Il progetto di vita cristiana vissuto nel mondo – 3

2ª Meditazione

Ci siamo interrogati prima sul potere operante di Gesù e delle sue parole e abbiamo anche tentato di dire che questo potere nasce dalla trasparenza di Gesù all’amore di Dio, per cui l’amore del Padre si esprime nelle sue parole.

Ma si esprime nelle sue parole perché si esprime anzitutto nella sua vita; perché l’amore umano concreto, con cui Gesù accoglie gli uomini e, in particolare i peccatori e i bisognosi e gli indemoniati, cioè, alla fine, l’uomo schiavo, questo amore con cui accoglie le persone non è altro che la presenza in mezzo alla storia dell’amore stesso di Dio.

E vorrei completare un pochino questo discorso con il richiamo che il Nuovo Testamento fa alla radicale obbedienza di Gesù al Padre. Se Gesù ha un potere, e grande, di liberazione è perché vive un atteggiamento di obbedienza completa, perfetta all’amore del Padre.

La lettera agli Ebrei inizia il cap. 10 con queste parole:

[1] Poiché la legge possiede solo un’ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose, non ha il potere di condurre alla perfezione, per mezzo di quei sacrifici che si offrono continuamente di anno in anno, coloro che si accostano a Dio. [2] Altrimenti non si sarebbe forse cessato di offrirli, dal momento che i fedeli, purificati una volta per tutte, non avrebbero ormai più alcuna coscienza dei peccati? [3] Invece per mezzo di quei sacrifici si rinnova di anno in anno il ricordo dei peccati, [4] poiché è impossibile eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri. [5] Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. [6] Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. [7] Allora ho detto: Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà». [8] Dopo aver detto: Non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose tutte che vengono offerte secondo la legge, [9] soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Così egli abolisce il primo ordine di cose per stabilire il secondo. [10] Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre. (Eb 10, 1-10)

È una delle tesi fondamentali della lettera agli Ebrei che contrappone la economia rituale dell’Antico Testamento alla economia reale di Gesù Cristo, dell’uomo.

E vuole affermare, la lettera agli Ebrei, che i sacrifici rituali, per quanto fossero importanti, erano radicalmente insufficienti.

Tutti gli anni, nella festa del Kippur, nella grande festa della espiazione, si offrono i sacrifici per i peccati del popolo, e, dice la lettera agli Ebrei, è evidente che questi sacrifici non riescono a togliere il peccato, tanto è vero che bisogna ripeterli tutti i santi anni.

Vuol dire: tutti gli anni si rinnova il ricordo del peccato facendo il sacrificio di offerta, di espiazione. Vuol dire che quel sacrificio non è sufficiente.

E si capisce che non è sufficiente perché è rituale, perché si offrono dei segni, si offrono dei capri e dei tori, ma non è certamente questa l’offerta che può cancellare la disobbedienza dell’uomo.

Alla radice del peccato sta la disobbedienza e la sfiducia nei confronti di Dio: questo era il peccato di Adamo. Ed è questa sfiducia in Dio, questa disobbedienza verso la sua volontà che deve essere purificata. Si può forse purificarla con del sangue di animali? No, dice la lettera agli Ebrei, ci vuole una obbedienza radicale.

Per questo il Cristo entrando nel mondo dice, e qui viene citato un Salmo:

Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà.

Questo è tutto il senso della Incarnazione: “Io vengo, o Dio, per fare la tua volontà”. Ho preso un corpo, mi hai dato un corpo perché questo corpo potesse venire trasformato in obbedienza.

Perché tutta l’umanità di Gesù, tutto il corpo di Gesù, vuol dire tutta la sua vita, vuol dire tutta la sua presenza nel mondo, tutti suoi rapporti con le persone, tutta questa realtà che costituisce la trama della sua esistenza, tutto questo venisse trasformato in obbedienza.

La fiducia di Gesù nel Padre è tale che tutto quello che Lui compie, lo compie in sintonia con la volontà di Dio, non sottrae alla volontà di Dio nulla. Per questo l’offerta della sua vita diventa efficace; non ha offerto qualche cosa: ha offerto se stesso e non ha offerto semplicemente qualche cosa di materiale, ma la sua libertà. È nella libertà di Cristo che si gioca l’offerta. Naturalmente è il sacrificio della croce, ma il sacrificio della croce legato alla sua libertà, al dono di sé.

E credo si debba leggere tutta la vita di Gesù alla luce di questa logica di fiducia e di obbedienza.

A partire dal brano, che abbiamo commentato molte volte, ma che richiamo un pochino di traverso, che è il racconto delle tentazioni, al capitolo 4, sia di Luca che di Matteo.

Siamo all’inizio della vita pubblica di Gesù. Luca ha appena ricordato la genealogia di Gesù. E l’ha fatta al rovescio, cioè partendo da Gesù è risalito alle sue radici terminando con queste parole:

Genealogia di Gesù [23] (…) [37b] Figlio di Cainam, [38] figlio di Enos, figlio di Set, figlio di Adamo, figlio di Dio. (Lc 3, 23-38)

Cioè, partendo da Gesù di Nazaret, ha fatto la genealogia a rovescio, fino ad arrivare al primo uomo, Adamo, figlio di Dio, voluto e generato da Dio.

[1] Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto [2] dove, per quaranta giorni fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame. [3] Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane». [4] Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo». [5] Il diavolo lo condusse in alto, e mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: [6] «Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. [7] Se ti prostri dinanzi a me, tutto sarà tuo». [8] Gesù gli rispose: «Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai». [9] Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; [10] sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano; [11] e anche: essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra». [12] Gesù gli rispose: «è stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo». [13] Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato». (Lc 4, 1-13)

Dicevo, il contesto è quello della genealogia di Gesù, che risale fino ad Adamo. E vuol dire che la lotta che si era svolta nel giardino di Eden e che si era conclusa con la ribellione a Dio e con il peccato, questa lotta adesso viene ripetuta in un figlio di Adamo, in Gesù di Nazaret, figlio dell’uomo.

Viene ripresa, questa lotta, stavolta nel deserto, per quaranta giorni; al termine di questi quaranta giorni ci sono quelle tre tentazioni che vengono ricordate.

E che nascono dalla consapevolezza di quello che Gesù è.

Proprio perché Gesù è il Figlio di Dio (è il Figlio di Dio, è stato proclamato tale nel momento del battesimo, ne ha quindi consapevolezza piena), dunque se è Figlio di Dio, allora ne vengono una serie di conseguenze sullo stile dì vita, sulla scelta che può operare nei suoi comportamenti.

«Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane».

Vuol dire: «Hai il potere, usalo!»

Ma si potrebbe anche dire: «Usalo, s’intende, per te, ma anche per gli altri. Se tu impari a dare pane agli uomini, quindi a rispondere ai loro bisogni, alle loro necessità, fai una cosa straordinaria e bella, e buona, e utile: trasformare le pietre in pane è una trasformazione utile per l’umanità. Vale la pena?».

Se voi notate, tutte le tentazioni che vengono proposte a Gesù, hanno un aspetto vero e giusto, e buono: la tentazione sta proprio lì, sta nel vedere l’aspetto positivo e dimenticare la sottomissione al progetto di Dio, alla volontà di Dio.

Si possono trasformare le pietre in pane ma bisogna rimanere dentro alla volontà di Dio e quindi in un atteggiamento di sottomissione a Lui. Quando e come Dio vorrà.

Viene offerto a Gesù il potere sul mondo. Bene, è venuto esattamente per questo, è venuto per conquistare il potere sull’umanità, è venuto per diventare il Signore, perché l’umanità sia sottomessa a Lui, perché il cosmo, dirà San Paolo, sia sottomesso a Lui.

Non è mica sbagliata la prospettiva di diventare padrone del mondo, ma è il modo e il tempo che non corrispondono alla volontà di Dio.

Gesù diventerà padrone del mondo, ma diventerà padrone del mondo donando la vita, non esercitando un potere satanico.

Si può immaginare così il potere sull’umanità: si può immaginare che attraverso un pochino di cinismo e di ingiustizia, si riesca a fare carriera e si riesca a conquistare anche un posto di potere, di autorità sul mondo.

E qualcuno potrebbe anche pensare che valga la pena accettare qualche compromesso, perché una volta che ho il potere, lo userò poi a favore degli uomini, lo userò per la giustizia, lo userò per la verità, per l’amore. E per raggiungere uno scopo così bello vale la pena anche pagare qualche compromesso.

Vale la pena allora adorare satana, cioè pagare un tributo a lui?

In realtà, per certi aspetti, satana ha ragione quando dice: “Ti darò tutta … la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio”; fa un discorso che è radicalmente cinico, ma che non è mica stupido. E vero che satana non ha un potere eterno sul mondo e non ha nemmeno un potere universale, non riesce a dominare tutto; però ne domina delle fette notevoli, però un certo potere lo esercita effettivamente sul mondo. E se uno fa un patto col diavolo può anche conquistare qualche cosa, può anche diventare una persona potente: ci sono stati di quelli che hanno fatto un patto con la morte e che in questo modo hanno conquistato degli spazi nel mondo, non è mica impossibile questo.

