Il progetto di vita cristiana vissuto nel mondo – 8

5ª Meditazione
(3° giorno)

LA FAMIGLIA — 2ª Parte

Nel discorso di ieri sera era rimasta fuori un ultima riflessione, breve, ma che mi sembra importante, ed era la riflessione sulla “memoria”.

Voglio dire che il senso della vita cristiana è fondato sulla “memoria”, sul ricordo vivo, attuale di quello che il Signore ha fatto per noi. Non l’inventiamo noi il cristianesimo. Non tocca a noi la prima battuta nella partita della vita cristiana, ma questa tocca a Gesù Cristo, e per noi si tratta di accogliere prima di tutto nel “ricordo”, nel rendimento di grazie, nella fede, quello che il Signore ha fatto per noi.

E questo vale per il matrimonio.

Alla radice di un matrimonio cristiano ci sta la “memoria” della fedeltà di Dio, dell’amore di Dio. Se uno perde questa memoria qui, è un pasticcio, perde la sua identità; non sa più chi è, e questo si intende dal punto di vista cristiano. Per questo in una esistenza cristiana è decisiva e centrale l’Eucaristia. L’Eucaristia è la “memoria”. Se uno va a messa e cerca di viverla così com’è la messa, quando si fa la messa si fa memoria della morte e risurrezione di Gesù Cristo, e questo vuol dire che uno ritrova il fondamento della sua vita, perché la nostra vita è nata lì, e trova la direzione della sua vita, perché il criterio delle scelte cristiane è lì: nel sacrificio di Cristo, nel dono che Cristo ha fatto della sua vita, nel gesto di amore.

Allora per noi andare a messa vuol dire riscoprire sempre di nuovo quello che siamo come cristiani. E quando una coppia di sposi va a messa, alla fine torna a fondare il suo matrimonio. Torna a metterci le radici, a irrobustire le basi, a rivedere gli orientamenti, a ritrovare la direzione corretta, la direzione giusta.

Questo evidentemente richiederebbe un discorso più lungo, perché bisognerebbe tentare di seguire tutto il cammino, il rito anche dell’Eucaristia e vedere che cosa vuol dire per una coppia di persone sposate, che cosa vuol dire fare insieme l’atto penitenziale, che cosa vuol dire ascoltare insieme la Parola di Dio, che cosa vuol dire presentare insieme il pane e il vino all’altare per il sacrificio, che cosa vuol dire pregare insieme e dire “Amen” alla grande preghiera eucaristica, che cosa vuol dire fare la comunione insieme.

Cioè, sono gli elementi dell’Eucaristia e bisognerebbe vederli uno per uno. Ma il senso che, quando si celebra l’Eucaristia, si ritrova è quello che io sono come cristiano, perché io ritrovo l’amore del Signore per me, e quindi io ritrovo anche quello che è il senso della vita matrimoniale come amore, come dono, come fedeltà, come irrevocabilità e tutte queste cose.

Bene, questo io credo che sia importante.

Concludiamo allora questo discorso sul matrimonio e ci aggiungiamo alcune altre cose. Credo che il messaggio cristiano sul matrimonio si presenta da una parte come bello e dall’altra come difficile. E siccome è bello, e bello intendo in senso profondo, cioè vero, bisogna che uno non ci rinunci. Che uno non ci rinunci per avvilimento, che uno non ci rinunci perché dice: ma, è troppo al di sopra delle mie forze e così via. Proprio perché è difficile, è chiaro che si tratta per il cristiano di un cammino di fedeltà da ricominciare tutti i giorni, senza lasciarsi prendere, dicevamo, dallo scoraggiamento e dall’avvilimento.

Perché?

Perché quando torna in gioco l’avvilimento e lo scoraggiamento, vuol dire che non siamo nella direzione giusta dal punto di vista cristiano. La vita cristiana non è costruita su quello che noi facciamo, ma su quello che noi riceviamo da Cristo.

Il fondamento della vita cristiana è la fede.

Per questo il discorso del primo giorno, le due meditazioni sulla fede, stanno alla radice di tutto. La vita cristiana è radicata lì. L’avvilimento viene quando io comincio a misurare la tua vita e dico: «Ma guarda quante cose che non vanno, guarda questo, guarda quell’altro ecc.”, mi misuro e trovo che sono mancante. Evidentemente trovo che sono mancante, ma non è mica il misurare se stessi l’atteggiamento fondamentale della vita cristiana. Lo sguardo fondamentale del cristiano è rivolto a Dio, a Gesù Cristo, all’amore di Dio in Gesù Cristo, al perdono che noi riceviamo da Gesù Cristo.

E quando lo sguardo è rivolto a quello, l’avvilimento non c’è.

C’è la consapevolezza dei propri limiti, senza dubbio perché mi confronto con l’amore di Cristo e trovo che sono diverso. C’è la misura della mia meschinità, ma non c’è l’avvilimento, l’avvilimento fa parte del nostro orgoglio, della nostra volontà di essere perfetti. Io mi piacerei se fossi perfetto, ma siccome non lo sono mi avvilisco.

Ma questo non è la vita cristiana. La vita cristiana non è uno sforzo dell’uomo per purificare se stesso, per diventare chimicamente perfetto, puro ecc., no. La vita cristiana è fondata sulla fede, e proprio perché il suo fondamento è Gesù Cristo, non può vacillare; vacilla quando noi al posto di Gesù Cristo ci mettiamo come fondamento noi stessi, la nostra buona volontà, i nostri risultati, i nostri successi e cosa via.

Questo sia detto come parentesi, perché non ci lasciamo prendere da quell’inganno tremendo che è l’avvilimento; di uno che dice: “Ho provato e non ci sono riuscito”. “Ho provato due volte e non ci sono riuscito. E inutile che tenti!». Alla fine divento frustrato. E chiaro che divento frustrato e posso diventare frustrato, se mi misuro. Ma appunto, l’atteggiamento giusto non è il controllare se stessi, a parte il fatto che uno non riesce mai a misurarsi giusto, perché delle volte si misura troppo piccolo e delle volte si misura troppo grande. Ma poi questo non è l’atteggiamento corretto. E l’atteggiamento della fede è l’affidare la propria vita a Dio.

Ma qui dobbiamo completare il discorso. È un pochino duro, ma ci mettiamo anche questo qui.

Che cosa vuol dire? Vuol dire che, quando uno si innamora di Gesù Cristo, e, per esempio, si innamora del Vangelo, del messaggio cristiano sul matrimonio, lo desidera, desidera realizzare un matrimonio e così vivere la sessualità nel modo con cui il Vangelo lo presenta. Ma non è mica sufficiente desiderare qualche cosa per arrivarci, bisogna che uno metta anche in opera quegli strumenti, quei mezzi e quelle scelte che lo conducono a raggiungere il traguardo.

Voglio dire: è inutile che uno voglia fare la dieta e poi vada al ristorante tutti i giorni o a cena dagli amici tutti i giorni. E vero che in teoria uno può anche fare la dieta al ristorante, può anche fare la dieta quando è invitato a cena dagli amici, ma questo in teoria; in pratica uno non ce la cava. In pratica, quando uno è invitato a cena, mangia di più di quello che si era proposto e quando va al ristorante evidentemente piglia su, se va con degli altri e cosa via. È inutile, se uno vuole fare la dieta dica bene: almeno per un po’ di tempo io bisogna che rinunci a questo, a questo, a quest’altro e che vada per quella strada lì, altrimenti non ce la cavo. E così è un pochino anche per la vita cristiana.

Uno vuole vivere il cristianesimo, e va bene!

La cosa essenziale è proprio l’abbandono nel Signore, la fede; però questo richiede delle scelte, delle opzioni precise e anche delle rinunce. E bisogna che un cristiano sappia che cosa vuol dire e sia disposto ad accettare queste rinunce. Faccio due esempi e poi dopo ci fermiamo.

Il primo è Matteo: (Mt 5, 27)

[5] Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderare, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore”.

Quando qualche anno fa il Papa commentò questi due versetti qui, ci fu un po’ di can can sulla stampa nazionale, come succede spesso, per dire che: Ma insomma, questo Papa che dice che non si può nemmeno pensare o desiderare e quindi non solo l’adulterio, ma nemmeno il pensiero, la volontà interiore, il compiacimento interiore, che anche questo è proibito, pretende un pochino troppo. Questo qui è al di fuori del nostro mondo; nel mondo di oggi queste cose non sono possibili e non sono realizzabili. Ma il pasticcio è che questo non lo ha mica inventato il Papa: questo qui sta nel Vangelo e questo qui l’ha detto Gesù Cristo. E allora bisogna che tentiamo di capire cosa vuol dire e perché è importante anche questo.

Voi sapete che questo è nel contesto del capitolo 5 di Matteo, in quelle che vengono chiamate le “antinomie”, dove Gesù contrappone (non è la parola giusta) alla vecchia legge le esigenze sue, le esigenze del Regno.

E incomincia con quella affermazione famosa (Mt 5, 21-22):

[21] Avete inteso che fu detto dagli antichi: Non uccidere; chiunque avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio.

[22] Ma io vi dico chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna”.

Qual è il ragionamento di Gesù?

E questo: c’è un comandamento che dice di non uccidere, bene, se uno vuole fare il legalista, prende le due paroline “non uccidere”, cerca di capire che cosa vuol dire e di vedere le esigenze esatte che ne vengono fuori. Uccidere vuole dire: ammazzare con una fucilata, con una pugnalata, ammazzare con quello che volete, ma ammazzare. Uccidere non vuol dire ferire. Allora il comandamento proibisce semplicemente tutti quei gesti che tolgono la vita all’altro. Ma Gesù dice: Non è mica vero. Tu non ti devi mettere di fronte semplicemente alle due parole “non uccidere”, ti devi mettere di fronte a Dio che ti ha dato queste due parole.

Ora, se tu ti metti di fronte a Dio, tu capisci che il “non uccidere” è l’indicazione.di una direzione di vita, in cui non solo non devi uccidere, ma non devi fare niente di quello che abbia il colore dell’ammazzare. Ferire non è come uccidere, però gli assomiglia; non sarà un rosso cupo come l’uccidere, sarà un rosa chiaro, ma ci assomiglia, va in quella direzione lì.

Ora, se tu ti vuoi mettere di fronte a Dio, a Dio devi dare tutto. Non basta che tu gli dia il 17% delle tasse, gli devi dare tutto. E tutto vuol dire mica il 99%, vuol dire il 100%.

È l’unica misura che è possibile davanti a Dio, perché, se Dio è Dio, bisogna che uno gli dia tutto. Non è mica possibile che a Dio dia qualche cosa (allo Stato possiamo dare qualche cosa come tasse) ma a Dio si da tutto. Le altre misure a Dio non sono sufficienti, non corrispondono alla realtà di Dio: Dio è la Verità, è il Bene, è l’amore. Volete dare il 99% alla Verità, e l’1% che ci rimane alla menzogna? Volete dare il 99% all’amore, e l’1% all’egoismo?

Evidentemente non è mica possibile, bisogna dargli tutto. Allora non solo l’uccidere, ma ogni passettino anche piccolo che vada in direzione dell’uccidere, tu lo devi tirare via. Questa è la misura di Dio.

Bene, lo stesso discorso vale per l’adulterio. L’adulterio è il punto di arrivo di un cammino lungo, che incomincia esattamente con il desiderio, incomincia con i progetti, con la volontà, con gli inganni e tutte queste cose. Alla fine arrivi all’adulterio, ma non puoi togliere semplicemente l’ultimo tratto del cammino, devi togliere anche il primo. E quando ti accorgi che la strada sta andando nella direzione della infedeltà, anche se fosse semplicemente un 10 centimetri di strada che hai percorso, bene, sai che non sei sulla strada giusta, devi tirare via anche questo.

Ora evidentemente sapete che il discorso per i moralisti è preciso in questo senso. Un moralista dice sempre che fa parte del peccato tutto e solo quello che dipende dalla libertà dell’uomo, e quindi il pensiero che viene indipendentemente dalla volontà dell’uomo, non sta mica dentro al peccato, ma il tenere il pensiero sì, perché questo è libero: cioè il custodirlo, il covarlo, il farlo diventare una scelta interiore (esteriormente non c’è ancora niente, ma interiormente c’è una scelta), quando questo c’è, vuol dire che c’è qualche cosa che non funziona, non è nella direzione giusta.

Anzi, siccome dicono gli esperti che, se uno vuole avere una volontà di ferro, uno deve controllare i pensieri e che tutto il segreto della volontà sta nel controllare i pensieri, bene, anche nella direzione della castità, nella direzione della fedeltà, la questione fondamentale è esattamente controllare i pensieri.

Ma uno si dice: Come si fa a controllare i pensieri? Se c’è qualche cosa di indipendente da noi è proprio quello. Non vengono mica perché uno lì cerca, vengono indipendentemente dalla sua volontà. Vengono anche quando gli danno fastidio, anche quando uno non li vorrebbe avere e non li vorrebbe sentire.

Questo è vero.

Siccome vengono involontariamente, vuol dire che non fanno ancora parte della libertà. Però, siccome sono un disturbo una tentazione e una inclinazione, bisogna cercare di liberarsene. Diceva Don Dossetti, il Vecchio, che se uno ha una bottiglia e vuole tirare fuori l’aria, può usare una pompa. Ma se usa una pompa, prima fa una fatica boia per tirare fuori l’aria e, secondo, ce ne rimane sempre un po’.

Bene, il modo molto più semplice è quello di riempire la bottiglia di acqua, allora l’aria viene fuori senza che uno faccia una grande fatica. E lo stesso, diceva, è per i pensieri. Cioè uno può anche mettersi con la forza della volontà a cavarli fuori, a sradicarli, ma non ce la cava; anzi succede delle volte che quanto più uno si sforza con tutti i muscoli, tanto più diventano insistenti e ossessivi. Questa è l’esperienza di tutti i giorni e la facciamo tutti.

Diceva: Mettici qualcos’altro.

Bisogna che tu, la tua testa, la tua fantasia e la tua intelligenza, anzi bisogna anche andare più in profondità, dove c’è il centro dell’uomo, dove neanche la psicanalisi riesce a sondare, bisogna che uno lì ci metta qualcos’altro. Nel cuore dell’uomo ci sta dentro di tutto.

(Mc 7, 21-23).

[21] Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: prostituzione, furti, omicidi,

[22] adulteri, cupidigie, malvagità, inganni, impudicizie, invidia, calunnie, superbia, stoltezza.

[23] Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo”.

Dice che nel cuore dell’uomo ci stanno tutte queste cose qui. Non l’ha mica scoperto la psicanalisi che nel cuore dell’uomo ci stanno tutta una serie d inclinazioni che sono di egoismo o di impurità o di cattiveria. Il problema è proprio andare lì e riuscire a sostituirle con qualcos’altro.

Bene, tutto quello che noi chiamiamo: meditazione, ascolto docile e gioioso della Parola di Dio, vuole arrivare a questo. La Parola di Dio è una forza di amore, che uno introduce dentro di se attraverso gli occhi, gli orecchi, attraverso l’intelligenza, ma che poi deve sedimentare e andare in qualche modo a purificare tutte quelle inclinazioni e tutti quei pensieri e tutti quei desideri che stanno dentro al cuore dell’uomo.

E questo è un cammino lungo, perché, prima di andare in profondità, ci vuole del tempo, non avviene di corsa. E questo è il pasticcio delle nostre esperienze, perché noi tendiamo a essere superficiali. E superficiali vuol dire che, mettiamo anche dentro qualche cosa, ma ce lo mettiamo per un attimo e poi dopo passiamo da un altra parte; e quel qualche cosa evidentemente non riesce a entrare in profondità.

Se io butto una spugna in un secchio d’acqua e poi la tiro fuori subito, ci rimane una qualche goccia d’acqua, ma una qualche goccia, e basta. Se ce la lascio per un qualche minuto, beh, si impregna. Allora l’acqua va a finire dentro a tutti i pori della spugna; allora c’è una ricchezza d’acqua che la spugna si tira dietro, quando la tiro fuori.

E così vale anche per la Parola di Dio.

Bisogna che uno abbia la pazienza di accoglierla e di starci sopra, di riposarci sopra, perché, quella parola lì costruisce pian piano dei sentimenti, delle novità di pensieri e di desideri.

È chiaro che non è un cammino facile. Non è un cammino facile anche perché in una società come la nostra c’è un surriscaldamento di provocazioni dal punto di vista sessuale. Basta che uno legga il giornale e ce ne sono di provocazioni a non finire. E allora proprio per questo ci vuole un cammino di attenzione, di silenzio, di meditazione, fatto con calma, senza angoscia, senza ossessioni, perché queste rovinano solo le cose, senza sforzi erculei dei muscoli, che non servono tanto, ma invece con una meditazione che sia attenta, prolungata e serena della Parola del Signore.

E aggiungiamo a questo un secondo testo di S. Paolo nella prima lettera ai Corinzi

(1 Cor 6, 12-20)

[12] «Tutto mi è lecito!» Ma non tutto giova. «Tutto mi è lecito!» Ma io non mi lascerò dominare da nulla.

[13] I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi! Ma Dio distruggerà questo e quelli; il corpo poi non è per l’impudicizia, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo.

[14] Dio poi, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza.

[15] Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai!

[16] O non sapete voi che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo? I due saranno, è detto, un corpo solo.

[17] Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito.

[18] Fuggite la prostituzione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo, ma chi si dà all’impudicizia, pecca contro il proprio corpo.

[19] O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?

[20] Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!.

Questo è il testo.

