Meditazioni sul “Padre nostro” e l’“Ave Maria” – 12

Diocesi Reggio Emilia

Don Luciano Monari

Meditazioni sul “Padre nostro” e l’“Ave Maria”

Anno 1986

Fonte dal Libro edito dalle Edizioni San Lorenzo di Reggio Emilia n. 30, sussidi biblici periodico trimestrale dell’Associazione San Lorenzo 1990.

Didascalia di presentazione del Libro. Imparare a pregare pregando: è lo scopo della “Scuola di preghiera per giovani”, proposta mensilmente, dal 19986, dal Servizio Diocesano Vocazioni di Reggio Emilia-Guastalla, insieme con L’Azione Cattolica Giovani e l’AGESCI. Il fascicolo ripropone le meditazioni con le quali don Luciano Monari ha guidato il cammino spirituale di questi incontri di preghiera, commentando da prima la preghiera del Signore, il Padre nostro, e poi una preghiera della Chiesa, l’Ave Maria.

Meditazioni riprese dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Meditazioni sul “Padre Nostro”

Ottavo Incontro

“Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”

Introduzione

Siamo giunti all’ultima meditazione sul Padre nostro, la preghiera che Gesù ci ha insegnato e che deve essere la regola di ogni preghiera cristiana.

Sappiamo per esperienza quanto il cammino della vita cristiana sia difficile e per esperienza dolorosa sappiamo anche quanto siamo fragili e, di conseguenza, quanto bisogno abbiamo di un’oasi in cui riposare e riprendere forza per la lotta.

Per il cristiano questo luogo di riparo è l’amore del Padre, dove la sua misericordia e la sua potenza ci ricoprono, come prega il Salmo 91°:

«[1]Tu che abiti al riparo dell’Altissimo e dimori all’ombra dell’Onnipotente, [2]dì al Signore: Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio, in cui confido» (Sal 91, 1-2).

La preghiera di questa sera vuole farci prendere coscienza del bisogno che abbiamo della protezione del Signore e della fiducia infinita che possiamo mettere in Lui.

Chiediamo, quindi, al Signore di insegnarci a pregare con quelle parole: «Padre, non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male».

Letture bibliche: Ef 6, 10-18; Lc 22, 35-46.

Lettura patristica

Dalle Catechesi mistagogiche di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo (cat. 5, 17-18).

Il Signore ci domanda forse di pregare per non esser mai tentati? Non sembra, se è proprio la stessa Scrittura a dire: «Colui che non ha conosciuto la prova, non ha fatto le sue prove» (Sir 34, 10). E altrove: «Gioite nelle diverse prove che possono sopraggiungervi» (Gc 1, 2). Ma “esser indotto in tentazione” sarebbe forse sinonimo, nel nostro testo, di esser sommerso dalla tentazione?

In realtà, la tentazione può sembrarci una corrente torrenziale difficile da attraversare. Coloro che non soccombono alla tentazione sarebbero i soli a guadarla, simili, per così dire, a dei buoni nuotatori, che non si lasciano travolgere dalla violenza dell’acqua. Gli altri, invece, nel tentare di passarla affonderebbero.

Così, per esempio, Giuda: fu sollecitato dalla tentazione dell’avarizia: non seppe attraversarla, secondo il paragone, a nuoto, e affondò corpo e anima. Pietro, a sua volta, fu indotto nella tentazione di rinnegare il Maestro, ma, alla fine, non fece naufragio, perché riuscì a raggiungere l’altra riva, dove se ne trovò liberato. In un altro testo, il cuore dei santi, che riuscirono a rimanere puri, canta così la stia riconoscenza per esser stato salvato dalla tentazione: «Tu ci hai provato, o Dio, tu ci hai provato come l’argento, ci hai condotti nell’insidia, hai messo ai nostri fianchi una cintura; hai lasciato marciare il cavaliere sulle nostre teste; così che siamo passati attraverso il fuoco e l’acqua; ma alla fine ce ne hai ritratto per darci la felicità» (Sal 65, 10-12).

Considera la gioia che essi provano per aver fatto la traversata senza pericolo. “E tu ce ne hai ritratto – è detto – per la nostra felicità”. Ottenere la felicità è sinonimo di “esser liberati” dalla tentazione.

Alla fine della preghiera, tu dici: Amen. Questo Amen significa: Così sia, e con ciò tu confermi tutto quello che è contenuto in questa preghiera.

Meditazione

Può sembrare strano che la preghiera che il Signore ci ha insegnato termini con una domanda preoccupata e ansiosa, che sottolinea il senso della tentazione, della lotta, delle difficoltà che accompagnano il cammino della fede. Ci può aiutare a comprendere questo atteggiamento il brano del vangelo di Luca che abbiamo ascoltato.

Vi si legge che Gesù, sul Monte degli ulivi:

«[44] in preda all’angoscia, pregava più intensamente» (Lc 22, 44).

L’espressione indica che Gesù tende tutte le sue forze nella preghiera, che in questo momento diventa faticosa, dolorosa. È una preghiera legata all’angoscia (il termine greco agonia indica insieme la lotta e l’angoscia interiore).

Gesù, quindi, in preda all’agonia, pregava più intensamente; perché? Perché davanti alla paura della morte egli deve continuare a credere nell’amore del Padre, anche quando sembra che Dio sia indifferente e non lo liberi dalle sue sofferenze; deve credere nella salvezza e nella vicinanza del Padre anche quando si trova davanti la morte, che, dal punto di vista umano, è esperienza di un fallimento senza possibilità di ricupero.

Ecco la lotta nella quale Gesù ha bisogno di essere confortato, infatti dice Luca:

«[43]Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo» (Lc 22, 43).

Probabilmente, Luca allude a un episodio famoso dell’Antico Testamento, quando anche al profeta Elia, grande combattente della fede, che si trovava in un momento di profonda crisi esistenziale, fu dato dal Signore il conforto di un angelo perché avesse la forza di compiere il suo pellegrinaggio di quaranta giorni fino al Monte Sinai (cfr 1 Re 19, 1ss). Come Elia, anche Gesù ha bisogno del conforto e del sostegno da parte del Padre e, continua l’evangelista, sudava sangue come un combattente ferito.

È questa l’immagine di Gesù da contemplare, notando anche, però, come essa sia introdotta e conclusa dall’invito alla nostra preghiera. Leggiamo, infatti:

«[40]Giunto sul luogo, disse loro: Pregate, per non entrare in tentazione» (Lc 22, 40).

Esortazione che viene ripetuta al termine del brano:

«[46] (…) Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione» (Lc 22, 46).

È l’invito a percorrere anche noi, come Gesù, il nostro itinerario di lotta.

Cos’è, però, quella tentazione da cui chiediamo di essere liberati, dicendo: «Padre, non ci indurre in tentazione»? Non si tratta di una delle tante prove in cui la nostra fragilità viene rivelata, ma della tentazione che chiama in causa la nostra fedeltà radicale a Dio; è la prova sulla scelta decisiva della nostra vita, quando c’è il pericolo che la fede stessa nell’amore di Dio venga meno; quando il male, 1’ingiustizia, la sofferenza presenti nel mondo ci fanno dubitare che l’amore sia illusione, che Cristo stesso sia stato un illuso, che non esista un verità per cui valga la pena offrire se stessi. È questa la tentazione: dell’indifferenza, dello scetticismo, dell’incredulità assoluta. È la tentazione suscitata dalla croce.

Mettiamoci per un attimo nei panni dei discepoli al momento della “lotta del Getsemani”, e in tutto il cammino della sofferenza e della passione del Signore: hanno seguito Gesù, un profeta potente in opere e in parole; si trovano adesso davanti un Gesù prigioniero, umiliato e crocifisso. Come continuare a credere che lui sia il Salvatore, che il mondo sia nelle sue mani quando, invece, in realtà è lui che si trova nelle mani dei nemici? Per questo dobbiamo pregare: «Padre, non ci indurre in tentazione».

Finché Gesù era con i discepoli, essi potevano rimanere tranquilli, erano in qualche modo protetti, ma ora che egli passa attraverso la passione e la croce vi sarà per loro il momento della prova. Ecco perché dice:

«[36] Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una» (Lc 22, 36).

È il momento della lotta, in cui è necessario essere preparati a impegnarsi e combattere: “Gesù sta per essere trattato come un malfattore”, come dice la Scrittura (cfr Lc 22, 37).

C’è da lottare, ma contro chi? La risposta ce la dà san Paolo nella prima lettura ascoltata:

«[12]La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Ef 6, 12).

Concetto certamente strano nella formulazione, ma profondamente vero nel contenuto. Possiamo dare un volto a queste “potenze” che Paolo definisce più forti dell’uomo? Potremmo definirle anzitutto come realtà che si contrappongono al volto dell’uomo. Il volto umano è sempre il segno di una persona, di un centro di amore, di un progetto unificato, mentre qui siamo di fronte a forze che devastano il volto dell’uomo, disgregandolo e mutandolo in una maschera priva di anima, di amore, di speranza. Queste sono le potenze contro cui dobbiamo combattere e possiamo cercare di definirle in qualche modo.

Viene immediatamente alla memoria la potenza del denaro. Dal momento che tutti abbiamo bisogno di qualcosa per vivere, l’avere è una dimensione indispensabile della condizione umana e nasce il rischio ch’essa diventi dominante nella vita. I crimini che il denaro può far compiere all’uomo sono orribili; schiavo dei soldi, l’uomo non si arresta davanti a nessuna sofferenza, non esclude nessun misfatto. Non si mette allora più la propria fiducia in Dio e nel suo amore, ma nel possesso, che diventa così un idolo. A lui viene sacrificata la vita e la dignità dell’uomo. Gli esempi a riguardo sarebbero numerosi e dolorosi.

Ancora, tutti noi abbiamo bisogno di qualche momento di felicità, di un’esperienza di autorealizzazione, ma anche qui, in fondo, c’è in agguato una tentazione: quella di nuocere alla vita degli altri per realizzare me stesso. Anche l’autorealizzazione può diventare un idolo se viene cercata “a qualsiasi prezzo”. Quando si fanno scelte di questo tipo, c’è alla radice un rifiuto della fede e della speranza, perché pretendiamo di controllare la nostra realizzazione e di non affidarla, in ultima analisi, a Dio.

Ancora, la superficialità, il relativismo, lo scetticismo sono potenze contro le quali combattere. Non si tratta di tentazioni periferiche, di scelte compiute per un attimo di piacere; in questi casi la tentazione è di abbandonare la fede rinunciando all’amore. È questa la tentazione alla quale fa riferimento Gesù quando dice:

«[8] (…) Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8).

Questo sta significare che la fede non è un equilibrio stabile, ma un possesso incerto che richiede una lotta. Oppure ancora, riferendosi agli ultimi tempi:

«[12]per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà» (Mt 24, 12).

Conosciamo bene per esperienza il rischio che si raffreddi il nostro amore a causa di esperienze negative vissute.

È allora chiaro il senso dell’invocazione: «Padre, non ci indurre in tentazione». Vuole dire che in presenza di situazioni simili il cristiano può rispondere solo con la preghiera fiduciosa. Non chiediamo al Signore di non avere delle prove, ma, in esse, di essere sostenuti da Lui, di non trovarci soli e incapaci di resistere a situazioni che ci schiaccerebbero.

Abbiamo bisogno di quella sicurezza e fiducia che ci viene da Dio. Non è certamente Lui a tentarci; la tentazione nasce da satana c dalla nostra concupiscenza, come dice Giacomo (cfr Gc 1, 14).

L’esclamazione Padre, non ci indurre in tentazione, vuole dire che noi sappiamo e riconosciamo che Dio è più forte di ogni potenza di male e di ogni nostra fragilità, e che affidarci a Lui vuole dire ritrovare anche in mezzo alla lotta la fiducia, la speranza di prevalere. Così, quando diciamo: Padre, strappaci dal male, intendiamo non solo una delle tante sofferenze della vita quotidiana, ma il male radicale che è l’egoismo; ciò che si oppone alla verità di Dio con la menzogna dell’egoismo o del privilegio; è il grande peccato dell’apostasia, cioè dell’abbandonare la fede, che può davvero distruggere tutto.