Ora Gesù è venuto esattamente per conquistare potere sugli uomini ma come e quando vorrà Dio. Il potere non lo conquisterà lui, glielo darà il Padre.

Alla fine del Vangelo di Matteo c’è scritto:

“Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra”.

“Mi è stato dato” vuol dire: non l’ho rubato io, non l’ho preso secondo i miei criteri: mi è stato donato da Dio.

Gli è stato donato al termine della sua obbedienza. Gesù ha percorso il cammino della obbedienza: alla fine di quel cammino Dio gli ha dato potere, ma un potere nato dall’amore, dal dono di sé.

E lo stesso vale per la terza tentazione, quella in cui il satana propone a Gesù di evitare la morte: “Buttati giù e fatti salvare”. Siccome c’è scritto nel Salmo che Dio proteggerà i suoi figli, che Dio impedirà ai suoi eletti di essere schiacciati dalla morte, tu usa questo potere, usa questa promessa di Dio: «Ai suoi angeli darà ordini per te, perché essi ti custodiscano… Essi ti sosterranno con le mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra».

E notate l’aspetto positivo di questo: Gesù è venuto per vivere. La fiducia in Dio è la fiducia nel Dio della vita, quindi del Dio che proteggerà la mia vita, che la custodirà dalla morte.

Su questo non c’è dubbio, la fede è la fede nel Dio che dà la vita.

Allora se è fede nel Dio che dà la vita, evitiamo la morte. Invece no, è fede nel Dio che dà la vita anche nel morire.

Gesù Cristo dovrà conoscere l’angoscia e la paura della morte e dovrà fidarsi del Dio della vita proprio mentre muore. Non potrà porre davanti a Dio la condizione del:

“O tu mi salvi o tu non sei il Dio della vita”.

No, io proclamo che tu sei il Dio della vita anche quando la tua volontà concreta adesso è la mia morte, è la mia sofferenza.

E non c’è dubbio che Gesù sarà liberato dalla morte, ma con la risurrezione: quindi nei modi e nei tempi che vuole Dio, non nei modi e nei tempi che poteva immaginare nella sua realtà umana, nei tempi e nei modi che vorremmo noi.

Allora il racconto delle tentazioni è da questo punto di vista programmatico e fondamentale.

Tutta la vita di Gesù è sulla premessa, sulla base di questa scelta che Gesù ha fatto all’inizio: la scelta di dare la vita agli uomini, ma come e quando vuole Dio; la scelta di conquistare il potere ma ricevendo dalle mani di Dio; la scelta di vincere e di superare la morte ma affidando a Dio la vittoria sulla morte e quindi i tempi e i modi di realizzazione.

Insomma, il discorso delle tentazioni vuol dire: Gesù impara ad avere fiducia in Dio, nel Padre, al di là di tutte le esperienze empiriche, concrete, che gli si presentano. Quindi ad avere più fiducia in Dio di quanto possa avere paura della morte; ad avere più fiducia in Dio di quanto possa essere premuto dall’insuccesso, dal rifiuto degli altri, da tutte queste realtà; ad avere più fiducia in Dio di quanto possa essere condizionato dal bisogno concreto, per esempio di mangiare.

Fare questo atto di fiducia vuol dire effettivamente recuperare l’umanità dell’uomo davanti a Dio, recuperare il senso giusto del suo atteggiamento nei confronti del Dio della vita.

Ed è per questo che tutta la narrazione del Vangelo è come accompagnata in filigrana dal riferimento alla Passione di Cristo, alla morte di Cristo.

La morte non è solo un momento della sua carriera umana, il momento terminale: la morte è una dimensione che accompagna tutte le scelte di Gesù. Ma non la morte nel senso di rifiuto della vita, s’intende; la morte nel senso di una obbedienza radicale in Dio e di una fiducia in Dio così grande da rimanere tale anche di fronte all’insuccesso e anche di fronte alla sofferenza.

La via di Gesù è la via dell’obbedienza e quindi della passione.

Il racconto delle tentazioni termina così in Luca:

Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato.

E il tempo fissato è naturalmente quello della passione, quello del Getsemani, quando il satana porrà concretamente davanti a Gesù la prospettiva dell’angoscia della morte, la paura della morte, che Gesù conosce e di fronte alla quale Gesù dovrà prendere posizione.

È significativo che la fiducia di Gesù nel Padre non gli toglie l’angoscia della morte, non gli toglie la paura: gli dà però la capacità di accettare la paura rimanendo obbediente; gli dà la capacità di non fuggire dalla morte anche se l’angoscia lo attanaglia; gli dà la possibilità di dire di sì nonostante tutto.

Sì, non alla morte: sì al Padre; sì al Padre anche quando questo sì viene pronunciato dentro alla esperienza del fallimento e della morte. Il Getsemani vuole dire essenzialmente questo.

Lo avevamo già commentato nel Vangelo secondo Marco, al capitolo 14°, versetto 32, e riprendiamo solo alcune cose:

[32] Giunsero intanto a un podere chiamato Getsemani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». [33] Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. [34] Gesù disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». (Mc 14, 32-34)

Notate questa espressione di Gesù: «L’anima mia è triste fino alla morte». Notatela perché è, nella prima parte, una citazione del Salmo 42:

«Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio».

Quindi è la citazione di un Salmo. Cosa vuol dire? Vuol dire che trovandosi di fronte alla paura, Gesù riesce a dire questa paura, riesce a dirla con delle parole. Anzi riesce a dirla con le parole della scrittura.

Che cosa vuol dire questo?

Una cosa molto semplice. Vuol dire che in questo modo anche la tristezza, anche la paura stanno dentro alla parola di Dio, stanno dentro al suo rapporto con Dio. Non gli sta succedendo qualche cosa di anomalo, qualche cosa di non analizzabile. È vero che è difficile capire fino in fondo il senso di quella paura e di quell’angoscia: ma è altrettanto vero che la possiamo dire con le parole della scrittura, quindi che la possiamo dire dentro al dramma del rapporto con Dio.

Capite cosa voglio dire?

Dire la paura con delle parole è, dal punto di vista umano, già in qualche modo uscire fuori dalla paura. Quando la riusciamo ad esprimere, una paura, in qualche modo abbiamo incominciato a dominarla. Le parole sono, stranamente, uno strumento con cui l’uomo domina la sua esperienza. Quando io, la mia esperienza, la dico, l’ho compresa; l’ho messa dentro a quelle parole, le ho dato una faccia, un volto e quando la paura incomincia ad avere una faccia, un volto, non è più così spaventosa come poteva apparire prima. Per questo è così importante sfogarsi e dire in parole quello che si prova, quello che si sente, dal punto di vista umano.

Ma qui c’è qualche cosa di più: io lo dico con le parole della scrittura, con le parole di un Salmo.

Parole di un Salmo vuol dire le parole della esperienza di un rapporto con Dio; vuol dire che la faccio entrare non solo dentro alla mia capacità di comprendere, ma la faccio entrare dentro al rapporto con Dio.

Questa paura fa parte del dramma dell’avventura e della fede, dell’avventura dei rapporto con Dio.

Per questo è ancora prezioso per noi imparare le parole della scrittura perché ci permettono, quelle parole, di trasformare in dialogo con Dio ogni cosa: la paura e la gioia, la contemplazione dell’universo e l’avvilimento interiore che possiamo provare in un certo momento.

Quando intoniamo il cantico delle creature, come abbiamo fatto questa mattina, il cantico di Daniele, capitolo 3, è la nostra esperienza dell’universo, è il fatto di aprire la finestra e guardare il mare e rimanere stupiti: è questo fatto, umano e psicologico, che però incomincia a entrare dentro al rapporto con Dio, all’avventura del mio rapporto con Dio.

Gesù vive questo di fronte alla sua passione.

Il problema è: «L’anima mia è triste fino alla morte».

Si può continuare a credere nel Dio della vita quando si sperimenta l’itinerario verso la morte? E possibile continuare a credere?

Torno a dire.

Credere non vuol dire credere che Dio esista, Dio può esistere anche se io muoio, su questo non c’è problema. Ma il problema è credere che Dio è il Dio della vita per me, che Dio è la mia vita. Posso continuare a credere che Dio è la mia vita quando muoio, di fronte alla morte, quindi di fronte alla perdita assoluta di potere su di me?

Tutto quello che è vita mi viene rubato via, mi viene portato via: posso continuare a credere che Dio è la mia vita, lì, in quel momento?

Gesù, dice il testo:

«Andato un po’ innanzi, si gettava a terra»,

si gettava a terra, il testo usa un imperfetto,

«e pregava».

L’imperfetto dice un’azione continuata. E vero che gettarsi a terra si fa una volta sola, ma sembra che sia un atteggiamento così profondo da diventare la figura di Gesù in questo momento.

«E pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora. E diceva: «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu».

Che passasse da lui quell’ora, è l’ora della passione, ma è qualche cosa di più significativo.

L’ora, nel vocabolario giovanneo, diventerà il momento del compimento e della realizzazione personale di Gesù, cioè il momento in cui Gesù è pienamente se stesso.