Il problema si può esporre molto semplicemente. E strano, ma a Corinto sulla sessualità c’erano due opinioni estreme: c’erano quelli che condannavano anche il matrimonio o per lo meno l’uso del matrimonio, e c’erano quelli che invece accettavano anche la fornicazione e la prostituzione, come un comportamento che poi non era niente di male. Il fatto è che Corinto, come voi sapete, era una città di porto, anzi una città che aveva due porti: uno sul mar Egeo e l’altro sul mare Ionio.

Era proprio lì in mezzo sull’istmo di Corinto, che allora non era ancora stato tagliato. Una città di commercio, piena di gente di razze diverse, cosmopolita, c’erano dei Greci, c’erano Romani, c’erano degli orientali. Era una città per questo famosa: primo per gli sprechi di soldi; vivere a Corinto bisognava essere dei ricchi sfondati e secondo, famosa per la depravazione morale.

I greci avevano inventato un verbo: “corinteggiare”, che vuol dite comportarsi da dissoluti. Era, noi diremmo, la capitale del vizio al tempo di S. Paolo. E stranamente proprio in quella che era la capitale del vizio, S. Paolo ha trovato uno dei successi più belli della sua vita. Ha costituito una comunità cristiana, che è stata piena di tensioni e che gli ha dato tanti grattacapi, ma che gli ha dato grosse soddisfazioni.

Bene. Si capisce che a Corinto il problema della prostituzione fosse diffuso, anche perché c’era un esercito di prostitute sacre, legate al tempio di Venere o Afrodite. Quindi per i cristiani questa qui era una tentazione e un problema.

Ora quello che mi interessa è il problema in se, ma non tanto. Mi interessa il modo con cui S. Paolo lo affronta, e cioè il come fonda la necessità per il cristiano di essere puro nel suo comportamento anche nell’ambito della sessualità. E incomincia con una specie di discussione con i suoi avversari, i quali dicono: “Tutto mi è lecito”, ed era un modo di esprimersi di tutta la filosofia stoica, ed era un modo di esprimersi che i cristiani pensavano fosse giusto, anche perché S. Paolo lo riprendeva. Cioè S. Paolo insiste tantissimo sulla libertà dei cristiani, e lo abbiamo già ricordato nelle volte scorse.

Allora il cristiano è liberato dal male, è protetto di ogni male; che cosa gli può mai succedere per quello che fa!

Tutto mi è lecito! E S. Paolo risponde con due affermazioni: la prima: “ma non tutto giova”, e questo mi sorprende. Mi sorprende perché cambia le carte in tavola.

Cioè, dice S. Paolo: “Non state a discutere su quello che è lecito e su quello che non è lecito, state a vedere che cosa giova per la vita cristiana e che cosa invece è un ostacolo per la vita cristiana. Il ragionamento vero è questo: la vita cristiana è una vita, e una vita vuol dire un qualche cosa che deve svilupparsi, che deve crescere, che deve maturare, che deve diventare sempre più ricco nella verità, nell’amore e nel dono”.

Bene, chiedetevi se un comportamento vi aiuta a diventare sempre più cristiani o se invece un comportamento vi impedisce di diventare più cristiani; se vi fa maturare nell’amore, nella verità e nel dono e nella santità o se invece è un ostacolo in questo.

Il criterio giusto è quello. Il sapere fin dove posso arrivare, non è un criterio tipicamente cristiano, non è questo; non è quello di saper misurare il “fin dove” e il “dove non più”. Il criterio è sapere: “questo ti fa crescere”, “questo ti matura come cristiano, è un arricchimento o è invece un impoverimento?

Il secondo ragionamento dice: “Tutto mi è lecito!”.

Paolo risponde: “Ma io non mi lascerò dominare da nulla!”.

Che vuol dire: ci sono due specie di libertà: c’è una libertà falsa e una libertà vera. La libertà falsa è quella che, quando l’uomo pensa di liberarsi da ogni legame, in realtà diventa schiavo. Schiavo in questo caso si intende della concupiscenza. E la conclusione è sottintesa: il rapporto con una prostituta vuol dire lasciarsi trascinare da quello che non giova al cristiano e che lo tende schiavo.

Seconda motivazione. Dicono i Corinzi: “I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi. Dio distruggerà questo e quelli”, che è ancora un ragionamento moderno che si ripete ancora oggi, che dice fondamentalmente questo: che le cose naturali sono giuste. Non sono cattive, non c’è niente di male nel seguire quello che è un impulso naturale, fino a quando non si violano i diritti degli altri. Ora evidentemente la fornicazione corrisponde a un desiderio naturale, come il mangiare e il bere.

E se non c’è niente di male nel mangiare e nel bere, non c’è niente di male nemmeno nell’uso della sessualità. È qualche cosa di neutro per quello che riguarda la vita spirituale e religiosa. È qualche cosa che si colloca ad un livello troppo basso per poter macchiare l’anima; l’anima e molto più in alto che non il comportamento sessuale. E l’anima che è chiamata a ereditare il Regno di Dio, e il corpo, insieme con i cibi, verrà distrutto, quindi non ha una grande importanza, dicono loro, quello che succede al corpo, l’importante è, quello che succede allo spirito all’anima. E se l’anima mantiene il suo rapporto con Dio, beh, un disordine sessuale non è una cosa importante, non grava troppo.

Risposta di Paolo: “Il corpo non è per l’impudicizia, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo”. Non so chi di noi avrebbe fatto un ragionamento di questo genere. Prima cosa: S. Paolo cambia la parola; i cristiani di Corinto dicono: “Il ventre è per il cibo”, S. Paolo al posto della parola “ventre”, mette la parola “corpo”, perché ventre è un pezzo dell’uomo, semplicemente una realtà biologica. Il corpo, no; il corpo è la persona.

“Vi esorto ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivo, santo e gradito a Dio”.

Quindi cambia la parolina. E S. Paolo vuole dire che il corpo è l’uomo stesso in quanto si manifesta esteriormente. E dice: Non illudetevi che la sessualità sia semplicemente un appendice della realtà umana, la sessualità coinvolge l’uomo in tutta la sua pienezza, in tutta la sua personalità. “Ora il corpo non è per l’impudicizia, ma per il Signore”.

Che vuol dire: il corpo del cristiano non gli appartiene, perché non gli appartiene la sua persona. Con il Battesimo il cristiano viene consacrato al Signore, e consacrato in modo globale, concreto; noi diremmo anima e corpo. Paolo dice “corpo”, perché la parola corpo per lui vuol dire tutto. Vuol dire la realtà concreta della persona.

Quando nella lettera ai Romani al cap. 14 S. Paolo ha quella espressione molto bella del versetto 7: (Rm 14, 7-8)

[7] Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso,

[8] perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il. Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore”,

quello che vuole dire è che per il cristiano c’è un orientamento decisivo di vita verso Gesù Gisto, ma di tutta la vita, cioè dei miei pensieri, delle mie azioni, della mia realtà anche fisica perché il mio corpo sono io; sono io nel mio corpo, e quindi, siccome appartengo al Signore, appartengo al Signore con tutto quello che sono. Non solo io appartengo al Signore, ma, e questo è ancora più strano e certamente misterioso, il Signore è per il corpo. Se il Signore è morto e risuscitato, è morto e risuscitato non solo per la mia anima, è morto e risuscitato per me, per la mia salvezza; per la mia salvezza globale, perché io come persona sia salvo.

E quindi io, anima e corpo, in tutta la dimensione della mia vita. Il Signore è il Redentore dei corpi.

Perché ci sono i Sacramenti?

Sono il cibo dell’anima i sacramenti. Sono il cibo dell’uomo in tutta la sua dimensione, anche del corpo. E l’Eucaristia, è, non una comunione spirituale interiore, no, è una comunione fatta con il pane, con il vino, con delle realtà che sono corporee, che sono materiali. E non c’è nel Nuovo Testamento una visione di contrapposizione tra lo spirito e il corpo; l’uomo è uno spirito incarnato, e quindi il corpo è coinvolto dentro alla sua esperienza e dentro al suo destino. Ora la condizione finale del cristiano, la speranza del cristiano non è solo la salvezza dell’anima, è la sua risurrezione, la risurrezione dei corpi, la risurrezione dell’uomo. Credo che questo per noi è importante ed è una delle cose che distingue il cristianesimo dalla filosofia greca.

I Greci hanno avuto sempre un grande rispetto per la bellezza umana, per la bellezza del corpo umano. Però, bada caso, per i Greci il corpo è una prigione. In greco ci hanno fatto un gioco: “soma” che vuol dire corpo e “sema” che vuol dire sepolcro; beh, il corpo per loro è un sepolcro.

Per Platone è un sepolcro.

Cioè è un qualche cosa che indica la morte; la vita vera è l’anima, è l’interiorità. Questo non è vero per il cristiano; per il cristiano il corpo fa parte della persona. Il corpo è la persona, e la risurrezione riguarda non l’anima, ma l’uomo, l’uomo in tutte le sue dimensioni.

Non so chi mai possa avere immaginato che il cristianesimo ha poca stima del corpo umano; è vero tutto il contrario. Il cristianesimo non riesce a staccare l’idea di salvezza dalla realtà del corpo, dalla realtà umana completa. Ora, se la salvezza riguarda il corpo, tutto quello che coinvolge il corpo è positivo o negativo nei confronti della salvezza. “Dio poi che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza”. “Non sapete (continua S. Paolo) che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai”.

Ancora cerca di definire il rapporto che c’è tra il cristiano nel suo corpo e Gesù Cristo. È un rapporto di appartenenza. Noi siamo membra, di Cristo, siamo incorporati a Cristo, e questo spiega la proibizione della fornicazione. La fornicazione sottrae a Cristo qualche cosa che gli appartiene. C’è una unione profonda tra il cristiano e Cristo, e la fornicazione e la prostituzione la scioglie, la distrugge. Da questo punto di vista una infedeltà, un tradimento assomiglia all’adulterio.

“Non sapete che chi si unisce alla prostituta, forma con essa un corpo solo? I due saranno un corpo solo. Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito”. Cioè la fornicazione rende una carne sola con la prostituta, la fede rende un solo spirito con Cristo.

Ma un solo spirito non vuol dire una sola realtà ancora interiore, qui un solo spirito vuol dire che c’è una comunione di amore e di sintonia che coinvolge tutto l’uomo. Anche il corpo dell’uomo deve diventare un corpo spirituale. Ma non un corpo spirituale nel senso che non è materiale, ma un corpo che è guidato dallo Spirito di Cristo; un corpo che nella sua vita, nei suoi comportamenti, nei suoi desideri e nelle sue scelte è animato dallo Spirito di Cristo, e quindi sceglie secondo la direzione di Gesù Cristo. Questo è evidentemente quello che contrappone il matrimonio alla fondazione. Nel matrimonio l’uomo e la donna esprimono nel loro rapporto, anche nel rapporto fisico, anche nel rapporto sessuale, esprimono il dono, esprimono l’amore, la pienezza della comunione, la pienezza della fedeltà, l’appartenenza reciproca; esprimono anche in quello il mistero dell’amore di Cristo e della Chiesa.

Perché non è semplicemente una unione dei corpi, ma è una unione fisica animata dall’amore, dall’ “agape”, cioè da quell’amore che è dono, da quell’amore che abbiamo imparato a riconoscere in Gesù Cristo.

Invece il rapporto con una prostituta vuol dire evidentemente un rapporto che esclude tutto quello che è realtà autenticamente personale, tutto quello che è fedeltà, che è dono di se. E semplicemente sfruttamento, è un altro ambito totalmente diverso da quello della comunione con Cristo. Allora mentre nel matrimonio anche la dimensione della sessualità serve a edificare il rapporto con Cristo, perché introduce dentro alla pienezza dell’amore e del dono, al di fuori del matrimonio invece questo impedisce, perché fa vivere la sessualità, introduce l’esperienza della sessualità al di fuori del contesto della fedeltà e del dono totale, e quindi al di fuori del contesto unico e autentico, che è quello dell’appartenenza al corpo del Signore.

“Fuggite la prostituzione. Qualsiasi peccato l’uomo commette, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impudicizia, pecca contro il proprio corpo”.

E questo è quello che ricordavamo prima.

Cioè per il cristiano il corpo è lui stesso. Peccare contro il proprio corpo, vuol dire alla fine deformare la propria persona stessa. “O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?”.

Il corpo del cristiano è un tempio, un santuario nel quale abita Dio. E su questa santità del corpo, che è la santità del cristiano stesso evidentemente Paolo insiste.

La santità vuol dire che, quando una cosa è sacra non è più usabile per scopi profani, ma deve sempre essere usata per quello a cui è consacrata. Un calice, quando è consacrato, non può più essere usato a tavola, serve solo per l’Eucaristia; è consacrato per quello. Bene la vita di un cristiano è una vita consacrata. E consacrata vuol dire che appartiene a Cristo, che è ripiena del dono dello Spirito e che quindi può esprimersi solo in quella direzione lì, altrimenti viene come sconsacrata. È qualche cosa che va contro la sua destinazione originaria. Voi non siete vostri, non appartenete a voi stessi,. “siete infatti stati comperati a caro prezzo”. E il caro prezzo è la morte e risurrezione del Signore. Questa morte e risurrezione ci ha comperati in modo che appartenessimo a lui.

Il battesimo, lo sapete, vuol dire un cambiamento di proprietà, vuol dire che uno prende sopra di se il nome di Gesù Cristo, per appartenere a lui nella vita e nella morte.

Conclusione: “Glorificate dunque Dio nel vostro corpo”. È ancora sorprendente. Noi pensiamo a glorificare Dio nell’anima con i pensieri, con le buone intuizioni ecc. e questo va molto bene. Ma c’è anche la dimensione del corpo, che deve diventare gloria di Dio.

Si intende che questo non riguarda solo la sessualità; questo riguarda tutto quello che l’uomo compie nel suo corpo. Questo riguarda anche l’economia, lo sport e tutto quello che è coinvolto nel corpo, ma questo riguarda anche la sessualità. “Glorificate dunque Dio nel vostro corpo”. Il cristiano deve sapere che anche (scrive un esegeta protestante) sulla dottrina e la disciplina sessuale e coniugale la Chiesa gioca la sua fedeltà. Cioè, anche lì c’è qualche cosa di radicale ed essenziale. E non è in contrasto con questo, il fatto che Gesù Cristo abbia avuto una grande disponibilità e attenzione nei confronti delle prostitute, degli adulteri e tutte queste cose.

Su questo non ci sono mica dei dubbi.

Che la misericordia del Signore sia infinitamente grande e capace di accogliere ogni persona con tutti i suoi limiti, miserie ecc., è verissimo, ma non troverete mai che il Vangelo giustifichi un adulterio o una prostituzione. Cioè, non c’è in Gesù Cristo mai quell’atteggiamento, che è un pochino romantico, un pochino decadente, che ci tiriamo dietro anche noi, per cui il peccatore in realtà è poi un buon uomo, un buon peccatore. Questo in Gesù Cristo non c’è mai.

Non c’è mai nessuna giustificazione del peccato o dell’infedeltà o cose del genere. C’è il perdono, che è tutta un altra questione. Il perdono Gesù Cristo non l’ha negato a nessuno. Anzi ha annunciato a ogni uomo il perdono di Dio prima ancora del pentimento, ma perché questo suscitasse il pentimento e la conversione. Pigliate Zaccheo: Gesù gli vuole bene prima che si converta, ma gli vuole bene perché si converta, perché Zaccheo cambi vita. E questo vale in tutti gli atteggiamenti di Gesù.

C’è un ultima questione a cui volevo accennare semplicemente, e poi ci fermiamo perché diventerebbe troppo lunga.

Quello che mi interessava sulla fornicazione, era il modo con cui S. Paolo ragiona, che è un modo tipicamente di fede. Non fa semplicemente dei ragionamenti umani di bene, di male, di lecito e di illecito ecc, il discorso è: serve per la vita cristiana, edifica la vita cristiana o no? E per verificare questo, bisogna partire dal rapporto personale che il cristiano ha con Gesù Cristo, che lo coinvolge come persona umana, quindi anche nella dimensione fisica; anche nella dimensione corporea e della sessualità. Quindi mi interessava il tipo di ragionamento. Dopo questo andrebbe applicato, ma non sarebbe tanto meditazione quanto studio di morale.

Mi piaceva aggiungere una parolina sola sul pudore, che forse può sembrare non la cosa più importante, ma siccome ogni tanto è messo in questione, perché è criticato come un atteggiamento borghese, falso, di copertura, di difesa e cose di questo genere; siccome ci sono dei cambiamenti notevoli, e ci sono stati in questi anni qui tanto che per i magistrati diventa difficile sapere quando c’è o non c’è oltraggio al pudore, alla pubblica decenza o cose di questo genere, mi interessa non tanto un ragionamento di legge, ma tentare di capire che cosa, diavolo, vuole dire.

Perché il pudore è una di quelle realtà, come molte realtà umane, che è più facile sentire che non spiegare. Uno lo percepisce immediatamente, se ha una certa sensibilità, quindi è un senso di vergogna, però fa una fatica grande a spiegare il perché questo è giusto. Ora che cosa ci sta dietro all’atteggiamento del pudore? Ci sta dietro la convinzione che il rapporto tra le persone deve essere essenzialmente un rapporto di persone. E di persone vuole dire un rapporto in cui ciascuno accoglie l’altro in tutta la sua ricchezza e in tutta la sua complessità.

Incontrare una persona vuol dire lasciarsi conoscere, vuol dire rivelarsi, manifestarsi, ma vuol dire anche nello stesso tempo mantenere un tantino di riservatezza. Perché? perché l’incontro, dicevo, è un incontro delle persone e non può essere solo l’incontro con il mio corpo. Il pudore è il rifiuto di presentarsi agli altri semplicemente come un corpo. Io sono più del mio corpo; io ho dentro una ricchezza personale di desideri, di progetti, di attese che fa parte essenzialmente della mia persona. Quel velo o quel mistero che rappresenta il pudore, vuole custodire e proteggere questo. Vuole fare capire che io non sono semplicemente quello che sembro, vuole invitare l’altro a incontrarmi non come un corpo, ma come una persona e quindi a riconoscere il mistero della mia persona. Cioè vuole impedire che una persona diventi per l’altra un oggetto. E il custodire è il fatto che uno rimanga per l’altro una persona.