In questa situazione, siamo dei combattenti chiamati a lottare con una grande fiducia. L’ultima domanda del Padre nostro potrebbe sembrare una preghiera preoccupata e ansiosa. In realtà essa esprime la consapevolezza di una situazione difficile, ma è una preghiera fiduciosa.

«Padre, nelle tue mani affido il mio spirito» (Lc 23, 46). “Padre, non ci indurre in tentazione, ma strappaci dal male”.

Meditazioni sul “Padre nostro” e l’“Ave Maria” – 11

Diocesi Reggio Emilia

Meditazioni sul “Padre nostro” e l’“Ave Maria”

Anno 1986

Fonte dal Libro edito dalle Edizioni San Lorenzo di Reggio Emilia n. 30, sussidi biblici periodico trimestrale dell’Associazione San Lorenzo 1990.

Didascalia di presentazione del Libro. Imparare a pregare pregando: è lo scopo della “Scuola di preghiera per giovani”, proposta mensilmente, dal 19986, dal Servizio Diocesano Vocazioni di Reggio Emilia-Guastalla, insieme con L’Azione Cattolica Giovani e l’AGESCI. Il fascicolo ripropone le meditazioni con le quali don Luciano Monari ha guidato il cammino spirituale di questi incontri di preghiera, commentando da prima la preghiera del Signore, il Padre nostro, e poi una preghiera della Chiesa, l’Ave Maria.

Meditazioni riprese dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Meditazioni sul “Padre Nostro”

Settimo Incontro

“Rimetti a noi i nostri debiti”

Introduzione

«Quando pregate, dite: Padre, rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6, 12).

Questa sera vogliamo imparare a pregare con queste parole che il Signore ci ha insegnato, riconoscendo i debiti immensi che abbiamo nei confronti di Dio e rallegrandoci per la misericordia infinita con cui il Signore ci accoglie; vogliamo anche trovare nel Signore la forza di accoglierci gli uni gli altri, superando antipatie, contrapposizioni, distanze. È ciò che chiediamo a Lui come frutto della preghiera di questa sera.

Signore, che comandi di perdonarci prima di venire al tuo altare, abbi pietà di noi. Cristo, che sulla croce hai invocato il perdono per i peccatori, abbi pietà di noi. Signore, che affidi alla tua Chiesa il ministero della riconciliazione, abbi pietà di noi.

Letture bibliche: Sir 27, 30-28, 7; Mt 18, 21-35.

Lettura patristica

Dal trattato La preghiera del Signore di S. Cipriano, vescovo (cc. 22-23).

Dopo la nostra sussistenza, domandiamo il perdono dei peccati. Colui che è nutrito da Dio deve vivere in Dio e non preoccuparsi soltanto della vita presente e temporale, ma anche dell’eterna, a cui può credere solo a patto che gli siano rimessi i peccati. Il Signore li chiama debiti secondo la parola del vangelo: «Io t’ho rimesso l’intero debito, perché me n’hai supplicato» (Mt 18, 32). Come è necessario, saggio e salutare che il Signore ci ricordi che noi siamo peccatori, invitandoci a pregare per i nostri peccati. Il nostro ricorso all’indulgenza di Dio ci rammenta infatti lo stato della nostra coscienza. E affinché nessuno se ne compiaccia in se stesso, come se fossa innocente, e finisca per perdersi per questa iattanza, gli viene ricordato che tutti i giorni egli pecca, obbligandolo così a pregare ogni giorno per i suoi peccati.

Anche Giovanni ci ammonisce nella sua lettera: «Se pretendiamo d’essere senza peccato, ci inganniamo da noi stessi, e la verità non è in noi. Ma se riconosciamo i nostri peccati, il Signore che ce li perdonerà è fedele e giusto» (1 Gv 1, 8-9). Dove sono esplicite due cose: anzitutto che dobbiamo pregare per i nostri peccati, e implorare il perdono; e poi che il Signore è fedele nel perdonare i peccati, secondo la sua promessa. Perché colui che ci insegna a pregare per i nostri debiti e per i nostri peccati, promette nello stesso tempo una paterna misericordia e il perdono.

Il Signore stesso precisa poi le condizioni del suo perdono, quando ci obbliga a rimettere dapprima i debiti dei nostri debitori. Noi quindi non possiamo domandare la remissione dei nostri peccati che agendo in egual modo nei riguardi dei nostri debitori. Dice altrove: «La misura con cui voi misurate servirà per misurarvi» (Mt 7, 2).

Meditazione

Per capire il senso della preghiera «Padre, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori», bisogna anzitutto riuscire a misurare il debito grande che noi abbiamo nei confronti di Dio. Può servire richiamare alcuni testi della Bibbia, come ad esempio Dt 6°:

«[4]Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. [5]Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6, 4-5).

È chiaro che davanti a una simile richiesta ci sentiamo debitori verso Dio.

Oppure, ancora, leggiamo nel Vangelo:

«Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25, 40), e «Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me» (Mt 25, 45).

Tutte le volte, quindi, che non siamo andati incontro alle necessità di un nostro fratello, abbiamo rifiutato il nostro amore e il nostro servizio a Cristo stesso.

Oppure pensate al brano del vangelo di Marco (12, 41ss): una vedova getta nel tesoro due spiccioli; e Gesù commenta: questa donna ha donato tutto quello che aveva per vivere. Questo è il modello della vita religiosa, nella quale si è disposti a rischiare la propria vita per il Signore. Davanti a questo esempio ci sentiamo infinitamente piccoli, in debito perché non siamo capaci di donare così generosamente al Signore.

Ma cerchiamo di allargare la nostra riflessione per misurare ancora meglio l’ampiezza del nostro debito. Si può dire che siamo debitori a Dio del Mondo. Dio ha creato il mondo e lo ha messo nelle nostre mani perché noi lo trasformiamo secondo una logica di giustizia, di amore, di verità e di bellezza. Questo è il progetto di Dio ed è quello che l’uomo tenta di fare quando, col lavoro, trasforma il mondo e lo rende più umano, più adatto per la vita. Ma succede, a volte, che nelle nostre mani il mondo diventa strumento di guerra e di odio, di arricchimento sfrenato, di accaparramento delle cose o di un consumo inutile e superfluo. In questi casi siamo responsabili, davanti a Dio, del mondo; siamo debitori a Dio di un mondo che non usiamo nel modo corretto per accrescere la gioia e la vita degli uomini, ma che pieghiamo a strumento di violenza e di rapina.

Siamo debitori a Dio anche di noi stessi, perché non ci siamo fatti da noi. San Paolo ricorda che siamo stati comprati a caro prezzo (cfr. 1 Cor 6, 20; 7, 23) e perciò apparteniamo al Signore. Dio non vuole esercitare su di noi un diritto di possesso ma, ugualmente, vuole da noi qualcosa: vuole, soprattutto, che la nostra vita diventi ricca di verità e di amore. Dice S. Paolo, infatti:

«[4]In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità» (Ef 1, 4).

Dio vuole, quindi, che tu cresca nella capacità di amore e di dono, vincendo ogni tentazione di rassegnazione e di egoismo.

Si può dire che Dio spera nell’uomo. Ha infatti sperato e scommesso su di noi e sulla nostra capacità di orientare al bene la nostra vita quando ci ha creati liberi. Ogni egoismo, pigrizia, chiusura vuol dire rinunciare a diventare quello che potremmo essere di bene per gli altri e di gloria per Dio. Di questo noi siamo debitori, perché chi di noi può dire davvero di avere trasformato tutta la sua vita in amore? Di avere dato un’anima ad ogni suo comportamento, ad ogni sua scelta? Chi di noi può dire che le sue mani, i suoi occhi, il suo cuore, le sue parole, il suo volto sono diventati trasparenti all’amore di Dio, segno e strumento di fraternità e di comunione? Siamo debitori a Dio di una cattiva gestione di noi stessi.

Ancora più paradossalmente, si può dire che siamo debitori a Dio di Dio stesso. Secondo il messaggio biblico, Dio ha voluto essere ed è il nostro Dio, egli non si vergogna di chiamarsi il Dio di Abramo e ciascuno di noi può dire che Dio è “per noi”. È la scelta di Dio, del suo amore, di un’umiltà di amore; Dio sta accanto a te chiedendo una risposta al suo amore e al dono che ti fa della sua stessa vita:

«[20]Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3, 20).

Se non apro la porta, rendo frustrato l’amore di Dio, impedendogli di realizzare il suo progetto e facendo fallire, per ciò che dipende da me, la comunione e la alleanza di Dio con noi.

Come dicevo prima, Dio ha rischiato scegliendo di entrare in un rapporto con noi, perché ormai la nostra risposta coinvolge anche lui. Siccome Dio ci ama, si rende, sotto certi aspetti, fragile nelle nostre mani. Ripensate a tutte le immagini con cui la Bibbia presenta il rapporto di Dio con l’uomo: Dio è padre, ma proprio per questo può essere disobbedito e ripudiato dai figli, che possono non riconoscerlo più. E la Bibbia ci dimostra che così è capitato in quei brani nei quali Dio si lamenta come un padre non riconosciuto ed accolto (cfr Is 1, 2-4). Dio è amico e, in quanto tale, può essere abbandonato; Dio è sposo, ma proprio perciò può essere tradito. Dio è quindi nelle nostre mani e il suo progetto dipende dalla nostra positività nell’amore.

Siamo dunque debitori a Dio del mondo, di noi stessi, di lui stesso. Per questo il brano del Vangelo ascoltato parla di un debito infinito, che non riusciremmo mai a pagare con tutta la nostra buona volontà.

Se il debito è questo, dice il Vangelo, noi viviamo del perdono di Dio, ne abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo. Ovviamente, bisogna intendere il perdono nel senso corretto: è la capacità di ricreare un rapporto spezzato, creandolo dal nulla; è la forza di un amore che è più grande di ogni vendetta e risentimento, è la forza con cui Dio dice: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21, 5).

Di questo amore di Dio noi abbiamo bisogno in ogni istante della nostra vita e per questo Gesù ci ha insegnato a pregare ogni giorno: Padre, perdona a noi i nostri debiti come noi li perdoniamo ai nostri debitori. Ogni giorno dobbiamo pregare così, perché ogni giorno rinasce il nostro debito, la nostra meschinità e la nostra insufficienza, ma ogni giorno il Signore rinnova la sua misericordia e il suo perdono.

Unito a ciò, secondo il Vangelo, deve esserci il nostro amore per gli altri.

Se imparassimo a calcolare davvero il debito che abbiamo verso Dio e riuscissimo, quindi, a gustare con un infinito stupore la gioia di essere perdonati da Dio, il nostro cuore sarebbe così ricco di gioia e di riconoscenza che non ci costerebbe molto perdonare a un nostro fratello. Può darsi che qualcuno abbia un debito con noi, ma, in ogni caso, quello che abbiamo nei confronti di Dio è ben maggiore. Se gustiamo la gioia del perdono, non facciamo fatica a trasmettere il perdono gratuitamente e liberamente, superando l’istinto della vendetta, la volontà di affermarci.

Con questo, siamo giunti al punto più elevato dell’esperienza dell’uomo. C’è nel mondo un ordine della natura dove le cose procedono secondo leggi inflessibili, perché la natura non perdona, nemmeno se io ho sbagliato senza volerlo. Al di sopra della natura c’è l’ordine della libertà, della giustizia, dove ciascuno liberamente deve essere in grado di entrare in rapporto con gli altri in una condizione di parità, di riconoscimento di diritti e di doveri. Al di sopra ancora di questo c’è l’ordine dell’amore, che è proprio di Dio.