È perfettamente, diremmo in termini psicologici, e pessimi per quanto riguarda il problema però non so qualche cosa di meglio, è perfettamente realizzato. La sua vita è compiuta, direbbe la lettera agli Ebrei.

Però questa ora si presenta a Gesù con i lineamenti dell’angoscia, della morte e quindi Gesù pregava che passasse da lui quell’ora.

E c’è un mistero in questa preghiera: c’è un mistero perché, se ricordate, il Vangelo dice che una preghiera fatta con fede viene sempre esaudita.

Il Vangelo di Marco lo dice con una chiarezza impressionante al capitolo 11, 22-23:

[22] Gesù allora disse loro: «Abbiate fede in Dio! [23] In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: “Levati e gettati nel mare”, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato».

Quindi se uno fa una preghiera con fede, con fede piena, la preghiera viene esaudita.

Bene, qui c’è una preghiera: non possiamo dire che sia stata fatta con poca fede, la fede di Gesù è, per definizione, piena. Però non viene esaudita.

Non viene esaudita: bisognerebbe metterci una piccola riserva. Non viene esaudita in quello che è il suo tono immediato, che passasse da lui quell’ora.

Però è vero che ogni preghiera, ogni preghiera cristiana richiede due cose: da una parte la fiducia, sempre, dall’altra la disponibilità a sottomettersi a Dio.

In ogni preghiera c’è sempre questo atteggiamento implicito, a volte esplicito. Voglio dire: mica tutte le volte che io prego metto immediatamente in luce la mia sottomissione alla volontà di Dio. Ma se prego davvero, se la preghiera è non una forma, ma è una realtà, una decisione del cuore davanti a Dio, ogni preghiera contiene implicitamente o esplicitamente la sottomissione alla volontà di Dio.

Nel nostro caso Gesù lo dice esplicitamente: «Abbà, Padre! Se possibile, allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu».

Dove c’è la volontà umana di Gesù, il desiderio istintivo: «Allontana da me questo calice»; però c’è anche la sua sintonizzazione senza riserve sulla volontà del Padre: «Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu».

E allora è su questo piano che paradossalmente la preghiera di Gesù viene esaudita.

Viene esaudita non perché Gesù viene liberato dalla morte, ma viene esaudita perché attraverso questa preghiera la vita di Gesù viene sottomessa perfettamente alla volontà del Padre.

Termina, la vita di Gesù, per diventare obbedienza piena, obbedienza completa, obbedienza perfetta.

E questo, alla fine, è quello che la preghiera vuole ottenere: c’è un itinerario di conformazione alla volontà di Dio, che si compie nella preghiera.

La preghiera vuole ottenere questo: vuole ottenere che la mia volontà e la volontà di Dio diventino una volontà unica; vuole ottenere che la mia vita e il progetto di Dio diventino una realizzazione unica.

Si potrebbe dire: allora è inutile chiedere delle cose, è meglio chiedere: «Padre sia fatta la tua volontà», basta questo. È inutile che io chieda del pane per mangiare perché ho fame, che io chieda la liberazione dalla morte perché ho paura. Basta che io chieda: «Padre sia fatta la tua volontà».

Invece no, invece stranamente il Vangelo dice di chiedere, e di chiedere quelle cose di cui umanamente abbiamo bisogno, di chiedere quelle cose che esprimono un desiderio di vita del nostro cuore.

Ed è fondamentale anche questo.

Perché?

Perché se io prego solo: «Padre sia fatta la tua volontà», c’è il rischio che questa preghiera diventi una preghiera aerea, una preghiera bellissima, ma troppo bella; elevata, ma così alta che passa sopra alla mia testa, che passa sopra al tessuto quotidiano delle mie esperienze.

Ma è il tessuto quotidiano delle mie esperienze che deve essere sintonizzato con Dio, non semplicemente la mia mente, la mia intelligenza. Sono i desideri istintivi, sono i bisogni concreti che debbono pian piano essere plasmati secondo la volontà di Dio.

Allora bisogna partire da lì, fossero anche le cose più banali di questo mondo, fossero anche la richiesta più infantile di questo mondo.

Se questa richiesta c’è nel mio cuore, se questo bisogno o desiderio c’è nel mio cuore, la preghiera parte di lì, perché quel desiderio deve pian piano essere plasmato e introdotto dentro alla volontà di Dio.

Quello che Gesù ha fatto nel Getsemani: «Abbà, Padre!… Allontana da me questo calice!».

Poi lasciate passare un po’ di tempo, lasciate passare tutto il tempo che dal punto di vista umano è necessario perché la volontà di Dio si faccia spazio dentro alla nostra libertà.

E allora viene fuori: «Non però la mia, ma la tua volontà sia fatta».E a questo punto il cammino di conformità è compiuto, ma a partire dal desiderio umano, dai bisogni umani.

E così attraverso questa sintonizzazione sulla volontà di Dio, Gesù ha portato a compimento la sua vita.

Dobbiamo però aggiungere un altro elemento che è quello parallelo: non dico un’altra cosa, dico semplicemente la stessa cosa con delle parole diverse. Lo troviamo questo elemento nel famoso versetto che inizia il racconto della passione di Giovanni, capitolo 13, 1, che abbiamo ripetuto molte volte.

Dice San Giovanni così:

[1] Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.

Ed è, dicevo, il programma del racconto pasquale secondo Giovanni.

Pasquale vuol dire che riguarda un qualche passaggio perché, se ricordate, gli Ebrei interpretano il nome Pasqua come passaggio. Che questo dal punto di vista filologico sia vero o falso non ci interessa, probabilmente dal punto di vista filologico il nome Pasqua viene da un’altra radice, ma questo non è il problema. Il problema è che Pasqua viene interpretato come passaggio.

Passaggio, s’intende, dall’Egitto alla terra promessa, cioè dalla schiavitù alla libertà, dalla condizione di oppressione a una alleanza con il Signore, che è il passaggio di Israele.

Bene, adesso questa non è più la Pasqua: questa è la Pasqua di Gesù, è la sua ora di passare da questo mondo al Padre.

Il passaggio è il passaggio di Gesù e non un passaggio qualsiasi: che so, il passaggio dall’Egitto alla terra promessa, che era una cosa stupenda e grande, ma era sempre un passaggio che stava dentro alle coordinate del tempo e dello spazio umano.

Questo è il passaggio da questo mondo al Padre. E non lasciatevi mica impressionare per il fatto che qui è il passaggio di una persona sola. Il passaggio della liberazione dall’Egitto era quello di un popolo che ci ha messo tanto tempo per attraversare il Mar Rosso, era una liberazione di massa. Qui uno potrebbe dire è una cosa più piccola perché è una persona sola.

È vero che è una persona sola ma qui avviene qualche cosa di straordinario: qui avviene che un pezzo di umanità diventa eterno, che un pezzo di carne umana diventa divina.

Il passaggio da questo mondo al Padre vuol dire che l’umanità di Gesù diventa eterna.

Quindi, che tutto l’aspetto del limite, della biologia e del tempo umano viene violato, sconfitto attraverso la eternizzazione dell’uomo, quindi qui c’è qualche cosa di unico e definitivo.

La liberazione dall’Egitto è grandissima ma non è definitiva: una volta liberato dall’Egitto, Israele dovrà conoscere altre oppressioni perché la storia è fatta così, la storia è fatta di su e di giù.

Qui il problema è quello dell’ingresso dell’eternità nella storia, o della storia nell’eternità: il passaggio da questo mondo al Padre. In questo senso siamo davanti a qualche cosa di unico.

«Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre».

Quindi è il momento del compimento della sua vita, anzi è il momento del compimento della storia del mondo.

Il mondo esiste per questo momento qui, esiste per questo ingresso nell’eternità, nel mondo di Dio: l’umanità vive per questo, per potere avere questo spiraglio di ingresso nella esistenza di Dio.

Bene, come fa Gesù a compiere questo passaggio?

«Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine».

«Avendo amato, li amò sino alla fine». In tutta la sua vita non ha fatto altro che amare, che amare i suoi, con le parole, con i gesti, con la premura, con il perdono, con le liberazioni che ha compiuto: adesso questo amore viene portato al compimento, viene portato alla perfezione.

Come?

Con il dono della vita, con la passione.

La passione è la vita trasformata in dono: non gli rimane più niente.

Quando faceva un miracolo gli rimaneva pure la sua vita, regalava un po’ di attenzione, un po’ di tempo, un po’ di simpatia, ma gli rimaneva la vita, quella era ancora roba sua. Gli rimaneva il tempo, gli rimanevano gli amici.

Adesso non gli rimane più niente, tutta quella vita che ha, viene donata, tutta quella vita che aveva, le energie fisiche, psicologiche, i rapporti, tutte queste cose viene donato, viene perduto: o meglio, viene trasformato in amore.

In questo modo Gesù passa da questo mondo al Padre.

È l’amore verso gli altri: quando diventa serio, quando diventa autentico, quando diventa dono di sé, è questo amore che apre uno spiraglio nell’eternità, che permette di passare dalla condizione umana mortale alla condizione divina eterna. Che permette quindi, se volete, alla potenza di Dio di fare irruzione nella storia e alla storia di entrare nell’eternità.