Vi leggo una espressione, che credo sia significativa. Dice:

“L’esibizione sfacciata del proprio corpo, offerta allo sguardo altrui per pura suggestione erotica, rappresenta una forma di svilimento della persona, forse più assoluta e radicale della prostituzione vera e propria. In questa infatti la prostituzione rimane ancora una larva di rapporto diretto fra le persone, mentre nell’esibizione allo sguardo altrui sul piano erotico, la persona si lascia risolvere tutta nella visibilità, rinunciando a essere tutto ciò che con lo sguardo non può essere colto”.

Cioè, il senso è questo: io sono più di quello che l’altro può vedere con gli occhi. Il pudore è un invito all’altro a non prendermi semplicemente come oggetto di visione, come oggetto di sensi, ma piuttosto a entrare in un rapporto con me, che sia un rapporto personale, in cui il pudore diventa un modo per preparare il dono pieno e autentico di se, che è all’interno della comunione piena delle persone, dove la comunione dei corpi, e quindi il dono anche del proprio corpo, entra dentro a una visione personale e non semplicemente esterna. E basta!

Con questo io avrei finito la mia riflessione. Ancora vale il discorso che facevamo all’inizio. L,a cosa più importante è cogliere il valore che ci sta nella visione cristiana della sessualità. Se uno coglie questo valore, può fare della sua vita un itinerario, un cammino.

Certamente non è facile, e questo credo che non ci sia bisogno di dimostrarlo.

Non è mai stato facile ed è stato difficile come oggi anche in altre epoche. Però è vero che, forse, la visione cristiana della sessualità oggi va in modo radicale contro la mentalità: il “si fa” o il “si dice” o il “si pensa”.

Questo è molto vero.

Proprio perché va in radice contro questa mentalità, c’è bisogno di essere molto attenti e lucidi, e c’è bisogno di una riflessione che vada in profondità, che faccia entrare l’atteggiamento cristiano, non solo nell’intelligenza, che è poco, ma che lo faccia entrare dove c’è il centro della libertà dell’uomo, dove si muovono i suoi pensieri e i suoi desideri, perché lì nasca un atteggiamento nuovo e diverso.

E questo è quello che bisogna tentare di fare con un cammino:

  • mai di avvilimento. Scusate se lo ripeto, ma l’esperienza mi conduce a questo. Molte volte uno pianta la vita cristiana per avvilimento. E se c’è qualche cosa di sbagliato è proprio quello. Quindi mai per avvilimento;

  • ma sempre con l’umiltà di partire, di vedere, di ricominciare, tenendo lo sguardo rivolto più al Signore che non a noi stessi.

Il progetto di vita cristiana vissuto nel mondo – 7

Omelia
3° Giorno

Parola di Dio: (Is 25, 6a. 7-9 / Rm 8, 14-23 / Mt 25, 31-46)

“In quel giorno il Signore degli eserciti preparerà su questo monte un banchetto per tutti i popoli”.

Il monte è quello su cui è costruita Gerusalemme. Ed è una fortuna che sia il Signore a preparare questo banchetto. Se fosse un re della terra, inviterebbe solo i nobili e se fosse un ricco, inviterebbe solo gli amici ricchi. E invece, siccome è il Signore, invita tutti i popoli: invita i ricchi e i poveri, i sapienti e quelli che sono persone semplici che non hanno studiato molto; invita tutti.

E non solo.

E una fortuna che sia il Signore perché, quando il Signore prepara questo banchetto, non solo toglie la fame per un po’ di tempo, come succede nei banchetti che facciamo noi, ma dice che il Signore strapperà il velo che copriva la faccia di tutti i popoli “la coltre che copriva tutte le genti”.

E vuol dire che in quel banchetto il Signore tira via le tenebre, i dubbi, le ignoranze che accompagnano la vita dell’uomo, in modo che l’uomo impari davvero a vedere il volto stesso di Dio.

E vedere il volto stesso di Dio vuol dire che impara a capire la sua vita, che impara a capire cos è la vita e cos’è la morte, perché c’è la gioia e anche perché c’è la sofferenza, a che cosa serve il dolore e la sofferenza e tutte quelle cose che per noi rimangono tenebrose e oscure. Il Signore tira via il velo che copre la nostra faccia e che ci impedisce di vedere la verità. Anzi, addirittura eliminerà la morte per sempre.

Ingoia la morte per sempre, dice il profeta Isaia. “E asciugherà le lacrime su ogni volto e farà scomparire la vergogna dalla condizione del suo popolo, perché il Signore ha parlato”.

Quindi è un banchetto bello quello del Signore; un banchetto dove vengono capovolte tante miserie e povertà dell’uomo, dove quella morte, che per noi è un destino irrevocabile, si rivela semplicemente come qualche cosa di provvisorio, di doloroso come sono dolorosi tutti i distacchi, ma di provvisorio. Che non è l’ultima parola sulla storia del mondo e sulla vita dell’uomo la morte, l’ultima parola ce l’ha Dio.

E la sua gioia e la sua salvezza è questo bel banchetto ricco, che il Signore ha preparato per tutti gli uomini.

“E si dirà in quel giorno: Ecco il nostro Dio!”: con fierezza, con gioia. Siamo contenti di avere un Dio così; siamo contenti di avere un Dio che è capace di ingoiare la morte e che è capace di cancellare la vergogna sul nostro volto, le vergogne delle nostre miserie e dei nostri peccati;

“in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questo è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza”.

Non abbiamo sperato in altre cose: non abbiamo sperato nei soldi e non abbiamo sperato nel potere, perché se avessimo sperato in quello, avremmo dovuto patire il rossore e la vergogna. Abbiamo sperato nel Signore; abbiamo sperato sulla carta giusta, sulla bontà e sulla misericordia di Dio. Allora “rallegriamoci ed esultiamo per la sua salvezza”.

A questa gioia fa eco la lettera di S. Paolo a Romani quando, parlando del mondo, della creazione, la vede, la sente come una creazione che sta nella sofferenza. Ma in una sofferenza che, dice S. Paolo, è la sofferenza del parto. C’è una sofferenza che è grande, che è intensa, ma che prepara la vita, che annuncia la vita. E dice:

“La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio. Essa infatti è stata sottomessa alla caducità, non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa. E nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrate nella libertà della gloria dei figli di Dio”.

Cosa vuol dire questo strano o difficile linguaggio? Vuol dire che il mondo è stato sottomesso alla inutilità con una parolaccia moderna uno direbbe all’insignificanza. Il mondo, a causa del peccato dell’uomo, sembra che abbia perso il suo significato.

Che vuol dire che ha perso valore.

La luce e il calore del sole, quando la luce e il calore del sole debbono illuminare l’ingiustizia, e che in qualche modo il mare perde, la sua bellezza quando deve portare le navi da guerra e la violenza. Così la terra perde la sua grandezza e la sua gioia, quando deve sostenere la falsità e l’inganno, e siccome queste cose qui, e la violenza e la falsità e l’inganno e la guerra nel mondo ci sono e ce le abbiamo messe, questo ha fatto perdere al mondo il suo significato.

Perché la luce del sole non è per quello; la luce del sole è per dare gioia e vita. E il mare è ancora non per la guerra, ma per dare gioia e vita. E la terra, lo stesso.

Allora la creazione, dice S. Paolo, a causa dell’ingiustizia dell’uomo è come frustrata, ha perso significato, ha perso valore; è costretta a sostenere una ingiustizia, mentre in realtà è fatta per il bene e per la verità. E però, dice ancora S. Paolo, la speranza è questa: che l’uomo non è destinato per sempre al peccato e all’ingiustizia; ha davanti a se la speranza di una esistenza nuova, e che quindi anche il mondo recupererà. valore e significato:

“ha la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria del figli di Dio”.

E allora la domanda che ci viene in mente è un interrogativo: quando il Signore preparerà questo banchetto per tutti i popoli? E quando finalmente la creazione darà alla luce un mondo nuovo? E quando finalmente gli uomini, vincendo il loro egoismo e il loro peccato, diventeranno creature nuove, capaci di vivere l’amore nella verità, capaci di vivere la solidarietà e il perdono e la comunione tra loro?

Quando avverranno queste cose?

E la lettera ai Romani ci dice che dobbiamo avere pazienza, ma che dobbiamo soprattutto essere lucidi e tenderci conto che queste cose sono già cominciate. Perché

“tutti quelli che sono guidati (adesso) dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi, per ricadere nella Paura, ma avete ricevuto uno Spirito da figli, per mezzo del quale gridiamo: Abba, Padre”.

Dopo nell’Eucaristia noi diremo il Padre nostro. Se quelle parole lì non sono semplicemente delle parole per dire, ma sono la verità, vuol dire che siamo dei figli. Se siamo dei figli, vuol dire che siamo della povera gente, siamo dei condannati a morte, siamo dei limitati nell’intelligenza e nelle capacità, ma siamo degli eredi di Dio, eredi della vita di Dio. Se siamo davvero dei figli, non per parola ma in realtà, vuol dire che portiamo dentro al nostro cuore un germe di vita, che non è semplicemente la vita che va verso la morte, ma è il germe di quella vita che va verso i cieli nuovi e la terra nuova.

Questo ce lo portiamo dentro.

Allora la speranza, dice S. Paolo, non è semplicemente la speranza o il sogno di un mondo che sia diverso. E la gestazione di un mondo diverso, è già concepito. Il tempo che noi viviamo sono i nove mesi che un bambino passa nel seno di sua madre prima di venire alla luce. Sono i mesi della gestazione, in cui non si vede, però c’è già e incomincia già a vivere e incomincia già a farsi sentire in qualche modo. Il mondo nuovo ha già incominciato a esistere. E il mondo che ha introdotto Gesù Cristo.

Gesù Cristo appartiene a questo mondo nuovo.

La sua morte e risurrezione vuol dire che il mondo nuovo è già incominciato, ma è lo stesso mondo che ci portiamo dentro noi stessi nel nostro cuore e verso il quale dobbiamo tentare di camminare.

E in fondo, se voi ci fate caso, l’Eucaristia che stiamo celebrando fa proprio parte di questo mondo nuovo.

“il Signore preparerà su questo monte un banchetto per tutti i popoli”.

Non è l’Eucaristia questa qui? Un banchetto del Signore, e questo certamente è del Signore, non lo preparo mica io; io non potrei darvi come cibo l’amore di Dio, il corpo e il sangue di Gesù Cristo. Lo prepara lui il banchetto, io faccio da strumento, strumento attraverso cui il Signore ci offre questo dono, ma l’ha preparato lui questo banchetto. Ed è un banchetto per tutti i popoli, perché qui non viene mica mandato fuori nessuno e non c’è nessuno che abbia dei diritti fondati sulla nobiltà, sulla ricchezza o sulla sapienza. Non è che in chiesa vengono solo quelli che hanno certe condizioni dal punto di vista sociale o economico o di razza. No, questo qui è per tutti i popoli, proprio perché l’ha preparato il Signore. E in questo banchetto il Signore elimina la morte per sempre. Già nell’Eucaristia e non c’è dubbio.

Già i Padri della Chiesa dicevano che l’Eucaristia “è un farmaco d’immortalità”.

E vuole dire che, quando uno mangia l’Eucaristia, mangia la vita stessa di Cristo, e siccome la vita di Cristo è la vita del risorto, bene, l’Eucaristia è già un inizio di risurrezione, è un inizio di un mondo nuovo. Se noi nell’Eucaristia ci scambiamo il segno della pace, vuol dire che ci riconosciamo come fratelli.

E allora vuol dire che in questo nostro mondo un germe di fraternità c’è, un germe di comunione, di solidarietà c’è. Allora vuol dire che quella ingiustizia che rende brutta la luce del sole, quella ingiustizia Il non è tutto, c’è dentro anche l’amore, la verità; allora la luce del sole riacquista.il suo valore, proprio perché ci siamo noi e proprio perché cerchiamo in Cristo, attraverso Cristo di volerci bene.

E anche la creazione partecipa a questo.

Pensate ancora al pane e al vino: sono creature, sono roba di questo mondo. Il pane e il vino nell’Eucaristia portano la vita di Cristo. Non è forse una creazione rinnovata? Una creazione che ha superato la corruzione? Il cibo di questo mondo è un cibo che si corrompe, ma il cibo dell’Eucaristia è il corpo e il sangue del Signore, questo non si corrompe, questo rimane come cibo per sempre. E come se la creazione incominciasse a entrare dentro ai cieli nuovi e alla terra nuova. E allora celebriamo l’Eucaristia con gioia proprio per questo. Vuol dire che la speranza che noi abbiamo incomincia a realizzarsi. La comunione che noi facciamo, ci introduce dentro a un modo di pensare e di vivere nuovo; ci introduce dentro alla fraternità e alla comunione, e dall’Eucaristia dovremmo venire fuori con quella mentalità che emerge dal Vangelo.

“Quello che avete fatto al più piccolo di questi miei fratelli, l’avete fatto a me. E quello che non avete fatto al più piccolo di questi miei fratelli, non l’avete fatto a me”.

E vuol dire: io ho a che fare con della gente, con delle persone umane limitate e povere come me. E però non solo, perché quando io ho un rapporto con una persona umana, il modo con cui vivo quel rapporto, decide anche il mio rapporto con Gesù Cristo. Vuol dire che io incontro Gesù Cristo in qualche modo: lo incontro attraverso le vostre facce, attraverso, la vostra vita, e quello che è il mio comportamento verso di voi, mi introduce dentro al rapporto con Gesù Cristo.

Questo vuol dire trasfigurare il mondo, vuol dire vedere il mondo con degli occhi nuovi, dove gli altri perdono quegli elementi di miseria, di povertà che accompagnano la vita di ogni persona, per assumere i lineamenti di Gesù Cristo. “Quello che avete fatto al più piccolo di questi miei fratelli, l’avete fatto a me”.

Questo vuole dire che la nostra vita acquista un significato grosso. La nostra vita è fatta di cose piccole; va beh, ci sono dei grandi che fanno delle cose grandi, che si trovano per discutere sugli armamenti ecc., questi sono i grandi. Ma le nostre cose, le nostre vite sono piccole, sono fatte di vita di famiglia, di studio, di lavoro, di cose semplici, però. “quello che tu hai fatto al più piccolo di questi tuoi fratelli”, lo hai fatto a Cristo.

Questo dà valore a ogni cosa. Dà valore a un bicchiere di acqua fresca:

“in verità vi dico, chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, che credono in me, non perderà la sua ricompensa”.

Ecco, le piccole cose della nostra vita diventano immensamente importanti, perché incontriamo il Signore, serviamo il Signore, amiamo il Signore con una parola, con un gesto, con un atto di pazienza. E questo è il modo nuovo che comincia.

Preghiamo il Signore, perché ci dia questa lucidità, perché ci aiuti a vedere con i nostri occhi, attraverso la fede, questo mondo nuovo che sta incominciando a nascere, che è già cominciato a germinare dentro al nostro cuore e perché ci aiuti a vivere con gli altri dei rapporti di fraternità, dando valore a ogni piccola cosa, perché anche la cosa più piccola, che noi facciamo agli altri, è fatta al Signore.

Il progetto di vita cristiana vissuto nel mondo – 6

4ª Meditazione
(2° giorno)

LA FAMIGLIA — 1ª Parte

Sarebbe ora il momento di esaminare i diversi campi di vita, di esperienza e delle attività umane. Abbiamo fatto prima il discorso generale bisognerebbe applicarlo alle singole esperienze, per vedere il significato che tutte queste attività dell’uomo hanno per la vocazione cristiana e per vedere che cosa il Vangelo. ci può insegnare su queste esperienze.

Il Concilio nella Gaudium et Spes fa l’analisi di grandi settori della vita umana: incomincia con la famiglia, poi la cultura, poi la vita economico sociale, poi la politica, poi il problema della pace e la ricerca della pace tra i popoli.

E sarebbero da esaminare tutte.

Evidentemente non ci riusciamo, perché il tempo non c’è per vedere tutte queste cose. Proviamo a riflettere sulla prima di queste realtà: la famiglia. E anche qui lasciamo da parte molte cose che sarebbero interessanti, che varrebbe la pena di approfondire, varrebbe la pena vedere; la situazione della famiglia nella cultura attuale; quali sono le critiche che sono state fatte, i cambiamenti sociologici (la famiglia è cambiata profondamente in questi ultimi anni); i modi con cui la famiglia viene vista dalle diverse angolature delle culture contemporanee, e così via.

Anche queste cose qui le lasciamo da parte.

Ci interessa solo una cosa: mettere a fuoco la visione cristiana della famiglia. Aiutare noi stessi, per quello che è possibile, a vivere in una dimensione di fede quelli che sono i momenti essenziali della vita familiare: l’amore, la fedeltà, la procreazione, l’educazione dei figli, il rapporto tra l’uomo e la donna e il rapporto di coppia, l’impegno nella società che la famiglia in quanto tale deve avere, e così via.

Anche qui, capite, il problema sarebbe molto grande, ma è proprio quest’ottica qui che ci interessa. Quindi lasciamo da parte i problemi sociologici della famiglia, non perché non siano importanti, ma perché non ci interessano adesso. Adesso ci interessa fare un po’ di meditazione.

Il punto di partenza lo vediamo dal Vangelo di Matteo.

(Mt 19, 3-9)

[3] Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”.

[4] Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio lì creò maschio, e femmina e disse:

[5] Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola?

