I novissimi – Morte – Giudizio – Inferno – Paradiso – 6

Bocca di Magra 30-31 ottobre – 1 novembre 1988

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

I novissimi
Morte – Giudizio – Inferno – Paradiso

4ª Meditazione
Il progetto di Dio

Siamo partiti cercando di renderci conto del progetto di Dio sull’uomo e sul mondo, un progetto che contiene in se essenzialmente la vita: Dio vuole (questo è il suo progetto) comunicare la sua vita, la sua gioia, il suo amore. Il mondo è in cammino verso questa meta; questa è la sua speranza. Poi ieri abbiamo tentato di riflettere sugli ostacoli che sembrano frapporsi al cammino per impedirne la realizzazione; questi ostacoli sono l’esperienza del limite (fino a quel punto estremo per l’uomo che si chiama morte) e l’esperienza del peccato, cioè la chiusura dell’uomo su se stesso che lo pone in un atteggiamento di ribellione e di rifiuto radicale dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo; anche questo è un ostacolo, anzi ancora più grave, più decisivo che non quello della morte.

Dobbiamo allora chiederci, a questo punto, se peccato e morte sono capaci di fare fallire il piano di Dio, se il progetto di comunicazione di vita che Dio aveva in mente si riveli una illusione o se, invece, Dio è capace di superare ogni ostacolo; se il progetto di Dio è un progetto vincente o perdente; se la morte dice effettivamente l’ultima parola sull’uomo o se, invece, l’ultima parola sull’uomo la pronuncia Dio stesso col suo progetto.

Partiamo da un brano famoso della lettera agli Ebrei, (Eb 2,14-18):

[14] Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo,

[15] e liberare così quelli che per timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la vita.

[16] Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura.

[17] Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordiosa e fedele nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo.

[18] Infatti, proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.

Traduciamo quello che questo testo dice: “Gli uomini hanno in comune il sangue e la carne”, cioè l’esperienza della debolezza, della fragilità, della piccolezza (quello che ricordavamo ieri: hanno l’esperienza del limite); allora anche Lui, Cristo, ne è diventato partecipe, cioè ha preso una realtà umana, è entrato in profondità dentro al cammino della storia e della debolezza umana, si è fatto debole, anzi si è fatto sottomesso alla morte.

Il Figlio di Dio doveva sperimentare anche quello: doveva sperimentare la morte per poterla vincere, superare, “per ridurre all’impotenza mediante la morte (quindi la morte è uno strumento della sua vittoria) colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita”. “Quelli che per timore della morte sono soggetti a schiavitù per tutta la vita” sono quelli che non hanno speranza, per i quali tutto si gioca nei pochi anni che abbiamo da passare sulla terra; sono coloro che alla vita si aggrappano con le unghie e con i denti e cercano di cavarne fuori il massimo di piacere o di soddisfazione, perché non intravedono altro.

Se tutto termina con la morte, allora la vita è l’unico tesoro al quale posso aggrapparmi, e siccome questo tesoro irrimediabilmente mi sfugge, io sono un disperato, un condannato; sono costretto a ripiegarmi su me stesso, sul mio egoismo, a difendermi fino all’estremo sapendo che alla fine perderò.

Bene, da questa schiavitù Cristo ci ha liberato, e ci ha liberato proprio passando attraverso la debolezza e attraverso la morte, non quindi con delle parole, ma con la sua esperienza di condivisione, di solidarietà nei confronti degli uomini; egli “non è venuto (dice la lettera agli Ebrei) per prendersi cura degli angeli”, ma per prendersi cura degli uomini; “della stirpe di Abramo”, di loro, si è preso cura; “doveva rendersi simile ai fratelli”, per poter diventare il nostro “sommo sacerdote, fedele”, quindi affidabile, al quale possiamo affidare la nostra speranza.

Cosa vuole dire questo discorso? Vuole dire che la morte non è per Gesù Cristo una sconfitta della vita; in lui la morte è una vittoria. E perché è una vittoria?

Perché la morte di Gesù è sigillata nell’amore. Il senso della morte di una persona dipende dalla sua vita: la morte mette come il sigillo sulla nostra vita, mette l’ultima parola che dà l’ultima nota di una sinfonia, che conclude il tema e gli dà una definitività; fino a che io vivo, tutto rimane provvisorio; oggi ho fatto del bene, domani faccio del male e dopodomani posso tornare a fare del bene. Tutto quello che io faccio è, in fondo, riformabile.

La morte mette invece una parola definitiva, conclude quella sinfonia che è la vita di ciascuno di noi. Bene, per Gesù Cristo la morte ha sigillato la vita di Gesù come vita di amore. Questo d quello che dice il N.T.: ricordate quel brano che abbiamo citato almeno venti volte da quando ci incontriamo, quell’inizio del cap. 13 di S. Giovanni con cui si incomincia il racconto della Passione. (Gv. 13,1)

[1] Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.

L’espressione “giunta la sua ora” significa che è giunto il momento in cui Gesù si esprimerà completamente. Ci sono nella vita di un uomo dei momenti in cui uno deve dare la prova di quello che vale; nel quotidiano uno va avanti con il tran tran, con le abitudini, ma ci sono dei momenti di prova in cui si vede se uno vale o non vale, in cui uno deve giocare se stesso, il suo futuro, la sua carriera. Bene, questa è l’ora di Gesù, l’ora in cui Gesù viene portato alla scelta estrema e in cui deve manifestare quello che lui è, la sua identità.

Che cosa accade in questa “ora”?. “Dopo aver amato – questo è il senso della sua vita – …amò sino alla fine”, e “sino alla fine” vuol dire evidentemente sino al compimento: l’amore di Gesù portato alla perfezione. La morte sigilla l’amore di Gesù, lo rende totale e irrevocabile, perché non c’è un amore più grande di chi dona la vita per i suoi amici. Ora, facendo questo, Gesù ha trasformato la morte in vittoria.

Qual è il senso del mondo, il progetto di Dio se non proprio questo: trasformare il mondo in amore? Trasformare la materia, gli elementi chimici in forza d’amore? Questo è un miracolo infinito, ma questo è proprio quello che è avvenuto in Gesù Cristo; Gesù Cristo è un pezzo del nostro mondo ma che ha trasformato la sua realtà umana e terrena in amore, in dono, tanto che è diventato, che è “immagine del Dio invisibile”.

Dio, quando lo guarda, si ritrova in Lui; Dio si rispecchia in Gesù Cristo, si trova come di fronte alla sua immagine. Allora il significato della morte di Cristo per noi e questo: che nell’amore la morte viene assorbita nella vittoria; se il Cantico dei Cantici diceva che: “forte come la morte è l’amore”, la morte di Cristo dice che l’amore è ancora più forte della morte e che nell’amore la morte viene ingoiata, vinta. E non solo la morte, ma insieme anche quell’altra realtà, quell’altro limite o ostacolo, di cui parlavamo, che è il peccato, perché Gesù Cristo ha preso sopra di sé la morte, ma ha preso anche sopra di se il peccato.

La cattiveria degli uomini gli è arrivata addosso in concreto; gli è arrivata addosso con il tradimento di Giuda, con l’ingiustizia di Pilato; gli è arrivata addosso con il livore delle autorità giudaiche: queste sono le cattiverie umane. Gesù ha conosciuto le cattiverie umane, ne ha portato il peso; e non solo in modo mentale, ideologico, perché ci ha riflettuto sopra, ma perché le ha effettivamente subite: la flagellazione e l’imprigionamento e gli insulti e gli sputi e la crocifissione non sono altro che la traduzione della cattiveria umana, della nostra cattiveria.

Così Gesù ha preso, ha sperimentato il peccato degli uomini; non ha peccato, ma ha subito il peccato. Questo peccato Cristo lo ha vinto e lo ha vinto perché il peccato degli uomini non è stato capace di renderlo cattivo. La cattiveria è arrivata fino al corpo di Gesù, ma non è stata capace di entrare dentro al suo cuore; il cuore di Gesù è rimasto un cuore capace di amare, anzi, quanto più grande è stata la cattiveria che gli è arrivata addosso, tanto più grande è stato l’amore con cui quel cuore ha risposto alla cattiveria e all’egoismo degli uomini.

In questo senso ha vinto.

Ricordate quel brano del Vangelo di Matteo del “discorso della montagna”, al capitolo 5, dove Gesù contrappone alla legge della vendetta quella del perdono. Dice così (Mt. 5, 38-42):

[38] Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”,

[39] ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgi anche l’altra;

[40] e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.

[41] E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due.

[42] Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle.

Che vuol dire: se hai ricevuto un’offesa, puoi vendicarti ma solo fino al limite dell’offesa che hai ricevuto, non di più; se ti è stato dato uno schiaffo, puoi rispondere con uno schiaffo, se hai ricevuto un’offesa puoi rispondere con una offesa.

La vendetta, di per se, tende ad aumentare, a moltiplicarsi, tende a creare delle reazioni e delle risposte ancora più dure delle offese che si sono ricevute; la legge del taglione voleva porre un limite alla vendetta dell’uomo.

Ora, Gesù dice:

“Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuole chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne due con lui. Dal a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle”.

L’essenziale è questo: sradica da tuo cuore ogni scelta e ogni atteggiamento di vendetta; la vendetta è la sconfitta dell’amore. Se ti arriva addosso l’odio degli altri e tu diventi cattivo, allora vuol dire che quell’odio ti ha vinto; eri buono e ti ha fatto diventare cattivo, eri paziente e ti ha fatto diventare insopportabile, reattivo; in questo caso la cattiveria che ti è arrivata addosso ti ha vinto.

Non deve essere così. Devi mantenere il tuo cuore nella trasparenza e nell’amore, devi far uscire dal tuo cuore solo delle cose buone; magari può anche darsi che le cose buone siano un rimprovero a un altro, forse anche uno schiaffo (può anche darsi che uno schiaffo sia un gesto d’amore), in ogni modo devi esaminare il tuo cuore e vedere se nel tuo cuore c’è vendetta o amore; non devi lasciarti vincere dall’odio.

Scrive S. Paolo nella lettera ai Romani: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male”. Così ha fatto Gesù. In questo senso la morte di Gesù è vittoriosa: è la vittoria sul peccato, sulla cattiveria degli uomini, è la vittoria di un amore che si rivela come gratuito e libero, che non semplicemente risponde al bene con il bene, ma risponde al male con il bene. Dice la lettera ai Romani: (Rm 5, 6-8)

6] Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito.

[7] Ora a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene.

[8] Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

Che vuol dire: Cristo non è mica morto per i santi, per i buoni, per le persone gradevoli, meritevoli; no, Cristo è morto per gli ingiusti, è morto per gli ipocriti, per i cattivi, gli egoisti, per i falsi; Gesù Cristo è morto per quella gente lì.

Ora è esattamente questa la vittoria della croce, la capacità di offrire e di donare liberamente e gratuitamente la vita, non per qualcosa che se lo merita, ma per qualche cosa che può diventare migliore proprio attraverso il dono e l’amore.

Allora, dicevamo, Cristo ha preso in concreto sopra di se la morte e il peccato, e questa morte e questo peccato sono vinti in Lui, sono vinti nella sua risurrezione. Voi ricordate l’inno che si canta il giorno di Pasqua e nella settimana pasquale; dice a un certo punto:

“(…) morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello; il Signore della vita era morto, ora vivo trionfa”.

Che vuole dire: morte e vita si sono scontrate nella passione di Cristo. Cristo è il Signore della vita, è il capo dell’esercito della vita; sembrava fosse stato sconfitto, la morte sembrava avesse potuto ingoiare anche lui, in realtà egli “vivo, trionfa”. Questo è evidentemente il nucleo della speranza cristiana. Tutti quelli che noi chiamiamo i “novissimi” sono fondati su questo, sulla proclamazione della risurrezione di Cristo, sul fatto che il Cristo ha conosciuto il limite e il peccato e lo ha vinto, e la risurrezione esprime questa vittoria definitiva. di Cristo; “definitiva” perché il Cristo risorto non muore più, la morte non ha più nessun potere su di lui.

Negli Atti degli Apostoli, quando S. Pietro fa il discorso della Pentecoste dice così:

(At 2, 22-24)

[22] Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nazaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra voi per opera sua, come voi ben sapete,

[23] dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l’avete ucciso.

[24] Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere.

Dio lo ha risuscitato”. Questo vuol dire che Dio ha dato ragione a Gesù Cristo; di fronte al mondo che ha accusato Cristo di menzogna, che lo ha rifiutato come un illuso o come un impostore, di fronte a questo mondo Dio gli ha dato ragione e ha proclamato in questo modo il fatto che la vita di Gesù è la vita giusta, è la vita autentica; ha proclamato che se tu fai della tua vita un dono di amore, com’è la vita di Cristo, questa è la strada giusta.

Questo lo proclama Dio di fronte al mondo intero. Dico “di fronte al mondo intero” perché c’è una specie di predica del “mondo” che incomincia col dire: “Tu sei un cristiano e vuoi fare della tua vita un dono d’amore; ma, senti, non ti sembra di essere un illuso, un ingenuo?”

Prova a guardarti intorno! Il mondo è costruito sull’egoismo e ciascuno in questo mondo pensa a se stesso, è spinto a proteggere la sua vita; vuoi essere una mosca bianca in questo mondo? Vuoi proprio che tutti ti pestino sulla testa e che la tua vita diventi un fallimento? perché diventerà un fallimento! Se tu ti metti in testa che nella tua vita quello che conta è amare, se ne approfitteranno tutti e tu perderai la tua stessa dignità di persona. E poi neanche solo questo.

Tu dici che vuoi imparare ad amare; ma sei poi sicuro di amare sul serio? L’amore autentico è una illusione; uno se lo sogna, ma nella realtà non accade mica, e se tu vai a scavare dietro alle motivazioni dei gesti d’amore, ci trovi l’egoismo, ci trovi la persona che vuole sentirsi dire ‘bravo’ dagli altri, che vuole una approvazione, un applauso; in realtà l’amore è solo una copertura ideologica con cui si cerca di mettere una vernice bella sulle passioni, sull’egoismo.

Sono 2000 anni che è venuto Gesù Cristo, e che cosa è cambiato in questo mondo? Il mondo era egoista 2000 anni fa ed è egoista oggi. Allora che cosa ti viene in testa di volere spendere la tua vita nell’amore? Non cambierai mica il mondo! Non sarai mica tu, povero untorello, a spiantare questo mondo di cattiveria e a metterci dentro una capacità di amore!

Togli ogni illusione.

Si potrebbe continuare facilmente con questo discorso, perché è, in fondo, un discorso che noi respiriamo poco o tanto: il discorso di articoli di giornale. Ci sono articoli di costume di moralisti moderni che ripetono ragionamenti di questo genere, sulla impossibilità dell’amore, sulla falsità del bene e così via. Ora, quello che la risurrezione di Cristo vuole dire è che Dio ha dato ragione a Lui, che effettivamente l’amore è possibile; che l’amore, anzi, è la realtà più profonda del mondo; che se uno va a scavare all’origine del mondo, ci trova l’amore con cui Dio lo ha creato; e se uno va ad anticipare il futuro del mondo, ci trova ancora l’amore con cui Dio dona se stesso agli uomini.

È questo il senso della vita ed è questo quello che la risurrezione di Cristo mette davanti ai nostri occhi.

Tenete presente l’altro aspetto: la risurrezione di Cristo è una risurrezione per noi: se Cristo è venuto, si è fatto uomo per noi; se ha patito sotto Ponzio Pilato, è per noi; se è risuscitato, è per noi; cioè tutta la sua vita è in funzione di noi, in funzione della nostra vita e della nostra possibilità di salvezza. Siccome Cristo è venuto e ha patito anche la morte, diventa possibile per noi vivere la nostra morte (e il paradosso è questo: la morte va vissuta anche questa), vivere la nostra morte in Cristo.

Provo a spiegarmi un pochino meglio se ce la cavo.

Nella lettera ai Galati Paolo ha un versetto famoso e stupendo. Dice: (Gal 2,20)

[20] Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che io vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me.

Dunque, dice: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Ho accolto il suo amore, la sua persona, la sua parola e Cristo è diventato in qualche modo il centro e l’origine dei miei pensieri e delle mie scelte. È vero che io vivo nella carne, e nella carne vuol dire nella debolezza; sono un povero uomo e limitato. Nonostante questo, però, se io vivo nella carne, vivo nello stesso tempo “nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”, supero la realtà del limite proprio appoggiando la mia vita in Cristo.

E questo “in Cristo”, voi sapete, è un ritornello nelle lettere di S. Paolo che esprime il mistero della vita cristiana: tutto quello che il cristiano fa, lo può e lo deve fare in Cristo. Che cos’è il Battesimo se non un nascere in Cristo? E che cos’è la Cresima, se non un diventare maturi in Cristo? E che cos’è il Matrimonio, se non il vivere la sessualità e l’amore in Cristo? Tutte le espressioni della vita umana il cristiano le può e le deve vivere in Cristo: “Qualunque cosa facciate, sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio”; tutta la vostra vita assume questa direzione a Dio attraverso Gesù Cristo.

Bene, anche la morte! È possibile sperimentare la propria morte come morte in Cristo. Cristo ci è passato, e in quel cammino non siamo soli del tutto. Qualcuno ha scritto che l’uomo nella morte è radicalmente solo, ed è vero; ci possono essere intorno persone, amici, parenti e quanti sono certamente un conforto e un sostegno, ma il passo della morte ciascuno lo fa da solo e ciascuno lo fa esattamente per se.

Però è vero che per un cristiano nemmeno questo passo è da solo, perché anche questo passo tu lo compi in Cristo. Mi spiego ancora.

Quando si pensa alla morte, viene un poco paura, almeno io credo. A me ha sempre dato consolazione un pensiero di questo genere: che nella morte c’è passata mia madre e c’è passato mio padre, e quindi per me il morire è, in qualche modo, (nel linguaggio biblico) ricongiungermi con i miei padri. Così si esprime la Bibbia:

“Quando Giacobbe ebbe finito di dare questo ordine ai figli, ritrasse i piedi nel letto e spirò. E fu riunito ai suoi antenati”.