L’amore, la porta è questa, l’amore è il dono di sé;

[35] Se qualcuno tiene stretta la sua vita la perderà, ma se qualcuno dona la sua vita per me e per il Vangelo la troverà. (Mc 8, 35)

Questo è il discorso classico:

[24] Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo, se muore produce molto frutto. (Gv 12, 24)

Non c’è altro modo che il morire per vivere, non c’è altro modo che il donare per conquistare, per avere.

E questo è l’altro modo di vedere la morte di Gesù. L’abbiamo vista prima come perfetta obbedienza al Padre, quindi come un’obbedienza e una fede vissuta anche quando dei motivi per avere fede non ce ne sono più. La fede nel Dio della vita quando la vita non c’è più, la mia vita.

Bene, lo possiamo dire con altre parole, ed è la stessa cosa, è la stessa esperienza vista da un’altra angolatura, ed è quella di una vita trasformata in amore: vita trasformata in obbedienza a Dio, o vita trasformata in amore agli altri, è, dicevo, la stessa cosa da due prospettive diverse.

In questo modo Gesù passa da questo mondo al Padre.

E di fatto se voi andate avanti a leggere il brano che segue, il discorso Giovanni lo sviluppa con molta chiarezza:

[2] Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, [3] Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava. (Gv 13, 2-3)

Guardate questa solennità: il Padre gli ha dato tutto nelle mani, Gesù può fare quello che vuole, ma davvero, può fare quello che vuole.

Ma che cosa deve fare? «Era venuto da Dio e a Dio ritornava». Deve ritornare al Padre, questa è la sua scelta, quella del vivere con il potere che il Padre gli ha dato per ritornare a lui.

E come fa a ritornare al Padre allora?

[3] Si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. [4] Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli.

Il modo per ritornare al Padre è lavare i piedi ai discepoli, col significato simbolico che questo ha, evidentemente: è la vita di Gesù trasformata in servizio, è la passione di Cristo, la lavanda dei piedi, vissuta come servizio.

Questo è il modo con cui si ritorna al Padre, questo è il modo con cui la esistenza mondana, umana dell’uomo con tutta la sua fragilità diventa divina, diventa riflesso dell’amore di Dio e della santità di Dio, diventa esperienza di eternità, ha il sapore dell’eternità.

Questo d’altra parte non è così strano, se voi ricordate la prima lettera ai Corinzi, capitolo 13, sul quale forse torneremo, l’inno alla carità, quando San Paolo dice che tutti i carismi dell’uomo, tutte le cose belle che l’uomo riesce a realizzare sono radicalmente effimere, durano un po’ di tempo. La scienza, la profezia e qualunque esperienza carismatica sono realtà di questo mondo e hanno la loro validità fino a che si rimane in questo mondo: ma quando si entra al cospetto di Dio a che cosa serve la scienza dell’uomo e a che cosa può servire la profezia dell’uomo?

La profezia vale fino a che ci sono le tenebre su Dio e allora la profezia fa intravedere qualche squarcio di Dio, ma quando si vede Dio a faccia a faccia la profezia non serve assolutamente a niente.

Rimane una cosa quando si guarda Dio a faccia a faccia: l’amore.

Perché Dio è amore e questa è l’unica realtà che oltrepassa i confini della morte, l’amore.

Dio è amore e chiunque rimane nell’amore rimane in Dio. Per questo varca il confine della morte.

Allora la logica del Gesù Cristo è proprio questa: quella di un uomo, Gesù di Nazaret, che ha trasformato la sua esistenza umana in obbedienza a Dio o, che è la stessa cosa, ha trasformato la sua obbedienza umana in amore verso gli uomini.

Facendo questo la vita di Gesù è entrata nella pienezza della vita di Dio. È risorto e glorioso.

Facendo questo, torniamo alla lettera agli Ebrei, al brano dal quale siamo partiti, capitolo 10:

[9] Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio,

  • cioè i riti dell’Antico Testamento, «per stabilirne uno nuovo»,

  • cioè il rito della sua volontà, il dono della sua volontà.

[10] Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre». (Eb 10, 9-10)

Gesù ha fatto dono della sua vita e questo dono diventa sorgente di santificazione per noi. S’intende, e questo lo vedremo poi andando avanti, diventa sorgente di santificazione se noi questo dono lo accogliamo e lo facciamo nostro.

Il lavoro sarebbe ancora quello che dicevamo questa mattina: se prendete alcuni dei brani che noi abbiamo commentato, fermatevi su quello lì, non è necessario che ripassiate tutte le cose che diciamo, perché non dovete dare l’esame sul contenuto delle prediche.

Vale la pena che prendiate qualche cosa di significativo e soprattutto che quel qualche cosa lì vi permetta di mettervi sotto lo sguardo di Dio e in dialogo con Lui.

Quindi prendete una parola del Vangelo e cominciate a parlare con il Signore. Prendetela come parola sua da ascoltare, ma poi entrate in questo rapporto con Lui, perché se volete fare bene gli esercizi, li dovete fare non in rapporto al predicatore e neanche in rapporto alle cose che il predicatore dice, ma in rapporto a quel Dio di cui parlano le cose che il predicatore dice.

Cioè le cose che dico servono semplicemente a collocarvi davanti al Dio dì Gesù Cristo, o a Gesù Cristo come parola di Dio. Se voi fate questo incontro con Gesù Cristo allora è fatta, siete addomesticati. Stavo per dire una volta per sempre, ma questo non è mai vero una volta per sempre: però la ferita ci rimane in tutti i modi se fate così.

Se rimanete solo sulle parole o sul predicatore, questo può essere un bravo predicatore o belle parole, però passa. Cioè, dopo, il cammino della vita mette davanti tante altre cose diverse, o impressionanti o seducenti, che queste cose qui non rimangono.

Se incontrate il Signore, però, questo qui rimane, garantito.

“Per la vita del mondo” Il progetto di vita cristiana vissuto nel mondo – 3

Omelia
2° Giorno

Parola di Dio: (Ap 7, 2-4.9-14 / 1 Gv 3, 1-3 / Mt 5, 1-12a).

Si legge nel Vangelo che, dopo un discorso duro di Gesù, molti dei suoi discepoli lo abbandonarono.

Allora Gesù si rivolse verso i dodici e disse loro: “Volete andarvene anche voi?”.

Rispose Pietro dicendo: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e sappiamo che Tu sei il Santo di Dio”.

E credo che un brano di Vangelo come quello che abbiamo ascoltato ci possa proprio fare ripetere la professione di fede di Pietro. “Tu, o Signore, hai parole di vita eterna”, perché le beatitudini sono parole che affascinano. Sono come parole stregate, che da un certo punto di vista sono uno choc, un pugno nello stomaco, ma dall’altro punto di vista sono parole di fronte alle quali dobbiamo riconoscere che sono vere.

Qui c’è una ricchezza, una gioia, un segreto di novità di vita che è impressionante e che, senza dubbio, ci affascina.

Ci sono molti libri, molte parole belle nel mondo.

Uno legge Platone, rimane sorpreso, ammirato, però nessuno credo si senta di dire a Platone: “Tu hai parole di vita eterna”. Hai parole grandi, hai parole belle, hai parole che fanno pensare, che arricchiscono. Ma di fronte al Signore possiamo dire con convinzione: non sappiamo certamente tante cose; però di fronte a questo Vangelo, cosa come di fronte al Vangelo, in genere, la professione può venire: “Tu hai parole di vita eterna!”.

E sono parole che ci mettono davanti, oggi, una specie di identikit dell’uomo che è in sintonia con il Regno di Dio con questa litania di beatitudini: beati i poveri in spirito; beati gli afflitti… Ci colpisce anche perché, in fondo, vorrebbe rispondere a un desiderio che è dell’uomo di sempre, che è dell’uomo di oggi.

L’uomo di oggi è un affamato e un assetato di felicità: la cerca, la vuole.

Tanto ne siamo assetati, che gli agenti di pubblicità se ne approfittano e ci vendono i detersivi come strumenti di felicità. E ci vendono i dentifrici, perché ci fanno pensare che con quelle cose lì la vita diventa, molto più bella, molto più beata, tranquilla, sorridente. Vuol dire che giocano proprio su questo desiderio, che sta dentro al nostro cuore.

E le beatitudini giocano nello stesso modo, ma giocano in un modo misterioso, perché capovolgono molte delle nostre attese e certamente molti dei nostri comportamenti. Le beatitudini vanno contro di noi, vanno contro quello che normalmente pensiamo, e soprattutto quello che normalmente facciamo. Bisognerebbe dire che per noi sono beati i ricchi, sono beati i gaudenti, sono beati i prepotenti, sono beati quelli che non hanno troppi scrupoli sulla coscienza, sono beati quelli che non si lasciano intenerire dalla compassione e così via. Quelli che sanno ingannare, bene, quelli che sanno vincere, questi sono i beati. Le beatitudini nel Vangelo vanno esattamente all’opposto, per questo sono un capovolgimento, sono uno choc, sono una rivoluzione.

