Meditazioni sul “Padre nostro” e l’“Ave Maria” – 3

Diocesi Reggio Emilia

Meditazioni sul “Padre nostro” e l’“Ave Maria”

Anno 1986

Fonte dal Libro edito dalle Edizioni San Lorenzo di Reggio Emilia n. 30, sussidi biblici periodico trimestrale dell’Associazione San Lorenzo 1990.

Didascalia di presentazione del Libro. Imparare a pregare pregando: è lo scopo della “Scuola di preghiera per giovani”, proposta mensilmente, dal 19986, dal Servizio Diocesano Vocazioni di Reggio Emilia-Guastalla, insieme con L’Azione Cattolica Giovani e l’AGESCI. Il fascicolo ripropone le meditazioni con le quali don Luciano Monari ha guidato il cammino spirituale di questi incontri di preghiera, commentando da prima la preghiera del Signore, il Padre nostro, e poi una preghiera della Chiesa, l’Ave Maria.

Meditazioni riprese dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Meditazioni sul “Padre Nostro”

Secondo Incontro

“Padre nostro”:
Il Padre ti invita a camminare con i fratelli.

Don Luciano Monari

Introduzione

San Giovanni nella sua prima lettera scrive: «Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!» (1 Gv 3, 1).

Vogliamo accogliere lo stupore incancellabile della filiazione adottiva. Non siamo figli di nessuno, ma siamo conosciuti, amati e cercati da Dio. La nostra vita si può muovere su uno sfondo di fiducia e di rendimento di grazie al Signore.

Nello stesso tempo, però, se abbiamo un Padre, riconosciamo anche di avere una moltitudine di fratelli: coloro che vivono accanto a noi nellafamiglia o nel lavoro e che devono essere vicino a noi anche nella preghiera. È questo, infatti, il progetto di Dio.

San Paolo dice che Egli ci ha chiamati «ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8, 29). Primogenito in una moltitudine di fratelli chiamati a vivere insieme tra loro e con lui.

Questa sera vogliamo prendere coscienza di questa dimensione della nostra vita di fede, perché la preghiera sia più ricca e più vera, e corrisponda davvero alla vocazione e al dono ricevuto dal Signore.

Letture bibliche: At 1, 12-14; Mc 1, 32-39.

Lettura patristica

Dai Discorsi di S. Agostino, vescovo (Serm. 57, 2, 2).

Il Figlio di Dio, il nostro Signore Gesù Cristo, ci ha insegnato come pregare; e benché lui, il Signore, sia il Figlio unico di Dio, non volle però essere solo. È l’unico, ma non volle essere il solo: ha voluto avere dei fratelli. A chi, infatti, si rivolge con le parole: «Dite: Padre nostro, che sei nei cieli»? Egli volle che chiamassimo «Padre nostro» chi, se non il Padre suo? Ha forse avuto invidia di noi? I genitori, talvolta, dopo avere generato uno, due o tre figli, hanno poi paura di generarne altri, che sarebbero costretti alla miseria. Dal momento però che l’eredità promessa a noi è tale che molti la ottengono, e nessuno si trova in miseria, il Signore ha chiamato a essere suoi fratelli i popoli; e lui, l’Unico, ha innumerevoli fratelli, i quali dicono: «Padre nostro, che sei nei cieli». Queste parole le hanno dette coloro che ci hanno preceduto, e le diranno quanti verranno dopo di noi. Vedete dunque quanti fratelli ha, nella sua grazia, l’Unico Signore, che li ha resi partecipi dell’eredità, soffrendo per loro la morte. Abbiamo avuto un padre e una madre sulla terra, per nascere in vista di fatica e morte; ma abbiamo trovato altri genitori, Dio Padre e la madre Chiesa, dai quali nasciamo per la vita eterna.

Abbiamo detto insieme: «Padre nostro». Quale degnazione! Queste parole le dice l’imperatore e le dice il mendicante, le dice il servo e le dice il suo padrone. Tutti dicono insieme: «Padre nostro, che sei nei cieli». Per il fatto che hanno un solo Padre, dunque, comprendono di essere fratelli. Ma è il Signore Gesù Cristo che, per primo, non ha rifiutato di avere un fratello, lui che ha voluto avere come fratello il suo servo.

Meditazione

Il Signore ci ha insegnato che la prima condizione di una preghiera autentica è metterci davanti a Dio in atteggiamento filiale, ossia con fiducia, abbandono gioioso, docilità verso Dio che riconosciamo come Padre. Insegnandoci a pregare, il Signore ha aggiunto alla parola «Padre» l’aggettivo «nostro»: tutte le volte che pensiamo al volto di Dio vedendolo come un volto paterno siamo condotti immediatamente a riconoscere gli altri come nostri fratelli.

C’è un unico Figlio di Dio, Gesù Cristo. Se noi possiamo chiamarci figli di Dio è solo perché siamo innestati in Gesù Cristo, formando con lui un corpo solo (cfr. Gal 3, 26-28). Per questo non possiamo mai dire solo «Padre mio», ma sempre «Padre nostro». Egli è, per lo meno, Padre di me con Gesù Cristo, in Gesù Cristo; ed anche, perciò, Padre di me e di tutti coloro che sono una cosa sola in Gesù Cristo.

San Paolo scriveva ai Corinzi: «Voi siete corpo di Cristo» (1 Cor 12, 27). Quelle alcune persone che formavano la comunità di Corinto erano per lui il Corpo di Cristo, e cioè la presenza di Cristo in quel luogo concreto che era Corinto. Tutti loro costituivano un’unità, un corpo solo. La preghiera cristiana richiede la consapevolezza di andare a Dio con tutti i nostri fratelli e le letture ascoltate vogliono aiutarci in questo.

Il brano degli Atti degli Apostoli si colloca fra l’Ascensione e la Pentecoste, fra il distacco di Gesù e il dono dello Spirito. Prima di lasciarli, Gesù ha promesso ai suoi discepoli:

«[8]avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (At 1, 8);

annunciando con queste parole un’avventura universale: i discepoli dovranno diventare in tutto il mondo testimoni dell’amore che hanno sperimentato non solo con le parole, ma portandolo anche nel profondo del proprio cuore.