La giustizia vuole dire riconoscere a ciascuno quello che gli spetta; amore vuole dire donare a qualcuno gratuitamente quello a cui non avrebbe uno stretto diritto. Questo è proprio l’ordine di Dio, mentre quello della giustizia è quello umano. L’ordine di Dio è dunque quello dell’amore, della gioia di trasmettere gioia, della gioia di arricchire gli altri, di comunicare quello che uno possiede, ed è qui che si colloca il perdono, che va al di là della semplice giustizia. “Perdono”, vuole dire un dono ripetuto, moltiplicato, e la sua realtà ha le radici nell’amore di Dio, nella gratuità con cui Dio ci ama.

Potremmo ora allargare il discorso e riportarlo a tutti i luoghi concreti in cui possiamo praticare il perdono: i rapporti di amicizia, familiari, con le persone che ci sono vicine nella vita; riportarlo a tutte le concrete esperienze dove il perdono di cui noi parliamo è quello che io do per le offese fatte a me. Non mi riferisco al perdono per un crimine che non mi ha toccato direttamente: di questo si è parlato molto negli ultimi anni ed è questione delicata che riguarda l’ordine giuridico dello stato. Ma non è questo il problema, ora. Ora, invece, parliamo di un’offesa personale, che ha suscitato in me risentimento e rancore. Il perdono ciascuno lo può dare solo per le offese ricevute, non per quelle fatte ad altri.

Vi sono allora due dimensioni del perdono, quello che chiediamo a Dio e quello che c’impegniamo a dare agli altri, e credo che sia inutile chiederci quale sia il più importante, perché essi si sostengono a vicenda.

Anche se quello di Dio precede, si verifica una specie di doppio movimento in cui ogni gesto di perdono nostro richiama il perdono di Dio e ogni dono del perdono di Dio suscita anche il nostro gesto di generosità.

Chiediamo allora al Signore di aiutarci a prendere coscienza della nostra responsabilità verso di Lui, verso il mondo che ha messo nelle nostre mani, verso la vita che ci ha dato la possibilità di dirigere e di guidare per l’amore e la comunione con Lui. Preghiamolo di farci sentire la gioia del suo perdono, la consapevolezza che Egli ci vuole, ci accetta e ci conferma.

Ci doni, il Signore, lo stupore per il suo amore e il suo perdono e faccia scaturire nei nostri cuori una gioia sincera e ricca, che ci renda capaci di perdonare con libertà agli altri.

La preghiera ci deve aiutare a questo. Mettiamoci davanti al Signore cercando di riscoprire il nostro debito: è cosa fondamentale, perché se non ci si sente debitori di fronte a Dio non si può pregare: «Padre, rimetti a noi i nostri debiti». Se invece cominciamo a pesare un tantino il nostro debito, allora quella preghiera diventa una necessità, di cui non possiamo fare a meno.

Dopo, dobbiamo misurare con stupore la grandezza della misericordia di Dio e per questo può servire il Salmo 102°. Salmo ricchissimo di stupore e riconoscenza per la misericordia di Dio.

Si tratta, poi, di verificare anche i casi di risentimento e di malanimo che abbiamo nei confronti degli altri e di mettere davanti al Signore la nostra fatica a perdonare, riconoscendo che non siamo così generosi, che il nostro cuore spesso è meschino e chiuso.

Riconoscendolo davanti al Signore, preghiamolo di spalancarci il cuore dandoci grande sincerità e generosità.

Ciò è possibile leggendo il brano del Siracide o il Vangelo, trasformandolo in una preghiera personale. Se, ad esempio, leggo nel Siracide:

«Il rancore e l’ira sono un abominio, il peccatore li possiede» (Sir 27, 30),

allora posso chiedere al Signore di aiutarmi a comprendere quanto il rancore e l’ira siano lontani da Lui e dal suo progetto; di aiutarmi a riconoscere nel mio cuore questi atteggiamenti e sentimenti, dandomi la forza di superarli con un cuore libero e puro.

È una preghiera molto semplice, ma sappiamo che pregare non vuol dire pensare molto, ma amare molto. Sono sufficienti anche delle parole infantili, ma esse devono scendere nel cuore per esprimere un desiderio, una speranza, una gioia che vuole diventare piena e grande davanti al Signore.

Meditazioni sul “Padre nostro” e l’“Ave Maria” – 10

Diocesi Reggio Emilia

Meditazioni sul “Padre nostro” e l’“Ave Maria”

Anno 1986

Fonte dal Libro edito dalle Edizioni San Lorenzo di Reggio Emilia n. 30, sussidi biblici periodico trimestrale dell’Associazione San Lorenzo 1990.

Didascalia di presentazione del Libro. Imparare a pregare pregando: è lo scopo della “Scuola di preghiera per giovani”, proposta mensilmente, dal 19986, dal Servizio Diocesano Vocazioni di Reggio Emilia-Guastalla, insieme con L’Azione Cattolica Giovani e l’AGESCI. Il fascicolo ripropone le meditazioni con le quali don Luciano Monari ha guidato il cammino spirituale di questi incontri di preghiera, commentando da prima la preghiera del Signore, il Padre nostro, e poi una preghiera della Chiesa, l’Ave Maria.

Meditazioni riprese dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Meditazioni sull’“Ave Maria”

Quarto Incontro

“Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori”

Letture bibliche: Gen 18, 16-33; At 1, 12-14.

Lettura patristica

Dagli Inni della Chiesa bizantina.

Madre di Dio, Vergine immacolata, supplica tuo Figlio, assieme alle potenze celesti, di donarci il perdono delle colpe prima della fine, a noi che con fede ti glorifichiamo. Tu hai superato le potenze dei cieli, perché ti sei dimostrata tempio divino, o benedetta Madre di Dio, avendo partorito Cristo, il Salvatore delle anime nostre.

O Madre di Dio Vergine, supplica incessantemente Cristo Dio, il crocifisso per noi e che ha distrutto la potenza della morte, affinché salvi le nostre anime.

O Madre di Dio, liberaci dai peccati che ci insidiano, perché noi fedeli non abbiamo altra speranza se non te e il Dio che da te è nato.

Il frutto del tuo grembo, o Immacolata, è il compimento dei profeti e della Legge. Per questo, glorificandoti come Madre di Dio, noi con pietà ti magnifichiamo.

Salve, tu che hai contenuto nel tuo grembo colui che i cieli non potevano contenere; salve, Vergine, annuncio dei profeti, per la quale è apparso 1’Emmanuele; salve, Madre di Cristo Dio.

Meditazione

La prima parte dell’Ave Maria è fatta di parole bibliche: prima le parole dell’angelo, al momento dell’annunciazione, poi le parole di Elisabetta quando Maria va a incontrarla. All’angelo e a Elisabetta abbiamo come chiesto le parole giuste, che ci mettano nell’atteggiamento corretto nei confronti della Madre di Dio.

Nella seconda parte dell’Ave Maria le parole sono proprio nostre, anche se hanno alle spalle una lunga tradizione; si può dire che è la Chiesa che ce le mette sulla bocca:

“Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte”.

Gli elementi sono molto semplici: da una parte Maria, che riconosciamo come Madre di Dio e santa, dall’altra noi, che ci riconosciamo peccatori. Per questo chiediamo alla Madre di Dio di intercedere; un’intercessione che sia duratura, ora e fino al momento della nostra morte.

Perché sottolineare questo aspetto (peccatori) nella preghiera? Vuole forse suscitare un atteggiamento di avvilimento, di depressione?

Qualcuno potrebbe dire che questa è una concezione negativa dell’uomo, del cristiano. San Paolo, quando scrive ai cristiani, li chiama, generalmente, “i santi”. Eppure, anche Gesù ci ha insegnato a pregare:

Padre «[12]e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6, 12).

Quindi, Padre, perdona. Quella preghiera la dobbiamo ripetere quotidianamente.

Nella concezione di Gesù, noi viviamo del perdono di Dio. Noi siamo quel servo che era debitori di diecimila talenti e che del perdono del re, del perdono di Dio, può vivere (cfr Mt 18, 23ss). Gesù ci ha insegnato a fare nostro, nella preghiera, l’atteggiamento del pubblicano, il quale nel tempio, in fondo, si batte il petto e dice:

«[13] (…) Dio, abbi pietà di me, che sono un uomo peccatore» (Lc 18, 13);

una preghiera che elimini ogni autosufficienza e che diventi, invece, invocazione della grazia e del perdono di Dio.

Siamo santi, effettivamente. Lo siamo per il Battesimo che abbiamo ricevuto, ed è giusto che ce ne ricordiamo – che siamo santi – tutte le volte che dobbiamo agire, tutte le volte che dobbiamo scegliere. Il richiamo alla santità ci responsabilizza e ci aiuta a fare delle scelte cristiane coerenti. Ma guai a fare della santità, che è un dono, una specie di grandezza nostra, una specie di diritto contro Dio, quasi a contestare il suo giudizio.

La santità, che ci è donata, è una responsabilità che fonda proprio il senso del peccato. Il peccato sta in questa incoerenza tra quello che Dio ha fatto in noi e quelli che noi quotidianamente viviamo. Se non fossimo santi, si potrebbe dire, non avremmo colpa, non avremmo il senso del peccato. Ma poiché Dio ci ha santificato, non abbiamo scuse, non ci possiamo accontentare di un amore tiepido, o di un amore intermittente, di una fedeltà in superficie.

Per questo ci presentiamo davanti a Dio dicendo: “noi peccatori”. Non per avvilirci – perché l’avvilimento viene dall’orgoglio, non ha niente a che fare con la fede e con la preghiera –ma per metterci, umilmente, nell’attesa del dono, nella verità della nostra condizione di poveri e di bisognosi. La nostra povertà, il nostro peccato, diventa appello, invocazione a Dio.

Ma perché invochiamo Maria? Perché non invocare direttamente Dio? Il motivo è che Maria è per noi, rimane per noi un segno dell’amore e della premura materna di Dio. Abbiamo imparato a pregare, rivolgendoci a Dio come “Padre”, ma non c’è niente di maschilista in questo modo di rivolgerci a Dio. Quando diciamo a Dio “Padre”, non vuol dire che proiettiamo in Dio l’esperienza umana della paternità; è semplicemente una partecipazione alla esperienza religiosa di Gesù. Quando noi diciamo che Dio è Padre, vogliamo dire che noi siamo, nei confronti di Dio, nell’atteggiamento in cui era Gesù; quindi la sua esperienza è anche la nostra, il suo atteggiamento è anche il nostro.

Se vogliamo esprimere con una immagine l’amore infinito di Dio, allora dobbiamo mettere insieme sia la figura materna che la figura paterna. Dio è padre e madre insieme. Il suo amore è fatto di serietà e di tenerezza, è immensamente forte e assolutamente delicato, ha una dimensione sociale e personale, è esigente e gratuito. Per questo Dio ci ha dato anche Maria, ce l’ha data come un segno, come una traduzione umana, un segno umano del suo amore infinito, che ha anche le dimensioni dell’amore materno. Ci ha dato in Maria un segno che non siamo soli con il nostro peccato. Maria è una creatura umana, è inserita, come noi, nella trama normale dei rapporti umani. È vissuta, anche lei, di fede e di obbedienza e ha conosciuto, anche lei, l’oscurità della fede.

Maria è riconosciuta, da noi, come un riflesso della bellezza di Dio, come il capolavoro della sua grazia. La bellezza della Chiesa, quella per cui Cristo ha donato se stesso per renderla gloriosa, senza macchia né ruga, o alcunché di simile, ma santa e immacolata, quella bellezza della Chiesa è in Maria: quindi la riconosciamo resa bella dalla grazia di Dio.

Questa donna santa è santa per noi; è Madre di Dio, ma è, nello stesso tempo, donata da Dio a noi.