Ci viene chiesto di valutare le cose e le situazioni in modo totalmente nuovo. E sappiamo che sarebbe giusto; sappiamo che è giusto il mondo delle beatitudini e che è sbagliato il nostro.

E che il nostro modo di cercare la felicità si realizza semplicemente per abitudine, perché prendiamo la strada più facile, quella che ci viene suggerita dall’ambiente o quella che ci viene suggerita dalla paura di fare fatica. Ma la strada giusta sappiamo che è questa qui.

Quello piuttosto che ci rimane come un dubbio è che questa sia la strada vera ma un po’ utopistica. Che in fondo è vero che il mondo così sarebbe più bello, però è impossibile, è al di là delle forze umane, al di là delle capacità dell’uomo concreto che è un uomo debole, lì a metà, che può avere anche dei grandi desideri, ma che ha delle piccole realizzazioni.

E allora credo che il Vangelo ci venga annunciato proprio per superare il nostro scoraggiamento, il nostro avvilimento; per dirci che in realtà queste cose sono possibili, sono belle e possibili.

Belle, e le dobbiamo desiderare; possibili, e allora dobbiamo incominciare a camminarci incontro.

Perché sono possibili?

Beh! Primo, perché sono non un identikit astratto, cioè l’idea dell’uomo perfetto, ma sono il volto di Cristo, l’identikit di una persona concreta. Gesù Cristo è il povero in spirito, afflitto, mite, che ha avuto fame e sete della giustizia, che vuol dire fare la volontà di Dio misericordioso; puro di cuore, operatore di pace.

Queste cose qui noi le abbiamo viste, gli uomini le hanno viste nella loro storia. Quindi non sono delle idee, sono delle realizzazione. Quello che Gesù pronuncia è quello che Gesù prima di tutto ha fatto.

E Gesù è un uomo. E vero che è Figlio di Dio, ma è vero che è uomo e perfettamente uomo e che la sua carne era come la nostra, che quindi la sua fatica nel realizzare le beatitudini era la-fatica dell’uomo. Il fatto che ci sia riuscito, che l’abbia realizzato, che l’abbia portato fino al dono della sua vita, è per noi un motivo di consolazione. E perché uno non si difenda dicendo che poi Gesù era un caso unico e che noi siamo un tantino diversi da Lui, bene! oggi facciamo la festa di tutti i Santi, per dire, che tutti i Santi poi, in realtà, era gente come noi.

Su questo non ci sono mica dei dubbi.

  1. Francesco non era di una razza speciale e aveva anche tutti i limiti psicologici e umani, che sono quelli delle persone normali. Ha sofferto dal punto di vista psichico, ha sofferto dal punto di vista fisico, ha sofferto dal punto di vista sociale. S. Francesco, come razza, era un uomo come tutti gli altri. Ma vuol dire che il Signore è capace di fare, con del materiale povero come il nostro, dei capolavori.

Gli artisti fanno così. Non hanno mica bisogno di materiali straordinari. Lo straordinario è nella loro intuizione. E così il Signore. Quando fa le cose, non ha bisogno di materiali straordinari, lo straordinario ce lo mette Lui nella sua intuizione. In quella idea di santità che Dio ha in testa e che vuole realizzare con il materiale, mettete anche di scarto, che siamo noi.

Non credo che siamo materiale… ma al limite anche con quello lì, anche con il materiale da poco. Il Signore può fare delle cose belle, e le ha fatte, e oggi vogliamo proprio celebrare il fatto che il Signore questo lo ha compiuto. Vogliamo quindi rinnovare la fiducia che questa parola qui è possibile, che le beatitudini sono possibili. E dicevo: sono possibili in concreto proprio per noi.

La 2ª lettura, che abbiamo ascoltato da S. Giovanni, dice: “Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre, per essere chiamati figli di Dio,e lo siamo realmente”.

Quindi non solo dobbiamo diventare simili a Gesù Cristo, ma siamo già, realmente figli di Dio. Cosa vuol dire?

Andiamo un pochino al di là della lettera di S. Giovanni, ma credo non molto al di fuori della sua intenzione. I figli ricevono dai genitori il codice genetico. E vuol dire che ricevono dal genitori quella informazione che costruisce la loro vita. Costruisce il loro organismo, costruisce la statura, il colore dagli occhi e dei capelli, il modo con cui si articolano le membra e tutte queste cose qui. Cioè, un figlio assomiglia ai genitori perché da loro riceve un codice genetico, e quel codice genetico è il principio di orientamento di tutta la sua formazione biologica.

Beh! Credo che si possa dire che noi abbiamo ricevuto da Dio un codice genetico. Si intende, non un codice genetico materiale, ma quel codice genetico che è la Parola di Dio.

La Parola di Dio è veramente un codice genetico. Contiene una serie grande di informazioni. Le informazioni che sono necessarie per costruire un santo. E quella Parola viene messa dentro al nostro cuore; proprio dentro. La Parola di Dio non è qualcosa che entra solo negli orecchi e non è nemmeno qualcosa che entra solo nell’intelligenza, ma è una realtà che plasma dall’interno. Almeno questa è la convinzione di tutta la Bibbia.

  1. Pietro nella prima lettera dice che“siete stati rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale”, cioè la Parola di Dio viva ed eterna. È un seme, un codice genetico. Un seme che ha dentro di se la capacità di crescere. È piantato dentro al nostro cuore ed è capace di orientare, di plasmare il cuore secondo il progetto di Dio, secondo il progetto della santità di Dio.

E accanto alla Parola di Dio, come strumento di edificazione della vita cristiana, ci sta ancora il suo Spirito.

Ne parlavamo prima. Lo spirito di Dio è stato messo dentro i nostri cuori per farci desiderate quello che desidera Dio per farci volere quello che vuole Dio, per farci osare quello che è necessario per rispondere a Dio. Questo vuole dire: “siamo chiamati figli di Dio”. Non è semplicemente una affermazione mitologica, che ci lascia stupiti, ma che non ha riscontro nella realtà effettiva.

No il riscontro c’è; è nello Spirito di. Dio che è dentro di noi. Ed è così vero questo (dice S. Giovanni) che la ragione per cui “il mondo non ci conosce, è perché non ha conosciuto Lui”.

E vuole dire: Gesù Cristo è stato un mistero per il mondo. Il mondo se l’è trovato lì in mezzo. Ha cercato di guardarlo, di capirlo. Ha visto quello che faceva e ha ascoltato quello che diceva, ma non lo ha mica capito. E rimasto un mistero per il mondo, perché l’origine vera di Gesù era Dio, il Padre, e fino a che uno non vede dentro a Gesù l’immagine del Padre, non capisce Gesù. Gesù rimane un mistero per lui.

Vale per Gesù quello che il Vangelo di S. Giovanni dice dell’uomo che e dallo Spirito, con quella piccola parabola che, forse, ricordate:

Il vento soffia dove vuole; ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va. Così è di ogni uomo che è nato dallo Spirito”.

E vuole dire: un uomo che nasce dallo Spirito è un uomo, quindi che vive in mezzo agli altri, che parla la lingua degli altri, che compie i gesti degli altri, quindi per certi aspetti è uguale agli altri ed è facilmente percepibile. S. Francesco lo vedevano tutti, lo ascoltavano tutti. E però l’uomo che nasce dallo Spirito è un mistero.

  1. Francesco è un mistero. Da dove sia mai venuto. fuori S. Francesco, rimane misterioso per gli uomini. Certamente non è venuto fuori semplicemente da Assisi, dalla sua famiglia, è venuto fuori dallo Spirito. È lo Spirito che lo ha guidato in quella direzione. E così dovrebbe essere di ciascuno di noi.

Quando nella vita di un uomo, quell’uomo fa una scelta di giustizia, di verità rimettendoci, (supponete: c’è un uomo che di fronte ad una alternativa, sceglie l’ingiustizia invece che l’interes-se) beh, per il mondo non è mica facile da capire questo qui, perché il mondo ragiona a motivo dell’interesse, e dove non ha interesse, quello non si capisce. Bisogna che abbia dei motivi misteriosi, nascosti, perché contro l’interesse non ci si va.

Bene!

L’uomo che nasce dallo Spirito fa così: cioè compie delle azioni, delle scelte che sono giustificabili solo se uno si ricorda che così ha fatto Gesù Cristo, e che lo Spirito Santo guida in quella direzione lì, altrimenti rimangono misteriose. E allora dice ancora S. Giovanni: “Chiunque ha questa speranza in Lui, purifica se stesso come Egli è puro”.

Abbia.mo detto almeno due o tre volte in questi due giorni che la santità è un dono di Dio. Ma proprio perché è un dono di Dio, è un compito dell’uomo. I doni di Dio non esonerano mai l’uomo dall’impegno. Dio ci dona di essere santi, allora dobbiamo ogni giorno diventare santi “E chiunque ha questa speranza, purifica se stesso come Egli è puro”. La vita cristiana diventa un cammino di purificazione.

Cosa vuole dire “di purificazione”? Vuol dire arrivare ad avere un cuore semplice, non doppio. “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”.