Questo “fu riunito ai suoi antenati” dice la morte intesa come un ricongiungimento; nella morte c’è evidentemente una frattura, vengono meno una serie di legami; ma c’è anche un aspetto di ricongiungimento. Per il cristiano morire significa ritrovare quel Cristo che nella morte ci è passato, al quale sono affezionato, con il quale ho vissuto tutta la mia vita e di cui ho portato il nome (perché io porto il nome di cristiano e in qualche modo gli sono consacrato).

Nella lettera ai Romani al cap. 14 S. Paolo ha queste parole: (Rm 14, 7-9)

[7]Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso,

[8] perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore.

[9] Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei viventi”.

Il fatto che ci sia una sovranità di Cristo sopra di noi anche nella morte è il segno della speranza. Vuol dire che la morte non è una maledizione del tutto; è sofferenza, è angoscia, è paura (patiremo anche la paura della morte; è un prezzo che dobbiamo pagare anche noi a questo mondo; è un prezzo, un dazio che dobbiamo pagare al limite, alle nostre insufficienze), però nel momento in cui paghiamo questo debito, rimane effettiva la sovranità di Cristo sopra di noi. Cristo rimane il nostro Signore e lo è anche nella morte; e appunto perché egli mi è Signore, c’è al di là della morte una prospettiva di speranza.

Riprendo ancora due testi e poi abbiamo finito.

Uno è il cap. 22 di Matteo dove Gesù litiga con i Sadducei. Forse voi sapete che al tempo di Gesù c’erano diverse sette religiose, e tra queste sette religiose c’era la setta dei Sadducei che non credevano nella risurrezione. Questi Sadducei vanno da Gesù e cercano di metterlo in difficoltà.

Siccome Gesù nella risurrezione ci crede, gli fanno una obiezione famosissima che adesso leggiamo: (Mt 22, 23-33)

[23] In quello stesso giorno vennero a lui dei Sadducei, i quali affermano che non c’è risurrezione, e lo interrogarono:

[24] «Maestro, Mosè ha detto: “Se qualcuno muore senza figli, il fratello ne sposerà la vedova e così susciterà una discendenza al fratello”.

Alla base c’è la legge del levirato: se una donna rimane vedova senza avere dato figli al marito, sposerà il cognato, il fratello del marito, e il figlio che nascerà sarà considerato figlio del primo marito in modo che la sua memoria non si perda. Quindi “se qualcuno muore senza figli, il fratello ne sposerà la vedova e così susciterà una discendenza al suo fratello”; legge del levirato, legge di Mosè, quindi volontà di Dio.

[25] «Ora, c’erano tra di noi sette fratelli; il primo appena sposato morì e, non avendo discendenza, lasciò la moglie a suo fratello.

[26] Così anche il secondo, e il terzo, fino al settimo.

[27] Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna.

[28] Alla risurrezione, di quale dei sette essa sarà moglie? Poiché tutti l’hanno avuta».

[29] E Gesù rispose loro: «Voi vi ingannate, non conoscendo né le Scritture né la potenza di Dio.

[30] Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma. si è come angeli nel cielo.

[31] Quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio:

[32] lo sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Ora non è Dio dei morti, ma dei vivi».

[33] Udendo ciò, la folla era sbalordita per la sua dottrina”.

Sembra che la fede nella risurrezione porti a dei paradossi inaccettabili come nel caso di una donna che ha avuto sette mariti. La risposta di Gesù è duplice: anzitutto, dice, non bisogna immaginare la vita eterna come un prolungamento di questa vita, come se fosse semplicemente un’altra puntata; entrare nella vita eterna (ci ritorneremo poi questa sera) vuol dire entrare in un modo di vita nuovo e glorioso, dove tutti gli aspetti di limite e di insufficienza, che sono propri di questo mondo, sono superati.

Come sia da rappresentare questa vita rimane al di là della nostra fantasia, ma bisogna togliere tutti questi aspetti mondani, bisogna riconoscere la vita eterna come l’ingresso in una vita più piena; certamente una vita che rimane personale, dove cioè ciascuno rimane se stesso; dialogica, per cui ciascuno entra in dialogo con gli altri, con le persone concrete così come sono, ma senza gli aspetti del limite.

Ma poi la seconda parte della risposta è quella che ci interessa di più. Dice Gesù: C’è scritto nell’A.T.: “Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe. Ora non è Dio dei morti, ma dei vivi”.

Che vuole dire: Abramo è l’amico di Dio, ma amico sul serio; Dio lo considera effettivamente suo amico e legato a Lui. Allora dice Gesù: Se c’è questo autentico legame, la morte non sarà in grado di scioglierlo; la morte può sciogliere, forse, i legami che noi abbiamo instaurato con gli altri, ma non può sciogliere i legami che costruisce Dio. Dio è certamente più forte della morte, e se Dio ha costruito un rapporto di amicizia e di comunione con gli uomini, questo rapporto di amicizia e di comunione deve avere davanti a se la speranza dell’immortalità; Dio non può lasciar fallire, perdere quello che per Lui è un impegno serio di alleanza e di comunione.

Questo vuol dire che il fondamento solido della nostra speranza è questo: che Dio ci prende adesso sul serio, che Dio crea con noi un legame autentico. Siamo della povera gente, siamo limitati e insufficienti e poveri: siamo brutti, piccoli, malfatti, però c’è dentro alla nostra vita un segno di appartenenza a Dio; apparteniamo a Lui. Cristo ha messo il suo sigillo sopra di noi, il suo nome è sopra di noi; questo legame niente è in grado di cancellarlo; come la morte non ha cancellato Gesù Cristo, così la morte non è in grado di cancellare quello che Gesù ha segnato, ha sigillato.

Allora il senso della speranza è fondato – dicevo – su questa potenza di Dio che si è manifestata nella risurrezione di Cristo. Da questo nasce tutto il contenuto concreto della nostra speranza.

Il secondo testo è la prima lettera ai Corinzi al cap. 15, dove S. Paolo sta rispondendo a dei cristiani i quali non ci credono mica tanto nella risurrezione; sono cristiani di origine greca, e la risurrezione ai Greci dava piuttosto fastidio, non corrispondeva molto alla loro cultura e alla loro filosofia. Anzitutto Paolo ricorda quello che è il centro della fede, che cioè Gesù Cristo è risorto. Poi tira le conseguenze (1 Cor 15, 12-20):

[12] Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dal morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti?

[13] Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato!

[14] Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede.

[15] Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono.

[16] Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto,

[17] ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati.

[18] E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti.

[19] Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini.

[20] Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti.

La risurrezione di Cristo è il centro della fede, dice S. Paolo, e giustamente, perché se Cristo non è risorto non ha vinto il peccato; sembra che l’abbia vinto perché non è diventato cattivo, ma la morte lo ha cancellato e quindi questa vittoria è stata una vittoria sepolta nella storia; come è stato sepolto Alessandro Magno o Giulio Cesare così è stato sepolto anche Gesù Cristo, e come Alessandro Magno e Giulio Cesare non possono essere i salvatori della nostra vita, così nemmeno Gesù Cristo può essere un salvatore della nostra vita: un morto non ha certo l’energia per salvare gli altri; se invece Cristo è risorto allora si apre davanti a noi la possibilità, cioè la speranza, della risurrezione.

In Cristo all’uomo è donata questa possibilità. Per quale strada? Quella che abbiamo detto all’inizio, quella dell’amore: non c’è altra via che questa. Cristo, nel momento in cui era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, ha amato, ha portato l’amore al compimento. Allora il cammino della nostra vita, per essere cammino di speranza e di risurrezione deve essere essenzialmente questo cammino di amore, di amore sulle orme di Cristo.

Su questo ritorneremo oggi e domattina.

Parleremo di giudizio, purgatorio, paradiso e inferno. Ma se voi ci fate caso, di queste cose noi abbiamo già parlato. Abbiamo parlato del progetto di Dio, siamo partiti da lì; prolungate questo discorso e avete esattamente il paradiso. Abbiamo parlato del peccato, prolungate il discorso e avete esattamente l’inferno; l’inferno non è altro che questo: il peccato trasformato da realtà provvisoria a realtà definitiva.

Abbiamo parlato dell’incontro con Gesù Cristo, questo è esattamente il giudizio e questo è ancora il purgatorio che non è altro che un incontro purificante con il Signore. Cercheremo di riflettere più a fondo, ma le cose che abbiamo detto finora sono già il contenuto fondamentale della fede cristiana sui novissimi, sono il contenuto della nostra speranza. Speranza vuol dire che la prospettiva della vita cristiana è una prospettiva che si apre sul paradiso. E non mettete sullo stesso piano paradiso e inferno come se fossero due possibilità equivalenti, no; il progetto di Dio non è paradiso o inferno, il progetto di Dio è il paradiso.

L’inferno è la possibilità concreta del fallimento, della sconfitta, ma l’orientamento della speranza è evidentemente verso la gloria, verso la comunione con Dio, verso la pienezza dell’amore. È quello che tenteremo, se il Signore vorrà, di vedere.

I novissimi – Morte – Giudizio – Inferno – Paradiso – 5

Bocca di Magra 30-31 ottobre – 1 novembre 1988

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

I novissimi
Morte – Giudizio – Inferno – Paradiso

3ª Meditazione
I limiti della morte e del peccato

La domanda è sempre quella che abbiamo posto all’inizio: “Che cosa possiamo sperare?”. Per potere rispondere correttamente dobbiamo fare i conti in concreto con quella realtà che è la morte. Ogni progetto umano che voglia essere serio deve tenerne conto se non vuole divenire solo una illusione. La persona umana concreta, che siamo noi, è una persona in cammino verso la morte. Anzi, la morte è l’unica cosa sicura che noi sappiamo del nostro futuro. Siamo certi del passato, ma del futuro l’unica cosa certa è che, prima o poi, in un modo o nell’altro, moriremo; che le persone alle quali vogliamo bene ci lasceranno, o che noi lasceremmo loro. Di questo, dicevo, se vogliamo essere onesti e lucidi, bisogna che ci rendiamo conto cercando di superare quel tentativo di rimozione della morte che dicono essere una delle caratteristiche della nostra cultura.

Una volta la gente moriva a casa circondata dai familiari. Adesso la tendenza è che uno muoia in ospedale, non nel suo letto ma in una camera anonima. Con qualcuno vicino, forse, ma in qualche modo separato dalla famiglia. Una volta i cimiteri erano vicini alla chiesa. Si andava in chiesa alla domenica a celebrare la messa e lì vicino c’erano i morti. Adesso il cimitero tende ad essere staccato, lontano, per conto suo; un mondo nel quale si va ogni tanto ma che bisogna rimanga il più separato e staccato possibile. C’è questa tendenza nella nostra società, nella nostra cultura.

Ma appunto, è un gioco di illusioni.

Forse ricordate quel detto strano di Epicuro, il quale diceva: “La mia morte non e un problema, perché fin che ci sono io non c’è la morte. Quando c’è la morte non ci sono più io”. Quindi la mia morte non c’è, non è un’esperienza, non è una realtà su cui riflettere o di cui tener conto. Ma anche questo evidentemente è un gioco di illusioni, perché in realtà la morte non è solo il punto finale della vita, non è solo quello che avverrà tra alcuni anni, speriamo molti, in quel momento che noi chiamiamo morte.

In realtà, invece, la morte accompagna tutta la vita dell’uomo; ne è una dimensione permanente. Qualcuno ha scritto: “lo muoio ogni giorno”. Ed è vero. Dal punto di vista oggettivo è la realtà: ci sono nella nostra esperienza alcuni momenti in cui questo fatto viene alla luce con molta evidenza: quando, per esempio, passiamo una malattia abbastanza grave. Malattia non significa solo che è ammalato il corpo, il fegato o lo stomaco o il polmone; vuole dire una esperienza di impotenza. Fino a ieri io ero capace di decidere, di comandare, di fare. Adesso sono costretto a ubbidire e a lasciar fare agli altri. Perdo, come si dice, il dominio delle mie scelte, sono costretto a fare quello che non ho scelto e che non vorrei fare.

È così anche quando capita l’esperienza, dura, del sentirsi inutili; mentre prima ero capace di fare tante cose per la mia famiglia, a questo punto ho l’impressione di essere inutile. È un pezzettino di morte anche questo.

È un pezzettino di morte la vecchiaia, è un pezzettino di morte il pensionamento, cioè tutto quello che comporta una diminuzione della mia vitalità. Giorno per giorno c’è un pezzo di noi che viene portato via. Di questo, dicevo, è giusto prendere coscienza. Perché non è solo un fatto negativo; anzi esso dovrebbe aiutarci a vivere e a vivere meglio: vediamo perché.

Il fatto che io so che la mia vita è provvisoria, dura solo per qualche anno, non per sempre, mi può aiutare a capire che la mia vita è un dono. Che io esista non è una realtà ovvia, scontata, ma è cosa, meravigliosa; quando al mattino apro gli occhi, dovrei rinnovare la meraviglia di fronte a qualche cosa che potrebbe anche non essere. Non è scritto da nessuna parte che io debba. esistere, che io debba vivere oggi. Se oggi vivo è per un dono; è qualche cosa di gratuito che io mi trovo davanti, di fronte a cui è giusto che io risponda con lo stupore, la gioia e il rendimento di grazie. Debbo ricordare che la vita è un’avventura rischiosa, sempre minacciata e irripetibile; allora la posso gustare, giorno per giorno, per quello che vivo, per la ricchezza di vitalità che giorno per giorno mi viene data.

C’è nel libro di Qoelet una bella meditazione sulla vecchiaia. Nessuno sa con certezza chi fosse Qoelet, ma lo si immagina generalmente come una persona anziana, che ha sperimentato la vita con intensità. Ora, vecchio, si volta indietro e fa una specie di esame critico, di valutazione della sua vita, e dice: (Qo 11, 7-12,8)

[7] Dolce è la luce e agli occhi piace vedere il sole.

[8] Anche se vive l’uomo per molti anni se li goda. tutti, e pensi ai giorni tenebrosi, che saranno molti: tutto ciò che accade è vanità.

[9] Sta lieto, o giovane, nella tua giovinezza, e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù. Segui pure le vie del tuo cuore e i desideri dei tuoi occhi. Sappi però che su tutto questo Dio ti convocherà in giudizio.

[10] Caccia la malinconia dal tuo cuore, allontana dal tuo corpo il dolore, perché la giovinezza e i capelli neri sono un soffio.

[1] Ricordati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire: «Non ci provo alcun gusto»,

[2] prima che si oscuri il sole, la luce, la luna e le stelle e ritornino le nubi dopo la pioggia;

[3] quando tremeranno i custodi della casa e si curveranno i gagliardi e cesseranno di lavorare le donne che macinano, perché rimaste in poche, e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre

[4] e si chiuderanno le porte sulla strada; quando si abbasserà il rumore della mola e si attenuerà il cinguettio degli uccelli e si affievoliranno tutti i toni del canto;

[5] quando si avrà paura delle alture e degli spauracchi della strada; quando fiorirà il mandorlo e la locusta si trascinerà a stento e il cappero non avrà più effetto, poiché l’uomo se ne va nella dimora eterna e i piagnoni si aggirano per la strada;

[6] prima che si rompa il cordone d’argento e la lucerna d’oro s’infranga e si rompa l’anfora alla fonte e la carrucola cada nel pozzo

[7] e ritorni la polvere alla terra, com’era prima, e lo spirito ritorni a Dio che lo ha dato.

[8] Vanità delle vanità, dice Qoelet, e tutto è vanità”.

Di impressionante c’è prima di tutto l’esperienza della vecchiaia, della vita che si affievolisce, che pian piano si perde, e che è importante misurare, dice Qoelet, proprio per capire la vita.

“Verrà un giorno in cui non proverai più gusto alle cose, allora il sole si oscurerà, la luce, la luna e le stelle; sarà il giorno in cui dopo la pioggia ritorneranno le nubi”.

Quando si è giovani è diverso. Quando si è giovani ci sono i momenti di pioggia, di tempesta, ma dopo la tempesta viene il sereno. Quando si è anziani, no; dopo la pioggia ritornano le nubi, non c’è mai un bel sereno, non si riesce più a immaginare un grande futuro, un progetto che affascini.

Allora tremeranno i custodi della casa e si curveranno i gagliardi”. Sono probabilmente le ginocchia, che quando uno è giovane sono robuste e dritte, mentre in vecchiaia incominciano a curvarsi e a tremare. Non sono più così robuste, non sono più così ferme come un tempo.

E cesseranno di lavorare le donne che macinano, perché rimaste in poche”. È la dentatura che un tempo lavorava e macinava, ma ora non macina più; sono rimasti pochi, i denti. E si ha l’impressione di una attività che si spegne. Ancora:

Si offuscheranno le donne che guardano dalle finestre”. Sono evidentemente gli occhi anche questi non riescono più a funzionare così bene, non vedono più così chiaramente le forme e i colori, e

si chiuderanno le porte sulla strada”. Sono i sensi in genere, quelli che permettono all’uomo di entrare in comunicazione con il mondo; ora progressivamente perdono la loro vivacità. Ancora:

“Quando si abbasserà il rumore della mola e si affievoliranno tutti i toni del canto e si attenuerà il cinguettio degli uccelli”. In realtà non sono gli uccelli che cantano meno forte; sono i miei orecchi che perdono sensibilità e non percepiscono più chiaramente i suoni, il canto. Scende un silenzio doloroso sulle cose.

Quando si avrà paura delle alture e degli spauracchi delle strade”. Si ha paura di camminare per la strada, ogni altura dà le vertigini. Quando è giovane, no; attraversa con sicurezza la strada. Ma per l’anziano tutto diventa problema, difficoltà.

Quando fiorirà il mandorlo e la locusta si trascinerà a stento e il cappero non avrà più effetto”. Il cappero era considerato un afrodisiaco, il declino della potenza sessuale. Dice che viene meno l’energia della vita, di questa vita che si spegne.

Ma che cosa ricavo allora da questa meditazione?