A questo punto subentra la preghiera di intercessione, quella che abbiamo ascoltato nella lettura del Libro della Genesi, che presenta l’intercessione di Abramo. Abramo è l’amico di Dio, quell’uomo che cammina al cospetto di Dio come integro; cammina sotto lo sguardo di Dio, tanto che condivide i progetti di Dio. Dio ha un progetto di salvezza e dice ad Abramo: vattene dalla tua terra verso la terra che io ti indicherò. Dio vuole salvare l’uomo, ma lo vuole salvare attraverso gli uomini, e per questo coinvolge Abramo. L’uomo, in Abramo, diventa protagonista della salvezza insieme e in obbedienza a Dio.

Come Abramo cammina alla presenza di Dio, Abramo sente la solidarietà con gli uomini, sente la sorte di Sodoma e Gomorra come qualche cosa che lo coinvolge. Per questo si mette davanti a Dio e, con una immensa confidenza e con un immenso coraggio, parla. Parla come uno che può chiedere, con la fiducia, la sicurezza di essere ascoltato, e il Signore ascolta Abramo. Dio costruisce il suo progetto, tenendo presente la preghiera di Abramo. Il senso dell’intercessione è molto forte e lo si ritrova frequentemente nell’Antico Testamento, soprattutto in Mosè e nei profeti. L’intercessione è una dimensione profonda della religiosità biblica, perché nasce da una concezione non individualista.

Noi facciamo fatica a capirla perché siamo tremendamente individualisti, tendiamo a considerare ciascun uomo come un mondo chiuso a sé. Nella concezione biblica ci sono dei legami profondi che ci uniscono, per cui la sorte di uno coinvolge la sorte anche degli altri. La preghiera di intercessione nasce da questo senso di solidarietà.

Come Abramo intercede, così fa Maria. La forza di intercessione di Abramo la si ritrova in Maria con una lucidità e con una trasparenza ancora più grandi. Se Abramo era l’amico di Dio, Maria la riconosciamo come la Madre di Dio, con una dignità unica, che è donata – è tutto dono di Dio – ma che realmente si compie in Maria. Se Abramo è un collaboratore del progetto di Dio, a maggior ragione questo vale per Maria, che nell’annunciazione dice il suo sì all’Incarnazione, quindi al momento decisivo della storia della salvezza: l’Incarnazione passa attraverso la sua cooperazione e la sua obbedienza.

Se Abramo si sente solidale con gli uomini tanto da pregare per Sodoma e Gomorra, Maria è solidale con noi. A Cana, Maria con la preghiera presenta la situazione degli sposi a suo Figlio: è il simbolo dell’azione che Maria opera nei confronti di tutti gli uomini. Intercede e interviene proprio per questo, accolta nella volontà di Dio con infinita benevolenza. Questa intercessione di Maria prepara la grande intercessione della Chiesa, quella per la quale siamo chiamati a pregare gli uni per gli altri, quella per la quale i Santi diventano per noi una sicurezza non di deresponsabilizzazione, ma la sicurezza della fiducia. I Santi stanno davanti a noi come quelli che hanno percorso, per primi, il cammino della salvezza e, in qualche modo, stimolano anche noi a camminare e garantiscono con il loro amore la protezione sulla nostra esistenza.

«Ora e nell’ora della nostra morte»: sono i due poli fondamentali della nostra vita. Ora, perché è adesso il momento decisivo in cui opera la fede e la carità. Ogni giorno diventa il momento della grazia e della fedeltà, si tratta di cogliere esattamente il valore di questo oggi, questo “ora”, in questo momento in cui sono chiamato, di nuovo, a rispondere alla parola di Dio.

L’altro istante è quello della nostra morte, quello del sigillo che la morte porrà sopra tutta la nostra esistenza, sopra il nostro cammino di bene e di male. Quando la nostra vita verrà sigillata, quando ci troveremo davanti all’ultima e suprema prova della nostra vita e davanti al giudizio di Dio, che ci sia accanto come garanzia, come aiuto, l’intercessione di Maria.

Concludiamo il nostro cammino di preghiera. Lo affidiamo alle mani di Maria: essa è un dono che ci è fatto da Dio Padre, in Lei riconosciamo l’amore di Dio. Alla sua preghiera di intercessione affidiamo anche la nostra vita perché possa corrispondere al progetto di Dio nella fede e nell’obbedienza, così come ha corrisposto pienamente la vita stessa di Maria.

Meditazioni sul “Padre nostro” e l’”Ave Maria” – 9

Diocesi Reggio Emilia

Meditazioni sul “Padre nostro” e l’”Ave Maria”

Anno 1986

Fonte dal Libro edito dalle Edizioni San Lorenzo di Reggio Emilia n. 30, sussidi biblici periodico trimestrale dell’Associazione San Lorenzo 1990.

Didascalia di presentazione del Libro. Imparare a pregare pregando: è lo scopo della “Scuola di preghiera per giovani”, proposta mensilmente, dal 19986, dal Servizio Diocesano Vocazioni di Reggio Emilia-Guastalla, insieme con L’Azione Cattolica Giovani e l’AGESCI. Il fascicolo ripropone le meditazioni con le quali don Luciano Monari ha guidato il cammino spirituale di questi incontri di preghiera, commentando da prima la preghiera del Signore, il Padre nostro, e poi una preghiera della Chiesa, l’Ave Maria.

Meditazioni riprese dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Meditazioni sull’”Ave Maria”

Terzo Incontro

“Tu sei benedetta fra le donne”

Letture bibliche: Gen 12, 1-7; Lc 1, 39-45.

Lettura patristica

Dagli Inni della Chiesa bizantina.

Immacolata Madre di Dio, che sei nei cieli benedetta e sulla terra glorificata, salve, Vergine e Sposa!

O speranza ottima del mondo, Vergine Madre di Dio, noi sollecitiamo la tua potente protezione: abbi pietà del tuo popolo smarrito; supplica il Dio misericordioso di liberare le anime nostre da ogni avversità, o sola benedetta. Nessuno, ricorrendo a te, ritorna confuso, o pura Vergine Madre di Dio; ma chiede la grazia e ottiene il dono corrispondente alla domanda.

Madre di Dio Vergine, supplica il Figlio tuo, il Cristo Dio nostro, che fu volontariamente appeso alla croce e ha liberato il mondo dall’inganno, di aver pietà delle nostre anime.

O Genitrice di Dio, il Figlio e Verbo di Dio generato prima dei secoli senza madre, tu lo hai partorito negli ultimi tempi, incarnato dal tuo casto grembo, senza intervento di uomo. Supplicalo di dare a noi, prima della fine, il perdono dei peccati.

Il frutto del tuo grembo, o Sposa di Dio, si è rivelato causa di salvezza per gli uomini; perciò noi tuoi fedeli, glorificandoti con il pensiero e la parola come Madre di Dio, ti magnifichiamo.

Meditazione

Racconta il Vangelo che quando Maria si reca a trovare Elisabetta, questa si stupisce di vedersi cercata e amata. Nelle parole di Elisabetta si riflette anche il nostro stupore davanti al mistero grande dell’Incarnazione. A che cosa dobbiamo che il nostro Signore venga a noi?

Il senso dell’Incarnazione è questo:

«[16]Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3, 16).

Dall’Incarnazione scaturisce la ricchezza e la dignità della nostra vita; per cui possiamo dire:

“Vedete «[1]Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!» (1 Gv 3, 1).

In questo contesto di stupore dobbiamo mettere la nostra preghiera. C’è un dono di Dio per noi: il dono dell’amore, della premura e dell’interesse di Dio. Di questo dono Maria è la portatrice. Fa impressione pensare che per nove mesi il Figlio di Dio sia stato carne della sua carne. Era già presente nel mondo, il Figlio di Dio, ma in dipendenza totale dalla madre, Maria. È già capace di camminare, di parlare, di agire, di benedire, ma fa tutto questo attraverso il servizio di Maria.

«[40]Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta» (Lc 1, 40);

è un saluto normale, quel saluto che gli ebrei si scambiano normalmente quando si incontrano, shalom. Ma il saluto di Maria è capace di trasmettere la gioia e la potenza di Dio. Questo sarebbe in qualche modo il nostro desiderio, è il desiderio della Chiesa, di potere salutare così la gente, di potere dire alle persone: sono contento di vederti e, attraverso queste parole, trasmettere non solo un sorriso, non solo la gioia e lo stupore con cui salutiamo gli amici (che sono già cose stupende, grandi e belle), ma riuscire a trasmettere, attraverso questo saluto, la pace e la salvezza che vengono da Dio. Quando accogliamo gli altri, quanto più il nostro cuore è ricco, quanto più la nostra personalità è solida e formata, tanto più valore ha il nostro sorriso o hanno le nostre parole.

Per questo le parole di Maria sono così forti, così importanti. Il sì pieno di Maria, la sua obbedienza senza riserve alla volontà di Dio, la rende trasparente. Al momento dell’annunciazione ha detto di sì a Dio, attraverso l’angelo e in questo modo ha compromesso tutta la sua vita. Per questo Maria ha una ricchezza grande dentro di sé da portare. Attraverso di lei passa la benedizione stessa di Dio: la gioia che viene da Dio, la sua vita, la sua pace. Quando la nostra vita è toccata davvero dalla presenza del Signore diventa uno strumento della sua grazia. L’uomo diventa capace di trasmettere agli altri uomini la speranza.

Il Vangelo dice che la presenza di Maria fa sussultare di gioia Giovanni Battista nel grembo di sua madre. In realtà, chi suscita la gioia del Battista è Gesù, è quel Gesù che non è ancora nato, ma che incomincia già a trasmettere la salvezza. Ma Gesù è presente, è a contatto con gli uomini, attraverso Maria; attraverso di lei si compie l’incontro tra Giovanni Battista e Gesù: questo sta a significare, probabilmente, per S. Luca, l’incontro tra l’Antico Testamento di cui Giovanni Battista è come una sintesi, con il Messia. Nel Battista tutti i profeti, tutti i patriarchi salutano il salvatore che viene.

Il vangelo dice che Abramo un giorno vide il tempo di Gesù e gioì (cfr Gv 8, 56). Giovanni Battista fa sua la gioia di Abramo, fa sua la gioia di Isaia, che aveva annunciato il Messia. L’incontro è quello di tutti i grandi dell’Antico Testamento che riconoscono il compimento della salvezza in Gesù.

Nello stesso tempo questa presenza di Gesù attraverso Maria fa profetizzare Elisabetta:

«Elisabetta fu piena di Spirito Santo [42]ed esclamò a gran voce: Benedetta tu fra le donne» (Lc 1, 41.42).

Per questo Maria è per noi una benedizione, la sua presenza trasmette la benedizione di Dio.

Nel contesto del Libro della Genesi (cap. 12°), la vocazione di Abramo vuole dire che Dio ha intenzione di richiamare l’uomo a sé. L’uomo si trova in una condizione di lontananza, anzi di maledizione. Il peccato, infatti, significa maledizione, cioè perdita di vita. Abramo viene chiamato per diventare strumento della benedizione di Dio; viene innanzitutto benedetto lui, per primo, per trasmettere poi a tutti gli altri il dono di Dio. Tutti gli uomini si diranno benedetti da Dio perché c’è lui; a contatto con Abramo la benedizione di Dio si trasmetterà.

Ciò che era annunciato per Abramo è quello che si compie in Maria. Il disegno di Dio è quello di ricapitolare in Cristo tutte le cose: dare al mondo un capo che lo guidi e quindi un senso, e dare a Cristo un corpo che gli appartenga pienamente. Ciò significa in qualche modo rendere nuovo il mondo con il sigillo di Cristo: che la presenza di Cristo segni ogni realtà del mondo con il segno dell’amore e del dono.

Gesù non è vissuto per se stesso. Per questo preghiamo: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno. Maria ha concepito Gesù Cristo a motivo della sua fede e lo ha introdotto nel mondo attraverso la sua fede.

«[45]E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (Lc 1, 45).

