una ricchezza grande, come una gioia, come una sicurezza.

E non solo come una gioia e una sicurezza, ma anche come uno stimolo a vivere, perché, dice S. Giovanni: “Chiunque ha questa speranza in lui, purifica sé stesso, come egli è puro”. Purifica se stesso come Gesù. E vuole dire che la vita cristiana e tutta qui. Voi siete figli di Dio mica perché siete bravi o buoni, perché Dio vi ha voluto bene, si è innamorato e vi ha regalato il suo nome, il suo sigillo: portate il sigillo di Dio nella vostra vita, siete figli di Dio, allora dovete assomigliare a Gesù Cristo, perché è Gesù Cristo il figlio di Dio, e assomigliare a Gesù Cristo vuol dire che tutta la nostra vita sarà un cammino di purificazione.

Tutte quelle cose che abbiamo letto nelle beatitudini sono quello che dovete diventare. Lo siete già, ma mica ancora del tutto. Credo che nessuno di noi possa dire di essere mite, misericordioso, di essere puro di cuore, lo possiamo però diventare perché il Signore ha messo il germe, il seme di queste cose dentro al nostro cuore, e la nostra vita può diventare così; sarà una purificazione progressiva.

“Chiunque ha questa speranza, purifica se stesso, come egli è puro”.

Con quelli che sono un pochino più grandi, (sarebbe poi meglio dire un pochino più vecchi) noi abbiamo parlato in questi giorni della speranza cristiana, e la speranza vuole dire questo qui. Noi ci portiamo dentro al cuore questa immagine, questa speranza, che il Signore ci mette davanti come promessa, come progetto e, non tanto per sapere quello che succederà fra vent’anni, fra cinquanta, tra mille e duecento e chissà quanto, (questa sarebbe curiosità), ma, la speranza il Signore ce l’ha messa davanti perché noi incominciamo a camminarci incontro, perché buttiamo via tutte le nostre pigrizie e tutte le nostre paure e incominciamo a camminare verso dove sta la nostra speranza. “Chiunque ha questa speranza purifica se stesso, come egli è puro”.

Si mette davanti Gesù Cristo come traguardo, come modello e pian piano cerca di assomigliargli ogni giorno un tantino di più, togliendo quelle radici di cattiveria, di egoismo, di male, di isolamento che ci sono nel nostro cuore, perché dentro al nostra cuore trionfi quella immagine vera del Signore che è fatta di servizio e di amore.

E lo preghiamo il Signore perché faccia già questo in questa Eucaristia; faremo la comunione proprio per assomigliargli un pochino di più, perché la comunione che faremo porti frutto, ci renda un pochino più cristiani e un pochino più somiglianti a Gesù, perché possiamo cominciare anche noi a lavare le nostre vesti nell’amore dell’Agnello.

CONSIGLI DELLO PSICOLOGO

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UNA PAROLA PER TE: il capitolo 18 del Vangelo secondo Luca:

Vangelo secondo Luca – 18

1Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: 2«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. 3In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. 4Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, 5dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». 6E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. 7E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? 8Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
9Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. 11Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. 13Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. 14Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
15Gli presentavano anche i bambini piccoli perché li toccasse, ma i discepoli, vedendo ciò, li rimproveravano. 16Allora Gesù li chiamò a sé e disse: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno di Dio. 17In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come l’accoglie un bambino, non entrerà in esso».
18Un notabile lo interrogò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». 19Gesù gli rispose: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 20Tu conosci i comandamenti: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre». 21Costui disse: «Tutte queste cose le ho osservate fin dalla giovinezza». 22Udito ciò, Gesù gli disse: «Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; e vieni! Seguimi!». 23Ma quello, udite queste parole, divenne assai triste perché era molto ricco.
24Quando Gesù lo vide così triste, disse: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. 25È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!». 26Quelli che ascoltavano dissero: «E chi può essere salvato?». 27Rispose: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio».
28Pietro allora disse: «Noi abbiamo lasciato i nostri beni e ti abbiamo seguito». 29Ed egli rispose: «In verità io vi dico, non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, 30che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà».
31Poi prese con sé i Dodici e disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme, e si compirà tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell’uomo: 32verrà infatti consegnato ai pagani, verrà deriso e insultato, lo copriranno di sputi 33e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno risorgerà». 34Ma quelli non compresero nulla di tutto questo; quel parlare restava oscuro per loro e non capivano ciò che egli aveva detto.
35Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. 36Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. 37Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!». 38Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». 39Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 40Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: 41«Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». 42E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». 43Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.