Quello che abbiamo letto all’inizio:

“Ricordati del tuo creatore nei giorni della, tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e tu debba dire: «Non ci provo alcun gusto»”. Ricordati che la tua vita è una responsabilità quotidiana. Se noi avessimo davanti l’eternità non saremmo mai costretti a scegliere. Scegliere vuol dire: “Prendo questa strada e rinuncio a quell’altra”. Se avessi davanti l’eternità potrei prendere una strada e poi anche l’altra, senza scegliere mai. Non sarei mai costretto a scegliere. Ma allora la vita non sarebbe seria. La vita è seria proprio perché è limitata, proprio perché ho a disposizione solo pochi anni. Li posso riempire con alcune cose, non con tutte. Non posso fare tutti i mestieri, non posso studiare tutte le cose, non posso realizzare tutti i progetti.

Debbo scegliere: uno studio e non un altro; un mestiere e non un altro; una vocazione e non un’altra. Non le posso sperimentare tutte. Ma proprio questo obbliga a dire: “Allora, che cos’è che metto al primo posto? Cos’è che per me diventa decisivo e importante?”.

Debbo imparare a scegliere. La meditazione sulla morte, sulla vecchiaia è un invito a vivere bene il tempo. A vivere bene il presente.

Scrive un filosofo:

“Per la maggior parte di noi, la morte non arriva abbastanza presto. A causa del sentimento che la morte sia lontana e senza importanza, la vita si corrompe e si svuota. Si conduce una vita migliore se si è fissato un appuntamento con la morte; non soltanto: l’amore può diventare più profondo, più intimo e più appassionato se ci si aspetta di morire presto. La vita intera ne viene arricchita”.

Secondo questo autore, se uno ha fissato un appuntamento con la morte (quindi la tiene presente) vive meglio. Dà al suo amore una passione e una profondità e una intimità più grande. Dà alle sue scelte una serietà più autentica, perché evidentemente “se io ho presente questa realtà”, dice questo filosofo, “io riesco effettivamente a donare una parte di me stesso”. I dieci minuti che io dono, sono dieci minuti che non mi ritornano più. E lo so. Lo so perché c’è la morte. se non ci fosse la morte i dieci minuti sarebbero sempre ricuperabili. Ma siccome c’è la morte, non c’è mai un giorno ricuperabile e ogni momento diventa serio. Decido, lo dono. Ogni dono che io faccio, proprio per questo, ha il valore della irreversibilità, della definitività.

Si tratta di imparare a vivere saggiamente alla presenza della morte, come dice il Salmo:

“Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore”.

Notate: alla sapienza, non all’angoscia. Per amor del cielo: non confondete la consapevolezza con l’ossessione della morte. L’ossessione blocca e impedisce di vivere; la consapevolezza, invece, esalta proprio il presente e lo rende significativo. «Ricordati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e tu debba dire: “Non ci provo più gusto”».

È paradossale, ma il libro del Qoelet è uno dei libri della Bibbia che invita maggiormente a godere la vita. È una meditazione sulla morte dall’inizio alla fine, ma proprio perché sa che c’è la morte, allora dice: “Dolce è la luce e agli occhi piace vedere il sole”. Fino a che il Signore ti dà la gioia di poter vedere il sole, accoglilo.

Accoglilo come una ricchezza, caccia la malinconia, dal tuo cuore, dice il Qoelet, “allontana dal tuo corpo il dolore”. Non stare a marcire sulle tue sofferenze, a rimescolarle, a sentirne tutta l’amarezza; non lasciare che occupino tutto il tuo cuore; devi trascendere questa esperienza di debolezza o di fragilità o di sofferenza per cogliere anche il lato positivo della vita.

Caccia la malinconia, perché la giovinezza e i capelli neri sono un soffio”. Non durano molto. E allora prendi la gioia di quella vita che giorno per giorno il Signore ti dà. Quel briciolino di gioia accoglilo come una realtà bella e positiva. Qoelet invita a saper misurare le cose, a gioirne, ma a saperle anche demitizzare, a non spendere tutta la propria speranza in cose che sono destinate, prima o poi, a scomparire.

Torniamo allora indietro, all’inizio del libro del Qoelet. Dice: “Io Qoelet sono stato re d’Israele in Gerusalemme”. Si identifica con il re Salomone, perché Salomone è stato un re saggio, ricco e potente, che ha sperimentato la vita come pochi altri hanno potuto fare. Bene, Qoelet è Salomone.

Dice: “Mi sono proposto di ricercare e investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo. È questa una occupazione penosa che Dio ha imposto agli uomini perché in essa fatichino”. Gli uomini hanno questa pena rispetto agli animali: sono costretti a pensare, a riflettere, a misurare, indagare e valutare le cose. (Qo 1, 14-18)

[14] Ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco tutto è vanità e un inseguire il vento.

[15] Ciò che è storto non si può raddrizzare e quel che manca non si può contare.

[16] Pensavo e dicevo fra me: «Ecco, io ho avuto una sapienza superiore e più vasta di quella che ebbero quanti regnarono prima di me in Gerusalemme. La mia mente ha curato molto la sapienza e la scienza».

[17] Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, e ho compreso che anche questo è un inseguire il vento,

[18] perché molta sapienza, molto affanno; chi accresce il sapere, aumenta il dolore.

Ebbene, la sapienza che Salomone si è preoccupato di conquistare è in realtà un inseguire il vento. Si è dimostrata vuota; non gli ha dato altro che un dolore più pungente, perché è il dolore consapevole dell’uomo. Ha continuato, ha fatto altre esperienze.

(Qo 2, 1-11)

[1] lo ho detto in cuor mio: «Vieni, dunque, ti voglio mettere alla prova con la gioia: gusta il piacere!”.

[2] Ma ecco, anche questo è vanità. Del riso ho detto: «Follia!» e della gioia: «A che giova?».

[3] Ho voluto soddisfare il mio corpo con il vino, con la pretesa di dedicarmi con la mente alla sapienza e di darmi alla follia, finché non scoprissi che cosa convenga. agli uomini compiere sotto il cielo, nei giorni contati della loro vita.

[4] Ho intrapreso grandi opere, mi sono fabbricato case, mi sono piantato vigneti.

[5] Mi sono fatto parchi e giardini e vi ho piantato alberi da frutto d’ogni specie;

[6] mi sono fatto vasche, per irrigare con l’acqua le piantagioni.

[7] Ho acquistato schiavi e schiave e altri ne ho avuti nati in casa e ho posseduto anche armenti e greggi in gran numero più di tutti i miei predecessori in Gerusalemme.

[8] Ho accumulato anche argento e oro, ricchezze di re e di province; mi sono procurato cantori e cantatrici, insieme con le delizie dei figli dell’uomo.

[9] Sono divenuto grande, più potente di tutti i miei predecessori in Gerusalemme, pur conservando la mia sapienza.

[10] Non ho negato ai miei occhi nulla di ciò che bramavano, né ho rifiutato alcuna soddisfazione al mio cuore, che godeva d’ogni mia fatica; questa è stata la ricompensa di tutte le mie fatiche.

[11] Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo durato a farle: ecco, tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento: non c’è alcun vantaggio sotto il sole”.

Notate come questa meditazione va proprio bene per noi. Perché siamo noi queste persone che ci imbamboliamo con cinquantamila cose da fare per riempire il tempo e per riempire il nostro cuore. Perché abbiamo paura del vuoto, abbiamo paura del silenzio, abbiamo paura di noi stessi, abbiamo paura di vederci per quello che siamo, e allora moltiplichiamo gli interessi. Dobbiamo sempre vedere, sentire, toccare, provare, sperimentare, programmare qualche cosa per non sentire il vuoto, l’inutilità.

Dice allora Qoelet: Ho fatto così anch’io, ho provato. Ho provato la vita, ho provato tutte le soddisfazioni; sono stato una persona attiva, che produce, che fa progetti e li realizza. E alla fine che cosa posso dire della mia vita? Che è stata un inseguire il vento. Mi sono accorto, alla fine, che sono corso dietro al vuoto, dietro al niente.

La morte ci aiuta a capire questo, a smitizzare i nostri sogni, a saperli ricondurre alla loro misura autentica; a ricordarci che, di tutte le realizzazioni che noi costruiamo su questa terra, non ce n’è una che possa durare. Si legge del dott. Faust che voleva fermare il tempo; quando ebbe finalmente trovato la gioia avrebbe voluto fermare il tempo. Ma Qoelet sa che il tempo non si ferma e che, dopo una esperienza, viene l’esperienza contraria che cancella la prima.

Ricordate quel brano famoso di Qoelet, all’inizio del Cap. 3, quando dice: (Qo 3, 1-4)

[1] Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.

[2] C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.

[3] Un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire.

[4] Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per danzare”.

E va avanti a dire tutte queste realtà, esperienze, azioni che si susseguono una dopo il suo contrario.

Hai pianto? Dopo viene il riso. Hai riso? Dopo viene il pianto. Il pianto cancella il riso e il riso cancella il pianto. Non c’è niente che abbia in se la solidità del rimanere, del permanere. “Un infinito vuoto – dice Qoelet un infinito niente. Tutto è vuoto, niente”. La morte richiama a questa realtà, a questo limite.

E allora se vogliamo sperare, bisogna che con questa morte noi facciamo i conti. Che la misuriamo, che l’abbiamo presente in tutta la sua amarezza, in tutto il suo peso. Ma non basta. Non c’è solo il limite come impedimento alla speranza. C’è, e si tratta di un ostacolo ancora più grave che non la morte, la realtà, l’esperienza del peccato. Dicevamo stamattina che c’è un progetto di Dio sul mondo e un progetto di Dio sulla nostra vita. Il progetto di Dio è che il mondo e l’uomo giungano a diventare partecipi della sua vita, del suo amore.

Si può immaginare l’esistenza del mondo come un lungo cammino di evoluzione. Dicono che il nostro mondo dovrebbe avere dai 17 ai 20 miliardi di anni. È la nostra storia, la storia della materia dall’inizio, il Big bang, forse, ma non lo sappiamo con precisione. La materia pian piano è stata costruita fino a dare origine a degli elementi composti, sempre più complessi, fino alle prime forme di vita. La vita, a sua volta, è cresciuta fino a quella creatura stupenda che è l’uomo. È un cammino evolutivo lungo; dicono siano passati tre miliardi, tre miliardi e mezzo di anni da quando si sono manifestate le prime forme di vita; un milione di anni da quando esiste un uomo “sapiens” (non so se siamo davvero “homo sapiens” ma è lo stesso, così ci chiamano gli scienziati); c’è una lunga evoluzione. E che cosa c’è al termine di questa evoluzione?

Se è vero il progetto di Dio di cui parlavamo stamattina, questo lungo cammino ha come scopo di arrivare a partecipare alla ricchezza di amore di Dio. Dio è vita infinita ed eterna, è vita di amore, di dono. Quando noi diciamo che Dio è Trinità, vogliamo dire che l’essenza della vita di Dio è lo scambio nel dono: il Padre dona tutto se stesso al Figlio; per il Padre esistere è donarsi; per il Figlio esistere è accogliere il dono e restituire se stesso al Padre nel dono. Nello scambio del dono consiste l’essenza della vita di Dio, l’essenza della vita trinitaria.

Bene, l’evoluzione del mondo vuole arrivare lì, vuole arrivare a far sì che il mondo, questo mondo limitato e materiale di cui siamo fatti noi, arrivi ad amare e donare, arrivi alla esperienza suprema della gratuità.

Questa è l’esperienza massima dell’esistenza: la gratuità, il dono libero. Si può dire lo stesso con altre parole: che il mondo arrivi a portare l’Immagine di Gesù Cristo, perché Gesù Cristo è esattamente colui che della sua vita ha fatto un dono. Non l’ha tenuta gelosamente per se, ma l’ha vissuta secondo il principio del dono. Della sua vita Gesù ha fatto dono al Padre e, con lo stesso amore, ha fatto dono a noi. In questo senso Gesù è il modello del mondo, l’ideale del mondo, il traguardo del mondo, quella meta alla quale noi siamo chiamati.

Se nella nostra vita ci capita di fare un qualche gesto gratuito, magari piccolo, ma che sia davvero gratuito (perché credo che di scelte davvero gratuite non riusciamo a farne tante), quei piccoli gesti sono delle gemme nelle quali si realizza il mondo nuovo.

Bene, quando nel lungo cammino dell’evoluzione nasce l’uomo, nasce una creatura libera, consapevole, e nasce quindi anche il rischio del rifiuto, dell’allontanamento dal progetto di Dio; c’è la possibilità di sottrarsi al cammino di crescita, alla scelta dell’amore. Quando nasce l’uomo, il cammino del progresso è messo nelle sue mani e l’uomo ne fa quello che vuole. Può dire di sì alla crescita dell’amore e può dire anche di no. Può dire di sì a Dio o può anche ripiegarsi su se stesso.

Questa è la possibilità del peccato. La realtà del peccato è quella che impedisce al mondo di crescere, che impedisce all’uomo di giungere al dono di se, all’amore. È l’uomo che si ripiega su se stesso, che invece di aprirsi a Dio, rifiuta la presenza di Dio. “Chiamato a guardare in alto – dice Osea – nessuno sa sollevare lo sguardo”.

E rifiutando Dio l’uomo rifiuta, misteriosamente, anche la realtà che viene da Dio. Non nel senso che l’uomo neghi l’esistenza del mondo, ma nel senso che rifiuta il dono di se stesso agli altri. Nega che gli altri, il mondo siano degni della sua fiducia, del suo amore, del suo dono. E allora la vita diventa di isolamento, paura, invidia, aggressività nei confronti degli altri. Con questo peccato debbo fare i conti, perché questo, ancora di più che la morte, rende impossibile la speranza.

Ho l’impressione che la morte cancelli ogni speranza perché tutte le mie realizzazioni le cancella, le nasconde, le rovina. Ma ancora più grave che la morte è l’opposizione alla speranza che viene dal peccato.

Ricordate il racconto del primo peccato nel Cap. III del libro della Genesi; sembra a prima vista una favoletta, ma il realtà contiene una teologia delle più sofisticate, delle più ricche. Questo III Cap. della Genesi dice così: (Gen. 3, 1-12)

[1] Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: ”Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”».

[2] Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare,

[3] ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”».

[4] Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto!

[5] Anzi, Dio sa che, quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male».

[6] Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò.

[7] Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e ne fecero cinture.

[8] Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.

[9] Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?».

[10] Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».

[11] Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?».

[12] Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato».

Questo è il racconto e mi interessa perché credo vi sia analizzata l’essenza di quello che noi chiamiamo peccato, che è una cosa tremendamente seria. Qual è la radice del peccato? Uno dice: È un atto di disobbedienza. D’accordo, è un atto di disobbedienza. Oppure è un atto di orgoglio. D’accordo ancora; il peccato è un atto di orgoglio. Ma quello che sta alla radice, ancora più profondo, sia della disobbedienza che dell’orgoglio, è un modo falso di vedere Dio. Notate com’è costruito il racconto: Viene dato un comandamento e l’uomo e la donna hanno accolto questo comandamento con gioia; lo considerano un comandamento bello perché sono convinti che Dio sia un padre buono, il protettore della loro vita e che anche il comandamento sia stato dato proprio per proteggere la loro vita. “Non possiamo toccare di quell’albero altrimenti moriremo”, quindi “Dio ci ha dato un comandamento per evitarci la morte; Dio vuole la nostra vita. Il comandamento ci serve per vivere”.

Il discorso del serpente alla donna cerca solo di sgretolare questa convinzione. Possiamo parafrasarlo così:

“Tu pensi che Dio ti voglia bene, che sia un Dio paterno, ricco di amore, di benevolenza; ingenua che non sei altro! Non ti accorgi che Dio è il tuo avversario? il tuo concorrente? che Dio ha paura di te, della tua grandezza? Il comandamento Dio te lo ha dato non per farti vivere, ma per farti morire, per impedirti di realizzare pienamente te stessa. Il comandamento è un limite, è uno steccato per dire: ‘Non devi andare oltre; al di là del comandamento c’è un pascolo di vita troppo bello. Se tu ci andassi, conosceresti la profondità della vita. Non voglio, devi starne lontano; ti impedisco di diventare grande”.

Questo dice il serpente alla donna: Dio è invidioso dell’uomo e il comandamento di Dio è uno strumento per mantenere l’uomo nella minorità, per non lasciarlo crescere. “Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per ottenere la saggezza”.

Ora la donna vede le cose con degli occhi diversi, con gli occhi di una autonomia che le si presenta come desiderabile, gioiosa, come una grande realizzazione di se. Questa è la radice del peccato.

Una radice antica perché questo racconto ha circa tremila anni, ma nello stesso tempo una radice straordinariamente moderna. Quando Sartre, uno dei maestri del nostro tempo, dice che l’uomo per raggiungere la libertà deve eliminare Dio, fa esattamente il discorso del serpente. Pari pari, con dei termini filosofici, se volete; in Genesi cap. 3 l’insegnamento è messo sotto forma di racconto, ma il contenuto è lo stesso. Sartre dice: “Devi togliere Dio dalla tua vita perché, fin che lo trovi nel tuo orizzonte, non ti lascia respirare. Non puoi vivere, non puoi crescere, non puoi maturare; sei sempre un minore sotto tutela di Dio”.

Così quando Nietzsche parlava della “morte di Dio”, intendeva qualche cosa di questo genere: “Dio sta morendo perché l’uomo deve crescere, perché l’uomo deve diventare superuomo, perché l’uomo deve affermare se stesso”.

È qui che si gioca la dimensione fondamentale della nostra vita. Secondo il libro della Genesi e secondo la Bibbia Dio è la “gloria” dell’uomo, è quello che permette all’uomo di vivere pienamente; la possibilità della nostra libertà ci viene proprio da Dio. Nel momento in cui credo in Dio e credo nel suo amore, credo quindi in una bontà e benevolenza che sostengono la mia vita e il mondo, io posso vivere senza troppa paura.

Se Dio esiste, il mondo ha un senso e lo mi sento a mio agio nel mondo; posso considerare la realtà come propizia a me e alla vita. Ma se tolgo Dio, la mia vita diventa una vita di paura.

Notate che è esattamente questa la reazione di Adamo; dopo il peccato, quando il Signore gli si presenta, l’uomo risponde: “Ho sentito il tuo passo nel giardino e ho avuto paura”. Prima non ne aveva mica di paura, da dove dunque è entrata questa paura? Gli è venuta meno la fede, gli è venuta meno la fiducia in Dio, la capacità di credere, di affidare a Dio la sua esistenza.