Per questo motivo è stato loro promesso lo Spirito santo, che essi attendono pregando. Proprio perché sicuramente lo Spirito Santo verrà, bisogna attenderlo nella preghiera. Quando preghiamo, infatti, rinnoviamo il nostro desiderio e, così, allarghiamo il cuore, disponendolo a ricevere il dono di Dio. È importante che lo Spirito non trovi cuori meschini, rattrappiti, chiusi in se stessi, ma aperti, desiderosi di accoglierlo.

Racconta dunque Luca che la preghiera viene fatta da tutti i discepoli riuniti in una casa: dagli undici, da Maria, da alcune donne, dai fratelli di Gesù.

«[14]Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera» (At 1, 14);

erano, cioè, costanti nella preghiera, che veniva vissuta non individualisticamente, ma insieme.

Credo che in questa scena possiamo specchiarci, perché ciò che accade questa sera, in questa chiesa di S. Giorgio, non è molto diverso da quanto accadeva nel Cenacolo: siamo in molti davanti al Signore, ciascuno con il suo volto e il suo nome, ossia ciascuno con la sua vita, il suo passato, la sua vicenda umana. Ognuno è davanti al Signore così, senza nascondere nulla e mantenendo la propria individualità. Ciascuno di noi è prezioso proprio perché ha un’identità, una vocazione. Dicendo «Padre nostro» ciascuno di noi mette in quell’aggettivo una sua ricchezza, cioè i colori del suo animo, della sua preghiera, della sua esperienza.

Succede lo stesso tutte le volte che celebriamo l’Eucaristia, quando mescoliamo la nostra voce a quella degli altri. Nel brano ascoltato S. Agostino dice: l’imperatore e il mendicante, il povero e il ricco. Tutti sono davanti al Signore nello stesso atteggiamento di figli, riconoscendosi come fratelli. Avviene così quanto abbiamo pregato nel Salmo:

«Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme» (Sal 133, 1).

Vi sono usate due immagini per esprimere la gioia dello stare insieme: «È come olio profumato sul capo» (v. 2). È l’olio della gioia, dell’esultanza che rende luminoso il volto e robusto il corpo. «È come rugiada dell’Ermon, che scende sui monti di Sion» (v. 3), immagine, questa, di vita e di fecondità, perché solo là, dove la gente è insieme per costruire la fraternità, il Signore «dona la benedizione», cioè la ricchezza della vita.

Gli Apostoli non avrebbero potuto ricevere lo Spirito santo ciascuno per proprio conto, perché è lo Spirito della comunione e dell’amore e deve necessariamente essere accolto insieme. Parimenti noi non possiamo ricevere il dono della vita del Signore separati gli uni dagli altri, perché essa è vita di comunione e di fraternità.

Per questo ci poniamo davanti al Signore a pregare: «Ti preghiamo, Signore, facci sentire la gioia di essere insieme, davanti a Te. Fa’ che la preghiera comune consacri, come olio profumato, le nostre vite che talvolta sono insipide. Fa’ che la preghiera sia come rugiada che porta freschezza e fecondità nei nostri cuori quando sono aridi. Donaci, Signore, la benedizione del tuo Spirito e del tuo amore».

Il Vangelo ci presenta la preghiera di Gesù nella solitudine. Ci sono solo lui e il Padre, in un’intimità completa, nella gioia della comunione. Apparentemente non ci sono, ora, gli altri fratelli, che pure erano con Gesù poco prima:

«[32]Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. [33]Tutta la città era riunita davanti alla porta. [34]Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni» (Mc 1, 32-34).

Non respinge nessun malato; tutti vengono accolti da Gesù senza nessuna esclusione. San Marco mette in evidenza la presenza di tutta la città davanti a Gesù, che opera a favore dei malati. Scena veramente stupenda, che suscita entusiasmo e anche desiderio di imitazione, perché è bello spendere la propria vita per sollevare le sofferenze degli altri, per trasmettere un po’ di gioia.

Non è forse questa la vocazione cristiana? Dice Isaia:

«[6] (…) sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? [7]Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?» (Is 58, 6-7).

Non è proprio questo amore efficace, concreto, che si esprime in gesti, la vocazione cristiana? Certamente sì.

Eppure, Gesù non sta soltanto in mezzo alla folla e non spende lì tutto il suo tempo.

«Al mattino si alzò quando era ancora buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava» (Mc 1, 35).

Perché allontanarsi dagli altri? È una diserzione, un rifiuto degli altri?

No. È, piuttosto, la condizione perché Gesù possa stare in modo autentico in mezzo agli altri. La vita dell’uomo è fatta di ritmi, e cioè di azioni diverse che si sostengono a vicenda: vi è il ritmo del sonno e della veglia, quello del riposo e del lavoro. Così è anche per la vita cristiana: c’è il momento dello stare davanti al Signore nella preghiera e quello dello stare in mezzo agli altri nella carità. Ebbene, sembra che questa presenza con gli altri possa realizzarsi nel modo giusto soltanto se si è stati davanti a Dio nella preghiera.

Gesù ha potuto sanare, curare, amare e perdonare, perché Dio era con lui. Dice S. Luca:

«[38] (…) è passato beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui» (At 10, 38).

Quando Gesù ritorna alla preghiera, riallaccia il rapporto con il Padre, ritrova la gioia della comunione con lui, ricupera il desiderio e la forza di essere in mezzo agli uomini con un’energia grande di amore e di perdono.

Come esce Gesù da quella preghiera?

«[36]Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce [37]e, trovatolo, gli dissero: Tutti ti cercano! [38]Egli disse loro: Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto! [39]E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni» (Mc 1, 36-39).

Simone parla a Gesù del successo che egli ha riscosso e lo esorta a ritornare tra la folla, per godere del successo. È proprio lì che la preghiera di Gesù si rivela vincente.

La vanità – il desiderio di successo – tenderebbe a ripiegarci indietro per sfruttare il successo ottenuto; l’amore spinge Gesù avanti, incontro ad altri uomini, per dilatare il suo amore e il suo servizio. La preghiera ci rimanda in mezzo alla gente, ma con un cuore libero dall’egoismo, dalla volontà di apparire, dal successo.