[6] Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”.

[7] Gli obiettarono: “Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di mandarla via?”.

[8] Rispose, allora Gesù: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare, le vostre mogli, ma da principio non fu così.

[9] Perciò io vi dico: “Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un altra, commette adulterio”».

Bene. Adesso non mi interessano tutti i problemi, ancora, di questo brano qui. Sarebbe vedere quale era la questione a cui Gesù cerca di rispondere, ma mi interessa l’ottica in cui Gesù si mette. Gli hanno, chiesto in quali casi è lecito ripudiare la moglie. Questo corrisponde al cap. 24 del Deuteronomio al versetto 1, che diceva che il marito può ripudiare la moglie se trova in lei qualcosa di vergognoso. Ma che cosa vuol dire “qualcosa di vergognoso”? Su questo discutevano gli Ebrei e chiedevano parere a Gesù: Tu che ne pensi? E Gesù risponde, come fa spesso, non alla domanda che gli hanno fatto; la domanda riguardava l’interpretazione di Deuteronomio 24,1. Gesù risponde dicendo un altra cosa, quello che è il progetto di Dio sul matrimonio: “Da principio non fu così”. E fa stranamente una storia del matrimonio molto breve Non una storia sociologica dell’istituzione matrimoniale, ma una storia teologica del matrimonio.

Dice Gesù: Il matrimonio è passato attraverso tre fasi: 1° lo ha inventato Dio, e Dio lo ha inventato con un suo progetto all’inizio della creazione; 2° c’è entrato dentro quello che Gesù chiama “durezza di cuore”. E la durezza di cuore vuol dire l’incapacità dell’uomo di capire fino in fondo la volontà di Dio e di realizzarla; quindi noi diremmo il tempo dello sconto, (non è la parola giusta) ma il tempo in cui l’uomo non riesce a realizzare fino in fondo il matrimonio e fa un matrimonio diminuito, a metà, con qualche cosa di buono e con qualche cosa che manca. 3° Ma poi c’è una terza fase che è quella che Gesù vuole inaugurare. E cioè dice: Adesso la volontà di Dio è riportare il matrimonio alla pienezza delle origini. E allora mi interessa vedere proprio questo strano ragionamento qui:

  • 1ª fase: il matrimonio com’è uscito dalle mani di Dio;

  • 2ª fase: il matrimonio come è segnato dalla durezza di cuore;

  • 3ª fase: il matrimonio come Gesù lo propone e lo esige.

Se voi fate caso, queste sono le tappe della storia del matrimonio, queste sono le tappe della storia della salvezza: la Creazione, il Peccato, la Redenzione. Dio ha creato il mondo, il peccato ha ferito l’uomo, Cristo riporta l’uomo al progetto originale di Dio. Fa dell’uomo un uomo nuovo. E questo è stranissimo nel modo di ragionare di Gesù che, per parlare del matrimonio, parla in realtà del rapporto dell’uomo con Dio. Perché secondo Gesù quando è cambiato (quando cambia) il rapporto dell’uomo con Dio, cambia anche il modo di vivere il matrimonio.

Non mi interessa dal punto di vista sociologico, ma mi interessa dal punto di vista del significato del modo in cui il cristiano lo vive.

Quando il rapporto con Dio fa fallimento, beh, il rapporto dell’uomo con la donna diventa un rapporto zoppicante, a cui manca qualche cosa.

E lo proviamo a vedere nei particolari, come Gesù ha immaginato la storia del matrimonio, e naturalmente partiamo con le origini. Qui ci sarebbe un discorso lungo, del quale prendiamo solo le cose più importanti.

(Gen 2,18-24)

[18] E il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”.

[19] Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo, per vedere come lì avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.

[20] Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile.

[21] Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto.

[22] Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo.

[23] Allora l’uomo disse: “Questa volta essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta”.

[24] Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna.

Questo è il primo racconto, molto semplice, un raccontino; sembra quasi una favola nel modo di espressione. Però se uno ci va a grattare sotto, a tentare di capire che cosa vuole dire, si accorge che questa non è affatto una favola. Questa assomiglia, piuttosto alla filosofia. Non starebbe male in un opera di Platone un racconto figurato di questo genere qui. Perché lo scopo a cui vuole tendere il nostro autore, è spiegare il significato della sessualità: perché l’uomo è maschio e femmina.

Il discorso del nostro autore è questo: che Dio ha creato l’uomo maschio e femmina per impedire all’uomo l’autosufficienza, l’autarchia. “Non è bene che l’uomo sia solo”. Cioè non è bene che l’uomo sia un isolato.

Allora la sessualità, secondo il nostro autore, è un segno di incompletezza. Ogni persona umana, proprio perché è o maschio o femmina, è in se incompleto, e proprio perché è incompleto, ha dentro di se una tendenza, una spinta a cercare il proprio completamento in un altra persona. “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”, e l’aiuto che gli sia simile è solo la donna.

Perché il racconto della Genesi dice anche che il Signore crea gli animali, “poi li porta all’uomo e l’uomo dà il nome agli animali. Dargli il nome vuol dire che impara a conoscerli, impara a distinguerli, impara a introdurli dentro la sua esperienza umana; ma gli animali non sono un aiuto simile all’uomo, cioè non tolgono all’uomo la solitudine. E vorrebbe dire questo: (Il discorso è più ampio evidentemente), che ogni altro tipo di rapporto, non toglie all’uomo la solitudine. L’uomo ha un rapporto con la terra, e va bene. Lavora la terra, diventa potente con la terra, ma questo non gli toglie la solitudine.

L’uomo ha degli strumenti che gli servono; (gli animali servivano per lavorare, in antico), bene! Sono utili, straordinariamente utili: il cavallo permette all’uomo di correre forte, il bue permette all’uomo di arare profondo e tutto quello che volete, ma né il cavallo, né il bue, né qualunque altro animale toglie all’uomo la sua solitudine. Questa gli rimane.

L’uomo può uscire dalla solitudine solo nel rapporto umano, solo nel rapporto che è di dialogo allo stesso livello. Non con gli animali, che stanno sotto, con gli animali che non sono in grado di rispondere all’uomo o che, se volete, danno quella risposta che significa andare a prendere un bastone che getto al mio cane, ma che non è una risposta al livello, al livello del sentimento e della volontà e dei progetti dell’uomo.

Questa risposta l’uomo l’ha unicamente nella donna. “Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò”. (perché, il Signore sta per fare qualcosa di grande e l’uomo non deve curiosare in quello che Dio fa). Poi prende una costola, fa la donna, la conduce all’uomo. E che prenda una costola vuol dire che finalmente questa qui è fatta della stessa carne dell’uomo. Non viene mica da un origine diversa; è della stessa stoffa, dello stesso materiale. È dello stesso livello, “un aiuto che gli sia simile”, quindi non di altro genere; che gli sia simile tanto che, quando l’uomo vede la donna ha quell’esperienza che si potrebbe dire: dell’innamoramento.

“Questa volta essa è carne della mia carne”, carne presa dalla mia carne; ossa preso dalle mie ossa. Quindi è il completamente e la perfezione della mia vita. Finalmente in questo l’uomo esce dalla solitudine. “Per questo l’uomo,abbandonerà suo padre e sua madre, si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola”.

E che cosa vuol dire questo!

Vuol dire che il senso della sessualità, così come.il Signore l’ha inventata, è la vocazione all’amore, la vocazione al dono, la vocazione all’unione dell’uomo e della donna. E unione vuol dire: unione in senso vero, cioè unione integrale, dove due persone mettono insieme un progetto unico, una intimità profonda, una conoscenza reciproca.

Questo naturalmente esclude una serie di modi di vedere la sessualità come qualche cosa, di non compromettente. L’uomo deve giocare la sua vita nel rapporto con la donna. E qualche cosa di profondamente impegnativo.

Deve interpretare questo rapporto come vocazione all’amore e al dono. Quindi non si può, secondo questo piccolo raccontino, separare la sessualità dall’amore e dire che la sessualità è una cosa e che l’amore è un altra.

Al contrario.

L’unica cosa che può dare un senso alla sessualità, è esattamente la vocazione all’amore; è il fatto che Il dentro c’è scritto (nella sessualità) l’invito alla comunione e al dono di se a diventare una cosa sola con un altra persona, una carne sola. E una carne sola vuol dire una esistenza in comune.

C’è un altro racconto, che abbiamo letto ieri l’altro a proposito della creazione dell’uomo e della donna, ed è quello dell’uomo creato ad immagine di Dio,

“a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: ‘Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra”.

E qui c’è l’altra dimensione della sessualità nella prospettiva originaria di Dio, cioè l’apertura alla procreazione, alla fecondità.

La sessualità è vocazione alla paternità e maternità, vocazione al dono della vita, e si realizza esattamente nel dono della vita. Quindi, una sessualità che sia privata di questo traguardo, si intende volontariamente, perché poi il discorso è riferito alla libertà, dell’uomo ma una sessualità che sia privata di questo traguardo di fecondità è una sessualità che rovina se stessa, che isterilisce se stessa. Perché il senso della sessualità è esattamente l’opposto. E se voi ci fate caso, le due cose che noi abbiamo detto: che la sessualità è una vocazione all’amore e che la sessualità è una vocazione alla procreazione, non sono così diverse come sembra a prima vista, perché nell’uno e nell’altro caso la dinamica della sessualità è la stessa, cioè una energia che impedisce all’uomo di chiudersi nel suo castello protetto e che lo spinge, lo obbliga ad aprire la sua vita all’imprevisto e al dono.

Voglio dire questo, che quando uno si innamora e incomincia pian piano a costruire un rapporto di coppia, questo significa una rivoluzione, dice Alberoni, (ma prima, di Alberoni l’avevano scoperto in molti che l’innamoramento è una rivoluzione) e vuole dire che una persona è costretta a riorganizzare tutti i suoi progetti.

Un adolescente tende al complesso di onnipotenza, pensa di potere fare tutto. Ha un progetto per quello che riguarda la sua vita, grande, bello. Poi si innamora ed è costretto a fare i conti con quell’altra persona lì, che è diversa da lui evidentemente e, man mano che impara a conoscerla, si rende conto che quella persona ha delle sue esigenze, ha dei suoi progetti e che, se vuole vivere con quella persona lì, deve tirare via i propri e incominciare a costruire dei progetti che siano invece comuni: io con te, noi due insieme.

E questo che cosa vuol direi vuol dire esattamente il buttare via il proprio egoismo, il proprio progetto personale individuale. Ci debbo rinunciare per costruire qualche cosa che fa entrare dentro un altro. E l’altra persona non è mica come pare a me.

L’altra persona ha una sua autonomia, una sua personalità, una sua ricchezza, e io bisogna che la prenda così com’è. L’innamoramento è grande proprio perché spinge una persona ad aprire il proprio cuore a un altro, a quello che è radicalmente diverso; che ha delle esigenze diverse, che mi obbliga a ricostruire tutti i miei progetti.

E quando nasce un bambino, non succede esattamente lo stesso? Che marito e moglie hanno fatto una fatica boia per riuscire a mettere insieme le loro esistenze per fare un progetto che rispettasse l’uno e l’altro. Poi nasce il bambino. E il bambino, anche non è mica come i genitori vogliono. Non cresce mica come pare a loro; il bambino ha una sua autonomia, è chiaro è un autonomia in crescita, però vuole dire che il rapporto tra marito e moglie si spacca per fare entrare quello che è il terzo, quello che è l’imprevisto.

Imprevisto nel senso dell’originale, non dominabile del tutto. Non possono mica i genitori fare camminare il bambino per la strada che hanno pensato loro. Debbono piuttosto stare attenti a lui, alle sue esigenze, (noi diremmo, come cristiani alla sua vocazione), alla vocazione del figlio e aiutare il figlio a seguire quello che il Signore vuole da lui. E questo non è ancora uno spaccare i propri progetti? E quindi accettare il rischio, accettare l’altro, accettare quello che è ignoto, perché i genitori non sanno mica cosa diventerà un bambino quando lo mettono al mondo. Lo sanno trent’anni dopo quello che è diventato, ma mica all’inizio: è lo stesso dinamismo.

Cioè alla fine, in queste due dimensioni della sessualità che sono l’amore e la procreazione, c’è la stessa dinamica, che è la dinamica dell’amore e del dono, dell’uscire dalla “vita per me” o dell’uscire dalla “vita per noi” e fare entrare un altro: fare entrare il bambino all’interno del progetto di vita. Questo era la sessualità, la famiglia, secondo il Signore. Quindi un invito, una vocazione, una forza che spinge a fare della propria vita un dono, nel rapporto di coppia prima e nella procreazione poi.

Ma non come due cose separate, ma come due cose in continuità l’uno con l’altro. L’amore è per natura suo fecondo. Un amore sterile è un amore che non è tale, ha perso la sua fisionomia, ha perso la sua ricchezza.

Ma poi, dice il Signore, è venuta la “durezza di cuore”. E per la durezza di cuore Mosè ha… non dice comandato (così gli dicono i Giudei). Come mai Mosè ha comandato? Gesù dice che non l’ha comandato, l’ha permesso. E perché l’ha permesso? Per la durezza di cuore.

Che cosa vuol dire questa durezza di cuore?

Dovreste riprendere il discorso che facevamo ieri mattina, se mi ricordo bene, e il discorso è questo.

Quando all’uomo viene meno quel rapporto di fiducia, di abbandono, di speranza piena in Dio, l’uomo si trova in questa vita di fronte a tutta una serie di ostacoli, di paure, di limiti, di contrapposizioni che tendono a chiuderlo in un atteggiamento di difesa. E questo atteggiamento di difesa genera l’egoismo, e l’egoismo si esprime in tutti i rapporti. È significativo, subito dopo il peccato, quando il Signore fa una inchiesta.

Fa una inchiesta giudiziaria per vedere cos’è successo, e chiede conto ad Adamo di quello che lui ha fatto: “Hai forse mangiato del frutto dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?”.

La risposta è: “La donna che tu mi hai messo accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”. Che vuol dire l’inizio di un atteggiamento classico nella storia del mondo della storia degli uomini, che è “lo scarica barile”, cioè, il fare portare a un altro i pesi.

Qui c’è un qualche cosa che ha funzionato male: beh, è l’atteggiamento istintivo, quello del dare la colpa a qualcun altro; “non è colpa mia, è colpa sua”. Con questo evidentemente viene rovesciato quello che è il progetto di Dio sul matrimonio.

Il progetto non era forse che: “l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna, e i due saranno una carne sola”? Una carne sola vuol dire: insieme nel bene e nel male; vuol dire insieme nella gioia e nella sofferenza.

Quando io comincio a dire: “è colpa sua”, non c’è più una carne sola, è venuta una separazione, una frattura. E significativo: viene meno la fiducia in Dio e viene meno questa capacità di portare i pesi insieme; questa capacità di mettere insieme le proprie esistenze. E allora il senso della durezza di cuore è l’effetto di questo. Che la sessualità, che il rapporto di coppia possa diventare, e diventi, e sia diventato spesso luogo di esercizio dell’egoismo, luogo di esercizio dello sfruttamento, luogo di reificazione dell’altro, cioè l’altro viene trasformato in una cosa, in un oggetto, che diventi un luogo di infedeltà e tutte queste cose, dico che non c’è mica bisogno di dimostrarlo. Cioè che la sessualità abbia anche – non dico solo – questo.

Il peccato non ha mica rovinato la sessualità secondo il libro della Genesi; l’ha ferita, non l’ha uccisa, cioè non l’ha fatta diventare cattiva. La sessualità è essenzialmente buona come creatura di Dio, creata da Dio e rimane buona. C’è una benedizione di Dio sulla sessualità che rimane anche dopo il peccato. Però è una realtà in cui si sono infiltrati comportamento di egoismo, e questo non ha bisogno di dimostrazione perché è sotto gli occhi di tutti ed è sempre stato così nella storia: è la durezza di cuore, è l’incapacità dell’uomo di vivere con fedeltà il dono dell’amore, e quindi il riprendersi indietro quello che ha donato o il fare del rapporto un luogo di ricerca di se stesso, del proprio piacere, della propria affermazione per cui l’altro diventa uno sgabello su cui io posso mettere i piedi per diventare più alto e così via. E sono cose possibili.

E però insieme con questa durezza di cuore, nell’antico Testamento, ci sono anche degli elementi strani, ma significativi. E gli elementi strani sono questi: che un certo profeta, che si chiama Osea, dovendo un giorno annunciare il rapporto di alleanza fra Dio e il suo popolo, si è servito della sua esperienza matrimoniale.

Aveva sposato una donna che non doveva proprio essere molto brava. Lui la chiama: “una donna incline alla prostituzione”, che vuol dire incline alla infedeltà. L’ha sposata, e questa donna gli ha dato tre figli e poi l’ha tradito. L’ha abbandonato, è andata per conto suo o probabilmente si è messa al servizio dei templi, in quelli dove c’era la prostituzione sacra, (può darsi che questo non sia vero) in ogni modo è rimasta infedele, e tuttavia questo uomo, Osea, è rimasto profondamente innamorato. Tanto è rimasto innamorato che ha ripreso sua moglie dopo l’adulterio.

L’ha ripresa in casa, le ha fatto prendere coscienza del suo errore, ma poi l’ha riammessa nella sua comunione. Di per se questo era proibito dal punto di vista legale; è una donna ripudiata. Se era andata con un altro, non poteva tornare al marito di prima. Ma a Osea la legge non pare sufficiente; insomma è troppo innamorato, le vuole troppo bene per poterla piantare all’acqua: la riprende in casa. E dice Osea: questo è l’atteggiamento di Dio verso il suo popolo. Ha fatto così il Signore con Israele. Cioè il Signore ha sposato Israele e ha fatto tutti quei gesti di premura, di attenzione, di amore, di delicatezza che si hanno nel rapporto del fidanzamento e dell’amore. Poi si è trovato di fronte una sposa infedele, che è andata dietro a degli amanti e ha usato i doni (di Dio, lo ricordavamo ancora l’altro giorno) per andare dietro agli amanti.