E allora ha paura.

Ha paura perché la condizione dell’uomo è questa. “Ho paura della morte, è inevitabile, lo so che ce l’ho davanti. Ho paura della vecchiaia, ho paura della malattia, ho paura della solitudine, ho paura del fallimento, ho paura degli altri, ho paura di me stesso, ho paura del presente, ho paura del futuro, ho paura delle cose”.

Così la vita diventa un fuggire sempre, uno scappare sempre: dal presente, dalla realtà in cui sono, in fondo, dalla vita.

È questa la scelta di fondo: credere o no nell’amore di Dio, credere o no che all’origine della mia vita ci sta l’Amore e che di questo Amore mi posso fidare, che non debbo difendermi dalla vita, che non debbo difendermi dal mondo. Avrò inevitabilmente degli atteggiamenti di difesa, ma questi atteggiamenti di difesa riposano su una base fondamentale di fiducia, di fiducia nella realtà, che nasce appunto dalla fiducia in Dio.

Ancora: col peccato viene meno, secondo il racconto della Genesi, anche la capacità del dialogo e della comunione con gli altri. Quando il Signore dice ad Adamo: “Hai forse mangiato del frutto dell’albero di cui ti avevo detto di non mangiare?”, la risposta di Adamo è: “La donna che mi hai messo accanto mi ha dato dell’albero, e io ne ho mangiato”.

E così, evidentemente, scompare ogni solidarietà. Nel progetto di Dio l’uomo e la donna dovevano essere una carne sola: “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola”.

Addio “carne sola”!

Qui uomo e donna sono uno contro l’altro. Qui l’uomo sta cercando di liberarsi da un peso facendolo portare solo alla donna. Per dire: “Non è colpa mia”, deve dire: “È colpa sua”, quindi “Prenditela con lei; se vuoi punire qualcuno, punisci lei, io non c’entro, io non ho responsabilità”.

La solidarietà non esiste più. La donna è considerata un’estranea. Prima eravamo una cosa sola, adesso ho bisogno di difendere la mia vita, e per questo debbo escludere dalla mia vita qualcun altro.

Il peccato chiude l’uomo in se stesso e lo rende attaccato avidamente alla vita. Sono due cose diverse: voler bene alla vita e gustare la vita, che è cosa santa (quindi quando voi al mattino aprite gli occhi, apriteli con meraviglia e ringraziate il Signore della vita, ringraziate il Signore della luce); cosa invece molto diversa è l’attaccamento ansioso e ossessivo alla vita, che porta l’uomo a scegliere qualunque cosa pur di difendere o prolungare la sua vita. Anche l’ingiustizia.

Quando sono disonesto con gli altri lo faccio per questo, voglio arricchire la mia vita; e per arricchire la mia vita non voglio ostacoli, neanche gli interessi degli altri, neanche i loro diritti. Quando siamo attaccati alla vita in modo ossessivo, possessivo, allora nascono degli atteggiamenti scorretti, nei quali il nostro vantaggio è il criterio fondamentale delle scelte.

Questo è il peccato.

E questo, come dicevo, è l’altro più grave ostacolo alla speranza. Se il contenuto della speranza è l’amore, è quella città santa che scende da Dio come una sposa abbigliata per il suo sposo, se quindi il contenuto della nostra speranza è la comunione con Dio e la comunione tra noi, su questa strada l’ostacolo più grave è proprio il peccato, l’egoismo. L’egoismo spezza la possibilità di sperare, perché ci rinchiude in noi stessi e toglie i legami con gli altri. Toglie la solidarietà e l’amore e la comunione.

Bisogna dunque fare i conti con queste due realtà: quella della morte e quella del peccato. La speranza deve prendere sul serio e l’una e l’altra. E di fronte a queste due realtà limite deve poi, dicevo, esercitarsi la speranza cristiana.

I novissimi – Morte – Giudizio – Inferno – Paradiso – 4

Bocca di Magra 30-31 ottobre – 1 novembre 1988

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

I novissimi
Morte – Giudizio – Inferno – Paradiso

2ª Omelia

Fil 2,1-4 / Salmo 130 / Lc 14,12-14

Gesù, nel Vangelo che abbiamo ascoltato, fa il confronto fra due tipi di rapporti che si possono stabilire tra le persone: il primo è il rapporto dello scambio, quello che domina nel commercio, dove io do qualche cosa e cerco in cambio qualche cosa di equivalente; il secondo è, invece, il gesto gratuito in cui io do qualche cosa senza la speranza o la pretesa di ricevere qualche cosa in cambio. Il primo è, naturalmente, quel tipo di rapporto che domina in tutta la vita economica, nella vita politica. A dire la verità, ce ne sarebbe anche un terzo, di cui il Vangelo non parla, che è quello di imbrogliare gli altri, cioè di prendere dì più senza dare niente. Ma questo il Vangelo non lo prende in considerazione, e non lo prendiamo in considerazione neanche noi.

Prendiamo invece quello che è il rapporto onesto: do qualche cosa e ricevo in cambio qualche cosa di equivalente. Bene, questo non è mica proibito e ci sta proprio bene nella vita dell’uomo. Però, dice Gesù, appartiene a questo mondo e si ferma in questo mondo: quando tu hai ricevuto il cambio per quello che hai dato, la partita è chiusa e non ci rimane più niente per il futuro; tutto si gioca nell’attuale, nel presente.

Se invece, dice Gesù, tu riesci a porre un gesto gratuito, tu metti il seme dell’eternità, perché il gesto gratuito non viene pareggiato, non riceve il contraccambio e quindi non viene chiuso; rimane aperto per ricevere la ricompensa da Dio nell’eternità. Dice proprio così: “Quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti”. O che bella beatitudine, -dice uno- non ci ricevo niente! In cambio, vuol dire che alla fine, quando faccio il conto, ci ho rimesso. “Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”.

Siccome il tuo conto rimane aperto, ci sarà qualcuno che paga, e quel qualcuno che paga è al di là di questo mondo. In questo mondo non hai il pareggio, ma di là il pareggio viene donato, e colui che paga, colui che firma per questo tuo diritto, è il Signore stesso.

Allora il senso è questo: il gesto commerciale, se è onesto, va bene, ma è un gesto che appartiene a questo mondo; invece il gesto gratuito non solo ha un valore in questo mondo ma si apre all’eternità e ha la sua ricompensa nel dono stesso di Dio. Uno, però, potrebbe anche dire che questo è una bella teoria, ma che in realtà, nel nostro mondo, di gesti gratuiti non ce ne sono. C’è un detto secondo cui per niente non si fa niente, e quindi la gratuità è qualche cosa che uno può immaginare o desiderare con la testa, ma che poi in concreto, quando va al mercato mica riesce ad usarla, e quando si tratta di incontrare gli altri nella vita quotidiana, in quella concreta dell’economia, della politica, ecc., la gratuità non c’è.

Credo che la risposta che darebbe il Signore sarebbe duplice: primo, che la gratuità nel mondo c’è, perché ce l’ha messa Dio; perché i gesti di Dio nel nostri confronti sono essenzialmente dei gesti gratuiti, e quindi noi viviamo della gratuità.

Primo, è un gesto gratuito quello con cui Dio ha creato il mondo.

Dio ha creato il mondo gratis. Non aveva dei doveri nei confronti di nessuno, non doveva restituire niente a nessuno. Se ha creato il mondo, lo ha fatto lui per la gioia di donare, e basta, perché a lui in tasca non gliene viene mica molto; in ogni modo non ne ha bisogno. Siccome Dio è infinito ed è gioia infinita, quella che al mondo gli può giungere di gioia, a lui non fa né caldo né freddo da quel punto di vista lì. L’unica sua gioia e quella di comunicare, è quella di regalare.

Dunque, il gesto con cui Dio ha creato il mondo, è gratuito. E sono gratuiti tutti i gesti che costituiscono la così detta Storia della Salvezza.

Quando il Signore chiama Abramo e gli dice: “Ti voglio benedire e, attraverso te, voglio benedire tutte le famiglie della terra”, uno si chiede per quale motivo ha chiamato Abramo. E può anche immaginare che Abramo fosse una persona particolarmente virtuosa e buona e santa e umile, tanto che si è tirato la benedizione di Dio. Ma la Bibbia (Gen. 12, 1ss) non dice proprio niente delle virtù di Abramo. Abramo era un uomo come tutti gli altri, inserito nella trama normale degli avvenimenti.

Se Dio lo ha chiamato, è perché gli è venuto in mente a lui, perché gli ha voluto bene; in qualche modo si è innamorato, e l’innamoramento è del tutto gratuito. Non ha delle motivazioni, non ha delle spiegazioni per Abramo.

E lo stesso vale per Israele.

Quando il Signore chiama Israele, dice il libro del Deuteronomio: Stai attento a non pensare di essere stato chiamato perché sei un popolo migliore, che, anzi, sei un popolo dalla dura cervice, quindi di testa dura, ostinato e indocile. Se il Signore ti ha chiamato, è semplicemente perché ti ha voluto bene. E il voler bene di Dio è gratuito.

Allora i gesti fondamentali della Storia della Salvezza sono in realtà gratuiti. Ma mica solo!

Se voi ci fate caso, la gratuità c’è nella nostra vita, molto profonda e radicata in tutte le esperienze più belle che noi facciamo. Perché è vero che quando vado al mercato io non do gratis e non ricevo gratis, ma andare al mercato non è nemmeno una delle cose più gradevoli della nostra vita. Ci sono delle cose che sono molto più importanti che andare al mercato.

La prima delle cose più importanti è naturalmente vivere. Ora nessuno di noi vive per un contratto. La vita l’abbiamo ricevuta gratis, senza averla meritata, senza avere dei diritti, niente. Ce la siamo trovata bella e fatta, bella e regalata. Ce l’hanno donata i nostri genitori, e certamente non ce l’hanno mica donata con la prospettiva di ricevere in cambio lo stesso. Perché non è mica che il conto con i genitori è un conto alla pari, che alla fine il dare e l’avere si equivalgano. questo non è mai successo e non succede.

Quando i genitori danno la vita, la danno per la gioia di donarla, perché nel donare la vita si sentono in qualche modo riempiti e realizzati come genitori e fanno una specie di atto di fede nei confronti del mondo, della vita, di Dio e di quel bambino che nasce. Da questo gesto di gratuità nasce, in fondo, la vita.

E le altre esperienze più belle della vita sono ancora gratuità: l’innamoramento, il voler bene, il ricevere l’amore di un altro sono gesti gratuiti. È vero che ci si sposa in due e che il matrimonio è un contratto, ma il contratto non vuole mica dire che il matrimonio sia una questione di dare e di avere. Il matrimonio e piuttosto una questione di due gratuità che si incontrano, di due doni che si incontrano e che costruiscono a vicenda, insieme un futuro e un progetto.

C’è nel codice il dovere che riguarda il marito e la moglie, ma l’amore non e mai semplicemente un dovere; l’amore, quando viene donato, ha sempre un aspetto di gratuità, non me lo sono meritato. Io mi merito la giustizia che uno sia onesto con me, questo me lo merito, questo è un mio diritto; ma che uno mi ami, che mi guardi con benevolenza, che uno sia contento che io ci sia, che uno mi accetti così come sono, oh si, questo è un dono, questa è gratuità, questo è motivo di stupore e deve essere motivo di stupore continuo.

E credo che marito e moglie dovrebbero essere stupiti, tutti i giorni, uno dell’amore dell’altro, uno della gioia che l’altro gli dà con la sua presenza, con il suo affetto e con la sua pazienza: anche questo. L’amore entra nel gioco della gratuità.

E così le altre cose. L’amicizia entra del gioco della gratuità. In fondo, se voi ci fate caso, le cose più importanti della vita sono quelle che noi sperimentiamo come gratis. Torno a dire: l’economia no; nell’economia di gratis c’è poco, ma appunto, l’economia non è il massimo dell’uomo, è un elemento della vita dell’uomo.

Ma, se ha ragione il Vangelo, quello è un elemento bello e buono ma che rimane di qua. L’economia, la borsa e tutte queste cose andranno bene, ma sono robe di questo mondo, non vanno nell’eternità. Non c’è mica il listino della borsa di là, mentre invece il listino dell’amicizia e dell’amore sì. Il listino dell’amicizia c’è; questo dura anche di là perché l’amicizia è un conto aperto, è il conto del gratuito che non ha un pareggio, e proprio perché non ha un pareggio, richiede una risposta di Dio.

E così l’amore è un conto aperto che si apre sull’eternità. Il senso è questo: tutte le volte che noi compiamo un gesto gratuito, anche piccolo, quel gesto è una invocazione a Dio, è come dire a Dio: Ecco, è nelle tue mani il futuro. Questo gesto rimane un gesto aperto che non ha il contraccambio, che non ha la pariglia, allora, proprio perché è un gesto aperto, invoca da Dio una parola che risponda e una parola che completi, che dia perfezione al gesto, e la perfezione al gesti gratuiti si chiama, Paradiso.

Il Paradiso è la risposta di Dio ai gesti gratuiti che sono nella vita dell’uomo, coi quali l’uomo apre sé stesso a Dio stesso.

È il gesto dei genitori che mettono al mondo un figlio. Questo è un gesto gratuito che fa appello a Dio. È il gesto dell’amicizia, il gesto dell’amore e qualunque altro gesto di bontà che l’uomo voglia fare.

E credo che, in questa prospettiva, si può legare il Vangelo con la prima lettura, dove S. Paolo si rivolge ai Filippesi con una specie di invito a cuore aperto. Dice: “Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione…”.

Paolo va a cercare le motivazioni più profonde e più belle che ci possano essere, per invitare i cristiani di Filippi a dargli ascolto. Perché questo? Probabilmente perché a Filippi, la comunità cristiana che Paolo ha fondato in un momento del suo secondo viaggio missionario, in questa comunità sono nate delle divisioni, delle fratture, dei sospetti. Dirà, per esempio, S. Paolo un pochino più avanti: “Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche”.

Naturalmente uno che dice: “Perché Paolo dice queste cose ai Filippesi?”, vuole dire che i Filippesi le mormorazioni e le critiche le conoscevano e queste stavano girando per la comunità. E allora S. Paolo ha bisogno di rispondere, di richiamare questi cristiani alla comunione, e lo fa, come dicevo, con questo invito pressante, con tutto il suo affetto: “Se c’è qualche consolazione in Cristo,… rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. Non fate, nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma piuttosto quello degli altri”.

Siccome la Parola di Dio è parola viva e attuale, parola che riguarda mica i cristiani di Filippi, ma che riguarda voi che siete in questa Eucaristia, vuole dire che S. Paolo sta ancora parlando e sta parlando con me e con voi e ci sta supplicando, per la carità di Cristo, cioè per quello che noi abbiamo in comune di più prezioso con lui, ci sta supplicando perché riusciamo a vivere nella unione dei nostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti.

È come se S. Paolo vi dicesse: “Io vi supplico in ginocchio: vogliatevi bene, andate d’accordo, vincete tutte le divisione e i sospetti che ci possono essere tra di voi. Cancellate tutte le mormorazioni e tutte le critiche. Io ho bisogno -dice S. Paolo- di avere davanti una comunità cristiana che viva l’amore fraterno.

Cristo, prima di morire, ha pregato perché i suoi siano una cosa sola, come Lui, Cristo e il Padre sono una cosa sola; così anche la comunità cristiana sia una cosa sola. “Io ho bisogno -dice S. Paolo- di vedere una comunità così, e vi supplico”.

Uno potrebbe anche rispondere:

“E va bene, sono d’accordo; dobbiamo andare d’accordo, ma bisognerà che facciamo un passo per uno. Se c’è una separazione, una antipatia, una incomprensione bisognerà che faccia un passo io e uno lui, perché se solo io faccio il passo e lui no, io ci rimetto”.

D’accordo, ci rimetti!

Questo è un gesto gratuito, e il gesto gratuito è proprio quello in cui uno ci rimette, altrimenti non sarebbe gratuito. Allora, tu il passo fallo! Se l’altro non farà il suo, è vero che tu ci hai rimesso, però hai fatto un gesto gratuito che si appella all’eternità, che si appella a Dio. Ti risponderà poi Dio a suo tempo, e a suo tempo Dio ti darà molto di più di quello che hai speso, di quello che tu hai meritato.

Ma se non accettiamo la legge dei gesti gratuiti, non c’è barba di comunità cristiana che possa diventare unita, perché, badando ai nostri interessi, non possiamo mica andare d’accordo, non c’è santo che tenga. I nostri interessi non sono tutti uguali: ci sarà sempre il vasaio e l’ombrellaio, quello che vuole il bel tempo e quello che vuole la pioggia.

Nella nostra vita non c’è dal punto di vista economico l’unità. Bisogna pure che qualcuno sia disposto a spendere qualche cosa per riuscire a creare una comunità unita.

E allora: “Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria”.

Che vuol dire: guardatevi dentro al cuore. Per quale motivo tengo ferma la mia opinione o la mia decisione e mi oppongo a Tizio o a Caio? È proprio amore per la verità? È proprio amore per la giustizia? Lo faccio passare per amore della giustizia; evidentemente io dico di avere ragione, e quindi per questo mi scaldo, per questo sono irremovibile perché ho la verità. Ma è proprio amore della verità, o, invece, dentro al cuore c’è entrato un po’ di spirito di rivalità, cioè la puntigliosità?

Il puntiglio (c’entra anche questo) qualche volta capita che ci sia nel nostro cuore, e allora dice S. Paolo: “Quando te ne accorgi, confessalo a te stesso, non fare passare per verità quello che invece è puntiglio; non far passare per giustizia quello che invece è la difesa della tua opinione o del tuo interesse. Allora, se hai questa sincerità, puoi fare il passo avanti”. Non fatelo “per spirito di rivalità o per vanagloria”, cioè perché tutto sia centrato su di voi, sul vostro successo, sulla vostra riuscita, sull’applauso rivolto a voi, ma “ciascuno di voi, con tutta l’umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma piuttosto quello degli altri”.

Questo è il gesto gratuito e -torno a dire- lo so che è difficile.

Facciamo una fatica boia a fare il primo passo, a regalare qualche cosa senza essere convinti o sicuri che l’altro ci metterà la sua parte e risponderà altrettanto. Si fa fatica, però è quella sfida che il Signore ci propone, quella sfida del gratuito, che in alcuni momenti certamente sperimentiamo, ma che deve diventare più diffuso, più ampio, perché la gratuità è la legge della vita di Dio. Quindi la gratuità è la vocazione della nostra vita e sarà quel traguardo di Paradiso al quale siamo indirizzati, orientati. Si tratta di anticiparlo per quello che è possibile.

Credo che l’Eucaristia voglia essere per noi anche una educazione a questo, al gesto dell’amore, al gesto del gratuito -torno a dire- anche piccolo. Non siamo dei grandi eroi capaci di fare dei gesti straordinari, ma ci sono dei gesti piccoli, che forse nessuno vede, che nessuno apprezza, ma che costituiscono pian piano una comunità più fraterna e più unita, una famiglia più fraterna e più unita, un gruppo più fraterno e più unito. Ecco, Sono questi gesti che il Signore ci chiede di sapere rischiare, di sapere donare gratuitamente.

I novissimi – Morte – Giudizio – Inferno – Paradiso – 3

Bocca di Magra 30-31 ottobre – 1 novembre 1988

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

I novissimi
Morte – Giudizio – Inferno – Paradiso

2ª Meditazione
La nostra speranza

Eravamo partiti con la domanda: “Che cosa possiamo sperare nella nostra vita?”.

Chiediamo luce alla Parola del Signore che, credo, ci dona come risposta una serie di immagini di speranza; “immagini” vuol dire: non ci è dato un film anticipato della fine, ma solo una serie di immagini che ci permette di collocarci nell’atteggiamento giusto, nell’atteggiamento della verità nella speranza.

Il testo che prendiamo come primo è al termine della Bibbia, il Cap. 2, 1-5 dell’Apocalisse, che conoscete certamente bene.

[1] Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più.

[2] Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.

[3] Udii allora una voce potente che usciva dal trono: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il ‘Dio-con-loro’.

[4] E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”.

[5] E colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci».

Credo che sia uno dei brani più belli per illuminare e rafforzare la nostra speranza. Incomincia con questa prima immagine: “Vidi un nuovo cielo e una nuova terra” e vuol dire che questo mondo non è destinato all’annientamento ma alla trasformazione; non si deve, non si dovrebbe parlare di “fine del mondo” ma di “fine di un mondo”, per lasciare spazio a un mondo nuovo portato alla perfezione. Facciamo fatica, nel nostro modo di rappresentarci le cose, a capire quella espressione “il mare non c’era più”; facciamo fatica perché il mare evidentemente per noi esprime bellezza e forza e libertà. Ma dovete partire dalla concezione orientale secondo la quale il mare è una realtà ostile all’uomo; nel mare abitano i mostri marini che sono le potenze del male. L’eliminazione del mare non ha un valore geografico, ma vuole indicare che viene cancellato tutto quanto nella nostra storia è ostile all’uomo e alla sua esistenza.

La seconda immagine, accanto a quella del “nuovo cielo” e della “nuova terra”, è quella della città: “Vidi la città santa, la nuova Gerusalemme”. Anche questo è significativo. Il contenuto della nostra speranza è una città. Che cosa vuol dire? Uno stare insieme degli uomini; non è l’oasi in cui uno va a ritirarsi per godere in privato la bellezza del mondo; no, al centro della nostra speranza c’è una città.

Città vuol dire stare gomito a gomito, vuol dire la solidarietà tra gli uomini, vuol dire creazione di un tessuto di comunione e di sostegno reciproco. Immagine della speranza è una città che viene da Dio; è fatta di uomini ma è fatta da Dio, creata da Dio, scende da Dio.

L’altra immagine – è “pronta come una sposa adorna per il suo sposo”. Che il matrimonio sia un simbolo di speranza, questo ricorre frequentemente in tutta la Bibbia. Gesù si è servito spesso dell’immagine del banchetto del matrimonio per indicare il contenuto della promessa di Dio. Noi speriamo in un mondo dove al centro c’è l’esperienza di amore, di comunione e di dono. “Udii allora una voce potente che usciva da trono: ‘Ecco, la dimora di Dio con gli uomini!”.

Badate che Dio non parla molto spesso nel libro dell’Apocalisse; credo che questa sia una delle pochissime frasi che Dio pronuncia. direttamente: una voce esce dal trono: «Ecco, la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà “Dio-con-loro”»;

Che vuol dire portare a piena realizzazione l’esperienza di Alleanza che sta al centro del messaggio biblico. Al centro della Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, ci sta questa convinzione: che Dio è venuto a cercare gli uomini e che Dio con gli uomini ha costruito un rapporto di alleanza.

Ora, “Alleanza” vuol dire appartenenza reciproca, vuol dire che Dio diventa il Dio degli uomini e gli uomini diventano il Popolo di Dio. Siccome Dio diventa il Dio degli uomini, Dio si assume, e in proprio, la responsabilità della vita degli uomini, la responsabilità della, loro protezione, della loro salvezza,; e siccome gli uomini diventano il popolo di Dio si assumono la responsabilità dell’obbedienza e della fedeltà a Dio.

Questa appartenenza reciproca è già attuale nella storia, perché, dico, voi siete popolo di Dio o no? Siete stati battezzati, avete su di voi il segno di appartenenza a Dio in Gesù Cristo, quindi voi dovete vivere per il Signore: la vostra vita consiste nel dare gloria a Lui, è obbedienza e fedeltà a Lui; nello stesso tempo siete convinti che il Signore ha già incominciato a mostrare verso di voi la sua protezione, il suo amore, la sua misericordia, il suo perdono.

È una esperienza attuale quella dell’Alleanza, quello dello stare in comunione con il Signore; tutte le volte che celebriamo la Messa rinnoviamo questa esperienza.

Bene, il termine della storia sarà questa stessa esperienza portata alla perfezione: “Essi saranno il suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. “E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono scomparse”.

Se fin d’ora noi facciamo delle esperienze di comunione, di amore, di gioia, di fedeltà, di abbandono in Dio – e ne facciamo – e se queste esperienze sono come la garanzia che la speranza non è una illusione perché ne facciamo già esperienza, dobbiamo però riconoscere che tutte queste esperienze vanno insieme con limiti dolorosi; siamo costretti a fare i conti con il tempo che passa, cancella e corrode, e soprattutto con quel limite estremo, non eliminabile, che è la morte.

Per questo tutte le esperienze terrene che noi facciamo hanno una specie di marchio di limitazione, comportano un peso di sofferenza perché non possono durare per sempre. Allora “asciugherà ogni lacrima; non ci sarà più la morte, né lamento, né affanno. Ecco, io faccio nuove tutte le cose”.

E ‘nuove’ vuol dire, in questo caso, definitive; non vuole dire solo che Dio le ringiovanisce un po’, le fa sembrare un pochino più recenti, no!

Vuole dire che le porta alla perfezione, al compimento, in modo che rimangono nuove per sempre; non diventeranno mai vecchie, la morte non le cancellerà più. Questo dice l’Apocalisse offrendoci così una serie di immagini che contengono un messaggio di amore, di comunione, di speranza. Quello che l’Apocalisse vuole dire è che l’ultima parola sulla storia la dice Dio, e che questa parola è una Parola di Vita.

In quella lotta perenne tra vita e la morte, l’ultima parola spetta alla Vita. Nel messaggio dell’Apocalisse la morte è una realtà essenzialmente provvisoria. Noi facciamo esperienza della provvisorietà della vita: io ho alcuni anni da vivere, poi devo fare i conti con la morte che mi si presenta definitiva e invincibile, ma dalla quale non si torna indietro.

Nel progetto di Dio, invece, e all’interno della potenza di Dio, è la morte che è provvisoria. “Non ci sarà più la morte” e il libro di Isaia, come vedremo, descrive la morte che viene ingoiata. nella immaginazione biblica la morte è una gola vorace che divora ogni giorno moltitudini di esseri umani e che non si sazia mai. È una gola che non si riempie, che non si sazia; ma un giorno, dice il profeta, sarà la morte ad essere ingoiata.

C’è qualche cosa che è più potente della morte stessa, e che la vince, la cancella, la annulla. Questo sta al termine della storia; questo è la nostra speranza.

Ma naturalmente bisogna esaminare il cammino che ci conduce a questo traguardo e per far questo dobbiamo ritornare all’inizio del libro della Genesi. Abbiamo letto l’Apocalisse: “Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra”. Non c’è dubbio che quando Giovanni scrive queste cose vuole richiamare la prima pagina della Bibbia:

“In principio Dio creò il cielo e la terra”.

Queste due pagine sono come la cornice che raccoglie tutto il messaggio biblico: “In principio Dio creò il cielo e la terra”, poi: “Io vidi un nuovo cielo e una nuova terra”. Tutto quello che c’è in mezzo è la nostra storia, sono quel miliardi di anni che ha il nostro mondo e che nel progetto di Dio hanno proprio questo significato: sono il passaggio da una prima creazione a una seconda e definitiva creazione. In queste due pagine c’è tutto: l’origine e il compimento.

Torniamo allora all’inizio della Bibbia e proviamo a meditare un tantino la prima pagina:

(Gen 1, 1-5)

[1] In principio Dio creò il cielo e la terra.

[2] La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

[3] Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu.

[4] Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre

[5] e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.

Voi ricordate il racconto; non lo possiamo rileggere adesso per mancanza di tempo: lo lascio alla vostra meditazione. Che cosa vuol dire questo racconto? La prima cosa fondamentale è questa, che secondo il libro della Genesi il mondo non esiste per caso, ma per una volontà consapevole e potente.

E quando dico “il mondo”, non intendete semplicemente le cose materiali, ci mettiamo dentro anche noi stessi: io ho una esistenza, io vivo. Che senso ha questa esistenza? Sono a questo mondo per caso, senza che la mia esistenza significhi niente per nessuno? Mettiamo insieme tutti noi, l’umanità nel suo complesso; dobbiamo pensare che essa significhi qualcosa per qualcuno o no?

Il libro della Genesi dice chiaramente !

Dio disse: ‘Sia la luce”. È la Parola di Dio che ha chiamato all’esistenza, e ‘Parola’ vuol dire consapevolezza, riflessione, vuol dire progetto e saggezza. Secondo la Bibbia esistere significa essere chiamati; esistere significa rispondere a Dio.

Tutte le volte che tu al mattino apri gli occhi e incominci una giornata nuova, bene, stai rispondendo a qualcuno che ti chiama. C’è qualcuno che ti dà la vita, che ti dona una giornata, te la mette davanti con un progetto e ti chiama: “Dai, vivi, vivi oggi”. E tu rispondi. Rispondi con le tue parole, con i tuoi gesti, con la tua sofferenza, con il tuo impegno. In tutti i modi rispondi a Lui.

Il libro di Baruc dice nel Cap. 3: (3, 32-35)

[32] Ma colui che sa tutto, la conosce e l’ha scrutata con l’intelligenza. È lui che nel volgere dei tempi ha stabilito la terra e l’ha riempita d’animali:

[33] lui che invia la luce ed essa va, che la chiama ed essa obbedisce con tremore.

[34] Le stelle brillano dalle loro vedette e gioiscono;

[35] egli le chiama e rispondono: «Eccoci!» e brillano di gioia per colui che le ha create.

Naturalmente è una interpretazione poetica. Io interpreto la luce delle stelle come la risposta di gioia alla Parola di Dio che le crea. Le stelle esistono per questo e tutto quello che vive, con la sua stessa esistenza, risponde a Dio. Ciò vale per le cose, vale per l’uomo.

Esistere è questo, secondo la Bibbia. Quando il Signore chiamò Abramo, dice il libro della Genesi, (Gen 12, 1-4a)

[1] Il Signore disse ad Abram: «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò.

[2] Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione.

[3] Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra.

[4] Allora Abram partì come gli aveva detto il Signore

Abram partì come gli aveva detto il Signore” vuol dire: da quel momento in poi Abramo non è semplicemente un uomo che vive la sua vita, ma è un uomo che con la sua vita risponde a Dio.

C’è una parola di Dio che lo ha chiamato e lui risponde, e lui dice di sì, e lui cammina, e lui obbedisce. Vive e cammina alla presenza di Dio. Essere alla presenza di Dio è la realtà profonda del mondo.

Ancora, dice il libro della Genesi, c’è una approvazione di Dio nel confronti di ogni realtà umana. Dopo la creazione della luce, si legge: “Dio vide che la luce era una cosa buona”.

Dire questo, significa che Dio apprezza il mondo. Questo mondo qui, seppure limitato e povero, Dio lo apprezza e lo vuole. L’approvazione di Dio si rivolge al mondo nel suo complesso, ma si rivolge anche ad ogni creatura nel mondo. Il che vuol dire ancora che quando tu alla mattina apri gli occhi e incominci una giornata, devi sapere che Dio approva la tua vita, che Dio ti dice: “É una cosa buona che tu viva, è una cosa buona che tu esista; questa giornata che hai davanti io la voglio, e voglio che in questa giornata tu viva, tu cresca, tu ami e tu realizzi un progetto che è il mio progetto”,

o si potrebbe dire: il nostro progetto, il progetto di Dio con noi.

C’è questa approvazione. E bisognerebbe che noi ce la sentissimo sulla pelle la approvazione di Dio, la volontà positiva di Dio nei nostri confronti.

Andando avanti, (saltiamo i diversi giorni della creazione) si arriva alla creazione dell’uomo. (Gen 1, 26)

[26] E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».

Hanno discusso e discutono ancora tantissimo gli esegeti su questa strana espressione: “Dio fece l’uomo a sua immagine, secondo la sua somiglianza”. Lasciamo stare però tutte queste discussioni, anche belle e interessanti, ma che ci porterebbero lontano. E riprendo una espressione molto semplice della lettera di S. Paolo ai Colossesi che dà l’interpretazione ultima di questo versetto, quando, parlando di Gesù Cristo, dice: (Col. 1, 15-19)

[15] Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura.

[16] poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.

[17] Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui.

[18] Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose.

[19] Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza»

per cui “in Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità”.

Che cosa vuol dire questo?

Vuole dire che quel progetto che Dio aveva in mente all’inizio (“fece l’uomo a sua immagine e somiglianza”), quel progetto è realizzato in Gesù Cristo. Perché quando Dio guarda Gesù Cristo è come se vedesse se stesso allo specchio; ci si trova proprio bene in Gesù Cristo. Dice: “Quello, sono proprio io, è la mia immagine, è la traduzione del mio cuore in realtà umana, in storia umana”.

Gesù Cristo rappresenta questo. È uomo, Gesù Cristo, è carne. Le cellule del corpo di Gesù Cristo sono fatte degli stessi elementi di cui sono fatte le nostre. Sono fatte di carbonio, di ossigeno, di idrogeno, di azoto. E però queste realtà terrene chimiche, umane, sono trasformate in Gesù Cristo tanto da diventare immagine di Dio. Fa impressione il pensare che il carbonio e l’idrogeno e l’ossigeno possono diventare immagine di Dio, ma in Gesù Cristo è accaduto esattamente questo: l’uomo Gesù di Nazaret, la carne di Gesù di Nazaret, è una immagine vera, autentica, nella quale Dio si riconosce. Gesù Cristo ha fatto questo miracolo: ha portato il mondo alla somiglianza con Dio, in se stesso.

Ebbene, Cristo è il progetto di Dio sul mondo. È l’idea che Dio aveva in mente fin dall’inizio. Il mondo e la storia tendono verso di lui. Se ci sono alle nostre spalle 17 miliardi di anni di evoluzione di questo cosmo per arrivare a formare l’uomo, bene, questa lunghissima evoluzione tende, nel progetto di Dio, a Gesù Cristo. Dio in Gesù Cristo ci si trova, e il mondo, in Gesù Cristo, prende il volto di Dio, l’impronta di Dio.

Dunque “In principio Dio creò il cielo e la terra”. Chiedo ancora: “Ma chi glielo ha fatto fare? Che cos’è che spinge Dio a creare?”. E la risposta della Bibbia non è altro che questa: che Dio crea per la gioia di comunicare la sua vita, per la gioia di donare gioia, per la gioia di donare benedizione, la ricchezza della sua vita.

È un modo di dire dei filosofi medioevali, che “il bene tende a diffondersi”; il bene non sta chiuso in se stesso, non si ripiega su se stesso, ma tende invece a comunicarsi, è contento quando fa contente altre persone, quando dona.

Il bene è fatto così, Dio è fatto così.

Dio è ricco di vita e desidera comunicarsi. Il senso del mondo sta in questa vita comunicata, trasmessa. E il senso dell’uomo è di ricondurre questo mondo concreto a Dio; cioè allargare l’immagine di Cristo in modo che il mondo intero assuma l’impronta di Gesù Cristo.

Mi spiego un pochino, se ce la cavo. Gesù Cristo è un pezzo di mondo, è un uomo, quindi una parte di questo mondo, però è immagine perfetta di Dio. In quel pezzettino di mondo che è l’umanità di Gesù Cristo, Dio si ritrova perfettamente.

Bene, il progetto è che quel pezzettino di mondo che è Gesù Cristo sia allargato; invece di essere semplicemente l’uomo Gesù di Nazaret, diventi un gruppo, diventi un popolo, diventi una umanità. È quello, per esempio, che è avvenuto nei Santi. S. Francesco era considerato un secondo Gesù Cristo dai suoi contemporanei. Vuol dire che quando guardavano S. Francesco ci trovavano i lineamenti di Gesù. Esattamente Francesco ha fatto questo, e questo deve fare ogni cristiano.

Quello che voi siete chiamati a fare è riprodurre in voi i lineamenti di Cristo. E se voi portate in voi stessi i lineamenti di Cristo, voi portate il mondo alla sua perfezione, al suo scopo, perché il mondo non ha altro scopo che questo.

E come fate a compiere questa trasformazione?

Beh, ci sono almeno due cosettine che si possono dire. La prima è la lode. Voi trasformate il mondo lodando Dio a nome del mondo intero. Quello che abbiamo fatto stamattina quando pregavamo con il Cap. 3 del libro di Daniele: “Benedite opere tutte del Signore, il Signore”. Quando si prega così vuol dire che le creature non rimangono mute; (certo le stelle non sanno parlare, non hanno consapevolezza, e allora gliela presto io) do io a loro una voce; dono io un cuore al mondo, alla natura, perché questo mondo e questa natura possano benedire Dio, riconoscere la grandezza di Dio. Quando faccio questo in qualche modo io animo il mondo, do un’anima al mondo; gli do un supplemento di anima, quello che l’uomo possiede e che può comunicare alle creature attraverso la lode di Dio.

C’è un secondo modo in cui trasformiamo il mondo secondo Gesù Cristo ed è usando le cose come Dio comanda, secondo il progetto e la volontà di Dio. E siccome la volontà di Dio è la vita dell’uomo, usando le cose per il bene dell’uomo. Quando voi lavorate e vivete e trasformate questo mondo nella maniera giusta per il bene dell’uomo, voi realizzate il progetto di Dio. Quando muratori e carpentieri e architetto e geometra si mettono insieme e progettano e fanno una casa, usano dei materiali di questo mondo (terra, legno, minerali, metalli e quello che volete) e li trasformano in una casa. Li trasformano, cioè, in un luogo di sicurezza, di intimità, di dialogo, di famiglia, di identità umana. Quanto sia importante una casa perché una famiglia possa vivere, perché possa realizzare il dono, il dialogo, l’amore, credo che non ci sia bisogno di dimostrarlo: la casa non è solo una struttura architettonica ma è un elemento essenziale della vita umana integra.

Perciò quando tu ti metti a lavorare e collabori con gli altri per costruire una casa, tu crei un pezzettino di mondo che rientra dentro il progetto di Dio, perché favorisci la vita dell’uomo, favorisci la sua vocazione di amore. È quello che fa anche un insegnante quando cambia, plasma il tempo e lo fa diventare un’occasione di conoscenza, di maturazione personale. Insegnare vuol dire questo: spendiamo del tempo per cavare fuori nel dialogo, nello studio una conoscenza e una educazione e una maturità più grandi. Lo stesso vale per un medico e per ogni professione. Anzi lo stesso vale anche per un ammalato cronico che è inchiodato sul suo letto, che non produce niente, ma che trasforma la malattia e la sofferenza in pazienza, fede, bontà, speranza; anch’egli in questo modo è immagine di Cristo, non c’è dubbio.

Il progetto di Dio, abbiamo detto, è che il mondo intero assuma pian piano, progressivamente, i lineamenti di Cristo. Ed è questo che voi siete chiamati a fare. Quando noi diciamo: “Il contenuto della nostra speranza è la nuova Gerusalemme, è la comunione degli uomini con Dio, è la dimora di Dio con noi”, quelle cose che abbiamo ascoltato dall’Apocalisse, questo non vuol dire semplicemente: “Noi aspettiamo che nell’anno X del futuro avvenga questa meravigliosa trasformazione e nascano i cieli nuovi e la terra nuova”.

Non vuol dire questo.

Vuol dire: Questa è la tua speranza; allora cammina, dai! muoviti; vai verso quella meta, verso quel traguardo; non so fin dove arriverai, ma devi camminare in quella direzione. Se la tua speranza è che il mondo assuma i lineamenti di Gesù Cristo e diventi un mondo nuovo, tu nella tua vita incomincia fin d’ora ad assumere i lineamenti di Gesù Cristo e a produrre dei germi di speranza, dei germi di un mondo nuovo.

La speranza non è qualche cosa che riguarda solo il futuro, ma qualche cosa che coinvolge il nostro presente, che si dà un orientamento, un cammino. L’unica realtà che rimane assolutamente negativa, cioè che non entra dentro al mondo nuovo (come dicevo, dentro a questo mondo trasformato ci sta il lavoro, ci sta la cultura, ci sta anche la pazienza dell’uomo che soffre), l’unica cosa che non ci entra dentro è l’egoismo, l’avidità, l’aggressività, in una parola il peccato. Quando io uso il mondo per farne uno strumento della mia aggressività (questo si chiama guerra e odio), allora io sto camminando contro il progetto di Dio, mi sto piegando su me stesso. Invece di aprire il mondo verso la speranza, lo rinchiudo dentro la disperazione e la morte. Nella lotta tra la vita e la morte, sto optando per la morte: vado contro la direzione della speranza di Dio.

Il libro della Sapienza ha alcuni versetti molto belli. Scrive così, (Sap 11, 23-26):

[23] Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi, non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento.

[24] Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata.

[25] Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza?

[26] Tu risparmi tutte le cose, perché tutte sono tue, Signore, amante della vita, poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose.

È uno dei titoli più belli di Dio: “amante della vita!” Signore amante della vita. La conclusione è chiara: il progetto di Dio è la vita, non la morte; devi metterti anche tu in questa prospettiva. Dio approva le cose, approvale anche tu. Tu devi approvare tutto quello che esiste e devi accogliere di cuore ogni persona umana che incontri.

Questo non vuole dire che tu devi approvare il male, ma approvare le persone, sì. Accettare di cuore la realtà, sì. Questo entra dentro alla volontà di Dio: amare, amare la vita, cantare un inno alla vita. Questo, dicevo, il progetto di Dio, che però deve scontrarsi, come dicevamo, con degli ostacoli gravi che bisogna tenere presente. La speranza se vuole essere lucida, deve misurare gli ostacoli, non può illudersi che non ci siano. E, siccome ci sono degli ostacoli a questo progetto di vita, bisogna che li misuriamo. il primo ostacolo è il limite; in particolare quel limite estremo che si chiama la morte. Con la morte l’uomo deve misurarsi, deve sentirne dolorosamente il peso, come un limite invalicabile.

Insieme con questo, tutta un’altra serie di limiti che l’accompagnano: il limite, per esempio, del sapere. Le cose che noi sappiamo sono molto poche, rispetto alle tante delle quali rimaniamo ignoranti. E bisogna che misuriamo questo limite del sapere.

Così come il nostro limite nel potere. Noi possiamo fare, possiamo realizzare cose stupende, però il nostro potere è essenzialmente circoscritto da dei limiti gravi. Così come è limitato il nostro valore. Ciascuno di noi vale, dal punto di vista morale perché è buono, è paziente e così via, ma non è difficile misurare anche qui il limite del nostro valore. Tutti questi limiti ci stanno dentro alla nostra vita.

Potete pregare, se volete, il salmo 90, “Salmo di Mosè, uomo di Dio”, dice il titolo. È l’unico salmo di Mosè nel Salterio. Dice:

[1] Signore tu sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.

[2] Prima che nascessero i monti e la terra e il mondo fossero generati, da sempre e per sempre tu sei, Dio.

[3] Tu fai ritornare l’uomo in polvere e dici: «Ritornate, figli dell’uomo».

[4] Ai tuoi occhi, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte.

[5] Li annienti: li sommergi nel sonno; sono come l’erba che germoglia al mattino:

[6] al mattino fiorisce, germoglia, alla sera è falciata e dissecca.

[7] Perché siamo distrutti dalla tua ira, siamo atterriti dal tuo furore.

[8] Davanti a te poni le nostre colpe, i nostri peccati occulti alla luce del tuo volto.

[9] Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua ira, finiscono i nostri anni in un soffio.

[10] Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore, passano presto e noi ci dileguiamo.

Dio è vita senza limiti, pienamente consapevole di se stessa e che non conosce ostacolo nel tempo. Ma questo vale solo per Dio.

Allora, dicevo, bisogna fare i conti con la realtà del peccato. C’è in noi a volte una esperienza di egoismo che è negativa e che si oppone al progetto di Dio molto più gravemente che non il limite della natura umana. E tuttavia, nonostante il limite e la morte e il peccato, il progetto di Dio rimane un progetto di vita e di speranza e ha davanti a se la vittoria. Rileggiamo come ultimo un brano di Isaia che ricordavamo prima, al Cap. 25 vers. 6. È ancora un’immagine di speranza da accostare a quella dell’Apocalisse Cap. 21 con cui siamo partiti. (Is 25, 6-9)

[6] Il Signore degli eserciti preparerà su questo monte un banchetto di grasse vivande, per tutti i popoli, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati.

[7] Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti.

[8] Eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto; farà scomparire da tutto il paese la condizione disonorevole del suo popolo, poiché il Signore ha parlato.

[9] E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza».

Anche qui siamo nel regno delle immagini, ma non per questo il testo è meno impegnativo. La speranza si esprime esattamente così; essa non sta in quello che noi vediamo, ma sta invece nell’aprire il nostro cuore a qualche cosa che va al di là del presente, al di là dell’avere, del possesso. E questo è esattamente quello che ci aiuta a capire le immagini.

Dunque Isaia ci offre come immagine di speranza un banchetto aperto a tutti i popoli. E per banchetto intendete non un posto dove ci si ingozza di cibo. Il banchetto è una esperienza tipicamente umana; certo, anche gli animali mangiano, ma non banchettano. “Gli animali mangiano” vuole dire che ingeriscono quelle sostanze di cui hanno bisogno per vivere. Ma per l’uomo ‘mangiare’ vuol dire mettersi a tavola e condividere il pasto con gli altri. Pensate a una famiglia che sta insieme a pranzo o a cena. Non è lo stesso mangiare tutti insieme o mangiare ciascuno per conto suo a orari diversi. Il banchetto significa questo, è il senso del mangiare umano, della umanizzazione del pasto. Il pasto è umanizzato nel memento in cui diventa condivisione e banchetto e dialogo e gioia dello stare insieme.

La seconda immagine è quella della liberazione dall’ignoranza. “Il Signore strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli”. C’è un velo che copre la nostra faccia, che ci impedisce dì vedere la realtà autentica delle cose, quello che non viene percepito dai giornali, perciò sta al di là della superficie. Nella concezione biblica, la realtà autentica è l’amore, perché Dio è amore e la vocazione del mondo è l’amore. Questo non lo vediamo così chiaro; ci sono tutta una serie di esperienze di disturbo che ci impediscono di riconoscere che l’essenza del mondo è nel dono e che l’uomo trova la vita quando impara a donare, quando impara a comunicare. Lì sta il culmine, il compimento. Ebbene, in quel giorno “Il Signore strapperà il velo che copriva la faccia di tutti i popoli, la coltre che copriva tutte le genti”.

Poi l’altra immagine di cui parlavamo prima: “ingoierà la morte per sempre”. Quella morte che ingoia gli uomini, sarà ingoiata a sua volta.

E ancora: “la condizione disonorevole del suo popolo farà scomparire da tutto il paese”.

Vuol dire la condizione di una vita degradata, l’umiliazione e il peso della schiavitù (il profeta si riferisce probabilmente all’esilio di Babilonia, ma non solo questo). La condizione disonorevole Dio la farà scomparire.

Ecco il nostro Dio, in lui abbiamo sperato perché ci salvasse”. Questo, volevo dire come inizio del nostro cammino io. Ci interessa rispondere a quella domanda: “Che cosa possiamo sperare?”. Abbiamo ricavato la risposta da alcuni testi biblici: Apocalisse 21 e Isaia 26.

Li abbiamo visti, questi testi, come il punto di arrivo della storia, ma non basta guardare il punto di arrivo. Abbiamo cercato di vedere anche il cammino che ci deve portare lì. Siamo tornati per questo all’inizio della Bibbia.

In Genesi 1 c’è la creazione del mondo e la creazione dell’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio, che vuole poi dire dell’uomo fatto sul modello di Cristo. Allora il senso della vita umana è di trasformare in Cristo la realtà. È quello che l’uomo fa quando si apre alla lode di Dio, poi anche quando lavora o studia o soffre e introduce in questo lavoro o studio o sofferenza l’amore che ha imparato da Gesù Cristo. Quando uno fa questo, sta plasmando un pezzo di mondo, un pezzo di storia; e lo sta orientando nella prospettiva della speranza. Per questo, dicevamo, la speranza cristiana non è solo il pensare a qualche cosa che avverrà alla fine dei tempi, ma è invece cominciare a camminare verso questo traguardo e quindi cominciare a trasformare la storia nella quale viviamo (famiglia, città, ambienti di vita). Si tratta di introdurre l’amore di Cristo dentro alle cellule dell’esistenza sociale umana. Quando questo avviene, il nostro mondo, la nostra storia vengono sintonizzati su quella che è la speranza.

Rimane da vedere come questo progetto si scontri con l’ostacolo del limite e del peccato; sarà questo l’argomento delle prime meditazioni.

I novissimi – Morte – Giudizio – Inferno – Paradiso – 2

Bocca di Magra 30-31 ottobre – 1 novembre 1988

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

I novissimi
Morte – Giudizio – Inferno – Paradiso

1ª Omelia

Parola di Dio: Dt 6,2-6 / Salmo 17 / Eb 7,23-28 / Mc 12,28-34

Il significato della domanda che lo scriba fa a Gesù è comprensibile se la collocate nel contesto della esistenza di Israele. Lo scriba è naturalmente uno studioso della Legge dell’Antico Testamento, che ha speso tutta la sua vita per capire quali la volontà di Dio.

Gli scribi hanno esaminato i libri della Legge, i libri scritti da Mosè, e da questi libri hanno ricavato tutte le indicazioni necessarie all’uomo per obbedire a Dio. Ora, secondo la tradizione degli scribi, i comandamenti di Dio sono, numerandoli tutti, 613: ne avevano contati 365 come comandamenti negativi, proibizioni e 248 come comandamenti positivi, dei comandi.

E naturalmente, l’idea che stava sotto a questa numerazione era molto bella, perché 365 sono i giorni dell’anno e 248 erano, nel computo dei rabbini, le membra del corpo umano. E quello che volevano dire è che non c’è un giorno della tua vita e non c’è un’azione di un tuo muscolo che non debba essere vissuta in sintonia con la volontà di Dio, che non debba sottomettersi alla sua volontà.

La volontà di Dio riguarda proprio tutti, deve coinvolgere ogni comportamento dell’uomo. Solo che 613 comandamenti sono un pasticcio, perché, primo: sono difficili anche solo da imparare a memoria e li può osservare solo uno che abbia il tempo da dedicare – nella sua vita – ad uno studio accurato della Legge, per capirli uno per uno e sapere quali sono le esigenze che vengono da ciascuno di questi comandamenti.

Quindi molta gente era praticamente tagliata fuori dall’osservanza della Legge. Un pastore, per esempio, era considerato una persona impura proprio perché non avrebbe mai potuto osservare tutti quei comandamenti lì, a cominciare dal comandamento di lavarsi le mani quando si andava a tavola. (Un pastore evidentemente non lo può osservare, e siccome non lo può fare, è tagliato fuori).

Se questa è la situazione, si capisce il desiderio che gli scribi avevano di ricondurre questa selva di comandamenti a un centro.

D’accordo.

Sono 613 i comandamenti che si trovano nella Legge di Mosè, mettendo insieme tutto; ma c’è un centro, c’è qualche cosa che stia prima degli altri e che serva come da orientamento fondamentale?

È la domanda che fanno a Gesù: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Che vuole dire: cos’è l’essenziale della volontà di Dio, che cosa è che Dio vuole al di sopra di ogni altra cosa?

La risposta di Gesù è strana; almeno per una parte è comprensibile, dall’altra è strana. Risponde:

“Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta. la tua mente e con tutta la tua forza”.

E fin qui le cose vanno bene; questa è, una risposta chiara, perché coglie il centro della vita religiosa; chiara perché rimanda a un testo famosissimo del libro del Deuteronomio (quello che abbiamo ascoltato nella prima lettura) che gli Ebrei recitavano tutte le mattine e tutte le sere, e gli Ebrei religiosi continuano a recitare mattino e sera, come il richiamo a una dimensione fondamentale della loro vita.

Il Signore Dio nostro è l’unico Signore”. Vuole dire: noi siamo debitori della nostra vita, della nostra salvezza a un’unica divinità, che è il Signore. Non ce ne sono altre; per noi non ci sono altri dei ed altri signori. Dunque, siccome c’è Lui solo, bisogna dare tutto, proprio tutto: tutto il tuo cuore, tutta la tua anima, tutta la tua forza.

Tutto il tuo cuore vuole dire tutte le tue decisioni, tutta la tua anima vuole dire i tuoi pensieri e i tuoi progetti, tutte le tue forze vuole dire tutte le tue azioni. Quindi non c’è niente della tua vita che esca dal rapporto con Dio. E questo in una concezione religiosa è evidentemente essenziale.

Dio non è semplicemente una delle tante persone o delle tante istituzioni che io debbo rispettare. Allo Stato pagherò le tasse, pagherò il 18%, il 20% o il 27%, quello che sarà, ma quando ho pagato quello, il resto lo posso tenere per me. Con Dio no! A Dio non posso dare il 20% della mia vita e neanche il 90%; a Dio bisogna dare tutto, tutto.

La stranezza viene dopo, perché Gesù continua:

“E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso”.

Dicevo una stranezza, perché in realtà lo scriba questo qui mica glielo ha chiesto. Gli aveva chiesto: “Qual è il primo?”. Quindi poteva ben fermarsi e, data quella risposta, la risposta era completa. E invece no. Non è completa. Vuole dire che, secondo Gesù, non si riesce a dire il primo comandamento senza aggiungerci anche il secondo. È vero che questo è il secondo e non il primo; è vero che il prossimo non è Dio e che a Dio bisogna riconoscere il primo posto; però sono due comandamenti così legati, che si tirano necessariamente l’uno con l’altro. Per cui: Ami il Signore con tutto il tuo cuore? Bene, allora devi metterci anche l’amare il tuo fratello con tutto te stesso: “Ama il prossimo tuo come te stesso”.

Questo “come te stesso” è un piccolo capolavoro, perché vuol dire che non puoi mai misurare quello che doni agli altri. Amare se stessi evidentemente è tutta la nostra vita. Tutta la nostra vita è centrata su questo rispetto e accettazione di noi stessi; bene, con la stessa disponibilità, con lo stesso amore devi aprirti nel dono verso gli altri.

Quindi considera l’altro come una parte di te stesso, e quella premura e quell’attenzione e quel rispetto che usi per te, consideralo come necessario anche nei confronti del tuo fratello.