Una delle critiche che viene spesso fatta alla preghiera è di essere un’alienazione, un sottrarsi alla responsabilità della vita, un rifugiarsi in un luogo tranquillo e privo di tensioni. Certo, a noi è possibile rovinare anche le cose più belle: può accadere che la nostra preghiera abbia talora questo aspetto di alienazione, ma la preghiera autentica non è questo. Essa è nella vita, nelle attività, nelle persone come un respiro che ci permette di vivere, di amare e di servire. Ci fa andare in mezzo alla gente, tra le attività, ma con un animo libero.

Poniamoci dunque davanti al brano del vangelo che abbiamo ascoltato e facciamo nostra la preghiera del Signore: Padre nostro, insegnaci a pregare, a comprendere che quando incontriamo Te non dimentichiamo gli altri, ma troviamo in Te la forza di andare verso gli altri senza paure e senza egoismi nascosti, senza ricercare il nostro interesse. Donaci di comprendere che tu sei davvero nostro Padre, perché possiamo ricordarci sempre che gli altri sono davvero nostri fratelli.

A questo punto abbiamo il momento del silenzio che deve essere riempito dalla nostra preghiera personale. Tocca a noi lodare e supplicare il Signore.

Possiamo lodare Dio perché ci è Padre, perché ci ha donato dei fratelli; bisognerebbe ringraziarlo per le persone concrete che abbiamo intorno, per le persone della nostra famiglia o della nostra comunità parrocchiale. Sono quel sostegno e quel segno che il Signore ci ha donato e pregare vuol dire anche rendere grazie per loro.

Supplichiamo anche il Signore perché ci dia un cuore di figli suoi e di fratelli nei confronti degli altri; perché sciolga le nostre paure, vinca la nostra tendenza a dividere gli uomini in amici e nemici, e ci aiuti a saper vedere in ciascuno il volto di Gesù e, quindi, un volto fraterno.

Che il Signore ci faccia vivere in comunione con gli altri senza egoismi!

Meditazioni sul “Padre nostro” e l’“Ave Maria” – 2

Diocesi Reggio Emilia

Meditazioni sul “Padre nostro” e l’“Ave Maria”

Anno 1986

Fonte dal Libro edito dalle Edizioni San Lorenzo di Reggio Emilia n. 30, sussidi biblici periodico trimestrale dell’Associazione San Lorenzo 1990.

Didascalia di presentazione del Libro. Imparare a pregare pregando: è lo scopo della “Scuola di preghiera per giovani”, proposta mensilmente, dal 19986, dal Servizio Diocesano Vocazioni di Reggio Emilia-Guastalla, insieme con L’Azione Cattolica Giovani e l’AGESCI. Il fascicolo ripropone le meditazioni con le quali don Luciano Monari ha guidato il cammino spirituale di questi incontri di preghiera, commentando da prima la preghiera del Signore, il Padre nostro, e poi una preghiera della Chiesa, l’Ave Maria.

Meditazioni riprese dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Meditazioni sul “Padre Nostro”

Primo Incontro

“Padre”: il Padre ti fa suo figlio.

Introduzione

Questa sera vogliamo cominciare insieme un itinerario di preghiera, lo vogliamo vivere insieme per imparare a portare nella preghiera gli uni i pesi degli altri, a sostenere gli uni il cammino degli altri sapendo che è il Signore a portare i pesi di tutti e a sostenere il cammino di tutti.

Ci rivolgiamo allora al Signore, perché sia Lui che ci insegni a pregare. Che Egli ci insegni una preghiera che vada davvero a D e che non sia solo un ritornare su noi stessi; una preghiera che venga dal cuore, che non si limiti a essere un’abitudine, una parola stereotipa, ma diventi esperienza personale capace di cambiare la vita; una preghiera che non sia un rifugio per evitare le difficoltà dell’esistenza, ma piuttosto una forza per affrontarle con un orientamento di fede. Una preghiera, infine, che ci unisca gli uni agli altri, perché la comunione è la vita stessa di Dio ed è lo scopo di tutta l’esistenza cristiana.

Per questo motivo regaliamo al Signore un’ora della nostra vita, perché egli ne faccia ciò che desidera. Ci lasceremo guidare da Lui, seguendo la traccia di preghiera che Lui stesso ci ha donato. Quando i discepoli si rivolsero a Gesù chiedendogli: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11, 1), egli rispose insegnando loro il Padre nostro (cfr. Lc 11, 2-4). Lasciandoci guidare da questa preghiera, chiediamo di essere coinvolti anche noi nel suo atteggiamento di preghiera.

Rivelaci, o Padre, il mistero della preghiera filiale di Cristo, nostro fratello e Salvatore, e donaci il tuo Spirito, perché invocandoti con fiducia e perseveranza, come Egli ci ha insegnato, cresciamo nell’esperienza del tuo amore.

Letture bibliche: Rm 8, 14-17.26-27; Mt 6, 25-33.

Lettura patristica

Dal trattato “La preghiera del Signore” di S. Cipriano, vescovo (c. 9).

Carissimi fratelli, quali verità si trovano nell’orazione del Signore! Come sono numerose e grandi, come sono espresse così in sintesi e come sono dense di significato spirituale! In questa breve sintesi della dottrina celeste non è stato trascurato assolutamente nulla di ciò che può essere compreso nelle nostre preghiere e invocazioni. II Signore dice: “Pregate così: Padre nostro che sei nei cieli”. L’uomo nuovo, rinato e restituito al suo Dio attraverso la sua grazia, la prima cosa che dice è: Padre, appunto perché ha già incominciato a essere figlio. La Scrittura dice: «Venne nella sua proprietà e i suoi non l’accolsero. A coloro che lo hanno accolto, a quelli che credono nel suo nome, Egli diede il potere di diventare figli di Dio» (Gv l, 11-12). Chi dunque ha creduto nel suo nome ed è diventato figlio di Dio deve incominciare di qui, per poter rendere grazie a Dio e professarsi suo figlio; mentre afferma di avere Dio come padre nel cielo, dichiari anche, tra le prime parole che seguono immediatamente la propria rinascita, di aver rinunciato al padre terreno e carnale e di conoscere e accettare solamente carne Padre Colui che sta in cielo, come dice la Scrittura: «Coloro che dicono al padre e alla madre: io non ti conosco, e vollero ignorare i propri figli, costoro hanno custodito i tuoi precetti e hanno osservato la tua alleanza» (Dt 33, 9). Analogamente il Signore nel suo vangelo ha ordinato di non chiamare nessuno sulla terra con il nome di padre, dal momento che noi ne abbiamo uno solo: quello che abita nei cieli (cfr. Mt 23, 9). Infatti, al discepolo che aveva ricordato la morte del proprio padre rispose: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti» (Mt 8, 22). Aveva infatti detto che suo padre era morto, dato che il Padre dei credenti è un Padre vivente.

Meditazione

All’inizio delle Confessioni, S. Agostino esprime il desiderio di lodare Dio, ma si chiede, nello stesso tempo, come l’uomo possa giungere alla lode autentica. Non va da sé, infatti, che un uomo piccolo e debole, con un cuore segnato dal peccato, possa giungere a lodare Dio grande e santo. Eppure, nota S. Agostino, non possiamo rinunciare alla lode, perché Dio ci ha creato per Lui e il nostro cuore è inquieto finché non trova riposo in Lui. Lodare Dio è una necessità assoluta dell’uomo per giungere a realizzare se stesso e trovare la pienezza della gioia.

Ora, non è possibile lodare veramente Dio se prima non lo si è conosciuto; si correrebbe il rischio, altrimenti, di scambiare per Dio qualcos’altro. Per conoscere Dio, bisogna cercarlo; siccome però Dio non è un’idea astratta, ma un essere personale vivente, cercarlo significa invocarlo e cioè chiamarlo dentro di noi.

E come è possibile invocare Dio? S. Agostino risponde: solo attraverso la fede, accogliendo, cioè, la parola d’amore che Dio per primo liberamente e gratuitamente ci ha rivolto. Il Dio al quale vogliamo parlare, che vogliamo lodare, non è un Dio ignoto; tanto meno è il Dio dei nostri pensieri o la proiezione dei nostri desideri. È invece il Dio della rivelazione, perché, attraverso la parola della predicazione, ci ha fatto conoscere il suo volto. Dice allora S. Agostino:

Che io ti cerchi, o Signore, invocandoti, e ti invochi credendo in te, perché ormai ci sei stato annunciato. Ti invoca, o Signore, la mia fede: quella che tu mi hai dato, che mi hai ispirato mediante il tuo Figlio fatto uomo, mediante il ministero del tuo predicatore (Conf. I).

Questo è il nostro punto di partenza, perché la preghiera cristiana nasce sempre di qui, dalla fede suscitata in noi attraverso Gesù Cristo. “Nessuno, infatti, ha mai visto Dio: ma l’Unigenito Figlio che vive continuamente rivolto verso l’amore del Padre, lui ce lo ha fatto conoscere” (cfr. Gv 1, 18).

Non ci resta, allora, che metterci in ascolto lasciando che la prima parola sia la sua e disponendo il nostro cuore a una preghiera che sia essenzialmente risposta.

È questo il motivo per cui, nei nostri incontri, ci lasceremo guidare dal Padre nostro. È una preghiera che Gesù stesso ha messo sulla bocca e nel cuore dei suoi discepoli: in essa diventa chiaro chi è quel Dio al quale ci rivolgiamo, e diventa chiaro il modo in cui possiamo davvero rivolgerci a Lui.

Partiamo dalla prima parola con la quale iniziamo la preghiera: Padre. Questa parola non è né l’espressione della nostra intelligenza, né la proiezione dei nostri desideri; è piuttosto la parola che esprime l’atteggiamento religioso essenziale di Gesù di Nazaret, il suo rapporto personale con Dio. Quando noi diciamo “Padre”, non facciamo altro che entrare nell’esperienza religiosa di Gesù, che ha vissuto il suo rapporto con Dio essenzialmente nella dimensione filiale.

Leggendo tutte le preghiere di Gesù nel Vangelo, ci accorgiamo che tutte le volte che egli prega usa questa parola, «Padre»:

«Io ti rendo lode, Padre (…) che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli». (Le 10, 21);

«[41] (…) Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato» (Gv 11, 41);

«[1] (…) Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te» (Gv 17, 1);

«[36] (…) Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice» (Mc 14, 36);

«[46] (…) «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23, 46).

Tutte le volte, dunque, che Gesù ha pregato, si è rivolto a Dio chiamandolo così: «Padre». Anzi, dicono gli esperti che il termine aramaico abbà (una delle poche parole aramaiche che il Vangelo ci riporta) andrebbe tradotto: papà. Era infatti il modo usuale con cui il bambino, con piena fiducia, si rivolgeva a suo padre. Usando quella parola, Gesù ha inventato un modo nuovo di pregare, perché nessun Ebreo prima di lui si era mai rivolto a Dio chiamandolo abbà.

Gli Ebrei avevano certamente ben chiaro il concetto della paternità di Dio. Quando il Signore manda Mosè dal Faraone, gli fa annunciare: «Israele è il mio figlio primogenito… lascia partire il mio figlio perché mi serva» (Es 4, 22.23). E nel profeta Osea si legge: «Quando Israele era un bambino io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato il mio figlio» (Os 11, 1). E tuttavia nessun ebreo ha mai usato la formula abbà, papà, per rivolgersi a Dio: gli sarebbe sembrato un modo troppo familiare, quasi una mancanza di rispetto verso Dio.

È questo, invece, il termine usato sempre da Gesù, con l’unica eccezione della preghiera della croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15, 34), in cui Gesù prega con le parole del Salmo 22°. Ma c’è di più: pregando in questo modo, Gesù ci rivela il mistero centrale della sua vita: un rapporto di obbedienza assoluta e di fiducia totale con Dio. Dice infatti Gesù: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 4, 34). Il cibo dà vigore all’uomo permettendogli di vivere e di operare: Gesù trae la forza di vivere dal compimento della volontà del Padre: «Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 6, 39). Durante l’ultima Cena, nel momento in cui lascia il Cenacolo per iniziare il cammino della croce: «Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato. Alzatevi, andiamo via di qui» (Gv 14, 31).