Anche la Chiesa concepisce Gesù Cristo, vuole portare Gesù Cristo a contatto con tutte le situazioni: con l’amore delle famiglie, con la fatica del lavoro, con le sofferenza della malattia, con tutto quello che c’è di umano. In fondo la Chiesa vorrebbe poter fare ciò che ha fatto Maria: andare da tutti gli uomini e salutarli nel nome di Cristo e, nel momento in cui li saluta, trasmettere loro la gioia.

La Chiesa può fare questo attraverso la nostra piccola vita. Anche sulla nostra vita c’è una vocazione: non sarà una vocazione importante come quella di Abramo, ma è sempre una vocazione che assomiglia a quella di Abramo. C’è un progetto del Signore che siamo chiamati a realizzare, c’è una strada che siamo chiamati a percorrere. Quando accogliamo questa vocazione del Signore con la fede anche noi diventiamo dei portatori di Cristo. Dovunque andiamo, nella famiglia che uno costruisce, nel lavoro in cui si impegna, nella politica o nella società, in qualunque realtà in cui veniamo a contatto con gli altri, possiamo portare il Signore, portare l’amore che viene dal Signore, portare la gratuità e la gioia.

Anche in questo Maria è il modello della Chiesa. Lei per prima ha concepito Cristo nella fede, lo ha portato a contatto con il mondo, noi dobbiamo imparare da lei la fede per avere il Signore in noi e per portarlo a contatto con tutte le situazioni umane.

Questo vuole dire pregare con le parole:

«[42] (…) Benedetta sei tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno!» (Lc 1, 42).

Benedetta è Maria perché porta dentro di sé il Figlio di Dio, benedetta per la fede con cui ha accolto la vocazione del Signore. Dire questo di Maria vuol dire cercare di metterci nel suo medesimo atteggiamento, perché la benedizione che riposa su di lei coinvolga anche noi e, attraverso di noi, riesca anche a coinvolgere quegli uomini coi quali entriamo in rapporto.

Meditazioni sul “Padre nostro” e l’“Ave Maria” – 8

Diocesi Reggio Emilia

Meditazioni sul “Padre nostro” e l’“Ave Maria”

Anno 1986

Fonte dal Libro edito dalle Edizioni San Lorenzo di Reggio Emilia n. 30, sussidi biblici periodico trimestrale dell’Associazione San Lorenzo 1990.

Didascalia di presentazione del Libro. Imparare a pregare pregando: è lo scopo della “Scuola di preghiera per giovani”, proposta mensilmente, dal 19986, dal Servizio Diocesano Vocazioni di Reggio Emilia-Guastalla, insieme con L’Azione Cattolica Giovani e l’AGESCI. Il fascicolo ripropone le meditazioni con le quali don Luciano Monari ha guidato il cammino spirituale di questi incontri di preghiera, commentando da prima la preghiera del Signore, il Padre nostro, e poi una preghiera della Chiesa, l’Ave Maria.

Meditazioni riprese dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Meditazioni sull’“Ave Maria”

Secondo Incontro

Il Signore è con te

Letture bibliche: Gl 2, 21-27; Lc 1, 26-33

Lettura patristica

Dalle Omelie di S. Cirillo di Alessandria, vescovo

Ti saluto, o Vergine Maria, madre e serva. Vergine, per mezzo di colui che è nato da te Vergine; madre, per mezzo di colui che è stato avvolto tra le tue fasce e che hai nutrito con il tuo latte; serva, per mezzo di colui che ha assunto la forma di servo.

Ti saluto, o Maria Madre di Dio, per mezzo della quale è entrata nel mondo la grazia ineffabile e della quale l’apostolo Paolo ad alta voce diceva: «È apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini» (Tt 2, 11).

Ti saluto, o Maria Madre di Dio, per mezzo della quale è entrata nel mondo la luce vera, il Signore nostro Gesù Cristo, il quale nel vangelo dice: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8, 12). Ti saluto, o Maria Madre di Dio, per mezzo della quale è giunta la luce su quanti erano nelle tenebre e nell’ombra della morte. «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce» (Is 9, 1). E quale luce? se non il Signore nostro Gesù Cristo, la luce vera, quella che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (cfr. Gv 1, 9).

Ti saluto, o Maria Madre di Dio, per mezzo della quale il Vangelo proclama: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Gv 12, 13); per mezzo della quale le chiese di quelli che hanno la retta fede sono state fondate nelle città, nei villaggi e nelle isole. Ti saluto, o Maria Madre di Dio, per mezzo della quale venne colui che ha fatto la prima creazione e ha riparato la prevaricazione del primo uomo, colui che è la guida del regno celeste.

Meditazione

Richiamiamo anzitutto il principio fondamentale che abbiamo meditato la volta scorsa: Maria è modello e piena realizzazione della Chiesa. Ciò vuole dire che noi siamo chiamati a specchiarci in lei, a riprodurre, quindi, i suoi sentimenti e i suoi atteggiamenti di fronte alla parola di Dio. “Ave”, dunque, “piena di grazia, il Signore è con te”.

Con queste parole, “il Signore è con te”, viene promessa a Maria la vicinanza di Dio, ma non solo: la presenza di Dio con lei diventa anche intervento attivo, operante, di protezione.

Possiamo tentare di comprendere il significato di queste parole a partire dalla prima lettura di stasera, quella presa dal libro di Gioele. Sapete che il Libro di Gioele è legato ad alcuni avvenimenti precisi della storia di Israele: un’invasione devastatrice di cavallette e una siccità prolungata, che hanno distrutto ogni raccolto e hanno provocato una carestia rovinosa. Israele si trova, dunque, in una condizione di miseria, di disgrazia, tanto che i popoli vicini dicono: «Dov’è il loro Dio?» (Gl 2, 17), “perché non li salva?”. Che è come dire: “A che cosa è servito credere in Dio, se in questo momento di difficoltà sembra che Dio sia sordo, muto e cieco?”. È come dire: “Dio, se c’è, non agisce, non opera”. Per questo Israele è esposto alla vergogna e alla derisione delle genti.

Ma dice il profeta Gioele:

«[18]Il Signore si mostri geloso per la sua terra e si muova a compassione del suo popolo» (Gl 2, 18).

Cioè interviene attivamente, dando la pioggia al tempo giusto e nella misura giusta. Il brano di Gioele che abbiamo ascoltato ricorda questo dicendo:

«Il Signore ha fatto cose grandi (…) ha fatto meraviglie (…) gioite, dunque, nel Signore vostro Dio, loderete il nome del Signore vostro Dio»; e tutto questo perché: «io sono – dice il Signore – in mezzo a Israele» (Gl 2, 21.26.23.27).

Questo vuole dire non solo che Dio c’è e che Dio abita in qualche modo in mezzo a Israele, ma vuole dire che Dio compie un gesto di salvezza a favore del suo popolo. La storia, gli avvenimenti, manifesteranno la grandezza del potere di Dio e noi, dice il profeta, non patiremo vergogna. L’uomo patisce vergogna quando ha posto la sua fiducia su un fondamento sbagliato, su un idolo. Non patiremo vergogna perché abbiamo messo la nostra fiducia nel Signore, nella potenza, nell’amore, nell’efficacia dell’azione del Signore.

Questo vuole dire quella espressione: «Il Signore è con te». È rivolta a Maria, che rappresenta, naturalmente, tutto il popolo di Dio, tutto Israele. Israele è un popolo poco numeroso e poco ricco, che ha perso l’indipendenza, e deve subire il dominio dei pagani. È un popolo disprezzato. Gli si possono applicare parole come quelle che si trovano nel Libro di Isaia:

«[14] (…) vermiciattolo di Giacobbe, larva di Israele»; ma a questo “vermiciattolo e larva” il Signore dice: «[14] Non temere (…) io sono il tuo redentore, il Signore è in mezzo a te” (Is 41, 14).

Questo indicano le parole “Il Signore è con te”. Non esprimono solo un privilegio di Maria ma, soprattutto, dicono che Maria viene equipaggiata per un missione.

Nell’Antico Testamento troviamo spesso espressioni simili. Quando Abramo è stato chiamato dal Signore per portare la benedizione di Dio all’umanità, Dio gli dice: «Io sarò con te» (cfr. Gen 17, 1). Quando Mosè viene chiamato per liberare Israele dall’Egitto e si sente inadatto, insufficiente, a un compito così grande e difficile, e la risposta di Dio è: «Io sarò con te» (Es 3, 12). Quando Giosuè deve continuare l’opera di Mosè e introdurre il popolo nella terra promessa, il Signore ripete la stessa assicurazione: «Io sarò con te» (Gs 1, 5). Lo stesso con Gedeone quando deve combattere i Madianiti (cfr. Gdc 6, 12.16). Lo stesso con Geremia quando deve annunciare la parola di Dio e si sente giovane e piccolo, povero e incapace, senza autorità di fronte alla gente: «Non temere, io sarò con te» (Ger 1, 8).

Maria ha un compito, una missione; è una missione al di sopra delle forze umane: se la potrà realizzare è perché il Signore, la forza del Signore, è con lei. Questa garanzia di Dio è indispensabile sempre, quando la vita viene interpretata come vocazione e missione.

Mi spiego, ciascuno di noi ha una certa ricchezza di doti: doti fisiche, intellettuali, di carattere. Con queste doti posso raggiungere certi traguardi, che sono alla mia portata; per esempio, la capacità di fare un certo lavoro, di raggiungere una laurea, di realizzare un compito. Sono traguardi alla mia portata. Ma le doti, per quanto grandi, non bastano mai, da sole, a realizzare una vocazione, una missione. Perché si realizzi una vocazione ci vuole qualcuno che chiami. Perché ci sia una missione, ci vuole un progetto, al cui servizio ci possiamo mettere. È quello che capita quando la vita viene interpretata e vissuta davanti al Signore. Non cambiano le doti o le cose da fare: si tratterà sempre di vivere i rapporti, umani, il lavoro, lo studio, queste cose fondamentali, ma esse acquistano un significato nuovo.

C’è un piano di salvezza di Dio e noi diventiamo uno strumento per la realizzazione di questo piano. Chiaramente, se è un piano di salvezza di Dio, è al di sopra delle nostre doti, per forza e capacità. Per questo diventa indispensabile l’assicurazione: Il Signore è con te; il Signore ti rende capace di diventare uno strumento di salvezza.

Possiamo facilmente riferire questo discorso alla Chiesa. Il Concilio, lo ricordate, dice che “la Chiesa è Sacramento”, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano. Ciò vuole dire che quando guardo la Chiesa, una concreta comunità cristiana, io debbo poter vedere la comunione degli uomini con Dio e debbo poter vedere l’unità del genere umano realizzata in germe. Ma si capisce molto bene che questo è un compito che supera le nostre forze. Noi non siamo capaci, con la nostra buona volontà, di realizzare una comunione autentica con Dio, di costruire una vera unità fra tutti gli uomini. Per fare questo non basta essere culturalmente preparati, e non basta nemmeno essere ben organizzati, dei bravi managers; non basta essere ricchi di mezzi; l’unica sicurezza è quella parola del Signore: «Il Signore è con te».

Ricordate le parole di Gesù ai suoi discepoli, così come sono riferite nel vangelo di Matteo, in quello che è l’ultimo incontro, prima del distacco, prima della Ascensione:

«[18] (…)Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. [19]Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, [20]insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28, 18-19).

Chiaramente, se i discepoli si misurano con questa missione, debbono dire: non ci riusciamo, è troppo grande, è al di là delle nostre forze. Vengono allora le ultime parole:

«[20] (…) Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).

Con voi per togliervi la.vostra solitudine, ma con voi, soprattutto, per darvi l’energia e la forza di realizzare una missione.

Quello che vale per la Chiesa in genere, vale chiaramente per ciascuno di noi. Se noi interpretiamo la vita come una vocazione, allora il senso della nostra vita è creare un pochino di fraternità fra gli uomini, è trasformare il mondo in modo tale che nel mondo si veda la presenza di Dio, la sua manifestazione. Avviene così quando una persona sceglie una via di consacrazione e allora cerca di vivere secondo lo spirito delle beatitudini. Oppure quando qualcuno fa della sua vita un servizio ministeriale, e cerca di spendere il tempo e le energie di cui dispone per edificare una comunità cristiana; oppure ancora quando il cristiano interpreta e vive il matrimonio come una vocazione: allora deve mettere dentro il matrimonio l’amore di Cristo per la Chiesa, con la gratuità, la generosità, la fedeltà, che sono proprie dell’amore di Cristo. Non c’è dubbio, tutte queste cose sono al di sopra delle nostre forze.

Allora diventa preziosa la promessa “Il Signore è con te”; è con te perché la tua vita possa essere vocazione, possa realizzare la missione del Signore, che è missione tua personale, ma a favore del mondo intero, della Chiesa e di tutti gli uomini. Interpretiamo così il saluto dell’angelo: «Ave, piena di grazia, il Signore è con te». Dio equipaggia Maria con la potenza della sua grazia, perché Maria possa compiere la sua missione di Madre del Redentore.

Come dicevamo all’inizio, noi ci dobbiamo specchiare nell’esperienza di Maria e allora quello che si dice di Maria vale della Chiesa e deve valere di ciascuno di noi. Allora le dimensioni della preghiera di questa sera potrebbero essere queste (dico “potrebbero” perché, poi, ciascuno è libero di camminare secondo le inclinazioni e le ispirazioni dello Spirito Santo):

Una prima dimensione potrebbe essere quella della contemplazione di Maria, cioè guardare, rileggendo il Vangelo, la sua umiltà e la grandezza della sua missione; e benedire Dio perché ha fatto in lei cose grandi. A questo potrebbe servire, per esempio, la preghiera del Magnificat.

Una seconda dimensione potrebbe aiutarci a prendere coscienza della missione della Chiesa, che è nel mondo per realizzare il progetto di Dio. Pregare allora vuol dire imparare a gioire di questo progetto. È un progetto grande, più grande di noi, ma siamo al suo servizio.

La terza dimensione della preghiera è quella della nostra vocazione: la vocazione di noi, che ciascuno può chiarire davanti al Signore. È il mistero di un nome, che ci è stato dato da Dio e che solo noi, davanti al Signore, siamo in grado di leggere e di conoscere. In ogni modo, la nostra vocazione sarà sempre quella di edificare il Corpo di Cristo, quella di trasformare il mondo secondo il progetto di Dio.

Allora abbiamo bisogno di chiedere al Signore che sia con noi, che non ci lasci soli, ma che ci dia la forza di credere nel suo progetto di salvezza, di credere nella vocazione e missione che ci affida e di impegnarci con sincerità e con amore per la realizzazione di questa missione.

Meditazioni sul “Padre nostro” e l’”Ave Maria” – 7

Diocesi Reggio Emilia

Meditazioni sul “Padre nostro” e l’”Ave Maria”

Anno 1986

Fonte dal Libro edito dalle Edizioni San Lorenzo di Reggio Emilia n. 30, sussidi biblici periodico trimestrale dell’Associazione San Lorenzo 1990.

Didascalia di presentazione del Libro. Imparare a pregare pregando: è lo scopo della “Scuola di preghiera per giovani”, proposta mensilmente, dal 19986, dal Servizio Diocesano Vocazioni di Reggio Emilia-Guastalla, insieme con L’Azione Cattolica Giovani e l’AGESCI. Il fascicolo ripropone le meditazioni con le quali don Luciano Monari ha guidato il cammino spirituale di questi incontri di preghiera, commentando da prima la preghiera del Signore, il Padre nostro, e poi una preghiera della Chiesa, l’Ave Maria.

Meditazioni riprese dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Meditazioni sull’”Ave Maria”

Primo Incontro

“Ave o Maria, piena di grazia”

Introduzione

Nei primi incontri di questa scuola di preghiera abbiamo meditato il Padre nostro, la preghiera che il Signore ci ha insegnato.

Cominciamo, questa sera, la riflessione sull’Ave Maria, preghiera che ci è stata insegnata dalla Chiesa, che abbiamo imparato fin da bambini e che, nella sua prima parte, è anch’essa preghiera biblica, composta con alcune parole del Vangelo dell’infanzia.

Il motivo per cui, accanto alla meditazione del Padre nostro, mettiamo quella dell’Ave Maria è, in fondo, abbastanza semplice. L’opera di salvezza è un dono pienamente gratuito di Dio, che salva gli uomini attraverso Gesù Cristo; per questo ci rivolgiamo a Lui, Padre, e lo invochiamo: santifica il tuo nome, fa’ venire il tuo regno! D’altra parte la salvezza cambia radicalmente l’uomo al suo interno, rendendolo da peccatore giusto e santo. Maria, nella fede cattolica, rappresenta la risposta positiva della creatura umana alla salvezza di Dio, il sì senza ombre o riserve o ostacoli. L’opera di salvezza di Dio si compie in lei perfettamente, mentre in noi essa deve fare i conti con i limiti delle nostre insufficienze e dei nostri egoismi.

Contemplare la figura di Maria, allora vuole dire contemplare il capolavoro di Dio, comprendere ciò che Egli è in grado di compiere in mezzo a noi. Maria rappresenta il compimento del mistero di salvezza; essa è un segno di speranza e di consolazione per tutti.

Cercheremo, allora, di meditare l’Ave Maria in modo che le parole di questa preghiera si imprimano in profondità dentro ai nostri cuori.

Letture bibliche: Sof 3, 14-17; Ef 1, -10.

Lettura patristica

Dall’Inno Akathistos alla Madre di Dio.

Il più grande degli angeli fu inviato dal cielo per dire “ave” alla Madre di Dio. Con angelica voce, contemplando Te fatto uomo, o Signore, si fermò e stette, proclamando a lei così:

“Ave, Tu per la quale la gioia risplenderà; ave, tu per la quale la maledizione si allontanerà; ave, perdono dell’Adamo caduto; ave, riscatto delle lacrime d’Eva; ave, altezza inaccessibile alla ragione umana; ave profondità imperscrutabile anche agli occhi degli angeli; ave, perché tu sei il trono del Re; ave, perché tu reggi Colui che tutto regge; ave, stella annunziatrice del Sole; ave, grembo dell’incarnazione di Dio; ave, rinnovatrice della creazione; ave, tu per la quale il Creatore si fa bambino, ave, sposa e vergine!”.

Cede ogni canto che tenta adeguarsi alla tua infinita misericordia. Se inni, quanti vi sono granelli di sabbia, ti cantassimo, o Santo Re, mai potremmo raggiungere la degnità di ciò che donasti a noi, che acclamiamo: Alleluia!

Cantando il tuo Figlio, tutti ti celebriamo come un tempio animato, o Madre di Dio. Avendo abitato nel tuo seno, Colui che tutto accoglie nella sua mano, il Signore, ti fece santa e gloriosa, e insegnò a tutti a proclamarti: “Ave, sposa e vergine!”.

Meditazione

“Ave, Maria, piena di grazia”: sono le parole di saluto che l’angelo Gabriele, messaggero di Dio, rivolge alla Vergine di Nazaret che deve diventare la madre del Figlio di Dio.

Per capirle, partiamo dall’espressione «piena di grazia», che nel testo del Vangelo sostituisce il nome stesso di Maria. Le parole precise dell’angelo sono: «Ave, piena di grazia» (Lc 1, 28). Non la chiama per nome, Maria!, ma l’interpella con quell’espressione: “piena di grazia”, che rappresenta così un nome nuovo. Per la Bibbia, è come se a quella ragazza venisse donata una nuova identità, che si esprime proprio in questa parola: «piena di grazia».

Ma cosa vuole dire esattamente questa espressione? La “grazia” è chiaramente un dono speciale di Dio, che ha la sua sorgente nella ricchezza infinita di vita che Dio possiede e nell’amore con cui Dio comunica tutto quello che ha. Dio non è un Dio geloso, proprietario di una vita che non vuol comunicare a nessuno; al contrario, il Dio della Bibbia è, essenzialmente, il Dio dell’amore generoso che dona tutto ciò che ha, volendo fare partecipi gli uomini della sua vita.

Nella seconda Lettera di san Pietro è scritto:

«[3]La sua potenza divina ci ha fatto dono di ogni bene per quanto riguarda la vita e la pietà, (…) e ci ha donato i beni grandissimi e preziosi che erano stati promessi, perché diventaste per loro mezzo partecipi della natura divina» (2 Pt 1, 3.4).

Il progetto di Dio è proprio quello di rendere l’uomo partecipe della sua stessa vita, della sua stessa gioia. Questo è il significato della grazia: potremmo dire che è lo sguardo di amore che Dio fa scendere sulle creature umane, ricordando che quando Dio guarda con amore una creatura, la cambia, la arricchisce rendendola bella, pura e santa davanti a lui.

Quando, dunque, l’angelo dice: «Ave, piena di grazia», è come se dicesse: “Dio ti ha guardato con immenso amore e il suo sguardo ti ha purificato da ogni ombra di egoismo e di peccato, ha fatto di te una creatura pienamente santa.

Per questo motivo abbiamo letto l’inno famoso della Lettera agli Efesini, dove san Paolo presenta il progetto di salvezza di Dio con queste parole:

«[3]Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. [4]In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità» (Ef 1, 3-4).

C’è, dunque, un progetto universale di Dio riguardante tutti gli uomini, senza eccezione alcuna; un progetto eterno che affonda le sue radici nell’eternità stesa di Dio, e il cui contenuto è che l’uomo diventi santo e immacolato, davanti a Dio, nell’amore. Si potrebbe dire che questo è, per san Paolo, il senso del mondo intero e della storia. Se ci chiediamo per quale motivo Dio ha voluto creare questo universo, che senso abbiano quei diciassette miliardi di storia dell’universo che abbiamo alle spalle, a che cosa tenda il lungo cammino della storia lungo il quale l’uomo è cresciuto nella conoscenza e nella creazione di legami con gli altri; se ci chiediamo quale sia il fine di tutti questi itinerari voluti da Dio, Paolo risponde che tutto tende alla comunione con Dio.

Il traguardo dell’evoluzione del mondo è, per san Paolo, Gesù Cristo: ossia quel frammento di umanità che è diventato perfettamente partecipe della divinità. Gesù Cristo, pur appartenendo al nostro mondo, è il Figlio stesso di Dio: in lui Dio si rispecchia perfettamente. Il progetto di Dio è, quindi, che alla realtà di Cristo tenda l’umanità intera:

«[4]In Cristo ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, [5]predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo» (Ef 1, 4-5).

Se egli è Figlio di Dio, noi siamo chiamati a diventare, in Cristo, figli di Dio; santi della santità stessa di Gesù Cristo.

Quando, quindi, l’angelo Gabriele dice a Maria: «Ave, piena di grazia», vuole dire che Maria ha raggiunto questa santità o, forse meglio, che Dio ha donato una santità perfetta a Maria; ella partecipa della grazia di Dio così pienamente che la grazia diventa la sua stessa identità, il suo nome nuovo: Ave, piena di grazia. Se mi domando chi sia Maria e quale il significato della sua persona e della sua vocazione, la risposta è che ella è il dono di Dio, la grazia di Dio, il capolavoro della grazia di Dio, è il segno di una redenzione perfettamente realizzata.

Abbiamo ascoltato ancora da Paolo che:

«[7]in Cristo noi abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati» (Ef 1, 7).

Per comprendere bene il senso di questa frase, posso guardare, ancora una volta, Maria. In Lei posso, infatti, vedere la redenzione nei suoi effetti, senza diminuzioni. La grazia di Dio è per tutti gli uomini: in Maria essa è presente in modo unico e pieno.

Ciascuno di noi, venendo in questo mondo, entra in una realtà dall’egoismo, dalla menzogna, dalla cattiveria. Sono realtà del inondo che noi portiamo, come una ferita, nel nostro cuore. E attraverso il Battesimo, la fede e tutto il cammino della vita cristiana che, come ci dice ancora Paolo, veniamo:

«[13] (…) liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto» (Col 1, 13).

Diventiamo, cioè, appartenenti a Gesù Cristo. Maria, però, è nata in questo regno di Cristo, non ha dovuto camminare faticosamente per arrivarci, perché Dio ve l’ha introdotta fin dall’inizio. Per questo ella può diventare per noi modello e speranza; per questo quell’«Ave piena di grazia» vuole suscitare in noi gioia per quanto Dio ha compiuto. Dovremmo, infatti, ripetere questa frase dell’angelo, con gioia e stupore, guardando un capolavoro, Maria, e rallegrandocene perché Dio ha compiuto in lei cose grandi (cfr Lc 1, 49). Tutto ciò, infatti, sta a significare che la misericordia di Dio è veramente grande, che il peccato e l’egoismo non sono fatali e invincibili. Essi sono stati vinti in Maria; e se Dio ha operato questo in lei, altrettanto può e vuole fare in noi.

Ecco il motivo per cui all’inizio abbiamo pregato: “Fa’ che Maria risplenda per i tuoi figli come segno di consolazione e di sicura speranza”. Guardando Maria, infatti, ho la sicurezza che il peccato può essere vinto, che l’egoismo può essere annientato e superato e che tutto questo è possibile per ciascuno di noi.

Stiamo spesso davanti al nostro mondo disorientati e timorosi, nel constatare come la menzogna è così profondamente radicata in mezzo a noi da sembrare invincibile. Ci servono segni di un mondo nuovo fatto di sincerità e di amore. Ecco perché la prima parola dell’angelo a Maria è “Ave”. La traduzione corretta sarebbe “rallegrati”, ed è un invito alla gioia simile a quello che abbiamo ascoltato nella lettura del profeta Sofonia. Rivolgendosi a Gerusalemme, rappresentata come una ragazza, il profeta dice:

«[14]Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!» (Sof 3, 14).

Provate a rivolgere queste parole a Maria che, nella concezione cristiana, rappresenta la Chiesa intera, è la sua personificazione.

Dunque, «rallegrati, o piena di grazia», perché:

«[15]Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura. [16]In quel giorno si dirà a Gerusalemme: Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! [17]Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente» (Sof 3, 15-17).

«Rallégrati, o piena di grazia, il Signore è con te». Le ultime parole del profeta sono ancora più belle:

il Signore «Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, [18]come nei giorni di festa» (Sof 3, 17-18).

Il profeta ci dice che quando Dio guarda Gerusalemme, la vede così bella e splendente di santità e di amore che ne è rallegrato e consolato.

In realtà, se Gerusalemme è bella è perché tale l’ha fatta Dio, che dopo, però, la guarda e se ne innamora.

Questo rappresenta Maria per noi. Quando Dio guarda Maria, la vede come l’espressione perfetta della risposta umana al suo amore, la vede come santa, rallegrandosi per questo. Maria è opera di Dio: è radicalmente grazia, dono; non c’è in lei nulla di autosufficiente e autonomo, che si opponga o si aggiunga a Dio. Proprio per questo è perfettamente santa e immacolata, per cui Dio, quando la guarda, è innamorato di quell’opera da lui stesso compiuta in lei.

Quello, però, che è compiuto in Maria è compiuto come anticipo di ciò che Dio vuole fare nella Chiesa, nella nostra vita: la santità di Maria è la nostra stessa santità, la nostra stessa vocazione.

Allora, riprendendo le parole: «rallegrati, piena di grazia», mettiamo insieme tutti questi atteggiamenti:

  • Lo stupore per la grandezza e l’amore di Dio, perché, siccome Maria è il capolavoro di Dio, guardando lei, riconosciamo l’amore con cui Dio ama in modo creativo, trasformando la creatura umana e rendendola bella e pura.

  • La riscoperta del senso della vocazione di Maria: quell’invocazione è la sua stessa vocazione; riscopriamo anche il senso della nostra stessa vocazione umana, perché quello che è compiuto in Maria non è altro che il progetto di salvezza.

  • Il ritrovamento del fondamento della nostra speranza, la sicurezza che la santità non è irraggiungibile. C’è una santità da altare, legata a particolari condizioni, che non tutti siamo chiamati a raggiungere. C’è, però, una santità radicale del nostro cuore, che è per tutti: è la capacità di amore, di riflettere nella nostra vita l’amore di Dio. Saremo pur egoisti, ma c’è nel nostro cuore una vocazione all’amore, donataci dal Signore. Se il Signore ci ha dato la vocazione, ci darà anche la forza di compierla: tutti abbiamo la possibilità di imparare ad amare, di imparare a donare.

Per questo motivo, vale anche per noi l’esortazione: «Rallegrati, gioisci, o piena di grazia».

Siamo chiamati anche noi a gioire per la nostra vocazione a gioire per la speranza che ci è donata in Maria; non è una gioia semplicemente psicologica che ci viene dalle circostanze della vita, ma la gioia per la salvezza di Dio.

Siccome Dio ha compiuto la sua opera di salvezza, il nostro cuore può rimanere stabilmente nella gioia; e la gioia si esprime, poi, in quel cammino di donazione, di gratuità, di amore che ricordavamo prima:

«[4]In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nell’amore» (Ef 1, 4).

Meditazioni sul “Padre nostro” e l’“Ave Maria” – 6

Meditazioni sul “Padre nostro” e l’“Ave Maria”

Anno 1986

Fonte dal Libro edito dalle Edizioni San Lorenzo di Reggio Emilia n. 30, sussidi biblici periodico trimestrale dell’Associazione San Lorenzo 1990.

Didascalia di presentazione del Libro. Imparare a pregare pregando: è lo scopo della “Scuola di preghiera per giovani”, proposta mensilmente, dal 19986, dal Servizio Diocesano Vocazioni di Reggio Emilia-Guastalla, insieme con L’Azione Cattolica Giovani e l’AGESCI. Il fascicolo ripropone le meditazioni con le quali don Luciano Monari ha guidato il cammino spirituale di questi incontri di preghiera, commentando da prima la preghiera del Signore, il Padre nostro, e poi una preghiera della Chiesa, l’Ave Maria.

Meditazioni riprese dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Presentazione

Le meditazioni proposte in questo fascicolo sono state dettate nella Scuola di Preghiera per giovani, che si tiene a Reggio Emilia a partire dal 1986.

Perché fare una Scuola di Preghiera per giovani nella Chiesa di S. Giorgio dedicata all’Adorazione quotidiana continua, alla fine degli anni ’80? Quando il Servizio Diocesano Vocazioni di Reggio Emilia-Guastalla, in collaborazione con l’Azione Cattolica Giovani e con l’AGESCI, la propose, non si intendeva fare solo un’altra esperienza nuova, di interiorità, anche se questa era una esigenza di qualcuno. Non voleva nemmeno essere uno dei soliti tentativi di avvicinare Dio con un nuovo metodo, per arrivare poi a chiedergli quello che volevamo noi.

Voleva essere un obbedire, prima di tutto, al Signore che ci ha comandato di pregare. Visto che però noi nemmeno sappiamo cosa sia giusto chiedere, abbiamo voluto metterci alla Scuola della Tradizione cristiana: quella monastica e quella liturgica in generale. Abbiamo fatto nostro l’assunto che “a pregare si impara pregando” e abbiamo cominciato, con la guida di don Luciano Monari, biblista.

Non essendo completamente a digiuno di preghiera, e anche di qualche incontro forte con il Dio vivo, eravamo coscienti che questo tempo “dilapidato per stare con Lui” era un dono. Trovarsi insieme con dei fratelli per ascoltare, interiorizzare, contemplare rispondere con le nostre invocazioni e i nostri canti sapevamo che era un momento di grazia, da invocare e da vivere sotto la guida dello Spirito Santo, perché poi portasse frutto nella missione feriale, là dove ciascuno annuncia il Vangelo con la sua vita quotidiana.

Lo schema o struttura dell’incontro è stato sempre quello: una introduzione che chiariva qualche aspetto o elemento della preghiera cristiana; l’invocazione allo Spirito Santo; l’ascolto della Parola accompagnato da un testo patristico sul tema; l’interiorizzazione favorita dalla omelia e dal silenzio orante, che voleva aprire alla contemplazione; poi le invocazioni o preghiere di tutta l’assemblea, il Padre Nostro e la conclusione con un invito ad essere annunciatori, missionari di ciò che si era vissuto nell’incontro con Dio.

Il tema scelto è stato quello del Padre nostro, per imparare dal Signore stesso come pregare; poi abbiamo scelto l’Ave Maria per riflettere sul modello più grande che abbiamo, dopo Cristo, di disponibilità alla volontà di Dio e di obbedienza nella fede.

1 frutti di questa iniziativa non li abbiamo cercati, siamo certi che ce ne saranno; anzi siamo certi che in questi momenti o in altri simili i giovani che hanno partecipato hanno trovato anche maggiore chiarezza circa l’orientamento da dare alla propria vita e un rinnovato desiderio di seguire il Signore.

Così voglia il Signore.

Il Servizio Diocesano Vocazioni
di Reggio Emilia-Guastalla

Meditazioni sul “Padre nostro” e l’“Ave Maria” – 5

Diocesi Reggio Emilia

Don Luciano Monari

Meditazioni sul “Padre nostro” e l’“Ave Maria”

Anno 1986

Fonte dal Libro edito dalle Edizioni San Lorenzo di Reggio Emilia n. 30, sussidi biblici periodico trimestrale dell’Associazione San Lorenzo 1990.

Didascalia di presentazione del Libro. Imparare a pregare pregando: è lo scopo della “Scuola di preghiera per giovani”, proposta mensilmente, dal 19986, dal Servizio Diocesano Vocazioni di Reggio Emilia-Guastalla, insieme con L’Azione Cattolica Giovani e l’AGESCI. Il fascicolo ripropone le meditazioni con le quali don Luciano Monari ha guidato il cammino spirituale di questi incontri di preghiera, commentando da prima la preghiera del Signore, il Padre nostro, e poi una preghiera della Chiesa, l’Ave Maria.

Meditazioni riprese dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Meditazioni sul “Padre Nostro”

Quarto Incontro

“Venga il tuo regno”

Don Luciano Monari

Introduzione

Incominciamo questa sera la preghiera con un momento di silenzio, che deve servire per rientrare in noi stessi, per raccogliere le immagini, i pensieri, le preoccupazioni. le paure e riportare il nostro cuore a un pochino di calma, di tranquillità e di riposo, per ritrovare dentro di noi uno spazio di riposo e di tranquillità e, in esso, ritrovare la presenza del Signore.

Vogliamo quindi metterci sotto lo sguardo del Signore, perché ci scruti e ci illumini, lasciando che egli stesso corregga e allarghi i nostri desideri, rendendoli desideri di vita, di amore, di comunione con lui.

«Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri» (Sal 139, 1-2).

«Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore. Provami e conosci i miei pensieri. Vedi se percorro una via di menzogna e guidami sulla via della vita» (Sal 139, 23-24).

«O Dio, tu sei il mio Dio… di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua. Così nel santuario ti ho cercato, per contemplare la tua gloria» (Sal 62, 1-3).

Letture bibliche: Dn 7, 1-14; Mc 1, 14-2ó.

Lettura patristica

Dal trattato La preghiera di Origene, sacerdote (c. 24, 1.3).