A questo punto il Signore dovrebbe dichiarare un divorzio e un divorzio irrevocabile, e invece fa provare a Israele l’amarezza dell’abbandono. Questo si! Che Israele sappia che cosa vuol dire stare lontano da Dio, sappia che cosa vuol dire essere privi di quella vita, di quella gioia che vengono dalla comunione con Dio. Ma poi, parla al suo cuore la riporta nel deserto, le ridà la speranza, il suo amore, la sua fedeltà, le ridà la gioia di cantare, le ridà la capacità di rispondere, cioè di dialogare con Lui, poi le porta come dono di nozze, finalmente, la fedeltà, la giustizia, cioè quelle cose che Israele, non possiede.

Era infedele, bene!

Il Signore le porta come dono di nozze la fedeltà. Allora succede una cosa strana, ma per noi essenziale: che tra l’esperienza dell’alleanza tra Dio e Israele e l’esperienza matrimoniale tra l’uomo e la donna si verifica una specie di parentela; si assomigliano. E si assomigliano vuol dire che pian piano, man mano che Israele comprende sempre meglio la fedeltà di Dio, comprende sempre meglio quanto debba essere grande la fedeltà dell’uomo verso la donna e viceversa.

Cioè, è come se fosse Dio che sta insegnando agli uomini che cosa vuol dire il matrimonio, e lo sta insegnando con il modo in cui Lui gestisce l’alleanza. Ha una alleanza con Israele e la gestisce così bene, che Israele capisca che cosa vuol dire la fedeltà. E la gestisce così bene, che gli sposi capiscano che cosa vuol dire la fedeltà. Allora forse si capisce perché, quando arriviamo a Gesù Cristo, alla terza fase della storia della salvezza, Gesù Cristo può dire: “Da principio non fu così. Perciò chiunque ripudia la propria moglie, commette adulterio”.

Cioè Gesù ritorna alle origini, ma in realtà non è un ritornare alle origini, ma è un assumere le esigenze originarie di Dio nella condizione attuale della vita dell’uomo.

E dico, perché questa esigenza?

Perché Gesù pretende così tanto, adesso? Perché la fedeltà senza pentimenti è una cosa grossa. La fedeltà per tutta la vita è una cosa grossa. Il dono totale di se stesso, compreso nel tempo, per cui uno perde la proprietà del tempo (il tempo non gli appartiene più) è una cosa grossa. E come fa Gesù a pretendere questo, a esigere questo?

E la risposta è che esige questo, perché Dio ha dato questo, perché attraverso di Lui Dio dà questo, perché la fedeltà è prima di tutto un dono che il Signore ci comunica. Un dono, una capacità di amare che Dio comunica. Cioè, il discorso grosso è che, se Gesù ha ragione, la sua presenza in mezzo agli uomini vuol dire “un Vangelo”.

Sapete ed è classica negli studi di Sacra Scrittura la distinzione tra legge e Vangelo: la legge è una prescrizione che mi viene messa davanti e di fronte alla quale io debbo chinare la testa, e il Vangelo è una bella notizia che mi viene data.

Tu sei un condannato a morte, beh! ti arriva la bella notizia della grazia: il Presidente della Repubblica ti ha fatto grazia: sei libero!

Questo è un Vangelo.

Bene, quella che si chiama “la visione cristiana del matrimonio”, e cioè un matrimonio che consiste nel dono della propria vita senza pentimenti, senza ritorni indietro, è un Vangelo.

E anche una legge.

Ma secondariamente è una legge, perché prima di tutto è un Vangelo. Un Vangelo vuol dire questo qui: il Signore dice a te, a te povera creatura umana, piena di limiti e di difetti, che conosci l’amarezza e la fatica della quotidianità, che hai paura della vecchiaia e della morte, che hai paura di fronte a un mondo che è grande e più grande di te e che hai paura di fronte ai tuoi stessi difetti, beh, il Signore dice a te che tu adesso puoi amare con un amore senza pentimenti, che puoi amare con un amore che assomiglia veramente al suo; che puoi amare nella fedeltà; che puoi amare nella giustizia, che puoi amare nella intimità piena, che puoi veramente formare una cosa sola, una carne sola con la persona che tu ami.

Cioè, questa è una bella notizia.

Bisognerebbe che la pigliassimo così. Cioè l’amore è un dinamismo che tende a questo, tende a diventare il dono totale di se.

E la tristezza è il fatto che noi, di questo dono, non siamo capaci.

Se ti viene detto che la capacità ti è data, questa è una bella notizia, questo è un Vangelo. Ti viene annunciato come Vangelo la possibilità di fare della tua vita un dono, e un dono pieno e irrevocabile.

Questo è il motivo per cui nella lettera agli Efesini, in quel brano famosissimo quando S. Paolo parla del matrimonio, pone un principio fondamentale. “Che siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”.

E questo è un principio che riguarda non solo il matrimonio ma tutta la vita umana.

Poi dice: “Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore”.

Poi dice: “Voi mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua, accompagnata dalla parola al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata”.

E un pochino più avanti dice: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola”,

(cioè Gen. 2,24 ss.) e spiega: “Questo mistero è grande, lo dico di Cristo e della Chiesa. Quindi anche voi, ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso e la donna sia rispettosa verso il marito”.

Ci vuol dire: quando il libro della Genesi diceva: “l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola”, di chi parlava?

Io direi di Adamo ed Eva.

E S. Paolo dice: No, parlava di Cristo e della Chiesa, perché la verità del matrimonio è Cristo e la Chiesa; è quell’amore, quella fedeltà, quella purezza che è costituita nel rapporto d’amore con cui Cristo ha amato la Chiesa. L’ha resa pulita; l’ha trovata evidentemente una povera Chiesa, perché è fatta di noi peccatori, ma Cristo l’ha purificata con il lavacro dell’acqua e nel suo sangue, e cioè l’ha purificata con il dono della sua vita. E allora il rapporto matrimoniale di Cristo e della Chiesa è quello di un matrimonio integro, di un amore pulito e perfetto. Ebbene mariti e mogli possono realizzare nella loro vita quel rapporto lì, quello di Cristo e della Chiesa.

Il matrimonio ideale per S. Paolo (paradosso) è quello con cui Cristo ha amato la Chiesa.

Gli altri matrimoni, i nostri, sono non le imitazioni che non è la parola giusta, le realizzazioni parziali nella storia di quel grande matrimonio, del matrimonio completo e pieno. Questo è il motivo per cui noi diciamo che il matrimonio è un sacramento.

Che cosa vuol dire sacramento?

A scuola, al catechismo, almeno ai miei tempi, ci avevano insegnato che i sacramenti sono segni efficaci della grazia. E vuol dire che sono realtà di questo mondo qui. I sacramenti devono essere cose che si vedono, che si percepiscono, ma che significano, rappresentano e realizzano realtà della grazia, del rapporto dell’uomo con Dio.

Il che vuol dire: il matrimonio in un uomo e una donna è evidentemente una realtà visibile e concreta; viene registrata su dei libri, si costituisce in un appartamento con due persone concrete, con rapporti sociali, economici e tutto quello che volete.

È un qualche cosa di concreto.

E però in quel rapporto dell’uomo e della donna si realizza l’amore di Cristo e della Chiesa. Il che vuol dire che io posso andare a scuola dai coniugi cristiani, mettermi a guardare la loro vita, e io dovrei imparare dalla loro vita l’affermazione, che Cristo ama la Chiesa. Che Cristo ama la Chiesa è una affermazione grande, ma potrei anche dire astratta. Io la voglio vedere in concreto.

Bene, direbbe S. Paolo: Io ti faccio vedere gli sposi cristiani; nel modo in cui loro si vogliono bene, tu vedi l’amore di Cristo e della Chiesa: è nella fedeltà, nella pienezza del dono, nella capacità di sopportarsi gli uni gli altri, nella capacità di donarsi senza condizioni. Perché qui dice di Cristo che ha amato la Chiesa e “ha dato se stesso per lei, per tenderla santa purificandola per mezzo dei lavacro dell’acqua”, accompagnato dalla Parola.

E vuol dire: non ha amato la Chiesa sotto condizione, ma lui ha detto: Senti, se tu sei così, così e così, io ti voglio bene, ma se poi tu non sei brava, io ti pianto.

Non ha mica fatto così, Cristo ha invece donato se stesso per rendere la Chiesa pura e santa. Allora il senso del matrimonio cristiano è in questa direzione. Questo è evidentemente grande, e questo, credo, che ci fa venire un pochino di vergogna perché, quando io dico: gli sposi cristiani dovrebbero testimoniare, fare vedere in concreto che cosa è l’amore di Cristo per la Chiesa, è chiaro che ci sentiamo tin pochino a disagio, perché forse nessuno si sentirebbe di dire: venite a vedere come ci vogliamo bene noi due o come ci vogliamo bene nella nostra famiglia, ma se è un sacramento, vuole dire quello.

Dice S. Giovanni che: “Dio non l’ha mai visto nessuno. Ma se noi ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore è perfetto in noi”.

Che vuol dire: che se io voglio dimostrare a un ateo che Dio c’è, posso fare dei ragionamenti sulla creazione, posso fare dei ragionamenti sulla intelligenza dell’uomo, sul desiderio della verità e tutte queste cose qui vanno bene, però dovrebbe esserci anche una strada che è quella dell’amore umano, dell’amore cristiano.

Il dire: beh, tu vieni a vedere l’amore con cui si vogliono bene e poi spiegami da dove viene quell’amore lì. Se tu sei capace di spiegarmelo, io riconosco che tu puoi avere ragione. Ma l’amore di un uomo e una donna nel matrimonio, e il discorso si potrebbe allargare, un amore cristiano, un amore di fedeltà di questo genere dovrebbe essere spiegabile solo dicendo: viene da Dio, è roba da Dio questa, ha la qualità dell’origine divina questo amore. E quando diciamo che il matrimonio è un sacramento, vogliamo dire essenzialmente questo.

E di fatto, se voi ci pensate, in un rapporto di coppia ci sono delle dimensioni che sono tipicamente di fede e cristiane. E provo a spiegarlo molto semplicemente, se ce la cavo.

Pigliate la formula del matrimonio.

La formula del matrimonio è più o meno così: “lo prendo te come mia sposa e prometto di esserti fedele sempre, nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia e di amarti e rispettarti tutti i giorni della mia vita”.

Questa è più o meno la formula del matrimonio.

E io dico: Presuntuoso che non sei altro, perché dici che ti impegni ad amare per tutti i giorni della tua vita, se non sai neanche che cosa farai domani? Non sai che cosa succederà fra un mese, tra un anno, tra cinque anni, fra dieci anni, una vita insieme lunga, fra cinquant’anni! Non ce l’hai mica in mano tu il futuro. Il futuro è imprevisto. Allora come fai ad impegnarti per il futuro?

Bene!

La risposta è che l’impegno per il futuro è un atto di fede, e l’atto di fede si fa, non quando uno ha in mano la garanzia, ma si fa sul rischio, sul dono. Quando uno pronuncia la formula del matrimonio, che lo sappia o no, se la pronuncia sul serio, cioè non semplicemente con le parole e non semplicemente perché è prevista altrimenti il matrimonio è invalido, bene, con quelle parole lì lui esprime di avere fede nella vita.

È come se dicesse: È vero, io non so che cosa succederà fra cinque anni, ma ho fiducia che la vita non mi tradirà, che la vita non mi costringerà a non amarti più. Ho fiducia che il mio amore per te potrà rimanere in qualunque cambiamento culturale o sociale o politico che si verificherà.

Questo è un atto di fede.

E un atto di fede nella vita. S’intende è un atto di fede prima di tutto nell’altra persona: io ho fiducia in te; ma è un atto di fede nella vita, e in fondo se uno ci va a grattare sotto è un atto di fede in Dio. Se uno dice quelle parole lì con autenticità, in ultima analisi si sta appellando a Dio, anche se non lo sa. Si sta appellando a Dio, perché è l’unico che possa dare sicurezza a questo atto di fiducia e di fede.

Così come la procreazione. È lo stesso. Il mettere al mondo un bambino è ancora un atto di fede, perché è esattamente quella esperienza che i genitori non possono controllare.

Cioè, non hanno mica in mano il futuro di quel bambino. E come se dicessero: io non so quello che diventerà; io non so se, quando tu diventerai grande, mi darai delle soddisfazioni o mi darai invece dei grattacapi. Questo non lo posso sapere in anticipo, perché c’è di mezzo una tua libertà che io debbo rispettare.

Bene, ho fiducia in te.

Ho fiducia nella vita, cioè sono convinto che qualunque cosa succeda, io non dovrò pentirmi di averti messo al mondo. Sono convinto che vale veramente la pena metterti al mondo, nonostante tutto: nonostante le brutture, i pericoli e tutti questi pasticci qui. Sono convinto che vale la pena. Alla fine anche qui, in ultima analisi, c’è una fede in Dio, nascosta, ma è un atto di fede.

Cioè, è uno di quei gesti in cui quello che conta non è l’avere, perché esattamente il futuro uno non l’ha in mano; io ho in mano il passato, ho in mano i soldi, ma non ho in mano il futuro, non ho in mano il tuo amore, la tua fedeltà. Questo non ce l’ho in mano, questa non la possiedo mica e non posso nemmeno controllarla; questa posso accettarla nella libertà, nella gioia, nell’attesa.

Cioè alla radice del matrimonio c’è una vita impostata non sull’avere e sul possesso, ma una vita fondata sul rapporto umano. E una vita fondata sul rapporto umano vuol dire: una vita vissuta nella libertà, nell’attesa dell’altro, nello stupore per la presenza dell’altro, nel perdono reciproco, nella pazienza, nella fede. Fiducia umana, ma questa fiducia umana è una scintilla, una realizzazione piccola della grande realtà dell’amore, che è l’amore di Dio.

Una coppia che viva questo, è una coppia che vive il senso della gratuità, perché in un rapporto di amore sempre tutto è gratuito. È vero che ci sono anche delle leggi che obbligano a certi comportamenti, ma questo non sono certamente le leggi a tenerlo in piedi; il rapporto è costituito sulla gratuità, sul dialogo, sui gesti umani, sulla pazienza.

Secondo: Accanto a questa dimensione di fede c’è nella vita familiare una dimensione cristiana. Sposati in chiesa, vuol dire questo.

Dimensione cristiana la intenderei in questo senso: che due sposi, se vogliono vivere la vita matrimoniale in modo cristiano, debbono radicare il loro rapporto sulla memoria di Gesù Cristo. E memoria di Gesù Cristo vuol dire ricordare quello che Cristo ha fatto per noi, perché lì, in quello, c’è l’identità cristiana.

Ci fermiamo qui.

Il discorso lo riprendiamo domattina e lo concludiamo, se il Signore vorrà.

Torneremo su questo discorso perché mi sta a cuore, quello cioè dell’identità cristiana, fondata sulla “memoria”: fondata sulla Eucaristia, sul ricordo di quello che il Signore ha compiuto per noi.

Il progetto di vita cristiana vissuto nel mondo – 5

3ª Meditazione
(2° giorno)

Il fondamento che il cristiano deve avere per il mondo, abbiamo detto, non è altro che una partecipazione all’interesse che Dio ha per il mondo. Lo ha creato, lo ha approvato, lo ha quindi riconosciuto degno di esistere per la sua parola. Lo ha amato con tutto il segno della rivelazione in Gesù Cristo fino al dono della sua vita. E non c’è dubbio, per noi si tratta di collocarci in questa corrente di amore e di attenzione e di premura che parte da Dio.

Quello che dobbiamo tentare di fare oggi e domani è andare un pochino più dentro ai problemi della vita di tutti i giorni, dentro all’impegno cristiano, e capire quali sono le regole con cui il cristiano può entrare nel mondo, nell’attività del mondo e usare le realtà del mondo senza perdere la sua identità e lo scopo della sua vita.

Prendiamo come base due versetti della lettera ai Romani al cap. 12. Sono tra quegli alcuni versetti che sarebbero da imparare a memoria.

(Rm 12,1-2)

[1] Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale.

[2] Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi; rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

Questo è il brano ed è l’inizio della 2ª parte della lettera ai Romani. La lettera ai Romani, come spesso lo sono le lettere di S. Paolo, è costituita di due sezioni. Nella prima c’è l’insegnamento, la predicazione in cui S. Paolo mette di fronte al cristiano quello che Dio ha fatto per noi.

Questo è la base di tutto.

Non si parte con quello che facciamo noi, si parte con quello che Dio ha fatto per noi, e i primi undici capitoli sono un annuncio di quell’amore di Dio che è per noi, che fonda la fede e che quindi fonda la libertà del cristiano: il discorso che facevamo ieri. Poi dopo avere detto quello che Dio ha fatto per noi, viene la seconda parte in cui si dice quello che l’uomo deve fare per rispondere a Dio, perché, se è vero che l’amore di Dio ci prende così come siamo, ricordavamo ieri, non ci lascia così come siamo.

L’amore di Dio non si rassegna al nostro egoismo, alle nostre meschinità, ma vuole fare di noi delle creature nuove e quindi delle creature che vivono l’amore, la verità, la pazienza, la gioia, la comunione, ecc.

Allora l’effetto dei primi undici capitoli è esattamente la vita nuova, che Paolo descrive dal cap. 12° in poi. E allora dice: “Vi esorto dunque…” e su un fondamento preciso, la misericordia di Dio, l’amore misericordioso, paziente e premuroso di Dio verso di voi.