Obbedienza piena, allora: obbedienza che fa sì che Gesù e il Padre siano una cosa sola (cfr. Gv 10, 30), perché la volontà del Padre passa perfettamente attraverso i gesti, le parole e le opere di Gesù. Se l’uomo guarda con attenzione Gesù, può vedere in lui il volto stesso del Padre, può riconoscere nelle sue parole e nei suoi gesti la volontà del Padre.

Ma la parola abbà indica nello stesso tempo la fiducia totale, l’abbandono senza riserve nelle mani di Dio. Ricordavamo poco fa le parole di Gesù sulla croce come ci vengono ricordate nel Vangelo di Luca: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito» (Lc 23, 46). Ebbene, queste parole contengono la spiegazione del comportamento di Gesù: perché nella passione egli non si è opposto con violenza ai suoi nemici? Perché non ha restituito male per male, ma al contrario ha fatto del bene pregando e perdonando i suoi avversari? Dove Gesù ha attinto la forza per vivere un perdono così radicale? La spiegazione sta nel fatto che egli affida la sua vita all’amore e alla potenza del Padre, nel quale ha fiducia. Se Gesù, pur condividendo la debolezza della condizione umana, è capace di vivere la libertà dell’amore e del dono senza difendersi troppo con atteggiamenti di egoismo, è proprio perché ha affidato la sua vita alle mani del Padre. Obbedienza e fiducia, quindi, come due atteggiamenti complementari che definiscono il rapporto di Gesù con Dio.

Possiamo allora tentare di capire cosa significhi per noi rivolgerci a Dio chiamandolo Abbà-Padre: significa penetrare nell’esperienza religiosa di Gesù, fare nostro il suo atteggiamento interiore, essere guidati dallo Spirito, vivere, direbbe Paolo, come membra di quel corpo che è Cristo.

Il giorno di Pasqua, andando incontro a Maria di Màgdala, Gesù le dà questo comando: «Va’ dai miei fratelli e di’ loro: io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20, 17). Voleva dire così: quel Dio che è mio Padre da sempre, lo dono a voi come vostro Padre, perché abbiate verso di lui quell’atteggiamento di figli che io stesso ho avuto. Pregare con questa parola vuol dire allora obbedire a Gesù, fare quello che ha fatto lui, pregare come ha pregato lui.

È importante, naturalmente, che la parola “Padre” non sia semplicemente una formula, ma corrisponda a una esperienza, a una profondità di vita: possono usare quella parola solo coloro che si chiamano e sono veramente suoi figli (cfr. 1 Gv 3, 1).

Proprio per questo la preghiera cristiana è collegata al dono dello Spirito Santo che ci viene donato in Gesù Cristo. Abbiamo letto nella lettera ai Romani: «Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio» (Rm 8, 14). S’intende: tutti e solo quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio. Lo Spirito di Dio corrisponde a una specie di codice genetico che, innestato nel centro dell’uomo, nel suo cuore, ne plasma pensieri e scelte, in modo che corrispondano ai pensieri e ai progetti di Dio.

Per essere figli di Dio, è necessario essere simili a lui, avere i suoi desideri e i suoi sentimenti. Per questo motivo si può dire di Gesù che è veramente il Figlio di Dio, perché è «immagine visibile del Dio invisibile» (Col 1, 15), perché in Lui «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2, 9) e attraverso di lui Dio si è mostrato agli uomini. Ora, motivo di stupore senza fine è il fatto che nel Figlio, Gesù Cristo, anche noi siamo veramente figli di Dio (cfr. Ef 1, 5).

Il dono dello Spirito ci è comunicato perché la nostra esistenza cambi nel cuore, perché la parola di Cristo non giunga solo agli orecchi, ma diventi seme nel terreno della nostra volontà e della nostra vita e porti frutto. Alla radice di tutto, c’è quell’esperienza essenziale che si chiama fede e che consiste nell’accettare di essere amati da Dio, che si fa nostro Padre. L’amore di Dio Padre è effuso con abbondanza su tutti gli uomini e l’atto di fede consiste nell’accoglienza consapevole di questo dono, cioè dell’amore di Dio, dello Spirito di Dio. Lo Spirito Santo fa di noi una cosa sola con Cristo e fa sì che, attraverso noi, Cristo stesso continui a vivere e a pregare, a rivolgersi al Padre.

Ciò, evidentemente, comporta in noi un atteggiamento di fiducia filiale nei confronti di Dio, una fiducia che vinca la paura di cui spesso è intessuta l’esistenza umana: la paura del mondo con la sua grandezza prepotente, la paura della morte con la sua inevitabilità, la paura della vita con gli inevitabili distacchi e le misteriose sofferenze, la paura di noi stessi e di quello che non riusciamo a comprendere o dominare del tutto nel nostro stesso cuore. Queste paure tendono a renderci preoccupati di noi stessi, a metterci in un atteggiamento di autodifesa egoistico.

Pregare vuol dire mettere queste paure, limitate, dentro a una fiducia illimitata in Dio Padre per non essere paralizzati dalla paura, per avere la forza di aprirci alla vita e all’amore verso gli altri, per togliere qualcuna di quelle tante difese che abbiamo innalzato intorno alla nostra casa, al nostro cuore.

Questa fiducia, evidentemente, va legata con l’obbedienza che nasce dal non avere più sospetti su Dio, non considerarlo più come un concorrente e un avversario, ma come la sorgente della mia sicurezza, della mia gioia e della mia speranza. Un’obbedienza, quindi, ben diversa da quella dello schiavo, che obbedisce per paura, o da quella diplomatica di chi adula per interesse. È invece l’obbedienza del figlio che si fida e che fa della sua vita una risposta gioiosa all’attesa, alla parola e alla volontà di Dio come Padre.

Questo è il significato di quella prima parola che è all’origine del Padre nostro e che deve stare al centro di ogni preghiera cristiana.

Infine, solo qualche suggerimento concreto per pregare personalmente stasera.