“Venga il tuo regno!”. Secondo la parola del nostro Signore e Salvatore, il regno di Dio “non viene in modo da colpire l’occhio” e “non si potrebbe dire: eccolo qui o eccolo là”, ma il regno di Dio è dentro di noi (cfr. Lc 17, 21) – dove la parola dentro significa: nella nostra bocca, nel nostro cuore. È dunque evidente che colui che prega perché il regno di Dio non tardi a venire, prega esattamente perché tale regno si affermi, si espanda e giunga a compimento in lui. Il Signore infatti abita in tutti i santi che riconoscono Dio per loro re e obbediscono alle sue leggi spirituali. Il Padre è presente e il Cristo regna col Padre nell’anima perfetta, secondo la parola già riferita: «Noi verremo e stabiliremo in lui la nostra dimora» (Gv 14, 23).

Bisogna notare ancora, però, a proposito del regno di Dio, che non è possibile conciliare la giustizia con l’iniquità, la luce con l’ombra, Cristo con Belial (cfr. 2 Cor 6, 14-15); così il regno del peccato è inconciliabile col regno di Dio. Se quindi vogliamo che Dio regni su di noi, mai il peccato dovrà regnare nel nostro corpo mortale (cfr. Rm 6, 12). Non dobbiamo seguire perciò i richiami del peccato che sollecita la nostra anima alle opere della carne e agli atti estranei a Dio; e mortificare invece le nostre membra carnali per produrre i frutti dello Spirito (cfr. Gal 5, 19-24).

Meditazione

«Padre, fa’ venire il tuo regno. Vieni a regnare sopra di noi». Così c’insegna a pregare il Signore e così dobbiamo imparare a pregare questa sera, insieme. C’è però una difficoltà previa, perché le parole re, regno, regnare, pur essendo termini bene conosciuti, non corrispondono a un’esperienza immediata e diretta per noi; e non solo perché viviamo una realtà politica diversa, con parlamento e governo e repubblica, ma perché non riusciamo a sentire quel misto di fiducia, rispetto, attesa, gioia, fierezza che gli antichi avevano di fronte a un loro re. Non per questo, però, dobbiamo rinunciare a quei termini e sostituirli con altri corrispondenti. Vale la pena, piuttosto, di fare la fatica di reintrodurli nel nostro vocabolario e nella nostra esperienza, anche con l’aiuto delle letture ascoltate.

Il brano del profeta Daniele, piuttosto strano a una prima lettura, vuole afferrare il senso della storia del mondo, il senso della sofferenza, dei distacchi, delle speranze, delle realizzazioni politiche e culturali che l’uomo riesce a mettere insieme nella sua storia. La storia del mondo si presenta come una successione di imperi (si pensi ai grandi imperi dell’antico Oriente, Babilonia, i Medi, i Persiani, Alessandro Magno), che sono rappresentati da Daniele con delle bestie feroci e voraci, che dominano, divorano, calpestano e stritolano. Sono imperi bestiali, che non rispettano l’uomo ma l’umiliano e lo schiacciano. Se la storia fosse solo questa, sarebbe tragedia e violenza senza limite.

Ma nel seguito della visione Daniele vede che il «vegliardo, l’antico di giorni» (cioè Dio, quel Dio che non invecchia mai e che siede sovrano su un trono fiammeggiante), riprende in mano il potere sulla storia e lo affida a un «figlio di uomo». Mentre gli altri imperi sono bestie, ora si tratta di una figura umana, che è simbolo di un regno umanizzato e umanizzante, che favorisce la vita e il bene dell’uomo; un regno come quello descritto nel Salmo 72°:

«Dio, da’ al re il tuo giudizio, al figlio del re la tua giustizia; [2]regga con giustizia il tuo popolo e i tuoi poveri con rettitudine. [3]Le montagne portino pace al popolo e le colline giustizia» (Sal 72, 1-3).

Un regno, dunque, di rettitudine, di pace, di giustizia, di attenzione particolare a chi è debole. Il brano di Daniele esprime, allora, il rifiuto di rassegnarsi all’ingiustizia e alla prepotenza. La vita dell’uomo necessariamente entra in contatto con il potere politico, economico e culturale. Proprio in questa esperienza, ci rendiamo conto di una lacerazione dolorosa: da una parte, sentiamo che il potere ha la sua giustificazione nella difesa della verità e della giustizia; e invece constatiamo che, spesso, potere e giustizia vanno per strade divergenti. C’è una frattura tra il mondo dei valori in cui crediamo e quello dei rapporti economici e politici che subiamo. Bisogna dunque rassegnarsi?

Daniele dice che non solo non dobbiamo rassegnarci ma, piuttosto, dobbiamo rinvigorire la nostra speranza nel regno di Dio, dove valore e potere vanno insieme, dove la forza e la giustizia si riconciliano e costruiscono insieme la pace. Ecco perché l’annuncio del regno di Dio è lieto, è un Vangelo. È l’annuncio di un regno dove finalmente il potere è gestito da Dio e quindi secondo verità e giustizia.

Leggiamo nel Vangelo di Marco che:

«[14] (…) Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio»; cioè “seminando la bella notizia”, che «[15]Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» (Mc 1, 14.15).

“Il regno di Dio è ormai così vicino” da poterlo incontrare e sperimentare, vedere e sentire, toccare e gustare. Ma nasce allora spontanea la domanda: dove? Come posso gustare questo regno di Dio che è quanto il mio cuore desidera?

Semplice è la risposta del Vangelo: là dov’è Gesù.

Dove Gesù parla e agisce è possibile fare l’esperienza della sovranità di Dio, perché ci si incontra con una forza fatta di amore, di servizio e di bontà. Parlando della vocazione di Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni il brano di Marco ci dice che costoro, in un certo momento della loro vita, hanno incontrato una parola tanto forte da staccarli dalle abitudini, dalla famiglia, dalle sicurezze, gettandoli verso un futuro incerto e nuovo. E questo è avvenuto non sotto la forza della costrizione, ma per una forza interiore, gioiosa, liberante. Quella parola di Gesù ha fatto loro percepire la gioia di donare liberamente la propria vita.

La stessa esperienza hanno compiuto altri santi; pensate a Sant’Agostino che descrive il suo tormento perché si sentiva incapace di troncare con un passato fatto di compromessi. Le abitudini del passato lo incatenavano e gl’impedivano di camminare dove pure avrebbe voluto. Ebbene, nelle Confessioni S. Agostino narra il momento in cui una parola del Signore ha troncato di netto ogni suo legame con il passato, e gli ha messo innanzi un’esistenza libera.

È ancora l’esperienza di S. Francesco, quando sulla piazza di Assisi rinuncia a tutti i suoi beni e, nudo, affronta un vita nuova: tutte le certezze che aveva in precedenza, non gli dicono più nulla, non lo affascinano più, perché ha trovato un fascino nuovo, una speranza nuova.

Non si tratta però solo dell’esperienza di alcuni grandi santi, ma anche di tutti coloro che nella vita hanno scelto decisamente di amare e di servire. Richiamiamo i santi perché è come se nella loro esperienza, la vita cristiana fossa scritta con caratteri grandi, cubitali, e perciò facili da leggere; ma l’esperienza dell’incontro con una Parola che ci libera deve ripetersi anche nella vita di ciascuno di noi.

Dice ancora il brano di S. Marco, che Gesù entra nella sinagoga di Cafarnao e lì guarisce un indemoniato (cfr. Mc 1, 21-25), simbolo evidentemente della persona umana schiava. Non pensate solo ai fenomeni esasperati di possessione diabolica o agli esorcismi impressionanti che a volte si verificano, ma cerchiamo di cogliere il senso del Vangelo: abbiamo davanti un uomo sul cui volto l’immagine di Dio non è più visibile, un uomo il cui cuore è diventato indurito, incapace di amare. Quando il cuore dell’uomo non è più capace di vivere il compito per cui è stato creato, vuole dire che qualcosa lo ha reso schiavo. L’uomo è fatto per donare la sua vita e quando invece egli la vive egoisticamente vuole dire che ci sono delle catene intorno alle sue mani che gl’impediscono di operare secondo il suo vero essere, la sua vocazione.

È facile ritrovare anche nella storia contemporanea fenomeni di male e di crudeltà impressionanti, nei quali l’uomo diventa aguzzino e mostra il gusto degradato di fare soffrire e umiliare: dai campi di sterminio ai massacri di massa, alle violenze immotivate contro innocenti, siamo di fronte a realtà che hanno del demoniaco. Questi, però, sono solo momenti emergenti di una realtà ben più diffusa che si riscontra anche dentro di noi. Tutte le volte che si fa uso del potere per umiliare, che si deforma la verità per prevalere sugli altri o che si tralascia di cercare correttamente ciò che è autentico o giusto, accontentandosi dell’approssimazione; o tutte le volte che usiamo l’inganno, l’ingiustizia o la violenza per affermare il nostro egoismo offuschiamo il volto di Dio che dovrebbe riflettersi su di noi; allora il cuore dell’uomo si rivela come un cuore schiavo.

Ebbene, il Vangelo ci dice che questa schiavitù non è invincibile: e dove passa Gesù, si può fare l’esperienza del regno di Dio. L’uomo trova in Gesù una parola ricca di energia, più forte di tutte le schiavitù, le crudeltà, gli egoismi, le invidie, gli inganni, le ipocrisie. Scriverà san Paolo:

«[17]Se qualcuno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2 Cor 5, 17).

Dove c’è Gesù, l’uomo è in grado di fare un’esperienza di amore e di libertà; il regno di Dio è essenzialmente Lui, Gesù Cristo.

Rinnoviamo allora la nostra preghiera: «Padre, fa’ venire il tuo regno». Vieni a regnare sopra di noi. Quando? Chiaramente: adesso. Non chiedo il regno di Dio per un tempo futuro, ma ora e qui. Chiedo al Signore che venga a regnare adesso sopra alla mia vita, alla nostra vita. È la preghiera di chi desidera la sovranità di Dio, considerandola gioiosa e liberante.

Che il Signore venga a regnare nella nostra vita è una preghiera che ciascuno di noi deve fare personalmente, ma la esprimiamo insieme per le comunità cristiane nelle quali viviamo. Esse sono realtà del mondo governate dalla parola di Dio, dal Vangelo. Se riflettiamo sulla nostra vita, troviamo cose che noi compiamo motivati dal Vangelo, come, ad esempio, essere qui questa sera o compiere un gesto di perdono o di servizio. Ci sono ancora però troppe scelte che noi facciamo con motivazioni non cristiane o non completamente cristiane. Ci sono troppi comportamenti nelle nostre comunità dove non regna il Signore, ma le logiche del mondo. Quando questo avviene, le comunità cristiane perdono la loro identità e diventano sale senza sapore che non serve ad altro – come dice il Vangelo – che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini (cfr. Mt 5, 13).

Preghiamo allora che il Signore venga a regnare su di noi e operi in noi le meraviglie della sua liberazione, del suo amore. Preghiamo che il Padre faccia venire il suo regno. Togli, o Signore, dalla nostra vita ogni volontà di egoismo e di avidità. Liberaci da ogni potere di ingiustizia e di odio. Rendici docili alla tua parola e animati dal tuo Spirito. Fa’ che le nostre famiglie e le nostre comunità cristiane siano sottomesse alla tua parola, siano vivificate dall’amore e diventino, così, premurose nel servizio fraterno, aperte nell’ospitalità perché ciascuno possa sentirsi accolto fra noi come fra le braccia del tuo amore infinito. Te lo chiediamo, Padre, per Gesù Cristo che tu ci hai donato come fratello e che vive e regna con te nei secoli dei secoli.

Nel tempo di preghiera silenzioso che abbiamo a disposizione possiamo rinnovare questo desiderio al Signore perché venga il suo regno. Possiamo anche verificare quanto nella nostra vita è veramente sottomesso alla sovranità del Signore, se in essa regna il vangelo o il desiderio del successo e del potere. Supplichiamo, infine, il Signore perché venga veramente a regnare su noi. Dobbiamo ricordarci però che la preghiera è una cosa seria, e perciò se chiedo al Padre di venire a regnare in noi, in quello stesso momento gli metto a disposizione la mia vita, come luogo in cui egli può regnare ed esercitare il suo potere di salvezza.