Ma viene naturalmente la domanda: Perché questi due comandamenti devono andare sempre insieme? E la risposta deve essere per lo meno duplice:

Primo: Non si può amare Dio senza amare anche il prossimo. Lo diceva San Giovanni in quel versetto famoso della sua prima lettera che ricordate: (1° Gv 4,20)

[20] Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede”.

Ma perché non si può amare Dio senza amare il fratello? Perché amare Dio vuole dire prenderlo coni com’è: Dio. Vuol dire accettarlo così com’è, vuol dire spalancare il cuore perché Dio ci entri dentro, e ci entri dentro così com’è. E siccome Dio vuole bene a tutte le creature e vuole bene a quella creatura speciale che è l’uomo, e vuole bene a ciascun uomo, al singolo uomo, se il Signore chiama le stelle per nome (come dice il salmo) a maggior ragione chiama ogni uomo per nome (non li considera mica in massa, per numero, ma ciascuno lo conosce per nome).

Se il Signore chiama ciascuno per nome e vuole bene a ciascuno per nome, bisogna che faccia così anche tu. Se accogli Dio nella tua vita, ti devi mettere in sintonia con lui. Se il Signore fa sorgere il sole sopra i buoni e sopra i cattivi, fa piovere sui giusti e su gli ingiusti, allora. devi anche tu accettare che buoni e cattivi entrino nell’orizzonte della tua benevolenza, del tuo amore e del tuo dono.

Se a Dio vuoi davvero bene, cioè se Dio lo accetti davvero dentro di te, allora il suo atteggiamento nei confronti degli uomini deve diventare anche il tuo.

Questo dice una cosa molto semplice, ma significativa. Amare Dio, secondo questo atteggiamento del Signore, non vuole dire innalzarsi al di sopra del mondo, dimenticare il mondo, la storia, gli altri, la famiglia, i doveri e tutte queste cose qui; amare Dio non vuole dire questo.

Amare Dio vuol dire: stacci nel mondo, ma stacci con il cuore di Dio; sta in mezzo agli altri, ma con l’atteggiamento che ha Dio; vivi il tuo lavoro, ma vivilo secondo che Dio ti chiede di viverlo. Cioè amare Dio vuol dire fare la sua volontà in concreto.

Fare la sua volontà (può essere una espressione che potrebbe anche essere interpretata male) vuole dire sintonizzarsi sul cuore di Dio, sul suo atteggiamento interiore. Per questo non si può amare Dio senza amare anche il prossimo: perché Dio, il prossimo, lo ama.

Ma vale anche la reciproca.

In fondo di questo siamo abbastanza convinti, che non si può amare Dio senza amare il prossimo; l’abbiamo sentito dire, martellare tante volte in chiesa, che l’amore del prossimo è fondamentale, che ne siamo convinti, magari non riusciamo poi a farlo, però ne siamo convinti.

Ma vale anche la reciproca: che non si riesce ad amare il prossimo senza amare Dio. E questo è più difficile da capire.

Amare il prossimo vuole dire, nella prospettiva di Gesù, amare ogni persona che ci capita a portata di rapporto e che in qualche modo si presenta come un appello al nostro amore e alla nostra benevolenza; e questo amore deve rivolgersi a tutti. “Se qualcuno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”.

Io ce la cavo abbastanza bene ad amare le persone simpatiche. Ci sono delle persone gradevoli con le quali chiacchierare e stare e proprio una meraviglia e si allarga il cuore, uno si distende i nervi e sta proprio bene.

Voler bene a quelle persone non faccio una grande fatica; se hanno bisogno di qualche cosa, mi posso fare anche in quattro se è una persona gradevole. Ci sono anche delle persone che forse non sono particolarmente gradevoli, ma sono persone di tutto rispetto: sono persone notevoli, in gamba, con una buona cultura, con un cuore buono. Davanti a quelle persone io mi levo il cappello, e se c’è bisogno di qualche cosa, sono disponibile.

Ma se una persona non è gradevole e non ha delle doti speciali, e se una persona non mi appare come nobile, come buona, come degna, allora come faccio a volerle bene? A che cosa voglio bene, a quello che non vedo, a quel bene che non c’è? O debbo pensare: Ma in fondo al suo cuore avrà pure qualche cosa di bene!

Debbo voler bene a quella nobiltà che sta nascosta nel cuore delle persone?

Non basta! Io debbo voler bene alle persone concrete, per nome e cognome, con quella faccia lì, con quella vita lì, anche se è una faccia appunto non gradevole, anche se ha una vita che non mi appare ricca di meriti o di dignità. Debbo voler bene.

E dove vado a trovare il motivo, la forza? Il motivo unico, che vale sempre, è proprio questo, quello che ricordavamo prima. Che Dio a quella persona vuole bene. Se tu vuoi bene a Dio, hai il motivo, hai il fondamento che rimane solido di fronte a qualunque persona, di fronte a qualunque situazione. Non ci sarà mai una situazione così disperata da dover dire: Non spero più in quella persona, l’ho cancellata del tutto, perché Dio ci spera, e se Dio ci spera, puoi sperare anche tu.

Se Dio a quella persona vuole bene, se Dio vuole che esista, puoi volerlo anche tu che esista. Certamente questo non vuole dire che approverai tutti i suoi comportamenti sbagliati ecc.; questi neanche Dio li approva. Dio non è mica che fa passare per bene il male; il peccato dell’uomo non lo approva, però le persone le approva e le persone le ama.

E allora, se tu impari ad amare Dio, anche l’amore del prossimo ti diventa possibile in quella dimensione che il Signore ti chiede: una dimensione universale, dove la parola “universale” non vuole mica dire voler bene all’umanità; perché voler bene all’umanità si fa poca fatica. Siccome l’umanità non mi ha mai pestato un piede: quelli che mi pestano un piede sono gli uomini, l’umanità no l’umanità è astratta, all’umanità si riesce a voler bene.

Quando si dice universale, vuol dire: a ogni singolo uomo senza distinzioni, senza separazioni, ma al singolo, al concreto, al gruppo, quello che volete, ma all’uomo concreto che io incontro per la strada e con cui mi debbo confrontare.

Questo, quindi, amore di Dio e amore del prossimo, insieme.

E continua il dialogo con questo scriba, dove lo scriba riconosce che Gesù ha risposto bene: “Hai detto bene, Maestro, e secondo verità…”. E aggiunge queste parole: “Amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”.

Che vuole dire: l’autenticità della vita religiosa non sta nel rito, ma l’autenticità del rito sta nella vita. Si facevano olocausti e sacrifici; e un aspetto rituale c’è anche nella nostra vita. (Non mi piace mica molto dire “rituale”, ma è lo stesso, celebriamo l’Eucaristia).

Bene, dice questo scriba, il centro della vita religiosa non sta nel tempio quando tu fai gli olocausti e i sacrifici, quando offri vitelli o capri, il centro della vita religiosa sta per strada o in casa quando tu fai la volontà di Dio accogliendo i fratelli. Lì, quello vale più che non il resto, lì si gioca il valore della tua vita religiosa.

Bene, questo vale anche per noi che stiamo celebrando l’Eucaristia. L’Eucaristia ha un aspetto rituale: sono vestito in un modo strano proprio perché è un rito che vuole in qualche modo separarsi dal quotidiano, dall’abitudine del lavoro ecc., ma se lo vogliamo capire autenticamente, il senso della Messa sta nell’obbedienza a Dio con tutta la vita.

Non sta nel fare bene questi tre quarti d’ora, ma sta nel fare bene le altre ventitré ore e mezzo che passiamo fuori, perché è in quelle che si gioca il valore dell’Eucaristia e il valore della vita. In fondo, quando noi celebriamo l’Eucaristia, celebriamo la morte e risurrezione del Signore.

Ora la morte del Signore non era mica un rito. Questo l’abbiamo detto tante volte che la morte di Gesù non era un rito, era una morte reale; però è quello per noi: il sacrificio fondamentale, quello con cui Cristo ha donato la sua vita.

Bene, allora il senso della Messa è quello: il donare la vita. Accogliamo nella Messa il dono che Cristo ci fa della sua vita, per imparare a fare anche noi della nostra vita un dono. È lì che ci vuole portare tutta la liturgia della Chiesa, è lì che ci vuole portare la Parola di Dio, è lì che ci vuole portare il Signore: trasformare la nostra vita secondo l’ottica di Dio o, se volete, secondo il modello di Gesù Cristo.

Lo ricordavamo nella meditazione questa mattina, che il progetto di Dio è che Cristo diventi il primogenito di molti fratelli; che quindi la nostra vita assomigli a Cristo, prenda i lineamenti di Cristo.

Noi veniamo a Messa per imparare questi lineamenti, perché lo Spirito Santo li segni dentro al nostro cuore e sulla nostra faccia. Ma questo evidentemente perché, uscendo dalla Messa, possiamo parlare e agire e scegliere secondo quello che dal Signore abbiamo ricevuto e imparato.

Il Signore ci insegna con le sue parole: per esempio, questo Vangelo sul comandamento dell’amore di Dio e del prossimo è una parola del Signore, e se questa la cogliamo con fede, si inserisce, si innesta nel nostro cuore, ci dà i lineamenti di Gesù, e questo ce lo insegna soprattutto con l’Eucaristia, con la comunione al suo corpo e al suo sangue. E allora preghiamo il Signore perché quello che abbiamo ascoltato e quello che riceveremo in questa Eucaristia entri davvero dentro di noi, ci plasmi secondo i lineamenti di Cristo e, plasmati secondo i lineamenti di Cristo, impariamo anche noi a crescere nell’amore e nel bene, come il Signore ci ha insegnato.

I novissimi – Morte – Giudizio – Inferno – Paradiso – 1

Bocca di Magra 30-31 ottobre – 1 novembre 1988

Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti

I novissimi
Morte – Giudizio – Inferno – Paradiso

Presentazione

L’uomo, oggi, cerca di eludere la questione della sua sorte futura.

Dei “NOVISSIMI” pochi parlano e poco. Spesso il Magistero della Chiesa, fedele interprete della parola del Signore, ci ricorda le solenni verità escatologiche che ci riguardano.

Il cap. VII della “Lumen Gentium” riassume chiaramente ed energicamente la dottrina escatologica della Chiesa, illustrando il disegno divino di misericordia, di bontà e di amore della nostra salvezza.

“Oggi, diceva Paolo VI°, mentre da un lato la secolarizzazione ci fa perdere la coscienza del tremendo rischio circa la nostra sorte futura…, l’avere presente gli insegnamenti conciliari sui punti cardinali della vita, sui traguardi escatologici della nostra esistenza quali la Parola di Dio nella Bibbia e il magistero della Chiesa nelle sue autentiche interpretazioni ci assicurano essere realtà, è sommamente provvido e doveroso e infonde direzione e vigore al nostro passo, pellegrino nel tempo, mentre il cuore sospira la conclusione escatologica del Nuovo Testamento: “Vieni, Signore Gesù!”.

Pensando di offrire a tutti “un’occasione favorevole” per la nostra vita spirituale, abbiamo desiderato, voluto e intensamente seguito queste riflessioni che Don Luciano Monari ci ha dettato con quella sapienza che converte i cuori perché viene da Dio.

Pensiamo di fare un servizio utile (sicuramente atteso da chi ha partecipato agli Esercizi Spirituali) mettere a disposizione di tutti queste meditazioni. Anche questo è un modo di crescere in quella “comunione” alla quale fortemente ci richiama il nostro Sinodo Diocesano.

Invochiamo, nella preghiera, l’abbondanza di frutti spirituali che non mancheranno se il nostro cuore si renderà disponibile ad accogliere la PAROLA.

I vostri Parroci

1ª Meditazione
C’è una speranza nella nostra vita?

Cominciamo nel nome del Signore con l’invocazione allo Spirito Santo:

Il Signore ci doni la sapienza per cominciare questo corso di esercizi spirituali sui Novissimi.

Ci sono alcune domande fondamentali che l’uomo deve porre a se stesso per capire il senso della sua vita.

Anzitutto: Che cosa possiamo sapere? Che cosa riesce l’uomo a comprendere della realtà?

Poi: Che cosa dobbiamo fare?

È il problema etico del comportamento umano.

E finalmente: Che cosa possiamo sperare? Che cosa sta davanti a noi nel futuro? Che cosa possiamo attendere con desiderio, senza che questo desiderio sia una illusione, destinata prima o poi a fare naufragio? Il nostro corso di esercizi cercherà di orientarci su questa terza domanda: Che cosa possiamo sperare nella nostra vita?

L’idea di fondo è che l’uomo non vive mai solo di quello che è o di quello che possiede, ma vive sempre anche di quello che desidera e attende e spera e riceve. L’uomo è un essere storico, e “essere storico” vuol dire: un essere per il quale esistere significa diventare; noi non siamo semplicemente delle persone già compiute e realizzate, ma lo diventiamo ogni giorno con il nostro impegno di coscienza, con il nostro impegno di lavoro. Un sasso è sasso e rimane sasso per sempre; un bambino deve diventare uomo e lo diventa giorno per giorno con tutte le sue scelte: con le scelte positive, con tutti i suoi successi e anche con gli insuccessi.

L’uomo cresce, cresce nel tempo; il futuro è per lui una dimensione essenziale della vita. L’uomo ha sete della speranza e vive nella misura in cui è aperto alla speranza. È un peccato grave uccidere o tradire le speranze di qualcuno. Perché, tradire le speranze di qualcuno, è come togliergli il fiato per vivere, togliergli la gioia di camminare. Si legge nel libro di Ezechiele un lamento che ripetono gli Ebrei in esilio a Babilonia. La vita in esilio per loro non ha più nemmeno il diritto di chiamarsi vita. Dicono: “Le nostre ossa sono inaridite; la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti”.

Siccome non abbiamo più speranza, per noi non c’è vita, non c’è una vita che abbia senso, che abbia gusto, per cui valga la pena di camminare e soffrire e impegnarsi e lavorare; “le nostre ossa sono inaridite”. È inaridita la sorgente della vita, è inaridita la speranza.

Ora, di solito noi siamo attenti a delle speranze immediate: abbiamo la speranza di un tantino di salute per poter essere attivi; abbiamo speranze riguardo il lavoro, per migliorare le nostre condizioni di vita; poi le speranze riguardo la famiglia; i progetti che abbiamo in mente, le responsabilità che ci assumiamo. Tutte queste cose definiscono le nostre speranze, le speranze quotidiane, quelle che maturano in ciascuno di noi da quando uno spalanca gli occhi e incomincia a vivere. Abbiamo queste speranze.

Ma qualche volta capita nella nostra vita che ci poniamo delle domande non su queste speranze immediate, ma sulla speranza essenziale, ultima, definitiva. Accade, per esempio, quando siamo davanti a una esperienza negativa, seria; di fronte, per esempio, alla morte di una persona cara, a una sofferenza grave, a una malattia grave che ci colpisce o di fronte all’esperienza del venir meno delle cose, o quando si sperimenta che non si è più capaci di fare tante cose che facevamo o di fronte al fallimento.

Sono tutte esperienze che ci mettono davanti al problema della speranza nella sua completezza: Ha un senso la vita o, in realtà, è tutto assurdo? Riusciamo a migliorare le nostre condizioni di vita, ad aumentare un tantino il nostro stipendio, se riusciamo a godere qualche giornata di felicità e di tranquillità e poi ci capita tra capo e collo una di queste esperienze che ci fanno dire:

“E allora a che cosa vale? Che importanza ha il darsi da fare, se poi la vita va a terminare nella morte o nel fallimento o nel venir meno dei legami di amicizia?”.

Ma domande di questo genere ce le poniamo anche quando siamo di fronte a delle esperienze positive. Ci sono delle esperienze belle e grandi nella vita: l’esperienza gioiosa di un’attività gratificante, l’esperienza del successo, della felicità; quando viviamo questi momenti è chiaro che siamo contenti e gustiamo la vita. Ma come sempre viene l’interrogativo: Dureranno?

Questa esperienza di amore, che mi sembra trasfiguri il mondo, trasfiguri la realtà, durerà poi davvero o, invece, il tempo la concluderà e la cancellerà? In ogni modo, prima o poi, i conti con la morte dovremo farli, e allora queste esperienze belle rimarranno sempre solo dei frammenti finiti, dei frammenti di gioia e di speranza destinati a essere calpestati e rovinati?

Ricordate che il Cantico dei cantici mette sulla bocca della sposa quell’espressione: “Forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione”, e vuole dire che l’amore ha un’energia e una forza che lo rende superiore ad ogni altra realizzazione umana, a ogni altro potere, a ogni altra capacità. L’amore si presenta come potentissimo da questo punto di vista.

E però dovrà fare i conti anch’esso col futuro. “Forte come la morte” vuol dire che l’amore vince ogni altra cosa, come la morte. Ma vince anche la morte? O invece davanti alla morte deve riconoscere il proprio fallimento, la proprio insufficienza?

Se la speranza vuole essere davvero umana, bisogna che sia lucida, consapevole, soprattutto che non sia un’illusione o una menzogna o un raccontarla a noi stessi per riuscire a camminare e ad avere qualche briciolo in più di gioia davanti a noi.

Qual è il contenuto della speranza?

A questa domanda la fede cristiana ha una risposta da darmi C’è una Parola di Dio sull’uomo e c’è una Parola di Dio sulla speranza dell’uomo, una parola che per certi aspetti appare addirittura incredibile tanto è bella, capace di sollecitare i nostri desideri più grandi o le nostre attese più intense. È la speranza che si trova, per esempio, in una parabola famosa del Vangelo di S. Luca.

[30] Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.

[31] Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò otre dall’altra parte.

[32] Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre.

[33] Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione.

[34] Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui.

[35] Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.

[36] Chi di questi tre ti sembra che sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”.

[37] Quegli rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”.

(Lc 10, 30-37)

Nel contesto di S. Luca la parabola è raccontata come modello di amore del prossimo; ma c’è una tradizione interpretativa cristiana che vede nel Samaritano l’immagine di Gesù e della sua azione redentrice. Si parla, infatti, di un uomo incappato nei ladroni che lo assalgono e l’abbandonano spogliato, percosso e lasciato mezzo morto sul ciglio della strada. L’uomo è così: mezzo morto.

Mezzo morto” vuol dire che egli è in bilico, è sull’orlo di una speranza e di una disperazione. Che cosa accadrà a quest’uomo? Passa un sacerdote, passa un levita e tirano dritto.

Tirano dritto” vuol dire che pensano che sia morto; pensano che non vale la pena di perdere del tempo, delle energie per lui; non vale la pena rischiare l’impurità rituale per prendersi cura di lui; in fondo può darsi che sia già morto; forse non c’è più niente da fare.

Sacerdote e levita tirano diritto.

Essi sono l’immagine di quelle ideologie o di quelle persone che passano vicino all’uomo e non riescono ad avere speranza in lui, non riescono ad impegnare qualche cosa per il suo futuro, a scommettere sulle sue possibilità. vedono che l’uomo è così malmesso, che l’ingiustizia è così grande, che la cattiveria è così diffusa, che non sono disposti a pagare due denari per la sua salvezza, per la sua guarigione. Chi si ferma è un Samaritano e, secondo l’interpretazione di molti Padri della Chiesa è Gesù Cristo; egli passa in mezzo alle strade degli uomini come uno di loro facendo del bene.

Il Vangelo non è ottimista a oltranza sulla condizione dell’uomo; esso sa che la condizione umana è per davvero segnata dal peccato, dalla cattiveria e dalla paura. Ma su questo uomo si piega colui che ha compassione, dice il Vangelo di Luca, e mette in opera una serie di comportamenti che sono i comportamenti delle speranza: “gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino… lo portò a una locanda…”.

Il Samaritano spera per l’uomo ferito.

Gesù Cristo spera per l’uomo peccatore.

Infatti, che cosa significa la venuta di Gesù Cristo in mezzo agli uomini se non proprio questo: che egli ha speranza nell’uomo? Perché se Dio non avesse quella speranza per noi, l’incarnazione del Verbo non avrebbe alcun senso. Se c’è una incarnazione del Figlio di Dio, questo vuole dire che Dio ha speranza nell’uomo, che Dio ha scommesso sull’uomo, che Dio ha impegnato sé stesso e il suo amore per la vita dell’uomo. Dio sa che quest’uomo è un mezzo morto, ma in questo mezzo morto Dio ha ancora speranza, per questo uomo Dio è disceso dal cielo.

Per questo dicevo che è una parola quasi incredibile quella della speranza cristiana: Dio ha speranza nel mondo, ha speranza nell’umanità. La speranza di Dio non è che l’uomo non crei solo del pasticci, che il cammino della storia e dell’uomo non termini in un fallimento; c’è un progetto di Dio che è un progetto di amore, e Dio opera nell’uomo proprio per realizzare questo progetto.

Nella lettera agli Efesini S. Paolo dice che Dio aveva prestabilito in Cristo un progetto (lo chiama: “il mistero della sua volontà”) per “realizzarlo nella pienezza dei tempi”; e aggiunge che questo progetto è di “ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra”. Questo è il progetto di Dio, questa è la sua speranza per noi.

Quando andavo al catechismo, ci insegnavano i novissimi e ci spiegavano che sono: morte, giudizio, inferno e paradiso. La parola “novissimi” in italiano non si capisce tanto bene; di per se, è una parola latina che vuole dire: le ultime realtà, quelle che stanno alla fine di tutta la storia.

Noi di solito viviamo sperimentando le verità penultime: il nostro lavoro, l’impegno culturale, la politica. Tutte queste cose fanno parte delle realtà penultime. Le realtà ultime sono quelle che diventano definitive. La morte è una realtà definitiva perché è senza appello, non c’è la possibilità di rimandarla o di ripeterla; così il giudizio, così l’inferno e il paradiso sono realtà ultime, definitive, sono i “Novissimi”. Corrispondono a quello che in teologia si chiama l’escatologia cristiana. (“Escatologia” vuole dire esattamente la stessa cosa che ‘Novissimi’; solo è una parola greca invece che latina).

C’è nella teologia un trattato che riguarda i “Novissimi”, la “Escatologia”.

All’inizio di questo secolo un teologo famoso disse che da tempo il capitolo della escatologia era chiuso, che dentro non ci si lavorava più, non c’era più niente di nuovo e tutto appariva ormai standardizzato.

Invece un teologo di questi ultimi anni, Von Balthasar, dice che gli studiosi di questo trattato dell’escatologia hanno dovuto fare gli straordinari. In questi ultimi anni c’è una riflessione intensa e diffusa sul problema delle ultime cose, delle ultime realtà. Uno dei campi più promettenti della teologia è nato proprio dalla trasformazione di questo trattato e si esprime nella “teologia della speranza” o nella “teologia della liberazione”.

Tutte riflessioni teologiche che nascono da questa visione di speranza proprio dell’escatologia. Certo è una escatologia trasformata nel senso che da una visione individuale della teologia classica si è passati a una visione più sociale.

Non mi interessa solo di quello che accadrà a me alla fine, ma di quello che avverrà a noi, a noi come comunità, a noi come cammino della storia umana. Naturalmente non è nostro compito, in un coso di Esercizi Spirituali, svolgere il trattato dogmatico sui novissimi. Cercheremo però di prendere delle riflessioni dai teologi sulla parola di Dio e sulla fede quello che può illuminare e irrobustire la nostra speranza.

Quando andavamo a catechismo abbiamo imparato a enumerare i “Novissimi”:

morte, giudizio, inferno e paradiso.

Si può dire che queste parole racchiudano il nucleo essenziale della speranza cristiana. Ma per comprendere il loro significato fondamentale bisogna evitare anzitutto di cadere dentro a un atteggiamento di curiosità: mi interessa, sono curioso di sapere quali saranno i segni che annunciano la fine degli uomini, quanti saranno i salvati e quanti i dannati. E di tutte queste cose m’interessa l’aspetto di informazioni sull’uomo, sul suo destino.

Di solito i giornali ci danno informazioni sul passato: nel giornale di oggi trovo quello che è capitato ieri. Capita però, delle volte, che ci sono dei maghi i quali fanno delle previsioni sul futuro, annunciano quello che accadrà un giorno dopo, un mese dopo o l’anno che viene: sono degli annunciatori del futuro. Ebbene la Bibbia non risponde a queste curiosità, non ci presenta una cronaca degli eventi futuri. C’è qualcuno che vorrebbe leggere il libro dell’Apocalisse come se fosse una ripresa filmata in anticipo degli avvenimenti della fine.

Ma l’Apocalisse non è questo, non è una descrizione degli eventi finali. Questi eventi finali rimangono per noi un mistero. E non può che essere così; siccome gli eventi finali sono fondamentalmente l’incontro con Dio, e siccome Dio è un mistero (e rimane mistero per quante cose noi possiamo immaginare o sapere di lui), l’incontro con Dio rimane evidentemente avvolto dentro a un velo di mistero.

Questo non vuole dire che non sappiamo niente e che tutto sia tenebra; come del volto di Dio conosciamo molti lineamenti (l’amore, la misericordia, la santità) così sul nostro futuro possiamo sapere alcune cose; ma soprattutto possiamo dare un contenuto valido alla speranza per quello che riguarda il nostro futuro.

Questo mi interessa, cioè l’atteggiamento della speranza. Non è tanto importante sapere le cose, quanto sperare nel modo giusto. La Bibbia non ci dà delle informazioni sul futuro, ma delle esortazioni a camminare verso un certo futuro. Prendete, ad esempio, il Vangelo di S. Luca:

[22] Passava per città e villaggi, insegnando, mentre Gesù cammina verso Gerusalemme.

[23] Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Rispose:

[24] «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico,

cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno”.

(Lc. 13, 22-24)

È una domanda che richiede una informazione; vuole sapere quale sia la percentuale del salvati.

Gesù, quindi, non risponde esattamente a ciò che gli è stato chiesto ma dice: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta”, questa è l’unica cosa importante da sapere.

Devi sapere che il cammino della tua vita, il cammino della tua speranza è un cammino rischioso e faticoso e che richiede il tuo impegno nel quale tu devi giocare te stesso. È questa la cosa importante. che tu diriga la tua vita verso il dono di Dio, con la speranza che il Signore ti mette davanti e che per questa speranza tu sia disposto ad impegnarti, a camminare. Il resto non importa; lascialo nelle mani di Dio. Le cose le sa fare meglio lui di quanto noi possiamo pensare.

Quello su cui noi rifletteremo in questi giorni vuole portarci a questo, a fare della nostra vita un cammino impegnato, intenso, serio. È come un metterti davanti una meta perché tu ti decida a camminare con determinazione verso quel traguardo che il Signore ti detterà. Questo vuol dire, in concreto, vivere non solo in funzione del futuro prossimo, ma in funzione del futuro eterno.

Vivere in funzione del futuro prossimo vuole dire: vivere facendo attenzione solo all’immediato, vivere in funzione del successo, della carriera. Non dico che questa sia una cosa sbagliata, non dico che uno non debba farsi i suoi progetti, che non debba occuparsi della casa che sta per costruire o che vuole costruire; ma il discorso è che non si può vivere solo in funzione di questo, perché quando il futuro prossimo viene assolutizzato esso riempie il nostro desiderio e noi non desideriamo altro che quello. Quando avviene questo, la vita cristiana e la vita dell’uomo vengono mortificate e ridotte a una dimensione incompleta.

Ancora un brano di S. Luca: (Lc 12, 15-21)

[15] E disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano

da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni».

[16] Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto.

[17] Egli ragionava tra se: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti?

[18] E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi accoglierò tutto il grano e i miei beni.

[19] Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia.

[20] Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. quello che hai preparato di chi sarà?

[21] Così è di accumula tesori per se, e non arricchisce davanti a Dio».

Che la tua vita sia un successo o un fallimento questo non dipende dalla quantità di beni che hai messo da parte; i beni non costituiscono la realtà essenziale e definitiva, non sono l’ultima parola sulla tua vita.

Per capire questa parabola tenete presente che questo uomo non è un disonesto (Gesù non dice che abbia fatto i soldi imbrogliando); è invece una persona attiva, intelligente e capace, una persona che si è proposta un traguardo e l’ha raggiunto; abbastanza abile da capire che cosa doveva fare per riuscire a conquistare una ricchezza ed una sicurezza adeguate. Da questo punto di vista, nella cultura attuale, sarebbe considerato una persona di successo, davanti alla quale ci dobbiamo levare tanto di cappello: ha realizzato la sua vita attraverso un successo economico.

Se quest’uomo viene detto “stolto” (non gli si dice: sei un disonesto, gli si dice piuttosto che è uno sciocco), se viene chiamato stolto è perché ha orientato la sua vita solo in funzione della ricchezza, della realtà immediata dimenticando realtà ultime e definitive.

Ora, le realtà immediate possono essere belle, ma non sono definitive, non durano. Così è di chi arricchisce davanti a se e non si premura di arricchire davanti a Dio.

Vuole dire:

Fai pure i soldi, se li guadagni onestamente, ma stai attento perché i soldi tendono a monopolizzare tutta la tua attenzione; c’è il rischio di sacrificare al denaro tutto il tuo cuore, di condizionare tutti i tuoi progetti e le tue speranze. Se accade questo, quando passeranno i soldi (perché i soldi certo passeranno; o li perderai o dovrai abbandonarli; o se ne andranno via loro o te ne andrai via tu) svanirà anche la tua vita e la tua gioia. Bisogna perciò sapere misurare l’importanza di ciascuna realtà senza sopravvalutarne o trascurarne alcuna. Dare alla salute l’importanza che ha, e così al denaro, al successo, ecc.

E come si fa a trovare questa misura corretta?

Mettendo queste realtà concrete sullo sfondo del futuro ultimo o, ancora meglio, sullo sfondo dell’incontro con Dio, perché i novissimi sono proprio l’incontro dell’uomo con Dio, dell’umanità con il suo Signore. Allora si rivela il significato vero delle cose, allora esse vengono misurate nel modo giusto.

Dice il Signore nel Vangelo di Matteo:

“Non accumulate tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano e dove i ladri scassinano e rubano. Trovatevi invece tesori nei Cieli”,

(Cielo scrivetelo con la C maiuscola “nel cielo” vuol dire “presso Dio”) “dove né tignola né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, ci sarà anche il tuo cuore”.

Potete aggiungere a questo testo anche la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16, 19-31), che descrive una vita sciupata, fallita,; il ricco della parabola è quello che ha fallito nella sua vita. Il fatto che sia privato della gioia di Abramo, che sia condannato a una fiamma che lo tortura, vuole dire esattamente questo.

[19] C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente.

[20] Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe,

[21] bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla mensa del ricco. Persino i cani venivano a leccare le sue piaghe.

[22] Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto.

[23] Stando nell’inferno tra i tormenti levò gli

occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui.

[24] Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua perché questa fiamma mi tortura».

[25] Ma Abramo rispose: «Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti.

[26] Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso; coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costi si può passare fino a noi».

[27] E quegli replicò: «Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre,

[28] perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano in questo luogo di tormento».

[29] Ma Abramo rispose: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro».

[30] E lui: «No, padre Abramo, se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno».

[31] Abramo rispose: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi».

Bene, questo uomo che ha fallito la sua vita, dice con Abramo:

“ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi”.

Queste parole servono ottimamente come introduzione agli Esercizi: “Avete Mosè e i Profeti”, avete la Parola di Dio; avete sufficienti conoscenze del futuro per poter vivere nel modo corretto, per orientare nel modo giusto la vostra esistenza. A Mosè e ai profeti aggiungete i Vangeli, aggiungete S. Paolo, aggiungete l’Apocalisse; sono le Parole di Vita che il Signore ci ha dato come consolazione, fondamento della speranza, verifica della nostra vita.

Il nostro impegno in questi tre giorni sarà di ascoltare Mosè e i profeti. Qualcuno potrebbe desiderare che si parlasse dell’al di là per sapere come stanno le cose, ma secondo il Vangelo questa curiosità è inutile. Meglio piuttosto saper accogliere quello che il Signore ci ha detto e che funziona come stimolo di un’esistenza rinnovata.

Questo richiederà un tantino di silenzio; certo in questi esercizi il silenzio è tutt’altro che facile perché siamo una folla notevole, e dove c’è molta gente anche poche parole provocano confusione grande.

Bisogna che stiamo un tantino vigili.

Non pretendo che stiate in silenzio come i certosini, però che ci sia dentro in questi giorni la capacità di prendere le distanze dalle preoccupazioni quotidiane.

E bisogna allora che ciascuno sappia ascoltarsi attentamente e vedere se fa abbastanza silenzio, o se, invece, sta riempiendo le giornate con tutte quelle cose che possono servire a distrarsi (una parola con uno, il giornale…).

Ecco che allora si fa fatica a sopportare il silenzio, a sopportare di vedersi, di ascoltarsi. Torno a dire che a fare silenzio si fa fatica; capita anzi che venga paura quando si ascolta se stessi; questo è del tutto naturale. Bisogna avere il coraggio di sopportare un po’ di paura e un po’ di angoscia, di sopportare la fatica di vedersi allo specchio con una faccia non del tutto gradevole. Però lo scopo vero è quello di ascoltare il Signore con gioia e con attenzione, e proprio per questo serviranno, spero, le meditazioni che faccio riprendendo alcuni testi biblici, alcuni testi del Vangelo.

Dopo che io ho fatto la meditazione vale la pena che voi riprendiate qualcuno dei testi, lo rileggiate, ne impariate a memoria qualche frase e cerchiate di gustarlo, cioè di coglierne tutto il valore, la ricchezza e la bellezza. Poi dovete cercare di entrare personalmente dentro al testo biblico, identificandovi coi personaggi o ascoltando le parole di Gesù come rivolte proprio a voi.

Quando leggiamo, ad esempio, la parabola del ricco stolto, possiamo rispecchiarci in lui, nella sua esperienza.

Se ci rendiamo conto di questo, abbiamo ottenuto un vantaggio molto grosso, perché ci rendiamo conto della nostra stoltezza e acquistiamo la possibilità di correggerla.

Poi, una volta che si è fatto questo, è bene che la preghiera diventi dialogo con il Signore, dandogli del “Tu”; ringraziamento, richiesta di perdono, di conversione, ecc.. Leggere, rileggere, imparare a memoria, mettersi dentro al Vangelo, trasformarlo in dialogo e preghiera. Questo dovrebbe provocare la verifica della nostra vita.

Non basta rendersi conto di che cosa non va, bisogna anche cercare le cause e immaginare le possibilità dì cambiamento; ci sono nella nostra vita delle cose che ci danno fastidio ma che non si possono cambiare e che bisogna imparare a sopportare con gioia; ma ci sono altre realtà che possono essere cambiate a condizione che lo si voglia con lucidità e determinazione. Si tratta di riconoscere queste realtà e di proporsi obiettivi precisi e concreti.

Con la Regina della Pace sul cammino di santità

AUDIOLINK AI CONTENUTI AUDIO DI QUESTO TEMA

 

UNA PAROLA PER TE: il capitolo 17 del Vangelo secondo Luca:

Vangelo secondo Luca – 17

1Disse ai suoi discepoli: «È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. 2È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. 3State attenti a voi stessi!
Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. 4E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai».
5Gli apostoli dissero al Signore: 6«Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
7Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? 8Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? 9Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».
11Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. 12Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza 13e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». 14Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. 15Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, 16e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. 17Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? 18Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». 19E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».
20I farisei gli domandarono: «Quando verrà il regno di Dio?». Egli rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, 21e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!».
22Disse poi ai discepoli: «Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. 23Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli. 24Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. 25Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione. 26Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: 27mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece morire tutti. 28Come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; 29ma, nel giorno in cui Lot uscì da Sòdoma, piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece morire tutti. 30Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà. 31In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle; così, chi si troverà nel campo, non torni indietro. 32Ricordatevi della moglie di Lot. 33Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva. 34Io vi dico: in quella notte, due si troveranno nello stesso letto: l’uno verrà portato via e l’altro lasciato; 35due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà portata via e l’altra lasciata». [3637Allora gli chiesero: «Dove, Signore?». Ed egli disse loro: «Dove sarà il cadavere, lì si raduneranno insieme anche gli avvoltoi».