È questo che deve stare davanti ai vostri occhi, che deve stare dentro al vostro cuore ed è questo che fonda il fatto che siete una creatura nuova. Ricordate che S. Paolo nella lettera ai Corinzi dice che Cristo è morto per tutti, dunque tutti sono morti. E vuole dire che la misericordia di Dio, l’amore che Dio ha rivelato a noi in Gesù Cristo nella sua croce, ci coinvolge dentro al movimento della croce.

La croce non è qualche cosa che guardiamo dal di fuori e che, ammiriamo come segno di un immenso amore di Dio, ma è qualcosa, che ci coinvolge dentro al suo movimento.

“Vi esorto dunque per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio”.

“Ad offrire i vostri corpi” vuol dire che i vostri corpi non vi appartengono più. Quando si offre in sacrificio qualche cosa, quello non è più roba nostra. Quella è roba di Dio. Il cristiano deve offrire in sacrificio, non qualche cosa di esterno: un capro o un vitello che sono dei segni e hanno anche un loro significato, ma non è questo il culto del cristiano. E nemmeno solo qualche cosa di interiore, una buona volontà interiore e misteriosa, che uno può anche illudersi di avere, ma che coinvolge poco.

“I vostri corpi”, cioè la vostra vita, le vostre persone, tutto quello che siete e che fate. Tutta questa realtà deve essere non più proprietà vostra, ma proprietà del Signore. Deve diventare un sacrificio vivente, santo e gradito a Dio.

Lo abbiamo già ricordato lo scorso anno che la parola sacrificio, per il Nuovo Testamento, ha un significato un tantino diverso da quello che intendiamo noi. Quando noi intendiamo sacrificare qualche cosa, abbiamo l’idea di doverla distruggere. Sacrificare un vitello, vuol dire bruciarlo fino a che non ci rimane più niente; dopo è sacrificato. Ma non è questo l’essenziale del sacrificio.

Trasformare qualche cosa in sacrificio, vuol dire renderla sacra, vuol dire renderla così in sintonia con Dio, che Dio la possa gradire, che non abbia quindi niente di carnale in senso negativo, niente di egoismo, niente di orgoglio, niente di cattiveria, perché queste cose Dio non le gradisce. Ma quando una vita umana è trasformata in amore, bene, è diventata un sacrificio autentico, vivo, santo e gradito a Dio, che Dio guarda con gioia, con attenzione, con premura e che Dio conferma come una cosa buona davanti a lui.

Bene, la vita del cristiano deve diventare questo, e questo è davvero il vostro culto spirituale. Culto spirituale: usa proprio la parola “culto” in greco, cioè l’azione liturgica.

L’azione liturgica del cristiano non è solo la messa che fa o la liturgia della Parola o il sacramento che celebra; è tutta la vita del cristiano che deve diventare liturgia. E noi andiamo a messa non per esaurire il nostro culto nella messa, ma perché tutta la messa sia animata dall’Eucaristia e possa diventare questo culto gradito a Dio: un culto che è animato interiormente dallo Spirito Santo.

Questa questione dello Spirito Santo è già tornata fuori molte volte e tornerà fuori ancora. Vorrei però che non fosse semplicemente una parola l’idea che lo Spirito Santo entra nella vita del cristiano, la trasforma e la rinnova e fa sì che il cristiano ami il prossimo e tutte queste cose qui, ma che intuisca un pochino il meccanismo, se così si può dire, dello Spirito Santo.

Quando questo cerco di spiegarlo ai ragazzini (quindi voi portate pazienza se è un ragionamento per ragazzini), dico che assomiglia all’esperienza che un bambino fa quando in casa è accolto, amato, benvoluto, atteso, cercato, ecc. Quando c’è in casa un papà e una mamma che al bambino vogliono bene creano una specie di ambiente di affetto e di sicurezza, e questo crea dentro al cuore del bambino un atteggiamento diverso di fronte alla vita. Gli dà una sicurezza dentro, gli dà una libertà più grande, una capacità anche di rischiare più grande, perché se sa di essere amato, può anche rischiare, sa che alla fine ha qualcuno che lo copre alle spalle, che lo sostiene, che lo accoglierà in ogni modo. Diventa più capace di rischiare, più capace di donare e così via.

E allora vuole dire che l’amore con cui i genitori amano un bambino, crea dentro di lui una realtà nuova.

Lo stesso nei confronti di Dio.

L’amore con cui Dio ci ama, che si chiama Spirito Santo, crea dentro al cristiano una libertà, una sicurezza, una capacità di amore, una capacità di rischiare più grande e crea dentro al cristiano una sintonia con la realtà di Dio, da cui siamo sostenuti e orientati. Per questo la vita del cristiano è un culto animato interiormente dallo Spirito.

Animato interiormente dallo Spirito vuol dire questo: il culto di chi è amato da Dio e si sente amato da Dio, si lascia portare da questo amore di Dio e lascia quindi che i suoi pensieri vengano rinnovati. Di fatto, dice S. Paolo, “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”.

C’è nella vita del cristiano una esperienza di spaccatura con il mondo. Ma qui bisogna intendere bene. Non è la spaccatura con la creazione e neanche con gli uomini. E la spaccatura con quelle realtà del mondo che è fatta (dice S. Giovanni nella sua prima lettera) di concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita. Che vuol dire che è fatto di avidità, di egoismo e di autosufficienza: questo è lo spirito del mondo.

Il cristiano di fronte a questo mondo è un morto.

Vi leggo la lettera ai Galati, al cap. 6 vers. 14, dove S. Paolo scrive:

[14] Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo”.

E vuole dire: se c’è qualcosa di cui io mi vanto, in cui metto la mia sicurezza, questa è la croce di Gesù. È paradossale, perché la croce per un ebreo era uno scandalo, per un greco era una stoltezza, una vergogna, quindi qualcosa che uno guarda con ribrezzo e da cui tira via lo sguardo più presto che può. La croce non è molto gradevole da vedere.

Se voi cercate di fare un passettino indietro e andare al di là delle nostre abitudini, perché alla croce ci siamo abituati, e ritrovare che cosa è effettivamente dal punto di vista storico la croce; il capestro, capite che cosa vuol dire questo: “Per me non ci sia altro vanto che la croce del Signore nostro Gesù Cristo”. Vuol dire: io non mi vanto né del potere che ho, né dell’intelligenza che ho, né di quello che posso raggiungere, ma della croce di Cristo, e cioè dell’amore con cui Dio mi ha amato in Gesù Cristo. “Per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo”.

Che cosa vuol dire questo?

Vuol dire che per S. Paolo il mondo non è più capace di sedurlo. II mondo fa delle immense promesse all’uomo. Gli promette la ricchezza, il potere, il piacere, la realizzazione di tutti questi pasticci.

Beh! Per Paolo questo non ha più nessun peso.

È libero da questo perché ha ritrovato una ricchezza molto più grande che è da una altra parte. Il mondo non lo può più spaventare e quindi non lo può più nemmeno sedurre: è morto per il mondo. Ed essere morti per il mondo sarebbe la nostra condizione. Il cristiano è effettivamente morto al mondo.

Ma la realtà è un pochino diversa perché, lo dicevamo ancora, se fossimo davvero morti per il mondo, non ci staremmo molto male perché uno ci pesta un piede, perché uno ci dice una parola storta, perché ci va male qualcosa…

Tutto questo: la nostra permalosità, il nostro essere reattivi vuol dire che alla fine di fronte a questo mondo non siamo ancora morti, ci siamo ancora attaccati. Ma la direzione è questa. La direzione è quella di non conformarsi alla mentalità di questo secolo, “ma trasformatevi, rinnovando la vostra mente per poter discernere la volontà di,Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”.

Nella lettera ai Romani S. Paolo dice che il progetto di Dio è di renderci conformi all’immagine del suo Figlio.

Cioè, Gesù Cristo è il modello al quale ogni uomo è chiamato a conformarsi.

Dobbiamo diventare simili a lui nel modo di pensare, di scegliere e nel modo di agire. E questo richiede certamente di abbandonare la mentalità dell’egoismo, della carne, del mondo, e richiede di discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

Discernere la volontà di Dio vuol dire sapere trovare in ogni istante quello che Dio si aspetta, quello che Dio vuole. Ogni situazione è per noi una specie di provocazione. Qualunque cosa capita, qualunque incontro facciamo, tutto questo è una richiesta del Signore. Bisogna imparare a capire che cosa il Signore mi chiede, adesso, perché certamente nella nostra vita le situazioni possono impedirci molte cose, ma non c’è una situazione che ci possa impedire di fare la volontà di Dio. In ogni situazione c’è una volontà di Dio; magari sarà una volontà di Dio faticosa, difficile da capire, ma c’è, e si tratta esattamente di poter discernere questa volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

Ora mi interessa questo brano per un motivo fondamentale, perché vuole dire: quello che Dio chiede a me e a voi: di trasformare tutta la nostra vita in qualcosa di gradito a lui, in qualcosa di santo, in un sacrificio autentico. E allora proviamo a interrogarci sul significato di tutte le cose che viviamo.

L’uomo vive nel mondo, lavora, si impegna culturalmente, si impegna in politica, nell’attività sociale.

Beh! Tutte queste cose qui hanno un senso, hanno un valore.

Che cosa ci chiede il Signore in questo mondo, nella cultura in mezzo alla quale, noi respiriamo? Che cosa vuol dire fare adesso della nostra vita un sacrificio gradito a Dio? E facciamo una specie di premessa abbastanza semplice, che è questa. Ci sono nella storia del mondo delle civiltà che sono orientate all’indietro, civiltà per le quali la cosa principale era custodire il passato, custodire la tradizione.

Ci sono state di queste civiltà e ne verranno ancora forse andando avanti. Però è vero che quella in cui viviamo noi è piuttosto una civiltà che guarda avanti, proiettata verso il progetto di un mondo diverso e di un mondo migliore.

Almeno questo è un desiderio che ogni uomo si porta dentro al suo cuore. Uno si immagina che uno dovrebbe andare verso un mondo diverso da questo, un mondo che sia più giusto, che sia più vero, più pacifico, in cui ci siano meno ingiustizie e oppressioni di quelle in cui siamo noi e uno ha il desiderio di costruire questo mondo. Probabilmente questa apertura al futuro è legata anche con i progressi della scienza, della tecnica, che certamente ha messo nelle nostre mani delle possibilità nuove, ma anche dalla convinzione che l’uomo sia capace di gestire la sua vita, cioè di governare il suo mondo, di governare la società secondo quello che ritiene sia più giusto.

Questo è un atteggiamento mentale che noi ci portiamo dentro: il futuro è per noi molto più attraente, in genere, che non il passato. E vero che, delle volte, ci sono anche dei ritorni indietro, ma fondamentalmente quello in cui noi speriamo è un mondo nuovo e migliore. D’altra parte è vero che noi ci tiriamo dietro un angoscia profonda, perché sappiamo molto bene per esperienza che l’aumento di potere che l’uomo di oggi ha ottenuto, non è necessariamente o automaticamente un aumento di gioia e di vita.

L’uomo di oggi ha degli strumenti tecnici, che non ha mai avuto prima.

È più uomo che 20 o 50 anni fa?

Mah! speriamo!

Però certamente la tecnica che è, e dobbiamo riconoscerlo, positiva, ha anche delle ambiguità con se.

Diceva quel tale: se tu aumenti il valore di una espressione, non è ancora chiaro che cosa vuole dire quello, perché bisogna vedere se davanti alle parentesi c’è il più o c’è il meno. Sei c’è un più, quanto più il contenuto della espressione è grande, tanto meglio va; ma se c’è un meno, l’aumento di potere diventa pericoloso, diventa grave, diventa distruttivo. E certamente una grossa paura per le armi che abbiamo in mano, per le manipolazioni possibili a livello genetico, per i disastri ecologici, per l’aumento di pianificazione in cui l’uomo rischia di diventare sempre più un numero e sempre più controllato, cioè una angoscia per tutte queste cose ce la portiamo dentro.

Allora il problema è: la fede che cosa ci sta a fare in tutto questo?

La nostra fede riguarda solo l’aldilà e la speranza nella risurrezione o invece ha qualche cosa da fare con il nostro mondo, con le speranze, i progetti e le paure dell’uomo d’oggi?

Bene! Se ricordate, il Concilio incomincia la Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo con quelle famose parole:

“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.

Quindi le gioie del mondo sono anche le nostre, le paure del mondo sono anche le nostre. Non c’è niente di umano che non abbia una eco nel cuore del cristiano. E questa non è semplicemente poesia o un buon proposito, questa è la struttura della vita cristiana, perché all’origine della vita cristiana ci sta l’incarnazione del Figlio di Dio: il fatto che il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi.

“È venuto ad abitare in mezzo a noi” vuol dire che ha condiviso in tutto, eccetto il peccato, la nostra condizione umana. Quindi ha conosciuto la gioia e le sofferenze, ha conosciuto il dolore e la fatica, ha conosciuto il lavoro, ha conosciuto la famiglia, ha conosciuto quelli che sono gli elementi essenziali della vita umana.

Questo che cosa vuol dire?

Vuol dire che il nostro Dio è un Dio solidale con gli uomini. Poteva salvarci da lontano, ha anche la bacchetta magica Dio; basta che dica la parola giusta e il mondo è salvato. Ma non è questa la strada che Dio ha scelto. la strada che Dio ha scelto per salvare l’uomo, è quella dell’incarna-zione, cioè quella di entrare nella solitudine dell’uomo con la sua ricchezza di amicizia, di amore, di dono, di spirito, dentro all’esperienza dell’uomo. Per questo il cristiano non può disinteressarsi del mondo perché, dicevamo, non se ne è disinteressato Gesù Cristo.

Ora il discorso per il cristiano è questo: abbiamo davanti un mondo da costruire, bene! Ci stiamo a costruire. Sappiamo bene che non sarà semplicemente il mondo creato dalle mani dell’uomo, perché dobbiamo aver fiducia in Dio; ma sappiamo anche che non sarà il mondo creato tragicamente da Dio, ma che Dio chiede a voi di costruirlo questo mondo. Allora di fronte all’impegno nelle attività di lavoro, sociali, politiche, culturali, di fronte a questo impegno dobbiamo rinnovare una consapevolezza di responsabilità. Il Signore mi chiede di rispondere a lui in queste situazioni.

Leggo ancora nel Concilio, che è quello che ci fa da guida in questa riflessione soprattutto: (GS 34)

“Per i credenti una cosa è certa: l’attività umana individuale e collettiva, ossia quell’ingente sforzo col quale gli uomini nel corso dei secoli cercano di migliorare le proprie condizioni di vita, considerato in se stesso, corrisponde al disegno di Dio”.

L’uomo fa uno sforzo immenso per cambiare il mondo, per cambiare le sue condizioni di vita, e non c’è dubbio che in questi alcuni anni i cambiamenti sono stati enormi. Basta che uno, non molto anziano come me, ripensi a che cosa voleva dire vivere 35 anni fa: cos’era la vita per una donna di casa, come viveva in casa mia madre, come faceva da mangiare e come lavava giù, come lavava le tute di mio padre che era meccanico e tutte queste cose qui. Vedere che cosa vuol dire invece il cambiamento in questi 30 anni.

Non c’è dubbio, c’è una vita molto più leggera, molto più vivibile da questo punto di vista che non molti anni fa. In questo senso, dice il Concilio, questo sforzo per tendere la vita umana, una vita più sopportabile e con interessi più ampi, non sempre oppressa dal bisogno del mangiare e del bere, del riuscire a guadagnare quello che è necessario per mangiare, bere e vestirsi, ecco, questo progresso qui va considerato positivo. Corrisponde al disegno di Dio. E corrisponde al disegno di Dio per quello che dicevamo ieri.

Quando Dio ha creato l’uomo, lo ha creato a sua immagine e somiglianza e gli ha dato in mano la terra. Vuol dire che l’uomo ha un vero potere sulla terra. È vero che adesso gli ecologi ci contestano in questo e dicono che, a parlare di potere e di dominio sulla terra, va a finire che noi roviniamo il mondo.

Ma non è mica questo il senso.

Il potere, che l’uomo ha sulla terra, non è il potere di fare della terra quello che vuole, ma potere di usare del mondo per rendere la vita dell’uomo più umana, più ricca, ma non ricca tanto dal punto di vista materiale, ma ricca dal punto di vista della libertà, della consapevolezza, della possibilità di interessi, che sono interessi spirituali.

L’uomo deve essere liberato per questo.

Un uomo che vive tutta al sua vita oppresso dal problema della fame, è evidentemente un uomo che è frustrato in alcune delle sue esigenze più profonde, che sono le esigenze dell’amore, del bene, della comunione, dell’amicizia ecc. Allora il rendere questo mondo più umano, è non solo possibile, ma è necessario per noi; fa parte della vocazione dell’uomo. E non va considerato una specie di superbia, come se l’uomo volesse sostituire Dio.

Il rischio di questo c’è evidentemente: il rischio che l’uomo voglia sostituire Dio; ma il fatto che l’uomo costruisca dei progetti sul mondo e voglia trasformare il mondo, non è di per se un atto di orgoglio prometeico, di Prometeo che vuole andare a rubare agli dei quello che a loro appartiene, proprio perché il Dio nel quale noi crediamo, non è un Dio invidioso, non è un Dio geloso degli uomini, che ha paura del potere, della gioia e della libertà degli uomini.

Vi leggo ancora il Concilio in una affermazione che mi pare sia molto importante.

(GS 34)

I cristiani, dunque, non si sognano nemmeno di contrapporre i prodotti dell’ingegno e della potenza dell’uomo alla potenza di Dio, quasi che la creatura razionale sia rivale del Creatore: al contrario, piuttosto, essi sono persuasi che le vittorie dell’umanità sono segno della grandezza di Dio e frutto del suo ineffabile disegno.