I puri di cuore sono quelli che, quando dicono una cosa, dicono proprio quella lì e che, quando fanno una cosa, fanno proprio quella lì. Non dicono una cosa per nasconderne un’altra e non fanno una cosa per raggiungere un altro obiettivo misterioso e nascosto, che hanno dentro di se e che nessuno capisce, perché giocano sulle parole e sulle azioni.

No, i puri di cuore sono diritti; non hanno dei doppi fini, non hanno delle motivazioni nascoste. Sono veramente dentro alle parole e alle opere che compiono.

Bene!

Questo vuol dire purificare il nostro cammino: il tirare via tutto quello che c’è di motivazione falsa o di motivazione apparente e introdurlo invece nella sintonia con il progetto del Signore.

Se poi uno chiede ancora: Come?

Beh!

Troviamo una piccola risposta alla fine della prima lettura. C’è questa visione meravigliosa della moltitudine immensa. Prima i 144 mila segnati delle 12 tribù dei figli d’Israele: 12 mila per ogni tribù,

“poi una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano davanti al trono e all’Agnello. E dicono: “La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello”.

Quindi questa immagine meravigliosa di una umanità che è vittoriosa, cioè della umanità che ha realizzato le beatitudini.

Sono i beati.

Le beatitudini sono possibili.

Qui ci viene dato come il quadro d’arrivo.

“Uno dei vegliardi allora si rivolse, a me e disse: Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?”.

“Vestiti di bianco” vuol dire persone. che stanno nella gioia e vuole dire anche persone vittoriose: hanno le palme nelle mani, sono dei vincitori. Hanno vinto e hanno raggiunto la beatitudine, la gioia. Chi sono i vincitori e da dove vengono?

Sarebbe molto simpatico fare questa domanda agli storici o farla ai filosofi. Chi sono i vincitori nella storia dell’umanità? E chi sono i grandi nella storia dell’umanità? Ogni tanto c’è un personaggio al quale si aggiunge la parola “magno”, per dire che era grande. E queste sono un pochino le risposte che ci danno gli storici, che ci danno le nostre enciclopedie. Quelli che sono vestiti di bianco, quelli che hanno vinto e hanno raggiunto la gioia,

“chi sono e donde vengono? Gli risposi: Signore mio, Tu lo sai”.

Che vuol dire: io ho solo studiato storia e filosofia, non di queste cose. Questo si sa se uno ha studiato qualcos’altro, se uno ha visto qualcos’altro; lo sai Tu.

“E Lui: Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide con il sangue dell’agnello”.

“Sono passati attraverso la grande tribolazione”: è la persecuzione di Nerone, una qualunque persecuzione, o se volete, tirate via la persecuzione, ci rimane la tribolazione.

È la tribolazione della vita.

Non ci sono delle vite senza tribolazione, perché la tribolazione fa parte della condizione umana. Sono passati attraverso le grandi tribolazioni e forse possiamo dire: anche le piccole tribolazioni della vita di tutti i giorni e

“hanno lavate, le loro vesti. tendendole candide col sangue dell’Agnello”.

Di solito col sangue non si rende, pulito e candido e bianco qualcosa, ma questo pare che sia un sangue che ha una capacità di purificazione unica. È il sangue dell’Agnello, è la croce di Cristo, è il dono della vita di Cristo. Quel dono della vita di Cristo è capace di lavare le vesti, e quindi è capace di tirare via tutto quello che c’è, di sporco, di tendere la veste bianca e di rendere quindi la vita vittoriosa e gioiosa.

Bene, il cammino è quello lì. Se uno vuole purificare se stesso, può purificare se stesso con il sangue dell’Agnello, cioè: ricevendo il dono della redenzione di Cristo e facendo della sua vita lo stesso; facendo della sua vita un dono; accettando che il dono della vita che Cristo ha vissuto, diventi la regola della sua vita. Allora preghiamo per questo.

Prima rendiamo grazie al Signore per le beatitudini, perché sono parole che ci fanno bene. Che ci fanno male, ma che ci fanno soprattutto bene, nelle quali veniamo rimproverati, ma nelle quali possiamo come riposare perché lì dentro c’è una speranza grande, ed è una speranza per noi.

Rendiamo grazie al Signore per queste parole. Rendiamo grazie al Signore, perché ci possiamo chiamare e siamo veramente figli di Dio; perché ha messo dentro di noi il germe della sua Parola, il germe del suo Spirito come origine di una esistenza nuova. E chiediamo al Signore che, siccome celebriamo l’Eucaristia e quindi accogliamo il suo corpo e il suo sangue, che questo incontro con il suo corpo e il suo sangue, quindi con il suo amore, diventi un incontro di purificazione, perché le nostre vesti possano uscire da questa Eucaristia lavate, rese candide con l’amore e la forza del Signore.

“Per la vita del mondo” Il progetto di vita cristiana vissuto nel mondo

Omelia
1° giorno

Parola di Dio: (Salmo 130 / Lc 14, 1-6).

È bello che il Signore ci abbia accolto in questi esercizi con il saluto di S. Paolo alla Chiesa di Filippi, quando dice:

“Paolo e Timoteo, Servi di Cristo, a tutti i santi in Cristo Gesù, che sono a Filippi”. Tiriamo via la parola, ”Filippi”, e ci mettiamo la nostra vita, la vostra: a tutti voi che siete santi in Cristo Gesù.

E questo si può dire perché qui il discorso non è tanto quello di una santità realizzata pienamente in noi, ma della santità che è dono di Dio. Il Signore ha fatto di voi dei santi con il Battesimo, con la fede e con la sua parola. E quello che da parte di Dio è un dono, da parte vostra deve diventare un impegno, una conquista. Dovete diventare quello che Dio ha fatto di voi: Dio ha fatto di voi dei santi. Dovete quindi imparare a vivere come del santi, e il senso di questi esercizi non è altro che questo: siamo qui per imparare a vivere quello che siamo, per imparare a diventare sempre un po’ meglio dei cristiani.

Allora accogliamo il dono del Signore: “Grazia a voi e pace da Dio Padre vostro e dal Signore Gesù Cristo”. Grazia vuol dire dono. Pace vuol dire tutto quello che comprende la benedizione di Dio. Quindi pace vuol dire: riconciliazione con Dio e riconciliazione con gli altri, vuol dire la capacità di accettare se stessi cordialmente, quindi accettando i propri limiti e vuol dire la gioia di poter compiere con serenità il proprio dovere nella vita di tutti i giorni. Questo sta dentro alla “pace” e questo è quello che il Signore ci ha augurato attraverso l’apostolo Paolo.

Ma poi continua:

“Ringrazio il mio Dio ogni volta che mi ricordo di voi, pregando sempre con gioia per voi in ogni mia preghiera, a motivo della vostra cooperazione alla diffusione del vangelo dal primo giorno fino al presente, e sono persuaso che colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Gesù Cristo”.

E credo che sia bello che S. Paolo, scrivendo una lettera ai Filippesi, incominci ringraziando. Che sia bello e che ci insegni qualcosa, perché, quando noi pensiamo alla Chiesa e quando pensiamo alle nostre comunità, di solito le prime cose che ci vengono in mente sono i difetti e diciamo: Ma non siamo mica una comunità, perché non ci conosciamo, perché non ci vogliamo bene, perché la nostra fede è fiacca per che non rendiamo testimonianza …; e sono tutte cose vere.

  1. Paolo lo sa. Questo vale anche per la Chiesa di Filippi; è una Chiesa in cui mica tutto va liscio e tranquillo; le difficoltà ci sono lì come in tutte le Chiese che Paolo ha fondato. Però incomincia ringraziando. E vorrebbe essere anche il mio atteggiamento oggi davanti al Signore. Il Ringraziare il mio Dio per voi a motivo della vostra cooperazione alla diffusione del Vangelo.

Debbo ringraziare Dio perché voi siete cristiani, perché voi rendete testimonianza a Gesù Cristo nella vostra famiglia, nella scuola, nel luogo di lavoro, in mezzo agli altri. Perché portate questo nome che non è certamente facile da portare, che delle volte comporta anche il rischio di essere emarginati o rifiutati o il rischio per lo meno di essere presi in giro. Questo è facile nel mondo di oggi. E siccome voi portate addosso questo rischio, bene!, è giusto che io ringrazi Dio per voi. Se voi avete un briciolino di fede, questo è un miracolo. La fede è sempre un miracolo del Signore.

E quando si vede un miracolo, bisogna ringraziare Dio.

E siccome io vedo un miracolo nel fatto che voi siete qui a fare un corso di esercizi, che voi siete qui a cercare di comprendere. e di vivere meglio il vostro cristianesimo, è giusto che io renda grazie al mio Dio per tutti voi. E sono persuaso che colui che ha iniziato in voi questa opera di bene, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù.

Siccome l’inizio della vostra vita cristiana non è roba solo vostra, ma è un dono di Dio, siccome è il Signore che vi ha chiamato, è il Signore che vi ha arricchito con la sua parola e che vi ha messo nel cuore il desiderio, se non altro, di una vita cristiana più intensa, siccome il Signore ha fatto questo, sono convinto che l’opera di Dio non sarà lasciata a metà. Il Signore le sue cose non le lascia mai a metà. E se fa un primo gesto di conversione, vuol dire che il tuo progetto è la santità integra e completa.

In noi può essere qualcosa di diverso. Noi possiamo avere, anche dei progetti lasciati a metà, perché incominciamo una cosa, poi ce ne viene in mente un altra e la finiamo lì, perché noi siamo incostanti, ma il Signore non è incostante.

Il Signore è fedele e se vi ha chiamato, vi ha chiamato mica per lasciare a metà nella vita cristiana, ma per portarvi alla completezza, alla perfezione.

Perfezione non vuol dire in questo caso, che non abbiate più limiti. Per amor del cielo! Sarebbe un disastro se non aveste più dei limiti. Il limite è una delle cose che ci aiuta a vivere bene, a essere nell’atteggiamento giusto davanti a Dio e davanti agli altri, se no diventeremmo presuntuosi, arroganti e insopportabili. Quindi non vuole dire non avere più limiti. Quello che il Signore vuole è che il nostro dono, che la nostra santità, che la nostra carità sia integra, e cioè senza mezze misure, senza pentimenti, ma con tutto il nostro cuore.

Che poi il nostro cuore sia un cuore limitato, questo lo sappiamo e lo accettiamo anche volentieri. Allora, che il Signore porti a compimento questa opera di bene che ha incominciato.

Continua S. Paolo:

“Vi porto nel cuore, voi che siete tutti partecipi della grazia che mi è stata concessa sia nelle catene, sia nella difesa e nel consolidamento nel Vangelo”.

“Vi porto tutti nel cuore”: credo che sia una realtà, di fede prima di tutto. Vi porto nel cuore perché siete cristiani, perché c’è una comunione che ci lega, perché abbiamo un unico Dio, abbiamo un unico Signore, un unico battesimo, un unico Spirito Santo che anima il nostro cuore; abbiamo un unica speranza e quindi un unico progetto.

Ciascuno di noi ha vocazioni diverse, ma il progetto è uno solo. Abbiamo un unica speranza che è quella della vocazione cristiana, quella della santità, e allora portiamo nel nostro cuore gli uni la vita e la speranza degli altri.

“E perciò prego che la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento”.

La carità ce l’avete!, vi è stata data nel battesimo; non avete rifiutato la fede. Allora questa carità vi è rimasta come un dono del Signore, ma io prego che la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza.

“In conoscenza” vuol dire che comprendiate sempre più profondamente l’amore di Dio per voi. Direbbe San Paolo: “Che conosciate sempre più profondamente la larghezza, la profondità, l’altezza e la misura dell’amore di Dio, che sorpassa ogni conoscenza, che quindi impariamo a rinnovare lo stupore e la meraviglia davanti all’annuncio dell’amore del Signore per noi”.

Ma poi “che cresca in conoscenza” vuol dire: che comprendiate sempre di più qual è la vocazione di amore alla quale siete chiamati, in che cosa vuol dire effettivamente amare.

Non è cosa facile.

Non è cosa facile, perché di idee false e devianti sull’amore ne circolano molte nel mondo e bene o male le respiriamo. Bene, “io prego perché la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza”; perché abbiate una limpidezza nel sapere distinguere l’amore da quello che è egoismo mascherato, camuffato, e perché la carità si arricchisca in ogni genere di discernimento. Il discernimento vuol dire: sapere distinguere con chiarezza il bene dal male, il vero dal falso, l’amaro dal dolce. Diceva Isaia:

“Guai a quelli che dicono bene il male e male il bene, che cambiano il dolce in amaro e l’amaro in dolce”.

Ecco, che la vostra vita sappia veramente avere questo dono del discernimento. E il dono del discernimento è una delle cose di cui abbiamo più bisogno perché, credo, lo scopriamo tutti i giorni nella nostra vita quanto è difficile trovare nel lavoro, nei rapporti umani, l’atteggiamento giusto. Riuscire á conoscere quando è bene parlare, quando è bene tacere, quando è necessario impegnarsi e quando è necessario accogliere con disponibilità il limite.

Ecco tutte queste cose sono il discernimento, perché possiate distinguere sempre il meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo.

“Ricolmi di quei frutti di giustizia che si ottengono per mezzo di Gesù Cristo a gloria e lode di Dio”. Perché quindi la vostra carità diventi perfetta, completa, integra e quindi porti i frutti di giustizia. E i frutti di giustizia, lo sapete, sono tutti i comportamenti concreti della vita cristiana, che sono fatti di amore, di gioia, di pazienza, di benevolenza, di bontà, di fedeltà, di mitezza, di dominio di se.

Questi sono i frutti, perché la vostra vita sia piena di questi frutti, porti veramente frutti per voi e per il mondo intero a gloria e lode di Dio.

Così il Signore ci ha accolto in questa Eucaristia con questo saluto. E il saluto di Paolo è in fondo il saluto stesso del Signore a noi, alla nostra piccola e povera comunità di esercizi, ma per la quale dobbiamo rendere grazie a Dio perché c’è il dono della fede e per la quale possiamo pregare, perché veramente questa opera di bene, che il Signore ha incominciato nella nostra vita, la porti a compimento.

E non c’è dubbio che, se il Signore ci accoglie con queste parole, ci accoglie perché vuole che queste parole diventino la nostra vita, perché vuole, credo, che questi esercizi producano quei frutti di giustizia di cui parlavamo; perché impariamo a crescere nella conoscenza e nel discernimento.

Poi una parola sul Vangelo, questo piccolo Vangelo della guarigione di un idropico nel giorno di sabato.

E qui la cosa importante per noi è contemplare. Contemplare vuol dire che guardiamo il Signore: guardiamo quello che fa, ascoltiamo quello che dice, lo guardiamo e lo ascoltiamo con interesse, con gioia, con riconoscenza. In questo senso la lettura del Vangelo dovrebbe essere riposante. E vero che delle volte si fa fatica, perché bisogna rinunciare a delle altre cose, ma si fa fatica a cominciare.

C’è una specie di inerzia che bisogna vincere.

Ma credo che la lettura del Vangelo, così come la liturgia, la messa, dovrebbe essere riposante. Cioè, uno dovrebbe venirci con gioia, disteso, proprio per lasciarsi come portare da una parola che è bella, che è vera, da una azione che è di gioia, di riconoscenza, perché la liturgia è così; non dovrebbe pesare tanto. Bene!

Ci mettiamo a guardare con gioia Gesù, che in giorno di sabato entra in casa di uno dei capi del farisei per pranzare. E la gente stava ad osservarlo. Davanti a lui stava un idropico e Gesù lo prende per mano, lo guarisce e lo congeda. Mi ha fatto pensare il fatto che Luca dice che Gesù entra per pranzare. E a leggere il vangelo in questo caso, non c’è nessuno che gli dice di fare il miracolo. Non è che l’idropico si metta davanti a lui a dire: “Figlio di Davide, abbi pietà di me” o che gli Apostoli dicano: “Guarda, c’è un povero malato che ha bisogno di te”. No, niente.

È Gesù che prende l’iniziativa. È entrato per pranzare e, invece di pranzare, guarisce un idropico. Nessuno lo sollecita. Poteva anche fare finta di niente. Era lì insieme a tutti gli altri e Gesù poteva continuare a fare quello per cui lui era venuto. Invece no.

Invece gli interressa più quell’uomo con la sua vita, coi suoi problemi, che non i suoi programmi, cioè quello che aveva intenzione di fare quando era entrato in quella casa. E questo credo che possa essere il primo insegnamento.

Ci insegna che cosa vuol dire la carità.

La carità è un atteggiamento creativo, attivo. Attivo vuol dire che sa partire, che sa mettersi in movimento da se, e quando trova una situazione di bisogno, non rimane indifferente, non guarda da un altra parte e non rimane nemmeno inattivo, ma invece si mette in movimento con impegno.

La carità è fatta di premura, di attenzione, di disponibilità e, in fondo, di passione per l’uomo. C’è in Gesù, e lo vediamo in questo brano come un po’ in tutto il Vangelo, una specie di profondo interesse per ogni persona umana, per ciascuno così com’è, per il malato, per il peccatore, per l’indemoniato, per il povero, per il bambino, per ciascuno così com’è; una attenzione!

Quello è più importante che non il resto.

Per il sacerdote che ha lasciato l’uomo ferito sulla via di Gerico, era più importante il suo cammino che non quell’uomo; per Gesù è importante quell’uomo che non i suoi progetti.

La seconda cosa: Si rivolge ai Dottori della legge perché è sabato e dice: “è lecito o no curare di sabato?”. E il discorso è: osservare il sabato, cioè non lavorare, non fare niente, è una cosa buona; è una legge di Dio. Ma se Gesù non fa niente, trascura un malato, trascura un bisognoso.