Un modo molto semplice di pregare è quello di ripetere proprio quella parola: Padre. Racconta S. Teresa di Gesù Bambino che le accadeva abbastanza spesso, durante la recita del Padre nostro, di non riuscire ad andare più avanti della prima parola; questa, da sola, le dava tanta gioia da non avere bisogno di andare oltre. Siamo di fronte, in questo caso, a un’esperienza di preghiera contemplativa molto intensa, quale era quella di S. Teresa di Gesù Bambino. Ma un’esperienza simile è possibile a tutti. La cosa importante è che il significato che diamo a questa parola corrisponda a ciò che di Dio ci ha rivelato Gesù Cristo. In secondo luogo, è necessario che, pregando, facciamo scendere le parole nel cuore: non basta pronunciarle con la bocca (sarebbe puro meccanismo) e nemmeno solo pronunciarle con la testa (sarebbe studio teologico); bisogna che le parole scendano nel cuore (e cioè nel centro della persona) e lì riposino.

Invece di ripetere solamente la prima parola – Padre – si può ripetere nello stesso modo una delle invocazioni del Padre nostro. Ad esempio: Padre, sia santificato il tuo nome, oppure: Padre, sia fatta la tua volontà. È importante, però, non tralasciare mai la parola “Padre” all’inizio di ogni invocazione, perché essa esprime e comunica la consapevolezza di fede del nostro essere figli di Dio in Gesù Cristo.

Un altro modo di pregare è quello di riprendere le letture del Nuovo Testamento che abbiamo appena ascoltate e trasformarle in una preghiera rispondendo al Signore con le nostre parole. Non è necessario che diciamo molte parole o parole difficili; possono essere anche apparentemente banali: non lo saranno più nel momento in cui vengono dal cuore. Ad esempio: leggo in S. Paolo: «Fratelli, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio» (Rm 8, 14). È facile trasformare queste parole in preghiera; posso semplicemente ringraziare il Padre perché mi ha donato il suo Spirito, oppure posso supplicarlo: “Padre, donami il tuo Spirito come Spirito da figlio, perché io sia guidato nella mia vita secondo la tua volontà, perché non mi lasci sviare dalle mie paure e dai condizionamenti dell’ambiente, ma segua fedelmente la tua parola e i tuoi progetti”. Continua S. Paolo: «E voi non avete ricevuto uno Spirito da schiavi per ricadere nella paura» (Rm 8, 15), e anche qui posso ringraziare Dio, perché non sono schiavo e sto davanti a Lui come figlio; oppure posso supplicarlo perché mi dia uno Spirito non da schiavo, perché mi liberi da tutte le mie paure, dandomi una capacità di fiducia illimitata in lui. A ogni frase della lettura, così, rispondo a Dio, traducendo in supplica e rendimento di grazie quello che ho ascoltato.

È un modo di pregare semplicissimo ma anche ricco di forza, perché nasce come risposta alla parola di Dio. Si può dire che è Dio stesso a mettermi in bocca le parole, a suscitare nel mio cuore la supplica e il ringraziamento. E questo si compie mediante il dono del suo Spirito, che Dio non nega mai a quelli che glielo chiedono (Lc 11, 13).

Meditazioni sul “Padre nostro” e l’“Ave Maria” – 1

Diocesi Reggio Emilia

Don Luciano Monari

Meditazioni sul “Padre nostro” e l’“Ave Maria”

Anno 1986

Fonte dal Libro edito dalle Edizioni San Lorenzo di Reggio Emilia n. 30, sussidi biblici periodico trimestrale dell’Associazione San Lorenzo 1990.

Didascalia di presentazione del Libro. Imparare a pregare pregando: è lo scopo della “Scuola di preghiera per giovani”, proposta mensilmente, dal 19986, dal Servizio Diocesano Vocazioni di Reggio Emilia-Guastalla, insieme con L’Azione Cattolica Giovani e l’AGESCI. Il fascicolo ripropone le meditazioni con le quali don Luciano Monari ha guidato il cammino spirituale di questi incontri di preghiera, commentando da prima la preghiera del Signore, il Padre nostro, e poi una preghiera della Chiesa, l’Ave Maria.

Meditazioni riprese dal Servizio Documentazione della Diocesi di Piacenza-Bobbio.

Meditazioni sul “Padre Nostro”

Terzo Incontro

“Sia santificato il tuo nome”

Introduzione

Nel libro del profeta Ezechiele c’è questa promessa:

«Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo» (Ez 36, 24).

Di questa promessa del Signore facciamo questa sera una piccola esperienza. Anche noi siamo stati presi dal Signore di mezzo a situazioni diverse e radunati insieme in questo luogo che è del Signore, ma che diventa anche la nostra casa, il luogo della nostra preghiera e della fraternità che il Signore mette nei nostri cuori.

Ci accogliamo, allora, con gioia gli uni gli altri e ci mettiamo insieme davanti al Signore per ascoltare con fede la sua parola.

Letture bibliche: Ez 36, 22-28; Gv 17, 1-5.

Lettura patristica

Dal trattato La preghiera del Signore di S. Cipriano, vescovo (c. 12).

“Sia santificato il tuo nome”. S’intende che noi non intendiamo augurare a Dio che il suo nome sia santificato dalle nostre preghiere, ma che venga santificato in noi. Chi infatti potrebbe presumere di santificare Dio, quand’è lui stesso che santifica? Conformemente alla sua stessa parola: «Siate santi perché io sono santo» (Lv 20, 26), noi che ci sappiamo santificati dal battesimo, non chiediamo altro che di poter perseverare in quel che abbiamo incominciato a essere. E questa richiesta la rinnoviamo tutti i giorni. Perché tutti i giorni ci è necessario santificarci, dato che ogni giorno purtroppo cadiamo in colpa, e dobbiamo quindi purificarci dai peccati con una santificazione condotta senza interruzione. Gli aspetti della santità che dobbiamo alla divina condiscendenza, sono espressi in questo testo dell’Apostolo: «Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore nostro Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio» (1 Cor 6, 9-11).

Egli vi dichiara dunque santificati dal nome di nostro Signore Gesù Cristo e dallo Spirito santo del nostro Dio. Il nostro ricorso alla preghiera ha quindi lo scopo di far sì che questa santità dimori in noi. Ricordiamoci che il nostro Signore e giudice ingiunse all’uomo che aveva appena guarito alla vita di non peccare più per il timore che non gli ricapitasse di peggio (cfr. Gv 5, 14): rinnoviamo dunque senza tregua la nostra richiesta e preghiamo notte e giorno per poter conservare, con l’aiuto di Dio, la santità e la vita che dobbiamo alla sua divina grazia.

Meditazione

Imparare a pregare vuol dire anche imparare a stupirsi ogni volta per la nostra esistenza come per il mondo che è intorno a noi e imparare ad allargare il cuore e a desiderare cose grandi.

Prima di tutto, quindi, imparare a stupirci: non è cosa scontata e banale il fatto che noi esistiamo e neanche l’esistenza del mondo con le sue forme, i suoi colori, le cose e le persone. A tutto questo siamo abituati e spesso non ci facciamo più attenzione. Ebbene, pregare vuol dire recuperare la meraviglia, lo stupore per tutto questo; come Dio stesso, del quale il salmo dice che «gioisce per tutte le sue creature» (Sal 104, 31), rinnovando quella conferma del mondo che il Libro della Genesi pone all’inizio della creazione: quando Dio crea ogni cosa, la riconosce come buona e quindi gioisce per quella realtà (Gen 1, 4ss).

In secondo luogo è necessario, per pregare bene, allargare il cuore e imparare a desiderare cose grandi. La vita di ogni uomo è piena di desideri: da quelli più immediati e fondamentali, come il bisogno del cibo o del vestito, a quelli più elevati, quali possono essere il desiderio di cultura o di amicizia e di amore. La preghiera non cancella i nostri desideri, non vuole censurare neanche i desideri più umili. Essa ci aiuta piuttosto a dare un centro a tutti i desideri, imparando a discernere i più importanti da quelli che lo sono meno, a collocare i nostri piccoli desideri dentro a un progetto grande, fatto di amore, di fraternità e di giustizia, che riguarda non solo ciascuno di noi, ma tutti gli uomini e il mondo intero.

Insegnandoci a pregare, il Signore ci ha insegnato anche a stupirci e a desiderare cose grandi.

Prendiamo allora quella domanda del “Padre nostro” che dobbiamo commentare questa sera: “Padre, sia santificato il tuo nome”. Facciamo anzitutto alcune osservazioni molto semplici, per capire il significato di queste parole. Si tratta di una richiesta, di una supplica, e non solo di un augurio, come potrebbe far supporre in italiano l’uso del congiuntivo. Il senso è che io chiedo, supplico che il nome di Dio sia santificato; la santificazione del nome di Dio esprime un desiderio intenso, quasi un bisogno, come se io ne avessi fame e sete.

La seconda osservazione è che il soggetto del verbo è Dio stesso: è Lui che opera la santificazione del suo nome ed è a Lui che io lo chiedo. In italiano si potrebbe tradurre più precisamente: Padre, santifica il tuo nome.

Santificare il suo nome significa riconoscere che Dio è Dio, dandogli il posto che gli spetta. Questo vuol dire prima di tutto che niente altro deve essere Dio al posto di Dio o insieme con Dio. Non deve essere Dio il denaro o il potere o il piacere o io stesso, né persona o cosa. Il nome di Dio è santificato quando la divinità viene riconosciuta come esclusivamente sua, di quel Dio che è nostro Padre.

Il nome di Dio viene poi santificato quando egli si manifesta in modo tale che gli uomini e il mondo offrono i segni della sua presenza; quando Dio si fa sentire, vedere e incontrare. In concreto questo vuole dire che il nome di Dio non è santificato dove si adora il denaro e dove ad esso vengono sacrificati l’onestà, la sincerità, la giustizia o il benessere degli altri e neanche dove si fa un uso iniquo del potere, sfruttando gli altri invece di servirli o dove l’uomo viene umiliato, disprezzato o schernito, ossia dove la dignità dei figli di Dio è smentita dai fatti. Dove tutto ciò accade, il nome di Dio non è santificato perché Dio non è riconosciuto come tale e altri idoli vengono collocati al suo posto.

Il nome di Dio è invece santificato dove si manifesta un amore sincero, generoso, gratuito e fedele; dove chi è piccolo viene rispettato, chi è lontano accolto, chi è debole sostenuto, chi è solo consolato. Il nome di Dio è santificato dove si portano i pesi gli uni degli altri, secondo la sua volontà. Dove ciò accade, lì veramente Dio è Dio; lì veramente si compie con obbedienza e fedeltà la sua volontà e la sua legge.

Credo che le due letture ascoltate ci possano aiutare a capire tutto questo.

Il brano di Ezechiele va riportato al tempo dell’esilio, quando Israele, a causa della sua iniquità e dei suoi peccati, è stato deportato in Babilonia. Dice dunque il Signore che l’esilio, insieme alla punizione di Israele, ha provocato anche il disonore per il nome di Dio. Israele, infatti, è il popolo di Dio e porta il nome di Dio sopra di sé, sulla sua fronte. Il nome di Dio è stato invocato su Israele (cfr. Ger 14, 9). Se allora Israele è un popolo umiliato, deriso e disperso, evidentemente il disonore ricade su Dio stesso, sul Dio d’Israele.

«[22]Annunzia alla casa d’Israele: Così dice il Signore Dio: Io agisco non per riguardo a voi, gente d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete disonorato fra le genti presso le quali siete andati» (Ez 36, 22).

Ossia, io agisco “non per riguardo a voi”, non per i vostri meriti, ma perché, paradossalmente, ho legato il mio onore con la gloria d’Israele. Se Israele è glorificato, anche Dio lo è; ma se questo popolo è umiliato, anche il nome di Dio è disonorato.

Allora il Signore interviene santificando il suo nome. Dice, infatti: «[23]Santificherò il mio nome grande» (v 23), cioè, cambierò la vostra condizione, facendovi diventare quello che deve veramente essere un “popolo di Dio”. Quando ciò sarà accaduto, anche il nome di Dio sarà glorificato.

In concreto questo significa:

«[24]Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo» (Ez 36, 24).

Israele, da popolo disperso, diventa popolo radunato in unità; il popolo che vive esule in terra straniera, ottiene finalmente una patria.

Non solo, Israele viene purificato:

«[25]Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; [26]vi darò un cuore nuovo» (Ez 36, 25-26).

Da un popolo di peccatori, diventerà un popolo santo; riceverà addirittura un cuore di carne, e cioè un cuore che sia capace di sentire, di condividere sofferenze e gioie, che sia capace di donare. Riceverà ancora uno spirito santo, lo spirito stesso di Dio che inclina a desiderare il bene e la bontà.

Equipaggiato con un cuore nuovo e con lo Spirito santo, il popolo d’Israele potrà vivere secondo la volontà di Dio:

«[28] (…) voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio» (Ez 36, 28);

quando questo succederà, Dio avrà santificato il suo nome nella vita d’Israele.

La nostra preghiera deve quindi diventare un desiderio. Dobbiamo soffrire nel nostro cuore la gravità e il peso di tutte le divisioni o lacerazioni che opprimono o umiliano gli uomini, che tengono nascosta la dignità dell’uomo come figlio di Dio e che, proprio per questo, non santificano il nome di Dio. Dobbiamo sentire questa mancanza di santificazione del nome di Dio come un peso nella nostra vita; dobbiamo avere come una nostalgia per una terra che sia amica verso tutti, dove ciascuno possa sentirsi amato e rispettato; dobbiamo sentire il bisogno di diventare puliti, sinceri e trasparenti nel bene come conviene a chi è “popolo di Dio”!

Dobbiamo sperare tutte queste cose per ciascuno di noi e per le nostre comunità, che devono santificare il nome di Dio. La gente deve poter vedere nella comunità cristiana che Dio opera miracoli di carità e di amore. Questa diventa la nostra preghiera, “Padre, sia santificato il tuo nome”, e cioè:

“Padre santo, santifica il tuo nome in noi. Fa’ che la nostra vita sia un riflesso gioioso della tua santità e del tuo amore. Liberaci da ogni meschinità ed egoismo. Donaci il tuo Spirito e fa’ di noi un popolo santo, unito nel tuo amore, che diventi testimone di Te davanti a tutti gli uomini”.

Questo è anche il significato del Vangelo di san Giovanni, dove ancora si parla della santificazione del nome di Dio, che questa volta viene operata in Gesù di Nazaret.

«[1] In quel tempo Gesù alzati gli occhi al cielo, disse: Padre, è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te» (Gv 17, 1).

È giunta l’ora della passione di Gesù, l’ora della Pasqua, il momento in cui Gesù porta a compimento la sua vita e la sua missione.

Per questo è l’ora di Gesù e si può dire che sia l’ora dell’amore, in quanto Gesù:

«[1] (…) dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1).

In quest’ora, quando Gesù fa della sua vita un dono d’amore, egli, donandosi, glorifica il Padre perché rivela al mondo il volto d’amore di Dio. Se io mi chiedo chi è Dio, il Vangelo in risposta mi conduce presso la croce di Cristo, invitandomi a vedere sul volto del Crocifisso, il volto di Dio. Dio, infatti, è colui che:

«ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3, 16).

In questo Gesù glorifica Dio, perché rivela davvero il suo volto, il suo mistero di amore.

Reciprocamente il Padre, nella Pasqua, glorifica Gesù, perché la croce di Gesù – che è sofferenza e morte – è nello stesso tempo vittoria definitiva sulla morte, è risurrezione e gloria. Dio Padre ha dato ragione a Gesù Cristo e lo presenta, di fronte a tutti gli uomini, come la rivelazione della vittoria definitiva sul male, sul peccato e sulla morte. In Adamo il nome di Dio era stato bestemmiato, perché l’uomo, cercando di affermare se stesso contro Dio, bestemmia il nome di Dio, considerandolo un nemico, un limite alla sua realizzazione. Questo vuol dire disonorare il nome di Dio. In Gesù Cristo il nome di Dio è santificato proprio perché egli si sottomette liberamente alla volontà del Padre amando fino al dono della sua vita.

Quando allora preghiamo dicendo, “Padre, sia santificato il tuo nome”, vuole dire che ci collochiamo sulla scia della vita di Gesù, volendo dire: Padre, santifica il tuo nome nella nostra vita, come l’hai santificato nella vita di Gesù tuo Figlio; fa’ che la nostra vita diventi una proclamazione della tua gloria, della tua bontà, del tuo amore davanti a tutti gli uomini.

Pregare così vuole dire accettare anche che la nostra vita venga coinvolta nell’avventura grande della rivelazione di Dio, diventando così bella, luminosa, gloriosa; noi desideriamo che anche nella nostra piccola vita il nome di Dio sia santificato in qualche modo come lo è stato nella vita e nella morte di Gesù.

Per trasformare tutto quanto abbiamo detto in una preghiera personale, si possono ripetere semplicemente le parole: Padre, sia santificato il tuo nome, oppure formule equivalenti: “Padre, santifica il tuo nome”; “Padre, fa’ che tutti ti riconoscano come Dio”; “Padre, manifesta il tuo amore nella mia vita, facendo sì che essa ti glorifichi”. Si tratta, allora, di ripetere adagio queste parole lasciando un po’ di silenzio fra un’invocazione e l’altra, per farle così scendere nel cuore. Nella preghiera bisogna che sia coinvolta la memoria, l’intelligenza, l’affetto e, infine, quel centro della nostra vita che è la libertà, il nostro io, che dice sì al Signore, che desidera e vuole che il nome di Dio sia santificato in lui.

Possono anche essere riprese le letture che abbiamo ascoltato per ripercorrerle nel dialogo col Signore. Le letture bibliche sono direttamente parola di Dio; possono quindi essere rilette per comprendere che cosa dice il Signore e che cosa dice a noi, facendo bene attenzione a quelle parole particolarmente ricche di significato, come: glorificato – conoscenza del nome di Dio – compimento dell’opera di Dio. Sono tutte espressioni che bisogna mettere nella memoria e accogliere con affetto, perché s’imprimano nella memoria. Poi, ripercorsa la lettura, si tratta di rispondere al Signore con le nostre parole.

Si può anche semplicemente ringraziare il Signore per la sua parola. Che Dio ci parli, infatti, è già motivo di stupore, perché significa che Dio ha del tempo per noi, che noi gl’interessiamo. Questo soltanto sarebbe già sufficiente.

Commento ai Messaggi e dirette da Medjugorje di Padre Livio

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UNA PAROLA PER TE: il capitolo 15 del Vangelo secondo Luca:

Vangelo secondo Luca – 15

1Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 3Ed egli disse loro questa parabola:
4«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? 5Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, 6va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. 7Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
8Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? 9E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. 10Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
11Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. 20Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 22Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 31Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».