E quanto più cresce la potenza degli uomini, tanto più si estende e si allarga la loro responsabilità sia individuale che collettiva.

Da ciò si vede come il messaggio cristiano, lungi dal distogliere gli uomini dal compito di edificare il mondo, lungi dall’incitarli a disinteressarsi del bene del propri simili, li impegna piuttosto a tutto ciò con un obbligo ancora più stringente.

Quindi non una concorrenza con Dio in questo. il problema non è questo. Il problema non è che l’uomo diventando troppo forte, faccia ombra a Dio. Dio non ha di queste paure qui; è troppo grande per avere paura dell’uomo. Anzi, siccome la gloria di Dio è l’uomo vivente (dicevamo ieri con S. Ireneo) la crescita dell’uomo è qualcosa che Dio non solo accetta, ma che guarda con gioia, che benedice con gioia. Naturalmente bisogna che sia una crescita. E crescita vuol dire la crescita dell’uomo nel suo complesso.

Quindi che non sia semplicemente, una crescita di ricette materiali, perché una crescita siffatta può rendere l’uomo meno uomo, può renderlo meno sensibile verso gli altri, più egoista, più cattivo. Cioè, bisogna che la crescita sia globale, in cui l’essenziale, il punto di riferimento centrale è l’uomo nel progetto che Dio ha su di lui, io credo che, se c’è uria insistente costante nell’insegnamento del Papa, è questa qui.

Da quando ha cominciato con la prima enciclica a dire che l’uomo è la via della Chiesa, la via fondamentale della Chiesa, non fa altro che ripetere in tutte le salse, in tutti i modi, in tutte le applicazioni che il punto di riferimento è il bene dell’uomo, considerato nella sua integrità.

Quindi considerato come noi diremmo: anima e corpo, cioè considerato in tutte le sue esigenze materiali e spirituali insieme, dell’uomo che deve diventare più consapevole di se, che deve gestire maggiormente la sua libertà ecc. Tutto quello che contribuisce a questo è bene, tutto quello che va al di fuori di questo è superfluo e tutto quello che va contro questo è male: in questo senso.

E questo un criterio che viene dal Concilio, dalla “Gaudium et Spes”, e che per noi è essenziale: la dignità della persona umana a essere libero e a essere in comunione con gli altri. Quindi tutto quello che noi dobbiamo vivere: pensate al lavoro quotidiano.

Il Concilio insiste su questo qui con una attenzione bella, quando dice che non si deve pensare alle grandi opere eroiche, alle grandi trasformazioni sociali e politiche, anche evidentemente, ma anche a quella attività quotidiana che è fatta di lavoro, e di un lavoro non particolarmente gratificante, perché alla fine non ha l’impressione di avere salvato il mondo; un lavoro che delle volte è anche noioso, che è faticoso perché tutti i giorni ha la stessa struttura, però quel lavoro lì diventa enormemente importante per costruire una società umana.

Se c’è un pasticcio nella società di oggi è proprio che ciascuno, invece di fare il proprio lavoro, vuole fare quello degli altri. Cioè, ciascuno è attento a criticare Tizio e Caio perché non fanno bene le cose che debbono fare, ma ci mette poco impegno nel fare con competenza il suo lavoro quotidiano. Ha voglia di fare delle cose grandi e trascura le cose piccole. Ma le cose grandi ha solo voglia di farle, poi non le fa; le cose piccole invece, che fa, le fa male.

Questo ci crea delle sofferenze, dei disagi. Uno fa fatica a difenderai dal mondo che sta intorno, perché non è sicuro che gli altri, il loro dovere, lo facciano bene; perché gli altri sono sempre… ha almeno questa impressione qui.

Allora il discorso ritorna a quell’impegno, che è impegno quotidiano, che è impegno di fedeltà nella costruzione, dicevamo, di un mondo più umano. Il criterio è questo: più umano.

Evidentemente per fare questo c’è prima di tutto una condizione negativa. E la condizione negativa è che si abbandonino tutti i fondamenti della vita che sono falsi, o se volete tradotto in termini nostri: si abbandonino gli idoli.

Gli idoli sono delle realtà che dominano e dirigono il comportamento dell’uomo, ma privandolo, disumanizzandolo, riducendolo dentro e dei comportamenti che non sono rispettosi della sua libertà. Gli esempi sono molto semplici: il primo è evidentemente quello del denaro.

Quando il denaro diventa idolo, diventa il motivo per cui si fanno le cose; la persona umana è scomparsa. C’è una strana dinamica nella vita dell’uomo che consiste in questo, che l’uomo tende a rassomigliare ai suoi dei. Quando ha un dio, pian piano, a forza di adottare quel dio, prende su i suoi lineamenti.

Prendete una persona che vive per il denaro, che fa del denaro la scelta fondamentale della sua vita, beh, diceva quel tale, va a finire che assomiglia al denaro, e siccome il denaro è potente, diventa certamente una persona potente. Ma siccome il denaro è senza cuore, diventa una persona senza cuore.

Pensate a uno che vive per il potere, uno che fa della sua vita una scalata ai luoghi di potere dove può comandare e pestare sugli altri. Certamente anche quello diventa una persona pericolosa; bisogna starci alla larga, perché il toccarlo può diventare pericoloso. Però evidentemente è cinico, perché il potere è cinico. Il potere non sta a vedere quello che è bene e quello che è male; il potere, per natura sua, tende semplicemente a imporre la forza come criterio di validità.

L’uomo che adora il potere diventa così.

Se volete, questa forse è anche la nostra adorazione del denaro e del potere. Ma c’è nella nostra cultura una adorazione ancora più strana, strana per modo di dire, ma forse più pungente, che è l’adorazione del divertimento: il senso pascaliano di tutto quello che in un modo o nell’altro mi impedisce di pensare alla vita, alla morte, alle cose importanti, cioè tutto quello che fa in qualche, modo da anestetico.

Nella nostra società abbiamo inventato moltissimi anestetici.

È anestetico la televisione; è anestetico il mangianastri; la musica; è anestetico evidentemente la droga; (…) Anzi la droga è l’anestetico per eccellenza, portato al limite. Ma non sto parlando della droga che è un anestetico al limite, ma degli anestetici della nostra vita quotidiana. Per cui quando io ho un problema, la soluzione è guardare un po’ la televisione, il distrarmi.

Non ci penso, cerco di non pensarci, e ce la cavo perché il giornale, la musica, la televisione riescono a rimbambirmi un po’ e riesco a non dover sopportare la mia angoscia. Invece il problema grosso sarebbe proprio quello di sopportare l’angoscia, dell’accettarla. Anche questo fa parte della vita umana, altrimenti, diventando degli adoratori di anestetici, diventiamo certamente delle persone tranquille, però persone superficiali. Cioè, la vita non sanno mica che cos’è; è che non sanno mica che cos’è la gioia e che cos’è la sofferenza, perché conoscere la gioia e la sofferenza richiede di andare in profondità.

No. Sanno che cose la tranquillità o un pochino di disagio, ma quella specie di sensazioni che non entrano dentro alla coscienza dell’uomo. Ecco, bisognerebbe imparare prima di tutto a rinunciare a questi idoli, a questi criteri fondamentali di vita e prendere invece come punto di riferimento la rivelazione di Gesù Cristo come amore, come dono, come vita trasformata in sacrificio di se, come massimo, di personalizzazione e di socializzazione nello stesso tempo, come sintesi.

Voglio dire questo: nell’uomo ci sono due tendenze, che debbono andare insieme e che tendono, delle volte, invece a scontrarsi. La prima è la tendenza a diventare persona, e quindi a gestire la propria libertà, a conoscere se stesso, ad affermarsi in un progetto di vita e così via, quindi a evitare quella che è semplicemente routine, che sono i luoghi comuni, che sono il fare quello che fanno tutti; no!

Il diventare me stesso, avere chiaro il senso, la consapevolezza di quello che io sono.

E credo che questa consapevolezza in Gesù Cristo sia stupenda. Se c’è qualcosa che ci stupisce è la sua profonda libertà. È libero di fronte alla famiglia perché la lascia; è libero di fronte ai farisei perché non li incensa anche se sa che sono pericolosi; è libero di fronte all’autorità; è libero di fronte alle folle per cui mica sempre fa quello che la gente vorrebbe da lui; è libero di fronte ai discepoli; è libero di fronte alla morte.

Questo è veramente un uomo, diremmo noi, con la spina dorsale, cioè che ha una identità vera, un volto preciso. Non è una maschera. Dall’altra, se c’è qualche cosa di altrettanto vero in Gesù Cristo, è che in lui non c’è nessun narcisismo, nessuna volontà d guardare il suo volto e di innamorarsi del suo volto; perché Gesù che sia stato innamorato, si, ma innamorato degli uomini, non del suo volto, non della sua faccia.

E quindi tutta la sua vita è una vita vissuta non per se ma per gli altri. È venuto non per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per la moltitudine, tanto che qualcuno ha definito Gesù Cristo: “l’uomo per gli altri”. Credo che questi colga un elemento essenziale della vita di Gesù.

Ecco, le due cose in Lui vanno insieme; è una personalità ricca e, nello stesso tempo, uno che si è donato totalmente. Quindi uno che, per il fatto della sua personalità, non si è chiuso in se stesso e, per il fatto del donarsi, non ha perso se stesso. Ha invece espresso quello che era la sua realtà. Bene, questo è il cammino, il progetto di Dio su di noi e questo è il cammino della nostra vita.

Possiamo aggiungere, e le prendo dal Concilio, quattro riflessioni su che cosa questo significa in concreto, come atteggiamento di spirito e scelte fondamentali.

Dice: (GS)

“Coloro pertanto, che credono alla carità divina, sono da Lui resi certi, che è aperta a tutti gli uomini la strada della carità e che gli sforzi intesi a realizzare la fraternità universale non sono vani”.

Questo è il primo passo essenziale da fare. E cioè: se tu guardi Gesù Cristo, hai la convinzione che l’amore è una realtà vera, non apparente e che la fraternità umana è un traguardo, una meta raggiungibile. Cioè questo qui va contro tutte le nostre rassegnazioni, tutti i nostri relativismi, tutti i nostri tran tram che fanno parte della cultura di oggi.

Se c’è qualcosa di disastroso nella cultura di oggi è, non tanto le idee negative, ma quella specie di indifferenza per cui sembra che non ci sia niente per cui valga la pena morire, con il disastro che, se non c’è niente per cui valga la pena morire, non c’è niente per cui valga la pena vivere.

Il vero problema della vita, diceva quel tale, è il martirio. Se c’è qualcosa per cui valga la pena morire, allora c’è qualcosa per cui vale la pena vivere, se no la vita è inutile, la vita è banale, è semplicemente un tran tram… Va bene. Allora la questione importante diventa proprio quella degli anestetici, cioè del pagare poco dazio nella vita, cioè del soffrire il meno che si può perché, tanto, il resto non conta niente.

Ora, invece, il discorso cristiano è prima di tutto un discorso di convinzione: che l’amore c’è.

C’è dentro la storia degli uomini, perché Dio ce lo ha messo. Possono anche gli psicologi mettermi addosso tutti i sospetti sul mio amore e dire che il mio amore è semplicemente sublimazione o trasformazione o camuffamento e tutti questi pasticci; ma la convinzione che l’amore esiste, che è possibile e che la comunione è raggiungibile, questo per un cristiano fa parte delle convinzioni di fede. La mia vita dovrà diventare una purificazione continua. Non potrò mai essere sicuro totalmente.di un mio sentimento, come se fosse chimicamente puro, (questo lo so anch’io che non sono chimicamente puro), però l’amore c’è ed è possibile, ed è possibile nella nostra vita. Questo credo che rimanga come una luce, come un riferimento per noi essenziale.

Secondo. Così pure egli ammonisce a non camminare sulla strada della carità solamente nelle grandi cose, bensì e soprattutto nelle circostanze ordinarie della vita. Che vuol dire che l’amore delle volte ha l’abito della festa, quando è fatto di poesia, di sorriso e quando affatto di comunione gioiosa. Ma l’amore ha anche, e sei giorni la settimana, l’abito del lavoro, cioè l’abito della pazienza, l’abito della perseveranza, della costanza, della fedeltà, che non è molto attraente.

L’amore non è che sia sempre attraente, gradevole; delle volte si. Per amor del cielo, è tra le cose gradevoli della vita dell’uomo, ma non è sempre questo. L’amore è anche sacrificio, è fatica, è pazienza. E la parola pazienza è una di quelle che nella nostra vita sono difficili da accettare. Perché ci sembra una cosa da poco la pazienza, che non vale mica la pena di soffrire troppo per averla. Siccome costa e sembra, da poco la mettiamo da parte, e invece è esattamente una delle cose essenziali.

Quando S. Paolo, nella lettera ai Corinzi fa l’inno della carità, e descrive la carità, (1 Cor 13,1ss), guarda caso, la prima cosa che dice, dice che l’amore è paziente, l’amore è benigno, non si vanta, non si gonfia ecc..; incomincia con la pazienza.

Bene!

Questo è l’aspetto quotidiano e io credo che bisognerebbe dirlo più in lungo.

Ma quando uno ha un lavoro credo che sia importante che a questo lavoro dia stima, rispetto. Il lavoro è il modo quotidiano di servire i fratelli. E vero che Adam Smith mi diceva: “Io spero che fornaio mi prepari il pane, non perché il fornaio è buono, ma perché ha interesse”. Questo sarà anche vero a livello di macroeconomia, però è anche vero che nelle motivazioni per il mio lavoro non ci sta solo lo stipendio, (non ci deve stare solo lo stipendio) ma ci sta anche il fatto che, attraverso il lavoro, io mi prendo un pezzo di peso che c’è nel mondo per la vita e che è necessario portare.

Perché i casi sono solo due. Diceva: o uno si prende un pezzo del peso della vita o altrimenti lo fa portare per due a un altro. Se io mi sottraggo al peso della vita, c’è qualcun altro che paga per due, che paga anche per me. Allora il lavoro è, il nostro portare un peso.

Sì, il lavoro è anche un peso. Mica sempre, ma lo è anche.

E va bene! Ci sta anche questo dentro all’esistenza dell’uomo. Terzo: Sopportando la morte per noi tutti pescatori, egli ci insegna con il suo esempio, che è necessario anche portare la croce, quella che dalla carne e dal mondo viene messa sulle spalle di quanti cercano la pace e la giustizia.

Allora il terzo aspetto è questo. Della vita del cristiano fa parte necessaria la croce. Anche questa forse non è attraente. Meglio, per la croce succede questo strano fatto che, quando pensiamo che è la croce di Cristo, ci piace anche, ha almeno una sua nobiltà. Ma il pasticcio è che, quando le croci sono da portare, non sembrano mica di Cristo, sembrano proprio solo nostre. Quando il Cireneo ha portato la croce di Cristo, ha portato la croce, e che fosse di Gesù Cristo non lo sapeva mica, cioè non gliel’ha mica resa più leggera. Se è vero, come hanno detto alcuni dopo, che si è convertito e poi ha creduto in Gesù Cristo, dopo sarà stato contento di avere portato la croce di Cristo. Probabilmente ciascuno di noi sarebbe stato contento di poter fare quel servizio a Gesù Cristo. Ma quando c’era sotto non era mica contento il Cireneo; era solo una croce pesante.

Così è per noi.

Quando la croce uno la porta, è semplicemente una croce, quindi l’aspetto di gioia, di nobiltà della croce non riusciamo a percepirlo. E però Cristo ci sta dentro ed è per noi importante.

“Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo. Se muore porta molto frutto”.

C’è una leggenda ebraica che dice che ci sono nel mondo 35 giusti, i quali sopportano i mali del mondo e lo tengono in piedi. Se venissero meno quelli, il mondo cadrebbe sotto il peso del suo egoismo. Ecco la croce vuole dire questo qui: portare un po’ del peso che c’è nel mondo, del peso di cattiveria.

E finalmente l’ultima cosa e poi abbiamo finito.

(GS 38)

“Con la sua risurrezione costituito Signore, Egli, il Cristo cui è stato dato ogni potere in cielo e in terra, tuttora opera nel cuore degli uomini con la virtù del suo Spirito, non solo suscitando il desiderio del mondo futuro, ma perciò spesso anche ispirando, purificando e fortificando quei generosi propositi con i quali la famiglia degli uomini cerca di rendere più umana la propria vita e di sottomettere a questo fine tutta la terra”.

Allora l’ultima cosa è questa presenza dello Spirito Santo che ci fa desiderare il paradiso. Ma non solo ci fa desiderare il paradiso, ci spinge a purificare, a rinnovare, a cambiare il nostro mondo in modo che assomigli un pochino di più al paradiso. Il nostro mondo non diventerà mai il paradiso, però siamo chiamati a trasformarlo secondo un progetto che si apra al paradiso. O, se volete tirare via il paradiso perché sembra troppo difforme dalla società che riusciamo a costruire, ecco un mondo dove quella comunione e quel rispetto della persona, che sono poi alla fine il paradiso, diventano i più reali e i più grandi possibili. Non sarà mai un mondo perfetto, però è responsabilità di ciascuno di noi fare quello che è possibile perché sia il meno imperfetto che si può.

Cosa volevamo dire allora in questa meditazione?

Semplicemente richiamare l’importanza che per un cristiano ha l’attività nel mondo. Il sapere che, se siamo cristiani, abbiamo una responsabilità anche nei confronti del mondo, perché Gesù Cristo questo mondo qui lo ha amato ed è per lui interessante. Allora quando noi facciamo questo, quando viviamo la nostra presenza nel mondo animandola con la Parola di Dio e con il dono dello Spirito, riusciamo veramente a fare quello che Paolo ci chiedeva e da cui siamo partiti, cioè offrire a Dio i nostri corpi come sacrificio vivo, santo e gradito a Lui.