Allora che cosa bisogna fare? Bisogna stare legati alla legge stretta del sabato che impedisce l’esercizio della professione medica o invece bisogna rinunciare al sabato per fare attenzione all’uomo? Per Gesù non ci sono problemi. La legge del sabato Dio l’ha inventata a favore dell’uomo. Dio ha inventato la legge del sabato perché l’uomo non sia uno schiavo, perché non sia costretto a lavorare sette giorni alla settimana senza requie e senza riposo.

Ma che per sei giorni lavori, ma il settimo si riposi per dire che lui è figlio di Dio e che lui ha una dignità molto più grande che non il lavoro che ha fatto. Che il lavoro è importante perché lo fa lui, ma non lui è importante perché fa il lavoro. La sua importanza, la sua dignità dipende non da quello che produce, ma dipende dal fatto che è figlio di Dio, e quel settimo giorno è in difesa dell’uomo perché l’uomo non sia (dicevamo) uno schiavo.

Ma allora la violazione del sabato che Gesù compie, non è in realtà una violazione del sabato, è un realizzare quello che il sabato voleva dire, perché, Gesù sta liberando un uomo. C’è un uomo che è schiavo (si intende schiavo di una malattia, di un limite) e, Gesù fa quello che gli è possibile per liberare quest’uomo. È esattamente quello che il sabato vuole realizzare. Detto con i termini del Vangelo di Marco: “il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”.

Dio l’ha fatto per l’uomo il sabato!

Terza cosa.

Siccome questa gente lo osserva, poi non si impegna nella parola di Gesù, disse: “Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel fosso, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato?”.

Che vuol dire: è in fondo una questione di buon senso. Ma oltre che una questione di buon senso è anche una questione di interesse. Uno non è molto disposto a perdere un asino o un bue; sono una sua ricchezza, e allora gli è attaccato all’asino e al bue, se gli cade nel fosso.

Beh!, dice Gesù, potrò bene io essere attaccato ad un uomo, potrò bene io essere attaccato alla salute, alla integrità, alla perfezione di un uomo! Posso lasciare che sia malato, che sia in una condizione di disagio? Se posso, per quello che dipende da me, me ne interesso. La guarigione di quell’uomo è anche la mia gioia, è anche il mio interesse.

Non so se è un modo ortodosso di parlare, ma Dio l’uomo lo considera una realtà sua, e quindi gode della vita dell’uomo non della morte, della salute non della malattia, della gioia non della tristezza. E allora l’atteggiamento di Gesù è esattamente questo: siccome la gloria di Dio è l’uomo vivente, questa è una espressione famosissima di S. Ireneo: cioè Dio è glorificato quando l’uomo vive, se quindi voi volete glorificare Dio fate vivere l’uomo, cioè prendetevene cura, fate quello che è possibile perché l’uomo viva.

Quando fate vivere l’uomo, cioè fate in modo che si realizzi, bene, voi date gloria a Dio. Gesù, facendo questo, sta dando gloria a Dio, sta restituendo a Dio in modo integro quello che è la sua proprietà: un uomo riportato alla pienezza della sua vita umana.

Ultima cosa.

L’ultima osservazione è questa: dice il Vangelo che, mentre Gesù fa tutto questo, la gente stava ad osservare. Che vuol dire: stava a guardare per criticare, per condannare, per dire: adesso vediamo come si comporta, poi noi diciamo il nostro parere. Che, è un po’ l’atteggiamento che abbiamo tante volte noi nei confronti di altri: adesso stiamo a vedere come si comporta, stiamo a vedere che cosa fa e che cosa dice, se possiamo alla fine prenderlo in castagna. E allora Gesù, rivolgendosi ai dottori della legge e ai farisei, dice: “È lecito o no curare di sabato?”.

Che vuol dire:

Beh! mettete sul tavolo le vostre carte, quello che pensate, la vostra valutazione; compromettetevi un pochino anche voi. E badate che quella domanda lì è una domanda significativa, perché non è una domanda che Gesù fa a scuola. A scuola, quando si studia morale, si fanno i casi di morale. Cioè si dice: in questo caso qui che cosa è bene, che cosa sarebbe giusto, che cosa sarebbe sbagliato fare? E gli studenti debbono in qualche modo cercare di rispondere, se ce la cavano, su quello che è giusto in un caso o nell’altro.

Ma questo non è un caso di scuola, perché Gesù fa questa domanda di fronte ad un idropico, di fronte a un malato, e questo cambia tutto. Un paio di maniche ragionare sulla pagina di un libro, e un altro paio di maniche avere di malato e ragionare di fronte a lui, perché il discorso riguarda proprio lui; non è un discorso generale, il discorso è quel malato lì.

È lecito o no curare di sabato? E dice il vangelo di S. Luca che essi tacquero, e questo effettivamente è quello che lascia perplessi. “Tacquero” vuol dire che hanno paura di compromettersi, vogliono tenere in mano le carte fino a quando Gesù ha giocato la sua, per dare la risposta come pare a loro, per criticarlo o da una parte o dall’altra.

Ma è esattamente il contrario quello che Gesù vuole. Che questa gente si guardi dentro, guardi dentro al proprio cuore, e dal profondo del proprio cuore, dia una risposta secondo quello che la Lettera ai Filippesi chiamava: il discernimento. Che sappiamo discernere quello che è bene, quello che è vero, quello che è giusto in questa situazione davanti a un malato. E allora è come un invito che viene fatto a noi. Dicevamo: questo brano ci introduce dentro a un modo di,vivere la carità. Che vuol dire:

  1. Essere disposti a lasciare i programmi che ci eravamo fatti per rimanere attenti alle persone. Gesù ha fatto così, è rimasto attento alle persone;

  2. Poi mettere l’uomo…; avere una specie di passione, di amore, di stima profonda per l’uomo, per cui le altre cose sono subordinate a lui, sapendo che nel momento in cui ci prendiamo cura dell’uomo, rendiamo gloria a Dio, perché quello che Dio vuole è esattamente questo: che l’uomo viva.

E che nel fare questo, noi diventiamo capaci di comprometterci, cioè di guardarci dentro al cuore e di far venire fuori dal cuore quelle che sono le valutazioni vere, buone e giuste, e che quindi sappiamo pagare il rischio di una valutazione e di un comportamento.

Il Signore non chiede, credo, che siamo infallibili. Non abbiamo mica il dovere di non essere infallibili; se ci sbagliamo, credo che nel Signore ci sia la capacità di recupero.

Ma quello che il Signore vuole è la limpidezza, la trasparenza, che se ci sbagliamo, ci sbagliamo non per egoismo, ma perché la valutazione dei fatti non è stata così completa, così perfetta, ma con un cuore che è pulito, facendo venir fuori dal cuore quello che noi abbiamo dentro, per riuscire a distinguere quando una cosa la diciamo perché è vera o, quando una cosa la diciamo perché vogliano semplicemente aver ragione; quando una cosa la facciamo perché è giusta o quando una cosa la facciamo perché abbiamo interesse o gusto per noi.

Commento ai Messaggi di Medjugorje del 2 del mese alla veggente Mirjana

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UNA PAROLA PER TE: il capitolo 13 del Vangelo secondo Luca:

Vangelo secondo Luca – 13

1In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. 2Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? 3No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
6Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. 7Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. 8Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. 9Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».
10Stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. 11C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. 12Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». 13Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
14Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato». 15Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? 16E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?». 17Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.
18Diceva dunque: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? 19È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».
20E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? 21È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
22Passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. 23Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: 24«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. 25Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. 26Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. 27Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. 28Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. 29Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. 30Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».
31In quel momento si avvicinarono alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere». 32Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. 33Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”.
34Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! 35Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!».

THE GREAT PHYSICIAN

“Go and tell John what you hear and see: the blind recover their sight, the lame walk, the lepers are [made] clean, the deaf hear, the dead are raised to life, the poor are hearing the good news” (Matthew 11:4, NEB).

Jesus remains the greatest and most renowned physician the world has ever known. Without the use of conventional medicine, He healed all who came to Him including the chronic and the incurable. His extraordinary healing accomplishments earned Him the well-earned title, “The Great Physician.”

Not only did He cure the incurable, but He made people whole–physically, emotionally, and spiritually. His diagnosis never erred; His prescriptions never failed. And the recovery was always immediate. He became a popular physician not only because of His miraculous healings, but because He was thoughtful, considerate, and compassionate (see Matthew 9:36).

The Gospels record more than twenty miracles of healing by Jesus. Great multitudes followed Him, and He healed them (see Matthew 19:2). His incomparable healing ministry brought health to entire communities (see Matthew 8:16). Crowds were amazed and exclaimed, “Nothing like this has ever been seen in Israel” (Matthew 9:33, NIV)!

The Great Physician specialized in healing all types of diseases whether they were physical, spiritual, or psychological (see Matthew 9:35). He never lost a patient. Jesus healed the physically incapacitated (see Matthew 9:2). He restored sight to the blind (see Luke 18:42, 43). He brought healing to the lepers (see Matthew 8:2, 3). He loosened the tongue of the dumb (see Mark 9:25). No wonder it is said of the Great Physician that “as He passed through the towns and cities He was like a vital current, diffusing life and joy wherever He went.”–The Desire of Ages, p. 350.

My Prayer Today: Lord, I accept the prescription of the Great Physician. Touch my brokenness and make me whole. Amen.