Il progetto di vita cristiana vissuto nel mondo – 4

Omelia
2° Giorno

Parola di Dio: (Ap 7, 2-4.9-14 / 1 Gv 3, 1-3 / Mt 5, 1-12a).

Si legge nel Vangelo che, dopo un discorso duro di Gesù, molti dei suoi discepoli lo abbandonarono.

Allora Gesù si rivolse verso i dodici e disse loro: “Volete andarvene anche voi?”.

Rispose Pietro dicendo: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e sappiamo che Tu sei il Santo di Dio”.

E credo che un brano di Vangelo come quello che abbiamo ascoltato ci possa proprio fare ripetere la professione di fede di Pietro. “Tu, o Signore, hai parole di vita eterna”, perché le beatitudini sono parole che affascinano. Sono come parole stregate, che da un certo punto di vista sono uno choc, un pugno nello stomaco, ma dall’altro punto di vista sono parole di fronte alle quali dobbiamo riconoscere che sono vere.

Qui c’è una ricchezza, una gioia, un segreto di novità di vita che è impressionante e che, senza dubbio, ci affascina.

Ci sono molti libri, molte parole belle nel mondo.

Uno legge Platone, rimane sorpreso, ammirato, però nessuno credo si senta di dire a Platone: “Tu hai parole di vita eterna”. Hai parole grandi, hai parole belle, hai parole che fanno pensare, che arricchiscono. Ma di fronte al Signore possiamo dire con convinzione: non sappiamo certamente tante cose; però di fronte a questo Vangelo, cosa come di fronte al Vangelo, in genere, la professione può venire: “Tu hai parole di vita eterna!”.

E sono parole che ci mettono davanti, oggi, una specie di identikit dell’uomo che è in sintonia con il Regno di Dio con questa litania di beatitudini: beati i poveri in spirito; beati gli afflitti… Ci colpisce anche perché, in fondo, vorrebbe rispondere a un desiderio che è dell’uomo di sempre, che è dell’uomo di oggi.

L’uomo di oggi è un affamato e un assetato di felicità: la cerca, la vuole.

Tanto ne siamo assetati, che gli agenti di pubblicità se ne approfittano e ci vendono i detersivi come strumenti di felicità. E ci vendono i dentifrici, perché ci fanno pensare che con quelle cose lì la vita diventa, molto più bella, molto più beata, tranquilla, sorridente. Vuol dire che giocano proprio su questo desiderio, che sta dentro al nostro cuore.

E le beatitudini giocano nello stesso modo, ma giocano in un modo misterioso, perché capovolgono molte delle nostre attese e certamente molti dei nostri comportamenti. Le beatitudini vanno contro di noi, vanno contro quello che normalmente pensiamo, e soprattutto quello che normalmente facciamo. Bisognerebbe dire che per noi sono beati i ricchi, sono beati i gaudenti, sono beati i prepotenti, sono beati quelli che non hanno troppi scrupoli sulla coscienza, sono beati quelli che non si lasciano intenerire dalla compassione e così via. Quelli che sanno ingannare, bene, quelli che sanno vincere, questi sono i beati. Le beatitudini nel Vangelo vanno esattamente all’opposto, per questo sono un capovolgimento, sono uno choc, sono una rivoluzione.

Ci viene chiesto di valutare le cose e le situazioni in modo totalmente nuovo. E sappiamo che sarebbe giusto; sappiamo che è giusto il mondo delle beatitudini e che è sbagliato il nostro.

E che il nostro modo di cercare la felicità si realizza semplicemente per abitudine, perché prendiamo la strada più facile, quella che ci viene suggerita dall’ambiente o quella che ci viene suggerita dalla paura di fare fatica. Ma la strada giusta sappiamo che è questa qui.

Quello piuttosto che ci rimane come un dubbio è che questa sia la strada vera ma un po’ utopistica. Che in fondo è vero che il mondo così sarebbe più bello, però è impossibile, è al di là delle forze umane, al di là delle capacità dell’uomo concreto che è un uomo debole, lì a metà, che può avere anche dei grandi desideri, ma che ha delle piccole realizzazioni.

E allora credo che il Vangelo ci venga annunciato proprio per superare il nostro scoraggiamento, il nostro avvilimento; per dirci che in realtà queste cose sono possibili, sono belle e possibili.

Belle, e le dobbiamo desiderare; possibili, e allora dobbiamo incominciare a camminarci incontro.

Perché sono possibili?

Beh! Primo, perché sono non un identikit astratto, cioè l’idea dell’uomo perfetto, ma sono il volto di Cristo, l’identikit di una persona concreta. Gesù Cristo è il povero in spirito, afflitto, mite, che ha avuto fame e sete della giustizia, che vuol dire fare la volontà di Dio misericordioso; puro di cuore, operatore di pace.

Queste cose qui noi le abbiamo viste, gli uomini le hanno viste nella loro storia. Quindi non sono delle idee, sono delle realizzazione. Quello che Gesù pronuncia è quello che Gesù prima di tutto ha fatto.

E Gesù è un uomo. E vero che è Figlio di Dio, ma è vero che è uomo e perfettamente uomo e che la sua carne era come la nostra, che quindi la sua fatica nel realizzare le beatitudini era la-fatica dell’uomo. Il fatto che ci sia riuscito, che l’abbia realizzato, che l’abbia portato fino al dono della sua vita, è per noi un motivo di consolazione. E perché uno non si difenda dicendo che poi Gesù era un caso unico e che noi siamo un tantino diversi da Lui, bene! oggi facciamo la festa di tutti i Santi, per dire, che tutti i Santi poi, in realtà, era gente come noi.

Su questo non ci sono mica dei dubbi.

  1. Francesco non era di una razza speciale e aveva anche tutti i limiti psicologici e umani, che sono quelli delle persone normali. Ha sofferto dal punto di vista psichico, ha sofferto dal punto di vista fisico, ha sofferto dal punto di vista sociale. S. Francesco, come razza, era un uomo come tutti gli altri. Ma vuol dire che il Signore è capace di fare, con del materiale povero come il nostro, dei capolavori.

Gli artisti fanno così. Non hanno mica bisogno di materiali straordinari. Lo straordinario è nella loro intuizione. E così il Signore. Quando fa le cose, non ha bisogno di materiali straordinari, lo straordinario ce lo mette Lui nella sua intuizione. In quella idea di santità che Dio ha in testa e che vuole realizzare con il materiale, mettete anche di scarto, che siamo noi.

Non credo che siamo materiale… ma al limite anche con quello lì, anche con il materiale da poco. Il Signore può fare delle cose belle, e le ha fatte, e oggi vogliamo proprio celebrare il fatto che il Signore questo lo ha compiuto. Vogliamo quindi rinnovare la fiducia che questa parola qui è possibile, che le beatitudini sono possibili. E dicevo: sono possibili in concreto proprio per noi.

La 2ª lettura, che abbiamo ascoltato da S. Giovanni, dice: “Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre, per essere chiamati figli di Dio,e lo siamo realmente”.

Quindi non solo dobbiamo diventare simili a Gesù Cristo, ma siamo già, realmente figli di Dio. Cosa vuol dire?

Andiamo un pochino al di là della lettera di S. Giovanni, ma credo non molto al di fuori della sua intenzione. I figli ricevono dai genitori il codice genetico. E vuol dire che ricevono dal genitori quella informazione che costruisce la loro vita. Costruisce il loro organismo, costruisce la statura, il colore dagli occhi e dei capelli, il modo con cui si articolano le membra e tutte queste cose qui. Cioè, un figlio assomiglia ai genitori perché da loro riceve un codice genetico, e quel codice genetico è il principio di orientamento di tutta la sua formazione biologica.

Beh! Credo che si possa dire che noi abbiamo ricevuto da Dio un codice genetico. Si intende, non un codice genetico materiale, ma quel codice genetico che è la Parola di Dio.

La Parola di Dio è veramente un codice genetico. Contiene una serie grande di informazioni. Le informazioni che sono necessarie per costruire un santo. E quella Parola viene messa dentro al nostro cuore; proprio dentro. La Parola di Dio non è qualcosa che entra solo negli orecchi e non è nemmeno qualcosa che entra solo nell’intelligenza, ma è una realtà che plasma dall’interno. Almeno questa è la convinzione di tutta la Bibbia.

  1. Pietro nella prima lettera dice che“siete stati rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale”, cioè la Parola di Dio viva ed eterna. È un seme, un codice genetico. Un seme che ha dentro di se la capacità di crescere. È piantato dentro al nostro cuore ed è capace di orientare, di plasmare il cuore secondo il progetto di Dio, secondo il progetto della santità di Dio.

E accanto alla Parola di Dio, come strumento di edificazione della vita cristiana, ci sta ancora il suo Spirito.

Ne parlavamo prima. Lo spirito di Dio è stato messo dentro i nostri cuori per farci desiderate quello che desidera Dio per farci volere quello che vuole Dio, per farci osare quello che è necessario per rispondere a Dio. Questo vuole dire: “siamo chiamati figli di Dio”. Non è semplicemente una affermazione mitologica, che ci lascia stupiti, ma che non ha riscontro nella realtà effettiva.

No il riscontro c’è; è nello Spirito di. Dio che è dentro di noi. Ed è così vero questo (dice S. Giovanni) che la ragione per cui “il mondo non ci conosce, è perché non ha conosciuto Lui”.

E vuole dire: Gesù Cristo è stato un mistero per il mondo. Il mondo se l’è trovato lì in mezzo. Ha cercato di guardarlo, di capirlo. Ha visto quello che faceva e ha ascoltato quello che diceva, ma non lo ha mica capito. E rimasto un mistero per il mondo, perché l’origine vera di Gesù era Dio, il Padre, e fino a che uno non vede dentro a Gesù l’immagine del Padre, non capisce Gesù. Gesù rimane un mistero per lui.

Vale per Gesù quello che il Vangelo di S. Giovanni dice dell’uomo che e dallo Spirito, con quella piccola parabola che, forse, ricordate:

Il vento soffia dove vuole; ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va. Così è di ogni uomo che è nato dallo Spirito”.

E vuole dire: un uomo che nasce dallo Spirito è un uomo, quindi che vive in mezzo agli altri, che parla la lingua degli altri, che compie i gesti degli altri, quindi per certi aspetti è uguale agli altri ed è facilmente percepibile. S. Francesco lo vedevano tutti, lo ascoltavano tutti. E però l’uomo che nasce dallo Spirito è un mistero.

  1. Francesco è un mistero. Da dove sia mai venuto. fuori S. Francesco, rimane misterioso per gli uomini. Certamente non è venuto fuori semplicemente da Assisi, dalla sua famiglia, è venuto fuori dallo Spirito. È lo Spirito che lo ha guidato in quella direzione. E così dovrebbe essere di ciascuno di noi.

Quando nella vita di un uomo, quell’uomo fa una scelta di giustizia, di verità rimettendoci, (supponete: c’è un uomo che di fronte ad una alternativa, sceglie l’ingiustizia invece che l’interes-se) beh, per il mondo non è mica facile da capire questo qui, perché il mondo ragiona a motivo dell’interesse, e dove non ha interesse, quello non si capisce. Bisogna che abbia dei motivi misteriosi, nascosti, perché contro l’interesse non ci si va.

Bene!

L’uomo che nasce dallo Spirito fa così: cioè compie delle azioni, delle scelte che sono giustificabili solo se uno si ricorda che così ha fatto Gesù Cristo, e che lo Spirito Santo guida in quella direzione lì, altrimenti rimangono misteriose. E allora dice ancora S. Giovanni: “Chiunque ha questa speranza in Lui, purifica se stesso come Egli è puro”.

Abbia.mo detto almeno due o tre volte in questi due giorni che la santità è un dono di Dio. Ma proprio perché è un dono di Dio, è un compito dell’uomo. I doni di Dio non esonerano mai l’uomo dall’impegno. Dio ci dona di essere santi, allora dobbiamo ogni giorno diventare santi “E chiunque ha questa speranza, purifica se stesso come Egli è puro”. La vita cristiana diventa un cammino di purificazione.

Cosa vuole dire “di purificazione”? Vuol dire arrivare ad avere un cuore semplice, non doppio. “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”.

I puri di cuore sono quelli che, quando dicono una cosa, dicono proprio quella lì e che, quando fanno una cosa, fanno proprio quella lì. Non dicono una cosa per nasconderne un’altra e non fanno una cosa per raggiungere un altro obiettivo misterioso e nascosto, che hanno dentro di se e che nessuno capisce, perché giocano sulle parole e sulle azioni.

No, i puri di cuore sono diritti; non hanno dei doppi fini, non hanno delle motivazioni nascoste. Sono veramente dentro alle parole e alle opere che compiono.

Bene!

Questo vuol dire purificare il nostro cammino: il tirare via tutto quello che c’è di motivazione falsa o di motivazione apparente e introdurlo invece nella sintonia con il progetto del Signore.

Se poi uno chiede ancora: Come?

Beh!

Troviamo una piccola risposta alla fine della prima lettura. C’è questa visione meravigliosa della moltitudine immensa. Prima i 144 mila segnati delle 12 tribù dei figli d’Israele: 12 mila per ogni tribù,

“poi una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano davanti al trono e all’Agnello. E dicono: “La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello”.

Quindi questa immagine meravigliosa di una umanità che è vittoriosa, cioè della umanità che ha realizzato le beatitudini.

Sono i beati.

Le beatitudini sono possibili.

Qui ci viene dato come il quadro d’arrivo.

“Uno dei vegliardi allora si rivolse, a me e disse: Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?”.

“Vestiti di bianco” vuol dire persone. che stanno nella gioia e vuole dire anche persone vittoriose: hanno le palme nelle mani, sono dei vincitori. Hanno vinto e hanno raggiunto la beatitudine, la gioia. Chi sono i vincitori e da dove vengono?

Sarebbe molto simpatico fare questa domanda agli storici o farla ai filosofi. Chi sono i vincitori nella storia dell’umanità? E chi sono i grandi nella storia dell’umanità? Ogni tanto c’è un personaggio al quale si aggiunge la parola “magno”, per dire che era grande. E queste sono un pochino le risposte che ci danno gli storici, che ci danno le nostre enciclopedie. Quelli che sono vestiti di bianco, quelli che hanno vinto e hanno raggiunto la gioia,

“chi sono e donde vengono? Gli risposi: Signore mio, Tu lo sai”.

Che vuol dire: io ho solo studiato storia e filosofia, non di queste cose. Questo si sa se uno ha studiato qualcos’altro, se uno ha visto qualcos’altro; lo sai Tu.

“E Lui: Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide con il sangue dell’agnello”.

“Sono passati attraverso la grande tribolazione”: è la persecuzione di Nerone, una qualunque persecuzione, o se volete, tirate via la persecuzione, ci rimane la tribolazione.

È la tribolazione della vita.

Non ci sono delle vite senza tribolazione, perché la tribolazione fa parte della condizione umana. Sono passati attraverso le grandi tribolazioni e forse possiamo dire: anche le piccole tribolazioni della vita di tutti i giorni e

“hanno lavate, le loro vesti. tendendole candide col sangue dell’Agnello”.

Di solito col sangue non si rende, pulito e candido e bianco qualcosa, ma questo pare che sia un sangue che ha una capacità di purificazione unica. È il sangue dell’Agnello, è la croce di Cristo, è il dono della vita di Cristo. Quel dono della vita di Cristo è capace di lavare le vesti, e quindi è capace di tirare via tutto quello che c’è, di sporco, di tendere la veste bianca e di rendere quindi la vita vittoriosa e gioiosa.

Bene, il cammino è quello lì. Se uno vuole purificare se stesso, può purificare se stesso con il sangue dell’Agnello, cioè: ricevendo il dono della redenzione di Cristo e facendo della sua vita lo stesso; facendo della sua vita un dono; accettando che il dono della vita che Cristo ha vissuto, diventi la regola della sua vita. Allora preghiamo per questo.

Prima rendiamo grazie al Signore per le beatitudini, perché sono parole che ci fanno bene. Che ci fanno male, ma che ci fanno soprattutto bene, nelle quali veniamo rimproverati, ma nelle quali possiamo come riposare perché lì dentro c’è una speranza grande, ed è una speranza per noi.

Rendiamo grazie al Signore per queste parole. Rendiamo grazie al Signore, perché ci possiamo chiamare e siamo veramente figli di Dio; perché ha messo dentro di noi il germe della sua Parola, il germe del suo Spirito come origine di una esistenza nuova. E chiediamo al Signore che, siccome celebriamo l’Eucaristia e quindi accogliamo il suo corpo e il suo sangue, che questo incontro con il suo corpo e il suo sangue, quindi con il suo amore, diventi un incontro di purificazione, perché le nostre vesti possano uscire da questa Eucaristia lavate, rese candide con l’amore e la forza del Signore.

Commento ai Messaggi di Medjugorje del 2 del mese alla veggente Mirjana

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UNA PAROLA PER TE: il capitolo 14 del Vangelo secondo Luca:

Vangelo secondo Luca – 14

1Un sabato si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. 2Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa. 3Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». 4Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. 5Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». 6E non potevano rispondere nulla a queste parole.
7Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: 8«Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, 9e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. 10Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. 11Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
12Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. 13Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».
15Uno dei commensali, avendo udito questo, gli disse: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!». 16Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. 17All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. 18Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. 19Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. 20Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”. 21Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”. 22Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. 23Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. 24Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».
25Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: 26«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
28Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? 29Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, 30dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. 31Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. 33Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.
34Buona cosa è il sale, ma se anche il sale perde il sapore, con che cosa verrà salato? 35Non serve né per la terra né per il concime e così lo buttano via. Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti».